Bruno Camaioni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RIASSUNTO DE “I PROMESSI SPOSI”

di Alessandro Manzoni

 

 

con commento estetico e morale

Anagogica

 

Opere di Bruno Camaioni

 

 

 

Notizie sull'autore

 

 

Bruno Camaioni è nato a Grottammare (AP) nel 1917, si è laureato in Lettere all'Università di Roma nel 1940, ha insegnato in varie città italiane, ed era preside di un liceo classico quando è andato in pensione. Ha scritto diverse opere (poesie, romanzi, studi sul Manzoni, opuscoli su argomenti religiosi ecc.) che non ha mai pubblicato, facendole circolare solo tra parenti, amici e conoscenti.

Uno di costoro, ritenendo che esse siano interessanti e anche formative per i valori che inculcano, ha preso l'iniziativa di metterle man mano in rete, affinché chiunque le possa leggere liberamente e senza spese.

Solo la sua autobiografia, scritta per insistenza dei figli, non sarà per ora resa nota, per ovvi motivi di discrezione. Dopo la sua morte anch'essa sarà messa in rete, per chi vorrà conoscere meglio quest'uomo che intendeva restare ignorato.

 

 

 

Note sul diritto d'autore

 

Delle opere pubblicate di Bruno Camaioni ne è consentita la copia e la distribuzione gratuita, su qualsiasi supporto, preservandone l'integrità (inclusa la presente dicitura) e citandone l'autore.

 

Opere attualmente disponibili in rete (anche attraverso eMule):

 

  • Il Problema del Male - Riflessioni
  • Eremita a Orgosolo - Romanzo
  • L'Aiuola Contesa - Romanzo
  • Riassunto de "I Promessi Sposi" - Riassunto con commento estetico e morale (*)
  • I Personaggi de' "I Promessi Sposi" (*)

 

Opere depositate ad aprile 2005 e novembre 2005 (*).

 

 

RIASSUNTO DE “I PROMESSI SPOSI”

di Alessandro Manzoni

 

 

 

con commento estetico e morale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

II Edizione riveduta e corretta

Giugno 2005

PREFAZIONE

 

 

      Questo libro è nato nella scuola e mira a essere utile soprattutto agli studenti; ciò non esclude che esso possa riuscire vantaggioso a tutti coloro che vogliano approfondire la loro conoscenza del romanzo, il quale è ormai universalmente riconosciuto, oltre che opera sublime di poesia, anche autorevole testo di lingua e libro di riflessione morale e religiosa, e quindi mezzo di arricchimento spirituale e di formazione interiore; la mia opera mira a facilitare a studenti e a non studenti la lettura e il godimento del capolavoro manzoniano, di comprensione non facile per chi non abbia un po’ di cultura.

      Una lettura attenta del romanzo vale ad aprire le menti, specie dei giovanetti, ai seri problemi dell’esistenza, e a infondere nel loro animo il concetto che la vita è per tutti un impegno che va preso con fiducia , ma anche con alto senso di responsabilità.

      Il Manzoni in quest’opera ci ha dato la risposta cristiana al problema della vita e del dolore umano, il quale viene interpretato religiosamente come mezzo di purificazione e di intima elevazione. E questa concezione cristiana della vita l’Autore non ce la inculca per mezzo di esortazioni oratorie, ma con la forza misteriosa che si sprigiona dall’intreccio, dai personaggi e dagli episodi, pervasi da un  potente afflato poetico e religioso.

      Siccome il libro vuol riuscire utile innanzi tutto agli studenti, di ogni capitolo si è fatto un sunto breve ma sufficiente per avere un’idea adeguata di tutta la trama; al sunto è intercalato, dove occorre, un sobrio commento critico, di carattere estetico, storico e morale, allo scopo di mettere in risalto le peculiari bellezze del romanzo, e anche (perché no?) notare qualche punto meno felice, poiché non si pretenderà davvero che in tutta l’opera il Manzoni tocchi invariabilmente le vette della poesia o anche solamente dell’arte. Fu detto che anche l’ottimo Omero qualche volta sonnecchia; lo stesso può dirsi del Nostro, e questa ammissione non toglie nulla alla sua grandezza, da tutti oggi riconosciuta.

      Naturalmente questi riassunti non mirano affatto a sostituire la lettura del capolavoro, indulgendo alla pigrizia mentale di qualche studente, ma solo a guidare lo studio del romanzo, allo scopo di renderlo, sì, più facile, ma anche più profondo e perciò più proficuo.

      A me basta la soddisfazione di aver fatto opera utile e, forse, anche di aver detto qualcosa di nuovo nel vasto e rigoglioso campo dell’esegesi manzoniana. Ma questo vedrà chi vorrà dedicare alla mia fatica uno sguardo non frettoloso. Voglio sperare che ciò avvenga.

VITA E OPERE DI ALESSANDRO MANZONI 

 

 

      Alessandro Manzoni nacque a Milano il 7 marzo 1785 dal conte Pietro e da Giulia Beccarla, figlia di Cesare Beccarla, famoso illuminista italiano, autore del celebre trattato “Dei delitti e delle pene”, con cui demolì i pregiudizi giuridici e psicologici che erano alla base della tortura e della pena di morte. Il matrimonio dei genitori non era stato felice, anche perché il padre era più anziano della madre di ben 25 anni, e più ancora per l’incompatibilità dei due caratteri: il padre, uomo pacifico, amava la vita ritirata e la quiete della campagna, mentre la madre, donna molto intelligente e irrequieta, desiderava brillare nei salotti mondani della capitale lombarda. Perciò Alessandro fu messo in collegio sin dal 1791, prima a Merate presso i Padri Somaschi, dove restò fino al 1796, quindi a Lugano (Canton Ticino) presso il Collegio S.Antonio, tenuto anch’esso dagli stessi religiosi. Il ragazzo passò quivi due anni, poi altri tre a Milano, nel Collegio Longone (o dei nobili), tenuto dai Padri Barnabiti.

      Nel 1801 Alessandro uscì definitivamente dal collegio e visse a Milano, affidato alle cure di una zia, mentre la madre, separata legalmente dal marito sin dal 1792, era andata a convivere a Parigi col conte Carlo Imbonati; il padre poi viveva preferibilmente in villa, come allora si diceva, e si curava poco dell’educazione del figlio. Questi, a Milano, frequentò soprattutto Francesco Lo Monaco, Vincenzo Cuoco e il Monti, ma si diede anche al gioco, dal quale fu poi allontanato dal Monti, che egli ammirava moltissimo.

      Nel 1801 il giovinetto compone il “Trionfo della Libertà”, poemetto di quattro canti in terzine, dedicato appunto al Monti. Il sedicenne poeta, fervido di spiriti rivoluzionari, si scaglia in esso contro i tiranni (il Pontefice in Roma, i Borboni a Napoli e in Sicilia ecc.) e contro la superstizione che è il principale puntello della tirannide.

      Tra il 1803 e il 1804 compone quattro “Sermoni” in versi sciolti, nei quali satireggia la corruzione contemporanea, la goffa albagia dei nuovi arricchiti, la smania dilagante di comporre versi, indice di decadimento del gusto. Queste satire, anche se rozze, già mostrano nel giovane diciannovenne l’interesse per i problemi morali e una certa serietà di intenti.

      Nello stesso anno 1803 compone l”Adda”, una specie di epistola metrica, indirizzata al Monti, in cui lo stesso fiume Adda personificato si rivolge al “Cantor di Basville”, invitandolo a soggiornare sulle sue rive, dove era appunto situata la villa del Manzoni, nei pressi di Lecco. Dall’ottobre 1803 al marzo successivo il Poeta soggiorna a Venezia, dove si innamora di una donna più anziana di lui, la quale saggiamente lo invita a riprendere gli studi.

      Nel 1805 morì a Parigi il conte Carlo Imbonati, lasciando erede universale dei propri beni la madre di Alessandro, la quale accompagnò in Italia le ceneri del Conte, ma tornò ben presto a Parigi, portando questa volta con sé il figlio, che iniziò, per così dire, una nuova vita nella “città dei lumi”, accanto alla diletta madre.

      Alla madre dedica il carme consolatorio “In morte di Carlo Imbonati”, scritto verso la fine del 1805 e pubblicato a Parigi l’anno  successivo, nel quale immagina che il morto Conte (già cantato a 11 anni dal Parini nell’ode “L’Educazione”) gli appaia in una visione notturna e lo esorti ad amare la poesia e ad apprezzare soprattutto la dignità morale. In questo carme non c’è ancora vera poesia, ma già si sente un anelito morale che prelude alle opere maggiori.

      Il 17 marzo del 1807 muore a Milano il padre, ed egli giunge troppo tardi per raccoglierne l’ultimo respiro; l’anno successivo, il 6 febbraio, sposa a Milano Enrichetta Blondel, non ancor diciassettenne, di famiglia protestante di Ginevra, per cui il matrimonio viene celebrato secondo il rito calvinista. Quindi gli sposi si recano a Parigi, dove nasce la primogenita Giulia (che andrà poi sposa a Massimo D’Azeglio), prima di ben nove[1] figli, di cui però solo due, Enrico e Vittoria, sopravvivranno al padre.

      A Parigi il Manzoni conobbe e frequentò gli uomini più illustri di quel tempo, e si legò in intima amicizia con Claudio Fauriel, insigne storico e letterato, il quale ebbe grande importanza nella sua formazione storica, critica e artistica.

      Il 1810 è l’anno della cosiddetta conversione del Manzoni, che è trascinato dall’esempio della moglie, la quale aveva abiurato il Calvinismo per abbracciare il Cattolicesimo; in seguito a ciò il matrimonio dei giovanissimi coniugi fu ricelebrato secondo il rito cattolico. Non è forse ozioso osservare che la primogenita Giulia, nata nel dicembre del 1808, era stata battezzata nella Chiesa cattolica; ciò vuol dire che sin dalla fine di quell’anno qualcosa stava maturando in casa Manzoni nei riguardi della religione.

      Nell’agosto del 1810 il Manzoni torna definitivamente a Milano, e lascia nella metropoli francese quell’aria di scetticismo e di razionalismo che vi aveva per tanti anni respirato. Da questo anno in poi tutta la produzione letteraria del Nostro, come anche la sua vita privata, sarà ispirata a un profondo convincimento religioso.

Diamo perciò uno sguardo alla produzione poetica anteriore al 1810, per citare quelle opere cui non abbiamo ancora accennato. Ricordiamo innanzi tutto i sonetti: “Ritratto di sé stesso” (1801) che ci dà l’immagine fisica e morale del Manzoni sedicenne; “A Francesco Lo Monaco” (1801) in cui accenna alle dolorose vicende dell’esule lucano, suo amico, che era scampato per caso al supplizio, dopo aver preso parte alla rivoluzione napoletana del 1799; “Alla sua donna” (1802) in cui dichiara alla sua amata che, per lei, egli è divenuto schivo di ogni bassezza, per rendersi degno del “celeste e puro foco” che gli occhi di lei hanno acceso nel suo petto. Siccome siamo sicuri della data di composizione di questo sonetto, esso non può essere stato ispirato dalla dama veneziana, come pensa il De Gubernatis, ma da quell’angelica  Luigina, giovinetta genovese, della quale Alessandro si innamorò appunto nel 1802, e per la quale serbò vivissimi sentimenti di devozione. Probabilmente per la stessa ragazza (sorella del marchese Ermes Visconti) il Manzoni scrisse un’ode, di cui si ignora la data (1804?), che comincia col verso: “ Qual  su le Cinzie cime”. Sicuramente del 1802 è invece il sonetto “Alla Musa”, in cui all’imberbe poeta balena vivo il miraggio della gloria letteraria per cui egli formula l’augurio che, se non raggiungerà la cima e cadrà lungo l’erta, “Dicasi almen: Su l’orma propria ei giace!” Queste fiere parole vennero poi riportate tali  e quali nel “Carme in morte di Carlo Imbonati “ al verso 206. Con molta probabilità è del 1804 il “Frammento di un’ode alle Muse”, in cui il Poeta esprime ancora il suo anelito alla gloria poetica e letteraria, confessando che “nove fanciulle d’immortal bellezza” gli hanno preso il cuore, il quale però è ancora incerto chi di esse seguire, cioè a quale genere di poesia dedicarsi.

      Rimane da accennare al poemetto mitologico “Urania” (scritto a Parigi tra il 1806 e il 1809, anno in cui fu pubblicato a Milano), ultima concessione del Manzoni al gusto classicheggiante e all’influsso del Monti. Il componimento, di stampo neoclassico, è di poco anteriore al poemetto “Le Grazie” del Foscolo, con il quale ha qualche identità di concetti. Attraverso le parole di consolazione che la musa Urania rivolge al poeta Pindaro, sconfortato per essere stato vinto nella gara olimpica dalla giovinetta Corinna, il Manzoni esalta la funzione civilizzatrice delle Grazie e delle Muse, volta a ingentilire i rozzi costumi degli uomini. L’Autore stesso era molto malcontento dei suoi versi, come scrisse al Fauriel in data 6 settembre 1809, poiché essi mancavano di qualsiasi interesse; e confessava all’amico: “ne farò forse di peggiori, ma di uguali mai più.”

      Solo per scrupolo di completezza, accenniamo al carme in endecasillabi sciolti “A Parteneide” (1809 - 1810 ?) in cui, rispondendo al poeta danese Baggesen, il quale lo aveva invitato a tradurre in italiano il suo poema idillico in dodici canti, intitolato appunto “Parteneide”, scritto in tedesco e già tradotto in francese dal Fauriel, il Manzoni loda metaforicamente la bellezza dell’opera segnalatagli, ma si esime per il momento dall’accettare l’incarico, non ritenendosi ancora preparato a un siffatto lavoro, mentre altre opere incalzano nel suo spirito e urgono per venire alla luce. In effetti il Nostro, dopo il ritrovamento della Fede sincera, era tutto preso da un profondo travaglio interiore, e si sentiva tutt’altro che disposto a dar veste italiana a dei pensieri altrui ormai ben lontani dal suo nuovo sentire. Infatti dal 1810 al 1812 il Manzoni non scrive alcunché, tutto preso dal faticoso compito, che egli sente come un dovere morale, di rivedere tutta la sua cultura illuministica e neoclassica alla luce della sua nuova coscienza religiosa, illuminata da un Cattolicesimo puro e sereno, e nello stesso tempo severo e integrale. Egli anela a una poesia più viva e più vera, non mirante al solo diletto, proprio e altrui, ma a una presa di coscienza delle grandi verità della vita e della storia, dell’individuo e della società; egli però non trova subito la sua nuova strada, irretito com’è ancora dalla tradizione letteraria, dalla quale non riesce a liberarsi del tutto. Ma il travaglio interiore non tardò a dare i suoi frutti.

      Traendo appunto ispirazione dalla Fede, rifioritagli nel cuore fervida e pura, il Manzoni scrisse, tra il 1812 e il 1815, quattro “ Inni Sacri” in questo ordine: “La Risurrezione”, ”Il Nome di Maria”, “Il Natale”, “La Passione”; invece “La Pentecoste”, in cui l’Autore tocca la vetta della sua poesia religiosa, fu pubblicata nel 1822. Gli “Inni Sacri” avrebbero dovuto essere almeno dodici, a celebrazione delle principali feste religiose, ma il Nostro fece bene a non scriverne altri, poiché non avrebbe potuto far altro che ripetersi  e decadere quindi da quella sublime vetta poetica toccata con “La Pentecoste”. Infatti, oltre questi cinque inni, abbiamo solo un frammento intitolato “L’Ognissanti” e un altro ancora sul “Natale” (del 1833) che evidentemente il Poeta voleva rifare, non soddisfatto della prima stesura; ma oramai la sua vena era esaurita ed egli non fece ulteriori tentativi in questo campo.

      Riguardo alla sua vita esteriore abbiamo ben poco da dire, poiché il Manzoni era alieno dalla vita pubblica, dalla quale lo stornava anche la sua malferma salute. Quindi c’è ben poco da ricordare, all’infuori delle date di nascita dei suoi numerosi figli, delle date di morte di ben sette tra essi, [2] della data di morte della sua diletta Enrichetta (25 dicembre 1833) e della seconda moglie, Teresa Borri vedova Stampa (1861) , che egli aveva sposato nel 1837. La vita del grande Poeta fu disseminata di lutti, tra cui la perdita dell’adorata madre (1841), tutti sopportati con cristiana rassegnazione. Pur così provato dal dolore, egli seguì sempre con intima trepidazione le sorti dell’amata Patria, che volle libera e indipendente; perciò nell’aprile del  1814 sottoscrisse la protesta dei Milanesi contro il Senato del Regno Italico, il quale voleva chiedere alle Potenze vittoriose su Napoleone l’elezione di Eugenio Beauharnais a re d’Italia, mentre il Manzoni e gli altri firmatari volevano che fossero convocati i comizi elettorali, soli rappresentanti legittimi della Nazione, perché decidessero la forma istituzionale dello Stato.

      Di questo periodo è la canzone Aprile 1814” in cui, esprimendo un severo giudizio sul governo francese, fautore di libertà a parole ma di fatto oppressivo e predatore, auspica che le Potenze vincitrici ascoltino la voce degli autentici rappresentanti del popolo italiano, che anela alla libertà e all’indipendenza. Ma purtroppo i voti del Poeta non furono ascoltati in “alto loco”, ed egli, amareggiato per i tristi fatti che seguirono, non ebbe neppure l’animo di correggere e abbellire i suoi versi, i quali risentono in verità della tradizione classicheggiante e dei fremiti misogallici dell’Alfieri. Perciò la canzone può considerarsi un abbozzo piuttosto che un frammento.

      Nell’anno successivo grandi speranze il Manzoni ripose nel tentativo di Gioacchino Murat di unificare l’Italia contro le mire annessionistiche degli Austriaci; infatti abbiamo un frammento di canzone (5 aprile 1815) intitolata appunto “Il proclama di Rimini”: solo questo animoso principe, dice in sostanza l’Autore, può con l’aiuto di Dio ridurre a unità le disperse forze degli Italiani, come fece Mosè con il popolo ebreo, poiché Dio stesso infonde ardore e forza in chi combatte per la libertà della sua terra. Ma purtroppo anche questa generosa speranza svanì in pochi giorni, e il frammento fu pubblicato solo nel 1848, assieme con l’ode “Marzo 1821”, la quale fu scritta in occasione dei moti piemontesi di quell’anno, che fecero sperare ai patrioti lombardi l’abolizione dell’odioso confine del Ticino e l’unificazione delle due regioni. Il fausto evento si verificherà solo nel 1848, ma purtroppo per pochi mesi, in seguito alla prima guerra dell’indipendenza nazionale.

      Prima di parlare delle tragedie, accenniamo a un componimento ironico, “L’ira di Apollo” , che il Manzoni scrisse, per sé e per gli amici, nel 1818, entrando nella polemica suscitata nel 1816 dalla pubblicazione della “Lettera semiseria di Crisostomo” di Giovanni Berchet, la quale costituì, per così dire, il “manifesto” del romanticismo milanese, cui aderiva il nostro Poeta. Egli immagina in quest’ode che Apollo scenda dal cielo, irritatissimo contro Milano che vuol distruggere; ma per fortuna il dio viene placato, con un linguaggio riboccante di mitologia, dal nostro Poeta che lo convince a punire solo il sacrilego Crisostomo; e la condanna sarà davvero terribile: gli sia eternamente interdetto l’uso della retorica e della mitologia classica! “Santi Numi, egli è spacciato!” esclama esterrefatto l’Autore, mentre sul volto del dio spunta il sorriso della vittoria.

      Dal 1816 al 1819 il Manzoni lavorò alla sua prima tragedia, “Il Conte di Carmagnola”, in endecasillabi sciolti, pubblicata a Milano nel 1820. In essa viene introdotto per la prima volta il coro (“La battaglia di Maclodio”), ben diverso da quello delle tragedie greche, in cui rappresentava un personaggio collettivo che recitava cantando e danzando, e interveniva anche nel dialogo; il coro manzoniano è il commento lirico-morale dell’azione, da parte dell’Autore; un cantuccio dove egli possa parlare in persona propria per sfogare i suoi sentimenti, onde respingere meglio la tentazione di introdursi direttamente nell’azione e di prestare arbitrariamente i propri sentimenti ai vari personaggi, che egli invece si sforza di collocare in una prospettiva storica e il più possibile obbiettiva. La tragedia narra la drammatica vicenda del capitano di ventura Francesco Bussone, conte di Carmagnola, il quale dopo essere stato al servizio del Visconti passò al soldo dei Veneziani, sconfiggendo i Milanesi nella battaglia di Maclodio (1427); ma caduto in sospetto della Serenissima per aver liberato i prigionieri, fu arrestato e condannato a morte innocente, almeno per quanto pensa l’Autore. In questa tragedia il Poeta affronta il tema del dolore e dell’ingiustizia degli uomini, e dà a esso la soluzione cristiana della rassegnazione e del perdono: il Conte va incontro alla morte sereno, fidando in Dio, e con dolci parole d’amore inculca il sentimento del perdono nei cuori esacerbati della moglie e della figlia.

      Nel 1819 il Manzoni pubblica la prima parte delle “Osservazioni sulla morale cattolica” per confutare lo storico ginevrino Sismondi, il quale aveva attribuito alla morale cattolica la colpa della decadenza italiana. L’opera però non fu completata; solo nel 1855 l’Autore aggiunse una vasta appendice al capitolo terzo, col titolo:”Del sistema che fonda la morale sull’utilità” in cui confuta l’utilitarismo del filosofo inglese Bentham.

      Dal 1820 al 1822 il Poeta lavora alla composizione della tragedia “Adelchi”, pubblicata a Milano nel 1822. L’argomento è tratto dal crollo del dominio longobardo in Italia per opera dei Franchi (anni 772 - 774). La rivalità politica tra Carlo, re dei Franchi, e Desiderio, re dei Longobardi, è inasprita dal ripudio, da parte del primo, della sposa Ermengarda, figlia di Desiderio e sorella di Adelchi; Carlo scende in Italia, vince i Longobardi alle Chiuse di Val di Susa, insegue i fuggitivi tra la gioia degli oppressi Italiani. Ma il Poeta, nel primo coro (“Dagli atrii muscosi, dai fori cadenti”) li disillude, affermando che i Franchi non sono venuti a liberarli, ma a conquistare terre e sudditi: non potranno essere liberi, gli Italiani, se non quando impugneranno essi stessi le armi per operare il proprio riscatto. Mentre l’eroico Adelchi muore nel vano tentativo di difendere Verona (qui il Poeta si allontana dalla verità storica, perché Adelchi fuggì a Costantinopoli a implorare soccorso), l’infelice Ermengarda (o Desiderata) si spegne rasserenata nel convento, dove volontariamente si è chiusa per trovare pace al suo travaglio interiore, acuito dalla sempre viva passione amorosa. L’amore per Carlo, anche se misconosciuto e ferito dal superbo ripudio, non si è mai sopito nel suo animo tenero a appassionato, che pur tra le preghiere e i pii canti delle vergini torna con accorata nostalgia ai giorni felici passati a fianco di Carlo. Ma la fede in Dio le fa alfine dimenticare ogni affetto terreno nell’abbandono all’amore eterno di Dio. Nel secondo coro della tragedia (“Sparsa le trecce morbide” ) il Poeta ci rappresenta liricamente i sentimenti che travagliavano l’animo di Ermengarda, che “la provvida sventura” ascrisse tra quanti subiscono ingiustizie e violenze, per farla partecipe della salvezza eterna che Dio ha promesso agli umili e a quelli che soffrono per Lui.  “L’Adelchi” è da tutti i critici riconosciuta tragedia meglio riuscita della precedente, sia per la trama più intensamente drammatica, sia per i caratteri più poeticamente efficaci e rilevati, sia per il sentimento religioso che più profondamente la pervade.

      Circa la vita esteriore del Manzoni, ricorderemo che nell’ottobre del 1819 egli si recò a Parigi con tutta la famiglia, sperando, con la mutazione del clima e delle condizioni di vita, un qualche giovamento ai disturbi nervosi che lo affliggevano, provocandogli delle vertigini, che l’obbligavano talora a passare intere giornate inoperoso; ma ritornò a Milano  nell’agosto del 1820, non certamente guarito della sua nevrosi la quale lo tormentò  per tutto il resto della vita. Un altro viaggio di tutta la famiglia Manzoni  avvenne verso la metà di luglio del 1827, subito dopo la pubblicazione del romanzo: ne fu meta Firenze, dove voleva “risciacquare i suoi cenci nell’Arno”; e nel viaggio di andata passò per Genova.

      E ora diciamo poche parole sul capolavoro manzoniano, dando le notizie essenziali sulla sua composizione e pubblicazione. Il Manzoni comincia a scrivere il romanzo il 24 aprile 1821 e lo conduce a compimento il 17 settembre 1823; il manoscritto, che reca il titolo “Fermo e Lucia” , è dato a leggere a pochi amici intimi, tra cui il Grossi e il Fauriel. Verso la fine del 1824 il Manzoni inizia, presso la tipografia V.Ferrario di Milano (che aveva già stampato le due tragedie), la stampa del romanzo che intanto, durante la ricopiatura del manoscritto, aveva assunto il titolo “Gli Sposi Promessi”; ma questo titolo non resisterà fino al termine della stampa, che fu lunga e laboriosa, soprattutto perché l’Autore, insaziabile limatore della sua opera, apportava continue modifiche al testo anche sulle bozze di stampa. Sicché quando finalmente il romanzo vide la luce, nel giugno del 1827 (perciò questa prima edizione fu poi detta “ventisettana”), in tre tomi, con la data 1825-1827, aveva già sul frontespizio il glorioso titolo definitivo “I Promessi Sposi”.

      Ma cominciò quasi subito la correzione del romanzo, specialmente dal punto di vista linguistico, in preparazione di una seconda edizione dell’opera, cui prelude il viaggio a Firenze. Però solo nel 1840-42 fu pubblicata la seconda edizione del romanzo, in Milano, presso la tipografia Guglielmini-Radaelli, a fascicoli illustrati con disegni del Gonin, con aggiunta, in appendice, “La storia della colonna infame”, scritta nel 1829. Questa breve monografia rievoca la storia di un processo, celebrato durante la peste di Milano del 1630,  contro due presunti untori, Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora, i quali, sottoposti alla tortura, pur essendo innocenti, ammisero le accuse e furono perciò giustiziati; la casa  del Mora venne demolita e sull’area rimasta libera fu eretta una colonna a eterna infamia del suo nome. Il Manzoni, con un’attenta disamina dei documenti processuali, perviene alla conclusione che, anche con i rozzi e inadeguati ordinamenti giudiziari del tempo, i giudici non potevano giungere alla condanna di due innocenti, se non fossero stati travolti dalla passione e dall’odio generale contro gli untori, da cui il loro giudizio fu traviato, rendendoli per così dire ciechi davanti alle evidenti prove dell’innocenza dei due imputati. Tanto sono funesti i pregiudizi uniti alle pressioni popolari!

      La famosa ode “Il cinque maggio 1821” fu composta dal 17 al 19 luglio di quell’anno, cioè subito dopo la pubblicazione, fatta dalla “Gazzetta di Milano”il 16 di quel mese, della notizia della morte di Napoleone, avvenuta a Sant’Elena appunto il 5 maggio 1821. Il Manzoni fu così colpito dalla notizia, che in meno di tre giorni compose e corresse, senza più ritoccarla, questa poesia, che uscì per le stampe l’anno successivo a Lugano. Il Poeta immagina la vita del grande esule nella piccola isola sperduta nell’Atlantico: il Bonaparte è oppresso dai ricordi di una vita titanica, di contro alla forzata inerzia del presente; egli sarebbe preso dal più cupo abbattimento, se la Fede, non mai spenta nel suo cuore e ora rifiorita nella sventura, non lo consolasse avviandolo “pei floridi sentier della speranza”, innalzandolo ai pensieri celesti: anche il grande Corso, come Ermengarda, è rigenerato nella sventura, purificato dal dolore.

      Il 23 marzo 1848 il Manzoni, che nel 1838 non aveva accettato un’onorificenza austriaca, firma l’indirizzo dei Milanesi a Carlo Alberto per sollecitarne l’intervento in difesa dei Lombardi insorti, e pubblica, come appunto si è detto, l’ode “Marzo 1821” assieme al frammento “Il proclama di Rimini” , per giovare alla causa nazionale con le sue ardenti parole, non potendo farlo col braccio. Però il figlio Filippo, il più giovane dei figli maschi, partecipa attivamente alla lotta delle “Cinque Giornate” e, fatto prigioniero, viene tradotto in Austria, con grave apprensione del padre, ed è in seguito liberato solo in cambio degli ostaggi austriaci rimasti in mano agli insorti milanesi.   

Nel 1845 il Manzoni aveva pubblicato la dissertazione, cominciata sin dal 1828, “Del romanzo storico e in genere dei componimenti misti di storia e di invenzione”, in cui l’Autore, severo critico della sua stessa opera, condanna in sede teorica le opere letterarie che si compongono di storia e di fantasia, perché costituiscono un genere ibrido che contiene in sé insanabili contraddizioni. Merita un cenno anche il dialogo “Dell’invenzione”, composto nel 1841, e influenzato dalla filosofia del suo grande amico Antonio Rosmini. In esso il Manzoni afferma che l’artista trova (dal latino inventio=trovamento) non crea l’oggetto della sua opera; e per capire dove l’idea era prima di venirgli in mente, egli deve risalire, consapevolmente o no, al Dio creatore del tutto. Pur in mezzo a una certa aridità di argomentazione, spira nel dialogo un profondo senso religioso, assieme al riconoscimento della saggia guida della filosofia.

      Dopo il 1846 e fin quasi alla morte il Manzoni è particolarmente preso dal problema della lingua, sul quale aveva cominciato a scrivere, ancor prima del romanzo, un libro, condotto poi innanzi assai lentamente per eccesso di scrupolo, e lasciato poi incompiuto e inedito; fu pubblicato solo nel 1923 dal Bulferetti col titolo  “Sentir messa”, derivato, un po’ artificiosamente, dalla citazione con cui l’Autore inizia la trattazione, la quale mira a dimostrare che la lingua italiana deve essere quella dell’uso toscano. Nelle opere del 1846 e successive sul problema della lingua italiana (varie lettere e relazioni che non è il caso di citare) il Manzoni precisa che la lingua italiana deve essere il fiorentino delle persone colte, lingua che praticamente egli aveva adottata nel suo romanzo e imposta universalmente nella penisola con la persuasione della sua grande arte e con l’immenso successo del suo capolavoro. Anche in tal modo, cioè unificando la lingua in tutte le regioni italiane, egli contribuì efficacemente all’unità nazionale, della quale fu considerato meritatamente un paladino, per cui grati nel 1859 andarono a fargli visita i due massimi artefici del nostro Risorgimento, il Cavour e il Garibaldi. E quando finalmente, con la seconda guerra d’indipendenza, la Lombardia è unita al Piemonte, il Nostro è nominato senatore del Regno e, nonostante gli acciacchi dell’età, si reca a Torino nel giugno del 1860 a prestare il giuramento di rito; torna nella capitale sabauda nel febbraio del 1861 per partecipare alla storica seduta in cui fu proclamato il Regno d’Italia, e di nuovo nel dicembre del 1864 per votare a favore del trasferimento della capitale a Firenze, come buon auspicio per il raggiungimento di Roma, verso la quale la tappa di Firenze era considerata solo come un avvicinamento. Per i suoi meriti politici e letterari gli fu anche assegnata una pensione nazionale, come in seguito sarà fatto per il Carducci. Il grande poeta e romanziere si spense il 22 maggio 1873  a Milano, che dieci anni dopo gli dedicò un monumento in Piazza San Fedele.

      Oltre che al problema della lingua, il Manzoni si dedicò anche alle ricerche storiche, e in questo campo citiamo il “Discorso sopra alcuni punti della storia longobardica in Italia”, steso verso la fine del 1821, quando lavorava al compimento dell’”Adelchi”, la cui trama si rifà appunto alla fine della dominazione dei Longobardi nel nostro Paese. Fu pubblicato postumo nel 1889 il “Saggio comparativo su la rivoluzione francese del 1789 e la rivoluzione italiana del 1859”, in cui il Manzoni dimostra che la rivoluzione italiana fu più legittima di fronte alla storia e al diritto, e anche più feconda di risultati, perché fondata organicamente sull’unità delle aspirazioni di tutto un popolo, mentre quella francese nel suo svolgimento tumultuoso degenerò assai presto nel dispotismo, tradendo così gli ideali originari.

      Il Manzoni è a buon diritto ritenuto il nostro più grande scrittore romantico; e del Romanticismo egli fu anche un teorico, dato che la sua natura meditativa lo portava ad approfondire tutti i problemi e gli indirizzi con i quali la sua attività artistica lo portava a contatto. Del 1823 è lo scritto “Sul Romanticismo. Lettera al marchese Cesare d’Azeglio”, in cui afferma che il nuovo indirizzo ha una parte negativa, su cui tutti gli assertori di esso sono concordi, nel condannare la mitologia, l’imitazione servile dei classici, le regole pseudo-aristoteliche sull’unità di tempo e di luogo; e una parte positiva, sulla quale l’Autore ammette che c’è una certa disparità di vedute e d’intenti, ma aggiunge che tutti i romantici sono d’accordo che la poesia deve proporsi per oggetto il vero e deve essere quanto più è possibile popolare, per interessare il maggior numero di persone, e non soltanto i dotti e i letterati, come purtroppo avveniva per la produzione artistica del neoclassicismo.

      Riguardo alle composizioni poetiche, dobbiamo dire che la vena della poesia, dopo la mirabile “Pentecoste” (1822) e il non meno mirabile coro “La morte di Ermengarda”, dello stesso anno,si esaurì nel Manzoni quasi completamente; in data posteriore abbiamo il già citato “Natale del 1833” in cui, ricordando quel doloroso giorno in cui morì la sua diletta Enrichetta, canta non più l’inno di gioia, ma l’inno di adorazione verso il “Fanciul severo” che viene in questo mondo a piangere e a morire, e col suo esempio ci insegna ad accettare il dolore, legge della vita cristianamente intesa;  ma l’inno è un semplice frammento, sul quale “cecidere manus”[3], come appunto scrisse in calce al foglio lo stesso Autore. Abbiamo anche accennato al frammento dell’inno sacro “Ognissanti” di cui il Poeta inviò quattro strofe alla scrittrice francese Luisa Colet: in esse vuol significare che nelle nascoste virtù dei pii solitari, le quali al mondo sembrano sterili, c’è tanto merito quanta bellezza c’è in quel fiore che spiega solo davanti a Dio

 

“la pompa del pinto suo velo;

che spande ai deserti del cielo

gli olezzi del calice e muor.”

 

Sono dei bei versi e forse gli ultimi del grande Poeta, se è vero che furono scritti nel 1847, come assicurò la seconda moglie del Manzoni. Precedentemente abbiamo (del 1832?) delle “Strofe per una prima Comunione” che egli non seppe rifiutare all’insistenza di qualche amico, quando ormai l’ispirazione poetica si era esaurita, e dalla sua penna non poté uscire che una mediocre poesiola d’occasione; e infine ricordiamo un breve epigramma “Per la morte dell’amico Vincenzo Monti” (1828), nel quale manda il suo estremo vale all’estinto “a cui largì Natura/Il cor di Dante e del suo Duca il canto!”Evidentemente il sentimento dell’amicizia e l’ammirazione sincera facevano velo al giudizio del Manzoni, che perciò i posteri non hanno condiviso.

      Tale è la personalità e l’opera del Manzoni, che tutti concordemente giudicano grande poeta, insigne patriota, mirabile esempio di virtù civiche e di devozione alla sua fede religiosa, cui conformò con rigoroso impegno tutta la sua esistenza, che fu lunga, interiormente travagliata e disseminata di domestici lutti, ma sempre ispirata all’ideale cristiano, che egli aveva assunto come norma di arte e di vita dopo il suo ritorno sincero e fervido alla Fede.

NOTA CRITICA SU “I PROMESSI SPOSI”

 

 

      Circa il giudizio dei critici sul romanzo diremo poche notizie essenziali. A tutti è noto che non sempre un capolavoro è riconosciuto come tale al suo apparire; e a questa sorte non si sottrasse punto quello manzoniano.

Infatti, quando il romanzo apparve, in tre volumi, nel 1827, mentre il Goethe riconosceva subito la sua grandezza (“questo libro ci fa passare di continuo dalla tenerezza all’ammirazione, e dall’ammirazione alla tenerezza”), il Leopardi (il quale però in una lettera confessava di averne sentito leggere solo alcune pagine) sosteneva che esso valeva poco e che le persone di buon gusto lo trovavano molto inferiore all’aspettazione.

Certamente alla serenità di giudizio del grande Recanatese fu di ostacolo il suo cupo pessimismo, che irrideva a ogni idealismo (e nel romanzo troviamo l’ideale calato nel reale, secondo una felice espressione di Francesco De Sanctis) e particolarmente alla concezione della Provvidenza divina che veglia sulle sorti umane, mentre lui era convinto che uno spietato destino di infelicità incombe sui miseri mortali, e che il dolore umano non ha alcuna giustificazione né causale né finalistica. E avendo lui saputo o intuito, dalle poche pagine sentite leggere, che l’ispirazione cristiana pervade tutta la trama del romanzo, si può capire come non abbia voluto neppure leggerlo tutto, per valutarlo più serenamente, e si sia lasciato andare con leggerezza a quell’affrettato giudizio negativo.  

      Se non ci meraviglia troppo l’opinione del Leopardi, per le predette considerazioni, non potremmo dire lo stesso del giudizio espresso da Luigi Settembrini nelle sue “Lezioni di Letteratura Italiana”, perché evidentemente dato dopo maturo esame e, per così dire, “ex cathedra”, data la sua qualità di paludato docente universitario.

Egli afferma addirittura che “I Promessi Sposi sono il libro della reazione” e che il Manzoni, anche involontariamente, viene a “consigliare la sommessione nella servitù, la negazione della patria e di ogni generoso sentimento civile.” Evidentemente il Settembrini non ha compreso l’intimo senso della storia manzoniana, che è invece  una condanna della tirannide nell’anelito verso la libertà nella giustizia, sia per i singoli cittadini sia per le nazioni tutte.

      Ben diverso è invece il giudizio di Francesco De Sanctis, il quale afferma che il motivo ispiratore del romanzo “è una concezione eminentemente patriottica, democratica e religiosa.” Il De Sanctis aveva compreso appieno il significato profondo dell’opera manzoniana, mentre il Settembrini era stato fuorviato da pregiudizi e dalle sue idee anticlericali. [4] 

      Un esempio tipico dei contrastanti giudizi sul romanzo lo troviamo nella critica di Benedetto Croce il quale, riprendendo un giudizio, limitativo del valore dell’opera, espresso da Giovita Scalvini nel 1829, dice testualmente: “In quel romanzo non si fa sentire nella sua forza o nel suo libero moto nessuno di quelli che si chiamano gli affetti e le passioni umane”; per cui il romanzo è da lui definito  opera oratoria e non poetica. Ma lo stesso Croce, dopo più maturo esame, smentisce il suo avventato giudizio in un saggio pubblicato sullo “Spettatore Italiano” nel maggio del 1952, nel quale afferma: “Per parte mia, soglio rileggere questo libro periodicamente e ne traggo sempre commozione e conforto, e sempre rinnovata ammirazione per la perfezione della sua forma.” Dopo aver accennato a questo “ben chiaro mea culpa” del Croce (sono sue precise parole), aggiungiamo soltanto che gli altri massimi critici del Manzoni sono Luigi Russo, Attilio Momigliano, Giuseppe Petronio, Piero Nardi e Cesare Angelini, i quali ci hanno dato anche dei pregevoli commenti de “I Promessi Sposi”. Molti critici si sono chiesti se i protagonisti del romanzo siano proprio gli sposi promessi o qualche altro; per il Momigliano, per esempio, la vera protagonista del capolavoro manzoniano è la Divina Provvidenza, mentre per il Russo “il protagonista vero è il sentimento, lo stato d’animo dello scrittore”, così come protagonista immanente in ogni pagina del romanzo è il Seicento, questo secolo pieno di violenza, boria, vanità e ribalderia. Nella vivace e verace rappresentazione di questo secolo pomposo e ipocrita, prepotente ed egoista, si svolge tutta la polemica politica, civile e sociale del Manzoni, che con la sua opera educò intere generazioni all’avversione per il dominio straniero e all’amore per una società libera e giusta, fraterna e solidale, ordinata con leggi sagge, eque e ragionevoli. Se si seguisse la legge cristiana, sembra dirci il Manzoni, la realizzazione di una tale società non sarebbe un’utopia.   

 

INTRODUZIONE DE “I PROMESSI SPOSI” 

 

 

      Il Manzoni premette al primo capitolo del romanzo una “introduzione”, in cui riporta un brano del manoscritto secentesco che egli finge di aver ritrovato e di voler pubblicare così com’è, poiché la storia in esso narrata gli sembra degna di essere conosciuta. Accintosi alla copiatura del manoscritto, a un certo punto si inceppa davanti a una parola indecifrabile, per cui deve necessariamente interrompere. La pausa lo induce a riflettere meglio sul da farsi, ed egli si domanda: “Quando avrò sostenuto l’eroica fatica di trascrivere e pubblicare questa storia, si troverà poi chi sarà disposto a leggerla? Essa è veramente bella, ma lo stile barocco in cui è scritta è talmente tronfio e sciatto, che difficilmente ci sarà uno disposto a sostenere l’eroica fatica di leggerla. Perciò lasciamola stare, e buon per me che mi sono interrotto appena al principio e non ho perduto il mio tempo in questa laboriosa e vana copiatura.” Però, mentre sta per riporre il manoscritto, prova rincrescimento che una storia così interessante debba rimanere sconosciuta; e allora si domanda: “Perché, invece di ricopiarla, non la riscrivo in stile moderno? Certamente non fo torto a nessuno, poiché il manoscritto è anonimo.” La decisione è subito presa, perché appare del tutto logica e opportuna. “Ed ecco l’origine del presente libro, esposta con un’ingenuità pari all’importanza del libro medesimo.”Queste argute parole dell’Autore ci fanno capire, un po’ in enigma, che la storia del manoscritto è mera invenzione, che cioè il manoscritto non esiste e che la trama del romanzo è stata immaginata dal principio alla fine dal Manzoni. Sappiamo però che egli fu indotto a scriverlo dalla lettura di una grida spagnola del 15 ottobre 1627, nella quale il governatore di Milano don Gonzalo Fernandez de Cordova minaccia le massime pene contro i prepotenti che commettono “oppressioni, concussioni e atti tirannici”, come per esempio “che seguano o non seguano matrimoni” e inoltre che “quel prete non faccia quello che è obbligato per l’ufficio suo” ecc. Questa grida, letta in  un’opera di Melchiorre Gioia, dette al Manzoni, secondo quanto ci conferma il figliastro Stefano Stampa, la prima idea del romanzo. Tuttavia non tutti i critici sono convinti che il manoscritto anonimo sia una pura invenzione. Il Getto, per esempio, sostiene che il Nostro deve aver letto “l’Historia del Cavalier Perduto” del vicentino Pace Pasini, pubblicata a Venezia nel 1644, poiché in questa storia trova molte somiglianze sostanziali e formali con l’introduzione barocca stilata con tanta bravura  dal Manzoni. La mia modesta opinione è che, se anche il Nostro abbia conosciuto la detta opera (cosa tutt’altro che certa), non ne ha ricevuto che qualche spunto marginale, per cui essa non può davvero dirsi (come qualcuno ha sostenuto) la fonte del romanzo. Comunque, per noi è molto più importante vedere per quali motivi l’Autore sia ricorso all’espediente del rinvenuto manoscritto. Essi possono essere due: in primo luogo, per dare un sapore storico a tutto il racconto, secondo le esigenze del romanzo storico, che il Manzoni sentiva impellenti; in secondo luogo, per un motivo prettamente artistico, cioè mettere tra sé e il lettore un terzo personaggio, come un “alter ego”, che gli permettesse di fare le sue osservazioni o esprimere i suoi sentimenti in modo più discreto o più arguto, come dietro a un comodo paravento. Certamente, questo pretesto dell’anonimo scrittore non era affatto necessario, né per fini storici né per esigenze artistiche, ma nessuno può affermare che esso sia del tutto inutile e vano.

      Abbiamo detto che il Manzoni, dopo un po’ d’incertezza, decise di pubblicare l’opera in lingua moderna, cioè in lingua viva. Oggi per noi questo concetto di “lingua viva” è abbastanza ovvio e chiaro, ma al tempo in cui il Manzoni scriveva, i letterati non erano affatto d’accordo sul concetto di tale lingua né sull’uso di essa negli scritti letterari. Infatti da una parte c’erano i puristi, riuniti nell’Accademia della Crusca, che pretendevano una lingua aulica, cioè arcaica, sul tipo di quella che era stata usata dai grandi scrittori italiani dal Trecento al Cinquecento; mentre i novatori volevano un linguaggio vivo, vicino a quello effettivamente parlato. Ma parlato da chi e dove? A questo riguardo non tutti erano concordi; e il Manzoni decise saggiamente e praticamente la controversia adottando il linguaggio fiorentino parlato dalle persone colte; detto linguaggio, soprattutto per merito della grande notorietà del romanzo, divenne in breve tempo la lingua nazionale italiana, universalmente riconosciuta e adottata; per cui il Manzoni può essere giustamente chiamato, dopo Dante, il secondo Padre della nostra lingua, colui che l’ha resa veramente popolare, avvicinando d’un colpo e arditamente la lingua scritta a quella parlata.

CAPITOLO I

 

 

      Il Manzoni comincia il romanzo con la descrizione della regione dove si svolgerà la trama dell’azione: è una zona molto familiare all’Autore, che possedeva presso Pescarenico, sulla riva sinistra del lago di Lecco, una villa chiamata “ Il Caleotto”, dove era solito passare ogni anno parecchi mesi di villeggiatura. Siamo sulle rive del braccio meridionale del lago di Como (braccio chiamato anche lago di Lecco), il quale si restringe appunto a Lecco, in modo da sembrare fiume, e poi si riallarga nel lago di Garlate, finché si restringe ancora e definitivamente, ricostituendo il fiume Adda, che poi con lucido serpeggiamento scende a gettarsi nel maestoso Po.

      L’Autore descrive particolarmente il territorio di Lecco, formato da una breve costiera in lieve pendio, e poi da colline e valloncelli che si appoggiano alle falde di due monti contigui, il San Martino e il Resegone. Sulla riva sinistra del lago e sulle alture sono sparsi i villaggi, di cui uno è quello abitato dagli sposi promessi, cioè Renzo o Lorenzo Tramaglino e Lucia Mondella. Questo paesetto è in collina, ma non molto distante da Pescarenico, villaggio di pescatori sul lago, dove si trova anche un convento di Cappuccini. Il paesetto degli sposi è affidato alla cura spirituale di don Abbondio, il quale si è fatto prete senza vocazione, per seguire l’intenzione dei genitori e anche per entrare in una casta privilegiata, in cui avesse da poter vivere con un certo agio e tranquillamente, essendo appunto difeso dal prestigio, allora altissimo, del clero.

      Don Abbondio ci appare subito come un egoista, che pur di non correre pericolo lui, è pronto a venir meno ai suoi doveri più sacrosanti. Egli non è cattivo, ma si preoccupa solo di sé stesso, e per tutta la vita ha solo badato a costituirsi un tenore di vita comodo e sicuro. Questo sistema, realizzato con assidua cura, è un po’ il suo capolavoro, una specie di metodo filosofico del viver tranquillo, del quale è fiero, perché lo ritiene eccellente e infallibile; e non si perita di prendersela con i suoi confratelli che seguono ben altro sistema, che cioè si espongono a disagi e pericoli per aiutare il prossimo. Il motto del nostro curato è invece questo: evitare ogni contrasto, cedere nei contrasti che malauguratamente non si son potuti evitare. I suoi colleghi, zelanti per il bene delle anime, sono per lui degli irrequieti ambiziosi, della gente senza prudenza e senza umiltà, mentre lui attua veramente il dettame evangelico! Don Abbondio ha ormai organizzato la sua vita in un sistema di abitudini che per lui rappresentano come una seconda natura. Tra queste care abitudini c’è la passeggiata vespertina che, tempo permettendo, gli fa acquistare, col moderato esercizio fisico, un discreto appetito per la cenetta allietata da un vino squisito, che gli concilia un gradevole sonno sino all’indomani. Domani poi la giornata ricomincerà secondo lo schema abituale, che a don Abbondio, uomo pacifico, non ingenera affatto noia, ma anzi infonde una tranquilla sicurezza di lieto benessere. Ma ecco che questo quieto sistema di vita in un batter d’occhio viene travolto nell’infausto vespro del 7 novembre 1628.

      Quella sera, tornando bel bello dalla passeggiata verso casa, incontra “due bravi” che gli ordinano, pena la morte, di non celebrare, né l’indomani né mai, il matrimonio tra Renzo e Lucia.

      I bravi erano soldati privati dei nobili e dei ricchi signori i quali se ne servivano, oltre che per difesa, anche e soprattutto per imporre la loro volontà superba e capricciosa, specialmente nelle campagne, dove l’autorità governativa era del tutto inefficace o addirittura inesistente. I governatori spagnoli avevano emanato delle “gride” (cioè bandi o decreti che venivano gridati dai banditori nelle vie e nelle piazze) severissime contro questi soldatacci fuorilegge, ma senza nessun effetto, perché tutta la nobiltà, che era poi la classe dirigente, era coalizzata nell’eludere la legge, in quanto tutti i nobili signori, compresi i senatori e i magistrati, avevano più o meno sfacciatamente i loro bravi, vestiti e protetti dalle loro sgargianti livree. Il Manzoni riporta alcuni squarci delle gride del tempo, in cui i governatori, dopo aver sciorinato tutti i loro titoli nobiliari, tuonano contro i bravi, comminando nei loro riguardi le pene più gravi e più arbitrarie; ma questi ripetuti decreti servivano solo a dimostrare pomposamente l’impotenza dei loro tronfi e plurititolati promulgatori.

      Don Abbondio, davanti all’inaspettato ordine, rimane come fulminato. Che fare? Egli vorrebbe guadagnar tempo, rispondendo in modo evasivo, ma i due loschi figuri esigono una chiara e impegnativa risposta da riportare al loro padrone, l’illustrissimo signor don Rodrigo!

“Disposto sempre all’obbedienza…” balbetta il povero curato, e i due si allontanano soddisfatti, mentre il malcapitato vorrebbe, ora che ha ingoiato il rospo, trattenerli per trattare… spiegare… Ma quelli lo piantano in asso, e il poveretto torna a casa stralunato e balordo, per cui la serva, a vederlo con quel viso, si accorge subito che è accaduto qualcosa di grave.  Incalza perciò il padrone con le sue domande, e il curato, dopo essersi difeso sempre più debolmente, finisce per rivelare il penoso e pericoloso segreto, facendo però giurare solennemente a Perpetua (questo è il nome della domestica) di non fiatare minimamente sulla cosa, dato che i bravi avevano imposto il più assoluto silenzio. Il dialogo tra il prete e la serva è vivacissimo, e ci mostra la grande abilità della donna la quale riesce ben presto ad aver ragione della paura gelosa del suo padrone, il quale ha ancor presenti davanti agli occhi i due bravacci che gli avevano minacciosamente comandato:

“E soprattutto non dica a nessuno di questo avviso, che gli abbiamo dato per il suo bene. Sarebbe come fare quel tal matrimonio!”

Ma il fatto sta, come acutamente osserva il Manzoni, che forse non era minore il bisogno di don Abbondio di confidarsi con qualcuno, che la curiosità di Perpetua di sapere che cosa fosse successo al padrone. 

      Perpetua è una zitella di oltre quarant’anni, curiosa e ciarliera ma non priva di un certo buon senso, che ci tiene a far credere che non si è voluta mai sposare, pur avendo avuto tanti buoni partiti, mentre le maligne comari andavano dicendo che non aveva mai trovato un cane che l’avesse voluta. Ma a parte questa comprensibile suscettibilità di zitella, non le manca certo l’intelligenza e il senso pratico delle cose, come si rileva dal dialogo. Infatti a un certo punto, nella foga del discorso, inavvertitamente tocca un tasto falso, affermando che,  se vuol sapere l’accaduto, non è per ciarlarne in giro, perché essa sa tenere il segreto. Qui don Abbondio le dà sulla voce: “Brava! come quando…” Evidentemente in altre occasioni ella non aveva saputo affatto conservare il segreto; ma l’abile serva non si scompone per tanto poco e corre subito ai ripari, trovando questa volta il tasto giusto e infallibile: “Se voglio sapere, è perché le voglio bene e voglio aiutarla, e magari darle un consiglio.” E il consiglio che essa dà, anche se è rigettato sprezzantemente dal padrone, è invece ottimo, l’unico che don Abbondio potesse prendere, se non voleva fare né il vigliacco (obbedendo a puntino a don Rodrigo) né l’eroe (compiendo ugualmente il suo dovere di sacerdote). Perpetua infatti gli consiglia di rivolgersi all’arcivescovo cardinal Federigo Borromeo, che tutti dicono un santo e anche un uomo di polso, il quale sa difendere i suoi curati. Ma don Abbondio, accecato dalla paura, le grida iroso: “Quando mi fosse toccata una schioppettata, il Cardinale me la toglierebbe?” La serva però prontamente lo rimbecca: “Eh! le schioppettate non si danno via come confetti!” Il can che abbaia non morde, dice in sostanza Perpetua; saggio pensiero che ritroveremo, con altre parole, in bocca allo stesso cardinal Borromeo; il che dimostra che il buon senso comune si ritrova sia nei dotti sia negli indotti, ma la paura e l’egoismo possono farlo obliterare o sparire del tutto, come appunto in don Abbondio.

      In questo primo capitolo possiamo già ammirare l’ironia manzoniana, soprattutto quando parla dei soldati spagnoli ì quali “insegnavano la modestia alle fanciulle e alle donne del paese”, per dire che le seducevano o tentavano con ogni mezzo di conquistarle, “accarezzavano le spalle di qualche padre o marito”, cioè picchiavano e malmenavano quei poveri padri o mariti che cercavano di difendere le loro donne dai loro turpi disegni, “e, sul finir dell’estate, non mancavan mai di spandersi nelle vigne, per diradar l’uve, e alleggerire a’ contadini le fatiche della vendemmia”, per significare che la truppa prepotente saccheggiava letteralmente i vigneti, frustrando crudelmente le ansie e le lunghe fatiche di quei disgraziati coltivatori: questo era il dominio spagnolo in Italia!

 

 

CAPITOLO II

 

 

      Il capitolo comincia con un ricordo storico, con evidente intento ironico: si dice che il Principe di Condé abbia dormito profondamente la notte precedente la battaglia di Rocroi; ma ciò avvenne perché, oltre ad essere molto stanco, egli aveva dato tutte le disposizioni per il giorno seguente, cioè aveva già preparato il suo piano di battaglia, del quale, possiamo intuire, era anche molto soddisfatto; invece don Abbondio sapeva soltanto che il giorno seguente ci sarebbe stata la battaglia, cioè lo scontro con Renzo. Dopo questo umoristico confronto tra il grande condottiero francese e il vile prete della sua storia, il Manzoni continua dicendo che il poveraccio spese gran parte della notte a preparare il suo piano di battaglia: indurre Renzo, con delle scuse plausibili, ad aspettare un po’ di tempo, poiché tra cinque giorni cominciava l’Avvento Ambrosiano, tempo proibito per le nozze, le quali automaticamente sarebbero state rimandate a dopo l’Epifania.

      Dopo aver in qualche modo definito i pretesti da tirare in ballo per convincere il giovane ad aspettare, il curato poté finalmente chiudere occhio; ma che sonno! che sogni! Sonno agitato e interrotto, sogni arruffati e paurosi, accompagnati da incubi, che si susseguirono fino al mattino, allorché il poveretto si alzò e, confermatosi nel suo piano, si mise ad aspettare Renzo con timore e nello stesso tempo con impazienza, perché non vedeva l’ora di liberarsi da quel noioso pensiero.

      Renzo poteva avere circa vent’anni: aveva perduto i genitori in tenera età, ma aveva imparato bene il mestiere di filatore di seta e si poteva considerare, per quei tempi, quasi di condizione agiata, perché possedeva una casa e un poderetto, che coltivava lui stesso quando il filatoio restava chiuso. Era stato educato cristianamente, aveva una fede viva e uno schietto senso della giustizia; era insomma un bravo giovane, onesto e capace operaio, per di più parsimonioso e tanto innamorato della sua Lucia, cui si voleva legare per sempre davanti all’altare. Era finalmente giunto il giorno tanto desiderato! Vestito in gran gala, si presentò per tempo al curato, per sapere l’ora precisa della messa di nozze. Ma don Abbondio fece finta di cascar dalle nuvole, come se non si fosse stabilito nulla, e disse che per quel giorno era impossibile, perché si dovevano ancora espletare molte formalità. Impastocchiando pretesti e citando articoli del Diritto Canonico, riesce a convincere Renzo che non tutto era in regola riguardo ai documenti e alle pubblicazioni, che perciò bisognava aver pazienza ancora per qualche giorno, e precisamente per una settimana.

      Renzo esce dalla canonica piuttosto irritato, e si avvia di mala voglia (per la prima volta!) verso la casa della fidanzata, per comunicare la triste e inaspettata notizia; ma per la strada incontra Perpetua, e subito la ferma per cercare di sapere da lei qualcosa di più, perché sospetta che sotto ci sia qualcosa di diverso da quello che il curato gli ha voluto far credere. E non si sbaglia: Perpetua, pur non spiattellando tutta la cruda verità, con delle allusioni anche troppo evidenti gli fa capire che ci sono dei prepotenti, degli uomini senza timor di Dio…e che è “mala cosa nascer povero”… Renzo ha già intuito la dura realtà e, deciso a saper tutto, torna indietro senza farsi scorgere dalla donna, sorprende il curato ancora nel salotto e con un fare deciso e minaccioso lo costringe a rivelare il nome del prepotente che non vuole che lui sposi Lucia. Quando lo sa, esce furioso dalla casa di don Abbondio, col cuore in tumulto, che in quel momento non batteva che per l’omicidio: avrebbe voluto andare al palazzotto del birbone e strozzarlo; ma era difficile penetrare in quella bicocca… allora immaginava di prendere il suo schioppo, appostarlo in un luogo solitario, stenderlo al suolo con un colpo e poi correre a mettersi in salvo in territorio veneto… il confine era vicino… Ma che sarebbe stato di Lucia?... A questo pensiero le bieche fantasie disparvero; ma che fare intanto? come opporsi al turpe capriccio del signorotto? come sposare la sua Lucia a onta delle minacce del potente e della viltà del parroco?

      Con in testa questi dolorosi pensieri giunge alla casa della promessa sposa, e sente subito il vocio proveniente da una stanza del primo piano: lì si erano date convegno  le parenti e le amiche intorno a Lucia, la quale si vestiva per la cerimonia delle nozze sotto le mani esperte e amorevoli della madre. Renzo, così turbato com’era, non volle presentarsi a quella folla; perciò, avendo trovato nel cortiletto della casa una ragazzetta che plaudente gli veniva incontro, le diede l’incarico di avvertire Lucia, in segreto, che lui l’aspettava nella stanza del pian terreno. Bettina (così si chiamava la ragazzina) eseguì per benino la sua ambasciata; Lucia scese subito a basso, e vedendo il volto rabbuiato di Renzo comprese subito che era accaduto qualcosa di veramente grave. Lo sposo la informa brevemente dell’accaduto, e lei, udendo il nome di don Rodrigo, esclama: “Fino a questo segno!” Da queste parole Renzo comprende che c’è stato qualche precedente, e lo vuol sapere, ma Lucia pensa prima a congedar le amiche, onde restar soli. Lascia quindi lo sposo in compagnia della madre, sopravvenuta nel frattempo, sale al piano di sopra e, atteggiando il viso a naturalezza, annuncia alle donne che il curato è malato e perciò il matrimonio è rimandato. Le comari sciamano via, ma qualcuna più sospettosa, per accertarsi della cosa, si reca addirittura alla canonica, dove Perpetua dalla finestra risponde che il curato è a letto con un febbrone.

      Lucia, alla fine di questo capitolo, viene sobriamente descritta dall’Autore sia nel fisico che nel morale. Essa era vestita attillatamene con un busto di broccato a fiori e una gonna di filaticcio di seta, fittamente pieghettata; due calze vermiglie e due pianelle di seta a ricami completavano il suo ornamento di nozze. I neri e lunghi capelli erano spartiti nel mezzo da una sottile scriminatura e si ravvolgevano sulla nuca in molteplici trecce, tenute in ordine da molti spilloni d’argento che formavano come i raggi di un’aureola, secondo il costume brianzolo. Intorno al collo portava una collana di granati, alternati con bottoni d’oro filigranato. Le maniche del busto erano, secondo la moda d’allora,  staccate e allacciate con bei nastri. Del viso di Lucia il Manzoni accenna solo ai lunghi e neri sopraccigli e alla bocca che s’apriva al sorriso; per il resto dice semplicemente che essa era dotata di una “modesta bellezza”, e soprattutto era adorna di pudore e di riservatezza, oltre che di una profonda religiosità, con un carattere dolce ma inflessibile contro il male e i suoi adescamenti.  

      Il Nostro non indugia affatto nella descrizione fisica della sposa, né analizza il suo amore per Renzo; ma con discreti accenni ci fa capire che il suo affetto per lui era grande e puro, e aspettava di essere consacrato davanti all’altare per diventare santo e completo. Anche l’amore di Renzo era scevro di ogni bassezza, perché egli era un giovane onesto, educato nella morale cristiana; il suo cuore era schietto e alieno dalla violenza, ma al sentire che don Rodrigo voleva strappargli Lucia per i suoi turpi piaceri, non batté che per la vendetta e per l’omicidio. Subito però egli si riscosse inorridito da queste idee sanguinarie; e per fortuna aveva peccato solo nella fantasia e quasi senza avvedersene, tanto il suo animo era esasperato per l’infame soverchieria.

      A questo proposito il Manzoni osserva molto opportunamente: “I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano gli animi degli offesi.” Questa osservazione morale suona come severo monito per tutti coloro che,  direttamente o indirettamente, corrompono o abbrutiscono o comunque depravano l’animo altrui; grave è la loro responsabilità, se non davanti agli uomini alla cui giustizia si può facilmente sfuggire, certamente davanti a Dio, giudice infallibile. E inversamente – si può dedurre dalle parole del Manzoni – grande è il merito di coloro che, con le parole o con le opere o con l’esempio, tendono a migliorare l’animo degli altri. Tra questi benemeriti della società un posto preminente spetta all’Autore, il quale con il suo romanzo ha elevato il livello morale di tanti lettori, inculcando nel loro cuore sentimenti di giustizia e di carità cristiana.

CAPITOLO III

 

 

      Lucia, congedate le donne, riferì alla madre e allo sposo che, qualche tempo prima, don Rodrigo in compagnia di un altro signorotto (era il degno cugino conte Attilio) aveva cercato di fermarla con parole lusinghiere, mentre lei, tornando dalla filanda verso casa, era rimasta indietro alle compagne; ma lei senza dargli minimamente retta aveva raggiunto in fretta le altre operaie, mentre don Attilio sghignazzava e l’altro diceva: “Scommettiamo.”

Il giorno dopo i due si erano trovati allo stesso punto della strada, ma Lucia era al sicuro in mezzo alle compagne; per fortuna quel giorno era l’ultimo del lavoro alla filanda, e Lucia, come prima poté, raccontò tutto al suo confessore Padre Cristoforo, cappuccino del convento di Pescarenico, situato a circa due miglia dal villaggio degli sposi. Padre Cristoforo aveva consigliato alla ragazza di rimanere in casa, per non farsi più vedere da colui, di pregare e di affrettare le nozze, nella speranza che don Rodrigo si dimenticasse presto di lei, come di un capriccio passeggero. Ma purtroppo i fatti smentivano questa speranza. Lucia termina il doloroso racconto nelle lagrime, mentre lo sposo, vinto dall’ira, lancia improperi contro l’avversario, stringendo il manico del suo coltello e gridando: “Questa è l’ultima che fa quell’assassino!” Ma viene finalmente calmato dalla promessa sposa con queste semplici ma ispirate parole: “Il Signore c’è anche per i poveri; e come volete che ci aiuti, se facciam del male?”

      Agnese, più esperta, propone di ricorrere a un uomo di legge; lei ne conosce uno di Lecco, soprannominato Azzecca-garbugli, il quale ha saputo trarre tante persone da impicci anche peggiori. Gli sposi accettano fiduciosi il consiglio, e Renzo, presi i quattro capponi destinati al pranzo delle nozze (perché – avverte Agnese – non bisogna mai andare con le mani vuote da quei signori!) si reca a Lecco per consultarsi con l’avvocato.

Il Manzoni fa a questo un’acuta osservazione: le povere bestie, che Renzo portava in mano, venivano scosse e sballottate dal braccio del giovane, il quale camminava come fuor di sé, tutto agitato da tante passioni, di cui gli innocenti polli sopportavano il contraccolpo; ma i capponi intanto – e qui notiamo l’amaro umorismo dello Scrittore – s’ingegnavano a beccarsi l’uno con l’altro, come accade troppo sovente fra compagni di sventura.

       Giunto al borgo (Lecco nel Seicento era ancora un modesto centro abitato), Renzo trova facilmente la casa dell’avvocato e viene introdotto nel suo studio, uno stanzone polveroso con pochi vecchi mobili, nel quale il tavolo di lavoro è ingombro “di allegazioni, di suppliche, di libelli, di gride”, tutto però in un disordine indescrivibile. Il dottore accoglie bonariamente il suo cliente, poiché questa era la sua tattica ipocrita, e Renzo, nella sua semplicità campagnola, volendo subito venire al nocciolo della questione, chiede senz’altro “se, a minacciare un curato, perché non faccia un matrimonio, c’è penale”. L’avvocato, che ha frainteso, credendo che la prepotenza Renzo l’abbia fatta e non subita, si fa molto serio, e risponde che il reato è grave, contemplato in cento gride, di cui una proprio dell’anno prima, che gli vuol mostrare per impressionarlo maggiormente.

Per trovarla  “cacciò le mani in quel caos di carte, rimescolandole dal sotto in su, come se mettesse grano in uno staio” e trovatala finalmente, la lesse con molta enfasi e grave significazione al suo cliente. Ma vedendo che questi, invece di spaventarsi per le terribili pene comminate (“pena pecuniaria e corporale, ancora di relegazione e di galera e fino alla morte, all’arbitrio dell’Eccellenza Sua – cioè il Governatore – o del Senato”)  quasi se ne rallegra, pensa che sia un delinquente matricolato che si ride delle gride, e perciò gli dice: “Vi siete però fatto tagliare il ciuffo. Avete avuto prudenza: però, volendo mettervi nelle mie mani, non faceva bisogno.”

Bisogna sapere che allora tutti i bravi e i delinquenti in genere portavano una lunga zazzera, onde servirsene come di una maschera, per non farsi riconoscere, quando attuavano i loro colpi. Normalmente la portavano raccolta sotto una reticella, donde la liberavano al momento dell’azione. I governatori di Milano avevano tuonato con le loro gride anche contro i ciuffi, sperando così di sterminare i facinorosi d’ogni specie, e se l’erano presa anche con i barbieri che lasciassero ai loro clienti i capelli più lunghi dell’ordinario (“pena di cento scudi o di tre tratti di corda da essere dati loro in pubblico, et maggiore anco corporale, all’arbitrio come sopra”) come se i poveretti potessero ottenere quello che la forza pubblica era impotente a imporre.

      Comunque dalle parole dell’avvocato Renzo capisce l’equivoco in cui egli è caduto, e si affretta a chiarirlo, dicendo che non è stato lui a minacciare il curato… lui non fa di queste cose, né ha mai portato il ciuffo… ma quel prepotente di don Rodrigo… A questa rivelazione il dottore va in bestia, e sdegnato caccia via in malo modo il povero Renzo al quale fa anche restituire gli sventurati capponi, con cui il malcapitato torna al suo villaggio più sconvolto e amareggiato che mai, intuendo press’a poco il motivo per cui l’avvocato si era a un tratto inalberato nell’udire il riverito nome del signorotto.

      Nel frattempo, nella casetta di Agnese, Lucia ha esposto l’dea di avvertire dell’accaduto il padre Cristoforo; ma come fare? Mentre pensano al modo, viene fra Galdino, un laico cercatore cappuccino, per la solita cerca delle noci, con cui allora facevano olio (commestibile per condimento). Lucia pensa subito di servirsi del frate converso per avvertire il suo confessore, e perciò dà una bella quantità di noci, affinché fra Galdino possa tornar presto al convento; ché altrimenti, dovendo andare in giro ancora per un bel po’, per riempire le sue bisacce, probabilmente si sarebbe dimenticato dell’ambasciata, con tutte le chiacchiere che avrebbe fatte e intese nella varie case…  Infatti al cercatore piaceva discorrere, e spesso ripeteva un fatto miracoloso, avvenuto in un convento di cappuccini in Romagna, anche perché l’episodio edificante era molto adatto a suscitare la generosità dei benefattori. E quel giorno lo raccontò ad Agnese. In quel convento di Romagna dunque viveva un santo frate, chiamato Padre Macario. Costui un giorno, passando per il campo di un benefattore del convento, vide che si accingeva a sradicare un grande noce che non dava mai frutto. Il frate lo pregò di risparmiare l’albero,  perché l’anno successivo avrebbe portato più noci che foglie; e così fu. Però il buon uomo – che aveva promesso al convento una metà del raccolto del noce – morì prima di poterlo bacchiare, e quando il frate cercatore si presentò al figlio, un cinico scapestrato, per avere la parte pattuita, fu cacciato via con parole di scherno. Ma il Signore lo punì per il suo irreligioso egoismo; infatti un giorno, avendo gozzovigliato con amici dello stesso pelo, dopo aver raccontato il fatto ridendo della bella pretesa dei frati, volle mostrar loro quel gran mucchio di noci, ma trovò… un gran mucchio di foglie secche. Gran lezione eh! E il convento – soggiunse fra Galdino – invece di perderci ci guadagnò, perché, dopo il duplice miracolo, tutti furono più generosi, tanto che un benefattore, mosso a pietà del frate torzone, che ogni giorno vedeva tornare al convento tutto curvo sotto il peso, regalò al convento un asino, e così il povero fraticello cessò di far lui… il somaro.

      Agnese, non sufficientemente colpita dalla morale dell’episodio, quando vide Lucia dar tutte quelle noci, fece un viso di rimprovero, e quando il cercatore fu uscito, esclamò: “Tutte quelle noci, in quest’anno!” Lucia le disse il motivo della generosa offerta, che la madre approvò pienamente, aggiungendo: “E poi è tutta carità che porta sempre buon frutto.” Agnese infatti, dice a questo punto il Manzoni, “coi suoi difettucci era una gran buona donna, e si sarebbe, come si dice, buttata nel fuoco per quell’unica figlia, in cui aveva riposta tutta la sua compiacenza.”

      Intanto tornò Renzo tutto indignato, e non si rasserenò neppure al pensiero che il padre Cristoforo si sarebbe adoperato per loro, tanto era sconvolto e amareggiato dall’umana ingiustizia; sicché egli non ha fiducia nel soccorso del frate, e sente più che mai forte la tentazione di farsi giustizia da sé. La giornata, che doveva essere di festa e di gioia, finisce per il giovane nel più cupo sconforto, mentre le donne hanno molta fiducia nell’azione del Padre.

 

CAPITOLO IV

 

 

      Il mattino del giorno successivo, 9 novembre 1628, allo spuntar del sole, padre Cristoforo, avvertito da fra Galdino, uscì frettoloso dal convento per salire alla casetta di Agnese. La scena naturale era lieta: cielo nitido, monti che si stagliavano nell’azzurro intenso del cielo, vigne e campi coltivati ai lati della via, e una brezzolina autunnale che asciugava la guazza notturna e investiva gradevole il viso del viandante mattutino. E’ la tipica estate di San Martino; ma lo spettacolo umano su quella lieta scena naturale era tutt’altro che lieto: mendichi macilenti, di cui alcuni spinti a elemosinare dall’incipiente carestia, contadini che lavoravano la terra senza l’usata letizia, che seminavano “con risparmio e a malincuore, come chi arrischia cosa che troppo gli preme”, fanciulli scarni; anche le vacche erano magre, per la penuria dei pascoli, dovuta alla persistente siccità. La triste scena umana accresceva la mestizia del frate, il quale presentiva che a Lucia era successo qualcosa di grave.

      A questo punto il Manzoni traccia una breve biografia di Padre Cristoforo, che allora era vicino ai sessant’anni. Prima di entrare nell’Ordine dei Cappuccini si chiamava Ludovico, ed era figlio unico di un ricco mercante di tessuti, il quale a una certa età aveva lasciato il commercio trovandosi bastevolmente ricco e non avendo bisogno di guadagnare ancora. Stranamente, da quel momento cominciò a odiare la sua precedente attività, a vergognarsene come di una turpe macchia da dimenticare, dato che non la si poteva cancellare, “non riflettendo mai – osserva argutamente l’Autore – che il vendere non è cosa più ridicola che il comprare.” I suoi amici e ospiti dovevano mettere una grande attenzione per evitare ogni minimo accenno – diretto o indiretto – al mestiere precedente del padrone di casa, che intanto si era dato a vivere da gran signore, facendo impartire al figlio un’educazione cavalleresca, senza badare a spese, in emulazione con i nobili della città. Ma in tal modo l’ex-mercante amareggiava sé e gli altri, vivendo nel perpetuo sospetto che essi ricordassero quello che lui era stato e ridessero di lui, mentre “il fondaco, le balle, il libro, il braccio, gli comparivano sempre nella memoria, come l’ombra di Banco a Macbeth, anche tra la pompa delle mense e il sorriso dei parassiti.” Tra questi un tale, un brutto giorno, stuzzicato durante il banchetto dall’anfitrione in mezzo all’allegria generale, si lasciò scappare: “Eh! io fo l’orecchio del mercante!”  Lui stesso rimase colpito dalla parola che gli era sfuggita, e tentò invano di riavviare la conversazione che era stata troncata in un silenzio imbarazzante; tutti i convitati allibirono scandalizzati, scorgendo la faccia scura del padrone di casa; l’allegria finì per quel giorno in un silenzio glaciale, e l’autore dello scandalo se ne andò mortificatissimo e da quel giorno non fu più invitato.

      Quando il padre morì, Ludovico era ancora giovinetto; educato signorilmente, voleva stare con i figli dei nobili, alla loro pari; ma questi, pieni dell’orgoglio di casta, lo consideravano al di sotto, anche se era forse più ricco di loro.

Sicché Ludovico dovette ingoiare molti amari bocconi e, fattosi giovane, con un grande desiderio di rivalsa cominciò a competere con i rampolli della nobiltà in lusso, cavalli, carrozze, banchetti, festini e numero di bravi, profondendo a piene mani il suo pingue patrimonio, pur di apparire più di loro. A poco a poco cominciò a competere con loro in cose più gravi e pericolose, emulandoli in potenza oltre che in ricchezza, e si mise ad attraversare i loro disegni, a contrastare le loro prepotenze, a farsi difensore e paladino delle vittime di quelli. Ma per opporsi alla loro prepotenza, doveva necessariamente usare anche lui la violenza, l’inganno, l’agguato, e circondarsi di bravi tra i più ribaldi e sfegatati; gli era giocoforza, come ben dice l’Autore, “vivere coi birboni per amore della giustizia.”

      Una tale vita non poteva davvero soddisfare il suo animo schietto e avverso all’ingiustizia; sicché scontento di sé e disgustato di tutto, aveva più di una volta pensato a farsi frate. Un grave incidente gli fece realizzare questa idea, che altrimenti sarebbe forse rimasta una fantasia per tutta la vita.

Un giorno, accompagnato da due bravi e dal suo maggiordomo Cristoforo, si incontrò per strada con un signorotto molto prepotente e superbo, da cui era odiato e che egli ricambiava di ugual sentimento, sebbene non avesse ancora avuto a contrastare con lui, “giacché – osserva argutamente il Manzoni – è uno dei vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare e di essere odiati, senza conoscersi.” Nell’incontrarsi, il burbanzoso signore pretendeva che Ludovico coi suoi si scansasse dal marciapiede verso il centro della strada, per far passare lui e il suo seguito di quattro bravi, mentre Ludovico credeva suo diritto non lasciare il marciapiede e non cedere il passo al nobile, per il fatto che camminava rasente al muro (e questo, secondo una consuetudine, lo autorizzava a non staccarsi dal detto muro davanti a chicchessia). In breve dalle minacce si passa agli insulti, e da questi alle armi, e la battaglia coinvolge, coi padroni, i loro bravi. Ludovico, che in quanto a numero si trovava in netto stato d’inferiorità, pensava più che altro a difendersi e a disarmare l’avversario principale, il quale invece cercava di ucciderlo a tutti i costi; a un certo punto il signorotto, vedendo  il nemico già ferito, gli si scaglia addosso per finirlo con un gran fendente, ma il fedele Cristoforo si para in sua difesa, ricevendo lui il colpo mortale. Allora Ludovico non ci vide più, e istintivamente trafisse a sua volta l’avversario. I bravi delle due parti fuggirono, per non dover rendere conto alla giustizia, mentre Ludovico fu accompagnato a un vicino convento, dove venne raccomandato ai frati dai soccorritori, che avevano simpatia per lui, quale paladino della povera gente contro i prepotenti signorotti. Guarito delle ferite, egli pensò seriamente all’indirizzo da dare alla sua vita, e decise fermamente di farsi frate, per riparare il mal fatto a due famiglie con tutta una vita di penitenza e di opere buone. La richiesta fu accolta, perché la sua decisione era sincera e profonda, e non presa per timore o per altra considerazione umana. La giustizia umana non perseguitò l’omicida che si era volontariamente chiuso nel saio, anche perché egli era scusato dalla legittima difesa; inoltre in quei tempi il farsi frate appariva riparazione soddisfacente per qualsiasi reato, come l’esilio per gli Ateniesi.

      Prima di partire da quella città, per raggiungere la sede del suo noviziato, Ludovico volle chiedere perdono al fratello dell’ucciso, il quale accettò l’atto di riparazione, che volle pubblico e solenne, pensando che nell’umiliazione del frate avrebbe ripreso aire il suo prestigio e avrebbe trovato uno sfogo il suo sdegno superbo; quindi invitò alla cerimonia tutta la parentela, perché godesse anch’essa di quella soddisfazione comune. Fra Cristoforo (che aveva assunto questo nome per ricordare il maggiordomo morto per lui) quando scorse, nel palazzo del signore,quel grand’apparato e ne intuì lo scopo, rimase turbato; ma fu solo un momento, poi pensò che l’umiliazione era per lui più che meritata, e chiese perdono con tanta sincera umiltà e con un dolore così vivo per il male commesso, che tutti i presenti, a cominciare dal fratello dell’ucciso, ne restarono commossi e piamente edificati. E quella che, nelle  intenzioni del padrone di casa, doveva essere una manifestazione di orgoglio e un accrescimento di prestigio mondano, divenne una predicazione di umiltà e di amore cristiano. Lo stesso fratello dell’ucciso, come afferma il Manzoni, fu da quel giorno più posato e più affabile.

      Fra Cristoforo, invitato insistentemente ad accettare qualcosa (era stato preparato per l’occasione un sontuoso rinfresco per gli invitati) chiese che gli dessero in elemosina un pane, in pegno di perdono; del quale una parte mangiò e una parte conservò in un cofanetto, per ricordo del suo peccato e della doverosa espiazione, a cui tutta la vita era stata dedicata. Riguardo al ministero al quale si dedicò una volta consacrato sacerdote, l’Autore dice che egli, oltre a compiere scrupolosamente tutti gli incarichi che gli venivano affidati dai superiori, e a sottoporsi volentieri a quanto era imposto dalla regola dell’Ordine, non mancava mai di compiere altri due uffizi che si era imposti da sé: appianare contrasti e proteggere oppressi. A questi compiti egli era portato dalla sua natura impetuosa e onesta, che non poteva sopportare ingiustizie e prepotenze, quella natura per la quale, quando era ancora Ludovico, si era imbarcato in tante lotte contro i signorotti della sua città. Allora però combatteva con le stesse armi del nemico, con le armi della forza e della violenza; ora invece il frate lottava con armi ben diverse, fornite dalla fede e dalla cristiana fortezza, e accanto all’umiltà, alla carità e al perdono metteva in opera anche il consiglio, la prudenza e l’ammonizione talora vibrata e irruente.   

      Perciò non c’è da meravigliarsi se, alla chiamata di Lucia, corre sollecito alla sua casetta, presago di andare a sentire qualche tristo accidente; anche perché verso Lucia, di cui era da tempo direttore spirituale,  egli portava una paterna sollecitudine, non scevra di ammirazione per la sua anima santa e pura, che lui aveva contribuito a rendere così eletta.

CAPITOLO V

 

 

      Padre Cristoforo, entrato nella casetta di Agnese, dopo un semplice e cordiale saluto chiede cosa è successo; Lucia é in lagrime, tanto è il turbamento di quell’animo semplice e inesperto del male; per cui la madre fa la sua dolorosa relazione, ascoltando la quale il frate non trattiene il suo doloroso stupore misto di indignazione. Quand’ebbe udito tutto, esclamò con tono di affettuosa pietà: “Poverette! Dio vi ha visitate.” Parole semplici, ma pregne di significato: nella prima esclamazione si avverte tutta la partecipazione intima e sentita al loro dolore, la comprensione della loro pena; le parole successive esprimono la valutazione cristiana del dolore, considerato appunto una visita di Dio, quindi come una cosa non da odiare, ma piuttosto da amare, non da fuggire, ma piuttosto da ricercare, o almeno da accettare con fiduciosa rassegnazione. Infatti il dolore, che è conseguenza del peccato, oltre che mezzo di espiazione, è per il cristiano anche un efficace strumento di perfezionamento morale e di elevazione interiore. Esso è, per così dire, come il fuoco impetuoso che raffina il nobile metallo. Dopo quelle parole sgorgategli dal cuore, fra Cristoforo si concentra, pensando al modo migliore di aiutare le poverette. Metter vergogna o anche fare paura a don Abbondio, con ammonizioni e minacce spirituali? Fatica sprecata: quale paura potrebbe essere per lui equivalente a quella di una schioppettata? Scrivere all’Arcivescovo? Ci vuol tempo; e intanto, se don Rodrigo passava all’uso della forza, come resistergli? Nemmeno i suoi confratelli di Pescarenico sarebbero stati tutti dalla sua parte, e tanto meno quelli di Milano, perché don Rodrigo e i suoi parenti di Milano facevano gli amici del convento, i fautori dei Cappuccini;  e probabilmente gli altri frati lo avrebbero tacciato di irrequieto e turbolento, se non addirittura di amante dei contrasti e attaccabrighe!

      Insomma, dopo aver riflettuto un po’, il partito migliore gli sembrò quello di andare addirittura dal signorotto, per cercare di smuoverlo dal suo turpe capriccio, con le preghiere o anche con le minacce, spirituali e temporali, qualora non avesse voluto ascoltare le suppliche. Era una cosa ben difficile che un prepotente di quella fatta si arrendesse a preghiere disarmate,  ma valeva la pena tentare; se non altro, il colloquio gli sarebbe servito per sondare le intenzioni di don Rodrigo, per scoprire fino a che punto fosse intestardito. Quando il frate, avendo ormai preso la decisione, alzò il viso per comunicarla alle donne, vide Renzo che era giunto da qualche minuto, ma era rimasto silenzioso in disparte per non disturbare il Padre il quale, a testa china, ponderava i pro e i contro dei vari partiti. Dopo il cordiale saluto del frate, il giovane si lasciò scappare delle parole amare contro gli amici del mondo, i quali prima, allorché non c’era pericolo in vista, gli promettevano di sostenerlo contro chiunque, pronti anche a eliminare il suo eventuale avversario… mentre ora, saputo che il nemico è don Rodrigo, si ritiravano pavidi… Ma vedendo il volto del Padre rabbuiarsi a queste parole, Renzo comprese subito che esse non erano davvero degne di un cristiano, e confuso cercava di mutarne il senso, ma invano. Fra Cristoforo lo redarguì aspramente, ammonendolo che con questo suo comportamento vendicativo egli rischiava di perdere il solo Amico che poteva e voleva aiutarlo… ma doveva confidare in Lui e in Lui solo, deponendo ogni odio e ogni proposito di vendetta. Renzo, pentito delle sue idee di violenza, promette di fidare nel Signore e di farsi guidare dal suo ministro; e allora le donne, anch’esse gravemente turbate dalle irose parole del giovane, traggono un respiro si sollievo. Quindi il frate espone il suo disegno e subito si congeda dai suoi protetti, avendo fretta di tornare al convento.

Giunse infatti in tempo per cantar sesta coi confratelli, e immediatamente, dopo aver pranzato, si mise in cammino verso il palazzotto di don Rodrigo, distante circa quattro miglia da Pescarenico. L’edificio sorgeva alla sommità di un poggio, ed era di costruzione così massiccia da assomigliare a una bicocca. Lo si raggiungeva per mezzo di una strada a chiocciola che aggirava il colle, e aveva sul davanti un’ampia spianata. Ai piedi dell’altura si aggruppavano delle misere casupole abitate dai contadini del signorotto, i quali erano abituati alle armi non meno dei bravi e dovevano considerarsi, per così dire, le sue truppe di riserva. Sui due battenti del portone del palazzotto erano inchiodati, con l’ali aperte, due grandi avvoltoi, simbolo evidente delle abitudini fiere e rapaci del padrone.

      Quando il frate arrivò sulla spianata, vide il portone chiuso, e arguendo che il signore stava ancora pranzando, si disponeva ad aspettare; ma uno dei due bravi di guardia, che in qualche occasione si era ricoverato in convento essendo braccato dai birri, lo invitò pressantemente a venir pure avanti, picchiando nello stesso tempo all’uscio. Venne ad aprire un vecchio servitore, che fungeva da cerimoniere, il quale, vedendo che l’importuno era il frate, smise subito di borbottare, acquietò i cani e introdusse l’ospite, ma non poté tenersi dall’esprimere la sua meraviglia per la presenza del religioso in quella casa: “Lei qui? Sarà per far del bene… Del bene se ne può far per tutto.” Da queste poche parole comprendiamo che il vecchio servo è un brav’uomo, l’unico di quella casa, tollerato lì, come spiega l’Autore, per due soli motivi: perché aveva una sviscerata devozione al casato, avendo servito il padre di don Rodrigo, che era un valentuomo, e perché aveva una gran pratica del cerimoniale, per cui nei giorni di ricevimento diventava persona importante e indispensabile.

      Il servitore condusse il frate sino al locale attiguo alla sala del convito e quivi, essendosi proprio in quel momento aperta la porta, il cappuccino fu scorto da don Attilio mentre voleva ritirarsi per non disturbare a quell’ora; ed essendo stato invitato con insistenza dal conte, dovette entrare suo malgrado, pur comprendendo che non era quello il momento adatto per espletare la sua missione. Fatto sedere accanto al padrone di casa, il frate gli disse sommessamente che desiderava parlargli, con suo comodo, di una questione importante; e don Rodrigo lo assicurò che avrebbero parlato in seguito, ma che intanto accettasse da bere. Davanti all’insistenza del signore, fra Cristoforo, cui conveniva compiacerlo in quanto fosse possibile, accettò il vino offertogli, che cominciò a centellinare, per mostrare che non aveva alcuna fretta.

      Al banchetto partecipavano, assieme a don Rodrigo e al conte Attilio, che sedevano fianco a fianco su un lato lungo della tavola, il podestà di Lecco e l’avvocato Azzecca-garbugli, che si fronteggiavano ai lati corti della mensa rettangolare, mentre di fronte ai due cugini stavano “due convitati oscuri”,  come dice il Manzoni, cioè due parassiti, invitati per far numero, il cui compito era solo quello di mangiare e di magnificare cibi e bevande assieme all’opulenza del nobile convitante, e inoltre di “sorridere e approvare ogni cosa che dicesse un commensale, a cui un altro non contraddicesse”.

      Mentre il frate, seduto accanto a don Rodrigo ma un po’ discosto dalla tavola, sorbiva calmo il suo calice, si riaccese la disputa che, all’ingresso del Padre, si era momentaneamente placata. Essa verteva su un punto di cavalleria: un nobile di Spagna aveva inviato recentemente una sfida a un cavaliere milanese; il latore del cartello, non trovando in casa lo sfidato, rimise il foglio, senza chiedergliene il permesso, nelle mani del fratello del destinatario, il quale, ritenendosi offeso da questa mancanza di riguardo, diede per tutta risposta delle sonore bastonate all’incauto ambasciatore il quale questa volta, contrariamente al noto proverbio, portò la pena della sua missione. Don Attilio, nella sua burbanza nobiliare e anche per un tantino di orgoglio milanese nei riguardi del portatore e del cavaliere, che erano spagnoli, sosteneva che quelle legnate erano legittime, anzi sacrosante;  il Podestà, nella sua prosopopea di leguleio e anche di funzionario legato, per interessi se non pure per nascita, agli Spagnoli dominatori, affermava che l’azione del cavaliere milanese era abominevole e contraria a tutte le regole della cavalleria e del diritto internazionale, perché la persona dell’ambasciatore -jure gentium- è sacra e inviolabile.

      Siccome la disputa si riscaldava sempre  più, e don Attilio, nella foga incontrollata del discorso, non si teneva dall’offendere ormai apertamente il Podestà, il quale evidentemente non era di estrazione nobiliare, don Rodrigo, per sopire la discussione, propose di deferire la contesa a un arbitro, cioè al padre Cristoforo. Questi si schermisce allegando la sua incompetenza in materia di cavalleria, ma dinanzi alle ripetute insistenze del padrone di casa, dice che il suo modesto parere é che non ci dovrebbero essere né sfide né duelli né bastonate. Questa opinione suscitò l’incredulità e la delusione generale, e soprattutto l’ironia del Conte, il quale tacciò il frate di ingenuità e di scarsa conoscenza del mondo; ma don Rodrigo,volendo evitare che la contesa si riaccendesse, perché a lui premeva non alienarsi l’amicizia del Podestà, cioè la benevola connivenza della massima autorità governativa del territorio di Lecco, incaricò scherzosamente l’avvocato, che per difendere ogni assunto era una cima, di giustificare il parere del frate. Il dottor Azzecca-garbugli, chiamato in causa, rispose cerimoniosamente che il parere del Cappuccino non era adeguato a una disputa cavalleresca, pur avendo il suo peso dal punto di vista religioso; secondo lui il frate aveva voluto, con una battuta scherzosa, togliersi dall’impaccio di dare una sentenza in una materia lontana dal suo ministero. Allora don Rodrigo, sempre allo scopo di stornare il discorso da quell’argomento scottante, accennò alla guerra che si stava combattendo per la successione al ducato di Mantova, aggiungendo che a Milano correvano voci di accomodamento. Ma purtroppo anche a questo proposito si riaccende l’antagonismo ideologico fra il Conte e il Podestà; infatti questi nega ogni possibilità di accordo, sostenendo di essere ben informato, in quanto amico intimo del capitano spagnolo comandante la guarnigione di Lecco, il quale a sua volta è una creatura del Primo Ministro di Madrid, nientemeno che il conte d’Olivares, detto il Conte duca. Don Attilio a sua volta sostiene che ogni giorno a Milano gli capita di parlare con personaggi molto più altolocati e informati di un semplice capitano di guarnigione, e può quindi assicurare che sono avviate trattative, specie per opera del Papa… In un batter d’occhio la disputa si rinfocola e rischia di arrivare a un punto di rottura, ma don Rodrigo dà d’occhio al cugino, facendogli capire che, per amor suo, cessi dal contraddire il Podestà; e solo allora questi, avendo campo libero, poté tessere una sperticata lode del Conte duca, irridendo alle mene di quel povero Cardinale di Richelieu che s’illudeva di poter competere con un Olivares.

      Don Rodrigo, per mettere fine a questo elogio che non piaceva al cugino, il quale ormai non stava più alle mosse e gli faceva gli occhiacci, propose di fare un brindisi in onore del Conte duca. Il Podestà accolse la proposta con orgoglio ed entusiasmo, “perché – dice ironicamente il Manzoni – tutto ciò che si faceva o si diceva in onore del Conte duca, lo riteneva in parte come fatto a sé.” E volle lui stesso esprimere nel brindisi i voti dei presenti, mentre il dottore si assunse il compito di tessere l’elogio del vino – anzi del nettare – di don Rodrigo.  Ma le parole laudative dell’avvocato, il quale a un certo punto affermò che la carestia era bandita per sempre dal palazzo del signor don Rodrigo, richiamarono l’attenzione e il discorso su questo doloroso argomento. Qui tutti erano d’accordo che la penuria era causata dai fornai e dai cinici incettatori di derrate, contro i quali bisognava agire subito. Ma anche a questo proposito si riaccende la contesa tra il Conte e il Podestà: il primo grida che bisogna impiccarli senza misericordia e senza formalità, il secondo chiede dei buoni processi (cioè con la tortura e le altre belle garanzie legali); finché il padrone di casa si alza e chiede licenza agli ospiti di appartarsi per il colloquio che aveva promesso al Padre.

CAPITOLO VI

 

 

      Condotto il visitatore in un’altra stanza, senza invitarlo ad accomodarsi, e quindi mostrando chiaramente l’intenzione di spicciarsi, don Rodrigo con tono duro e imperioso chiese:  “In che posso obbedirla?”  Al tono sgarbato della voce del suo interlocutore, che contrastava fortemente con la gentilezza manierata della formola, fra Cristoforo si sentì come sferzato, e stava per rispondere per le rime, quando si ricordò per chi e per che cosa stava lì, e propose di essere il più umile, il più calmo e il più prudente possibile, per cercare di convincere con le buone il signore a desistere dal non certo onorevole impegno.

      Però si accorse subito che il proposito era oltremodo difficile, perché il suo interlocutore cercava di offenderlo, per far degenerare il colloquio in contesa, onde far perdere le staffe al frate e quindi avere il pretesto di metterlo alla porta prima che potesse venire al nocciolo della questione. Infatti, avendo fra Cristoforo fatto appello all’onore e alla coscienza del signore, in difesa di una ragazza perseguitata, questi con tono risentito rispose che non aveva alcuna intenzione di confessarsi da lui, e in quanto all’onore, lui ne era il solo geloso custode, e chiunque ardisse occuparsene sarebbe stato da lui considerato come il peggiore nemico di esso.

      Fra Cristoforo ingoia l’offesa e, raddoppiando la circospezione, rinnova le preghiere e le suppliche in nome di Dio, “per quel Dio, al cui cospetto dobbiamo tutti comparire”; ma il signorotto lo interrompe brusco, dicendo che non tollera uno che gli viene a fare la spia in casa.

Queste parole ingiuriose fecero venir le vampe sul volto del frate; eppure, con un supremo sforzo di autocontrollo, egli riuscì a contenersi e, senza raccoglier l’offesa, a insistere nella preghiera di lasciar in pace la ragazza, accennando ancora alla responsabilità che il signore aveva davanti a Dio e alla Sua giustizia, anche se poteva eludere la legge umana. Allora don Rodrigo, con insinuazione maligna, disse che se c’era qualche ragazza che gli premeva, andasse a fare le sue confidenze a qualche altro, e non infastidisse più a lungo un gentiluomo; e fece atto di andarsene. Ma fra Cristoforo, senza mostrarsi offeso, rispose che quella ragazza gli stava a cuore spiritualmente non più di lui stesso, e tornò a pregarlo con accorata insistenza. A questo punto don Rodrigo, volendo farla finita, ben sapendo che, alla sua proposta, il frate non avrebbe più saputo dominarsi, disse al suo interlocutore di convincere detta ragazza a venire spontaneamente nel suo palazzo, mettendosi sotto la sua protezione, così nessuno avrebbe più osato importunarla… A queste parole il frate non riuscì più a trattenere il suo sdegno lungamente represso; ogni proposito di calma e di pazienza fu dimenticato,  e anche il suo aspetto esteriore fu trasformato: il viso si accese, gli occhi lampeggiarono, il busto si fece eretto, e con fiera positura egli rispose che la ragazza era sotto la protezione di Dio e sicura dalle sue grinfie. Dicendo queste parole assunse il tono di sfida, di accusa e di minaccia proprio degli inesorabili profeti dell’Antico Testamento (“con la prosopopea di Nathan” dice il Manzoni), e aggiunse alzando la voce: “Lucia è sicura da voi: ve lo dico io povero frate; e in quanto a voi, sentite bene quel ch’io vi prometto. Verrà un giorno…”

      Don Rodrigo, preso da spavento per l’infausta profezia che si annunziava, la troncò immediatamente, investendo il Cappuccino con le minacce e gli insulti più volgari e truculenti: “Escimi di tra’ piedi, villano temerario, poltrone incappucciato… ringrazia il saio che ti copre codeste spalle di mascalzone, e ti salva dalle carezze che si fanno ai tuoi pari, per insegnar loro a parlare. Esci con le tue gambe, per questa volta; e la vedremo”. Con quest’ultima frase mostrò di accettare in pieno la sfida a proposito di Lucia, per cui il suo possesso diventava per lui, da quel momento, anche un punto di onore.

      Fra Cristoforo ricevette gli improperi senza scomporsi, non rispondendo nulla, perché ormai ogni parola era inutile, e la sua missione era fallita: di questo soltanto era addolorato e profondamente amareggiato, non dei brucianti insulti, che sembrava non lo riguardassero, perché tutta la sua vita era associata all’idea di umiliazione e abnegazione di sé stesso.

      Mentre usciva per la porta indicatagli con cenno imperioso dal padrone di casa, vide il vecchio servitore che si ritirava lungo il muro, evidentemente per non farsi scorgere dal signore. Quindi, accompagnando il frate all’uscita, gli disse in gran mistero, e chiedendo il segreto, che aveva qualcosa da comunicargli in merito all’argomento del colloquio, e che sarebbe andato al convento non appena avesse appurato che cosa di preciso si stava preparando contro Lucia, perché qualcosa in aria c’era di sicuro. E soggiunse: “Mi tocca a vedere e a sentir cose…! cose di fuoco! Ma io vorrei salvar l’anima mia.” Fra Cristoforo lo benedisse e lo pregò di andare al convento l’indomani per rivelargli tutto ciò che si stava tramando; quindi uscì da quella casa con questo pegno di assistenza che il Signore gli aveva concesso proprio in quel luogo, dove meno se lo sarebbe aspettato; e questo addolcì alquanto la sua amara delusione.

      A proposito del vecchio servitore, il Manzoni accenna al problema morale posto dal suo comportamento verso il proprio padrone: gli era lecito origliare, per conoscere lo scopo della visita del Cappuccino? E noi potremmo anche chiederci: gli era lecito fare la spia, attraversare i disegni del padrone, contravvenendo al dovere della fedeltà?  “Questioni importanti – dice l’Autore – ma che il lettore risolverà da sé, se ne ha voglia.” Il Manzoni però, mentre sembra volersene lavare le mani, ci  mette sulla buona strada della soluzione di questo problema morale, quando dice che ogni regola ha la sua eccezione. Infatti il servo agiva a fin di bene: egli aveva saputo qualcosa a proposito di Lucia, che cioè si tramava contro l’innocente per insozzarne la purezza; aveva intuito che il frate era venuto per quella cosa, e volle accertarsene tendendo l’orecchio al buco della serratura; avutane la certezza, si mise subito a disposizione del frate per salvare quella poveretta insidiata dal suo padrone. Sentiva di doverlo fare per coscienza, mentre il dovere di fedeltà in questo caso non lo vincolava più, poiché nessuno può essere tenuto a essere collaboratore o connivente con gli operatori di iniquità. Infatti la morale cristiana ci insegna che non dobbiamo più ubbidire ai superiori quando  ci comandano cose ingiuste o cattive; e in tal caso siamo anche sciolti dal vincolo di fedeltà, anche se avessimo esplicitamente giurato di essere fedeli e ubbidienti.

      Mentre il frate si batteva per la causa di Lucia nel palazzotto di don Rodrigo, nella casetta di Agnese si ventilava un altro progetto: il matrimonio di sorpresa. L’esperta vedova assicurò la figlia e il futuro genero che, se si presentavano al parroco con due testimoni e pronunciavano una certa formula, con cui dichiaravano la loro volontà di essere marito e moglie, il matrimonio era valido come se l’avesse celebrato il Papa. I promessi sposi rimasero meravigliati e quasi increduli, ma Agnese confermò la cosa anche con un esempio, accaduto in paese molti anni prima; sicché Renzo abbracciò il partito con entusiasmo, perché il progetto gli sembrava a tutta prima facile e sbrigativo. Lucia invece non sembrava affatto convinta. Il suo ragionamento era semplice ma inoppugnabile: se la cosa è lecita, perché non dirlo al Padre? se lecita non è, non dobbiamo farla. Agnese ribatté che mai avrebbe dato un consiglio contro la legge di Dio; certo quel tipo di matrimonio era come un’eccezione alla regola generale, ma non era colpa loro se la via normale era loro preclusa; la colpa era del curato che non voleva fare il suo dovere, per obbedire a un prepotente senza timor di Dio…

      Renzo, ormai tutto preso dall’idea, pensò subito ai testimoni e al modo d’introdursi nella casa del curato, poiché questo gli sembrava il punto più difficile, dato che don Abbondio se ne stava tappato in casa, certamente anche per il sospetto che i due promessi potessero ricorrere alla via eccezionale del matrimonio clandestino. “Le tribolazioni aguzzano il cervello”, osserva il Manzoni, aggiungendo che Renzo il quale, fino a quel giorno, non aveva avuto occasione di aguzzare il suo, non essendosi mai trovato in circostanze critiche, in questa situazione difficile aveva escogitato un piano davvero magistrale. Sapeva che Tonio, un suo amico, doveva a don Abbondio 25 lire per fitto di un campo, e pensò che, se il debitore si fosse presentato di prima sera alla porta della canonica per pagare quella somma, sarebbe stato certamente introdotto, nonostante il sospetto del parroco, poiché la sua ben nota avidità non avrebbe voluto perdere la buona occasione, a lungo aspettata. Con Tonio poteva entrare anche un altro, come accompagnatore, dato che portava quel denaro; e dietro i due avrebbero potuto insinuarsi, data l’oscurità, i promessi sposi.

      Per concertare meglio il piano di azione col suo principale collaboratore, Renzo andò a casa sua, e lo trovò che si accingeva a desinare, per cui lo invitò a cenare con lui all’osteria, per non disturbare il resto della famiglia; proposta tanto più gradita, in quanto la carestia si faceva già sentire nella povera casa di Tonio, e la piccola polenta di gran saraceno, appena scodellata sulla tafferìa di faggio, non avrebbe potuto saziare la fame della numerosa famiglia. Una volta all’osteria (“luogo di delizie” per gli abitanti del paesello, i quali però si erano disavvezzati ad essa a causa della penuria), dopo aver mangiato quello che trovarono e scolato un boccale di vino, Renzo espose il suo piano che il compagno accolse con entusiasmo e gratitudine: si trattava di pagare il debito, che don Abbondio gli rinfacciava in ogni incontro, e di riavere la collana d’oro della moglie, pretesa come pegno dal parroco, che evidentemente non accordava fiducia alle sue pecorelle, la quale sarebbe stata barattata in altrettanta polenta, per sfamarsi almeno per qualche mese. Per il secondo testimone Tonio propose il fratello Gervaso, in verità un po’ tonto; ma gli avrebbe insegnato lui ben bene il da farsi…

      Renzo tornò a casa della fidanzata, contento di aver avviato il suo progetto in modo così favorevole. Ma c’era ancora una difficoltà, come fece giustamente rilevare Agnese: Perpetua avrebbe fatto entrare i due fratelli, latori della somma; ma avrebbe fatto entrare i due promessi? anzi avrà ordine di tenerli ben lontani!... Il giovane si trovò impicciato davanti a questa difficoltà, ma la brava Agnese disse che aveva trovato lei il mezzo per distrarre la serva del curato: si sarebbe trovata lì come se fosse di passaggio, e dopo averla salutata, mentre apriva ai due testimoni, le avrebbe toccato un tasto a cui era molto suscettibile, una certa corda che avrebbe sicuramente dato il suo suono: bastava accennare dubitativamente ai matrimoni che lei diceva di aver rifiutati!

      Renzo ringraziò con trasporto la futura suocera: “Benedetta voi! l’ho sempre detto che siete nostro aiuto in tutto.” Restava però un’ultima e più grave difficoltà, che frustrava tutte le precedenti brillanti soluzioni escogitate dai due, alleati alla buona riuscita dell’impresa: Lucia restava ferma nel suo diniego! Le sue parole erano accorate ma salde nel suo proposito: “Ah Renzo! non abbiam cominciato così. Io voglio esser vostra moglie, ma per la strada diritta, col timor di Dio, all’altare. Lasciamo fare a Quello lassù. Non volete che sappia trovar Lui il bandolo d’aiutarci, meglio che non possiam far noi, con tutte codeste furberie? E perché far misteri al padre Cristoforo?”

      Mentre la madre e il fidanzato cercavano invano di convincerla, si sentì il calpestio dei sandali e il fruscio del saio del frate, che stava giungendo frettoloso; per cui azzittirono, e Agnese pregò sommessamente la figlia di non dir niente al Padre, della cosa.

CAPITOLO VII

 

 

      Il padre Cristoforo, dice il  Manzoni, giungeva come un bravo capitano che, perduta senza sua colpa una battaglia, non perde la testa, ma si reca con prontezza là dove il bisogno lo chiama. Con poche parole informa dell’essenziale i suoi cari protetti: “Non c’è nulla da sperare dall’uomo: tanto più bisogna confidare in Dio: e già ho qualche pegno della sua protezione.” Le donne accolsero con dolente rassegnazione la triste notizia, ma Renzo fu sopraffatto dall’ira, e voleva sapere, il poveretto, quali ragioni aveva portato, quel cane, per sostenere la sua turpe pretesa… Come se i prepotenti dovessero dire i motivi delle loro azioni ingiuste e violente.

Fra Cristoforo non si sdegnò per questo scatto del giovane, il quale era fuori di sé; sapeva ben mettersi nei suoi panni, e lo compativa con tutto il cuore; ma lo esortò affettuosamente ad avere pazienza e fiducia nel Signore, a concederGli il tempo che si voleva prendere per far trionfare la giustizia. Quindi si congedò dopo aver pregato Renzo di andare l’indomani al convento (o di mandare, in caso di impedimento, qualche persona fidata) per sapere che cosa bisognasse fare, in base alle notizie che lui stesso sperava di ricevere. Uscito dalla casetta, si affrettò verso il convento, per giungervi prima dell’imbrunire, onde non meritare qualche punizione che potesse limitare, il giorno dopo, la sua libertà di movimento, della quale aveva assoluto bisogno per agire efficacemente in difesa di Lucia.

      Costei, partito il Padre, subito parlò con fiducia del “pegno” a cui il frate aveva accennato, per aiutarli, e disse che bisognava fidarsi di lui, perché non prometteva invano; ma Agnese replicò che doveva essere ben misera cosa, una cosa campata in aria, perché altrimenti il Padre avrebbe dovuto precisarla meglio o almeno dirla a lei in disparte. Renzo poi fu travolto dall’ira, che davanti a fra Cristoforo aveva a stento trattenuta, e come fuor di sé andava  gridando che l’avrebbe trovato lui il mezzo di risolvere la cosa e liberare nello stesso tempo il paese tutto, avesse pur mille diavoli in corpo quel dannato… Lucia, a queste parole ben troppo chiare, ebbe un sussulto di orrore che la paralizzò per qualche momento, ma poi vinse il suo terrore, e cercava di far tornare Renzo in sé, ma infine il pianto le impedì di continuare. Anche Agnese si adoperava per calmare il giovane;  ma si vedeva che la sua paura non era tanto per l’omicidio in sé, per la responsabilità di Renzo davanti a Dio, quanto per il pericolo insito nella sua realizzazione e per le conseguenze che ne deriverebbero davanti alla giustizia umana. Alla figlia invece faceva orrore l’azione in sé e la grave offesa della legge di Dio, che è legge di perdono e di amore. Agnese invita Renzo a riflettere che il proposito truce non è facilmente realizzabile: “Non vi ricordate quante braccia ha al suo comando colui? E quand’anche… Dio liberi!... contro i poveri c’è sempre giustizia.”

      Davanti al reiterato proposito del fidanzato di uccidere quel cane assassino, per poi mettersi in salvo oltre il confine, accompagnato dalle benedizioni della gente, Lucia trova la forza di parlare, e si esprime con molta fermezza: lei si era promessa a un giovane timorato di Dio; ma uno che avesse commesso un’offesa così grave contro la legge divina, fosse anche al sicuro da ogni vendetta o giustizia degli uomini, non l’avrebbe mai sposato! ”E bene! – gridò Renzo col viso più che mai stravolto – io non v’avrò; ma non v’avrà neanche lui. Io qui senza voi, e lui a casa del …” La ragazza, udendo queste terribili parole, tornò alle suppliche, al pianto, e infine si gettò in ginocchio davanti allo sposo, scongiurandolo di non farla morire di angoscia. Ma Renzo che probabilmente, pur nella furia dell’ira, intuiva di poter approfittare della paura di lei per indurla al matrimonio clandestino, con voce dura le disse: “Che bene mi volete voi?... Non v’ho io pregata, e pregata, e pregata? E voi: no! no!” Lucia questa volta è vinta, e risponde immediatamente che sarebbe andata dal parroco, anche subito se lo voleva, purché tornasse quello di prima; davanti alla promessa della sposa l’ira di Renzo sbollì quasi a un tratto, e Agnese fu doppiamente contenta, e per Renzo tornato finalmente in sé, e per Lucia che si era infine convinta. E probabilmente anche la ragazza non era del tutto scontenta di essere stata costretta ad acconsentire, perché amava Renzo, e purtroppo il matrimonio clandestino era ormai l’unico mezzo per diventare subito sua moglie. Intanto si era fatta notte, e Renzo lasciò la casetta delle sue care donne.

      Il giorno seguente ci tornò di buon’ora, per prendere gli ultimi accordi con Agnese, in quanto Lucia rimaneva del tutto passiva all’elaborazione del piano, pur promettendo che avrebbe fatto tutto quello che occorreva, nel modo migliore che saprebbe. A Pescarenico, per ricevere eventuali avvisi da padre Cristoforo, Renzo non volle andare, sia perché doveva ancora “accudire all’affare”, sia perché temeva che il Padre gli potesse leggere in viso la novità che si preparava per quella sera. Sicché Agnese decise di mandare Menico, un lontano nipote di circa dodici anni, ragazzo molto sveglio e da poterci fare affidamento. Lo chiese ai genitori, gli fece fare un’abbondante colazione, e quindi lo mandò al convento, ammonendolo di restare sempre lì a disposizione di fra Cristoforo, senza andare al lago a veder pescare o per giocare lui stesso a rimbalzello, che era la sua specialità. “Poh! zia; non son poi un ragazzo.” In queste parole Menico mostra una serietà superiore alla sua età; egli si sente investito di un compito importante e delicato, e se ne vuol mostrare degno; rassomiglia un po’ a Bettina la quale, allorché fu pregata dallo sposo di recare quell’ambasciata segreta a Lucia, si affrettò a eseguirla col massimo impegno, “lieta e superba d’avere una commissione segreta” per la sposa.

      Per tutta la mattinata però si videro ronzare intorno alla casetta di Agnese dei viandanti sconosciuti i quali, passando a passo lento davanti alla porta di strada, gettavano qua e là degli sguardi esplorativi. Uno poi, vestito da mendicante, ma non “rifinito né cencioso come i suoi pari”, entrò addirittura nella casetta, con la scusa di avere un po’ di carità; ricevuto un pezzo di pane, si attardò a fare domande indiscrete alle quali Agnese, per nulla ingenua, rispose evasivamente o al contrario delle verità. Mentre se ne andava, finse di sbagliar uscio e imboccò quello che dava alla scala; richiamato prontamente indietro e indicatagli la porta giusta, se ne uscì scusandosi “con un’umiltà affettata, che stentava a collocarsi nei lineamenti duri di quella faccia.”

      Per capire chi fossero il finto mendico e gli altri spioni, dobbiamo tornare un poco indietro nel racconto, cioè al momento in cui don Rodrigo, fremente d’ira e d’orrore, vide allontanarsi dalla sua casa l’aborrito frate. Per cercare di calmarsi, camminava a passi concitati su e giù per la stanza, tappezzata dei ritratti dei suoi antenati: un capitano, terrore dei nemici ma anche dei propri soldati; un magistrato, terrore dei litiganti e degli avvocati; una matrona, terrore delle sue cameriere; perfino un abate, terrore dei suoi monaci; insomma tutta gente che aveva incusso paura e la spirava ancora dai visi accigliati. Tanto più il puntiglioso signore si arrabbiava con sé stesso, per non  aver reagito convenientemente contro l’ardire del frate, che aveva osato inveire contro di lui con l’aspetto di un profeta biblico. Ma pure, ripensando a quell’inizio di profezia (“Verrà un giorno…”), si sentiva accapponare la pelle, preso da un misterioso spavento, e in certi momenti pensava anche di rinunciare e alla vendetta e alla passione sensuale, che ormai diventava tormentosa. Per farsi passar la mattana, uscì a passeggio con un buon seguito, quindi si recò in una casa di amici, dove fu ricevuto con molto rispetto, e tornò al palazzotto molto tardi. Era ad attenderlo il malefico cugino, il quale cominciò a punzecchiarlo circa la scommessa (doveva pagare una grossa somma, se per il giorno di San Martino – 11 novembre – la ragazza non fosse già in suo possesso) e circa la visita del frate il quale, secondo l’ironico don Attilio, avrebbe niente di meno convertito quel libertino di Rodrigo. Questi troncò con aria di sfida quei frizzi molesti, dicendo che la data di San Martino avrebbe deciso della scommessa, che lui era pronto a raddoppiare, tanto era sicuro di vincerla; il che lasciò tra incredulo e attonito il conte, ignaro di quanto si stava tramando.

      “La mattina seguente – dice il Manzoni – don Rodrigo si destò don Rodrigo”, vale a dire con la sua albagia, e con la passione più viva che mai: le ubbie, le paure per quell’esordio di profezia del maledetto frate erano svanite col sonno e coi sogni della notte, e lui si sentiva forte e più sicuro che mai. Chiamò il fedele (tale lo credeva) luogotenente, il Griso, un assassino il quale aveva ottenuto l’impunità indossando la sua livrea e mettendosi al suo incondizionato servizio, e gli comandò che entro quella giornata (era il 10 novembre) o meglio prima dell’alba dell’indomani, la ragazza che lui sapeva doveva trovarsi già nel palazzo.

Ed ecco il Griso iniziare immediatamente l’opera di ricognizione del terreno in cui avrebbe dovuto operare la notte successiva, e credette bene di poterlo fare meglio sotto mentite spoglie; ecco i suoi degni accoliti gironzolare, quali onesti viandanti, intorno alla povera casetta, per rendersi conto della sua posizione. Espletata la fase esplorativa, si passa a quella operativa: il piano del ratto viene congegnato in ogni particolare tra il Griso e il suo padrone, che gli raccomanda pressantemente, facendolo responsabile, di usare ogni rispetto alla ragazza, di non torcerle un capello.

     Il vecchio servitore, che stava all’erta, riuscì infine a sapere quello che si preparava per la notte quando questa era ormai vicina, ma non volle mancare al suo impegno, e uscito con la scusa di prendere una boccata d’aria, corse al convento a portarne l’avviso al Padre, mentre già un’avanguardia del corpo di spedizione era andata ad appostarsi in un casolare abbandonato, appena fuori del paese  e non distante dalla casetta di Agnese. Più tardi sarebbe partito il grosso della truppa con il Griso, e infine fu condotta al casolare una bussola per trasportare la prigioniera. Quando furono tutti riuniti nella base di partenza, il Griso ne mandò tre all’osteria del villaggio in ispezione, per vedere se ci fossero novità da segnalare, e avvertire quando tutti gli abitanti fossero a letto. Mentre i tre birboni giungevano all’osteria e si postavano, uno alla porta a spiare e due dentro a giocare alla morra, Renzo si recò dalle donne, per dire che andava all’osteria con Tonio e Gervaso, per offrire loro la cena, come aveva promesso: loro si tenessero pronte e si facessero coraggio, specie Lucia.

      Quando il giovane giunse all’osteria coi suoi ospiti, trovò il bravo (travestito) che sbarrava spavaldamente metà porta, e per non attaccar lite, dato che aveva ben altro a cui pensare in quel momento, si adattò a entrare di traverso, come fecero i suoi due amici. Dentro poi vide l’altra bella coppia, che smisero subito di giocare per squadrarlo fieramente. Parve a Renzo che i tre compagnoni si scambiassero uno sguardo d’intesa, per cui s’insospettì, ma non sapeva che cosa pensare di quei forestieri. Comunque prese posto con i suoi accompagnatori, e all’oste, che si era presentato per servirli, chiese sottovoce chi fossero quei signori; quegli rispose di non conoscerli, mentre sapeva benissimo che erano bravi di don Rodrigo, anche se senza livrea e apparentemente disarmati. Quando poi l’oste fu tornato in cucina per prendere le vivande, uno dei bravacci gli si accostò e gli chiese con fare poco cerimonioso chi fossero i nuovi venuti, e naturalmente venne subito accontentato. A questo proposito l’Autore mette in luce il diverso modo di comportarsi dell’oste, il quale affermava a ogni piè sospinto di essere amico dei galantuomini, ma in realtà “usava molto maggior compiacenza con quelli che avessero riputazione o sembianza di birboni.” Purtroppo il mondo va così anche oggi!

      Quando Renzo, dopo aver cenato con poco appetito, uscì dall’osteria, si accorse con allarme che i due bravi che aveva lasciati dentro si erano messi invece a seguirlo; allora si fermò deciso, per vedere una buona volta che cosa volessero. Ma quelli, che avevano avuto l’intenzione di sorprenderlo e di conciarlo ben bene, secondo le istruzioni del padrone al Griso nel caso che fosse loro capitato nelle mani, visto che il giovane s’era accorto di loro, si fermarono indecisi, quindi pensarono bene di rinunciare al loro progetto, per non guastare per caso il piano principale con la loro estemporanea iniziativa. Infatti nel villaggio c’era ancora molta gente in giro, e la situazione non era propizia alla realizzazione del loro proposito, che pur avrebbe potuto procurar loro un lauto premio dal signore.

      Allorché Renzo con i testimoni giunse alla casetta della fidanzata, costei si trovava in tale stato di prostrazione morale e di spavento, che era decisa a soffrire ogni cosa pur di non acconsentire a quanto aveva pur promesso; ma quando tutti si avviarono senza alcuna esitazione, non seppe opporsi, né dire alcunché, e anche lei si mosse con gli altri come un’insensata. Presero per i campi, per non attraversare il paese, volendo evitare di esser visti da alcuno, e dalle viottole sbucarono nei pressi della canonica. Qui si divisero: avanti Tonio e Gervaso (“che non sapeva far nulla da sé, - osserva umoristicamente il Manzoni – e senza il quale non si poteva far nulla”), Agnese un po’ più indietro, per impadronirsi di Perpetua non appena fosse apparsa sulla porta, i promessi ancora più indietro, nascosti dall’angolo dell’edificio.

      Al picchio di Tonio, Perpetua si affacciò alla finestra, chiedendo chi fosse a quell’ora; Tonio si fece riconoscere, aggiungendo che doveva parlare col curato. “E’ ora da cristiani questa? – disse bruscamente la donna – Tornate domani.” Allora Tonio disse che aveva riscosso proprio allora venticinque lire e veniva a pagare il suo debito; però, se l’ora era indiscreta, se ne andava a  casa, ma il curato avrebbe dovuto poi pazientare ancora un bel po’, perché quei soldi gli servivano per tante cose, e prima di tutto per mangiare: per questo era venuto pur a quell’ora tarda, ché altrimenti non avrebbe resistito alla tentazione di investirli in farina. Allora Perpetua, cadendo nella trappola,  lo pregò di aspettare, finché andava a riferire al padrone.  Si poteva scommettere che costui, così avido di denaro, non si sarebbe fatto sfuggire il debitore volenteroso; perciò Agnese si avvicinò ai due fratelli e cominciò a ciarlare con Tonio, fingendo di essersi imbattuta con lui tornando dal villaggio vicino. I due promessi sposi rimasero soli dietro la cantonata, e Lucia, appoggiata al braccio dello sposo, tremava come una foglia, sia per quello che stava per fare, che la sua coscienza non poteva approvare, sia per il fatto di trovarsi, per la prima volta, tanto familiarmente sola con lui, mentre pur sperava di diventare sua moglie entro pochi minuti. Ma non erano le nozze che lei aveva sognato!

CAPITOLO VIII

 

 

      Perpetua andò a riferire al padrone, immerso nella lettura di un panegirico di San Carlo; anche lui brontolò che l’ora era indiscreta, ma aggiunse subito che non bisognava lasciarsi sfuggire la buona occasione, che chi sa quando si sarebbe ripresentata. Quando la serva scese e aprì l’uscio per far entrare i due fratelli, Agnese la salutò e aggiunse che veniva dal paesetto vicino, e che aveva fatto tardi proprio per difenderla dalle calunnie delle pettegole, poiché “una donna di quelle che non sanno le cose, e vogliono parlare” sosteneva che lei era rimasta zitella, perché non aveva mai trovato uno che la volesse. Questa corda aveva larghe risonanze nell’animo di Perpetua, la quale subito abboccò l’amo e s’ingolfò, appartatasi con l’amica, nel racconto dettagliato di tutti i partiti che le si erano presentati e che lei aveva puntualmente rifiutati. Sicché ad Agnese non fu difficile, nel fervore del racconto, allontanarla sempre più dalla porta e condurla in un punto della strada da dove non si poteva più vedere l’uscio della canonica. Allora la donna tossì forte, come era stato convenuto, e Renzo e Lucia si affrettarono a entrare e raggiungere i due  che si erano attardati nella scala.

      Arrivati tutti sopra, Tonio entrò nello studio di don Abbondio col fratello; i due promessi rimasero fuori, accostati al muro, nella penombra: immaginate il gran battere del cuore di Lucia! Consegnate che ebbe le berlinghe, che il curato contò e ricontò osservandole a una a una nel timore che ce ne fosse qualcuna falsa, il villano – scarpe grosse e cervello fino – non si accontentò di riavere la collana della moglie, ma pretese anche la ricevuta del pagamento: non si sa mai! Mentre don Abbondio, pur borbottando, scriveva la quietanza, i due fratelli, ritti davanti al tavolo, gli chiudevano la visuale; in questo punto Renzo e Lucia entrarono in punta di piedi nella stanza e si nascosero dietro ai testimoni. Tutto stava riuscendo a pennello, secondo i piani. Allorché il curato, finito di scrivere il foglietto, alzò la testa e stese la mano per consegnarlo a Tonio, questi e il fratello si scostarono lateralmente, e in mezzo a loro apparvero a un tratto i due promessi! Renzo non perse tempo, e pronunciò subito la sua formula:

“Signor curato, in presenza di questi testimoni, quest’è mia moglie.”

Ma Lucia aveva appena cominciato a dire timidamente le sue parole sacramentali, che don Abbondio, reagendo immediatamente dopo il primo sbalordimento, la investì e, per così dire, la imbacuccò col tappeto del tavolo che aveva ghermito in furia, rovesciando sul pavimento tutto ciò che c’era sopra, compresa la lucerna che subito si spense immergendo nelle tenebre quella scena tragicomica. Mentre il curato usciva a salvamento, sempre gridando aiuto, e si barricava in una stanza più interna, invocando Perpetua a squarciagola, nello studio la scena era indescrivibile, tra Renzo che cercava di calmare e indurre alla ragione il parroco, dopo aver tentato invano di bloccarlo, Lucia che, mortificatissima, pregava il fidanzato di tornare a casa, Tonio che cercava di ripescare la sua ricevuta, caduta a terra nella ressa, e infine Gervaso che gridava e saltellava come un ossesso. A questo punto l’Autore fa un’acuta riflessione: Renzo sembra l’oppressore, perché s’è introdotto con l’inganno in casa altrui; don Abbondio appare la vittima, sorpresa in casa propria mentre badava pacificamente ai fatti suoi; nella realtà invece le posizioni dovevano essere esattamente invertite; e conclude amaramente: “Così va spesso il mondo…”

      Don Abbondio, vedendo che Renzo non si ritirava, ma insisteva a bussare alla porta della stanza nella quale si era chiuso a chiave, pensò bene di aprire la finestra e di gridare aiuto verso la piazzetta, nella speranza che qualcuno lo udisse. Lo udì infatti il sagrestano Ambrogio il quale, svegliato dalle sgangherate grida, si affacciò al finestrino del suo bugigattolo, e vedendo che era il curato a invocar soccorso, non se la sentì di accorrere lui solo, ma ritenne più sicuro radunar molta gente; corse perciò mezzo vestito al campanile e, afferrata la corda della campana più grossa, cominciò a sonare a martello con tutta la forza che gli dava lo spavento. A questo punto la scena si amplia e si complica, diventando uno spettacolo corale, nella cui descrizione il Manzoni manifesta la sua grande abilità di arguto narratore, con un racconto veramente affascinante, e d’icastica evidenza, di questa “notte degl’imbrogli e dei sotterfugi.” Noi cercheremo di sintetizzare il vivace racconto.

      Innanzi tutto dobbiamo tornare un po’ indietro, per vedere che cosa hanno fatto nel frattempo i “bravi” incaricati del rapimento di Lucia. I tre di essi che avevano passato la serata all’osteria, quando videro le strade deserte, fecero un giretto per il paese per accertarsi che tutti gli usci fossero chiusi, quindi tornarono in fretta al casolare dove fecero la loro relazione al Griso. Questi, che per la bisogna si era vestito da pellegrino, subito si mise in marcia alla volta della casetta, seguito da tutti i suoi uomini. Giunto all’uscio di strada, picchiò con l’intenzione di presentarsi come un pellegrino sperduto, che chiedeva ricovero per quella notte. Nessuno risponde; allora si forza la porta, si invade il cortiletto, si bussa all’uscio di casa. Siccome anche questa volta nessuno risponde, dato che gli abitanti erano usciti per la loro  spedizione poco prima dell’arrivo degli invasori, il Griso fa forzare anche questa porta, e penetrano tutti nella casetta, eccetto due lasciati di guardia all’uscio di strada.

Frugano nelle stanze terrene: niente! Si precipitano per le scale, entrano nelle stanze del primo piano: nessuno! Frugano dappertutto, mettendo ogni cosa sottosopra: niente! Il Griso è desolato.

      Intanto Menico giunge trafelato per recare alle donne e a Renzo, da parte di Padre Cristoforo, l’avviso di lasciare immediatamente la casa e di rifugiarsi al convento; fa per picchiare alla porta di strada, ma essa cede e si spalanca da sola; mentre era esitante, viene afferrato dai due manigoldi lì postati, i quali gli intimano di non fiatare: lui invece caccia un urlo per lo spavento. I birboni gli tappano subito la bocca e lo minacciano col coltellaccio, ma proprio in quel momento risuonano i rintocchi della campana a martello.  Chi è in difetto, è in sospetto: i due malandrini, pensando che si suoni l’allarme contro di loro, rimangono attoniti, e quasi senza accorgersene lasciano andare il ragazzo, il quale fugge verso il campanile, dove avrebbe certamente trovato qualcuno. Trovò infatti Renzo, Lucia  e Agnese, che ai rintocchi pensarono bene di lasciare la casa del curato per tornare in fretta alla loro, prima che giungesse gente. Riconosciutili al chiaro di luna, Menico, con la voce alterata dallo spavento, disse loro di non andare a casa, che era invasa, ma di recarsi subito al convento, dove fra Cristoforo li attendeva. I poveretti capirono subito più di quanto il ragazzo avesse detto, e senza frapporre indugio presero per i campi in direzione del luogo indicato.

      Nella casetta di Agnese, i lugubri rintocchi avevano seminato lo scompiglio tra i bravi, che subito batterono in ritirata, la quale si sarebbe mutata in rotta senza l’autoritario intervento del Griso che svergognò un po’ i suoi uomini che si erano fatti prendere dal panico. Intanto la gente cominciò ad accorrere verso il sagrato, e i primi giunti diedero una voce al campanaro per sapere che fosse successo. Ambrogio, visto che erano accorsi già parecchi, lasciò la corda della campana e dall’interno corse ad aprire la porta della chiesa. Ai soccorritori disse che era stata assalita la casa del curato; sicché tutti si rivolsero verso di quella, e si meravigliarono non poco nel vederla chiusa e silenziosa. Dentro, don Abbondio stava rimproverando la serva, la quale con la sua imprudenza e leggerezza l’aveva esposto a sì gran pericolo; quando si sentì chiamare a voce di popolo, si affacciò e disse: “Non c’è più nessuno: vi ringrazio: tornate pure a casa.” Quindi richiuse la finestra e non si fece più vedere.

      Mentre la gente, brontolando a voce più o meno alta, si allontana sparpagliandosi, giunge uno tutto trafelato, il quale annuncia con voce rotta che la casa di Agnese Mondella è invasa da gente armata: si decide di correre in aiuto. Trovano la casetta vuota, ma con le tracce fresche dell’invasione, e pensando che le due donne siano state rapite, si propone di eseguire subito una battuta nei dintorni per raggiungere i rapitori. Ma mentre ci si raccoglie e ci si prepara a partire, esce uno a dire che Agnese e Lucia si son messe in salvo. La vaga notizia è subito creduta, perché rispondente al desiderio e all’interesse di ciascuno, e ben presto la schiera dei villani si disperde, tornando ognuno volentieri alla propria casa, senza doversi battere con malfattori armati di tutto punto, mentre loro non avevano altro che forconi e qualche vecchio fucile quasi inservibile.

      In questo frattempo Renzo, Agnese, Lucia e Manico (Tonio e Gervaso erano frettolosamente tornati a casa loro) si erano allontanati di un buon tratto dal villaggio, per cui rallentarono il passo, e Agnese volle sapere da Renzo com’era andata. Quindi si fecero ripetere meglio da Menico che cosa gli aveva detto il Padre e che cosa aveva visto nella loro casetta; e nel sentirlo rabbrividirono tutti, specie Lucia, ed ebbero per il ragazzo parole di affettuoso ringraziamento per quanto aveva fatto per loro. Regalatolo generosamente, lo rimandarono a casa, affinché i suoi genitori non stessero più in ansia per lui, a quell’ora ormai tarda. Essi invece ripresero la strada verso il convento, e dopo poco ci arrivarono.

Dentro la chiesa del convento, lasciata socchiusa, vegliavano in attesa fra Cristoforo e il laico sagrestano, il quale però era preoccupato per questa infrazione alla Regola, secondo la quale a quell’ora dovevano essere già coricati, e chiusa la porta della chiesa. Quando poi, con Renzo, vide entrare le due donne, fra Fazio (così si chiamava il sagrestano) non si tenne più, ed espresse al confratello il suo scandalo per questo fatto enorme: stare di notte in chiesa con donne! Fra Cristoforo, dimenticando in quel momento che il laico non conosceva il latino, rispose semplicemente: “Omnia munda mundis.” Risposta molto pertinente: ogni azione è pura per chi la compie con purezza d’intenti, cioè non bisogna badare  alle apparenze, ma alla sostanza di un fatto, e soprattutto alle intenzioni con cui lo si fa.  Il sagrestano però non sapeva il latino; ma proprio questa ignoranza compì il miracolo di mettere a tacere fra Fazio. Egli infatti pensò che in quelle arcane parole ci fosse la risposta a tutti i suoi dubbi, e s’acquetò rinunciando a fare altre obiezioni.

      Fra Cristoforo, vedendo che i suoi protetti erano in salvo, ne ringraziò Dio con loro, quindi pregò anche per chi li aveva condotti a quel duro passo, perché essenza del Cristianesimo è appunto l’amare quelli che ci perseguitano, pregando il Signore per la loro conversione. Dopo aver pregato tutti in ginocchio con molta commozione, si alzarono, e il frate disse che per loro aveva trovato un ricovero temporaneo, poiché sperava che tra poco sarebbero potuti tornare  con sicurezza alle loro case. Le donne si sarebbero recate a Monza, dove il guardiano dei Cappuccini, per il quale consegnava loro una lettera, avrebbe procurato loro un rifugio sicuro e onorato; Renzo invece doveva proseguire per Milano, per recapitare un’altra lettera di fra Cristoforo al padre Bonaventura da Lodi, cappuccino del convento di Porta Orientale, il quale si sarebbe occupato di lui, procurandogli possibilmente anche da lavorare. Oltre alle due lettere, il buon Padre aveva anche pensato ai mezzi per il loro viaggio: alla foce del torrente Bione avrebbero trovato un barcaiolo che li traghetterebbe alla riva opposta del lago, dove avrebbero trovato un barrocciaio che li trasporterebbe direttamente a Monza, e li accompagnerebbe anche al convento dei Cappuccini. Tanto aveva saputo organizzare in poche ore la paterna sollecitudine del santo frate! Tanto può la carità!

      Durante l’attraversamento del lago, che in quel punto è stretto e sembra fiume, la commozione con la nostalgia attanagliò i poveri fuggitivi, e soprattutto Lucia, che rivolse un accorato addio ai suoi monti, al suo lago, ai torrenti rumorosi, al paesello natio che era tutto il suo mondo, alla sua casa dove tante volte aveva atteso con trepido desiderio la consueta visita del suo promesso sposo, alla casa stessa di Renzo, dove già sarebbe dovuta andare ad abitare per “un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa”, alla chiesa, dove il suo animo si era tante volte rasserenato  nella preghiera e nella meditazione, dove col solenne rito del matrimonio “il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto.” Ma questi mesti e pur soavi pensieri, che dall’Autore sono espressi con impareggiabile afflato lirico, terminano con una certezza, la dolce certezza del cristiano: si abbandona il dolce nido e le care abitudini, ma Dio è dappertutto “e non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande.”

CAPITOLO IX

 

 

      Quando la barca urtò alla riva opposta, Lucia si riscosse da quella specie di nostalgico e accorato incantamento, asciugò le lagrime che le avevano rigato le gote e, scesa con gli altri dal battello, riprese il triste viaggio notturno verso Monza col biroccio che trovarono pronto per loro. Il biroccio o barroccio, adoperato ancor oggi nelle campagne specialmente nell’Italia meridionale, è una rustica vettura senza molle, che serve per il trasporto delle derrate; quindi per i profughi il viaggio fu molto disagevole, essendo sballottati per diverse ore sopra quel rigido carretto, su quelle strade disuguali e piene di buche. C’era inoltre la paura di fare qualche brutto incontro, con malandrini o briganti o addirittura con i bravi di don Rodrigo. E’ vero che questi si erano ritirati precipitosamente al palazzotto, ma i poveri fuggitivi non lo sapevano, e temevano sempre di essere inseguiti da essi. Finalmente, poco dopo l’alba, giunsero a Monza, e dopo essersi rifocillati in un’osteria si recarono al convento dei Cappuccini, senza Renzo che era già ripartito  per Milano.

      Il padre guardiano, quando ebbe letto l’indirizzo della lettera a lui consegnata, riconobbe subito la calligrafia dell’amico Cristoforo, ed ebbe un’esclamazione di lieta sorpresa; ma mentre leggeva il contenuto della missiva, il suo volto assumeva un atteggiamento ora afflitto ora sdegnato; finito di leggere, dopo aver rivolto in disparte poche domande ad Agnese, disse che l’unica soluzione del loro caso era di ricorrere alla Signora, per pregarla di accoglierle nel suo monastero, dove sarebbero state molto sicure. Ottenuto il consenso delle interessate, si mosse verso il monastero indicato, dopo aver pregato le donne di seguirlo a debita distanza, per non far ciarlare la gente. Il buon frate voleva evitare, anche presso qualche spirito meschino, l’eventuale scandalo di farsi vedere in giro con donne: egli era convinto che bisogna evitare non solo il male, ma possibilmente anche l’apparenza del male, la quale potrebbe dare a qualcuno delle cattive suggestioni. E’ vero che “omnia munda mundis”, come aveva detto padre Cristoforo, ma quando è possibile bisogna evitare di scandalizzare qualche spirito impressionabile anche con la semplice apparenza del male.

      Durante il cammino le donne chiesero al barocciaio, che faceva loro da guida, chi fosse la Signora. Il brav’uomo rispose che era una suora, non ancora badessa e neppure priora, essendo ancora molto giovane, ma di grande influenza sia dentro che fuori il convento, poiché era figlia del principe X, feudatario di Monza, anche se attualmente risiedeva a Milano. Aggiunse che questa nobile famiglia era oriunda dalla Spagna “dove son quelli che comandano”; e concluse il suo vivace ragguaglio con queste rassicuranti parole: ”e perciò, se quel buon religioso lì, ottiene di mettervi nelle sue mani, e che lei v’accetti, vi posso dire che sarete sicure come sull’altare.”

      Giunti che furono al monastero di clausura dove si trovava la Signora, il Guardiano andò solo a implorare la grazia e, ottenutala, introdusse le donne, dopo aver congedato il barocciaio, pregandolo di ripassare al convento tra un paio di ore a prendere la risposta per il padre Cristoforo. Agnese e Lucia ringraziarono con tutto il cuore il bravo carrettiere per quanto aveva fatto per loro, senza voler accettare alcun compenso.  Infatti quel mattino, allorché Renzo, appena smontati all’osteria, cercò di fargli accettare del denaro come mancia per il suo fastidio, egli ritirò in fretta la mano poiché, come dice il Manzoni, mirava a “un’altra ricompensa, più lontana, ma più abbondante.” Lo stesso aveva fatto, la sera prima, il barcaiolo di Pescarenico, il quale “ritirò la mano, quasi con ribrezzo, come se gli fosse proposto di rubare.” Tutt’e due erano stati plasmati dall’ardente carità di fra Cristoforo; il Manzoni, presentandoceli così semplici e generosi, ci vuol quasi insegnare che tra gli umili popolani spesso ci sono esempi luminosi di virtù cristiana, mentre purtroppo è difficile trovarne fra i ricchi e i potenti. Sembra l’eco della terribile affermazione di Cristo nel Vangelo: “E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli.”

      Quando Lucia, assieme alla madre e al padre guardiano, entrò nel parlatorio del monastero, si meravigliò molto di non vedervi nessuna suora, ma poi, osservando meglio, si accorse che una monaca stava ritta dietro una specie di finestra protetta da una doppia grata. La ragazza non era mai stata in un monastero, per cui provava un senso di soggezione, misto a una certa curiosità.

      A questo punto l’Autore delinea il ritratto fisico della Signora con molta sobrietà, dicendo che la suora, la quale poteva avere circa 25 anni, “faceva a prima vista un’impressione di bellezza, ma d’una bellezza sbattuta, sfiorita e, direi quasi, scomposta.” Si notava subito che non era molto ligia né alla lettera né allo spirito della Regola che pur aveva abbracciata: infatti dalla bianca benda frontale usciva su una tempia una ciocca di capelli, e il saio era attillato e non a sacco come prescritto dal regolamento. Ma soprattutto i gesti e le parole dimostravano una monaca singolare: altera, inquieta, tormentata da qualche pensiero segreto, da qualche gran passione inconfessabile.  Gli occhi soprattutto dimostravano i torbidi sentimenti del suo animo: “si fissavano talora in viso alle persone, con un’investigazione superba; talora si chinavano in fretta come per cercare un nascondiglio.” Ora sembrava che implorassero pietà, ora dimostravano un astio feroce; ora, fissandosi come distratti, facevano intravedere ”il travaglio d’un pensiero nascosto, d’una preoccupazione familiare all’animo, e più forte su quello che gli oggetti circostanti.” Anche i moti delle labbra “erano, come quelli degli occhi, subitanei, vivi, pieni d’espressione e di mistero.”

      Ma ciò che impressionò maggiormente Lucia, pudica e riservata com’era, fu il tono spregiudicato delle domande della Signora, non frenata neppure dalla presenza di un provetto cappuccino. Avendo ella saputo da costui che la giovane era dovuta fuggire dal suo paese per sottrarsi alla persecuzione di un cavaliere prepotente, chiese addirittura a Lucia “se questo cavaliere era un persecutore odioso”. La domanda rivelava una certa torbida curiosità e, per così dire, un dubbio maligno, che tolsero a Lucia ogni franchezza, per cui non poté che balbettare qualche parola di risposta. Allora Agnese, venendo in aiuto della povera impacciata, si affrettò a dire che la figlia era promessa a un bravo giovane della loro condizione, “timorato di Dio e ben avviato”, ma quel cavaliere aveva impedito il matrimonio minacciando il curato… La Signora interruppe la mal cauta ”con un atto altero e iracondo”, dicendo che i genitori “hanno sempre una risposta da dare in nome dei loro figlioli!” A questo punto Lucia si fece coraggio, anche per non far pensare male della mamma, e confermò che prendeva quel giovane di sua spontanea volontà, e che avrebbe voluto piuttosto morire anziché cadere nelle mani di quel signore che la perseguitava, al quale perdonava tuttavia di cuore tutto il male che le aveva fatto…

      Alle parole di Lucia l’ira della Signora si raddolcì, e disse che aveva già pensato come poterle allogare nel monastero, finché ne avessero avuto bisogno. Siccome la fattoressa (la donna di fiducia che manteneva i contatti del monastero con l’esterno e ne curava gli interessi) aveva maritata sua figlia, le due donne avrebbero occupato la stanza lasciata da quella, e fatto quei pochi servizi che colei ordinariamente eseguiva. Ne doveva parlare alla madre badessa, ma dava comunque la cosa per fatta, data la sua influenza presso la superiora. Quindi accomiatò il Guardiano, licenziò Agnese, ma ritenne Lucia, perché voleva conoscere più dettagliatamente la sua storia, per appagare la propria curiosità morbosa; ”e i suoi discorsi – dice il Manzoni – divennero a poco a poco così strani che, invece di riferirli, noi crediam più opportuno di raccontar brevemente la storia antecedente di questa infelice.”

      Diciamo subito che, per la storia della Signora, il Manzoni ha tenuto presente un personaggio storico, suor Virginia de Leyva, ma ha lavorato anche con libera fantasia; fra l’altro ne ha posticipato le drammatiche vicende di alcuni decenni, per cui la Monaca di Monza è un tipico personaggio misto di storia e di immaginazione. Essa, secondo l’Autore, era l’ultima figlia di un principe di origine spagnola, uno dei più ricchi e influenti signori di Milano, e anche feudatario della città di Monza e del suo territorio. Costui aveva destinati alla vita religiosa i cadetti dell’uno e dell’altro sesso, per lasciare – secondo la consuetudine del maggiorasco o maggiorascato – tutta la proprietà al primogenito “destinato a conservar la famiglia, a procrear cioè dei figlioli, per tormentarsi a tormentarli nella stessa maniera.” Perciò ella era ancora nel seno della madre, “che la sua condizione era già irrevocabilmente stabilita.”

      Quando nacque, le misero nome Gertrude, “una santa d’alti natali”, e i primi suoi giocattoli furono bambole in abito monacale. A sei anni fu chiusa, “per educazione e ancor più per istradamento alla vocazione impostale”, nel monastero di Monza, abbastanza lontano dalla famiglia, ma nello stesso tempo tale da offrirle ogni comodità e distinzione, essendo il genitore – come abbiamo detto – signore feudale di quella città. La badessa e alcune monache faccendiere, alle quali era gradita la prospettiva di avere una principessa tra di loro, e quindi la protezione dei suoi potenti parenti, accettarono ben volentieri l’incarico di farla diventare suora “con la minor possibile cognizione di ciò che faceva”. Quindi fecero di tutto per farle piacere quella vita: carezze e moine, chicche a non finire, posto distinto a tavola e in camerata, trattamento speciale in tutto. Ma purtroppo assieme a Gertrude erano lì educate altre fanciulle, generalmente di famiglia borghese, che non erano affatto destinate al chiostro; esse non invidiavano la loro compagna, per quanto costei magnificasse loro il suo futuro di madre badessa, perché nutrivano ideali ben diversi: “alle immagini maestose, ma circoscritte e fredde, che può somministrare il primato in un monastero, contrapponevan esse le immagini varie e luccicanti, di nozze, di pranzi, di conversazioni, di festini, come dicevano allora, di villeggiature, di vestiti, di carrozze.”  Queste immagini splendenti e suggestive scossero e ben presto fugarono le idee precedenti di Gertrude,  e a poco a poco anche per lei la vita mondana acquistò un fascino irresistibile. Che dire poi quando, varcate le soglie dell’adolescenza, alle fantasticherie mondane si aggiunsero le vive esigenze del cuore e i primi turbamenti della pubertà! Gertrude ormai comprendeva benissimo che non era nata per farsi suora, che non aveva la minima vocazione per la vita claustrale; ma come opporsi ai genitori, come negare al padre quel consenso che egli teneva per certo? Solo la religione, se fosse stata da lei sentita veramente, avrebbe potuto darle la forza di abbracciare, senza disperarsi, una vita di rinuncia e di mortificazione; ma la religione che avevano insegnata a Gertrude, sia a casa che in convento, era puramente formale e decorativa, “una larva come l’altre” che pullulavano nella sua fervida fantasia

      Questa larva tuttavia si levava talora minacciosa nell’animo instabile dell’adolescente, e allora ella pensava che fosse una colpa opporsi alla volontà dei suoi genitori, per vivere una vita più piacevole, in mezzo ai pericoli e alle tentazioni del mondo; in quei momenti la ragazza sentiva come un complesso di colpa, ed era disposta a espiare il suo peccato di desiderio vestendo spontaneamente l’abito monacale. Si approfittò di uno di questi momenti di turbamento e scrupolo religioso, prodotto, come ho detto, dal complesso di colpa insinuatole da chi ne aveva interesse, per farle sottoscrivere la domanda, diretta al Vicario delle monache, di essere esaminata sulla vocazione, onde poter prendere il  velo: era il primo passo formale sulla via del chiostro. Ma la domanda non era giunta ancora all’ecclesiastico cui era diretta, che la poveretta se n’era già pentita amaramente. Che fare? Consigliatasi con alcune compagne, con cui da qualche tempo osava confidarsi, scrisse una lettera al principe suo padre, per informarlo che non si sentiva più inclinazione per la vita monacale. Fatta recapitare la lettera per vie traverse, cominciò ad aspettare con trepidazione la risposta, che non giunse mai; sennonché dopo alcuni giorni la badessa la chiamò nella sua cella e, con aria di mistero, le parlò di una gran collera del principe per il suo fallo, cui alluse con un senso di orrore; aggiunse che però, pentendosi e portandosi bene in futuro, poteva sperare il perdono. “La giovinetta intese, e non osò domandar più in là.” Avrebbe dovuto ribellarsi, dir le sue buone ragioni, combattere contro la coalizione ipocrita e brutale della famiglia e del monastero; ma come avrebbe potuto?

      Siccome l’esame della vocazione da parte del sacerdote incaricato doveva avvenire almeno un anno dopo la presentazione della domanda, e dopo che la ragazza avesse dimorato almeno un mese fuori del monastero, venne finalmente il giorno che Gertrude fu riportata in famiglia, a Milano, per trascorrervi il periodo di tempo prescritto. Ma la più amara delusione l’aspettava: in casa fu considerata come una rea, una reietta, un disonore della famiglia; “un anatema misterioso pareva che pesasse sopra di lei.” Altro che festini, ricevimenti, conversazioni e le altre cose meravigliose che aveva fantasticate in convento! Non usciva di casa mai, neppure per la messa, che le facevano ascoltare da una grata aperta su una chiesa attigua. E anche la servitù la trattava con distacco e freddezza, obbedendo a precisi ordini del principe; e quanto più la ragazza sentiva bisogno di affetto e di confidenza, e magari ne mendicava, tanto più si vedeva allontanata e dimenticata, come se fosse un’estranea appena tollerata. Solo un paggio mostrava per Gertrude un certo timido rispetto, una certa muta simpatia, che poteva essere o diventare amore. L’atteggiamento del ragazzo non sfuggì certamente a Gertrude, che da quel momento si sentì più forte, più sicura, più tranquilla, come colei che credeva  di aver trovato quello che tanto affannosamente bramava. Il padre sospettò che sotto questo mutamento di umore ci doveva essere qualcosa; fu raddoppiata allora la vigilanza, e purtroppo un giorno la ragazza fu sorpresa mentre scriveva una lettera al paggio. Il foglio le fu tolto di mano da una cameriera che la spiava, e portato al principe. Il cuore di Gertrude era in tumulto, agitato da un misto di rabbia, vergogna e paura.

      La punizione fu dura e immediata: essere rinchiusa nella sua stessa camera, sotto la guardia di quella cameriera odiosa, che diveniva così la sua carceriera e la sua aguzzina, rinnovandole ogni momento con la sua stessa presenza l’acerba memoria del fallo, che le parole con cui il padre aveva accompagnato la pena avevano ingigantito, infondendole un senso di rimorso e di terrore quasi per cosa irreparabile. Il paggio fu subito cacciato dal palazzo, e per monito solenne il principe gli sonò due schiaffi nel congedarlo, onde togliere al ragazzo ogni tentazione di vantarsi della piccola avventura o anche semplicemente di farne parola.

      Dopo quattro o cinque giorni di duro e assoluto isolamento, che parvero alla ragazza un’eternità popolata di incubi paurosi, la poveretta non ne poteva più, e dovette capitolare. Alla sua età sentiva  “un bisogno prepotente di vedere altri visi, di sentire altre parola, d’esser trattata diversamente.” Inoltre la larva della religione, risvegliata e resa formidabile dal senso di colpa, le imponeva ora di abbracciare la clausura proprio per espiazione del suo terribile fallo: l’innocente letterina al principe azzurro dei suoi sogni si era trasformata nella mente della poverina, per la malefica e interessata suggestione esterna, in una colpa vergognosa e quasi mostruosa! Allora si decise: riprese la penna fatale e scrisse al padre, chiedendo accoratamente perdono e dicendosi pronta a fare tutto ciò che a lui piacesse disporre.

      Con la resa incondizionata di Gertrude termina questo capitolo, nel quale è delineata in maniera davvero icastica e impressionante la spietata figura del padre, che con arte mefistofelica costringe la povera figliola, non ancora quindicenne, a prendere il velo che aborriva. Eppure così agendo egli credeva di provvedere nel miglior modo al decoro del suo nobile casato, che doveva apparire a tutti onorato e degno di stima: ecco la tipica ipocrisia di quel secolo corrotto, che mirava solo alle apparenze esteriori.   

CAPITOLO X

 

 

      In questo capitolo il Manzoni continua e porta a termine, cioè al drammatico epilogo che già s’intravede dalla fine del capitolo precedente, la penosa storia di Gertrude, vittima della volontà del padre, il quale a sua volta era vittima dei pregiudizi del tempo e di una falsa visione del prestigio della sua nobile famiglia. La narrazione dettagliata dei fatti, ora dolorosi ora orribili, della cosiddetta Monaca di Monza, costituisce una vistosa digressione nell’economia del romanzo; ma non si potrebbe dire che sia una digressione oziosa e neppure eccessiva. E’ una storia umana, che è necessaria per comprendere il personaggio nella sua complessa psicologia e anche nei suoi tragici errori, e nello stesso tempo ci offre un esempio fedele dell’ipocrisia e della tirannide, anche domestica, del Seicento, secolo fastoso e farisaico.

In tutto il racconto si avverte la nota dolente che domina nell’animo dell’Autore: egli non scusa Gertrude, ma sente per lei una grande pietà cristiana, perché comprende che, per opporsi al sopruso paterno, ella avrebbe dovuto possedere una forza di volontà non facile a trovarsi in una ragazza di quindici anni; l’infelice avrebbe, sì, potuto trovare un aiuto o un rifugio nella fede, ma purtroppo questa non era in lei radicata, e non costituiva quindi un punto di forza, ma piuttosto di debolezza, perché, se la religione faceva sentire la sua voce, era la voce quasi superstiziosa dello scrupolo e del terrore dell’aldilà, che rafforzavano il complesso di colpa così abilmente inculcatole e dal padre e dalle suore. Perciò l’atto di accusa il Manzoni lo formula soprattutto contro il principe-padre il quale, pur non dicendo mai esplicitamente alla figlia che doveva farsi monaca, tuttavia inesorabilmente, con arte perfida e costanza degna di miglior causa, la sospinge verso la clausura perpetua, ritenendo in tal modo di assolvere un suo preciso dovere, quello cioè di salvaguardare l’indivisibilità del patrimonio, onde tutelare il decoro del casato, basato allora soprattutto su una solida proprietà immobiliare. La divisione della proprietà  familiare fra tutti i figli avrebbe, secondo il pregiudizio del secolo, non solo frantumato l’asse ereditario, ma rovinato il prestigio del casato.

      Ma torniamo al racconto della dolente vicenda. Quando il principe ricevette la lettera della figlia, e ne lesse il contenuto, i suoi occhi lampeggiarono di una mal contenuta gioia, che a noi ripugna, ed egli capì subito che bisognava approfittare immediatamente e sino in fondo di quella sì favorevole disposizione d’animo, di quel cedimento ottenuto con la dura reclusione e con la minaccia, ventilata in aria, di qualcosa di ancor più terribile. La ragazza si trovava – dice l’Autore con fine osservazione psicologica – in uno di quei momenti, frequenti nell’animo giovanile, in cui un poco d’insistenza “basta a ottenere ogni cosa che abbia apparenza di bene e di sacrificio.”  Questi slanci della generosità dei giovani, che dovremmo solo ammirare e rispettare quasi con venerazione, sono invece egoisticamente e astutamente, se non perfidamente, aspettati e sfruttati da gente senza coscienza,  per compromettere e legare per sempre una persona incauta e inesperta, che ancora non conosce le trappole del mondo.

      Gertrude, ammessa alla presenza del genitore, non seppe far altro che gettarsi alle sue ginocchia invocando il perdono; ma il principe, volendo battere ben bene il ferro mentr’era caldo, rispose ruvidamente che il perdono bisognava meritarlo. Il suo fallo era tale, e qui si mise a insistere su di esso ingigantendolo, che il rimedio poteva essere uno solo: il chiostro. Se pure egli in passato avesse avuto intenzione di maritarla, ora lei stessa ci aveva posto un ostacolo insormontabile con la sua condotta irresponsabile e scandalosa; e il suo onore di cavaliere non gli avrebbe mai  e poi mai consentito di “regalare a un galantuomo una signorina che aveva dato un tal saggio di sé.” Nel sentire queste parole la povera ragazza era letteralmente annientata; allora il principe, sicuro di aver ottenuto l’effetto voluto, addolcì alquanto la voce, per dire che ora lei stessa comprendeva  “che la vita del secolo era troppo piena di pericoli”… Gertrude annuì singhiozzando: “Ah sì!” Tanto bastò; il padre prese questo sì, di valore tanto limitato e contingente, per una decisione ferma e definitiva di prendere il velo, e subito mise in moto un meccanismo diabolico per realizzare al più presto il suo antico disegno, senza dar tempo e modo alla figliola di poterci ripensare.

      Chiama immediatamente la moglie e il primogenito, allo scopo di partecipare loro la sua  gioia per la risoluzione di Gertrude, e intanto la ribadisce come una decisione spontanea e irrevocabile: “è risoluta di prendere il velo.” La figliola avrebbe voluto spiegarsi, restituire al suo sì il suo vero valore, di riconoscimento del suo errore e di promessa di comportarsi in avvenire con più saggezza; ma “la persuasione del principe pareva così intera, la sua gioia così gelosa, la benignità così condizionata, che Gertrude non osò proferire una parola che potesse turbarle menomamente.” E’ proprio così: le persone scaltre e spregiudicate spesso ci mettono davanti al fatto compiuto, approfittando della nostra timidezza o distrazione, facendo poi credere che non hanno fatto altro che eseguire il nostro volere!

      Per non perdere neppure un attimo di tempo, il principe, con la scusa di fare una bella passeggiata in carrozza, propose di andare senz’altro a Monza, per presentare alla madre badessa del convento la richiesta formale  di accettazione nell’Ordine. Naturalmente la principessa e il principino si mostrarono entusiasti della proposta, ma avendo Gertrude mostrato una certa perplessità, il padre le chiese, con atto di grande degnazione, se voleva andare quel giorno o l’indomani. Qui si nota la raffinata astuzia del principe, il quale non chiede alla figlia se vuole andare e quando vuole andare, ma la mette ancora una volta davanti alla decisione già presa, dandole solo la possibilità di una breve dilazione. Gertrude naturalmente si prese quel piccolo respiro; ma intanto restava deciso, per la sua stessa scelta, che l’indomani sarebbe andata a fare la sua richiesta solenne al monastero; e per dare alla cosa una sanzione di irrevocabilità, il principe mandò subito un corriere ad annunciare alla badessa la loro visita per il giorno dopo: ormai non ci si poteva più tirare indietro.

      Intanto si fece sapere alla parentela che la ragazza si era rimessa dalla indisposizione (così era stata motivata e coonestata la sua relegazione) e contemporaneamente aveva definitivamente chiarito la sua decisione di prendere il velo; e i parenti vennero in frotta a fare il loro dovere, congratulandosi con lei e con la famiglia per il duplice fausto avvenimento. Sicché Gertrude, a ogni complimento che accettava, non faceva che ribadire implicitamente ma solennemente l’impegno per il chiostro davanti a tutti i parenti. La poverina si vedeva sempre più compromessa, ma non ebbe, per abile macchinazione paterna, in tutto il resto della giornata un solo attimo di tregua, onde pensare ai casi suoi, per vedere che cosa si potesse tentare per fermare quella macchina fatale, che si era messa in moto così accelerato e inesorabile per schiacciarla: eppure lei non si sentiva di essere stritolata! Ma il principe non lasciò la presa sulla disgraziata figliola e, nel bel mezzo delle visite, si recò direttamente dal vicario delle monache, per concertare la data dell’esame della vocazione della figlia e, com’era da aspettarsi data la fretta paterna, fu fissato il dopodomani: le maglie della rete si erano ormai strette intorno alla povera vittima, e il padre aguzzino teneva saldamente in mano le corde dell’inesorabile trama.

      Alla sera Gertrude, dovendo andare a letto, volle almeno prendersi una soddisfazione, che certamente non le avrebbero negato in quella giornata in cui sembrava essere venuta così in auge, anche se in realtà era la vittima; volle cioè sbarazzarsi dell’odiosa cameriera che era stata la causa della sua prigionia, e per parecchi giorni era diventata la sua arcigna guardiana. Naturalmente fu subito accontentata, e fu assegnata al suo servizio una donna attempata, molto affezionata alla famiglia, che era stata già governante del principino, “nel quale aveva riposte tutte le sue compiacenze”. Ma ottenuto l’allontanamento di colei, la ragazza si meravigliò di trovare così poca soddisfazione in questa vendetta che pure aveva così ardentemente covato.

      Il giorno dopo dovette alzarsi presto per prepararsi al gran viaggio: la cameriera la preparò nell’abito, quindi il principe la lavorò nell’animo. Le disse e ripeté che tutto s’era fatto per sua libera scelta, e che ora bisognava continuare con franchezza e disinvoltura la strada intrapresa; quindi aggiunse: “La badessa vi domanderà cosa volete: è una formalità. Potete rispondere che chiedete d’essere ammessa a vestir l’abito in quel monastero, dove siete stata educata così amorevolmente.” Finalmente si partì; ma durante la strada da Milano a Monza più volte il padre tornò sull’argomento, ripetendo a Gertrude la suddetta formula di risposta, onde scolpirgliela bene in mente.

      Al monastero l’accoglienza fu solenne, e davanti all’ingresso si era anche riunita una folla acclamante il principe, feudatario della città. Tutte le suore erano a riceverlo, con la badessa in testa. Dopo i saluti e i convenevoli, la badessa chiese a Gertrude che cosa desiderasse lì, dove nulla poteva esserle negato; la poveretta stava per recitare le parole di risposta imparate ormai a memoria, allorché scorse, tra le educande presenti, una sua compagna che con l’atteggiamento ironico del viso sembrava dicesse: “ah! la c’è cascata la brava.” In un attimo si sentì rimescolare il sangue in un impeto di ribellione, e cercò una risposta qualsiasi, meno impegnativa; ma scorgendo il cipiglio del padre, che esprimeva impazienza e minaccia, si sentì venir meno il coraggio, e pronunciò  precipitosamente la formula insegnatale: capitolò ancora una volta.

      La badessa disse che non poteva darle subito l’accettazione ufficiale, perché secondo la regola la domanda doveva essere approvata dal Capitolo delle consorelle; tuttavia Gertrude non poteva dubitare dell’esito della votazione, tanta era la stima che lì si aveva di lei e della sua famiglia. Quindi, dopo essersi congratulata della santa risoluzione, che per loro costituiva un onore e una gioia, invitò il principe in disparte nel parlatorio, per eseguire un’altra formalità: avvertire il genitore della postulante che, qualora in qualche modo forzasse la volontà della figlia, incorrerebbe nella scomunica più grave…  ”Lei non può dubitare…” rispose untuosamente il principe, e la reverenda madre si ritenne paga. In questo incontro salta agli occhi l’ipocrisia dei due personaggi, degni rappresentanti di quel secolo farisaico, i quali, pur conoscendo benissimo la verità, cioè l’indegna coercizione della povera ragazza, fingono di ignorarla, e credono di mettersi la coscienza a posto ricorrendo a dei miseri sotterfugi.

      Il giorno dopo una più difficile prova attendeva l’infelice Gertrude:  l’esame della sua vocazione da parte dell’ecclesiastico incaricato. Il padre non mancò di catechizzarla ben bene, inculcandole le risposte più appropriate alle probabili domande dell’esaminatore. Soprattutto però le raccomandò di rispondere con sicurezza e con pronta franchezza, ché altrimenti avrebbe fatto sorgere qualche dubbio nell’animo di quell’uomo dabbene… e allora egli, per tutelare il suo onore di gentiluomo, perché non si credesse che coartasse la volontà della figlia, sarebbe stato costretto a rivelare, suo malgrado, tutta la faccenda del paggio… da cui aveva avuto origine la sua risoluzione per il chiostro. Davanti a questa prospettiva orribile e vergognosa l’animo della povera ragazza rifuggiva terrorizzato;  sicché non le rimaneva altra alternativa che continuare a mentire sino alla fine, sino al doloroso epilogo della clausura.

L’esame dunque si svolse così come il principe desiderava, e l’inquisitore “fu prima stanco d’interrogare – dice amaramente il Manzoni – che la sventurata di mentire”. Ottenuto il parere favorevole del vicario delle monache, nel monastero di Monza si poté tenere il solenne Capitolo che doveva decidere dell’accettazione o meno della domanda di Gertrude. Ma l’esito di questa votazione non preoccupava affatto il principe, che aveva in quel consesso delle zelanti e influenti collaboratrici; com’era da prevedersi, si ebbe la maggioranza dei due terzi, richiesta dalla Regola per l’ammissione della candidata.

      Ora rimaneva l’ultimo atto del dramma: la sposina, come veniva chiamata allora la ragazza che stava per monacarsi, sotto la guida di una dama, che chiamavasi madrina, doveva visitare le chiese, i palazzi, i monumenti, i santuari, le ville, insomma le cose più notevoli della città, per vedere a che cosa rinunciava per sempre. All’uopo Gertrude dovette scegliere la madrina; e il non sapersi esimere da questa scelta fu un modo di ribadire indirettamente le sue catene, una conferma del suo proposito. Scelta la madrina, cominciarono le visite e le scarrozzate; ma il continuo girovagare non dava alla misera alcun sollievo, anzi acuiva la sua sofferenza la vista di quel mondo per lei così allettante, ma dal quale ella era inesorabilmente esclusa.  Era insomma un vero supplizio di Tantalo; tanto che “lei medesima, stanca di quel lungo strazio, chiese allora d’entrar più presto che fosse possibile nel monastero.” Figurarsi se non fu subito accontentata! Il principe era fiero e soddisfatto; per la figliola cominciava un nuovo calvario. Fece il noviziato, dodici lunghi mesi di rodimento, dopo i quali doveva fare la professione solenne dei voti; ormai come poteva tirarsi indietro? “Conveniva, o dire un no più strano, più inaspettato, più scandaloso che mai, o ripetere un sì tante volte detto; lo ripeté, e fu monaca per sempre.”

      A questo punto il Manzoni osserva che Gertrude, se si fosse rifugiata nella religione, avrebbe potuto vincere le inappagate passioni del suo animo, lenire il suo risentimento, e fare di necessità virtù; insomma “avrebbe potuto essere una monaca santa e contenta, comunque lo fosse divenuta.” Ma purtroppo la religione non era da lei sentita se non, talora, con terrore quasi superstizioso, per cui non le poteva dare nessun aiuto per vincere la sua disperazione; l’infelice, dibattendosi sotto il giogo, ne sentiva maggiormente il peso, mentre avvertiva in cuore un acre impeto di ribellione. Vedeva il fiore della sua giovinezza sfiorire sotto il saio, la sua bellezza appassire ignorata tra le gelose e tetre mura di un convento, e restare per sempre frustrato l’ardente desiderio di amore e di tenerezza che le divampava nel cuore. In tal modo il suo animo, fondamentalmente buono, si pervertiva paurosamente: odiava la famiglia, che l’aveva così brutalmente immolata sull’altare dell’interesse economico e del malinteso decoro esteriore, odiava le suore, che in gran parte avevano collaborato all’opera perfida e insidiosa, odiava le educande, che un giorno si sarebbero goduto quel mondo a lei interdetto. Così visse alcuni anni, lunghi e tristi anni, in un rammarichìo incessante per tutto ciò che le era stato spietatamente e subdolamente tolto: giovinezza, bellezza, piaceri, amore. Soprattutto amore, di cui il suo animo era assetato al punto da non far caso all’abisso che lo separa dalla passione sensuale che spesso lo contrabbanda; bastava un’occasione, perché l’infelice cadesse vittima di questa passione travolgente, e l’occasione  per sua disgrazia si presentò. Uno scellerato giovane, che aveva la casa attigua al monastero, e da una finestrina aveva più volte notato Gertrude che gironzolava oziosa e triste nel sottostante cortile, osò un giorno rivolgerle la parola.

“La sventurata rispose” – dice laconicamente l’Autore; e in queste poche ma doloranti parole è espresso pietosamente l’epilogo indegno del dramma di un’anima sacrificata allo stolto pregiudizio del prestigio nobiliare. Il dramma osceno e fosco è sottinteso; il Manzoni non dice di più di Gertrude, come Dante non dice di più di Francesca. “Quel giorno più non vi leggemmo avante;” pietoso riserbo che obbedisce a un profondo sentimento morale e religioso.

      Lo spirito cristiano del nostro Autore rifugge dalla descrizione compiaciuta del peccato, poiché nessun vantaggio ne può derivare all’opera d’arte né dal punto di vista estetico né dal punto di vista etico; e ben fece egli a tagliare quelle pagine che nella prima stesura del romanzo aveva dedicato alla narrazione alquanto dettagliata della tresca della monaca con Egidio,  come viene chiamato l’empio giovane. Il suo nome storico è invece Giampaolo Osio, il quale fu in seguito giustiziato per la sacrilega e scellerata relazione con suor Virginia de Leyva, che è il nome storico della manzoniana Gertrude. Costei, purtroppo, dopo la grave caduta, si macchia addirittura di un delitto: “abyssus abyssum invocat”. Una conversa, addetta al servizio di Gertrude, si era accorta di quanto avveniva di irregolare, e un giorno, essendo da lei bistrattata più del solito, si lasciò scappare una parola… che lei sapeva… e avrebbe parlato a tempo debito. La peccatrice da quel momento non prese più pace; e per non esporsi all’onta dell’eventuale rivelazione della sua colpa, d’accordo con Egidio, fece uccidere la poveretta, la quale venne nottetempo seppellita nello stesso orto del monastero, in una fossa abilmente camuffata.

      Nessuno seppe dare una spiegazione plausibile della sparizione della conversa; si fecero ricerche nel suo paese natale e in altri posti,ma con nessun esito. Corsero varie dicerie, finché, avendo una suora detto che forse si era rifugiata in Olanda (la quale, come paese protestante, accoglieva ospitalmente chi mancava ai voti religiosi, che invece era perseguitato nei paesi cattolici), corse tale voce e fu da tutti ritenuta vera. Ma non certamente da Gertrude, che aveva continuamente davanti agli occhi il fantasma dell’uccisa, in atteggiamento orribile di condanna, mentre al suo orecchio sembravano risonare, continuamente giorno e notte, le sue spietate parole di accusa. Ora, rosa incessantemente dal tarlo del rimorso, avrebbe dato chi sa che cosa per averla, quella immagine, viva davanti a sé, dovesse ella pur fare la completa rivelazione delle sue turpitudini davanti a tutti! Quando Lucia fu ricoverata nel monastero, era passato circa un anno da quel delitto che non dava requie all’animo della Signora, la quale – ci assicura il Manzoni – fu indotta a proteggere la povera perseguitata, oltre che da altri ovvi motivi, come ragioni di prestigio e opportunità di obbligarsi il Guardiano dei Cappuccini, anche perché provava “un certo sollievo nel far del bene a una creatura innocente.” Dunque nel suo cuore era ancora avvertita l’aspirazione al bene: non poteva ancora dirsi irrimediabilmente perduta, anche se ancora avvinta dalle dure e pesanti catene del peccato.       

CAPITOLO XI

 

 

      Al principio di questo capitolo il Manzoni ci descrive l’inglorioso ritorno dei bravi al palazzotto di don Rodrigo:  questi birboni delusi e mortificati, che tornano a mani vuote da un colpo così meticolosamente preparato e ritenuto così sicuro, sono appropriatamente assomigliati a un branco di segugi che , lasciatasi scappare una bella lepre, tornano mogi mogi verso il loro padrone furibondo. In verità il signorotto, che ignorava ancora il bell’esito dell’impresa, non era ancora furioso, ma si poteva scommettere che lo sarebbe diventato all’annuncio del risultato; e in quei momenti nessuno di quei malandrini invidiava la posizione preminente del Griso, che avrebbe dovuto recargli la deludente notizia.

      Don Rodrigo dunque, in una stanza del piano di sopra, la quale godeva di ampia vista, camminava nervosamente avanti e indietro, in un’attesa piuttosto ansiosa, e ogni tanto guardava fuori dalla finestra, per vedere se i suoi uomini fossero di ritorno. Il suo animo era un po’ preoccupato per il rischio dell’impresa, che era la più grossa che finora avesse osato; ma si rassicurava pensando che il podestà era un amico, per cui Agnese e Renzo non avrebbero potuto ottener nulla dalla giustizia, caso mai fossero ricorsi alla legge. Anche gli avvocati, come il nostro Azzecca-garbugli, erano tutti legati a lui da interessi vari, e certamente nessuno di loro avrebbe assunto la difesa di quei villani; dell’arrabbiato frate non si preoccupava un gran che, anche se non gli era uscito del tutto dalla memoria quel minaccioso esordio di profezia… E appunto per scacciare queste preoccupazioni poco allegre, concentrava il pensiero sull’oggetto delle sue brame, pensava alle lusinghe e alle parole che avrebbe adoperato per calmare la ragazza e ridurla alle sue voglie, e già pregustava il piacere della conquista.

      Ma ecco finalmente che i suoi fidi sono di ritorno: don Rodrigo ha un balzo: dall’alto scruta al chiaro di luna i suoi uomini: li conta; ci sono tutti, anche il Griso, ma non c’è la bussola, Lucia non c’è. Come una furia scende a pianterreno per riceverli come si meritano, e investe in malo modo il suo luogotenente scornato, presentatosi a fare la relazione della sciagurata impresa. Il Griso però si difende bene: essere trattati così dopo aver fatto il proprio dovere e dopo aver arrischiato la vita in una pericolosa spedizione! Il padrone allora si calma e vuol sentire com’è andata.  Ascoltato l’arruffato rapporto, sospetta subito che ci sia sotto una spia. Il Griso non l’esclude, ma dice che ci dev’essere anche qualcos’altro, che per ora non sa spiegarsi. Il padrone alla fine, per risarcirlo delle gratuite offese e dei cocenti insulti con cui lo aveva accolto, lo loda per il suo zelo e per come si era comportato, e gli ordina per il giorno dopo di mandare due bravi al villaggio, per intimare al console (una specie di delegato del podestà di Lecco) di non far deposizione dell’accaduto,  “per quanto aveva cara la speranza di morir di malattia”, e due altri a guardar che nessuno si avvicinasse al casolare, dove era rimasta la bussola, la quale sarebbe stata recuperata la notte successiva, per non destar sospetto; lui stesso poi, con alcuni dei più abili e destri, doveva cercar di sapere che cosa di preciso fosse accaduto nel villaggio in quella strana notte.

      La mattina seguente, giorno di San Martino, mentre il Griso era già all’opera, i due nobili cugini s’incontrarono, e il conte Attilio con aria di trionfo ricordò la scommessa. Don Rodrigo rispose che era pronto a pagare, ma che non era quello che lo preoccupava per il momento; e raccontò tutto l’accaduto al degno cugino, il quale espresse subito il sospetto che c’era lo zampino del frate nella faccenda, e volle perciò sapere il tema del colloquio avuto con lui.  Avutone un sommario ragguaglio, si disse molto meravigliato che avesse lasciato partire quel mascalzone incappucciato senza caricarlo di bastonate; comunque s’incaricò lui di sistemarlo per le feste, in un modo o nell’altro, per mezzo del Conte zio, membro influente del Consiglio Segreto. Questo conte Attilio, nella sua burbanza nobiliare, aveva proprio un debole per le bastonate da appioppare alla gente comune; tuttavia quel giorno egli, solitamente così sventato e ridanciano, si mostrò seriamente interessato ai casi del cugino, anche se sotto i baffi rideva del suo clamoroso smacco, che gli aveva pure fruttato dei bei soldi. Fu tanto servizievole verso di lui, che si disse disposto a render visita al Signor  Podestà, per tenerlo buono buono in quelle circostanze, e anche per cancellare ogni suo eventuale risentimento per le stoccate del conte, poiché questo risentimento poteva ora danneggiare gli affari del caro cugino.

Per il Griso e suoi accoliti non fu davvero difficile raccapezzare che cosa fosse accaduto nel villaggio degli sposi nella nottata precedente; troppe erano le persone che sapevano qualcosa, e non tutte sapevano tacere. Perpetua, per quanto Don Abbondio le comandasse di non fiatare, era troppo stizzita contro Agnese, che l’aveva infinocchiata in quel modo, per non lasciarsi sfuggire qualche parola sul tentativo degli sposi e soprattutto sull’ipocrisia di quella brava vedova; Gervaso aveva un gran voglia di parlare, perché gli sembrava di essere diventato finalmente una persona importante, avendo partecipato a una spedizione clandestina, e non bastavano le minacce di pugni da parte del fratello, per tappargli del tutto la bocca; Tonio stesso dové pur dire alla sua Tecla dove fosse andato a quell’ora tarda, e la moglie non era muta come il marito l’avrebbe voluta in quella circostanza (e in chi sa quant’altre!). Chi non poté parlare affatto fu Menico, perché i genitori, spaventati oltremodo che il ragazzo avesse collaborato a mandare all’aria un piano di don Rodrigo, lo tennero per più giorni chiuso in casa; ma poi essi stessi si lasciarono scappare che gli sposi e Agnese si erano rifugiati a Pescarenico. 

      Quello che per la gente del villaggio appariva inspiegabile era il fatto del pellegrino: due paesani lo avevano visto, quindi non potevano aver sognato; ma chi poteva essere? cosa era venuto a fare? come mai si trovava con i malandrini? che fine aveva fatto? Si traevano varie ipotesi, taluna anche abbastanza azzeccata, ma la cosa rimaneva tuttavia misteriosa; per il Griso invece era quello il dato più certo, di cui poté servirsi come punto di partenza per spiegare agevolmente ogni altra notizia che poté raccattare qua e là, onde cucirne una relazione per il suo padrone, abbastanza compiuta e convincente, che pareva escludere, cosa per lui confortante, l’ipotesi di un tradimento di qualcuno dei suoi fidi servitori.

      Quando don Rodrigo ricevette le notizie recate dal Griso, nel sentire che i due promessi erano fuggiti insieme a Pescarenico dopo il fallito tentativo alla casa del curato, pensò che certamente erano andati a mettersi sotto la protezione del frate, ed ebbe un’esplosione d’ira contro padre Cristoforo, per la gelosia che in quel momento lo rodeva nel saperli insieme. Siccome questo pensiero lo tormentava, spedì il fedel Griso a Pescarenico, per sapere dove fossero i due colombi, e per vedere che cosa si poteva fare ancora. La sera stessa il suo luogotenente gli poté portare la notizia che le donne si erano rifugiate a Monza, mentre Renzo aveva proseguito il cammino alla volta di Milano. La certezza che Renzo si era separato dalla fidanzata calmò alquanto la sua gelosia, ma non acquietò affatto la passione principale, nella quale ora entrava anche un puntiglio di onore, come una sfida contro il frate, da cui non poteva lasciarsi vincere, se non voleva perdere la faccia.

      Il Manzoni si sofferma, in una pagina di bonaria lepidezza, a spiegarci come mai il Griso abbia potuto a Pescarenico, nel regno spirituale del frate, pescare così presto le notizie che gli interessavano. Il passo comincia con un tono disteso: “Una delle più gran consolazioni di questa vita è l’amicizia; e una delle consolazioni dell’amicizia è quell’avere a cui confidare un segreto.”  Chi confida una cosa gelosa, raccomanda il silenzio; ma generalmente esso non è inteso in senso assoluto, ché altrimenti la consolazione si arresterebbe al confidante, il che non è giusto, ma nel senso di non riferire la notizia se non ad amico ugualmente fidato, e imponendogli la stessa condizione di serbare il segreto, il quale diventa in breve, come si dice, il segreto di Pulcinella. Gli amici poi non sono a coppie isolate, come i colombi, ma generalmente ognuno ne ha parecchi, e  “ci sono degli uomini privilegiati – aggiunge argutamente l’Autore – che li contano a centinaia”; così il segreto gira vorticosamente per questa interminabile catena dell’amicizia, e giunge prima o poi anche alle orecchie, molto attente, di colui al quale, chi ha confidato per primo la delicata notizia, non avrebbe voluto mai e poi mai che giungesse. Ma per ottener con certezza questo risultato, avrebbe dovuto lui per primo privarsi della dolce consolazione di confidare un segreto. Sta dunque il fatto che il buon barocciaio, tornando verso sera a Pescarenico, s’imbatté in un amico fidato, al quale, così parlando e senza vanto, confidò il servizio che aveva reso a quei poveretti per preghiera del santo frate; e da amico fidato ad amico fidato, la notizia giunse poche ore dopo a don Rodrigo, portata dal diligente Griso il quale credeva che finalmente la faccenda fosse, almeno per lui, chiusa.

      Ma il suo padrone non si dà ancora pace: vuol sapere in quale monastero di Monza è ricoverata Lucia, e che cosa si può tentare per rapirla; e ne incarica ancora una volta il suo caporalaccio. Questi però inaspettatamente tentenna: in quella città egli aveva suscitato molti odi, per avervi commesso molti reati, tra cui un omicidio, per il quale sulla sua testa pendeva una taglia di ben cento scudi, somma allettante anche per qualche collega della malavita che così poteva anche guadagnarsi l’impunità… Propone insomma di mandare un altro. Don Rodrigo esce addirittura dai gangheri per l’improvvisa viltà dell’uomo tutto suo, e lo rampogna con acerbo sarcasmo: “Tu mi riesci ora un can da pagliaio che ha cuore appena d’avventarsi alle gambe di chi passa sulla porta!”  Il Griso, punto sul vivo, non può tirarsi indietro, e l’indomani parte per questa terza esplorazione, apparentemente “con faccia allegra e baldanzosa, ma bestemmiando in cuor suo Monza e le taglie e le donne e i capricci dei padroni.”

      Non va solo, ma con due dei suoi migliori uomini, che gli guardino le spalle, e si avanza cauto e sospettoso nella città in cui non spira buon’aria per lui, come il lupo che, cacciato dalla fame, lascia i boschi montani e si avventura nell’aperta pianura, avvicinandosi all’ovile ben custodito, incerto tra “l’ardore della preda e il terrore della caccia.” Mentre il Griso svolgeva a Monza la sua missione esplorativa, don Rodrigo pensava come potesse impedire a Renzo di tornare in paese e di riunirsi con la sua fidanzata: si poteva, per mezzo del podestà, dare un significato sedizioso al tentativo in casa del parroco, e spiccare quindi contro di lui un bel mandato di cattura, che lo dissuadesse dal tornare dalle sue parti; ma poi pensò che non gli conveniva rimestare quella faccenda, alla quale era connesso il suo tentativo di ratto, che poteva quindi venire in luce e comprometterlo. Decise perciò di parlarne col suo avvocato, il degno dottor Azzecca –garbugli, perché trovasse lui qualche garbuglio, qualche cavillo, qualche trappola per rovinare definitivamente il povero fuggitivo, che turbava ancora i suoi sonni.

      Ma proprio nel momento in cui il signorotto pensava al modo di compromettere Renzo con la giustizia con qualche denuncia menzognera, proprio costui si adoperava inconsciamente a servirlo meglio di qualunque avvocato, rimanendo preso in Milano nelle trappole della legge. Abbiamo detto che il giovane, la mattina di San Martino, riprese a piedi, da Monza, il cammino verso la metropoli lombarda, triste e sconsolato per la dolorosa separazione da Lucia, che chi sa quando sarebbe finita. Per la strada (circa dieci miglia) ogni tanto lo riprendeva la rabbia contro chi era la causa di tutti i suoi guai; ma poi si ricordava della promessa e della preghiera che aveva fatto col frate nella chiesa del convento, e allora si pentiva della sua ira e tornava a perdonare il suo nemico: “tanto che – osserva bonariamente il Manzoni – in quel viaggio, ebbe ammazzato in cuor suo don Rodrigo, e risuscitatolo, almeno venti volte.”

      Quando fu vicino alla città, vide levarsi dalla pianura, isolata, la gran mole del duomo, considerato allora giustamente l’ottava meraviglia del mondo, e rimase lì incantato a guardarlo; poi, avvicinandosi di più, vide campanili, torri e cupole, finché sboccò nei pressi delle mura. Qui chiese rispettosamente a un viandante, che veniva in senso opposto, quale via dovesse prendere “per andare al convento dei cappuccini dove sta il padre Bonaventura”. Nella sua ingenuità il montanaro pensa che a Milano ci sia un solo convento di Cappuccini, come dalle sue parti, e che tutti conoscano il padre Bonaventura, come appunto a Pescarenico e dintorni non c’era nessuno che non conoscesse fra Cristoforo. Il brav’uomo a cui Renzo si rivolse, pazientemente chiese in quale convento fosse quel frate; e avendogli il giovane, per tutta risposta, mostrata la lettera di padre Cristoforo, che nel recapito aveva scritto “Porta Orientale”, disse che fortunatamente quel convento era molto vicino, e gli indicò con garbo e chiarezza la strada da seguire.

      Renzo restò molto ammirato della cortesia dei cittadini verso i campagnoli, non immaginando di essere giunto a Milano in una circostanza tutta speciale, “un giorno in cui le cappe s’inchinavano ai farsetti”, cioè in cui la borghesia e anche la nobiltà – solitamente così prepotente e boriosa – avevano gran paura dei popolani, che sembravano essersi scatenati con furia improvvisa e selvaggia.  Si meravigliò anche che, entrando da porta Orientale, i gabellieri non lo avessero fermato, poiché aveva sentito tanto parlare degli interrogatori e delle perquisizioni a cui dovevano sottostare le persone che venivano dalla campagna, per poter entrare in città. Ma la sua meraviglia crebbe ancor più quando vide per terra una striscia di polvere bianca, che sembrava neve, ma neve non poteva essere di certo; aveva l’aspetto di farina, ma Renzo non poteva credere che in tempo di carestia gettassero la farina; palpatala, si accertò che era farina davvero, e non si raccapezzava come potessero sciuparla così: era forse entrato nel paese della cuccagna, mentre da loro già si lesinava il pane di granturco? Che dire poi quando, un po’ più avanti, vide a terra addirittura dei pani, bianchissimi, di quelli che non mangiava se non nelle grandi ricorrenze! La grazia di Dio non va sprecata: quindi, chinatosi a raccoglierli, se ne mise due in tasca e uno sotto i denti, ché il lungo cammino gli aveva risvegliato un discreto appetito. Facendo ciò pensò tra sé: se trovo il padrone, glieli pagherò.

      Mentre sgranocchiando quel pane saporito avanzava verso l’interno della città, vide venire un uomo con un sacco di farina sulle spalle, una donna con la sottana rimboccata in alto e tutta piena di farina, e un ragazzo con in testa un paniere troppo pieno di pagnotte, per cui ogni tanto ne cadeva qualcuna. Da questa vista Renzo ebbe finalmente la chiave del mistero del pane e della farina seminati per terra; capì immediatamente “che quello era un giorno di conquista, vale a dire che ognuno pigliava, a proporzione della voglia e della forza, dando busse in pagamento.”

Per amore di verità, bisogna pur dire che Renzo non ne fu affatto scontento; ciò non fa meraviglia: egli era tanto amareggiato contro la società ingiusta e sopraffattrice, dominata dai prepotenti, che vedeva di buon occhio ogni sconvolgimento che potesse in qualche modo mutarla; e poi era convintissimo che incettatori e fornai fossero la causa della penuria, per cui si faceva bene a strappar loro con la violenza quello che essi non volevano cedere a prezzo ragionevole. Se le autorità non provvedevano, il popolo doveva provvedere da solo.

      In mezzo a questi pensieri giunse al convento, dove il portinaio gli disse che il padre Bonaventura non era in casa, e lo invitò ad aspettarlo in chiesa, dove potrebbe fare un po’ di bene con la preghiera. Renzo si dirige verso la chiesa, volendo dare ascolto al buon consiglio, ma poi ci ripensa: vuol dare prima un’occhiata al tumulto. Si ferma su due piedi, aguzzando gli occhi verso il  brulichìo lontano e tendendo contemporaneamente l’orecchio al confuso rumore. “Il vortice attrasse lo spettatore”.  Con questa frase lapidaria il Manzoni scolpisce la scena e ci dà anche un’idea efficace del fascino che quel tumulto di popolo esercitò subito sul nostro popolano, tanto da fargli dimenticare il buon proposito di entrare in chiesa a pregare. E da questa curiosità morbosa, da questa trascuratezza della preghiera deriveranno a Renzo i guai peggiori, guai che lui stesso si tirerà addosso, per ingenuità e inesperienza, cioè per eccessiva fiducia nell’altrui buona fede. “Il vortice attrasse lo spettatore”: poche parole che rendono appieno una scena e uno stato d’animo, senza bisogno d’altri particolari. Sono parole gravide di senso, parole insostituibili e indimenticabili, come quelle scritte a proposito di Gertrude, lusingata dal turpe Egidio: “La sventurata rispose.” E’ la tentazione che attrae come un vortice ineluttabile chi poco poco si ferma a guardare, chi poco poco indugia allettato dalla dolce voce della sirena; è una sirena che non perdona chi l’ascolta. Renzo è ammaliato dallo spettacolo, non sa resistere alla curiosità e anche al desiderio di fare qualcosa anche lui: e sbocconcellando il suo pane fragrante si avvia voglioso verso il tumulto.

CAPITOLO XII

 

 

     Il Manzoni al principio di questo capitolo ritorna sul tema della carestia, di cui si era parlato durante il banchetto in casa di don Rodrigo; e ne elenca con lucido esame le cause.

La prima causa era evidentemente naturale: le avverse condizioni atmosferiche avevano danneggiato il raccolto, e non solo nel Milanese. Ma le avversità stagionali erano state aggravate dallo sperpero e dal guasto della guerra del Monferrato, e soprattutto dal comportamento delle truppe spagnole, in tutto simile a quello di un nemico invasore. Naturalmente ne facevano le spese, in primo luogo, i poveri contadini, specie nella zona più vicina alle operazioni militari, per cui i poderi venivano abbandonati, e i coloni, invece di procurare il vitto per sé e per gli altri, andavano ad accattarlo in città. L’abbandono della terra era un triste fenomeno che si andava verificando ovunque, anche senza la guerra, “perché le insopportabili gravezze, imposte con una cupidigia e un’insensatezza del pari sterminate,” rendevano impossibile la vita ai lavoratori dei campi, sottoposti a infinite vessazioni, di imposte e di requisizioni e anche di prestazioni personali gratuite per eseguire pesanti lavori. Il 1628 era il secondo anno di raccolto scarso; l’anno precedente si era tirato avanti con le scorte accumulate; ma il grano raccolto, del tutto insufficiente al bisogno, era stato in gran parte requisito per il fabbisogno delle truppe, sicché la carestia si fece ben presto sentire già nell’autunno, specie a Milano. 

      Con la penuria venne inevitabile, e anche salutare, il rincaro del pane. Il nostro Autore è liberale anche in economia, e per lui quindi il prezzo naturale è quello derivante dall’incontro tra domanda e offerta, cioè tra produzione e consumo: diminuendo l’offerta, il prezzo tende a salire, come accenna a diminuire in caso contrario. Si può anche, è vero, avere un prezzo artificiale di una derrata, un prezzo per così dire politico; ma allora lo Stato lo deve rendere possibile con adeguati provvedimenti, come indennizzi, agevolazioni fiscali, eccetera; perché un prezzo deve essere remunerativo, e nessuno può essere costretto a lavorare in perdita per sempre, e neppure per lungo tempo.  Non sarebbe giusto e neppure umanamente possibile. In caso di scarsità di una data merce, il rincaro è quindi inevitabile e anche economicamente utile, perché serve automaticamente a ridurne il consumo, mentre il prezzo vile ne permetterebbe un eccessivo consumo, o addirittura lo spreco.

      Ma purtroppo avviene quasi sempre che, quando una merce comincia a scarseggiare, sorge in alcuni la tentazione o la voglia di approfittarne per ottenere illeciti profitti: sono gli incettatori, i bagarini e i contrabbandieri, sempre pronti a speculare sul bisogno altrui, sordi al senso del dovere e della solidarietà sociale.

Lo Stato ne deve stroncare l’attività e impedire i loro pingui quanto ingiusti guadagni, ma con provvedimenti oculati e soprattutto tempestivi, operando sempre nel campo del ragionevole e del fattibile, senza ricorrere a ordinanze le quali, appunto perché ingiuste o illogiche o irrealizzabili, rimangono lettera morta. Il Manzoni vuole appunto mettere in risalto l’insipienza e l’irragionevolezza dei provvedimenti annonari delle autorità milanesi, i quali peggiorano la situazione, e d’altra parte anche la passionalità, i pregiudizi e la stolta condotta della gente ignorante o prevenuta. La stessa severa ma obiettiva critica l’Autore farà, come vedremo, nei riguardi dei provvedimenti presi dalle autorità governative in occasione della peste, ma anche a proposito del comportamento del popolo in quella dolorosa circostanza. Il Manzoni non perdona a chi non ha il senso del dovere o non è all’altezza della situazione o dei compiti della sua carica: ogni carica, secondo la morale cristiana, è un servizio per gli altri, che deve essere prestato con competenza e abnegazione.

      Il prezzo del grano era dunque salito tanto, che il pane (il quale allora costituiva quasi l’unico alimento della povera gente) si vendeva a un prezzo poco accessibile ai popolani indigenti, che non erano disposti a pazientare più oltre. Infatti cominciarono a fare delle dimostrazioni, chiedendo minacciosamente che si ponesse presto rimedio a questa situazione insopportabile. I magistrati stessi capivano che un tale stato di cose non poteva continuare.

      Siccome il Governatore, don Gonzalo Fernandez de Cordova, era impegnato nell’assedio di Casale Monferrato, il gran cancelliere Antonio Ferrèr, suo vicario, pensò di ovviare all’inconveniente fissando al pane un prezzo forzoso, che sarebbe stato giusto, se il grano si fosse venduto a 33 lire il moggio, come nei tempi migliori, mentre allora era salito sino a 80 lire, e anche più.

Provvedimento stolto e illogico, oltre che ingiusto, il quale sarebbe rimasto naturalmente inefficace per la stessa resistenza delle cose, se non ci fosse stata una moltitudine affamata e minacciosa, che non permetteva davvero che venisse elusa un’ordinanza a essa così favorevole. E siccome i popolani erano rimasti per tanto tempo a denti asciutti, ora volevano rifarsi  con quella specie di cuccagna, anche perché prevedevano in confuso che la cosa era troppo bella per poter durare. Ma per i disgraziati fornai erano insulti minacciosi, soprallavoro e perdita; come avrebbero potuto tirare avanti così? Fecero perciò presenti le loro giuste ragioni, e minacciarono, se non fossero state accolte, “di gettare la pala nel forno, e andarsene”, perché nessuno può a lungo lavorare per scapitarci.

      Ma Antonio Ferrèr era cocciuto, non sentiva ragioni, e non voleva revocare il suo bel calmiere, soprattutto perché temeva, nel caso lo avesse fatto, l’ira della folla, di cui prima si era procurato il favore a spese dei fornai, ai quali fece vaghe promesse di risarcimento del danno subito a causa del prezzo politico del pane.  I fornai allora ricorsero al Consiglio dei decurioni (una magistratura municipale formata da 60 nobili, scelti dieci per porta o rione, donde il nome), i quali scrissero al Governatore informandolo dell’inconveniente e invocando il suo intervento. Ma don Gonzalo, “ingolfato fin sopra i capelli nelle faccende della guerra”, non volle perdere il suo prezioso tempo per rimediare a quel pasticcio, e incaricò una commissione, da lui nominata all’uopo, di fissare al pane un prezzo più equo, “da poterci campar tanto una parte che l’altra”. I componenti della giunta, riunitisi, fecero, dopo molti sospiri e tergiversazioni, ciò che era purtroppo inevitabile quanto pericoloso, vale a dire rincararono il pane:  “i fornai respirarono, ma il popolo imbestialì.” E’ questa una delle frasi scultoree del Manzoni: poche parole pregne di significato, che rappresentano con icastica efficacia la minacciosa situazione, che poteva divenire da un  momento all’altro esplosiva. Ciò che avvenne. Già il giorno 10 novembre, precedente a quello in cui Renzo giunse a Milano, si erano visti per le strade della città i prodromi di una sommossa. L’indomani, sin dalle prime ore del mattino, il centro cittadino era ingombro di gruppi di gente eccitata, tra cui molti, ai quali prudevano le mani, non volevano lasciarsi sfuggire l’occasione di approfittare, nel proprio interesse, dell’indignazione generale.

      Bastava una scintilla, per appiccare l’incendio a quella specie di barile di polvere rappresentato dalla moltitudine esasperata; e l’occasione venne appunto con l’uscita dai forni    delle gerle piene di fragranti pagnotte, portate dai garzoni ai soliti clienti. I poveri garzoni vengono bloccati e malmenati: il pane va a ruba. Molti avevano così conquistato una pagnotta, ma molto più numerosi erano quelli rimasti con l’acquolina in bocca; e purtroppo in mezzo alla folla eccitata c’erano i soliti profittatori, gli agitatori, che volevano spingere le cose al peggio, per pescare nel torbido. “Al forno! al forno!”  si grida da più parti. Lì vicino ce n’era appunto uno, chiamato “il forno delle grucce”; la moltitudine, guidata dagli scalmanati, si riversa in quella direzione, e il personale del forno fa appena in tempo a mandare ad avvertire il Capitano di giustizia, e a chiudersi dentro in fretta e furia, barricandosi alla meglio.

      I più accesi tra i dimostranti avevano appena cominciato il lavoro per abbattere la porta, quando giunse il Capitano con un manipolo di alabardieri. Egli fa allontanare un po’ la folla e cerca di ridurla alla ragione con ammonimenti e preghiere, conditi di minacce. Ma la folla è sorda, la calca preme intorno a lui che, sentendosi quasi soffocare, e temendo di usare la forza data la scarsezza dei suoi uomini, grida a quei di dentro che aprano. I difensori obbediscono, i battenti si scostano offrendo uno spiraglio, per il quale s’infila il Capitano, trascinandosi dietro, uno alla volta, gli alabardieri che trattengono la folla con le picche abbassate sui petti dei dimostranti. Sgusciato dentro l’ultimo soldato, la porta viene riappuntellata in fretta, mentre il Capitano sale al piano di sopra; affacciatosi a una finestra, riprende la predica, mista di lodi e di rampogne; ma erano parole gettate all’aria. Infatti quelli di sotto, incuranti sia degli elogi che dei rimproveri, avevano ripreso alacremente la loro opera di guastatori, allo scopo di forzare la porta; e allora il Capitano a esortare e minacciare: “Vedo, vedo: giudizio! badate bene! è un delitto grosso… Vergogna!... Sentite, sentite: siete stati sempre buoni fi… Ah canaglia!” Questo repentino mutamento di linguaggio fu dovuto a un sasso, lanciato da uno di quei bravi figlioli, che lo ferì alla tempia destra, costringendolo a ritirarsi precipitosamente e a richiudere la finestra, rinunciando a ogni ulteriore tentativo di persuadere o di costringere quegli scalmanati a desistere.   

      Ma i padroni e i garzoni del forno, vedendo inefficace la protezione della forza pubblica, mossi dalla disperazione nel veder manomessa impunemente la cosa loro, cominciarono a minacciare dalle finestre gli scassinatori, con in pugno le pietre di cui avevano fatto provvista. Vedendo che le minacce non servivano a nulla, tanto che la gente continuava a guastare, senza nemmeno voltarsi in su, cominciarono a gettare le pietre davvero. La grandine di pietre risultò micidiale: neppure una andava a vuoto, tanto la calca era fitta: due rimasero uccisi e parecchi furono feriti più o meno gravemente. Ma, come dice Virgilio, “furor arma ministrat”; la vista del sangue non fece fuggire la moltitudine, né del resto ciò sarebbe stato possibile in quel serra serra, ma la aizzò maggiormente. La turba inferocita si gettò in un impeto folle contro i battenti malconci: in pochi minuti la porta fu sfondata, le inferriate delle finestre divelte, gli infissi infranti, e la marea urlante entrò dalla porta e dalle finestre per fare man bassa di tutto. Fortunatamente, nella ressa di far bottino, furono dimenticati i sanguinosi propositi di far vendetta contro i fornai, che poterono riparare in soffitta assieme al Capitano e ai suoi alabardieri; alcuni, non sentendosi sicuri neppure lì, uscirono dagli abbaini sui tetti, cercando di allontanarsi da quella casa camminando sui coppi.

      Tutto andò a ruba nel forno invaso: pane, farina, pasta appena intrisa; nella fretta furiosa della conquista  molta farina va a terra e viene calpestata; i saccheggiatori si ostacolano a vicenda nell’ardore della preda: qualcuno, più furbo, trascurando la merce, corre al cassetto dei denari, fa saltare la serratura, si riempie le tasche di moneta contante, e lesto corre a casa per mettere al sicuro il bottino, per tornare poi a prendere il pane o la farina, se ne resterà. Ma i più rimangono a mani vuote e a “denti secchi”, come dice appunto il Manzoni, e per sfogarsi danno di piglio a quei poveri arnesi dello stiglio, li fracassano per un gusto vandalico e quindi li portano fuori come un trofeo di vittoria, per farne poi un bel falò proprio in piazza del Duomo, in mezzo a una moltitudine acclamante al pane a buon mercato.

      Il nostro Renzo giunse al forno “delle grucce” quando già il saccheggio era finito per esaurimento della merce e di materiale vario, e vedendo la scena di devastazione, nel suo buon senso di montanaro disse tra sé: “Questa poi non è una bella cosa; se concian così tutti i forni, dove vogliono fare il pane? Ne’ pozzi?”  Quindi, seguendo un saccheggiatore ritardatario, che portava sulle spalle un fascio di tavole spaccate e scheggiate, giunse anche lui a vedere gli ultimi guizzi di quella gran fiammata, intorno alla quale la folla eccitata alternava evviva e grida di morte: ”Crepi la provvisione! Crepi la giunta! Viva il pane!” Evidentemente la giunta che doveva crepare era quella che aveva rincarato il pane, mentre la provvisione (organo del Governo, che – sotto la direzione di un vicario del Governatore – si occupava dell’annona) doveva crepare anch’essa, perché non aveva assicurato pane a buon mercato. “Viva il pane!” ripetevano i tumultuanti a squarciagola, ma, “per far vivere il pane”, osserva bonariamente il Manzoni, non serve troppo la distruzione dei forni e lo sperperìo della farina esistente, che andava invece oculatamente razionata. La folla esaltata però non capiva certe sottigliezze: Renzo invece, la cui mente non era ancora ottenebrata dalla passione, comprende di primo acchito quanto era irragionevole la condotta della folla, la quale non agogna che il saccheggio. Infatti, non appena qualche facinoroso ebbe sparsa la voce che poco lontano, al Cordusio, era assalito un altro forno, tutti si diressero verso quella parte, per saziare la loro brama di rapina e di devastazione. Renzo si mosse con la retroguardia di quell’esercito disordinato e tumultuante, sempre con il proposito di starsene fuori dalla calca; anzi a un certo punto pensò se non fosse meglio tornare al convento, per accudire ai fatti propri.  Purtroppo anche questa volta vinse nel suo animo quella maledetta curiosità, causa di tanti guai, vizio non soltanto femminile. Ma il forno del Cordusio, che per precauzione aveva già chiuso i battenti, non era affatto assediato: pochi vogliosi stavano alla larga, perché alle finestre c’era gente ben armata, decisa a difendersi in modo più efficace che con un lancio di pietre. Arriva intanto l’avanguardia dei predatori, vede la mala parata, si arresta indecisa: chi non vuole arrischiare la vita, chi invece spinge e anima gli altri gridando: “avanti! avanti!” In questa pausa di esitazione e di contrasti, un facinoroso che non si rassegnava ad andarsene a mani vuote, lancia la sua maledetta proposta: “C’è qui vicino la casa del vicario di provvisione: andiamo a far giustizia, e a dare il sacco;” la proposta è accolta con alte grida di approvazione generale, come se l’impresa fosse stata concertata da tempo, e la turba tumultuosa si avvia verso la casa indicata.

CAPITOLO  XIII

 

 

      Il Manzoni, ora che la vita di un uomo è in pericolo, attenua il tono ironico del capitolo precedente, compreso com’è di pietà umana e cristiana per lo “sventurato vicario”, contro il quale i malintenzionati vogliono sfogare la loro brama  di violenza e di saccheggio. Questo magistrato, scelto ogni anno dal Governatore tra sei nobili proposti dal Consiglio dei decurioni, era contemporaneamente presidente di questo consesso e del Tribunale di provvisione, composto a sua volta da dodici nobili, il quale si occupava principalmente dell’approvvigionamento dei viveri. E’ molto probabile che, della giunta che rincarò il pane, fosse stato presidente il povero vicario, appunto per la sua specifica responsabilità e competenza; contro di lui così si riversò l’odiosità di un provvedimento purtroppo inevitabile quanto sgradito. Egli veniva dunque a essere il capro espiatorio di una situazione da lui non creata, e di colpe in gran parte non sue; donde il senso di pietà che pervade queste pagine in cui si parla del mortale pericolo da lui corso per lo scatenarsi del furore popolare. L’Autore però, di tanto in tanto, come per scaricare la tensione drammatica del racconto, getta giù una frase o una battuta ironica o umoristica, per evitare di cadere nel patetico.

      Il poveretto stava facendo il chilo di un pranzo consumato con poco appetito, “e senza pan fresco”,  preoccupato per i gravi fatti della giornata, che lo riguardavano direttamente, ma ben lontano dal sospettare che la tempesta si dovesse riversare su di lui. La sua era una difficile digestione, sia per la tensione nervosa sia per il pane raffermo che era stato servito a tavola, al posto del pane fresco predato dai dimostranti. Egli seguiva con ansia l’evolversi della situazione, ma, come abbiamo detto, non pensava minimamente che il turbine si dovesse abbattere così paurosamente contro di lui, che si sentiva non colpevole della deplorevole situazione.

       Qualche onest’uomo (non ne manca mai, per grazia di Dio, neppure nelle accolte più equivoche) precorse la folla per portare al vicario l’avviso del pericolo; ma mentre egli pensa al modo di fuggire, risulta evidente che ogni fuga è preclusa, poiché già l’avanguardia degli assalitori è giunta davanti al palazzo; si fa appena in tempo a sbarrare le porte e le finestre del pianterreno con pali e puntelli. Mentre la servitù improvvisa la difesa, lo sventurato padrone si rifugia precipitosamente in soffitta, dove da un pertugio spia verso la strada; e vedendo quella gran folla scalmanata e inferocita, decisa a linciarlo, cerca tremando il nascondiglio più sicuro e lì si rannicchia con la morte nel cuore, tendendo l’orecchio alle grida, se mai cessassero o si affievolissero almeno. Ma gli urli selvaggi infittivano e raddoppiavano d’intensità, rintronando sinistramente nel vuoto del cortile e accrescendo ogni momento l’angoscia del meschino che, disperato, si raccomandava a Dio.

      Renzo questa volta si cacciò deliberatamente nel fitto della folla tumultuante, perché, avendo sentito esprimere, da qualche brav’uomo, il proposito di evitare il linciaggio, subito decise di adoperarsi lui pure a questo scopo, per quanto fosse anch’egli convinto che il vicario era il responsabile della carestia, “per quella funesta docilità degli animi appassionati all’affermare appassionato di molti.” Questa osservazione del Manzoni contiene, oltre a un acuto giudizio psicologico, un indiretto monito a non lasciasi mai trascinare, accecati dalla passionalità e dai pregiudizi, ad azioni inconsulte, ma a cercare di rimanere, per quanto è possibile, sereni e obiettivi, soprattutto quando siamo turbati da qualche sentimento appassionato.

      Le autorità, avendo saputo quasi subito dell’attacco alla casa del vicario, chiesero aiuto al comandante della guarnigione spagnola, il quale mandò un plotoncino di micheletti (fanti armati di fucile) al comando di un ufficiale. Questi, avendo ricevuto l’ordine di evitare l’uso delle armi, si trovò in una situazione difficile: avrebbe dovuto rompere la calca e raggiungere il palazzo, per arrestare i guastatori; ma l’impresa era rischiosa: avrebbero i soldati avuto abbastanza energia da aprire la folla rimanendo essi stessi compatti? E se per caso si fossero disuniti? sarebbero rimasti alla mercé della folla esasperata, con i fucili che nella ressa diventavano inservibili. Perciò l’ufficiale fece arrestare il reparto ai margini del tumulto, indeciso sul da farsi; e la sua indecisione fu subito interpretata per paura. Perciò, quando egli fece a quelli che aveva davanti l’intimazione di sgombrare, non ottenne nessun risultato apprezzabile, perché la gente, avendo compreso che aveva paura, non se la dava per inteso, o si scostava appena, mentre quelli che stavano davanti alla porta non si erano neppure accorti dei soldati, e continuavano indisturbati il loro assalto ai muri e agli infissi con scalpelli, martelli, paletti, pietre e, chi altro non aveva, con le unghie;e il lavoro era a buon punto.

      Tra i tumultuanti più inveleniti spiccava un vecchio vituperevole che, con gli occhi stralunati e con la bava in bocca, gridava che avrebbe crocifisso l’affamatore alla sua porta; e infatti brandiva davanti alla folla schiamazzante un martello e quattro grandi chiodi, con in  faccia un ghigno diabolico, che faceva un orrido contrasto con la canizie della sua testa. A sentire le sue ripugnanti parole, Renzo non poté tenersi dal reagire; senza pensare affatto all’umore della folla che aveva intorno, gridò contro quell’energumeno: “Vergogna! Vogliam noi rubare il mestiere al boia? assassinare un cristiano? Come volete che Dio ci dia del pane, se facciamo di queste atrocità?” Non l’avesse mai detto! Uno del fondaccio, avendo sentito quelle sacrosante parole, comincia a inveire contro di lui, e aizza gli altri a fare la festa a quel cane traditore, a quel nemico del popolo, a quella spia del vicario. Renzo capì subito che doveva sparire di lì immediatamente, se voleva evitare guai seri, dato che la folla quel giorno era male intenzionata davvero; per sua fortuna c’erano vicino anche dei buoni cristiani, i quali cercarono di confondere, con le loro, quelle grida omicide, e di far sgattaiolar via Renzo da quel luogo, dove non spirava buon’aria per lui. Ma ciò che lo aiutò di più fu una lunga scala a pioli che veniva portata in quel momento, la quale polarizzò l’attenzione generale, avanzando con difficoltà, a strappi e a balzelloni, in mezzo alla calca. Mentre “la macchina fatale” (reminiscenza virgiliana), passando sopra le teste, si avvicinava ai muri da scalare, il nostro montanaro, lavorando di gomiti a più non posso, si allontanava dal pericolo, e poté finalmente respirare un po’ al largo, ormai deciso a non rischiare più oltre, e a tornare al convento.

      Ma ecco che in carrozza, senza scorta alcuna, giunge il gran cancelliere Antonio Ferrèr, preoccupato per la vita del vicario e desideroso di salvarlo, anche perché sentiva di essere lui la causa, pur indiretta e involontaria, della furia popolare. Con questo gesto abbastanza coraggioso la figura del Ferrèr si riscatta dalla mediocrità boriosa e insipiente che gli abbiamo attribuito a prima vista;  dal comportamento abile  e altruista che tenne in occasione del tumulto possiamo desumere che, con la sua tariffa del pane, aveva preso un dirizzone in buona fede,  o per inesperienza o per amore di popolarità, ora che era lui a governare Milano al posto di don Gonzalo, odiato dal popolo; comunque, conclude il Manzoni, “veniva a spender bene una popolarità mal acquistata”; e il personaggio ci diventa subito alquanto simpatico.

      A questo punto del racconto l’Autore si sofferma a fare una profonda analisi dei tumulti popolari, valida ancor oggi. In essi si distinguono sempre tre categorie di dimostranti: innanzi tutto quelli che vogliono spingere le cose al peggio, per passione per odio per scellerato disegno, oppure per interesse; ad essi si oppongono coloro che non vogliono eccessi, per un certo senso di moderazione o per spirito cristiano, oppure perché legati in qualche modo alle persone o cose minacciate; tra queste due categorie si frappone la terza, di gran lunga la più massiccia numericamente; però essa rimane passiva, come una massa amorfa, e si lascia influenzare o addirittura dominare dagli attivisti del male o anche del bene, secondo le circostanze. Naturalmente sia gli uni sia gli altri si danno battaglia per trascinare dalla loro parte questa massa, perché essa appunto, decidendosi in un senso o nell’altro, assegna col suo peso schiacciante la vittoria a coloro che hanno saputo conquistarla. Con pittoresca similitudine il Manzoni dice che le due parti attive “sono quasi due anime nemiche, che combattono per entrare in quel corpaccio” rappresentato dalla massa indecisa la quale, senza un’anima, buona o cattiva che sia, non potrebbe determinarsi a nulla, e resterebbe come paralizzata.

      Ora l’arrivo del cancelliere Ferrèr diede a un tratto il vantaggio alla parte buona, che invece fino allora appariva perdente, e ormai doveva battere in ritirata, poco poco che quello straordinario aiuto avesse tardato. Il Ferrèr era entrato nelle grazie del popolo per quella sua “meta” (così chiamano a Milano il prezzo del calmiere) sul pane, così popolare; diceva che veniva per portare in prigione il vicario; veniva solo e disarmato (i micheletti erano postati dalla parte opposta della calca), confidando nell’affetto dei cittadini: tutto questo gli conciliò subito la simpatia quasi generale. Non si creda però che non ci fossero gli oppositori, gli scontenti che la cosa si risolvesse così miseramente, mentre loro avevano fatto ben altro disegno, di preda o di sangue; ma questi fautori del soqquadro furono a poco  poco zittiti, rimproverati, sopraffatti. In un primo momento i sostenitori di Ferrèr diedero loro sulla voce, tacciandoli di nemici del popolo, poiché il gran Cancelliere era l’amico del popolo; quindi, divenuti ormai padroni della situazione, diedero anche sulle mani ai più scalmanati, strappando loro le armi di vario genere con cui si accanivano intorno a quel disgraziato portone, che ormai non reggeva più all’attacco disordinato ma violento dei guastatori.  

      Non occorre dire che Renzo fu subito per Ferrèr, quello “che aiuta a far le gride” (aveva letto il suo nome in calce alla grida mostratagli dal dottor Azzecca-garbugli); e con le sue robuste spalle di alpigiano si fece largo sino alla carrozza, e subito si mise a far luogo davanti ad essa con un ardore veramente entusiastico, tanto che gli toccò più di un sorriso di intelligenza e di riconoscenza da parte del gran Cancelliere, al quale il giovane, nella sua ingenuità, credeva già di essere diventato grande amico, tanto è vero che il giorno dopo, arrestato dai birri, protesterà di voler essere condotto da Ferrèr, aggiungendo quasi con fierezza: “Quello lo conosco, so che è un galantuomo; e m’ha dell’obbligazioni.”

      Antonio Ferrèr, per tutto quel tragitto in mezzo alla calca, non fece altro che affacciarsi ora a destra ora a sinistra, distribuendo alla folla, con i sorrisi e i ringraziamenti, le parole che sapeva più accette: pane e giustizia. A dire il vero questo gran Cancelliere, in siffatto rischioso frangente, ci appare molto abile, e l’abilità deriva dall’intelligenza; per cui siamo portati a credere che il calmiere sul pane sia stato un atto da lui calcolato per guadagnarsi d’un colpo il favore dei sudditi e la stima dei superiori, onde poter scalzare dalla carica di governatore don Gonzalo, la cui quotazione era ormai in ribasso per il cattivo esito dell’assedio di Casale. Fu dunque un gesto calcolato, anche nel suo rischio? Non sappiamo; ma certo quello che il Ferrèr non calcolò bene fu la reazione dei fornai, che non abbozzarono affatto, come lui sperava, ma per mezzo del consiglio dei decurioni ricorsero al Governatore, e ottennero alfine l’abrogazione di quel prezzo iniquo. Perciò, se calcolo ci fu, esso non riuscì bene al Ferrèr, al quale però rimase la simpatia popolare: magra consolazione per il suo piano ambizioso.

      Renzo dunque dimenticò ancora una volta il proposito di tornare al convento, e questa volta, lo dobbiamo dire a onor del vero, non per morbosa curiosità, ma a fin di bene, cioè per aiutare il gran Cancelliere nel suo disegno di salvare la vita allo sventurato vicario. La carrozza, scortata dai volenterosi, arriva finalmente davanti al portone del palazzo, dove i fautori della  giustizia legale, sopraffacendo i sostenitori della giustizia sommaria, hanno fatto un po’ di largo, trattenendo indietro la folla. Antonio Ferrèr appare sul predellino, fa ampi cenni di saluto, accompagnati da profondi inchini di ringraziamento; quindi con tanto di toga scende dalla carrozza e si dirige eretto e sicuro verso la porta, che viene aperta quanto basti per farlo entrare, e immediatamente richiusa, tanto che lo strascico della toga rischiò di rimanere prigioniero tra i battenti che venivano frettolosamente riaccostati e riappuntellati alla meglio. Il vicario, più morto che vivo, viene portato giù a braccia dai servitori, anche loro atterriti, i quali non la finiscono di ringraziare Sua Eccellenza assieme al loro padrone, a cui solo in presenza di Ferrèr è tornato un po’ di polso e di colorito. Il gran Cancelliere tronca i ringraziamenti dicendo che non c’è tempo da perdere e, fatto alla meglio coraggio al vicario, se lo trascina dietro verso la carrozza nascondendolo con la sua persona, mentre i suoi bravi sostenitori, che nel frattempo hanno trattenuto la folla, cercano anche loro di coprire l’affamatore del popolo, levando in aria le mani e i cappelli, onde impedire l’odiosa vista a quelli di dietro, non tutti bene intenzionati. “La moltitudine vide in confuso, riseppe, indovinò quel ch’era accaduto; e mandò un urlo d’applausi e d’imprecazioni.”  Il dramma si è concluso felicemente.

      La via del ritorno fu più facile, perché era rimasta aperta una certa traccia del percorso precedente, sempre ad opera dei volenterosi, i quali questa volta non dovettero faticar troppo per aprire alla carrozza un varco sufficiente, per cui essa poté procedere senza intoppi, anche se lentamente. Mentre  il vicario se ne stava tutto rannicchiato in fondo al sedile, per non farsi vedere, Antonio Ferrèr si dava invece da fare per attirar su di sé l’attenzione della folla, ripetendo le parole e le frasi più adatte per conciliarsene o conservarsene il favore. Sicché in tutto il viaggio di ritorno tenne col suo “mutabile uditorio un discorso, il più continuo nel tempo, e il più sconnesso nel senso, che fosse mai.” La concione era di tanto in tanto inframmezzata di qualche frase  spagnola, che diceva sottovoce al suo compagno, perché non si offendesse di certe espressioni che doveva concedere alla moltitudine: “Esto lo digo por su bien.”

      Ora che il vicario è ormai salvo, anche il tono narrativo del Manzoni si trasforma, divenendo arguto e disteso, sorridente e faceto, come di chi gode di essere uscito da un incubo. Abbiamo visto come fa dell’umorismo su Renzo, che crede di essere diventato in un batter d’occhio un intimo amico del gran Cancelliere; ma non risparmia lo stesso Ferrèr il quale presenta “un viso tutto ridente, tutto umile, tutto amoroso”, che riservava solo al suo sovrano Filippo IV; ma per estrema necessità “fu costretto a spenderlo anche in quest’occasione”, veramente straordinaria e imprevedibile, a favore dei suoi sudditi; quel giorno infatti comandava la piazza. Anche sui personaggi minori si rivolge l’osservazione arguta e divertita dell’Autore: vediamo Pedro, il cocchiere spagnolo, il quale “sorrideva anche lui alla moltitudine, con una grazia affettuosa, come se fosse stato un gran personaggio; e con un garbo ineffabile dimenava adagio adagio la frusta.” Vediamo l’ufficiale del picchetto spagnolo, il quale, vedendo arrivare la carrozza, schiera in fretta i micheletti per presentare le armi al gran Cancelliere, che per tutto ringraziamento gli dice: “beso a usted las manos”, cioè bacio le mani a vossignoria”. Il subalterno comprese il tono piuttosto ironico della frase, che date le circostanze voleva dire: m’avete dato un bell’aiuto! L’ufficiale, impacciato, si irrigidì nel saluto militare, stringendosi nelle spalle per la mortificazione. La più bella figura la fece Pedro che, passando tra quelle due ali di soldati che davano gli onori militari, si riprese immediatamente dallo sbalordimento, si ricordò chi era e chi conduceva, e senza tante cerimonie mise i cavalli di carriera, per cui chi non voleva essere arrotato dovette scantonare in tempo: l’autorità riprendeva il suo rango.

      Essendo ormai al largo, fuori del pericolo, il vicario si raddrizza, si ricompone, respira finalmente a pieni polmoni e può alfine parlare; ma le sue prime parole rivelano ancora il terrore che lo domina: protesta di non volerne saper più niente della carica e della vita cittadina, di volersi ritirare in una grotta, “lontano da questa gente bestiale”, a vivere come eremita. Antonio Ferrèr gli risponde, con un certo tono autorevole, che dovrà fare quello che sarà più conveniente per il servizio di Sua Maestà. Passata la tempesta e ritornata la forza nelle mani solite, avrà il vicario mantenuto il suo proposito di rinunciare agli agi e alle pompe dei ricchi nobili investiti di alte cariche? Chi sa! Il Manzoni afferma di non saperne nulla; noi nutriamo seri dubbi su queste promesse da marinaio.

CAPITOLO XIV

 

 

      Renzo accompagnò sino alla fine la carrozza del gran Cancelliere, e seguendola di corsa come un lacchè passò anche lui tra i soldati che presentavano le armi, come in trionfo; e in verità si sentiva in quel momento un personaggio molto importante, perché aveva contribuito così efficacemente al successo di Ferrèr, del quale credeva proprio di essere entrato nelle grazie. La folla cominciò a sbandarsi, e molti si dirigevano alle loro case, perché ormai il sole tramontava ed essi si sentivano stracchi e affamati (meno quei pochi che avevano fatto bottino) dopo tanto gridare e tumultuare; forse più della fame sentivano l’arsura della gola. Si formavano vari capannelli di uomini che parlavano animatamente, commentando secondo i loro punti di vista i grandi fatti della giornata, e magari prendendo gli accordi per l’indomani.

      Naturalmente non tutti erano contenti del salvataggio operato da Ferrèr; quelli a cui pizzicavano fortemente le mani, e si vedevano defraudati di quanto stavano già per conquistare, brontolavano o addirittura bestemmiavano per una fine così meschina di un’azione così promettente. I più inveleniti ripresero a tempestare il portone del palazzo, che era stato di nuovo chiuso e puntellato alla meglio, volendo almeno dare il sacco alla casa, ora che la vittima era sfuggita alla loro furia. Ma i micheletti, essendo la folla diradata, avanzarono senza troppa difficoltà e vennero a postarsi proprio davanti al palazzo, sicché i facinorosi dovettero - obtorto collo – scantonare di qua o di là, mentre i soldati prendevano posizione a difesa del portone malconcio, facendo sfumare ogni speranza di saccheggio.

      Renzo pensò che ormai era troppo tardi per tornare al convento, e che gli conveniva cercare una locanda per quella notte. Mentre camminava per trovarne una, s’imbatté in un crocchio di persone che discutevano su ciò che era stato fatto e su quello che bisognava fare. Dopo essere stato un poco ad ascoltare, non poté tenersi dal partecipare anche lui alla discussione, perché gli pareva di averne diritto ormai, dopo tutto quello che aveva fatto per il gran Cancelliere, e di avere anche delle cose interessanti da dire. Poiché l’argomento della conversazione gliene offriva il destro, Renzo, perduta ogni soggezione, si introduce nel discorso e parla con crescente fiducia nei propri mezzi oratori. Il suo discorso, a dire il vero, appare arguto e colorito nell’espressione, e anche abbastanza assennato nella sostanza, sicché egli finisce col polarizzare l’attenzione di quella piccola assemblea con le sue parole ingenuamente appassionate, che riscuotono alla fine l’approvazione quasi generale. Egli è ormai convinto che si può cambiare il mondo e che, per realizzare una cosa, basta farla entrare in testa ai dimostranti, i quali poi col loro vocione minaccioso – magari aiutato dalle mani – la imporranno ai governanti.

      Egli comincia chiedendo di poter dire anche lui il suo modesto parere; poi continua affermando che tante sono le bricconerie che si fanno contro il popolo, e non soltanto nel fatto del pane, ma in ogni campo; e non soltanto a Milano, ma anche e ancor più nelle campagne e nei paesi: questo perché “c’è una mano di tiranni, che fanno proprio al rovescio dei dieci comandamenti” e compiono ogni sorta di angherie contro la povera gente che non fa loro alcun male, ma vuole solo lavorare e vivere in grazia di Dio. E questi signorotti prepotenti formano tra di loro una lega, per sostenersi nelle loro malefatte, spesso anche con la connivenza delle autorità; e pure gli uomini di legge sono a loro legati per interessi, e non si curano di far fare giustizia ai poveri perseguitati. Le gride ci sono, e parlano chiaro, elencando tutti i reati, proprio come avvengono, e comminando per ognuno la giusta pena; ma chi le applica o qual poveretto le può far valere contro i potenti signori? Se un popolano si rivolge a un avvocato per far valere i suoi diritti contro un signorotto, come canta la grida, non viene ascoltato o, peggio, è cacciato in malo modo.  Renzo parla appassionatamente, e i suoi casi personali, come si può facilmente notare, alimentano la sua disordinata ma pur vivace oratoria, poiché la lingua batte dove il dente duole. A conclusione del suo infervorato discorso propone che il giorno dopo si vada da Ferrèr, perché quello é un galantuomo, per denunciargli tutte le malefatte dei signorotti  e dei dottori della legge “scribi e farisei”, e dargli una mano per ripulire da simile gentaglia la città e tutto il ducato, applicando le leggi con giustizia e verso tutti, in modo da poter vivere un po’ più da cristiani. La perorazione di Renzo fu salutata da un coro di applausi, tanto era fervida e appassionata; ma non mancò qualche criticone o qualche scontento, gente che si era mossa per il pane, e non voleva complicare le cose presentando altre richieste, sul tipo di quelle del forestiero.

      Comunque, siccome era già buio, la comitiva si sciolse, dandosi l’appuntamento per l’indomani in piazza del Duomo. Avendo Renzo domandato se qualcuno sapesse indicargli un ‘osteria nelle vicinanze, un tale si offrì subito di accompagnarvelo. Costui era un birro travestito, uno dei molti che erano stati sguinzagliati per la città sin dall’inizio del tumulto, per osservare e riferire chi fossero gli istigatori e i caporioni della rivolta, onde poterli arrestare non appena la situazione si fosse normalizzata. Il bargello aveva ascoltato il montanaro, e subito lo aveva scelto per sua vittima, perché gli era sembrato “un reo buon uomo”,  uno da potersi facilmente arrestare, incriminare e magari impiccare, dopo avergli fatto confessare con la tortura tutti i delitti che si voleva. Ci fece dunque assegnamento e decise di non lasciarselo sfuggire, il merlotto di campagna; e così avrebbe fatto coi suoi superiori un’ottima figura, senza rischiare nulla; mentre con i veri facinorosi si rischiava troppo, per cui conveniva lasciarli in pace. Quando lo sprovveduto Renzo chiese di essere accompagnato a una locanda, il bargello tentò il colpo magistrale di condurre il forestiero dritto dritto in guardina, la più sicura ed economica delle locande; ma sfortunatamente il tiro gli andò fallito, perché il giovane, molto stanco, vista poco dopo un’insegna d’osteria, non  volle più saperne di proseguire, ed entrò lì.

      Il suo accompagnatore, dopo aver tentato invano di dissuaderlo, dicendo che quell’osteria non faceva per lui, lo seguì, non volendo lasciare la preda senza avergli almeno cavato di bocca le generalità, onde denunciarlo ai superiori. Cammin facendo aveva saputo che Renzo era del territorio di Lecco, e ora avrebbe cercato di sapere il resto. Il nostro giovane, vedendo che lo sconosciuto non aveva voglia di lasciarlo, lo invitò a bere un bicchiere con lui, e quegli accettò ben volentieri, anzi lo precedette nel locale, come pratico del luogo. L’oste andò incontro ai nuovi venuti; vedendo il bargello, lo maledisse in cuor suo, perché veniva a ficcare il naso proprio nel suo esercizio e in una giornata come quella. Dando poi un’occhiata a Renzo, pensò che, venendo con un tal cacciatore, doveva essere o cane o lepre, cioè o compagno o vittima: lo avrebbe saputo subito, ed era un po’ curioso di saperlo.

      Renzo si sedette di fronte alla sua guida, e ordinò innanzi tutto un fiasco di vino; tanta era l’arsura della sua gola, che in poco tempo ne tracannò parecchi bicchieri, quasi senza accorgersene, mescendo anche allo sconosciuto, che però bevve appena, per tenersi ben in sé. Quando poi l’oste, servendogli un piatto di stufato, disse che pane non ce n’era quel giorno, il giovane si ricordò della pagnotta che ancora aveva in tasca e, mostrandola agli avventori, esclamò che al pane ci aveva pensato la provvidenza. Un coro di applausi e di risa salutò le parole di Renzo, il quale volle precisare che aveva trovato quella pagnotta per terra, ma naturalmente nessuno ci credette, essendo tutti più che convinti che egli l’avesse sgraffignata in qualche forno.

      L’accompagnatore poi disse all’oste di preparare un buon letto al suo amico, che doveva alloggiare lì; allora il locandiere, secondo che prescriveva la legge, andò subito al suo banco a prendere carta, penna e calamaio; quindi, fattosi davanti a Renzo, gli chiese di dirgli nome, cognome e paese di origine. Il giovane, ormai alticcio, cascò dalle nuvole, e chiese il motivo per cui doveva dire chi era; saputo che lo prescriveva una grida (che l’oste volle mostrargli e leggere, nei passi salienti), disse che se le gride che parlano bene, cioè a favore del popolo, non sono osservate, tanto meno debbono valere quelle che parlano male, costituendo come delle trappole per la povera gente. Egli aveva le sue buone ragioni per non rivelare le sue generalità: “se un furfantone – aggiunse – volesse saper dov’io sono, per farmi qualche brutto tiro, domando io se questa faccia si moverebbe per aiutarmi.” La faccia a cui alludeva era quella del “re moro incatenato per la gola” che campeggiava nello stemma del governatore don Gonzalo, stampato in testa al decreto. Ormai incapace di controllare le sue parole, Renzo si compromette sempre più, esclamando tra applausi e risate: “Vuol dire quella faccia: comanda chi può, e ubbidisce chi vuole.” Il bargello non rideva, ma neppure contraddiceva: mentalmente prendeva nota di tutto.  

      L’oste insisteva per avere il nome del forestiero, ma questi non se la dava per inteso, anzi alzava sempre più la voce per farsi ragione, vedendo che i presenti lo sostenevano rumorosamente; per cui l’accompagnatore di Renzo disse all’oste di non insistere ormai. Questi, che si mostrava così zelante solo perché era presente il birro, desistette ben volentieri: ora si sentiva con le spalle protette, e nessuno avrebbe potuto accusarlo di non aver rispettato la grida. Se ne tornò quindi placidamente sotto la gran cappa del camino, pensando che la lepre (cioè Renzo) era capitato proprio in brutte mani, ma che lui non voleva andarci di mezzo: peggio per lui!

      Il nostro giovane, vedendo l’oste ritirarsi, assaporò la vittoria e, nel suo stato euforico, non la finiva di predicare, polarizzando l’attenzione generale. Ora ce l’aveva contro la penna, che i governanti vogliono si adoperi a ogni piè sospinto, per rendere tutto più difficile ai poveri analfabeti. Uno dei presenti disse facetamente che la ragione era semplicissima: quei signori mangiavano tante oche, che qualcosa dovevano pur fare delle loro penne. Renzo sorrise  alla battuta spiritosa, ma rispose che la ragione vera era un’altra: la penna la tengono loro, perché solo loro sanno scrivere; sicché le parole che essi dicono, come per esempio le promesse, volano via senza che alcuno le possa fissare sulla carta, mentre le parole che dice un povero diavolo, te le infilzano per aria con la penna e le inchiodano sulla carta, per servirsene poi contro di lui. Quindi il giovane, continuando tutto infervorato la sua requisitoria contro i vizi della classe dominante, se la prese contro l’altra maledetta abitudine di servirsi del “latinorum” per imbrogliare meglio la gente ignorante, e si mostrò dolente che avesse un po’ questa brutta abitudine anche il gran Cancelliere, che per il resto era certamente una brava persona. E’ evidente che Renzo aveva confuso lo spagnolo di Ferrèr col latino di don Abbondio; ma tant’è, per lui ogni linguaggio diverso dal volgare era “latinorum”, vale a dire una cosa incomprensibile, una trappola insomma, per cui ne doveva essere abolito l’uso.

      Già l’ora era tarda e Renzo ormai brillo, per cui il bargello non disperava di aver ragione della sua istintiva ritrosia al nome e cognome. E per vincerla, dobbiamo riconoscerlo, ne pensò una davvero magistrale: ritornando sul tema del pane, disse che, se comandasse lui, metterebbe in atto un sistema rigoroso, per cui ognuno avesse la stessa quantità di pane, ricco o povero che egli fosse. Innanzi tutto si doveva imporre un prezzo onesto, da poterci campare da una parte e dall’altra, e poi dare a ogni famiglia una tessera annonaria: il tal dei tali, con moglie e tanti figli, abbia pane tanto e paghi tanto. E per rendere la proposta più chiara, venne al pratico:

“A me, per esempio, dovrebbero rilasciare un biglietto in questa forma: Ambrogio Fusella, di professione spadaio, con moglie e quattro figlioli… A voi, per esempio, dovrebbero fare un biglietto per … il vostro nome?” Renzo abbocca l’amo e spiattella allo sconosciuto il suo nome senza nemmeno accorgersene, tutto preso dalla novità del progetto, che pure era fondato essenzialmente sulla penna e sulla carta, oltre che sul nome e cognome e mestiere della gente.

      Il sedicente spadaio, ottenuto finalmente il suo scopo, subito si allontana, senza accettare un secondo bicchiere di vino, che Renzo gli ha riempito, e va diritto al Palazzo di Giustizia a denunciare, come istigatore di tumulti, Lorenzo Tramaglino, l’ingenuo merlotto caduto nella sua rete. Il bargello è soddisfatto, e i suoi superiori sono contenti del suo lavoro.

      Mentre il bargello faceva al notaio criminale la sua deposizione contro di lui, l’ignaro giovane, rimasto nell’osteria, continuava a trincare e a ciarlare: “vino e parole – dice il Manzoni argutamente – continuarono ad andare, l’uno in giù, e l’altre in su, senza misura né regola.” Ma, come sempre avviene nell’ubriachezza, all’euforia loquace successe ben presto la depressione psichica, accompagnata da impaccio nel parlare. Ormai la parlantina era finita: le parole gli uscivano a stento, e il tono stesso della voce era alterato; le immagini e i pensieri gli si confondevano, e finire le frasi riusciva per lui oltremodo difficile. Ma per fortuna gli era rimasta come un’attenzione istintiva a evitare i nomi, sicché anche quelli che più profondamente erano scolpiti nel suo cuore, cioè quelli cari della fidanzata e del buon Cappuccino, non furono pronunciati in quella bettola né dati in pasto a quei beoni sghignazzanti, per quanto essi lo andassero stuzzicando per farlo parlare dei fatti suoi, ché ormai l’ingenuo montanaro era diventato lo zimbello della chiassosa brigata. Non pronunciò neppure i nomi discàri di don Rodrigo e di don Abbondio, per quanto talora alludesse a essi nel suo ormai incontrollato cicalare.

      A proposito dell’ubriacatura di Renzo, il Manzoni fa un’acuta osservazione: il giovane era sempre stato sobrio nel bere, e la prima volta che alzò il gomito prese una sbornia solenne, causa di tanti guai, per cui se ne ricordò poi per un pezzo. Quindi le buone abitudini hanno anche il vantaggio che, quando uno se ne allontana anche poco, subito ne sente le conseguenze, e l’errore gli serve come lezione salutare per l’avvenire.  

CAPITOLO XV

 

 

      L’oste della “luna piena” (il quale, con tutti i suoi difetti, appare nel complesso più galantuomo dell’oste del villaggio degli sposi), vedendo che i tristi camerati non la smettevano di prendersi gioco del forestiero, né questi di tracannare bicchieri e di parlare sempre più sconnessamente, decise di far cessare quella storia ormai disgustosa e anche pericolosa per lui, perché da un momento all’altro poteva verificarsi qualche disordine oppure l’intervento della forza pubblica. Avvicinatosi perciò a Renzo, dopo aver invitato gli altri a lasciarlo in pace, lo pregò di andare a letto. Il giovane sulle prime sembrava che non capisse, ma poi, tornatogli un attimo di lucidità, si accorse che ormai la testa non gli funzionava più, e si sentiva stracco morto, per cui era una buona idea farsi una lunga dormita per rimettersi in sesto. Fino a quel momento, sentendosi una certa languidezza di corpo e di mente, aveva cercato di rimettersi in sesto ricorrendo al vino, per un errore molto comune in simili casi; ma ora capisce che il bicchiere non gli può dare nessun aiuto, e sente forte il richiamo del letto. A un tratto volle alzarsi, ma vacillò, e sarebbe caduto senza l’intervento dell’oste, che poi lo accompagnò al piano di sopra, dov’era la camera a lui destinata.

      Vedendo il letto, Renzo si rallegrò, assaporando la bella dormita, tanto più che la notte precedente l’aveva passata sul disagiato carretto, e cercò di fare una carezza all’oste in ringraziamento per l’ospitalità, ma aggiunse che quel tiro del nome non era però da galantuomo.  L’altro, vedendo con meraviglia che il cliente connetteva abbastanza, e sapendo per esperienza che gli ubriachi talora cambiano repentinamente di umore e di opinione, tentò di nuovo di farsi dire il nome, in tono conciliante: non per la grida, ma per lui, in pegno d’amicizia. Renzo invece non intendeva farsi un amico a quella condizione e, alteratosi immediatamente, cominciò a sbraitare, gridando verso il basso, per farsi sentire dagli avventori, che l’oste etra anche lui “della lega”. Questi corse ai ripari trascinando il giovane verso il letto, dicendo che aveva parlato per scherzo; Renzo, che ormai non si reggeva più in piedi, si calmò e cadde pesantemente sul letto.  L’oste l’aiutò a spogliarsi e, trovato nel farsetto il borsellino, pensò di concludere almeno quell’altro affare, strettamente privato ma per lui più interessante, di farsi pagare, perché il giorno dopo forse non gli sarebbe stato più possibile, una volta che il forestiero fosse stato arrestato, e il borsellino fosse caduto in mano dei birri. In quanto al pagare il montanaro non si fece affatto pregare, ritenendola cosa più che giusta; e l’oste, fatto mentalmente il conto, disse a quanto ammontava, e si pagò lui stesso, ma onestamente, senza approfittarsi affatto dello stato confusionale del suo ospite. Mentre questi già russava, il brav’uomo si trattenne alquanto a contemplarlo, “per quella specie d’attrattiva, che alle volte ci tiene a considerare un oggetto di stizza, al pari che un oggetto d’amore”; quindi, sfogando il suo malumore a lungo represso, lo salutò come meritava: “Pezzo d’asino! sei andato proprio a cercartela. Domani poi, mi saprai dire che bel gusto ci avrai.” Per sua fortuna, l’asino non poteva più tirar calci.

      Quando uscì, chiuse la porta a chiave, perché l’ospite non avesse a scappare, ora che ne era lui, volente o nolente, il custode; chiamata quindi sul pianerottolo la moglie, le disse di prendere il suo posto, poiché lui doveva purtroppo andare a fare la denuncia di quel benedetto forestiero. Le raccomandò la prudenza, cioè di far finta di non sentire le frasi sediziose oppure offensive che si dicevano contro i governanti, per non avere grattacapi né subito né in seguito. La donna rispose che non era una bambina, e certe cose le capiva benissimo anche da sé. Il marito prese mantello e cappello, si armò di un poderoso bastone, e si avviò sollecito verso il Palazzo di Giustizia. Le strade non erano ancora deserte, come gli altri giorni alla stessa ora, ma sparse di capannelli di gente che parlottava; più in là, incontrando una pattuglia di soldati, tornò col pensiero al forestiero, che nientemeno si era messo in testa di cambiare il mondo con quattro grida, eliminando le ingiustizie in un batter d’occhio, per via di tumulto; ma il Governo aveva la forza, e avrebbe fatto presto ritornare  in senno quei quattro scalmanati.

      Si può dire che durante tutto il percorso l’oste apostrofò mentalmente “quel testardo di un montanaro”, che si era voluto rovinare per forza, tentando di compromettere anche lui, che non c’entrava minimamente e badava solo ai fatti suoi. Però anche in questa muta rampogna si può notare una certa naturale onestà dell’oste, un senso di compatimento verso il forestiero, che ritiene in sostanza un illuso in buona fede, più vittima delle circostanze che reo degno di pena. Dice infatti tra sé che, se non fosse venuto con quella spia, lui avrebbe chiuso un occhio per quella sera, e l’indomani, a mente serena, gli avrebbe fatto intendere la ragione del nome e cognome; ma essendoci di mezzo colui, doveva per forza denunciarlo, se non voleva passar guai.

      Anche nel presentare la denuncia l’oste è galantuomo, e diciamo anche abile e destro, e tanto sicuro di sé, da ribattere francamente le esagerazioni e insinuazioni del notaio criminale (una specie di ufficiale di polizia giudiziaria), al quale fa la sua deposizione. Dice semplicemente che nel suo esercizio si è presentato un forestiero che, dovendo alloggiare, e avendogli lui perciò chiesto le generalità, non ha voluto declinarle, nonostante la sua insistenza. Il notaio rispose che già lo sapeva, e conosceva anche il nome di quel sedizioso (qui l’oste  non poté non esprimere la sua meraviglia); ma aggiunse subito in atteggiamento severo che la denuncia era reticente; infatti quel tizio aveva portato all’osteria una quantità di pane rubato, aveva proferito ingiurie contro le gride e perfino offese contro lo stemma del Governatore. L’oste però si difende bene  e anche con puntiglio: innanzi tutto precisa che colui aveva portato una sola pagnotta, che nessuno poteva affermare con certezza che fosse stata rubata; quanto poi alle sue parole, come poteva lui averle udite, in mezzo al baccano, dovendo pensare a servire tanta gente? Lui badava a fare l’oste, e doveva cercare soprattutto che ognuno pagasse: al resto non s’interessava. L’ordine pubblico era competenza del Governo: lui aveva cercato di fare il suo dovere.

      In definitiva questo locandiere, con la sua faccia lucida e pienotta, con i suoi occhietti chiari e scrutatori, ci riesce quasi simpatico, appunto perché tien testa bravamente al notaio criminale, e cerca di essere giusto nei riguardi del forestiero, che pur gli ha dato tanto fastidio; uno meno onesto si sarebbe sfogato aggravando le accuse, anche per farsi bello davanti al funzionario di polizia: lui invece dice la pura verità, cercando di non compromettere lo sconosciuto, verso il quale sente una certa indulgenza, appunto perché lo sa vittima più che reo.

      Allo spuntar del giorno successivo, 12 novembre 1628, il notaio criminale che aveva ricevuto la denuncia, assieme a due birri, andò all’osteria per arrestare Renzo e tradurlo alle carceri. Il giovane dormiva della grossa, e chissà quando si sarebbe svegliato, se i birri non lo avessero scosso sgarbatamente. Aperti a stento gli occhi, vide quelle tre figure, e credette di sognare; e siccome quel sogno non gli piaceva affatto, cercò di svegliarsi del tutto e di guardar meglio, con gli occhi così tra i peli. Allora sentì l’uomo in cappa nera che diceva: “Ah! avete sentito una volta, Lorenzo Tramaglino?”

      Renzo cadde dalle nuvole: che cosa era successo? che volevano quelli da lui? come mai sapevano il suo nome, che egli aveva tanto gelosamente taciuto a tutti? Alle sue meravigliate domande quelli risposero bruscamente che si vestisse subito subito e li seguisse senza tante ciarle. La ragione dell’arresto? la sentirà dal Signor Capitano di Giustizia. Ma Renzo non aveva alcuna voglia di andare con loro, e cercava di guadagnar tempo, per valutare bene la situazione in cui si trovava. Capì a un dipresso che il non aver voluto dire il suo nome, come prescriveva la grida, era la causa di tutto, ma non si capacitava come mai la Giustizia, dalla sera alla mattina, avesse talmente cambiato registro, da venire a colpo sicuro ad arrestare uno di quelli che il giorno prima aveva avuto più voce in capitolo; come poi avessero fatto a sapere il suo nome, era per Renzo un vero mistero.

     I birri, stanchi di pazientare, gli misero le mani addosso, ma il giovane protestò che si sapeva vestire da solo; e infatti cominciò a ripescare sul letto i suoi indumenti, che erano “come gli avanzi d’un naufragio sul lido”. Ma osservando che dalle tasche del farsetto erano spariti il borsellino e la lettera di Padre Cristoforo, pretese ad alta voce di riavere la roba sua, e il notaio, non volendo irritarlo, lo accontentò, aggiungendo di aver fiducia in lui e di voler fare per lui questa eccezione. Ma Renzo, ormai stizzito, borbottò sottovoce: “bazzicate tanto coi ladri, che avete un poco imparato il mestiere.” I birri, trattenuti da un cenno del notaio, dovettero ingoiare l’insulto. Se il giovane si mostrava così strafottente, era perché aveva già capito che i rappresentanti della Giustizia non erano troppo sicuri del fatto loro, perché in strada la situazione non era propriamente calma. E infatti non gli sfuggì che il notaio era tutto attento ai rumori esterni, e a un certo punto non poté tenersi dall’aprire l’impannata, essendo giunto dalla via un frastuono minaccioso: era un crocchio che, all’intimazione di sciogliersi, lo faceva  a stento e mugugnando in tono di protesta; ma quello che al notaio parve molto preoccupante era che i soldati si mostravano cortesi.

     A Renzo non sfuggiva nulla, e già nella sua mente si delineava il proposito di liberarsi di coloro. Per quanto il notaio volesse atteggiarsi ad amico, e gli assicurasse che l’arresto era una semplice formalità, per cui avrebbe dovuto rispondere a poche domande prima di essere libero di andarsene per i fatti propri, egli comprendeva che quelle erano chiacchiere per tenerlo buono, ma che le cose non si mettevano bene per lui, una volta nelle grinfie della polizia: ne sapeva abbastanza della giustizia del suo paese, la quale risparmiava i veri delinquenti e si accaniva contro i poveri ingenui. Perciò non credette a nessuna di quelle parole untuose del notaio, che gli consigliava, per suo bene, di essere prudente e riservato, di non dar nell’occhio per la strada, anzi di non farsi neppure scorgere, così nessuno gli baderebbe e non si saprebbe nemmeno che era stato nelle mani della polizia: la sua reputazione era in tal modo salva!

      Quando, all’uscita dall’osteria, i birri gli misero i manichini (una specie di manette di corda cosparsa di nodi, così chiamati “per quell’ipocrita figura d’eufemismo”), il nostro giovane cercò di divincolarsi, protestando a voce alta; ma poi si calmò, o meglio finse di calmarsi, alle parole concilianti del notaio, il quale disse che i birri facevano il loro dovere, che anche quella era una formalità indispensabile: loro purtroppo non potevano trattare la gente come dettava il cuore, ché altrimenti ne porterebbero per primi la pena! Renzo s’acquetò come un cavallo indocile cui sia stata messa la mordacchia, ma naturalmente era pronto a sparar calci alla prima occasione favorevole; la quale non si fece attendere. Gente ne passava per la strada, a due, a tre, in gruppo; altri erano fermi in crocchio, e si vedeva che non erano pacifici cittadini che se ne stessero per i fatti loro, ma persone intenzionate a ricominciare la storia del giorno prima; ciò accresceva la preoccupazione del notaio, il quale si pentiva di non aver lasciato il prigioniero nella locanda, in custodia dei birri, per andare a prendere nuove istruzioni o almeno dei rinforzi. Questo pensiero gli era venuto, perché non era uno sciocco, ma poi aveva temuto di apparire pauroso e buon a nulla, per cui aveva deciso di portar via l’arrestato, anche rischiando un po’, ma sperando che la cosa si risolverebbe senza gravi inconvenienti. Ora però vedeva che le cose si mettevano male per lui, e affinché la situazione non precipitasse, andava sussurrando all’orecchio di Renzo che stesse calmo, che non si facesse notare, per non rovinare il suo onore, ché tra un’ora sarebbe libero, tanto più che lui stesso avrebbe parlato in sua difesa. Da questo comportamento sballato del notaio, dice il Manzoni, nessuno concluda che fosse uno sciocco; era anzi un furbo matricolato, ma tant’è, anche i furbi, quando hanno perso la calma, ne commettono delle grosse, di cui a sangue freddo riderebbero volentieri essi stessi. Per cui,    conclude argutamente l’Autore, cercate di non perdere mai le staffe o, meglio, cercate di essere sempre voi i più forti; ammonizione rivolta ai furbi, naturalmente.

      Quando Renzo vide tre che venivano verso di lui con i visi alterati, cominciò a contorcersi, a sporgersi avanti e indietro, tossicchiando, per farsi notare. Quelli si fermano, per vedere di che si tratta, e con loro altri e poi altri; il notaio consiglia, prega il prigioniero di badare a sé, di non rovinare la sua reputazione; i birri, pensando che fosse meglio usare la maniera forte, danno una stretta ai manichini, girando i due legnetti terminali che tenevano stretti nella mano. Renzo grida, cerca di divincolarsi; la gente si accalca intorno minacciosa e blocca la pattuglia. Il notaio getta la maschera dell’ipocrisia, e cerca di convincere i presenti a non ostacolare il corso della giustizia: “E’ un malvivente, è un ladro colto sul fatto!” Ma Renzo non si lascia certamente sfuggire l’occasione propizia, e subito grida a sua volta: “Figlioli! mi menano in prigione, perché ieri ho gridato: pane e giustizia. Non ho fatto nulla; son galantuomo: aiutatemi, non m’abbandonate, figlioli!” 

      L’aiuto non si fa attendere: comincia all’intorno, col pigia pigia, un gridare minaccioso, un urtare violento; i birri, per non essere travolti, lasciano i manichini e cercano di guadagnare il largo. Anche il notaio cerca di fare lo stesso, ma per lui la cosa riesce più difficile per colpa della cappa nera, che lo impaccia e lo rende riconoscibile. Cercava tuttavia di assumere un atteggiamento indifferente, come di chi si fosse trovato lì per puro caso; e incontrando lo sguardo di uno che lo squadrava minacciosamente, con un tono innocente gli chiese: “Cos’è stato?” “Uh corvaccio!” fu la risposta di colui, che l’aveva ben riconosciuto; e a urtoni gli altri spintonandolo  lo cacciarono via proprio come un brutto corvo della malora; ma a lui quegli urtoni  violenti parvero soavi, perché anche per mezzo di essi poté uscire a salvamento: buon per lui!

CAPITOLO XVI

 

 

      Renzo, liberatosi dei manichini, se la diede a gambe tra la folla che gli faceva largo; alcuni gl’indicarono, lì vicino, un convento e una chiesa, dove avrebbe potuto rifugiarsi; ma il giovane, sin dal primo momento che aveva pensato alla possibilità di una fuga, aveva deciso di raggiungere il Bergamasco: in una chiesa o in un convento non ci si sarebbe cacciato se non quando avesse avuto i birri proprio alle calcagna. Perciò si allontanò di gran carriera da quel luogo in una direzione qualsiasi, con l’intenzione di farsi insegnar la strada in seguito, laddove lo potesse fare senza destar sospetto.

      Quando, dopo una lunga galoppata, ritenne di essere giunto in un punto dove era sicuro che nessuno lo conosceva, né poteva essere giunta la notizia della sua fuga, rallentò il passo sino ad assumere un’andatura normale. Ma, per chiedere la strada di Bergamo, doveva trovare una persona che gli ispirasse fiducia, che non fosse né un cicalone curioso, né un sospettoso, né un malevolo che potesse tendergli qualche trappola; per questo, come dice il Manzoni, “dovette fare forse dieci giudizi fisionomici, prima di trovare la figura che gli paresse a proposito.” Allorché vide uno che veniva frettoloso, parlando tra sé, lo giudicò un uomo sincero, che non avrebbe né ingannato né fatto perder tempo, e quindi con buona grazia gli chiese da quale parte dovesse prendere per andare a Bergamo. Colui gli indicò la strada da percorrere, con pronta gentilezza; e Renzo, ringraziatolo con semplici ma sentite parole,  si avviò per la direzione mostratagli; giunse in breve in piazza del Duomo, rifece il cammino del giorno precedente e si avvicinò a porta Orientale. Ma avendo sulla soglia di questa intravisto dei soldati, fu preso da paura, e fu lì lì per entrare nel convento dei Cappuccini, che aveva davanti, dove sarebbe stato certamente ben accolto per via di quella lettera al padre Bonaventura; ma vinse la paura e la tentazione, pensando che i due birri non lo avevano potuto precedere, per appostarsi a quella porta, e degli altri nessuno lo conosceva né sapeva certamente che cosa aveva fatto. Fattosi perciò coraggio, e fischiettando in sordina per darsi un’aria indifferente, passò attraverso la porta col viso impavido ma col cuore che gli batteva, come si dice, in gola.

      Per sua fortuna i gabellieri e i soldati non si preoccupavano di chi usciva, mentre avevano ordine di non far entrare gente che venisse per approfittare del tumulto; quindi nessuno badò a Renzo il quale però, appena uscito, lasciò la strada maestra e prese una viottola a destra, per far perdere le sue tracce agli eventuali inseguitori. Allorché fu sicuro di non essere inseguito, poté pensare un po’ meglio ai casi suoi; e riflettendo al fatto del nome, si ricordò a un dipresso come il finto spadaio, così gentile e manieroso, gliel’aveva carpito con quel suo bel ritrovato della carta annonaria; ma ormai al passato non c’era rimedio e bisognava pensare al futuro, e innanzi tutto a trovare quella benedetta strada per Bergamo. Necessariamente doveva rivolgersi a qualche passante; anche questa volta scrutò bene i volti di quelli che incontrava, e quando trovò uno che gli dava affidamento, gli rivolse senz’altro la sua domanda. Quegli, avvertitolo che era completamente fuori strada, gli indicò come dovesse fare per raggiungere la via maestra; ma Renzo, non volendo percorrerla per paura di brutti incontri, si propose di fiancheggiarla senza perderla di vista. Siccome però la cosa non gli riusciva, e non si sentiva di star continuamente a domandare la strada di Bergamo, perché poteva destar sospetto (chi è in difetto è in sospetto), pensò di conoscere con qualche astuzia il nome di un paese del ducato di Milano, ma posto sul confine, del quale potesse chiedere liberamente e dove si potesse andare anche per vie secondarie: da esso sarebbe poi passato nel territorio di Bergamo.

      Si era ormai verso mezzogiorno, e l’appetito gli si faceva sentire, per cui, avendo visto “pendere una frasca da una casuccia solitaria” (la frasca era nelle campagne e nei villaggi insegna d’osteria), pensò che lì avrebbe potuto rifocillarsi e anche scoprire il nome di quel paese che gli interessava. L’ostessa, una vecchia curiosa come le sue pari, gli poté offrire solo pane e formaggio, avendo Renzo rifiutato il vino, col quale ancora ce l’aveva, per il brutto tiro che gli aveva giocato il giorno prima; ma appena il cliente si fu seduto a tavola, cominciò subito a tempestarlo di domande sui gran fatti di Milano,  di cui era giunta fin là la notizia. Il nostro giovane non solo seppe eluderle destramente, ma si servì anche della curiosità della donna per raggiungere il suo intento. Avendogli infatti colei domandato dove fosse diretto, rispose che doveva andare in parecchi posti e, se gli restava un po’ di tempo, anche in “quel paese, piuttosto grosso, sulla strada di Bergamo, vicino al confine, però nello stato di Milano…” e s’interruppe fingendo di non ricordarne il nome; e la vecchia, prontamente intervenendo, suggerì: “Gorgonzola, volete dire.” Lo stratagemma era pienamente riuscito.

      Renzo ripeté il nome, come se gli tornasse in mente proprio in quel momento, ma in effetti per imprimerselo bene nella memoria; ottenuto ormai il suo scopo ed essendosi rimesso un po’ in forze con quel magro pasto, ripartì senza indugio col morale risollevato, dopo essersi fatta insegnare la strada verso questa provvidenziale Gorgonzola,  distante da lì, a detta dell’ostessa, una decina di miglia. Vi arrivò finalmente un’ora prima del tramonto. Aveva deciso di fare qui un pasto più sostanzioso, per rimettersi subito in cammino verso l’Adda, la quale sapeva che, per un certo tratto, faceva da confine tra il ducato di Milano e la Serenissima, da cui dipendeva appunto Bergamo; non sapeva però dove fosse questo tratto; comunque, confine o no, avrebbe dovuto attraversare quel fiume, e per lui non sarebbe stata impresa facile. Pensò che qualche notizia utile al riguardo avrebbe potuto attingerla, con un po’ d’astuzia, all’osteria dove si sarebbe fermato a mangiare un boccone. Dopo il recente successo con la vecchia, gli era molto cresciuta la fiducia nella sua destrezza: non gli mancavano intelligenza e tatto.  

      Vista un’insegna d’osteria, entrò e all’oste, presentatosi a servirlo, chiese da mangiare e anche una mezzetta di vino, ché ormai il lungo cammino aveva cancellato il rancore che aveva concepito contro il dono di Bacco. Alcuni sfaccendati del paese, che stavano lì in attesa di notizie fresche da Milano, attorniarono subito il viaggiatore, e uno gli chiese se veniva da Milano. Il giovane, sorpreso, cercò di eludere la domanda per lui fastidiosa e compromettente: “Milano, da quel che ho sentito dire… non dev’essere un luogo da andarci in questi momenti…”

Quindi, avendo ormai pensato la sua risposta, disse che non aveva notizie sui tumulti, perché lui veniva da Liscate (il nome di questo paese lo aveva saputo mentre lo attraversava); il curioso, deluso, desistette da ulteriori domande, e Renzo trasse un respiro di sollievo.

      Essendo l’oste tornato per portargli le vivande, il giovane gli chiese, con aria affettatamente indifferente, quanta strada ci fosse per giungere all’Adda. L’uomo, che doveva essere un curioso incorreggibile, innanzi tutto volle sapere se dovesse passarla; quindi, alla risposta affermativa del forestiero, chiese ancora se volesse passare dal ponte di Cassano o sulla chiatta di Canonica, “i luoghi dove passano i galantuomini, la gente che può dar conto di sé.” Davanti a siffatta domanda, accompagnata da tal commento, Renzo cominciò a sentirsi a disagio, e rispose non senza imbarazzo: “Dove si sia… Domando così per curiosità.” Avendo quegli risposto che, sia per l’uno che per l’altro luogo, c’erano circa sei miglia, Renzo, fingendo di meravigliarsi della distanza, domandò se ci fossero delle scorciatoie verso qualche altro punto del fiume, dove fosse possibile traghettare. L’oste rispose che ce n’erano senz’altro, ma contemporaneamente gli ficcò “in viso due occhi pieni d’una curiosità maliziosa”, per cui il giovane non insistette nelle domande e pensò solo a mangiare in fretta per riprendere il suo cammino.

      Intanto gli sfaccendati che erano nel locale avevano ripreso a parlottare tra loro, rammaricandosi di essere all’oscuro di quanto avveniva nella capitale, e concertando alcuni di recarvisi l’indomani, per chiarirsi dei fatti di cui era là giunta solo una vaga notizia, che aveva acuita più che soddisfatta la loro curiosità. Mentre prendono questi accordi, sentono uno scalpitìo di zoccoli, e corrono sull’uscio a vedere: era un mercante milanese che, recandosi spesso a Bergamo per i suoi affari, era solito pernottare in quella locanda; ai curiosi in attesa balenò subito la speranza di veder soddisfatta la loro sete di notizie.  Il mercante smontò e, barattati i saluti con quegli sfaccendati che ormai conosceva per la lunga consuetudine, chiese all’oste, accorso anche lui sollecito, il suo solito boccone e la sua solita camera, se era libera. Appena si fu seduto, i presenti gli si strinsero intorno, tempestandolo di domande sugli avvenimenti di Milano, che egli aveva lasciato solo da poche ore.

      Il mercante rispose molto volentieri, poiché anche a lui piaceva parlare e mostrarsi informato, come piace in generale a tutti, eccetto che abbiano delle buone ragioni per tacere, e il nostro Renzo era appunto uno di questi. Raccontò dunque i fatti della mattinata, stante che i suoi ascoltatori conoscevano già – grosso modo – quelli del giorno precedente. Ordunque di prima mattina – disse in sostanza il mercante mentre consumava lentamente la sua cena – quei facinorosi che non erano ancora contenti delle prodezze del giorno prima, cominciarono a riunirsi nei luoghi convenuti e, quando furono in buon  numero, si diressero alla casa del vicario di provvisione, con la ferma intenzione di saccheggiarla. Ma i vogliosi trovarono la strada chiusa da una barricata, dietro la quale erano allineati i micheletti con gli archibugi spianati, pronti a riceverli degnamente con una salva in loro onore. Peccato! non si aspettavano tanto onore, e dovettero tornare indietro; ma erano inviperiti e si sentivano prudere le mani, per cui si riversarono nel Cordusio e diedero il sacco a quel forno sul quale non avevano potuto metter le mani il giorno precedente.  Il povero forno era in quel momento aperto, e vi si distribuiva regolarmente il pane agli avventori sotto la vigilanza di alcuni nobili, a ciò deputati dalle autorità. In un battibaleno tutto va a ruffa raffa; quindi cominciano, al solito, a portar fuori lo stiglio, per farne un bel falò in piazza del Duomo, allorché “uno più manigoldo degli altri” propone di far di tutto un bel mucchio nel forno stesso, e di appiccare così il fuoco a tutta la casa. Detto fatto; il truce proposito sta per essere attuato, quando uno che abita dirimpetto ha un’ispirazione dal cielo: prende un crocifisso e lo appende all’archetto di una finestra, quindi accende sul davanzale due candele benedette. A Milano, per grazia del Cielo, c’è ancora del timor di Dio: molti guardano in su, a Cristo in croce, e si sentono toccati nel cuore, mentre la voce della coscienza li rimorde e per i passati trascorsi e per quanto stanno per fare. Mentre sono così indecisi, ecco giungere tutti i canonici del Duomo, in paramenti solenni, processionalmente dietro la croce, portata da uno di loro, e si mettono a predicare chi in una parte, chi in un’altra:   ma, figlioli, che state facendo? dov’è il santo timor di Dio? questo è l’esempio che date ai vostri figli? Tornate a casa, ché il pane è stato fissato a un prezzo più basso di prima; l’avviso è affisso a tutte le cantonate!...  Ed era vero: con un soldo si ha una pagnotta di otto once! Una vera cuccagna: speriamo che duri!

      Però non ho detto tutto – continua infervorato il loquace mercante – ora viene il bello. Sapete? é una cabala tutta ben preparata dalla Francia per danneggiare la Spagna, perché i Navarrini (così allora erano chiamati spregiativamente i Francesi) sanno che qui a Milano è la forza del nostro re don Filippo IV. Quelli che hanno istigato la gente, sono forestieri; a proposito, la polizia ne ha arrestato uno in una locanda, (Renzo che ascolta col fiato sospeso ha come un tuffo al cuore, e per poco non si tradisce), un diavolo il quale andava predicando d’ammazzare tutti i signori, che aveva con sé un fascio di lettere, in cui era descritto tutto il piano e si facevano anche i nomi dei complici, per cui si dice che ci andranno di mezzo molte persone. Però, mentre lo conducevano in prigione, questo delinquente è stato liberato con la violenza dai suoi complici “che facevano la ronda intorno all’osteria”. Si sa di certo che i capi della sedizione saranno impiccati; e ci voleva davvero un esempio per certa gente! Avevano preso la bella abitudine di entrare nelle botteghe, servirsi di prepotenza e dare busse in pagamento; non si poteva più andare avanti così! Ora tutti quelli che hanno preso parte al tumulto si sono tappati in casa, per la paura di essere nel numero di coloro che dovranno dare spettacolo, appesi alle forche; la città, quando io sono partito, era deserta e muta, proprio come un convento.

      Gli ascoltatori erano rimasti molto impressionati, specialmente dalle ultime notizie; e mentre prima si rammaricavano di non essere andati a Milano, e alcuni si proponevano di andarci l’indomani, ora, al sentir mentovare le forche, si rallegravano di non esserci andati, e quasi se ne vantavano come dimostrazione della loro saggezza e del loro attaccamento alla famiglia.  E Renzo? Al poverino “quel poco mangiare era andato in tanto veleno”,  dice il Manzoni senza esagerare; quando il mercante aveva accennato a lui, istintivamente aveva dato un guizzo, come per fuggire; e buon per lui che in quel momento tutti pendevano dalla bocca del narratore, ché altrimenti sarebbe stato scoperto. In breve riuscì a controllarsi, ma decise di andarsene subito, non appena il mercante fosse passato ad altri argomenti. Quando dunque colui cominciò a parlar d’altro, egli chiamò con un cenno l’oste, pagò lo scotto senza tirare sul conto, e di buon passo si diresse dalla parte opposta a quella da cui era venuto, senza chiedere neppure la strada. Ciò che aveva udito all’osteria non solo lo aveva turbato, ma anche gli aveva messo nell’animo, con lo sdegno per le menzogne accumulate contro di lui, un senso di indefinita paura.

CAPITOLO XVII

 

 

      Il Manzoni inizia questo capitolo osservando che spesso basta una sola voglia insoddisfatta, per tenere in angustia un uomo; figuratevi poi se le voglie sono due, e per di più opposte,  come quelle che agitavano il nostro giovane all’uscita dall’osteria di Gorgonzola: quella di nascondersi e quella di scappare. Lasciato il paese all’avemaria, da principio incontrava qualche viandante ma, pieno di sospetto com’era, non si azzardava a chiedere la strada verso l’Adda; in seguito, quando le tenebre, stendendo un opaco velo su uomini e cose, lo liberarono da questo timore, non trovò più nessuno a cui poter chiedere, e dovette procedere, come si dice, a lume di naso.  Alla prima viottola che incontrò volle lasciare la strada maestra, per quanto l’oscurità che s’infittiva sempre più lo mettesse ormai al riparo da brutti incontri; e mentre camminava frettoloso, ripensava a tutte quelle belle notizie che il mercante aveva sciorinato nell’osteria, per fare il sapientone, e si accalorava contro di lui in un muto monologo: “Io fare il diavolo! Io ammazzare tutti i signori! Un fascio di lettere, io!” E continuava con aperto e amaro rinfaccio: ”sappiate che, intanto che voi stavate a guardare la vostra bottega, io mi facevo schiacciar le costole, per salvare il vostro signor vicario di provvisione…” Quindi passava a un tono di ironica canzonatura circa il gran fascio di lettere che sarebbe rimasto in mano della giustizia, con dentro esposta tutta la cabala; si trattava invece di una sola lettera, scritta da un degno frate a un suo confratello per aiuto di un povero perseguitato, e la lettera era ancora in suo possesso. E terminava la sua requisitoria con un monito severo: “imparate a parlare un’altra volta; principalmente quando si tratta del prossimo.”

      Ma sfogata alquanto la sua stizza con questo soliloquio, Renzo capì che il suo nemico ormai non era il mercante, ma la stessa situazione in cui si era cacciato, la quale appariva talmente intricata, da non potersi sbrogliare senza qualche fortunato evento. Si trattava di raggiungere l’Adda così tra le tenebre, senza un indizio, senza una direttrice, quasi a tentoni; e poi, una volta trovato questo benedetto fiume, si trattava di passarlo; chi gli poteva poi assicurare che il fiume faceva in quel punto da confine? Qualora non facesse da confine, si sarebbe presentata una nuova difficoltà nell’attraversamento del confine terrestre, che certamente sarebbe ben guardato da doganieri e soldati, i quali potevano essere già avvertiti della sua fuga: ormai era passata un’intera giornata! A tutto questo s’aggiungeva il freddo, che si faceva sentire sempre più, avendo egli vestiti leggeri, quelli appunto che aveva indossato per il matrimonio di sorpresa; inoltre gli davano una sensazione sempre più molesta, e quasi dolorosa, sia il buio, reso più pauroso dal fioco lume della luna offuscata dalla nuvolaglia, sia la solitudine, che diveniva di momento in momento più ossessiva, sia infine la stanchezza, che ormai gli si faceva sentire acutamente dentro le ossa, rotte dal continuo e affannoso camminare.

      Avrebbe voluto cercar ricovero in qualche cascina di contadini, ma avvicinandosi e sentendo i cani latrare furiosamente, non ne aveva più il coraggio, temendo di essere scambiato per ladro o bandito, e ricever quindi una mala accoglienza. Continuò dunque il suo cammino sempre più stanco e sempre più di mala voglia, sperando solo di poter udire, da un momento all’altro, il rumore del fiume tanto sospirato. “L’Adda ha buona voce – pensava per confortarsi; e, quando le sarò vicino, non ho più bisogno di chi me l’insegni.” Perciò ogni tanto si fermava in ascolto.

      A un certo punto si accorse che i campi coltivati erano finiti, e s’inoltrò in una sodaglia ricoperta di erbe alte e, qua e là, di arbusti, il che poteva far pensare a un fiume vicino. La brughiera più in là diventava macchia e, a poco a poco, bosco.   Qui il buio diventava più fitto, e la fioca luce della luna, filtrando debolmente tra il denso fogliame, disegnava al suolo delle ombre dai contorni incerti, quasi delle figure mostruose che eccitavano la sua fantasia. A poco a poco l’uggia, che Renzo ormai da tempo provava nel proseguire per quel cammino così alla cieca, si mutò in ribrezzo che, aggiunto al freddo, gli faceva accapponare la pelle e battere i denti; a un certo punto cominciò a sentir paura, e infine fu preso da un terrore indefinito e irragionevole. Si fermò ansante, con gli occhi sbarrati e i capelli irti: il panico aveva paralizzato il suo corpo e la sua mente; stava per perdere il controllo di sé stesso e darsi a fuga precipitosa e incontrollata; “ma atterrito, più che d’ogni altra cosa, del suo terrore, richiamò al cuore gli antichi spiriti, e gli comandò che reggesse.” Ripresosi da quel momento di smarrimento, pensò più serenamente al da farsi; il meglio gli sembrava tornare indietro e cercare un ricovero tra gli uomini; ma in quel vasto silenzio, calmatosi alquanto il pulsare impetuoso del cuore, udì a un tratto uno sciabordìo di acque; tese le orecchie col fiato sospeso: sì, era la voce amica dell’Adda! Subito si sentì un altro: angoscia, stanchezza, freddo, tutto era scomparso in un momento; e seguendo coll’udito lo sciaquìo del fiume, in poco tempo ne raggiunse la riva.

Guardò se ci fosse qualche barca, in modo da poter passare subito, ma non ne vide nessuna; né era il caso di tentare il guado, perché con l’Adda non si scherza; decise perciò di tornare indietro, per passare il resto della notte al coperto, ché a passare altre lunghe ore all’addiaccio non avrebbe resistito. Aveva notato, venendo, una capanna nei campi, quasi al confine della sodaglia: lì avrebbe potuto evitare, in parte, il rigore della notte. E così fece; ritrovata la capanna, ci entrò e vide appesa al tetto una specie d’amaca, fatta di ritorte; ma non si curò di salirci, gli parve abbastanza potersi sdraiare sulla paglia accumulata per terra.

      Però, prima di coricarsi, s’inginocchiò per dire le sue orazioni, e chiese perdono a Dio di non averle dette la sera prima, per cui aveva avuto poi quel bel risveglio; si disse pentito anche dell’imprudenza e dell’intemperanza che avevano causato i suoi guai; quindi si distese sulla paglia, cercando di addormentarsi. Ma non ci riusciva, tante erano le immagini che gli si affollavano nella fantasia, tanti erano i pensieri che lo assillavano; e poi c’era il freddo, che anche lì dentro si faceva sentire abbastanza, e gli faceva ogni tanto battere i denti. Per difendersi da esso, si coprì completamente di paglia, a guisa di coltre, ma poco gli giovò, e rimase insonne a rabbrividire nell’oscurità. Le immagini, le figure umane che gli sfilavano davanti agli occhi della mente, erano tutte brutte o antipatiche, meno tre: Lucia, Agnese e padre Cristoforo. Ma anche nel contemplare queste, quanta nostalgia, quanta tristezza! Si ricordò che quella doveva essere la quinta notte delle sue nozze: ma dove e come si trovava? in che modo avrebbe potuto riunirsi a Lucia, ora che c’era di mezzo anche la cattura? Cercava però di cacciare tutte le preoccupazioni, pensando che il Signore è infinitamente misericordioso, e non lo avrebbe abbandonato. Lo confortava soprattutto la soave immagine della fidanzata: “Lucia è tanto buona! non vorrà poi farla patire un pezzo, un pezzo, un pezzo!”

      Disperando ormai di prender sonno, sospirava tremando e battendo i denti il ritorno della luce, e contava il lento scorrere delle ore per mezzo dei rintocchi di un orologio (forse quello del campanile di Trezzo), i quali giungevano distinti sino a lui nell’ampio silenzio della notte. Quando furono le cinque del mattino, si alzò come aveva deciso; disse in ginocchio una breve ma fervorosa preghiera, quindi si rialzò pieno di fiducia, si stirò in lungo e in largo, cercando di rianimare le membra intirizzite, e finalmente riprese il cammino verso l’Adda. Il cielo prometteva una bella giornata, anche se dei cirri e dei lievi cumuli color viola variegavano qua e là il vasto azzurro, tingendosi verso oriente di un rosso che in basso si faceva sempre più acceso: “quel cielo di Lombardia – dice con compiacenza provinciale il Manzoni – così bello quando è bello, così splendido, così in pace.” Ma il nostro giovane non aveva né tempo né animo, in quel momento, per contemplare lo spettacolo dell’alba, tutto attento com’era a rintracciare il sentiero, e soprattutto a evitare pericoli e brutti incontri. In poco tempo rifece il cammino della sera precedente, e giunse sulla riva cosparsa di macchie. Dall’alto dell’argine vede giù nell’acqua una barchetta, che si muove lentamente contro corrente. Scende giù sul greto e dà una voce al barcaiolo, chiedendo che approdi. Colui, dopo essersi assicurato che non c’è all’intorno nessun occhio indiscreto, si dirige alla volta di Renzo.

      L’Autore ci dice che questo pescatore era spesso pregato di tragittare qualche contrabbandiere o fuoruscito, e lo faceva non tanto per amore del poco e non sicuro compenso, quanto per non farsi dei nemici tra quella gente vendicativa; ma naturalmente non voleva rischiare di essere visto da birri o spie, e quindi passare dei guai per la sua condiscendenza. Renzo, che era in trepida attesa della barca, non appena questa toccò terra, subito ci saltò dentro, e supplicò il barcaiolo di tragittarlo, dietro compenso, all’altra riva. Quegli aveva già intuito l’intenzione del cliente, e voltò subito la prua verso il largo. Renzo, vedendo nella barca un remo di riserva, lo afferrò di slancio e lo mise in opera con tanto garbo e perizia, che il pescatore lo fece fare volentieri, vedendo che era quasi del mestiere. Ora che il passaggio dell’Adda era questione di minuti, un dubbio offuscava la gioia del nostro giovane, se cioè il fiume faceva lì da confine o no; chiestone al barcaiolo, e saputo che la riva a cui stavano per approdare era bergamasca, vale a dire territorio veneto, non poté trattenere un’esclamazione di gioia: viva san Marco! Il protettore di Venezia gli appariva come un salvatore.

      Quando la prora toccò la riva veneta, Renzo balzò a terra senza indugio e compensò il buon pescatore con una berlinga, che per il suo magro borsellino fu un bel sacrificio, ma egli lo fece volentieri, dato il grande servizio che colui gli aveva reso. Mentre la barca riprendeva il largo, il giovane s’incamminò verso Bergamo, già indicatagli dal barcaiolo, la quale appariva come “una macchia biancastra sul pendio del monte”; ma prima di mettersi in via apostrofò stizzosamente il territorio che lasciava: “Sta lì, maledetto paese.” La patria lo perseguitava, e lui la sentiva come nemica; ma pensando a chi lasciava in quel paese, si rattristò e guardò con un certo struggimento l’acqua che gli scorreva davanti, pensando che era passata sotto il ponte di Lecco, proprio vicino al suo paese, che gli era caro nonostante tutto.     

      Si riscosse quasi subito, cacciò quei pensieri melanconici, e si avviò risoluto; al primo viandante che incontrò chiese senza esitazione la via per giungere al paese di Bortolo, che era molto vicino a Bergamo. Bortolo, suo cugino, là emigrato da molti anni, aveva fatto fortuna, diventando, da semplice filatore di seta, primo lavorante e factotum del proprietario, che se lo teneva caro per la sua capacità e onestà. Aveva più volte invitato Renzo a trasferirsi anche lui in quel paese, assicurandogli un lavoro molto redditizio, ma il nostro non gli aveva mai dato ascolto, perché non voleva distaccarsi da Lucia, alla quale il suo cuore era legato anche prima del fidanzamento.  Ora invece Renzo arrivava quando meno Bortolo lo avrebbe voluto, poiché il lavoro era scarso per tutti a causa della carestia e del conseguente ristagno economico.

       Il paese di Bortolo distava dall’Adda poco meno di dieci miglia, e allorché Renzo ebbe fatto il più del cammino, si sentì un discreto appetito, per cui pensò di rifocillarsi prima di giungere dal cugino, per non presentarsi così affamato. Contò gli spiccioli che gli erano rimasti e vide che poteva permettersi un pranzetto sostanzioso; entrò quindi in un’osteria e consumò un pasto frugale, ma sufficiente a rimetterlo in forze e di buon umore. Pagato il conto, gli rimase ancora qualcosa, che uscendo dal locale diede volentieri a una famiglia la quale, ridotta in miseria dalla carestia, tendeva la mano lì sulla porta. “La refezione e l’opera buona (giacché siam composti d’anima e di corpo) avevano riconfortati e rallegrati tutti i suoi pensieri.“ dice a questo punto il Manzoni, e ben a ragione; se infatti la Provvidenza si era servita degli ultimi spiccioli di un povero fuoruscito per sostentare in quel giorno quella famiglia, come avrebbe poi potuto abbandonare colui del quale si era servito a questo scopo, ispirandogli un sì vivo sentimento di carità cristiana?

      Quando Renzo arriva finalmente al paese del cugino, riconosce subito l’edificio della filanda, abbastanza caratteristico; entrato, chiede se lavora lì un certo Bortolo Castagneri, e gli viene indicato dov’è “il signor Bortolo”, facendo con ciò intuire la carica che quegli ricopre nell’opificio. Dopo un “oh” di meraviglia e un affettuoso abbraccio, Bortolo trae in disparte il cugino, e si rammarica con lui che sia venuto senza avvertirlo, in un momento non proprio adatto per trovare lavoro. Renzo gli espone il motivo della sua improvvisata, raccontandogli in succinto i fatti che lo avevano costretto a lasciare il paesello assieme a Lucia e Agnese. A sentire quelle dolorose vicende, e anche le disavventure di Milano, Bortolo, commosso, fece coraggio al cugino, dicendogli che poteva far sicuro affidamento su lui; e aggiunse con cordiale semplicità: “Dio m’ha dato del bene, perché faccia del bene; e se non ne fo ai parenti e agli amici, a chi ne farò?” Quindi espose al cugino la situazione della zona, dove la carestia e la crisi economica si facevano bensì sentire, ma non come nel Milanese, poiché le autorità avevano preso dei provvedimenti opportuni per ovviare al disagio, o almeno evitare il peggio. Riguardo al lavoro, sebbene esso scarseggiasse molto, espresse la speranza che il suo padrone, che era di buon cuore, sentendo i guai di Renzo, lo avrebbe assunto ugualmente, anche per fare un piacere a lui, a cui riconosceva di dover la prosperità dell’azienda. Però avvertì il cugino che i lavoratori del Milanese lì erano chiamati “baggiani” (che equivaleva a “babbei”), e che quindi bisognava essere preparati a sorbirsi quel bel titolo. Renzo rispose che quell’epiteto lo avrebbero dato, lui immaginava, solo a chi se lo lasciava appioppare senza reagire, o che fosse davvero rozzo e ignorante, ma non a un bravo operaio che sapeva il suo mestiere e aveva del sale in zucca. A Bortolo ci volle del bello e del buono per convincere il suscettibile cugino che, per i Bergamaschi, tutti quelli del Milanese erano baggiani, e quelli abili e intelligenti anche più baggiani degli altri, perché ormai “baggiano” era per loro come un titolo onorifico; per persuaderlo meglio aggiunse che, se non era disposto a succhiarsi quel titolo, non poteva vivere lì, perché sarebbe stata una sequela di liti e peggio.

       Renzo si mostrò alfine rassegnato “a succiarsi del baggiano a tutto pasto”, dato che era inevitabile; allora il cugino disse che ormai non vedeva altre difficoltà, e presentò senz’altro l’ospite al padrone, “un buon bergamascone all’antica, un uomo di cuor largo”, il quale lo accolse cordialmente, e naturalmente non si fece pregare per dare un lavoro a uno che gli veniva così caldamente raccomandato ed espressamente garantito dal suo bravo factotum. Renzo si è così sistemato e, per il momento, non ha problemi per il suo mantenimento; ma lo assillavano sempre i pensieri per l’avvenire, se voleva, come fermamente voleva, ricongiungersi con Lucia e sposarla, anche a costo di lotte e sacrifici! Lui però era ora bandito, lei lontana: come avrebbe potuto superare, a un tempo, il rigore cieco della legge e la prepotenza dell’orgoglioso signorotto, che certamente non si sarebbe rassegnato allo smacco subito, e sarebbe ricorso a ogni mezzo, pur di soddisfare il suo turpe capriccio? 

CAPITOLO XVIII

 

 

      Lo stesso giorno, 13 novembre 1628, in cui Renzo giunse al paese di Bortolo, arrivò al podestà di Lecco un corriere espresso, con un ordine del capitano di Giustizia, stilato nel bel latino curialesco del tempo, di far ricerca diligente del filatore di seta Lorenzo Tramaglino, che risultava abitante in detto territorio, anche se non si poteva precisare il paese; di arrestarlo se fosse per caso tornato al suo paese, e comunque di fare una rigorosa perquisizione all’abitazione di lui, sequestrando tutto ciò che possa servire a incriminarlo, e assumendo nello stesso tempo accurate informazioni della sua condotta sediziosa.  Il Podestà, dopo aver appurato, senza troppa difficoltà, in quale paese del suo territorio il Tramaglino abitava, si recò alla sua casa con un notaio e una scorta di birri; questi, sfondato l’uscio, iniziarono la perquisizione, cioè misero tutto sottosopra, “come in una città presa d’assalto”, ma non trovarono nulla di compromettente all’infuori, supponiamo, dello schioppo, che del resto allora, come oggi, era comunissimo nelle case dei contadini e dei montanari. Figuratevi l’impressione che questa spedizione della giustizia fece sui compaesani di Renzo, i quali, conoscendolo per giovane quieto e onesto, non sapevano che cosa pensare, e sospettavano che fosse “una macchina mossa da quel prepotente di don Rodrigo, per rovinare il suo povero rivale.” A questo proposito l’Autore osserva acutamente che quando si giudica per semplice induzione, senza cognizione dei fatti, si è talora ingiusti anche verso i rei: infatti don Rodrigo, pur avendo tutto l’interesse e anche l’intenzione di nuocere al suo rivale, non aveva avuto alcuna parte nei guai di Renzo.

E’ un invito alla prudenza e alla serenità nei giudizi e nelle condanne, che vale per tutti e non soltanto per la polizia e per i giudici.

      Il superbo signorotto, è vero, non aveva alcuna colpa della disgrazia di Renzo il quale si era dato, come si dice, la zappa sui piedi; ma saputala, se ne rallegrò, come se fosse stata opera sua, specialmente col suo degno cugino, il conte Attilio, il quale aveva intanto rimandata la partenza per Milano, per non rischiare di assaggiare in città quelle bastonate di cui era, almeno verbalmente, così largo donatore, quando si trattava di plebei indifesi che erano, a suo dire, tutti mascalzoni bastonabilissimi. Questa volta, nel clima bollente di Milano, il burbanzoso conte avrebbe corso il pericolo di riceverne un assaggio sulle sue illustri spalle, invece che darne sulla schiena degli ignobili, rei soltanto di non avere il sangue blu nelle vene.  

      Fra Cristoforo, quando riseppe della perquisizione poliziesca in casa di Renzo, fu amaramente sorpreso, e scrisse al padre Bonaventura, sperando di sapere da lui qualcosa di preciso; ma il suo confratello poté solo comunicargli che, il giorno di San Martino, un forestiero si era presentato al convento chiedendo di lui, ma non avendolo trovato, se n’era andato senza più far ritorno. Il padre Cristoforo, conoscendo bene il giovane e il suo carattere onesto, ma anche impetuoso e talora imprudente, intuì subito che egli, più che reo, era stato vittima delle circostanze e della sua indole focosa e risentita, specialmente nello stato d’animo in cui si trovava per la recente ingiustizia patita.

      Quando la situazione nella capitale fu ritornata del tutto calma, don Attilio si decise a partire, incitando il cugino a non desistere dalla sua impresa, poiché egli lo avrebbe, in un modo o nell’altro,  sbarazzato dell’arrabbiato frate, ora che la giustizia lo aveva liberato dell’abietto rivale, del quale anche la sposa, come tutto il resto, poteva ormai considerarsi “come roba di rubello”, cioè preda del primo che ci mettesse le unghie. Infatti il ribelle, il sedizioso, come Renzo era considerato, non aveva più nessuna tutela legale, e tutto ciò che gli apparteneva era premio del delatore o possesso del primo occupante; e in realtà avvenne che la casa di Renzo fu letteralmente saccheggiata, prima dalla forza pubblica e poi dai cinici profittatori, i quali misero le mani senza scrupolo anche sulla sua vigna.

      Poco dopo la partenza del conte Attilio, tornò il Griso da Monza, e riferì che Lucia e la madre erano ricoverate nel monastero della Signora, sotto la sua protezione, che la ragazza non usciva mai, neppure per sentire la Messa, che ascoltava da una grata assieme alle suore. Queste notizie misero di cattivo umore don Rodrigo, perché un monastero, e soprattutto quel monastero, con una principessa per protettrice, era un osso troppo duro per i suoi denti; sicché tutti gli altri punti favorevoli venivano a un colpo annullati da questo ostacolo imprevisto. Come espugnare quel sacro ricovero? come aver ragione di una principessa? Sapeva che c’era uno che ci sarebbe certamente riuscito, “un tale, le cui mani arrivavano spesso dove non arrivava la vista  degli altri: un uomo o un diavolo, per cui la difficoltà delle imprese era spesso uno stimolo a prenderle sopra di sé.”

      Questo è il primo accenno al fosco personaggio che il Manzoni chiama “innominato”, pur essendo personaggio storico, appunto perché vuole lasciarlo, almeno in parte, nel dominio della libera fantasia. Storicamente non è altro che Bernardino Visconti, feudatario di Brignano Chiara d’Adda, il quale dopo essere stato bandito dallo Stato di Milano, era audacemente tornato nel ducato, e viveva impavido e temuto in un inespugnabile castello sul confine, dal quale, come un’aquila dal suo nido insanguinato, dominava tutto il territorio circostante con la sua sfrenata violenza, appoggiata su uno stuolo di bravi tra i più risoluti e feroci. Don Rodrigo pensò dunque di ricorrere a costui, ma rimase per alcuni giorni in forse, data la gravità del passo, perché quel signore si metteva bensì a disposizione degli amici, ma esigeva poi anche che costoro restassero a sua completa disposizione, e gli obbedissero in tutto e per tutto, qualunque cosa egli comandasse: e in questo era terribilmente intransigente. Inoltre egli era un bandito, un pubblico nemico, e l’aver dei rapporti con lui poteva provocare delle rappresaglie da parte delle autorità costituite. Don Rodrigo voleva godersi la vita in città, abitarvi rispettato e riverito così come in campagna, in mezzo ai suoi possedimenti, essere amico dei pubblici magistrati, per averne appunto l’indulgenza o la connivenza alle sue malefatte, per cui non poteva mettersi in urto con i rappresentanti del potere; inoltre era nipote di un membro influente del Consiglio segreto, e non doveva permettersi queste scandalose e pericolose amicizie o relazioni: ne sarebbe stato compromesso anche il prestigio del suo illustre zio, il quale certamente non gli avrebbe perdonato una simile colpa! Ma pochi giorni dopo l’incerto signorotto ricevette una lettera del cugino “che faceva un gran coraggio, e minacciava di gran canzonature” in mezzo alla brillante società, se l’avesse data vinta a un villano e a un frate; anzi ora ambedue costoro erano stati messi fuori combattimento, il primo dalla polizia, il secondo dal Conte zio membro del Consiglio segreto; infatti lo informava che il maledetto frate era stato trasferito in un convento molto lontano. Poco dopo ricevette un’altra bella notizia: Agnese era tornata al paese, lasciando la figlia, la quale rimaneva in tal modo un po’ meno protetta, lontana dalla gonna della madre, donna esperta e risoluta. Questi fatti fecero alfine passare il Rubicone a don Rodrigo, il quale ritenne inevitabile imbarcarsi in sì pericolosa amicizia, se voleva da una parte soddisfare il suo puntiglio e il suo infame capriccio, dall’altra evitare le grandi canzonature dei giovani signori milanesi, che il cugino aveva pensato a informare a puntino di tutto: perdere la faccia davanti ad essi sarebbe equivalso a una morte civile! Ma ora torniamo un poco a Lucia, e rendiamo conto dei casi cui abbiamo accennato.

      Le grandi notizie dei fatti di Milano erano naturalmente giunte a Monza “e per conseguenza anche nel monastero”, per mezzo della fattoressa la quale teneva “un orecchio alla strada e uno al monastero”, facendo volentieri da tramite e in un senso e nell’altro. Le nuove venivano partecipate alle due donne, sapendo che Renzo era giunto a Milano proprio il giorno del tumulto. L’ansia di esse divenne viva preoccupazione, specialmente per Lucia, quando la fattoressa disse loro che uno di quelli che dovevano essere impiccati, come caporioni della sedizione, era di Lecco o dei dintorni; ma allorché, qualche tempo dopo, annunciò che quel facinoroso era proprio del loro paese e si chiamava Tramaglino, a Lucia, come fulminata dalla notizia, cadde il lavoro dalle mani. Per fortuna la fattoressa era un po’ distante da lei, e Agnese, alla quale stava parlando, riuscì a contenersi, a non tradire in volto la dolorosa emozione dell’animo; alla domanda se lo conoscesse, rispose con apparente indifferenza che in un villaggio tutti si conoscono, per cui lei si meravigliava molto del fatto, in quanto quel giovane era conosciuto come un tipo tranquillo e onesto.

      Quando madre e figlia rimasero sole, potete immaginare quali furono i loro discorsi, quanto tristi i loro commenti! Non sapevano proprio cosa pensare: come una tale enormità poteva essere successa, e quali ne sarebbero state le conseguenze? Per Lucia l’angoscioso discorso finiva talora nelle lagrime, e la stessa madre non sapeva che dire per consolarla. Un certo sollievo lo recò loro padre Cristoforo il quale, servendosi di un pescivendolo di Pescarenico che si recava a Milano a vender la sua merce, fece sapere che stava cercando di aver più sicure notizie di Renzo; loro intanto confidassero in Dio, sicure che Egli non avrebbe abbandonato  i tribolati, mentre lui avrebbe fatto quanto era umanamente possibile in loro favore, e comunque ogni settimana avrebbe mandato altre notizie, o con quello o con un altro messo.

      Una distrazione dai tristi e talora tormentosi pensieri che l’assillavano, Lucia la trovava nel lavoro assiduo e anche, talvolta, nella conversazione familiare che aveva con Gertrude, la quale la faceva chiamare ogni tanto nel suo parlatorio privato, e si lasciava andare con lei a confidenze sul suo passato incolpevole, soprattutto circa il modo con cui era stata rinchiusa lì; sicché “quella prima maraviglia sospettosa di Lucia s’andava cambiando in compassione.” La Signora avrebbe voluto che anche la ragazza, a sua volta, le raccontasse la sua storia sentimentale, ma per lei era impossibile trattare un simile argomento, in cui non entravano “tirannia, insidie, patimenti, cose brutte e dolorose, ma che pur si potevan nominare”, ma quei moti ineffabili del cuore, quei soavi sensi originati dall’amore: parola che Lucia, nella sua pudica riservatezza, non riusciva proprio a pronunciare, parlando di sé.

      A questo proposito possiamo osservare che lo stesso ritegno, il medesimo pudore mostra il Manzoni nel parlare d’amore: in tutto il romanzo egli accenna appena delicatamente alle dolci emozioni che suscita nell’animo questo potente sentimento, e ancor più sobriamente, con vigile castigatezza, ai turbamenti del cuore e dei sensi prodotti dalla passione sensuale, dal richiamo del sesso, che volgarmente chiamasi amore, con evidente degradazione di questo grande sentimento. Alcuni critici, non escluso il Croce, hanno rimproverato al Manzoni questo spirito puritano, che lo indusse a eliminare senza rimpianto, nell’edizione definitiva, quelle parti della storia di Gertrude  che parevano indulgere alla  descrizione della passione erotica;  secondo costoro egli avrebbe, per così dire, tarpato le ali alla sua fantasia, precludendosi molte possibilità di poetica emozione. Io non concordo con essi. Il Manzoni, pur con sobrie e talora indirette espressioni, ci fa sentire la potenza e la soavità dell’emozione d’amore, quello vero, più di tanti altri poeti e prosatori che hanno dedicato intere pagine alla sua descrizione; del resto lo stesso Autore, a chi gli rimproverava questa eccessiva sobrietà, rispondeva argutamente che il mondo è così pieno di amore, che questo sentimento non ha proprio bisogno di essere incrementato dalle opere letterarie. Queste invece, purtroppo, hanno sempre speculato su questo sentimento, o peggio sulle sue deviazioni più o meno morbose, più o meno peccaminose, più o meno piccanti. Il Nostro respinge l’erotismo, non ha bisogno di questo ingrediente per far piacere il suo romanzo; egli intese far opera d’arte e di poesia, esprimere tutto il suo mondo interiore, il suo sentimento profondo, che era sentimento religioso, visione cristiana del mondo e della vita, appunto come intese far Dante. E il suo romanzo, appunto perché motivato dal profondo, si traduce inconsapevolmente in opera di profonda edificazione morale, come la “Divina Commedia”, pur rimanendo opera squisitamente poetica e per nulla oratoria, come invece il primo Croce voleva sostenere.

Per il Manzoni l’amore è un sentimento sublime e quasi divino, perché è una derivazione dell’amore verso Dio, e non va perciò deturpato o sfruttato in alcun modo: egli accenna ad esso in modo delicato, ma vivo e potente, sia nel romanzo sia nelle tragedie. Basta ripensare a certe espressioni, volutamente castigate ma di grande potenza evocatrice, dell’ ”Addio, monti” e del coro “Morte di Ermengarda”, solo paragonabili alle espressioni, fuggevoli ma potenti, di un Dante (“quali dolci pensier, quanto desìo” a proposito di Paolo e Francesca) e di un Leopardi (“che speranze, che cori, o Silvia mia!”).  I grandi poeti sono stati sempre sobri, pur potentemente suggestivi ed emotivi, nella trattazione dei temi d’amore; e il Manzoni ci ha dato una grande lezione di austerità, dimostrando col suo esempio che la vera opera d’arte non ha bisogno di simili ammennicoli, necessari ai pennivendoli che scrivono a scopo di cassetta, sfruttando i sentimenti deteriori, o peggio i bassi istinti, che covano nell’animo umano. I bassi istinti vanno invece frenati e corretti, anche mediante la missione civilizzatrice dell’arte, e non, come avviene oggi, esaltati e sfacciatamente spacciati come i valori più genuini dell’uomo.  La lezione civile e cristiana del Manzoni purtroppo non è stata minimamente ascoltata dai romanzieri e cineasti di oggi, i quali, col pretesto della libertà dell’arte ma in realtà a scopo di lucro disonesto, depravano sempre più le passioni, scatenando i più bassi istinti con la più immonda pornografia, alla quale il cinema offre le sue immagini lubriche e allettanti.

      Tornando a Gertrude, diremo che anche lei provava un certo sollievo nel parlare con la sua protetta, la quale le mostrava tanta gratitudine e affetto sincero; il far del bene a una creatura così innocente era, per la colpevole e inquieta monaca, un mezzo quasi inconscio di espiazione e, per così dire, un pegno di grazia e di perdono.

      Il pesciaiolo di Pescarenico tornò, come aveva promesso, la seconda settimana, recando i saluti di fra Cristoforo e la conferma della fuga di Renzo, intorno al quale però il padre non poteva dare alcuna nuova, non avendone ricevuto, come invece sperava, dal suo confratello di Milano; comunque cercherebbe di averne e di comunicarle loro con lo stesso mezzo. Ma la terza settimana non si presentò al convento né quel pescivendolo né altri a portare notizie da parte del buon frate; questo fatto accrebbe l’inquietudine delle povere ricoverate, e Agnese decise di dare una capatina al loro paese, per venire in chiaro del mancato invio di notizie da parte di padre Cristoforo. Ormai esse vivevano per queste notizie, perché facevano ogni assegnamento sull’opera del frate il quale, unico, alimentava le loro speranze. Prive di notizie da parte di lui, che erano l’unico modo con cui esse erano legate al mondo esterno, le poverette si sentivano come sperdute e mancanti di ogni conforto. Perciò Lucia, per quanto le dolesse rimanere, anche per pochi giorni, priva della mamma, ne approvò la decisione, perché capiva che quello era l’unico mezzo per sapere qualcosa di positivo. Per raggiungere il paese, Agnese pensò di chiedere un passaggio al solito pescivendolo, che di norma il venerdì passava col suo biroccio per Monza, ritornando da Milano; lo aspettò sulla via e lo pregò del favore, che quegli fece molto volentieri. Giunta a Pescarenico, la buona donna volle subito vedere fra Cristoforo e, recatasi al convento, ne chiese a fra Galdino che venne ad aprire. Il laico le rispose che il padre non c’era, e chissà quando e se sarebbe tornato, essendo stato mandato a predicare a Rimini, una città molto ma molto lontana. La povera donna rimase annichilita, tanto era lontana dall’immaginare una simile iattura; fra Galdino, intuendo la sua desolazione, le propose di chiamare qualche altro padre a cui rivolgersi per consiglio, poiché ce n’erano nel convento di assai valenti. Ma Agnese non ne volle sapere, dicendo che solo fra Cristoforo era quello che conosceva i loro bisogni e già si stava adoperando per loro: gli altri che cosa le avrebbero potuto fare? E così la derelitta s’incamminò verso il suo villaggio, turbata e smarrita “come il povero cieco che avesse perduto il suo bastone.”

      Fra Galdino aveva spiegato ad Agnese l’improvvisa partenza di padre Cristoforo, con una richiesta, venuta da Rimini, di un buon predicatore; in realtà il suo allontanamento era stato chiesto al Padre provinciale di Milano dal Conte zio del Consiglio segreto, su istigazione di don Attilio. Questi, come aveva promesso al cugino, era andato a trovare lo zio comune, per presentargli gli ossequi suoi e di don Rodrigo, a proposito del quale disse che doveva informare lo zio di una spiacevole questione, la quale rischiava di degenerare  in lotta aperta, gravida di imprevedibili conseguenze, se il signore zio non l’accomodava subito con la sua opera illuminata e influente. Ecco di che cosa si trattava: un arrabbiato cappuccino di Pescarenico aveva cominciato a cozzare contro don Rodrigo, a minacciarlo, ad aizzargli contro i villani, per via di una ragazza che gli stava molto a cuore, chi sa perché, e che riteneva insidiata da lui, che tutt’al più le aveva rivolto qualche complimento galante, incontrandola, così per scherzo. Il Conte zio disse che evidentemente il frate non sapeva che don Rodrigo era suo nipote… e sarebbe bastato farglielo sapere per mutare l’ostilità in ossequio…

      A questo punto possiamo osservare, assieme alla capacità di don Attilio di mentire spudoratamente, anche la sua diabolica abilità nell’intrappolare lo zio, per ridurlo ai suoi voleri, facendo leva sulla sua boria nobiliare e sulla sua suscettibilità di influente uomo politico. Infatti, alle ultime parole dello zio, replica che il frate era benissimo al corrente del legame di parentela, e per questo ci provava più gusto a perseguitare don Rodrigo, andando dicendo che lui se ne rideva “dei grandi e dei politici, e che il cordone di San Francesco tien legate anche le spade…” Bastò questa insinuazione bugiarda perché la condanna dello sconosciuto frate fosse decretata nel cuore del burbanzoso signore, ferito a morte nel suo orgoglio. Ma il nipote non si ritenne pago: volle accendere ancora di più l’animo dello zio contro l’avversario, affinché il colpo non fallisse e fosse mortale. Fece un po’ la storia del soggetto prima che entrasse in convento, dipingendolo come un vile plebeo che, avendo ereditato quattro soldi, si era messo a competere con i nobili, ma non potendo spuntarla, una volta, ne ammazzò uno, onde, per salvarsi dal capestro, si fece frate; e aggiunse la grave circostanza che il medesimo era anche il protettore di quel Lorenzo Tramaglino, gran caporione della sedizione milanese: infatti il famigerato ribelle, che abitava nei pressi di Pescarenico, recava appunto una lettera del pericoloso frate. Lo zio fu ben lieto di conoscere questo particolare, per lui molto favorevole e quasi risolutivo; e il cinico don Attilio, veramente machiavellico, per coronare la sua opera, aggiunse che il cugino, offeso così crudelmente, era fuori dei gangheri e voleva farsi giustizia da sé, assolutamente e subito,  per cui il signore zio doveva agire senza indugio, se voleva evitare un colpo di testa da parte del nipote. Quindi, con raffinata scaltrezza, aggiunse di sapere che il signore zio era amico del Provinciale dei Cappuccini, il quale aveva, com’era naturale, “una gran deferenza per lui”; per cui, se egli reputava che, in quel caso,la migliore soluzione fosse far trasferire il frate, in due parole l’avrebbe potuto ottenere. A questo consiglio così scoperto, la boria ombrosa del nobile uomo politico si adontò; un po’ ruvidamente disse al nipote di lasciarne il pensiero a chi di dovere. Don Attilio, il quale si aspettava senz’altro questo risentimento, ma non aveva lo stesso voluto tralasciare di fare la proposta, tanto poco si fidava della perspicacia dello zio, fece le sue umili scuse d’aver osato, lui così ignorante,  dare un parere a un uomo tanto sapiente, ma aggiunse di averlo fatto senza pensarci, per l’amore che portava alla dignità della famiglia, così volgarmente offesa dall’odioso frate; quindi porse allo zio i deferenti omaggi propri e del cugino, e si licenziò contento, poiché aveva istigato a dovere l’animo dello zio contro il nemico, per cui poteva stare sicuro che il frate era spacciato: ormai era questione di giorni, ma l’ora per lui era sonata.

      A conclusione di questo capitolo abbozziamo un confronto tra i due degni cugini: il conte Attilio è evidentemente più scanzonato e più superficiale nelle sue passioni, ma anche più scaltro e sicuro di sé; cinico  e vanitoso, e soprattutto orgoglioso del suo titolo nobiliare, desiderava godersi la vita ridendo di tutti e di tutto; don Rodrigo è più schiavo delle sue passioni, più cupo, più preoccupato delle difficoltà e degli ostacoli, e quindi meno capace di godersi la vita spensieratamente, come pur avrebbe desiderato. In questa sua inquietudine c’entrava probabilmente l’educazione religiosa che aveva ricevuto, nella fanciullezza, dal padre, il quale era stato un galantuomo; una tale educazione, pur soffocata dalle passioni della gioventù e dalla ricerca dei piaceri, aveva lasciato qualche residuo nel suo subcosciente, come di qualcosa che, pur obliterato o calpestato, era però vero e ineluttabile. Da questa specie di coscienza di colpa deriva, per esempio, il vago terrore che la tronca profezia di fra Cristoforo infonde nel suo animo, al punto da esser tentato di troncar tutto; se non lo fa, è soprattutto per orgoglio, per non darla vinta al frate: e chi accende il suo orgoglio è il suo genio malefico, don Attilio, il quale invece non ha in sé alcun seme buono, che possa fruttare redenzione. Don Rodrigo potrebbe redimersi; e lo stesso padre Cristoforo, additandolo a Renzo nel lazzaretto, in coma sul suo giaciglio, dice pensoso e pietoso: “Può esser gastigo, può esser misericordia.” Egli aveva fatto il piacere unico scopo della sua esistenza, ma il senso del dovere era nel fondo del suo animo, anche se seppellito dalle passioni, alimentate dall’ambiente superbo e cinicamente edonistico in cui gli piaceva  vivere.

CAPITOLO XIX

 

 

    Il Manzoni comincia questo capitolo con una similitudine: come chi trova un’erbaccia in un campo, non potrebbe mai stabilire con assoluta certezza se il seme è maturato nello stesso terreno o c’è stato trasportato dal vento oppure da un uccello, così nessuno potrebbe dire se la decisione del Conte zio di rivolgersi al Provinciale dei cappuccini, per aver ragione di padre Cristoforo, sia sorta “dal fondo naturale del suo cervello o dall’insinuazione di Attilio.” Però possiamo esser certi che, anche senza l’ispirazione del nipote, il Conte ci sarebbe arrivato anche da solo, tanto la soluzione era adatta al suo temperamento di diplomatico, abituato all’intrigo o al compromesso del “do ut des”. Egli sapeva che contro un frate non era utile la forza legale, perché il clero regolare e secolare era del tutto immune dalla giurisdizione dello Stato, quasi uno Stato nello Stato, per cui, se si voleva un risultato sollecito e sicuro, era opportuno agire per via di influenze e di amicizie. Proprio come aveva detto don Attilio al titubante cugino: “Bisogna saper raddoppiare a tempo le gentilezze a tutto il corpo, e allora si può impunemente dare un carico di bastonate a un membro.” Questo aveva cinicamente sentenziato il conte Attilio, quello delle bastonate a ogni piè sospinto, e lo zio ne mette in pratica la massima con arte sopraffina, elaborata in decenni di vita politica.

      Tra lui e il Provinciale correva una vecchia conoscenza; s’incontravano di rado, ma sempre con formali dimostrazioni di ossequio, sia da una parte che dall’altra, e con “esibizioni sperticate di servizi”; ora era appunto venuta l’occasione di chiedere un favore al Provinciale; ma il Conte voleva essere sicuro del successo, e nello stesso tempo non pagare lo scotto, se gli riusciva, facendo credere di far lui un servizio al Padre, invece di riceverlo. Il Conte metteva nel trattare tutti i suoi affari “un grande studio, una grand’arte, di gran parole”, e in genere riusciva a spuntare i suoi impegni, anche perché si trovava in posizione di forza, cioè nobile, ricco e membro influente del Consiglio segreto, per cui era molto vicino al Governatore; infatti questa consulta, composta “di tredici personaggi di toga e di spada” (il Conte era togato, cioè proveniente dalla Magistratura), coadiuvava il Governatore nel disbrigo degli affari e ne faceva le veci, in caso di vacanza o di impedimento.

      La figura del Conte zio è stata variamente giudicata dai critici; per alcuni egli era davvero un gran politicone, mentre per altri era una testa di legno, che non aveva altra qualità all’infuori del sussiego e della boriosa vanità. Mi sembra che sia gli uni sia gli altri esagerino: veramente il Conte non era una cima per intelligenza, e di ciò forse lui stesso era consapevole, per cui alla carenza naturale supplica con artifici che gli donavano una “species”[5], anche se non molto era il “cerebrum”[6]; il suo aspetto era piuttosto goffo, ma egli con una certa prosopopea solenne aveva saputo mascherare questo “fondo di goffaggine dipintogli in viso dalla natura.” Tutti i suoi atteggiamenti, tutte le sue parole erano studiate per impressionare i suoi interlocutori, e quindi accrescere il suo prestigio, e non c’era il suo pari “nel farlo valere e nel farlo rendere con gli altri.” Quindi dobbiamo concludere che era un uomo abile, che aveva saputo sfruttare al massimo le sue poche doti: una di quelle mezze figure che destramente si sanno fare largo anche fra i più dotati, e finiscono per primeggiare, oggi come allora, perché nella società prevalgono quasi sempre non gli uomini più capaci, ma i più abili o meglio i più furbi. I capaci sono generalmente onesti, e disdegnando i mezzi subdoli e sleali, finiscono spesso col soccombere davanti agli spregiudicati arrivisti.

      Ordunque il Conte, preparato il suo piano minuziosamente, invitò a pranzo il Provinciale;  e per impressionarlo gli fece trovare a tavola alcuni parenti molto titolati, i quali sia col loro contegno solenne, sia col parlare di cose grandi in termini familiari, insinuavano nell’uditore “l’idea della superiorità e della potenza.” Durante il pasto il padrone di casa parlò naturalmente dell’evento più clamoroso della sua carriera, un suo viaggio a Madrid, in occasione di una missione a corte, in cui ricevette una calorosa accoglienza. Ma il Padre provinciale non permise che parlasse sempre lui, pavoneggiandosi; a un certo punto, con grande abilità, deviò la conversazione dalla Spagna e, di regno in regno, la portò su Roma e sulla corte pontificia, dove il papa regnante, Urbano VIII, era fratello del Cardinale Barberini, cappuccino, per far capire che i Cappuccini erano influenti, avendo un protettore d’eccezione,  fratello addirittura del sommo pontefice e lui stesso cardinale di Santa Romana Chiesa. Il Provinciale insomma vuol mettere in evidenza che anche lui, cioè l’Ordine a cui appartiene, ha il suo prestigio da difendere, avendo intuito che il Conte intende impressionarlo con le sue grandigie. La conversazione tra i due appare sin dal principio come un duello verbale, che dalle prime avvisaglie si presenta interessante e molto equilibrato, poiché nell’abile schermaglia il Provinciale ribatte colpo con colpo, non concedendo alcun vantaggio all’avversario.

      La figura del Padre provinciale è stata anch’essa variamente interpretata: alcuni critici dicono che è un inetto, che si fa mettere nel sacco dal Conte, mentre altri affermano che si rivela abile e capace, non indegno della sua carica. A me sembra che egli sia di intelligenza superiore a quella del suo interlocutore, e sia anche abilissimo dialettico; ma la sua debolezza e vulnerabilità deriva dal fatto che anche lui è un politico, cioè disposto al compromesso, campione e vittima del “do ut des”. Già accettando il lusinghiero invito del conte si disponeva a compiacerlo in qualche cosa, che poteva costituire per lui un sacrificio, pur con l’intenzione di ricevere, a breve o lunga scadenza, il contraccambio del piacere che ora gli veniva chiesto. Egli ribatte gli argomenti del Conte, ma al solo scopo di dimostrargli che le ragioni della sua richiesta non sono valide, e lui potrebbe non accoglierla; ma cede in pegno di amicizia; in altre parole egli resiste solo tatticamente, per accrescere il valore venale di quanto concede. Il suo comportamento è comprensibile, ma tuttavia biasimevole dal punto di vista morale: egli, per mantenersi indipendente, come era suo dovere, non doveva accettare alcun invito, scusandosi con destrezza, né tanto meno doveva coltivare amicizie altolocate con l’intenzione di averne dei vantaggi, magari anche per l’Ordine, poiché queste relazioni avrebbero necessariamente portato a compromessi non sempre moralmente accettabili.

      Finito il pranzo, il Conte invitò il Provinciale in un salotto appartato, per parlare “d’un affare di comune interesse”, e  senza troppi preamboli gli chiese se nel convento di Pescarenico c’era un certo padre Cristoforo; l’altro rispose affermativamente. Il piano del Conte, come si desume dalle prime battute del dialogo, era di ottenere l’allontanamento del cappuccino, non come favore che lui chiedeva, ma quasi quasi come favore che lui faceva, in quanto dava al Provinciale, con un avviso amichevole, la possibilità di evitare rimproveri o peggio; ma questo disegno, abbastanza abile, viene frustrato con superiore abilità dal Provinciale.

      Il Conte comincia col dire che “da certi ragguagli” gli risulta che questo frate è amico dei contrasti, che non ha quella prudenza… quei riguardi… Subito il Provinciale intuisce lo scopo del colloquio, e pensa: “Ho inteso: è un impegno.” Ma non cede affatto alle prime richieste, perché vuol vendere caro il favore che alla fine concederà, appunto per farlo apparire più importante. Perciò ribatte subito che le sue informazioni, che sono di prima mano, presentano il cappuccino in una luce molto diversa: è un frate universalmente stimato, esemplare, sia in convento sia fuori, nei contatti coi fedeli. Il Conte torna alla carica con un’artiglieria più pesante: il frate, dato come esemplare, proteggeva Lorenzo Tramaglino, “quello che, con tanto scandolo, scappò dalle mani della giustizia.” Il Provinciale accusa mentalmente il colpo, ma ribatte che, la missione dei religiosi, è proprio quella di cercare le pecorelle smarrite, i traviati, per ricondurli sulla retta via, all’ovile. Ma il Conte incalza, insinuando che il Governatore potrebbe venire a conoscenza della scandalosa circostanza, fare un passo presso la Santa Sede, e da questa venire a lui, responsabile della Provincia Cappuccina, un biasimo per non aver punito e trasferito un soggetto così imprudente, a dir poco: egli intendeva dargli un avviso amichevole, per evitare grane che avrebbero compromesso il prestigio e del Provinciale e dell’Ordine.

      Ma il provetto cappuccino non permette che la questione sia impostata in quei termini di larvata minaccia, e subito vuol dimostrare che non teme il ventilato pericolo; risponde perciò che, se si prenderanno buone informazioni, risulterà senza ombra di dubbio che il padre Cristoforo non ha avuto a che fare con quel sedizioso, se non per tentare di ricondurlo sulla strada del dovere e dell’onestà. Il Conte allora cerca di offuscare ulteriormente la figura del frate con delle maligne insinuazioni, ricordando i suoi falli di gioventù; ma il provinciale replica prontamente, affermando che, da quando porta l’abito, colui si è comportato in modo ammirevole, ed è anzi una gloria dell’Ordine poter trasformare un omicida in un uomo sommamente benefico. Come si vede, il padre ha reso vani tutti gli approcci dell’antagonista, demolendo le premesse che avrebbero permesso a costui di ottener facile vittoria.

      Il Conte comprende finalmente che per quella via non può approdare a nulla, e allora si scopre e chiede il favore, pur tentando ancora miseramente di non farlo apparire tale. Dice infatti che quel frate ha preso a cozzare con don Rodrigo, suo nipote, il quale, stanco per le continue provocazioni, è deciso a farsi giustizia da sé: lui è intervenuto “pro bono pacis”, perché questi contrasti inevitabilmente tirano in ballo tutta la parentela, coalizzata, com’è giusto, per tutelare la dignità del casato; ma lui sarebbe oltremodo dolente di doversi schierare contro i cari padri cappuccini, cui si sente legato fin dalla fanciullezza.

      Il Provinciale risponde che la cosa gli riesce nuova e gli dispiace moltissimo, ma bisogna tener conto che tutti si può sbagliare, “tanto da una parte, quanto dall’altra”; facendo intendere con queste parole che la colpa del contrasto potrebbe non essere del frate; aggiunge che, comunque, prenderà le sue informazioni e, se il frate risulterà colpevole, lo punirà secondo che vuole la Regola. Ma queste informazioni, questa eventuale punizione secondo le norme della Regola non possono certamente garbare al Conte, che vuole un provvedimento immediato e senza appello; perciò replica che, secondo prudenza, bisogna “sopire, troncare”, perché certe cose, a rimestarle, si fa peggio: occorre “allontanare il fuoco dalla paglia”;   chiede insomma il trasferimento del frate in un convento piuttosto lontano.

      I trasferimenti per i cappuccini sono di ordinaria amministrazione, e non richiedono particolari motivazioni o giustificazioni; anzi il Provinciale, avendo avuto la richiesta di un predicatore da Rimini, avrebbe potuto senz’altro mandare padre Cristoforo, che godeva fama di valente quaresimalista; tuttavia non accetta subito la proposta, perché vuole mercanteggiare il suo assenso, per far pesare di più il favore concesso. Risponde perciò che, date le circostanze, un trasferimento può sembrare una punizione, e non si può punire senza aver accertato il torto; insiste insomma sulla necessità di assumere buone informazioni, avendo capito che queste non piacciono all’amico, evidentemente perché esse avrebbero  potuto dare ragione al religioso.  

      Il Conte allora cerca di minimizzare la faccenda: punizione? macché punizione! “Un provvedimento prudenziale, un ripiego di comune convenienza.” E quando il Provinciale obbietta che il nipote potrebbe menarne vanto, come di una vittoria, il Conte assicura che don Rodrigo non avrebbe saputo assolutamente nulla di quanto era passato tra loro due: nella sua carica di alta responsabilità egli era ben uso a mantenere il segreto, perciò di lui poteva fidarsi. Il Provinciale, pur non fidandosi affatto della discrezione del suo interlocutore (conosce bene le bugie dei politicanti!), è ormai disposto a rendere il grande servizio, perché ci trova la sua convenienza: trasferendo fra Cristoforo egli farà, come si dice, un viaggio e due servizi; solo pone la condizione che don Rodrigo faccia, per l’occasione, qualche straordinaria dimostrazione di deferenza e di amicizia verso l’Ordine; e il Conte deve prometterlo, pur dicendo che non ce ne sarebbe bisogno, perché il nipote è stato sempre molto inclinato verso i Cappuccini, seguendo in ciò il genio dello zio; e conclude offrendo i suoi servigi: “Se posso qualche cosa, tanto io, come la famiglia, per i nostri buoni padri cappuccini…”

      Implicitamente il Conte riconosce di aver ricevuto un favore e si mostra pronto a ricambiarlo; perciò non mi sembra esatto parlare di vincitore e di vinto, in questo incontro, come si esprime lo stesso Manzoni; io parlerei di collusione tra i due, mentre la grande sconfitta è la giustizia. Questo si verifica quando si accetta la deleteria influenza della politica negli affari religiosi, poiché il clero, entrando negli intrighi politici, non può non tradire il proprio ministero nella prospettiva di benefici temporali e immediati, perdendo di vista i valori eterni e insostituibili. Per questo miserabile e detestabile interesse terreno il Provinciale s’indusse ad allontanare, su due piedi, il protettore di due poveri perseguitati, che rimangono in balia dei prepotenti, al solo scopo di compiacere un uomo influente, da cui avrebbe potuto in seguito avere dei favori, e forse non per l’Ordine, ma per sé o per i propri familiari! Egli non è un vinto, perché non risulta inferiore all’avversario, e acconsente infine alla pressante richiesta solo per accendere una valida ipoteca sull’avvenire, cioè per obbligarsi il signor Conte: tradisce il proprio dovere per una miserabile prospettiva di tornaconto materiale. Cose del Seicento? Mah!

      Il fatto sta che poche sere dopo giunge al convento di Pescarenico un cappuccino di Milano, latore di un ordine del Provinciale: fra Cristoforo deve andare a Rimini, a predicarvi la Quaresima; nella lettera al Guardiano, che accompagnava l’ “obbedienza” cioè l’ordine di trasferimento, si diceva, tra le altre istruzioni, che il detto padre doveva interrompere ogni affare che avesse avviato e non mantenere corrispondenza con persone del luogo. Il Guardiano per quella sera non disse nulla a fra Cristoforo, non per farlo dormire tranquillo, come pensa qualche critico, ma proprio per non permettergli di avvertire qualcuno o mandare qualche messaggio o lasciare qualche lettera per i suoi protetti; lo lascia all’oscuro, io penso, per aderire pienamente alle intenzioni del superiore. La mattina seguente gli mostra l’obbedienza (che richiedeva un adempimento  pronto, rispettoso e assoluto, in base al voto di obbedienza), e gli dice di partire immediatamente alla volta di Rimini assieme col latore del plico, destinatogli come compagno, dandogli appena il tempo di andare nella sua cella “a prender la sporta, il bastone, il sudario e la cintura”, che costituivano il corredo ordinario dei cappuccini nei lunghi viaggi a piedi.

      Per il nostro frate, come può immaginarsi, fu davvero un brutto colpo, un fulmine a ciel sereno: i suoi superiori lo ritenevano colpevole (era evidentemente un trasferimento punitivo), e lo condannavano senza nemmeno ascoltarlo! Quanta amarezza poi nell’intuire il retroscena mercantesco di un simile provvedimento, nel costatare l’acquiescenza del Provinciale alle richieste ingiuste dei nobili prepotenti e intriganti! Ma per lui questa umiliazione era nulla; gli doleva soprattutto abbandonare quei poveretti tribolati e insidiati: cosa sarebbe stato di loro? Ma pensò alla Divina Provvidenza, e si rasserenò: i miseri sono sotto la protezione di Dio, Onnipotente e Misericordioso, di cui lui era stato un semplice strumento, un  inetto rappresentante. Si accusò perciò di presunzione: si era ritenuto un mezzo necessario e insostituibile!

      La duplice fausta notizia, della partenza del frate e del ritorno di Agnese al suo paesello, fecero decidere don Rodrigo, come si è detto, a ricorrere per aiuto all’Innominato. Il Manzoni alla fine del capitolo si ferma a delineare la figura di questo fosco personaggio, servendosi anche di qualche cronaca del tempo, e soprattutto della voluminosa “Storia patria” del Ripamonti, stilata in un discreto latino. Noi non aggiungeremo molto a quanto abbiamo già detto su di lui; metteremo solo in risalto alcuni tratti che ci mostrano questo tiranno ben diverso, per esempio, da don Rodrigo, e piuttosto simile nell’animo e nel carattere al giovane Lodovico; solo che Lodovico non era nobile, ed era quindi tormentato da un complesso d’inferiorità che, non preoccupava davvero il ricco feudatario Bernardino Visconti. In tutt’e due notiamo, fin dalla prima giovinezza, “un misto sentimento di sdegno e d’invidia impaziente” alla vista di tanti tiranni, di tanta ingiustizia e prepotenza: quindi il fondo dell’animo era in ambedue onesto e generoso. Purtroppo tutt’e due s’imbarcarono ben presto nella gara della potenza terrena, che doveva sfociare inevitabilmente nella violenza e nel delitto.

      Lodovico sentì subito disgusto di una simile gara di prepotenza, e l’occasione dell’involontario omicidio provocò in lui una crisi che gli fece prendere per tempo la strada del pentimento e dell’espiazione. Il Visconti invece s’entusiasmava sempre più nella lotta, e il vincere era per lui l’unico scopo dell’esistenza, la più grande soddisfazione della vita. Nei dintorni del suo castello tutti i tiranni, grandi e piccoli, avevano dovuto fare i conti con lui, e scegliere tra la sua amicizia, che comportava sottomissione e obbedienza, e la sua inimicizia, che equivaleva a una sentenza capitale. Nei contrasti, nelle lotte private che s’ingaggiavano in quella società violenta, molti ricorrevano a lui: chi aveva torto si raccomandava a lui per aver ragione, chi aveva ragione si rivolgeva a lui per impedire che lo facesse l’avversario; in molti casi ricorrevano al suo patrocinio ambedue i contendenti, ed egli allora era praticamente l’arbitro della questione. Qualche volta avveniva pure che ricorresse a lui un povero perseguitato, e lui, che in fondo era generoso e odiava l’altrui prepotenza, costringeva il persecutore a smetterla e, se non obbediva subito, lo conciava male; e in quelle occasioni il suo nome era benedetto. Ma per lo più era maledetto ed esecrato, perché a poco a poco egli era diventato un appaltatore di delitti, un esecutore cinico e spietato, anche per conto di principi stranieri, che in qualche occasione gli mandarono rinforzi di uomini, che operassero al suo comando. La reputazione  del suo potere era diffusa a tal punto, che spesso venivano attribuiti a lui anche i colpi di altri tiranni, e ciò ingigantiva la sua fama; sicché era divenuto l’oggetto di orripilanti racconti e di fosche leggende popolari. Le autorità ormai non osavano più nulla contro di lui, dal momento che i birri che si erano avventurati nel suo dominio, che comprendeva un vasto territorio intorno al castello, non erano più tornati indietro. Il suo piacere era comandare, essere il più potente di tutti, essere universalmente temuto; il suo scopo era spuntarla in ogni occasione, riuscire il più forte in qualsiasi scontro. Per don Rodrigo invece la tirannide non era lo scopo dell’esistenza, ma il mezzo per godersi la vita; egli non avrebbe tollerato di passare la vita solitario in un tetro castello, pur come un re, perché amava troppo i piaceri della società brillante e le comodità della vita cittadina. Ma questa volta il tirannello, se voleva spuntarla e soddisfare i suoi capricci, doveva ricorrere al fosco tiranno, umiliarsi davanti al temuto bandito. Don Rodrigo si piegò alla necessità, e una mattina, in equipaggiamento da caccia, onde nascondere la sua intenzione ai suoi stessi bravi, si recò al castello dell’Innominato a chiedere il gran favore, il rapimento di Lucia dal monastero della Signora.

CAPITOLO XX

 

 

      Don Rodrigo, come abbiamo detto, era stato per molti giorni indeciso se ricorrere o no all’Innominato, e in qualche momento aveva anche  pensato di lasciar perdere tutto e andarsene a Milano a dimenticare nei piaceri quella passione; ma in città gli amici gli avrebbero riso in faccia, poiché il cugino aveva già sonato la tromba, mettendo tutti al corrente del suo capriccio per la bella montanara: come sostenere un simile affronto?  All’Innominato egli aveva fatto qualche favore, ed era sicuro che ne avrebbe ricevuto volentieri il contraccambio; tuttavia don Rodrigo non voleva legarsi troppo a quell’uomo fosco, a quel bandito, anche per non incorrere nello sdegno del Conte zio, rappresentante dell’autorità costituita. L’Innominato faceva il tiranno ribelle, in odio al Governo e alla legge, mentre don Rodrigo voleva infrangere la legge solo quando gli servisse per soddisfare i suoi capricci, e nello stesso tempo coltivava l’amicizia delle autorità (come il podestà di Lecco) e delle persone influenti, per essere, in ogni caso, anche quando agiva illegalmente, uno “di quelli che hanno sempre ragione”. Per questo aveva sempre cercato di tenere nascosta la sua amicizia con l’Innominato; e se anche qualcosa ne era trapelato, lui poteva giustificarsi adducendo lo stato di necessità, poiché per vivere in campagna, a poche miglia dal suo castello, doveva necessariamente diventargli amico. E su questa inevitabile relazione le autorità di Governo, e lo stesso Conte zio, dovevano chiudere un occhio, poiché non riuscendo essi ad aver ragione di quel bandito ribelle, dovevano pur permettere che ognuno provvedesse da sé ai casi suoi, dal momento che mettersi contro colui era cosa troppo pericolosa.

      Il castello dell’Innominato, situato alla sommità di un poggio sporgente da una giogaia di monti, dominava una valle stretta e ombrosa, in cui scorreva un torrente che faceva da confine tra il Ducato di Milano e la Serenissima Repubblica veneta. Il poggio era praticabile solo dal lato della valle, da cui una strada serpeggiante saliva sino al castello. Dall’alto di questo il selvaggio signore dominava tutta la vallata, e dalle  feritoie praticate nelle mura egli poteva sparare cento volte contro chi avesse osato muovere all’assalto di quella fortezza, che risultava pertanto veramente imprendibile. La forza pubblica infatti, dopo aver fatto qualche tentativo di snidarlo di là, aveva desistito per evitare nuove perdite di uomini. Ma questi fatti erano ormai antichi: da tanti anni nessuno più lo aveva molestato, nessun birro era più apparso nemmeno nella valle, e la sua presenza lì sul confine, nel suo invincibile maniero, non veniva più contrastata in alcun modo, e appariva pertanto quasi tollerata “de facto”, anche se non accettata “de jure”. L’inazione del Governo aveva naturalmente consolidato la posizione del fiero bandito.

      Ai piedi del colle, nel punto dove aveva inizio la ripida strada, o piuttosto sentiero, tutto “a gomiti e a giravolte”, che saliva al castello, c’era una taverna, adibita a posto di guardia, il cui presidio era costituito da tre bravi e da un ragazzaccio “armato come un saracino”, il quale imparava la professione di ribaldo in quella bella compagnia. Quando don Rodrigo giunse in vicinanza di questa taverna, chiamata con tetro augurio “la Malanotte”, il ragazzaccio “allevato alle forche” saltò fuori, allo scalpitio del cavallo, e vista quella compagnia che si avvicinava, corse dentro a informare il capoposto. Questi, venuto fuori immediatamente a vedere chi fossero i sopraggiungenti, avendo riconosciuto in testa al gruppo un amico del suo padrone, gli fece un cenno di saluto, che don Rodrigo ricambiò “con molto garbo”. Saputo quindi dal caporalaccio che il signore era al castello, scese da cavallo e si tolse da tracolla la carabina, consegnandola  a uno del seguito, perché sapeva bene che non si poteva andare lassù con le armi; lo stesso fece il Griso, che lo doveva accompagnare lungo l’erta fino al castello. Quindi, dopo aver regalato alcuni scudi al capoposto, da dividere con la sua brigata, e alcune berlinghe ai propri uomini, affinché potessero nell’attesa giocare lì a carte e a denari con i loro colleghi, prese la salita di buon passo, seguito dal “fedel Griso”, che vedremo rivelarsi tutt’altro che fedele nel momento cruciale.

      Arrivato al castello, dovette lasciare il suo caporalaccio alla porta, perché questi erano gli ordini inviolabili di quella fortezza, in cui vigeva una dura disciplina di tipo militare.

Fu fatto passare attraverso molte stanze piene di armi di ogni tipo, e finalmente, dopo breve attesa, fu introdotto dal signore,. Questi, rispondendo al suo saluto, lo squadrò tutto, osservandogli particolarmente il viso e le mani, per scoprire che intenzione avesse e se portasse armi. Faceva ciò con tutti quelli che gli si presentavano, per abitudine da lungo tempo acquisita, che ormai per lui era diventata una specie di istinto, da cui non avrebbe saputo discostarsi neppure volendolo. Infatti, essendo in urto con tutta la società, l’Innominato era costretto a guardarsi da tutti, anche dagli amici, nel timore di un tradimento. E questo esame sospettoso e inquisitorio dei suoi visitatori era ormai per lui tanto abituale, che lo faceva senza avvedersene e con tutti indistintamente: conseguenza del sospetto incessante che opprime i tiranni.

      I nostro Autore ci dà anche una raffigurazione fisica dell’Innominato: alto,bruno, calvo, robusto, viso rugoso, bianchi i pochi capelli rimasti; all’aspetto fisico, forse gli si dava più dei sessant’anni che aveva, ma dal suo sguardo duro e penetrante e da quelle fattezze aitanti traluceva “una forza di corpo e d’animo, che sarebbe stata straordinaria in un giovine.”

      Don Rodrigo gli disse subito che veniva per aiuto: non riuscendo a spuntarla in un impegno, dal quale non poteva d’altronde ritirarsi senza disonore, ricorreva all’opera di lui, che non prometteva mai invano; e disse in succinto di che si trattava. Sapendo poi che la difficoltà delle imprese era per il suo interlocutore un incentivo per assumersele, si mise a esagerare gli ostacoli che in quella si presentavano: un centro cittadino, un monastero di clausura, la protezione della Signora e il fatto che la ragazza non usciva assolutamente mai. L’Innominato non lo lasciò continuare, e accettò senz’altro di prendere l’impresa su di sé; quindi, senza entrare in particolari, congedò l’amico assicurandolo che tra pochi giorni avrebbe avuto qualche notizia in proposito. Questa sicurezza in un’impresa tutt’altro che facile derivava all’orgoglioso signore dal fatto che quel tale Egidio, che aveva sedotto Gertrude e intratteneva tuttora una relazione con lei, era uno dei suoi più diretti dipendenti; perciò l’Innominato, che era al corrente di tutto e conosceva il legame delittuoso che avvinceva i due, non poteva dubitare dell’esito dell’impresa, e aveva perciò così facilmente dato la sua parola. 

      Ma non appena il visitatore se ne fu andato, subito il signore si pentì di aver fatto quella promessa, di essersi impegnato a sangue freddo in una nuova scelleratezza, mentre da un certo tempo le scelleratezze del passato gli procuravano, se non un vero e proprio rimorso, certo una scontentezza, una molestia, un fastidio mai prima provati; anzi prima, nel considerare la serie dei suoi misfatti, provava un senso di orgogliosa fierezza. Solo in giovinezza, ai primi delitti,  aveva provato una certa qual ripugnanza, ma l’aveva vinta presto, al pensiero che tutti i signori compivano violenze e prepotenze delittuose, per cui anche lui ne poteva e doveva fare, se non voleva rimanere al disotto. Si era quindi impegnato in una gara feroce di delitti con i suoi pari, e in poco tempo li aveva superati tutti, costringendoli o a ritirarsi malconci dalla lotta o a cercare la sua amicizia, sempre però da subordinati satelliti. Da allora egli era stato il primo nel male, solo innanzi a tutti, e questo primato universalmente riconosciuto era stato per lui il più ambito premio e la più grande soddisfazione della vita. Ora però quella fierezza e quella soddisfazione non la sentiva più, e si vedeva nell’arco discendente della vita; ogni tanto gli tornava in mente un molesto pensiero: invecchiare, morire; e poi?

      Quel Dio di cui gli avevano qualche volta parlato quand’era piccolo, e di cui in seguito non si era mai più curato, vivendo come non esistesse né Lui né la sua legge, ora gli si faceva talora sentire nell’animo come una potenza misteriosa ma ineluttabile, e anche la sua legge gli si  presentava ora come qualcosa di fisso e inevitabile; e gli si affacciava alla coscienza l’eventualità di doversi presentare dopo la morte davanti a un  Giudice assoluto e infallibile, che lo giudicherebbe per quanto aveva fatto, indipendentemente dal cattivo esempio altrui.

Del resto, se agli inizi egli poteva essere stato influenzato dall’altrui violenza, era pur vero che aveva agito sempre per propria volontà, in una feroce emulazione dei peggiori, che egli in breve aveva uguagliato e superato di molto. Ora gli si affacciava alla mente l’idea molesta di una responsabilità personale, di un giudizio personale, al quale tenga dietro necessariamente una sanzione personale per tutto il male fatto, per le sofferenze procurate, per il sangue sparso!

      Questi terribili pensieri che talora gli assediavano la mente, e che egli cercava sempre di combattere senza mai riuscire a sconfiggerli, gli procuravano da tempo una certa inquietudine, che lo rendeva tanto esitante e incerto, quanto prima era stato deciso e risoluto; ma per orgoglio nascondeva questa sua nuova debolezza sotto la maschera di una più cupa ferocia, di una più spietata determinazione. Aveva subito promesso a don Rodrigo di accollarsi l’impresa, proprio per impedire al suo animo ogni vacillamento e ogni ripensamento, che lo avrebbe fatto decadere da quella fama di uomo invincibile e sicuro, che si era guadagnata portando a termine con spietata sicurezza una lunga catena di delitti. Ora che don Rodrigo era partito, sentiva di nuovo quell’uggia del passato e quell’esitazione per il presente, che gli davano come una smania insopportabile; per precludersi ogni adito al ripensamento, fece chiamare immediatamente il Nibbio, il capo dei suoi bravi, e lo mandò da Egidio a Monza, per ordinargli che cosa doveva fare. Lo scellerato giovane, basandosi sulla collaborazione di Gertrude, rispose che la cosa era facile: mandasse per il tale giorno una carrozza con due o tre bravi ben travestiti, ché lui penserebbe al resto. Per lui era scontata l’adesione della Signora al piano delittuoso.

      Quando Egidio chiese a Gertrude di sacrificare Lucia, ella ne provò orrore e cercò di esimersi, perché contribuire alla rovina della ragazza, alla quale si era in certo modo affezionata, le appariva davvero enorme e insopportabile; ma alla fine non poté sottrarsi alla ferrea schiavitù del vizio, poiché non aveva la forza di ribellarsi del tutto, spezzando quelle catene del peccato e del delitto, le quali ormai la tenevano prigioniera. A questo proposito il Manzoni fa un’acuta osservazione psicologica: “Il delitto è un padrone rigido e inflessibile, contro cui non divien forte se non chi se ne ribella interamente.” Gertrude non seppe o non volle rompere definitivamente col suo tirannico amante, temendo forse le conseguenze di una simile ribellione, e dovette perciò obbedire alla dura imposizione.

      Si avvicinava l’ora stabilita per il proditorio rapimento di Lucia; Gertrude, chiamatala nel proprio parlatorio, le faceva più carezze del solito, come il pastore accarezza l’agnella  mentre, belante e tremante, la conduce fuori dell’ovile per consegnarla al macellaio. L’ingenua ragazza accettava con gratitudine e ricambiava quelle carezze “con tenerezza crescente”, appunto come l’agnella, avviata al macello, si volta ignara a leccare la mano dell’interessato pastore. Dopo le carezze, la Signora chiese a Lucia di farle un piacere: andare al convento dei cappuccini per avvertire il Guardiano che doveva parlargli. La poverina, a simile richiesta, rimase come sbigottita, e per quanto provasse verso la Signora una grande soggezione, non esitò a esprimere la sua ripugnanza: sola, senza la madre, per una strada solitaria e quasi sconosciuta… Ma l’altra, “ammaestrata a una scola infernale”, si mostrò molto meravigliata, e quasi offesa, che non volesse farle questo piccolo favore, mentre lei gliene faceva di ben più grandi: e poi, di che si trattava? quattro passi, di pieno giorno, per una strada percorsa pochi giorni prima; un percorso tanto semplice, che non si poteva addirittura sbagliare!

       A queste parole Lucia, mortificata e sconvolta, disse che sarebbe andata: se però la fattoressa, vedendola uscire per la prima volta, le chiedeva dove andasse, che cosa doveva rispondere? La Signora le suggerì una bugia, e ciò accrebbe il turbamento della poverina, che si avviò rassegnata: “e bene; anderò. Dio m’aiuti!” Ma quando Lucia, tutta sbalordita, stava uscendo dalla stanza, la Signora, che “la seguiva con l’occhio fisso e torbido”, improvvisamente la richiamò, come sopraffatta dal pensiero di quel nero tradimento. Ma quando la ragazza fu tornata davanti alla grata per sentire che cosa volesse, già quel pensiero era stato cacciato dall’animo di Gertrude da un altro pensiero, “un pensiero avvezzo a predominare” per mezzo della passione peccaminosa che aveva soggiogato e reso schiavo l’animo della sciagurata. Fingendo allora di non essere contenta delle istruzioni datele, gliele ripeté, ricordandole la strada da seguire;  quindi la congedò di nuovo, senza più ripensamenti.

      Vedendo Lucia costretta in tal modo, con vera violenza morale, a uscire dal monastero per cadere nell’agguato preparato contro di lei, ci viene in mente l’altro caso di violenza morale, quando la poverina fu indotta al matrimonio clandestino. Là Renzo con le sue escandescenze, con le sue terribili minacce, che forse coscientemente accentuò, costrinse la fidanzata a fare ciò che la sua coscienza non poteva approvare; qua la tiranna della volontà di Lucia adopera non le minacce, ma prima le carezze, quindi la meravigliata incredulità di trovare dell’ingratitudine in colei che aveva tanto beneficato e in cui confidava.  Nell’uno e nell’altro caso la poverina cede per evitare il peggio: a Renzo, perché non credesse che non l’amava abbastanza, e non commettesse per rabbia qualche atto inconsulto; a Gertrude, per mostrarle la sua gratitudine, di cui lei aveva dubitato. Nell’una e nell’altra occasione il suo cedimento è accompagnato da tanta sofferenza morale, ma anche da un accorato abbandono nelle mani di Dio, Padre misericordioso. Ella è convinta di non agire bene, e prevede che ciò che fa non potrà andare a buon fine; e infatti le conseguenze sono in ambedue i casi tristi: là il matrimonio fallisce, qua ella cade nella trappola e viene rapita. Ma proprio per la sua profonda sofferenza e per la sua grande fiducia, il Signore non l’abbandona, ma la salva, traendo il bene dal male, come sa far solo Lui.

Nel primo caso infatti ella sfugge, proprio a causa del matrimonio clandestino, al rapimento organizzato da don Rodrigo; nel secondo caso ella cade tra le grinfie dei bravi dell’Innominato, ma con le sue angosciate parole, col suo pianto, con le sue accorate preghiere turba prima il Nibbio e poi lo stesso signore, portando a soluzione positiva la crisi spirituale che lo travagliava da tempo. Per mezzo delle semplici ma toccanti parole della prigioniera, l’animo dell’Innominato si apre alla speranza, e passa dalla fosca disperazione notturna alla consolante fiducia nel perdono divino. La sofferenza di Lucia è quindi strumento di salvezza.

      Ma torniamo al racconto. La ragazza, uscendo dal convento, per fortuna non fu vista dalla fattoressa, e così non si trovò nell’impaccio di dover dire una bugia, che le ripugnava grandemente, e “tutta raccolta e un po’ tremante” si avviò per la strada indicatale. Uscita dalla porta del borgo, dovette farsi coraggio per inoltrarsi in una strada solitaria, poiché, dopo quel primo incontro con don Rodrigo, le strade le facevano paura, e questo sentimento era andato via via crescendo per le dolorose vicende che le erano accadute. Ma vedendo, nella strada che conduceva al convento, una carrozza ferma e due viaggiatori a terra, che sembravano incerti della via, si sentì alquanto rincorata e procedette più speditamente e meno preoccupata.

      Quando fu nei pressi della carrozza, uno dei due viaggiatori le chiese cortesemente qual era la strada per Monza; mentre Lucia si voltava per indicarla, l’altro la prese istantaneamente per la vita e la cacciò nella carrozza, sebbene lei gridando cercasse di divincolarsi; una volta dentro un altro tristo la inchiodò nel fondo del sedile, davanti a sé, mentre un terzo con un fazzoletto le tappò la bocca. Il Nibbio, colui che l’aveva presa a tradimento, entrò subito anche lui in carrozza e chiuse in fretta lo sportello, mentre il cocchiere faceva partire i cavalli di gran carriera. Colui che “aveva fatta quella domanda traditora” a Lucia era un bravo di Egidio, il quale rimase un momento sul posto per accertarsi che nessuno avesse udito le grida; visto tutto calmo, sparì in un baleno anche lui, prendendo per i campi.

        Non mi proverò a descrivere lo stato d’animo della povera ragazza, sopraffatta dal terrore e dall’angoscia: ella intuiva confusamente la motivazione del suo rapimento, e ne inorridiva e tremava nelle più intime fibre del suo essere. Ribellandosi con tutte le forze a quella violenza cercava di divincolarsi per raggiungere lo sportello, ma delle braccia nerborute la ricacciavano indietro, mentre il fazzoletto le soffocava in gola il grido. Dopo ripetuti tentativi di liberarsi da quella morsa, si sentì mancare le forze, sbiancò in viso e svenne, facendo preoccupare alquanto quei manigoldi, perché sembrava proprio che fosse morta. Stavano intanto entrando in un bosco, solitamente infestato dai banditi, per cui il Nibbio ordinò di prendere dalla cassetta i tromboni e di tenerli pronti, ma dietro la schiena, per non spaventare la ragazza, una volta che fosse rinvenuta; comandò inoltre di non toccarla se non dietro suo ordine, perché a custodirla bastava lui; e lasciassero parlare lui solo.

      Quando la poverina si riebbe, penò alquanto a rendersi conto della sua terribile situazione; ma non appena ne fu pienamente consapevole, subito cercò, con una stratta, di gettarsi allo sportello; ma il Nibbio, che stava all’erta, l’afferrò immediatamente e la costrinse di nuovo a sedersi, minacciando di imbavagliarla col fazzoletto, se non la smetteva di gridare. Quindi, con la voce più dolce che poté, cercò di calmarla, assicurandola che essi non volevano farle alcun male, per cui doveva stare tranquilla. Lucia allora, con le lagrime agli occhi e con voce accorata, li supplicò di lasciarla andare, per l’amore di Dio e della Madonna: che cosa aveva loro fatto di male? perché la facevano soffrire così? se avevano una madre, una moglie, una figlia, pensassero a quello che esse patirebbero trovandosi in quello stato! Lei perdonava loro di cuore tutto quello che le avevano fatto, ma la lasciassero andare subito, anche in quel luogo sconosciuto: il Signore le avrebbe fatto ritrovare la sua strada. Vedendo che non davano retta, insisteva piangendo a scongiurarli con parole semplici ma toccanti: “Ricordatevi che dobbiamo morir tutti, e che un giorno desidererete che Dio vi usi misericordia.” Ma siccome quelli non sembravano affatto toccati dalle sue parole, Lucia si rivolse “a Colui che tiene in mano il cuore degli uomini”, e incrociate le mani sul petto, si mise a pregare con molto fervore; quindi, presa la corona che portava sempre con sé, cominciò a recitare mentalmente il santo rosario con tutta la concentrazione di cui era capace. Ogni tanto interrompeva la preghiera per tornare a supplicare quegli uomini; ma vedendo che era sempre inutile, riprendeva con maggiore accoramento il suo rosario, tutta rannicchiata nell’angolo del sedile.

      Intanto nel castello l’Innominato attendeva l’esito della spedizione con una strana inquietudine: non dubitava affatto della sua riuscita, ché anzi poche imprese erano state altrettanto sicure; eppure sentiva crescere in cuore quel turbamento, quella specie di malessere che aveva provato subito dopo essersi impegnato con don Rodrigo. A questo punto possiamo fare un utile confronto tra l’Innominato, in attesa della carrozza, e don Rodrigo quando, nel suo palazzotto, attendeva da un momento all’altro l’arrivo della bussola con dentro la fanciulla, che il Griso era stato incaricato di rapire. Don Rodrigo allora si preoccupava solo dell’esito materiale dell’impresa, e si consolava pensando alle lusinghe che avrebbe usato per ridurre Lucia alle sue voglie, e già pregustava il piacere del soddisfacimento del suo turpe capriccio; l’Innominato invece è sicuro dell’esito felice del ratto, ma non ne prova alcuna soddisfazione, bensì un turbamento molesto, una preoccupazione quasi angosciosa.

      Quando vide, giù in fondo valle, comparire la carrozza, sentì come un tuffo al cuore, e non resistendo più in quella sospensione tormentosa, decise di mandare uno dei suoi sgherri a ordinare al Nibbio di portare direttamente la ragazza da don Rodrigo. Mentre però stava per dare quell’ordine, sentì come un “no imperioso” risonare nella sua mente; ma dovendo pur fare qualche cosa, per liberarsi dall’angoscia che l’attanagliava, fece chiamare una vecchia serva e le ordinò di scendere alla Malanotte con una bussola per rilevare la giovane che era nella carrozza, che avrebbe poi condotta in camera sua, dove ella avrebbe pernottato. Le comandò di non rivelare alla ragazza dove fosse né di chi era il castello, ma per il resto di accontentarla e di farle coraggio. La vecchia trasalì a quest’ordine, piuttosto insolito su quella bocca, e chiese che cosa doveva dire per far coraggio alla prigioniera. Il signore a questa domanda s’infuriò: “Hai tu mai sentito affanno di cuore? Hai tu mai avuto paura? Non sai le parole che fanno piacere in quei momenti? Dille quelle parole: trovale, alla malora. Va’.”

      La vecchia era nata nel castello, da un custode di esso, ed era cresciuta nella venerazione dei padroni, che per lei erano come divinità in terra, e il castello era tutto il suo mondo. Allorché l’Innominato, divenuto padrone assoluto, cominciò a instaurare all’intorno una tirannide feroce e sanguinaria, ella ne provò “un sentimento più profondo di sommissione.” Fattasi ragazza da marito, aveva sposato un servitore della casa, il quale però non tornò più da una certa spedizione. La pronta e spietata vendetta che ne fece il signore accrebbe la sua totale sottomissione al potente padrone, che per lei era tutto. Rimasta vedova, aveva dovuto accudire agli sgherri, compagni del suo morto marito; ma fattasi vecchia, era diventata un po’ lo zimbello di quei manigoldi, che usualmente la chiamavano “vecchia”, ma a questa parola aggiungevano sempre qualche epiteto di beffa e di scherno. Ma la donna, il cui animo si era depravato e indurito sempre più vivendo per tutta la vita in quell’ambiente sinistro, non si teneva affatto quegl’insulti, ma rispondeva pronta con altri improperi  “in cui Satana avrebbe riconosciuto più del suo ingegno” che nelle parole degli insultatori. Non è da meravigliarsi che una donna simile si stupisse dell’ordine di far coraggio a una prigioniera, a meno che non fosse una principessa, e non sapesse in effetti come doveva fare, quali parole usare per rincuorare una creatura. In quel castello ella aveva dovuto cucire, rattoppare, cucinare, ripulire, rigovernare, spazzare, medicar ferite, brontolare, sentire a dire parolacce; ma non le era mai capitato di dover consolare una persona dicendo qualche parola gentile e buona, e il suo cuore si era inacidito in quella vita vissuta, sin quasi dall’infanzia, senza alcuna luce spirituale, senza alcun barlume di carità. Tanto l’ambiente può depravare l’animo umano, fatto per intendere e amare!

      Comunque, di parole di consolazione, aveva allora bisogno non tanto Lucia, che aveva la sua Fede, quanto l’Innominato, il cui animo era attanagliato ormai dal rimorso, e non più soltanto  dall’inquietudine e dalla sospensione penosa. E mentre la vecchia correva  a eseguire i suoi ordini, lui per dominare l’impazienza tormentosa camminava nervosamente su e giù per la stanza, dove attendeva il Nibbio che doveva fargli la relazione dell’impresa.

CAPITOLO XXI

 

 

      La vecchia giunse con la bussola alla Malanotte un po’ prima della carrozza la quale ormai, per la stanchezza dei cavalli, procedeva piuttosto lenta e, per lo stato d’animo dell’Innominato, addirittura “col passo della morte”; ordinò al Nibbio di trasferire nella bussola la prigioniera, che lei stessa invitò, con la miglior voce che poté, a scendere dalla carrozza e a seguirla, aggiungendo che aveva ordine di trattarla bene e di farle coraggio. Se non ci trovassimo davanti al doloroso calvario di Lucia, ci verrebbe davvero da ridere dinanzi alla rozzezza di questa donna la quale, per confortare la poveretta, non sa dire altro se non che ha ricevuto ordini di farle coraggio. Essa si preoccupa soltanto dell’ordine ricevuto, perché teme l’ira del padrone, e non fa che ripetere alla sconsolata giovane: “Glielo direte, eh?, che v’ho fatto coraggio?” E in seguito, per precostituirsi come un alibi, continuerà ad ammonirla: ricordatevi che vi ho fatto coraggio… ricordatevi che vi ho invitato più volte a mangiare… ricordatevi che vi ho esortato ripetutamente a venire a letto… L’unica preoccupazione della sciagurata non era nei riguardi della poverina, il cui penare non la toccava affatto, perché non lo comprendeva, ma verso il padrone, che non avesse a rimproverarla o peggio. Ma non era colpa sua!

      Lucia, al fermarsi della carrozza, si riscosse come da un tormentoso torpore, e alle parole della vecchia sconosciuta, temendo ormai ogni cosa nuova, provò uno spavento più cupo, per cui non mostrava nessuna intenzione di lasciare la carrozza; sicché dovettero prenderla e metterla di peso nella bussola. La vecchia vi entrò subito dopo, e i lettighieri avviarono le mule  su per la salita. La ragazza allora, piena d’angoscia, chiese alla donna dove la conducesse; al che quel “ceffo sconosciuto e deforme”, cercando di fare la voce dolce e suadente, rispose che la portava da uno che voleva farle del bene, tanto che le aveva comandato di farle coraggio… Ma la poverina, più spaventata che mai, scongiurò la donna di lasciarla andare, di accompagnarla in qualche chiesa, in nome della Vergine Maria… Questo nome soave, non sentito e non invocato ormai da tanto tempo, fece nella mente della vecchia un’impressione indistinta, suscitando un vago e lontano ricordo, “come la rimembranza della luce, in un vecchione accecato da bambino”; e la similitudine, di icastica evidenza, rende appieno la pena per quella cecità spirituale.

      Intanto il Nibbio, raggiunto a piedi il castello, fece la sua relazione nello stile laconico a cui erano stati avvezzati dal padrone, il quale aveva organizzato il castello come una fortezza e addestrato i suoi uomini come dei veri soldati. L’impresa era riuscita perfettamente: “l’avviso a tempo, la donna a tempo, nessuno sul luogo, un urlo solo, nessuno comparso, il cocchiere pronto, i cavalli bravi, nessun incontro: ma…” Tutto era andato dunque nel modo migliore, però c’era un “ma” veramente inaspettato, un inconveniente del tutto insolito in simili imprese: quella povera ragazza aveva fatto al Nibbio, cuore certo non tenero, tanta compassione, che avrebbe cento volte preferito che l’ordine fosse stato piuttosto “di darle una schioppettata nella schiena, senza sentirla parlare, senza vederla in viso.” E aggiunse, l’intrepido luogotenente, che la compassione è un po’ come la paura: guai a lasciarla entrare nel cuore! uno non è più un uomo! L’Innominato, sbalordito nel sentir parlare così quell’uomo solitamente così duro e deciso, gli chiese cosa mai avesse fatto colei per muoverlo a pietà. Saputo che per tutta la strada, che era durata più di quattr’ore, la poverina non aveva fatto altro che piangere e pregare, poi svenire come morta, quindi di nuovo supplicare e dire certe parole da commuovere il cuore più duro, il signore pensò che la migliore cosa da fare era di sbarazzarsi subito di questa strana ragazza, che aveva fatto compassione al Nibbio, e ordinò a costui di montare immediatamente a cavallo per andare ad avvertire don Rodrigo che mandasse a prendere la donna, ma subito subito, ché altrimenti… Ma improvvisamente un “no interno più imperioso del primo” gli fece annullare l’ordine, per cui comandò al suo luogotenente di andarsene invece a riposare: l’indomani avrebbe saputo il da farsi.

      Fermiamoci un istante a considerare la figura del Nibbio, confrontandola con quella del Griso, suo collega, per così dire. Esprimendoci matematicamente, con una proporzione potremmo dire che il Nibbio sta al Griso come l’Innominato sta a don Rodrigo: il Griso infatti è vile come il suo padrone, e alla fine si rivelerà, lui, il fedelissimo, un abbietto traditore, e farà la fine che si merita; il Nibbio invece è, nel fondo dell’animo, generoso e magnanimo, proprio come il suo signore; ha ancora, sotto la dura scorza del masnadiero, un cuore umano, che palpita e si commuove. Per quanto il Manzoni non parli più di lui dopo questo episodio, possiamo essere certi che il Nibbio, uomo franco e servitore fedele, rimarrà vicino al suo padrone anche nella conversione, inizio di una nuova vita, fatta di riparazione e di opere benefiche.

      Quando l’Innominato restò solo, dopo aver congedato il suo luogotenente, rimase lì a ripensare alla strana compassione di lui, e sempre più ne rimaneva stupito; per cui, ad evitare di essere contagiato, ribadì in cuor suo il proposito di mandare senz’altro al suo destino la ragazza, l’indomani mattina. Ma dal fondo del suo animo sorgeva e si faceva sentire sempre più vivo il desiderio di vederla, di sentire le sue parole; non era curiosità, ma come uno strano bisogno, una specie d’attrazione inspiegabile, misteriosa quanto potente. Dopo aver resistito alquanto, dovette cedere a questo nuovo impulso, e s’avviò verso la camera della vecchia, dove Lucia era stata condotta; era convinto che non avrebbe dovuto farlo, eppure ci andava!

      Picchia con un calcio, facendo accorrere ad aprire la vecchia, che ne ha riconosciuto la voce; entrato, volge imperioso lo sguardo in giro e, alla fioca luce della lucerna, scorge la povera ragazza tutta raggomitolata sul pavimento, nell’angolo della stanza più buio e più lontano dalla porta.  Subito ne prova un senso di compassione: a lui non aveva fatto niente di male, eppure la faceva soffrire così! Dopo aver rimproverato la serva per averla gettata là a terra come uno straccio, si avvicinò a Lucia e le disse di alzarsi, una e due volete senza che la poverina si movesse; per cui, sdegnato per aver comandato invano, le gridò di mettersi in piedi con tono iracondo, tale da non ammettere né ripulsa  né indugio. Allora l’infelicissima, prendendo per così dire vigore dal suo stesso spavento, si sgroppò ma, senza alzarsi, si inginocchiò davanti a lui dicendo: “Son qui: m’ammazzi.” Il signore, con voce tutt’un tratto raddolcita davanti a “quel viso turbato dall’accoramento e dal terrore”, disse che non voleva farle alcun male, con un tono quasi di scusa, che fece trasecolar la vecchia. Allora la ragazza, con accento disperato di rimprovero, gli domandò: “Perché mi fa patire le pene dell’inferno? Cosa le ho fatto io?”E vedendo una certa esitazione nel comportamento del signore, e la compassione interna trasparire pur dai duri lineamenti del suo volto, aggiunse con tono smorzato: “Sono una povera creatura: cosa le ho fatto? In nome di Dio…”

      A quel nome l’Innominato reagì, come se fosse stato schiaffeggiato, perché appunto quel Dio lo perseguitava da tempo con la sua grazia, non dandogli più pace, mentre lui non voleva cedere, non voleva arrendersi, per non perdere la faccia davanti al mondo: pretendeva forse, con quel nome, di fargli paura? Ma la povera ragazza rispose con umile semplicità: “cosa posso pretendere io meschina, se non che lei mi usi misericordia? Dio perdona tante cose per un’opera di misericordia!... Mi faccia condurre in una chiesa. Pregherò per lei, tutta la mia vita…” A queste parole commoventi il signore appariva esitante, per cui Lucia insistette con maggiore accoramento: “Non iscacci una buona ispirazione!... Se lei non mi fa questa carità, me la farà il Signore: mi farà morire, e per me sarà finita; ma lei!... Forse un giorno anche lei… Ma no, no; pregherò sempre io il Signore che la preservi da ogni male… Se provasse lei a patir queste pene…” L’Innominato era turbato, tocco da quelle parole inaudite nelle più intime fibre dell’animo; la sua commozione trasparì dal tono della voce con cui cercò di far coraggio alla ragazza, ripetendo che non intendeva farle alcun male, e che sarebbe tornato da lei l’indomani; intanto le avrebbero portato da mangiare, ché doveva averne molto bisogno…” No, no – disse precipitosamente Lucia – io muoio se alcuno entra qui; io muoio. Mi conduca lei in chiesa… quei passi Dio glieli conterà.”

      Non possiamo non notare, a questo punto, la fiducia che ormai la derelitta fanciulla nutre in colui che pur l’ha fatta rapire, per via d’inganno e di violenza; ella, che diffida di tutto e di tutti, tanto che non vuole neppure che qualcuno venga a portar da mangiare, si mostra disposta ad andare col signore, e lo prega addirittura di accompagnarla in una chiesa, come potrebbe fare un padre con la figliola. Lucia, quest’anima pura e sensibile, questa prediletta della grazia divina, ha intuito che il Signore ha ormai conquistato l’animo del suo rapitore, il quale non le potrebbe più fare alcun male. E’ proprio il caso di ripetere: “beati i puri di cuore, poiché vedranno Dio!” Lucia già vede in Dio la futura conversione dell’uomo che l’ha in suo potere, e non ne dubita minimamente; e possiamo aggiungere che lei stessa è lo strumento, non del tutto inconsapevole, di questa mirabile mutazione interiore.

      Comunque l’Innominato, sentendo che ormai il suo cuore vacilla, e vergognandosi di dover cedere all’impeto della commozione, si affretta ad andarsene; dopo aver assicurato, per dissipare il sospetto della fanciulla, che sarebbe venuta “una donna” a portar da mangiare, fugge quasi dalla presenza di lei, che tenta invano di trattenerlo. La poveretta, vedendo svanire la speranza di essere liberata dal potente signore, ripiombò nel più cupo abbattimento, e tornò a rincantucciarsi nel suo angolo buio. Poco dopo venne Marta, una cuoca del castello, a portare una paniera  colma di cibo: delle pietanze scelte, accompagnate da una bottiglia di vino generoso. La vecchia si mise a decantare la squisitezza delle vivande, per indurre la prigioniera ad assaggiarne almeno, ma questa aveva altra voglia che di mangiare; si mosse solo per assicurarsi che la porta fosse ben chiusa, quindi tornò nel suo cantuccio piangendo sommessamente. La vecchia mangiò allora lei, e con grande voluttà, di quei cibi prelibati; quindi dopo aver invitato invano la ragazza ad andare a letto, invece di stare raggomitolata lì a terra, ci si coricò lei, assicurando che c’era posto sufficiente per tutt’e due, e dopo pochi minuti già russava con un rumore soffocato, come di rantolo, che risonava sinistramente nel pauroso silenzio notturno.

      Lucia, raggomitolata nell’angolo, mortalmente stanca e sfiduciata, cadde a poco a poco in una specie di dormiveglia, punteggiato da incubi e da fantasmi spaventosi. Infine, quasi senza accorgersene, cadde sdraiata sul pavimento, vinta da un torpore più profondo. Ma ben presto si riscosse da quella specie di letargo, e penò alquanto a riconoscere il luogo dove si trovava, debolmente rischiarato, a guizzi, dalla lucerna che andava spegnendosi: il silenzio che dominava nella tetra prigione, era rotto solo dal respirare lento e arrantolato della vecchia, che aveva qualcosa di lugubre e di sinistro. Quell’atmosfera di quiete sospesa e paurosa, l’abbandono stesso in cui  era lasciata, le incussero un più forte e indefinito spavento, tanto che desiderò di morire. Ma ben presto si riebbe da quello sconsolato abbattimento, pensando a Dio e alla Madonna, che non potevano averla abbandonata: il Signore e la Vergine Santa sapevano che lei era lì prigioniera e bisognosa di aiuto; alquanto riconfortata, cercò la corona e riprese la recita del rosario con più fervore del solito. A poco a poco la fiducia e la speranza le rifiorirono nell’animo; ma a un tratto pensò che poteva rendere la sua preghiera più accetta a Dio per mezzo di un sacrificio; e avendo alquanto riflettuto su ciò che potesse offrire di più caro, decise di far sacrificio a Dio del suo amore per Renzo, rinunciando per sempre a diventare sua moglie, col voto di verginità perpetua. E senza indugio, messasi in ginocchio, si rivolse con fervida preghiera alla Madre Celeste, facendo a Lei offerta del suo amore, rinunciando per sempre a “quel suo poveretto”, per esser da quel momento in poi tutta della Madonna.

      Pronunciate le parole del voto, si mise intorno al collo la corona, “come un‘armatura della nuova milizia a cui s’era ascritta”, la milizia mistica e gloriosa delle vergini. Rimessasi quindi a sedere sul pavimento, si sentì il cuore inondato da un nuovo senso di conforto, da una più forte fiducia nell’aiuto celeste: aveva offerto a Dio ciò che aveva di più prezioso, ed Egli non   poteva abbandonarla in quel pericolo, in cui era caduta non per sua imprudenza, ma per l’altrui perfidia. E acquietandosele l’animo, anche il corpo riuscì finalmente ad assopirsi in un sonno vero e proprio, non più turbato da incubi paurosi. Ma torniamo all’Innominato.

      Uscito, o meglio fuggito dalla presenza di Lucia, diede ordine di recare alla prigioniera, probabilmente, quel pasto che era stato preparato per lui, non avendo affatto voglia di mangiare, sottosopra com’era nell’animo; ispezionati quindi, come di consueto, i vari posti di guardia del castello, si ritirò nella sua camera, chiudendosi a chiave in gran fetta, come se qualcuno lo inseguisse. Chi lo inseguiva non era altro che la grazia di Dio, contro la quale non servono le porte e le serrature. Si cacciò subito sotto le coperte, pur sapendo che non facilmente avrebbe chiuso occhio quella notte, tanto si sentiva sconvolto. Cominciò col rimproverarsi di aver voluto vedere quella fanciulla, come se ciò fosse dipeso soltanto da una sua sciocca curiosità, e non piuttosto da un impulso prepotente dello spirito; cercò, minimizzando quanto gli stava succedendo, di riprendere il suo animo antico, la sicurezza imperturbata di un tempo: tante altre volte – diceva tra sé per rianimarsi – aveva sentito strillare o belare delle donne, capitate per loro sfortuna tra le sue grinfie, e le loro lagrime supplichevoli non l’avevano punto smosso dai suoi biechi propositi di violenza o di vendetta; questa che provava ora, era certamente una debolezza passeggera, che sarebbe svanita con le tenebre della notte. Cercava di farsi coraggio ripensando a tutte quelle imprese in cui aveva vinto i suoi nemici, rimanendo sordo alle preghiere e ai lamenti; ma otteneva l’effetto contrario: quelle azioni spietate, già suo vanto, ora gli apparivano odiose; provava, nel passarle in rassegna, non orgoglio e fierezza come una volta, ma “una specie di terrore, una non so qual rabbia di pentimento.” Allora pensava, con un senso di sollievo, che poteva almeno, se non cancellare le passate nefandezze, interrompere e riparare quella presente, liberare la fanciulla, chiederle perdono, sì, chiederle proprio perdono, se questo poteva servire a fargli trovare un po’ di pace, un qualche refrigerio. Ma poi si pentiva del suo pentimento, che gli appariva come una vergognosa debolezza, e cercava di recalcitrare ancora, di non farsi sopraffare dalla “diavoleria” che aveva addosso; si mise perciò a pensare alle imprese che lo attendevano,  a quelle che aveva già avviate ma non compiute, e si sforzava di concentrarsi in esse, studiando minutamente i relativi piani di azione, cosa che in altri tempi soleva occuparlo tutto, facendogli dimenticare ogni altro pensiero.        

Ma con terrore si accorse che quelle imprese non avevano per lui nessuna attrattiva, che non gl’importava più minimamente di condurle a termine, che la vittoria e l’affermazione della sua potenza ora non avevano per lui nessuna importanza. Passando in rassegna i suoi bravi, gli sembrava che non avesse più nulla da comandare a nessuno di loro; anzi il doverli rivedere, l’indomani, quegli spietati ministri dei suoi misfatti, gli dava già un senso di fastidio, quasi di nausea. E pensava al tempo futuro, al domani, al dopodomani, all’altro giorno ancora… tutto il tempo uguale, opprimente… senza aver nulla da fare, nulla da comandare, nulla di nuovo da aspettare se non la morte, e con il  ricordo tormentoso dei suoi delitti… E poi la notte, che puntualmente sarebbe tornata dopo la breve luce, come passarla, come poter dormire con quegl’incubi paurosi, con quei fantasmi che non gli davano requie? L’idea di un’altra notte, simile a quella che stava passando, già lo terrorizzava. Riesaminava la propria vita, cercando di trovare qualche valore a cui appigliarsi, rievocava le sue imprese, i suoi misfatti, per trovarvi una motivazione;   ma essi gli comparivano davanti come qualcosa di enormemente irragionevole, di veramente mostruoso. Spogli dello stato d’animo, d’ira o d’odio o di vendetta o d’emulazione  feroce, che li aveva provocati e accompagnati, essi gli apparivano ora brutti., inconcepibili, efferati; eppure lui li aveva voluti, preparati con fredda meticolosità, eseguiti con feroce determinazione; aveva goduto della loro riuscita,… erano suoi, erano lui!... non si sarebbe mai più liberato da quelle tormentose memorie, se non con la morte.

      Egli - lo sentiva – non si sarebbe mai più liberato di quel canchero che lo rodeva dentro, di quel morso lancinante e ormai irresistibile, perché il suo stesso pensiero, quasi fosse un altro io sorto a condannare l’antico, frugava sempre più spietatamente in quell’odioso passato. L’orrore che provava di quella sua vita, piena solo di delitti, crebbe sino ai limiti della sopportazione umana, sino alla più nera disperazione; non ne poteva più, e decise di farla finita. Prese in furia la pistola che teneva accanto al letto, armò convulsamente il cane e si appoggiò alla fronte la canna per farsi saltar le cervella.  Ma sul momento di premere il grilletto, ebbe un sussulto, un attimo di indecisione, e abbassò l’arma; pensò, in un momento di lucidità mentale, a ciò che sarebbe avvenuto dopo la sua morte, nel tempo che pure continuerebbe a scorrere, anche senza di lui. Immaginò il suo corpo esanime in balia di chi sa chi, la confusione, la baraonda nel castello all’incredibile notizia, pensò alle reazioni, ai commenti dei suoi amici e dei suoi nemici, a ciò che avrebbero pensato di lui i suoi stessi sudditi. La morte, in mezzo a quelle tenebre silenziose e nella più assoluta solitudine, gli appariva squallida e spaventosa… non avrebbe esitato a suicidarsi – ne era sicuro – se si fosse trovato alla luce del giorno, davanti alla gente… ma stando solo, nel buio, la morte gli faceva un altro effetto, gli faceva paura insomma. Strano, ma aveva paura di morire. E poi, ammesso che si fosse tolta la vita, quella vita insopportabile, che sarebbe stato di lui? se c’è la vita dell’anima, quella eterna, che sarebbe stato della sua vita? e se non c’è, se tutto finisce con la morte del corpo, perché tormentarsi per ciò che aveva fatto, perché darsi la morte? a chi doveva rendere conto e di che cosa?... Ma se la vita futura c’è, se Dio esiste, se l’anima è immortale, la sua dopo la morte del corpo sarebbe comparsa subito davanti al suo tribunale, per sottoporsi al suo infallibile giudizio… Neppure con la morte poteva dunque liberarsi da quella angosciosa oppressione, da quell’incertezza disperata? doveva continuare a vivere con l’inferno nel cuore?...

      Dopo aver più volte alzato e abbassato convulsamente il cane della pistola, la buttò via e, con le mani sulle tempie, tremava tutto e batteva i denti come un bambino atterrito nelle tenebre. A un tratto ripensò a Lucia, la rivide nitida davanti agli occhi della mente, ma non più come una povera fanciulla supplice e desolata, ma come una soave creatura dispensatrice di grazie. Risentì le sue parole semplici e commoventi, che ora assumevano per lui un suono dolce e persuasivo: Dio perdona tante colpe per un’azione buona!... Sì, l’avrebbe liberata, le avrebbe chiesto perdono, avrebbe invocato dalle sue labbra altre parole di consolazione, come quelle che ora gli riempivano l’animo di fiducia. Ma poi? che poteva ancora fare di bene? come riparare a tanti delitti ormai consumati e irrevocabili? essi lo avrebbero sempre tormentato col lancinante rimorso, specie la notte, nell’insonnia angosciosa e insopportabile, popolata di mille fantasie spaventevoli! Come liberarsi da essi?... E che cosa avrebbe fatto della sua vita, se doveva pur vivere? Ora pensava di andarsene  solo, lontano, dove nessuno lo conoscesse; doveva fuggire da quel luogo, dove ogni oggetto gli ricordava il tenebroso passato, andare lontano da quell’ambiente odioso!... Ma capiva che non poteva fuggire lontano da sé stesso, che lui sarebbe sempre stato lui, ovunque, e il canchero tormentoso del rimorso lo porterebbe sempre con sé, dovunque andasse, checché facesse… In certi momenti gli rispuntava, pur fioca, la speranza che tutto svanirebbe col tornar della luce, che era semplicemente un incubo notturno, che presto cesserebbe; ma poi sentiva che la luce del giorno, che ormai non poteva tardar troppo, non avrebbe certo migliorato la sua penosa situazione, anzi l’avrebbe peggiorata, mostrandolo ai suoi sudditi in quello stato di pietosa impotenza. Pur smaniava di far qualcosa, di togliersi da quell’inazione snervante; e sospirava allora la fine della notte, come se l’alba dovesse portare la luce anche nel suo spirito.

      Mentre era in così penosa sospensione e ansietà d’animo, sentì uno scampanio lontano, che sembrava a festa, e per chi? chi era così allegro in questo mondo, mentre lui era in preda alla disperazione? “saltò fuori da quel covile di pruni”, e andò alla finestra a guardare: il cielo era coperto, e una caligine leggera velava i contorni delle montagne; laggiù nella strada si distinguevano dei viandanti, tutti diretti verso lo sbocco della valle, e si vedeva che camminavano a passo allegro, come a un appuntamento festivo. Dove andavano coloro con tanta sollecitudine? che avevano da fare o da vedere di tanto interesse?... Chiamato un bravo, lo mandò a informarsi della novità: sentiva nel cuore come un’ansia di sapere chi o che cosa potesse attrarre così, e dare quella gioia a tanta gente diversa.

CAPITOLO XXII

 

 

      L’uomo, tornato poco dopo, gli riferì che quei viandanti erano diretti a un paese vicino, per vedere il cardinal Federigo Borromeo, che era giunto là in visita pastorale; la notizia si era sparsa il giorno prima nella vallata, e tutti volevano non perdere l’occasione di incontrasi con lui. Rimasto solo, l’Innominato restò alla finestra, attratto da quello spettacolo insolito, fisso a quella gente che, anche così da lontano, appariva mossa da un lieto entusiasmo; e la cosa gli sembrava così nuova, così strana! Per vedere un uomo dovevano mostrarsi così lieti! Eppure anche loro – pensava – avranno i propri guai, non certo come i miei, ma sembra che li abbiano dimenticati in un trasporto di gioia… Come farà costui ad attirare e rendere allegre queste persone? distribuirà un po’ di denaro in elemosina!... Ma non tutti sono poveri costoro!... dirà anche delle parole buone, di quelle che sappiano consolare, che facciano scordare gli affanni… quelle parole che ci vorrebbero per me!... Se andassi anch’io?... 

      Stette un momento in sospeso, a riflettere su quell’ipotesi che gli era venuta in mente quasi inavvertita, chi sa come, ma che gli appariva sempre più accettabile, realizzabile, desiderabile, tanto che alla fine essa gli si presentò come l’unica maniera di uscire da quello stato di sospensione tormentosa, in cui si dibatteva da tante ore ormai senza trovare una via d’uscita o almeno uno spiraglio di salvezza. Gli sembrava che quella sola potesse essere ormai la soluzione della sua crisi: andare a parlare con quell’uomo straordinario, sentire le sue parole, vedere che cosa avrebbe saputo dirgli per ridare la calma al suo animo…

      Presa così la decisione quasi d’impeto, come trasportato da un’invincibile forza interiore, tagliò corto alle esitazioni e alle obiezioni che pure insorgevano a contrastare il suo improvviso proposito e, vestitosi rapidamente, uscì armato al modo solito, cioè con pugnale, due pistole e carabina, e s’avviò frettoloso verso la camera della vecchia, per vedere come stesse la sua prigioniera, che ormai gli appariva in aspetto di salvatrice. Questa volta non picchiò brutalmente, come la sera avanti, con un calcio alla porta, ma bussò sommessamente, facendo contemporaneamente sentire     la sua voce: questo cambiamento nel comportamento è indice del profondo mutamento interiore che stava verificandosi in lui.

      La donna, riconosciuta la voce, corse ad aprire al padrone il quale, vedendo la ragazza addormentata a terra, rimproverò sottovoce la vecchia, che però protestò che lei aveva fatto di tutto per farla mangiare e andare a letto, ma inutilmente; comunque il signore le comandò di non disturbarla; quando si fosse svegliata, doveva dirle che lui sarebbe presto tornato per esaudire tutti i suoi desideri. La vecchia rimase sbalordita a queste parole, e sempre più si convinse che colei fosse qualche gran dama, vestita da contadina. Questa donna selvatica, tutta animalità primitiva, senza alcuna luce spirituale, non può minimamente pensare che il cambiamento del padrone possa derivare da una crisi di coscienza, da un pentimento insomma; essa pensa a un qualche evento esterno, che abbia fatto riconoscere nella contadinella addirittura una principessa. La sera prima, le insolite cortesie del signore verso la prigioniera, le ascrive alla giovinezza e bellezza della ragazza, e si rammarica stizzosamente di essere vecchia, lei, e di non   ricevere simili gentilezze; ora questa mirabolante cedevolezza del suo padrone, tanto da promettere di compiere ogni suo desiderio, non sa motivarla che con la condizione sociale della prigioniera. La povera vecchia, abbrutita in quell’ambiente di violenza, non può minimamente pensare a una rigenerazione spirituale del dispotico padrone, e immagina la favola di una bella principessa, arrestata in veste di contadinella, ma poi insperatamente riconosciuta, proprio come aveva sentito raccontare talora da bambina. La sua mente, purtroppo, non può intuire un dramma interiore, per il semplice motivo che “non percipit ea quae sunt spiritus”, e non può quindi immaginare di trovarsi davanti a una conversione. Poveretta! merita più compassione che condanna, perché nessuno aveva aperto gli occhi della sua mente sui veri valori della vita; quanti sono purtroppo quelli che sulla terra vivono, per ignoranza o altro motivo, in un tale stato di ottusità!

      L’Innominato, uscendo dalla stanza della vecchia, riprese la sua carabina che, per non spaventare Lucia, aveva appoggiato fuori in un angolo; quindi comandò a Marta (la donna che aveva portato da mangiare la sera precedente) di starsene nella stanza attigua, se mai la ragazza avesse bisogno di qualche cosa; ordinò poi a uno dei bravi di mettersi di guardia lì nel corridoio, perché nessuno osasse entrare dov’era Lucia, e infine uscì dal castello tutto solo, cosa piuttosto insolita. A questo punto non possiamo fare a meno di notare le precauzioni delicate e quasi paterne che l’Innominato prende, affinché la sua prigioniera non venga infastidita e neppure minimamente disturbata; ormai egli si sente responsabile di quella vita, di quella virtù, e non vuole che corra il benché minimo pericolo; anche queste premurose cautele testimoniano il suo animo mutato e la sua rispettosa ammirazione per la virtuosa fanciulla.

      Il Manzoni dice che l’Innominato, lasciato il castello, “prese la scesa, di corsa”; l’espressione ci sembra alquanto esagerata, ma ben illustra la santa fretta che ormai pungola l’uomo, tocco dalla grazia divina. I bravi che lo incontravano, in quello che era il suo piccolo regno, si fermavano salutando e attendendo ordini; ma lui non aveva ordini da impartire, e continuava la sua strada assorto e frettoloso, per cui i suoi sudditi non sapevano che cosa pensare, e per la sua uscita solitaria e per il portamento insolito: il suo viso, il suo sguardo, tutta la sua persona aveva qualcosa di nuovo e di strano.  Quando, uscito dai suoi possedimenti, entrò nella strada pubblica, la gente si scappellava e gli faceva largo, meravigliandosi anch’essa di vederlo senza scorta, cosa più unica che rara.

      Al paese dov’era il Cardinale, distante dal castello quanto “una lunga passeggiata” (quindi un tre o quattro miglia, io penso) una gran folla gremiva le strade, ma al suo avvicinarsi si apriva silenziosa, facendo ala, sicché in breve il signore giunse alla canonica, dove aveva saputo che si trovava Federigo Borromeo.  Lì entrò in un cortiletto, dove i preti in attesa lo guardarono con meraviglia non scevra di sospetto; posata la carabina in un canto, andò avanti e si affacciò in un salottino, dove si trovavano altri sacerdoti; a uno di questi chiese dove fosse il Cardinale, ché gli doveva parlare. L’interrogato, scusandosi col fatto di essere forestiero, ma in effetti perché non si voleva prendere la responsabilità di una risposta in una situazione così scabrosa, chiamò il cappellano crocifero, che fungeva praticamente da segretario del porporato. Il cappellano, che anche lui non sapeva come regolarsi davanti a questa visita molto strana, per non dir sospetta, rispose balbettando che non sapeva se monsignore illustrissimo in quel momento si trovasse disposto… se insomma fosse libero e potesse riceverlo, e che andava a informarsi; così si tolse d’impaccio e, lasciando il signore in sospeso, si recò a riferire al suo superiore.

      A questo punto il Manzoni interrompe il racconto per tracciare un breve profilo biografico del Borromeo. La digressione non è lunga, e vale proprio la pena di leggerla, perché in questo mirabile personaggio l’Autore ha trovato l’attuazione di un ideale di vita cristiana che collima esattamente col suo; e ciò dona alle sue affermazioni, alle considerazioni e alle massime, che in questo scorcio di capitolo abbondano, una particolare forza di persuasione, un fascino tutto particolare. Per quanto don Alessandro (per gli amici milanesi don Lisander) inviti argutamente chi non vuol perdere un po’ di tempo a saltare al capitolo successivo, noi ci guarderemo bene dall’aderire all’invito, dato che ci siamo imbattuti in un personaggio storico che merita tutta la nostra riverente simpatia; quindi anche noi ci fermeremo volentieri a conoscere meglio questo santo presule, come fa il viandante che, dopo una faticosa tappa attraverso un terreno desolato, si arresta volentieri “all’ombra di un bell’albero, sull’erba, vicino a una fonte d’acqua viva.” Non potremo non risentirne un benefico refrigerio!

      Federigo era nato nel 1564 da famiglia molto nobile e ricca, che possedeva feudi non soltanto in Lombardia, ma anche in Puglia e in altre parti d’Italia. Egli fu uno di quegli uomini rari che impiegarono un grande ingegno, un vasto patrimonio, i privilegi della nobiltà del casato, e soprattutto un’attività instancabile, “nella ricerca e nell’esercizio del meglio.” Con una bella similitudine il Manzoni assomiglia la sua vita a un ruscello montano che, scaturito limpido dalla roccia, attraversando vari terreni senza mai intorbidirsi, va infine a gettarsi nel fiume. Mentre però il ruscello permane limpido per fortunate circostanze, senza suo merito, il Borromeo si mantenne puro con la forza della sua volontà, col suo spirito di sacrificio, in mezzo alle varie tentazioni che gli venivano dalla nobiltà accompagnata da una grande ricchezza. Fin dalla puerizia prese sul serio quelle verità e quei precetti, inculcati dalla religione cristiana, “intorno alla vanità dei piaceri, all’ingiustizia dell’orgoglio, alla vera dignità e ai veri beni”, quelle massime insomma che quasi tutti sentono, dalla bocca dei genitori o degli insegnanti o dei sacerdoti, e magari ripetono con maggiore o minore convinzione, ma che ben pochi attuano con impegno nella vita di ogni giorno. Egli, appena giovinetto, era già convinto che “la vita non è già destinata ad essere un peso per molti, e una festa per alcuni”, ma per tutti un serio impegno di impiegare bene i talenti che Dio e la natura ci hanno elargito, e dei quali siamo responsabili personalmente, come individui, indipendentemente dal cattivo esempio che ci possa venire dagli altri, e magari da tutti gli altri. Persuaso di questa responsabilità personale che abbiamo nella vita, da condursi secondo una legge che, prima di essere codificata nella Rivelazione, è scolpita nella coscienza di ognuno, Federigo a 16 anni manifestò la volontà di dedicare  la propria vita al servizio del prossimo, perché fosse “utile e santa”, per mezzo dell’apostolato ecclesiastico. Allora era ancora vivo il santo suo cugino Carlo, il cui esempio luminoso di virtù avrà certo influito beneficamente sulla formazione morale e spirituale del giovane seminarista, ma il Manzoni aggiunge, come “cosa molto notabile che, dopo la morte di lui, nessuno si sia potuto accorgere che a Federigo, allora di vent’anni, fosse mancata una guida e un censore.” Ciò dimostra che a quell’età era già sufficientemente formato.

      Compì i suoi studi nel Collegio Borromeo di Pavia, fondato dal cugino, dove si applicò assiduamente alle occupazioni prescritte, aggiungendone due altre di sua iniziativa, le quali rivelano il suo spirito veramente evangelico: insegnare la dottrina cristiana agli umili e   assistere gli ammalati. A questo proposito ricordiamo che anche fra Cristoforo, quest’altro apostolo della carità, aveva aggiunto, a quelle impostegli dalla Regola e dal ministero sacerdotale, altre due occupazioni particolari: appianare le discordie e proteggere gli oppressi. Le opere di carità prescelte da questi due eroi della virtù denotano la diversità dei loro caratteri: più fiero e pugnace quello del Cappuccino, più pacato e mite quello dell’Arcivescovo.  

      In collegio gli istitutori cercavano di fare a Federigo un trattamento particolare,  quasi a un padrone di casa, pensando magari di farsi così ben volere; ma egli rifiutò ogni distinzione, e se quelli insistevano , non mancò di riprenderli, in nome di quei precetti di abnegazione e di umiltà, di uguaglianza e di giustizia, che loro stessi insegnavano. Ordinato sacerdote, era evidente che “la parentela e gl’impegni di più d’un cardinale potente, il credito della sua famiglia, il nome stesso” di Borromeo, al quale Carlo aveva donato tanto lustro, gli avrebbero conciliato le dignità ecclesiastiche.

Il Manzoni osserva acutamente che, se le qualità predette costituiscono “ciò che può condurre gli uomini alle dignità ecclesiastiche”, Federigo possedeva anche “ciò che deve” o dovrebbe determinare la scelta dei superiori, vale a dire l’ingegno, la dottrina e la pietà. Ma egli, convinto di un’altra verità, che cioè non ci dovrebbe essere nessuna superiorità sugli altri, se non per servirli, evitava le cariche, non certo perché non volesse servire il prossimo, ma perché voleva servirlo da pari a pari, non stimandosi degno o capace di servirlo bene, una volta investito di più alta responsabilità, che rende il servizio stesso più arduo e delicato. Perciò rifiutò nel 1595 di diventare arcivescovo di Milano, cedendo poi solo all’espresso comando del papa Clemente VIII. Quelli che sogliono schernire simili rifiuti, puntualmente seguiti dall’accettazione, e parlano irridenti di umiltà pelosa, non dovrebbero fare d’ogni erba un fascio, ma giudicare, dalle azioni e precedenti e successive del personaggio, della sua sincerità nell’opporre il rifiuto della nomina. “La vita è il paragone delle parole”, dice il Manzoni, e le parole di umiltà e di abnegazione, anche se sono usate pure dagli ipocriti, non cessano per questo di essere belle e ammirevoli, “quando siano precedute e seguite da una vita di disinteresse e di sacrificio.”

     In quanto al disinteresse di Federigo arcivescovo, l’Autore cita questo fatto: siccome era personalmente molto ricco, ritenne che il mantenimento suo e del suo seguito dovesse gravare sul suo patrimonio privato e non sulle rendite ecclesiastiche, che tutti dicono essere patrimonio dei poveri, ma che pochi presuli destinano solo a questo scopo, come invece fece con estremo rigore Federigo delle rendite dell’archidiocesi. E per il suo mantenimento esigeva che si facesse la più rigida economia, onde avere mezzi finanziari più abbondanti per gli scopi benefici; per esempio, non smetteva un abito finché non fosse liso affatto, pretendendo solo che esso fosse decoroso e soprattutto pulito, poiché egli sapeva unire alle virtù della semplicità e della modestia quella d’una squisita pulizia: “due abitudini – osserva il Manzoni – notabili infatti, in quell’età sudicia e sfarzosa.”

      Qualcuno, da questi e simili tratti della sua personalità, potrebbe essere indotto ad attribuirgli una certa grettezza o angustia di vedute, se Federigo non avesse dimostrato di saper spendere in modo assai generoso e illuminato per realizzare opere grandiose, tra cui la Biblioteca Ambrosiana; chi concepì e realizzò una simile impresa non era davvero “una mente impaniata nelle minuzie; e incapace di disegni elevati”! Quell’opera fu realizzata con munificenza quasi regale; e mentre allora, nelle biblioteche d’Italia che pur si dicevano pubbliche, “i libri non eran nemmeno visibili, ma chiusi in armadi, donde non si levavano se non per gentilezza de’ bibliotecari, quando si sentivano di farli vedere un momento”, nella biblioteca istituita dal Borromeo, che pur poteva considerarsi privata, i libri e i manoscritti erano “esposti alla vista del pubblico, dati a chiunque li chiedesse, e datogli anche da sedere, e carta, penne a calamaio, per prender gli appunti che gli potessero bisognare”; e tutto questo per ordine espresso del munifico  fondatore. Cose che dimostrano insieme la sua larghezza di vedute, e la generosa gentilezza del suo animo verso gli studiosi. Queste doti insigni sono testimoniate anche da un altro episodio, che ci richiama alla mente la storia di Gertrude. Avendo infatti saputo che un nobile tiranneggiava la figlia per farle prendere il velo, mentre quella aveva intenzione di sposarsi, Federigo fece venire a sé il padre, ed essendosi questi giustificato dicendo di non avere i quattromila scudi necessari per maritarla decorosamente, gli diede senza esitazione la somma richiesta, reputando giustamente che nessuna somma materiale è eccessiva, se con essa si può evitare la perdizione di un’anima.      

      Era affabile e alla mano con tutti, cordiale specialmente con i diseredati, verso i quali il mondo è così duro. Per questo suo comportamento familiare con i poveri “ebbe a combattere coi galantuomini del “ne quid nimis”, i quali, in ogni cosa, avrebbero voluto farlo star nei limiti, cioè nei loro limiti.” Uno di questi mentori, un giorno, mentre in una parrocchia di montagna istruiva un gruppo di fanciulli poveri, accarezzandoli paternamente, ritenne suo dovere avvertirlo che non li avvicinasse troppo, perché erano troppo sudici, come se Federigo non avesse abbastanza sensibilità per accorgersene da solo né “abbastanza perspicacia, per trovar da sé quel ripiego così fino.” Ma purtroppo questo avviene spesso, osserva il Manzoni, agli uomini rivestiti di certe cariche: mentre difficilmente trovano chi li avverta delle loro mancanze, trovano benissimo chi li riprende per la loro generosa virtù.

      Qualcheduno potrebbe attribuire la soavità del suo comportamento, la pacatezza imperturbabile della sua condotta, la mitezza dei suoi tratti “a una felicità straordinaria di temperamento”; invece – assicura il Manzoni che si è ben documentato - “era l’effetto d’una disciplina costante sopra un’indole viva e risentita.” Fatto cardinale, partecipò a molti conclavi, senza mai aspirare “a quel posto così desiderabile all’ambizione, e così terribile alla pietà”; sicché in un certo conclave, avendogli un collega molto influente offerto il voto suo e del suo gruppo, rifiutò così recisamente, che quegli se ne ritrasse quasi offeso. E questa modestia, questa profonda umiltà erano evidenti in ogni circostanza della vita e della sua attività pastorale, anche nel modo garbato con cui evitava d’impicciarsi nei fatti e negli affari altrui, che non riguardassero il suo ministero, pur essendone talora vivamente richiesto: ”discrezione e ritegno non comune, come ognuno sa, negli uomini zelatori del bene”, osserva acutamente il Manzoni a guisa di commento. E spontaneo ci viene in mente il confronto tra Federigo e un’altra zelatrice del bene, ma fasulla, che incontreremo tra poco, donna Prassede; costei s’ingeriva a tutta forza e con ogni mezzo nelle cose che non la riguardavano, come se fosse investita da una speciale missione divina per la salvezza dell’umanità, e con i suoi interventi maldestri e presuntuosi otteneva puntualmente l’effetto contrario alle sue pur buone intenzioni.

      Però, per quanto riguardava la sua missione pastorale, non solo non si tirava indietro, ma faceva animosamente il proprio dovere, e richiamava o anche puniva severamente chi, tra i suoi dipendenti, prevaricasse nelle mansioni affidategli; fu lui, per esempio, che scoprì e punì esemplarmente la grave prevaricazione della Monaca di Monza, che poi egli avviò sulla via della redenzione; e ben presto lo vedremo ammonire e rimproverare, paternamente ma anche con autorità, il nostro don Abbondio, che si era messo al servizio dell’iniquità invece che della carità e della giustizia, come sarebbe stato suo preciso dovere.

      Alla fine  del capitolo l’Autore, con scrupolo storico, avverte che un uomo così intelligente e saggio non andò tuttavia esente da errori o pregiudizi del secolo, dai quali ci sarebbe oltremodo piaciuto che egli si fosse allontanato. Ma, ci fa capire tra le righe don Lisander, staccarsi dalle opinioni del secolo, per intuire quelle verità che solo i secoli futuri, con lungo travaglio, renderanno evidenti, è solo concesso ai geni, e nessuno sostiene che il cardinal Borromeo sia stato uno di questi; egli fu però un uomo eminente, che si è dedicato con belle qualità di mente, ma soprattutto con un gran cuore, al miglioramento morale e materiale della società del suo tempo. E quest’uomo così caritatevole, così sollecito per il bene altrui e per i doveri della sua carica, seppe anche trovare il tempo per arricchire la sua mente con uno studio assiduo e appassionato; e di questa intensa attività intellettuale sono testimonianza circa cento opere, tra edite e inedite, in latino o in volgare, di vario argomento e di diversa importanza. Ma qui si affaccia un’obiezione: come mai in un centinaio di opere non se n’è trovata alcuna di tale spicco, che abbia acquistato al suo autore una fama anche nella storia letteraria? L’obiezione è ragionevole, e si verrebbe tentati di cercare una risposta plausibile. “Le ragioni di questo fenomeno – osserva il Manzoni – si troverebbero con l’osservar molti fatti generali”, ma, aggiunge subito, “sarebbero molte e prolisse” e forse non facilmente accettate dall’opinione corrente; e quindi egli se ne lava elegantemente le mani, temendo di farci “arricciare il naso”.

Una risposta all’obiezione, e valga quel che vale, tenteremo di darla noi, sforzandoci di cogliere quello che forse intendeva dire il nostro Autore. Per Federigo scrivere non nasce dal bisogno di esprimere sé stesso e il proprio mondo interiore, nella ricerca e nell’espressione del bello, mirando al solo piacere estetico; scrivere è per lui un servire con la penna alla sua missione pastorale, al suo lavoro educativo; quindi le sue opere, nate da un bisogno contingente, hanno uno scopo pratico e limitato, ed esulano perciò dal campo dell’arte. Scrivendo tante opere, il Cardinale non mirava certamente alla gloria letteraria, ma solo a illuminare, ammaestrare e correggere; insomma scrivere faceva parte del suo apostolato, perché con gli scritti egli rendeva più ampia e incisiva la sua missione di pastore delle anime.

CAPITOLO XXIII

 

 

      Riprendendo il racconto, interrotto dalla parentesi biografica, il Manzoni ci dice che Federigo, amantissimo della cultura, stava appunto studiando, come faceva in ogni ritaglio di tempo, quando il cappellano gli annunciò la strana visita. Col viso animato a un tratto dalla premura e dalla carità, rispose di introdurlo subito; ma l’inferiore, invece di obbedire, ritenne suo dovere ricordargli che colui era un bandito disperato, un appaltatore di delitti… e che poteva anche essere mandato… E aggiunse con tono di grave avvertimento: “Lo zelo fa de’ nemici, monsignore; e noi sappiamo positivamente che più d’un ribaldo ha osato vantarsi che, un giorno o l’altro…” Ma il Cardinale lo interruppe con impazienza: “Oh, che disciplina è codesta, che i soldati esortino il generale ad aver paura?” E ricordato che San Carlo, non che riceverlo, sarebbe andato a trovarlo un tale individuo, ordinò di farlo entrare immediatamente, ché aveva già atteso troppo. Il cappellano, pur controvoglia, si mosse per eseguire il comando; e avvicinandosi all’Innominato pensava che avrebbe dovuto almeno invitarlo a lasciare tutte le armi; ma non ne ebbe il coraggio, e introdusse senz’altro il visitatore nella stanza dov’era ad attenderlo Federigo, e a un cenno di questi subito si ritirò, non senza apprensione.

      L’Innominato, che era andato là non per un proposito preciso, ma come trascinato da una forza inesplicabile, restava attonito e confuso, e anche stizzito con sé stesso, per la vergogna di esser venuto come un colpevole, “e non trovava parole, né quasi ne cercava”; sentiva tuttavia il fascino e, nello stesso tempo, la soggezione della presenza del porporato, così solenne e maestoso, ma anche amorevole e bello di una bellezza tutta interiore, adorno com’era di “una specie di floridezza verginale”, pur tra i segni evidenti dell’astinenza. Federigo il quale, nell’aspetto fosco e turbato dell’ospite, scorgeva i segni della salutare crisi spirituale che lo aveva scosso e portato da lui, col volto illuminato dalla gioia lo ringraziò di avergli fatto quella bella visita, pur dovendosi rimproverare di non essere andato lui a trovarlo nel suo castello. Tra la crescente meraviglia del suo interlocutore, che rimaneva quasi muto ad ascoltare quelle parole ardenti di carità, aggiunse che però, se non era andato a fargli visita, aveva pianto e pregato tanto per lui traviato, e che Dio aveva fatto il miracolo, supplendo con la sua potenza e misericordia all’inerzia del suo servo; quindi lo pregò di non fargli sospirare ancora la buona notizia ch’era venuto a portargli. E avendo quegli replicato che non aveva nessuna buona nuova da comunicargli, bensì che aveva l’inferno nel cuore, il Cardinale placidamente, ma con tono pieno d’autorità, osservò che questo voleva dire che Dio gli aveva toccato il cuore, perché lo voleva tutto per Sé. Allora il contrito, quasi con impaziente invocazione di grazia e di luce interiore, esclamò: ”Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! se lo sentissi!” Federigo rispose che appunto in quell’angosciosa smania di desiderio doveva riconoscere la presenza di Dio, “che atterra e suscita, che affanna e che consola”, perché Egli, mentre lo agitava non dandogli requie, gli faceva anche sentire, e quasi pregustare, una speranza ineffabile di pace e di consolazione. Allora, con accento tra supplichevole e disperato, il signore domandò che cosa voleva Dio da lui, che cosa poteva fare di lui peccatore. “Un segno della sua potenza e della sua bontà”, rispose con voce solenne e quasi ispirata il Cardinale: se lui, misero uomo, aveva saputo fare, nel male, grandi imprese, credeva che Dio non avrebbe potuto fargliene compiere, nel bene, di molto più grandi?

Iddio avrebbe potenziato e nobilitato, con la sua grazia, le qualità che lui aveva finora impiegato a ordire tradimenti e delitti, cioè quella volontà impetuosa, quella imperturbata costanza, quel coraggio adamantino, che aveva purtroppo rivolto a vituperevoli azioni. E, tutto infervorato di carità, soggiunse: “cosa può Dio far di voi? E perdonarvi? e farvi salvo? e compiere in voi l’opera della redenzione? Non son cose magnifiche e degne di Lui?”

      Il volto dell’Innominato, mentre Federigo pronunciava queste parole con accento ispirato e ardente di amore, divenne a poco a poco, da stravolto e turbato, prima attonito e intento, quindi compunto e infine profondamente commosso, tanto che non poté resistere all’impeto dell’emozione che gli saliva dal cuore, e coprendosi il viso con le mani scoppiò in un pianto dirotto, mentre il Cardinale lodava e ringraziava in cuor suo il Signore per aver ammollito con la sua grazia quel cuore di pietra. Quindi tese cordialmente la mano all’Innominato, in segno di pace e di patto imperituro di bontà; quegli, non stimandosi degno di tanto, cercava di schermirsi, ritirando la sua, ma il porporato la prese e la strinse affettuosamente, affermando che quella destra avrebbe riparato tanti torti, avrebbe sparso tanti benefici, e si sarebbe tesa, disarmata e pacifica, verso tutti i nemici, per invitarli a un patto di pace e d’amore.

      E poiché il signore, ancor singhiozzante, lo invitava a non perdere più tempo con lui, mentre tutto un popolo di fedeli lo attendeva, ansioso di ascoltare le sue parole, l’arcivescovo rispose con gioconda dolcezza: “Lasciamo le novantanove pecorelle; sono al sicuro sul monte: io voglio ora stare con quella ch’era smarrita…”, e così dicendo allargò amorevolmente le braccia per abbracciare quel figliol prodigo il quale, dopo aver “resistito un momento, cedette, come vinto da quell’impeto di carità, abbracciò anche lui il cardinale, e abbandonò sull’omero di lui il suo volto tremante e mutato.” Terminato il commosso abbraccio, l’Innominato disse che purtroppo non poteva che piangere e condannare la maggior parte dei suoi misfatti, ma alcuni per fortuna poteva interrompere o riparare, e uno disfare immediatamente. E raccontò brevemente, ma con parole di severa condanna contro la sua iniquità, il rapimento di Lucia, le sofferenze della poverina, le sue angosciate preghiere, che avevano scosso il suo cuore indurito, aggiungendo che la ragazza era ancora prigioniera nel castello.

       Il Cardinale, spinto da paterna sollecitudine, disse che non bisognava perdere tempo a liberare di pena la poveretta, e questa liberazione era come un pegno del perdono di Dio, che nella sua infinità bontà gli aveva voluto concedere la consolazione di poter compiere subito un’opera buona, di riparare a un misfatto. Informatosi quindi del paese della ragazza, chiamò il cappellano; questi, che stava all’erta, accorse immediatamente e rimase quasi estatico nel mirare il viso mutato del signore; ma l’arcivescovo lo riscosse da quell’estasi, chiedendogli se tra i parroci presenti ci fosse quello del paese di Lucia. Avuta risposta affermativa, gli ordinò di farlo venire assieme al parroco lì del posto, ché aveva da dar loro degli incarichi. Il cappellano sollecito uscì e, presentandosi col volto ancora estatico davanti ai confratelli, che lo interrogavano con lo sguardo ansioso, esclamò con enfasi: “Haec mutatio dexterae Excelsi!” Quindi, riprendendo il controllo di sé stesso e riassumendo il tono della sua carica, disse che il Cardinale desiderava sia il curato lì del luogo che quello della parrocchia di X, e nominò il paese di Lucia.

Il primo si fece subito avanti, mentre il secondo venne fuori a stento dal gruppo, dicendosi convinto che ci doveva essere un errore, perché lui non poteva aver nulla a che fare con le faccende di quel paese; ma avendo il cappellano replicato che non c’era errore di sorta, il povero don Abbondio dovette venir avanti, “con un passo forzato, e con un viso tra l’attonito e il disgustato.”

Il cappellano gli mise un po’ di fretta, e introdusse i due parroci dall’arcivescovo. Questi si rivolse al curato del luogo, perché trovasse una brava donna, che doveva andare in lettiga al castello a rilevare una povera prigioniera, e gli disse in poche parole di chi si trattava: la poverina si trovava certamente in tale stato di prostrazione, che ci voleva “una donna di cuore e di testa” per rincuorarla, per rassicurarla, perché ogni novità poteva essere per lei causa di spavento maggiore. Quando il parroco fu uscito per trovare la donna adatta, Federigo si rivolse a don Abbondio, il quale gli s’era accostato il più possibile, appunto per stare lontano da quell’altro signore; il pavido curato, non ancora convinto che volesse proprio lui, disse senza troppi riguardi al Cardinale che lo avevano chiamato, ma che doveva esserci un equivoco. Il superiore gli rispose con affabilità che non c’era nessun errore, perché doveva comunicargli la lieta notizia che Lucia Mondella, che lui aveva certamente “pianta per smarrita”, era invece salva, in casa di quel suo amico, col quale doveva andare a prenderla, coadiuvato da una brava donna che il curato di quella parrocchia era andato a cercare.

      Don Abbondio, ci dispiace dirlo, invece di rallegrarsi per la notizia e per l’incarico delicato al quale era stato prescelto, riuscì a stento a nascondere l’amarezza dell’animo, che gli s’era dipinta sul viso in un versaccio di fastidio, per mezzo di un profondo inchino che fece subito come in segno d’obbedienza al suo arcivescovo. Questi, avendo saputo poi da don Abbondio che la ragazza aveva a casa solo la madre, ordinò che fosse mandata a prendere con un barroccio da un uomo di giudizio, che sapesse farle capire l’accaduto senza impressionarla troppo. Sentendo ciò il nostro curato, pur di non andare al castello di quel signore, si offrì di recarsi lui a prendere Agnese, dicendo che era una donna molto sensibile e bisognava conoscerla bene per saperla prendere; ma il Cardinale ribadì che lui era troppo necessario per andare a prendere la povera prigioniera, la quale aveva bisogno di vedere subito una persona amica, di cui potesse proprio fidarsi: nessuno poteva sostituirlo in questa delicata incombenza.

      Ma non occorrevano davvero gli occhi perspicaci di Federigo per accorgersi che don Abbondio aveva paura di andare al castello con quel signore; e volendo dissipare “quell’ombre codarde” del suo parroco, si avvicinò con cordiale confidenza all’Innominato e lo invitò a tornare da lui con quel sacerdote, per restare insieme tutta la giornata. Il signore accettò con gioia riconoscente, affermando con trasporto che aveva tanto bisogno di vederlo e di ascoltare le sue parole, che erano un balsamo per le ferite del suo animo. Federigo allora gli strinse amorevolmente la mano, come in segno di reciproca promessa; e pensava che con queste dimostrazioni di amicizia sincera il codardo prete avrebbe finalmente capito la mirabile trasformazione che per grazia di Dio si era operata in quell’uomo, un tempo terribile. Vana speranza! Don Abbondio se ne restava mogio e un po’ imbronciato “come un ragazzo pauroso, che veda uno accarezzar con sicurezza un suo cagnaccio… famoso per morsi”, assicurando che è una bestia quieta: il poverino non osa contraddire, ma neppure accostarsi, e vorrebbe non avere  a che fare con quel bestione.

      Mentre il Cardinale si avviava per uscire, tenendo ancora per mano l’Innominato, gli parve che il curato fosse come mortificato, e pensando che si mostrasse così perché gli sembrava di essere trascurato dal suo superiore, tutto preso dalla nuova amicizia, gli disse amorevolmente e con espressione di grande riguardo: “Signor curato, voi siete sempre con me nella casa del nostro buon Padre; ma questo… questo perierat et inventus est”, alludendo molto opportunamente alla parabola del figliol prodigo. Don Abbondio, come riscosso dai suoi tristi pensieri, avrebbe voluto rispondere qualcosa di pertinente, ma invano. “Oh quanto me ne rallegro!” fu tutto quello che riuscì a rispondere; un’esclamazione insulsa, che era poi chiaramente smentita dalla faccia che, pur controvoglia, mostrava.

      Potremmo qui confrontare l’espressione piuttosto banale che esce di bocca a don Abbondio in sì patetica circostanza, con il “Si figuri!” che, come vedremo, scapperà detto al sarto del villaggio (cap. XXIV), quando il Cardinale gli chiede se è contento di ospitare Lucia per un po’ di giorni. Mentre però don Abbondio non ebbe mai a rammaricarsi delle sue parole piuttosto misere in così solenne circostanza, perché a lui premeva ben altro che fare una degna figura accanto a quei grandi personaggi, il povero sarto per tutto il resto della vita provò la mortificazione di non aver trovato, lui che sapeva leggere e scrivere, qualche espressione più scultoria per esprimere il suo stato d’animo di sincero e grato entusiasmo per la richiesta del presule.

      Quando i due grandi, con la commozione dipinta vivamente sul viso, apparvero in mezzo ai sacerdoti in attesa, tutti furono tocchi da quella santa emozione di carità, e guardavano or l’uno or l’altro con estatica espressione di lieta ammirazione. Dietro i due personaggi apparve il goffo nostro curato, “a cui nessuno badò”, per vera fortuna, ché altrimenti avrebbero scorto in quella faccia il senso della noia del pavido egoista, che faceva uno stridente contrasto con la commossa letizia di tutti i presenti.

      Proprio mentre Federigo si accingeva a congedarsi dall’ospite, il suo cameriere venne a riferirgli che la lettiga e le mule erano pronte, e si aspettava solo la donna, che il curato era andato a chiamare.  Il Cardinale dispose che, non appena colui fosse tornato, curasse di mandare a prendere la madre della prigioniera, e che quindi il lettighiero si mettesse agli ordini del signore, per andare al castello. Detto questo, strinse di nuovo la mano con effusione all’Innominato, salutò con un cenno di sorriso don Abbondio, e finalmente s’avviò verso la chiesa, per il pontificale, seguito dal clero e dai fedeli osannanti. 

      Don Abbondio e l’Innominato rimasero dunque, soli  soli, ad aspettare l’arrivo della donna; il curato avrebbe voluto attaccar discorso, così per rompere il ghiaccio, ma non sapeva come incominciare, e intanto si stizziva con sé stesso e con Perpetua che lo aveva indotto a venire a ossequiare il Cardinale, mentre poteva benissimo farne a meno: se non le avesse dato retta, ora non si sarebbe trovato in quegl’impicci. L’Innominato era tutto concentrato nei suoi pensieri, ed era impaziente di correre a liberare la sua Lucia, sua ora in un senso molto diverso da quello di prima: non più la sua prigioniera, ma la sua benefattrice, colei che gli avrebbe propiziato la divina misericordia; e intanto la poverina soffriva chissà quanto per colpa sua… In mezzo a tanti pensieri che lo assillavano, il suo volto assumeva talvolta un’espressione così tormentata, che aggiungeva paura al già impaurito compagno, che stava lì triste e impacciato.

      Finalmente l’arrivo della donna tolse don Abbondio dall’imbarazzo e il signore dall’attesa impaziente; si mossero dunque avviandosi verso le cavalcature approntate per loro. L’Innominato si era incamminato di buon passo, spinto dalla sollecitudine; ma quando, giunto alla porta della canonica, si accorse che il curato era rimasto indietro, si fermò per attenderlo, e lo fece passare avanti con un inchino umile e gentile: “cosa che raccomodò alquanto lo stomaco al povero tribolato.” Ma quella poca consolazione svanì in un momento, allorché il signore, andato a un angolo del cortiletto, riprese la sua carabina e se la mise speditamente ad armacollo. Arrivati al luogo dov’erano le mule, l’Innominato saltò agilmente in groppa a quella che gli fu presentata, mentre don Abbondio voleva assicurazione che la sua non avesse vizi; rassicurato dal cameriere del Cardinale, e da lui aiutato, finalmente fu issato sulla sella, e tutta la comitiva si avviò.

      Mentre passavano davanti alla chiesa, stipata di fedeli, nella piazzetta anch’essa piena zeppa di quanti non eran potuti entrare nel tempio, si levò tra la folla, che fece ala rispettosa, un mormorio di simpatia e quasi d’applauso. Davanti alla porta della chiesa, che era tutta spalancata, il signore si levò compuntamene il cappello per fare un profondo inchino; il curato lo imitò, ma sentendo il concerto delle voci e dell’organo, provò come un’accorata tenerezza, non scevra d’invidia per i suoi confratelli che erano lì a cantare in letizia, mentre lui era sbalestrato chissà dove in una specie d’avventura molto rischiosa.

      Lasciato il paese alle loro spalle, s’inoltrarono nell’aperta campagna, e il disagio del povero prete cresceva man mano che si avvicinavano a quella valle famosa, dove c’erano quei bravi formidabili, senza paura e senza pietà, che ammazzare un prete l’avevano a opera meritoria! Il poveretto avrebbe anche questa volta voluto attaccar discorso, ma vedendo il suo compagno molto concentrato nei suoi pensieri, non ritenne conveniente disturbarlo; sicché per tutto il viaggio si ridusse a parlare con sé stesso.

      Questo soliloquio di don Abbondio è uno dei passi più belli del romanzo, perché esso rivela, meglio di ogni analisi psicologica, lo stato d’animo del povero tribolato, di cui mette a nudo i pensieri e i sentimenti. Egli se la prese un po’ con tutti: con don Rodrigo, che poteva “andare in paradiso in carrozza”, e invece voleva “andare a casa del diavolo a piè zoppo”; con il suo illustrissimo compagno di viaggio, il quale, “dopo aver messo sottosopra il mondo con le scelleratezze”, non era ancora soddisfatto, se non lo metteva in subbuglio anche con la conversione, se pure era sincera, cosa di cui non si sentiva affatto sicuro; con il suo arcivescovo, che credeva subito alle parole di colui, e immediatamente imbarcava un povero curato, di cui avrebbe dovuto essere geloso, in una spedizione di quella sorta, senza avere la minima garanzia. Pensò anche a Lucia, provando un certo rammarico per i suoi guai; ma non c’era che dire, colei era proprio nata per la sua rovina, per amareggiargli, anche se involontariamente, i suoi ultimi anni!

      Quindi si metteva a osservare di sott’occhio il suo compagno, per cercare di conoscere quali fossero i suoi intimi pensieri, ma rimaneva perplesso e dubbioso: “Chi lo può conoscere? Ecco lì, ora pare sant’Antonio nel deserto; ora pare Oloferne in persona.” Infatti sul volto dell’Innominato apparivano i segni dell’interno travaglio: ora di aborrimento del suo passato, ora di compunzione per i peccati, ora di fiducia per l’avvenire. Egli passava mentalmente in rassegna le sue imprese inique e violente, per vedere quelle che fossero in qualche modo riparabili, e si concentrava nella ricerca dei rimedi più adatti e più sicuri; poi pensava a Lucia, ma quel senso di tenerezza e di consolazione, che provava nel poterla liberare, era accompagnato da “un’impazienza mista d’angoscia”, pensando che la poverina intanto soffriva chi sa quanto, per colpa sua.

      Allorché, entrati nella stretta valle, cominciarono a incontrare i bravi del signore, don Abbondio si sentì come Dante tra i diavoli di malebolge: gli sembrava che quei manigoldi, guardandolo con gli occhi grifagni, manifestassero una voglia matta di fargli la festa… Per sua fortuna c’era lì il padrone, col suo fiero cipiglio; non ci voleva meno di quello, per tenere a freno quei briganti! In quel momento il poveretto benediva quel cipiglio che poco prima gli aveva dato tanto fastidio. Oltrepassata la Malanotte, presero la salita e giunsero in breve alla spianata davanti al castello.

Il padrone, col solo cenno degli occhi, teneva fermi e in rispetto i bravi di guardia, i quali erano rimasti attoniti, non sapendo che cosa pensare. Già erano stati sconcertati, il mattino, da quella partenza così insolita del signore; vedendolo ora ritornare con un prete e una lettiga sconosciuta, con dentro una donna, cadevano addirittura dalle nuvole: di chi era quella livrea e quello stemma, mai visti? dove aveva pescato quella bussola, con quel lettighiero? e quella donna? era una nuova preda? ma come e dove l’aveva fatta, da solo?... A tutti questi interrogativi essi non trovavano una risposta, e stavano perciò come sbalorditi e sospettosi, perché quelle novità, per loro, non lasciavano prevedere nulla di buono, tanto erano contrarie all’ordine solito e alla disciplina imperante da tempo immemorabile in quel castello.

      Quando la comitiva giunse al portone, il picchetto dei bravi fece ala al padrone, che era intanto passato in testa; oltrepassati due cortili, egli si fermò davanti alla porta interna. A un bravo, accorso per aiutarlo a smontare, comandò di mettersi lì di guardia, con l’ordine di non  far avvicinare nessuno. Quindi balza a terra da solo, lega in fretta la mula all’inferriata e apre lo sportello della lettiga, dicendo sottovoce alla donna: “Consolatela subito; fatele subito capire che è libera, in mano d’amici. Dio ve ne renderà merito.” Avvicinatosi poi al curato, col volto rasserenato e quasi lieto per l’opera buona che finalmente può compiere, gli chiede scusa dell’incomodo che gli ha procurato, aggiungendo con un sospiro: “Lei lo fa per Uno che paga bene, e per questa sua poverina.” Il volto e le parole del signore furono un vero balsamo per don Abbondio, che egli aiutò anche gentilmente a scendere dalla cavalcatura, reggendogli la staffa con atto di spontanea umiltà. Tanto era alto il concetto che si era formato del sacerdote, quale ministro di Dio, a contatto con l’ardente carità del Cardinale! Ora egli capiva di avere davanti un povero prete, non davvero all’altezza di quell’altissimo ministero; ma la sua riverenza andava giustamente alla funzione, se non alla persona; e le sue parole e il suo umile gesto servirono a spoltrire alquanto don Abbondio, che compiva quell’opera buona così a malincorpo!

      L’Innominato legò con le sue mani anche all’inferriata la mula del curato e, dopo aver avvertito il lettighiero che aspettasse lì, accompagnò il prete e la donna alla camera dov’era Lucia.

CAPITOLO XXIV

 

 

      Lucia s’era svegliata da poco, e aveva penato molto a rendersi conto della dura realtà, che rassomigliava molto a un sogno molto pauroso, che l’opprimeva con l’angoscia di un incubo. La vecchia le si avvicinò e, con voce affettatamente dolce, l’invitò a mangiare, poiché ne aveva tanto bisogno, pallida e sbattuta com’era. Ma la ragazza non ne volle sapere, dicendo che voleva tornare subito da sua madre; e chiese dove fosse il padrone. La serva rispose che era uscito, ma  tornerebbe presto e l’accontenterebbe in tutto; al che Lucia replicò che voleva andar subito dalla mamma.

      Pochi istanti dopo si sente un picchio all’uscio, e la nota voce che sommessamente dice alla vecchia di aprire. Questa si affretta a obbedire, e il padrone la fa allontanare, mandandola in un’altra parte del castello, come aveva fatto poco prima per Marta. Quindi fa entrare don Abbondio e la buona donna, per rianimare la povera prigioniera, la quale, turbata e impressionata com’era, in un primo momento guardò con sospetto e quasi con spavento i nuovi venuti, che vide indistintamente e come attraverso una nebbia, a causa dell’esaurimento fisico che aveva indebolito i suoi riflessi. Quando nei nuovi arrivati ravvisò un prete e una donna, provò un certo sollievo, e fissando meglio don Abbondio, le sembrò di riconoscerlo, ma non osando credere ai suoi occhi restava come incantata. La donna le si avvicinò con atteggiamento affettuoso e, prendendole le mani per aiutarla ad alzarsi, la invitava ad andare con loro. Ma Lucia, non conoscendola, resisteva alle sue premure, poiché non si sentiva di affidarsi a una sconosciuta; e si rivolse al suo curato, chiedendogli se fosse proprio lui, perché a lei sembrava di sognare, di essere come fuor di sé. Don Abbondio la rassicurò che era proprio lui, e che era venuto a prenderla con quella buona donna, perché ormai era veramente libera. Allora la ragazza, riavutasi affatto, si alzò  in piedi senza indugio, e con grande trasporto esclamò: “E’ dunque la Madonna che vi ha mandati.” Quindi chiese se potevano proprio andare, se nessuno si opporrebbe, né i bravi né altri; e ricordò che veramente il signore del castello gliel’aveva promesso. Il curato le rispose che colui era venuto apposta con loro, per liberarla, e che stava aspettando fuori della stanza; e fece quindi premura a Lucia, per non farlo attendere ancora, un signore così nobile!

      L’Innominato, sentendo parlar di sé, ritenne di farsi vedere, e si affacciò timidamente all’uscio. La ragazza non poté trattenere un istintivo senso di paura, per cui si strinse alla buona donna, nascondendole il viso in seno. A quel gesto il signore, che aveva fatto qualche passo per avvicinarsi, si fermò indeciso, abbassò gli occhi con compunzione, e interpretando l’atteggiamento di Lucia come un muto rimprovero per ciò che lui le aveva fatto soffrire, mormorò umilmente: “E’ vero: perdonatemi!” Intanto sia la donna che don Abbondio cercavano di fare coraggio a Lucia, dicendo che colui era diventato buono, tanto da chiederle scusa del male arrecatole; a queste parole la ragazza alzò gli occhi verso il signore, e vedendolo così mortificato, fu presa da un sentimento misto di pietà e di riconoscenza, e disse con voce soave: “Oh, il mio signore! Dio le renda merito della sua misericordia!” Queste parole scesero come un balsamo nel cuore contrito dell’Innominato, che ringraziò commosso; quindi si avviò, precedendo la donna, che portava sottobraccio Lucia, mentre don Abbondio s’incamminò per ultimo. Giunti al cortile, il signore, “con una certa gentilezza quasi timida”, volle aiutare la ragazza a salire sulla bussola, sorreggendola per un braccio. Lucia questa volta non sentì alcuna ripugnanza, poiché nel suo animo sensibile aveva già compreso quanto quell’uomo fosse mutato; infatti poche ore dopo, parlando di lui alla madre, dirà con convinzione: “ora è un santo.”

      L’Innominato aiutò anche don Abbondio a montare in sella,   e la comitiva si mosse quando pure lui fu a cavallo. La sua fronte non era più atterrata e confusa, come poco prima davanti alla sua prigioniera; il suo sguardo aveva ripreso la durezza necessaria a tenere in rispetto quella torma di giannizzeri, di cui nessuno si moveva, perché questo era l’ordine che il padrone dava con quelle occhiate imperiose e significative. Il fiero cipiglio del signore ormai non dava alcun fastidio al nostro curato, il quale aveva finalmente capito che esso era indispensabile per tenere all’ordine quel branco di briganti, tra i più sfegatati e feroci d’Italia. Infatti, come s’uscì dalla valle, che costituiva come il dominio dell’Innominato, e non videro più i suoi bravi , la sua fronte s’andò spianando, e anche don Abbondio poté respirare più liberamente, mentre prima, davanti a quei masnadieri che lo guardavano con certe occhiate, si sentiva come oppresso, e pensava inorridito: se costoro immaginano che io sia venuto a convertire il loro padrone, e a togliere loro il pane, povero me! mi martirizzano! E lui, lo sappiamo, non si sentiva nessuna vocazione per il martirio, e non vedeva l’ora di essere fuori da quella faccenda.

      La brava donna invece si rivelò subito all’altezza della situazione; per cui possiamo ben dire che il suo parroco aveva fatto un’ottima scelta, dimostrando di avere buon fiuto. Infatti, appena entrata nella lettiga, con molta discrezione, abbassò le tendine, per sottrarre la ragazza a sguardi indiscreti e metterla quindi a suo agio; “prese poi affettuosamente le mani di Lucia, s’era messa a confortarla, con parole di pietà, di congratulazione e di tenerezza.” E vedendo che l’ignoranza degli avvenimenti, che la riguardavano, teneva ancora la poverina in uno stato di turbamento, il quale le impediva di godere pienamente la gioia della liberazione, pensò bene di dirle tutto quello che sapeva, e dell’Innominato che si era convertito, e del Cardinale il quale, essendo in visita pastorale alla sua parrocchia, aveva avuto un colloquio col signore che inaspettatamente era andato a trovarlo, e avendo saputo del suo rapimento, aveva subito mandato una sua lettiga, per prenderla e portarla nel paese dov’era lui. Lucia, conosciuto il nome del paese dov’erano diretti, molto vicino al suo, pensò subito  a sua madre, esprimendo il desiderio di poterla presto rivedere; e la buona donna rispose compiacente che la manderebbero a prendere senz’altro, non sapendo che già ci aveva pensato il gran cuore del Cardinale. Poi aggiunse che era stata invitata a venire al castello dal suo curato, per incarico dell’Arcivescovo, concludendo che lei doveva davvero ringraziare Dio, perché era stata salvata in maniera proprio miracolosa, per un mirabile intervento della Divina Provvidenza. Le parole sincere, affettuose e infervorate della buona donna riuscirono nell’intento di rianimare Lucia, cosa che non era affatto riuscita, come abbiamo visto, alla vecchia del castello. Quanta differenza tra le due donne! mentre nell’una ogni tenero sentimento è spento insieme alla religione, nell’altra ogni umano senso d’amore è vivificato e quasi sublimato dalla carità cristiana. Non vogliamo con questo affermare che la buona donna che andò a rilevare Lucia sia senza difetti; ha anch’essa le sue pecche, come per esempio un certo senso di sé, un certo orgoglio; ma è tanto naturale e innocente questo orgoglietto, da apparire quasi simpatico, come quando si rallegra di poter ospitare la ragazza senza alcuna preoccupazione economica, perché benestante. E’ anche una donna di molto intuito, che si è subito accorta del poco valore di don Abbondio, intorno al quale esprime un giudizio preciso, per nulla indulgente: “E trovandosi al nostro paese anche il vostro curato… ha pensato il signor cardinale di mandarlo anche lui in compagnia; ma è stato di poco aiuto. Già l’avevo sentito dire ch’era un uomo da poco; ma in quest’occasione, ho dovuto proprio vedere che è più impicciato che un pulcin nella stoppa.” In queste parole un po’ maliziosette si avverte quel certo orgoglio di cui abbiamo parlato; infatti nell’affermazione che il curato è stato di poco aiuto, è implicita un’indiretta esaltazione del proprio ruolo. Si potrebbe dire anche, a voler giudicare con rigore, che la brava donna pecca contro la carità e l’umiltà evangelica, che c’impone di non criticare il prossimo; ma torno a dire che essa non è una santa, ma solo una buona donna, “una donna di cuore e di testa”, quale appunto la desiderava il Cardinale. Per certi aspetti del carattere ella rassomiglia a quella buona vedova che già conosciamo da un pezzo, la nostra Agnese, la quale anch’essa non ha troppi peli sulla lingua; e vedremo tra poco che non la modera affatto verso don Abbondio, che accusa dinanzi al cardinale di aver mancato al proprio dovere. Eppure Agnese è una donna timorata di Dio e caritatevole, e per tutto il resto irreprensibile; il suo unico difetto è di essere un po’ ciarliera, oltreché di manica larga riguardo alla liceità di certe azioni, come il matrimonio di sorpresa. Direi però che la moglie del sarto è un tantino superiore come spiritualità: la carità della vedova appare alquanto più angusta.  

      A don Abbondio, durante il viaggio di ritorno, era naturalmente passata quella gran paura, specialmente quando fu del tutto fuori da quella brutta valle e dalle grinfie dei suoi temibili abitatori; ma il suo animo fu solo per poco  del tutto sgombro da ogni preoccupazione. Poi subito si presentarono altri pensieri tormentosi, che prima erano, per così dire, latenti nelle pieghe del suo animo dominato dalla paura. Il Manzoni in proposito ci dà questa bellissima similitudine: “come, quand’è stato sbarbato un grand’albero, il terreno rimane sgombro per qualche tempo, ma poi si copre tutto d’erbacce.” Il grand’albero finalmente sradicato è appunto “quella pauraccia” del castello, del suo padrone e dei suoi masnadieri, che gli aveva amareggiato il viaggio di andata; le erbacce nate al suo posto sono invece le nuove preoccupazioni, non così vistose, ma pur esse fastidiose, come possono essere le eriche e le ortiche che ingombrano un passaggio obbligato. 

      Nel viaggio di ritorno il nostro curato avvertì innanzi tutto la scomodità del cavalcare per quei greppi, lui che non c’era affatto abituato; e la mula, quasi per farlo apposta, voleva sempre camminare sul ciglio del sentiero, proprio sul burrone; sicché il poveretto, a ogni passo, temeva di essere catapultato nella voragine. Cercò ripetutamente, tirando le briglie, di far spostare quella testarda verso il centro della mulattiera, per non vedersi sotto gli occhi quell’abisso che gli dava le vertigini, ma non ci fu verso; sembrava che la bestia provasse un gusto matto a mettere gli zoccoli sull’orlo! E don Abbondio, dopo averla stizzosamente apostrofata in cuor suo: “hai anche tu quel maledetto gusto d’andar a cercare i pericoli, quando c’è tanto sentiero!”, desistette da ogni ulteriore tentativo e si lasciò “condurre a piacere altrui”, com’era suo destino. Infatti, proprio quella mattina, s’era lasciato indurre da Perpetua a recarsi nel paese dov’era il Cardinale, per ossequiarlo, mentre ne poteva benissimo fare a meno, secondo lui; e ora si rodeva contro “la signora Perpetua”, la serva padrona, non meno che contro la mula cerca-pericoli. Un’altra preoccupazione, meno immediata ma forse più grave, gli veniva da quel “bestione di don Rodrigo” il quale, non potendosela prendere né col Cardinale né con l’Innominato per il fallimento scandaloso e rumoroso della sua bell’impresa, poteva essere tentato di sfogarsi contro di lui, che non c’entrava per nulla. Ma tant’è! e conclude amaramente: “I colpi cascano sempre all’ingiù; i cenci vanno all’aria.” La sua filosofia pessimistica è resa più sconsolata dalla costatazione che il cencio è diventato proprio lui, lui che non s’impiccia mai di niente e di nessuno, lui che chiede soltanto di essere lasciato in pace.  Ma tutti ce l’hanno con lui, sia i birboni che i santi! Anche il Cardinale, non poteva farne a meno di metterlo in ballo a quel modo? non bastavano il signore e la donna per andare a prendere Lucia?... E se poi Sua Eccellenza voleva andare a fondo della faccenda del matrimonio, chiedendogli  conto della negata celebrazione? E se al Cardinale veniva in mente di fare della pubblicità su quella benedetta conversione, mettendo in mostra anche lui, che voleva essere dimenticato? Oh povero lui!... in questo caso don Rodrigo non gliela perdonerebbe certamente! Oppure doveva andare da lui, al palazzotto, a mettere in chiaro le cose, per abbonirlo,  per fargli vedere che nella sgradevole circostanza si era trovato immischiato per mera obbedienza, tirato proprio per i capelli? Ma obbietta a sé stesso: “parrebbe che volessi tenere dalla parte dell’iniquità. Oh santo cielo! Dalla parte dell’iniquità io! Per gli spassi che la mi dà! Basta; il meglio sarà raccontare a Perpetua la cosa com’è; e lascia poi fare a Perpetua a mandarla in giro.” Una volta tanto la loquacità della serva gli può essere utile, come mezzo di pubblicità, dopo essergli stata tante volte dannosa! Il soliloquio termina con una costatazione molto triste: “Ah! vedo che i miei ultimi anni ho da passarli male.”

      Le parole di don Abbondio meritano qualche commento: egli dunque si scandalizza che qualcuno lo accusi di essere dalla parte degli iniqui; eppure lui – e glielo dimostrerà tra pochi giorni il suo arcivescovo – obbedendo puntualmente a don Rodrigo, si era schierato proprio dalla parte dell’iniquità, tradendo i suoi figlioli spirituali, affidati alle sue cure, i quali si fidavano del loro parroco, almeno prima che prevaricasse così sfacciatamente. L’iniquità, è vero, non gli dava degli spassi (e se glieli avesse dati, l’avrebbe seguita per questo?), ma essa gl’incuteva certamente un tale spavento, che ne subiva il comando, collaborando praticamente con essa.

      Comunque, per evitare ogni pubblicità e ogni cerimonia inutile, don Abbondio decise di tornarsene subito a casa sua, una volta giunto al paese e condotta felicemente a termine la sua missione; e così fece. Non essendo il Cardinale ancora uscito di chiesa, il nostro curato lasciò all’Innominato i suoi ossequi e le sue scuse verso il superiore, dicendo che doveva assolutamente tornare alla sua parrocchia per affari urgenti; quindi ossequiò il signore e partì in fretta, dopo aver recuperato il “suo cavallo”, cioè il bastone, lasciato in un canto. L’Innominato rimase lì solo, attendendo che il Cardinale uscisse dalla chiesa.

      La buona donna fece condurre Lucia direttamente a casa sua, per rifocillarla, e intanto si compiaceva cordialmente con la ragazza per il fatto che quel giorno, considerato, in paese, festivo per la presenza dell’Arcivescovo, non c’era la gatta sul focolare, poiché tutti cercavano di festeggiare anche a tavola l’eccezionale avvenimento. Infatti, mettendo della legna minuta sotto il calderotto, in cui stava a cuocere un bel cappone, “fece alzare il bollore al brodo, e riempitane una scodella già guarnita di fette di pane, poté finalmente presentarla a Lucia.” Non senza una punta di compiacenza disse alla sua ospite che loro se la passavano benino; quindi aggiunse: “Sicché mangiate senza pensieri intanto; ché presto il cappone sarà a tiro, e potrete ristorarvi un po’ meglio.” Notiamo volentieri il conversare cordiale e arguto della padrona di casa, tale da mettere davvero il buon umore in chi l’ascoltava; e ammiriamo anche la sua grande discrezione, segno di buon senso e di naturale intelligenza. Infatti non rivolse mai a Lucia una domanda curiosa, per quanto desiderasse sapere di lei tanti precedenti, che ignorava; ma l’alto senso della sua missione, che non era quella di cicalare, ma di consolare e rianimare, le fecero vincere la naturale curiosità. La finezza di questa brava donna è dimostrata anche dal bel garbo e dal notevole tatto con cui seppe mettere a suo agio l’ospite, una volta che l’ebbe condotta a casa sua. E Lucia, rimessasi un po’ in forze per il pasto, e soprattutto confortata dalla cordiale accoglienza, “andava intanto assettandosi, per un’abitudine, per un istinto di pulizia e di verecondia:” la civetteria infatti non può albergare in un animo così profondamente religioso, e neppure un innocente desiderio di comparire;  la ragazza riordina le sue vesti e i suoi capelli solo per un innato senso di decoro, per rispetto della sua persona,  della casa che l’ospitava e dei suoi abitatori.

      Dopo aver rassettato le trecce, ricompose il fazzolet