Bruno Camaioni

I PERSONAGGI DE’ “I PROMESSI SPOSI”
Analisi critiche
Opere di Bruno Camaioni
Notizie sull'autore
Bruno Camaioni è nato a
Grottammare (AP) nel 1917, si è laureato in Lettere all'Università di Roma nel
Uno di costoro, ritenendo che esse siano interessanti e anche formative per i valori che inculcano, ha preso l'iniziativa di metterle man mano in rete, affinché chiunque le possa leggere liberamente e senza spese.
Solo la sua autobiografia, scritta per insistenza dei figli, non sarà per ora resa nota, per ovvi motivi di discrezione. Dopo la sua morte anch'essa sarà messa in rete, per chi vorrà conoscere meglio quest'uomo che intendeva restare ignorato.
Note sul diritto d'autore
Delle opere pubblicate di Bruno Camaioni ne è consentita la copia e la distribuzione gratuita, su qualsiasi supporto, preservandone l'integrità (inclusa la presente dicitura) e citandone l'autore.
Opere attualmente disponibili in rete (anche attraverso eMule):
Opere depositate ad aprile 2005 e novembre 2005 (*).
Questo saggio sui personaggi dei
“Promessi Sposi” è nato nella scuola, come frutto di personale
riflessione critica maturatasi nel contatto vivo e giornaliero con le
giovani menti dei discenti, per cui penso che esso debba riuscire utile
soprattutto ad essi,nel lavorio inteso ad approfondire i problemi critici che
scaturiscono dall’analisi dei vari caratteri che compaiono nel capolavoro
manzoniano; mi auguro però che la lettura di questo libro possa tornare
proficua per chi, anche fuori delle esigenze scolastiche, si senta interessato
a una tematica estetica e morale, e voglia quindi rivolgere la propria
attenzione alla ricca tipologia del romanzo.
Tutti sanno che il concetto
di arte, per il Manzoni, è basato sul vero, sull’utile, sull’interessante.
Ebbene, i personaggi dei “Promessi Sposi” come possono essere definiti, se non
veri, utili e interessanti? Essi sono veri, perché tratti dalla realtà perenne
della vita e dalla viva esperienza dell’Autore; utili, perché ci propongono una
problematica etica che stimola al confronto dei comportamenti, all’autocritica
e, in definitiva, al miglioramento morale; interessanti, perché sono tutti così
artisticamente riusciti e, alcuni, così ricchi di poesia, da restare indelebili
nel nostro cuore come nella nostra immaginazione.
I personaggi manzoniani
sono naturalmente calati in un contesto sociale e in una realtà
storico-geografica nettamente definita, cioè nella Lombardia del XVII secolo,
sotto la tronfia, inetta e rapace dominazione spagnola; ma i tipi umani di
questi personaggi, siano essi storici o d’invenzione, sono di ogni età, perché
l’animo umano non muta nei secoli, almeno nei suoi pregi e difetti essenziali.
Perciò con i personaggi manzoniani noi possiamo sempre instaurare un rapporto
attuale, un confronto di idee, che risulta di grande attualità e interesse sia
dal punto di vista estetico che da quello morale. E dal confronto scaturisce il
giudizio.
Nel Manzoni, cattolico
convinto e nella vita e nella produzione letteraria edita dopo la cosiddetta
conversione, è sempre prevalente il giudizio morale, come in Dante; ma questo
giudizio non è rigido e intransigente come nella “Divina Commedia”, bensì mite
e bonario, espresso con arguzia e spesso condito di sorridente umorismo. Il
cristianesimo dei “Promessi Sposi” è, per così dire, evangelico, mentre quello
di Dante potrebbe definirsi, in un certo senso, biblico, in quanto egli vede in
Dio più la giustizia che la misericordia. Il messaggio del Vangelo è il
sostrato del romanzo, così com’è la suprema regola di vita del suo Autore;
questo sublime messaggio, di giustizia di pace di amore, nutre del suo succo
vitale le più belle pagine del romanzo,
dà sostanza e vigore alla narrazione, illuminandone ogni situazione
esistenziale.
Sui personaggi manzoniani
si sono scritti innumerevoli libri, a cominciare da quello, ben noto, di Luigi
Russo; tuttavia io confido di aver detto, in questo mio lavoro, qualcosa di
utile e anche, mi si perdoni l’immodestia, qualcosa di nuovo. Anche se tiene
conto ovviamente dei precedenti studi, il mio è un lavoro tutto “di prima mano”,
scaturito da una lettura ripetuta, oltre che attenta e amorosa, del capolavoro
manzoniano. Lettura ripetuta, ho detto, perché questo romanzo lo si gusta e
comprende appieno solo riflettendoci su e sapendo leggere, come suol dirsi, tra
le righe. A questo proposito voglio citare una chiara ammissione di Benedetto
Croce, il quale nel 1952[1], scriveva: “Per parte
mia, soglio rileggere questo libro periodicamente, e ne traggo sempre
commozione e conforto, e sempre rinnovata ammirazione per la perfezione della
forma.” Se il Croce, con il suo profondo
acume critico, sentiva il bisogno di rileggere ogni tanto il romanzo, che cosa
dovremmo fare noi, uomini dotati di comuni capacità! E quanto appare ridicola e stolta la sicumera
di qualche studentello il quale, dopo una prima e frettolosa e forse saltuaria
lettura, sentenzia che il romanzo del Manzoni è farraginoso e seccante! Certo,
non è il racconto a fumetti cui forse è
abituato.
Come potrà costatare chi
avrà la bontà e la pazienza di leggere il mio lavoro, l’analisi dei vari
personaggi è stata condotta in modo ampio ed esauriente, ma spero senza uggiosa
prolissità; se poi consideriamo il numero dei personaggi presi in esame, mi
sembra proprio di non averne trascurato nessuno, almeno di quelli su cui valeva
la pena di soffermarsi. Se ciò non costituisce un pregio, è però un assunto di
completezza di cui mi si vorrà dare atto.
Se “il lungo studio e il
grande amore” con cui mi sono accostato ai “Promessi Sposi” abbiano prodotto
buon frutto, dovrà giudicarlo il lettore; io mi riterrò ben pago se avrò
contribuito, anche un poco, a fargli conoscere il capolavoro del Manzoni nei
suoi valori più profondi e inespressi, onde gustarne la finezza delle analisi
psicologiche e apprezzarne la saggia moderazione del giudizio morale. E la
moderazione dell’Autore sia per noi di esempio e di monito!
Roma, 25 ottobre 1971
Lucia è una creatura quasi perfetta: in lei la sensibilità naturale è stata affinata dalla religione, formando un carattere di rara soavità, unita a prudenza e fortezza cristiana. Ella ha avuto la fortuna di essere guidata spiritualmente da un frate santo, il padre Cristoforo, il quale nutriva per lei l’ammirazione e la compiacenza che si può sentire per chi ha meritato la pienezza della grazia divina con la sua umiltà e docilità, con la sua sconfinata fiducia nell’amore e nella provvidenza di Dio.
Le sue virtù sono quindi quelle che si possono trovare in una religiosità sentita e profonda: amore filiale verso Dio, carità verso il prossimo veramente evangelica, accompagnata da una prudenza cauta e intelligente; il tutto soffuso di un pudore incantevole, quasi celestiale, tanto da poter sembrare eccessivo o magari irreale; per lei insomma potremo riesumare la frase bellissima della Bibbia: “pura come colomba, prudente come serpente”.
La mitezza e la dolcezza della sua indole va però unita alla fortezza cristiana, alla tenace resistenza al male morale, alla pugnace volontà di non cedervi mai; doti quasi virili, che non si sospetterebbero in una ragazza in apparenza così timida e fragile.
Ha una concezione morale molto rigida; in questo non assomiglia troppo a sua madre: Agnese è un po’ di manica larga in fatto di comportamento morale, la figlia invece è intransigente; la madre è alquanto ciarliera, Lucia al contrario è estremamente riservata; Agnese è un po’ tirata, lei invece è generosa; la madre si lascia talvolta trasportare da sentimenti punitivi verso chi ha fatto del male alla sua figliola, la quale al contrario perdona sempre e prega per i suoi stessi persecutori, secondo il dettame evangelico.
Mi sembra quindi che non sia nel giusto il De Sanctis quando definisce Agnese “una Lucia in reminiscenza”; grande è infatti il divario spirituale tra madre e figlia. Porterò un esempio: quando Lucia, liberata, racconta sobriamente alla mamma il terrore del rapimento e le angosce della prigionia, Agnese si lascia trasportare da sentimenti di vendetta contro don Rodrigo, che evidentemente era la causa prima di tutti quei mali:
“Ah anima nera! Ah tizzone d’inferno! Ma verrà la sua ora anche per lui. Domineddio lo pagherà secondo il merito; e allora proverà anche lui…”
Ma la figlia amorevolmente la interrompe:
“No,
no, mamma; non gli augurate di patire, non l’augurate a nessuno… No, no!
Preghiamo piuttosto Dio e
Il rispetto, anzi la venerazione che ha verso la madre non impedisce a Lucia di contraddirla qui e altrove, tutte le volte che la sua coscienza “dignitosa e netta” non può approvare la morale un po’ addomesticata della madre. Lo vediamo nella faccenda del matrimonio clandestino, suggerito da Agnese; la figlia contrasta quel disegno con validi argomenti, e soprattutto con un dilemma che non offre scappatoie: “o la cosa è cattiva, e non bisogna farla; o non è, e perché non dirla al padre Cristoforo?” Questo ragionamento così esatto e rigoroso dimostra anche la spiccata intelligenza di Lucia, certamente superiore a quella della madre e anche a quella, pur notevole, di Renzo.
Questo intuito naturale, affinato dalla profonda religiosità, permette a Lucia di comprendere lo stato d’animo dei suoi persecutori, e le suggerisce quasi istintivamente quelle parole che toccano il cuore del Nibbio e dell’Innominato. Riascoltiamole, quelle parole semplici ma cariche di commozione, quelle parole insostituibili che venivano dal cuore e andavano dritte al cuore. Al Nibbio dice supplichevole:
“Cosa v’ho fatto di male io? Sono una povera creatura che non v’ha fatto niente. Quello che m’avete fatto voi, ve lo perdono di cuore; e pregherò Dio per voi. Se avete anche voi una figlia, una moglie, una madre, pensate quello che patirebbero, se fossero in questo stato. Ricordatevi che dobbiamo morir tutti, e che un giorno desidererete che Dio vi usi misericordia. Lasciatemi andare, lasciatemi qui: il Signore mi farà trovar la mia strada”.
Non dissimili sono le parole che rivolge a colui che la tiene prigioniera nel suo castello:
“Sono una povera creatura: cosa le ho fatto?... Cosa posso pretendere io meschina, se non che lei mi usi misericordia? Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia! Mi lasci andare! Non torna conto a uno che un giorno deve morire di far patir tanto una creatura… Perché lei mi fa patire? Mi faccia condurre in una chiesa. Pregherò per lei, tutta la mia vita… Mi conduca lei in chiesa… quei passi Dio glieli conterà.”
Lucia è ingenua, schietta e sincera fino allo scrupolo. Quando la madre, alla presenza del Cardinale, si lascia prendere dal suo risentimento e accusa apertamente don Abbondio per non aver fatto il suo dovere, adducendo per di più “il pretesto dei superiori”, Lucia, “non contenta di quella maniera di raccontar la storia”, non bada alle occhiatacce della mamma, e confessa umilmente il male che avevano fatto loro col tentativo di celebrare il matrimonio contro le regole. Ella non pensa ad accusare, ma ad accusarsi, perché si sente effettivamente in colpa.
Lucia è amante della verità e della giustizia, scevra da ogni infingimento. Quando donna Prassede, benefattrice dal cuore arido, dipinge Renzo a tinte fosche, come un “birbante venuto a Milano per rubare e scannare”, Lucia lo difende per amore della verità, anche sapendo che la sua difesa sarà fraintesa dalla signora, la quale ne trarrà il pretesto per tormentarla ancora a lungo. Se fosse stata meno schietta o meno amante del giusto e del vero, avrebbe accettato in silenzio l’ingiusto giudizio della matrona, pur di evitare i reiterati rabbuffi dell’ispida padrona di casa, la quale non aveva ombra di carità cristiana nel cuore, pur essendo dedita alle pratiche esterne della carità.
Lucia è cristianamente forte e non acconsente mai al male, ma lotta contro di esso finché glielo consentono le sue forze. Se cede momentaneamente al male, lo fa soltanto per evitare un male maggiore. Riguardo al matrimonio clandestino, si oppone sino all’ultimo, e alla fine acconsente solo per evitare il peggio, cioè l’esplosione dell’odio vendicativo di Renzo contro don Rodrigo. E infatti il giovane, dopo il suo consenso, rientra in sé stesso e quasi si vergogna del suo furore e delle sue parole per nulla cristiane. Del resto Lucia è convinta che la cosa propostagli, per quanto illecita, non riveste gravità; altrimenti sua madre, che ha timor di Dio, non gliel’avrebbe suggerita. Anche se non se ne rende conto, ella cede anche per un impulso di amore, perché capisce che ormai solo così potrà realizzare il suo sogno di sposare chi ama; e per questo il Manzoni, finissimo psicologo, annota che ella forse non fu “in tutto e per tutto malcontenta d’essere stata spinta ad acconsentire”.
Ma se in quella occasione cedette per
un impulso di amore, anche se inconfessato, lo fece sostanzialmente perché era
convinta di non andare contro la volontà di Dio; ché altrimenti sarebbe stata
irremovibile. Infatti quando nel lazzaretto, ancora convalescente dalla peste,
rivede inaspettatamente Renzo, non cede affatto alle sue minacce di mandare al
diavolo il mestiere e la buona condotta, se lei non sarà sua moglie. Piange,
soffre le pene dell’inferno, ma non si piega, perché ciò che lui chiede è per
lei peccato gravissimo, nera ingratitudine verso il Signore e
“O Vergine santissima, aiutatemi voi! Voi sapete che, dopo quella notte, un momento come questo non l’ho mai passato. M’avete soccorsa allora; soccorretemi anche adesso!”
Quindi si rivolge a Renzo con tono di accorato rimprovero:
“Per carità, Renzo, per carità, per i vostri poveri morti, finitela, finitela; non mi fate morire… Non sarebbe un buon momento. Andate dal padre Cristoforo, raccomandatemi a lui, non tornate più qui, non tornate più qui.”
Sono parole significative che denotano, insieme con l’angoscia dell’animo, anche l’amore che Lucia ancora nutriva per il giovane, amore che si era repentinamente riacceso per la presenza di lui, tanto da far vacillare la sua fedeltà al voto. Nel suo cuore la lotta era stata terribile, e lei sentiva di aver avuto dei tentennamenti; ecco perché disse: “Non sarebbe un buon momento” per morire. Infatti si sentiva colpevole di un certo cedimento interiore, quasi un pentimento o un rincrescimento del voto fatto, anche se poi era riuscita a ricacciare la tentazione. Ma si sentiva debole e insicura, temeva di soccombere a un nuovo assalto; i moti del cuore, i sensi stessi insorgevano contro la sua decisione; ecco perché supplicò: “non tornate più qui”. Se Renzo fosse tornato all’attacco, che cosa sarebbe successo?
Lucia era una creatura celestiale, eppure si sentiva debole davanti alla tentazione di venir meno al voto; era una tentazione terribile, che si insinuava in tutti i suoi pensieri, che sorgeva dal suo stesso amore per Renzo, che il voto non poteva certamente spegnere. La poverina si sentì assalire da questa tentazione sin dal primo momento in cui, nella casa del sarto, si rammentò del voto; prima che potesse controllarsi, pensò desolata:
“Oh povera me, cos’ho fatto!”
L’amore di Lucia per Renzo bisogna intuirlo da queste espressioni, capirlo da un gesto, da uno sguardo, saperlo leggere insomma tra le righe. Il Manzoni rifugge dalla descrizione dell’amore, per intimo pudore non dissimile da quello di Lucia; egli ci fa però comprendere l’intensità del sentimento della ragazza da tante espressioni apparentemente indifferenti, ma pregne di un affetto profondo, da alcune reticenze, da certe interruzioni significative.
Scegliamo qualche esempio, da cui traspare l’amore di Lucia per Renzo anche dopo il voto. Allorché la giovane rivelò il segreto alla madre, le chiese accoratamente di aiutarla a mantenere la promessa fatta a Dio; però aveva desiderio di avere anche notizie di Renzo, e pregò la madre di mandargliele:
“E voi, la prima volta che avete le sue nuove, fatemi scrivere, fatemi saper che è sano; e poi… non mi fate più saper nulla”.
Voleva dunque saperlo sano, ma poi non voleva più averne alcuna notizia, perché a ogni notizia di Renzo si sarebbe riacceso più impetuoso nel suo animo il conflitto tra il voto e l’amore. Ma in quello stesso colloquio chiese alla madre di mandare all’ex-fidanzato metà dei cento scudi ricevuti dall’Innominato; lo chiese con tutto il cuore, quasi supplice, mostrando come “il suo cuore faceva ancora a mezzo con Renzo, forse più che lei medesima non lo credesse”. Quando poi, alcuni mesi dopo, seppe che il giovane “era vivo e in salvo e avvertito” del suo voto, “non desiderava più altro, se non che si dimenticasse di lei; o, per dir la cosa proprio a un puntino, che pensasse a dimenticarla”. Non sembri una sfumatura di poco conto: Lucia era sicura che Renzo non la poteva dimenticare, come neppure lei poteva dimenticare lui; ma tuttavia doveva cercare di dimenticarla, come appunto si sforzava di fare lei con lui, ma invano.
Mi sembra quindi che Lucia sia una ragazza profondamente innamorata, ma di un amore puro e cristianamente inteso, il quale trova il suo naturale coronamento nel matrimonio religioso; non sono perciò d’accordo con Francesco De Sanctis che trova in lei “assai poco di quel femminile, che ci rende così amabili le Giuliette e le Margherite”. Certo, l’amore di Lucia non esplode come passione travolgente, e lei è ben diversa dai due celebri personaggi femminili dello Shakespeare e del Goethe; ma il suo amore è tenero e fedele, radicato nell’animo più che nei sensi. Forse il Manzoni ha ricavato la figura di questa ragazza soave dalla donna che lui amò di più, la sua adorabile Enrichetta. Non si dica quindi che Lucia è una fanciulla troppo ideale perché possa trovarsene un riscontro nella realtà: ragazze come Lucia ce ne sono sempre state nelle famiglie cristiane, e se ne trovano anche oggi, a dispetto della sensualità e dell’erotismo che tentano di dissacrare il vero amore.
Lucia è un personaggio nuovo di donna nella nostra letteratura e nella stessa produzione manzoniana. In questa abbiamo la figura di Ermengarda, che per certi aspetti potrebbe far pensare a Lucia, a parte le profonde differenze storiche e sociali. Non oserei però mettere l’amore di Lucia per Renzo sullo stesso piano di quello della principessa longobarda per Carlo. L’amore di Ermengarda è certamente più appassionato, ma non più intenso né più tenero di quello di Lucia; e l’una e l’altra, per pudore innato, non sanno esprimerlo né confessarlo interamente, ma lo custodiscono gelosamente nell’animo con dolce sollecitudine.
Lucia è estremamente riservata; ma l’amore che le inonda il cuore lo fa intendere in modo indiretto, magari con lo sguardo o col tono della voce, che danno un calore insolito alle espressioni più semplici e usuali. Renzo sapeva molto bene che, come alle parole e ai complimenti di certe persone bisogna togliere la tara della piacenteria, così a quelli di Lucia bisognava aggiungere tutto l’affetto segreto che trapelava appena nelle espressioni esteriori. Il giovane “intendeva bene che quelle parole non esprimevan tutto ciò che passava nel cuore di Lucia; del resto era facile accorgersi che aveva due maniere di pronunziarle: una per Renzo, e un’altra per tutta la gente che potesse conoscere”. Se una somiglianza tra Lucia e Ermengarda c’è, essa consiste proprio in questo pudore virginale, che rende l’amore più tenero e pregiato, quando naturalmente sia compreso dalla persona amata. Renzo aveva certamente capito l’amore segreto di Lucia, mentre forse Carlo Magno non aveva compreso appieno quello della sua sposa; ma le struggenti parole della figlia di Desiderio potrebbero stare anche sulle labbra dell’umile popolana del romanzo:
“ né tutta mai
Questo labbro pudico osato avria
Dirti l’ebbrezza del mio cor segreto.”
Se Lucia non fosse stata così pudica e fedele nel suo amore, se non fosse stata così umile e casta, sarebbe rimasta certamente lusingata dalla corte di don Rodrigo, avrebbe facilmente scambiato per amore la passione sensuale di lui (è così facile a quell’età illudersi nel campo sentimentale!), magari vedendo nel giovin signore il “principe azzurro” che è nel cuore di ogni fatua Cenerentola. Ma la bella popolana, che ha risvegliato la bramosia erotica di don Rodrigo, non è una fatua né una vanerella; essa è una donna saggia, e ha dato il suo cuore a un giovane della sua condizione, ma onesto e buon cristiano; e la corte del nobile, lungi dal lusingarla, le fa paura, perché la sa mossa da una brutale passione.
A proposito della bellezza di questa ragazza, certamente notevole se attirò l’attenzione del giovane cavaliere, il Manzoni non spreca troppe parole; egli ce la fa intuire più che descrivercela, appunto come fa col suo amore per Renzo. Questo artista sommo non indulge alla moda dei narratori, non cerca i facili effetti suscitati dall’argomento della bellezza e dell’amore, è anzi schivo di quelle descrizioni che in ogni tempo hanno formato la grande attrattiva per avere un gran numero di lettori. Egli non vuol gareggiare con i romanzieri alla moda, che mandano in sollucchero le adolescenti; egli ha in uggia il trito sentimentalismo, e odia la sensualità che forma l’unica attrazione di tanta narrativa; egli va dunque contro corrente e, cosciente di avere ben altro da dire, schifa i soliti ammennicoli degli scrittori in cerca di popolarità o meglio di guadagno.
Della bellezza fisica di Lucia il Manzoni ci dà solo dei fuggevoli cenni, ricordando “ora i lunghi e neri sopraccigli” ora i capelli ora gli occhi; ma egli ci fa capire che la bellezza dell’anima della ragazza è superiore a quella del suo viso.
Per lo scrittore cristiano quello che più conta è l’anima, la parte spirituale di noi, quella che possiamo affinare sino alla perfezione, sicché la sua bellezza è soprattutto merito nostro; il corpo è quale ce l’ha dato madre natura, e se questa ci ha concesso la bellezza , dobbiamo essergliene grati, ma anche pensare che di questa dote dobbiamo fare buon uso, perché anche di essa dobbiamo rendere conto come di ogni altra.
E che la bellezza di Lucia fosse più spirituale che fisica, è confermato dalla delusione di quanti, nel paese del Bergamasco dove Renzo andò a stare, si aspettavano che la sposa, di cui si era fatto un gran parlare, “avesse i capelli proprio come l’oro, e le gote proprio di rosa, e due occhi l’uno più bello dell’altro”. Costoro, quando finalmente potettero vederla, cominciarono a criticare:
“Cos’è poi? Una contadina come tant’altre. Eh! Di queste e delle meglio, ce n’è per tutto. – Venendo poi a esaminarla in particolare, notavan chi un difetto, chi un altro: e ci furon fin di quelli che la trovaron brutta affatto.” Questo perché in quel paese si era creata, non per colpa di Renzo, un’attesa eccessiva della sua bellezza; e il Manzoni, da fine psicologo, avverte: “Ora sapete come è l’aspettativa: immaginosa, credula, sicura; alla prova poi, difficile, schizzinosa… e fa scontare senza pietà il dolce che aveva dato senza ragione.” Quando invece Renzo si accasò in un altro paese, dove di Lucia non c’era nessuna attesa, tutti furono contenti della ”bella baggiana”. Da questo si può vedere come le nozioni di bello e di brutto dipendano molto spesso dal nostro stato d’animo.
Dopo aver parlato delle doti, più morali che fisiche, della nostra protagonista, dovremmo per obiettività trattare anche dei suoi difetti. Ne avrà avuto anche lei, in quanto creatura umana e non angelica; di questo non c’è dubbio; ma dalla lettura del romanzo non è agevole scoprirli. Qualcuno ha pensato a una certa debolezza di volontà, a un’eccessiva arrendevolezza; ma a me non pare, anzi ho già detto che è una ragazza ben ferma nelle sue idee, soprattutto quando pensa che, venendo meno ad esse, offenderebbe Dio. Se cedette a Renzo infuriato nella questione del matrimonio clandestino, fu perché non lo riteneva una colpa grave e solo così poteva evitare un male peggiore, come il pervertimento morale di Renzo; ma non cedette affatto, nel lazzaretto, né alle minacce né alle lusinghe e nemmeno alle tenere perorazioni dell’ex-fidanzato, perché appunto riteneva che mancare al voto fosse una gravissima colpa, e lei preferiva soffrire qualunque cosa pur di non commetterla. Cedette anche alla Signora di Monza, allorquando costei volle inviarla al convento dei Cappuccini; ma sappiamo che lei cercò di sottrarsi a quell’incarico, con buone e veraci ragioni; e acconsentì soltanto quando la sua benefattrice, “ammaestrata a una scuola infernale”, si mostrò meravigliata della sua ingratitudine. Ingrata lei, che aveva verso la monaca tanta tenera riconoscenza, tanta umile devozione? E solo per non apparire, come non era, ingrata, si indusse a fare ciò che la sua abituale prudenza le sconsigliava, a uscire sola contro l’oscuro pericolo che presentiva.
Un critico recentemente ha parlato addirittura di Lucia “superstiziosa”, insinuando che la ritrosia della ragazza per il matrimonio clandestino derivi appunto dal fatto che quel giorno era venerdì, e si sa che per il popolino superstizioso “né di Venere né di Marte non si sposa e non si parte”. E questo tabù, come un incubo, avrebbe paralizzato tutte le energie della poveretta, la quale non riuscì quindi a pronunciare neppure la breve formula del matrimonio. A questa taccia di superstizione basta rispondere che chi è profondamente religioso non può essere minimamente superstizioso; la superstizione è la negazione della vera fede, del fiducioso e totale abbandono nella divina Provvidenza. Lucia usciva dalla scuola spirituale di padre Cristoforo, era una creatura eletta dalla Grazia, e la superstizione non poteva quindi deturpare la sua religiosità verace e profonda. La superstizione inoltre è frutto dell’ignoranza; ma Lucia, benché non sapesse né leggere né scrivere, non era affatto ignorante nel campo morale e spirituale, anzi era giunta a un livello così alto di spiritualità, da suscitare l’ammirazione di quanti, come il buon frate e il Cardinale, avevano in materia un fine intendimento unito a una lunga esperienza diretta e indiretta.
Qualcuno potrebbe dire che Lucia è troppo austera, troppo seria, perché non sorride e non scherza mai, assomigliando più a una zitella inacidita che a una ragazza ventenne. Per rispondere a questa critica, che ha una certa parvenza di verità, dirò che bisogna innanzi tutto tener conto del carattere di Lucia, che non è loquace ed estroverso, ma serio e meditativo; in secondo luogo dobbiamo badare alle circostanze della sua vita; come avrebbe potuto, la povera ragazza, ridere e scherzare in mezzo a tutti i guai che la bersagliavano? Tutt’al più poteva cercare di rimanere serena e fiduciosa, e ci riusciva solo mediante la preghiera e l’assiduo lavoro, che fugavano le apprensioni e i tristi pensieri.
Tuttavia, prima che i guai per lei cominciassero e dopo che furono finiti, possiamo cogliere qualche accenno della sua indole per nulla triste, ma ilare e soave, e talora anche amabilmente scherzosa.
Quando Lucia si veste per le nozze, da celebrare solennemente in chiesa, ed è ben lontana dall’immaginare la tempesta che sta per piombarle addosso a causa della turpe passione di don Rodrigo, anzi è ormai certa che colui ha rinunciato a ogni tentativo verso di lei vedendo il suo comportamento riservato, ella mostra apertamente la gioia del suo cuore, pur con la sua abituale modestia soave. “Le amiche si rubavano la sposa, e le facevan forza perché si lasciasse vedere; e lei s’andava schermendo, con quella modestia un po’ guerriera delle contadine, facendosi scudo alla faccia col gomito, chinandola sul busto, e aggrottando i lunghi e neri sopraccigli, mentre però la bocca s’apriva al sorriso”.
Il Manzoni aggiunge che la ragazza, oltre all’ornamento proprio della giornata delle nozze, “aveva quello quotidiano d’una modesta bellezza, rilevata allora e accresciuta dalle varie affezioni che le si dipingevano sul viso: una gioia temperata da un turbamento leggiero, quel placido accoramento che si mostra di quand’in quando sul volto delle spose e, senza scompor la bellezza, le dà un carattere particolare.”
I critici sono tutt’altro che concordi sul significato da dare all’espressione “modesta bellezza”: bellezza media, cioè non straordinaria né troppo appariscente, oppure bellezza soffusa di modestia cioè pudica? Il collocamento dell’attributo farebbe propendere per la prima interpretazione, ma forse l’Autore ha tenuto presente anche il secondo significato, e ha lasciato volutamente l’espressione nella sua pregnante vaghezza.
Anche alla fine dei suoi guai, quando è sposa e madre felice, per quanto felici si possa essere in questo mondo, Lucia mostra il suo carattere serio sì, ma anche sereno e ilare e, all’occasione, garbatamente scherzoso.
Infatti quando Renzo, facendo il moralista spicciolo, si mette a sciorinare tutte le cose che ha imparate dai suoi guai (non mettersi nei tumulti, non predicare in piazza, badare con chi si parla, non alzar troppo il gomito ecc.), Lucia, vedendo quella morale troppo angusta, perché senza una visione religiosa della vita e del problema del male, interrompe il suo moralista con un’osservazione acuta:
“E io, cosa volete che abbia imparato? Io non sono andata a cercare i guai: son loro che son venuti a cercar me.”
Ma per togliere il marito dall’imbarazzo e avviare un discorso costruttivo, aggiunge subito, sorridendo soavemente:
“Quando non voleste dire… che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di promettermi a voi.”
E’ uno scherzo garbato, che nasconde però un fondo di verità. Lucia, sin da quando cominciò a “discorrere” con Renzo, capì subito che era un bravo giovane, onesto e laborioso, ma non certamente della sua elevatezza spirituale e della sua sensibilità morale. Tuttavia, umile e modesta com’era, lo amò lo stesso con tutta l’anima, sperando di elevarlo col suo amore a una sfera superiore di spiritualità. Ma Renzo come levatura spirituale rimase sempre al di sotto della sposa, alla quale principalmente si deve quella conclusione morale del romanzo, che rappresenta “come il sugo di tutta la storia”, in quanto ci dà una visione più alta della vita con la soluzione cristiana del problema del dolore. Lucia nella sua umiltà e carità non vuole aver l’aria d’insegnare al marito, ma con le sue accorte osservazioni lo conduce discretamente a quella conclusione che lei aveva già da tempo trovata, per mezzo della sua superiore intelligenza e, soprattutto, della sua più profonda religiosità, qualità che lei si guarda bene dal far apparire.
L’umiltà e la dolcezza di Lucia è evidente in molte occasioni; per esempio, non se la prende affatto, anzi (possiamo scommettere) sorride con indulgenza allorché don Abbondio, divenuto a un tratto loquace e burlone per la notizia della morte sicura di don Rodrigo, la chiama “acqua cheta, santerella e madonnina infilzata”, ridicolizzando piuttosto grossolanamente quelle virtù profonde e sincere che il prete materialone non poteva certamente né comprendere né tanto meno ammirare.
Però questa mitezza e direi sottomissione, per la quale ella dà del “voi” a Renzo anche quando è diventato suo marito, in segno di rispetto, non deve trarci in inganno, facendoci credere che Lucia sia una debole, una remissiva anche davanti all’ingiustizia e alla violenza. No, ella si oppone al male risolutamente e con tutte le sue forze, anche fisiche, e possiamo essere sicuri che si sarebbe fatta piuttosto uccidere che violentare. Ai bravi che l’hanno rapita si oppone sino allo stremo delle forze, tentando ripetutamente di divincolarsi e di fuggire. Nel castello dell’Innominato rimane ostinatamente raggomitolata in un angolo della stanza, in un istintivo atteggiamento di difesa; e quando il superbo signore le comandò con voce tonante di alzarsi, sdegnato “d’aver due volte comandato invano”, la povera prigioniera obbedì solo in parte: si mise in ginocchio, come una martire davanti al persecutore, e disse:
“son qui: m’ammazzi.”
Quindi gli rinfaccia la crudeltà del rapimento e della prigionia “con una voce in cui, col tremito della paura, si sentiva una certa sicurezza dell’indignazione disperata.” Il suo rimprovero è breve, ma tocca il cuore:
“Perché mi fa patire le pene dell’inferno? Cosa le ho fatto io?”
In seguito, nel momento della liberazione, rivedendo colui che l’aveva fatta soffrire tanto, istintivamente fece un gesto come di “subitaneo ribrezzo”, stringendosi alla buona donna che era andata a liberarla e nascondendole il viso in seno; ma tosto lo rialzò, e comprendendo con un solo sguardo il dramma intimo dell’Innominato, gli rivolse quelle soavi parole che scesero come un balsamo sul suo cuore contrito e umiliato:
“Oh, il mio signore! Dio le renda merito della sua misericordia!”
Nessun rimprovero ricorre più sulle labbra della mite fanciulla, nemmeno una memoria del doloroso passato, ma solo un accorato e affettuoso ringraziamento, in un tono soave di pietà e di simpatia: “Oh, il mio signore!” Sono parole ineffabili e indimenticabili, pregne di carità cristiana, che rivelano “la luce intellettual piena d’amore” che rischiarava la bella anima di Lucia.
A qualcuno questa ragazza è apparsa piuttosto fuori della realtà, specialmente trattandosi di un’operaia analfabeta nata da stirpe di contadini. Rispondo che la nobiltà d’animo e l’elevatezza spirituale non traggono origine dall’estrazione sociale, né si commisurano alla vastità della cultura; la grazia del Signore poi predilige le umili e povere creature. E’ certo che Lucia incarna l’ideale cristiano celato in un animo femminile proveniente dal popolo; evidentemente il Manzoni credeva, nel suo realismo, che simili ragazze esistono specialmente nell’ambiente degli umili e dei diseredati, che sono più vicini a Dio e alla sua santa legge.
Renzo è un giovane di circa vent’anni, orfano di ambedue i genitori, e quindi tanto più bisognoso di affetto. Per buona sorte ha conosciuto, nel suo stesso paese, una brava e bella ragazza come Lucia, e subito ha deciso di formare con lei una famiglia cristiana. Agnese, madre di Lucia, è contenta del giovane che ha messo gli occhi sulla figliola, mentre costei, teneramente innamorata, attende con ansioso desiderio che “il sospiro segreto del cuore” sia solennemente benedetto in chiesa, col matrimonio religioso, per cui l’amore viene comandato e santificato dal sacramento. Padre Cristoforo, direttore spirituale della ragazza, viene messo al corrente delle oneste intenzioni di Renzo e, conoscendolo per un bravo figliolo, laborioso operaio e buon cristiano, approva calorosamente il fidanzamento; e quando sa della persecuzione di don Rodrigo nei riguardi di Lucia, le consiglia di affrettare le nozze. La ragazza, pur a malincuore, perché teme di essere mal giudicata dal fidanzato, deve fare forza a sé stessa e al proprio pudore facendo, com’ella dice, “la sfacciata”, pur di obbedire al prudente consiglio del confessore, nel quale riponeva cieca fiducia. E il matrimonio fu anticipato, da dopo Natale, a prima dell’Avvento; ma a nulla valse: il burbanzoso signorotto pose ugualmente il suo veto, e vano risultò ogni tentativo del buon frate. Costui aveva riposto una grande speranza in questa coppia di sposi cristiani, ai quali aveva deciso di lasciare, col “pane del perdono”, il suo più caro retaggio spirituale. Le parole che il santo frate rivolge loro nel lazzaretto dimostrano la grande fiducia che egli ripone nei due promessi:
“Io ho veduto in che maniera voi due siete stati condotti ad unirvi; e certo, se mai m’è parso che due fossero uniti da Dio, voi altri eravate quelli…”
Fra Cristoforo non si poteva ingannare sul conto di Renzo, perché probabilmente era confessore anche di lui, e comunque lo conosceva da gran tempo e l’aveva quasi visto nascere. Renzo ha dunque le doti del buon cristiano: onesto, laborioso, economo, serio, fedele, sincero, caritatevole e amante della giustizia. Queste belle qualità spiccano nei vari episodi del romanzo, e ci rendono tanto simpatico questo giovanotto, che si rivela anche ottimista, scherzoso, facondo, estroverso diremmo noi, e per di più tenace nei suoi propositi e pieno d’entusiasmo, soprattutto quando è convinto di lavorare per una buona causa.
Ora metteremo in luce qualche tratto del suo carattere, spigolando tra le molte pagine del romanzo che lo riguardano.
Renzo era innanzi tutto alieno dal sangue e dalla violenza: dote molto singolare in quel secolo spavaldo ne sanguinario, in cui sbudellare una persona era ritenuta una prodezza. Quando, nel forte del tumulto di Milano, davanti al palazzo del Vicario di provvisione assediato dalla folla inferocita, sente le nefande parole di quel vecchio malvissuto, il quale vuole crocifiggere con grossi chiodi il Vicario al portone della sua stessa abitazione, non esita a esprimere la sua viva riprovazione e il suo ribrezzo con parole veementi di rimprovero, rischiando perciò di essere linciato dalla folla inferocita, che lo prende per un servo del Vicario e addirittura per lo stesso Vicario travestito. E buon per lui che, proprio in quel momento, l’arrivo della lunga scala a pioli polarizzò a un tratto l’attenzione generale.
Renzo, scampato a quel brutto pericolo, non disarma, non se ne va ad accudire ai fatti propri: il suo senso di giustizia e il suo coraggio gli impongono di rimanere, per cercare di evitare l’esecuzione sommaria dell’assediato, che pur considera colpevole della carestia. E quando giunge il gran cancelliere Ferrèr “per condurre il Vicario in prigione”, Renzo si mette all’opera con grande animo per la riuscita di questo intento umanitario, perché odia l’ingiustizia e l’assassinio, l’arbitrio e la violenza, anche quella del popolo di cui fa parte. E’ perciò uno dei più validi collaboratori di Ferrèr in questo rischioso salvataggio, tanto che ne riceve più di un sorriso di ringraziamento, e ingenuamente crede di essergli già diventato amico. Ed eccoci a dover parlare della ben nota ingenuità del nostro giovane; secondo me, essa “in nuce” non è un difetto, nasce anzi come buona qualità, in quanto questa ingenuità non è altro che fiducia nella bontà e nella sincerità degli uomini; ma Renzo stesso si accorge del suo errore, quando ripetutamente constata la malafede altrui, e allora corre ai ripari.
“Renzo – dice il Manzoni – era un giovine pacifico e alieno dal sangue, un giovine schietto e nemico d’ogni insidia”.
Questa sua schiettezza nativa però lo espone a gravi pericoli, ed egli deve imparare a sue spese a non fidarsi troppo degli altri. E qui si rivela l’acume del montanaro, il quale si rende subito conto del suo errore, e riesce a scampare con estrema abilità dai guai che si è lui stesso tirati addosso. “Le tribolazioni aguzzano il cervello” afferma l’Autore, e Renzo, che è sveglio per natura, per necessità di cose diviene anche astuto e calcolatore, non certamente per far del male agli altri, ma per salvarsi lui stesso. Per esempio, dopo essere incappato in quel bargello travestito, nel timore di incontrarne qualche altro, non chiede affatto la strada ai presenti, una volta liberatosi dai birri, ma si allontana velocemente in una direzione qualsiasi, affidandosi al suo istinto di animale braccato. E quando, poco dopo, deve necessariamente informarsi della strada, se vuole uscire ad una porta che lo avvii in direzione di Bergamo, agisce con estrema prudenza e compie “forse dieci giudizi fisionomici, prima di trovar la figura che gli paresse a proposito”. Dopo aver scartato diversi tipi che per un motivo o per un altro gli davano sospetto, trova finalmente l’uomo che fa per lui: un uomo sincero che gli risponde garbatamente e con esattezza. Se il fuggitivo sa scegliere bene, non ostante il comprensibile orgasmo, lo deve alla sua intelligenza.
L’intelligenza di Renzo è pronta e intuitiva, per cui egli si rende subito conto della situazione. Per esempio, capisce subito che le gentili parole e gli amichevoli consigli del notaio criminale, che era andato ad arrestarlo nell’osteria di Milano, mascheravano l’apprensione e la paura per quanto i tumultuanti potevano osare; sicché, una volta in strada, fece esattamente il contrario di quanto gli era stato così scopertamente consigliato da quel “furbo matricolato” che, perduta la sua calma, non faceva che commettere sciocchezze. Renzo invece, che aveva ripreso tutto il suo sangue freddo e la sua lucidità, aveva immediatamente capito che poteva tentare con successo di uscire da quelle grinfie, e che non bisognava perdere quella occasione favorevole: “se non mi aiuto ora, pensò, mio danno”. E attuò il suo piano di fuga con un’abilità consumata: innanzi tutto, sporgendosi in avanti e indietro, cercò di richiamare su di sé l’attenzione dei passanti; e allorché i birri, per dargli una lezione, strinsero i manichini dando una girata ai legnetti, si mise addirittura a strillare facendo accorrer gente, e infine si ribellò apertamente appellandosi alla generosità del popolo; e gli andò bene: “audaces fortuna iuvat”. Ma Renzo osò dopo aver fatto bene i suoi calcoli.
Tutta la sua fuga da Milano è un capolavoro di prudenza e di abilità; quanto più si era mostrato ingenuo prima dell’arresto, tanto più divenne accorto dopo essere caduto nelle mani della Giustizia. Accorto e anche sospettoso; neppure del vino si fida più, perché gli ha giocato quel brutto tiro all’osteria della “luna piena”. Ormai non ha alcun dubbio che durante quella solenne sbronza, cicalando col sedicente spadaio così servizievole e procacciante, gli aveva spiattellato ingenuamente le proprie generalità, dopo aver così tenacemente rifiutato di declinarle all’oste che invece era in dovere di chiedergliele. E per evitare che qualche oste possa di nuovo chiedergliele, decide di passare la notte magari su un albero, come un uccello, ma non in un’osteria. Qui possiamo notare la grande schiettezza di Renzo, che non pensa nemmeno lontanamente a inventare un nome finto; e quando in seguito, nel Bergamasco, assumerà il nome di Antonio Rivolta, lo farà certamente per iniziativa del cugino Bortolo, con partecipazione personale tanto scarsa, che quando veniva chiamato, le più volte non rispondeva, inducendo così il nuovo padrone a crederlo un po’ intontito.
Renzo durante la fuga da Milano mostra una grandissima prudenza: non solo non vuole seguire la via maestra, dove giustamente temeva di essere inseguito, ma evita rigorosamente di dare anche la minima indicazione sul suo conto. Vediamo con quanta disinvoltura sa schermirsi dalle domande curiose della vecchia nella piccola osteria di campagna; e con abilità sopraffina, approfittando della stessa curiosità dell’ostessa, riuscì a conoscere il nome di “quel paese, piuttosto grosso, sulla strada di Bergamo, vicino al confine, però nello stato di Milano”, che lo avrebbe tolto dal grande imbarazzo di chiedere a ogni piè sospinto la strada per Bergamo, il che “gli pareva puzzar tanto di fuga, di sfratto, di criminale”. Uscendo da quella osteriuccia egli potrà, con molta naturalezza e senza destar sospetto, domandare ai passanti la strada per Gorgonzola, il paese indicatogli appunto dalla curiosa vecchietta.
Molto accorto il nostro fuggitivo si dimostra anche nell’osteria di Gorgonzola, dove uno degli sfaccendati che erano lì in attesa di notizie dalla capitale, gli chiese a bruciapelo se veniva da Milano. Renzo, sorpreso dall’inaspettata domanda del curioso, e non volendo rispondere affermativamente per non compromettersi, cerca di guadagnar tempo con delle risposte evasive; e quando non può più eludere la reiterata domanda, risponde pacatamente:
“Vengo da Liscate”, perché in realtà veniva anche da questo paese, essendoci passato.
Questa risposta ci dimostra ancora una volta che Renzo non è capace di dire bugie; e questo rispecchia il rigorismo giansenistico dell’Autore, che si oppone al lassismo morale di certa casistica gesuitica. Il nostro giovane si trae d’impaccio senza rincorrere a bugie, servendosi della sua intelligenza, e l’importuno, convinto che il viaggiatore non venisse da Milano, lo lascia in pace. Renzo, liberatosi da colui con tanta destrezza, si mise in attesa del cibo e dell’oste, al quale aveva già deciso di chiedere abilmente ciò che più gli premeva sapere, cioè la distanza dell’Adda, e dove la si potesse passare. Ma l’oste è un tizio molto curioso e un tantino malizioso, e Renzo comprende subito che deve usare tutta la sua scaltrezza, per non metterlo in sospetto. Perciò le domande, invero un po’ scottanti, sui traghetti dell’Adda, gliele rivolge “con un fare da addormentato”, come di chi chiede così per chiacchierare, per dire qualcosa. La cosa gli riesce abbastanza bene; ma quando vuole informarsi se esiste qualche altro traghetto meno lontano, adatto per “chi avesse bisogno di prendere una scorciatoia”, si tradisce alquanto, perché rivolge la domanda “con un’aria d’indifferenza portata fino all’affettazione”. L’oste, insospettito, lo squadrò “ficcandogli in viso due occhi pieni d’una curiosità maliziosa”; bastò questo a far capire a Renzo che non era il caso d’insistere su quell’argomento; e infatti egli deviò subito il discorso, chiedendo se il vino era sincero, ben sapendo che gli osti sono sempre pronti a decantare le doti del proprio vino. E le lodi del proprio vino fecero dimenticare all’oste il sospetto concepito poco prima sul conto del forestiero. Se Renzo si era alquanto scoperto, era avvenuto perché aveva commesso un errore di dosaggio della sua “aria d’indifferenza”: aveva esagerato, cadendo nell’affettazione; ma si accorse immediatamente della topica e riparò in modo brillante, il che dimostra ancora una volta la sua pronta intelligenza.
Renzo è generoso e caritatevole. Allorché si reca da don Abbondio per il matrimonio di sorpresa, prende un po’ di denaro con l’intenzione di regalar generosamente il curato, quando questi l’avesse, suo malgrado, servito. In precedenza aveva regalato venticinque berlinghe a Tonio per il piccolo servizio di fargli da testimone assieme al fratello Gervaso, e offrì anche da mangiare a tutti e due. A Menico, che gli aveva portato con tanto rischio il prezioso avviso di padre Cristoforo, regala una berlinga nuova fiammante. Intende compensare con un po’ di denaro sia il barcaiolo che lo traghetta, insieme con Lucia e Agnese, oltre il lago, sia il barocciaio che li trasporta a Monza; ma l’uno e l’altro, essendone stati pregati dal santo frate, miravano a una ricompensa ben diversa, e ritirarono la mano quasi con ribrezzo, come fosse loro proposto di rubare, quando Renzo tentò di farvi scivolare degli spiccioli.
Il nostro giovane si mostra grato a tutti quelli che gli danno un qualunque aiuto, e li ringrazia sempre con grande calore; e non lo fa per semplice buona educazione, ma per un sincero trasporto dell’animo verso chi gli fa del bene. Ringrazia anche il sedicente spadaio Ambrogio Fusella, che crede un galantuomo, perché si è offerto d’accompagnarlo in un’osteria in cui starebbe molto bene, cioè in prigione; e anche se a quell’osteria non arriva, in quanto Renzo ne trova prima un’altra, tuttavia ringrazia l’accompagnatore del suo buon cuore e l’invita cordialmente a bere un bicchiere con lui. La mattina seguente ringraziò i suoi liberatori con poche parole, ché il tempo stringeva, ma così di cuore:
“Grazie tante, figliuoli: siate benedetti.”
Ringraziò calorosamente anche il barcaiolo che lo portò in salvo sulla riva sinistra dell’Adda, e lo compensò con una berlinga ”che, attese le circostanze, non fu un piccolo sproprio”; e infine nel Bergamasco, dopo essersi rifocillato all’osteria, dà alla povera famiglia che langue sulla strada tutto ciò che gli rimane, esclamando:
“La c’è
Sicché giunse al paese del cugino Bortolo senza un soldo in tasca, ma con una grande fiducia nell’aiuto della divina Provvidenza la quale, se si era servita di lui per sostentare quella famiglia, come avrebbe poi potuto abbandonare colui al quale “aveva dato un sentimento così vivo di sé stessa, così efficace, così risoluto?” E il buon cuore di Renzo viene subito compensato dalla cordiale accoglienza del cugino che gli procura anche un lavoro.
La gratitudine è tanto radicata nell’animo di Renzo, che ringrazia anche i monatti che l’avevano accolto sul loro carro, anche se per lui sarebbe stato più sicuro squagliarsela “insalutato ospite”, per evitare che coloro potessero fare qualche gesto, qualche pubblicità “che mettesse in malizia i passeggeri” nei suoi riguardi. Ma non gli piace andarsene alla chetichella dopo essere stato salvato; perciò dice loro di tutto cuore:
“Vi ringrazio della vostra carità: Dio ve ne renda merito”.
Purtroppo il monatto più vicino gli risponde:
“Va’, va’ povero untorello; non sarai tu quello che spianti Milano”.
Buon per Renzo che non c’era lì nei pressi nessun cittadino che potesse udire queste parole; altrimenti sarebbe ricominciata la caccia all’untore, e quell’epiteto di “untorello” lo avrebbe messo in un altro bel guaio! E questo per aver voluto ringraziare anche quei ribaldi. Nel lazzaretto, allorché padre Cristoforo lo ospita nella sua capanna, offrendogli la minestra e il vino, vediamo con quale commossa riconoscenza lo ringrazia:
“Tocca a lei a far codeste cose? Ma già lei è sempre quel medesimo. La ringrazio proprio di cuore.”
E con quanta maggiore tenerezza lo ringrazia “vivamente con gli occhi”, quando il santo frate ha sciolto il voto di Lucia, ultimo ostacolo alla sua felicità! Renzo sente per il buon padre una devozione veramente filiale, conscio com’è di tutti i benefici che ne ha ricevuti; e quando dovette distaccarsi definitivamente da lui, sicuro di non rivederlo più sulla terra, provò una stretta al cuore e, come dice sobriamente il Manzoni, “stette lì a guardarlo fin che non l’ebbe perso di vista”. Quanto muto accoramento!
Il cuore di Renzo non è soltanto generoso e riconoscente, ma è anche molto tenero e facilmente si commuove davanti al bisogno e alla sventura. Per esempio, egli accorre subito, proprio “di corsa”, alle invocazioni della povera donna sequestrata in casa con i figlioli, perché il marito è morto di peste, e sentendo che essi muoiono di fame, dona immediatamente i due pani che ha in tasca, e quindi con cristiana sollecitudine avverte un prete della penosa situazione di quella sventurata famiglia. Poco dopo, sempre in Milano desolata dalla peste, vediamo come rimane commosso sino alle lagrime, allorché vede quella giovane madre accomodare la sua morticina sul carro dei monatti con tanta affettuosa cura, e poi parlarle con tanta serena speranza, dandosi l’appuntamento in cielo e con lei e con gli altri cari già ghermiti dalla peste. E con quanta intima partecipazione al dramma sublime della fede e del dolore innalza a Dio la sua accorata preghiera per quella mamma veramente cristiana:
“O Signore! Esauditela! Tiratela a voi, lei e la sua creaturina: hanno patito abbastanza, hanno patito abbastanza!”
Renzo è anche ottimista e tenace; non perde mai la fiducia, neppure nei peggiori momenti, e sempre spera in un domani migliore. La forza che lo sostiene deriva dalla fede in Dio e dall’amore per la sua Lucia. Sostenuto da questi due grandi sentimenti, egli lotta sempre contro le avversità e non si scoraggia mai. Per quasi due anni è costretto a vivere lontano dalla sua amata, ma pensa sempre a lei, e non appena può si mette alla ricerca di lei, senza farsi spaventare né dalla difficoltà dell’impresa in sé, né dalla cattura che gli pende sul capo. E il buon frate non può che lodarlo per questa sua costanza che lo spinge a una ricerca quasi disperata:
“Dio… certamente benedice questa tua perseveranza d’affetto, questa tua fedeltà in volere e in cercare colei ch’Egli t’aveva data.”
E qui facciamo punto con l’analisi delle buone qualità del nostro protagonista, ché altrimenti non la finiremmo più; e chiediamoci piuttosto se egli non abbia anche dei difetti. La risposta è senz’altro affermativa. Renzo non è Lucia, fanciulla quasi angelica, alla quale ci è stato difficile trovar dei pur piccoli difetti; i difetti di lui sono macroscopici, e non è difficile scoprirli; anzi Renzo stesso è pronto a riconoscerli, ad accusarsi dei suoi errori e a denunciare le proprie manchevolezze. Infatti alla fine del romanzo, quando già i grandi guai sono finiti ed egli è ormai sposo e padre felice, si impanca a moralista e facendo, come si direbbe oggi, l’autocritica, si mette a elencare tutte le cose che ha imparato dai suoi errori. Dall’elenco si nota che egli si accusa soprattutto d’imprudenza e d’intemperanza:
“Ho imparato a non mettermi nei tumulti; ho imparato a non predicare in piazza; ho imparato a guardare con chi parlo; ho imparato a non alzar troppo il gomito; ho imparato a non tenere in mano il martello delle porte, quando c’è lì d’intorno gente che ha la testa calda; ho imparato a non attaccarmi un campanello al piede, prima d’aver pensato quel che possa nascere.”
Riguardo all’imprudenza, siamo d’accordo: è uno dei suoi principali difetti, che lo mette in tanti guai, dai quali per fortuna si può liberare in grazia della sua intelligenza sveglia, che subito gli fa scoprire l’errore e gli suggerisce il rimedio.
Riguardo all’intemperanza, cioè al bere troppo vino, non possiamo parlare di vero e proprio difetto, perché gli accade una sola volta, e certamente gli dobbiamo riconoscere molte attenuanti: il gran gridare, la gola secca, tutta l’agitazione di quella giornata straordinaria, che lo aveva un po’ esaltato con la sensazione inconscia di esserne stato un primo attore.
Ma la sbronza, per le sue gravi conseguenze, gli serve di lezione per tutta la vita; ne rimane tanto scottato, che il giorno dopo non ne vuol proprio sapere di vino, e allorché la vecchia dell’osteria di campagna glielo offre assieme con lo stracchino, lo rifiuta recisamente, perché – spiega il Manzoni – “gli era venuto in odio, per quello scherzo che gli aveva fatto la sera avanti”.
Ma il vino è anche un buon amico, per chi lo sappia bere con moderazione e durante i pasti. Un detto popolare ammonisce: chi non beve vino è una pecora, chi ne beve giusto è un leone, chi ne beve troppo è un maiale. Quindi Renzo si ricrede presto del suo troppo assoluto ostracismo, e viene a patti ragionevoli con Bacco. Infatti già alla fine di quella memorabile giornata di fuga, in cui le sue gambe avevano macinato parecchie decine di chilometri, sedutosi stanchissimo nell’osteria di Gorgonzola, “chiese un boccone e una mezzetta di vino”, perché – commenta l’Autore, - “le miglia di più, e il tempo gli avevano fatto passare quell’odio così estremo e fanatico”, per il quale aveva giurato di non berne mai più.
Renzo era per abitudine sobrio, e quella sbornia di Milano fu dovuta a un insieme di fattori straordinari e concomitanti, principalmente all’arsura della gola per aver tanto gridato a favore di Ferrèr e della giustizia, per cui tracannò alcuni bicchieri di seguito prima di cominciare a mangiare; e il fumo del vino gli salì subito alla testa appunto perché non era abituato a berne troppo, e tanto meno a digiuno. Quell’arsione molesta gli impedì di dosarne la quantità; ma quei tre o quattro bicchieri, osserva il Manzoni, “a un bevitore un po’ esercitato non avrebber fatto altro che levargli la sete.” Andato su di giri in grazia di quei primi bicchieri ingozzati a stomaco vuoto, il nostro eroe non seppe più controllarsi; e sentendosi la mente un po’ annebbiata, “per uno di quei falsi istinti che, in tante cose, rovinan gli uomini, ricorreva a quel benedetto fiasco”, aggravando sempre più il suo stato, finché la sbronza divenne proprio solenne, con tutte le conseguenze che sappiamo.
A questo proposito l’Autore fa una bella osservazione:
“Le abitudini temperate e oneste recano anche questo vantaggio, che, quanto più sono inveterate e radicate in un uomo, tanto più facilmente, appena appena se n’allontani, se ne risente subito; dimodoché se ne ricorda poi per un pezzo; e anche uno sproposito gli serve di scuola”.
E’ proprio il caso di ripetere: “Errando discitur”.
Quando il Cardinale chiede a don Abbondio informazioni su Renzo, il curato lo dipinge come “un giovane un po’ vivo, un po’ testardo, un po’ collerico”. Naturalmente il giudizio non è troppo sereno; su di esso pesa un certo risentimento per il modo risoluto col quale Renzo gli aveva cavato di bocca il nome di colui che non voleva far celebrare il matrimonio: il giovane aveva chiuso la porta della stanza, mettendosi in tasca la chiave e, consapevolmente o no, aveva anche messo “la mano sul manico del coltello che gli usciva dal taschino”. Ma noi non sapremmo dar torto a Renzo per il modo in cui si comportò in quella occasione; fu violento e impulsivo, è vero, ma per difendere il suo diritto, per non essere infinocchiato, per sapere quello che era suo diritto sapere.
Se don Abbondio fosse stato un vero sacerdote, e si fosse messo dalla sua parte contro la prepotenza, il giovane non sarebbe certamente ricorso a maniere coercitive. Questo il curato lo sapeva bene; tant’è vero che, costretto a motivare il suo giudizio dall’arcivescovo, “con più particolari e precise domande, dovette rispondere ch’era un galantuomo”. Davanti al suo superiore egli non poteva certo accusare Renzo né per la maniera brusca con cui gli aveva cavato dalla bocca il nome di don Rodrigo, né per il tiro birbone del matrimonio contro le regole: le accuse infatti si sarebbero ritorte contro di lui, perché proprio lui lo aveva costretto a ricorrere a quei mezzi, col mancare al suo preciso dovere sacerdotale. Perciò si rimangiò le sue insinuazioni poco benevole, e dovette riconoscere – obtorto collo – che Renzo era un galantuomo; il che era la sacrosanta verità.
Tuttavia nell’analisi astiosa di don Abbondio c’è qualcosa di vero: il nostro giovane è molto impulsivo e piuttosto corrivo all’ira. La sua spiritualità non è profonda, e quando è ferito nei suoi sentimenti più cari, il risentimento subito lo acceca e gli fa concepire anche l’omicidio. Lo vediamo al ritorno dalla canonica, dopo aver conosciuto il nome del suo rivale: “ in quei momenti, il suo cuore non batteva che per l’omicidio”. Infatti, “internandosi, con feroce compiacenza, in quell’immaginazione”, pensava di prendere il suo fucile, di appostarsi in un luogo solitario, di freddare il prepotente signorotto, di correre a salvarsi oltre il confine.
Ma poi si ricordò di Lucia, e subito dileguarono quelle truci fantasie. Badate: pensò a Lucia, non a Dio e alla sua legge di amore e di perdono; ciò dimostra che la religiosità di Renzo non è radicata e profonda, ma è, per così dire, riflessa: deriva da quell’angelo di fede e di bontà che si chiama Lucia; è lei che lo sostiene e lo eleva “in più spirabil aere”.
Ma anche in presenza di quest’angelo Renzo si lascia accecare dall’ira sino al furore omicida; e allora pronuncia parole terribili: “Sì, la farò io, la giustizia; lo libererò io, il paese: quanta gente mi benedirà…! E poi in tre salti…!” In tre salti sarebbe andato a mettersi in salvo nel territorio bergamasco!
Povero Renzo! Questa volta è tanto fuori dei gangheri, che nemmeno la soave fidanzata riesce a calmarlo, se non promettendo di andare al matrimonio clandestino, al quale fino allora non aveva acconsentito. Ma il nostro giovane in questa circostanza fu anche un po’ astuto, nel suo furore: aveva capito che solo spaventando Lucia, con la minaccia di fare un atto inconsulto, poteva smuoverla e farla desistere dal suo diniego nei riguardi della proposta materna; e perciò invece di calmarsi alle preghiere di Agnese e alle suppliche di Lucia, si era mostrato sempre più furibondo, sino a che la ragazza, presa dal terrore, acconsentì precipitosamente al piano che le era stato proposto: “Sì, sì: verrò dal curato, domani, ora, se volete; verrò. Tornate quello di prima; verrò.”
E allora la grande ira di Renzo sbollisce come per incanto, troppo presto; e in noi si radica il sospetto che quel gran furore fosse in parte artefatto, mirasse cioè allo scopo di far recedere Lucia dal suo ostinato rifiuto; scopo che prontamente ottenne. Certo, non bisogna pensare a un disegno preconcetto del giovane, ma a qualcosa di inconscio, di per così dire istintivo: a un tratto, nella sua gran collera, vedendo sbiancare Lucia per lo spavento, balenò a Renzo l’idea di poterla piegare per quella via; egli “sentì” che solo in quel modo poteva vincerla, e si abbandonò tutto al suo furore. Dato lo scopo, possiamo perdonarlo.
Ma quello che sembra inconcepibile è che Renzo si lascia accecare dall’ira anche nel lazzaretto, in mezzo a quello spettacolo da apocalisse e da giudizio universale che avrebbe dovuto impressionarlo, e per di più davanti a fra Cristoforo, del quale egli aveva sempre sentito un po’ di soggezione; e qui non c’era alcun motivo per cui egli fosse indotto ad accentuare il suo furore, tutt’altro! Eppure si lascia trasportare affatto dalla collera ed esprime senza ambagi i suoi propositi assassini, gridando in faccia al frate che, nel caso non avesse trovato Lucia viva, avrebbe certamente scovato l’autore di tutti i loro guai, e ne avrebbe fatto giustizia lui, se la peste non l’aveva ancora fatta. Parole terribili egli pronuncia quasi fuor di sé, e ad accecarlo non è tanto l’odio per l’avversario, quanto la poca speranza di poter trovare Lucia viva in quel mortorio.
Il padre Cristoforo, che lo conosceva bene, per farlo rientrare in sé, non ricorre alle preghiere, ma alla più fiera rampogna. L’austero frate si mostra non solo amareggiato, ma anche sdegnato, e pronuncia pure lui parole terribili, chiamandolo per ben tre volte “sciagurato” e minacciando di abbandonarlo a sé stesso:
«Guarda chi è colui che castiga!... Colui che giudica, e non è giudicato! Colui che flagella e che perdona! Ma tu, verme della terra, tu vuoi far giustizia!... Va’, sciagurato, vattene!... Va’! non ho più tempo di darti retta.»
Sono parole di fuoco, parole che scuotono e che purificano; Renzo, preso con la maniera forte, rinsavisce subito, e questa volta perdona davvero e definitivamente il suo nemico:
«Sì, sì: capisco che non gli avevo mai perdonato davvero; capisco che ho parlato da bestia, e non da cristiano: e ora, con la grazia del Signore, sì, gli perdono proprio di cuore.»
Un altro difetto del nostro giovane è la testardaggine, la quale in certi casi lo fa apparire privo di tatto e di ogni riguardo, privo addirittura di delicatezza anche verso la sua cara e soave Lucia. E’ quello che avviene, sempre nel lazzaretto, quando cerca di smuovere la ragazza dal suo voto. Egli crede che quello di Lucia sia un falso scrupolo, da vincere alla solita maniera, cioè come nel caso del matrimonio clandestino, mostrandosi arrabbiato e minacciando di fare qualcosa di terribile, onde spaventare la poverina e farla acconsentire alle nozze.
Lucia infatti si spaventa, supplica e piange, ma non cede; e allora egli ricorre ad altri mezzi, più rudi e insidiosi, senza alcuna pietà per l’angosciato cuore della ragazza, che era ancora tanto innamorata. Renzo non bada più alle parole che dice, quanto esse siano offensive e ingiuste: anche per lui il fine giustifica i mezzi.
Infatti, atteggiandosi a vittima, lamenta che lei lo vuol lasciare, perché è stato perseguitato ed ha patito, perché è povero e sbandato; e infine insinua malignamente (inaudito!) che il voto è solo una scusa per lasciarlo.
Tutta la simpatia che abbiamo per Renzo è messa davvero a dura prova davanti a questo suo inqualificabile comportamento, a questa provocazione indecorosa che non ci saremmo mai aspettata da lui. Ma lo compatiamo lo stesso, perché sappiamo che lo faceva per amore: lui voleva arrivare ad avere Lucia, e non pesava davvero le parole, pur di giungere all’ambito scopo. I mezzi questa volta ci appaiono addirittura brutali verso una fanciulla tenera come Lucia, la quale infatti si sente davvero morire, ferita nel più profondo dell’anima da quelle parole ruvide, da quelle insinuazioni offensive per il suo affetto sincero.
Renzo qui si rivela un “uomo senza cuore”, e Lucia, nel suo angoscioso abbattimento, glielo rinfaccia apertamente; sì, uomo senza cuore, perché non ha alcun rispetto per il dolore e l’amore di lei, per la sua debolezza, e la vuol far capitolare, assalendola senza pietà e da tutte le parti.
Un ultimo difetto di Renzo si rivela nelle ultime pagine del romanzo: quello di essere suscettibile e permaloso. Avendo sentito dire, nel paese del Bergamasco dove è andato ad abitare, che alcuni criticavano la bellezza della sua sposa, si mette anche lui a trovar difetti alle donne degli altri, sino al punto da diventare sgarbato e disgustoso, alienandosi quelle simpatie che in un primo momento si era conciliate col suo carattere franco e cordiale.
Siccome “ognuno poteva essere uno dei critici di Lucia”, lui a buon conto li trattava male tutti, con un atteggiamento beffardo e urtante; “aveva un non so che di sardonico in ogni sua parola”, facendo dell’ironia su tutti e su tutto, finanche sul clima del paese!
Per fortuna andò subito via da quel paese, dove l’aria per lui era diventata quasi irrespirabile a causa dei rapporti tesi con la gente del luogo. Però dobbiamo per la verità riconoscere che egli fu provocato; la sua fu una reazione, esagerata per dire il vero, a delle vaghe voci, inopportunamente rapportategli dai soliti “amici” alla rovescia. In questo egli peccò di buon senso e di misura; ma lui non poteva permettere che si criticasse la sua Lucia! Guai a chi lo facesse!
“Ma si direbbe che la peste avesse preso l’impegno di raccomodar tutte le malefatte di costui”.
Infatti, essendo morto di peste in un paese vicino il proprietario di una filanda, il figlio volle disfarsene a qualunque prezzo; l’affare venne alle orecchie di Bortolo, che pensò di comprare l’opificio, a metà con Renzo; così costui divenne, da operaio, proprietario e andò ad abitare nel nuovo paese, dove la bellezza di Lucia non fu affatto criticata, tutt’altro! Infatti lì nessuno aveva sentito parlare di lei e delle sue peripezie, e nessuno l’aspettava, e nessuno si aspettava una nuova Venere; per cui piacque a tutti per la sua amabile grazia e per la sua “modesta bellezza”. E il marito ne gongolava, questa volta! Perché, se Renzo era suscettibile, lo era solo per Lucia: era dunque anche questa una prova di amore.
Per concludere, diremo che Renzo, pur con tutti i suoi difetti, e non ostante la sua permalosità a volte veramente urtante, è un bravo giovane simpatico, al quale non si può non voler bene per la sua onestà profonda e il suo amore fedele verso la sposa promessa.
Abbiamo già detto, tracciando il ritratto di Lucia, che non condividiamo la definizione del De Sanctis il quale, chiamando Agnese “una Lucia in reminiscenza” mostra di ritenere che la madre, a suo tempo, non fu dissimile dalla figlia. La differenza che c’è tra madre e figlia non è soltanto quella stabilita dagli anni e dalla maggiore esperienza di chi è nata prima, trent’anni prima per la precisione; la differenza è soprattutto di natura morale, spirituale, intellettuale. Lucia possiede una morale più intransigente, una spiritualità più profonda, una intelligenza più accentuata, una più fine sensibilità.
Ma con questo non si vuol dire che Agnese non sia una gran brava donna, una vedova e una madre direi esemplare. Ricordiamo che Lucia è stata educata da lei, ed è in parte merito suo se la figliola è cresciuta così religiosamente formata, così pudica e virtuosa. Certo, il merito principale va all’insegnamento di fra Cristoforo e soprattutto alla grazia di Dio, la quale scende più abbondante nelle anime più degne, cioè più umili e più pure; ma anche l’educazione materna ha la sua parte. La buona vedova ha educato la figliola senza l’aiuto del marito, e per tirarla su con tanta cura ha dovuto affrontare sacrifici non indifferenti, difficoltà certamente notevoli, dando prova di spirito d’iniziativa e di fortezza d’animo.
Agnese è una donna onesta e laboriosa, che ha riposto tutta la sua compiacenza nella sua unica figlia, e anche in colui che la vuol fare sua sposa, il quale già la chiama madre, mentre lei lo considera ormai come un caro membro della sua famiglia.
E quando il sospirato matrimonio viene impedito dal turpe capriccio di un potente, lei non si scoraggia, ma attinge alla sua esperienza i rimedi che ritiene più efficaci. Ha fiducia in Dio, ma anche nei mezzi umani, seguendo il motto: “Aiutati che Dio t’aiuta”. In un primo tempo spera nell’opera del padre Cristoforo, e quindi approva la figlia la quale lo ha mandato a chiamare per mezzo di fra Galdino, il loquace laico cercatore che ha bussato alla loro porta per la consueta cerca delle noci. Ma quando il tentativo del Padre di smuovere il signorotto dal suo turpe proposito non riesce, la buona donna crede giunto il suo momento. E’ vero che il cappuccino ha promesso loro che continuerà a proteggerli, a lavorare per loro, seguendo il filo che la Provvidenza gli ha posto in mano; ma questo filo a lei sembra troppo tenue e quasi enigmatico, e lei non vuole rimarsene con le mani in mano, vivendo di speranza inerte. Agnese si sente in certo qual modo investita di responsabilità e anche di autorità: è la più anziana della famiglia, a lei tocca consigliare ed agire. E in questa sua azione in difesa dei suoi cari ella appare fornita di buon senso e di notevole abilità non solo pratica, ma anche dialettica.
Vediamo dunque come agisce.
Innanzi tutto, come ogni buon capitano in una situazione difficile, rianima i suoi giovani: “Non bisogna poi spaventarsi tanto: il diavolo non è brutto quanto si dipinge”. Quindi in primo luogo consiglia di ricorrere a un bravo avvocato il quale, a quanto le consta, ha cavato altri da impicci peggiori. Ma siccome il ricorso all’avvocato finisce nel bel modo che sappiamo, Agnese ne pensa un’altra, attingendo alla vantata sua esperienza: il matrimonio di sorpresa.
Sa che la cosa non sta bene, ma ormai non c’è altra scelta; del resto è convinta che non è colpa grave, specialmente quando si agisce in stato di necessità, per colpa di un parroco che manca spudoratamente al proprio dovere sacerdotale. E allorché la figlia asserisce che è una cosa illecita e non bisogna perciò farla, si risente come offesa, perché si sente onesta e cristiana:
“Che! Ti vorrei forse dare un parere contro il timor di Dio?”
Agnese è fondamentalmente onesta, ma la sua morale è piuttosto elastica, come possiamo costatare qui e altrove.
La nostra vedova è anche abbastanza intelligente e, riguardo all’efficacia del matrimonio clandestino, sa ben convincere Renzo il quale non riesce a capire “come può essere che non istia bene, e che sia ben fatta, quand’è fatta”. Lo persuade con un esempio davvero calzante e con un linguaggio colorito:
“Ecco; è come lasciar andare un pugno a un cristiano. Non istà bene;ma dato che gliel’abbiate, né anche il papa non glielo può levare”.
La similitudine è pienamente azzeccata, non solo per gli effetti, ma anche per la gravità relativa del fatto in sé; infatti dare un pugno è una colpa lieve, e se c’è l’attenuante della provocazione, la colpa svanisce quasi del tutto; ma l’effetto del pugno è indubitabile, comunque sia stato dato, o a torto o a ragione. Renzo è subito conquistato da questo argomento semplice ma efficacissimo, e abbraccia il piano con grande entusiasmo.
Fattolo come suo, si mette immediatamente all’opera per attuarlo. Per trovare i due testimoni necessari, escogita un espediente “da far onore a un giureconsulto”; ma non pensa all’ostacolo di Perpetua, la quale non li avrebbe certamente fatti entrare, i promessi sposi, nella casa del curato.
Come superare questo ostacolo imprevisto?
A Renzo in difficoltà viene in aiuto la scaltra Agnese, la quale conosce il modo infallibile per incantare la fedele serva del curato; possiede per così dire lo specchietto magico per far calare quell’allodola e farla cadere in trappola: parlarle dei vari partiti matrimoniali che ella aveva rifiutati!
La nostra vedova, non c’è che dire, è molto scaltra, ma talora non sufficientemente perspicace dal punto di vista psicologico. Per esempio, quando propone il matrimonio di sorpresa, per convincere i due giovani della sua validità canonica, porta l’esempio di una sua amica la quale, essendo ricorsa a questo ripiego, aveva ottenuto il suo scopo di sposare colui che i suoi familiari non volevano; ma l’incauta Agnese si lascia sfuggire una conclusione che avrebbe fatto bene a tacere: “la poveretta se ne pentì poi, in capo a tre giorni”.
E’ chiaro che questa chiusa infausta non può che impressionare la pia Lucia, la quale è indotta a pensare che colei se ne pentì appunto perché aveva agito contro la santa legge di Dio; il fallimento di quel matrimonio le può apparire come una punizione divina, come una dimostrazione che esso non andava fatto.
Quindi con l’inopportuno esempio la madre ottiene l’effetto contrario; e invano cerca di correre ai ripari, asserendo che quel fallimento fu dovuto all’aver agito contro il volere dei genitori, mentre nel caso di Lucia era l’opposto. La sensibilissima figlia era rimasta colpita dall’infausta conclusione di quel matrimonio, e si era perciò confermata nel suo diniego, da cui recederà solo per lo spavento incussole da Renzo.
Come gran parte delle donne, Agnese è un po’ ciarliera, mentre sua figlia è tanto riservata. Per questo Lucia, che la conosce bene, non le rivela certe cose che non voleva si risapessero, come per esempio le lusinghe di don Rodrigo. La figlia non le parlò affatto di quegli incontri e degli adescamenti del signorotto, per “non mettere a rischio di viaggiar per molte bocche una storia che voleva essere gelosamente sepolta”.
Noi possiamo essere quasi sicuri (e Lucia certamente lo sospettava inorridendo a questo pensiero) che Agnese, se fosse venuta a conoscenza della cosa, non si sarebbe trattenuta dal riferirla alle comari, forse anche con un tantino di compiacenza che la bellezza di sua figlia avesse attirato gli sguardi di un giovane cavaliere.
Le mamme sono sempre un po’ vanesie in questo; e Lucia si sentiva morire di vergogna al solo pensiero che la madre potesse vantarsi anche minimamente del fatto. La figlia conosce esattamente i limiti di Agnese, la sua scarsa delicatezza e sensibilità, e perciò evita di dirle certe cose. Così fa anche per il voto di verginità; e protrae il silenzio sull’argomento finché non può fare a meno di rivelarglielo, soprattutto per farlo sapere a Renzo, e invitarlo a mettere il cuore in pace. I motivi di questo silenzio sono essenzialmente due: innanzi tutto il timore che la madre, “come aveva fatto nell’affare del matrimonio, mettesse in campo qualche sua regola larga di coscienza, e volesse fargliela trovar giusta per forza”, e in secondo luogo la quasi certezza che ella non avrebbe saputo mantenere il segreto.
Però, a onor del vero, quando Agnese viene informata del voto, comprendendo che si tratta di una promessa solenne fatta a Dio e alla Madonna, non rimprovera affatto la figlia né fa alcuna obiezione, ma curva il capo rassegnata, perché sa che non si può mentire a Dio.
Anche se la sua spiritualità non è profonda, ella sa che il voto è intangibile, e non mette affatto in campo delle ragioni contro di esso. Maliziosamente si potrebbe insinuare che Agnese si rassegna prontamente al voto, perché in fondo al cuore non le dispiace che la figlia, non sposandosi, rimanga solo sua e tutta sua, e resti sempre con sé.
Sarebbe un riaffiorare, seppure inconscio, dell’esclusivo ed egoistico amore materno. E’ vero che lei era stata tanto entusiasta del matrimonio della figlia con Renzo, che ormai considerava come un figlio; ma ora il giovane era sbandito, e chi sa quando sarebbe potuto tornare, ammesso che restasse fermo nella sua promessa, cosa di cui la povera vedova non poteva essere affatto sicura.
Agnese è una buona cristiana, come si dice; ma la sua sensibilità religiosa è piuttosto scarsa. Un esempio lo abbiamo dal capitolo VII. Allorché Renzo, fuor di sé per la rabbia, esprime chiaramente il bieco proposito di uccidere don Rodrigo, Lucia rimane esterrefatta, pensando alla grave offesa della legge di Dio e del precetto della carità, il quale ci impone di amare anche i nostri nemici, mentre Agnese pensa unicamente alla difficoltà dell’impresa, al rischio che si deve correre nell’attuarla, e soprattutto alle conseguenze dinanzi alla giustizia umana, la quale non potrebbe non muoversi, trattandosi di un nobile. Ella infatti, abbassando la voce, come se qualche spia del signorotto possa sentire, chiede al giovane:
“Non vi ricordate quante braccia ha al suo comando colui? E quand’anche… Dio liberi!... Contro i poveri c’è sempre giustizia”.
L’unico timore che essa esprime è che Renzo vada a farsi uccidere, dato che don Rodrigo era ben difeso da tanti bravacci; e anche nell’ipotesi che l’impresa fosse riuscita, Agnese sapeva bene che un plebeo non poteva sfuggire al capestro. Questo è il suo timore; nessuna preoccupazione di ordine morale e religioso affiora dalle sue parole. Per questa scarsa religiosità ella rassomiglia al suo futuro genero.
Proprio per questa spiritualità poco profonda, Agnese si mostra talora vendicativa, tanto da dover essere richiamata dalla figlia, la cui religiosità è ben diversa. Quando infatti viene a conoscenza del rapimento della figlia, riconoscendone subito responsabile don Rodrigo, lo maledice di cuore, augurandogli ogni male temporale ed eterno; per cui la figlia la riprende soavemente:
“Preghiamo piuttosto Dio e la Madonna per lui: che Dio gli tocchi il cuore”.
Agnese serba anche un certo risentimento verso don Abbondio per il suo comportamento vile e poco sacerdotale; e quando ha l’occasione di parlare a tu per tu col Cardinale, spiffera tutto sulla prevaricazione del curato; quindi, avendo l’apparenza di attenuare le accuse, quasi per pietà verso il povero prete, non fa che rincarare la dose:
“Non lo sgridi, perché già quel che è stato è stato; e poi non serve a nulla: è un uomo fatto così: tornando il caso, farebbe lo stesso.”
Con queste parole, mentre sembra voler scusare, aggrava l’accusa, facendo capire che non si è trattato di una colpa accidentale del parroco, ma di un suo modo di comportarsi vile ed egoistico, di una sua regola abituale di condotta diametralmente opposta ai doveri sacerdotali. Anche in questa occasione deve intervenire Lucia la quale, malgrado le occhiatacce della madre, confessa che anche loro hanno trasgredito la santa legge di Dio, tentando di realizzare un matrimonio contro le regole. In questo episodio è evidente il divario tra la morale un po’ addomesticata della madre, che vede solo i difetti altrui, e quella intransigente della figlia la quale non ammette sotterfugi e si accusa apertamente anche per una lieve colpa.
Agnese non ha tanti scrupoli neppure se deve dire una bugia, quando crede che sia utile per il raggiungimento del suo fine. Per infinocchiare Perpetua e allontanarla dalla porta della canonica, in occasione del matrimonio clandestino, non esita a imbastire tutto un racconto menzognero e inventato dalla “a” alla “zeta”, e lo fa con la massima disinvoltura e quasi con intimo compiacimento per la sua bravura. Lucia invece non direbbe una sola bugia per tutto l’oro del mondo; allorché Gertrude, nel mandarla al convento dei Cappuccini per farla rapire, le suggerisce di dire una bugia, nel caso la fattoressa le domandasse dove andava, si sente dolorosamente sorpresa e impacciata di dover ricorrere a quel sotterfugio. E possiamo essere certi che, se davvero fosse stata interrogata dalla fattoressa all’uscita dal monastero, quella bugia non avrebbe saputo dirla, tanto il suo animo rifuggiva da ogni infingimento.
Agnese è anche un po’ avara, un po’ tirata voglio dire; ma questo difetto può essere spiegato: essa è una povera vedova che non ha beni di fortuna, se non quella modesta casetta un po’ fuori del paese, circondata da qualche metro di orto; è ben naturale che sia molto parsimoniosa, e tra la parsimonia e l’esser tirati il passo è breve. Quando la figlia dà tutte quelle noci a fra Galdino, venuto per la questua, le fa “un volto attonito e severo”; e una volta partito il cercatore, la rimprovera apertamente per la sua prodigalità. Ma Lucia le rivela il motivo particolare di quell’abbondante offerta (far sì che il laico, incaricato di avvertire fra Cristoforo, possa tornare al più presto al convento), e la madre “la quale, coi suoi difettucci, era una gran buona donna,” approva l’operato della figliola:
“Hai pensato bene; e poi è tutta carità che porta sempre buon frutto”.
Quando riceve, dalle mani del Cardinale, tutti quegli scudi da parte dell’Innominato, accetta senza far troppe cerimonie; ringrazia di cuore, ma anche raccomanda al Cardinale di non dir nulla a nessuno, perché in quel paese non ci si poteva fidar troppo della gente… Qui, con la ben nota mancanza di delicatezza, osserviamo anche la disinvoltura che ella mostra dinanzi ai grandi personaggi. La notiamo una seconda volta quand’essa giunge al castello dell’Innominato, assieme a Perpetua e a don Abbondio, per sfuggire all’invasione dei lanzichenecchi.
Incontrato il signore tanto famoso, dopo le prime presentazioni e i saluti, subito gli si avvicina familiarmente all’orecchio e sussurra:
“Ho anche a ringraziarla…” alludendo agli scudi ricevuti.
Quegli scudi così cari, lei li portava ben cuciti dentro al busto, vicino al cuore! Non li aveva seppelliti sotto un albero, come quella scapata di Perpetua; lei li portava con sé, ben custoditi, perché costituivano l’unica sua risorsa.
Quanto aveva gioito e sognato nel riceverli!
Rileggete quella pagina del romanzo in cui l’Autore descrive, con un certo compiacimento divertito, il suo ritorno a casa col prezioso involto: “Andò a casa, zitta zitta; si chiuse in camera, svoltò il rotolo, e quantunque preparata, vide con ammirazione, tutti in un mucchietto e suoi, tanti di que’ ruspi, de’ quali non aveva forse mai visto più d’uno alla volta, e anche di rado; li contò, penò alquanto a metterli di nuovo per taglio, e a tenerli lì tutti, ché ogni momento facevan pancia, e sgusciavano dalle sue dita inesperte…”
Essa non stava più in sé per l’emozione; e quanti bei disegni subito fece, non per sé, ma per la sua Lucia che in tal modo, con tutto quel denaro, avrebbe più facilmente potuto coronare il suo sogno d’amore con Renzo. Col denaro a tutto si rimedia, col denaro tutto diventa facile!... Passò il resto della giornata ad almanaccare, a fare un progetto dietro l’altro, uno più magnifico dell’altro; quando si coricò, non riusciva a prender sonno per il mulinare di tutte quelle fantasie nel suo povero cervello; e allorché finalmente riuscì ad addormentarsi, sognò naturalmente i begli scudi d’oro che covava “in un cantuccio del suo saccone”.
Fu naturalmente per lei una brutta doccia fredda, quando seppe che la figlia non poteva più sposarsi a causa del voto; svanirono a un tratto tutti quei magnifici castelli in aria, tutti quei meravigliosi progetti: ormai per lei i preziosi scudi non avevano più nulla di affascinante! E quando la figlia le chiese di mandarne una metà a Renzo, non fece difficoltà, ma acconsentì subito, contrariamente alla stessa aspettativa di Lucia la quale, ritenendo quella condiscendenza piuttosto difficile, dato il carattere tirato della madre, aveva perorato la causa dell’ex-fidanzato con grande trasporto; e fu lei la prima a meravigliarsi delle altruistiche parole della madre:
“Ebbene, cosa credi? Glieli manderò davvero.”
Però in questo pronto acconsentire di Agnese, che pur amava tanto quegli scudi, possiamo vedere anche una riprova del buon cuore della nostra vedova la quale in seguito, quando andava da don Abbondio a farsi spicciolar qualche scudo per i bisogni giornalieri, gli lasciava sempre qualcosa per i poveri, e dobbiamo credere che lo facesse non per ispirazione del curato, piuttosto allergico alla generosità, ma di sua propria iniziativa.
Agnese dunque è nel complesso “una gran buona donna”, come appunto dice il Manzoni, pur coi suoi piccoli difetti, che quasi ce la rendono anche più simpatica.
Uno di questi è l’orgoglio, e innanzi tutto l’orgoglio materno; ma quale madre non sarebbe stata orgogliosa di una figlia come Lucia? L’orgoglio, in questo caso, confina con l’amore; e Agnese “si sarebbe, come si dice, buttata nel fuoco per quell’unica figlia, in cui aveva riposta tutta la sua compiacenza”.
Agnese è anche orgogliosa della sua esperienza e quindi dei pareri che sa dare. Quando consigliò di ricorrere all’avvocato, “Renzo abbracciò molto volentieri questo parere; Lucia l’approvò; e Agnese superba d’averlo dato…” consegnò al giovane i capponi da portare al dottore, “perché non bisogna mai andar con le mani vuote da que’ signori”, avverte saggiamente l’esperta donna.
Della sua esperienza non si deve dubitare; e quando il futuro genero avanza dei dubbi sulla validità del matrimonio di sorpresa da lei consigliato, quasi si offende:
“Come! State a vedere che, in trent’anni che ho passati in questo mondo, prima che nasceste voi altri, non avrò imparato nulla”.
Il suo orgoglio di donna navigata, che sa stare al mondo e conosce le creanze, si nota anche nell’incontro con l’Innominato, quando don Abbondio pretende di insegnare a lei e a Perpetua il modo di comportarsi con il nobile signore. Dopo i primi scambi di saluti, in cui la vedova si comportò con la disinvoltura che abbiamo visto, tutta gongolante lei “diede al curato un’occhiata che voleva dire: veda un poco se c’è bisogno che lei entri di mezzo tra noi due a dar pareri”.
Agnese è una donna arguta, vivace, di reazioni immediate, tutta estroversa, come appunto Renzo col quale va pienamente d’accordo. E’ ciarliera. È vero, e anche un tantino vendicativa; don Abbondio, che la conosce bene, quando è convinto che il Cardinale non sa ancora nulla del suo rifiuto di sposare i due promessi, esclama tra sé quasi incredulo:
“Agnese è stata zitta: miracolo!”
Ma il miracolo non era avvenuto: la donna aveva già spifferato tutto, con grande piacere, perché si era così sfogata un po’. Però, come potremmo noi far carico alla povera vedova per quello sfogo tanto naturale contro il comportamento del parroco, così anticristiano e scandaloso? Anzi, considerando le conseguenze salutari, per lo stesso don Abbondio, di questo sfogo del tutto comprensibile, possiamo dire che Agnese in definitiva fece bene ad avvertire il superiore, perché è opportuno che gli errori dei subalterni siano risaputi da chi può provvedere e rimediare ad essi. Questo, che può sembrare un fare la spia, in certi casi invece si configura come preciso dovere morale, perché la denuncia di certe colpevoli manchevolezze può evitare altro male; ed è un dovere di coscienza per il cristiano evitare sempre e ovunque il male, sotto qualunque forma si presenti.
Infatti il Cardinale, messo sull’avviso appunto dalla denuncia di Agnese, poté intervenire e riprendere il vile prete, il quale solo in questo modo capì quanto avesse mancato contro il suo dovere e contro la carità cristiana, si pentì, anche se non troppo profondamente, e da quel giorno fu un po’ migliore, un po’ diverso, almeno intenzionalmente, perché la sua natura paurosa non poteva mutarsi. Certo, non possiamo approvare il sentimento col quale Agnese fece la sua denuncia, perché non fu mossa dalla carità, ma dal risentimento; le circostanze però la scusano, almeno in parte. Sicché possiamo concludere che ella è una donna simpatica, pur con le sue piccole astuzie, le sue ciarle e la sua saccenteria, perché i difetti non offuscano le belle doti del suo animo.
Il ritratto del curato del villaggio di Renzo e Lucia è delineato dal Manzoni con tale icastica evidenza nel primo capitolo del romanzo, che ogni tentativo di rifarlo si risolverebbe in una parafrasi inefficace e vana; il ritratto è lì, verso la fine del capitolo, e conviene rileggerselo, perché è un capolavoro di acuta osservazione e di fine analisi psicologica. Ma quello che voglio subito dire è che la figura di don Abbondio, anche se ha degli aspetti umoristici e magari grotteschi, non è umoristica nella sostanza, bensì seria, direi molto seria.
E non è una figura isolata, “sui generis”, limitata al basso clero o all’ambiente secentesco; è piuttosto il prototipo di una innumerevole categoria di uomini, di ogni tempo e di ogni ceto, che vivono senza luce intellettuale, senza pungolo di coscienza, senza alcun senso di responsabilità morale e sociale, dal momento che pensano solo ai propri comodi e al proprio quieto vivere, sordi a ogni altro richiamo celeste o anche terrestre, ciechi dinanzi ai bisogni e alle necessità altrui, ai pericoli e alle sofferenze del prossimo, tutti chiusi nel proprio sconfinato egoismo.
Questa nefasta categoria di gente ha i suoi rappresentanti, oggi, in tutti i ceti sociali, e non soltanto nel clero minuto il quale oggi, grazie alla migliore selezione e formazione, si presenta di una levatura molto superiore che nel Seicento. Certo, in don Abbondio è più stridente il contrasto tra la missione spiccatamente altruistica del sacerdozio, che pure ha abbracciato, e la pratica spudoratamente egoistica della sua vita; ma anche quei tanti cristiani che vivono come lui, tutti presi dalla difesa delle proprie comodità, del proprio gretto egoismo, evidentemente del cristianesimo hanno solo il battesimo e la buccia esteriore di vane pratiche, così come il nostro curato aveva del sacerdozio solo l’unzione sacra.
Don Abbondio non è un personaggio fantastico e fuori della realtà, ma purtroppo molto reale, incarnato pur oggi in tanti uomini meschini, dalle vedute rigorosamente egocentriche; e possiamo essere sicuri che l’Autore, nel delineare questo personaggio, non ha voluto tanto divertirci, quanto farci riflettere sulle caratteristiche e sulle conseguenze dell’egoismo, che è la negazione assoluta della religione cristiana, la quale è essenzialmente amore, cioè altruismo. E quando sorridiamo sul modo di comportarsi di questo pretonzolo, sorridiamo un po’ anche di noi stessi, perché un po’ del don Abbondio l’abbiamo quasi tutti.
Ogni qualvolta manchiamo al nostro dovere, lasciandoci prendere dalla pigrizia, e rimandiamo agli altri quello che tocca a noi; ogniqualvolta rapportiamo tutto al nostro interesse personale, pretendendo che gli altri pensino a noi, mentre noi non vogliamo pensare affatto agli altri; tutte le volte che ci adagiamo nella sinecura del nostro impiego, cercando di starci comodi il più possibile, a scapito della carità e del dovere, allora dobbiamo riconoscere che la filosofia di don Abbondio ci ha conquistato.
Quindi il buon Manzoni ci ha voluto tirare le orecchie un po’ a tutti, senza averne l’aria, quando ha rappresentato così argutamente il carattere e il modo di agire di questo prete, nel quale quasi tutti dobbiamo, almeno un tantino, riconoscerci.
Fatta questa premessa, cominciamo col mettere in rilievo qualche sua qualità. Mi sembra innanzi tutto che egli non manchi di intelligenza. Probabilmente fin da bambino mostrò di essere ben sveglio di mente, tanto che i genitori pensarono di farne un sacerdote, perché a quei tempi l’unico modo di elevarsi, per un ragazzo del popolo, era quello di studiare da prete e quindi abbracciare la carriera ecclesiastica; era naturalmente una scelta economica, che non aveva nulla a che fare con la vera vocazione. E della sua intelligenza pratica, cioè capace di valutare il proprio tornaconto, abbiamo una prova innegabile: “prima quasi di toccar gli anni della discrezione” (badate!) si era accorto di essere “un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro”. Per un ragazzino, mi sembra una prova d’intuito tanto straordinaria, che sono propenso ad ammettere che qui il Manzoni abbia un tantino esagerato: certe valutazioni, certe riflessioni non si fanno davvero in tenera età! Comunque fosse, egli aveva, “assai di buon grado, ubbidito ai parenti, che lo vollero prete”. Aveva capito che non era nato leone, che non possedeva né zanne né artigli per difendersi; e allora che cosa deve fare una povera pecora imbelle, che non se la sente di essere divorata? Deve cercarsi una protezione efficiente, “una classe riverita e forte” come quella ecclesiastica, che gli dia anche da mangiare “con qualche agio” senza che egli debba affannarsi troppo, perché si sente piuttosto incline al dolce far niente.
“Non aveva gran fatto pensato agli obblighi e ai nobili fini del ministero al quale si dedicava”; per lui farsi sacerdote non costituiva la risposta generosa alla chiamata divina, ma una scelta fatta per un calcolo di convenienza, in pieno accordo con i suoi familiari, i quali naturalmente avevano di mira solo la sistemazione economica di questo ragazzo che mostrava attitudine per gli studi.
In seminario impara il “latinorum” e il diritto canonico, perché sono gli strumenti del suo mestiere, ma non legge il Vangelo, o se lo legge non ne penetra il significato profondo, non medita sulla vera dottrina cristiana, sul messaggio di fratellanza e di amore portato da Gesù in questa terra. Non riflette sulle beatitudini evangeliche:
“Beati quelli che soffrono per amore della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati siete voi, quando vi insultano e perseguitano, e dicono male contro di voi, mentendo, per causa mia.”
Non ha badato alle parole che il Redentore disse ai suoi discepoli:
“Vi mando come agnelli in mezzo a lupi rapaci…”
In una parola, non ha capito o non ha voluto capire nulla del Cristianesimo, del quale pure si è fatto banditore. E a buon diritto il Cardinale un giorno lo rimprovererà:
“E non sapete voi che il soffrire per la giustizia è il nostro vincere? E se non sapete questo, che cosa predicate? Di che siete maestro? Qual è la buona nuova che annunziate ai poveri?”
La sua intelligenza dunque don Abbondio non l’applicò nello studio e nella realizzazione della legge cristiana, ma l’usò tutta per crearsi un sistema di quieto vivere, per definire una specie di filosofia del proprio comodo: scansar tutti i contrasti, cedere in quelli inevitabili, sacrificando magari i poveri innocenti, giammai sé stesso.
Orgoglioso di questa filosofia della viltà e dell’egoismo, era “un rigido censore degli uomini che non si regolavano come lui”, e specialmente dei confratelli che facevano il loro dovere con proprio rischio, accusandoli di immischiarsi “nelle cose profane, a danno della dignità del sacro ministero”.
Il suo motto? Eccolo:
“Neutralità disarmata in tutte le guerre.”
La sua sentenza preferita era poi questa:
“A un galantuomo, il quale badi a sé, e stia ne’ suoi panni, non accadon mai brutti incontri”.
Attenendosi a queste norme “era riuscito a passare i sessant’anni, senza gran burrasche”. Ma doveva pur riversare su altri il fiele che gli rimaneva in corpo con quel suo cedere e ingozzare sempre davanti ai prepotenti, ché altrimenti ne sarebbe andata di mezzo la sua salute, a cui teneva come alla tranquillità.
Orbene, il malumore o anche la bile che accumulava giornalmente, li sfogava sulla gente inoffensiva, come i suoi buoni parrocchiani, i pii confratelli, la fedele governante. Ma nonostante la sua vigile e continua attenzione di scansare ogni inciampo, la burrasca gli casca addosso improvvisa e violenta in quella fatale sera del 7 novembre 1628, mentre ignaro se ne tornava “bel bello” verso casa dalla solita passeggiata, che faceva per prendere un po’ di appetito e poter quindi gustar meglio la cena, innaffiata dal suo vino preferito.
Approfittava della lenta camminata anche per leggere il breviario; così se ne sbrigava al più presto e non doveva perderci altro tempo, una volta tornato a casa; e possiamo immaginare con quanto raccoglimento egli recitasse quei salmi e quelle preghiere!
Mentre camminava a suo bell’agio, girava “oziosamente gli occhi all’intorno”, senza commuoversi affatto della magnifica scena del tramonto; ma generalmente guardava a terra, davanti ai suoi passi, per buttare “con un piede verso il muro i ciottoli che facevano inciampo sul sentiero”.
In questo gesto quasi istintivo si rivela un tratto notevole del suo carattere: scansare ogni pur minimo e potenziale pericolo; infatti su uno di quei ciottoli, se fossero rimasti lì in mezzo alla strada, egli avrebbe potuto inciampare una sera o l’altra, e magari rompersi la noce del collo. Invece inciampò quella sera stessa, non sui sassi, bensì sui bravi di don Rodrigo, che lui aveva sempre definito “un rispettabile cavaliere” per via della sua prepotenza. Ora la prepotenza del signorotto si abbatte su di lui, o meglio su due pecorelle del suo gregge; e lui, il pastore, come reagisce?
“Disposto, disposto sempre all’obbedienza”.
Don Abbondio non obbedisce al suo dovere, ricalcitra anche alle esortazioni e agli ammonimenti del suo Arcivescovo, che è disarmato, ma obbedisce puntualmente agli ordini iniqui di coloro che hanno le spade e gli schioppi, con la ferma determinazione di usarli.
Per obbedire all’iniquo potente, e non celebrare le nozze, il vile curato deve infinocchiare Renzo, il quale naturalmente vorrà sapere il motivo del rinvio del suo matrimonio. Don Abbondio è sicuro di aver ragione del giovane ignorante: basta rimandare il rito di una settimana, e Renzo è in trappola; infatti il poveretto non sa che in periodo di Avvento non si possono celebrare nozze; così l’ingenuo rimarrà con un palmo di naso, mentre lui avrà un gran respiro a fin dopo l’Epifania. Ormai egli considera Renzo come il suo avversario diretto, il nemico del suo quieto vivere; la lotta non è tra lui e don Rodrigo, ma tra lui e il suo povero parrocchiano, rispetto al quale si sente forte e sicuro:
“Vedremo – diceva tra sé – egli pensa alla morosa;io penso alla pelle: il più interessato son io, lasciando stare che sono il più accorto”.
Lo scontro con Renzo è vinto dal curato, il quale già si stropiccia le mani soddisfatto, pensando che ormai ha a sua disposizione ben due mesi, in cui “può nascer di gran cose”, mentre il giovane se ne va convinto che il rinvio è soltanto di una settimana, periodo di tempo sopportabile anche da un fidanzato ardente come lui. Davanti alla perfidia del vile prete, il quale così spudoratamente inganna uno dei suoi fedeli, ci riempie di sdegno tanta doppiezza ipocrita da parte di un ministro del Buon Dio. Ma l’inganno così abilmente architettato non ha successo: quella chiacchierona di Perpetua si lascia sfuggire un imprudente accenno ai “birboni, prepotenti, uomini senza timor di Dio”, per cui Renzo, intuendo confusamente la verità, torna come una furia nella canonica, e chiede perentoriamente chi è quel prepotente che non vuole che egli sposi Lucia.
Don Abbondio, com’era da aspettarsi, tentò di sfuggire alla stretta. Per quanto pesante di corpo, “spiccò un salto dal suo seggiolone, per slanciarsi all’uscio”, ma l’altro si aspettava quella mossa, e poté facilmente sventarla chiudendo a chiave la porta; e più incollerito che mai insisteva per sapere quel nome, quasi fuor di sé, con “la mano sul manico del coltello che gli usciva dal taschino”. Il codardo si trovava tra due paure: una vicina e una lontana; obbedì naturalmente a quella più vicina, anzi presente e pressante, e sputò fuori il suo rospo, contravvenendo all’ordine del silenzio. I bravi gli avevano detto:
“E sopra tutto, non si lasci uscir parola su questo avviso che le abbiam dato per suo bene; altrimenti… ehm… sarebbe lo stesso che fare quel tal matrimonio”.
Queste bieche minacce riecheggiavano nell’animo doppiamente terrorizzato di don Abbondio il quale, rivelato il nome, cominciò a scongiurare il giovane di non fiatar della cosa, di giurargli almeno di non dir nulla a nessuno. Nelle sue parole il dramma della paura assume ora un tono quasi tragico:
“E ora che lo sapete? Vorrei vedere che mi faceste…! Per amor del cielo! Non si scherza. Non si tratta di torto o di ragione; si tratta di forza”.
Qui spicca tutta l’amara verità della sua filosofia utilitaristica, ma pure realistica entro certi limiti: la ragione disarmata ha torto (chi a questo proposito non ricorda l’affermazione del Machiavelli riguardo ai profeti disarmati?), mentre il torto armato ha ragione; quindi conviene stare dalla parte della forza, la quale ha sempre la meglio e, vincendo, si arroga la ragione rigettando il torto sulla sprovveduta avversaria. E la forza, per il nostro curato, non è quella morale, come può essere quella del suo Arcivescovo, ma soltanto quella materiale, la forza di chi si circonda di scherani e può assegnare, non dei rimproveri, ma delle schioppettate. Di queste ha egli soprattutto paura, e non la nasconde; infatti a Perpetua dice esplicitamente:
“Quando mi fosse toccata una schioppettata nella schiena, Dio liberi! L’arcivescovo me la leverebbe?”
Per questo non ascolta la domestica, che gli aveva consigliato di far ricorso al Cardinale, e non ascolta neppure la voce del buon senso, la quale dovrebbe convincerlo che “le schioppettate non si danno via come confetti”.
Se don Abbondio ha trasgredito, per una più immediata e più forte paura, l’ordine del silenzio, non trasgredisce certamente l’ordine principale, di non celebrare quel tal matrimonio; e per osservarlo con maggiore sicurezza non esita a tapparsi in casa, dandosi ammalato e non ricevendo assolutamente nessuno. Rimane chiuso nella canonica tutto quel giorno, che era un mercoledì, poi ancora il giovedì e il venerdì, facendo credere di essere ammalato; e Perpetua, a tutti quelli che venivano a chiedere del curato, doveva rispondere dalla finestra che il padrone era costretto a letto da “un febbrone”. Ma il venerdì sera infranse lui stesso il suo isolamento, facendo entrare qualcuno; fu un venir meno al suo piano rigidamente difensivo, una specie di capitolazione davanti alla convenienza. Capitolò per la sua avarizia, figlia diretta del suo egoismo e grande forse quanto la sua codardia; per avidità di denaro egli non volle perdere l’occasione di riscuotere finalmente da Tonio le venticinque berlinghe dovutegli per il fitto di un campo: una somma che non voleva assolutamente perdere e per la quale aveva preteso, come pegno, la collana d’oro della moglie del povero contadino.
Renzo conosceva bene l’amore del parroco per il dio oro, e architettò abilmente il piano per penetrare nella fortezza, e prendere don Abbondio all’amo ricoperto dall’esca delle venticinque lire. La passione per l’agognato denaro si rivela anche nel modo come riceve il prezioso involtino: “si rimesse gli occhiali, l’aprì, cavò le berlinghe, le contò, le voltò, le rivoltò, le trovò senza difetto”.
L’avarizia gelosa e sospettosa trapela da tutto il suo atteggiamento: quando dovette prendere la collana dal suo scrigno, per restituirla a chi di dovere, lo fece con estrema cautela: “guardandosi intorno, come per tener lontani gli spettatori, aprì una parte dello sportello, riempì l’apertura con la persona, mise dentro la testa, per guardare, e un braccio, per prender la collana; la prese e, chiuso l’armadio, la consegnò a Tonio…” Si sente che gli costa molto restituire quel pegno: gli sarebbe piaciuto tenerselo anche dopo aver riavuto il suo denaro; lo si legge nella stizza che lo prende, allorché Tonio osa chiedergli una ricevuta per il fitto pagato:
“Ih! Com’è divenuto sospettoso il mondo!”
Bella pretesa la sua! Lui aveva voluto una collana d’oro in pegno del suo credito, senza fidarsi affatto del suo parrocchiano; e ora pretendeva che questi si fidasse ciecamente di lui, rinunciando alla sua ricevuta! In questo suo atteggiamento riaffiora il suo egocentrismo: tutti gli altri avevano dei doveri verso di lui, mentre lui non riconosceva di averne alcuno verso gli altri.
L’avarizia e la paura sono dunque le sue passioni principali, e or l’una or l’altra prevale, secondo le circostanze presenti. Abbiamo visto come, all’annuncio della visita di Tonio, la cupidigia di denaro prevalesse sul sospetto; ma quando, poco dopo, dietro i due fratelli, comparvero Renzo e Lucia con la chiara intenzione di celebrare un matrimonio clandestino davanti a quei testimoni, la paura ebbe di nuovo il sopravvento, all’improvviso. La paura è per lui una molla potente, che lo fa scattare a dispetto dei suoi anni e della sua corpulenza; egli diventa agile come un gatto e brutale come un grassatore: ne sa qualcosa la soave Lucia la quale, investita dalla sua reazione fulminea, si smarrisce e non riesce a pronunciare la formula sacramentale, perché viene da lui imbacuccata e quasi soffocata con la tovaglia strappata dal tavolino. La poverina, che era andata contro voglia alla spedizione, rimase tanto dolorosamente sorpresa, che, “affatto smarrita, non tentava neppure di svolgersi” e rimase a lungo immobile, quasi pietrificata: “e poteva parere – aggiunge l’Autore argutamente, quasi per sdrammatizzare la situazione con una tinta di ridicolo – una statua abbozzata in creta, sulla quale l’artefice ha gettato un umido panno.”
Ma lasciando stare il tema della paura e dell’avarizia, su cui non la finiremmo più, tanti sono i casi in cui esse appaiono, passiamo a trattare di un altro grave difetto del nostro curato: il suo colpevole disinteresse per la chiesa e per tutte le cose riguardanti il culto. Quando scendono i lanzi, pensa a mettere in salvo sé stesso, si preoccupa di nascondere il gruzzolo, ma non pensa affatto alla sua chiesa: alla chiesa devono pensare i fedeli, perché lui deve badare alla sua pelle. Vorremmo almeno credere che egli si sia preoccupato di consumare o portare con sé il Sacramento, ben sapendo come erano soliti profanarlo quei luterani fanatici, i quali trasformavano le chiese cattoliche in stalle; ma purtroppo ne dobbiamo dubitare, conoscendo l’uomo e la pochezza della sua fede.
E in quelle tre o quattro settimane che passò nel castello dell’Innominato, durante la discesa degli imperiali, pensò mai a celebrare una messa, a organizzare una qualche assistenza religiosa? Mah! Il Manzoni non accenna a nulla di simile, e il nostro dubbio inclina piuttosto al no; e, certamente, se fece qualcosa per il servizio divino, durante quelle settimane di paura, non sarà stato per sua iniziativa, ma per preghiera o esplicita richiesta dei ricoverati e soprattutto del pio signore.
E quando il Cardinale lo rimprovera autorevolmente ma con amore, per fargli capire quanto abbia mancato al suo dovere non solo di sacerdote, ma anche di semplice cristiano, rimane per molto tempo duro e insensibile a ogni argomento, perché quella maledetta paura è sempre lì a far l’ufficio d’avvocato difensore. Solo verso la fine del colloquio, dinanzi all’umile e ardente carità del porporato, appare, se non convinto, almeno un po’ commosso, un po’ pentito: “lo stoppino umido e ammaccato” aveva cominciato prima a fumigare e poi ad accendersi accanto a quella gran fiamma di amore cristiano che promanava dal cuore del Cardinale; ma quel fioco lucignolo si sarebbe subito spento davanti al più piccolo soffio del vento gelido della paura e dell’egoismo.
Ne abbiamo la prova alla fine del romanzo, allorché, finita la peste e tornata la quasi normalità, Renzo gli chiede di celebrare finalmente quel matrimonio che avrebbe dovuto benedire due anni prima, se avesse avuto cuore di vero sacerdote.
Don Abbondio non è cambiato: non risponde apertamente di no, ma si trincera dietro la scusa della prudenza, dicendo che non gli avrebbe reso un buon servizio a spiattellare il suo nome in chiesa, “coram populo”, con la cattura che gli pendeva sul capo. E’ un mendace pretesto, perché il pavido curato sapeva bene, contrariamente a Renzo, che la cattura non aveva più vigore in seguito all’amnistia elargita dal re di Spagna per la nascita dell’Infante; ma intanto punta sullo spauracchio della giustizia per non fare il suo dovere. Il giovane capisce a volo che il vero motivo è sempre la paura di don Rodrigo, e si fa a descrivergli come lo ha trovato nel lazzaretto, più di là che di qua.
Ma è inutile; il curato protesta che quel tale non c’entra per nulla, e nello stesso tempo fa capire che quello è il canchero che lo rode: sì, lui lo aveva visto in fin di vita; ma chi gli assicurava che fosse proprio morto? E se si fosse ripreso? Cosa non impossibile, dato il fisico forte e giovanile del nobile cavaliere. Ma quando, poco dopo, è certo della grande notizia, che il burbanzoso signorotto ha finalmente tirato le cuoia, quando la lieta novella gli è confermata dal suo fedele sagrestano, allora esplode nella sua gioia selvaggia, nella sua invettiva irriverente contro il morto, raggiunto secondo lui dalla giustizia divina.
Non gli viene in mente neppure per un istante che don Rodrigo sia stato invece raggiunto dalla misericordia di Dio proprio alla fine dei suoi giorni; si mostra tanto accanito contro il defunto, che Renzo gli deve dare una lezione di carità, affermando che gli ha perdonato di cuore e ha pregato per la sua conversione, e ora continuerà a pregare in suffragio della sua anima. Ma il vile prete non rinuncia alla sua indecorosa invettiva contro il defunto: è la vendetta postuma del codardo sul nemico caduto. Sentiamo l’inverecondo epinicio, il suo impietoso grido di trionfo:
“Ah! È morto dunque! È proprio andato! Vedete, figlioli, se la Provvidenza arriva alla fine certa gente… non ci si poteva vivere con colui… non lo vedremo più andare in giro con quegli sgherri dietro, con quell’albagìa, con quell’aria, con quel palo in corpo, con quel guardare la gente, che pareva che si stesse tutti al mondo per sua degnazione… Non manderà più di quell’ambasciate ai galantuomini…”
Ora che non ha più quel peso sullo stomaco, don Abbondio diventa tutt’altro, rinasce come a nuova vita; e innanzi tutto scioglie la sua parlantina, che non la finirebbe più.
Il matrimonio? Quando lo vogliono gli interessati? Lui è pronto, prontissimo; non devono pensare di andare a sposarsi altrove, perché la vuole lui la grande consolazione di celebrare le loro nozze. Renzo non poteva che sorridere dentro di sé davanti a queste generose profferte, pensando che fino a poche ore prima il curato non aveva fatto altro che insinuargli di andare a sposarsi altrove, per misura prudenziale. Ma la grande notizia ha mutato tutto di punto in bianco.
Ora don Abbondio ci tiene proprio a benedire quelle nozze, anche per fare il bello presso il Cardinale, al quale parteciperà la lieta notizia, per dimostrargli il suo zelo; infatti il Cardinale gli aveva raccomandato tanto di amarli i due promessi sposi, appunto perché avevano sofferto tanto.
Tutto è cambiato come per incanto, come per il tocco di una bacchetta magica; è proprio il caso di ripetere: “mors tua, vita mea”.
Ora (oh, miracolo) il nostro curato, da musone serioso e atrabiliare, è diventato arguto, lepido e scherzoso. Ma il suo scherzare è plebeo, e rivela il livello piuttosto basso del suo animo, come della sua educazione. Chiama Renzo “buffone” e “malandrinaccio”, e fin qui lo scherzo può andare; poi chiama Lucia “acqua cheta, santerella e madonnina infilzata”, e lo scherzo appare un po’ pesante, data la soave delicatezza della ragazza; infine si rammarica ridendo che Perpetua se ne sia andata nel numero dei più a causa della peste: “chè questo – aggiunge irriverente – era il momento che trovava l’avventore anche lei”.
Ma passa ogni limite di decenza quando chiede alla mercantessa, che ha appena conosciuta, se anche intorno a lei hanno cominciato a “ronzare dei mosconi”; e poi aggiunge, sempre ridacchiando, che neppure Agnese deve rimanere scompagnata, ma trovare anche lei un altro marito. Insomma dice tante di quelle bubbole, che è uno spasso sentirlo.
Ma se la fine della gran paura ha sbloccato la sua mente e la sua lingua, non ha cambiato affatto il suo animo, che rimane egoistico e grossolano come prima. La mancanza assoluta di delicatezza e la volgarità delle sue espressioni saltano agli occhi sin dalle prime pagine del romanzo.
Vi ricordate come nel capitolo II, parlando tra sé, qualifica il proposito matrimoniale di Renzo?
Le sue parole sono veramente grossolane e offensive, non solo nei riguardi dei due sposi, ma anche per il sacramento del matrimonio; e questa volgarità ci dispiace ancor più da parte di una sacerdote. Egli, preparandosi moralmente allo scontro con Renzo, si rinfranca con questo pensiero:
“Vedremo, egli pensa alla morosa; ma io penso alla pelle: il più interessato son io, lasciando stare che sono il più accorto”.
Poi, per rincuorarsi ancor di più, apostrofa tra sé lo sposo:
“Figliuol caro, se tu ti senti il bruciore addosso, non so che dire; ma io non voglio andarne di mezzo”.
Le parole che poi dirà realmente a Renzo presente, se anche un po’ diverse, risulteranno sempre indelicate e mancanti di qualsiasi tatto:
“Eh!... quando penso che stavate così bene; cosa vi mancava? V’è saltato il grillo di maritarvi…”
Ecco come un parroco rispetta il buon proposito di un suo parrocchiano, il quale intende formare una famiglia cristiana; ecco come sente la santità del matrimonio, “sacramentum maximum”! Giustamente il giovane si risente per quelle parole volgari e offensive, e gli risponde piuttosto alterato:
“Che discorsi son questi, signor mio?”
E il vile prete cerca alla meglio di riparare, per calmare l’ira del suo interlocutore:
“Dico per dire, abbiate pazienza, dico per dire”.
Ma tornando a quel suo ultimo colloquio con gli sposi, quando questi si recarono alla canonica assieme con Agnese e la mercantessa per trattare del matrimonio, dobbiamo notare con vero rammarico come egli non ammetta affatto di essersi comportato male; un simile riconoscimento, anche tardivo, dimostrerebbe che egli è un tantino cambiato nell’animo, e ce lo renderebbe simpatico o almeno un po’ meno antipatico. Ma è vano sperare un qualsiasi cambiamento da un simile uomo! Non solo non chiede scusa, ma prende la parvenza della vittima, per concedere lui un magnanimo perdono:
“Io ho perdonato tutto: non ne parliamo più: ma me n’avete fatti dei tiri.”
A sentirlo, non possiamo nascondere la nostra stizza per una simile faccia tosta; ma che vogliamo farci? Don Abbondio rimane sempre un perfetto egoista, anche dopo la morte di don Rodrigo, e il suo è il tipico modo di ragionare di chi rapporta tutto a sé stesso, dell’ipocrita che nota il bruscolino nell’occhio del prossimo e non scorge la trave che offusca la sua pupilla. Il pretonzolo vede enormemente ingrandito il lieve sgarro fatto a lui, mentre ha dimenticato affatto il nero tradimento da lui perpetrato.
Però, se non è cambiato d’animo, è cambiato di comportamento e di umore; e anche la sua mente si è per così dire sbloccata, finita la gran paura: ora è fertile di trovate, e non sciocche, anche se neppure eccezionali.
Pensa, per agevolare i fidanzati, di chiedere alla curia vescovile la dispensa da due delle tre pubblicazioni prescritte, in modo da poter celebrare il rito entro pochi giorni. Poi assicura di voler comunicare la lieta notizia delle nozze al Cardinale; ha l’aria con questo di fare un gran piacere agli sposi, mentre pensa solo a mettersi in bella luce presso il suo superiore, come se la realizzazione del matrimonio fosse tutto merito suo! Invece sino all’ultimo aveva ricalcitrato; e se non fosse intervenuta la morte del signorotto, possiamo essere sicuri che si sarebbe rifiutato in eterno di benedire quelle nozze.
Ma appena gli viene confermata la grande notizia della fine di colui, cambia repentinamente registro, in modo smaccato; ma il furbo vuol far credere che era pronto anche prima a celebrare quel matrimonio:
“Ora, tornando a noi, vi ripeto: fate voi altri quel che credete. Se volete che vi mariti io, son qui… e poi ho la consolazione di maritarvi io”.
Quale ipocrisia! Sembra proprio che per tutta la vita abbia aspettato questa grande consolazione.
Però bisogna riconoscere che egli ha un’idea veramente buona, quando riceve l’inaspettata visita del valente marchese erede di don Rodrigo. Il brav’uomo, anche per interessamento del Cardinale, è ansioso di giovare in qualche modo ai due giovani così indegnamente perseguitati dal suo defunto parente; don Abbondio, richiestone da lui, gli suggerisce un modo veramente intelligente di aiutarli senza aver l’apparenza di far loro l’elemosina: comprare a prezzo equo le povere proprietà che essi sarebbero costretti a svendere, dovendo lasciare il paese per andare a stabilirsi nel Bergamasco. Il generoso marchese accoglie con entusiastica riconoscenza il suggerimento, e in tal modo con molta signorilità riesce a indennizzare quei poveretti di tutto il male ricevuto, acquistando a prezzo elevato, di vera elezione, quelle due topaie e quella vigna desolata da due anni d’abbandono.
Don Abbondio inoltre, “tutto gongolante” per l’accoglienza riservata e a lui e alla sua proposta dal nobile signore, gli suggerisce un’altra carità opportunissima: ottenere a Milano una “buona assolutoria” per Renzo, sempre utile nel caso che lui o i suoi figlioli volessero tornare nello Stato.
Anche questa fu un’ottima idea, che dimostra nel nostro curato un certo buon senso, quando l’egoismo e la paura non gli danno ombra, cioè quando non deve scegliere tra sé e gli altri.
Don Abbondio alla fine del romanzo ci sembra dunque un altro uomo, più spontaneo e più sensato; egli è per così dire uscito dal ruvido tegumento del suo bozzolo difensivo, e fa un tutt’altro vedere.
Ma è cambiato nell’intimo? Vorremmo tanto poterlo credere o almeno sperare, ma purtroppo siamo anche noi del parere di Agnese:
“tornando il caso, farebbe lo stesso”.
Quando dovrà scegliere tra l’obbedienza rischiosa al proprio dovere e la supina acquiescenza alla forza iniqua, non avrà esitazioni e, ciò che è peggio, neppure rimorso. Quando sui piatti della bilancia ci saranno, in posizione di conflitto, da una parte il proprio quieto vivere, dall’altra il bene del prossimo, affidatogli da Dio, non esiterà un istante a preferire sé stesso e il proprio comodo alla giustizia e alla carità.
Per quest’uomo di chiesa lo spirito del vangelo, che pur predica ogni domenica, rimarrà per sempre ignorato. Lo ha sentito solo una volta vibrare nelle parole ispirate del suo santo vescovo, e ne è rimasto solo un po’ impressionato; ma è stato un momento: subito dopo l’egoismo ha ripreso a dominare incontrastato nell’animo ottuso di questo prete senza orizzonti spirituali, senza luce intellettuale.
Perpetua ha nel romanzo una parte limitata, ma tipica e insostituibile; come potremmo infatti immaginare don Abbondio, così impacciato e privo d’iniziativa negli eventi difficili, senza al fianco la sua “serva affezionata e fedele”, la quale possiede tanto buon senso pratico, accompagnato da pronta risolutezza e da spirito d’iniziativa?
Le buone qualità di Perpetua sono tutte qui; ma mi sembrano sufficienti a farci scusare i suoi difetti, che sono poi quelli tipici delle donne, e specie delle zitelle: la loquacità pettegola, l’invadente curiosità, l’importuna vanità.
Perpetua, quando appare nel romanzo verso la fine del primo capitolo, viene presentata con pochi tocchi magistrali, che mettono in rilievo il suo carattere di serva-padrona: “sapeva obbedire e comandare, secondo l’occasione, tollerare a tempo il brontolio e le fantasticaggini del padrone, e fargli a tempo tollerar le proprie, che divenivan di giorno in giorno più frequenti, da che aveva passata l’età sinodale dei quaranta, rimanendo celibe, per aver rifiutati tutti i partiti che le si erano offerti, come diceva lei, o per non aver mai trovato un cane che la volesse, come dicevan le sue amiche”.
Il dramma di Perpetua deriva appunto dall’essere rimasta zitella; ma è un dramma più esteriore che intimo. Si sa infatti che questa condizione, nei piccoli paesi, risulta molto penosa, appunto per i pregiudizi e le chiacchiere che negli ambienti chiusi e angusti pullulano più che nelle grandi città, dove ciascuno è portato, dalla stessa dinamica sociale, a impicciarsi poco dei fatti privati della gente.
Vivendo in un villaggio, la nostra Perpetua non può sfuggire alle dicerie; le sue stesse amiche (che amiche!) sono con lei ingenerose e spietate: vanno dicendo, naturalmente alle sue spalle, che lei non ha trovato un cencio d’uomo che la volesse.
Le maligne insinuazioni giungono puntualmente alle sue orecchie, rapportate dalle solite amiche fidate, che forse erano le più cattive; lei deve per forza difendersi, ché altrimenti sarebbe subissata e perderebbe la faccia. Sostiene naturalmente che ha avuto molti pretendenti, non tanti quanti Penelope, ma comunque parecchi, e ne può fare anche i nomi: Beppe Suolavecchia, Anselmo Lunghigna ecc. Lei aveva solo la difficoltà della scelta; invece li ha rifiutati tutti, per il semplice motivo che non aveva intenzione di maritarsi: ecco tutto.
Le maldicenti però affermavano che quei tali o non avevano mai pensato a lei o ci avevano rinunciato dopo i primi approcci, vedendo di che si trattava; lei ribatteva che era stata lei a non volerli, per quanto quelli spasimassero. Insomma era una continua schermaglia o scaramuccia o addirittura battaglia di chiacchiere e di smentite, di botte e risposte; un combattimento che non sarebbe mai finito, sostenuto con accanimento e senza esclusione di colpi, ma fatto alla lontana, per via indiretta, per il tramite delle buone amiche che si divertivano a riferire le nuove ciarle a Perpetua, e quindi a divulgarne le repliche vivacissime e perentorie.
Il tasto del suo mancato matrimonio non poteva essere toccato senza suscitare il suo più vivo interesse o la sua più energica reazione, secondo l’intenzione di colei che lo faceva risuonare. A questo argomento era particolarmente suscettibile, straordinariamente sensibile anche al minimo accenno alle sue nozze fallite; ciò era ben noto a tutte le comari del villaggio, per cui Agnese pensa subito di ricorrere a questo espediente in occasione del matrimonio clandestino. L’astuta vedova è sicura, toccando questo tasto, di poterla agganciare e distrarre; quindi l’avrebbe, discorrendo, portata lontana dalla porta della canonica, onde permettere agli sposi di entrare dal curato. Agnese è sicura della riuscita del suo piano, e lo dice con una certa compiacenza:
“Ho un segreto per attirarla, e per incantarla di maniera che non s’accorga di voi altri, e possiate entrare”.
Al tocco di quella corda Perpetua era così sensibile, che come sappiamo rimarrà alla mercè dell’amica, e si infervorerà tanto nella narrazione dei vari partiti da lei rifiutati, da dimenticare ogni precauzione e ogni più elementare prudenza.
Questa è la vanità della donna, la quale non vuol riconoscere di non aver trovato un marito, perché questa ammissione la porrebbe in condizione d’inferiorità rispetto alle amiche, e sostiene quindi di aver rifiutato i partiti migliori; e questo lo fa in perfetta buona fede, perché in questa materia tutti ci facciamo delle illusioni e diventiamo un po’ mitomani. Chi potrà dunque condannare Perpetua per questa sua piccola vanità tipicamente femminile? Poverina! Deve difendersi dagli attacchi ingenerosi delle comari; che meraviglia se, nell’ardore dell’autodifesa, esagera un pochino?
Passiamo ora a trattare dell’altro difetto della serva-padrona: la curiosità morbosa, aggravata dall’incapacità di mantenere il segreto. Questo difetto appare evidente fin dal primo suo colloquio col padrone, reduce dalla triste passeggiata; il dialogo è vivacissimo e serrato, e la domestica riesce finalmente nell’intento di sapere che cosa è successo. In questo è veramente straordinaria la sua abilità e, diciamo pure, la sua intelligenza o, per meglio dire, il suo intuito nello scoprire i punti deboli dell’interlocutore.
Innanzi tutto Perpetua possiede l’occhio clinico, pronto e infallibile: capisce subito che al curato è accaduto “qualche gran caso”, e naturalmente muore dal desiderio di saperlo.
Ma dobbiamo riconoscere, a onor del vero, che non è soltanto la curiosità pettegola che la muove, ma anche la sollecitudine per il benessere del padrone, al quale è sinceramente affezionata, considerandolo ormai come un fratello maggiore o un padre a cui accudire. Infatti si mostra preoccupata della sua salute, e vorrebbe anche dargli un parere, se è possibile; ma don Abbondio risponde che non può parlare, perché ne va la vita. Allora lei assicura che manterrà il segreto, che si può fidare della sua discrezione; ma qui tocca inavvertitamente un tasto falso, per cui il padrone subito la rimbecca, rinfacciandogli qualche altra volta che aveva promesso la stessa cosa, e invece… La donna si morde le labbra, accusando il colpo; ma comprende immediatamente non solo che deve cambiare registro, perché quello è stonato, ma anche che il registro adatto, in quel caso, è quello affettivo.
E cambiando subito il tono, “con voce commossa e da commuovere”, fa la sua dichiarazione di fedeltà e di attaccamento:
“Io le sono sempre stata affezionata; e, se ora voglio sapere, è per premura, perché vorrei poterla soccorrere, darle un buon parere, sollevarle l’animo…”
La perorazione è davvero efficace, e don Abbondio capitola, anche perché lui stesso ha bisogno di uno sfogo, che non si può concedere se non raccontando l’accaduto.
Il buon senso di Perpetua appare dal consiglio che, in questa occasione, dà al suo pavido padrone. Lei conosce bene la sua pochezza d’animo e il suo scarso impegno sacerdotale, e sa bene che non gli può consigliare di celebrare il matrimonio infischiandosi delle minacce; dà perciò un consiglio prudente, calibrato per il suo uomo: non fare il matrimonio, per non sfidare il prepotente, ma nello stesso tempo avvertire il Cardinale, perché trovi lui una soluzione, in modo che i due sposi non rimangano vittime della violenza. Consiglio non ardito, ma veramente saggio; tant’è vero che il cardinale, in seguito, allorché rimprovererà il curato per il suo vile comportamento, gli dirà in sostanza la stessa cosa: non potevi avvertirmi, e io avrei provveduto sia a te sia ai poveri perseguitati?
Ma don Abbondio non lo vuol nemmeno sentire il saggio consiglio della sua domestica, terrorizzato com’è dalle eventuali schioppettate dei bravi di don Rodrigo. E inutilmente la donna cerca di farlo ragionare, di dimostrargli quanto sia esagerata la sua paura:
“Eh! Le schioppettate non si danno via come confetti: e guai se questi cani dovessero mordere tutte le volte che abbaiano!”
In un linguaggio popolare, ma molto colorito ed efficace, Perpetua dimostra ancora una volta il suo senso della realtà, il suo giudizio pronto ed esatto sulla portata delle minacce del signorotto. Sostanzialmente dirà la stessa cosa il Cardinale, nel colloquio cui ho già accennato, anche se in una forma più raziocinante:
“Non sapevate che, se l’uomo promette troppo spesso più che non sia per mantenere, minaccia anche non di rado, più che non si attenti poi di commettere? Non sapevate che l’iniquità non si fonda soltanto sulle sue forze, ma anche sulla credulità e sullo spavento altrui?”
E infatti, a pensarci bene, che cosa avrebbe osato don Rodrigo contro il curato, quando avesse saputo che il Cardinale era al corrente della cosa e vegliava sulla sua incolumità? Probabilmente nulla, perché il signorotto non voleva mettersi a cozzare con un’autorità così importante come l’Arcivescovo di Milano. Questo Perpetua lo capisce, ma don Abbondio no; per cui la serva gli rinfaccia apertamente la sua viltà, per vedere se le riesce di smuoverlo un po’ da quella codardia vergognosa, e farlo agire da uomo e non da pecora; e allo scopo adopera parole forti, frasi un po’ plebee ma efficaci:
“Perché lei non vuol mai dir la sua ragione, siam ridotti a segno che tutti vengono, con licenza, a…”
Il padrone le comanda di tacere, ma lei non disarma, anzi rincara la dose, per svergognare quel fifone, il quale se la fa sempre addosso a ogni pur minima minaccia:
“Quando il mondo s’accorge che uno, sempre, in ogni incontro, è pronto a calar le…”
Non erano punzecchiate di vespa, ma stoccate vigorose che avrebbero fatto scattare e reagire chiunque avesse avuto un po’ di sangue nelle vene; ma don Abbondio aveva solo acqua nelle sue vene, e neppure le cannonate lo avrebbero smosso dalla sua decisione di obbedire a puntino all’ordine iniquo: non fare il matrimonio e tacere! Perpetua capisce subito che sono parole sprecate, e non insiste.
Come abbiamo visto da questo episodio, Perpetua non manca di spigliatezza, di buon senso e anche di un certo coraggio, almeno verbale; a suo modo è fiera e forte, e si sdegna della pusillanimità del padrone; ma lei stessa è poi debole in altre cose.
Uno dei suoi punti deboli è la incapacità quasi congenita di mantenere un segreto rigorosamente. Non è che lo spiattelli; si guarderebbe bene! Non vuole aver l’aria di tradire il suo padrone, specialmente quando ha promesso di tacere. Ma non sa tacere completamente: fa le sue allusioni, si lascia sfuggire qualche accenno, che ritiene insignificante ma tale non è, sicché l’interessato alla fine viene a capo del mistero.
A questo proposito il Manzoni ci regala una delle sue similitudini più belle:
“stava (il segreto) nel cuore della povera donna, come, in una botte vecchia e mal cerchiata, un vino molto giovine, che grilla e gorgoglia e ribolle e, se non manda il tappo per aria, gli geme all’intorno, e vien fuori in ischiuma, e trapela tra doga e doga, e gocciola di qua e di là, tanto che uno può assaggiarlo, e dire a un di presso che vino è”.
Infatti, allorché Renzo vuol sapere da lei il motivo per cui il curato non può o non vuole celebrare il matrimonio, ella si tradisce subito anche coi suoi dinieghi:
“Oh! Vi par egli ch’io sappia i segreti del mio padrone?”
Quindi ammette che c’è sotto un segreto, e non davvero le formalità da sbrigare secondo le richieste dei superiori, come aveva voluto far credere don Abbondio; ma poi la donna si lascia sfuggire una frase anche più compromettente:
“Mala cosa nascer povero, il mio caro Renzo”.
Dunque era questione di nascere povero, di appartenere al ceto debole; allora c’era sotto la prepotenza di qualche ricco potente! Renzo, che comincia a capire, insiste con abilità per sapere tutto, e alla fine la poveretta non ne può proprio più di tenere nel cuore quel gran segreto, non ce la fa quasi fisiologicamente; non è colpa sua, ma della natura della botte vecchia che deve contenere un vino rubesto.
Ella infatti si sbottona completamente:
“C’è bene a questo mondo dei birboni, dei prepotenti, degli uomini senza timor di Dio”…
Anche se non ha pronunciato il nome di colui, ha detto tutto di lui, lo ha dipinto: birbone, prepotente, irreligioso; tant’è vero che il giovane, un momento dopo, può fulminare il curato con la sua perentoria domanda:
“Chi è quel prepotente che non vuol ch’io sposi Lucia?”
Perpetua dunque ha fatto trapelare il segreto; ma lei è convinta di aver mantenuto la promessa, perché vuol sentirsi capace di tenere la parola; e lo dice a Renzo quasi con aria di sfida, come per significare che lei è fedele sino alla morte:
“Io non posso parlare, perché… non so niente: quando non so niente, è come se avessi giurato di tacere. Potreste darmi la corda, che non mi cavereste nulla di bocca”.
Si dice dunque pronta ad affrontare finanche la tortura pur di mantenere quel segreto, che sostanzialmente ha già rivelato. Ma lei è convinta del contrario; e quando don Abbondio l’accusa:
“Voi sola potete aver parlato”, risponde sicura:
“Non ho parlato”.
Però io credo che, in questo far trapelare il segreto del padrone, ci sia in Perpetua, anche se inconscio, il desiderio di giovare a Renzo, di mettersi dalla parte del debole, di metterlo sull’avviso in modo che possa in qualche modo difendersi dal prepotente; io vedo nel suo gesto anche una certa sorda rivalsa contro la viltà del parroco, il quale non si perita di obbedire all’iniquità per rovinare due poveri innocenti, che devono restare nell’ignoranza per poter essere oppressi meglio. Lei ha promesso di tacere; ma tacere del tutto le sembra un’indegnità, un’enormità, un mettersi dalla parte dell’iniquo e ricco potente contro la gente del popolo, a cui lei è fiera di appartenere.
Ma tutto questo ella sente così in confuso, quasi inconsciamente, e agisce come per istinto, non per un chiaro disegno; è tuttavia innegabile che tutto ciò, se è vero come io credo, riscatta e mette in ben diversa luce la sua poca segretezza.
Un altro gran segreto che non può restar seppellito nel cuore di questa donna è quello del matrimonio di sorpresa tentato ai danni del suo padrone. Costui anche in questa occasione le comanda di restare zitta; e lei risponde che non c’è bisogno di “suggerirle una cosa tanto chiara e tanto naturale”; ma il vino gagliardo trapela naturalmente dalla botte vecchia e mal cerchiata. In questo caso non possiamo dire che lei si metta dalla parte dei perseguitati, tutt’altro! Qui trionfa la loquacità pettegola e anche una buona dose di risentimento, soprattutto contro Agnese la quale l’aveva infinocchiata in quella maniera, fingendosi amica.
Direi anche che questa volta la molla che la fa parlare è proprio quel certo sordo rancore contro chi aveva, secondo lei, abusato della sua fiducia e della sua amicizia. Una giusta ritorsione, dunque; Perpetua è nel complesso una buona donna, ma non è davvero una santa; col tempo dimenticherà, perdonerà; ma nei primi momenti il tiro giocatole dall’amica non lo può proprio mandar giù, bisogna proprio che si sfoghi. E nel suo risentimento contro Agnese sono naturalmente coinvolti anche Renzo e Lucia.
Ma badate, lei non si lamenterà del tiro giocato a lei: sarebbe stato come confessare la sua dabbenaggine, e far ridere le comari alle sue spalle; lei si mostrerà indignata dell’inganno ordito contro il parroco “da quel giovine dabbene, da quella buona vedova, da quella madonnina infilzata”.
Userà l’ironia più fine per vendicarsi dell’affronto ricevuto, che le cuoce in petto e non le dà pace; a lei non interessa affatto l’offesa fatta al padrone, ma si sente friggere per come lei stessa era stata impaniata.
Possiamo essere sicuri che, se non ci fosse stata la trappola tesa a lei, lei sarebbe stata arcicontenta che i due sposi fossero riusciti nel tentativo del matrimonio di sorpresa, perché nel fondo del cuore ella parteggiava per loro contro l’iniquo potente.
Ma questa volta questa simpatia viene dimenticata a causa dell’offesa immeritatamente ricevuta; e la ritorsione le sembra più che legittima.
Abbiamo detto che Perpetua, nonostante i suoi difetti, è una donna piena di buon senso, una assennata consigliera del suo padrone, anche se i suoi consigli sono mal graditi o mal compensati. Allorché il Cardinale giunge in visita pastorale in un paese vicino alla sua parrocchia, la brava serva vuole che don Abbondio vada a ossequiare l’Arcivescovo, dicendo che sarebbero andati i parroci anche di villaggi più lontani.
Lei ci tiene che il suo padrone non brilli per la sua assenza, non manchi al suo dovere; e lui obbedisce alla sua “padrona”, pur brontolando perché deve vincere la propria pigrizia. Ma quando poi si vede imbarcato in quella brutta avventura, per cui è costretto a viaggiare con l’Innominato verso la fosca valle, a entrare nel formidabile castello, in mezzo a quelle facce di briganti, allora maledice cordialmente e Perpetua e il suo bel consiglio:
“Ah, se posso uscirne a salvamento, m’ha da sentire la signora Perpetua, d’avermi cacciato qui per forza, quando non c’era necessità, fuor della mia pieve…”
Ma anche se qualche volta è stizzito contro di lei, don Abbondio non ne può fare a meno, e ricorre sempre a lei nelle situazioni difficili. Per esempio, quando si avvicinano quegli arrabbiati lanzichenecchi, “che ammazzare un sacerdote l’hanno per opera meritoria”, il vile prete perde addirittura la testa, e va come piagnucolando dietro la gonna della fedele serva, la quale è tutta intenta a nascondere e sotterrare la roba di casa. Privo d’iniziativa com’era, piativa dalla domestica un consiglio o una risoluzione; “ma lei, tra il fare, e la fretta, e lo spavento che aveva anch’essa in corpo, e la rabbia che le faceva quello del padrone, era, in tal congiuntura, meno trattabile di quel che fosse stata mai”, rimproverando il vile prete per la sua dappocaggine, e invitandolo piuttosto a “dare una mano, invece di venir tra’ piedi a piangere e impicciare”. E correndo alle sue faccende, lo pianta lì mortificato e balordo, “avendo già stabilito, finita che fosse alla meglio quella tumultuaria operazione, di prenderlo per un braccio, come un ragazzo, e di strascinarlo su per una montagna”. Ma provvidenzialmente interviene Agnese, con la proposta di andare a rifugiarsi al castello dell’Innominato.
Perpetua, che ha ormai dimenticato ogni rancore verso colei che l’aveva infinocchiata in quella maniera che sappiamo, accoglie il consiglio di Agnese con approvazione entusiastica, dimostrando ancora una volta il suo senso pratico e il suo pronto intuito di ciò che convien fare:
“Dico che è una ispirazione del cielo, e che non bisogna perder tempo, e mettersi la strada tra le gambe”.
Il padrone invece, spirito ottuso, non sa che obiettare:
“E se andassimo a metterci in gabbia?”
Incapace di prendere una risoluzione per conto suo, è bravo solo per trovare critiche a quella degli altri, scorgendo in tutte le cose unicamente le ombre che gli fa vedere la corta vista della sua paura. Tuttavia si fa rimorchiare volentieri dalle due donne, che ora sono alleate, e s’impongono tanto più facilmente al pavido curato, al quale basta aver formulato la sua critica per sentirsi la coscienza a posto: se le cose non andranno bene, saprà con chi prendersela. Ma le due donne adesso agiscono di conserva, e non temono né smentita né insuccesso. E’ completamente scomparso, nel cuore di Perpetua, il risentimento per la “buona vedova” che l’aveva così indegnamente invischiata quella sera, prendendola allo specchietto come una stupida allodola; e questo dimostra il fondo buono dell’animo della nostra zitella, la quale non sa conservare rancore, anche se l’offesa è stata piuttosto cocente.
E’ un vero piacere sentire con quanta sagacia, tempismo e anche ardire le due comari ora zittiscono o magari svergognano don Abbondio, tutte le volte che brontola con le sue solite osservazioni pavide ed egoistiche. A un certo punto della strada Perpetua si ricorda con rammarico di aver nascosto male qualche oggetto e, sincera e franca com’è, lo confessa. Allora il curato crede di poter sfogare il suo malumore, prendendosi la rivincita sulla serva-padrona, e le rinfaccia il poco senno con parole di aspro rimbrotto; ma Perpetua non se lo tiene, e contrattacca decisa:
“Come! Verrà ora a farmi codesti rimproveri, quand’era lei che me la faceva andar via, la testa, invece d’aiutarmi e farmi coraggio!”
Don Abbondio, punto sul vivo, non fiatò più, e non tornò sull’argomento se non quando, ritornati alla canonica dopo quell’alluvione rovinosa degli imperiali, videro allibiti che era stato trafugato il tesoro che Perpetua aveva sotterrato sotto il fico dell’orto. Allorché scorsero la buca aperta e sparita la preziosa cassettina, prima emisero tutt’e due un solo grido d’angoscia; poi il curato cominciò a inveire contro la scapataggine della serva, la quale però rispose per le rime, mettendolo subito a tacere. La lingua di Perpetua, quand’era risentita, tagliava più di una forbice affilata, e non si limitava a difendersi, ma passava volentieri al contrattacco.
Avendo infatti saputo, a furia di domandare e di andare spiando, che molte delle suppellettili, “credute preda o strazio dei soldati, erano invece sane e salve in casa di gente del paese”, cominciò lei a rimproverare il padrone perché per la sua paura era stato l’ultimo a tornare a casa, permettendo quindi ai facinorosi del paese di completare l’opera di saccheggio. Pretendeva anche che si facesse avanti a quella gente male intenzionata a richiedere il fatto suo; figuratevi se don Abbondio le poteva dar retta in questa cosa; e allora lei lo svergognava per la sua viltà:
“Rubare agli altri è peccato, ma a lei, è peccato non rubare”.
Il poveretto, per non sentirsi più simili rinfacci, dovette finire di lamentarsi ogni volta che non trovava qualche cosa; perché appena appena osava accennare alla mancanza di quel dato oggetto, si sentiva prontamente rimbeccare:
“Vada a chiederlo al tale che l’ha, e non l’avrebbe tenuto fino a quest’ora, se non avesse che fare con un buon uomo”.
Il senso ironico di “buon uomo” è abbastanza evidente, e per il vile prete il sapore dispregiativo della frase doveva essere come una frustata; ma a tali colpi il suo animo era del tutto insensibile, quando era posseduto dalla paura. E questa volta aveva paura di quei tali ladruncoli, perché erano ritenuti violenti e vendicativi.
Il buon senso di Perpetua, e anche di Agnese, lo notiamo anche durante il lungo soggiorno nel castello dell’Innominato; infatti tutt’e due, “per non mangiare il pane a ufo, avevan voluto essere impiegate nei servizi che richiedeva una così grande ospitalità”, dimostrando discrezione e laboriosità, mentre don Abbondio in quelle tre o quattro settimane non fece altro che oziare, senza minimamente pensare all’assistenza religiosa dei poveri rifugiati.
“Questo – dice il Manzoni – non aveva nulla da fare, ma non s’annoiava però; la paura gli teneva compagnia”.
Per la paura di un assalto esterno, stava quasi sempre tappato dentro le solide mura; e se qualche volta ne usciva, era soltanto per “andar cercando un nascondiglio in caso d’un serra serra”. Anche quando i lanzi sono ormai passati, lui non si decide a lasciare il munito fortilizio, appunto perché teme d’incontrare per la strada qualche soldato sbandato che gli possa fare la pelle; e infatti è proprio l’ultimo a lasciare l’ospitale rifugio, con la conseguenza di abbandonare la canonica anche al saccheggio dei predoni paesani.
Perpetua, nel suo buon senso popolano, glielo aveva fatto presente e ogni giorno l’aveva incitato a partire; ma erano state parole sprecate: “quando si trattava d’assicurar la pelle, era sempre don Abbondio che la vinceva”.
Poi venne purtroppo “la scopa” della peste e spazzò via anche la fedele serva, per la cui morte il prete egoista non mostra alcun dispiacere, non ha alcun pensiero gentile o pietoso. Se si ricorda della poveretta, che pure gli aveva sacrificato, o almeno dedicato, tanti anni della sua esistenza, è solo per ridere di lei e della sua vanità di zitella inacidita.
A questo proposito lo scherzo del curato è davvero di pessimo gusto:
“Ha proprio fatto uno sproposito Perpetua a morire ora; ché questo era il momento che trovava l’avventore anche lei”.
Lo sproposito, correggiamo noi, l’aveva fatto la peste, col portarsi via quella donna utile e sensata, invece del suo inutile padrone. Povera Perpetua: sfortunata sino all’ultimo! Tanto più essa merita tutta la nostra simpatia. Schernita dalle amiche, infinocchiata da Agnese, derisa da don Abbondio anche defunta: si può immaginare una scalogna peggiore? Ma è uno dei personaggi più vivi e ben delineati di tutto il romanzo, tanto che il suo nome è passato, per antonomasia, a designare la domestica di un parroco o di un qualsiasi sacerdote.
In questo personaggio, nel quale pare s’identifichi storicamente un certo P.Picenardi da Cremona, dobbiamo per chiarezza espositiva distinguere due fasi della vita: quella precedente la vestizione religiosa, in cui il suo nome era Lodovico, e quella successiva, nella quale si chiamò fra Cristoforo in memoria dell’uomo morto per causa sua, nel ricordo del cavaliere da lui ucciso, la cui morte egli volle espiare col sacrificio di tutta la vita. Ma non si creda che tra il primo e il secondo periodo ci sia una netta opposizione di carattere, perché in Lodovico vindice dei deboli già s’intravede il frate protettore degli oppressi.
Questo figlio di ricco mercante, educato signorilmente come un nobile sia nelle lettere che negli esercizi cavallereschi, aveva un’indole “onesta insieme e violenta”, che gli faceva sentire “un orrore spontaneo e sincero per l’angherie e per i soprusi”.
Per questa sua natura schietta e nemica dell’ingiustizia, il giovane Lodovico cominciò ben presto a lottare contro i prepotenti signori della sua città, spinto anche da un certo risentimento per il fatto che essi lo trattavano con aria di sufficienza, per mettere in rilievo che non era un nobile come loro. Questa loro ostentata superiorità generò in lui astio e sentimento di rivincita; e per dimostrare che non era loro inferiore, si mise a cozzare con essi in ogni campo.
S’imbarcò innanzi tutto in una gara di sfarzo, in cui dilapidava la ricchezza lasciatagli dal padre; quindi ingaggiò una più pericolosa lotta di supremazia, prendendo le difese di coloro che fossero perseguitati dai nobili, per avere la soddisfazione di farli stare a dovere e dimostrare così che era lui il più forte. Ma per vincere una tale lotta, aveva bisogno di tenere al suo servizio molti bravi, e tra i più sfegatati e feroci, e doveva purtroppo ricorrere anche lui alle insidie e alle violenze, che pure tanto gli dispiacevano negli altri; doveva insomma, come dice l’Autore, “vivere co’ birboni, per amor della giustizia”.
Condizione piuttosto difficile, anzi disperata; vedeva da una parte che il suo patrimonio si assottigliava paurosamente, dall’altra che quella lotta, anche quando riusciva vittoriosa, era ben lungi dal soddisfarlo, dovendo egli scendere a continui compromessi con la propria coscienza, che gli davano un senso di colpa e di rimorso; per cui più d’una volta gli venne l’idea di piantar tutto e farsi frate, onde poter lottare contro l’ingiustizia in modo coerente e consono coi suoi principi morali, che erano fondamentalmente retti.
La grazia di Dio operava già da tempo, anche se insensibilmente, nella sua anima proprio mediante questa insoddisfazione, questa noia, questa inquietudine, questa specie di ribrezzo delle proprie azioni; sentimenti che anche per l’Innominato furono, come vedremo, i prodromi della conversione.
Ma per Lodovico non si può parlare di conversione in senso stretto, in quanto egli era stato educato cristianamente e credeva sempre in Dio, anche se aveva dimenticato il suo precetto di mitezza e di amore, mentre l’Innominato era vissuto sino a sessant’anni come se Dio non esistesse.
Ci fu però anche per Lodovico, come per l’Innominato, il momento della crisi risolutrice, il punto di rottura col passato e di cambiamento totale di vita; per l’anziano signore esso fu rappresentato dalla prigionia di Lucia, con le sue lagrime e le sue ispirate parole; per il nostro invece il momento risolutore venne con l’uccisione di un cavaliere che l’aveva provocato, ferendolo e uccidendogli il fedele servitore Cristoforo che si era parato a sua difesa.
Nella crisi spirituale che segue a questo deprecato fatto di sangue, “la fantasia di farsi frate”, che gli era balenata più volte in passato nei momenti di scoraggiamento, riappare con una tale suggestione persuasiva, da prendere la forza di una chiamata divina alla quale non ci si può rifiutare. Quello che lo inquietava, nell’obbedire a questa vocazione, era che il mondo potesse credere che egli si faceva frate per paura terrena, per sfuggire alla vendetta della nobile famiglia offesa e alla punizione della giustizia degli uomini.
Che si potesse avere di lui una simile opinione lo amareggiava profondamente, perché toglieva valore alla sua decisione, facendola apparire dettata da considerazioni umane; ma pensò subito che doveva affrontare serenamente questa umiliazione, anche se ingiusta e offensiva, appunto in espiazione della sua colpa. Anzi, per umiliarsi più apertamente, chiese insistentemente di poter andare a chiedere perdono alla famiglia dell’ucciso, prima di partire da quella città, teatro del cruento duello, per andare a fare il noviziato in un convento lontano.
Il fratello del cavaliere ucciso vide nella cosa una soddisfazione dell’orgoglio; perciò accolse la preghiera e volle dare alla cerimonia la maggiore pubblicità possibile, invitando ad essa tutta la parentela.
Quando il novizio, entrando il giorno stabilito nel nobile palazzo, vide tutta quella folla di persone curiose e non certo ben disposte, provò un turbamento profondo, ma si fece forza pensando che, quanto più l’umiliazione fosse solenne, tanto più servirebbe alla espiazione del suo peccato. E infatti si rivolse al fratello dell’ucciso con sì profonda umiltà, parlò con tanta semplicità, accusò sé stesso con una compunzione così sincera, chiese perdono con un cuore così contrito, che il gentiluomo e tutti i presenti ne rimasero profondamente commossi e spiritualmente edificati. Sicché sia il fratello dell’ucciso sia i parenti, che avevano voluto “assaporare in quel giorno la trista gioia dell’orgoglio, si trovarono invece ripieni della gioia serena del perdono e della benevolenza”.
Terminato il noviziato e ordinato sacerdote, il padre Cristoforo, agli uffici consueti del suo ministero, ne aggiunse volontariamente altri due: mettere pace, appianando ogni contesa, e difendere i poveri perseguitati; in quest’ultimo proposito, dice il Manzoni, si rivelava “un resticciolo di spiriti guerreschi, che l’umiliazioni e le macerazioni non avevan potuto spegner del tutto”.
Questo energico zelo di fra Cristoforo nel proteggere gli oppressi gli procurava non solo l’odio dei prepotenti signori, ma anche, bene spesso, le critiche poco benevole dei suoi stessi confratelli o superiori. Qualcheduno, come il guardiano del convento di Monza, sapeva però giudicarlo con equità:
“Quel brav’uomo! non c’è rimedio: bisogna che si prenda sempre qualche impegno; ma lo fa per bene”.
Invece il suo padre provinciale pensa che il suo zelo sia eccessivo e, in certi casi, perfino compromettente. Ecco infatti quello che, tra sé, rimugina di lui durante il diplomatico colloquio col signor Conte zio del Consiglio Segreto:
“Lo sapevo che quel benedetto Cristoforo era un soggetto da farlo girare di pulpito in pulpito, e non lasciarlo fermare sei mesi in un luogo, specialmente in conventi di campagna”.
Soprattutto nelle campagne infatti si verificavano quelle prepotenze nobiliari che fra Cristoforo non poteva tollerare, perché offendevano in modo grave la santa legge di Dio; e lui perciò le combatteva a viso aperto, con ogni mezzo e spirituale e materiale.
La principale tentazione, per il nostro frate, è quella dell’orgoglio; per cui il primo suo impegno è quello dell’umiltà, per mortificare appunto questo suo orgoglio nativo. Il suo capo, dice l’Autore, “s’alzava di tempo in tempo, con un movimento che lasciava trasparire un non so che d’altero e d’inquieto; e subito s’abbassava, per riflessione d’umiltà”. Questo orgoglio s’accompagnava a una profonda insofferenza per ogni viltà servile come per ogni prepotenza signorile; e il suo sdegno per ogni bassezza traspariva dai suoi occhi i quali, profondamente infossati nelle orbite a causa dell’astinenza, “eran per lo più chinati a terra, ma talvolta sfolgoravano, con vivacità repentina”, allorché lo sdegno aveva ragione della pazienza, l’orgoglio domato risorgeva e sopraffaceva l’abituale umiltà.
Il padre Cristoforo, che conosceva bene queste sue passioni, lottava quotidianamente contro di esse con la preghiera, la meditazione e la mortificazione, ma non sempre riusciva a vincerle come avrebbe voluto. Quando si recò da don Rodrigo per cercare di smuoverlo dal suo infame capriccio, s’impegnò con sé stesso a essere paziente e umile, propose fermamente di mantenersi calmo, senza sdegnarsi né adontarsi mai, qualunque cosa al signorotto piacesse dire; ma i suoi bei propositi andarono ben presto in fumo.
Dobbiamo francamente riconoscere che in quel colloquio la spuntò don Rodrigo, nel senso che riuscì nel suo intento di far perdere le staffe al suo interlocutore. Sin dal principio infatti il giovin signore, riconoscendo il suo stato d’inferiorità morale e dialettica, si era proposto di far perdere la calma all’importuno frate, “per volgere il discorso in contesa”, e aver quindi il pretesto di cacciarlo in malo modo, senza farlo pervenire al nocciolo della questione. Ciò si verificò puntualmente.
Infatti, dopo aver a lungo ingoiato amari bocconi di cocenti offese senza reagire affatto, il nostro frate fu sopraffatto dallo sdegno e non ci vide più quando quello sfrontato gli propose cinicamente di cooperare all’infamia, inducendo Lucia ad andare al palazzotto, per mettersi sotto la sua protezione. Allora ruppe ogni ritegno, dimenticò ogni proposito, e col volto acceso di sdegno, con gli occhi infuocati dall’interno ardore, gli rispose che quella innocente era sotto la protezione di Dio; e trascinato dalla santa indignazione, folgorò il turpe signorotto con parole di profetica minaccia:
“Avete colmato la misura; e non vi temo più… Lucia è sicura da voi: ve lo dico io povero frate; e in quanto a voi, sentite bene quel ch’io vi prometto. Verrà un giorno…”
Ma la temibil profezia fu troncata dallo scatto iroso del giovane, che se lo tolse dai piedi coprendolo d’improperi, e così vinse lo scontro, nel senso che riuscì a far perdere al frate la sua calma, come appunto si era prefisso, per “non dargli luogo di venire alle strette”. Ma la sua fu una vittoria di Pirro; egli non aveva certamente previsto la formidabile reazione dell’avversario a quelle sue parole di spudorata provocazione. Finché don Rodrigo aveva offeso lui, tacciandolo anche di spia, il frate aveva sopportato pazientemente; ma allorché colui tentò d’insozzare la pura figura di Lucia, con l’invito a consigliarle di divenir la sua concubina, “tutti que’ bei proponimenti di prudenza e di pazienza andarono in fumo; l’uomo vecchio si trovò d’accordo col nuovo; e, in quei casi, fra Cristoforo valeva veramente per due”. E le parole dell’ispirato frate colpirono talmente quel giovane cinico, che si sentì accapponare la pelle e, come ci assicura il Manzoni, fu più volte tentato di lasciar perdere ogni cosa, pur di sottrarsi alla minaccia dell’infausta profezia.
Un altro difetto del nostro Cristoforo consiste nel sentirsi strumento necessario della Provvidenza nella sua protezione verso gli oppressi: è un resto dell’antico orgoglio, pur attenuato e, per così dire, santificato da un alto sentimento della sua missione. Quando gli viene comandato di partire immediatamente da Pescarenico, esclama tra sé:
“Oh Dio! cosa faranno que’ meschini, quando io non sarò più qui!”
Ma rifletté subito che essi erano sotto la protezione di Dio, ben più efficace della sua, “e s’accusò d’aver mancato di fiducia, d’essersi creduto necessario a qualche cosa”. Anche riguardo allo sventato ratto di Lucia, egli credeva di essere stato tramite della protezione divina, avendola avvertita di fuggire al convento; invece noi sappiamo che la ragazza si era salvata solo perché era uscita di casa per andare alla spedizione notturna in casa del curato, per un’azione quindi che il buon frate non avrebbe certo né consigliata né approvata. Vedi come spesso erra l’opinione umana, anche la più retta!
Però questo piccolo difetto d’orgoglio, di cui è ben consapevole, il santo frate lo compensa con un profondo senso di giustizia e con l’erdente carità verso il prossimo, per il quale affronta ogni sacrificio e ogni mortificazione, senza alcun rispetto umano. E non si fa scrupolo di passar sopra certe regole, pur giuste e sante, allorché è urgente e necessario per operare il bene. Convince fra Fazio a vegliare con lui in chiesa, di notte, tenendo la porta socchiusa, per accogliere i poveri fuggitivi; e davanti ai reiterati scrupoli del confratello per quel venir meno alla Regola, esce nel famoso detto “Omnia munda mundis”, che ha la magia di acquietare tutti i dubbi del torzone con le arcane parole latine. Lui non va dietro alla lettera che mortifica, ma allo spirito che vivifica. Nel lazzaretto non esita a dare a Renzo l’autorizzazione di entrare nel recinto delle donne, contro il regolamento, perché sa che il giovane ci va per uno scopo onesto, e si fa volentieri garante per lui davanti a ogni conseguenza.
Ma egli obbedisce umilmente ai superiori, in cui vede l’autorità stessa di Dio; allorché viene trasferito, pur intuendo i motivi meschini del provvedimento, non fa obiezioni né critiche: china la testa con umile rassegnazione. Gli hanno comandato di troncare ogni impegno, di non mantenere corrispondenza con persone del posto, ed egli obbedisce silenziosamente, pur sentendo quanto ciò sia ingiusto, quanto giovi alla prepotenza infame. Soffre atrocemente per l’indegna collusione del suo Provinciale col prepotente iniquo, ma non lo giudica male: rimette la sua causa nelle mani di Dio, perché è convinto che Egli permette il male solo a fin di bene.
Infatti questo suo allontanamento dall’azione, se lo fece soffrire intensamente, affinò anche la sua virtù, liberandolo da quel resticciolo di orgoglio di cui abbiamo parlato; e quando il frate riappare sulla scena del lazzaretto, appare veramente purificato da ogni macchia terrena in una carità inesausta e in una fiducia illimitata nella divina Provvidenza; ora ogni passione terrena è dimenticata nel gran fuoco dell’amore, che gli fa desiderare soltanto di immolarsi per il prossimo.
E la peste gliene dà l’ambita occasione. L’uomo che vediamo all’opera nel regno del dolore e della morte è come trasfigurato dalla carità: il corpo è rotto dalla fatica e dall’infermità, ma lo spirito è esaltato dal pensiero che sta per ricongiungersi al suo Creatore in un olocausto d’amore.
In lui, come dice il Manzoni, “si vedeva una natura esausta, una carne rotta e cadente, che s’aiutava e si sorreggeva, ogni momento, con uno sforzo dell’animo… L’occhio soltanto era quello di prima, e un non so che più vivo e più splendido; quasi la carità, sublimata nell’estremo dell’opera, ed esultante di sentirsi vicina al suo principio, ci rimettesse un fuoco più ardente e più puro di quello che l’infermità ci andava a poco a poco spegnendo”.
Queste parole, pervase da un alto lirismo religioso, ben ci rappresentano la trasfigurazione del padre Cristoforo, che ormai non ha più nulla di terreno, poiché si è tutto trasferito in Dio. Nei lunghi mesi in cui è stato lontano dalla battaglia attiva contro l’oppressione, macerandosi nella mortificazione, approfondendo la sua spiritualità con la preghiera e la meditazione, invocando sulle vittime dell’iniquità la protezione divina con infinito accoramento, ha finalmente compreso che l’orgoglio umano non ha ragione d’esistere neppure nel bene, che in tutto e per tutto bisogna affidarsi a Dio, perché senza di Lui l’azione umana è del tutto inefficace.
Dopo questa grande vittoria sull’orgoglio, dopo la conquista di una più convinta umiltà, fra Cristoforo è davvero un santo. Nel lazzaretto, in quel tragico scenario d’apocalisse, egli agisce e parla come un santo, con l’autorevolezza di un santo; e come tale egli affida ai due sposi, assieme al pane del perdono, il suo comandamento d’amore, che è come il suo testamento spirituale. Lasciando ai suoi protetti quella cara reliquia, li ammonisce con parole semplici ma indimenticabili:
“Qui dentro c’è il resto di quel pane… il primo che ho chiesto per carità… fatelo vedere ai vostri figliuoli. Verranno in un tristo mondo, e in tristi tempi, in mezzo ai superbi e ai provocatori: dite loro che perdonino sempre, sempre! tutto, tutto!”
In queste parole, insieme al ben noto realismo manzoniano, che riconosce il male che c’è nel mondo, risuona il messaggio eterno della carità cristiana, l’essenza profonda dell’insegnamento di Gesù. E allorché Lucia, nel congedarsi da lui, si mostra preoccupata per le sue precarie condizioni di salute, risponde con tono dolce e ispirato:
“E’ già molto tempo che chiedo al Signore una grazia, e ben grande: di finire i miei giorni in servizio del prossimo. Se me la volesse ora concedere, ho bisogno che tutti quelli che hanno carità per me, m’aiutino a ringraziarlo”.
Sono
le parole sublimi di un testimone della carità evangelica, che vede nella morte
per il prossimo il più grande premio della sua fatica terrena.
A proposito della mirabile vita di Federigo Borromeo il Manzoni ricorre a una similitudine efficacissima, assomigliandola a “un ruscello che, scaturito limpido dalla roccia, senza ristagnare né intorbidirsi mai, in un lungo corso per diversi terreni, va limpido a gettarsi nel fiume”.
Ciò vuol dire che nella sua vita non abbiamo deviazioni né gravi colpe da redimere, come in quelle di fra Cristoforo e dell’Innominato; ma non dobbiamo pensare che la sua esistenza sia trascorsa senza lotta interiore, senza continuo sforzo per migliorare sé stesso. Anzi l’Autore ci dice esplicitamente che la soavità dei suoi modi e la pacatezza imperturbabile, che dimostrava in ogni circostanza, erano “l’effetto d’una disciplina costante sopra un’indole viva e risentita”, cioè sopra una natura per nulla docile né amabile.
Parlando della sua puerizia, il Manzoni accenna alle due morali contrastanti che purtroppo coesistono anche in molte famiglie che si dicono cristiane. La prima insegna che vani sono i piaceri terreni, che l’orgoglio e l’egoismo sono sentimenti indegni di un seguace di Cristo, che la vera dignità è quella dell’anima e i veri beni sono quelli spirituali, gli unici veramente nostri e che nessuno ci può sottrarre. Se sono vere le massime di questa morale, non possono essere vere quelle diametralmente opposte, “che pure si trasmettono di generazione in generazione, con la stessa sicurezza, e talora dalle stesse labbra”, le quali esaltano il successo come unico scopo della vita, la ricchezza come fonte di piacere e di potenza, l’orgoglio come molla per sfondare, e l’egoismo come sicuro sistema che porta alla vittoria nella spietata lotta della vita. E la mira suprema, per molti che seguono questa seconda morale, è quella di uscire dall’anonimato, di emergere dalla massa in qualunque modo, magari anche con lo scandalo, la disonestà e la violenza: insomma far parlare di sé, bene o male non importa.
Fin da ragazzo Federigo, pur “tra gli agi e le pompe”, che certamente non servono a inculcare l’umiltà e l’abnegazione, comprese qual è la morale vera, cioè quella evangelica, e decise di seguirla sino in fondo, senza alcun rispetto umano. E dimostrando una maturità di giudizio superiore ai suoi anni, si convinse “che la vita non è già destinata ad essere un peso per molti, e una festa per alcuni, ma per tutti un impiego, del quale ognuno renderà conto”.
Egli pensò che l’esistenza è un impegno serio per tutti, ricchi e poveri, dotti e ignoranti, nobili e plebei; chi più ha avuto in talenti e in beni terreni, di più deve rispondere davanti a Dio; infatti la responsabilità individuale esige un impiego diligente del tempo e degli altri doni che abbiamo ricevuto, di cui dobbiamo rendere stretta ragione.
C’è dunque in Federigo, sin dal tempo del seminario, un serio impegno di perfezionamento interiore, onde mettere in pratica quei precetti che aveva abbracciati come veri. Anche lui, come fra Cristoforo, aggiunse alle occupazioni ordinarie altre due attività che miravano ad affinare insieme l’umiltà e la carità, le virtù basilari del cristiano: “insegnar la dottrina cristiana ai più rozzi e derelitti del popolo, e visitare, servire, consolare e soccorrere gl’infermi”.
Fin da seminarista, e poi sempre per tutta la vita, dovette combattere coi sostenitori del motto “ne quid nimis”, cioè con quei falsi prudenti “che s’adombrano delle virtù come dei vizi, predicano sempre che la perfezione sta nel mezzo; e il mezzo lo fissano giusto in quel punto dov’essi sono arrivati, e ci stanno comodi”.
In seminario erano, questi “galantuomini del ne quid nimis”, gli istitutori che si proponevano di trattarlo con particolari attenzioni, in quanto nobile e cugino del cardinale Carlo Borromeo, mettendolo in una posizione di preminenza mentre lui voleva essere trattato come tutti gli altri, convinto che la vera dignità non è quella della nascita ma quella del merito. Era una lotta continua tra lui che evitava rigorosamente ogni particolarismo, e quelli che, o per sviscerato servilismo o per un calcolo di convenienza, “cercavano di mettergli davanti , addosso, intorno, qualche suppellettile più signorile, qualcosa che lo facesse distinguer dagli altri”.
Una volta arcivescovo e cardinale, dovette combattere con alcuni congiunti, i quali si lamentavano che egli avvilisse il suo nobile casato e la sua alta carica con un tenore di vita troppo modesto, col vestire troppo dimesso e soprattutto col discendere al livello dei più umili; in una parola lo rimproveravano proprio per il suo ammirabile stile di pastore veramente evangelico, perché erano appunto di quelli “che s’adombrano delle virtù come dei vizi”.
Ebbe purtroppo a contrastare anche con alcuni del suo seguito, i quali credevano loro dovere richiamarlo tutte le volte che compiva gesti di coraggio apostolico o di eroica carità, che comportassero a loro vedere qualche rischio. Come esempio di questo zelo fuori posto il Manzoni riporta un episodio significativo. Durante la visita pastorale in un paesello montano, Federigo si mise come al solito ad insegnare la dottrina a un gruppo di poveri fanciulli, sporchi e cenciosi; ed essendosi lasciato andare ad accarezzarli e abbracciarli, secondo il suo solito, uno del seguito si ritenne in dovere di avvertirlo “che usasse più riguardo nel far tante carezze a que’ ragazzi, perché eran sudici e stomacosi”.
Come se il Cardinale non fosse tale da accorgersene!
Per lui il decoro di cardinale arcivescovo non consisteva affatto nello sfarzo delle vesti, ma nella somiglianza intima al modello divino di Gesù Cristo, primo e sommo Pastore. Perciò egli non smetteva una veste prima che fosse lisa, e per il mantenimento suo e del suo seguito faceva la più stretta economia, e voleva che il relativo onere finanziario fosse attinto alle sue rendite private, riservando ai poveri non solo tutte le rendite ecclesiastiche, ma anche gran parte di quelle provenienti dal suo ricco patrimonio familiare.
Non permetteva sprechi di nessun genere, considerandoli offese verso la divina Provvidenza e insulti alla miseria di tanti, né tollerava spese o pompe inutili; tuttavia unì sempre all’innato amore “della semplicità quello d’una squisita pulizia: due abitudini notabili infatti, in quell’età sudicia e sfarzosa”.
Questi tratti del suo comportamento potrebbero far pensare a una “virtù gretta, misera, angustiosa”; ma non è affatto così: Federigo seppe concepire e attuare disegni grandiosi, impegnandovi somme per quei tempi ingentissime. Per alleviare le sofferenze della popolazione durante la carestia e la peste realizzò un vasto e mirabile piano di carità, in cui profuse tutte le sue sostanze.
E non badava solo ai bisogni immediati della popolazione, ma anche al modo di incrementare il progresso per mezzo della cultura; a tale scopo fondò la Biblioteca Ambrosiana, dotandola “con sì animosa lautezza”, che ancor oggi ne restiamo ammirati. Il regolamento di questa biblioteca fu ispirato a principi di “servizio pubblico”, per quei tempi quasi rivoluzionari.
Infatti, mentre nelle altre biblioteche pubbliche “i libri non eran nemmen visibili, ma chiusi in armadi, donde non si levavano se non per gentilezza dei bibliotecari, quando si sentivano di farli vedere un momento”, Federigo ordinò che “i libri fossero esposti alla vista del pubblico, dati a chiunque li chiedesse, e datogli anche da sedere, e carta, penne e calamaio, per prender gli appunti che gli potessero bisognare”.
E quanto fosse pronto a spendere somme anche forti per il bene, lo si ricava dal seguente episodio.
Avendo saputo che un nobile voleva costringere la figlia a farsi suora, lo mandò a chiamare per appurare il motivo di questa sopraffazione; e avendo conosciuto che il vero motivo era economico, per non aver quel padre i quattromila scudi per maritare convenientemente la figliola, sborsò lui quella somma molto volentieri per evitare una monacazione forzata.
Federigo, oltre che pastore di anime, fu anche uomo di cultura e grande studioso. Approfittava di tutti i ritagli di tempo per coltivare le scienze ecclesiastiche, ritenendo superfluo per un vescovo occuparsi di quelle profane; e di questa sua fervida attività intellettuale ci rimangono circa cento opere, fra edite e inedite. Questi però sono tratti, pur interessanti, ma secondari della sua personalità, la quale ci lascia ammirati soprattutto per il coraggioso zelo e l’inesausta carità.
Queste virtù spiccano nei due episodi in cui giganteggia la ieratica figura del Porporato: l’incontro con l’Innominato e il colloquio con don Abbondio. Nell’animo dell’uno egli deve coronare l’opera salvifica della Grazia, nell’animo dell’altro, chiuso dall’egoismo, cerca di far penetrare un raggio almeno di luce spirituale.
E cominciamo col primo fatto.
Allorché gli viene annunziata “la strana visita” del famigerato signore, mentre sta studiando in attesa della funzione religiosa, subito si alza e, “con un viso animato”, dice al cappellano crocifero di introdurlo immediatamente. Ma quello, lungi dall’obbedire, esprime subito il sospetto di qualche trama da parte di quell’appaltatore di delitti:
“Lo zelo fa dei nemici, monsignore; e noi sappiamo positivamente che più d’un ribaldo ha osato vantarsi che, un giorno o l’altro…”
Il Cardinale però taglia corto a quelle paure con un ordine perentorio:
“Fatelo entrar subito: ha già aspettato troppo”.
E quando il signore entra da lui, gli va “incontro con un volto premuroso e sereno, e con le braccia aperte, come a una persona desiderata”. Non mi dilungo sul colloquio tra i due, il quale va letto nell’originale, e meditato, da chiunque voglia avere un’idea della spiritualità profonda e della fine sensibilità cristiana di questo personaggio, nel quale il Manzoni ha rappresentato un po’ di sé stesso e l’essenza delle sue convinzioni religiose. Voglio qui mettere soltanto in rilievo la sua delicatezza e sollecitudine pastorale: per far superare al visitatore il vergognoso impaccio, e metterlo a suo agio, si rimprovera con sinceri accenti di non essere andato lui a trovarlo nel suo castello:
“Oh! – disse – che preziosa visita è questa! E quanto vi devo esser grato d’una sì buona risoluzione; quantunque per me abbia un po’ del rimprovero!”
Dopo questa apertura così affabile, dopo questa accoglienza così cordiale, l’Innominato può vincere la sua riluttanza istintiva e aprire il cuore esacerbato alla luce della fede, alla consolazione della speranza, all’ardore della carità. La grazia di Dio scende ora come balsamo ineffabile in quell’animo già squassato dalla tempesta.
Nel colloquio con don Abbondio il Cardinale si accorge subito in quale abisso di viltà e di egoismo giaccia lo spirito del parroco, convinto di avere delle buone ragioni per tradire i doveri più elementari del suo ministero sacerdotale. Profondamente amareggiato per tale mancanza di carità, sente nell’intimo uno sdegno irrefrenabile per quella vile condotta, inammissibile in un ministro di Dio; ma si ricorda di Gesù che è venuto, non a condannare, ma a salvare, non a spezzare la canna fessa, ma a reintegrarla nella grazia. Il suo compito di pastore è di recuperare quell’anima, per quanto refrattaria, di non perdere nessuna delle pecorelle a lui affidate; e con paziente opera di persuasione, con parole ardenti di amore di Dio e del prossimo, ora con moniti severi ora con accorati appelli, cerca di far capire all’inferiore quanto gravemente abbia mancato al suo dovere non solo di sacerdote, ma anche di semplice cristiano.
Il vile prete però, tutt’altro che convinto, si lascia scappare per la stizza una larvata accusa di “predica bene e razzola male” per il suo superiore:
“Vossignoria parla bene; ma bisognerebbe esser nei panni d’un povero prete, ed essersi trovato al punto”.
Si morde subito la lingua per aver detto ciò che non conveniva, offendendo ingiustamente il suo arcivescovo; e si prepara a ricevere l’inevitabile rimprovero dicendo tra sé: “ora vien la grandine”. Ma la grandine non cade sulla sua testa, perché il Cardinale non solo non si è offeso, ma ha accettato umilmente il grave appunto, convinto di essere tutt’altro che perfetto. Perciò invita don Abbondio a farlo edotto delle sue mancanze le quali, come è ben noto, riescono più evidenti agli altri che all’interessato; lo prega con sincera umiltà di fargliele conoscere:
“Se voi sapete che io abbia, per pusillanimità, per qualunque rispetto, trascurato qualche mio obbligo, ditemelo francamente, fatemi ravvedere; affinché, dov’è mancato l’esempio, supplisca almeno la confessione”.
Questo abbassarsi del santo Cardinale davanti al suo pavido e ottuso curato ci commuove, perché deriva da umiltà vera e profonda, non da quella ipocrita, che si abbassa solo per essere esaltata, che si vilipende solo per essere lodata.
Allorché il papa Clemente VIII propose a Federigo l’arcivescovado di Milano, questi “apparve fortemente turbato, e ricusò senza esitare. Cedette poi al comando espresso del papa”. L’Autore a questo proposito osserva che molti fanno simili dimostrazioni d’umiltà, per cui alcuni le irridono tutte in blocco, come dimostrazione d’ipocrisia. Ma non bisogna essere così sommari nel giudizio; bisogna saper distinguere l’uomo veramente umile dall’ipocrita. Basta guardare le loro azioni: dai frutti si riconosce l’albero. ”La vita è il paragone delle parole:” e la vita di Federigo, fatta “di disinteresse e di sacrificio”, dimostra che quel diniego era dettato da vera umiltà.
Egli era fermamente persuaso che non c’è “giusta superiorità d’uomo sopra gli uomini, se non in loro servizio”; e se cercava di ricusare le dignità ecclesiastiche, non era certamente perché non voleva servire gli altri, ma perché non si riteneva “abbastanza degno né capace di così alto e pericoloso servizio”. Perciò nei conclavi ai quali partecipò, cercò sempre di stornare da sé l’attenzione dei colleghi, poiché non aspirava minimamente “a quel posto così desiderabile all’ambizione, e così terribile alla pietà”; sicché una volta che un cardinale gli offrì il voto suo e del suo gruppo, rifiutò così recisamente, che colui cambiò idea.
L’umiltà di Federigo è così sincera e profonda, che scuote anche l’apatico don Abbondio. Invitato a rivelare le manchevolezze del suo superiore, egli esce in un elogio del “petto forte” e dello “zelo imperterrito” dell’arcivescovo, il quale subito l’interrompe:
“Io non vi chiedevo una lode, che mi fa tremare, perché Dio conosce i miei mancamenti, e quello che ne conosco anch’io, basta a confondermi”.
Invita quindi il curato a umiliarsi assieme a lui davanti al Signore, il quale conosce le manchevolezze di ognuno, ma dà, a tutti quelli che gliela chiedono, la forza e la grazia necessaria per assolvere il proprio compito. Don Abbondio, colpito dalla mite umiltà del suo superiore che si mette al suo stesso livello, è finalmente scosso dalla sua apatia; il Cardinale con le sue dolci e umili parole è riuscito a far emergere quel poco di buono che giaceva sopito nel fondo dell’animo del pavido curato: lo stoppino misero e acciaccato si è alla fine acceso alla fiamma di quella gran torcia di carità.
La carità è dunque la virtù più eminente di questa ammirevole figura di vescovo, e dalla carità derivano tutte le altre belle virtù; e il Manzoni mette appunto in bocca a lui il più sublime elogio di “quella carità che ripara al passato, che assicura l’avvenire, che teme e confida, piange e si rallegra, con sapienza; che diventa in ogni caso la virtù di cui abbiamo bisogno”. L’Autore si diffonde intorno a questo personaggio con intimo e palese compiacimento, perché vede in lui un modello in cui la dottrina evangelica è divenuta norma costante di vita e di azione.
Però il Manzoni, nella sua obiettività, accenna anche ai limiti di questo pur mirabile personaggio. Durante la peste, ad esempio, pregato ripetutamente dal Consiglio dei decurioni di autorizzare una solenne processione con il corpo di San Carlo, finì col cedere, pur avendo buone ragioni per non acconsentire.
A questo proposito l’Autore esprime il dubbio che egli non avesse sempre, con gli altri, una volontà abbastanza ferma e decisa; ma è certo che egli agì sempre, e anche in quel caso, in perfetta buona fede e senza secondi fini, perché in tutta la sua vita si rivela “un obbedir risoluto alla coscienza, senza riguardo a interessi temporali di nessun genere”. Se ci fu quindi un errore, va ascritto all’intelletto e non alla coscienza.
Egli infatti non fu superiore al suo secolo riguardo a certe opinioni erronee e a certi pregiudizi; per esempio, nel trattatelo “De Pestilentia”, mostra di credere, almeno in parte, alle nefande imprese degli untori. Ma anche questo si rivela come un errore intellettuale, che non intacca affatto la coscienza di questo venerando ma pur umano personaggio, nel quale il Vangelo di Cristo, da dottrina, si è fatto pratica giornaliera di vita.
L’Innominato, per la storia Bernardino Visconti, feudatario di Brignano Ghiara d’Adda, non occupa molta parte nel romanzo: vi appare solo nel capitolo XIX, vi domina per molte pagine, poi scompare; riappare nel capitolo XXIX, durante la calata dei lanzichenecchi, per scomparire poco dopo e definitivamente.
Lo stesso può dirsi del cardinale Borromeo; eppure sono ambedue personaggi principalissimi per la trama e soprattutto per il significato del capolavoro manzoniano.
Infatti l’uno rappresenta il Cristianesimo, come opera in un animo innocente e convinto sin dall’infanzia; l’altro invece il Cristianesimo come opera in un animo che lo ignora volontariamente, impegnato com’è a realizzare un suo ideale di potenza, da attuarsi con la violenza e senza alcuna preoccupazione morale; da una parte insomma una vita innocente, dall’altra una vita redenta dalla Grazia.
Sono ambedue figure titaniche; “sono – come afferma il De Sanctis – apparizioni straordinarie e fuggitive, meteore che illuminano e passano, lasciando dietro di sé stupore e ammirazione. E’ una specie di epopea, che fa la sua ultima apparizione nel nostro mondo borghese, messa al seguito di Renzo e Lucia”. L’uno è gigante nel bene, praticando la carità e l’umiltà per tutta la vita; l’altro appare, per gran parte della vita, gigante nel male, attuando la sua volontà di potenza con spietato orgoglio; quindi, dopo la conversione, giganteggia ancora nell’umiltà senza abbassamento e nella mitezza disarmata eppur virile.
Per l’Innominato si può parlare esattamente di conversione, termine che non è appropriato, come abbiamo già detto, per il mutamento che si verificò nell’animo di Lodovico dopo il cruento duello. Infatti conversione, dal verbo latino “se convertere”, significa volgersi in direzione opposta alla precedente, cioè cominciare ad amare ciò che si odiava, e a odiare ciò che prima si amava.
Lodovico invece amò la giustizia sin dalla prima giovinezza e allorché, per difendere appunto la giustizia, s’indusse anche lui a usare la violenza e l’inganno, rimase subito turbato e scontento, e capì che quella non era la sua strada.
L’Innominato, al contrario, percorse la sua strada nefasta, lastricata d’insidie, di violenze e di delitti, sino ai sessant’anni senza tentennamenti; solo al principio sentì qualche rimorso, subito vinto dalla sete di potenza e da “un misto sentimento di sdegno e d’invidia impaziente” che provava alla vista di tante sopraffazioni. Anche lui, come Lodovico, volle entrare in gara con i prepotenti, che invidiava e odiava nello stesso tempo, per vincerli e superarli tutti; e ci riuscì con la forza del suo orgoglio smisurato, la molla potente della sua esistenza.
Ma il fondo del suo animo non era malvagio: egli non voleva il male per il male, ma il male come mezzo per affermare la sua superiorità, per instaurare il suo orgoglioso dominio. La strada del male dovette fatalmente imboccarla per attuare la sua volontà di potenza, che perseguì con un’attività indomita, impetuosa, sprezzante di ogni pericolo, come di ogni riguardo morale, sociale e politico.
Egli infatti non ama il lieto viver cittadino, la vita comoda e i piaceri, le pompe e i divertimenti della capitale, come fa invece don Rodrigo; egli ha rotto con l’autorità costituita, col ceto nobiliare, con tutta la società; vive bandito, esecrato, odiato, ma temuto; “essere arbitro, padrone negli affari altrui” lo ripaga a usura di ogni privazione, di ogni rischio e di ogni sacrificio. A lui bastava dominare tutto all’intorno dall’alto del suo castello, “come l’aquila dal suo nido insanguinato”, e non vedere “mai nessuno al di sopra di sé, né più in alto”. Per attuare questo dominio assoluto seguì imperterrito la via dell’iniquità, seminando lagrime e lutti, esigendo un’obbedienza cieca anche dai suoi dipendenti.
Però difese spesso e volentieri anche il debole contro il prepotente, se questi non era uno dei tanti a lui ligi e a lui sottoposti in tutto e per tutto, in quanto non tollerava intorno a sé degli alleati, ma soltanto dei sudditi. Perciò i nobili e i tirannelli di tutto il territorio intorno si erano già da tempo offerti a lui, mettendosi sotto la sua protezione e dichiarandosi pronti sempre a eseguire i suoi ordini. Al principio non erano stati molti i prepotenti disposti a riconoscere la sua supremazia e a dichiararglisi subordinati; e tanto più facilmente gli capitò, come a Lodovico, di difendere qualche poveretto contro un signorotto burbanzoso, che però dovette subito sottomettersi se volle evitare il peggio.
Ma ben presto non ci fu nessuno che osasse stargli a fronte né resistergli, perché questo significava “essere tisico in terzo grado”, cioè avere scarse possibilità di sopravvivere. Anche coloro che non avevano che fare con lui, si affrettarono a dichiararglisi amici, per impedire che, in una contesa, il loro avversario ricorresse al potente signore per assicurarsi la vittoria; se poi la lite scoppiava tra due a lui subordinati, egli se ne faceva arbitro.
Don Rodrigo, allorché seppe che Lucia si era rifugiata nel monastero di Monza, sotto la protezione della potente “Signora”, capì subito che solo l’Innominato poteva espugnare le sacre mura, perché le mani di lui “arrivavano spesso dove non arrivava la vista degli altri”. Era anche sicuro che il potente amico non si sarebbe tirato indietro di fronte al grave rischio, perché sapeva molto bene che per quel diavolo “la difficoltà delle imprese era spesso uno stimolo a prenderle sopra di sé”.
Tuttavia egli esitò molto prima di ricorrere all’aiuto di lui, “potente ausiliario certamente, ma non meno assoluto e pericoloso condottiero”,perché temeva che colui, dopo averlo servito, si volesse servire di lui per chi sa quali imprese; e una volta imbarcatosi con quello, non sapeva fin dove sarebbe arrivato. Ma la passione era così cocente, così ardente il desiderio di non darla vinta a un frate e a un tanghero, che alla fine si risolvette e si recò al castellaccio; e siccome conosceva bene l’orgoglio puntiglioso del suo interlocutore, si mise a esagerare le difficoltà dell’impresa; “a questo l’Innominato, come se un demonio nascosto nel suo cuore gliel’avesse comandato, interruppe subitamente, dicendo che prendeva l’impresa sopra di sé”.
Egli s’impegnò subito, dando la sua parola, per precludersi l’adito a ogni esitazione e ripensamento: avendo promesso, non poteva più tirarsi indietro; ma non appena don Rodrigo fu partito, si pentì di aver promesso: “da qualche tempo cominciava a provare, se non un rimorso, una cert’uggia delle sue scelleratezze… Una certa ripugnanza provata nei primi delitti, e vinta poi, e scomparsa quasi affatto, tornava ora a farsi sentire”.
Egli non si sentiva vecchio, perché aveva appena sessant’anni, e mostrava “nella durezza risentita dei lineamenti” una vigoria fisica quasi giovanile; tuttavia da qualche tempo era assillato dallo spettro della vecchiaia che sentiva avvicinarsi a gran passi: “invecchiare! morire! e poi?”
Di Dio, di cui pure aveva sentito parlare nella fanciullezza, non si era mai preoccupato se esistesse o no, ma certo era vissuto fino allora come se non esistesse affatto né Lui né la sua santa legge; ora però, “in certi momenti d’abbattimento senza motivo, di terrore senza pericolo, gli pareva di sentirlo gridar dentro di sé: Io sono però”.
La semplice ipotesi dell’esistenza di un Essere Supremo, autore del mondo e della vita, secondo la cui legge immutabile ognuno sarà giudicato per la vita futura che sarà eterna, gli metteva nell’animo una inquietudine insolita, una preoccupazione, una esitazione e una insoddisfazione mai provate nel passato. Era il lento lavorio della grazia divina in quel cuore superbo e violento; ma egli provava orrore di questa sua strana debolezza, e cercava disperatamente di mascherare questo interiore vacillamento con una grinta più dura e più fiera.
Ma i prodromi della conversione erano già evidenti.
Non è certo il caso di dilungarsi nella descrizione della conversione e delle conseguenze di un così radicale mutamento, di un così mirabile rinnovamento dell’animo dell’Innominato. All’uopo conviene rileggere le stupende pagine del romanzo, che ogni parafrasi sciuperebbe. Io perciò mi limito a fare qualche riflessione. La prima è che la crisi di quest’uomo, da tempo latente per la lenta opera della Grazia, giunge all’acme a causa del rapimento di Lucia, e trae quindi il suo motivo risolutore proprio dalle parole che la ragazza gli dice e gli ripete con una certa ispirata autorevolezza:
“Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia!”
Una seconda osservazione potrebbe essere questa: tutta la vicenda dell’Innominato sembra confermare il ventilato giansenismo del Manzoni, il quale avrebbe voluto rappresentare in lui un predestinato della Grazia; infatti il suo animo è letteralmente squassato dalla grazia divina, e non ha tregua finché non si arrende alla violenza misteriosa di un tale miracolo trasformatore. I sostenitori del giansenismo manzoniano si chiedono: perché questo intervento straordinario della Grazia non si è verificato, per esempio, in don Rodrigo? Quale merito può accampare l’Innominato di fronte al suo amico, se non quello di essere più avanti nella malvagità?
Non intendo pronunciarmi sulla spinosa questione del giansenismo del Manzoni, argomento che esula dallo scopo del presente lavoro; infatti, per capire almeno i termini della questione, dovremmo esporre la dottrina di Giansenio, che si riallaccia a certe proposizioni di Sant’Agostino (non per nulla il vescovo olandese intitolò “Augustinus” la sua opera), e l’assunto sarebbe davvero ponderoso, oltre che inopportuno in queste pagine.
Mi limiterò a dire che il Manzoni, come ogni vero cristiano, crede che tutti gli uomini sono chiamati alla salvezza, senza preclusione alcuna, e che a nessuno mancano i mezzi per salvarsi, perché il Signore li fornisce in abbondanza. I mezzi della Grazia sono vari e spesso inopinati: letture, ispirazioni, parole sentite o consigli ricevuti, buoni esempi, e soprattutto il grande e severo richiamo del dolore, il terribile monito della morte.
Anche don Rodrigo ebbe i mezzi sufficienti per salvarsi, come li hanno tutti; ricevette addirittura “il predicatore in casa”, come lui stesso beffardamente si esprime, un predicatore santo e ispirato che lo scosse con la minacciosa profezia, per cui fu lì lì per abbandonare il suo sporco impegno; provò talora anche lui uggia e fastidio del suo operato, e infine ebbe la prova suprema del dolore, per mezzo della peste e del tradimento del suo fedelissimo; né gli mancarono le preghiere dei buoni, cioè del frate e degli stessi sposi da lui perseguitati.
Si sarà convertito?
Il Manzoni non ha voluto chiarire il mistero, probabilmente per un motivo non artistico, ma di realismo morale; ci ha voluto cioè insegnare che la Grazia opera spesso in incognito, per cui noi dobbiamo astenerci dal trinciare giudizi, e soprattutto dal condannare. E lo stesso fra Cristoforo, mostrandolo a Renzo nel lazzaretto, immobile e insensato sul misero giaciglio, non può che esclamare:
“Può essere castigo, può essere misericordia”.
Ma certo il signorotto ha avuto la possibilità di salvarsi; non sappiamo se alle sollecitazioni della Grazia egli rispose con l’atto, indispensabile, della sua libera volontà. Se dunque per giansenismo si vuole intendere che alcuni pochi sono predestinati alla salvezza, di contro a una massa dannata senza speranza e senza luce, possiamo affermare che il Manzoni è del tutto immune da questa eresia.
Dopo questa digressione chiarificatrice, torniamo all’Innominato. Nell’animo di lui la grazia divina scende invero sovrabbondante, violenta come marea che scuote, spaventa e finalmente trascina. Davanti al suo dramma spirituale ci tornano in mente i versi immortali della “Pentecoste”, i quali costituiscono il commento lirico appropriato di questa tempesta interiore che si placa nella palingenesi dello spirito. Nell’inno sacro il Manzoni invoca il Paraclito, pregandolo di scendere su tutti gli uomini, anche sui prepotenti:
“scendi bufera ai tumidi
pensier del violento;
vi spira uno sgomento
che insegni la pietà.”
La grazia di Dio scese veramente come un turbine nell’animo orgoglioso del potente signore, seminandovi il terrore del passato e la paura dell’avvenire; sicché egli cominciò a sentir pietà della povera Lucia, che soffriva per causa sua. Questo sgomento lo portò sino alle soglie della disperazione e del suicidio; ma in quel terribile momento lo Spirito, lasciando di perseguitarlo col formidabile pungolo del rimorso, gli fece intravedere la speranza di una vita nuova, santificata dal perdono e dalla bontà, illuminata dalla fede e dalla carità cristiana. Anche l’Innominato, come Napoleone, aveva disperato, travolto dai pungenti ricordi,
“… ma valida
venne una man dal cielo
e in più spirabil aere
pietosa li trasportò.”
E’ appunto il secondo atto della Grazia: dopo la distruzione dell’uomo vecchio, operata con la violenza di un turbine, ecco la rigenerazione, la costruzione dell’uomo nuovo, operata con l’amorevole sollecitudine e dolcezza di una madre.
Ma non è detto che nell’uomo nuovo l’uomo vecchio sia del tutto scomparso; le possenti qualità di quell’animo (volontà impetuosa, eroico ardire, imperturbata costanza) avevano solo bisogno di mutare direzione e scopo di azione, di volgersi insomma al bene invece che al male. Infatti allorché l’Innominato, con accento di angoscia, chiese al Cardinale che cosa mai Dio potrebbe fare di lui peccatore, Federigo rispose con dolce sicurezza:
“Un segno della sua potenza e della sua bontà… Chi siete voi, pover’uomo, che vi pensiate d’aver saputo da voi immaginare e fare cose più grandi nel male, che Dio non possa farvene volere e operare nel bene?”
Se dunque l’Innominato era stato grande nel male, servendosi dei soli suoi mezzi, ancor più grande sarebbe stato nel bene, una volta sostenuto e infiammato dalla grazia divina. Questa opera così prontamente e con tanta efficacia in quell’animo, per natura ardente e generoso, che nello spazio di poche ore egli appare profondamente trasformato; sicché la moglie del sarto, e in seguito anche Lucia, non esitano a definirlo un “santo”. E una trasformazione così radicale non poteva che apparire sotto l’aureola del miracolo, a coloro che non conoscevano la lenta e progressiva opera della grazia divina in quell’animo tormentato.
Quando i lanzichenecchi scendono nel Milanese, il convertito pensa subito di mettere sé stesso e il castello a disposizione dei poveri fuggiaschi. In tale occasione l’uomo vecchio, cioè il provetto capitano capace di organizzare una valida difesa, si trovò d’accordo con l’uomo nuovo, che voleva soltanto mettersi al servizio del suo prossimo. In vista di tanto accorrer di profughi, egli si premurò di mettere in piedi degli efficienti servizi logistici e di instaurare un’efficace disciplina di tipo militare, per essere pronto a sostenere anche un assalto o un assedio; tanto da scandalizzare quel brontolone di don Abbondio, che a quella vista subito borbotta tra sé:
“Ma cosa vuol fare? Vuol fare la guerra? Vuol fare il re, lui?”
Non comprende, quel meschino, che quei preparativi di difesa sono il prodotto di una carità previdente e premurosa, di una carità intelligente e sollecita, non dissimile da quella che il Cardinale mostrerà nella carestia e nella peste. Del resto, quanto egli rifuggisse ora dalla forza delle armi, è dimostrato dal fatto che egli rimase sempre disarmato al comando di quel manipolo di armati, da lui organizzati al solo scopo di proteggere i suoi ospiti da ogni pericolo e da ogni violenza.
E l’ospitalità ch’egli seppe approntare per i fuggitivi fu veramente generosa e in tutto squisita; né la sua cura andò soltanto ai rifugiati nel castello, ma si preoccupò anche della sicurezza degli abitanti della valle, e non esitò a soccorrere qualche paese più lontano, invaso da gruppi di soldati sbandati.
In una di queste spedizioni ebbe la consolazione di salvare un paesetto dal saccheggio di simili predoni, e le sue armi furono in tal caso benedette, mentre in precedenza erano state tante volte esecrate.
Se la generosità di questo signore è grande verso tutti, è particolarmente sollecita verso coloro che ha offeso, per riparare in qualche modo il male fatto.
A Lucia e Agnese invia cento scudi per mezzo del Cardinale, “per servir di dote alla giovine”; dopo il passaggio dei lanzi, dà ad Agnese altri scudi, in riparazione del danno che avrebbe trovato certamente a casa, e in più le dona un corredo di biancheria; inoltre mette signorilmente una carrozza a disposizione dei suoi più graditi ospiti, perché possano tornare al loro paese il più comodamente possibile.
Se è dunque vero che la grazia di Dio si riversò abbondante su quest’uomo di grandi doti, dobbiamo riconoscere che egli seppe corrispondere degnamente a tanta grazia, mettendo nell’operare il bene una volontà ancor più impetuosa di quella che aveva impiegato nel male; e pur avendo imboccato tardi la via del bene, vi si avviò con tale ardore, da far dimenticare il triste passato e da recuperare abbondantemente il tempo perduto.
Questo burbanzoso signorotto è convinto che per lui ci siano solo diritti e nessun dovere, e che la vita debba essere per lui un festino continuato. Infatti è nato nella classe privilegiata dei nobili, e ha tutte le possibilità di far l’arte di Michelaccio, come dice don Abbondio: “lui ricco, lui giovine, lui rispettato, lui corteggiato”. Non gli sarà mancata una buona educazione, anche dal punto di vista religioso e morale, giacché il Manzoni ci avverte che il padre “era stato tutt’un’altra cosa” da lui, cioè un galantuomo, che non avrà mancato di mettere il figliolo sulla buona strada.
Ma il suo onesto intento risultò vano, forse perché morì troppo presto, e allora il figlio, lasciato in balia di sé stesso, si scosse presto di dosso quell’educazione paterna, la quale non era penetrata nel suo intimo anche a causa delle insorgenti passioni giovanili.
Tra queste notiamo soprattutto, strettamente legate, la lussuria e l’ambizione: egli ritiene, in quanto nobile ricco e forte, di poter possedere ogni donna che gli piaccia, specie nei paesi di campagna dove si trovano i suoi vasti possedimenti e dove crede di poterla fare da padrone assoluto, come un feudatario dei bei tempi antichi.
Allorché, nel dolce ozio della villeggiatura autunnale che trascorre nel suo palazzotto di campagna, adocchia tra le operaie della filanda una ragazza di particolare bellezza, subito se ne incapriccia e vuol farla sua. E’ sicuro che la bella montanara si concederà a lui assai di buon grado, per un doveroso atto di omaggio a un giovane cavaliere come lui, ed è pronto a scommettere col cugino Attilio che la ragazza gli cadrà ai piedi come tante altre. Ma quando vede che la ragazza non gli dà affatto retta, preferendogli un operaio, non ci vede più per la rabbia e decide senz’altro di usare la forza, prima di impedirne il matrimonio e poi per rapire Lucia che ha osato resistere alle sue lusinghe.
Riesce nel primo intento assai facilmente, poiché i due bravi da lui mandati hanno a che fare con un parroco vile come don Abbondio; ma la spedizione per il ratto, per quanto abilmente organizzata, va clamorosamente fallita, per il contrattempo causato dal matrimonio di sorpresa tentato dai due promessi, il quale aveva fatto allontanare da casa Lucia poco prima che i bravi vi facessero irruzione.
Quando apprende che la ragazza è fuggita a Monza con Renzo, per iniziativa di padre Cristoforo, monta su tutte le furie per la gelosia:
“Fuggiti insieme! – gridò – insieme! E quel frate birbante!... Quel frate me la pagherà!”
Ripensa con rabbia al tempestoso colloquio avuto qualche giorno prima col cappuccino, il quale gli aveva lanciato come una sfida:
“Lucia è sicura da voi: ve lo dico io povero frate.”
Egli si arrovella per l’audacia del frate, che era venuto a provocarlo a casa sua; ma insieme con la stizza sente anche “un lontano e misterioso spavento” per quell’inizio di infausta profezia che ancora gli rintrona nelle orecchie.
Don Rodrigo è, rispetto all’Innominato, un malvagio mediocre: egli è soprattutto un gaudente, uno che vuole godersi la vita con tutti i piaceri che gli sono concessi facilmente dal rango, dalla ricchezza e dalla giovinezza; è una specie di “vitellone” del Seicento: se ricorre alla violenza, è solo per soddisfare le due passioni che lo divorano, cioè la lussuria e l’orgoglio.
Egli ama vivere in società, godere delle distinzioni della sua casta, usufruire di tutti i privilegi nobiliari; adora le comodità della vita cittadina, ma sta volentieri anche in campagna, nel suo palazzotto in vista del lago, per sentirsi come un piccolo re in mezzo ai suoi sudditi; coltiva l’amicizia dell’Innominato, ma vuole essere in ottimi rapporti con l’autorità costituita, per poter tenere una mano sulle bilance della giustizia e farle tracollare sempre in suo vantaggio.
Vediamo infatti che, in villa, invita spesso a pranzo il podestà di Lecco, il quale deve appunto chiudere un occhio sulle sue malefatte campagnole, e non dimentica di foraggiare l’avvocato più reputato di Lecco, affinché lo tenga al riparo dalla giustizia, coprendo le sue illegalità con la cortina fumogena delle stesse gride.
E’ fiero di avere uno zio molto potente nella capitale, in quanto membro del Consiglio Segreto, e ricorre volentieri a lui, mediante il cugino Attilio, per sbarazzarsi nel modo più sicuro del molesto frate; ma tiene gelosamente nascosta, sia allo zio sia alle sfere ufficiali, la sua relazione con l’Innominato, la quale, se risaputa, avrebbe potuto compromettere i suoi rapporti con l’alta società milanese.
Ma probabilmente in lui è rimasta qualche traccia dell’educazione morale e religiosa ricevuta nella fanciullezza; seguendo il male, infatti, egli sente nell’intimo che viola una legge etica, e rimane profondamente scosso, pur tra la rabbia, dalla tronca profezia di padre Cristoforo. Ripensando a quelle parole di oscura minaccia, si sente venire la pelle d’oca, e più d’una volta è tentato di rinunciare insieme alle due cose che allora più gli premevano, avere Lucia e vendicarsi dell’odioso frate.
La sua passione è un “misto di puntiglio, di rabbia e d’infame capriccio”; a un certo punto Lucia passa, per così dire, in secondo piano: si tratta soprattutto di non darla vinta a uno zotico villano e a un frate temerario, di spuntare un impegno in cui ormai è impegnato il suo onore di cavaliere. Infatti, come sarebbe potuto tornare tra la brillante società della capitale con lo “sfregio di un colpo fallito”? Come poteva rimanere a villeggiare sul lago, o tornarci gli anni successivi, se non rialzava la riputazione della sua potenza? Chi lo avrebbe più temuto, se non era capace di vincere e di vendicarsi?
Ma più di ogni altra cosa egli temeva lo scherno del cugino Attilio, il suo Mefistofele, il quale col riso beffardo lo spingeva sempre più al male, mentre lui forse avrebbe voluto qualche volta fermarsi o anche tornare indietro. Attilio era un giovane gaudente e spensierato, intelligente e spregiudicato.
Don Rodrigo sotto sotto lo invidiava, perché avrebbe voluto possedere quella spavalda sicurezza, quell’inconscio cinismo; lui invece non sapeva godersi veramente la vita, pieno com’era di ubbie e di preoccupazioni. Se si fosse per caso ritirato dall’impresa, don Attilio non gli avrebbe più dato un attimo di pace, ridicolizzando la sua passione popolana presso tutti gli altri oziosi “giovini signori” della società milanese, davanti ai quali o non avrebbe più dovuto alzare il viso per la vergogna, ”o avere ogni momento la spada alle mani”, per battersi a duello con gli audaci provocatori.
Per il cinico e brillante cugino don Rodrigo sentiva, assieme all’attrazione e all’invidia, anche un certo inconfessato livore, perché colui era come il suo genio malefico. Anche l’infame capriccio per Lucia era cresciuto a dismisura proprio per le sghignazzate incredule del conte Attilio il quale, più intelligente del cugino, aveva subito capito che quella ragazza così modesta non era il tipo da cedere alle lusinghe di chicchessia, ed era stato perciò pronto a scommettere con don Rodrigo che non l’avrebbe posseduta. E quando il giorno di San Martino passò senza che Lucia fosse giunta al palazzotto, allo scornato cavaliere cocevano non tanto gli scudi che doveva pagare per la scommessa perduta, quanto le sgangherate risate del cugino, che ferivano profondamente il suo orgoglio e di invitto signore e d’irresistibile conquistatore. E così il capriccio divenne passione, la passione si trasformò in tormentosa gelosia, la gelosia generò un’assillante brama di rivincita.
Oserei dire che l’odioso signorotto in certo qual modo si riabilita e si riscatta in questo tormento; è un tormento ignobile, che si è procurato lui stesso per soddisfare un suo turpe capriccio; ma è pur sempre una sofferenza, che a poco a poco si fa più profonda, acuita com’è da quell’aguzzino del conte Attilio, al quale non sembra vero di avere quel motivo di spasso, e cerca di prolungarlo più che può.
Infatti, se lo aiuta a liberarsi dell’importuno frate, è solo per spassarsela sino in fondo con quella passionaccia del cugino per la bella contadinotta. E se don Rodrigo si decise a proseguire nell’impresa, ricorrendo all’Innominato, fu soltanto per una lettera del cugino il quale, da Milano, informandolo del trasferimento dell’arrabbiato frate, lo istigava a non tirarsi indietro ora che aveva via libera, minacciando, in caso contrario, “di gran canzonature”.
Ormai, come poteva don Rodrigo tirarsi indietro senza perder la faccia? Infatti “Attilio certamente avrebbe già preso la tromba, e messo tutti in aspettativa. Da ogni parte gli avrebbero domandate notizie della montanara: bisognava render ragione”.
Don Rodrigo in questo caso ci fa quasi compassione, perché in definitiva è la vittima, non tanto della sua sporca passione, quanto di quello scanzonato di Attilio, che lo domina e lo ricatta, schernendolo continuamente per l’insuccesso e ridendosi di tutte le sue ubbie. Allorché don Rodrigo si preoccupa per il podestà, che il cugino non si è tenuto dall’irritare, egli scoppia a ridere:
“Sapete, che comincio a credere che abbiate un po’ di paura? Mi prendete sul serio anche il podestà…” Quando don Rodrigo gli riferisce lo scontro verbale avuto col frate, egli fa le più grandi meraviglie che l’abbia lasciato andar via senza assestargli un sacco di legnate, tacciando apertamente il cugino di essere un pavido e di non possedere la grinta di un vero nobile che si rispetti. Insomma il cinico conte si diverte, mentre il cugino soffre e si tormenta per una sequela di delusioni.
Ha qualche spiraglio di speranza, qualche attimo di “ scellerata allegrezza”, quando viene a sapere che Lucia si è fermata a Monza, mentre Renzo ha proseguito per Milano: il saperli separati, mentre placa la sua gelosia, gli fa sperare di poter giungere allo scopo. Ma la speranza e la gioia durano poco: il giorno dopo il Griso, mandato in esplorazione a Monza, gli riferisce che la ragazza è ricoverata nel monastero della “Signora” e sotto la sua speciale protezione. Don Rodrigo sapeva che quel monastero non era espugnabile dalle sue forze; perciò questa notizia fu per lui una brutta doccia fredda.
Ma non si dà per vinto: ricorre all’Innominato, il quale prende su di sé l’arrischiata impresa. Ormai il successo è assicurato: quel signore non prometteva invano. Ma mentre don Rodrigo attendeva, da un giorno all’altro, la sospirata notizia del rapimento, ricevette invece l’ultima e più cocente delusione: la ragazza, già felicemente rapita, era stata in seguito liberata dallo stesso signore, che si era convertito cambiando completamente vita!
Se fu un duro colpo per l’orgoglioso signorotto, lo lascio immaginare a voi. Per smaltire la sua rabbia impotente, rimase due giorni chiuso nella sua bicocca; ma poi, avendo saputo che il Cardinale sarebbe venuto in visita pastorale nel paese di Lucia, dovette partire precipitosamente per Milano. Infatti il Conte zio avrebbe preteso che, in tale occasione, lui andasse a ossequiare il Presule, per ricevere da lui pubblicamente “le più distinte accoglienze”; ma il nipote preferiva cento volte le canzonature dei vitelloni milanesi a quella pessima figura davanti al Borromeo. Né, attese le circostanze, noi sapremmo dargli torto; infatti il Cardinale sapeva che il mandante del rapimento era appunto lui, e lo sporco motivo era più che evidente.
Il superbo signorotto dovette dunque partire dalla villeggiatura alla chetichella, come un fuggitivo, per non dare nell’occhio, e molto probabilmente non rimise più piede in quel palazzotto che gli suscitava tanti cocenti ricordi.
Per quanto l’Autore non dica niente, noi che conosciamo l’animo di don Rodrigo, facile a preoccuparsi e impressionarsi, dobbiamo pensare che egli restò vivamente impressionato dall’improvvisa conversione del suo potente amico; e se questa spiacevole emozione non produsse alcun salutare effetto in lui, fu certamente perché al suo fianco c’era sempre quel mefistofelico cugino, sempre pronto a schernire ogni suo ripensamento.
Vi ricordate che cosa avvenne dopo il colloquio con fra Cristoforo?
Vedendo il cugino preoccupato, don Attilio lo prende in giro dicendo che il frate lo ha convertito; contraffacendo quindi il cappuccino con voce nasale e con gesti caricati, improvvisa una predica in cui mette in caricatura don Rodrigo, “un cavaliere scapestrato, più amico delle femmine, che degli uomini dabbene”.
Insomma quel cinico derideva ogni suo tentennamento, prendendolo per debolezza.
Don Rodrigo in effetti è un debole, perché è “succubo” del cugino, e per nascondere qualsiasi resipiscenza di natura morale o religiosa, affoga il rimorso negli stravizi, pur di non mostrare al suo “incubo”, cioè al cugino che lo domina, qualche imperdonabile debolezza. Ma in fondo all’animo sente un certo sordo risentimento contro colui che, dominandolo col suo riso beffardo, non gli concede alcuna possibilità di evasione da quella vita viziosa e oziosa. E quando don Attilio crepa di peste, don Rodrigo si sente finalmente libero e padrone di sé, e per quanto i tempi siano calamitosi, egli si sente tanto allegro, da far “rider tanto la compagnia, con una specie d’elogio funebre” del morto.
Una volta sottratto al genio malefico del cugino, si sente altrettanto, sicuro e padrone di sé; ma purtroppo questa sua nuova libertà durò ben poco e non poté dare alcun frutto: la sua miseranda fine è prossima.
Siamo verso la fine di agosto del 1630, proprio quella sera che, in un ridotto di amici, suoi compagni di bagordi, aveva tessuto quella ridicola orazione per il defunto, ottenendo messe di risa e di sghignazzi; ma tornato a casa dopo quel successo, si accorge di essere contagiato e si sente perduto.
Il sogno che ebbe in quella notte di delirio febbrile dimostra che in fondo alla sua coscienza, o se vogliamo nel subcosciente, non era mai scomparsa la preoccupazione dell’aldilà, “quel lontano e misterioso spavento” ispiratogli dalle minacciose parole del frate, anche se cercava di seppellire quella paura ultraterrena col riso scettico e sprezzante, e di dimenticarla immergendosi nei facili piaceri.
La sua morte è veramente compassionevole. Scoperto sul suo corpo il sozzo bubbone, marchio terribile della peste, ha un solo terrore, di essere preda dei monatti, e una sola speranza, di essere curato in casa; per non cadere nella disperazione, si affida tutto a questa pur tenue speranza e confida nella gratitudine del “fedel Griso”, il quale invece lo tradisce nel nero modo che sappiamo.
Don Rodrigo ci desta pietà anche per questo: è tradito da chi egli aveva, a suo modo, beneficato, col sottrarlo alla giustizia e col dargli un lauto stipendio. Negli ultimi istanti di lucidità gli si rivela lo spaventoso “vero” della sua vita sbagliata: la cruda realtà gli deve fare un’impressione orrenda. Il tradimento del Griso gli dà il colpo di grazia; ormai né la peste né la morte gli fanno più paura: è rassegnato a tutto, e i monatti non gli fanno più ribrezzo. Vorrebbe solo vendicarsi di quel vile:
“Lasciatemi ammazzar quell’infame, e poi fate di me quel che volete”.
Comprendendo, almeno allora, di aver sbagliato tutto, di aver sprecato un’esistenza, avrà avuto un attimo di pentimento? E’ il mistero della Grazia, il segreto della misericordia di Dio; e noi non possiamo neppure tentare di diradare quel velo arcano.
Al lazzaretto giace per quattro giorni buttato su di un giaciglio, col viso nero e tumefatto, con lo sguardo incantato e assente, in un’agonia lunga e penosa ma senza conoscenza. Noi non possiamo che ripetere, col padre Cristoforo:
“Può essere castigo, può essere misericordia”.
Ma certamente nella sua miserabile fine don Rodrigo non ci è più odioso: ci fa soltanto pena, una grande pena.
Attilio ha in comune col cugino il desiderio di divertirsi, considerando anche lui la vita un festino a cui sono invitati solo i nobili e i ricchi; ma mentre don Rodrigo non ci riesce troppo, perché oppresso da complessi che lo rendono preoccupato, lui raggiunge sino a un certo punto il suo scopo, essendo di carattere scettico e scanzonato. E’ nato nella classe privilegiata e vuol godersi liberamente e compiutamente i suoi privilegi; e mentre il cugino vive in uno stato di ansia, temendo che questi privilegi gli siano tolti, e quindi si circonda con un nugolo di bravi, egli non ha alcuna preoccupazione, crede nella propria superiorità nobiliare, per cui non si fa scrupolo di offendere senza ritegno i non nobili.
Don Attilio vuol divertirsi, ma senza sforzo o pericolo, soprattutto senza prendersi pena; è di carattere estroverso, ridanciano, e si ride tanto volentieri del cugino, che è sempre così cupo e ansioso, mentre lui è un superficiale che prende la vita alla leggera. Non ha nessun complesso morale, né scrupolo di carattere religioso; è insomma un edonista convinto e spregiudicato, che si diverte un mondo a beffare gli altri e soprattutto a stuzzicare il cugino con pungente ironia.
Ha sempre una voglia matta di ridere.
La prima volta che, assieme al cugino, vede Lucia, mentre l’altro tenta invano di trattenerla “con chiacchiere non punto belle”, lui “ride forte”, godendosi la scena e assaporando già le prevedibili conseguenze.
Il giorno dopo, mentre il cugino non riesce a fermare la ragazza, che cammina a occhi bassi “nel mezzo delle compagne”, lui “sghignazza” per la ritrosia della contadinotta e per la figura del corteggiatore il quale, punto sul vivo, è pronto a scommettere che farà sua la bella montanara.
Il comportamento irridente del conte Attilio rende don Rodrigo più intestardito che mai nel suo turpe capriccio; egli è, per così dire, il genio malefico del cugino, perché lo spinge sempre più al male, canzonandolo tutte le volte che mostra un po’ d’indecisione, e minacciando peggiori canzonature nel circolo dei “giovini signori” milanesi, qualora non avesse avuto ragione di quella ritrosa.
Nel banchetto presso don Rodrigo, è lui che invita fra Cristoforo ad accomodarsi nella sala del convito, perché si diverte un mondo a mettere in imbarazzo sia il cappuccino, non abituato a simili convegni, sia il padrone di casa, che dai frati voleva stare alla larga, perché gli risvegliavano qualcosa di sgradito, quel senso di colpa latente nel fondo del suo animo.
Durante il banchetto Attilio mette in luce la sua burbanza nobiliare; infatti in quel disordinato conversare egli trincia giudizi e non si tiene dall’offendere il podestà di Lecco, che non è nobile, facendo preoccupare il cugino, il quale vuole invece tenersi amico quel rappresentante del Governo. E allorché, qualche giorno dopo, don Rodrigo si lamenterà con lui del modo irriverente tenuto col podestà, gli risponderà con un riso di scherno, tacciandolo di fifone:
“Mi prendete sul serio anche il podestà…”, come se prendere sul serio un podestà significasse coprirsi di ridicolo.
Ma torniamo al banchetto e alla discussione che si tenne in quella occasione, perché in essa domina la burbanza del nostro personaggio.
Si discuteva di un recente fatto di cronaca: un tale che aveva portato una sfida, da parte di un cavaliere spagnolo, a un nobile milanese, era stato bastonato dal fratello di costui, perché aveva osato consegnargli il cartello senza chiedergliene il permesso.
Il podestà, uomo di legge, sostiene che il messo è inviolabile, come dice anche il proverbio: “ambasciator non porta pena”; il conte Attilio invece, che nel suo orgoglio di nobile si considera al di sopra della legge, sostiene che quelle bastonate sono meritatissime da quel messo insolente, e che il nobile ha avuto “una vera ispirazione” ad appioppargliele.
E quando, davanti alle ragioni storico-giuridiche del podestà, rimane a corto di argomentazioni, l’ignorante e altezzoso signore passa alle offese, insinuando malignamente nei riguardi del suo interlocutore:
“Quello che non posso capire è perché le premano tanto le spalle d’un mascalzone”.
Quasi per dire: è forse un mascalzone anche lei, che si riscalda tanto per quel villano? Per evitare che le parole divenissero più pesanti, dovette intervenire don Rodrigo il quale, in un primo tempo, volle costituire giudice della lite il padre Cristoforo, nella speranza che potesse sopirla; in un secondo tempo, avendo il frate dato una risposta evasiva, mise in tavolo un altro argomento per far dimenticare il primo, che era divenuto incandescente.
Ma colui che si era accalorato di più era il podestà, il quale sentiva di aver ragione e non voleva cedere, in una questione di principio, davanti alla prepotenza nobiliare; in pratica poi era disposto a chiudere tutt’e due gli occhi davanti alle prepotenze di don Rodrigo, che lo onorava della sua mensa. Il conte invece discuteva senza prendersela troppo, per puro divertimento, e ci godeva nel far andare in bestia il “signor podestà riverito”, come diceva con tono apertamente ironico.
Gli piaceva anche mettere in imbarazzo e il cugino e gli altri convitati.
A un certo punto della discussione, cerca di tirarvi in ballo il dottor Azzecca-garbugli, il quale non badava che a mangiare e bere “col naso più rubicondo del solito”; gli si rivolge in tono scherzoso e ironico:
“E lei, signor dottor riverito, in vece di farmi dei sogghigni, per farmi capire ch’è del mio parere, perché non sostiene le mie ragioni, con la sua buona tabella?”[2]
E’ chiaro che non gl’interessa affatto essere sostenuto dall’avvocato, ma si diverte a sorprenderlo e metterlo in imbarazzo; infatti il dottore “rispose confusetto”, non potendo evidentemente dare torto né al rappresentante dell’autorità né a quello della nobiltà.
Anche nella seconda questione, suscitata da don Rodrigo per sedare la precedente, si verifica lo scontro fra il puntiglio del magistrato spagnoleggiante e l’albagia del nobile nazionalista. Discutendosi della guerra di Mantova e delle voci di accomodamento che circolavano, il conte afferma di aver saputo da ottima fonte milanese che sono in corso delle trattative tra le parti, che il podestà smentisce recisamente, facendosi forte delle confidenze del castellano spagnolo, il cui padre è molto vicino al Conte duca, primo ministro di Spagna, nientemeno!
Ma il burbanzoso Attilio quasi ride di simili informazioni, con evidente disprezzo per gli informatori spagnoli:
“Le dico che a me accade ogni giorno di parlare in Milano con ben altri personaggi…”
Lo scontro tra i due si riaccende anche circa la pronuncia esatta del nome del generale tedesco Wallenstein, che naturalmente il podestà vuole pronunciato alla spagnola, Vagliensteino, nonostante le repliche irriguardose del conte Attilio.
Sicché don Rodrigo, per evitare il peggio, prega il cugino, col cenno degli occhi, che per amor suo cessi dal contraddire. Ma poiché il podestà, prendendo aire dal silenzio dell’avversario, non la finisce più con le lodi del Conte duca, don Attilio, imbestialito per quell’elogio sperticato, non si tiene dal far versacci, tanto che il padrone di casa stima bene proporre un brindisi, per affogare nel vino ogni animosità.
Il carattere superficiale e altezzoso del conte Attilio è confermato dal giudizio che egli esprime sulla carestia, che sarebbe stata prodotta artificialmente dagli incettatori e dai fornai. Su questo tutti concordavano; ma mentre il podestà, esponente del diritto, invocava contro i colpevoli “dei buoni processi”, il nostro conte sbraitava:
“Che processi? Giustizia sommaria. Pigliarne tre o quattro o cinque o sei, di quelli che, per voce pubblica, son conosciuti come i più ricchi e i più cani, e impiccarli”.
Insomma il capestro e le bastonate sono i mezzi di persuasione, e anche d’approvvigionamento, di questo nobile cinico e arrogante.
Ma nel suo carattere prevale la nota scanzonata e ironica. Dopo il colloquio di don Rodrigo col padre Cristoforo, gli insinua malignamente che il frate lo abbia convertito; e trovando la cosa molto divertente e ridicola, si mette a fare la caricatura e del frate, pettoruto e superbo per il successo, e del convertito, “tutto compunto e con gli occhi bassi”.
E quando arriva il giorno di San Martino senza che Lucia sia nel palazzotto, don Attilio canta vittoria con “un viso e un atto canzonatorio”, perché prova una gioia matta nel vedere il cugino con la bocca asciutta; quando poi conosce le offese che egli ha ricevute dal cappuccino, si meraviglia che l’abbia lasciato andar via, “quel temerario birbante”, senza dargli un carico di legnate. Considerando poi l’offesa fatta al cugino come uno sfregio per tutta la parentela, prende su di sé l’incarico di dare una lezione all’arrabbiato frate:
“Lo prendo io sotto la mia protezione, e voglio aver la consolazione d’insegnargli come si parla coi pari nostri”.
Per liberare il cugino dal frate, pensa subito di servirsi, come mezzo più sbrigativo, del conte zio, e soddisfatto della sua idea esclama: “quanto mi diverto ogni volta che lo posso far lavorare per me, un politicone di quel calibro!”
Infatti tutto è divertimento per lui, a questo comune denominatore egli riduce qualunque questione, perché egli non prende sul serio niente e nessuno, eccetto sé stesso. Allorché don Rodrigo è preoccupato per le possibili conseguenze giudiziarie del tentato rapimento di Lucia, il conte Attilio lo schernisce per la sua vana paura: a un nobile è consentito bastonare la gente e anche rapire una donna onesta!
Proprio qui sta la vera differenza tra i due cugini: l’uno non prende sul serio niente e nessuno, l’altro dà importanza a troppe cose, e arriva a preoccuparsi delle reazioni di un borghesuccio di podestà!
Però quest’uomo che verbalmente si mostra tanto spavaldo e sicuro di sé, sempre pronto ad assegnare legnate agli ignobili, mostra la sua intima viltà in occasione del tumulto di Milano; infatti le “notizie del tumulto e della canaglia che girava per le strade, in tutt’altra attitudine che di ricever bastonate”, gli consigliarono di trattenersi prudenzialmente in campagna, nel timore che le busse questa volta toccassero a lui.
Intelligente qual era, aveva subito compreso che in quei giorni, nella capitale, non spirava per lui un’aria propizia, e si tenne alla larga, perché non si sentiva affatto di affrontare quella plebe che tanto disprezzava. Quando poi la forza tornò nelle mani delle autorità e le forche furono alzate contro i rivoltosi, allora tornò in città con la solita boria sprezzante.
Ritorna perché deve incontrarsi col Conte zio per la faccenda del frate, come ha promesso al cugino.
Il modo come impegna lo zio ad agire contro il padre Cristoforo, è un vero capolavoro di abilità e di menzogna.
Innanzi tutto dipinge il frate coi più foschi colori, ricordando il delitto della sua gioventù, “onde, per inscansar la forca”, si è fatto frate; quindi dice che se l’è presa contro don Rodrigo solo perché è un nobile, e lui, da vile plebeo, ce l’ha contro tutti i nobili.
Lo zio risponde che certamente il frate non sa che don Rodrigo è suo nipote, sottintendendo: basterà farglielo sapere, e le cose cambieranno come dalla notte al giorno. Allora don Attilio, mentendo sfacciatamente, vibra il colpo maestro per ferire la boria vanitosa del membro influente del Consiglio Segreto:
“Se lo sa! Anzi questo è quel che gli mette più il diavolo addosso.”
Il colpo centra il punto debole del politicone, la sua vanità; e ormai per fra Cristoforo non c’è scampo; ma Attilio raddoppia il colpo, per maggiore sicurezza, affermando che quel frate va dicendo che “se la ride dei grandi e dei politici, e che il cordone di San Francesco tien legate anche le spade…”
Il grande politico diventa addirittura furioso contro il “frate temerario” che lo tiene in così poco conto, se ne appunta il nome sul taccuino, e ormai non avrà pace finché non lo saprà relegato in “qualche nicchia un po’ lontana”.
Ma al diabolico nipote non basta aver montato lo zio contro il povero cappuccino; vuole anche metterlo sulla buona strada per ottenere lo scopo presto e bene. Sì direbbe che egli diffidi assai dell’intuito del politicone, e perciò non rinuncia a dargli l’imbeccata, per quanto si aspetti una reazione dalla “boria ombrosa” dello zio. Senza aver l’aria di dargli un consiglio, gli prospetta la possibilità di servirsi del Padre provinciale dei cappuccini, suo grande amico, come del mezzo più adatto per far cambiare subito aria all’arrabbiato frate.
Com’era da prevedersi, il gran politico si adombra per un “suggerimento così scoperto”, ma quel volpone del nipote lo calma subito, esclamando “con un tentennamento di testa, e con un sogghigno di compassione per sé stesso: Ah è vero! Son io l’uomo da dar pareri al signore zio!”
Ma intanto il suggerimento è stato dato, e sarà puntualmente seguito, anche se probabilmente il Conte zio avrebbe trovato anche da sé quell’espediente così congeniale col suo carattere diplomatico.
Allorché il trasferimento di fra Cristoforo a Rimini è ormai un fatto compiuto, Attilio scrive subito al cugino per comunicargli la fausta notizia e incitarlo a non demordere, ora che non sono più d’ostacolo né il cappuccino né Renzo, il quale è bandito e fuggitivo: se si fosse tirato indietro adesso, avrebbe dimostrato palesemente di essere un buonanulla, e in questo caso si doveva aspettare i dileggi e del cugino e di tutti i giovini signori di Milano, in quanto lui avrebbe propalato la notizia… La minaccia di gran canzonature ottenne l’effetto desiderato: don Rodrigo per non mollare la preda dovette ricorrere all’Innominato.
Probabilmente non si sarebbe deciso a un passo tanto grave, se non ci fosse stata quella tal minaccia a pendergli sulla testa come una spada di Damocle.
Don Attilio sa imporre la sua volontà ai suoi parenti e far fare loro quello che lui vuole; e sa dosare con accortezza i mezzi per giungere al suo scopo: con lo zio adopera l’astuzia menzognera e il sorrisetto di commiserazione per sé stesso, col cugino adopera il ricatto e il riso ironico. Non è meraviglia che questi sentisse per lui un sordo rancore, che poté sfogare solo quando la peste lo liberò finalmente dal molesto condizionatore della sua vita, al quale riservò un beffardo elogio funebre pronunciato con allegro spirito di rivalsa: il cugino lo aveva dominato, ma ora lui lo dominava, in quanto era ancora vivo. Per sua sfortuna poté godere ben poco di questa rivincita, perché la peste ghermì pure lui, inesorabile.
Che giudizio dobbiamo dunque dare del conte Attilio?
Da un lato ci piace, perché è intelligente, abile, estroverso; ma non possiamo che condannarlo moralmente, in quanto ha messo le sue doti al servizio del male e ha spinto sempre più in basso il cugino, dominandolo completamente e sempre.
La storia di questa donna abbraccia nel romanzo gran parte del capitolo IX° e quasi tutto il X°; è quindi molto più diffusa sia della storia di Lodovico (cap: IV°) sia di quella di Federigo (cap: XXII°), tanto da apparire quasi un romanzo nel romanzo. Anzi nella prima stesura del capolavoro manzoniano, che aveva il titolo di “Fermo e Lucia”, la storia della monaca occupava più di quattro capitoli, diffondendosi in molti particolari anche scabrosi, che poi l’Autore tolse via per motivi non solo morali, ma anche artistici, per dare al personaggio una più vigorosa e drammatica essenzialità.
Il Manzoni per la storia di Gertrude attinse liberamente dal Ripamonti, dato che gli atti del processo celebrato contro di lei furono pubblicati solo dopo l’edizione del romanzo del 1827.
Gertrude è dunque un personaggio storico, ma nel raccontarne la vita l’Autore non si attiene sempre ai dati documentari, poiché egli non scrive una monografia storica, bensì un’opera d’arte e di fantasia, anzi di poesia, e il “vero manzoniano” non va inteso tanto in senso storicistico, quanto in senso morale.
La verità storica del personaggio è stata dunque liberamente interpretata e poeticamente rielaborata dalla commossa fantasia del Manzoni, al quale preme soprattutto mettere in luce la tormentata umanità di questa donna, disgraziata più che colpevole.
Questa storia ci rivela una delle piaghe del Seicento, quelle monacazioni forzate che erano dovute alla consuetudine del maggiorasco: per lasciare tutto il patrimonio al primogenito, i nobili lasciavano senza dote i figli successivi; per i maschi si prospettava o la carriera delle armi (i famosi cadetti) o quella ecclesiastica, per le femmine purtroppo non c’era che il chiostro, che per alcune non rappresentava che un’odiosa prigione. E quest’iniquo trattamento s’imponeva a tanti giovanetti e fanciulle per non dividere l’asse ereditario, ché altrimenti si sarebbe assottigliato e non avrebbe potuto più sostenere il decoro del casato!
La prima libertà che l’Autore si prende con questo personaggio è quella del nome: si chiamava infatti Maria Anna de Leyva e, divenuta religiosa, Suor Virginia, un nome bello ma che risulta di amara ironia in rapporto alla vita immorale che condusse per molti anni.
La seconda e più grande libertà è la collocazione cronologica: infatti Suor Virginia era nata nel 1575, e quindi nel 1628, anno in cui fa la sua apparizione nel romanzo, non era più giovane come viene rappresentata, e non era neppure più a Monza, poiché sin dal 1607 era stata arrestata per ordine dell’Autorità ecclesiastica, processata e condannata a essere rinchiusa a vita nella terribile “casa delle penitenti” presso il monastero di Santa Valeria in Milano, dove morì nel 1650.
La madre di Maria Anna de Leyva morì quando la bambina aveva appena un anno, lasciandola erede di una metà del suo vistoso patrimonio; e appunto per appropriarsi di esso, il padre don Martino de Leyva (il nome rivela chiaramente l’origine spagnola), che si era risposato e aveva avuto altra prole (per la precisione tre maschi e una femmina, anch’essa monacatasi), mise a sei anni l’orfanella nel monastero di Santa Margherita in Monza, “per educazione e ancor più per istradamento alla vocazione” monacale impostale.
Il caso di Maria Anna, che era erede legittima di un patrimonio, non rientrava propriamente nella consuetudine del maggiorasco, ma l’avido genitore ce la fece rientrare, per impadronirsi della ricca eredità.
Questa è la Gertrude storica; è sintomatico il fatto che il Manzoni ne abbia cambiato il nome, quasi a sigillare la libertà con cui ci ha presentato il personaggio storico. Infatti egli non accenna affatto alla madre morta e alla matrigna che ne prese il posto e, allontanandosi dalla storia, dice che essa era l’ultima figlia di un “gran gentiluomo milanese… che aveva destinati al chiostro tutti i cadetti dell’uno e dell’altro sesso”; però sostanzialmente il Manzoni dice la verità sull’odiosa figura del padre don Martino, il quale chiuse tra le Francescane Scalze, a Madrid, anche la figlia di secondo letto; si vede che questo era il suo sistema di provvedere alla felicità delle sue creature.
Nonostante che la storia di Gertrude, dalla prima alla seconda stesura, sia stata praticamente dimezzata, risulta sempre abbastanza ampia; e ci potremmo chiedere perché l’Autore abbia tanto indugiato in essa. Io credo che l’abbia fatto per alcuni motivi importanti, che ora cercherò di esporre.
Innanzi tutto egli doveva motivare la condotta della Suora nei riguardi di Lucia, specie quando la mandò fuori dal monastero, con un falso incarico, per farla rapire; e non avrebbe potuto motivarla, se non accennando alla sua colpevole relazione con Egidio, la quale a sua volta era spiegabile con la monacazione forzata.
In secondo luogo questa lunga storia permise al Manzoni di stigmatizzare a dovere una delle peggiori piaghe del seicento, il maggiorasco, che era una causa permanente di monacazioni forzate, portando la corruzione nei monasteri e nei conventi, popolati da tanti cadetti che avevano ben altra brama che darsi all’ascetismo.
In terzo luogo il caso di Gertrude fornisce all’Autore la possibilità di tracciare la storia di due anime; egli era un profondo psicologo, e seppe magistralmente rappresentarci da una parte la fanciulla, che non vorrebbe che amare ed essere amata, e viene costretta a prendere i voti, dall’altra il principe-padre il quale, pur amando a suo modo la figlia, non esita a sacrificarla per salvaguardare il prestigio della famiglia, basato sulla conservazione del patrimonio.
La figura del padre infatti non è così univoca come qualcuno crede: egli non è semplicemente il tiranno che angaria la figliola, perché in certo senso soffre pure lui, vittima inconsapevole dei pregiudizi del secolo e del suo ceto.
Il Manzoni non è mai superficiale nella rappresentazione dei caratteri, né semplicistico nelle valutazioni morali; per lui non ci sono uomini in tutto e per tutto cattivi, perché il seme del bene è stato da Dio deposto nell’animo di ciascuno, e per di più a tutti Egli concede la grazia e i mezzi sufficienti per la salvezza. Perciò l’analisi psicologica e morale dei vari personaggi è sempre nel romanzo fine e profonda, essendo condotta da una mente pensosa e abituata a indagare in “questo guazzabuglio del cuore umano”.
Dopo questo preambolo, torniamo a Gertrude, per esaminare brevemente gli aspetti della sua indole.
Un suo difetto, comune del resto alla maggior parte delle fanciulle, è la vanità; un difetto nel suo caso aggravato dall’orgoglio nobilesco, coltivato e accresciuto dai parenti prima e dalle suore educatrici poi, perché su di esso puntavano per farle piacere il chiostro, dove la sua vanità era soddisfatta dal trattamento eccezionale: “posto distinto a tavola, nel dormitorio; la sua condotta proposta all’altre per esemplare; chicche e carezze senza fine”.
Tanti riguardi non potevano non colpire la giovinetta, la quale vedeva quelle stesse suore, così compiacenti con lei, trattare le altre educande con aria severa. A poco a poco quel piccolo difetto di vanità naturale, in tal modo favorita, diventa capriccio, puntiglio e insofferenza di qualsiasi disciplina. La vera religione che avrebbe potuto emendare quel difetto, non penetrò nell’animo della ragazza, poiché il suo posto era stato preso dalla falsa religione ipocrita e formalistica, alleata col fasto e con le soddisfazioni di questo mondo, in netta antitesi con lo spirito evangelico.
“La religione, come l’avevano insegnata alla nostra poveretta, e come essa l’aveva ricevuta, non bandiva l’orgoglio, anzi lo santificava e lo proponeva come un mezzo per ottenere una felicità terrena. Privata così della sua essenza, non era più la religione, ma una larva come le altre”.
In queste gravi parole si avverte già la compassione che il Manzoni sente per questa ragazza, la quale viene privata e in famiglia e in convento del fondamentale insegnamento della religione, stella direttrice nella burrascosa navigazione della vita. A quale ancora di salvezza la sventurata potrà ricorrere per resistere alla furiosa tempesta che squasserà la sua fragile navicella? Come potrà evitare il naufragio?
L’orgoglio, proposto come virtù nobiliare, le venne istillato in famiglia sin dai primi anni, col sottinteso che il desiderio di supremazia, derivante dall’orgoglio, poteva attuarsi solo in un monastero. Per lodare l’aspetto prosperoso della bambina, i familiari esclamavano: ”che madre badessa!” quando faceva dei capricci, per averla vinta in qualche cosa, le sussurravano con indulgenza: “quando sarai madre badessa, allora comanderai a bacchetta”. Allorché entrava in eccessiva familiarità con la servitù, il padre non mancava di richiamarla:
“Ehi! Ehi! Non è questo il fare d’una par tua… ricordati che tu devi essere, in ogni cosa, la prima del monastero, perché il sangue si porta per tutto dove si va”.
Se Gertrude era portata a trattare familiarmente domestici e cameriere, era perché non trovava nei genitori quell’affetto di cui il suo cuore aveva tanto bisogno; invece in una casa nobile una femminuccia era appena tollerata, in attesa di essere spedita in convento. Questa mancanza di amore nei primi anni di vita provocherà in Gertrude, come c’insegna la psicologia, insicurezza morale e debolezza di carattere, e quindi una insaziabile sete di amore negli anni perigliosi dell’adolescenza.
Il padre cercava di raggiungere il suo scopo con le maniere persuasive e con le immagini allettanti, illudendosi che la figlia potesse prendere il velo volentieri, attratta dalle belle prospettive, e che la supremazia nel convento potesse soddisfare la vanità naturale di lei, che egli non aveva mancato all’uopo di coltivare. E fino a un certo tempo l’idea di comandare in un monastero soddisfece l’animo della fanciulla, la quale infatti “parlava magnificamente dei suoi destini futuri di badessa, di principessa del monastero, voleva a ogni conto esser per le altre un soggetto d’invidia”.
Però alcune delle educande, che non erano destinate al chiostro, probabilmente perché di ricca famiglia borghese, non mostravano affatto invidia per Gertrude, anzi opponevano alle sue ben altre aspettative, di nozze e di festini, di vestiti e di carrozze. La ragazza in un primo momento sentì solo della stizza contro queste compagne, e replicava che, se lei volesse, poteva godersi quelle cose meglio di loro. Ma allorché giunse l’età critica della pubertà, quelle magnifiche fantasie di supremazia che l’avevano finora sostenuta cominciarono a vacillare, a divenire fredde e insulse; sentì insomma bisogno di amore, tanto più ora, quanto meno ne aveva ricevuto nella prima età.
La religione, che talora riaffiorava in lei, le faceva apparire questa brama come una grave colpa, e “l’infelice, sopraffatta da terrori confusi, e compresa da una confusa idea di doveri… prometteva in cuor suo d’espiarla, chiudendosi volontariamente nel chiostro”. Erano momenti di torbido misticismo, presto sopraffatti dagli insorgenti desideri terreni.
Comincia per la povera ragazza una lotta continua e snervante, sia dentro che fuori di sé, tra il suo desiderio di sposarsi e la volontà dei genitori di farla suora, tra la brama di piaceri sensuali e il complesso di colpa che talvolta la assale.
La sua volontà è indebolita da questo dissidio non mai risolto, sicché ella cede ripetutamente alla volontà del padre il quale, anche se indirettamente, le fa capire chiaramente che deve farsi monaca. Il Manzoni, che ha raccontato tutte le fasi di questa lotta straziante da fine psicologo e artista impareggiabile, non nasconde un senso di profonda pietà per la vittima infelice, anche quando è costretto a condannarla. E ogni lettore non può che concordare con lui.
In questa lotta impari tra la volontà di Gertrude di non essere sacrificata, e la decisione contraria del principe-padre, questi ha a un tratto un gran vantaggio insperato dall’episodio del paggio, che gli fornisce il pretesto di relegare la figlia nell’isolamento più completo sino alla sua capitolazione.
Gertrude era allora alle soglie dell’adolescenza; infatti sappiamo dai documenti che prese il velo di novizia ad appena tredici anni e tre mesi; orbene come avrebbe potuto una ragazza così immatura, con un carattere ancora incerto, e soprattutto desiderosa di affetto, resistere a lungo a una simile prigionia in casa? Per di più il senso di colpa, sempre risorgente dietro i suoi desideri terreni, fu questa volta ingigantito dall’astuto genitore, col dare un valore di irreparabile gravità alla piccola leggerezza della figliola (una letterina sentimentale al ragazzo che solo s’interessava a lei!), sia col castigo irrogato, sia con quello peggiore, ma indeterminato, che le minacciava con parole oscure ma terribili.
Gertrude infatti, tormentata da questo complesso di colpa, e invelenita per il comportamento inquisitorio della cameriera guardiana (che era la stessa che le aveva strappato di mano il biglietto per il paggio), dopo alcune interminabili giornate di prigionia non resistette più, avendo bisogno di vedere altri visi e di essere trattata diversamente, e scrisse al padre una lettera in cui, implorando perdono, si mostrava pronta a fare quanto gli piacesse.
La lettera era sincera e rispecchiava da una parte il pentimento, dall’altra la generosità dell’animo giovanile il quale, in certi momenti, “è disposto in maniera che ogni poco d’istanza basta a ottenerne ogni cosa che abbia un’apparenza di bene e di sacrificio”.
A indicare lo stato d’animo di Gertrude in questa circostanza, il Manzoni ci porta una delle sue più belle similitudini floreali, la quale fa degnamente il paio con quella del “fiore già rigoglioso sullo stelo”, riferita alla madre di Cecilia (cap. XXXIV°); l’animo di Gertrude è invece assomigliato a un fiore appena sbocciato il quale “s’abbandona mollemente sul suo fragile stelo, pronto a concedere le sue fragranze alla prim’aria che gli aliti punto d’intorno”.
E la prima aria fu purtroppo l’aria gelida dell’egoismo del padre, che cinicamente approfittò della disponibilità dell’animo della figliola per piegarla definitivamente al chiostro, ribadendo così le sue catene, col suo consenso.
Infatti il principe ci teneva a rispettare formalmente la libertà di decisione della figlia, probabilmente per precostituirsi un alibi morale, o forse anche giuridico; ma mentre ipocritamente fingeva di aspettare la sua decisione, le faceva intendere che, dopo il fattaccio col paggio, non c’era altra soluzione onorevole per lei che quella di prendere il velo, poiché lui non poteva regalarla in moglie a nessun galantuomo; quindi le prospettive non erano che due: o onorata badessa nel monastero o disonorata zitella in casa. Lei era liberissima di scegliere; ma si poteva chiamare una scelta, quella?
Davanti a tanta perfidia del genitore, si sarebbe indotti a pensare che egli non avesse alcun affetto per la figliola. Ma non è vero; egli l’amava a suo modo, tanto che voleva che nel monastero fosse coccolata, invidiata, ammirata; insomma l’avrebbe voluta monaca contenta e orgogliosa del suo stato, ed egli era pronto ad accontentarla in tutto, purché avesse preso il velo.
Il principe non sembra un cuore di pietra: egli soffre veramente tutte le volte che la figlia deve sostenere qualche prova importante, come quando deve andare al monastero a fare la sua richiesta formale di entrare in religione, e più ancora quando deve sostenere l’esame della vocazione da parte del “vicario delle monache”.
Al punto a cui erano giunte le cose, che poteva fare Gertrude se non mentire al vicario? Così infatti fece.
Ma per tutto il tempo che lei rimase sotto l’interrogatorio dell’ecclesiastico, il padre stette “in una sospensione molto penosa”; quando finalmente l’esame finì, e il vicario gli assicurò che la figlia mostrava una sicura disposizione per il chiostro, si sentì felice e, “dimenticando la sua gravità consueta, andò quasi di corsa da Gertrude, la ricolmò di lodi, di carezze e di promesse, con un giubilo cordiale, con una tenerezza in gran parte sincera”.
Ma Gertrude, una volta divenuta monaca per sempre, avendo emessi i voti definitivi (e l’emetterli costituì per lei un’altra prova tormentosa), si dibatteva sotto il peso di quella vita chiusa e monotona come sotto un insopportabile giogo, “e così ne sentiva più forte il peso e le scosse”.
Solo la fede poteva salvarla, la quale, se veramente sentita, dà la forza “di far realmente e in effetto, ciò che si dice in proverbio, di necessità virtù… piega l’animo ad abbracciar con propensione ciò che è stato imposto dalla prepotenza, e dà a una scelta che fu temeraria, ma che è irrevocabile, tutta la santità, tutta la saviezza, diciamolo pur francamente, tutte le gioie della vocazione”.
Ma la religione per Gertrude era soltanto una larva, che però talora si trasformava in spettro minaccioso, sorgente non di consolazione e di letizia, bensì di tormento e di paura, in quanto le insinuava nell’animo, quando si risvegliava, un torbido senso di colpa, un’angosciosa insoddisfazione di sé, e nient’altro.
In verità Gertrude era stata una debole, a far coartare la sua volontà in modo così spudorato; ma riflettiamo: quale ragazza a quell’età (pronunciò i voti perpetui a soli 16 anni!) e in quelle condizioni avrebbe saputo essere più forte?
La poveretta, quando si rendeva conto del suo stato, “rimasticava quell’amaro passato… accusava sé di dappocaggine, altri di tirrania e di perfidia. Idolatrava insieme e piangeva la sua bellezza, deplorava una gioventù destinata a struggersi in un lento martirio, e invidiava, in certi momenti, qualunque donna, in qualunque condizione, con qualunque coscienza, potesse liberamente godersi nel mondo quei doni”.
Quindi non ci meravigliamo che essa, in uno di questi momenti in cui più acre sentiva lo stimolo dei sensi insieme a un molle desiderio di amore, rispondesse alle parole lusingatrici di un giovane senza scrupoli. Trovato questo amore (la meschina s’illudeva di essere amata, e non soltanto desiderata!), il suo carattere cambiò subito come per incanto (lo stesso si era verificato dopo l’incontro col paggio): “divenne, tutt’a un tratto, più regolare, più tranquilla, smesse gli scherni e il brontolio, si mostrò anzi carezzevole e manierosa”. Ma l’idillio durò poco: sopravvenne la relazione infame e sacrilega, e la catena del peccato l’avvinse implacabile, trascinandola sempre più in basso, sino all’uccisione di una conversa che aveva minacciato di rivelare la sua tresca con Egidio (nella storia Gian Paolo Osio).
Allora la disgraziata non prese più pace: i suoi rimorsi divennero incubi, i suoi sonni allucinazioni terrificanti; ma pur non aveva la forza di spezzare i ceppi di quella fosca passione, che ormai la teneva schiava con la forza ineluttabile del delitto: per liberarsi avrebbe dovuto confessare troppe infamie!
Eppure Gertrude non era cattiva, tutt’altro! Se si fosse potuta sposare, come era suo desiderio, sarebbe stata una brava moglie, perché la sua sete di affetto si sarebbe placata nel saldo vincolo coniugale. Un gran senso di pena ci prende nel costatare a quali estremi di male sia giunta questa creatura fondamentalmente buona; e il compianto si sente vibrare anche nelle pagine manzoniane. Che fosse inclinata al bene, lo si desume dalla protezione che accordò volentieri a Lucia: lo fece per molti motivi profani, come “il desiderio d’obbligare il padre guardiano, la compiacenza di proteggere” e anche “una certa inclinazione per Lucia”, ma nella sua decisione influì pure, come ci assicura l’Autore, “un certo sollievo nel far del bene a una creatura innocente, nel soccorrere e consolare oppressi”.
Tra la popolana e la “signora” si stabilì ben presto un rapporto di affetto scambievole; alla monaca dispiaceva solo “quel pudore così delicato” della ragazza, che costituiva per lei come un rimprovero; ma poi “tutto si perdeva nella soavità d’un pensiero che le tornava ogni momento, guardando Lucia: - a questa fo del bene -.
Ed era vero; perché oltre il ricovero, que’ discorsi, quelle carezze famigliari erano di non poco conforto a Lucia”.
E per la monaca il contatto giornaliero con la ragazza pura e buona era di consolazione non solo, ma anche mezzo di espiazione e di purificazione.
Sicché quando Egidio le ordinò di far uscire Lucia dal monastero con un pretesto, onde permetterne il ratto, la cosa “riuscì spaventosa a Gertrude… la sventurata tentò tutte le strade per esimersi dall’orribil comando, tutte, fuorché la sola ch’era sicura”, la ribellione al comando iniquo, e quindi alla lunga servitù del peccato e del delitto. Ma questa aperta ribellione implicava per lei la confessione delle sue atroci colpe, l’umiliazione, l’espiazione; il suo animo orgoglioso rifuggiva da tutto ciò, che significava anche disonore e vergogna, per sé per il monastero per la famiglia.
Era un prezzo troppo elevato, che non si sentiva di pagare.
Non rimaneva che obbedire ancora una volta al comando del peccato: essere pronta a sacrificare la sua protetta, a tradire chi si fidava di lei, ad aggiungere insomma delitto a delitto, dato che non aveva il coraggio di spezzare quella infame catena.
Ma non aveva previsto la ritrosia di Lucia, la quale portò delle buone ragioni per esimersi da quell’incarico che le incuteva spavento, quasi che il cuore le parlasse. Ebbe però subito ragione di quella ritrosia: “ammaestrata a una scuola infernale”, mostrò tanto dispiacere di non trovare corrispondenza e gratitudine in colei “di cui credeva poter far più conto”, che la poverina, “commossa e punta a un tempo”, si disse pronta ad andare, per non sembrare ingrata verso la sua benefattrice.
Ma Gertrude ebbe un’ultima esitazione al momento in cui Lucia stava per varcare la soglia per uscire in strada, e la richiamò: il rimorso aveva avuto un sussulto, quasi istintivo; ma solo un sussulto, prima di essere definitivamente sopraffatto.
Infatti, allorché la ragazza fu di nuovo davanti a lei, per attendere la sua nuova decisione, lo spirito del male aveva di nuovo vinto, come sempre, nel suo animo. Finse allora di volerle dare più chiare indicazioni su quanto doveva fare; e dopo averle ripetuto le istruzioni già impartite, la mandò di nuovo allo sbaraglio, rimanendo questa volta impassibile, almeno esteriormente.
Nel fondo del suo animo, come abbiamo già detto, non era malvagia; schiava di una trista passione, non riusciva a scuotersi di dosso le catene ribadite dal peccato e dal delitto.
Ma la grazia del Signore non tardò a illuminare quest’animo non abbrutito, ma solo offuscato dalla colpa. Nel capitolo XXXVII° l’Autore ci fa sapere, e la notizia è storica, che “la sciagurata, caduta in sospetto d’atrocissimi fatti, era stata, per ordine del Cardinale, trasportata in un monastero di Milano; che lì, dopo molto infuriare e dibattersi, s’era ravveduta, s’era accusata”, e aveva iniziato una vita durissima in espiazione dei suoi gravi peccati.
In realtà era stato celebrato contro di lei un processo ecclesiastico, finito con la condanna alla reclusione perpetua in una casa di pena per religiose traviate, in cui le condizioni di vita delle recluse erano davvero terrificanti; ma lei sopportò tutto serenamente e morì santamente.
Gertrude fu certo una grande peccatrice, ma le sue colpe hanno molte attenuanti, perché derivano tutte dalla costrizione che subì; non costretta a farsi suora, sarebbe stata ben diversa. La sua conversione non poteva mancare, perché essa non era cattiva; tuttavia tanto male poteva essere evitato, se e il padre e la figlia fossero stati veramente cristiani, se cioè la religione non fosse stata per essi, come per la maggior parte dei nobili, una semplice larva.
La drammatica storia di questa donna ci lascia pensosi a meditare sul facile pervertimento della natura umana, quando non c’è la vera religione a sostenerla e ad elevarla.
Il padre provinciale dei Cappuccini ci appare solo nel cap. XIX, nel famoso colloquio col Conte zio, il quale gli chiede di trasferire il padre Cristoforo.
In realtà egli cedette al suo illustre interlocutore, che risultò così, almeno in apparenza, il vincitore di quel movimentato scontro verbale, combattuto con le fini arti della diplomazia. Tuttavia il padre provinciale si dimostra non meno abile, e certamente più intelligente, del Conte; se cede alla richiesta di questi, lo fa solo per opportunità politica, seguendo egli la pratica del compromesso, sintetizzata nella massima: “do ut des”.
La debolezza del Provinciale deriva dall’aver egli inteso la sua carica non in senso spirituale, ma politico, quasi avesse per scopo solo la salvaguardia del prestigio dell’Ordine e di quello suo personale. Messosi su questa strada, egli dovette coltivare le amicizie influenti, per ottenere determinate garanzie o particolari favori, e non poté esimersi dal fare anche lui delle concessioni: immischiatosi nella politica, ne subì le conseguenze.
Chi si mette nella politica, deve purtroppo deflettere dai principi d’intransigenza morale, ché altrimenti sarebbe travolto come il Savonarola; e il nostro Provinciale non ha certo la stoffa del domenicano ferrarese, né aspira al martirio. Gli piace godere di alta considerazione presso i grandi, e non disdegna i loro inviti a pranzo. Se amasse essere intransigente e non fare alcuna concessione contro coscienza, dovrebbe per prima cosa rifiutare gli inviti dei nobili, perché nascondono sempre un secondo fine. Accettando questi inviti, che considera onorifici, si mostra già disposto al compromesso, e finisce per venire a patti con la propria coscienza.
Ma dobbiamo, per senso di obiettività, riconosce al “padre molto reverendo” delle attenuanti. Innanzi tutto è difficile, per uno che abbia la sua carica, restare completamente fuori della politica, in rigido isolamento; è più facile per il semplice frate, mentre “uno che stia sopra a molti individui… vede a un tratto cento relazioni, cento conseguenze, cento interessi, cento cose da scansare, cento cose da salvare; e si può quindi prendere da cento parti”.
In secondo luogo egli concede nient’altro che un trasferimento; e il trasferimento di un frate è un atto di ordinaria amministrazione, che si fa anche senza alcun motivo particolare, per una semplice opportunità di rotazione, per evitare che alcuni si impigriscano nel quieto vivere. Padre Cristoforo poi era bene “farlo girare di pulpito in pulpito, e non lasciarlo fermare sei mesi in un luogo, specialmente in conventi di campagna”.
Il Provinciale conosce bene il carattere combattivo del frate di Pescarenico; e siccome nelle campagne i nobili facevano il buono e il cattivo tempo, era opportuno non tenere in quei posti un soggetto così intransigente, se si voleva evitare scontri pericolosi coi prepotenti signori. Infine, a rendere ancora più opportuno il trasferimento di fra Cristoforo, c’era appunto una richiesta di predicatore da Rimini, un grosso borgo, dove bisognava mandare un oratore di vaglia; probabilmente, anche senza la richiesta del Conte, la scelta del quaresimalista per Rimini sarebbe caduta sul frate di Pescarenico. Perciò il provinciale è disposto a concedere il trasferimento sin dal principio del colloquio, ma non lo fa capire, perché vuol dimostrare che il favore che farà è di gran valore e merita di essere ripagato, prima o poi, con un altro di uguale peso da parte del Conte.
A costui, del resto, il Padre non poteva dir di no, poiché tra lui e “il conte zio passava un’antica conoscenza: s’eran veduti di rado, ma sempre con gran dimostrazioni d’amicizia, e con esibizioni sperticate di servizi”.
Dopo tante cerimoniose profferte, poteva ora il Provinciale negare all’amico un sì piccolo piacere?
Il nostro personaggio è molto abile come dialettico e nel tirare l’acqua al suo mulino. Per esempio, durante il banchetto, il Conte avrebbe voluto parlare sempre lui per magnificare la sua splendida carriera politica; ma il Padre a un certo punto si inserisce abilmente nel discorso, e si mette a parlare anche lui a distesa degli argomenti che dimostrano il prestigio dell’Ordine. Quando poi inizia col Conte il colloquio a quattr’occhi, dalle prime battute capisce cosa si vuole da lui; ma non concede subito, anzi difende bravamente il suo frate dalle insinuazioni dell’altro, e dalle sue parole si nota che non è una semplice difesa d’ufficio:
“Per quanto ne so io, è un religioso… esemplare in convento, e tenuto in molta stima anche fuori”.
Se la schermaglia tra i due continua, e il Padre para e ribatte con disinvoltura i colpi dell’avversario, è perché questi vorrebbe ricevere il favore senza abbassarsi a chiederlo, ma quasi mostrando di far lui un piacere al Provinciale, avvertendolo di alcuni pericoli che lo minacciano e agita davanti all’interlocutore lo spauracchio del Governatore, che potrebbe sapere dei rapporti tra il detto frate e il sedizioso Lorenzo Tramaglino, e inviare una lagnanza alla Curia Romana, dalla quale potrebbe arrivare al provinciale qualche richiamo o peggio. Ma questi non s’intimorisce affatto, anzi sostiene che, se il frate ha avuto dei contatti con quel tale, è stato solo per rimetterlo sulla buona strada; quindi non può riscontrarsi nel fatto alcuna responsabilità, tutt’altro! E conclude dicendosi tranquillo sul conto del suo inferiore:
“Il padre Cristoforo, lo conosco”.
Il Conte non disarma: vuole mettere in cattiva luce quel frate, rivangando il suo passato poco edificante; ma il Provinciale è pronto alla replica: da che ha preso l’abito, Cristoforo è stato un religioso esemplare, ed è un onore per l’Ordine aver saputo mutare un uomo così radicalmente. Il Conte non ha altri argomenti per provocare il trasferimento del frate per via indiretta, senza doverlo chiedere come favore personale; deve quindi scoprire il suo gioco, dire il vero motivo del provvedimento richiesto: il frate ha preso a cozzare con suo nipote don Rodrigo!
Ora il Conte ha scoperto le proprie batterie, invero un po’ meschine: si tratta infatti di un misero puntiglio nobilesco. Ma il provinciale, che è invischiato nella politica, deve cedere al puntiglio: se non si mostrasse compiacente, perderebbe l’amicizia dell’influente membro del Consiglio Segreto, e si attirerebbe l’inimicizia di tutto il casato, tutta gente potente di cui l’illustre ospitante, a scopo dimostrativo, gli ha fatto trovare a mensa un bell’assortimento.
Il Provinciale sa che deve cedere, ma in cuor suo sente una certa ribellione istintiva per le pretese dei nobili:
“Quando un povero frate è preso a noia da voi altri… o vi dà ombra, subito, senza cercar se abbia torto o ragione, il superiore deve farlo sgomberare”.
Lo pensa, ma non lo dice, perché certe verità sono impolitiche.
Anche se ha deciso di fare il piacere, il Provinciale non ha nessuna fretta di cedere; anzi fa ancora opposizione, allo scopo di vendere il favore a maggior prezzo; risponde quindi che fra Cristoforo può anche aver mancato di riguardo al signor nipote, ma che si è “soggetti a sbagliare… tanto da una parte, quanto dall’altra”, e perciò sarà suo dovere “prender buone informazioni d’un fatto simile”. Informazioni? Mai sia! Avrebbero rivelato che il frate non è il provocatore, ma il provocato, o meglio l’avvocato delle vittime.
Il Conte perciò insiste che bisogna subito “sopire, troncare”, allontanare la paglia dal fuoco per impedire un incendio; in fin dei conti, che cosa chiede di straordinario? Un semplice trasferimento! Una cosa così usuale! Ma il Provinciale ribatte che esso potrebbe sembrare una punizione per il frate, mentre il nipote potrebbe vantarsene, gli estranei scandalizzarsene, scapitarne l’Ordine. Chiede quindi, come condizione indispensabile, che il signor nipote faccia una dimostrazione solenne di deferenza all’Ordine, in modo da mettere a tacere i maligni.
Il Conte a sua volta deve chinare la fronte e promettere, anche se non ha proprio l’intenzione di mantenere. Comunque le apparenze sono salve, e ognuno dei due contendenti può dirsi pago del compromesso.
Che giudizio dobbiamo dare di questo frate? Certo egli manca al suo dovere, perché decide il trasferimento di un inferiore senza esaminare a fondo la questione, credendo di poterlo fare senza alcun danno. Se avesse saputo che si trattava di difendere la virtù d’una ragazza, certamente non avrebbe ceduto. Il suo errore consiste nell’essersi immischiato nella politica, allo scopo di accrescere la propria influenza, credendo in tal modo di assicurare il prestigio dell’Ordine e facilitarne la missione. E’ in buona fede, e la sua colpa merita molte attenuanti. Per il modo in cui gioca di scherma con il Conte, parandone tutti i colpi e costringendolo a scoprirsi, egli si guadagna la nostra ammirazione, se non la simpatia.
Quello che ci dispiace in lui è lo zelo inopportuno che mette poi nell’attuare il trasferimento promesso: non si limita a mandare l’ordine scritto “per fra Cristoforo, di portarsi a Rimini, dove predicherà la quaresima”, il che sarebbe stato sufficiente e non avrebbe addolorato troppo il trasferito; no, vuol fare di più, per compiacere il Conte anche in ciò che costui non ha osato chiedere: infatti manda insieme una lettera al guardiano con l’istruzione di ordinare “al detto frate che deponga ogni pensiero d’affari che potesse avere avviati nel paese da cui deve partire, e che non vi mantenga corrispondenze”.
Questo ordine farà certamente capire a Cristoforo che il trasferimento non è un provvedimento ordinario, ma una punizione; e il fatto non potrà che addolorarlo; infatti capirà come press’a poco si è giunti a questo. Con tutta probabilità il Provinciale, per farsi bello, avrà mandato al Conte una copia della lettera, come per dire: Vede se so servire un amico!
Sinceramente,
questa sua piaggeria ci urta più dell’ingiusto trasferimento.
Lo zio di don Rodrigo e don Attilio, membro accreditato del Consiglio Segreto, è invero una intelligenza mediocre, per non dire una testa di legno. Però ha un punto a suo favore: avendo capito di valer poco, si è ammantato di sussiego e di prosopopea; accortosi di avere avuto dalla natura un viso goffo, ha saputo ricoprire quella goffaggine con più mani di pretenziosa vernice politica.
Il Manzoni lo assomiglia a una di “quelle scatole che si vedono ancora in qualche bottega di speziale, con su certe parole arabe, e dentro non c’è nulla; ma servono a mantenere il credito alla bottega”. Bisogna riconoscere che il prestigio del Conte deriva soltanto da questa indovinata verniciatura esterna; egli è una carabattola vistosa, anzi imponente, ma vuota; è come la maschera tragica della favola: “O quanta species”, ma purtroppo “cerebrum non habet”.[3]
Però non bisogna esagerare; egli ha abbastanza cervello per capire che, così al naturale, non vale nulla e ha per di più un aspetto ridicolo; e quindi si fabbrica una maschera adatta a camuffare la sua pochezza. E ci riesce così bene, che la sua persona acquista un aspetto imponente, tanto da incutere soggezione. Ne deve avere avuto della costanza; la sua maschera l’ha dovuta riverniciare più volte, adattandola e migliorandola sempre più, sino a farne un vero capolavoro: alla fine non sembrava più maschera, ma volto vero. Egli seppe sfruttare abilmente, come certe donne, anche i suoi difetti.
Non sapeva parlare? Aveva povere idee? Ignorava molte cose?
Ebbene, ecco il rimedio: “un parlare ambiguo, un tacere significativo, un restare a mezzo, uno stringer d’occhio che esprimeva: non posso parlare”.
Tutto serviva ad accrescere il suo credito; anche quando restava zitto, perché non sapeva che dire, atteggiava il suo silenzio in modo da far credere ai presenti che lui la sapeva più lunga di tutti. Era insomma un volpone, in queste finte.
Per imporsi, il Conte ha saputo trarre vantaggio da ogni cosa, sia dai mezzi propri che dagli errori altrui, e a poco a poco si è formata un’esperienza consumata, diventando un diplomatico di grande abilità. Un certo credito già gli proveniva dall’esser nato nobile e ricco; partendo da questo punto di forza, egli inizia la sua ascesa politica, sostenuto da una grande ambizione, impiegando sapientemente le sue risorse, dosando i suoi interventi, adeguandosi continuamente alle mutevoli necessità ambientali.
E’ la carriera politica di tante teste di legno le quali, giunte ai più alti gradi, fanno esclamare a chi le conosce a fondo: ma come son potute arrivare sin lì?
Potremmo rispondere: non per i propri meriti, ma per gli altrui demeriti, cioè per lo scarso acume di tanta gente che si fa abbindolare da questi marpioni.
Il credito del Conte va lentamente ma continuamente crescendo, e non esiste alcuno altrettanto abile “nel farlo valere, e nel farlo rendere con gli altri”. Un’occasione favorevole, che lui sa sfruttare con abilità, gli fa fare a un tratto un passo da gigante: nientemeno che “un viaggio a Madrid, con una missione a corte”.
Dopo questo gran successo, in ogni conversazione egli non farà che decantare le meraviglie di Madrid, le trionfali accoglienze ricevute finanche dalla famiglia reale, l’affettuosa cordialità dimostratagli dal Primo Ministro, il famoso Conte duca! Ormai, dopo l’apoteosi madrilena, poteva aspirare a un certo posto più alto, ma per sua sfortuna era occupato; quando si fosse reso vacante, sarebbe stato suo, ma “temeva di non arrivare a tempo”. Solo per questo “gli dava noia d’avere i suoi anni. Non già che piangesse i passatempi, il brio, l’avvenenza della gioventù: frivolezze, sciocchezze, miserie!”
Da questo suo giudizio sulla gioventù, egli potrebbe sembrare un saggio; ma questo disprezzo dei piaceri giovanili non è sincero; è piuttosto il paravento della sua ambizione. Questa si rivela a prima vista con la sua boria sospettosa, che sta sempre sul chi vive, perché egli teme che gli altri si accorgano delle sue reali capacità e attentino al suo prestigio. Si adombra anche quando il nipote Attilio gli suggerisce, pur senza averne l’aria, di ricorrere al provinciale per sbarazzarsi nel modo più semplice dell’arrabbiato frate.
Quasi offeso gli risponde ruvidamente:
“Lasci il pensiero a chi tocca, vossignoria”.
Ma poi decide di seguire proprio il consiglio di quello “scapestrato”, il quale abilmente lo ha istigato contro il povero cappuccino, col fargli credere che se l’è presa con don Rodrigo, suo nipote, appunto per dimostrare che lui se la ride dei politici. L’offesa era direttamente personale, infamante, e doveva essere lavata, non nel sangue come avrebbe preteso un guerriero, ma con un trasferimento punitivo, rappresaglia degna di un politico.
Il Conte si preparava accuratamente a ogni incontro importante, senza lasciare nulla al caso e all’inventiva del momento: sapeva di averne poca. Studiava il piano di azione senza trascurare alcun particolare di cui potesse giovarsi; ogni dettaglio era da lui predisposto con fine discernimento: “un grande studio, una grand’arte, di gran parole, metteva… nel maneggio d’un affare; ma produceva poi anche effetti corrispondenti”; cioè vinceva sempre o quasi.
Allorché decide di chiedere al provinciale il trasferimento immediato del padre Cristoforo, prepara il piano di battaglia con grande oculatezza. Innanzi tutto lo invita a pranzo, perché quando uno si è gustato un pranzo coi fiocchi, diventa certamente più malleabile. A tavola poi cerca di impressionarlo con la sua conversazione, tutta tesa a dimostrare la sua grande influenza, e con la corona di convitati che ha scelti e “assortiti con un intendimento sopraffino”: si tratta dei parenti più titolati e dei clienti più devoti e più adulatori.
Il trasferimento, invece, cercherà d’ottenerlo non come un favore personale, ma con un provvedimento cautelativo per lo stesso Provinciale; mostrerà di far lui un gran servigio al Padre, avvertendolo che, per prevenire un passo del Governatore alla Curia Romana, gli conviene trasferire subito quel frate, che aveva avuto dei rapporti molto sospetti con uno dei caporioni del tumulto di San Martino: lui per spirito di amicizia lo aveva voluto mettere in guardia, perché gli dispiaceva che il Provinciale avesse delle grane a causa di quel frate. Era stato il nipote Attilio a metterlo al corrente del fatto che Lorenzo Tramaglino era un protetto dell’odioso cappuccino, e anche lui aveva convenuto che questa circostanza “doveva fare un gioco mirabile” per ottenere l’allontanamento immediato del frate.
Purtroppo il gioco non riesce, perché il Provinciale lo intuisce subito, e non si mostra affatto impressionato della cosa: conosce fra Cristoforo ed è sicuro che, se ha avuto che fare con quel sedizioso, è stato soltanto per mettergli la testa a posto; quindi nessun pericolo di interferenze politiche.
Allora il Conte, per mettere in cattiva luce il frate, ricorda il suo brutto passato, insinuando che il lupo cambia il pelo ma non il vizio. Ma anche questa volta il Padre è pronto a ribattere, affermando che Cristoforo, da quando ha indossato il saio, ha tenuto una condotta esemplare, perché è una gloria dell’abito saper trasformare così radicalmente tanti peccatori. In breve, tutte le manovre miranti a ottenere il trasferimento di colui in via indiretta, falliscono miseramente, per quanto abilmente preparate e condotte.
Al Conte non rimane che togliersi la maschera e scoprire il suo gioco, rivelando il vero motivo per cui quel frate è indesiderato nello Stato di Milano: ha preso a offendere il nipote don Rodrigo! E se non lo si allontana subito, può nascere un grave conflitto nel quale egli dovrà, pur dolente, schierarsi contro l’Ordine a difesa del prestigio del proprio casato.
Insomma, per ottenere lo scopo, il magnifico signore deve impegnare sé stesso, la parentela e tutte le cospicue attinenze; allora il padre molto reverendo finalmente cede, ma con l’aria di chi fa all’amico una grande concessione, che non dovrà restare senza adeguato compenso. E infatti chiede, per il momento, da parte del nipote, una dimostrazione straordinaria di amicizia e di riguardo verso l’Ordine, non escludendo altre future richieste in compenso del favore accordato.
Il signore è riuscito vincitore solo perché al provinciale è convenuto cedere, onde poterlo obbligare; ma nel duello verbale non direi che il Conte si dimostri superiore. Il Padre, abile quanto lui, è certamente più intelligente, e lo tiene a bada finché vuole, costringendolo così a scoprirsi e a confessare il vero scopo della richiesta, il quale si rivela in tutta la sua meschinità: la soddisfazione del puntiglio nobiliare del nipote.
I due diplomatici contendenti sono dal Manzoni accomunati nel misero destino finale: ambedue sono spazzati via dalla peste. Il successore del Provinciale, nel forte del contagio, accoglie volentieri la richiesta di fra Cristoforo di essere richiamato nel Ducato di Milano, per prestare la sua opera nel lazzaretto.
La domanda del santo cappuccino sarebbe stata accolta, possiamo esserne certi, anche se il Conte zio fosse stato ancora in vita, perché in Milano ormai “c’era più bisogno d’infermieri che di politici”.
Alla scomparsa di questo supponente personaggio l’Autore non dedica che un breve cenno, e ben gli sta: lui che credeva di dominare la storia, scompare anonimamente nella gran moria, senza lasciar nessuna traccia, perché nulla di buono egli ha fatto. E noi lettori nessuna simpatia possiamo certo provare per questo conte borioso e vanesio, che si crede così importante, mentre è perfettamente inutile per il buon governo delle cose umane.
E’ un personaggio secondario, ma caratteristico, del romanzo, nel quale compare solo tre volte: nel cap. XXV, allorché stende per la moglie la lettera al Cardinale a proposito di Lucia; nel XXVII, dove si descrive la sua famosa biblioteca; nel XXXVII, in cui si descrive la sua morte a causa della peste.
Don Ferrante è nobile e ricco, e può quindi dedicarsi completamente ai suoi studi, non avendo preoccupazioni di ordine materiale; non deve occuparsi neppure delle cinque figlie e della servitù, perché c’è la moglie che ci pensa e non vuole inframmettenze. Lui ne gode, perché è un dotto, un letterato, che ama passare “di grand’ore nel suo studio” dove, da appassionato bibliofilo, ha raccolto circa trecento volumi, che secondo lui sono le opere migliori nelle materie da lui coltivate, mentre in realtà sono libri inutili di una cultura futile e vana, della quale egli si mostra pago.
Come don Chisciotte è infatuato della cavalleria, da tempo tramontata, così don Ferrante è entusiasta di una scienza ormai morta e seppellita, a cui dedica tutto il suo tempo, considerandola viva e vitale. Tra tanti autori che ha studiato o compulsato, due soltanto, oltre al prediletto Aristotele, sono veramente grandi: il Machiavelli, che giudica “mariolo sì, ma profondo”, e il Tasso, la cui opera poetica serve però a lui come testo cavalleresco.
Se nell’astrologia e nella magia era addottrinato, nella scienza cavalleresca “meritava e godeva il titolo di professore”, tanto che veniva spesso chiamato a dirimere punti di onore e questioni di cavalleria, molto frequenti in quel secolo puntiglioso.
Don Ferrante è un ingegno mediocre, che si è applicato con entusiasmo alla pseudo-scienza fondata sull’aristotelismo, che egli segue con una costanza degna di miglior causa fino alle estreme conseguenze, cioè fino a negare la realtà in base all’”ipse dixit”, cioè a quanto aveva detto lui, il divino Aristotele.
Nei suoi interessi intellettuali è un ritardatario: è infatuato di cavalleria, mentre la pratica cavalleresca è ridicolizzata dagli ingegni più svegli; infatti sin dal 1605 è stata pubblicata a Madrid quella mirabile parodia della cavalleria che è il “Don Chisciotte della Mancia”, di cui però il nostro studioso non ha alcuna notizia.
Segue la fisica aristotelica e l’astrologia; eppure il Galileo ha già gettate le solide basi del metodo sperimentale e della scienza astronomica! Del grande Pisano e delle sue mirabili scoperte egli non sa niente, ma descrive “esattamente le forme e l’abitudini delle sirene e dell’unica fenice”. Chiuso nell’angusta torre della sua cultura fasulla e del più vieto aristotelismo, non presta orecchio alle voci dei grandi contemporanei. Francesco Bacone aveva sin dal 1620 pubblicato il «Novum Organum» in latino, perché diretto all’intellettualità europea e non solo inglese. In esso aveva posto le basi della scienza sperimentale e del metodo scientifico; ma don Ferrante lo ignora.
Egli crede di poter coartare la realtà entro i vuoti schemi dei suoi sillogismi, basati su premesse aprioristiche, dedotte dal principio d’autorità. Per esempio, nega vittoriosamente il contagio con un ragionamento fondato sulla distinzione scolastica tra sostanze e accidenti: dimostrando che il contagio della peste non può essere né sostanza né accidente, conclude che non esiste.
“His fretus[4] – dice il Manzoni – vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s’attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe del Metastasio, prendendosela con le stelle”.
Infatti lui sosteneva che il contagio era dovuto a un influsso sidereo.
In questa sua morte rassegnata, se non proprio stoica, notiamo una buona qualità di questo don Chisciotte della cultura: è perlomeno conseguente, e va imperterrito là dove il suo ragionamento sballato lo porta. Se dunque don Ferrante non vale niente come dotto, vale qualcosa come uomo; direi che è un tipo.
“Non gli piaceva né di comandare né d’ubbidire”; questa mi sembra una delle sue migliori caratteristiche: il desiderio d’indipendenza. Che sia riuscito a mantenersi indipendente da una moglie invadente come donna Prassede, va attribuito a suo grande merito, e dimostra che egli aveva delle buone doti di carattere.
Alla signora moglie prestava “a un’occorrenza l’ufizio della penna”, ma solo quando si trattava di un affare veramente importante, come in occasione della lettera per il Cardinale; altrimenti rifiutava, specie “quando non fosse persuaso di ciò che lei voleva fargli scrivere”. In tali casi ricusava di fare da segretario alla consorte con rude franchezza, non scevra d’ironia: “La s’ingegni, faccia da sé, giacché la cosa le par tanto chiara”. In questo suo amore di libertà il fatuo letterato si riscatta.
La moglie tentò per molto tempo di ridurlo docile strumento del suo dispotismo, “di tirarlo dal lasciar fare al fare”, cioè all’eseguire i suoi ordini, ma non ci riuscì; e questo denota il grande spirito d’indipendenza e la notevole forza di carattere di questo letterato perduto dietro le sue fanfaluche.
La consorte poteva pur brontolare contro di lui, chiamandolo “uno schivafatiche”, ma lui non cedeva; e quando ne aveva abbastanza del suo brontolio, si ritirava dignitosamente nel suo regno letterario, nel suo studio tranquillo, a rincorrere le chimere, o si appartava con altri dotti del suo calibro a dissertare delle varie meraviglie della natura: “come la salamandra stia nel fuoco senza bruciare: come la remora, quel pesciolino, abbia la forza e l’abilità di fermare di punto in bianco, in alto mare, qualunque gran nave…”
Come si vede, la zoologia di don Ferrante era un coacervo di pittoresche fantasie, che potevano anche essere piacevoli ad ascoltare. E a don Ferrante piaceva molto avere un uditorio attento, a cui poter “predicare alla distesa”, sciorinando le svariate notizie del suo vasto scibile, così come alla moglie piaceva comandare a bacchetta nel governo della casa.
Ma non era sempre facile, per lui, trovare ascoltatori docili, che pendessero dalle sue labbra, come meritava la sua dottrina. Durante la peste, per esempio, finché era intento a dimostrare, a fil di logica, che il contagio non esisteva, trovava dappertutto “orecchi attenti e ben disposti” che lo seguivano e lo approvavano con calore; ma quando poi passava a sostenere che c’era “un male terribile e generale”, dovuto a “quella fatale congiunzione di Saturno con Giove”, allora il suo successo finiva, e invece di applausi d’approvazione riceveva aperti rinfacci, sicché “la sua dottrina non poteva più metterla fuori, che a pezzi e bocconi”.
Che delusione per il nostro astrologo, così addottrinato sugli influssi celesti!
Non possiamo però esprimere un giudizio del tutto negativo su questo aristotelico convinto e conseguente; e non lo definirei personaggio ridicolo o una semplice macchietta. Nella cultura, é vero, seguiva ancora il metodo aristotelico, quando era già sorto il metodo scientifico; ma se non è un antesignano, bensì un ritardatario, chi può fargliene carico? Egli seguiva l’opinione corrente nella sua gioventù, quando si era formato quel gran bagaglio di nozioni fasulle, che ora non si sentiva di gettar via per rinnovarsi; era troppo vecchio per farlo, e perciò si aggrappava a quella cultura retrograda con un attaccamento che quasi ci commuove.
Rispettiamo don Ferrante perché è un uomo di carattere, nella vita e nella morte. A rendercelo simpatico, basterebbe il fatto che seppe sottrarsi alla tirannia di donna Prassede, che è tutto dire. E’ un essere inutile per il progresso della società e della scienza, è vero; ma socialmente non è dannoso, non fa male a nessuno: e questo è già un gran merito.
Lui nobile, lui ricco: poteva prendere la via della prepotenza sopraffattrice, come don Rodrigo; invece imboccò quella dello studio: studio vacuo e ozioso quanto si voglia, ma pur sempre innocuo.
Se don Ferrante si riscatta con le sue doti umane, e ci fa sorridere con indulgenza sulla sua fatua cultura, la sua signora moglie ci riesce sinceramente antipatica, anche se ha abbracciato ufficialmente la missione del far del bene alla gente.
Sarebbe stato molto meglio, per la sua famiglia e per il prossimo, se invece di dedicarsi a una missione così sublime, si fosse occupata di qualche attività più modesta, in cui fosse più difficile combinar guai. Sì, perché essa combinava spesso guai, e anche grossi, allorché interveniva per sanare situazioni che invece erano sanissime. Era insomma come un chirurgo che volesse operare assolutamente, asportando organi sani, e debilitando quindi l’organismo invece di rafforzarlo.
Il fatto sta che donna Prassede voleva far del bene a ogni costo, a tutti quelli che gli venivano a tiro, perché riteneva che gli altri avessero urgente bisogno della sua guida e dei suoi lumi; era in realtà una fanatica autoritaria che il bene lo voleva imporre, e spesso otteneva l’effetto contrario. Il suo dispotismo si esplicava innanzi tutto in famiglia, con la servitù, e lì tutti dovevano obbedirgli, in quanto il marito la lasciava fare, purché rispettasse la sua autonomia. Ma quando voleva fare la despota fuori di casa, le cose non andavano più tanto lisce.
Siccome aveva cinque figlie, tre monache e due sposate, donna Prassede pretendeva comandare anche in tre monasteri e in due case estranee, ficcando il naso in ogni cosa, intervenendo in ogni circostanza, peggiorando sempre le situazioni invece di aggiustarle; sicché si verificava una levata di scudi contro di essa sia nei monasteri, da parte delle tre badesse, sia nelle due famiglie, da parte dei generi, tutte le volte che lei voleva intromettersi. Ma lei imperterrita continuava a intrufolarsi, e respinta dalla porta entrava, come si dice, dalla finestra, perché si sentiva investita da Dio di una missione di salvezza, cui non voleva venir meno. Ed era tanto infervorata del suo compito, parlava con tanta convinzione della sua missione di benefattrice dell’umanità, si ammantava di tale rigorismo morale, che molti la ritenevano una santa; lei poi si reputava uno strumento necessario della Provvidenza per la redenzione dei traviati.
Questa gran dama così piena di sé aveva una mente gretta, con poche idee, di cui molte storte, e a queste era particolarmente attaccata. Spesso perciò si proponeva come bene ciò che non lo era affatto, oppure usava mezzi controproducenti, o ricorreva a espedienti illeciti, convinta che “chi fa più del suo dovere, possa far più di quel cui avrebbe diritto”.
Credeva insomma che il fine giustifichi i mezzi, e quindi non si faceva scrupolo di essere, qualche volta, indiscreta o bugiarda o acerba, poiché lo faceva a fin di bene. Il bene era paravento della sua presunzione, e sotto l’etichetta del bene voleva contrabbandare della merce spuria.
Vediamo, a mo’ d’esempio, come si comporta con Lucia, che lei stessa ha chiesto al Cardinale di poter ospitare, perché è convinta che la ragazza ha bisogno di lei. Comincia, come al solito, con un pregiudizio: Lucia è follemente innamorata di Renzo, questo “birbante venuto a Milano per rubare e scannare”, e lei glielo deve togliere dal cuore assolutamente, a costo di farla piangere e soffrire. Il risultato è purtroppo quello che si può immaginare; infatti Lucia, che cercava di non pensare più a Renzo per via del voto, e ci riusciva fino a un certo punto, era costretta a pensare a lui dall’arcigna signora, in quanto “l’indegno ritratto che la vecchia faceva del poverino” risvegliava nella sua mente l’immagine vera dell’ex-fidanzato.
La ragazza poi non poteva permettere che del giovane donna Prassede desse giudizi così ingiusti, e riteneva suo dovere correggerli, “per puro dovere di carità, per amor del vero”; ma quell’incauta difesa forniva all’impietosa matrona nuovi argomenti per dimostrare che “il suo cuore era ancora perso dietro” a quel manigoldo. In definitiva donna Prassede otteneva l’effetto contrario: volendo sradicare il ribaldo dall’animo di Lucia, faceva sì che questa pensasse a lui più che mai, per logica reazione alla falsa rappresentazione che ne faceva la signora, che si mostrava animata da odio fanatico contro il fuggitivo.
Naturalmente la ragazza ne soffriva molto, e dopo ogni rabbuffo della padrona di casa rimaneva tanto sconvolta, “che ci voleva molto tempo e molta fatica per tornare a quella qualunque calma di prima”.
L’unica attenuante per l’aspra ammonitrice è che agiva con buona intenzione, convinta di far del bene; e in questo convincimento non si lasciava impietosire dalle lagrime di Lucia, ma faceva il suo dovere sino in fondo: “come i gemiti, i gridi supplichevoli, potranno ben trattenere l’arme di un nemico, ma non il ferro d’un chirurgo”.
Il Manzoni ci assicura che nel resto donna Prassede trattava la sua ospite “con gran dolcezza”. Non sappiamo se lo faceva per un impulso spontaneo, che la riabiliterebbe alquanto, facendoci dimenticare in parte la sua condotta così poco caritatevole verso Renzo, oppure per ipocrito calcolo. Infatti il Cardinale, nell’affidarle la ragazza, gliel’aveva lodata e raccomandata caldamente; ora lei poteva temere che qualche voce sul suo aspro trattamento giungesse alle orecchie del Porporato, il quale magari avrebbe potuto toglierle la cura di Lucia, con grave suo disdoro.
In questo caso la dolcezza del suo comportamento sarebbe stato un calcolato correttivo dell’asprezza sua naturale, onde evitare il risentimento della ragazza, e soprattutto l’intervento del Cardinale, dinanzi al quale ci teneva molto a far bella figura.
Noi vogliamo credere alla sua buona fede, e perciò ammettiamo che questa sua dolcezza, anche saltuaria, riscatta alquanto l’ispida matrona, la quale ci rimane tuttavia uggiosa nonostante la sua conclamata professione di benefattrice.
16 - IL SARTO DEL VILLAGGIO E LA MOGLIE
Il sarto, nella casa del quale viene ospitata per più giorni Lucia liberata, e la moglie, che andò a rilevare la poverina al castello dell’Innominato, costituiscono una bella coppia di sposi veramente cristiani e caritatevoli. L’ospitalità che essi danno a Lucia e alla madre è quanto di meglio si possa desiderare: discreta, cordiale, squisita.
Il marito è un gran brav’uomo, onesto attivo parsimonioso, ed è uno dei pochi che nel villaggio sappiano leggere e scrivere. Questo gli dà un po’ d’orgoglio, l’unico suo difetto. Si riteneva un letterato, poiché aveva letto più volte il “Leggendario dei Santi”, “Il Guerrin Meschino” e “I reali di Francia”. La gente lo considerava “un uomo di talento e di scienza”; lui, pur rifiutando questa lode, non sapeva tenersi dal dire che aveva sbagliato vocazione: avrebbe dovuto infatti dedicarsi agli studi, invece di tanti altri… la reticenza era abbastanza significativa della sua vanità, che pur cercava di coprire con una dichiarazione di modestia.
Nonostante questo piccolo e comprensibile difetto, egli era “la miglior pasta del mondo”, e soprattutto altruista. Aveva consentito volentieri che la moglie andasse al castello a prendere Lucia, e “le avrebbe fatto coraggio, se ce ne fosse stato bisogno”; quindi accolse la poverina in casa sua con grande cordialità, mettendola subito a suo agio e facendole gran festa come “alla giovine del miracolo”. Durante il pranzo, memore della predica del Cardinale che aveva invitato tutti alla carità, riempie un piatto da mandare a “Maria la vedova”, e lo fa in maniera così delicata, così evangelica, che Lucia, commossa, “sente in cuore una tenerezza ricreatrice”.
La sua vanità riceve, per la visita del Cardinale a casa sua, prima un’esaltazione e poi una cocente mortificazione. Allorché Federigo uscì dalla canonica per recarsi a consolare Lucia, il sarto si trovava per caso in strada, e si mise anche lui a seguire il Cardinale, senza sapere dove fosse diretto. Quando vide che entrava proprio da lui, molto eccitato “si fece far largo” tra la folla, gridando: “lasciate passare chi ha da passare”. Però la soddisfazione per l’onore resogli dal Borromeo fu poco dopo mortificata dalla meschina risposta che diede al Presule, allorché questi gli chiese se era contento di ospitare per pochi giorni Lucia e la madre.
Il poveretto, “messo in orgasmo dalla presenza d’un tale interrogatore, dal desiderio di farsi onore in un’occasione di tanta importanza, studiava ansiosamente qualche bella risposta”. Ma la memoria gli si bloccò, tutta la sua preparazione letteraria si eclissò a un tratto, e per quanto spremesse le meningi non seppe dir altro che un insulso:
“Si figuri!”
Questa prosaica risposta non solo lo avvilì sul momento, ma anche in seguito gli amareggiò il vanto per quella straordinaria visita, in cui avrebbe voluto immortalarsi con una risposta degna d’un letterato.
Questo brav’uomo è però tanto ingenuo da ritenere che la sapienza consista nell’aver letto molti libri; tant’è vero che parlando del Cardinale afferma: “un uomo tanto sapiente che, a quel che dicono, ha letto tutti i libri che ci sono, cosa a cui non è mai arrivato nessun altro, né anche in Milano”, come se Milano fosse poi tutto il mondo.
Ma se ha vedute così limitate in fatto di cultura, è però sempre disposto ad aiutare il prossimo, con tutto il cuore; e questo lo riscatta a usura della sua vanità di letterato. Essendo il sarto del villaggio e dei dintorni, abitati quasi completamente da contadini, in tempo di carestia avrebbe ben poco da lavorare, perché la gente, non avendo il sufficiente per il vitto, non poteva certo pensare al vestito; ma lui viene in aiuto della povera gente, vestendola a credito, in attesa del ritorno dell’abbondanza; non si chiude egoisticamente nel suo benessere, ma va incontro agli altrui bisogni, coadiuvato in ciò dalla moglie.
E’ sempre pronto a fare dei favori: allorché don Abbondio, Agnese e Perpetua, diretti al castello dell’Innominato, si fermano a casa sua, li trattiene a pranzo, e poi trova loro un baroccio, affinché possano proseguire il viaggio più comodamente.
Al curato offre gentilmente libri da leggere, libri in volgare, ma adatti per passare un po’ il tempo; don Abbondio però non accetta: lui per compagna ha la sua paura, e non avrà affatto bisogno di leggere per non sentirsi solo.
Dopo lo storico evento della visita dell’Arcivescovo a casa sua, il sarto aveva affisso alla facciata interna della porta una stampa raffigurante il Porporato, per poter dire a chiunque capitasse in casa che non gli rassomigliava troppo: lo poteva ben dire lui, che gli aveva parlato a tu per tu in quella stessa stanza!
Ormai la mortificazione provata in quella circostanza era stata dimenticata, e rimaneva più che mai viva la soddisfazione per l’onore ricevuto, che costituiva il più bel vanto di tutta la sua vita.
Sulla moglie del nostro sarto non ci dilungheremo troppo; basterebbe dire che è buona come il marito, e certamente più spontanea, perché è illetterata. E’ davvero “una donna di cuore e di testa”, la quale sa “usar le maniere più a proposito, trovar le parole più adattate, a rincorare, a tranquillizzare” Lucia che, nel suo turbamento, poteva sospettare della stessa liberazione.
La brava donna compie la sua missione in modo ammirevole; non pensa affatto a sé, ma soltanto a lei; le piacerebbe conoscere la storia della giovane, sentire dalle sue labbra il racconto delle straordinarie avventure, ma sa frenare la sua femminile curiosità, perché ha discrezione e sente l’ospitalità con squisita delicatezza. E’ l’opposto della vecchia del castello, la quale non sapeva far coraggio, perché aveva il cuore inaridito; la moglie del sarto invece ha un gran cuore, un carattere affettuoso, e sa benissimo trovare le parole adatte a incoraggiare.
Ispira subito fiducia all’atterrita Lucia col suo cordiale sorriso, con la sua sincera premura, con l’accento amorevole, con le parole semplici, ma che vengono su dal cuore.
E’più semplice e spontanea del marito; infatti quando il Cardinale entra in casa sua, non è presa dall’orgasmo, non pensa affatto a far bella figura davanti all’illustre ospite. E’ una donna analfabeta che parla come sa, col cuore in mano; e richiesta dal Porporato, se è contenta di ospitare per qualche giorno le due donne, risponde subito, col viso illuminato dalla gioia:
“Oh! Sì signore”.
Sono parole disadorne, ma che indicano l’intimo piacere di poter fare un po’ di bene. In questa brava sposa e ottima madre di famiglia non saprei trovare un difetto di rilievo, mentre le sue virtù sono tante. Se proprio volessimo trovare, come si dice, il pelo nell’uovo, potremmo dire che in lei si avverte una punta di vanità. Ci tiene, per esempio, a far sapere a Lucia che la sua famiglia sta bene economicamente, grazie al Cielo; ma probabilmente glielo dice non tanto per vantarsi, quanto per tranquillizzare la ragazza, facendole capire che loro possono ospitarla senza alcun fastidio nemmeno economico.
La vanità è più evidente allorché, parlando di don Abbondio, ci tiene a mettere in rilievo la pochezza del curato nella spedizione al castello: “e trovandosi al nostro paese anche il vostro curato…, ha pensato il signor Cardinale di mandarlo anche lui in compagnia; ma è stato di poco aiuto. Già l’avevo sentito dire ch’era un uomo da poco; ma in quest’occasione, ho dovuto proprio vedere che è più impicciato che un pulcin nella stoppa”.
Per quanto il giudizio su don Abbondio sia esatto, tuttavia si nota nelle sue parole il desiderio di far risaltare, per contrasto, l’importanza della propria parte. Ma chi la potrebbe biasimare per questa piccola compiacenza per la sua buona azione? In definitiva ella dice la verità, e dire la verità non è mai superbia, e neppure vanagloria. La verità è che la moglie del sarto è una donna franca, e quello che ha in mente, lo ha anche sulla lingua, e giudica con sincerità secondo che sente nel cuore. Questo lo ascriviamo a suo merito.
Non voglio chiudere questa breve analisi dei due coniugi, senza una nota curiosa sulla loro famigliola, formata, oltre che dai genitori, da tre figli. Ma il bello è che, mentre nel cap. XXIV essi sono “due bambinette e un fanciullo”, nel cap. XXIX, dove si torna a parlare di essi, sono diventati due ragazzetti e una bambina. Una banale svista di don Lisander, davvero molto strana, tenendo conto della meticolosità con cui egli ha più volte corretto la sua opera. Ma è ancora più strano che anche i commentatori se ne siano accorti molto tardi, di questa singolare smemorataggine del grande Manzoni e di questo curioso cambiamento di sesso.
Mi sembra di aver già azzardata altrove l’ipotesi (che per me è quasi certa) che il Manzoni abbia fatto apposta l’errore, per vedere quando i recensori se ne sarebbero accorti.
Lui
era molto arguto, e si divertiva anche a fare questi garbati scherzi. Per
quanto ne so io, lui vivente, nessun critico lo prese in castagna per questa
confusione di sesso. Mi sembra che l’incongruenza sia stata notata, per primo,
dal Bellezza nel 1901; ma il Manzoni era morto nel 1873, o ignaro del suo
errore o, come io credo, contento dello scherzo riuscito.
Questi due ministri d’iniquità, l’uno al servizio dell’Innominato, l’altro di don Rodrigo, hanno nel romanzo delle parti di ampiezza diversa: il Nibbio vi fa un’apparizione molto breve, nel cap. XX e all’inizio del successivo; il Griso invece compare nella trama sin dal cap. VII, e ne esce definitivamente col cap. XXXIII. Possiamo dire in linea preliminare che i due caporali sono degni accoliti dei rispettivi padroni, ai quali in parte assomigliano.
Cominciamo dal Nibbio.
Il suo soprannome è molto azzeccato e significativo: il nibbio è infatti un uccello rapace che piomba fulmineo sulla preda; se è inferiore all’aquila per potenza, non la cede ad essa in decisione e ferocia; se il suo padrone è l’aquila dominatrice, lui, suo luogotenente, è il nibbio predatore. Se l’Innominato dall’alto del castello, “come l’aquila dal suo nido insanguinato,… dominava all’intorno tutto lo spazio dove piede d’uomo potesse posarsi”, il suo dipendente rapiva a man salva le donne, “come il nibbio i pulcini da un’aia deserta”.
Il Manzoni non dice espressamente che egli fosse il capo dei bravi dell’Innominato, ma ce lo fa intuire quando afferma che egli era “uno dei più destri e arditi ministri delle sue enormità”. Il Nibbio infatti è incaricato di un’impresa rischiosa come il rapimento di Lucia, effettuato nei pressi di Monza e in pieno giorno, e conduce a termine l’impresa in modo brillante: è lui che afferra la poverina all’improvviso, cacciandola fulmineamente nella carrozza, è lui che la tiene inchiodata sul sedile finché è necessario, è lui che cerca di calmarla rispondendo senza arroganza alle sue domande angosciate.
Dal modo come parla alla ragazza, si vede subito che il Nibbio non è del tutto cattivo, e un fondo di bontà s’intravede nel suo animo traviato: infatti tenta in tutti i modi di tranquillizzare Lucia, assicurandole che non ha cattive intenzioni su di lei, non le mette le mani addosso che per impedirle di slanciarsi fuori della carrozza, e le risponde nel modo più umano che gli riesce. Prova compassione e quasi si commuove, allorché la prigioniera lo supplica, per amore di Dio e della Madonna, di lasciarla andare; e sono invero parole toccanti:
“Cosa v’ho fatto di male io? Sono una povera creatura che non v’ha fatto niente. Quello che m’avete fatto voi, ve lo perdono di cuore; e pregherò Dio per voi. Se avete anche voi una figlia, una moglie, una madre, pensate quello che patirebbero, se fossero in questo stato. Ricordatevi che dobbiamo morir tutti, e che un giorno desidererete che Dio vi usi misericordia”.
Il Nibbio è colpito da queste parole, ma non può esaudirle; e risponde ripetutamente che non può liberarla, perché lui deve eseguire degli ordini e non può fare di testa sua. Irremovibile in questo, tratta per il resto la ragazza meno rudemente che può, e ordina agli altri di non spaventarla:
“Non vedete che costei è un pulcin bagnato che basisce per nulla?”
E quando la poverina prova ancora a gridare, invece di imbavagliarla, cerca di farle capire che è inutile.
Il Nibbio non è un ipocrita che sappia fingere o dissimulare; ultimata la missione, fa il suo breve rapporto, ma poi confessa apertamente al padrone, senza timore di apparire un debole, che quella ragazza gli ha fatto “troppa compassione” per cui avrebbe preferito “che l’ordine fosse stato di darle una schioppettata nella schiena, senza sentirla parlare, senza vederla in viso”.
E’ vero che quasi si vergogna della sua compassione, perché la compassione è un po’ come la paura: ”se uno la lascia prender possesso, non è più uomo”; tuttavia confessa apertamente questa sua debolezza, perché ha un carattere franco e nemico di ogni finzione. E allorché il padrone, fuor di sé dalla meraviglia, vuol sapere come abbia fatto colei a destare la pietà in un cuore tanto spietato, risponde quasi con candore:
“O signore illustrissimo! Tanto tempo!... piangere, pregare, e far cert’occhi, e diventar bianca bianca come morta, e poi singhiozzare, e pregar di nuovo, e certe parole…”
La sincera confessione del suo subalterno, nella sua ingenuità, ha la forza di scuotere e turbare l’animo dell’Innominato, il quale non riesce a capacitarsi come una femminuccia abbia potuto ottener questo. Ed ecco che lo assale un pensiero assillante:
“Compassione al Nibbio! Come può aver fatto costei?”
E dopo un breve contrasto interiore, come preso da un impulso irrefrenabile quanto inspiegabile, decide di vederla; e la grazia di Dio penetra così nell’animo dell’Innominato attraverso le umili e accorate parole di Lucia, non meno efficaci di quelle dette al Nibbio. Questi è perciò, in un certo modo, il sollecitatore della conversione del suo padrone, colui che gliene dà l’occasione e l’impulso con la sua ingenua confessione di pietà; come dunque sarebbe possibile che, dopo la conversione del signore, egli abbia continuato a camminare nella via del male?
Per quanto l’Autore nulla dica in proposito e anzi non parli più di lui, possiamo essere sicuri, sempre nella linea immaginaria del racconto manzoniano, che il Nibbio fu uno dei primi a seguire il padrone sulla nuova strada: era stato fedele prima, gli fu certamente fedele dopo, nel bene, sino alla morte.
Ben diversa è la figura del Griso, nel quale s’intravede subito la doppiezza, la millanteria, la cattiveria e la viltà. Probabilmente ebbe il soprannome di Griso (= grigio) perché aveva già i capelli brizzolati, sebbene fosse ancora giovane; forse l’ingrigimento precoce era dovuto agli stravizi o a qualche paura straordinaria. Comunque era al servizio di don Rodrigo quale “capo dei bravi, quello a cui s’imponevano le imprese più rischiose e inique, il fidatissimo del padrone, l’uomo tutto suo, per gratitudine e per interesse. Dopo aver ammazzato uno, di giorno, in piazza, era andato ad implorar la protezione di don Rodrigo; e questo, vestendolo della sua livrea, l’aveva messo al coperto da ogni ricerca della polizia”.
Il Griso fa credere al signorotto di essere fedele e coraggioso per mezzo dell’ossequio adulatorio e della spavalda millanteria, mostrandosi sempre pronto non solo a eseguire i suoi ordini, ma anche a indovinare le sue intenzioni; la sua risposta baldanzosa a ogni comando è: “lasci fare a me”. Per cui quando torna a mani vuote dal tentato ratto, “con quella goffa e sguaiata presenza del birbone deluso,”ben a ragione don Rodrigo lo apostrofa con acerba ironia:
“Ebbene, signor spaccone, signor capitano, signor lascifareame?”
Ma il fanfarone non si scompone, e sa rintuzzare con abilità l’ironia del padrone, esagerando la difficoltà e il pericolo dell’impresa:
“L’è dura… l’è dura di ricever de’ rimproveri, dopo aver lavorato fedelmente, e cercato di fare il proprio dovere, e arrischiata anche la pelle”.
Sicché don Rodrigo, dopo aver ascoltato il dettagliato rapporto del colpo fallito, finì col congedare il suo caporale “con molte lodi, dalle quali traspariva evidentemente l’intenzione di risarcirlo degli improperi precipitati coi quali lo aveva accolto”.
Il
Griso è soprattutto avido di denaro, e adula ipocritamente il padrone pur di
averne dei regali; si fa poi bello dei meriti dei suoi sottoposti, che egli
manda avanti quando ci sia qualche rischio, restando lui al sicuro, salvo poi
ad attribuirsi ogni successo davanti al signore, sempre per averne laute mance,
oltre lo stipendio.
Nell’impresa del rapimento di Lucia, entra lui per primo nella camera dove crede sia la vittima, perché sa che è inerme, e vuole avere lui il piacere di mettere le mani su quelle tenere carni. A proposito di mani, don Rodrigo nutre qualche sospetto sulle intenzioni del suo fidatissimo, che non voglia approfittare della fanciulla, e lo ammonisce esplicitamente:
“Ma non le si torca un capello; e sopra tutto, le si porti rispetto in ogni maniera. Hai inteso?”
Al che il malandrino risponde con aria umile e con fiorito linguaggio adulatorio:
“Signore, non si può levare un fiore dalla pianta, e portarlo a vossignoria, senza toccarlo”.
Ma pur col tono sottomesso delle sue parole, il bravaccio sembra ridere sotto i baffi della gelosia del padrone, che non vorrebbe si tocchi la sua bella; ma lui abilmente ha già messo le mani avanti, precostituendosi una specie di alibi.
Gli altri bravi di don Rodrigo evidentemente non erano contenti che, mentre il rischio era soprattutto loro, gli onori e i compensi andassero esclusivamente al capo. Infatti nella notte in cui doveva effettuarsi il ratto, i due bravi che erano stati mandati all’osteria del paese in osservazione, si mettono a seguire Renzo con l’intenzione di accarezzargli le spalle di loro iniziativa, per avere loro tutto il merito dell’impresa; ma il giovane si accorge di qualcosa; allora quelli si fermano indecisi, e uno di loro dice sottovoce:
“Sarebbe però un bell’onore, senza contar la mancia, se, tornando al palazzo, potessimo raccontare d’avergli spianate le costole in fretta in fretta, e così da noi, senza che il signor Griso fosse qui a regolare”.
In quel “signor Griso” si avverte il risentimento e l’invidia verso il capo a cui toccano tutti gli onori e anche le mance, che invero il fedelissimo sapeva spillare con molta disinvoltura. Per esempio si guadagnò ben quattro scudi solo col riportare al padrone le voci che circolavano nel villaggio e a Pescarenico circa la fuga dei due promessi a Monza, da dove poi Renzo aveva proseguito per Milano. La notizia della separazione dei fidanzati aveva fatto immenso piacere al geloso signorotto, onde si spiega la generosità della sua mancia.
La viltà del fanfarone si rivela allorché don Rodrigo lo incarica di andare a Monza, a prendere informazioni precise sul rifugio della ragazza. Questa volta il caporalaccio chiede che sia mandato un altro, perché lui a Monza è troppo conosciuto, e sulla testa gli pende una taglia di cento scudi. Il padrone si mostra molto stupito di tale improvvisa codardia:
“Che diavolo! Tu mi riesci ora un can da pagliaio che ha cuore appena d’avventarsi alle gambe di chi passa sulla porta, guardandosi indietro se quei di casa lo spalleggiano, e non si sente d’allontanarsi!”
Svergognato in tal modo, il Griso deve farsi coraggio e partire; infatti si mette subito in cammino verso Monza “con faccia allegra e baldanzosa, ma bestemmiando in cuor suo Monza e le taglie e le donne e i capricci dei padroni”.
Il Griso assomiglia al suo padrone anche nel timore dell’autorità costituita e della forza pubblica. Don Rodrigo ha riguardo del podestà di Lecco, che potrebbe prendere qualche provvedimento contro di lui, in seguito alle sue malefatte, e perciò se lo tiene amico con inviti e donativi; il Griso, “per vivere quieto”, tratta da amici i birri, anche se la cosa gli sembra poco onorevole, perché deriva da una certa paura.
Tutte le volte che il Manzoni parla del Griso, non manca di aggiungere un attributo di fedeltà: fido, fedele, fedelissimo; tale infatti egli si finge, e tale si fa credere al suo padrone, il quale non ha acume né esperienza di uomini. Il “fedelissimo” è quindi un aggettivo carico di ironia, che accompagna il bieco personaggio in tutte le sue apparizioni sino all’ultima, quando il ribaldo si toglie la maschera ipocrita e mostra il suo vero volto di traditore.
Il tradimento è macchinato per avidità di denaro: quale occasione migliore che consegnare ai monatti il padrone appestato, per impadronirsi agevolmente del suo scrigno? L’avarizia lo rende cieco, per cui tradisce con vile perfidia il padrone che si fida di lui per averlo beneficato. Mandato a chiamare il medico, porta in casa i monatti, coi quali si è accordato sulla divisione del bottino.
L’avarizia non gli fa avere riguardi: non bada al contatto coi luridi monatti, non pensa che il padrone potrebbe anche guarire, e far terribile vendetta; e mentre quello viene portato al lazzaretto, non esita a frugare nelle tasche del signore per impadronirsi anche degli spiccioli.
Per don Rodrigo appestato, il nero tradimento del suo fedelissimo fu davvero una cosa orrenda, che gridava vendetta; e lui l’invocò con tutta l’anima:
“Ah diavolo dell’inferno! Posso ancora guarire! Posso guarire!”
Per lui ora non sono tanto odiosi i monatti, quanto il traditore; e vedendolo tutto affaccendato a “spezzare, a cavar fuori danaro, roba, a far le parti”,mugghia furibondo:
“Scellerato!... Lasciatemi ammazzar quell’infame… e poi fate di me quel che volete”.
La vendetta, invano agognata da don Rodrigo, è eseguita poco dopo dalla stessa peste. La perfidia di questo abominevole ribaldo è punita prontamente e in modo esemplare: “il giorno dopo,… mentre stava gozzovigliando in una bettola, gli vennero a un tratto de’ brividi, gli s’abbagliaron gli occhi, gli mancaron le forze, a cascò. Abbandonato da’ compagni, andò in mano de’ monatti, che spogliatolo di quanto aveva indosso di buono, lo buttarono sur un carro; sul quale spirò, prima d’arrivare al lazzaretto”.
Un caso di peste fulminante! Questa fine miserrima non desta in noi neppure un briciolo di compassione, dato che nel suo animo non c’era nemmeno un granello di bontà. Un po’ di pietà sentiamo invece per il suo padrone, portato e scaricato al lazzaretto come un “miserabil peso”, mentre prima, contornato da tutti quei bravi, si riteneva un dominatore. Ma il colpo peggiore, per lui, fu il vedersi perfidamente tradito dal suo fedelissimo.
La fiducia tra i malvagi non può davvero avere salde radici.
Questo fosco giovane è, come Gertrude, personaggio storico, anche se nel 1628, quando, incaricato dall’Innominato, avrebbe organizzato il rapimento di Lucia, era stato da tempo giustiziato.
Abbiamo già accennato, parlando di Gertrude, allo spostamento cronologico operato dall’Autore, necessario per fare della peste del 1630 il cardine e insieme il principio risolutore del romanzo.
Il vero nome di Egidio era Giampaolo Osio (il cognome, che in greco significa “pio”, risulta sinistramente ironico per un tale soggetto): un giovane ricco e depravato che, dimorando in una casa attigua al monastero di S. Margherita in Monza, per riempire il suo ozio, approfittando che la parte posteriore dell’abitazione affacciava su un cortile, dove le educande facevano ricreazione, ardì mettersi ad amoreggiare con una di esse. Allorché la ragazza, che non era destinata suora, uscì dal convento per sposarsi, lo scellerato pensò di rimpiazzarla e, “allettato anzi che atterrito dai pericoli e dall’empietà dell’impresa, un giorno osò rivolgere il discorso”a Suor Virginia la quale, come maestra delle educande, si aggirava anche lei spesso in quel cortile. “La sventurata rispose”.
Così dice il Manzoni con terribile laconicità, tacendo per pudore quanto avvenne dopo quel primo cedimento della sciagurata che in seguito, per nascondere la tresca sacrilega, giunse a far uccidere una conversa che aveva minacciato di rivelare tutto.
La passione sensuale è tirannica per sua natura; ma quando, nell’animo di Gertrude, al peccato si aggiunse il delitto, le catene della colpa vennero ribadite, ed ella s’incamminò, pur con acerbi rimorsi, “in una strada d’abbominazione e di sangue”. Egidio ormai dominava la volontà della monaca, prigioniera della sua turpe passione; sicché l’Innominato, che aveva in Egidio uno dei più stretti collaboratori ed era al corrente di questa relazione, poté promettere con tanta sicurezza a don Rodrigo che avrebbe pensato lui a rapire Lucia.
Non fece altro che mandare il Nibbio da Egidio, per ordinargli ciò che doveva fare, e il cinico giovane impose ancora una volta alla suora la sua bieca volontà. La voce del seduttore, “che aveva acquistato forza e, direi quasi, autorità dal delitto, le impose ora il sacrificio dell’innocente che aveva in custodia”.
Per quanto l’ordine le riuscisse spaventoso, Gertrude non aveva via di scampo: o obbedire o spezzare le catene del peccato, cioè ribellarsi al male. Non ebbe la forza di farlo, per timore delle conseguenze, e cedette ancora una volta al sinistro amante, che ormai era divenuto il tirannico padrone della sua anima come del suo corpo.
Questo
giovane senza coscienza, ugualmente pronto al sacrilegio e al delitto, non può
suscitare che orrore e ribrezzo; sicché non proviamo alcuna pietà per la sua
brutta fine, ampiamente meritata. Per i delitti consumati con Suor Virginia, fu
nel 1608 condannato a morte in contumacia dal Senato milanese; dopo un periodo
di latitanza all’estero, osò spavaldamente tornare nello Stato di Milano, ma fu
preso ed ebbe mozza la testa, distrutta la casa. Nell’area rimasta libera, a
fianco del monastero, fu eretta una “colonna infame”, che poi si ritenne più
opportuno abbattere, affinché di un uomo sì empio non rimanesse neppure la
memoria.
La vecchia incaricata dall’Innominato di fare coraggio a Lucia prigioniera, è in verità una povera disgraziata, incapace di ogni umano sentire, la quale dimostra con evidenza a quale stadio di degradazione morale e intellettuale possa giungere una creatura umana in un ambiente chiuso, dominato dall’ignoranza, dalla violenza e dai bassi istinti.
“Era costei nata in quello stesso castello, da un antico custode di esso, e aveva passata lì tutta la sua vita… L’idea del dovere, deposta come un germe nel cuore di tutti gli uomini, svolgendosi nel suo, insieme coi sentimenti d’un rispetto, d’un terrore, d’una cupidigia servile, s’era associata e adattata a quelli… Ragazza già fatta, aveva sposato un servitor di casa, il quale, poco dopo, essendo andato a una spedizione rischiosa, lasciò l’ossa sur una strada, e lei vedova nel castello. La vendetta che il signore ne fece subito, le diede una consolazione feroce… D’allora in poi, non mise piede fuor del castello, che molto di rado; e a poco a poco non le rimase del vivere umano quasi altre idee salvo quelle che ne riceveva in quel luogo”.
Finché fu giovane, vivendo in mezzo a quella masnada di sgherri, è probabile che le toccasse pure qualche complimento, magari interessato, qualche parola gentile o lusinga; ma quando divenne vecchia e brutta, per lei non ci fu più né rispetto né pietà da parte di quegli uomini brutali, e anche il suo cuore si fece duro e insensibile. I bravi le davano sempre da fare: “ora aveva cenci da rattoppare, ora da preparare in fretta da mangiare a chi tornasse da una spedizione, ora feriti da medicare”.
Per ringraziamento riceveva beffe e insulti; all’appellativo usuale di “vecchia” quei bestioni aggiungevano sempre qualche aggettivo ingiurioso; al che lei, come ammaestrata a una scuola infernale, replicava con improperi ancora più laidi, con insulti brucianti, unico modo con cui potesse difendersi da quell’orda di bravacci.
Le sue passioni dominanti erano la pigrizia, che veniva continuamente disturbata, e la stizza, che la faceva reagire alle provocazioni con un linguaggio davvero satanico.
Si crucciava di essere vecchia, ricordandosi con amaro rimpianto della giovinezza, in cui qualche piacere lo aveva provato anche lei; mentre ora non riceveva che scherni. Guardava perciò le giovani con invidia astiosa:
“Io son vecchia, son vecchia. Maledette le giovani, che fanno bel vedere a piangere e a ridere, e hanno sempre ragione”.
Nei primi anni della fanciullezza aveva sentito parlare di Dio, e aveva anche lei imparato a pregare; ma perduto il marito, in quella vita così animalesca, in quell’ambiente così saturo di volgarità e di violenza, aveva ben presto dimenticato ogni nozione religiosa e ogni pratica di pietà. Sicché quando Lucia la supplicò, in nome della Vergine, di lasciarla andare, “quel nome santo e soave” fece nella mente della sciagurata “un’impressione confusa, strana, lenta, come la rimembranza della luce, in un vecchione accecato da bambino.”
Spenta la religione, è spenta purtroppo anche la pietà.
Che meraviglia allora che essa non sappia come si fa a dar coraggio a uno? Non lo sa davvero, e lo chiede ingenuamente al padrone il quale, affidandole la custodia di Lucia, le ha appunto comandato di farle coraggio. L’Innominato si irrita per la domanda, perché neppur lui lo sa: lui aveva sempre fatto paura alla gente, mai coraggio; perciò le risponde stizzito:
“Falle coraggio, ti dico… Hai tu mai sentito affanno di cuore? Hai tu mai avuto paura? Non sai le parole che fanno piacere in quei momenti? Dille di quelle parole: trovale, alla malora”.
E la poveraccia, che dopo la spiegazione del padrone ne sa quanto prima, si limita a ripetere alla prigioniera:
“…ho ordine di trattarvi bene e di farvi coraggio… Non abbiate paura, state allegra, ché m’ha comandato di farvi coraggio. Glielo direte, eh? Che v’ho fatto coraggio?”
Si vuol precostituire un alibi davanti al signore; infatti quando questi, vedendo Lucia buttata a terra come un cencio, la rimprovera per l’inumano trattamento, si difende:
“Io ho fatto di tutto per farle coraggio: lo può dire anche lei”.
E’ convinta, poveretta, di aver obbedito all’ordine, di essere a posto!
Per indurre l’angosciata prigioniera a cenare, trova delle parole invero più efficaci, che quasi fanno venire l’acquolina in bocca; e possiamo scommettere che la gola era uno dei suoi vizi capitali. Sentiamola come decanta la squisitezza dei cibi:
“di quei bocconi che, quando le persone come noi possono arrivare a assaggiarne, se ne ricordan per un pezzo! Del vino che beve il padrone coi suoi amici… quando capita qualcheduno di quelli…! e vogliono stare allegri! Ehm!”
Ma siccome la ragazza non voleva né mangiare né mettersi a letto, e ogni lusinga riusciva inutile, ogni invito inefficace, esclamò a un tratto stizzita:
“Perché vi protegge, avete messo su superbia… Non istate poi a dirgli domani ch’io non v’ho fatto coraggio… Ricordatevi che v’ho pregata più volte”.
E come se, con questa dichiarazione, si fosse messa l’anima in pace, si mise a mangiar lei avidamente di quelle delizie; quindi si coricò nel suo letto, dopo un’ultima protesta verso la ragazza accucciata a terra in un angolo:
“Siete voi che lo volete. Ecco, io vi lascio il posto buono: mi metto sulla sponda; starò incomoda per voi”.
Ci teneva alla comodità del letto, avendo avuto dalla vita così poco! Il padrone le aveva detto che per una notte poteva dormire per terra, ma lei non se la sentiva; del resto , perché farlo, se il letto doveva rimanere vuoto?
Non ci sentiamo proprio di disprezzare questa sventurata vecchia, che non ha pietà degli altri, ma di cui nessuno sente pietà. In quell’ambiente volgare e violento il suo cuore si era chiuso a ogni sentimento buono. Diventata, nella squallida vecchiaia, un ceffo deforme e sgraziato, è lo zimbello di una masnada di birboni; che meraviglia se, per difendersi, s’ingegna a coniare insulti peggiori di quelli dei suoi aguzzini?
Sinceramente, ci fa solo pena questa povera vecchia in cui non rimane nulla di femminile e, direi quasi, di umano. Ma la sua depravazione deriva dall’ambiente in cui è condannata a vivere: come avrebbe potuto essere diversa?
Anche
se questa figura di vecchia è tutta fantasia del Manzoni, tuttavia essa ci fa
pensare a tanti casi uguali o simili, e di uomini e di donne, che riscontriamo
nella realtà della vita. Essa ci lascia pensosi perché siamo indotti a
chiederci: come mai la Grazia non è riuscita a illuminarla e a salvarla?
L’ambiente è dunque tanto potente da impedire ogni redenzione? Come mai esso
può condizionare a tal punto una vita umana?
Riguardo agli osti, ci sovvien la scarsa simpatia che ha per loro il poeta latino Orazio, il quale affibbia ai “caupones” dei duri epiteti: “perfidi, maligni”. Non diversamente la pensa il nostro Renzo:
“Maledetti gli osti! Più ne conosco, peggio li trovo”.
Fra tutti gli osti che compaiono nel romanzo, mi sembra che il peggiore sia quello del villaggio degli sposi. Nella sua osteria, considerata dalla povera gente “luogo di delizie”, Renzo va a mangiare due volte, la prima soltanto con Tonio, la seconda con questo e con lo scempiato Gervaso, suo fratello, i quali gli devono fare da testimoni nel matrimonio di sorpresa. Notiamo che questa birba di oste usa due pesi e due misure nel trattare la gente; a Renzo infatti, il quale vorrebbe sapere chi siano gli avventori forestieri, cioè i bravi di don Rodrigo, risponde mentendo che non li conosce, ma che sono certamente dei galantuomini; invece a uno dei due bravacci, che gli chiede chi siano i tre paesani, dà ogni informazione, facendo così correre a Renzo il rischio di aver spianate le costole da quei messeri. Il Manzoni osserva a questo proposito che quest’oste “faceva professione d’esser molto amico dei galantuomini in generale; ma, in atto pratico, usava molto maggior compiacenza con quelli che avessero riputazione o sembianza di birboni”.
Il gestore dell’osteria milanese della “luna piena” a me sembra il più onesto. Innanzi tutto si rammarica che Renzo sia giunto nel suo locale con quel bargello travestito, per cui lo deve assolutamente denunciare per il rifiuto di declinare le proprie generalità; ché altrimenti ne andrebbe di mezzo lui stesso. Il suo soliloquio nei riguardi dell’avventore che non aveva voluto obbedire alla grida è in fondo benevolo:
“Testardo d’un montanaro!... Fossi almeno capitato solo; che avrei chiuso un occhio, per questa sera; e domattina t’avrei fatto intender la ragione. Ma no signore; in compagnia ci vieni, e in compagnia d’un bargello, per far meglio!”
Data la sua irritazione per quella grana capitatagli tra capo e collo, gli perdoniamo certi epiteti che regala al cliente sgradito: “pezzo d’asino, tanghero”; e dobbiamo riconoscere la sua onestà. Si paga da Renzo lo scotto senza approfittare della sua ubriachezza, per cui potrebbe facilmente imbrogliarlo o anche derubarlo; in seguito, quando al palazzo di giustizia presenta la sua denuncia, dice semplicemente la verità, attenuando piuttosto che esagerando. Allorché il notaio criminale lo rimprovera di aver taciuto che quell’avventore ha portato all’osteria “una quantità di pane rubato, e rubato con violenza, per via di saccheggio e di sedizione”, non esita a difenderlo:
“Vien uno con un pane in tasca; so assai dov’è andato a prenderlo. Perché, a parlar come in punto di morte, posso dire di non avergli visto che un pane solo”.
E quando il notaio gli ricorda come colui “abbia avuto la temerità di proferir parole ingiuriose contro le gride, a di fare atti mali e indecenti contro l’arme di sua eccellenza” il Governatore, elude lo scottante argomento col farsene nuovo affatto:
“Come vuole vossignoria ch’io badi agli spropositi che posson dire tanti burloni che parlan tutti insieme? Io devo attendere ai miei interessi”. Quando infine gli viene chiesto se quel cliente “continua a schiamazzare, a metter su gente, a preparar tumulti per domani”, risponde che è invece andato a letto, quasi per far capire che è un povero diavolo tradito dal vino, non un facinoroso.
L’oste di Gorgonzola è il più maligno, e proprio per lui Renzo esclama tra sé:
“Maledetti gli osti!”.
Infatti egli dimostra subito per l’avventore forestiero “una curiosità maliziosa”che veramente indispone. Il nostro fuggiasco voleva sapere se c’era qualche scorciatoia che portasse a qualche traghetto dell’Adda, dove si potesse passare alla svelta, senza formalità…; ma l’oste gli ficcò in viso due occhi così sospettosi, da far morire in bocca a Renzo ogni ulteriore domanda. Quello sguardo maligno sembrava chiedere: contrabbandiere o bandito? Perché “la gente che può dar conto di sé” non cerca traghetti clandestini.
Di ostesse ne incontriamo due nel romanzo, e precisamente la moglie dell’oste della “luna piena”, e la vecchia dell’osteria di campagna, dove Renzo si ferma primieramente a rifocillarsi dopo la fuga da Milano. La prima badava ordinariamente ai figlioli, scendendo nell’osteria solo quando il marito doveva allontanarsi per qualche affare urgente. Non aveva quindi una grande esperienza del mestiere, per cui il marito le dà particolareggiate istruzioni, allorché deve lasciarla al suo posto per andare al palazzo di giustizia a fare la deposizione contro Renzo.
Le raccomanda di farsi rispettare, ma soprattutto di usare prudenza, in quella torbida giornata, facendo finta di non sentire le frasi compromettenti, che possono essere pronunciate anche a scopo provocatorio. La donna assicura di non essere un’ingenua:
“Oh! Non sono una bambina, e so anch’io quel che va fatto”.
Ma il marito insiste:
“E badar che paghino…; quando si sentono certe proposizioni, girar la testa, e dire: vengo; come se qualcheduno chiamasse da un’altra parte”. Consiglio davvero prezioso.
L’ostessa di campagna è una vecchia che, non avendo avventori se non raramente, non vuol perdere il tempo e pensa a filare; ci viene infatti presentata “con la rocca al fianco e col fuso in mano”. E’ dunque una donna laboriosa, ma anche molto curiosa; per cui tempesta Renzo “di domande, e sul suo essere, e sui grandi fatti di Milano”; ma non è né maligna né sospettosa. Anzi il giovane, approfittando della sua curiosità, riesce a sapere da lei il nome di Gorgonzola, “quel paese, piuttosto grosso, sulla strada di Bergamo, però nello stato di Milano”. Seppe anche che questo benedetto paese distava da lì dieci o dodici miglia, distanza non eccessiva per le sue gambe; e così Renzo, d’allora in poi, poté chiedere senza destar sospetto la strada per Gorgonzola, perché il domandare quella per Bergamo “gli pareva puzzar tanto di fuga, di sfratto, di criminale”.
Per
concludere, diremo che l’oste del villaggio degli sposi è il più ipocrita,
quello di Milano il più onesto, quello di Gorgonzola il più maligno, mentre la
vecchia ostessa di campagna è la più ingenua nella sua curiosità, ed è l’unica
che dia a Renzo una notizia sommamente utile.
Bettina ha nel romanzo appena una particina, alla fine del II capitolo; ma la recita con tanta grazia, che il piccolo personaggio rimane gradevolmente impresso nella nostra mente. E’ una fanciulletta la quale, sapendo che nella mattinata di quel mercoledì 8 novembre 1628 si sarebbe celebrato in paese il matrimonio dell’anno, tra Lucia e Renzo, si reca di buon’ora davanti alla casa della sposa per godersi lo spettacolo; soprattutto vuol vedere come è acconciata la sposa, poiché si sente ormai una donnina, e sente irresistibile il fascino degli abiti e anche delle cerimonie matrimoniali.
Spera anche di ricevere qualche chicca, qualche dolcetto; ma l’invito della gola è per lei secondario rispetto all’attrazione degli occhi. Ce la immaginiamo infatti ansiosa e coi grandi occhi sgranati, mentre spia trepidante verso la finestra del primo piano, da cui giunge il cicaleccio delle amiche di Lucia, radunatesi nella sua stanza per farle festa. Lei era ancora una ragazzetta acerba e, per quanto lo desiderasse, non poteva figurare tra le giovani; si doveva perciò accontentare di guardare dall’esterno, di seguire il corteo, di applaudire; ma lo faceva con tutto il cuore.
Appena vede Renzo che giunge, come lei crede, a prendere la sposa, subito gli corre incontro festosa, gridando:
“Lo sposo! Lo sposo!”
Ma questi ha ben altra voglia che di essere applaudito, dal momento che ha l’inferno nel cuore, avendo saputo che don Rodrigo impedisce le sue nozze perché vuole Lucia per sé. Perciò impone alla ragazzetta di tacere e, non volendo andar lui di sopra a chiamare la fidanzata, per non mostrarsi “a quel mercato, con quella nuova in corpo”, incarica lei dell’imbasciata, raccomandandole di riferire in segreto a Lucia che lui deve parlarle subito, per cui l’aspetta a pianterreno: ”ma che nessuno senta né sospetti di nulla, ve’…” Bettina ora si sente importante, oltre che felice di poter vedere la sposa già vestita: “la fanciulletta salì in fretta le scale, lieta e superba d’avere una commissione segreta da eseguire”. E l’esegue proprio con zelo: “la piccola Bettina si cacciò nel crocchio, s’accostò a Lucia, le fece intendere accortamente che aveva qualcosa da comunicarle, e le disse la sua parolina all’orecchio”. Qui finisce la piccola parte di questa ragazzetta così sveglia e simpatica, che avremmo rivista volentieri nel seguito del romanzo; ma all’Autore è sembrato diversamente: pazienza!
Anche Menico (accorciativo familiare di Domenico) è un ragazzo sveglio e simpatico, il quale si rende utile in una circostanza ben più importante, che si rivela addirittura rischiosa. E’ incaricato di portare un’imbasciata agli sposi, da parte di Fra Cristoforo; si tratta di un avviso importante, tanto che il Padre ha invitato Renzo ad andare lui al convento, per riceverlo, o a mandare almeno “un uomo fidato, un garzoncello di giudizio”, per mezzo del quale egli potesse fargli sapere il da farsi. Renzo non vuol andare, perché teme che il frate, con quei suoi occhi penetranti, gli legga in viso il piano che ha preparato per il matrimonio di sorpresa; allora Agnese decide di mandare Menico, “un ragazzetto di circa dodici anni, sveglio la sua parte”, che è un suo lontano nipote; lo chiede perciò ai genitori in prestito, per così dire, per l’intera giornata.
Dopo avergli dato una buona colazione, gli dice di andare a Pescarenico, e di presentarsi al padre Cristoforo, il quale gli deve affidare una notizia per loro. Nel caso debba attendere anche per molto tempo, gli raccomanda di non allontanarsi dal convento, né tanto meno andare in riva al lago, a lanciar sassi sull’acqua in gara con altri ragazzi, per il gusto di vederli rimbalzare più volte. “Bisogna sapere che Menico era bravissimo per fare a rimbalzello; e si sa che tutti, grandi e piccoli, facciam volentieri le cose alle quali abbiamo abilità: non dico quelle sole”.
Quest’ultima battuta mostra, in uno sprazzo, il sottile umorismo dell’Autore, il quale sembra voler dire: volesse il cielo che facessimo solo le cose che sappiamo fare! Purtroppo vogliamo fare, troppo spesso, anche quelle che non sappiam fare…
Ma torniamo al nostro Menico: alle ammonizioni della zia egli assicura che non cederà alla tentazione, perché ormai si sente responsabile. Però quando Agnese gli promette, a missione compiuta, due monetine, chiede di averle subito, tradendo così il suo desiderio di giocare a soldi con i compagni; per questo la zia non lo accontenta, ma gliene promette anche di più, se si porterà bene.
Menico ci si mette con tutto l’impegno, e per condurre a termine il suo incarico ci rimedia anche una gran paura. Tornando infatti frettolosamente, a notte fatta, dalla zia, a portare l’avviso di fuggire subito tutti al convento, incappa nei bravi di don Rodrigo, che hanno già invaso la casetta. Il povero ragazzetto caccia un urlo quando viene afferrato da due malandrini, di cui uno gli tappa la bocca, mentre l’altro gli fa luccicare davanti agli occhi terrorizzati un’affilata lama di coltello: “il garzoncello trema come una foglia, e non tenta neppur di gridare”.
Per sua fortuna la campana a martello sorprende i manigoldi, che lo lasciano subito per pensare a sé stessi. Insperatamente libero, Menico corre a gambe levate verso il campanile, dove qualcuno deve esserci, ma per la strada incontra gli sposi con Agnese, e “con la forza d’uno spaventato” comanda loro di non tornare a casa, dove “c’è il diavolo”, ma al convento, per ordine di fra Cristoforo.
Menico collabora così all’opera di salvezza organizzata dal frate; Agnese e gli sposi, rimasti promessi, lo accarezzano commossi, “per ringraziarlo tacitamente che fosse stato per loro un angelo tutelare”. Nel rimandarlo a casa, dove i genitori lo staranno aspettando con ansia, la zia, ricordandosi della promessa, gli dà quattro monetine, mentre Renzo gli regala una berlinga; “Lucia l’accarezzò di nuovo, lo salutò con voce accorata; il ragazzo li salutò tutti, intenerito; e tornò indietro”, mentre quelli si avviavano mestamente al convento.
Menico, tornato a casa, raccontò tutto ai genitori i quali, impressionati per il fatto che il loro figliolo avesse fatto fallire una trama di don Rodrigo, gli comandarono con minacce di non fiatarne con nessuno, e per maggiore sicurezza lo tennero chiuso in casa per qualche giorno.
Il Manzoni a questo punto osserva con umorismo che costoro, dopo aver imposto così drasticamente il silenzio al figlio, non seppero poi osservarlo essi stessi; e solo per il piacere di mostrarsi più informati degli altri, ciarlando il giorno dopo con la gente, rivelarono che gli sposi con Agnese si erano rifugiati a Pescarenico. La notizia si diffuse con tale celerità, che giunse poco dopo alle orecchie del Griso, il quale era stato mandato al villaggio per chiarirsi su quanto accaduto nella notte precedente, “la notte degli imbrogli”.
Come
Bettina anche Menico, dopo questa breve comparsa e la sua avventura, di cui non
poté neppure vantarsi, scompare per sempre dalla trama del romanzo; con nostro
rammarico, perché è un ragazzo simpatico, che ci lascia una gradevole
impressione di freschezza e di spontaneità.
Tonio è un povero diavolo che, per quanto lavori, non riesce a sfamare la numerosa famiglia, composta della madre, del fratello Gervaso, della moglie Tecla e di tre o quattro figlioli:[5] tutte persone fornite di buon appetito, di cui una parte doveva purtroppo restare insoddisfatta, ogni volta che si sedevano a tavola per il magro desinare. Renzo va a casa di Tonio per invitarlo a fare da testimone al suo matrimonio clandestino, e lo trova in una mansione prettamente donnesca, che sta rimenando, “col matterello ricurvo, una piccola polenta bigia, di gran saraceno”.
Per parlare con lui in segreto, lo invita ad andare a mangiare all’osteria. Con grande piacere di tutta la famiglia che vede eliminato, intorno alla polenta, “un concorrente, e il più formidabile”.
Tonio è un contadino nullatenente, un proletario diremmo oggi; molto sveglio di mente, ha un carattere gioviale e un appetito formidabile, tanto che di lui l’oste del villaggio dice: “peccato che n’abbia pochi; che li spenderebbe tutti qui”. Gli piaceva tanto mangiare e bere in compagnia allegra, ma la carestia non solo gli aveva fatto perdere l’abitudine di frequentare “quel luogo di delizie”, ma anche lo aveva messo nell’impossibilità di pagare al curato il fitto di un terreno della parrocchia, per cui aveva dovuto consegnare a quell’avaraccio, in pegno, la collana d’oro della moglie. Se la potesse riavere, la baratterebbe in tanta polenta per sfamare la famiglia.
Quando Renzo, mentre mangiavano soli soli all’osteria, gli ricordò quel debito, Tonio abbozzò un amaro sorriso:
“Ah, Renzo! Con che cosa mi vieni fuori? M’hai fatto andar via il buon umore”.
Ma l’altro glielo fa tornare subito, dicendosi pronto a pagarlo, in cambio di un piccolo servizio: fargli da testimone nel matrimonio di sorpresa. Tonio quasi non crede alle sue orecchie e non sta più nella sua pelle per la gioia: saldando quel conto, non sentirà più le lagnanze del curato, non vedrà più le sue occhiatacce significative, finanche durante la predica! Occorrendo un secondo testimone, propone quel sempliciotto di suo fratello Gervaso, al quale insegnerà lui il da farsi, perché ha avuto “anche la sua parte di cervello”, e sa manovrarlo come una marionetta.
Renzo accetta, fidandosi delle sue assicurazioni; quindi gli chiede come farà a eludere la curiosità della moglie, la quale naturalmente vorrà sapere di che cosa hanno parlato. Tonio, per nulla preoccupato, risponde con un sorriso malizioso che Tecla gliene dice tante di bugie, che lui non riuscirà mai a render la pariglia; sicché è ben contento di poterle impastocchiare qualche fandonia per metterle il cuore in pace.
Tonio si dimostra, all’opera, molto scaltro. Allorché, la sera stabilita, si reca col fratello dal parroco a pagare le venticinque lire, viene apostrofato, dalla finestra, dalla serva:
“Che discrezione? Tornate domani”.
Ma lui non si scompone affatto al perentorio diniego; sa di avere in suo possesso un’esca infallibile, a cui la donna e il padrone non potranno resistere. Replica infatti con tono sornione:
“Sentite: tornerò o non tornerò; ho riscosso non so che danari, e venivo a saldar quel debituccio che sapete: avevo qui venticinque belle berlinghe nuove; ma se non si può, pazienza: questi, so come spenderli, e tornerò quando n’abbia messi insieme degli altri”.
L’aria fintamente rassegnata di queste parole fa colpo su Perpetua, la quale lo prega di aspettare e si precipita da don Abbondio per convincerlo a farli entrare; ma il curato era dello stesso parere: l’esca aveva funzionato perfettamente. Tonio dimostra la sua abilità anche durante il tentativo del matrimonio; anzi possiamo dire che è lui il regista di tutta la sequenza, manovrando, a cenni, anche quello scempiato del fratello. E vediamo con quanta disinvoltura chiede al curato la ricevuta del denaro versato, per quanto lui brontoli per la mancanza di fiducia. Al borbottìo di don Abbondio il nostro contadino, “scarpe grosse e cervello fino”, come dice il proverbio, sa rispondere a tono, con un velo d’ironia:
“Come, signor curato! S’io mi fido? Lei mi fa torto. Ma siccome il mio nome è sul suo libraccio, dalla parte del debito… dunque, giacché ha già avuto l’incomodo di scrivere una volta, così… dalla vita alla morte…”
Sembra voler dire: lei si è fidato tanto poco di me, che oltre a registrare il mio debito, ha preteso la collana della mia Tecla; e ora io dovrei fidarmi di lei? E così Tonio ha la sua brava ricevuta; ma purtroppo la carta gli cade a terra durante il parapiglia provocato dalla disperata reazione del curato all’apparizione improvvisa dei fidanzati, con le loro formule sacramentali.
In quella confusione Tonio non si preoccupa che della sua ricevuta, perché evidentemente si fida poco del curato; e carpone nell’oscurità va spazzando con le mani il pavimento, per vedere di raccapezzarla. Invece Gervaso, “spiritato, gridava e saltellava, cercando l’uscio di scala, per uscire a salvamento”.
Essendo l’impresa clamorosamente fallita, Tonio era preoccupato delle conseguenze, qualora il podestà avesse voluto imbastire un processo contro Renzo e complici per violenza privata e violazione di domicilio; per questo comandò al fratello, con minaccia di pugni, di non fiatare con nessuno della spedizione notturna alla casa del curato; ma poi lui stesso non resisté alla tentazione di raccontare la cosa alla moglie, “la quale non era muta”. La litote manzoniana ci fa capire che Tecla era anche una chiacchierona, oltre che un’abile bugiarda; potremmo arguire che fosse anche piuttosto pigra, dal fatto che faceva dimenare la polenta al marito, invece di farlo lei, da brava massaia.
Dopo l’episodio del matrimonio di sorpresa Tonio scompare dalla scena del romanzo, ma non definitivamente come Gervaso; infatti ricompare brevemente nel colmo della peste, precisamente nel cap. XXXIII. Renzo, tornando in incognito al proprio paese, lo incontra seduto per terra, in camicia, “in un’attitudine d’insensato”. Vedendolo così da lontano, l’aveva addirittura scambiato per quel sempliciotto di Gervaso, perché “la peste, togliendogli il vigore del corpo insieme e della mente, gli aveva svolto in faccia e in ogni suo atto un piccolo e velato germe di somiglianza che aveva con l’incantato fratello”.
Povero Tonio! La malattia lo ha reso come scimunito, lui che era così sveglio; e a ogni domanda di Renzo non fa che rispondere:
“A chi la tocca, la tocca”.
Era la frase che, scherzando sulla peste, aveva chissà quante volte pronunciato, quasi per scaramanzia, nella speranza di passarla liscia; invece era toccata proprio a lui!
Su Gervaso non ci dilungheremo perché, parlando di Tonio, abbiamo incidentalmente parlato anche di lui. Nel tentativo di matrimonio clandestino questo povero scemo, “che non sapeva far nulla da sé, e senza il quale non si poteva far nulla”, seguiva il fratello come un’ombra, pendendo dalle sue labbra o meglio dai suoi occhi. Per fargli fare da testimone, Renzo gli offre una cenetta all’osteria. Qui, mentre mangia una volta tanto a sazietà, e anche dei buoni bocconi, innaffiandoli col vino, Gervaso diventa loquace e, di punto in bianco, scappa fuori a dire:
“Che bella cosa, che Renzo voglia prender moglie, e abbia bisogno…”
Ma, poveretto, non poté finire la sua inopportuna rivelazione, perché “Renzo gli fece un viso brusco”, mentre il fratello gli appioppò una gomitata, dicendogli iroso:
“Vuoi stare zitto, bestia?”
E’ abbastanza evidente quello che l’ingenuo avrebbe voluto dire, se glielo avessero permesso: che cuccagna poter fare da testimone, e guadagnarmi così a buon mercato una lauta cena! Gervaso ne avrebbe voluto tante di simili occasioni, per poter sbafare a ufo; era sincero, lui; ma la sua sincerità non viene apprezzata: quando parla lui, sbaglia sempre, e si busca anche dei punzoni. Doveva fare il teste muto.
Dopo il tentato matrimonio, “Gervaso, a cui non pareva vero d’essere una volta più informato degli altri, a cui non pareva piccola gloria l’aver avuta una gran paura, a cui, per aver tenuto di mano a una cosa che puzzava di criminale, pareva d’esser diventato un uomo come gli altri, crepava di voglia di vantarsene”. Ma nossignore! Il fratello, coi pugni sul viso, gli voleva impedire anche quello sfogo, che non negava a sé stesso, perché confidò tutto alla moglie, la quale a sua volta fece le sue chiacchiere con le comari, chissà con quanto gusto.
Per
Gervaso invece erano botte, quando si azzardava a dire una sola parola. Questo
significa essere nato mezzo scemo. Povero Gervaso! Ci fa quasi tenerezza, con
la sua gran voglia di essere un uomo come gli altri; la natura invece lo ha
destinato a fare da comparsa. Ma il capir poco, in questo mondo, non è sempre
una disgrazia: uno scimunito non è mai un infelice, perché non ha coscienza del
proprio stato. Il contrario avviene per l’uomo intelligente; onde possiamo
concludere che a ogni cosa c’è compenso su questa terra.
23 - IL PRINCIPE-PADRE E LA SUA FAMIGLIA
Il principe, padre di Gertrude, è storicamente don Martino de Leyva, oriundo spagnolo, principe di Ascoli e signore di Monza, il quale comandava una compagnia di lancieri.
Sposatosi nel 1574 con donna Virginia Marino, vedova di un Savoia, ne ebbe l’anno successivo la figlia Maria Anna, la manzoniana Gertrude. La bambina, morta la madre e risposatosi il padre, fu messa a sei anni nel monastero di Santa Margherita in Monza, “per educazione e ancor più per istradamento alla vocazione impostale”, onde permettere al padre di appropriarsi della proprietà della madre, che le era stata lasciata in legittima proprietà.
Gertrude quindi non è vittima propriamente della consuetudine del maggiorasco, in quanto ella aveva la sua bella dote già assegnata, e nessun sacrificio patrimoniale doveva compiere suo padre per accasarla convenientemente; ella è vittima dell’avidità del padre il quale, imponendole la monacazione, usurpava la dote della figlia per accrescere il suo patrimonio.
La principessa, cioè la seconda moglie di questo tirannico padre, non è la vera madre di Gertrude, ma la matrigna; per cui non ci meravigliamo troppo della sua connivenza col marito ai danni della figliastra; infatti col sacrificio di costei veniva impinguato il patrimonio che un giorno sarebbe stato del suo primogenito, il vezzeggiato principino. Questi, fratellastro di Gertrude, storicamente era a lei minore di qualche anno, in quanto nato dal secondo matrimonio; invece il Manzoni inverte le parti, facendo di Gertrude “l’ultima figlia del principe”. Oltre al primogenito, don Martino ebbe dalla seconda moglie altri due maschi e una femmina, chiusa anch’essa inesorabilmente in un convento di Francescane Scalze a Madrid.
Evidentemente il principe, scegliendo per la seconda femmina questa città così lontana, voleva mettersi al riparo da eventuali scandali che potessero intaccare l’onore della famiglia. E’ certo che il processo ecclesiastico a carico di Suor Virginia (probabilmente si chiamò così in ricordo della madre) fu un duro colpo per la principesca famiglia; sicché don Luigi, successore di don Martino, non trovò di meglio, per rialzare il suo prestigio, che negare il vincolo di parentela con la suora condannata, affermando che suo padre non aveva avuto prole dal primo letto!
Come si vede, la perfidia e la menzogna discende spesso “per li rami”, per usare la frase dantesca. E questa incredibile affermazione il principe don Luigi non la fece solo oralmente, ma la lasciò scritta in una sua opera genealogica del casato.
Il principino, come dicevamo, dovrebbe essere fratellastro minore di Gertrude, mentre nel romanzo appare molto di lei maggiore. Ormai giovanotto, ci viene presentato amante delle carrozze e dei cavalli, cioè con un carattere fatuo ed esibizionista, corrispondente a quello degli attuali “patiti” di vetture sportive. Bazzica perciò il più del tempo nelle scuderie, mentre in casa si mostra impaziente e piuttosto arrogante, tanto che Gertrude ne ha un vero e proprio timore.
Infatti, allorché si deve andare a Monza per fare la domanda solenne di entrare in convento, la cameriera, per far sbrigare Gertrude, le dice che “il signor principino è già sceso alle scuderie, poi è tornato su, ed è all’ordine per partire quando si sia… Ma quand’è pronto, non bisogna farlo aspettare, perché… allora s’impazientisce e strepita… guai a chi lo tocca in quei momenti! Non ha riguardo per nessuno, fuorché per il signor principe”.
Se, come dice la cameriera, ha rispetto solo per il principe, questo degno rampollo della nobiltà secentesca non avrà alcun riguardo né per la madre né, tanto meno, per la sorellastra. Sicché costei, che prima non aveva alcuna voglia d’affrettarsi, sapendo a quale dolorosa cerimonia doveva recarsi, “all’immagine del principino impaziente” si riscosse dal suo vano fantasticare e si vestì in fretta, mentre tutti i pensieri, che si erano affollati alla sua mente dopo il risveglio, fuggivano via “come uno stormo di passere all’apparir del nibbio”.
Dopo aver abbozzato il ritratto del principino, passiamo a delineare quello della principessa-matrigna, il quale dalle pagine del romanzo appare piuttosto sbiadito. Possiamo dire che ella fu in tutto e per tutto solidale col marito nel duro trattamento verso Gertrude; e non ce ne meravigliamo, trattandosi per lei di una figliastra. Essa era sempre pronta ad approvare quello che diceva o faceva il principe, senza mai sollevare nessuna obiezione; sembra una donna senza iniziativa e succuba del carattere autoritario del marito.
Nella scelta della “madrina” di Gertrude, cioè della nobildonna che “diventava custode e scorta della giovane monacanda, nel tempo tra la richiesta e l’entratura nel monastero”, la principessa crede che debba essere lei a proporla, e si accinge a fare qualche nome; ma il marito glielo impedisce, col pretesto di accordare la più ampia libertà alla figliola:
“No, no, signora principessa: la madrina deve prima di tutto piacere alla sposina; e benché l’uso universale dia la scelta ai parenti, pure Gertrude ha tanto giudizio, tanta assennatezza, che merita bene che si faccia un’eccezione per lei”.
Il rimettere la scelta alla figlia vuol apparire come un delicato riguardo per la sua autonomia, mentre è un modo subdolo per vincolare ancora quella debole volontà; infatti Gertrude, coll’aderire a quell’invito, così pomposo e solenne, a quella concessione che si annunciava così eccezionale e onorifica, espletava volontariamente un’altra formalità per entrare in monastero. Ma come avrebbe potuto sottrarsi, la poverina, a quell’onore tanto straordinario? Si piegò ancora una volta alla volontà tirannica ammantata d’ipocrisia, e “nominò la dama che, in quella sera, le era andata più a genio; quella cioè che le aveva fatto più carezze”.
Dietro quelle carezze l’infelice fanciulla sperava di trovare un po’ di comprensione e di amore, di cui era assetata più che della luce. Così, con quella scelta, ella ribadì le sue catene, disse un altro “sì” sulla via del chiostro, precludendosi ormai essa stessa ogni ripensamento, che sarebbe apparso sempre più strano e scandaloso.
La figura del principe l’abbiamo lumeggiata abbastanza, anche se indirettamente, per cui basteranno pochi tratti per completare l’odioso quadro. L’ipocrisia e la perfidia sono le armi con cui combatte questo tiranno: l’ipocrisia è il suo scudo, con cui si ripara da ogni sospetto e da ogni possibile recriminazione; la perfidia è la sua lancia, con cui colpisce con premeditazione e senza pietà. Egli infatti non dice mai alla figlia, esplicitamente, che deve farsi monaca; se ne guarda bene, l’ipocrita, che ci tiene a essere formalmente irreprensibile; ma intanto la spinge inesorabilmente verso il chiostro, con azione subdola e tenace, approfittando spietatamente di ogni errore della vittima, onde fiaccarne la resistenza.
Sa sfruttare in modo ributtante e quasi diabolico l’inesperienza, l’isolamento, lo stesso desiderio di affetto della figliola, per legarne la debole volontà con un nodo indissolubile, al solo scopo di appropriarsi della sua dote.
Quasi con sadico cinismo ne violenta l’animo tenero e assetato di amore, con brutale accanimento brancica nel suo pugno di ferro quel “fiore appena sbocciato”, che fiducioso “s’abbandona mollemente sul suo fragile stelo, pronto a concedere le sue fragranze alla prim’aria che aliti punto d’intorno”.
Gertrude è la vittima innocente che viene sacrificata sull’altare dell’egoismo da questo padre snaturato, i cui occhi avevano sulla poverina un potere per così dire diabolico, un fascino sinistro; ella ne aveva gran paura, e nello stesso tempo non poteva fare a meno di guardarli ogni momento, per leggere in essi il suo fato.
“E quegli occhi governavano le sue mosse e il suo volto, come per mezzo di redini invisibili”.
Un vantaggio insperato, nella sua opera di costrizione della figlia, diede al principe l’errore di costei, che si fece sorprendere a scrivere un bigliettino d’amore a un paggio; lieve colpa invero, che però il padre ingigantì, sino a farla apparire di una gravità irreparabile. Il complesso di colpa, che la poverina ne derivò, finì per paralizzare ogni suo tentativo di liberazione. Il principe, che glielo aveva fatto sorgere nell’animo con arte mefistofelica, non mancò di approfittarne fino a che non ebbe raggiunto il suo scopo.
E nei momenti decisivi, come la richiesta ufficiale alla badessa e l’esame da parte del “vicario delle monache”, nei quali Gertrude avrebbe potuto vacillare o addirittura rivelare la trama paterna, ribellandosi all’imposizione tirannica, il principe non esitò ad agitarle ancora davanti agli occhi il terribile spauracchio di quel fallo imperdonabile, come per dire: se tu esiti, e fai nascere qualche dubbio o nella badessa o nel sacerdote, io sarò costretto a svelare tutto, per salvare il mio onore, a dire apertamente che hai dovuto prendere la decisione di monacarti in seguito a quel fallo, che ti preclude per sempre la possibilità di sposarti onoratamente. A questa ipotesi la poverina si sentiva morire per la vergogna, e dovette continuare a mentire contro sé stessa.
Le due occasioni, a cui ho dianzi accennato, nelle quali le si offriva la possibilità di squarciare la trama che la irretiva, furono per la poverina momenti molto dolorosi. Davanti alla badessa ebbe un attimo d’esitazione, per aver visto tra le educande una sua compagna ben nota, “che la guardava con un’aria di compassione e di malizia insieme, e pareva che dicesse:
“Ah! La c’è cascata la brava”.
A questa vista sentì un tuffo al cuore, e provò irrefrenabile l’impulso di dire la verità, qualunque cosa costasse; ma “alzato lo sguardo alla faccia del padre, quasi per sperimentar le sue forze, scorse in quella un’inquietudine così cupa, un’impazienza così minaccevole”, che sentì svanire tutto il coraggio, e si affrettò a rispondere come il padre le aveva suggerito.
E non possiamo passare sotto silenzio, in quell’occasione, l’ipocrito comportamento reciproco della badessa e del principe, alleati nel coartare la volontà della fanciulla. Chiamato l’illustre ospite in disparte, la reverenda madre gli dice che, solo per eseguire una formalità in quel caso del tutto oziosa, lo deve avvertire che incorrerebbe nella scomunica, qualora coartasse la volontà della figlia; al che il principe con tono untuoso risponde:
“Benissimo, benissimo, reverenda madre. Lodo la sua esattezza: è troppo giusto… ma lei non può dubitare…”
Queste interruzioni sono un capolavoro d’ipocrisia; ma intanto il tirannico padre non afferma e non nega niente, e si può ritenere con la coscienza a posto.
Anche la badessa si sente la coscienza tranquilla, perché ha detto quello che doveva dire in ottemperanza alla Regola, e accoglie per esauriente l’evasiva risposta dell’interlocutore. Per non metterlo a disagio, si accontenta di quelle vaghe parole che non dicono nulla, e conclude soddisfatta:
“Oh! Pensi, signor principe… ho parlato per obbligo preciso… del resto…”
E’ il dialogo delle reticenze ipocrite e imbarazzate; e dopo queste battute untuose, si affrettarono a separarsi con molti inchini, “come se a tutt’e due pesasse di rimaner lì testa testa”. Certo si sentivano a disagio a stare lì faccia a faccia, con in viso la brutta maschera dell’ipocrisia.
Il nostro giudizio sul principe non può essere che di riprovazione, perché ci sembra che il suo cinico egoismo non ammetta alcuna attenuante, e la sua brutale violenza morale meriti la condanna più assoluta. Tuttavia il Manzoni, il quale cristianamente crede che il seme del bene sia deposto nel cuore di ogni uomo e che nessuno sia sempre e del tutto cattivo, sembra invitarci a scoprire anche in questo odioso personaggio qualche indizio di umanità.
Come debole scusa per il suo comportamento potremmo dire che egli non fa che seguire una consuetudine molto invalsa nella nobiltà; ma storicamente sappiamo che, nel caso di Gertrude, non si tratta di maggiorasco, bensì di appropriazione della dote che ella aveva avuto dalla madre; però possiamo dire che il principe ama a suo modo la figlia, in quanto desidera che essa nel convento viva rispettata e coccolata, in modo che non si senta infelice. E infatti le altre monache dovevano sopportare le sgarbatezze, i dispetti e anche gli aperti rinfacci di Gertrude, appunto per timore del padre che naturalmente la proteggeva: “perché il principe aveva ben voluto tiranneggiar la figlia quanto era necessario per spingerla al chiostro; ma ottenuto l’intento, non avrebbe così facilmente sofferto che altri pretendesse d’aver ragione contro il suo sangue”.
Questo padre controllatissimo, che studiava e misurava ogni gesto e ogni parola nei riguardi della figlia, in vista del suo scopo recondito tenacemente perseguito, ha solo una volta un gesto di naturalezza spontanea, il quale rivela in lui qualche palpito umano. Fu durante l’esame della figlia da parte del vicario. Per tutto il tempo che Gertrude subì l’interrogatorio dell’ecclesiastico, in un segreto quasi di confessione, il principe rimase in uno stato di ansia tormentosa, temendo per l’esito della prova, in cui era impegnato il suo interesse e il suo onore insieme.
Quando finalmente seppe, dallo stesso esaminatore, che l’esame era stato superato brillantemente, “respirò, e dimenticando la sua gravità consueta, andò quasi di corsa da Gertrude, la ricolmò di lodi, di carezze e di promesse, con un giubilo cordiale, con una tenerezza in gran parte sincera: così fatto è questo guazzabuglio del cuore umano.”
Certo: chi può scandagliare l’abisso rappresentato dal cuore di un uomo?
Forse il principe, allorché il vicario volle congratularsi con lui “delle buone disposizioni in cui aveva trovata la sua figliola”, si illuse per un momento che ella si facesse suora di spontanea volontà? E che perciò lui non aveva nulla da rimproverarsi?
Noi
non lo crediamo, ma non ci meravigliamo del suo tripudio: il fine della sua
lunga e tenace azione era ormai realtà, la proprietà della figlia poteva già
dirsi sua; e volete che non gioisse e non riversasse la sua gioia sulla vittima
rassegnata?
Oltre a Bettina, che è appena una fanciulletta, e a Menico, che è ormai un ragazzo, nel romanzo compaiono molti bambini di varia età, dai lattanti ai giovinetti. Il Manzoni, padre di numerosa prole, ci rappresenta questi innocenti con evidente simpatia. Perciò non manca di accennare alla bella prole nata dal felice matrimonio degli sposi lungamente promessi. Alla primogenita, venuta ben presto a rallegrare quell’unione, fu dato il nome di Maria, secondo la “magnanima promessa” di Renzo.
“Ne vennero poi col tempo non so quant’altri, dell’uno e dell’altro sesso: e Agnese affaccendata a portarli in qua e in là, l’uno dopo l’altro, chiamandoli cattivacci, stampando loro in viso dei bacioni, che ci lasciavano il bianco per qualche tempo”. E’una rappresentazione idillica di famiglia felice, che rasserena tutta la storia manzoniana.
Ma i bambini appaiono anche in altre circostanze, tutt’altro che idilliche. A Milano, durante la peste, Renzo incontra molti fanciulli, sia nella schiera degli ammalati che vengono condotti al lazzaretto, sia poi in questo luogo di dolore e di morte. Nel gruppo delle persone contagiate, che i monatti accompagnavano brutalmente al lazzaretto, c’erano anche “donne coi bambini in collo; fanciulli spaventati dalle grida, da quegli ordini, da quella compagnia, più che dal pensiero confuso della morte, i quali ad alte strida imploravano la madre e le sue braccia fidate, e la casa loro”.
La scena stringe il cuore, ma in essa non manca qualche tratto di soave rassegnazione e d’ingenua speranza: c’erano, in quella processione di languenti, ragazzetti e fanciulline “che guidavano i fratellini più teneri e, con giudizio e con compassione da grandi, raccomandavano loro d’essere ubbidienti, gli assicuravano che s’andava in un luogo dove c’era chi avrebbe cura di loro per farli guarire”.
Ma ben pochi guarivano di questi tenerelli, e lo spettacolo della loro morte era ben triste. Chi non si commuove alla vista di Cecilia, la morticina così amorevolmente agghindata dalla madre per le meste esequie, e della sua sorellina più piccola, ancor viva, ma coi segni della morte sul viso?
La nostra commozione si riaccende nella contemplazione di quello “spedale d’innocenti” approntato nell’interno del lazzaretto: bambini dappertutto, alcuni adagiati per terra su trapunte o semplici lenzuoli, altri in braccio alle nutrici: chi addormentato, chi poppante, chi piangente. E insieme alle balie, si aggiravano nel recinto anche delle caprette che, quasi animate da istinto materno, accorrevano da quelli che piangevano, cui cercavano di porgere il loro capezzolo, accomodandosi sopra di essi e belando insieme, “quasi chiamando chi venisse in aiuto a tutt’e due”. E’ uno spettacolo di pietà e tenerezza, nella cui descrizione l’Autore indugia con tono commosso, perché le sofferenze dei bambini innocenti accorano ogni animo sensibile.
E ora, per terminare con una nota lieta, veniamo a parlare dei figli del sarto.
La scena è ambientata nella cucina della casa ospitale dove Lucia, liberata dalla prigionia dell’Innominato, si sta rifocillando, amorevolmente servita dalla moglie del sarto, la quale è andata a prenderla al castello.
“Tutt’a un tratto, si sente uno scalpiccio, e un chiasso di voci allegre. Era la famigliola che tornava di chiesa. Due bambinette e un fanciullo entran saltando; si fermano un momento a dare un’occhiata curiosa a Lucia, poi corrono alla mamma, e le s’aggruppano intorno: chi domanda il nome dell’ospite sconosciuta, e il come e il perché; chi vuol raccontare le meraviglie vedute…”
La madre li fa tacere con dolcezza, per non disturbare Lucia; e quando giunge il marito, apparecchia per tutti. Ecco la bella famigliola intorno al desco, in santa letizia, in una giornata solenne, e per la visita del Cardinale e per la conversione del potente signore dei dintorni e per la liberazione miracolosa della ragazza. Il bravo padre di famiglia, uomo letterato, non poteva restarsene zitto, e “cominciò, ai primi bocconi, a discorrere con grand’enfasi, in mezzo all’interruzioni dei ragazzi, che mangiavano intorno alla tavola, e che in verità avevano viste troppe cose straordinarie, per fare alla lunga la sola parte d’ascoltatori”.
E infatti ora l’una ora l’altra chiacchierina interrompe l’oratore con domande curiose o con esclamazioni ingenue; quindi è il fanciullo che vuol sapere “perché piangevan tutti a quel modo, come bambini”; ma nemmeno lui riceve risposta, essendo il padre tutto infervorato nel resoconto della cerimonia religiosa. A ogni interruzione della figliolanza egli ripete il comando di stare zitti e attenti; tutto preso dal suo racconto, non degna di risposta le ingenue domande dei bambini, che considera fuori posto. Purtroppo noi adulti abbiamo la pessima abitudine di ignorare o eludere o zittire le domande dei piccoli, che c’importunano perché vogliono sapere; ancora oggi come nel secolo XVII, pur con tanto progresso della pedagogia e della psicologia.
Ammiriamo, tra i figli del sarto, la disinvoltura della maggiore, che riceve dal padre il delicato incarico di portare un po’ di mangiare alla povera vedova Maria, affinché possa stare anche lei serena e lieta coi suoi figlioli, in quel giorno così festivo. Possiamo star sicuri che la ragazzetta avrà compiuto la sua mansione con molta grazia e in tutta segretezza, come appunto le era stato raccomandato:
“Ma con buona maniera, ve’; che non paia che tu le faccia l’elemosina. E non dir niente, se incontri qualcheduno”.
In queste semplici parole del sarto aleggia lo spirito evangelico della carità umile e segreta, l’unica accetta al Signore.
I simpatici figli del sarto ricompaiono nella scena del romanzo, al cap. XXIX, precisamente un anno dopo l’episodio dianzi rievocato. Siamo al tempo della calata delle truppe alemanne nel ducato di Milano, avvenuta nell’autunno del 1629. Don Abbondio, Perpetua e Agnese, diretti al castello dell’Innominato, scelto come rifugio, si fermano per una breve tappa presso l’ospitale casa del sarto, dove fanno insieme uno spuntino. In questa occasione però, con grande nostra meraviglia, come figli del sarto ci vengono presentati due ragazzi e una bambina e non, come la prima volta, due bambine e un ragazzetto. Una piccola svista del pur oculatissimo don Lisander, che è vano cercar di spiegare, come fa Manara Valgimigli, con ragioni di comodo; è una svista e basta, che ci fa quasi piacere, perché è come un neo su un bel viso di donna, che gli dona un che di civettuolo[6].
E’ naturale che i ragazzi sono i più contenti dell’arrivo degli ospiti, che attirano la loro viva curiosità: essi “s’eran messi con gran festa intorno ad Agnese loro amica vecchia”; ma il padre non li vuole lì oziosi: devono darsi da fare anche loro per fare un po’ d’onore ai forestieri. Perciò manda la bambina a diricciar quattro castagne primaticce, là nella dispensa, mentre manda i maschietti nell’orto, a cogliere delle pesche e dei fichi, dicendo loro con aria di amorevole rimprovero:
“Già lo conoscete anche troppo quel mestiere”.
Infatti quei frugoli salivano spesso su quegli alberi di loro iniziativa, per farsi delle scorpacciate di frutta. Questa bella famigliola di gente modesta è ben diversa da quella principesca considerata nel capitolo precedente: questa è sana, semplice e cristianamente affiatata, e ci mette davvero allegria come una bella giornata di sole; quella è aduggiata dall’orgoglio e dall’egoismo, dall’avidità e dal disamore, e ci rattrista come un fosco cielo piovoso.
Don Gonzalo Fernandez de Cordova governava il Ducato di Milano, per conto del re di Spagna Filippo IV, nel 1628, anno in cui ha inizio la storia manzoniana, e lo governò sino al 22 agosto del 1629; il 29 dello stesso mese gli successe il marchese Ambrogio Spìnola sia nel governo dello Stato sia nella condotta della guerra per la conquista di Casale. Il Manzoni evidentemente non compulsò tutti i documenti storici riguardanti i due governatori, per cui ci ha lasciato un ritratto piuttosto sommario di essi, e specialmente di don Gonzalo, definito da qualche critico “una vittima storica” del romanziere.
Stando alle risultanze degli studi di Fausto Nicolini, che esaminò non soltanto i documenti milanesi, ma anche le relazioni e i dispacci diplomatici esistenti negli archivi dei disciolti Stati italiani, don Gonzalo sarebbe stato un uomo molto pio, di discreta cultura, di maniere gentili; e avrebbe intrapreso l’assedio di Casale contro la propria volontà. Comunque stiano le cose dal punto di vista storico, a noi ora interessa il personaggio creato dal Manzoni, il quale si attenne soprattutto a quanto ne scrissero il Ripamonti e il Tadino.
Don Gonzalo compare la prima volta nel romanzo con la sua grida contro i bravi, cui si accenna nel primo capitolo, e quindi nel capitolo terzo con un’altra grida, posteriore di pochi giorni, contro i vari atti tirannici che si commettevano dai prepotenti contro i fedeli sudditi di Sua Maestà Cattolica, tra i quali viene anche ricordato quello di impedire un matrimonio, minacciando il prete perché “non faccia quello che è obbligato per l’ufficio suo”. E’ la famosa grida del 15 ottobre 1627, letta a Renzo dal dottor Azzecca-garbugli, la quale dette appunto al nostro Autore, che la lesse in un’opera del Gioia, la prima idea del romanzo.
L’ironia manzoniana si esercita più volte su questo personaggio, di cui viene posta in rilievo la stolta ambizione; quando infatti si accese la controversia per la successione di Mantova, egli soffiò nel fuoco perché si venisse alle armi, poiché dopo aver comandato una guerra in Fiandra, era “voglioso oltremodo di condurne una in Italia”, evidentemente per emulare la gloria del “Gran Capitano”, suo antenato e omonimo.
Ma rimase poi deluso degli eventi di quella guerra tanto agognata, sicché “non ci trovava tutta quella soddisfazione che s’era immaginato”. Infatti il Governo di Madrid gli lesinava i mezzi bellici, l’alleato Duca di Savoia, col quale aveva concordato la spartizione del Monferrato, lo aiutava anche troppo, in quanto, “dopo aver presa la sua porzione, andava spilluzzicando quella assegnata al re di Spagna”. E don Gonzalo doveva ingozzare, per non urtare la suscettibilità del Savoia, capacissimo di passare dalla parte opposta, se poco poco fosse stato contrariato. E per accrescere l’amarezza del capitano spagnolo, quella maledetta città di Casale non voleva arrendersi a nessun patto, e per le salde difese, e per i pochi mezzi e i molti spropositi dell’assediante. Il Manzoni non si pronuncia sugli errori strategici o tattici di don Gonzalo, ma osserva bonariamente che, se la cosa fu realmente così, egli la trova “bellissima, se fu cagione che in quell’impresa sia restato morto, smozzicato, storpiato qualche uomo di meno e, ceteris paribus, anche soltanto un po’ meno danneggiati i tegoli di Casale”.
L’Autore non risparmia la sua ironia contro coloro i quali, per il piacere di far la guerra di conquista, non solo trascurano gli interessi dei sudditi, ma anche procurano a questi sofferenze e pene inenarrabili. Don Gonzalo infatti aggravò la carestia con le requisizioni militari e gli stanziamenti di truppe, che si comportavano anche in territorio amico come in territorio nemico, tutto predando e saccheggiando, tanto da costringere molti contadini ad abbandonare per sempre i campi desolati.
In seguito, non avendo impedito il passaggio nel Milanese dell’esercito alemanno, egli si rese responsabile dell’ingresso del contagio nel Ducato; eppure era stata già a lui segnalata la presenza della peste nelle truppe imperiali.
“Don Gonzalo – osserva il Manzoni – pare che avesse una gran smania d’acquistarsi un posto nella storia, la quale infatti non poté non occuparsi di lui”.
Ma non è certo un posto glorioso, tutt’altro! Allorché il Tadino, a nome del Tribunale di Sanità, lo scongiurò di impedire la discesa nel Milanese delle bande alemanne, nelle quali covava la peste, rispose “che non sapeva cosa farci; che i motivi d’interesse e di riputazione, per i quali s’era mosso quell’esercito, pesavan più che il pericolo rappresentato; che con tutto ciò si cercasse di riparare alla meglio, e si sperasse nella Provvidenza”.
Il Manzoni, poeta della Provvidenza, non può approvare questo gratuito appello all’intervento divino da parte di chi mancava ai suoi più elementari doveri di governante; la Provvidenza non intervenne a raddrizzare la situazione compromessa da don Gonzalo, e questi, “poco dopo quella risposta, se n’andò da Milano; e la partenza fu trista per lui, come lo era la cagione. Veniva rimosso per i cattivi successi della guerra, della quale era stato il promotore e il capitano; e il popolo lo incolpava della fame sofferta sotto il suo governo”.
Il giorno in cui lasciò la città, una gran massa di gente gli fece una dimostrazione ostile, gridando: “la va via la carestia, va via il sangue dei poveri”.
Dalle grida, la folla inferocita passò ai fatti: una fitta sassaiola salutò la carrozza sin fuori le mura.
Però dai documenti contemporanei risulta che don Gonzalo fece più di un tentativo per impedire il passaggio dei lanzichenecchi nel Milanese; allo stesso scopo si adoperò il suo successore Ambrogio Spìnola, il quale fu messo dinanzi al fatto compiuto dal conte Rambaldo di Collalto, che il 10 settembre 1629 entrò nel Ducato seguendo il corso dell’Adda e quindi la strada a oriente del lago di Como.
Colico fu il primo paese “che invasero quei demoni; si gettarono poi sopra Bellano; di là entrarono e si sparsero nella Valsàssina, da dove sboccarono nel territorio di Lecco”.
I poveri paesi attraversati erano letteralmente saccheggiati.
Il marchese Ambrogio Spìnola, genovese di nascita ma spagnolo d’elezione, aveva militato al servizio della Spagna nelle guerre di Fiandra, acquistandosi fama di abile generale; per questo fu mandato a sostituire don Gonzalo il 29 agosto 1629, poco prima della calata dei lanzi, per evitare la quale egli poté fare ben poco. L’assedio di Casale non procedeva affatto bene per la Spagna, e lui fu mandato soprattutto a “raddrizzar quella guerra e riparare agli errori di don Gonzalo, e incidentemente, a governare”.
Per la corte di Madrid contava soprattutto la guerra, che bisognava vincere, non la sorte di centinaia di migliaia di sudditi, che avrebbero dovuto essere governati con sollecita giustizia ed essere preservati dalle calamità. Anche contro lo Spìnola il Manzoni sfoga in punte ironiche il suo severo giudizio di condanna contro i bellicisti, che non si preoccupano affatto delle sofferenze della povera gente, e contro i governanti negligenti e boriosi, che mancano al proprio esplicito dovere di provvedere al benessere dei sottoposti.
E vediamo come il nuovo Governatore si preoccupa della sorte dei cittadini affidati alle sue cure. Il 14 novembre 1629 il medico Alessandro Tadino, con un altro membro del Tribunale di Sanità, si presentò a lui, al quartier generale nei pressi di Casale, per prospettargli la grave situazione del Ducato, a causa della peste scoppiata in molti paesi toccati dall’esercito alemanno. I due delegati, tornati a Milano dalla loro infruttuosa ambasceria, riferirono: “aver lui di tali nuove provato molto dispiacere, mostratone un gran sentimento; ma i pensieri della guerra esser più pressanti”. Praticamente, il Governatore dava solo delle buone parole, senza muovere un dito a favore dei suoi amministrati alle prese col contagio.
Ma i Milanesi fecero un altro tentativo per scuotere la sua apatia. Il 22 maggio 1630 il consiglio dei Decurioni (all’incirca il nostro Consiglio Comunale, ma nominato dall’alto) inviò al campo due dei suoi membri più qualificati, “che gli rappresentassero i guai e le strettezze della città” a causa della peste che ormai infieriva dentro le mura e nel contado.
“Il governatore scrisse in risposta condoglianze, e nuove esortazioni: dispiacergli di non poter trovarsi nella città, per impiegare ogni sua cura in sollievo di quella; ma sperare che a tutto avrebbe supplito lo zelo di quei signori… e sotto, un girigogolo, che voleva dire Ambrogio Spìnola, chiaro come le sue promesse”. E per non essere più infastidito da simili ambascerie, cioè per lavarsi del tutto le mani dei problemi cittadini, trasferì poco dopo il governo civile al gran cancelliere Ferrèr, “avendo lui, come scrisse, da pensare alla guerra”.
Ma ci pensò ancora per poco; infatti morì entro quell’anno, “in quella stessa guerra che gli stava tanto a cuore; e morì, non già di ferite sul campo, ma in letto, d’affanno e di struggimento, per rimproveri, torti, disgusti d’ogni specie ricevuti da quelli a cui serviva”. Il giudizio dell’Autore non è storico, ma morale; egli condanna anche questo governatore e per la sua mania di far la guerra e perché non aveva fatto nulla per evitare il peggio, “quando la peste minacciava, invadeva una popolazione datagli in cura, o piuttosto in balia”.
Quest’ultima
espressione getta una luce sinistra su tutto il governo spagnolo in Italia,
fondato sull’arbitrio e sullo sfruttamento; un governo che, come si disse, a
Palermo rosicchiava, a Napoli mangiava, a Milano divorava i beni degli
Italiani.
26 - IL GRAN CANCELLIERE FERRER
Antonio Ferrèr, spagnolo, gran cancelliere del ducato di Milano, è un vecchio burocrate, ma non del tutto privo di umanità; e su di lui il giudizio del Manzoni è meno severo che contro i due governatori suoi superiori; anche l’ironia, a suo riguardo, è meno mordente, quasi bonaria. Certo, egli commise un errore madornale, foriero di tanti guai, col fissare al pane un prezzo molto inferiore al reale, cioè a quello che scaturisce naturalmente dall’incontro fra domanda e offerta. Le leggi economiche esigono che in tempo di carestia, essendo la disponibilità di grano inferiore al fabbisogno, si ottenga un minore consumo di pane rialzandone il prezzo, e così compensando anche i produttori del diminuito introito. E’ una legge di mercato, utile quanto inevitabile, in un’economia libera e sana: se la merce è poca, i prezzi salgono; e non li si può tener bassi artificiosamente, con un intervento d’autorità. Ma il Ferrèr credette di poterlo fare: “fissò la meta del pane al prezzo che sarebbe stato il giusto, se il grano si fosse comunemente venduto trentatré lire il moggio: e si vendeva fino a ottanta. Fece come una donna stata giovane, che pensasse di ringiovanire, alterando la sua fede di battesimo”. La similitudine muliebre, col suo tono leggero, dimostra subito che l’Autore è indulgente verso il Ferrèr, considerando il suo errore più un abbaglio che una colpa.
Ci si potrebbe chiedere come mai il Gran Cancelliere, che pure non era un incompetente, si inducesse a emanare una simile ordinanza, evidentemente dissennata oltre che iniqua, in quanto imponeva ai fornai di lavorare in perdita. Io penso che il Ferrèr fosse mosso soprattutto dal desiderio di popolarità: voleva, con un provvedimento favorevole al popolo, cattivarsene la simpatia, la quale magari poteva fruttargli la promozione a governatore, ora che l’astro di don Gonzalo stava declinando per gl’insuccessi bellici. La popolarità l’ottenne, pronta e clamorosa; ma quel suo provvedimento fu la causa, anche se indiretta, di gravi tumulti.
Allorché quella “meta” da cuccagna diventò insostenibile, e i fornai minacciavano di “gettar la pala nel forno, e andarsene”, il Ferrèr tenne duro, volendo lasciare ad altri l’odiosità di revocare quello che lui aveva fissato: egli evidentemente non poteva farlo senza esporsi, non solo al ridicolo, ma all’ira della folla delusa, la quale infrange i suoi idoli con la stessa facilità con cui li innalza. Dinanzi alla sua ostinazione, molto comprensibile, il Consiglio dei Decurioni ricorse al Governatore il quale, com’era da aspettarsi, nominò una giunta (oggi diremmo commissione) che fissasse al pane un prezzo equo, “da poterci campar tanto una parte che l’altra”. La giunta, com’era da prevedersi, rincarò il pane, pur sapendo che giocava una carta rischiosa; infatti, se i produttori, cioè i fornai, furono soddisfatti, i consumatori, cioè la massa del popolo, andarono in bestia, prendendosela soprattutto contro il Vicario di Provvisione, il quale era considerato, a dritto o a torto, il responsabile e della penuria e del rincaro.
Questo magistrato infatti aveva la direzione dell’annona e quindi la cura degli approvvigionamenti; se ci doveva essere un capro espiatorio, non poteva esser che lui. Il favore popolare per il Ferrèr era rimasto intatto; ma il risentimento della plebe delusa esplose in tumulti e saccheggi, non scevri di sangue, e l’odio generale si appuntò contro lo sventurato Vicario. Il popolo inferocito assalì il suo palazzo, per farne giustizia sommaria, quasi all’improvviso, sicché i suoi servi fecero appena in tempo a sprangare il portone. Il comandante del castello di Porta Giovia mandò un drappello di soldati, i quali si postarono a una certa distanza, non osando affrontare la folla minacciosa. Mentre per il povero vicario sembrava non ci fosse più alcuna speranza, perché il portone stava per cedere all’opera furiosa dei guastatori, ecco intervenire il Gran Cancelliere: “veniva a spender bene una popolarità male acquistata”. E’ vero che, come dice Dante, “di mal tolletto” non si può “far buon lavoro”;[7] tuttavia è sempre preferibile spendere bene ciò che si è male acquistato, piuttosto che spenderlo male. Bisogna riconoscere che Antonio Ferrèr mostra, nel suo intervento a favore del Vicario, il meglio delle sue doti: tempestività, conoscenza degli uomini, un certo coraggio. Sì, dobbiamo dargli atto del suo ardimento: gli poteva anche andar male, poiché col popolo inferocito non si ragiona, né si possono prevedere le sue reazioni. Il Ferrèr conosce la psicologia della folla, e sa come prenderla per cattivarsene la simpatia. Si presenta ad essa senza alcuna scorta, nella sua solita carrozza, umile, sorridente, fiducioso, accompagnato dal fedele cocchiere Pedro. La fiducia e l’ardire del vecchio piace alla folla, o meglio a una parte di essa, perché gli estremisti evidentemente non vedono di buon occhio il suo intervento; ma questi via via perdono terreno davanti all’abile messinscena del Gran Cancelliere. Egli gestisce e parla come un grande attore, recitando la sua parte in modo mirabile; soprattutto sa trovare le parole che fanno piacere alla folla: pane e giustizia! Una frase magica, che gli guadagna in breve il favore popolare. Egli si comporta con abilità consumata: non dice che viene a liberare il Vicario, ma a imprigionarlo, “per dargli il giusto castigo che si merita”. Ma a questa promessa aggiunge, sottovoce e in spagnolo, per maggior sicurezza, la sua brava condizione: “si es culpable”. Il popolo lo acclama con entusiasmo, contento che il Vicario sia portato in prigione, che il pane torni a buon mercato, che i fornai sian fatti rigar diritto; il Ferrèr ha vinto meritatamente la sua battaglia incruenta, illudendo la folla, anche se forse in buona fede. A lui si attaglia la bella similitudine virgiliana del libro I dell’Eneide (versi 148-153), che mi piace riportare:
Ac veluti magno in populo cum saepe coorta est
Seditio, saevitque animis ignobile vulgus,
Jamque faces et saxa
volant, furor arma ministrat:
Tum pietate gravem ac
meritis si forte virum quem
Conspexere, silent arrectisque auribus
adstant ;
Ille regit dictis
animos et pectora mulcet.[8]
Il celebre passo virgiliano mi sembra il miglior commento alla scena rappresentata da questo vegliardo che ci sa fare, non c’è che dire; prudentemente egli continua a imbonire la folla anche quando, ottenuto lo scopo, si allontana alla svelta da quella bolgia, col Vicario ben rimpiattato nella sua carrozza. Assicura la folla che il Vicario non scapperà, che sarà punito severamente, perché è un birbante. Poi in spagnolo aggiunge all’acquattato compagno, per scusarsi:
“Esto lo digo por su bien… por ablandarlos”.
Antonio Ferrèr con questo abile e rischioso salvataggio riscatta la precedente colpa, e ci riesce simpatico nel suo improvvisato debutto di attore. Come tale rivela brio e senso dell’umorismo, accompagnato da intuito e da una notevole carica umana; egli insomma è un tipo: come economista non vale niente, ma come uomo ispira simpatia. E non smentisce il suo spirito neppure quando è ormai fuori dal tumulto e dal pericolo. All’ufficiale spagnolo che, schierato il plotone, gli presenta le armi, risponde ironicamente:
“beso a usted las manos”.
Il Gran Cancelliere non aveva davvero da lodarsi del comportamento di quel reparto, rimasto pressoché inattivo mentre lui aveva dovuto affrontare inerme la folla scalmanata; ma sa bene che un rimprovero non servirebbe a nulla, per cui ricorre all’ironia, con cui mortifica quel poveretto più di qualsiasi rimbrotto. Un commento adatto a questa situazione, come osserva argutamente il Manzoni, sarebbe stata la famosa frase di Cicerone:
“Cedant arma togae”.(=le armi si inchinino alla diplomazia)
Una
volta tanto la diplomazia aveva prevalso sulle armi, aveva vinto senza
spargimento di sangue; e il cristiano non può che rallegrarsene.
27 - IL VICARIO DI PROVVISIONE
E’ un personaggio storico, che il Manzoni ha lasciato anonimo per poterlo rielaborare artisticamente, lasciando alla propria fantasia la più ampia libertà. Non mi sembra però che ne abbia fatto una caricatura, come è sembrato ad alcuni, i quali si sono presa la briga di compulsare i documenti di archivio, onde “restituirgli quella dignità che aveva perduta nel colpo infertogli dalla ricostruzione artistica del Manzoni”. (Cesare Angelini).
A me invece sembra che l’Autore ci abbia voluto dare, in lui, la raffigurazione viva dell’uomo preso a un tratto dalla paura; non del vile, ma di chi vede con terrore tutta una moltitudine inferocita che lo vuole morto, senza che lui abbia nessuna colpa.
In circostanze simili a quelle in cui si trovò il nostro personaggio, anche il più coraggioso sarebbe rimasto sconvolto, nella prospettiva di essere linciato senza potersi minimamente difendere; solo un incosciente, credo, sarebbe potuto rimanere impassibile. E’ vero che il Manzoni, nel narrare la vicenda del Vicario, ci fa qualche volta sorridere con qualche battuta umoristica o con l’accentuazione del grottesco di certe situazioni; ma lo fa non per costruire una macchietta ridicola, ma per allentare la tensione drammatica dei fatti, obbedendo al fren dell’arte. Però egli non prende in giro il personaggio, per il quale sente l’umano e cristiano compatimento che si deve a chi è stato scelto come capro espiatorio di colpe non sue; e gli stessi aggettivi (“sventurato, meschino”) che usa a suo riguardo, mostrano il sentimento dell’Autore, per nulla canzonatorio, ma di sincera pietà.
Storicamente il Vicario si chiamava Lodovico Melzi d’Eril, nobile e dottore in giurisprudenza: un gran brav’uomo, stando a quanto risulta dalle memorie contemporanee. Il mercante milanese, che incontriamo nell’osteria di Gorgonzola, parla di lui con molto rispetto, definendolo “un signor dabbene, puntuale”. Il giudizio del mercante potrebbe essere tacciato di partigianeria, in quanto egli gli vendeva il panno per le livree della servitù; ma dai documenti sappiamo che il Vicario era davvero un uomo dabbene. Eppure era inviso alla plebe; “in tempi di fame e d’ignoranza”, osserva il Manzoni, era inevitabile che chi presiedeva all’approvvigionamento dei viveri si attirasse l’inimicizia di coloro che non riuscivano a sfamarsi.
L’odio contro il poveretto, latente da un pezzo nell’animo rozzo e passionale del popolo, esplode improvviso tra la folla tumultuante, delusa ed esasperata nel vedere il forno del Cordusio, sul quale aveva fatto assegnamento, troppo ben difeso per tentarne l’assalto. In mezzo a quella massa furibonda, che voleva sfogare contro qualcuno la sua ira, ecco che si leva un grido sciagurato: “c’è qui vicino la casa del vicario di provvisione: andiamo a far giustizia, e a dare il sacco”.
La folla urlante si muove subito al richiamo, come per una cosa decisa da un pezzo, di cui a un tratto ci si ricorda. L’assalto è così subitaneo, che la servitù fa appena in tempo a sprangare il portone.
“Lo sventurato vicario stava, in quel momento, facendo un chilo agro e stentato d’un desinare biascicato senza appetito, e senza pan fresco, e attendeva con gran sospensione, come avesse a finire quella burrasca, lontano però dal sospettare che dovesse cader così spaventosamente addosso a lui”.
Il meschino non sospetta di nulla, perché si sente la coscienza a posto: non è lui il colpevole della penuria, e il prezzo del pane era stato rincarato non da lui solo, ma da tutta una giunta, la quale del resto non aveva altra scelta. Appena avvertito del pericolo, e che non si può più tentare una fuga all’esterno, corre in soffitta e si rannicchia nel nascondiglio più sicuro, col cuore in gola e con l’orecchio teso, “se mai il funesto rumore s’affievolisse”. Ma siccome lo sentiva crescere sempre più, e gli giungevano i fieri urti al portone e le selvagge grida di morte, “come fuor di sé, stringendo i denti, e raggrinzando il viso, stendeva le braccia, e puntava i pugni, come se volesse tener ferma la porta… Del resto, quel che facesse precisamente non si può sapere, giacché era solo; e la storia è costretta a indovinare. Fortuna che c’è avvezza”.
Non mi sembra neppur in questo passo che il Manzoni metta in ridicolo il Vicario; egli ci dà una rappresentazione di icastica evidenza dell’uomo disperato, smorzando infine la tensione con una sorridente battuta ironica, la quale però non è diretta al povero infelice, ma agli storici immaginifici e fantasiosi.
Finalmente arriva Ferrèr a salvarlo, a liberarlo da quelle angosce mortali; dopo un’attesa così spaventosa il pover’uomo, allo stremo delle forze, scende le scale “mezzo strascicato e mezzo portato” dai suoi servitori, pallido come un morto. Al vedere il suo salvatore si rianima un po’, e gli torna un po’ di sangue; lo ringrazia con espressioni piene di smarrimento, ma non vili:
“Sono nelle mani di Dio e di vostra eccellenza. Ma come uscir di qui? Per tutto c’è gente che mi vuol morto”.
Quando sguscia fuori dal portone, per raggiungere la carrozza lì davanti, si fa piccino piccino, “rannicchiato, attaccato, incollato alla toga salvatrice, come un bambino alla sottana della mamma”. Anche se gli attributi usati dall’Autore sono un po’ troppo insistenti, scoprendo l’intenzione lievemente umoristica, a me sembra che l’atto del Vicario sia istintivo nella sua naturalezza, e la similitudine non toglie affatto dignità al personaggio: in certe circostanze ridiventiamo tutti come bambini, bisognosi della mamma, desiderosi di aggrapparci ancora alla sua gonna fidata.
Nella carrozza il poverino entra per primo, “e vi si rimpiatta in un angolo”; anche questo è un gesto naturale, imposto dalla più elementare prudenza: se non si fosse nascosto, sarebbe stato un incosciente, che sfidando la folla ostile avrebbe messo a gran repentaglio, con la sua, anche l’incolumità del suo liberatore.
La cosa era tanto importante per il successo del salvataggio, che lo stesso Ferrèr, “appena seduto, s’era chinato per avvertire il vicario, che stesse ben rincantucciato nel fondo, e non si lasciasse vedere, per l’amor del cielo; ma l’avvertimento era superfluo”. Anche qui, nella chiusa, la battuta ci fa sorridere per la fine arguzia; ma lo scrittore non intende affatto ridere di chi sta sulle spine: tutt’altro!
Solamente quando il pericolo è ormai passato, e la carrozza corre sicura verso il Castello, il Vicario può tirarsi su, dietro invito del Gran Cancelliere; allora, “rassicurato dal cessar delle grida,e dal rapido moto della carrozza, e da quelle parole, si svolse, si sgroppò, s’alzò”. Anche qui la compiacenza verbale di quei tre verbi denota la leggera intenzione umoristica dell’Autore; e anche noi sorridiamo alquanto nel vedere il nobile personaggio sgomitolarsi dal fondo del sedile, dove era rimasto fino allora tutto aggomitolato, trattenendo finanche il respiro. Ma se la situazione è tragicomica, il gesto del Vicario è naturalissimo, e nel Manzoni non c’è irrisione per l’uomo, ma solo il sorridente compiacimento per la fine di un incubo, che aveva costretto il “qualificato personaggio” a comportarsi come un bambino o come un comunissimo mortale.
Forse l’unica battuta veramente ironica di tutta questa scena la troviamo alla fine dell’episodio, laddove il Manzoni, dopo aver detto che il Vicario era deciso a dimettersi, per andare “a vivere in una grotta, sur una montagna, a far l’eremita”, aggiunge allusivamente, con malizioso candore:
“Che avvenisse poi di questo suo proponimento, non lo dice il nostro autore”.
Tra le righe possiamo comprendere che non ne fu niente: passata la paura, tornata la forza nelle mani delle autorità, cessato ogni pericolo, il pio proposito svanisce, l’ardore anacoretico viene dimenticato. E’ una battuta maliziosetta, ma anche una grande verità: nella tempesta s’invoca Dio e si propone di cambiare vita; tornata la bonaccia, si torna pigramente alla vita di sempre.
Il Vicario, come ce lo presenta il Manzoni, non è una macchietta ma un caso umano, trattato con indulgente comprensione, talora con fine arguzia, ma sempre con sano realismo.
A questo riguardo possiamo aggiungere che il Manzoni aveva assistito in Milano, il 20 aprile 1814, all’assassinio di Giuseppe Prina, ministro delle Finanze del Governo Vicereale francese, capro espiatorio delle miserande condizioni in cui la città trovavasi a causa delle requisizioni e spietate esazioni ordinate da Napoleone. Anche il Prina, come il Vicario di provvisione, fu assalito nel suo palazzo, ma purtroppo non fu soccorso da nessuno del Governo, per cui fu preso e poi orrendamente linciato in mezzo alla strada a furor di popolo, che sfogò contro di lui l’odio accumulato in tanti anni contro le vessazioni di ogni genere patite dal dominio straniero.
L’Autore
abitava non lontano dalla casa del Prina, e quel giorno ebbe forse anche lui a
temere per sé e la propria famiglia, perché la folla inferocita non ragiona,
non distingue, e può essere da qualunque facinoroso facilmente spinta alla
devastazione e al saccheggio, anche senza altra motivazione che quella di menar
le mani e far bottino.
Il signor Capitano di Giustizia, che ha invero nel romanzo una piccola parte, si chiamava storicamente Giambattista Visconti; sembra che fosse un uomo mediocre, ma di carattere bonario, in contrasto con la sua carica poliziesca. Il Manzoni però costruisce il suo personaggio tutto in chiave umoristica e talora ironica, in quanto egli non credeva affatto a quella finzione di giustizia, instaurata dagli Spagnoli in Italia per mezzo della tortura e della forca.
All’inizio del tumulto dell’11 novembre 1628, giorno di San Martino, il Capitano sguinzaglia subito i suoi scagnozzi, per appurare i caporioni e i più facinorosi, da arrestare poi a cose calme; ma i bargelli, travestiti o no, invece di dare la caccia ai veri delinquenti, se la prendevano, per evitare ogni rischio, coi poveri diavoli tipo Renzo, ai quali poi avrebbero fatto confessare, coi tratti di corda, tutti i reati possibili e immaginabili. E allorché i miserabili corpi sarebbero penzolati dai capestri, la Giustizia poteva vantarsi di aver fatto il suo dovere a salvaguardia del civile consorzio!
L’Autore che, per scrivere la “Storia della colonna infame”, aveva diligentemente studiato i procedimenti vigenti a Milano nel Seicento, non nasconde il suo disprezzo per i ministri di una simile giustizia, specie per quelli che, pur di riempire le prigioni e di rizzare le forche, se la prendevano con la pover