Bruno
Camaioni


In copertina: “Born, Life, Death”
di Alessandro La Rosa
Opere di Bruno Camaioni
Notizie sull'autore
Bruno
Camaioni è nato a Grottammare (AP) nel 1917, si è laureato in Lettere
all'Università di Roma nel
Uno
di costoro, ritenendo che esse siano interessanti e anche formative per i
valori a cui si ispirano, ha preso l'iniziativa di metterle man mano in rete,
affinché chiunque le possa leggere liberamente e senza spese.
Note sul diritto d'autore
Delle
opere pubblicate di Bruno Camaioni ne è consentita la copia e la distribuzione,
su qualsiasi supporto, preservandone l'integrità (inclusa la presente dicitura)
e citandone l'autore.
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Il
Problema del Male - Riflessioni; Eremita a Orgosolo - Romanzo; L'Aiuola Contesa
- Romanzo; Riassunto de "I Promessi Sposi" - con commento estetico e
morale; I Personaggi de' "I Promessi Sposi" - Saggio; I Doveri del
Cristiano - Saggio; L'Antico Testamento - Tutta Parola di Dio? - Saggio; La
Chiesa di Cristo e la Mondanizzazione -Saggio; Il Messaggio di Dante - Saggio;
Una vita interessante - Luigi Mercantini Il Tirteo Marchigiano - Biografia;
Historia Magistra - Saggio; Le meditazioni di Dante nel Purgatorio - Saggio;
Idee non politicamente corrette - Saggio; Colle Vaticano A.D. 2050 - Romanzo;
La verità ... in pillole - Saggio; Poesie Varie.
Le
opere sono depositate.
Indice
12 -
Il superuomo e il superapostolo
19 –
Le conversazioni del Cardinal Martini
Ma nondimen, rimossa ogni menzogna,
tutta tua vision fa manifesta,
e lascia pur grattar dov’è la rogna.
(Dante. Paradiso canto XVII vv. 127-129)
Il titolo Paralipomeni,
che in greco significa cose tralasciate,
fu dato dai Settanta (traduttori dell’Antico Testamento dall’Ebraico in Greco)
ai due libri delle Cronache, da loro ritenute un completamento dei due libri di
Samuele e dei due dei Re. Questo titolo fu conservato nella traduzione latina
curata da San Girolamo (347-419). Ma in seguito si è voluto tornare al titolo
originario ebraico, che significa propriamente Cronache (o annali).
Questo ritorno ai titoli ebraici è avvenuto per
altri due libri dell’Antico Testamento: Qoèlet (già Ecclesiaste) e Siracide
(già Ecclesiastico).
La parola a noi Italiani è nota soprattutto per i
«Paralipomeni della Batracomiomachia» di Leopardi. Egli aveva in gioventù
tradotto dal greco in sestine la «Batracomiomachia», curioso poemetto
eroicomico in esametri attribuito ad Omero, ma di un autore anonimo posteriore,
il quale canta in versi epici la battaglia tra le rane e i topi, decisa
dall’intervento dei granchi.
Negli ultimi anni, passati a Napoli presso l’amico
Ranieri, il Leopardi compose in ottave
«I Paralipomeni», poemetto anch’esso eroicomico, nel quale le rane e i
topi sono rispettivamente, nell’Italia di quel tempo, cioè nel periodo dal 1820 al 1831, i
reazionari (0 legittimisti) e i carbonari (o liberali), mentre i granchi (che
nel poemetto pseudoomerico sconfiggono i topi) sono gli Austriaci i quali
intervengono a reprimere in Italia i moti rivoluzionari e costituzionali.
«I Paralipomeni» è un poemetto interessante, un po’
pessimistico riguardo alle sorti italiane; è l’opera poetica più lunga
dell’Autore, la quale oggi purtroppo è quasi ignorata, mentre è un bell’esempio
di allegoria e ironia, in versi parodisticamente epico-eroici.
Perché io ho intitolato Paralipomeni questo mio
opuscolo?
Perché negli opuscoli precedenti ho tralasciato
delle cose che andavano dette, ma ho tralasciate, non volendo dire troppo ed essere accusato di
acribia o addirittura malanimo. Tuttavia queste accuse mi sono state mosse,
nonostante la moderazione che io mi ero imposta. Ora, per difendermi da queste
accuse, devo dimostrare, testi alla mano, la fondatezza delle mie asserzioni e
delle mie critiche, fatte non per spirito polemico, ma per testimonianza alla
verità, quella naturalmente che appare a me, perché la verità vera la conosce solo Dio.
Ma ribadisco ancora una volta che quanto io scrivo
è solo per migliorare l’attuale attività ecclesiale, per far rilevare certi
errori evidenti e certe enfatizzazioni inopportune, al fine di rendere la
predicazione cristiana sempre più aderente allo spirito evangelico, semplice e
umile, abbandonando quello esaltatorio e autoreferenziale.
E comincio con l’esaltazione che si sta facendo in
questo 2008-2009 per il bimillenario della nascita di San Paolo, con le
celebrazioni dell’anno a lui dedicato.
Devo confessare che mi sento quasi sbigottito nel
muovere delle critiche a questo santo così celebrato non solo dalla Chiesa ma
anche dai popoli e dalle nazioni. In Italia sono almeno dodici i comuni
denominati da San Paolo, nel mondo sono centinaia, a cominciare dalla grande
metropoli del Brasile.
San Paolo è stato dalla Chiesa sempre accomunato a
San Pietro, come i due pilastri del Cristianesimo, ed essi vengono festeggiati
insieme nella ricorrenza liturgica del 29 giugno.
Anche la Chiesa Ortodossa li celebra ed esalta
insieme, talora anche nella toponomastica delle città. Infatti al tempo
dell’espansione zarista verso l’Asia due città furono dedicate a questi santi
(PetroPaulovsk), una nel Kazakistan, una nella lontana penisola di Kamciatka.
Tanto importante è stato considerato mettere queste nuove città sotto la
protezione dei due campioni di Cristo, considerati di uguale dignità e
importanza per la propagazione del Cristianesimo.
In questo anno paolino abbiamo sentito ripetute
esortazioni a leggere le lettere paoline, considerate quasi il fondamento della
dottrina Cristiana. Ma il fondamento del Cristianesimo è nel Vangelo, nelle
parole di Gesù, e a dire la verità esse spesso contraddicono le parole di
Paolo, il quale talora ci appare anche poco veritiero, come quando nella
lettera ai Galati parla della sua conversione e dell’inizio del suo ministero.
Egli, dopo aver ricordato di aver perseguitato
fieramente la Chiesa di Dio, scrive:
«Ma quando Colui che mi scelse fin dal seno di mia
madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio,
perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo,
senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai
in Arabia e poi ritornai a Damasco. In seguito, dopo tre anni, andai a
Gerusalemme per consultare Cefa e rimasi con lui quindici giorni; degli
apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore.»
Quanto precede egli lo conferma con giuramento:
«In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che
non mentisco.» (Gal 1, 11 ss)
Perché Paolo ricorre al giuramento, quando Gesù ci
ha ammonito di non giurare affatto?:
«Avete inteso che fu detto agli antichi “Non
spergiurare”, ma io vi dico: non giurate affatto… Sia invece il vostro parlare
sì, sì, no, no; il di più viene dal maligno.» (Mt 5, 33-37)
Il giurare è contravvenire anche al secondo
comandamento del Decalogo: Non nominare il nome di Dio invano. Paolo lo nomina
invano anche in 2 Cor 1,23 , 2 Cor 11,10 , in Rm 1,9 e in altri punti delle sue
lettere.
Paolo giura per far credere una cosa non vera, cioè
che lui ha ricevuto la dottrina direttamente da Dio ed è andato a Gerusalemme,
per consultare Cefa, solo dopo tre anni e per un brevissimo soggiorno. La
verità è invece ben altra, come la racconta Luca negli Atti (9, 19 ss):
«Dopo la conversione rimase alcuni giorni, assieme
ai discepoli che erano a Damasco, e subito nelle sinagoghe proclamava Gesù,
Figlio di Dio… I Giudei fecero un complotto per ucciderlo… facevano la guardia
anche alle porte della città di giorno e di notte per sopprimerlo; ma i suoi
discepoli… lo fecero discendere dalle mura, calandolo in una cesta. Venuto a
Gerusalemme, cercava di unirsi con i discepoli, ma tutti avevano paura di lui…
Allora Barnaba lo prese con sé, lo presentò agli apostoli… Così egli poté stare
con loro e andava e veniva a Gerusalemme… discuteva con gli Ebrei di lingua
greca; ma questi tentarono di ucciderlo. Venutolo però a sapere i fratelli, lo
condussero a Cesarea e lo fecero partire per Tarso.»
Chi è che mente, Paolo o Luca?
Che motivo avrebbe avuto Luca per inventarsi questi
fatti? Sono fatti logici, quali ognuno si sarebbe aspettato; era infatti
naturale che un neofita, quale era Paolo, andasse a Gerusalemme dagli apostoli,
per approfondire la conoscenza di quella fede appena ricevuta a Damasco da Anania
che l’aveva battezzato. Paolo invece ha molti motivi di mentire. Egli infatti
orgogliosamente vuole affermare di aver ricevuto la dottrina direttamente da
Dio, e di non dover nulla a Cefa e agli altri apostoli. E lo dice anche nella
citata lettera ai Galati:
«Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me
annunziato non è modellato sull’uomo; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho
imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.» (Gal 1,11-12)
Leggendo negli Atti che Paolo, subito dopo la
conversione, predicando in Damasco Gesù Cristo Figlio di Dio, suscita una tale
opposizione che tentano di ucciderlo, ci meravigliamo molto, in quanto in
quella città c’era una comunità di Cristiani, guidati probabilmente da Anania,
i quali professavano e propagandavano la loro fede senza correre alcun
pericolo.
Come mai Paolo suscita tanta reazione?
Quando va a Gerusalemme, tutti avevano paura di lui
non fidandosi della sua conversione, fin quando Barnaba garantì per lui presso
gli Apostoli, ed egli poté predicare anche a Gerusalemme, sede del
Cristianesimo. Siccome parlava abitualmente il greco, discuteva con gli Ebrei
di lingua greca, ma anche questi tentarono di ucciderlo: perché?
In Gerusalemme c’era una florida comunità di
Cristiani, guidati da Cefa e dagli altri apostoli, i quali predicavano e
professavano ogni giorno Cristo figlio di Dio, senza provocare la reazione che
suscitò Paolo. E come mai gli Apostoli, invece di difenderlo o di rimandarlo a
Damasco, lo conducono a Cesarea e da lì lo imbarcano per Tarso, la sua patria?
Non era stato per caso considerato ingombrante e
controproducente per la dottrina che predicava con la sua appassionata loquela
di retore ellenistico?
La sua dottrina collimava o no con quella di
Cristo?
A leggere attentamente le sue lettere, vediamo
subito che non collimava. Porto solo alcuni esempi.
Gesù inculca sempre l’umiltà e ne dà un
bell’esempio lavando i piedi agli apostoli prima dell’ultima cena pasquale.
L’umiltà si esprime con la mitezza del comportamento, con l’apertura benevola
agli altri e anche con l’indulgenza e col perdono. Ecco le sue parole:
«Beati i miti… Beati i misericordiosi» (Mt 5, 5-7)
«Imparate da me che sono mite e umile di cuore.»
(Mt 11,2)
«Voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è
stato ordinato, dite: Siamo poveri servi.» (Lc 17,10)
Paolo non la pensa allo stesso modo; egli nelle sue
lettere si autoesalta e condanna quelli che non la pensano come lui. Sentiamo
le sue parole:
«In realtà, anche se mi vantassi a causa della
nostra autorità, che il Signore ci ha dato per vostra edificazione e non per
vostra rovina, non avrò proprio che vergognarmene.» (2 Cor 10,8)
I capitoli 11 e 12 di questa lettera apostolica
contengono l’elenco di tutte le vanterie di Paolo, alle quali si abbandona,
come lui stesso dice, da pazzo e da stolto, con questa premessa:
«Oh, se poteste sopportare un po’ di follia da parte mia!»
Nella certezza che i Corinzi la sopportano, egli
apre la stura alle sue esaltazioni; io non voglio elencarle; il lettore se le
gusti nel testo paolino.
Quando il cristiano è vecchio e sente vicina la
morte, è proprio allora che si sente più bisognoso della misericordia di Dio, e
chiede perdono e pietà per le sue manchevolezze. Ma non è così per Paolo il
quale scrive a Timoteo:
«Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso
in libagione, ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la
buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta
solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in
quel giorno.» (2 Tm 4, 6-8)
Paolo si autoesalta in tanti altri passi delle sue
lettere; ne cito ancora uno:
«Siano rese grazie a Dio, il quale ci fa
partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde per mezzo nostro il profumo
della sua conoscenza nel mondo intero! Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo
di Cristo fra quelli che si salvano.» 2 Cor 2, 14-15 - Paolo adopera qui, come
spesso altrove, il plurale maiestatis,
tanto si sente investito di autorità.
Paolo fa talora dichiarazioni di umiltà anche
esagerate, ma le fa sempre seguire da espressioni di superbia e di
autocelebrazione, dimostrando che quella umiltà sbandierata è quella che
comunemente chiamiamo pelosa, cioè
falsa e procacciante. Porto solo due esempi. Nella 1 Cor 15,8 ss egli dice che
Gesù risorto dopo essere apparso agli apostoli e “a più di cinquecento (!)
fratelli in una sola volta” [ma quando? Ma dove?] scrive:
«Ultimo fra
tutti apparve anche a me come a un aborto.
Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere
chiamato apostolo… Per grazia di Dio però sono
quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io
però, ma la grazia di Dio che è con me.»
Il secondo esempio è preso dalla 2 Cor capitoli 11
e 12, cioè quelli delle vanterie. Paolo è rimasto irritato perché altri
predicatori hanno osato andare nella Chiesa di Corinto da lui fondata e sono
stati ben accolti dai fedeli, per i quali egli prova “una specie di gelosia
divina”, in realtà molto terrena.
Orbene egli li stigmatizza chiamandoli ironicamente
“superapostoli” e li condanna:
«Questi tali sono falsi apostoli; operai
fraudolenti che si mascherano da apostoli di Cristo. Ciò non fa meraviglia,
perché anche satana si maschera da angelo di luce. Non è perciò gran cosa che
anche i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia.» (2 Cor 11,
13-15)
Dunque questi superapostoli sono falsi,
fraudolenti, ministri di Satana. Ma poi egli per ben due volte (11,5 e 12,11)
afferma:
«Ora io ritengo di non essere in nulla inferiore a
questi superapostoli!»
«Non sono per nulla inferiore a quei superapostoli, anche se sono un nulla. Certo, in mezzo a voi si sono
compiuti i segni del vero apostolo, in una pazienza a tutta prova, con segni,
prodigi e miracoli.»
È un aborto,
un nulla, o il vero apostolo, che ha faticato più di tutti gli altri, con segni,
prodigi e miracoli? Questa è vera umiltà?
In questi passi si nota anche una delle tante
contraddizioni di Paolo. Se i superapostoli
sono ministri di Satana, lui, che non è in nulla e per nulla inferiore ad essi,
è dunque anche lui, a pari merito, ministro di Satana?
Ma Paolo, tutto preso dall’ardore polemico, non si accorge
neppure di queste contraddizioni. Egli ora dice in un modo, ora agisce e
afferma in un altro; porto qualche esempio.
In 1 Cor, 13,1 ss si ammira giustamente la bella
lode che Paolo fa della carità, in cui dice benissimo che essa “non si vanta,
non si gonfia”; ma con i due capitoli di vanterie (11 e 12) della seconda
lettera ai Corinzi come la mettiamo?
Dovremmo concludere che Paolo non ha quella carità
che a parole esalta, e senza la quale non ci si salva. E poi qui abbiamo
un’altra contraddizione, perché dice:
«Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede,
la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità.» (1 Cor 13, 13)
In tanti altri passi delle sue lettere egli ripete
invece che noi siamo salvati dalla sola fede indipendentemente dalle opere,
quelle cioè che sono il diretto frutto della carità. Delle innumerevoli
affermazioni della Fede sola salvatrice mi basta riportare quella della lettera
ai Romani:
«Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato
per la fede, indipendentemente dalle opere della legge.» (Rm 3, 28)
Questa giustificazione per sola fede contraddice
tutta la predicazione di Cristo, la quale è incentrata tutta sulle opere (dar
da mangiare, da bere, vestire, visitare, alloggiare ecc.) e per esse ci ha dato
una regola d’oro onnicomprensiva:
«Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi,
anche voi fate lo stesso a loro: questa è la Legge e i Profeti:» (Mt 7, 12)
E subito dopo Gesù ci ammonisce:
«Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà
nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.»
(Mt 7, 21) E fare la volontà divina è compiere le opere della Legge, e non fare
la vuota professione di fede. Paolo non si accorge che contraddice non solo la
predicazione di Cristo riguardo alla preminenza delle opere, ma anche sé
stesso, che nella stessa lettera ai Romani, prima di enunciare la dottrina
sopra riportata (Rm 3,28), afferma esattamente il contrario. Parlando del “Giudizio
di Dio” dice che Egli «renderà a ciascuno secondo le sue opere: la vita eterna
a coloro che perseverando nelle opere di bene cercano gloria, onore e
incorruttibilità, sdegno e ira contro coloro che per ribellione resistono alla
verità e obbediscono all’ingiustizia.» (Rm 2, 6-7)
Oltre alla stridente contraddizione dogmatica, non posso non rilevare la
contraddizione morale; secondo lui il
cristiano, perseverando nelle opere di bene, deve cercare “gloria, onore e
incorruttibilità”, evidentemente per esaltare sé stesso, come appunto Paolo fa
nelle sue lettere.
Orbene se la tesi di Lutero, che noi siamo
giustificati solo per fede, è un’eresia perché contraria alla verità di Cristo,
dobbiamo riconoscere che questa stessa dottrina è insegnata da Paolo.
E lo stesso dicasi per la predestinazione sostenuta
dal Giansenio, per cui noi siamo predestinati alla gloria del Paradiso o al
fuoco dell’Inferno ab aeterno. Questa
aberrante tesi non solo è contraria alla verità del Vangelo, ma è anche
contraria alla nostra concezione umana di giustizia. Noi infatti, a lume di
ragione, proclamiamo che la legge è uguale per tutti, che essa giudica in base
alle azioni compiute e che è ingiusto per un giudice trattare bene o male a
priori, a capriccio, indipendentemente dai comportamenti buoni o cattivi dei
singoli individui.
Ma Paolo la pensa diversamente; come tutti i
farisei di stretta osservanza egli dice che Dio “usa misericordia con chi vuole
e indurisce chi vuole” (Rm 9, 18). Come indurì il cuore del Faraone per poi
mandarlo in rovina. E questo “perché rimanesse fermo il disegno divino fondato
sull’elezione, non in base alle opere, ma alla volontà di Colui che chiama” (Rm
9, 11).
E se a qualcuno ciò può sembrare iniquo [= non
equo], Paolo lo investe:
«O uomo, chi sei tu per disputare con Dio?... Forse
il vasaio non è padrone dell’argilla, per fare con la medesima pasta un vaso
per uso nobile e uno per uso volgare?... vasi di collera, già pronti per la
perdizione, e questo per far conoscere la ricchezza della sua gloria verso vasi
di misericordia, da lui predisposti alla gloria.» (Rm 9, 20, 20-23)
La dottrina della predestinazione è chiarita al
cap. 8 della stessa lettera.
«Poiché quelli che Egli da sempre ha conosciuto, li
ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché
egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinati li
ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che
ha giustificati li ha anche glorificati.» (Rm 8, 29-30)
Poco prima di darci questa precisa descrizione
dell’agire di Dio, Paolo fa altre affermazioni che ci lasciano perplessi,
perché non capiamo che cosa egli voglia insegnarci o inculcarci. Le riporto a
uso dell’eventuale lettore, nella speranza
che egli sappia cogliere l’insegnamento che io non ho saputo cogliere.
«Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme
e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi,
che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando
l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi
siamo stati salvati. [Non nella fede? non nella carità?]. Lo Spirito viene in
aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente
domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti
inesprimibili.» (Rm 8, 22-11)
Forse vuol dire che i predestinati alla salvezza
non devono preoccuparsi di nulla, perché c’è lo Spirito che intercede (al
Padre) e provvede a loro? Ma lo Spirito, se è proprio lo Spirito Santo, che
intercede presso il Padre con gemiti inesprimibili, è un’immagine paolina da
non dimenticare. Comunque tra tutti i predestinati alla gloria lui, Paolo, è
predestinato a una missione particolare, e lui ne è ben cosciente:
«Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi
chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare a me suo Figlio, perché lo
annunziassi in mezzo ai pagani.»
Lui è lo strumento eletto (vas electionis) per
convertire il mondo pagano, lui è l’apostolo delle genti, di tutti i popoli
allora pagani, mentre Cefa e gli altri Undici, secondo lui, dovevano cercare di
convertire quelli di fede ebraica.
Quando Cefa, insieme a Barnaba, va in visita
apostolica, quale Vicario di Cristo, alla comunità di Antiochia, che Paolo
considerava sua pertinenza, egli gli si oppone per ragioni molto pretestuose:
«Quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a
viso aperto, perché evidentemente aveva
torto.»
Qual era il suo torto? Mentre prima “prendeva cibo
assieme ai pagani… cominciò a evitarli e a tenerli in disparte per timore dei
circoncisi. E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, al punto che anche Barnaba si lasciò attirare nella
loro ipocrisia. Ora quando vidi che
non si comportavano rettamente secondo la verità del Vangelo, dissi a Cefa in
presenza di tutti…» (Gal 11-11)
Insomma accusa Pietro e Barnaba di errore,
simulazione e ipocrisia per una questione davvero barbina, se cioè si potesse o
no mangiare con i pagani. Pietro prima ci mangiava, poi per non scandalizzare
degli Ebrei osservanti, se ne astenne, e fece benissimo, pro bono pacis.
Paolo in un’altra lettera dà lo stesso consiglio di
prudenza, per evitare un inutile scandalo per i “duri e puri”; ma in questa
lettera ai Galati accusa pretestuosamente Pietro solo per desautorarlo davanti
a una comunità che egli riteneva sua.
E lo racconta orgogliosamente ai fedeli della
Galazia, che erano Galli mille miglia lontani e ignari di queste stupide
diatribe. Ma lo fa per rimarcare la sua primazia fuori di Gerusalemme; e
infatti è la lettera in cui lui, mentendo, afferma di essere andato a
Gerusalemme, dopo la conversione, solo dopo tre anni e per soli quindici
giorni, per conferire con Cefa, che in seguito ad Antiochia viene da lui
accusato di errore, simulazione e ipocrisia.
Eppure Gesù più volte prescrive di non giudicare e
di non condannare:
«Non giudicate e non sarete giudicati; non
condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato.» (Lc 6, 37)
Anche Paolo è d’accordo con Gesù, a parole:
«Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E anche
tu, perché disprezzi il tuo fratello? Tutti infatti ci presenteremo al
tribunale di Dio.» (Rm 14, 10)
Ma, nei fatti, abbiamo visto come disprezza i
“superapostoli” e come giudica Pietro simulatore e ipocrita. Si dice giustamente:
condanna il peccato, ma non il peccatore, appunto per il precetto evangelico;
ma Paolo più volte nelle sue lettere apostoliche condanna i peccatori, per
nome, e senza precisare il loro peccato.
Nella 1 Tm 1, 18-20 esorta il discepolo a
combattere “la buona battaglia, con fede e buona coscienza, poiché alcuni che
l’hanno ripudiata hanno fatto naufragio nella fede; tra essi Imeneo e
Alessandro, che ho consegnato a satana perché imparino a non più bestemmiare”.
Nella seconda lettera a Timoteo torna sull’argomento: “Evita le chiacchiere
profane, perché esse tendono a far crescere sempre più nella empietà; la parola
di costoro infatti si propagherà come una cancrena. Fra questi ci sono Imeneo e
Fileto, i quali hanno deviato dalla verità.” (2 Tm 2, 16-18)
Nella stessa lettera nomina altri che hanno deviato
dalla verità, come Figelo, Ermogene e Onesiforo. A Imeneo e Fileto egli
contesta l’errore di sostenere che “la risurrezione è già avvenuta, e così
sconvolgono la fede di alcuni”. A quanto pare Imeneo e Fileto interpretavano
“la risurrezione dei morti” come la rinascita spirituale dell’uomo mediante il
battesimo. E non avevano torto, perché l’uomo rinasce col battesimo, che
sancisce la sua adesione a Cristo.
Noi cristiani diciamo nel Credo che aspettiamo ”la
risurrezione dei morti”, e intendiamo quella dei corpi cioè “della carne” come
dice la formula più antica del Credo. E’ quindi un dogma il quale, se ci
riflettiamo, ci induce a porci tante domande: dove staremo? come sarà il nostro
corpo? in che cosa consisterà la nostra beatitudine o dannazione?
Anche al tempo di Paolo i cristiani si ponevano
simili domande, ed egli ne parla nella prima lettera ai Corinzi (Cap 15,35 e
seguenti):
“Ma qualcuno dirà: «come risuscitano i morti? Con
quale corpo verranno?» Stolto!”
Anche se è da stolto, secondo lui, porsi queste
domande, Paolo fa una lunga disquisizione su questo argomento, che non viene
granché chiarito da quanto egli dice, cioè che il nostro corpo, da
corruttibile, diventa incorruttibile, da ignobile risorge glorioso, da debole
risorge pieno di forza.
Fin qui riusciamo a seguirlo, ma poi egli aggiunge
che il nostro corpo da corpo animale, risorge corpo spirituale, e questa è una vera contraddizione in terminis. Egli poi conclude:
«Ecco, io vi annunzio un mistero… tutti saremo
trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba;
suonerà infatti la tromba, e i morti risorgeranno incorrotti, e noi saremo
trasformati.» (1 Cor 15, 51-25)
Pertanto porsi quelle domande non è da stolti, e
Paolo dà una sua risposta, che io ho cercato di sintetizzare, ma è bene che
l’eventuale lettore se la legga tutta, per vedere se la trova più chiara che a
me.
Siccome precedentemente ho accennato, a proposito
della visita di Pietro ad Antiochia, alla diatriba sul “poter o non poter
mangiare con i pagani”, voglio tornare sull’argomento, per chiarirlo a quei
lettori che non lo avessero chiaro.
Gesù nel Vangelo ci inculca che i cibi che ci
possono nutrire sono tutti puri:
«Non quello che entra nella bocca rende impuro
l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!» (Mt 15,11)
Sappiamo che per gli Ebrei erano impure le carni di
tutti gli animali che non ruminassero e non avessero il piede fèsso (fenduto), cioè spaccato.
Impuro era per esempio il maiale che ha il piede fèsso,
ma non rumina. Erano impure anche le carni degli animali soffocati (e non
scannati) e quindi contenenti il sangue dell’animale, sangue che era tabù.
Ordunque il prendere cibo in casa di pagani era
come rischiare di mangiare carni impure. Pietro non credeva a ciò, sia per
l’esempio e per l’insegnamento di Gesù sia perché aveva avuto una visione,
raccontata in Atti cap. 10 vv. 11-15.
Egli aveva fame e gli apparvero degli animali
evidentemente immondi, e sentì una voce che gli diceva: «Alzati, Pietro, uccidi
a mangia.»
Ma Pietro rispose: «No davvero, Signore, poiché io
non ho mai mangiato nulla di profano e di immondo.»
E la voce di nuovo a lui: «Ciò che Dio ha
purificato, tu non chiamarlo più profano.»
Infatti Pietro dopo questa visione entrò nella casa
del centurione Cornelio a Cesarea, perché “Dio gli aveva mostrato che non si
deve dire profano nessun uomo”. (At 20,28)
Questo praticare e mangiare con gli incirconcisi
scandalizzò gli Ebrei osservanti. E quando Pietro salì a Gerusalemme costoro lo
rimproveravano dicendo: «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai
mangiato insieme a loro!»
Povero Pietro! Rimproverato quando mangia con gli
incirconcisi, e accusato quando non ci mangia più!
Infatti Paolo nella citata lettera ai Galati
scrive:
«Prima
che giungessero [ad Antiochia] alcuni da parte di Giacomo, egli [Pietro]
prendeva cibo assieme ai pagani, ma dopo la loro venuta cominciò ad evitarli e
a tenersi in disparte per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei lo imitarono
nella simulazione, al punto che anche Barnaba si lasciò attirare nella loro
ipocrisia. Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità
del Vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti…» (Gal 2, 11ss)
L’opportunismo
e la strumentazione di una questione superficiale (ma che ad Antiochia era
molto dibattuta) per attaccare Cefa è evidente, perché Paolo nella lettera ai
Romani esorta ad agire prudentemente
come appunto aveva fatto Cefa, per non scandalizzare inutilmente una parte dei
fedeli.
Ai
Romani egli infatti scrive:
«Se
per il tuo cibo il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti più secondo
carità. Guardati perciò dal rovinare con il tuo cibo uno per il quale Cristo è
morto!... Non distruggere l’opera di Dio per una questione di cibo! Tutto è
mondo, d’accordo, ma è male per un uomo mangiare dando scandalo. Perciò è
bene non mangiare carne, né bere vino,
né altra cosa per la quale il tuo fratello possa scandalizzarsi.» (Rm 14, 15-21)
Qui
egli inculca quel comportamento prudenziale (per non scandalizzare il tuo
fratello) che nella lettera ai Galati rimprovera a Cefa come manifestazione di
simulazione e ipocrisia. Questa è la coerenza di Paolo?
Dagli
Atti veniamo a sapere che, per non essere accusato di abbandonare le consuetudini
dei Giudei, egli prende con sé quattro uomini che avevano fatto il voto di
nazireato, compie le purificazioni con loro e paga per loro il barbiere che
taglia la capigliatura che questi si erano lasciata crescere per il loro voto.
Sicché
egli in questo caso si presta a un simile compito rituale proprio per non
scandalizzare i Giudei integralisti. Quindi egli ora dice una cosa, ora
un’altra; ora si comporta in un modo ora in un altro, secondo l’opportunità del
momento.
Ma
voglio aggiungere un codicillo a proposito di Barnaba, che egli accusa assieme
a Cefa di ipocrisia e simulazione, perché il suo rapporto con questo levita
originario di Cipro ci fa capire meglio il carattere di Paolo.
Barnaba
è quello che per primo si fida di lui e lo presenta agli apostoli garantendo
per lui. Barnaba è quello che lo fa tornare da Tarso ad Antiochia e poi lo
accompagna nel primo viaggio apostolico.
. Nella lettera ai Galati egli dice che Cefa,
Giacomo e Giovanni in Gerusalemme assegnarono a loro due la missione di
convertire i pagani. Egli scrive così:
«A me
era stato affidato [da Dio] il Vangelo per i non circoncisi, come a Pietro
quello per i circoncisi – poiché Colui che aveva agito in Pietro per farne un
apostolo dei circoncisi, aveva agito anche in me per i pagani – e riconoscendo
la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne,
diedero a me e Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi
andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi.» (Gal 2, 7-9)
Con
queste parole Paolo vuole ribadire che a Cefa spetta solo la conversione dei
circoncisi, mentre quella degli incirconcisi (tutto il mondo pagano) spetta a
lui per mandato divino; e si intuisce che la venuta di Cefa ad Antiochia è
sentita come un’invasione di campo,
donde la sua opposizione a lui a viso aperto in presenza di tutta la comunità
antiochena.
Il
mangiare e il non mangiare coi pagani è solo un pretesto, il motivo vero del
contrasto è il primato nella Chiesa e, io credo, anche un punto essenziale
della dottrina paolina, quello della giustificazione per la sola fede, sulla
quale Cefa non poteva essere d’accordo.
Io
penso che anche questo punto essenziale li divide; tanto è vero che lui muove
il suo discorso d’accusa “ sapendo che l’uomo non è giustificato dalle opere
della legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo” (Gal 2,16).
Ma
torniamo a Barnaba. Praticamente Paolo deve tutto a questo zelante levita
oriundo di Cipro. Se Barnaba non lo avesse preso, per così dire, sotto la sua
protezione, forse la carriera di Paolo quale “apostolo delle genti” non sarebbe
neppure incominciata.
Ci
aspetteremmo da parte di Paolo un certo rispetto per questo suo Mentore che lo
aveva anche richiamato dall’esilio di
Tarso, dove gli apostoli lo avevamo per così dire relegato, perché la sua predicazione evidentemente a loro non
piaceva.
Barnaba
accompagna Paolo nel primo viaggio che infatti è diretto innanzi tutto a Cipro,
patria di Barnaba, poi si dirige alle città dell’Asia Minore per poi tornare a
Seleucia, porto di Antiochia.
In
seguito Paolo parte per il secondo viaggio, ma questa volta senza il suo
Mentore. Cos’era successo?
«Barnaba
voleva prendere insieme anche Giovanni, detto Marco, ma Paolo riteneva che non
si dovesse prendere uno che si era allontanato da loro nella Panfilia… Il
dissenso fu tale che si separarono l’uno dall’altro; Barnaba, prendendo con sé
Marco, s’imbarcò per Cipro, Paolo invece scelse Sila… e attraversando la Siria
e la Cilicia, dava nuova forza alle comunità.» (At 15, 36ss)
Perché
Paolo non vuole più Marco?
«Perché
non aveva voluto partecipare alla loro opera» dice Luca, ma non dice perché non
aveva voluto. Probabilmente perché non era d’accordo sul tipo di predicazione
di Paolo e neppure sul suo modo di guidare la missione.
Paolo
era un uomo troppo sicuro di sé, egocentrico, autoritario, che non sopportava compagni ma solo accoliti. Marco, cugino di Barnaba, è l’autore del secondo Vangelo,
redatto sulla predicazione di Pietro. Ma il Vangelo di Paolo, evidentemente,
non collimava con quello di Marco, di Barnaba e di Pietro loro maestro.
Paolo
approfitta del caso Marco per
liberarsi anche del cugino, perché oramai Barnaba gli fa ombra, e non soltanto
per un motivo dottrinale, ma anche per uno personale, psicologico. Le persone
che si ritengono superiori, se debbono alcunché del loro successo a un’altra
persona, non sentono per questa venerazione e gratitudine, ma piuttosto una
specie di astio, perché non vogliono riconoscere il beneficio ricevuto, e
quando possono cercano di liberarsi dalla ingombrante presenza, che per loro è
un ricordo poco gradito.
E
Luca, fedele accolito di Paolo, non parla più negli Atti di questo buono e
bravo Barnaba, che pure continuò con zelo la sua predicazione a Cipro, sua
patria. Barnaba scompare dagli Atti, perché non era gradito a Paolo.
Paolo
era un carattere egocentrico, autoritario, geloso e permaloso; non era facile
andare d’accordo con lui, perché voleva sempre avere ragione, in ogni questione
e in ogni scelta.
E’
più che naturale che molti lo abbandonassero, perché per andare d’accordo con
lui, bisognava solo ubbidirgli. Nella seconda lettera a Timoteo egli si
lamenta:
«Dema
mi ha abbandonato avendo preferito il secolo presente (?) ed è partito per
Tessalonica, Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. Solo Luca è con
me.» (2Tm 4, 9-11)
E
Luca è, nella redazione degli Atti, il suo devoto discepolo e il suo primo
esaltatore, assecondando così l’autoesaltazione del maestro.
Nelle
sue lettere Paolo esorta spesso a seguire il
suo vangelo. E’ un’espressione orgogliosa invece di dire più veracemente il
Vangelo di Cristo.
Egli
è polemico e spesso ironico contro gli altri predicatori, e rimprovera i
Corinzi per averli accolti e seguiti. Se la prende, anche se velatamente,
specialmente contro Apollo, che a Corinto aveva suscitato molto entusiasmo
predicando qualcosa di diverso dal suo
vangelo. Egli scrive:
«Secondo
la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto
il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come
costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già
vi si trova, che è Gesù Cristo… Il fuoco proverà la qualità dell’opera di
ciascuno. Se l’opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà
una ricompensa, ma se l’opera finirà bruciata, sarà punito.» (1 Cor 3, 10ss)
Il
richiamarsi continuamente al suo vangelo,
ricevuto non dagli apostoli, ma direttamente da Dio per rivelazione personale,
è evidentemente una dimostrazione di orgoglio sempre inopportuna, dettata da
polemico antagonismo con gli altri predicatori del Vangelo che gli fanno ombra,
per cui rimprovera i Corinzi perché li hanno accolti e seguiti.
Paolo
non dice mai in che cosa Apollo sbagli edificando fuori dalle fondamenta un
edificio destinato a crollare; ma si intuisce che il contrasto riguarda la
giustificazione solo per fede, il che toglie ogni valore, per la salvezza, alle
opere buone.
Ma
anche su questo punto fondamentale della sua dottrina Paolo si contraddice in
modo plateale. In Rm 2, 6-8 egli infatti scrive:
«Dio
renderà a ciascuno secondo le sue opere: la vita eterna a coloro che
perseverando nelle opere di bene cercano gloria, onore e incorruttibilità;
sdegno e ira contro coloro che per ribellione resistono alla verità e
obbediscono all’ingiustizia.»
Nel
capitolo successivo afferma:
«Noi
riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente
dalle opere della legge.» (Rm 3, 28)
Abbiamo
visto che Paolo non avverte le sue contraddizioni riguardo al cibo puro o
impuro e al mangiare o non mangiare con i pagani; ora vorrei soffermarmi un
poco sulle sue contraddizioni riguardo al lavoro e al sostentamento
dell’apostolo. Nella prima lettera ai Corinzi egli afferma il diritto di non
lavorare e anche di portare al seguito
una domestica:
«Non
abbiamo forse noi il diritto di mangiare e di bere? Non abbiamo il diritto di
portare con noi una donna credente… Ovvero solo io e Barnaba non abbiamo il
diritto di non lavorare?» (9, 4-6)
Nella
seconda lettera ai Tessalonicesi dice che, pur avendo il diritto di non
lavorare, lui ha lavorato, eccome!
«Sapete infatti come dovete imitarci: poiché noi
non abbiamo vissuto oziosamente fra voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il
pane di alcuno, ma abbiamo lavorato notte e giorno per non essere di peso ad
alcuno di voi.» (3, 7-8)
Quell’aver lavorato notte e giorno è un vanto
esagerato. In verità negli Atti Luca racconta che a Corinto Paolo trovò un
giudeo chiamato Aquila il quale fabbricava tende assieme alla moglie Priscilla.
«Paolo
si recò da loro e poiché erano del medesimo mestiere, si stabilì nella loro
casa e lavorava. Erano infatti di mestiere fabbricatori di tende.» (18, 2-3)
Nel
discorso di addio agli abitanti di Mileto dice:
«Voi
sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto
queste mie mani.» (At 20, 34)
Paolo
dunque lavorava per non essere di peso a nessuno, tanto è vero che dice ai
Tessalonicesi:
«Vi
demmo questa regola: chi non vuol lavorare, neppure mangi.» (2 Ts 3, 10)
Però nella seconda lettera ai Corinzi
giunge a dire: (11,8-9)
«Ho spogliato altre chiese, accettando da
loro il necessario per vivere, allo scopo di servire voi. E trovandomi presso
di voi e pur essendo nel bisogno, non sono stato di aggravio a nessuno, perché
alle mie necessità hanno provveduto i fratelli giunti dalla Macedonia.» Dunque
egli non lavora, ed è mantenuto da fedeli Macedoni.
Non è
che la questione “del lavorare o non lavorare” abbia una grande importanza per
un apostolo; è chiaro che egli, se anche non lavora manualmente, lavora
spiritualmente e ha anche il diritto di essere mantenuto dai fedeli presso i
quali esercita il suo ministero. Quello che ci meraviglia è il tono orgoglioso,
polemico e contraddittorio con cui egli tratta questo argomento in lettere
pastorali, evidentemente rispondendo alle accuse che gli venivano mosse. Spreca
tante parole, per dire e insegnare ben poco; avrebbe potuto dire semplicemente
e una volta per tutte:
«Si,
sono stato mantenuto, com’era mio diritto, dalla Chiesa cui prestavo il mio
ministero; ma quando, come a Corinto, ho avuto l’occasione di esercitare il mio
mestiere per non gravare sugli altri, l’ho fatto volentieri, per dare un
esempio di laboriosità.»
Sono,
le sue, lettere pastorali, che dovrebbero inculcare il comportamento cristiano
e chiarire la dottrina della nuova religione. Ma questa dottrina, più che chiarita, viene
deformata o esposta in modo confuso e astruso.
Ho
già parlato della giustificazione per sola fede
e alla predestinazione, che non sono certamente dottrine di Cristo. Ora
voglio accennare a qualche altro argomento dottrinale, per vedere se Paolo lo
espone in modo intelligibile per i comuni fedeli a cui egli si rivolge.
Prendiamo
il tema della Redenzione operata da Cristo.
«Tutti
hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati
gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo
Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo
della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia, dopo la
tolleranza usata verso i peccati passati, nel tempo della divina pazienza. Egli
manifesta la sua giustizia nel tempo presente, per essere giusto e giustificare
chi ha fede in Gesù.» (Rm 3, 23-26)
Quello
che io riesco a capire è questo: Gli uomini sotto tutti peccatori, ma Dio ha
usato pazienza sino al tempo presente, quando ha voluto usare la sua giustizia.
Perciò ha prestabilito Cristo a servire come strumento di espiazione, con
l’effusione del suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia.
E’
quanto dire: Col peccato di Adamo tutti gli uomini sono peccatori, ma Dio ha
avuto pazienza sino al tempo presente; ora volendo essere giusto, ha dovuto far
pagare il debito della colpa e l’ha fatto pagare al Figlio Gesù mediante
l’effusione del suo sangue; e con la fede in Cristo noi siamo giustificati,
perché lui ha pagato per tutti noi peccatori. Quindi Redenzione è per Paolo il
pagamento del nostro debito da parte di Gesù, “prestabilito a servire come
strumento di espiazione”, vale a dire come capro espiatorio.
Non
mi sembra una dottrina chiara e accettabile. Io in “Historia Magistra” ho
formulato una ipotesi sul significato di Redenzione, e non voglio qui
ripetermi, ma è certo che l’interpretazione di Paolo non brilla per chiarezza e
ragionevolezza.
Nel
capitolo precedente ho accennato alla interpretazione paolina della
“risurrezione dei morti”, anch’essa poco chiara e contraddittoria. A questo proposito
voglio citare un altro suo testo, tratto dalla prima lettera ai Tessalonicesi.
Ma
prima devo ricordare all’eventuale lettore che i primi cristiani, e anche
Paolo, credevano che il ritorno glorioso di Cristo sulla terra (Parusia) fosse
imminente, e che perciò la risurrezione dei morti sarebbe avvenuta quando molti
dei Tessalonicesi, destinatari delle lettera, sarebbero ancora vivi. Ecco le
parole di Paolo:
«Noi
che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore, non avremo alcun
vantaggio su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla
voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E
prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo
rapiti insieme con loro tra le nubi, per andare incontro al Signore nell’aria, e
così saremo sempre con il Signore. Confortatevi dunque a vicenda con queste
parole.» (1 Ts 4, 15-18)
La
Parusia deve ancora avvenire, e nessuno può sapere quando avverrà, ma i miei
eventuali lettori si possono anch’essi, come i Tessalonicesi, confortare con le
parole di Paolo.
Quando
essa avverrà (e sarà quando meno ce l’aspettiamo, come il ladro che viene di
nascosto di notte) se essi fossero già morti, risorgeranno gloriosi, e saranno
rapiti tra le nubi, per andare incontro al Signore nell’aria. Se saranno ancora
vivi si accoderanno al corteo dei risorti e saranno anch’essi assunti in cielo
per stare sempre col Signore. E’ una beata speranza e anche una bella, ma vaga
rappresentazione della vita futura “tra le nubi nell’aria”. Paolo dice che da
vivo era stato rapito al terzo cielo, cioè al Paradiso, ma non sa se col corpo
o senza corpo, e non dice com’era questo Paradiso. (2 Cor 12,2-4)
Mi
accorgo di aver fatto delle digressioni rispetto al tema del capitolo, e torno
brevemente all’argomento, per concluderlo.
Paolo
tira in ballo sempre il suo vangelo, cioè la sua interpretazione della dottrina
di Cristo, che abbiamo visto quanto poco collimi col Vangelo; ma tra i vari accenni al suo vangelo ce n’è
uno che ci meraviglia molto, perché parlando della Legge dice:
«Tutti
quelli che hanno peccato senza la legge periranno anche senza la legge; quanti
invece hanno peccato sotto la legge saranno giudicati con la legge… Così
avverrà nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di
Gesù Cristo, secondo il mio vangelo.»
(Rm 2, 12 ss)
Sicché
Dio giudicherà i segreti degli uomini secondo il vangelo di Paolo, e non
secondo il Vangelo di Gesù? La prima volta che ho letto questo testo, ho subito
creduto che ci fosse un errore di traduzione; ma ho consultato il testo greco:
la traduzione è esatta! E in realtà da tutto quello che finora ho scritto si
evince che Paolo ha un vangelo tutto suo, che piace molto specialmente oggi,
perché è un vangelo orgoglioso e imperioso, pieno di autoesaltazioni e di vanterie.
Infatti
Paolo nelle sue lettere mette sempre in rilievo il suo ruolo di apostolo eletto
per convertire i pagani, e anche le sue fatiche e sofferenze, talora con grande
esagerazione. Nella prima lettera ai Corinzi egli scrive:
«Se
soltanto per ragioni umane io avessi combattuto a Efeso contro le belve, a che
mi gioverebbe?» (15,32)
Il
lettore della lettera pensa che Paolo, come tanti martiri, abbia dovuto
combattere nell’arena contro leoni, orsi e tigri; no, si tratta semplicemente,
come Luca ci dice negli Atti (19,23 ss), di un tumulto suscitato contro di lui
e i suoi compagni dall’argentiere Demetrio “che fabbricava tempietti di
Artemide (= Diana) e procurava in tal modo non poco guadagno agli artigiani”.
Costoro
evidentemente temevano, col diffondersi del Cristianesimo nella città e nella
regione, di perdere la loro lucrosa attività. I contestatori si riunirono in
una specie di assemblea tumultuosa, ma il magistrato della città calmò i
dimostranti, dicendo che potevano essere accusati di sedizione dal governatore
romano, “non essendoci alcun motivo per cui si possa giustificare questo
assembramento”.
Nella
seconda lettera agli stessi Corinzi scrive:
«Mi è
stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di
schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia… Perciò mi compiaccio nelle mie
infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce
sofferte per Cristo.» (12, 7 ss)
Questo
parlare sempre di sé, questo orgoglioso proporsi come l’apostolo predestinato a
convertire i pagani, questo ricordare le sue sofferenze, a noi modesti seguaci
di Cristo non sembra atteggiamento da santo.
Nella
lettera ai Colossesi mi sembra che la sua vanteria passi proprio il segno: «Io
sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne
quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la
Chiesa.» (1, 24)
Sicché
ai patimenti di Cristo mancava qualcosa per redimere l’umanità, ed è stato
Paolo ad aggiungere quello che mancava. Questa affermazione, che a me sembra
blasfema, è molto citata dagli esegeti come grandiosa sintesi soteriologica.
Sì,
questi apologisti (biblisti, teologi, scrittori religiosi, ecc.) sanno scrivere
tanti esaltati panegirici per “completare” l’apoteosi che lo stesso Paolo ha
iniziato della sua persona nella lettera a Timoteo, al quale scrive:
«Ho
combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la
fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice,
mi consegnerà in quel giorno.» (2 Tm4, 7-8)
A
leggere le esaltazioni di questi apologisti resto un po’ turbato, perché penso che forse io ho
“perduto il ben dell’intelletto” (Inf III, 18) nel giudicare poco evangelico e
soprattutto poco opportuno quel dettato paolino che loro esaltano in sommo
grado.
La
lettera ai Romani, che a me appare prolissa, retorica e spesso astrusa, per il
commentatore della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) “è un classico della
letteratura universale”.
La
seconda lettera ai Corinzi, tutta polemiche, accuse e vanterie, è così
presentata: «Da tutta la lettera emerge gigantesca la figura di Paolo, la sua
personalità compatta, la sua dedizione a Cristo, l’alta coscienza del ministero
apostolico.»
La
lettera ai Galati, nella quale Paolo afferma quella grossa menzogna di cui ho
parlato, fa scrivere all’esegeta: «Questa lettera breve, ma densa e
appassionata, è la più paolina di
tutte per il carattere vigoroso del discorso e per l’insegnamento relativo alla
libertà cristiana. Egli si presenta subito come apostolo autentico, che ha
ricevuto la sua missione non da uomini, bensì direttamente da Dio.»
Mi
sono quasi stancato a fare tutte queste citazioni “paoline” e a riportare i
giudizi degli esaltatori; l’eventuale lettore, se ne avrà voglia, giudicherà
per conto suo se io ho ragione o torto, ma per giudicare dovrebbe prima
leggersi bene tutte le lettere, senza alcun pregiudizio.
Ora
voglio accennare a un ultimo aspetto, quello letterario, delle lettere, per poi
chiudere finalmente il discorso su San Paolo, discorso che io non avrei mai
iniziato se non ci fosse stata da parte di Benedetto XVI questa pomposa ma
inopportuna proclamazione dell’anno paolino, col pressante invito a leggere le
sue lettere quale fondamento del Cristianesimo.
Nella
seconda lettera ai Corinzi Paolo scrive:
«E se anche sono un profano nell’arte del parlare,
non lo sono però nella dottrina, come vi abbiamo dimostrato in tutto e per
tutto davanti a tutti.» (11,6) È una falsa modestia la sua, perché proprio
nella retorica (l’arte del parlare) egli eccelle, mentre nella dottrina abbiamo
già visto quanto essa poco collimi con quella di Cristo.
Paolo aveva certamente una cultura superiore a
quella degli altri apostoli, talora umili pescatori, come Pietro e suo fratello
Andrea; era cresciuto in una provincia romana (Cilicia) di lingua greca, che
lui parlava correntemente come l’ebraica. Dell’ebraismo aveva una conoscenza
profonda, acquisita a Gerusalemme alla scuola del rabbino Gamaliele, ma era
imbevuto di cultura ellenistica, e conosceva bene la sofistica allora di gran
moda, la quale nelle scuole, nei circoli
e nelle accademie alimentava le controversie, le diatribe e le dissertazioni
accanite su argomenti anche fatui.
L’arte oratoria era allora la materia base per
l’uomo che voleva avere successo nel campo politico o sociale. Con l’oratoria
forense e quella politica, nell’età ellenistica fu fiorente quella epidittica,
usata nei discorsi celebrativi. L’oratoria sacra era una branca di quella
epidittica, e fu in auge nei primi secoli del Cristianesimo, da parte di quelli
che lo difendevano (apologisti) o lo accusavano. Paolo, essendo nato e
cresciuto in una provincia romana (Cilicia) molto vicina all’isola di Rodi, che
allora era «l’Università» più prestigiosa dell’ellenismo negli insegnamenti di
retorica e sofistica, è molto probabile che abbia conosciuto le opere retoriche
di Cicerone (De oratore, Brutus, Orator) che nel mondo romano facevano testo
nel campo della retorica.
Paolo, bisogna riconoscerlo, era un bravo retore,
molto abile nei dibattiti e nelle dimostrazioni, e quando l’illetterato Pietro
osò andare ad Antiochia, che lui considerava il centro (temporaneo prima di
Roma) della sua attività missionaria, lo subissò in assemblea accusandolo di
errore, ipocrisia e simulazione.
Egli usa accortamente tutto l’armamentario delle
diatribe stoico-ciniche. Abbiamo nelle lettere un gran numero di parallelismi,
contrapposizioni, antifrasi, interrogazioni retoriche, climax, esclamazioni,
paradossi, ossimori, cioè frasi a effetto che incantavano per la loro
originalità. Un esempio ne è la stupefacente affermazione di Rm 9,3:
«Dico la verità in Cristo, non mentisco, e la mia
coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande
dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti esser io stesso anatema,
separato da Cristo, a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la
carne.»
È mai credibile che lui voglia essere dannato
perché gli Ebrei siano salvi? Perché dice una simile assurdità?
Egli spesso esagerava nella sua logorrea. Molti
periodi esprimono concetti affastellati e contorti, da cui non facilmente si
ricava un senso intelligibile; sono “tirate” miranti solo a stupire.
Come esempio di queste astruserie invito a leggere
il capitolo 3 della lettera ai Romani sulla Grazia e la Fede, e il capitolo 7
sulla legge e la schiavitù del peccato. Anche il capitolo 14 della prima
lettera ai Corinzi è una tiritera sul dono delle lingue e della profezia, e il
cap. 15 (12-78) sulla resurrezione dei morti. Che cosa poi sia il «dono delle
lingue» non sappiamo; forse nel diventare poliglotta? Paolo all’inizio del
capitolo 13 della stessa lettera dice:
«Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli
angeli…».
Sembra dunque di capire che il carisma consista nel
conoscere non solo le lingue degli uomini, ma anche quelle degli angeli, quindi
non per applicazione di studio, ma per «scienza infusa».
Anche la tirata sulla resurrezione dei morti è
molto astrusa e contraddittoria. Talora queste sue tiritere sono dei veri «non senso»[1],
che però titillano gli orecchi degli esegeti esaltatori. Non mi voglio
dilungare, e invito gli eventuali lettori a leggersi bene tutte le lettere per
farsene un’idea personale. Può darsi che a qualcuno sembri tutto bello, tutto
vero, tutto chiaro e tutto opportuno: è questione di gusto (esegetico ed
estetico) e «de gustibus non est
disputandum». I biblisti esegeti non fanno che esaltare proprio quelle
lettere o quei capitoli che più ci lasciano perplessi o addirittura ci
scandalizzano, tanto sono opposti all’insegnamento di Cristo. Paolo presume di
esserne il perfetto imitatore, il vero apostolo predestinato ed eletto, per cui
scrive:
«Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo.»
(1 Cor 11,1)
E i teologi esalatori ne sono entusiasti. Nella
presentazione delle lettere Piero Rossano presenta Paolo come un campione
«provato e temprato da fatiche, paragonabili soltanto nell’antichità a quelle
di Alessandro Magno e di Giulio Cesare», e poi dice che «la seconda lettera ai
Corinzi va annoverata tra le opere letterarie più significative dell’umanità.
Per trovare qualcosa di simile bisogna leggere l’Apologia di Socrate di Platone o il Discorso per la corona di Demostene.» (Bibbia Emmaus – San Paolo
pag.1998)
Nella Bibbia CEI un altro teologo afferma:
«La lettera ai Romani è un classico della
letteratura universale.» (pag.1195) Peccato che ancora non l’abbiano inserita
nelle Antologie dei licei classici!

L’apoteosi di Paolo comincia con quanto egli dice
nella seconda lettera a Timoteo sulla “corona di giustizia che il Signore,
giusto giudice, gli consegnerà nel
giorno della morte” (4,8). I biblisti dicono che le due lettere a Timoteo e
quella a Tito sono state probabilmente redatte nell’attuale definitiva stesura
da un suo discepolo. Se è così, e la redazione di quel testo non è scrittura di
Paolo, essa rispecchia certamente la sua convinzione di meritare la corona di
gloria.
Ma colui che maggiormente esalta Paolo è il suo
discepolo Luca negli Atti, detti degli
Apostoli, ma che noi potremmo chiamare dell’Apostolo,
perché in essi si parla soprattutto di Paolo, e dal capitolo 16 in poi solo di
lui, del quale Luca fu fedele compagno sino a Roma.
L’evento più straordinario della vita di Paolo fu
certamente la sua conversione miracolosa sulla via di Damasco, quando Gesù gli
apparve e gli parlò in un bagliore che lo rese cieco finché Anania, mandato dal
Signore, non gli impose le mani in segno di trasmissione dello Spirito. È
davvero strano che Paolo nelle sue lettere mai accenni a questo evento
fondamentale della sua elezione; invece di tante vanterie, sarebbe bastato
questo solo evento miracoloso a legittimarlo come apostolo eletto.
Paolo nelle sue lettere parla spesso del suo
passato di persecutore della Chiesa (1 Cor 15,8; Fil 3,6; Gal 1,13; 1 Tm 1,12),
ma mai della sua miracolosa conversione.
Essa ci è narrata tre volte negli Atti, la prima
volta (9,15 ss) da Luca in qualità di cronista, la seconda volta (22,6 ss) con
le parole di Paolo davanti al popolo di Gerusalemme, la terza volta (26,12 ss)
sempre con le parole di Paolo in Cesarea, davanti al re Agrippa, a sua moglie
Berenice e al governatore romano Porcio Festo. È ovvio che anche i due racconti
attribuiti a Paolo sono redatti da Luca, che non può averli appresi se non
dalla bocca dell’apostolo.
Le tre versioni presentano piccole varianti e
qualche aggiunta (specialmente la terza), ma tutte concordano in due
affermazioni importanti:
prima: la
straordinaria missione affidata a Paolo presso i pagani (ad gentes);
seconda: il particolare che, da Damasco, Paolo si
recò subito a Gerusalemme e non in Arabia, come egli vuole far credere,
affermando che a Gerusalemme andò solo dopo tre anni. (Gal 1,15-17)
La Chiesa Cattolica e quella Ortodossa hanno sempre
considerato Pietro e Paolo le colonne, i pilastri del Cristianesimo; i due
santi sono stati accomunati nelle
festività, nelle celebrazioni e anche nella toponomastica. Molte chiese e
parrocchie sono intitolate ai due santi, come il bel tempio eretto in Roma
all’Eur. Io invio i miei modesti risparmi a una missione in India che è appunto
intitolata a Pietro e Paolo, tanto i due santi sono venerati anche nelle terre di missione.
Io riconosco la grandezza della figura di Paolo, ma
la sua dottrina e il suo comportamento, quali appaiono dalle lettere, non mi
sembrano quelli inculcatici da Gesù Cristo, quali ci vengono riferiti dai
vangeli, specialmente da quelli sinottici, che sono i più antichi e genuini.
Perciò ho ritenuto inopportuna questa celebrazione dell’anno paolino, questa
enfatizzazione della sua personalità e della sua «filosofia», questo invito a
leggere le sue lettere come fondamenti teologici e anche come capolavori
letterari.
Io non avrei mai scritto qualcosa su Paolo se non
fosse stato proclamato questo anno celebrativo. Non è che io anche prima non
avessi le mie riserve su Paolo, fin da quando, giovane seminarista, lessi la
prima volta le sue lettere. Ma sia allora sia in seguito non ho voluto
scriverne, ricordandomi dell’adagio popolare: «Scherza con i fanti e lascia
stare i santi.» Essi sono ormai aureolati nelle loro nicchie, hanno acquisito
anche un significato emblematico e simbolico, sono stati quasi mitizzati, e non
era proprio il caso di tornare su di essi con un’analisi storica ed esegetica.
Anche per l’Antico Testamento io non avrei mai
scritto che non è tutta parola di Dio,
se la “Dei verbum” non l’avesse affermato quasi come una sfida. La Chiesa con
le sue “assolutizzazioni” sembra qualche volta che voglia sfidare la scienza,
la storia e anche il buon senso.
La figura di San Paolo giganteggia dinanzi alla
basilica di San Pietro nella sua bella statua che fa il pendant con quella di Pietro in cima alla scalinata. Quando io, negli anni verdi, passavo spesso davanti
a lui, che mi guardava impettito e con quella spada impugnata, chinavo la testa
un po’ impressionato dal suo atteggiamento minaccioso. Oggi, negli anni secchi, anche se potessi
uscire di casa e camminare, non oserei più passargli dinanzi, nel timore che
quello spadone me lo cali “tra capo e collo” come a un nemico personale.
E a quelli che riteneva nemici egli non era
disposto a perdonare, come dice nella seconda lettera ai Corinzi:
«L’ho detto prima… e lo ripeto ora a tutti quelli
che hanno peccato e a tutti gli altri: quando verrò di nuovo non perdonerò
più.» (cap. 13, v 2)
Evidentemente egli aveva almeno una volta perdonato
i Corinzi peccatori, e ora non vuole perdonare una seconda volta. Ma Cristo ci
ha insegnato diversamente.
«Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse:
“Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me?
Fino a sette volte?” E Gesù gli rispose: “ Non ti dico fino a sette, ma fino a
settanta volte sette”.» (Mt 18, 21-22)
I Corinzi che avevano accolto i “superapostoli” non
avevano peccato contro Dio, ma offeso Paolo che si riteneva l’unico e legittimo
testimone di Cristo e interprete del Vangelo. Quelli che non sono con lui, che
non si accodano a lui, egli li ritiene nemici e peccatori, li dichiara
“anatema” e li affida a satana. «Se qualcuno non ama il Signore, sia anatema.»
(1 Cor 16-22)
La parola “anatema” piace molto a Paolo; alla
lettera significa “cosa posta da parte, cosa esclusa”, ma per l’Apostolo
significa “maledetto, (con)dannato”, significato che è stato accolto e
volentieri usato dalla Chiesa. Paolo arriva ad attribuire questa fosca parola
anche a se stesso:
«Dico la verità in Cristo, non mentisco, e la mia
coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande
dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti esser io stesso anatema, separato da Cristo, a vantaggio
dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne.» (Rm 9, 1-3)
È uno di quegli ossimori [=espressioni pazze] a cui
ho accennato sopra e a cui Paolo spesso ricorre, ritenendo di essere così più
efficace. Invece fa soltanto sorridere del suo retoricume il lettore più accorto.
Ma veramente Paolo vorrebbe essere anatema, separato da Cristo, e andare
quindi all’Inferno, affinché i suoi fratelli Ebrei possano credere in Cristo e
andare in Paradiso?
È un’assurdità, una di quelle folli espressioni che
piacciono al retore, e anche ai moderni esegeti esaltatori, dei quali uno
asserisce che Paolo “disdegna gli artifici della forma letteraria… e fa uso
spontaneo di figure poetiche e retoriche.” È insomma un retore e un poeta di
sua natura, non per artificio letterario!
Mi accorgo di aver fatto una digressione, non so se
utile o inutile, ma ora torno all’argomento.
Al lettore potrà sembrare che io ce l’abbia con San
Paolo, chissà perché. Invece io non ho nulla contro di lui: è stato quel santo
che è stato, accettato e venerato da tutta la Cristianità. Io piuttosto me la
prendo per le inopportune enfatizzazioni e le esagerate esaltazioni della sua
personalità e della sua dottrina. Sono anch’io sicuro che Paolo è in Paradiso;
si sarà certamente emendato del suo orgoglio, e poi è morto martire di Cristo:
perciò io voglio pregarlo:
«Caro Paolo, non ti sdegnare per quanto ho scritto
“in contraddittorio” non con te, ma con i tuoi esaltatori. Se io ho esagerato
nel contraddittorio, perdonami tu e chiedi a Dio il perdono per me peccatore.
Sono sicuro che mi ascolterai, perché sei stato sempre un uomo sensibile, anche
se talora sdegnoso. Così sia.»
Nel tempo in cui ho insegnato a Roma, dal 1964 al
1973, e poi quando, pensionato, vi sono tornato nel 1992, io spesso ho
assistito alla solenne messa nella basilica di San Pietro o alla sua
celebrazione nella piazza antistante.
Ho quindi più volte ammirato e osservato l’esterno
e l’interno della basilica, alla cui realizzazione hanno lavorato tanti artisti
famosi. Mai però mi ero potuto soffermare su tutti i monumenti che ne adornano
l’interno.
Durante il Giubileo del 2000 ebbi l’opportunità,
cioè il permesso speciale, di visitare la basilica nelle prime ore del mattino,
mentre era ancora chiusa per il pubblico. Ero accompagnato dall’addetto che mi
aveva procurato il permesso, e potevo osservare tutto a mio bell’agio.
Nella basilica c’erano studiosi singoli e a piccoli
gruppi che giravano dappertutto scattando fotografie e prendendo appunti. Io
non avevo portato la macchina fotografica, ma potei prendere qualche appunto.
Conoscevo bene alcuni monumenti molto noti, come l’antica statua di San Pietro,
la Pietà di Michelangelo e il mirabile baldacchino del Bernini, e perciò volsi
la mia attenzione agli altri monumenti che erano quasi tutti artistici sepolcri
di papi.
Volli prenderne nota e ora voglio riportarne
l’elenco, in ordine cronologico di pontificato, per chi volesse servirsene in
una sua visita alla basilica. Se il vecchio mio appunto non mi tradisce, i papi
sepolti in San Pietro sono i venti che elenco:
1 - Innocenzo VIII (G. Battista Cybo, genovese,
1484-92)
2 - Paolo III (Alessandro Farnese, romano, 1534-49)
3 - Leone XI (Alessandro dei Medici, fiorentino,
1605)
4 - Urbano VIII (Maffeo Barberini, fiorentino,
1623-44)
5 - Alessandro VII (Fabio Chigi, senese, 1655-67)
6 - Clemente X (Emilio Altieri, romano, 1670-76)
7 - Innocenzo XI (Benedetto Odescalchi, romano,
1676-89)
8 - Alessandro VIII (Pietro Ottoboni, veneziano,
1689-91)
9 - Innocenzo XII (Antonio Pignatelli, lucano,
1691-1700)
10 - Benedetto XIV (Prospero Lambertini, bolognese,
1740-58)
11 - Clemente XIII (Carlo Rezzonico, veneziano,
1758-69)
12 - Pio VI (G. Angelo Braschi, cesenate, 1775-99)
13 - Pio VII (Barnaba Chiaramonti, cesenate,
1800-23)
14 - Leone XII (Annibale Della Genga, umbro,
1823-29)
15 - Pio VIII (G. Andrea Albani, marchigiano,
1829-30)
16 - Gregorio XVI (Mauro Cappellari, bellunese,
1831-46)
17 - Pio X (Giuseppe Sarto, veneto, 1903-14)
18 - Benedetto XV (Giacomo Della Chiesa, ligure,
1914-22)
19 - Pio XI (Achille Ratti, lombardo, 1922-39)
20 - Giovanni XXIII (A. Giuseppe Roncalli, bergamasco,
1958-63)
Se in questo elenco ci sono errori od omissioni,
chiedo scusa, mi servo della mia memoria e di un vecchio elenco. Del resto la
cosa non ha importanza per quello che io voglio dire, che cioè la basilica è
non tanto il Tempio di Dio, quanto il sepolcreto dei papi, e non solo.
Ci sono anche i sepolcri di Matilde di Canossa
(1046-1115) e di Maria Clementina Sobieski, donne benemerite della Chiesa, e il
cenotafio della regina Cristina di Svezia (1626-89) pregevole opera di Carlo
Fontana. Ci sono poi nelle nicchie dei pilastri innumerevoli statue di santi
antichi e moderni, dei fondatori degli ordini religiosi, e tante reliquie di
cui è ragionevole dubitare l’autenticità, come per esempio la lancia di San Longino,
il Volto Santo della Veronica e un pezzo della croce di Cristo portato a Roma
da Sant’Elena, madre di Costantino.
C’era anche la testa di Sant’Andrea, portata in
Italia dai crociati, la quale è stata nel 1964 da Paolo VI restituita alla
Chiesa Ortodossa di Patrasso, da dove era stata trafugata.
Secondo quanto ho letto[2],
nel Sancta Santorum c’era, tra le
altre reliquie, anche il prepuzio asportato a Gesù all’atto della sua
circoncisione. Esso sarebbe stato trafugato da un lanzichenecco nel sacco del
1527, e portato a Calcata. Questo piccolo lembo di carne sarebbe stato
conservato incorrotto e custodito (non si sa da chi) per oltre 15 secoli!
Bel fondamento per il culto delle reliquie!
A questo proposito voglio ricordare che nel 2005,
quando la Giornata Mondiale della Gioventù si tenne a Colonia, presieduta da
papa Ratzinger, furono oggetto di grande richiamo e venerazione le ossa dei
santi re Magi conservate in quella cattedrale.
Come possiamo credere a simili leggende?
Un solo evangelista, Matteo, parla di questi Magi
venuti dall’Oriente (probabilmente dalla Persia); non dice quanti fossero
(“alcuni”), e aggiunge che dopo la visita a Gesù «fecero ritorno al loro
paese». (2, 1-12)
Questo è quanto ci dice il Vangelo; ma ora la
Chiesa ci dice che erano tre, che divennero santi (S. Gaspare, S. Melchiorre e
S. Baldassarre) e che le loro ossa sono conservate e venerate nella cattedrale
di Colonia. Nel Medioevo, specialmente al tempo delle crociate, ci fu un grande
commercio delle reliquie, delle ossa e dei crani di presunti apostoli o santi. Se
anche nel passato queste strane reliquie furono ritenute vere, la Chiesa ora,
per non esporsi al ridicolo, dovrebbe riconoscere che sono dei falsi. Ma il
popolo credulone, o meglio idolatra, protesterà! Conviene continuare a
crederci, perché queste reliquie procurano anche molte offerte devote.
Da quanto ho detto della basilica, è chiaro che
essa non è il tempio di Dio, è tutt’al più un museo; possiamo anche chiamarla il Sepolcreto dei papi, di quelli
almeno che i successori vollero celebrare. È
strano che Paolo V (Camillo Borghese, romano, 1605-21) che terminò la
fabbrica e fece incidere sul frontone la grande iscrizione di dedica nel 1612,
non sia seppellito nella basilica. Egli si era fatta costruire una sua
personale cappella (Cappella Paolina) nella Basilica di Santa Maria Maggiore,
dove volle essere seppellito. Ma sul frontone di San Pietro il suo nome risalta
nella iscrizione dedicatoria, perché le parole “Paulus V Borghesius Romanus
Pont. Max.” sono le sole che a prima vista si leggono, in quanto occupano tutta
la lunga zona sporgente sottostante il timpano. Sembra insomma che tutta la
basilica sia a lui dedicata.
I monumenti funebri sono spesso opere di scultori
famosi, come Bernini, G. Dalla Porta, Pollaiolo, Della Valle, Canova e
Canonica.
Ai piedi o ai lati dei monumenti sono spesso
rappresentate statue di donne formose simboleggianti le virtù. Quelle della
Verità e della Giustizia furono rappresentate nude, e solo in seguito, per
togliere lo scandalo (non avvertito nel fervore del Rinascimento), furono
rivestite di ampi manti metallici.
Ho una volta avuto occasione di parlare di tutto
ciò con un mio amico esperto di arte, il quale era con me d’accordo che S.
Pietro non è davvero un tempio a Dio, ma, diceva lui, neppure un sepolcreto
(come voleva essere il Pantheon per i re d’Italia) e neppure un Mausoleo. Il
mausoleo era la tomba monumentale di un solo defunto. Quello di Alicarnasso,
una delle sette meraviglie del mondo antico, era stato eretto al marito
Mausoleo da Artemisia, regina della Caria (Asia Minore) nel IV secolo a.C.
Il mausoleo di Adriano (oggi Castel Sant’Angelo) custodiva
le spoglie di questo imperatore. Secondo l’esperto (e io fui d’accordo con lui)
il nome adatto alla basilica è famedio,
cioè “Tempio della Fama”, considerando la fama proprio come una divinità a cui
si rende culto invece che a Dio.
Sarebbe adatto anche il termine Museo nel senso
originario di tempio o sede delle nove Muse, le dee che presiedevano e
proteggevano le Arti Belle, la Poesia e le Scienze.
Al mio amico piaceva anche il termine Teatro, cioè
il luogo dove il popolo si riuniva per assistere alle rappresentazioni drammatiche,
le quali in Atene avevano sempre un senso religioso e morale.
Oggi in San Pietro si tengono le rappresentazioni
sacre, con una spettacolarità, una scenografia, uno splendore di costumi, di
danze, con un accompagnamento di orchestre e di cori e una regia così sapiente
e accurata, che gli Ateniesi o i Siracusani neppure si sognavano. Sono
spettacoli pomposi e solenni ai quali il pubblico assiste, comodamente seduto,
come in un vero e proprio teatro.
Del resto, che la basilica non sia in onore di Dio,
e non sia quindi un tempio, lo dice anche l’iscrizione dedicatoria sul
frontone, la quale (in latino) dice:
«In onore del principe degli Apostoli [Pietro]
Paolo V Borghese, romano pontefice massimo, [dedicò] nell’anno 1612, settimo
[del suo pontificato].»
Quindi sembrerebbe un tempio in onore di San
Pietro, il quale dentro la basilica è presente, davanti all’ultimo pilastro di
destra, in una statua bronzea molto antica, il cui piede destro è consumato dai
baci dei fedeli.
E questo è un bell’esempio di idolatria, la quale
ormai nella Chiesa non è più strisciante, come io paventai anni fa, ma
trionfante.
Ma ora, io chiesi all’amico, stando così le cose,
che cosa si potrebbe fare?
Una sola cosa si potrebbe, e si dovrebbe, fare – mi
ha risposto l’amico. Togliere dalla basilica tutti i monumenti e tutte le
statue, per sistemarle in un Museo apposito (Museo della Basilica) da costruire
nei Giardini Vaticani, scalpellare la scritta esistente sostituendola, nella
parte sporgente sotto il timpano, con le semplici parole «In Honorem Dei» a
lettere cubitali in modo da occupare tutto lo spazio. In tal modo si potrebbe
restituire la basilica al culto divino con riti veramente religiosi e non
teatralmente spettacolari e miranti, come ora, a esaltare in Mondovisione la Chiesa
cattolica e i suoi ministri dalle mitrie sesquipedali, dalle porpore e dai
preziosi ornamenti. Ma un tale radicale cambiamento – ha concluso l’amico –
potrebbe essere operato solo da un papa lontano dalla tradizione e vicino al
Vangelo delle origini, forse da quel papa nero di cui tu hai parlato.
«Non sono io che ne ho parlato – ho corretto
sorridendo – ma quell’Anonimo Romano nel suo diario del 2050.»
Così concludemmo la nostra amichevole
conversazione, e io ora concludo questo capitolo, per aprirne un altro.
Ma devo aggiungere qualche particolare per
dimostrare che questi mausolei di papi in San Pietro stonano assai. Quasi
tutti, specie quelli del Rinascimento, sono papi mondani, talora simoniaci,
quasi sempre nepotisti.
Paolo III (Alessandro Farnese) eletto cardinale a
25 anni nel 1493 da Papa Borgia, perché fratello della sua nuova amante Giulia,
fu eletto papa nel novembre 1534, e il mese successivo nominò subito cardinali
due nipoti, l’uno figlio di suo figlio Pier Luigi, l’altro figlio di sua figlia
Costanza. Il monumento funebre di questo campione di moralità, opera insigne di
Guglielmo della Porta, abbellisce veramente la casa del Signore! Lo stesso
malfamato Alessandro VI (Rodrigo Borgia, spagnolo, 1492-1503) in un primo tempo
era stato anche lui inumato in San Pietro, ma poi, per fortuna, la sua salma
venne trasferita nella chiesa di Santa Maria in Montesanto. Non fu più stimata
degna della basilica-famedio, ma più che degna di una Casa di Dio!
L’Antica Alleanza è quella che Jahvè stipulò con
Abramo nei primordi della storia ebraica, cioè nel XIX secolo a.C.
«Io sono il Signore che ti ha fatto uscire da Ur
dei Caldei per darti in possesso questo paese… Guarda in cielo e conta le
stelle, se riesci a contarle… Tale sarà la tua discendenza… Alla tua
discendenza io do questo paese dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume
Eufrate; il paese dove abitano i Keniti, i Kenizziti, i Kadmoniti, gli Hittiti,
i Perizziti, i Refaim, gli Amorrei, i Cananei, i Gergesei, gli Evei e i Gebusei.»
(Gn 15, 5 ss)
Il patto di alleanza viene rinnovato e precisato
con Mosè nel XIII secolo a.C.: «Ecco io
mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel
luogo che ho preparato. Se tu ascolti la sua voce e fai quanto ti dirò, io sarò
il nemico dei tuoi nemici e l’avversario dei tuoi avversari. Quando il mio
angelo camminerà alla tua testa e ti farà entrare presso l’Amorreo, l’Hittita,
il Perizzita, il Cananeo, l’Eveo e il Gebuseo, e io li distruggerò… dovrai
demolire e dovrai frantumare le loro stele [quelle innalzate ai loro dei]…
Terrò lontana da te la malattia. Non vi sarà nel tuo paese donna che abortisca
o che sia sterile. Ti farò giungere al numero completo dei tuoi giorni. Manderò
il mio terrore davanti a te e metterò in rotta ogni popolo in mezzo al quale
entrerai… Stabilirò il tuo confine dal Mar Rosso fino al mare dei Filistei, e
dal deserto fino al fiume, perché ti consegnerò in mano gli abitanti del paese
e li scaccerò dalla tua presenza.» (Es 23, 20-31)
Nel capitolo 7 del Deuteronomio sono nominate le
sette nazioni «più grandi e più potenti» di Israele da distruggere (1-2), e poi
Jahvè aggiunge:
«Il Signore tuo Dio ti ha scelto per essere il suo
popolo privilegiato fra tutti i popoli che sono sulla terra.» (versetto 6)
In seguito Jahvè torna ad ammonire Mosè:
«Soltanto nelle città di questi popoli che il
Signore tuo Dio ti dà in eredità non lascerai in vita alcun essere che respiri,
ma li voterai allo sterminio.» (Dt 20, 16-17)
E sterminio equivale a olocausto.
Non voglio riportare gli altri innumerevoli passi
dell’Antico Testamento in cui si esprimono i medesimi concetti di “popolo
eletto” e gli stessi perentori comandi di distruggere ogni essere vivente degli
altri popoli, e quindi anche gli animali, salvando solo, in qualche rara
occasione, le fanciulle vergini, per farsene concubine, e i fanciulli, per
farsene schiavi.
Dunque l’Antica Alleanza tra Jahvè e Israele è una
vera e propria alleanza militare, nella quale Jahvè guida “con braccio fermo e
mano potente” il suo popolo alla distruzione dei popoli che abitavano la vasta
regione che era stata loro assegnata dal Nilo all’Eufrate, praticamente “il
triangolo fertile” del Vicino Oriente. Israele, in base all’alleanza, deve
obbedire agli ordini di Jahvè, deve distruggere gli altari e “le stele” degli
altri dei e restare sempre fedele al suo dio, che è «un Dio geloso, il quale
punisce le colpe dei padri nei figli sino alla terza e quarta generazione» (Es
20, 5; Es 34, 5; Dt 5, 9).
E infatti, tutte le volte che il popolo ebraico
sgarra, la vendetta divina piomba su di lui inesorabile, talora senza
distinguere colpevoli e innocenti. Porto due soli esempi, tra i moltissimi che
l’Antico Testamento ci offre.
Quando il popolo si mise ad adorare il vitello
d’oro, Mosè per l’ira «scagliò via le tavole [della legge] spezzandole ai piedi
della montagna [il Sinai].» Non possiamo non rilevare l’atto sacrilego di Mosè
che infrange «le due tavole della testimonianza, tavole di pietra, scritte dal
dito di Dio.» (Es 31, 18)
Ma non è sacrilegio, bensì zelo divino per Jahvè,
il quale in seguito riscrive col suo dito altre due tavole. E lo zelo divino
invase Mosè il quale gridò ai figli di Levi:
«Dice il Signore, il Dio d’Israele: ciascuno di voi
tenga la spada al fianco. Passate e ripassate nell’accampamento da una porta
all’altra; uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno
il proprio parente. I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosè, e in
quel giorno perirono circa tremila uomini del popolo.» (Es 32, 19 ss)
Il secondo esempio lo traggo dal libro dei Numeri,
capitolo 25.
I Moabiti, guidati dal re Balak, non avevano osato
combattere contro Israele, che nella sua marcia aveva già distrutto quattro
nazioni , e perciò aprirono le porte a Israele, arrendendosi a discrezione.
«Israele si stabilì a Sittim e il popolo cominciò a
trescare con le figlie di Moab. Esse invitarono il popolo ai sacrifici offerti
ai loro dei; il popolo mangiò e si prostrò davanti ai loro dei… e l’ira del
Signore si accese contro Israele. Il Signore disse a Mosè: “Fa appendere al
palo i colpevoli, davanti al Signore, al sole, perché l’ira ardente del Signore
si allontani da Israele”.»
Mosè diede l’ordine della strage e «di quel
flagello morirono ventiquattromila persone.»
Mi sono stancato a riportare le citazioni dell’Antico
Testamento riguardanti il tipo di alleanza tra Jahvè e Israele. A noi cristiani
non piace, o meglio non dovrebbe piacere questo tipo di alleanza, ma il
Magistero non la pensa come i comuni fedeli che hanno presenti i precetti
evangelici, e si meravigliano che il Concilio Vaticano II nella sua
Costituzione dogmatica “Dei Verbum” al n. 11 dica che Dio, ispirando gli autori
della Bibbia, ha fatto sì che essi scrivessero «tutte e soltanto quelle cose
che Egli voleva».
Non so se gli Ebrei oggi considerino la loro Bibbia
tutta parola di Dio, ma se questa fosse la loro fede, io non me ne
meraviglierei affatto, perché è nell’ordine delle cose. Quello che trovo strano
è che la Chiesa Cattolica proclami “parola di Dio” l’Antico Testamento,
compresi anche i sette libri che gli stessi Ebrei rifiutano, considerandoli
apocrifi (Tobia, Giuditta, 1 Maccabei, 2 Maccabei, Baruc, Siracide, Sapienza).
Gli Ebrei rifiutano anche le sezioni greche del
libro di Daniele e di quello di Ester; ma per la Chiesa sono tutti parola di
Dio, tutti voluti e dettati da Dio, mediante l’ispirazione celeste agli
agiografi. Questa paternità divina cozza spesso con le stesse affermazioni
contenute nei testi; per esempio nel Siracide [figlio di Sirach] l’autore dice:
«Questa dottrina di sapienza e di scienza ha condensato in questo libro Gesù,
figlio di Sirach, figlio di Eleazaro, di Gerusalemme.» (50, 27)
Nel prologo dello stesso libro, il compilatore, che
si dice nipote di Gesù, dichiara che nell’anno trentottesimo del re Evergete,
essendo andato in Egitto, rinvenne questo manoscritto scritto dal nonno in
ebraico e, considerandolo di «grande valore educativo» decise di tradurlo e
diffonderlo in lingua greca.
Queste sagge riflessioni di Gesù, figlio di Sirach,
per la Chiesa sono diventate «parola di Dio». È anche buffo che nelle Bibbie
CEI ed Emmaus (San Paolo), di fronte a certi episodi scandalosi o orripilanti, narrati
con un certo compiacimento, i teologi commentatori dicono che si tratta di favole
o leggende o tradizioni o indulgenze ai «generi letterari» dei compilatori di
quei testi.
E la parola di Dio si esprime così?
Se per caso qualche Ebreo osservante (integralista,
fondamentalista, tradizionalista, ortodosso) legge questo mio opuscolo, può
pensare che io voglia criticare l’Ebraismo, cioè la sua religione e cultura.
Affatto!
Considero la religione ebraica una religione
storica ammirevole per la sua aderenza alle necessità di un piccolo popolo che
ha lottato per affermarsi e difendere la sua identità e indipendenza. È stato
un popolo «dalla dura cervice», che si è ribellato più volte anche sotto i Romani,
resistendo con eroica ostinazione a ogni dominio straniero. Direi che è un caso
storico unico, e la storia è quella che è stata, e non può mutarsi, e non la
possiamo se non interpretare.
Io ammiro (quasi) questi Ebrei che hanno saputo
conservare la purezza della loro razza e la loro identità; sono un vero popolo,
una vera nazione. Noi Italiani, per esempio, siamo un confuso miscuglio di
Latini, Celti, Germani (specie Longobardi), Greci, Fenici, Arabi, Normanni,
Aragonesi e Angioini. Non siamo mai stati un vero popolo, cioè una nazione, e
oggi meno che mai, con l’illuvie dei clandestini che hanno ridotto l’Italia la
sentina di scolo della malavita internazionale. Gli Ebrei invece hanno saputo
conservare, e orgogliosamente, la propria identità etnica e culturale, che sono
valori importanti.
Orbene, a questo Ebreo ortodosso io direi: “Caro
fratello, se la tua religione ti soddisfa, se credi proprio che Jahvè ha scelto
voi tra tutti i popoli, facendo con voi una vera e propria alleanza, tieniti
pure i tuoi convincimenti. Se ti sembra giusto che Dio non sia equo con le sue
creature, trattandole bene le une e male le altre, se questo ti sembra ragionevole,
se sei in pace con la tua coscienza, che cosa posso dirti, se non augurarti di
vivere sempre in questa pace e sicurezza interiore? Ma devo constatare che il
vostro Dio non è quello fattoci conoscere da Cristo, che il vostro
comportamento morale, quale si evidenzia dall’Antico Testamento non è secondo i
precetti del Vangelo. Non me la prendo né con te né con l’Antico Testamento (ci
mancherebbe altro!), ma soltanto con la mia Chiesa che ha sancito che quei
libri venerandi, e dal punto di vista letterario abbastanza pregevoli, sono
tutta Parola di Dio, anche per i libri e le parti di essi che voi non
accettate. Non sono molto informato, ma non credo che il Sinedrio dei vostri
rabbini abbia sancito che i libri da voi accettati contengano sempre e soltanto
la parola di Jahvè.”
So che ci sono tanti Ebrei laici i quali non fanno
circoncidere più i loro figlioli, frequentano poco la sinagoga, e magari
mangiano i cibi considerati impuri, perché la ragione (spesso sono medici o
valenti scienziati) ha loro dimostrato che, per esempio, la carne di maiale non
ha nulla di impuro o nocivo alla salute, anche se il maiale si nutre e vive da porco.
Ma anche costoro non rinnegano le tradizioni e le
feste religiose, si mettono lo zucchetto quando devono apparire in qualche
cerimonia, e vivono tranquilli pensando non tanto alla religione quanto ai loro
commerci, alle loro professioni, ai loro investimenti, alle loro pubblicazioni,
insomma alla loro carriera politica, sociale, economica o accademica. Se anche
avvertono nel profondo della coscienza, almeno alcuni, che l’antica alleanza è
una costruzione ierocratica, che non regge da nessun punto di vista, non lo
rivelano, per non rischiare l’ostracismo dai loro correligionari, i quali se
non uccidono gli apostati come gli Islamici, li condannano alla morte civile,
che non è davvero piacevole.
Nell’opuscolo «L’Antico Testamento: tutta parola di
Dio?», visibile sul mio sito Internet, ho concentrato l’analisi su tre soli
temi in cui Ebraismo e Cristianesimo sono in contrasto.
Il primo e più importante è quello di Dio, e mi
sembra che da quanto ho detto si evidenzi il divario tra il geloso e permaloso
dio degli eserciti (Sabaoth) degli Ebrei e il Dio Padre comune, equo e
misericordioso che ci ha fatto conoscere Cristo, il quale certamente non si
vendica delle offese sui figli dei figli sino alla quarta generazione , ma
punisce solo il peccatore, se non si pente, perché è sempre in attesa di
riabbracciare il “figliol prodigo”.
Il secondo punto era la concezione della donna,
alla quale non era riconosciuta alcuna dignità e tanto meno la parità dei
diritti. Era considerata oggetto di piacere e anche fattrice di uomini. Gli
Ebrei, accampati in mezzo a popoli ostili e molto proliferi, avevano necessità
di fare molti figli e perciò avevano molte mogli e concubine. Tutti i
patriarchi avevano il loro harem, ma le odalische erano considerate merce di
scambio, e talora esche per i nemici.
Quando Davide per la ribellione di Assalonne deve
fuggire da Gerusalemme, molto accortamente “lasciò dieci concubine a custodire
la reggia” (!)[3]
Erano un’esca per gli inseguitori i quali nella
reggia avrebbero volentieri indugiato per godersi anche quel pasto carnale. Se
ne lasciò 10, ne aveva certamente di più. Delle mogli la Bibbia ne nomina in 2 Sam
(3, 2-5) sei, alle quali bisogna aggiungere Mikal, figlia di Saul, e Betsabea, moglie
di Uria un generale hittita al suo servizio, che egli fece uccidere. Quando
Assalonne entrò in Gerusalemme, come effettiva presa di possesso della reggia,
fece alzare una tenda sulla terrazza ed “entrò dalle concubine del padre, alla
vista di tutto Israele”. (2 Sam 16, 22)
La ribellione di Assalonne fu domata dopo la sua
uccisione, e Davide rientrò nella sua reggia di Gerusalemme. “Il re prese le
dieci concubine che aveva lasciate a custodia della reggia e le mise in un
domicilio sorvegliato; egli somministrava loro gli alimenti, ma non si
accostava ad esse; rimasero così recluse fino al giorno della loro morte, in
stato di vedovanza perpetua.” (2 Sam 20, 3)
Ecco l’infelice sorte di queste donne, lasciate in
pasto ai ribelli.
Nella reggia di Davide c’era una grande confusione
non solo tra mogli e concubine, ma anche tra i figli delle une e delle altre,
tra maschi e femmine. Tamar, figlia di Davide e Maaca, fu stuprata dal fratellastro
Amnon, figlio di Davide e Achinoam, e vendicata da Assalonne suo fratello, il
quale uccise Amnon. (2 Sam 13, 1 ss)
Quando Davide era vecchio e non riusciva a
riscaldarsi, i suoi ministri suggerirono:
«Si cerchi per il re nostro signore una vergine
giovinetta che assista il re e lo curi e dorma con lui.» (1 Re 1 ss)
Fu scelta Abisag che era molto bella. Quando il re
morì e il trono fu usurpato da Salomone per le mene della madre Betsabea,
Adonia, figlio di Davide e di Agghit, al quale sarebbe spettata la successione
dopo la morte del primogenito Amnon, si recò da Betsabea per avere almeno
Abisag che egli voleva sposare. Betsabea lo disse al figlio il quale per tutta
risposta fece uccidere il fratellastro lo stesso giorno.[4]
Salomone il più sapiente dei re, il quale aveva
ricevuto il dono della saggezza direttamente da Jahvè, aveva 700 mogli
principesse e trecento concubine; ma di queste trecento non ne volle cedere
neppure una al fratellastro, anzi considerò la richiesta un reato di lesa
maestà, punito subito con la morte. (1 Re 11, 3)
In quanto poca considerazione gli Israeliti
tenessero le donne, fossero anche le loro figlie vergini, si evince da due
episodi.
Il primo riguarda Lot, che possiamo considerare un
patriarca, in quanto nipote di Abramo. Quando egli a Sodomia ospitò due angeli,
nell’apparenza mortale di due bei giovani, i sodomiti, che li avevano adocchiati,
intimarono a Lot di farli uscire dalla sua casa, volendoli sodomizzare. Lot
rispose:
«No, fratelli miei, non fate del male! Sentite, io
ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti
fuori, e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi
uomini.»
Per fortuna quelli non accettarono lo scambio, e le
ragazze rimasero vergini, ma ancora per poco. Infatti la parola di Dio ci dice
che in seguito furono messe incinte dal padre, che esse avevano fatto
ubriacare. (Gn cap. 19 intero)
Il secondo episodio ci viene riferito nel libro dei
Giudici, al capitolo 19. Un levita in viaggio con la moglie[5]
pernottò a Gabaa, città della tribù di Beniamino. Evidentemente il levita era
un bel giovane ed era stato notato subito dagli abitanti che erano anch’essi,
almeno in parte, sodomiti. Il levita fu ospitato da un bravo vecchio della
tribù di “Efraim, che abitava come forestiero in Gabaa.” I sodomiti intimarono
al vecchio di consegnar loro il levita, ma lui rispose:
«No, fratelli miei, non fate una cattiva azione…
non dovete commettere questa infamia! Ecco mia figlia che è vergine, io ve la
condurrò fuori, abusatene e fatele quello che vi pare; ma non commettete contro
quest’uomo una simile infamia.» Quelli non accettarono. “Allora il levita
afferrò la sua concubina e la portò fuori da loro. Essi la presero e abusarono
di lei tutta la notte fino al mattino”, quando la poveretta si trascinò
disfatta sino alla porta dell’ospite e lì morì.
Ognuno può notare anche l’illogicità del racconto:
il levita esce con la sua concubina, e i sodomiti invece di afferrare lui,
afferrano la concubina. Comunque non dobbiamo badare a questa illogicità, c’è
di più e di meglio! “Il marito la caricò sull’asino e partì per tornare alla
sua abitazione. Come giunse a casa, si munì di un coltello, afferrò la sua
concubina e la tagliò, membro per membro, in dodici pezzi; poi li spedì per
tutto il territorio d’Israele.” Tutte le tribù che ricevettero il pacco cruento
e seppero del comportamento dei Gabaiti, mossero in guerra contro i Beniaminiti
e li sterminarono in una battaglia. “Così il numero totale dei Beniaminiti che
caddero quel giorno fu di venticinquemila, atti a maneggiar la spada, tutta
gente di valore.” (Gdc 20,46)
Scamparono solo «seicento uomini, che avevano
voltato le spalle ed erano fuggiti verso il deserto.» Questa è la trama di un bel film dell’orrore che la
parola di Dio ci narra in sintesi, e che qualche regista potrebbe farci vedere
sul grande schermo.
Mi sembra che gli episodi ricordati siano
sufficienti per chiarire la considerazione in cui gli Ebrei antichi tenevano la
donna; e mi riferisco ovviamente agli Ebrei di cui si racconta nell’Antico
Testamento. Gli Ebrei di oggi credo che la pensino diversamente, e che
anch’essi siano d’accordo che quei loro antenati non si comportavano bene verso
le loro donne, mogli, figlie o concubine o schiave che fossero. Nella
figliolanza le femmine non venivano citate e neppure contate.
Per esempio, di Giacobbe vengono elencati i 12
figli maschi, col nome delle loro rispettive madri (Lia, Zilpa, Rachele, Bila),
delle quali sono riferite anche le esclamazioni di gioia per la nascita di
questi bei maschi; ma poco gioisce Lia per la figlia femmina, Dina, della quale
si torna a parlare solo quando essa viene violentata da Sichem, figlio di
Camor, re del paese di Canaan.
Ma dal momento che ho nominato, con le concubine,
le due mogli di Giacobbe, Lia e Rachele, le sorelle legate dalla gelosia,
voglio riportare un episodio che le riguarda, e riguarda anche la mandragora.
Forse molti lettori conoscono “La Mandragora”, la lepida commedia di
Machiavelli, ma forse non conoscono il più lepido episodio che la parola di Dio
ci narra nel capitolo 30 della Genesi. Sappiamo che Lia era piuttosto prolifica
(sette figli) ma bruttina, mentre Rachele era bellina, ma poco prolifica, anzi,
nei primi anni, addirittura sterile. Naturalmente Giacobbe trascurava Lia e preferiva
coricarsi con la bella e anche più giovane Rachele. Allora si credeva che la radice di mandragora
fosse un afrodisiaco efficace per l’accoppiamento e il concepimento, e quindi
le donne ne andavano alla cerca.
Orbene “al tempo della mietitura del grano, Ruben
uscì e trovò mandragore, che portò alla madre Lia.
Rachele disse a Lia:
«Dammi un po’ delle mandragore di tuo figlio.»
Ma Lia rispose:
«È forse poco che tu mi abbia portato via il
marito, perché tu voglia portar via anche le mandragore di mio figlio?»
Riprese Rachele:
«Ebbene, si corichi pure con te questa notte, in
cambio delle mandragore di tuo figlio.»
Alla sera, quando Giacobbe arrivò dalla campagna,
Lia gli uscì incontro e gli disse:
«Da me devi venire, perché io ho pagato il diritto di
averti con le mandragole di mio figlio.»
Così egli si coricò con lei quella notte.” (Gn 30,
14-16)
Mi sembra che sia un bell’esempio di letteratura
erotica, anche nella sua esemplare semplicità di parola di Dio.
Povera Lia! Aveva dato a Giacobbe ben sette figli,
e doveva piatire in tal modo l’amplesso coniugale. Ho accennato alla violenza
fatta a Dina, sua unica femmina, e voglio tornarci sopra per aprire il discorso
su un altro punto in cui la morale evangelica non collima affatto con quella
veterotestamentaria.
Leggendo l’Antico Testamento, come ci esorta a fare
la Chiesa per conoscere tutta la parola di Dio, ci incontriamo molto spesso in
azioni, anche dei patriarchi, dei giudici o dei loro figli, che ripugnano al
nostro senso morale, che è basato sull’insegnamento di Cristo. Una di questa
indegne azioni è il tradimento, cioè il mancare alla fede a alla parola data.
Per gli Ebrei era invece cosa non solo lecita ma quasi doverosa verso i
non-Ebrei.
Veniamo al primo fatto, come ci è narrato in
Genesi, capitolo 34.
Anche in questo caso, come in tanti altri episodi
narratici dalla Bibbia ebraica, noi ci chiediamo come mai Dio abbia voluto
raccontarci queste azioni scandalose. Ma andiamo al racconto.
“Giacobbe arrivò sano e salvo alla città di Sichem,
che è nel paese di Canaan. (33,18)… Dina, la figlia che Lia aveva partorita a
Giacobbe, uscì a vedere le ragazze del paese. Ma la vide Sichem, figlio di
Camor l’Eveo, principe di quel paese, e la rapì, si unì a lei e le fece violenza.
Egli rimase legato a Dina, figlia di Giacobbe, amò la fanciulla e le rivolse
parole di conforto. Poi disse a Camor suo padre:
«Prendimi in moglie questa ragazza.»”
Noi quasi ammiriamo il buon proponimento di questo
giovane il quale vuole concludere onorevolmente quel ratto, fatto per amore.
Camor approvò il proposito del figlio e si recò dai fratelli di Dina alla
presenza di Giacobbe e fece la sua richiesta:
«Sichem, mio figlio, è innamorato della vostra
figlia; dategliela in moglie!»
Anche Sichem aggiunse la sua umile preghiera:
«Possa io trovare grazia agli occhi vostri. Alzate
pure molto a mio carico il prezzo nuziale… vi darò quanto mi chiederete, ma
datemi la giovane in moglie!»
Anche se il testo non lo dice, si intuisce tra le
righe che il vecchio Giacobbe era propenso al favorevole contratto di nozze per
sua figlia, che così diventava anche principessa; ma i suoi figli furono
contrari, dicendo che non potevano dare la sorella in moglie a un incirconciso
, principe di incirconcisi.
Essi infatti risposero:
“«Acconsentiremo alla vostra richiesta, se voi
diventerete come noi, circoncidendo ogni vostro maschio. Allora noi vi daremo
le nostre figlie e ci prenderemo le vostre, abiteremo con voi e diventeremo un
solo popolo.»”
Camor e il figlio accettarono la dura condizione,
tanto Sichem amava la figlia di Giacobbe. Insomma si fecero tutti circoncidere.
“Ma il terzo giorno, quando essi erano sofferenti,
i due figli di Giacobbe, Simeone e Levi, presero ciascuno una spada, entrarono
nella città con sicurezza e uccisero tutti i maschi. Passarono così a fil di
spada Camor e suo figlio Sichem, portarono via Dina dalla casa di Sichem… I
figli di Giacobbe si buttarono sui cadaveri e saccheggiarono la città…
Portarono via come bottino tutte le loro ricchezze, tutti i loro bambini e le
loro donne, e saccheggiarono quanto era nelle case.”
Giacobbe non condannò l’operato dei figli, osservò
soltanto:
“«Voi mi avete messo in difficoltà, rendendomi
odioso agli abitanti del paese… essi si raduneranno contro di me.»”
Perciò Jahvè disse a Giacobbe di lasciare quel
paese e di andare a Betel, naturalmente con tutto il ricco bottino, e senza
alcun pentimento per l’efferato tradimento ordito ai danni di quel popolo che
si era così generosamente offerto di ospitarli.
Del resto anche Giacobbe in gioventù, presso lo zio
Labano, non aveva dato prova di moralità. Zio e nipote, in vista di separarsi,
avevano deciso di dividersi il gregge, e Giacobbe aveva proposto che sarebbero
state sue tutte le pecore e le capre di colore scuro e di vello chiazzato o
punteggiato. A Labano la proposta sembrò accettabile, perché sapeva che
suppergiù solo una metà del bestiame nasceva maculata. Ma Giacobbe, con un
sistema un po’ magico che è inutile descrivere, riuscì a far nascere capretti e
agnelli tutti “striati, punteggiati e chiazzati”. Quando Labano si accorse del
trucco, stava per intervenire; ma Giacobbe lo prevenne fuggendo con le mogli, i
figli, tutto il bestiame che così si era acquistato, e per di più «Rachele rubò
gli idoli che appartenevano al padre». Labano inseguì i fuggitivi e tentò di
riavere almeno i suoi cari idoli, ma la figlia negò protervamente di averli
presi. (Gn capp.30 e 31)
Giacobbe è, con Abramo e Davide, uno dei
personaggi-simbolo degli Ebrei. La Bibbia dice che egli lottò addirittura per
tutta una notte con Dio apparsogli sotto forma umana, e che alla fine lo
benedisse dicendo:
«Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele [=Dio è
forte], perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!»
Gli Israeliti sono orgogliosi del loro eroe
eponimo, che ha combattuto con Dio e con gli uomini, e li ha vinti. Ma abbiamo
visto con quanta astuzia inganna lo zio; egli era veramente uno spregiudicato
che si avvaleva di ogni mezzo, lecito o illecito, leale o perfido, pur di
prevalere.
Il capitolo 25 della Genesi ci racconta come tolse
al fratello Esaù il diritto di primogenitura, sempre con l’appoggio della madre
Rebecca che lo prediligeva, perché Giacobbe gli scodinzolava sempre attorno
invece di andare a lavorare in campagna.
“Una volta Giacobbe aveva cotto una minestra di
lenticchie; Esaù arrivò dalla campagna ed era sfinito. Disse a Giacobbe:
«Lasciami mangiare un po’ di questa minestra rossa,
perché io sono sfinito.» Giacobbe disse:
«Vendimi subito la tua primogenitura.» Rispose
Esaù:
«Ecco sto morendo; a che mi serve allora la
primogenitura?» Giacobbe allora disse:
«Giuramelo subito.» Quegli giurò… Giacobbe diede ad
Esaù il pane e la minestra di lenticchie.” (29 – ss)
È davvero un bell’esempio di amore fraterno. Ma non
finisce qui, e Giacobbe e Rebecca non cessano di stupirci con la loro esemplare
condotta.
Esaù era un cacciatore e spesso portava al padre
Isacco piatti di selvaggina, che il vecchio gradiva molto. Sentendosi prossimo
a morire, chiamò Esaù e lo pregò di preparargli un piatto di suo gusto, “perché
io ti benedica prima di morire”. Rebecca allora ordina a Giacobbe di portargli
due bei capretti, che lei avrebbe cucinato e fatti portare dallo stesso
Giacobbe al padre per averne la benedizione di investitura. E siccome Isacco
era cieco, l’inganno poteva riuscire, senonché Esaù aveva le braccia pelose,
mentre Giacobbe le aveva glabre.
Nessuna paura. Rebecca con strisce di vello
circonda le braccia di Giacobbe il quale così acconciato si presenta al padre
col bel piatto preparato dalla madre. Isacco palpò le braccia del figlio ed
ebbe qualche dubbio, per cui chiese:
«Tu sei proprio il mio figlio Esaù?» Rispose:
«Lo sono.»
Egli allora mangiò e bevve e lo benedisse con la
benedizione solenne, che ognuno può leggersi in Genesi, capitolo 27, versetti
27-29. Quindi Giacobbe inganna anche il padre e mentisce per la gola. Bel
campione di figlio.
Potrei portare tanti altri esempi di comportamenti
immorali di personaggi biblici, narratici senza alcun bisogno e senza alcuna
censura, i quali dimostrano che la morale ebraica (quella veterotestamentaria) era
ben diversa dalla morale che Cristo ci ha insegnato.
Prima di chiudere questo capitolo voglio portare
due esempi della condotta di Abramo che non sono davvero esemplari, e la “Parola
di Dio” avrebbe fatto bene a non farceli conoscere, perché qualche marito
moderno potrebbe imitarli a proposito della moglie, col convincimento di
obbedire a un precetto divino.
Nel paese di Canaan, dove Abramo si era sistemato
venendo da Ur dei Caldei, ci fu una carestia, probabilmente per la siccità. In
questi casi le popolazioni circonvicine si riversavano in Egitto dove, per dono
del Nilo, non c’era mai siccità e il grano si mieteva due volte l’anno. Anche
Abramo e Sara pensarono di andarvi “Ma quando fu sul punto di entrare in
Egitto, lui disse alla moglie:
«Vedi, io so che tu sei donna di aspetto avvenente.
Quando gli Egiziani ti vedranno penseranno: Costei è sua moglie, e mi
uccideranno, mentre lasceranno te in vita. Di’ dunque che tu sei mia sorella,
perché io sia trattato bene per causa tua, e io viva per riguardo a te.»”
Gli ufficiali del Faraone di guardia al confine
notarono la grande bellezza di Sara e lo fecero sapere al Faraone il quale la
volle nella reggia. “Per riguardo a lei, egli trattò bene Abramo, che ricevette
greggi e armenti e asini, schiavi e schiave, asine e cammelli.” (Gn 12, 10 ss)
Praticamente il Faraone con questi donativi aveva
inteso comprare Sara come moglie dal fratello; ma in realtà commise adulterio
prendendosi “la donna d’altri”, e Jahvè colpì lui e “la sua casa con grandi
calamità”.
Conosciuta la verità, il Faraone se ne lamentò con
Abramo, gli restituì Sara, ma non volle indietro i donativi e lo fece
accompagnare “fuori della frontiera insieme con la moglie e tutti i suoi
averi.”
Qui noi ci saremmo aspettati una punizione divina per
gli astuti, menzogneri e profittatori coniugi, e non per il Faraone che era
stato tratto in inganno; ma evidentemente Jahvè aveva un altro criterio di
giudizio.
Allo stesso modo quando Davide si impossessa di
Betsabea, moglie del suo generale Uria, e ne nasce un bambino, ci aspetteremmo
che Jahvè punisca l’adultero mandante dell’assassinio di Uria, e invece no: fa
morire il bambino innocente, perché frutto della colpa.
Ma torniamo ad Abramo il quale, uscendo dall’Egitto,
si era stabilito a Gerar. “Siccome
Abramo aveva detto della moglie Sara – È mia sorella - , Abimelek, re di Gerar,
mandò a prendere Sara. Ma Dio venne da Abimelek di notte, in sogno” e gli fece
sapere la verità, ammonendolo con minacce di morte a restituire Sara al marito.
Abimelek obbedì, ma rimproverò Abramo per la sua finzione che gli stava per
procurare la morte; tuttavia “prese greggi e armenti, schiavi e schiave, li
diede ad Abramo, e gli restituì la moglie Sara.” (Gn 20, 1 ss)
E così il patriarca Abramo, venerato come padre
degli Ebrei, dei Musulmani e dei Cristiani, si fece ricco con questi metodi che
non oso definire.
Voglio portare un altro breve esempio di
comportamento esemplare per gli Ebrei dell'antica alleanza, proditorio per noi
cristiani. Al tempo dei Giudici (circa 1200 a.C.) “gli Israeliti ripresero a
fare ciò che è male agli occhi del Signore” e Jahvè per punirli li fece
sconfiggere da Eglon, re di Moab, il quale li tenne schiavi per diciotto anni.
Ma poi gli Ebrei si pentirono e “gridarono al Signore, ed Egli suscitò loro un
liberatore, Eud, figlio di Ghera, beniaminita”. Allorché gli Ebrei dovettero
mandare per mezzo di lui il tributo dovuto al re, “Eud si fece una spada a due
tagli, lunga un cubito, e se la cinse sotto la veste, poi presentò il tributo a
Eglon, re di Moab, che era un uomo molto grasso. Finita la presentazione del
tributo, ripartì con la gente che l’aveva portato… Ma egli dal luogo detto Idoli tornò indietro e disse:
«O re, ho una cosa da dirti in segreto.» Il re
disse:
«Silenzio!» e quanti stavano con lui uscirono.
Allora Eud si accostò al re che stava seduto nel piano di sopra, riservato a
lui solo, per la frescura, e gli disse:
«Ho una parola da dirti da parte di Dio.»
Quegli si alzò dal suo seggio. Allora Eud trasse la
spada dal suo fianco e gliela piantò nel ventre. Anche l’elsa entrò con la
lama; il grasso si richiuse intorno alla lama, perciò egli uscì subito dalla
finestra, senza estrargli la spada dal ventre.” (Gdc 3, 14 ss)
Chiuse i battenti del piano di sopra, tirò il
chiavistello e uscì senza destare alcun sospetto. Questo di Eud è un
comportamento esemplare o un atto proditorio architettato con animo malvagio?
Al lettore il giudizio.
Ma ora lasciamo questo argomento e passiamo al
campo femminile, per vedere se tra le donne bibliche troviamo esempi migliori
di quelli di Rebecca, Lia, Rachele e della stessa Sara.
La prima donna, secondo la Bibbia, è stata Eva che
Dio creò direttamente, come Adamo, ma servendosi, secondo il racconto della
Genesi, di una costola di Adamo, per significare l’unione e nello stesso tempo
la dipendenza dal marito.
“Verso il marito sarà il tuo istinto, ma egli ti
dominerà” (Gn 3,16) le dice il Creatore dopo la sua colpa. E infatti è lei la
prima colpevole, la donna. Gli autori biblici, tutti ovviamente Ebrei,
considerano la donna non solo un essere inferiore, ma anche più obbediente
all’istinto che alla ragione.
Allo stesso modo si dice che furono le figlie di
Lot a “stuprare” il padre e non viceversa, come certamente avvenne, se il fatto
avvenne in realtà. Infatti i biblisti dicono che nell’Antico Testamento sono
raccontate molte leggende o favole a scopo didattico.
Certamente la donna è, come struttura corporea,
inferiore all’uomo, come intelligenza uguale, come carattere, a mio parere, un
po’ più orgogliosa e perciò più tentata a “prevaricare”. Essa non si vuole
sentire inferiore né al marito né alle altre donne, almeno oggi, nella nostra
cosiddetta civiltà occidentale. Questo orgoglio può essere accentuato se
anch’essa lavora fuori casa, e magari guadagna più del marito. Io parlo in
generale, perché ci sono sempre le eccezioni; e poi parlo secondo la mia poca
esperienza e la mia pochissima scienza.
Nella coppia è spesso la donna che interpella il
marito: “Perché io non posso avere una costosa pelliccia come le altre? Perché
noi non possiamo fare una settimana
bianca come le altre famiglie? Perché noi non possiamo andare in vacanza al
Mar Rosso, ai Caraibi o alle Maldive? Perché non possiamo goderci una bella
crociera nel Mediterraneo? Perché non possiamo costruirci anche noi una
villetta in Sardegna? Perché non possiamo comprarci anche noi un appartamento a
New York, dove costano la metà che a Roma?”
Insomma le domande sono tante, e se il povero
marito risponde: “Perché non possiamo permettercelo”, la situazione peggiora;
perché allora la non dolce metà prende il sopravvento con le accuse e può
giungere sino all’offesa cocente: “Questo perché tu sei un inetto!” E così i
matrimoni falliscono, le famiglie si sfasciano e i figli, se ci sono, ne subiscono
le tristi conseguenze.
Ma chiudiamo la digressione sociologica e torniamo
ad Eva, la madre dei viventi.
Il tentatore (l’astuto serpente) non va da Adamo a
fare l’allettante proposta di mangiare “il frutto dell’albero che sta in mezzo
al giardino”, per il quale il Creatore ha messo il divieto di mangiarne.
Probabilmente, mentre Adamo accettava il divieto senza porsi domande, avendo
tanti bei frutti da mangiare nel resto del giardino, Eva si chiedeva che cosa
si nascondesse sotto quel divieto, e diede subito retta al tentatore che le
assicurò:
«Quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri
occhi e diventereste come Dio.» (Gn 3, 1 ss)
Questa colorita presentazione del cosiddetto
«peccato originale» è un apologo allegorico della immanente tentazione, che
tutti gli uomini provano, di prevaricare,
cioè di volere, di avere, di godere sempre di più a scapito degli altri e
infrangendo la legge morale, la quale è anche norma di ragione, perché ci dice:
Non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te.
Il peccato originale è quindi sempre attuale, ne
siamo tentati tutti, e perciò nel Paternoster preghiamo il Padre di non esporci
alla tentazione, di allontanarci dalla tentazione, perché è purtroppo facile
per noi cedere ad essa.
A me non piace affatto l’accostamento e
parallelismo che San Paolo fa tra Adamo e Cristo, considerando Cristo il nuovo
Adamo: stride mettere un uomo accanto al Cristo-Dio; non stride affatto invece
mettere Maria, madre di Gesù, a confronto con Eva, in opposizione ad essa. Eva
cede alla tentazione, Maria è l’umile serva che obbedisce alla parola di Dio
portatagli dall’Angelo. «Eccomi, sono la serva del Signore.» (Lc 1, 38)
Nonostante il suo peccato che avrebbe causato tutto
il male piombato poi sulla terra, Eva non ha avuto nei secoli cristiani cattiva
letteratura, nessuno ha osato accusarla, anzi è stata quasi sempre guardata con
una certa comprensione, se non simpatia. È perché tutti (e specialmente le
donne) ci riconosciamo in lei, e ci sentiamo come lei deboli davanti alla
tentazione di prevaricare, di non
accontentarci, di volere di più e di meglio. Questa tentazione è connaturale al
nostro essere, fornito di ragione e di libero arbitrio, doti che consentono
appunto di prevalere sugli altri, per cui ne siamo tutti universalmente
tentati: insomma il nostro vanto (possedere intelligenza e libertà) è anche il
nostro vizio d’origine, e quindi lo chiamiamo originale. Solo Maria, che doveva
essere madre di Gesù, per grazia specialissima di Dio, ebbe il pregio e non il
difetto (tendenza al peccato), e quindi possiamo chiamarla “concepita senza
peccato”, cioè profondamente umile.
Dante mette in risalto il concetto di Maria-nuova
Eva, collocando nella “mistica rosa” Eva subito sotto Maria, cioè nel secondo
grado di beatitudine; sotto Eva è assisa Rachele, sotto Rachele Sara, sotto
Sara Rebecca, sotto Rebecca Giuditta, sotto Giuditta Ruth. È una linea
discendente, di gradino in gradino, tutta di donne ebree.
Dante si ferma al settimo gradino, ma dice che la
linea di ebree continua. Egli non precisa sino a quale gradino si estende
questa specie di grande anfiteatro, dove ognuno dei beati ha un posto
assegnato. Qualche seggio è anche prenotato, come quello per l’ “alto Arrigo”[6].
Questo mistico anfiteatro è anche diviso in due
settori separati, come lo stadio di San Siro tra interisti e milanisti: da una
parte stanno quelli che si sono salvati per la fede in Cristo venturo,
dall’altra quelli che hanno creduto in Cristo venuto. C’è anche un, diciamo,
sottosettore di quest’ultimo, cioè di quelli che si sono salvati non per una
fede professata con le opere, ma solo presunta, in quanto sono bambini
battezzati per volontà dei loro genitori cristiani, e sono morti prima di
arrivare all’uso di ragione.
Questa meticolosità di Dante nel descrivere e
dividere il Paradiso ci fa certamente sorridere; ma non sorridiamo più quando
egli, che lo ha visitato, dice che ormai i posti disponibili erano pochi (nel
1300!) perché i più erano già allora occupati[7].
Dante aveva certamente una grande fantasia, ma era
anche piuttosto pessimista. Guai a noi se i posti erano, al suo tempo, davvero
quasi tutti occupati! Per capire la preoccupante affermazione di Dante dobbiamo
ricordare che, come nei primi secoli i cristiani credevano imminente il
glorioso ritorno di Cristo, cioè la Parusia, così nel Trecento si riteneva
imminente la conclusione della vicenda umana. Lo dice Dante nel Convivio:
«Noi siamo
già ne l’ultima etade del secolo» (II, XIV, 13).
E siccome ho tirato in ballo Dante per parlare di
Eva, in opposizione a Maria, voglio riportare la bella terzina che afferma
questo concetto, che mi sembra accettabile:
La
piaga che Maria richiuse e unse,
quella
che è tanto bella da’ suoi piedi
è
colei che l’aperse e che la punse.
In povera prosa egli dice: Maria risanò mediante
Cristo, suo figlio, la piaga del peccato originale che Eva, la bella donna che
sta ai suoi piedi, procurò e inasprì, peccando lei e inducendo al peccato
Adamo.
Come abbiamo visto, Dante ci dà un elenco di donne
ebree in ordine di graduatoria di merito, fino al settimo gradino. Avendo io
già parlato di Rachele, Sara e Rebecca,
voglio soffermarmi, seguendo Dante, su Giuditta e su Ruth.
Di Giuditta si parla in un libro apposito di 16
capitoli, che i biblisti collocano tra i deuterocanonici, che cioè sono stati
ammessi nel canone solo in un secondo tempo. La versione greca che noi
conosciamo (perché quella in ebraico è andata perduta) è stata realizzata verso
la fine del II secolo a. C., mentre i fatti narrati sono del VI secolo a. C.,
al tempo del re Nabucodonosor.
Giuditta (=la Giudea) è forse un nome simbolico di
una donna eroica che, per liberare la sua città di Betulia (storicamente
inesistente), si introduce con le sue arti femminili nell’accampamento nemico,
seduce il generale Oloferne, e lo uccide a tradimento. La raffinata seduzione
vi è dettagliatamente narrata, e ognuno può leggersela e dilettarsene nei
capitoli 12 e 13. La sequenza è scontata, prima c’è un lauto banchetto di cibi
e bevande, in cui anche Giuditta beve per indurre il generale a ubriacarsi. A
notte inoltrata gli ufficiali convitati si ritirano per lasciare liberi gli
amanti:
“Rimase sola Giuditta e Oloferne buttato sul
divano, ubriaco fradicio… [Allora Giuditta] avvicinatasi alla colonna del
letto… ne staccò la scimitarra… e con tutta la forza di cui era capace lo colpì
due volte al collo e gli staccò la testa.”
Quindi con l’ancella che l’aspettava fuori della
tenda si allontanò indisturbata, portandosi la testa recisa nascosta nella
bisaccia dei viveri. L’esercito nemico, confuso e privo del generale, fu
sconfitto, la città di Betulia fu liberata e (cap. 16) Giuditta innalzò un
bell’inno di lode e ringraziamento a Dio per la vittoria ottenuta.
Probabilmente anche il racconto di questo libro,
come quello del libro di Giobbe, è inventato allo scopo di dimostrare che chi
confida in Dio riesce vittorioso anche nelle situazioni più difficili e nelle
imprese più rischiose. Nell’episodio di Giuditta, che non ha alcun fondamento
storico, si vuol anche dimostrare che contro gli incirconcisi ogni inganno è
lecito, ogni tradimento è legale, ogni crudeltà è giustificata. Dunque Giuditta
è probabilmente un personaggio fittizio; qualora sia stata una donna reale che
abbia agito in quel modo, ingannevole e subdolo, noi cristiani non potremmo
avere per lei nessuna ammirazione.
Anche di Ruth si parla in un libro apposito, ma
questa volta breve, e il biblista che lo introduce nella Bibbia CEI ci avverte
subito che “non si tratta di un libro storico, ma di una novella didattica”.
Una novella che è però “Dei Verbum” e che quindi ci vuole insegnare qualcosa,
ma noi a leggerla non apprendiamo niente di moralmente utile.
Ruth è una donna, che rimasta vedova ancora
giovanissima e anche molto bella, emigra con l’esperta suocera Noemi dalla terra di Moab a Betlemme. Lì
Noemi aveva un parente del defunto marito, che si chiamava Booz, “uomo potente
e ricco”, e Noemi concepì subito il proposito di fargli sposare la bella nuora.
E allora la istruisce per benino, in modo che la cosa possa realizzarsi
gradualmente e quasi per naturale sviluppo. Chi vuol seguire tutta la sequenza
della seduzione si legga il libro, a cominciare dal capitolo secondo; per
fortuna sono solo quattro capitoli.
Ma leggiamo insieme qualche brano, per ricrearci.
Booz aveva già notato Ruth che era andata appositamente a spigolare dietro i
mietitori del suo campo e ne era rimasto così colpito, che disse ai mietitori:
«Lasciate cadere apposta per lei spighe dai mannelli;
abbandonatele, affinché essa le raccolga.» (2, 16)
Insomma la seduzione era già a buon punto, e
l’esperta Noemi pensò di arrivare subito all’ultimo atto. Siccome Booz doveva
una certa sera ventilare l’orzo nella sua aia, e dopo cena rimanere a dormire
nell’aia a guardia del raccolto, Noemi dice a Ruth:
«Su dunque, profumati, avvolgiti nel tuo manto e
scendi all’aia… Quando andrà a dormire, osserva il luogo dove egli dorme, poi va’,
alzagli la coperta dalla parte dei piedi [segno di umiltà] e mettiti a
giacere.» (3, 1 ss)
Il piano riesce alla perfezione, ma io non vi trovo
nessun insegnamento; forse ve lo potrà trovare qualche donna alla caccia di un
ricco e potente marito.
Un altro libro intitolato a una donna è quello di
Ester, la quale tra le eroine ebree spicca per la sua sincerità, semplicità e
generosità, ma, dobbiamo dirlo, le sue grandi e incredibili vicende sono forse
frutto più di fantasia che di storia vera. Il libro ci è giunto in due
redazioni, una ebraica, più breve, una greca, più lunga e con maggiori particolari,
ma che gli Ebrei non riconoscono.
La Bibbia CEI unifica i due testi, ma il biblista
presentatore ci avverte che “in questo libro l’attenzione ai fatti storici è
più apparente che reale. L’ambientazione presenta molti elementi che tradiscono
contatti con la mitologia e gli usi persiani e babilonesi”. Siamo a Susa, una delle capitali della Persia
al tempo del re Assuero [= Serse I]. Mardocheo, un ebreo che era rimasto in
quella città dopo il ritorno in patria dei suoi correligionari, era diventato un
uomo ragguardevole, che prestava servizio alla corte del re.
Nella corte c’era anche Aman “che era potente
davanti al re”, e cercava il modo di far del male a Mardocheo e a tutti gli
Ebrei dell’impero. Quando la regina Vasti fu ripudiata, per una mancanza di
rispetto al re, si trattò di scegliere la nuova regina, e si invitarono tutte
le nobili fanciulle a presentarsi.
Mardocheo aveva una nipote orfana, che lui aveva
allevato come figlia, e la presentò al “concorso reale”. Piacque al re e divenne regina, ma non rivelò
di essere ebrea. Aman, che era come un viceré, convinse Assuero che gli Ebrei,
sparsi per tutto l’impero persiano, con la loro potenza e ricchezza,
costituivano un pericolo per la sua dinastia. Ecco le sue parole al re:
«Vi è un popolo segregato e anche disseminato fra i
popoli di tutte le province del tuo regno, le cui leggi sono diverse da quelle
di ogni altro popolo, e che non osserva le leggi del re. Se così piace al re,
si ordini che esso sia distrutto.» (Est 3, 8 ss)
Aman assicurò che dal bottino del massacro
sarebbero derivati diecimila talenti d’argento da versare nel tesoro reale. Il
re fece il decreto che fu tradotto nelle varie lingue parlate nelle satrapie
del vasto impero, che andava dall’Afganistan (= Bactriana) all’Egitto, e fu
spedito “per mezzo di corrieri in tutte le province del re, affinché si
distruggessero, si uccidessero, si sterminassero tutti gli Ebrei, giovani e
vecchi, bambini e donne, in un medesimo giorno… e si saccheggiassero i loro
beni.”
Il giorno fissato era il quattordici del
decimosecondo mese (Adar), che in seguito fu celebrato dagli Ebrei col nome di
Purim, la festa del ricordo.
A leggere il precedente decreto di Assuero, ognuno
avverte la sua somiglianza con quelli
hitleriani che attuarono l’olocausto. Ma sotto Assuero l’olocausto, pur
decretato, non ci fu, per l’intervento coraggioso della regina Ester la quale
smascherò le mire ambiziose di Aman. Egli aveva fatto preparare la forca per
impiccare Mardocheo, ma quando la sua trama fu scoperta, il re lo fece
appendere proprio a quella forca, e revocò il decreto di sterminio.
Quindi tutto finì bene, e gli Ebrei potevano essere
più che soddisfatti; invece si vollero vendicare. Appesero al palo i dieci
figli di Aman, e il quattordici del mese di Adar si radunarono e uccisero a
Susa trecento uomini.
“Anche gli Ebrei delle province si radunarono e
uccisero settantacinquemila di quelli
che li odiavano.” (9, 16) Insomma l’olocausto (dei non-Ebrei) lo fecero loro.
Comunque la figura di Ester non resta intaccata da questi orrori, che, badate
bene, non racconto io, ma sono raccontati da un libro “Parola di Dio”.
Un’altra eroina biblica è la “casta Susanna” che
come tale è entrata nel proverbio. Se ne parla nel capitolo 13 del libro di
Daniele, che essendo stato scritto in greco e non in ebraico non è riconosciuto
dagli Ebrei, ed è evidentemente un’appendice che a qualche agiografo fantasioso
è parso opportuno aggiungere al libro di Daniele, per dare un esempio pratico
della salvezza degli innocenti operata da Dio per mezzo dei suoi fedeli
ministri, dei quali uno era appunto Daniele ( = Dio è il mio giudice). È dunque
una novella didattica che ci ricorda il leggendario episodio romano di
Lucrezia, moglie di Lucio Tarquinio Collatino, violentata da Sesto Tarquinio,
primogenito del re Tarquinio il Superbo.
Lucrezia aveva dovuto sottostare alle brame di
Sesto, perché lui l’aveva minacciata:
«Se non mi ti dai, ti violento, poi ti uccido,
uccido vicino a te un tuo schiavo, e riferisco a tuo marito che vi ho sorpreso
insieme e per lo sdegno vi ho ucciso.»
Dunque, se non avesse ceduto, sarebbe stata uccisa
e per di più considerata un squallida adultera. Perciò deve subire la violenza,
ma poi confessa tutto al marito e si uccide invocando vendetta.
Susanna viene sorpresa sola nell’ampio suo parco,
che il marito Ioakim, uomo molto ricco, metteva talora a disposizione dei
giudici per le loro udienze. “In quell’anno erano stati eletti giudici del
popolo due anziani… [Essi] che ogni giorno la [Susanna] vedevano andare a
passeggiare [nel parco], furono presi da un’ardente passione per lei.”
Architettarono insieme un bel piano. Si nascosero
nel parco, e quando Susanna rimase sola per fare il bagno nella piscina,
sbucarono fuori e le dissero:
«Ecco, le porte del giardino sono chiuse, nessuno
ci vede, e noi bruciamo di passione per te; acconsenti e datti a noi. In caso
contrario ti accuseremo, diremo che un giovane era con te e perciò hai fatto
uscire le ancelle.»
Susanna non cede, e i due giudici, per vendicarsi,
l’accusano di adulterio per farla lapidare: erano due testimoni e per di più
giudici, per cui la condanna era sicura. Ma il soccorso divino viene con
Daniele il quale smaschera gli accusatori interrogandoli separatamente a
sorpresa, chiedendo a ciascuno:
«Vicino a quale albero hai visto Susanna col
giovane?»
I giudici avevano dimenticato di mettersi d’accordo
su questo particolare, e cadono nella trappola. Il primo dice: sotto un lentisco;
il secondo: sotto un leccio. Qui si nota l’ingenuità del racconto a tesi.
Qualunque falso testimone, anche sempliciotto, non sarebbe caduto nella
trappola, abbastanza scoperta, ma avrebbe risposto: «Ma che ne so io della
pianta! Io badavo al fatto!» Ma quei due
giudici ci caddero come allocchi, furono smascherati e messi a morte.
Susanna è certamente una moglie casta e coraggiosa,
che dobbiamo ammirare; ma con ogni probabilità noi ammiriamo un’eroina
creazione letteraria e non realmente esistita, un exemplum fictum per dimostrare la tesi che Dio protegge gli
innocenti e confonde i cattivi nei loro malvagi e astuti disegni.
Un’altra eroina ancora più ammirevole è la madre
dei sette fratelli Maccabei, di cui si racconta nel capitolo settimo del
secondo libro ad essi intestato. Anche questo libro è rifiutato dagli Ebrei,
perché è redatto in greco e anche perché è evidentemente la narrazione
esagerata e fantasiosa di episodi, fatta a scopo di esortazione morale ed
esaltazione nazionale, scritta da un ebreo esperto in retorica, che vuole
compiere un’opera letteraria meritevole di ammirazione.
L’autore, di cui non conosciamo il nome, dice (2,19-23)
di aver compendiato in questa sua opera quella, in cinque volumi, scritta poco
dopo il 160 a.C. da un certo Giasone, ebreo di Cirene. L’anonimo abbreviatore
ha realizzato “il suo compendio scegliendo gli episodi più significativi, raccordandoli
con brevi aggiunte… Fu conservato però lo stile patetico della narrazione…
scopo del libro è persuadere e commuovere il lettore.” Così afferma il
commentatore della Bibbia Emmaus a pag. 840. Quanto dice il biblista ci fa
capire che il libro non è affatto “parola di Dio”, ma prodotto letterario che
mira a stupire e a commuovere. È lo stesso autore, nel cap. 2, dal versetto 19
in poi, che ci precisa il suo intento nell’essersi sobbarcato alla fatica del
sunteggiare, fatica non facile, che ha richiesto “sudori e veglie” allo scopo
“di offrire diletto a coloro che amano leggere, facilità a quanti intendano
ritenere nella memoria, utilità a tutti gli eventuali lettori.” Ma veniamo al fatto.
Antioco IV Epifane, re di Siria, Palestina ed
Egitto a cominciare dal 175 a. C., si propose di estirpare dai suoi domini la
religione ebraica, con una persecuzione efferata che ricorreva alle torture più
terribili. Imponeva agli Ebrei di mangiare la carne di maiale e chi si
rifiutava veniva ucciso tra i tormenti.
“Ci fu anche il caso di sette fratelli presi
insieme alla loro madre; il re cercò di costringerli, a forza di flagelli e
nerbate, a cibarsi di carni suine proibite.” Pur sottoposti a crudeli
amputazioni e tormentati con ferri roventi, rifiutarono di obbedire e morirono
uno dietro l’altro sotto gli occhi della madre che dava loro coraggio. “Ultima
dopo i figli anche la madre incontrò la morte.” Fu dunque una vera “madre
coraggio” che merita la nostra ammirazione.
Ma l’episodio è veramente accaduto o è anche questo
un exemplum fictum? Il carattere
retorico dello scritto è evidente, come anche l’imitazione degli storici greci,
specie di Erodono; infatti quello che Erodono dice di Serse, l’anonimo autore
lo attribuisce pomposamente ad Antioco, che secondo lui era “convinto nella sua
superbia di aver reso navigabile la terra e transitabile il mare”, di essere
cioè onnipotente. Perciò egli divenne furibondo dinanzi al rifiuto di una donna
coi suoi sette giovani figli, e li fece morire nel modo più spietato, come è
descritto dettagliatamente nel capitolo che invito a leggere.
E invito a leggere anche l’epilogo del libro (cap.
15), dove l’autore, narrati i fatti, scrive:
«Anch’io chiudo qui la mia narrazione. Se la
disposizione dei fatti è riuscita scritta bene e ben composta, era quello che
volevo; se invece è riuscita di poco valore e mediocre, questo solo ho potuto fare. Come il bere solo
vino e anche il bere solo acqua è dannoso, e viceversa il vino mescolato con
acqua è amabile e procura un delizioso piacere, così l’arte di ben disporre
l’argomento delizia gli orecchi di coloro a cui capita di leggere la
composizione.»
Il suo libro dunque è evidentemente una artistica e
artificiosa mescolanza di nuda realtà (acqua) e di accesa fantasia (vino). Ma è
sempre parola di Dio!
Mi sono davvero stancato (e forse ho stancato anche
il volenteroso lettore) a fare questa lunga rassegna di eroine ebree; ma non
posso chiudere il capitolo senza accennare a Giaele.
Essa non solo è osannata nel cantico di Debora,[8]
profetessa e giudice di Israele, ma è anche celebrata dal Manzoni nella nona
strofa dell’ode “Marzo 1821” in due versi che voglio riportare, perché mi
sembrano in verità infelicissimi. Parlando di Dio che aiuta gli oppressi, come erano
gli Italiani in quel tempo, il Manzoni ricorda che Egli
“nell’onda vermiglia / chiuse il rio che inseguiva
Israele”,
cioè il Faraone, e poi aggiunge
“in pugno alla maschia Giaele / pose il maglio ed
il colpo guidò”.
Come si può immaginare un Dio Giusto e Buono,
“padre di tutte le genti” che dà il martello in mano a Giaele e ne accompagna
il colpo affinché non fallisca? Ma veniamo al fatto, come è raccontato nel
capitolo quarto del libro dei Giudici.
“Eud era morto e gli Israeliti tornarono a fare ciò
che è male agli occhi del Signore. Il Signore li mise nelle mani di Iabin, re
di Canaan, che regnava in Azor… Gli Israeliti gridarono al Signore”
profondamente pentiti, e Jahvè li soccorse. “In quel tempo era giudice
d’Israele una profetessa, Debora”; costei, ispirata da Dio, mandò a chiamare
Barak della tribù di Neftali e gli disse di preparare un esercito per
sconfiggere Jabin e liberare Israele dalla schiavitù. Barak arruola dalle tribù
di Zabulon e Neftali diecimila uomini, e insieme a Debora affronta l’esercito nemico
comandato dal generale Sisara.
“Tutto l’esercito di Sisara cadde a fil di spada, e
non ne scampò neppure uno. Intanto Sisara era fuggito a piedi verso la tenda di
Giaele, moglie di Eber il Kenita… Giaele uscì incontro a Sisara e gli disse:
«Fermati, mio Signore, fermati da me: non temere».
Egli entrò da lei nella sua tenda, ed essa lo
nascose con una coperta. Egli le disse:
«Dammi un po’ d’acqua da bere perché ho sete.»
Essa aprì l’otre del latte, gli diede da bere e poi
lo coprì…[9]
prese un picchetto della tenda, prese in mano il martello, venne pian piano a
lui e gli conficcò il picchetto nella tempia, fino a farlo penetrare in terra. Egli
era profondamente addormentato e sfinito; così morì.” (Gdc 4, 1 ss)
Come dobbiamo giudicare questa donna, una valorosa
e “maschia” eroina, guidata da Dio, o una donna subdola e traditrice? E poi che
dire del suo comportamento se, come sembra, si servì anche del rapporto
sessuale per riuscire meglio a uccidere il generale “profondamente addormentato
e sfinito”?
Nel capitolo successivo (5°) c’è il lungo cantico,
nel quale Debora prima loda se stessa dicendo:
«Era cessata ogni autorità di governo in Israele,
fin quando sorsi io, Debora, fin quando sorsi come madre in Israele.»
Poi esalta Giaele:
«Sia benedetta tra le donne Giaele, la moglie di
Eber il Kenita, benedetta fra le donne della tenda.»
Quindi in tre altri versetti descrive in tutti i
particolari l’impresa dell’amica, che a noi non sembra per nulla valorosa e
tanto meno virtuosa. Riguardo a Debora non abbiamo altri elementi, che questi qui
riportati, per poter esprimere un giudizio su di lei, e perciò non lo
diamo.
Sulla mondanizzazione della Chiesa ho scritto e
pubblicato in Internet un opuscolo, che in questi giorni ho voluto rileggere.
Non vi ho trovato nulla da correggere, se non qualche piccolo errore di stampa;
quello che credevo e sentivo allora (2004) è quello che credo e sento ancor più
profondamente oggi che sono certamente al termine della mia vicenda terrena.
Temo anche di non poter portare a termine questo mio ultimo opuscolo, che sono
stato “costretto” a scrivere per onestà intellettuale e per fedeltà e amore
alla Religione Cristiana, nella sua professione Cattolica, cioè universale,
cioè di tutti gli uomini, tutti figli di Dio.
Nel 2005 un papa tedesco ha preso il posto di
quello polacco, e io aprii il cuore alla speranza che finalmente si mettesse
mano alle riforme di cui anche in qualche ambiente ecclesiastico e religioso si
sentiva il bisogno.
Avevo letto con interesse e grande speranza le
parole dell’allora cardinale Ratzinger, che auspicava una “ablatio” nell’ambito
della Chiesa. Usò il perentorio termine latino per indicare una pulizia a
fondo, quasi una scarificazione, un far cambiare pelle, per ridare al volto e al
corpo della Chiesa il puro aspetto evangelico, deturpato dalle tante
istituzioni terrene.
Oggi quella bella speranza che concepii allora si è
completamente spenta, e constato che la Chiesa continua protervamente ad
avanzare per la stessa strada autocelebrativa e autoreferenziale. Invece di
abolire certi riti e cancellare certi titoli, come imporrebbe l’umiltà
evangelica, e come io ho sempre auspicato, questo papa ha recentemente imposto
l’obbligo di inginocchiarsi anche a quelli che gli si accostano per la
presentazione delle offerte o per ricevere la Comunione. Non che io sperassi
che il papa o qualcuno della Curia leggesse il mio modesto opuscolo; sapevo
benissimo che esso sarebbe rimasto ignorato, anche se era il segnale che il
popolo fedele, il vero seguace e testimone di Cristo, aspetta con ansia
l’auspicato cambiamento.
Riformare la Chiesa è difficilissimo, me ne rendo
ben conto; ma non mi rendo conto come mai colui che da cardinale voleva
addirittura l’ablatio della Chiesa,
da papa non ha attuato la pur minima riforma, come poteva essere quella di
cancellare “motu proprio” i pomposi, o direi sfrontati titoli di “Santità,
Santo Padre, Santa Sede”, o di abolire l’aberrante genuflessione davanti al
papa.
La Chiesa fin dal primo secolo si è trovata di fronte
a una scelta: o seguire la linea semplice, umile, caritatevole, indulgente tracciata
da Cristo e voluta da Pietro, il povero pescatore, o quella orgogliosa dogmatica
e autoreferenziale voluta da Paolo, il retore superbo. Pietro è sconfitto,
Paolo nell’assemblea di Antiochia lo subissa e umilia, accusandolo addirittura
di simulazione e ipocrisia, sostenendo “che non si comportava secondo la verità
del Vangelo.” (Gal 2,11 ss)
Dalla linea paolina si è sviluppata sempre più
nella Chiesa una prassi di affermazione ed esaltazione per sé, di condanna per
i sudditi non allineati (Inquisizione, roghi, scomuniche, interdetti, condanne,
elenco dei libri proibiti ecc.).
La linea paolina si è via via sempre più
allontanata da quella pietrina, della quale attualmente si avverte solo un
debole tracciato, a stento seguito da pochi isolati. Per rendere più chiara la
realtà storica ricorro a un’immagine geometrica. Cristo è come al centro di un
cerchio, perché Egli è il fondatore del Cristianesimo. Egli con le parole e con
l’esempio ha tracciato una linea di condotta spirituale, che mira al regno dei
Cieli, alla salvezza delle anime, e per continuare nell’immagine geometrica
diciamo che questa linea si dirige verso l’alto, al Nord. È la linea che vorrebbe
seguire la Chiesa, guidata dal Vicario, cioè da Pietro. Ma quasi
contemporaneamente sorge Saulo, che da persecutore di Cristo si proclama suo
“strumento eletto” per portarlo vittorioso in tutto il mondo.
Egli con la sua “filosofia religiosa” traccia
orgogliosamente una sua linea, che viene seguita quasi inconsapevolmente dalla
Chiesa dei primi secoli, e poi sempre più consapevolmente nei secoli successivi
sino al nostro, nel quale la divaricazione della linea paolina rispetto a
quella pietrina si è fatta enorme. Pur essendo partite da un unico centro, che
è Cristo, le due linee hanno oggi formato un angolo di 45 gradi se non
addirittura di novanta.
Come rimediare, stando le cose a questo punto?
Voglio portare ancora un esempio.
Un gruppo di pellegrini vogliono recarsi a un
lontano santuario; sulla loro “via romea” trovano quasi all’inizio un bivio nel
quale non ci sono indicazioni stradali chiare, e istintivamente prendono la via di destra che
appare più ampia e agevole. Dopo quattro o cinque giornate di cammino si
accorgono di aver preso la strada sbagliata, e che stanno andando in tutt’altra
direzione. Che fanno?
Dovrebbero tornare indietro, fare altre quattro o
cinque giornate di cammino per tornare al bivio e lì prendere la via di
sinistra, che è quella giusta per arrivare a quel dato santuario.
Ma se la sentiranno i pellegrini di vanificare
tanta fatica e tanta spesa, e perdere tanto tempo? Probabilmente no; ma, se
sono saggi, pur continuando a marciare in avanti, devieranno a ogni crocicchio
verso sinistra, e così potranno a poco a poco accostarsi alla via giusta e
finalmente raggiungerla per percorrerla sino alla meta.
Allo stesso modo la Chiesa che via via si è sempre
più allontanata dalla via pietrina, seguendo quella paolina, non può tornare
indietro sino all’origine, non può cioè annullare tutta la tradizione e una
storia millenaria anche travagliata, ma potrebbe (e dovrebbe) a poco a poco
correggere la propria direzione, e così riaccostarsi alla retta via pietrina,
che è quella tracciata da Cristo, mentre quella paolina è stata tracciata da
Saulo di Tarso, valente retore di cultura ellenistica, che orgogliosamente ha
voluto dare alla nuova religione una sua personale interpretazione.
Gesù aveva sempre inculcato l’umiltà, e ne aveva
fatto simbolo un fanciullo, semplice umile e fiducioso. Quando i discepoli gli
chiesero:
“«Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?»
Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a
loro e disse:
«In verità vi dico: se non vi convertirete e non
diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.»” (Mt 18, 1 ss)
Paolo era ben lontano dal fare di un umile e
ingenuo fanciullo l’emblema della sua predicazione. E la sua irosa gelosia
verso gli altri predicatori del vangelo, che egli considerava intrusi odiosi,
non rispecchia affatto l’indulgenza di Gesù verso un esorcista.
“Giovanni gli disse:
«Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demoni
nel tuo nome, e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri.»
Ma Gesù gli disse:
«Non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia
un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è
contro di noi, è per noi.»” (Mc 9, 38-40)
Gesù quindi ribalta il detto “Chi non è con me è
contro di me”, al quale invece l’orgoglioso e geloso Paolo si attiene.
Gli apologisti di San Paolo non vorranno ammettere
che la linea paolina di predicazione del Vangelo sia avversa a quella pietrina,
e che ci sia una opposizione tra i due. Un sacerdote mi ha fatto osservare che
Pietro nella sua seconda lettera loda grandemente Paolo.
«Il nostro carissimo fratello Paolo vi ha scritto,
secondo la sapienza che gli è stata data.» 2 Pt 3, 15
Il prete però non si mostra molto addottorato,
perché tutti i biblisti concordano che la seconda lettera attribuita a Pietro
non è sua, ed è stata scritta quando era già scomparsa la prima generazione
cristiana, e lo stesso Pietro era morto da tempo. Nella lettera viene anche
riportata una profezia (2 Pt 3,13 = Ap 21,1) sui “nuovi cieli e una terra
nuova” presa dall’Apocalisse, che fu scritta alla fine del I sec. quando anche
Paolo era da tempo scomparso. È anche facile intuire che l’autore di essa è un
filo-paolino che vuole far lodare il suo apostolo anche dal Vicario di Cristo.
È evidente che l’attuale Chiesa mondanizzata segue
la linea paolina, materiata di orgoglio, autoesaltazione, assolutizzazioni
dottrinali e morali dogmatismo e intolleranza. Essa è ben simboleggiata da San
Paolo, rappresentato grintoso e con la spada alzata in atteggiamento di
minaccia. La linea pietrina è
rappresentata invece dal docile, umile e ingenuo fanciullo che Gesù
mostrò agli apostoli come suo vero seguace. E se la Chiesa non ha celebrato un
anno pietrino, ma celebra molto enfaticamente quello paolino, è perché la sua è
sequela di Paolo più che sequela dell’apostolo che Cristo ha messo a capo della
sua Chiesa.
E mi sembra di aver sufficientemente dimostrato,
con le stesse lettere di Paolo, quanto i suoi insegnamenti e comportamenti
siano diversi da quelli di Gesù, e perciò metto fine a questo per me penoso
argomento.
Nell’opuscolo “La verità… in pillole”, parlando del
Leopardi, ho accennato alla sua cantica “Appressamento della morte” (pag. 26).
Mi è stato riferito che molti lettori della mia operetta non avevano mai
sentito parlare di questa cantica. La notizia non mi ha sorpreso, perché i miei
opuscoli sono diretti a gente di cultura media, come la mia, e non certamente
ai professoroni, i quali ne sanno certamente più di me, e vorrebbero darmi
qualche lezione.
Del resto ho constatato che oggi, nei nostri licei,
di Leopardi si studiano (si fa per dire) solo i Canti (pochi), le Operette
Morali alcune delle più brevi, non certamente qualcuna delle più lunghe e
meditative, come “Il Parini ovvero della gloria” (12 capitoli) e “Detti
memorabili di Filippo Ottonieri” (7 capitoli). Qualche antologia liceale
riporta anche qualcuno dei “Centoundici pensieri” pubblicati postumi dal
Ranieri nel 1845, tratti in gran parte dallo Zibaldone.
I “Paralipomeni della Batracomiomachia” sono
generalmente ignorati, pur essendo la più vasta opera poetica del Recanatese.
Perciò ho creduto bene di dare qui un breve resoconto di queste due opere, per
esaudire il desiderio di chi non le conosce e vorrebbe averne un’idea precisa.
L’Appressamento della morte è una cantica in cinque
canti di terzine di evidente imitazione dantesca. I canti sono di varia
lunghezza e complessivamente formano 878 endecasillabi di buona fattura. Quello
che ci stupisce è che l’autore aveva 18 anni e li scrisse, come lui dice, in
undici giorni senza interruzione, e poi li ricopiò in due altri giorni tra il
novembre e il dicembre 1816.
Ecco il
riassunto.
Il Poeta vaga in una landa fiorita, ma poco dopo si
scatena una bufera che lo spaventa; questa presto si placa, e dal cielo scende
a lui l’Angelo Custode che lo rassicura dicendogli che lo ha inviato “la gran
Signora… ch’ha di te pietate”. Gli annuncia che la sua morte è vicina, ma non
se ne deve dolere, perché la vita qui sulla terra è piena di mali. Quindi gli
fa vedere delle scene dimostrative di questi mali. La prima visione mostra le
anime perdute per l’insana passione amorosa, tra le quali indica Paride e
Arrigo VIII, e particolarmente Ugo d’Este, ucciso dal padre per l’incesto con
la matrigna.
Poi la
visione mostra i condannati per l’avarizia, quindi quelli per le false dottrine
(tra i quali Zoroastro e gli enciclopedisti atei). In seguito appare un essere
mostruoso che rappresenta la guerra, le tante sue stragi e i responsabili di
esse (il Pelide, Agamennone, Pompeo Magno, Alessandro Magno e Annibale). Dopo
la guerra appare la tirannia impersonata da Tiberio e da qualche despota greco
(Periandro); ma quasi subito questa feroce belva viene colpita e annichilita da
un fulmine.
Su un carro oscuro tirato da testuggini avanza
l’Oblio che cancella ogni fama e gloria terrena. Perciò l’Angelo invita il
Poeta a guardare in alto per vedere la Gloria celeste, il Paradiso dei beati,
tra i quali gli mostra anche Dante:
“Vedi il
magno Alighier che sopra l’etra [= cielo]
ricordasi ch’ascese un’altra volta
e del dir vostro pose la gran pietra.”[10]
Vede anche Cristo e la Madonna, ma non Dio Padre,
mentre una voce arcana lo esorta e conforta:
“T’allegra
omai che tua stagion matura,
disse lo Spirto, e sei presso a la sede
ove letizia eternamente dura.
Cristo e la Madre vede, e sol non vede
tuo mortal guardo quel che veder mai
non può da questo mondo altro che Fede.”
Il quinto e ultimo canto è tutto un rimpianto per
la vita che gli è stata negata, per la gloria che non ha raggiunto, per i suoi
talenti che non ha potuto far fruttare nella breve esistenza concessagli.
Ma cristianamente si rassegna e termina la cantica
con un’accorata preghiera alla Vergine e a Dio, che abbraccia ben otto terzine
di cui mi piace riportare le ultime:
“O Vergin
Diva, se prosteso mai
caddi in membrarti, a questo mondo basso,
se mai ti dissi Madre, e se t’amai,
deh tu
soccorri lo spirito lasso
quando dell’ore udrà l’ultimo suono,
deh tu m’aiuta ne l’orrendo passo.
O Padre,
o Redentor, se tuo perdono
vestirà l’alma, sì ch’io muoia e poi
venga timido spirto anzi al tuo trono,
e se il mondo cambiar coi premi tuoi
deggio morendo e con tua santa schiera,
giunga il sospir di morte, e poi ch’il vuoi,
mi copra
un sasso, e mia memoria pèra [=persica].”
L’ultimo verso è quasi scultoreo, e rappresenta con
vigore una rassegnazione e una fortezza che è cristiana, ma ha un accento
stoico.
Nel mio opuscolo “La verità… in pillole” affermo
che da buona fonte sappiamo che il Leopardi morì con i sacramenti cristiani,
ormai riconciliato con Dio. e questo fatto mi induce a una riflessione.
Nell’Appressamento
della morte egli ha rivolto a Dio e alla Madonna quella fervida preghiera
che in parte ho sopra riportato. È una
preghiera sentita e sincera; orbene io sono convinto che un uomo il quale a 18
anni si rivolge a Dio con quegli accenti così fiduciosi e devoti, non può a 39
anni morire abbandonato da Dio. Dio non abbandona i suoi figli, anche se talora
e per un certo tempo viene abbandonato da essi; Egli è sempre in attesa del
loro ravvedimento per dimostrare la sua infinita misericordia.
La stessa cosa voglio affermare per Giosuè
Carducci, del quale nello stesso opuscolo (pag. 23) ricordo la conversione
(segreta) degli ultimi anni, accennando in nota al sonetto “A Dio” da lui
composto a Castagneto nel maggio 1848 a soli 13 anni, sonetto che egli volle
sempre conservare. Siccome ho constatato che pochi lo conoscono, ne voglio qui
riportare le due terzine, per dimostrare che quel ragazzo si rivolgeva a Dio
con sincerità e fiducia, e chi a 13 anni prega Dio con tanta fede non può
essere abbandonato nella vecchiaia, anche se ha peregrinato per decenni lontano
da Lui.
Io sempre
Te amerò, Bontà infinita,
incomprensibil santa Unità Trina,
fonte di verità, fiume di vita.
E la dolce pietà de la divina
madre difenderà l’alma contrita
da la terribil mondana ruina.
L’ultimo verso col suo ritmo irregolare, discendente-ascendente-discendente
(4-7-10) rende bene il periclitante
ordine mondano. Siccome sono andato a rileggermi il passo della Verità … in pillole da cui ho preso lo
spunto, ho notato che lì (pag.26) c’è un errore di stampa, perché vi si legge Appressamento alla morte invece che della morte, cambiando un complemento di
specificazione in complemento di termine.
Può sembrare una cosa di poco conto, e invece
cambia completamente il significato del titolo. Il Leopardi dice Appressamento (= avvicinamento) della morte a lui, adolescente molto
timoroso e riluttante al fatale incontro. Invece Appressamento alla morte può dirlo chi si avvicina alla morte quasi
con desiderio, come a un appuntamento atteso con ansia.
Infatti io nelle mie “Poesie Varie” ho pubblicato
(pag. 64) una lirica col titolo “Appressamento alla morte” appunto nel senso di
attesa ansiosa di sorella Morte corporale,
per avere finalmente l’accesso alla vera vita, che è quella eterna e beata.
Passando ora ai Paralipomeni della Batracomiomachia,
devo dire che queste “aggiunte” sono fatte alla Batracomiomachia
pseudo-omerica, che al Leopardi piaceva molto, tanto che la tradusse per ben tre volte con
l’impegno di amatore perfezionista, e alla fine ce ne ha dato una bella
versione in tre canti di sestine, per un totale di 438 endecasillabi, mentre il
testo greco è di soli 294 esametri. Questo dimostra che le lingue classiche
(Latino e Greco) hanno una sinteticità espressiva che le lingue moderne non
possono uguagliare. Comunque quella leopardiana è una bella traduzione poetica,
certamente un po’ libera, come è anche la traduzione dell’Iliade del Monti, che
perciò fu chiamata la “bella infedele”.
Leggere questo poemetto eroicomico nella versione
leopardiana è veramente piacevole, e invito il lettore a concedersi questo
piacere, se ha del tempo da dedicare al
rilassamento mentale e alla ricreazione intellettuale. Per il Leopardi deve
essere stata però una bella fatica lessicale quella di tradurre in italiano i
nomi dei ranocchi e dei topi, che sono gli eroi impegnati in questa battaglia
senza esclusione di colpi. Sono 16 per ciascuno dei due eserciti, e a mo’ di esempio
voglio citarne sei per parte.
Tra i topi abbiamo: Rubabriciole, Rodipane,
Mangiaprosciutti, Leccapiatti, Scavaformaggio, Rubatocchi;
tra i ranocchi: Gonfiagote, Strillaforte, Fangoso,
Multivoce, Godipalude, Gracidante.
La trama è semplice: Un topo si avvicina allo
stagno per bere, e un ranocchio lo invita a fare una gita nell’acqua in groppa
a lui. Durante il viaggio sbuca dall’argine una biscia d’acqua che vorrebbe
fare un lauto banchetto dei due gitanti, per cui il ranocchio spaventato si
immerge abbandonando il povero topo che affoga. A quanto sembra il topicidio
non è volontario, ma accidentale, non previsto e tanto meno premeditato; ma la
buona fede non è creduta dai topi che scatenano la guerra punitiva, e i
ranocchi se la vedono molto brutta a lottare con le loro mascelle inermi contro
i denti acuminati dei topi. Ma Giove non vuole l’olocausto degli abitanti della
palude, e dopo aver fatto scoppiare un tuono per spaventare i topi, manda
contro di essi un esercito di granchi, che protetti dal robusto carapace e
usando le loro forti chele straziano e mettono in precipitosa fuga i topi,
sicché sulla terra si ristabilisce un certo equilibrio e si restaura l’ordine
turbato.
Anche la favolistica latina si è dilettata a
comporre episodi sui rapporti tra rane e topi. Nelle favole di Fedro ce n’è una
molto breve e carina, che traduco per il lettore.
“Un topo, per passare più facilmente un fiume,
chiese aiuto a una rana. Questa accettò e con un filo di refe assicurò al suo
il corpo del topo. Nuotando nel fiume, appena giunse nel mezzo, improvvisamente
la perfida rana si immerse, volendo affogare il topo. Mentre il poveretto si
divincolava e sgambettava per non essere sommerso, un nibbio che volava nei
dintorni vide la preda e con i suoi lunghi artigli ghermì il topo, e con lui la
rana che era legata assieme.”
Naturalmente la favola ha la sua bella morale:
“Così spesso periscono quelli che tramano
la morte degli altri.”
La rana di Fedro è dunque traditrice e giustamente
punita dal Fato (o caso), mentre quella dello pseudo-Omero era, a quanto pare,
innocente, ma il danno ci fu ugualmente. Così spesso avviene anche nelle
vicende umane, e talora a pagarne le spese sono degli innocenti.
Riguardo ai 32 nomi di topi e ranocchi che il
Leopardi ha dovuto inventarsi (traducendo molto liberamente dal greco), voglio
ricordare che molti autori hanno dovuto fare la stessa cosa per alcuni dei loro
personaggi minori, e hanno sempre cercato di trovare nomi appropriati, che li
caratterizzassero bene.
Dante per esempio nei canti 21° e 22° dell’Inferno,
parlando dei diavoli (“Malebranche”), i quali sono a guardia della quinta
bolgia dell’ottavo cerchio, dice che il loro capintesta è Malacoda. Costui incarica Barbariccia
di formare una squadra di diavoli di cui dice i bei nomi, che io però non
riferisco, invitando i curiosi a leggerli in Dante (XXI, 118-125).
Anche il Manzoni sa scegliere nomi significativi
per i bravi dell’Innominato e di don
Rodrigo (Nibbio, Tiradritto, lo Sfregiato, ecc.); non so invece se l’Anonimo
Romano ha scelto nomi ugualmente significativi per i suoi futuribili
personaggi.
I Paralipomeni
costituiscono un poema eroicomico che finge di essere la continuazione di
quello greco, ma è molto più lungo e ha un significato piuttosto satirico e
talora ironico, mentre l’antico è una parodia dell’Iliade, un “ghiribizzo”, uno “scherzo” di un estroso versificatore
che vuole soltanto divertire.
Leopardi non vuole affatto divertire, ma analizzare
col suo lucido raziocinio e la sua sferzante ironia gli eventi storici a lui quasi
contemporanei, dalla Rivoluzione Francese ai Moti di Romagna del 1831, sfogando
in questa analisi anche il suo pessimismo, il suo amaro giudizio per “le
magnifiche sorti e progressive” decantate dai liberali specie di ispirazione
cristiana, come era Terenzio Mamiani, autore di quella espressione enfatica che
il Leopardi riporta ironicamente ne “La Ginestra” (verso 51).
Il poema è in otto canti di ottave e
complessivamente comprende ben tremila endecasillabi: è la più lunga opera
poetica del Recanatese, che ad essa si dedicò con impegno nei suoi ultimi anni
(1833-37) passati a Napoli, ospite dell’amico Antonio Ranieri.
Nei Paralipomeni
le rane sono i legittimisti o restauratori o conservatori, i topi i carbonari o
costituzionalisti o liberali, i granchi sono gli Austriaci di Metternich, longa manus della Santa Alleanza, che
intervengono brutalmente a sconfiggere i rivoluzionari che avevano ottenuto gli
statuti costituzionali. Ma l’analisi di tali vicende è dedicata soprattutto al
Regno delle due Sicilie, dove i carbonari napoletani nel 1820 avevano costretto
Ferdinando I di Borbone (1751-1825)[11]
a concedere la Costituzione, poi da lui revocata con l’intervento degli
Austriaci dopo il congresso di Lubiana (1821) della Santa Alleanza.
Non voglio dilungarmi sull’argomento di questo
poema; chi ne ha il tempo e la voglia, se lo legga, e credo che lo troverà
gradevole, anche se talora le vicende e i personaggi non sono individuabili e
le allegorie non facilmente interpretabili.
Ci sono poi nel poema molte digressioni, spesso
polemiche e anche lunghe, alle quali il Poeta si abbandona, specialmente per
rivendicare la dignità e la grandezza dell’Italia antica, o invidiata o negata
dagli stranieri, e specialmente dai Tedeschi. Come esempio, e a chiusura di
questo capitolo, riporto l’ottava 29 del I canto:
“Senton
gli estrani ogni memoria un nulla
esser a quella ond’è l’Italia erede;
sentono ogni lor patria esser fanciulla
verso colei ch’ogni grandezza eccede;
e veggon ben che, se strozzati in culla
non fosser quante
doti il ciel concede,
se fosse Italia ancor per poco sciolta,
regina torneria la terza volta.”
Evidentemente dopo la grandezza romana e quella del
Rinascimento.
12 - Il superuomo e il superapostolo
Il superuomo è ben caratterizzato nell’opera “Così parlò
Zarathustra” (1885) del filosofo tedesco Federico Nietzsche (1844-1900), mente
lucidamente maniacale che arrivò alla demenza, che lo colse a Torino nel 1889.
Non intendo parlare della sua filosofia, che è chiaramente anticristiana, in
quanto esalta la volontà di potenza che agisce “di là dal bene e dal male”
(1886), mentre il Cristianesimo predica l’umiltà, la fratellanza e la
condivisione.
Il suo odio anticristiano lo sfoga nell’opera
“L’Anticristo” (1888), nella quale scaglia tutte le sue frecce avvelenate
contro la religione cristiana, che egli vorrebbe addirittura bandita per legge.
Infatti il libro termina con una proposta di legge in sette articoli, che ha
questo sottotitolo: “Guerra mortale contro il vizio: il vizio è il
Cristianesimo”.
Perché ho tirato in ballo il Nietzsche? Non
certamente per mettermi a discutere e a confutare le sue idee aberranti, ma
perché egli in questa opera tira in ballo Paolo di Tarso, colui che nella
seconda lettera ai Corinzi (11, 5) chiama ironicamente superapostoli gli altri predicatori del Vangelo che gli facevano
ombra. In realtà era lui il “superapostolo”, che si riteneva anche superiore a
Pietro, perché Cefa era stato costituito (secondo Paolo) come guida dei
circoncisi, cioè dei soli Ebrei, mentre lui era stato predestinato ed eletto
come maestro e capo degli incirconcisi, cioè di tutti i pagani.
La pretesa orgogliosa di Paolo, la sua volontà di
imporsi con ogni mezzo, lecito o illecito, il suo comportamento focoso, la sua
parola irruente e spesso minacciosa sarebbe dovuta piacere al Tedesco,
assertore della “volontà di potenza”, e invece no; nell’Anticristo i suoi
strali più acuminati sono contro Paolo, come contro altri personaggi
universalmente stimati, come per esempio Emanuele Kant (1724-1804).
Riguardo all’“imperativo categorico” (Tu devi) del
filosofo connazionale Nietzsche sentenzia: «è questa addirittura la ricetta
della decadence, e persino
dell’idiotismo… Kant divenne idiota… L’istinto erroneo in tutto e per tutto, la
contronatura come istinto, la decadence
tedesca come filosofia – questo è Kant!» Poi passando dall’insulto al disprezzo:
«Questo ragno funesto fu considerato il filosofo tedesco – ed è ritenuto tale ancora!»
Chi vuol conoscere tutti i pensatori e scrittori
che Nietzsche condanna e ridicolizza in questo opuscolo è pregato di
leggerselo, dato che non è molto lungo, anche se è spesso astruso e sempre
assiomatico e davvero irritante per la sua sbandierata superiorità.
Come ho detto, un personaggio orgoglioso e grintoso,
convinto della propria superiorità e missione “cosmica” come Paolo, dovrebbe
piacergli, e invece lo dipinge con i più foschi colori, e lo insulta con gli
epiteti più volgari e infamanti. Il superapostolo non è il superuomo da lui
auspicato, lo Zarathustra che lui invece riteneva di essere; Paolo per lui è
“uno spaventoso truffatore, un falsario” che, non avendo doti personali per
imporsi e dominare meritamente, si serve di una religione che allora riscuoteva
successo come strumento per imporsi in modo surrettizio.
Il bersaglio di Nietzsche non è Gesù Cristo, sulla
cui figura dice anzi parole belle e amichevoli si simpatia, ma Paolo che,
secondo lui, ne ha travisato “la buona novella”,
e che perciò egli definisce “disangelico”,
cioè tutt’altro che “evangelico”. Tra i tanti terribili giudizi che il Tedesco
ne dà, ne riporto solo alcuni: “In Paolo si incarna il tipo antitetico alla buona novella, il genio nell’odio, nella
visione dell’odio, nella spietata logica dell’odio. Che cosa non ha sacrificato
all’odio questo disangelista?”
E poi ancora: “La potenza era il suo bisogno,
ancora una volta il prete mirò alla potenza, ma egli poteva utilizzare soltanto
idee, teorie e simboli, con cui si tiranneggiano le masse e si riformano le
greggi.”
E infine il giudizio più duro: “Paolo è stato il
più grande tra tutti gli apostoli della vendetta.”
Sono certamente affermazioni e giudizi tanto
esagerati che vi si può notare indizi di incipiente follia, ma non si può
negare che Paolo colle sue affermazioni perentorie, i suoi assiomi spesso
paradossali, i suoi ragionamenti quasi sempre astrusi e inconcludenti ci vuole
talora inculcare concezioni antitetiche a quelle che leggiamo nei Vangeli come
“vere parole di Dio”.
Nietzsche odiava il Cristianesimo, e questo odio
gli ha fatto affermare cose false e ingiuste; ma dobbiamo riconoscere che nelle
lettere di Paolo egli ha avvertito quella disangelicità
che ogni lettore attento e non prevenuto
avverte quasi subito. L’interpretazione paolina del Cristianesimo e la sua
filosofia teocratica hanno dato l’avvio a quella strutturazione ecclesiastica
che col tempo si è ingigantita formando una imponente sovrastruttura che oggi è difficile smantellare. Infatti si teme l’effetto
domino, che tutto l’edificio della
Chiesa possa crollare anche togliendo qualche minima struttura terrena della
Curia Romana.
Ma quello che sembra difficile a noi uomini è
sempre possibile a Dio, e noi semplici credenti lo speriamo.
Nell’opuscolo “La verità… in pillole” ho parlato
anche dell’ateismo, al quale alcuni approdano dalla filosofia, altri dalla
scienza, altri perché non riescono a dare una soluzione al problema del male
inferto dalla natura, e altri infine senza altra motivazione che a loro Dio non
serve, che non ne sentono alcun bisogno né tanto meno il desiderio. Credere in
Dio, Padre universale e Creatore del tutto, è un atto di fede, e l’atto di fede è sempre suscitato o aiutato
dalla Grazia, che talora si serve anche di una semplice parola o gesto.
Ci sono alcuni che si vantano del loro ateismo, e
lo sbandierano come un emblema nobiliare (come altri la sodomia), mentre
certuni lo confessano con una certa sofferenza, perché lo sentono più come un
peso che una liberazione.
Uno di costoro era a quanto pare Indro Montanelli,
giornalista che io stimavo, il quale non ricordo se in un articolo o in
un’intervista televisiva, confessò con sincerità questo suo stato d’animo,
perché l’ateismo non lo consolava, mentre la Fede gli avrebbe fornito una
speranza, specie nella vecchiaia, quando le foglie verdi dell’albero della vita
cadono ad una ad una, e la pianta rimane spoglia e nuda, e talora anche bacata.
Se alla vecchiaia (senectus ipsa est morbus) si
aggiungono malattie invalidanti e inguaribili, spesso con atroci sofferenze, il
malato può cadere nella disperazione o in una terribile depressione. Il
Montanelli in un articolo sul Corriere
della sera del 15 maggio 2000 confessa che in queste crisi depressive è
“stato varie volte sfiorato, e più che sfiorato, dalla tentazione del
suicidio”. Il credente con salda fede in queste situazioni disperate non pensa
al suicidio, ma invoca la morte come grazia divina. E io confesso che più di
una volta, in certe terribili notti con dolori lancinanti, ho invocato questa
grazia suprema. Non sono stato esaudito: il Signore non ha voluto ancora
mettere fine alla mia prova terrena.
Del Montanelli ho letto tutti i volumi della Storia
d’Italia redatti assieme a Roberto
Gervaso e Mario Cervi. Non è un’opera propriamente storica, ma
divulgativa, scritta con taglio giornalistico, che quindi indulge all’episodico
e talora anche al pettegolezzo e allo scandalistico. Ma la si legge con
piacere, perché lo stile è vivace e scorrevole e la narrazione, condita coi
“sales italici e con l’Italum acetum”, non stanca davvero.
Egli si diverte anche a smitizzare e talora a
dissacrare personaggi antichi e moderni, da vero “fiorentino spirito bizzarro”
(Inf. VIII, 62) che vuole anche meravigliare e stupire con i suoi giudizi. Ma
io pensavo che egli fosse anche compreso dei problemi più seri, quelli del “senso
della vita” e dell’interpretazione da dare al mondo e alla storia umana. Siccome
non avevo ancora trovato un suo testo che trattasse o almeno accennasse a
questi temi, l’anno scorso mi sono affrettato ad acquistare quella bella
antologia dei suoi scritti “La mia eredità sono io” curata da Paolo Di Paolo
per la BUR, ma sono rimasto deluso.
Nella vasta rassegna che va dal 1939 (Gente
Qualunque) al “Congedo” del 2001 ho trovato invariabilmente il ben noto
giornalista che sapeva ammannire al pubblico quello di cui il pubblico è
ghiotto, per cui era il giornalista per eccellenza. Non sapevo che egli avesse
incontrato sia Papa Roncalli (1959) sia Papa Wojtyla (1986), che in un venerdì
imprecisato lo trattenne anche a cena. Egli non precisa il menù servito a tavola da una suora polacca, ma ci tiene a dire che
“il papa non mise altro sotto i denti che un pezzetto di tonno, di quello in
scatola, una sottiletta di mozzarella e una mela”.
Infatti il Montanelli non è il giornalista che vuol
capire, interrogarsi e interrogare sui gravi problemi che assillano l’individuo
e la società, ma il cronista che punta l’obiettivo sui dettagli, magari sui
tic, sul vestito, sul viso e soprattutto sugli occhi. Per esempio, di Papa
Wojtyla per ben due volte scrive che, prima di rispondere a qualche domanda,
egli strizza gli occhi, poi li “spalanca sull’interlocutore, e sono due
sciabolate di cielo azzurro”.
D’accordo, Karol aveva gli occhi azzurri (li aveva
anche Indro e li ho anche io come tanti), ma che le sue occhiate fossero “due
sciabolate di cielo azzurro” nessuno lo avrebbe detto. Proprio per questo lo scrive
Montanelli, e si grida al miracolo. Di religioso in quell’intervista non c’è
niente, l’argomento non viene neppure toccato; ma alla fine il papa vuole dare
all’intervista un colore, se non religioso, almeno chiesastico. Passando con
l’ospite davanti alla cappella, gli tocca il braccio e gli dice: «So che sua
madre era una donna molto pia. Vogliamo dire una piccola preghiera per lei?» e
si inginocchiarono l’uno accanto all’altro. Ecco dunque il miracolo: il
miscredente prega accanto al Vicario di Cristo!
Ci si potrebbe chiedere: Com’è che questi papi
accettarono di concedere interviste al Montanelli? A che scopo? Lo scopo era
solo mediatico: il papa in tal modo faceva parlare di sé per molti giorni sulla
carta stampata e appariva sul piccolo schermo; il giornalista affermava la sua
primazia in Italia e all’estero. Pensare che papa Wojtyla non concesse
l’intervista neppure a un giornalista cattolico come Vittorio Messori, e si
limitò a colloquiare con lui “per lettera”.[12]
Il Messori, scrittore religioso e non ateo come
Indro, voleva avere da lui delle risposte sul problema del male e gli chiede:
«Come confidare in un Dio che sarebbe Padre misericordioso… di fronte alla
sofferenza, all’ingiustizia, alla malattia, alla morte?» (pag.66) Ho già
toccato questo argomento nell’opuscolo “La verità.. in pillole”, e voglio solo
aggiungere qualche riflessione. Talora il male è fatto dagli uomini, e Dio non
lo impedisce se non eccezionalmente; non vuole togliere all’uomo la libertà di
agire, perché proprio sulle sue azioni Egli dovrà giudicarlo. Ma c’è anche
tutto il male causato dalla natura: terremoti, maremoti, inondazioni, uragani,
siccità, malattie, e tra queste alcune veramente terribili e spietate.
La natura è stata creata da Dio, non è libera di
agire come l’uomo, ma è stata sottoposta a leggi (fisiche, chimiche,
biologiche, dinamiche, astronomiche ecc.) imposte dal Creatore; come mai questa
natura provoca tante sofferenze? Sono state tutte programmate? In questo caso
il “Padre misericordioso” non sarebbe troppo severo con i suoi amati figli?
Ho già detto in altri scritti che io non credo alla
prescienza di Dio, ma solo alla sua infinita intelligenza. Dio può intuire come
io agirò in futuro con molta probabilità, ma non con certezza. Se Egli sapesse
con assoluta certezza che io, in quel determinato caso, agirò male, io dovrò
assolutamente agire male, non avrei più libertà di scelta tra bene e male,
sarei condizionato dall’alto, e quindi non sarei più personalmente
responsabile. Dio dandoci i grandi doni dell’intelligenza e della libertà di
agire, non sapeva con certezza come gli uomini li avrebbero usati, se più in
bene o più in male, ma sperava che li avrebbero usati più nel bene, per
gratitudine al Donatore e anche per senso di ragione, in quanto è il bene che,
a ragionarci sopra, è preferibile al male e può renderli felici. Gli uomini invece
li hanno usati più in male, ma Lui non è voluto intervenire con la costrizione,
ha solo cercato di correggerli in vari modi e infine con l’invio del Figlio.
Neppure questo intervento straordinario è servito a
farli ravvedere, e noi credenti aspettiamo con ansia ma anche con un certo
timore la Parusìa, cioè il definitivo intervento di Lui nella storia umana.
A me sembra che anche nella natura sia avvenuto
quello che è avvenuto nell’umanità. Il Creatore vi ha stabilito le leggi di cui
ho parlato, le quali agiscono “per forza propria” nel loro campo; ma queste
leggi possono talora sbagliare, intersecarsi e anche contrastarsi o combinarsi,
non per volontà, che non hanno, ma per caso, in determinate occasioni.
Porto un esempio: la terra gira intorno a sé stessa
con molta regolarità, offrendoci il giorno e la notte; ma questa rotazione per
legge fisica provoca l’attrito del magma interno rotante sulla crosta terrestre
da tempo solidificata. L’attrito col suo urto (forza centrifuga) può provocare in
qualche punto la rottura della superficie terrestre, ed ecco l’eruzione
vulcanica spesso disastrosa o il maremoto talvolta anche più disastroso. Dio
sapeva che ci sarebbe stato quel terribile maremoto che nel Sud-Est Asiatico
provocò circa 300.000 vittime? Io dico di no. Che cosa voglio concludere? Come
Dio non sapeva che nel sec. XX un feroce dittatore avrebbe ucciso milioni di
Ebrei, così non sapeva che le leggi fisiche e dinamiche da Lui imposte alla
natura avrebbero provocato lo spaventoso tsunami.
È anche molto probabile che dei batteri o dei virus
per caso si siano attratti, e combinandosi o accoppiandosi, abbiano formato micro-organismi
più virulenti, causa di nuove malattie e resistenti a ogni farmaco. È però
quasi certo che la dissennata politica ambientale dell’uomo abbia sconvolto
l’equilibrio naturale dell’atmosfera, per cui ecco il moltiplicarsi degli
uragani, delle inondazioni e delle preoccupanti alterazioni climatiche.
Insomma anche la natura è in certo senso sfuggita
alle intenzioni del Creatore, ma non deliberatamente come l’uomo, ma solo per
caso o anche per errore. Il Creatore potrebbe intervenire, e a noi sembra che
lo dovrebbe fare e che Egli tardi troppo a riportare ordine in un mondo ormai
invivibile. Ma la nozione di tempo é molto relativa, e può darsi che i nostri secoli siano per il Creatore solo giorni, e che Egli attenda pazientemente
il sabato che ha fissato per il “redde rationem”. Noi credenti non possiamo che
augurarci di essere trovati, quel giorno, pronti e incolpevoli. Ovviamente la
mia è una semplice ipotesi.
Ma torniamo al Montanelli e alle sue interviste. Il
29 marzo 1959 egli intervistò papa Roncalli, il Papa Buono, il “parroco del
mondo”, che era stato eletto pochi mesi prima (28 ottobre 1958). Anche questa
intervista obbediva alla convenienza mediatica e del nuovo papa che voleva
farsi conoscere, e del grande giornale (Il Corriere della Sera) che voleva
sfruttare il personaggio, per vendere più copie, e dell’ambizioso giornalista
che voleva affermare la sua primazia, allora piuttosto contrastata.
L’intervista non riveste alcun interesse religioso.
Montanelli, entrando in Vaticano, era preoccupato dell’etichetta, del
cerimoniale, come chiamare il papa: Santità, Santo Padre o Padre Santo? Ma poi egli
dice che si svolse tutto secondo il protocollo e la tradizione curialesca. Egli
non ebbe nessuna esitazione a inginocchiarsi davanti a un semplice uomo e a
baciargli l’anello, a cui certamente non riconosceva nessun potere salvifico.
Ma in quella occasione non poteva permettersi nessun gesto polemico, perché era
troppo grande l’onore di essere stato scelto a intervistare il nuovo Papa.
Questi lo mise subito a suo agio, facendolo accomodare
alla poltrona accanto al suo piccolo sofà. Mentre il papa si lasciava andare a
dei ricordi di gioventù, e accennava poi alle numerose biografie che erano già
fiorite su di lui, Montanelli si abbandonava, come sempre, all’osservazione dei
particolari, ai quali egli dà la massima importanza.
«Il santo padre non sta volentieri a sedere, e lo
si vede dalla gamba sinistra, che cerca continuamente spazio e lo tasta col
piede, come per assicurarsi ogni momento che ce n’è abbastanza per muoversi.
Parlando, con una mano si accarezza la croce che gli pende sul petto, e con
l’altra, a brevi intervalli, si toglie e si rimette lo zucchetto.»
Questo dettaglio, che non è che un tic, gli sembra
tanto importante che lo ripete ancora una volta, tale e quale, alla fine del
suo articolo, che non tratta alcun tema serio, ma riferisce solo qualche scialbo
episodio che il papa gli aveva raccontato. Eppure l’articolo sul Corriere è ben
lungo, sul libro va da pag. 405 a pag. 415.
Una cosa che in esso mi ha veramente meravigliato è
l’affermazione che Giovanni XXIII gli assomiglia a un papa del Rinascimento,
“fra i papi gran signori, come lui appassionati d’arte e di storia”. Questo
accostamento gli sembra tanto azzeccato, che lo ripete alla fine dell’articolo.
“È un
grandissimo papa, da Cinquecento.”
Noi non riusciamo a capire a quale papa del
Cinquecento Montanelli pensasse, papi quasi tutti mecenati, ma non per amore
dell’arte, ma per amore personale, per procurare la propria esaltazione
mediante la pittura, la scultura e l’architettura. E poi, dal punto di vista
etico, quasi tutti immorali, simoniaci, nepotisti e corrotti.
Pensava forse Indro ad Alessandro VI, di cui non
dico niente perché abbastanza malfamato, o forse a Giulio II che pensò solo
alle conquiste e al proprio monumento, o forse a Paolo III Farnese che, fatto
cardinale da Alessandro VI nel 1493, a 25 anni, in quanto fratello di Giulia,
amante del Borgia, divenne papa nel 1534, e a poco più di in mese dalla nomina
fece cardinali il figlio di suo figlio, e il figlio di sua figlia? O forse i
due papi medicei, di cui l’uno con la vendita delle indulgenze causò lo scisma
luterano (1517), l’altro il bel sacco di Roma (1527) con la sua dissennata
politica? E poi dire di papa Roncalli che era “gran signore, appassionato
d’arte e di storia” è un prendere in giro il lettore.
È un fatto che Indro, quando vuole esaltare un
personaggio a lui simpatico per qualche tratto di carattere o semplice gesto,
non misura affatto le parole iperboliche e le lodi sperticate; quando invece il
personaggio gli è antipatico, lo trasforma in macchietta ridicola, ne fa
insomma la caricatura. Caricature che piacevano a molti, come le vignette
dissacratorie di Forattini. Chi ne vuole un esempio, si legga a pag. 567
dell’antologia la bella presentazione di Kruscev durante la visita al
maresciallo Tito nel 1955. Riporto qualche brano.
«Sotto la giacchetta grigio scuro a sacco, dentro
le cui maniche le mani affogavano sino a metà delle dita, spuntavano il
colletto floscio di una camicia bianca, un po’ lisa ai bordi, e una cravatta
chiara strangolata in un secco nodo… Il suo volto somiglia poco a quello che le
fotografie riproducono…È piuttosto il volto di un bambino invecchiato in fasce…
Discendendone con lo sguardo la figura, mi ci volle un pezzo prima di
raggiungere i pantaloni. La giacca, come arrivava con le sue maniche a metà
delle dita, così giungeva con le sue falde a metà delle gambe, inguainate in
due tubi di stoffa, che calavano a terra senza piega, e si slargavano
progressivamente fino ad avviluppare i piedi, nascondendoli del tutto.»
Ma Indro non è contento di questa bella caricatura;
per completare il quadro del bambino
invecchiato in fasce aggiunge che la sua “esistenza malinconica e solitaria,
trascorsa in squallide camere ammobiliate… faceva capolino tra le pieghe di
quei panni sgualciti, nelle ombre di quella camicia dilapidata, dentro le asole
deformate da un ghigno sbilenco”. Forse a qualcuno questa sembrerà una bella
descrizione, un capolavoro di articolo giornalistico; io non voglio esprimere
il mio giudizio, ma vorrei che qualcuno mi dicesse come faceva Indro, che stava
ad almeno dieci metri nel gruppo dei giornalisti, a vedere che la camicia di
Kruscev era non solo dilapidata e con le asole deformate, ma anche “un po’ lisa
ai bordi” e quindi evidentemente un po’ sporca.
È questo corretto giornalismo o caricaturismo
giornalistico?
Nello stesso articolo Indro dice che osservò bene
anche la folla dei curiosi iugoslavi che da fuori del palazzo assistevano allo
storico evento:
«Erano gente dimessa…ne potei guardare attentamente
i volti… e non vi scoprii traccia di quel rancore e livore e invidia che
costituiscono il concime della democrazia.» (pag. 564)
Che cosa vuol dire Indro con questo suo enigmatico assioma
(ipse dixit)?
Che non ci può essere democrazia senza rancore,
livore e invidia? Che questi ingredienti sono il suo brodo di coltura? Mah!
Ma giacché ho fatto una mezza recensione di questo
florilegio montanelliano, voglio aggiungere un ultimo tocco al quadro critico.
Qualche volta Indro si inventa gli episodi di sana
pianta anche riguardo agli amici o a sé stesso, non tanto per burla quanto per
suo personale divertimento. In
“Incontri”(1950) parla di una sua visita ad Ardengo Soffici nella casa di
campagna di Poggio a Caiano. Era una casa modesta, secondo il carattere del
proprietario e anche della “sora Maria”, che è rappresentata seduta in un canto
a rammendar calze, ma la descrizione che Indro fa del soggiorno è surreale:
«Il pavimento di mattoni rossi presenta
avvallamenti e salienti tali che i pochi mobili… vi beccheggiano paurosamente».
Leggetevi tutta la cronaca nel testo, ma io non
posso non riportare la chiusa.
«In quel momento il battente dell’uscio piano piano
si schiude… nel pertugio compare, rossa come un geranio, la cresta di una
gallina… scruta gli astanti piegando il collo a destra, poi a sinistra, a
lungo… completamente rassicurata, circola ormai fra le nostre gambe; finché su
una scarpa mia si ferma, si accuccia, e vi deposita alcunché di molle e di
giallastro… soddisfatti i suoi bisogni, si avvia tranquillamente verso la
porta.»
Non capisco che gusto ha avuto a inventarsi questo
episodio; figuriamoci se l’elegante Indro si
sarebbe fatto fare “la fatta” sui suoi morbidi mocassini!
Ma gli è piaciuto di scriverlo “per dispettoso
gusto” di rappresentare qualcosa di strano e di incredibile, anche a costo di
dispiacere all’ospite Ardengo, che infatti smentì il fatto. Il lettore potrà
pensare che io ho voluto dir male di Indro, come di tanti altri, per la mia
acribia critica. No, Indro lo stimavo e lo stimo ancora, ma un po’ meno, dopo
aver letto attentamente il meglio dei suoi scritti. Il vero giornalista,
secondo me, deve informare con obiettività, sine
ira et studio, non privilegiare i dettagli all’essenziale, e non colorire
la cornice senza ben delineare il quadro. Se poi vuol lavorare di fantasia e
stupire con la sua inventiva, coi suoi ossimori, scriva un romanzo o una
novella, ma non un resoconto giornalistico.
Devo però dichiarare che, con la lettura attenta
dell’antologia curata da Paolo Di Paolo, non è affatto venuta meno la mia ammirazione
per l’uomo Montanelli, per il suo
carattere saldo, per il suo coraggio nel non chinarsi mai agli “idola fori et theatri”,
cioè alle verità imposte dai “maestri di pensiero” con la grancassa dei media.
Anche su l’eutanasia egli il 15 maggio 2000,
rispondendo a un lettore nella sua Stanza,
ha scritto parole sagge che in gran parte mi sento di condividere, con qualche
aggiunta e mia riflessione, per la quale apro un altro capitoletto di questi Paralipomeni.
Quando Montanelli il 15 maggio 2000 rispose nella
sua Stanza a un lettore che lo
interrogava sull’eutanasia, il caso Englaro non era ancora esploso nei media,
ma a noi lettori di oggi (marzo 2009) le sue parole di allora ci sembrano una
risposta esaustiva anche per la “buona morte” di Eluana, che lui avrebbe
criticato solo perché tardiva e dibattuta per tanti mesi tra familiari, medici,
Governo, Magistratura e giuristi, prima di giungere alla sua giusta
conclusione, che ha messo fine alle sofferenze e dell’ammalata e dei familiari.
Il Montanelli è sempre Indro, e condisce le sue pur
sagge risposte con espressioni polemiche e giudizi esagerati, come quando definisce
l’opposizione cattolica all’eutanasia “ciarpame sociologico e moralistico”, e
“solenne e sussiegosa fasullata” il giuramento d’Ippocrate, che secondo lui
molti medici “invocano soltanto per evitare grane con la Legge, e magari anche
per prolungare e arricchire le parcelle.”
Sono esagerazioni, ma un fondo di verità c’è, come quando
avanza il sospetto che cliniche e case farmaceutiche combattano la battaglia per la vita solo allo scopo
di incrementare i rimborsi dal SSN e la vendita dei medicinali e dei tanti
”sanitari” occorrenti per tenere in vita vegetativa questi ammalati in coma
irreversibile.
Anche Montanelli era come me contrario a una legge
sull’eutanasia o sul testamento biologico, affermando che la decisione in
questo campo così delicato spetta ai medici curanti. Io però aggiungo: ad essi certamente,
ma anche di più ai familiari, cioè al coniuge (se c’è), ai figli (se ci sono),
ai parenti più vicini per grado di parentela; sono essi i più interessati alla
sorte del loro caro.
La legge, entrando in questo campo così intimo e
personale, non farebbe che portare confusione, e darebbe luogo a tanti
contrasti, proteste, denunce, appelli e anche cause protratte a lungo per la
gioia dei giudici, che così non hanno da pensare ai delinquenti (attività laboriosa
e rischiosa), e degli avvocati che si assicurano ricche parcelle. Non parlo a
vanvera. È notizia di questi giorni (marzo 2009) che la Procura di Udine ha
incriminato per “omicidio volontario” le quattordici persone implicate nella
dolce morte di Eluana e in più il povero padre. Tutti costoro dovranno
affrontare spese e fastidi chissà per quanti mesi solo per aver obbedito a una
sentenza della Suprema Corte di Cassazione. Insomma la Magistratura non cessa
di stupirci con la sua smaccata improntitudine e il suo bolso protagonismo di una
casta che vuol essere a ogni costo dominante.
Tra quanti si sono opposti alla dolce fine di Eluana, si sono segnalati
quelli che si dichiaravano mossi da motivazioni religiose, a cominciare dalle
suore che da anni si prendevano cura della ragazza. Da esse vorrei però sapere
se lo facevano a loro spese o se avevano, come credo, dei rimborsi dal SSN, da
altri enti o private associazioni, e in questo caso il totale delle somme
ricevute. Penso che siano state erogate cifre rilevanti per tenere in vita
vegetativa una creatura umanamente morta,
mentre spesso mancano le risorse per curare, nutrire e educare tanti bambini di
famiglie disagiate.
Ma a queste suore e a tutti gli altri che
sbandierano per questi casi la religione voglio dire un’altra cosa. Tenendo in
vita vegetativa Eluana essi impedivano che la sua anima immortale si separasse
dal corpo per salire al Cielo; quindi danneggiavano la ragazza in due modi,
facendo soffrire il suo corpo e tenendo in esso prigioniera la sua anima
anelante di ricongiungersi al Creatore.
Cristianamente parlando, essi le facevano del bene
o del male?
Loro erano certamente convinti di farle del bene,
forse in buona fede; anche di questa si potrebbe dubitare, ma io non aggiungo
altro a questo delicato argomento, e rimando a quanto ho scritto in “Idee non
politicamente corrette”, prima parte pag. 60.
Confesso che su questi due temi vorrei saperne un
po’ di più, perché se anche ho letto e studiato i loro testi fondamentali (Bibbia
e Corano), mi è purtroppo mancato il contatto umano e il colloquio con qualche
credente dell’una e dell’altra religione.
Di ebrei ne ho conosciuto bene solo uno, ed è stato
il mio colonnello, Guido Terracina da Roma, del quale sono stato dipendente nel
mio servizio di prima nomina, dal luglio 1938 al febbraio 1939. L’ho conosciuto
come uomo, non certamente come esponente di una fede, né abbiamo mai avuto
colloqui su temi religiosi.
Di lui non voglio parlare; ne ho parlato nella mia
autobiografia, che forse comparirà presto nel mio sito. Era stato deciso che
essa vi sarebbe messa postuma, ma
ormai essa è già ora (marzo 2009) postuma, in quanto io sono vivo solo
all’anagrafe, mentre al mondo sono
morto da tempo, anzi, più esattamente, non sono mai stato vivo. Infatti il mio nome è conosciuto solo dalla parentela e dalle persone che hanno visitato il mio sito, non
so se per interesse culturale o per puro caso.
Comunque dalla mia esperienza culturale, o meglio intellettuale,
mi è derivata la convinzione che gli Ebrei si sentono superiori e disprezzano
noi “gentili”, ma non lo dicono, perché loro, molto intelligenti, non dicono
mai una cosa “politicamente scorretta”, anzi sono i loro intellettuali che in gran
parte creano e fanno circolare le idee politicamente corrette.
Proprio in questi giorni, volendo scrivere questo
capitoletto, mi sono ricordato di un libro di Arrigo Levi “Dialoghi sulla fede”
che avevo letto nell’anno della pubblicazione (2000 - Il Mulino). L’ho voluto
rileggere sperando di trovarvi recenti informazioni sull’Ebraismo, ma sono
rimasto deluso. Il Levi è ebreo e, come tale, ha anche partecipato come soldato
alla prima guerra israelo-palestinese (1948), ma egli nel libro si dichiara
“non credente in Dio”, e quindi da lui non posso sperare di avere lumi. Egli si
dichiara credente di una “religione laica o umanistica o filosofica”, che
quindi non fa riferimento né a Jahvè, né ad Allah né al Dio cristiano.
Comunque ho sempre apprezzato la grande apertura
mentale e culturale di questo ebreo sui
generis, la sua moderazione nei giudizi e la sua tolleranza dei vari orientamenti
politici e religiosi. Se avessi la fortuna di trovare un ebreo credente, ma di quella apertura e
tolleranza, vorrei chiedergli:
«Caro fratello, ti chiamo caro perché ti amo anche se non ti conosco personalmente, in quanto
noi cristiani amiamo tutti gli uomini come fratelli; amichevolmente vorrei sapere da te, in tutta sincerità,
se per voi la vostra Bibbia è “tutta e solo parola di Dio” come afferma la
Chiesa Cattolica, o fate dei “distinguo” e delle riserve. Se è tutta parola di
Dio, chiedo ancora: “Il vostro Jahvè che vi ha scelto come suo popolo e vi ha
guidato, da Sabaoth, alla distruzione di tanti popoli, vi sembra che possa
essere il Dio unico, universale, creatore del tutto e padre di tutti gli
uomini?”»
Non è pura curiosità; da tanto tempo mi chiedo come
mai uomini tanto intelligenti continuino a credere in un dio distruttore,
partigiano, capriccioso, geloso, che si vendica “sino alla terza e alla quarta
generazione”, e acriticamente osservino ancora le prescrizioni mosaiche, che
avevano la sola motivazione igienico-sanitaria, e che oggi non hanno più alcun
senso.
Se di Ebrei ne ho conosciuto bene (si fa per dire)
solo uno, di islamici non ne ho conosciuto proprio nessuno, e mi auguro che
nessun musulmano integrista inciampi nel mio sito Internet; perché, trovandovi
per caso qualcosa non di suo gusto, mi potrebbe far sentenziare la morte dal
tribunale coranico. Non è che mi spaventi la morte, che anzi invoco, ma non
vorrei dare tanto disturbo a tanta gente, tra giudici ed esecutori della
condanna.
Tuttavia, se per fortunato caso trovassi un
interlocutore islamico non fanatizzato, gli parlerei così:
«Caro fratello musulmano, ti chiamo caro perché ti amo, in quanto noi
cristiani amiamo tutti gli uomini come fratelli, anche se gli islamici
integristi ci odiano e vogliono distruggerci come pagani per ordine di Allah,
trasmesso attraverso Maometto; vorrei rivolgerti una semplice domanda: “Credi
davvero che il Dio Unico, che voi chiamate Allah, voglia la distruzione di una
buona parte dei suoi figli mediante la guerra santa, e voglia anche
l’osservanza rigorosa di prescrizioni rituali e anche alimentari che per nulla
attengono alla religione, che per sua natura riguarda lo spirito e il
comportamento morale?»
Sono semplici domande; se qualche islamico o
qualche ebreo, in modo colloquiale e con animo pacato, mi vuol dare una
risposta sincera, gliene sarò grato. In verità io mi sono sempre meravigliato
che un miliardo e più di uomini credano a un Dio tanto spietato, e osservino
prescrizioni così formali e talora irrazionali. Questo è il mio modesto giudizio di uomo comune, non
certamente di filosofo o teologo o “maestro di pensiero”. E con questa
dichiarazione chiudo l’argomento.
A quanto pare l’Italia, caduto l’Impero Romano, è
stata sempre una nazione piagata.
Nel Trecento il Petrarca le dice:
«Italia mia, benché il
parlar sia indarno
a le piaghe mortali
che nel bel corpo tuo sì
spesse veggio…»
Per il Poeta le piaghe erano le continue guerre tra
i Signori d’Italia, che per maggiore danno e vergogna si servivano delle
milizie straniere, specie tedesche, le quali devastavano il nostro bel paese.
Egli aveva viva la speranza in una guarigione, per un sobbalzo di orgoglio e di
amor patrio da parte di quegli ex Romani, a cui si rivolge:
«Latin sangue gentile,
sgombra da te queste
dannose some.»
Ma queste dannose
some non solo non furono sgombrate, ma divennero via via sempre più pesanti
sino ad oggi.
Nell’Ottocento un altro poeta, un po’ meno
ottimista, il Leopardi, vedendo com’è ridotto il corpo della cara Patria
esclama:
«Ohimè quante ferite
che lividor, che sangue! Oh qual ti veggio
formosissima donna! Io
chiedo al cielo
e al mondo: dite, dite:
chi la ridusse a tale?»
Possiamo rispondere noi: i suoi non degni figli.
Dal tempo del Leopardi ad oggi le piaghe sono aumentate, e sono sotto gli occhi
di tutti, e quindi è inutile che io le enumeri. Farò due sole osservazioni.
Pur così piagata e malridotta, tanto da essere
diventata la sentina del malaffare internazionale, l’Italia ha la presunzione
di essere la patria del diritto, la vindice dell’ordine internazionale, la
esportatrice di democrazia, la maestra della convivenza pacifica e la custode dell’ordine
pubblico in molti altri paesi (Libano, Kosovo, Afganistan). Pur così povera, da
far vivere una parte dei suoi figli sotto la soglia della povertà, spreca le
sue poche risorse per missioni all’estero che a nulla servono se non a guadagnarci disprezzo, odio e
attentati alle nostre truppe e perdite di vite giovanili.
Ultimamente, per dimostrare tutta la sua stolta
improntitudine, si è detta pronta ad accogliere una parte dei prigionieri di
Guantanamo, per dimostrare l’eccellenza della nostra “civiltà carceraria”. Le
nostre carceri scoppiano, dobbiamo fare uscire in libertà i delinquenti nostri,
e siamo pronti ad accollarci anche i prigionieri altrui! Una stoltezza
inqualificabile sbandierata come prova della nostra civiltà giuridica. E mentre
non abbiamo carabinieri e soldati per proteggere il nostro territorio, e non
abbiamo fondi per arruolare poliziotti e costruire nuove carceri, mandiamo i
migliori nostri uomini a proteggere il territorio di gente che ci considera
come invasori.
Ma io voglio richiamare l’attenzione su due piaghe
che si stanno allargando a vista d’occhio e minacciano di incancrenirsi, la
droga e la prostituzione.
Contro di esse si fa una lotta solo repressiva,
mentre si dovrebbe fare una lotta soprattutto preventiva. Insomma, se si
spaccia la droga è perché essa è cercata dai drogati; se le nostre strade e
piazze sono piene di prostitute, è perché per esse ci sono i clienti. Purtroppo
oggi in Italia quelli che assumono droga, almeno saltuariamente, sono un bel
quarto della popolazione specie giovanile, e i puttanieri abituali o saltuari
forse un bel quinto. Queste percentuali vanno paurosamente aumentando, e
aumenteranno sempre più se le agenzie educative cioè Famiglia, Chiesa e Scuola,
sostenute dai media, non intraprenderanno una efficace opera di educazione
preventiva, e anche di informazione veritiera.
È provatissimo che la droga distrugge la persona, è
innegabile che il sesso stradale e mercenario espone a gravi rischi, anche
all’AIDS; eppure tante persone dotate di intelligenza e anche di istruzione
(diploma o laurea) si lasciano incoscientemente tentare da queste terribili megere.
Occorre rieducare gli Italiani, ma lo dovrebbero
fare soprattutto i media, perché sono
essi che oggi foggiano il costume, e finora essi hanno operato (compresa la RAI
nazionale) solo per renderlo sempre più immorale e corrotto. E la corruzione, a
partire dalla droga e dalla prostituzione, sta invadendo ogni attività; la
disonestà, l’infedeltà e la slealtà, la frode e l’inganno dominano il campo
politico, finanziario e sociale, e anche quello familiare, mentre i media, nonché stigmatizzarla e
condannarla, trovano in questa corruzione generalizzata il loro brodo di coltura, insomma ci gavazzano,
sono gli argomenti di richiamo.
Riguardo alla prostituzione, la prima cosa da fare
è l’abolizione della nefasta legge Merlin, e il ripristino del regime delle
“case chiuse” che darà i seguenti benefici:
1) non si vedrà più lo sconcio della prostituzione
diffusa nelle strade e nei condomini;
2) gli uomini che hanno la fregola possono sfogarla
nella pulizia, nell’igiene e nella discrezione, senza rischiare salute e
borsello;
3) le prostitute sono protette nella loro
incolumità, regolarmente pagate, assicurate, e controllate nella salute e
nell’igiene personale per cura del SSN; l’Erario incassa l’Irpef dalle
lavoratrici del sesso e l’Irap dai gestori delle case chiuse.
Non aggiungo altro, perché di questo argomento ho
diffusamente trattato nella prima parte delle “Idee non politicamente corrette”
(pag.41-45).
Riguardo alla droga, a nulla servono i rigori
polizieschi; occorre una vera vasta opera di educazione preventiva, a
cominciare dalla fanciullezza, attuata con impegno dalle Agenzie educative e
specialmente da tutti i media, che
sono quelli che più influiscono sull’animo e sul comportamento dei nostri
ragazzi.
Nel mio opuscolo “I doveri del cristiano” alle
pagine 18 e 19 tratto del sesto comandamento, ma non lo esaurisco, perché
quell’opuscolo era dedicato ai miei figli come un testamento spirituale, e
chiacchierando con i figli non occorreva dire più di tanto. Essi infatti, nel
campo sessuale, avevano avuto non solo il buon insegnamento del padre e della
madre, ma anche e soprattutto il loro esempio di vita. Ma ora ritengo opportuno
ritornare sull’argomento, e dire su di esso le cose allora tralasciate.
Innanzi tutto debbo rilevare la genericità, e
prolissità, della trattazione di questo comandamento, che nel Catechismo della
Chiesa Cattolica (CCC) abbraccia ben 14 pagine, dalle quali il cristiano non
riesce a trarre una chiara e semplice norma morale. Nel Compendio, pubblicato
nel 2005 per volontà di Benedetto XVI, per ovviare a quella prolissità , ricca
di definizioni (adulterio, masturbazione, fornicazione, pornografia, stupro,
prostituzione, atti omosessuali), ma carente di una regola pratica di comportamento
per il cristiano, la prolissità è stata abbattuta (appena tre paginette!), ma
la semplicità e la chiarezza non ne hanno affatto guadagnato.
L’ambiguità della trattazione comincia dalla stessa
formula del comandamento, perché da quella biblica molto chiara e precisa “Non
commettere adulterio”, si passa a quella catechistica, abbastanza vaga, che ai
miei tempi era “Non fornicare”, oggi è “Non commettere atti impuri” (Compendio
pag. 120).
Ma quali sono gli atti impuri?
Certamente quei sette elencati sopra, ai quali si
deve almeno aggiungere la pedofilia, che è la forma peggiore di violenza sia omo che eterosessuale.
Secondo il Compendio tutti “questi peccati sono
espressione del vizio della lussuria… Sono peccati gravemente contrari alla
castità”. Quindi tutti i cristiani sono tenuti alla castità, non solo le
vergini consacrate, i frati e i preti, ma anche i coniugi nel matrimonio. Per
essere chiari, si può fare sesso solo tra marito e moglie legati dal
sacramento.
I documenti ecclesiastici quasi sempre parlano di
obbligo alla castità per i frati e le
monache, mentre per i preti parlano di obbligo al celibato, cioè a non sposarsi, vale a dire a non contrarre
matrimonio, ritenuto dalla Chiesa Cattolica inconciliabile con il sacramento
dell’ordine sacro da essi ricevuto. È
noto che sia gli ortodossi sia gli evangelisti e gli anglicani, e quasi tutte
le variegate sette cristiane, non ritengono inconciliabili questi due
sacramenti, e il pope o il pastore o lo stesso arcivescovo di Canterbury,
primate della Chiesa Anglicana, con moglie e figli, non dà alcuno scandalo nei
paesi dell’Ortodossia o della Protesta.
Anche nella Chiesa Cattolica e anche in Italia ci
sono diocesi di rito ortodosso nelle quali i sacerdoti si possono sposare, e in
quei luoghi il fatto non desta né scandalo e neppure meraviglia. Nei secoli
scorsi, e specialmente prima del Concilio di Trento, molti sacerdoti ritenevano
di rispettare il celibato pur avendo una o più amanti, ma nessuna moglie; i
figli che nascevano erano illegittimi, ma sempre figli, ai quali essi
lasciavano le loro proprietà.
Anche i papi non erano da meno. Alessandro VI ebbe
quattro figli da Vannozza Cattanei, e quando di questa si stancò, si prese la
giovanissima Giulia Farnese, e come omaggio nuziale nominò subito cardinale il
fratello di lei, Alessandro Farnese, che diventerà papa col nome di Paolo III,
e avrà anche lui due figli, di cui farà cardinali i figli, suoi nipoti, uno dei
quali aveva solo 14 anni.
Insomma la Chiesa deve fare chiarezza: finché non
concederà anch’essa il matrimonio ai preti, come io auspico, dovrà esigere dai
suoi sacerdoti non il celibato, ma la castità, cioè la rinuncia al sesso, cosa
certamente difficile, per cui è oltremodo opportuno concedere di sposarsi ai
presbiteri che lo vorranno.
La castità, per gli sposati, significa non fare
sesso se non col proprio coniuge, e non prima del vincolo sacramentale,
praticando perciò la continenza prematrimoniale, cosa non facile, ma in cui alcuni
riescono con l’aiuto della Grazia. Ma quelli che non ci riescono?
Sappiamo bene che la maggior parte dei ragazzi oggi
cominciano ad avere rapporti completi (spesso con concepimento e nascita di un
figlio) prima di essere maggiorenni, e che questi rapporti precoci raramente
sono sanati da un matrimonio regolare e dalla formazione di una nuova famiglia.
Il costume, inculcato dai media e specialmente dal cinema, rende questi casi sempre più
numerosi, e vediamo che l’età della “prima volta” si abbassa ogni anno di più
tra i nostri ragazzi, e la stampa e anche le televisioni sono ghiotte di
notizie scioccanti a questo riguardo, e sembra che sia stata istituita tra i
media una gara a premi per chi può presentare i genitori “più bambini”.
È evidente che, per quelli che vogliono seguire la
morale sessuale stabilita dalla Chiesa, la via non è facile. I due giovani
fidanzati che si amano e intendono sposarsi, dovrebbero rimanere “vergini” sino
al matrimonio sacramentale. Dopo di esso il rapporto come “dono totale” è non
solo lecito, ma doveroso, ma deve mirare alla procreazione. Se i giovani sposi
non se la possono permettere per il momento, non possono ricorrere né al condom
né alla pillola del giorno prima né a quella del giorno dopo, ma solo affidarsi
alla continenza o ai vari metodi naturali, tutti difficili e insicuri. Devono
poi rimanere casti, cioè non avere rapporti sessuali con altri, per tutta la
durata del matrimonio, che è indissolubile. Se un coniuge muore, l’altro deve
rimanere casto sino alla propria morte, a meno che non si leghi con un nuovo
matrimonio sacramentale. È una via tracciata con assoluto rigore e fredda
dottrina, ma che non tiene conto della realtà effettiva.
E parliamo di questa.
L’adolescente già a tredici/quattordici anni
comincia a sentire le pulsioni erotiche: il maschio per la sempre più
abbondante produzione di spermatozoi e di liquido seminale, la femmina per la
produzione di ovociti con relative mestruazioni.
La psiche dell’adolescente è turbata: il maschio
finisce per avere eiaculazioni notturne accompagnate da sensazioni piacevoli e
da sogni erotici, e anche la ragazza fa strani sogni e sente pulsioni nuove e
stimoli negli organi genitali. Se essi, il ragazzo e la ragazza, non hanno
avuto in famiglia, dal padre e dalla madre, una educazione sessuale
cristianamente intesa, con molta facilità cederanno alle fantasie erotiche, e
il maschio cercherà il rapporto. Dato che in Italia non c’è la “casa chiusa”,
lo cercherà con una compagna o con una prostituta di strada. Se non trova una
compagna consenziente, può ricorrere alla violenza; se non ha il denaro per
pagare una prostituta, può stuprare la donna che gli capita alla prima
occasione.
Insomma se non c’è la continenza cristianamente
motivata e molto dominio di sé, ottenuto con l’educazione e con molta forza di
volontà, per cui l’istinto venereo può essere sublimato e costituire una grande forza morale, il giovane ricorre
o alla fornicazione (con prostitute) o alla violenza.
Per resistere a queste tentazioni e calmare, almeno
temporaneamente, la pulsione erotica, c’è un mezzo né violento né costoso, la
masturbazione.
Di essa il CCC ci dà un’accurata descrizione di ben
15 righe che ognuno si può leggere a pag. 574.
Il testo dice che è “atto intrinsecamente e
gravemente disordinato”, anche se riconosce che ci possono essere, in casi
specifici, delle attenuanti. Insomma per la Chiesa la masturbazione è un
peccato più o meno grave. Essa può essere assimilata all’onanismo, che però il
Catechismo non nomina, ma di cui si parla in Gn 38, ed è così chiamato da Onan,
figlio di Giuda, il quale lo praticava, ma “ciò che egli faceva non fu gradito
al Signore, il quale lo fece morire.” Dunque per la Bibbia è un peccato che Dio
non perdona.
Secondo me la masturbazione in determinati casi non
solo è lecita, ma anche salutare. Prendiamo il caso di un giovane non sposato:
se ha gli organi sessuali normali, egli avrà un’abbondante produzione di
spermatozoi e di liquido seminale, e questi prodotti biologici, una volta
accumulatisi, procurano al maschio una tensione fisica e psichica che abbisogna
di uno sfogo. E se lo sfogo egli se lo procura da sé, in privato, senza
ricorrere al rapporto con la donna, che non potrebbe avere se non con mezzi
gravemente peccaminosi (adulterio con donna d’altri, fornicazione, seduzione di
compagna o collega, stupro, ecc.), che peccato egli commette, se si libera da solo
di questo secreto ghiandolare che non serve che a turbarlo, renderlo teso e a
indurlo nella tentazione di ricorrere a mezzi non solo peccaminosi ma spesso
anche dannosi per gli altri, e quindi condannati anche dalla legge? Per me
nessun peccato, né mortale né veniale.
Facciamo anche il caso di un marito ancora virile,
che non possa avere più rapporti con la moglie perché malata o perché dopo la
menopausa (succede) rifiuta il rapporto; che deve fare questo marito che sente
una forte pulsione erotica? Deve fare violenza alla moglie? Deve andare da
altre donne? Se scarica da sé la sua tensione non danneggia nessuno, e procura
un beneficio alla sua salute psico-fisica. Lo stesso dicasi se la moglie è
morta ed egli non ha la possibilità di condurre all’altare un’altra donna (cosa
che richiede almeno qualche anno di attesa), che cosa deve fare? Andare, e
rischiare, con le prostitute?
Ho trattato questo argomento al maschile, ma lo
potrei trattare anche al femminile, perché anche la donna può ricorrere
all’autoerotismo (mai all’omosessualità) quando non può più avere il rapporto
col marito o è rimasta zitella o addirittura vedova. Insomma l’autoerotismo in
determinati casi non solo è lecito, ma salutare per l’individuo e la società.
Esso però può anche diventare un vizio, se non
serve a liberarsi da una pulsione dannosa, ma a procurarsi il piacere venereo,
magari tutti i giorni o comunque spesso. In questo caso è anche gravemente
dannoso alla salute sia fisica che psichica, e certamente non è gradito a Dio.
Ovviamente questo è il mio pensiero, che può essere
accettato o meno, ma almeno è espresso con chiarezza, mentre la Chiesa in
questo campo ha scelto l’irragionevole rigore (divieto del condom e della
pillola) e l’ambiguità, anche cambiando la formula del comandamento (atto impuro invece di adulterio) e poi non distinguendo mai
nettamente (specie per i preti) tra
celibato e castità (talora chiamata vagamente purezza), e tra castità e
verginità, la prima imposta a tutti (anche agli sposati), la seconda imposta ai
fidanzati e alle persone consacrate.
Io sono d’accordo con la Chiesa per la castità
prematrimoniale e postmatrimoniale, per la fedeltà coniugale e per
l’accettazione dei figli, che sono lo scopo precipuo del rapporto di coppia; ma
sono anche per un facile e ragionevole controllo delle nascite, ottenuto col
condom o con la pillola Pincus. Ritengo poi che la masturbazione, se non è un
vizio ma una necessità, non è peccato neppure veniale, e comunque sempre preferibile
alla fornicazione.
Ovviamente sono idee non politicamente corrette, in
cui ormai mi sono specializzato.
La prima riguarda l’immigrazione clandestina di
indesiderabili, che anche questo Governo, che prometteva di stroncarla, appare
del tutto incapace non solo di stroncarla ma anche di controllarla. Anzi in un
certo modo la incrementa. Infatti i nostri aerei da ricognizione e le corvette
della Marina non fanno altro che sorvolare le acque internazionali a sud della
Sicilia e della Sardegna alla ricerca dei barconi e dei gommoni dei
clandestini, e quando li hanno trovati, subito mandano elicotteri e navi a
imbarcarli o rimorchiarli verso i nostri porti o le nostre piccole isole di
Lampedusa e di Pantelleria, che poverette devono subire questa invasione con
grave danno del loro turismo.
Ormai la cosa è ben risaputa: «Italiani bòni» cioè
stupidi, fessi; e gli scafisti commercianti di uomini, non appena partono dagli
ospitali porti della Libia o della Tunisia, subito chiamano col cellulare la
Capitaneria di Mazara o di qualche altro porto siciliano per segnalare che sono
in avaria, che hanno donne partorienti, che sono rimasti senz’acqua, che sono
in balia delle onde da giorni, e lanciano il SOS.
E puntualmente la nostra brava Marina con
ammirevole sollecitudine li va a prendere in mezzo al Mediterraneo, li
rifocilla e li porta nei centri di prima accoglienza, dove essi spesso si
ribellano a ogni controllo di identificazione, sfasciano, bruciano e la fanno non
solo da padroni, ma da nemici invasori. È insomma una vera guerra, anche se non
dichiarata, tra la malavita che gestisce tutto questo traffico, e la povera
Italia che ha già tante piaghe per conto suo e ora deve prendersi anche quelle
degli altri.
Ora, senza continuare questa urtante cronaca
giornaliera, che tutti conoscono e vedono in televisione, io lancio la mia idea
scorretta. Il Governo Italiano con un
comunicato ufficiale dovrebbe avvertire tutti che da oggi in poi le forze della
Marina e dell’Aviazione Italiana non usciranno più dalle acque territoriali,
non si allontaneranno più di 12 miglia dalle nostre coste, per difendere le
quali esse sono state istituite come forze armate. Non sono adibite al soccorso
in acque internazionali, a raccogliere i vari SOS lanciati, e ad accorrere in
aiuto, al che sono invece tenute tutte le imbarcazioni che navigano nei paraggi
e che captano il SOS.
Lo so che una simile decisione susciterebbe molte
proteste, ma ormai siamo ad essa necessitati se vogliamo aver ragione di questa
invasione di clandestini, che non vengono tutti per lavorare onestamente, ma in
parte per incrementare la delinquenza comune (furti, rapine, stupri ecc.)
oppure lo spaccio di droga e la prostituzione; e del resto tutto “l’affare” è
gestito dalla malavita organizzata, tollerata se non aiutata da qualche
governo, come quello libico, che vuol sempre tenere l’Italia sotto tiro.
Anni fa ci sparò dei missili, oggi ci spara i
clandestini, che accorrono in Libia dalla Somalia, Eritrea, Sudan, Nigeria e
anche da paesi più lontani, perché sanno che lì saranno utilizzati per la
politica ricattatoria di quel governo.
Purtroppo, anche in ambito internazionale, per
l’imbarbarimento del costume, si deve ricorrere a ciò che da tempo avviene in
ambito privato. Una volta, ai bei miei tempi, quando viaggiando in auto si
incontrava un veicolo fermo e gente chiedente aiuto, subito ci si fermava da
buoni samaritani; oggi si accelera e si passa al largo, perché spesso quella è
una trappola per depredare il povero ingenuo che crede a quella messinscena.
Allo stesso modo, quando si sentiva bussare alla
porta, subito si apriva, si ascoltava e magari si faceva entrare in casa il
povero questuante per aiutarlo; oggi tutto ciò non si può più fare senza
grandissimo pericolo; e io stesso ci sono capitato ben due volte: la prima
volta ho guadagnato qualche bussa e perduto pensione e risparmi, la seconda
volta mi è andata meglio: era una giovane donna, molto aitante, che vedendo
come sono malridotto, ha forse avuto compassione di me e non ha infierito.
Qualche cattolico conclamato, sapendo che io mi
professo (e cerco di essere) un buon cristiano, si meraviglierà di questa mia
proposta barbarica. A costui
rispondo: Il buon testimonio di Cristo, personalmente, può o deve seguire il
suo impulso generoso e obbedire al precetto evangelico. Così ho fatto io più
volte, e quasi sempre sono stato beffato, e definito da parenti e amici un vero
fesso. Nel 1974, a un piccolo
industriale che appena conoscevo e che stava per fallire, detti Lire 2.500.000
su due piedi, senza esigere neppure una firma. Era tutto il risparmio che
possedevo e che non rividi mai più.
Questa fu la bidonata più grossa, ma ne ho avute
parecchie altre. Però, se un privato può fare il fesso coi suoi soldi, credendo di fare il buon Samaritano, lo Stato
non può farsi prendere per fesso dagli scafisti e sottostare al ricatto del
dittatore libico.
La seconda idea, non so se scorretta o piuttosto
ingenua, riguarda la disoccupazione, e
vi accenno appena. È evidente che tutti i cittadini dovrebbero avere un lavoro,
e se non lo trovano o lo perdono, non devono essere lasciati nell’abbandono, e
quindi è la società intera, cioè il Governo che deve provvedere ad essi. Ma
dare l’assegno di disoccupazione non risolve il problema; bisogna dare
l’occupazione. Infatti l’assegno di
disoccupazione, che dovrebbe essere dato anche al giovane sposato che ancora
non ha trovato un lavoro, se è adeguato come dovrebbe, cioè un quasi stipendio,
tale da sopperire ai fondamentali bisogni della famiglia, potrebbe anche far
adagiare il beneficiario nell’assistenzialismo e indurlo all’ozio (che è il
padre dei vizi), o a lucrare l’assegno e dedicarsi a “lavoretti privati”.
Bisogna quindi offrire al disoccupato un lavoro effettivo e veramente utile
alla collettività.
Ci sono in Italia ambiti economici e sociali nei
quali si può dare molta occupazione: il primo è quello della sicurezza e del
controllo del territorio, e quindi il potenziamento dei Carabinieri e delle
altre forze dell’Ordine, col raddoppio delle carceri (lavoro per l’edilizia).
Il secondo è il controllo del territorio dal punto di vista idro-geologico:
ogni bacino fluviale e lacustre dovrebbe avere una sua struttura permanente di
risanamento, di controllo e di pronto intervento, nel bacino di pertinenza, fornita
di personale e mezzi adeguati.
Qui mi fermo e non entro nei particolari: ma
certamente queste strutture potrebbero assorbire molti laureati e diplomati
(ingegneri geologi, geometri, tecnici ecc.) e tanta manodopera con i macchinari
necessari, i quali darebbero molto lavoro alle industrie metalmeccaniche che li
debbono costruire.
Ma questa mia è ingenuità o idiozia? Giudichi il
lettore.
19 – Le conversazioni del Cardinal Martini
Appena uscita in edizione italiana (l’edizione
originale è in tedesco), ho subito comprato e letto (ottobre 2008) l’ultima
opera del Cardinale Carlo Maria Martini. Non avevo di lui letto altre opere, ma
sapevo che è un dotto biblista e che alla guida della grande diocesi milanese
aveva bene meritato.
“Le Conversazioni notturne a Gerusalemme” sono
state tenute dal Cardinale con un altro gesuita, di nazionalità austriaca, il
quale è impegnato nell’assistenza ai bambini di strada in Europa orientale.
L’argomento trattato è il rischio della
Fede, ma il colloquio si allarga ad altri problemi ecclesiologici e
pastorali. Anche il Cardinale avverte, come me, che nella Chiesa c’è una deriva
mondana; lo dice più volte, ma non scende nei particolari e non formula
proposte di riforma. A pag. 61 dice:
«Un tempo avevo sogni sulla Chiesa. Una Chiesa che
procede per la sua strada in povertà e umiltà, una Chiesa che non dipende dai
poteri di questo mondo.»
A pag. 65 aggiunge:
«Gesù raccomanda: non prendere nulla con te, né
borsa, né bisaccia, né due tuniche. Queste parole sono per lo meno un invito
alla Chiesa a fare oggi esperimenti di vita più semplice con poca burocrazia.»
A pag. 109 dice che Gesù apprezza «anche una Chiesa
piccola e modesta, che ha una fede salda e agisce di conseguenza. Non dobbiamo
dipendere dai numeri e dai successi.»
Sono accenni significativi, ma troppo vaghi, e
tanto valeva non farli nemmeno.
Non sono affatto d’accordo col Cardinale quando
asserisce, riferendosi evidentemente all’Antico Testamento:
«La Bibbia è forse il migliore ausilio per formare
la propria opinione e la coscienza, dunque la forza interiore.»
E che in quel passo lui intenda la Bibbia ebraica è
confermato da quanto dice subito dopo (pagg 66 ss). Infatti tra i personaggi
biblici egli sente particolarmente vicino Davide, del quale traccia un profilo
esemplare, ma immaginario e oleografico. Non riporto, per evitare lungaggini,
questo bel ritratto, perché ognuno se lo può godere alle pagine citate: io
invece voglio far conoscere ai miei eventuali lettori il ritratto non mitizzato
e agiografico, ma reale, che la Bibbia ci dà di Davide.
Se il lettore possiede la Bibbia CEI edita dalla
Società Editrice Internazionale (Torino, 1993), mi può seguire passo passo,
perché indicherò, per ogni evento, non i capitoli e i versetti, ma il numero di
pagina del testo.
E cominciamo col gran numero di mogli e di
concubine che alimentavano la sua virilità o lussuria. Si dirà: a quei tempi la
poligamia e un serraglio di odalische (per chi poteva permetterselo) era cosa
normale presso quasi tutti i popoli. D’accordo, ma dato che l’A.T. è tutta Parola di Dio, noi ci domandiamo perché quello che era
lecito a Davide, e la Bibbia ci narra senza ombra di censura, cioè l’avere non
meno di otto mogli (pagg. 289 e 381) [13]
e decine di concubine (pagg. 300 e 306), sia ora considerato peccaminoso.
Dio ha cambiato idea, e considera oggi peccato ciò che allora era un diritto e
quasi un vanto dei suoi santi
patriarchi, re e profeti?
Il primatista in campo sessuale è però il figlio di
Davide, Salomone, che avendo ricevuto la sapienza direttamente da Dio (pag. 315)
aveva scelto e impalmato settecento mogli principesse, con un harem di trecento
concubine (pag. 325)! Ma torniamo a Davide.
La prima sua moglie fu, a quanto pare, Mikal,
figlia di Saul. Costei (pag. 275) s’invaghì di Davide, che però non aveva i
mezzi per pagare il prezzo nuziale. Allora Saul gli fece sapere che si
accontentava di cento prepuzi di
Filistei. La richiesta non sembrò né strana né esosa né crudele a Davide, il
quale subito “partì con i suoi uomini e uccise tra i Filistei duecento uomini.
Davide riportò i loro prepuzi e li contò davanti al re, per diventare genero
del re.” Questa è la seconda impresa di Davide, dopo l’uccisione del gigante
Golia.
Un’altra terribile strage egli stava per compiere,
nel periodo in cui era fuggiasco con circa 600 seguaci, inseguito dalle truppe
di Saul (pagg. 280–82).
Avendo saputo che Nabal, un ricco proprietario, era
nei suoi possedimenti alla tosatura del gregge, inviò alcuni suoi uomini a
chiedergli elargizioni gratuite di viveri. Nabal rifiuta, non per sola avarizia
ma, credo, perché aiutare il ribelle era molto pericoloso. Quando Davide
conosce il rifiuto, subito si propone la vendetta: lo assalirà e non lascerà
sopravvivere un solo maschio della sua famiglia! Per fortuna Abigail, moglie di
Nabal, saputa la cosa, corse ai ripari: preparò una grande quantità di
prelibate cibarie crude e cotte, le caricò sugli asini e le portò a Davide per
placarne l’ira. Egli accoglie l’offerta e dice alla bella Abigail:
«Viva sempre il Signore, dio d’Israele…perché se
non fossi venuta in fretta incontro a me, non sarebbe rimasto a Nabal allo
spuntar del giorno un solo maschio.» La strage non era avvenuta, «ma dieci
giorni dopo il Signore colpì Nabal ed egli morì», e subito dopo Davide fece
della avvenente vedova la sua terza moglie, dopo Mikal e Achinoam. La crudele
vendetta non ci fu, ma il fermo proposito di effettuarla c’era, eccome!
Non voglio raccontare l’adulterio di Davide con
Betsabea, moglie del suo generale Uria. È storia nota, e il lettore che non la
conoscesse bene, la può gustare al cap. 11 del secondo libro di Samuele (pagg. 295-296).
Voglio solo mettere in risalto l’astuto disegno di Davide.
Quando sa che Betsabea è rimasta incinta di lui,
manda a dire al suo generalissimo Joab, che comandava l’assedio di Rabba, città
degli Ammoniti, di mandargli Uria. Quando questi gli si presenta, lo loda per
il suo valore e lo esorta ad andare a riposarsi a casa sua accanto alla moglie.
Così in seguito, se avesse conosciuto lo stato di lei, lo avrebbe attribuito a
sé, e lo scandalo non ci sarebbe stato. Ma Uria (che forse aveva saputo la
verità e intuito tutto il piano), non vuole assolutamente tornare nella sua
casa a rivedere la moglie. Allora Davide, sempre ricco di espedienti, rimedia
subito: rispedisce Uria al fronte e manda a dire a Joab di farlo morire in
battaglia, abbandonandolo tra i nemici in uno scontro. Joab esegue l’ordine, e
così il re si può prendere tranquillamente la giovane vedova come moglie.
Davide è pieno di risorse; come non uccide lui
direttamente il marito di Betsabea, ma fa sembrare l’omicidio un incidente di
guerra, così all’inizio del regno aveva eliminato tutti i discendenti di Saul,
non direttamente, ma facendoli uccidere dai Gabaoniti, ad eccezione di
Merib-Baal[14],
figlio di Gionata, che era stato suo caro amico. Ma raccontiamo i fatti (pag. 307).
Siccome c’era una perdurante carestia, “Davide
cercò il volto del Signore, e il Signore gli disse: «Su Saul e sulla sua casa
pesa un fatto di sangue, perché egli ha fatto morire i Gabaoniti.». Allora il
re chiamò i Gabaoniti e chiese loro come poteva “espiare” verso di loro
l’ingiustizia del suo predecessore. Quelli chiesero di potersi vendicare sui
nipoti di Saul, dato che i figli erano tutti morti in battaglia, combattendo
intorno al padre sul monte Gelboe (pag. 286). I nipoti escluso l’handicappato erano
sette, e Davide li fece arrestare tutti e li consegnò nelle mani dei Gabaoniti
“che li impiccarono sul monte, davanti al Signore”.
Il commentatore CEI annota: «Così Davide elimina
anche gli ultimi rampolli della casa di Saul, e con essi il rischio di subire
egli stesso la loro vendetta per l’usurpazione del trono.» Ma Davide non si
sporca le mani, e del resto era stato sollecitato da Jahvè a compiere quella
giustizia!
Ma della vita di Davide il fatto più scandaloso è
la vendetta postuma che egli si
prende per mezzo del figlio Salomone. Ecco quello che ci racconta la Parola di Dio (pagg. 313-314).
“Sentendo avvicinarsi il giorno della sua morte,
Davide fece queste raccomandazioni al figlio Salomone… «Anche tu sai quel che
ha fatto a me Joab, figlio di Zeruia… Tu agirai con saggezza, ma non
permetterai che la sua vecchiaia scenda in pace agli inferi… Tu hai accanto a
te anche Simei… egli mi maledisse con una maledizione terribile (pag. 301)
quando fuggivo verso Macanaim. Ma mi venne incontro al Giordano. E gli giurai
per il Signore: «Non ti farò morire di spada.» Ora non lasciare impunito il suo
peccato… Farai scendere la sua canizie agli inferi con morte violenta.»"
Salomone agì con tutta la sua sapienza, e fece
morire i due condannati dal padre, ma sempre senza sporcarsi le mani. La Parola di Dio ci descrive
meticolosamente (pagg. 314-315) come andarono le cose.
Quando Joab seppe che Salomone aveva fatto uccidere
il fratellastro maggiore, Adonia, del quale egli era stato sostenitore per il
trono, temendo giustamente per sé, “si rifugiò nella tenda del Signore e si
afferrò ai corni dell’altare”. Salomone inviò Benaia con l’ordine di ucciderlo,
e Benaia cercò di farlo uscire dal luogo sacro, per non commettere un
sacrilegio. Siccome Joab non volle uscire, Benaia tornò da Salomone, incerto
sul da farsi. Ma “il re gli disse: «Colpiscilo e seppelliscilo; così
allontanerai da me e dalla casa di mio padre il sangue che Joab ha sparso senza
motivo.»”
Joab era stato il generale in capo dell’esercito di
Davide e per suo ordine aveva fatto morire Uria, marito di Betsabea; ma poi,
senza suo ordine, aveva ucciso due generali dell’esercito, che probabilmente
gli insidiavano il comando supremo, e infine aveva commesso l’imperdonabile
errore di parteggiare per Adonia nella lotta per la successione a Davide, e
quindi doveva morire come Adonia.
Per Simei Salomone si prese più tempo, per
mascherare meglio la sua intenzione omicida. Per tenerlo sotto controllo gli ordinò
di costruirsi una casa a Gerusalemme e di abitare sempre in essa, agli arresti
domiciliari; in caso contrario sarebbe stato reo di morte. Passarono tre anni,
e già Simei si era rassicurato che Salomone non pensasse più a lui, mentre
invece il sapiente re stava giocando con il condannato come il gatto col topo.
Siccome due schiavi di Simei erano fuggiti (fatto probabilmente provocato dagli
agenti reali) e si erano rifugiati a Gat, Simei uscì per andarli a riprendere,
non pensando più al divieto ricevuto da Salomone, il quale lo fece perciò
arrestare e uccidere, eseguendo il comando del padre con tre anni di ritardo,
ma in modo pulito, con apparenza di
legalità.
Questi particolari mi tentano a estendere la mia
scrupolosa disamina morale al sapientissimo re, ma me ne astengo, perché il
Card. Martini idoleggia, nel luogo citato, solo Davide, e non estende la sua
ammirazione al figlio, che anche lui ci ha dato bellissimi esempi.
A dire la verità il cardinale accenna anche, nel
suo panegirico, ad alcuni peccati di Davide, che però per lui non offuscano la
sua figura esemplare. “Davide riconobbe anche le sue personali colpe e tornò
sui suoi passi. Meglio ancora: imparò dai suoi errori e dalle sue sconfitte.
Ciò che mi attrae in quest’uomo è che dimostrò il più grande coraggio non nei
suoi successi, bensì nel modo in cui sopportò le difficoltà della vita, le
inimicizie e gli oltraggi. Ha lottato senza badare alle sue ferite e ha
dedicato la vita al compito che Dio gli ha assegnato. Non solo Davide propone
ai giovani un modello di vita affascinante, ma potrebbe essere di
incoraggiamento anche per chi ha mansioni direttive.”
Con tutto il rispetto per il “principe della
Chiesa” e dotto biblista, io col modesto sapere di cristiano non addottorato,
ritengo che Davide non costituisce affatto “un modello di vita affascinante” da
proporre ai giovani, e tanto meno a chi abbia mansioni direttive. Questo è il
mio giudizio basato sulla sua biografia, raccontata nell’Antico Testamento, ma
l’eventuale lettore può fare la sua personale valutazione leggendosi i testi
biblici da me citati e dei quali ho indicato i numeri di pagina della Bibbia
CEI.
Voglio mettere in rilievo come il cardinale
presenti un episodio della vita di Davide di cui io ho sopra parlato: “Il folle
Simei gli scagliò contro dei sassi e lo maledisse. Il re fuggiasco dimostrò la
sua grandezza sopportando quell’onta senza difendersi”. E ora vediamo come lo
stesso Davide ricorda quell’episodio: “[Simei] mi venne incontro al Giordano, e
gli giurai per il Signore: «Non ti farò morire di spada.» Ora non lasciare
impunito il suo peccato… Farai scendere la sua canizie agli inferi con morte violenta.”
(1Re 2, 8-9)
Sicché Davide finse di perdonare Simei, e per
farglielo credere glielo “giurò per il Signore”, poi in punto di morte ordinò a
Salomone di ucciderlo.
Questa è la grandezza d’animo di Davide? Si vendica
venendo meno a un giuramento fatto in nome di Dio. Ma, a parte il sacrilegio
del giuramento, come dobbiamo giudicare, moralmente, uno che ordina una
vendetta postuma?
Nonostante tutto questo, Davide per il cardinale
Martini e per la Chiesa è sempre il santo re e profeta, l’esempio da imitare,
non solo per gli Ebrei, ma anche per i Cristiani. Perché? Perché Jahvè lo aveva
scelto, prescelto sin dal seno della madre; come mille anni dopo presceglierà
Saulo di Tarso, e quando uno è prescelto dal Signore, è sempre un gran santo,
qualunque cosa faccia e qualunque cosa dica.
Infatti a Davide Jahvè, per bocca del profeta Natan,
fa questa promessa: «Così dice il Signore degli eserciti… per il futuro
distruggerò i tuoi nemici e renderò il tuo nome grande… Io assicurerò dopo di
te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il tuo regno… La
tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me, e il tuo trono
sarà reso stabile per sempre.»
Davide è celebrato non solo per le sue azioni, ma
anche per le sue parole. Infatti molti dei Salmi sono attribuiti a lui, parole
e musica, che però non ci è giunta, né poteva. Sono preghiere di lode, di
pentimento, di supplica: belle parole, Davide è certamente un poeta religioso.
Belle parole, ma solo parole, vuote parole.
Dopo l’adulterio con Betsabea, rimproverato da
Natan, chiede perdono (salmo 51): «Pietà di me, o Dio, secondo la tua
misericordia; nella tua grande bontà cancella il mio peccato. Lavami da tutte
le mie colpe, mondami dal mio peccato… Purificami con issopo e sarò mondato;
lavami e sarò più bianco della neve.»
Insomma Dio misericordioso deve fare tutto Lui,
cancellare il suo peccato, lavarlo, purificarlo; Davide invece non perdona il
peccato di Joab e di Simei e ne vuole vendetta anche postuma; altrimenti non
può morire contento.
Nel Pater
noster Gesù ci ha insegnato a pregare così: «Rimetti a noi i nostri debiti
come noi li rimettiamo ai nostri debitori»; cioè se noi non perdoniamo, nemmeno
Dio ci perdonerà. Ce lo conferma anche con la parabola del debitore disumano il
quale, dopo aver avuto condonato dal padrone misericordioso il suo debito di
ben diecimila talenti, fece gettare in carcere un conservo che gli doveva solo
cento denari e gli chiedeva un po’ di pazienza, accordandogli una semplice
proroga della scadenza. (Mt 18, 23–35)
Davide è il debitore disumano della parabola: ha
ricevuto da Dio il perdono dell’adulterio con Betsabea, dell’assassinio del
marito, e in punto di morte comanda l’uccisione di Simei che lo aveva
maledetto, ma poi gli aveva chiesto perdono, che lui gli aveva accordato con
giuramento.
Tuttavia Davide resta sempre il santo re e profeta,
e per osannare Gesù Cristo lo acclamavano “figlio di Davide”. La fortuna di
questo re predestinato alla gloria terrestre e celeste non è mai venuta meno
sino ad oggi, come ci confermano le parole del cardinale Martini. Nel Medioevo
Dante lo esalta nel suo poema. Ne fa addirittura l’esemplare dell’umiltà,
perché portando l’Arca del Signore a Gerusalemme, danzava e cantava nella
processione, lui re! (Purg. X, 63-65)
Dante si riferisce a quanto viene narrato in 2 Sam
6, dove leggiamo anche un episodio sconcertante. L’Arca di Dio fu prelevata
dalla casa di Abinadab, in Baala, fu posta su un carro nuovo tirato da buoi,
che venivano guidati e scortati da Uzza e Achio, figli di Abinadab. Però a un
certo punto del percorso “Uzza stese la mano verso l’Arca di Dio e vi si appoggiò,
perché i buoi la facevano piegare. L’ira del Signore si accese contro Uzza; Dio
lo percosse per la sua colpa, ed egli morì sul posto.” (2 Sam 6, 3-6)
Fatto morire perché si era appoggiato sull’arca per
non farla cadere! Cioè avrebbe dovuto lasciarla cadere a terra, ma non
toccarla?
Questo episodio ci dimostra ancora una volta quanto
fosse ora spietato, ora partigiano e capriccioso Jahvè. Mosè ai piedi del Sinai
scagliò a terra e infranse per ira le tavole della legge, scritte dalla mano di
Dio: l’ira del Signore non si accende contro di lui, per questo sacrilegio;
Jahvè benevolmente lo invitò a tagliare due tavole di pietra come le prime e a
salire nuovamente sul Sinai, dove “il Signore scrisse sulle tavole le parole
dell’alleanza, le dieci parole”. (Es. 32, 19; 34, 4-28)
Ma torniamo a Dante, per concludere il discorso su
Davide, che il Poeta nel Paradiso pone come pupilla della mistica Aquila
formata dalle luci dei giusti reggitori, e lo celebra come “il cantor dello
Spirito Santo” (Par XX, 38). Poi nuovamente nel canto 25 lo proclama “sommo
cantor di sommo duce”(v. 72), e afferma che la virtù della speranza gli è stata
inculcata da Davide col salmo IX, versetto 11, dove dice: «Confidino in te
quanti conoscono il tuo nome».
Per curiosità aggiungo che il salmo è qui chiamato
da Dante “teodia”, parola coniata da lui e usata, che io sappia, solo in questo
punto.
Ma quello che ci stupisce è come quella semplice
esortazione alla fiducia in Dio possa inculcare la virtù teologale della
speranza. È proprio il caso di esclamare: Virtù di un versetto! (Ma era un
versetto d’autore).
Temo che la guerra, cioè la lotta armata e cruenta
di un gruppo (tribù, etnia, razza, popolo) contro un altro, sia inscritta nel
DNA umano; è infatti un’attività universale e di tutti i tempi, sin dai
primordi dell’umanità. È quindi per sua natura non estirpabile, ma potrebbe (e dovrebbe)
essere regolamentata e controllata, affinché non produca uccisioni e danni
ingiustificati, in quanto non necessari per il raggiungimento dello scopo per
cui essa è stata dichiarata.
Anche nell’uomo singolo lo spirito bellicoso si fa
talora sentire come un istinto, non dissimile da quello di conservazione o da
quello sessuale; ed ecco che l’individuo non può restarsene in pace (vivere e
lasciar vivere), ma deve costituirsi un nemico (persona o idea) e dichiarargli
guerra, talora solo verbale, più spesso con gli attentati, le bombe, gli
agguati.
Questo istinto deriva, secondo me, da quella
tentazione innata da cui tutti sono tentati e molti purtroppo soggiogati. È la
tentazione di dominare gli altri, di servirsi degli altri come mezzi, e quindi di
strumentalizzarli o addirittura schiavizzarli. Essa deriva dall’abuso dei doni
(intelligenza e libertà) che fanno l’uomo “simile a Dio”; io la chiamo
“prevaricazione”, e ne parlo nel mio opuscolo “Historia Magistra”, a cui
rimando il lettore che voglia saperne di più.
Le guerre, di gruppi o di singoli, in genere
nascono da una causa (casus belli) talora falsa, e quindi pretestuosa, cioè da
una offesa o colpa attribuita all’avversario, che per questo fatto diventa un
nemico da punire. Talora questo nemico lo si scopre non oltre le frontiere, ma
dentro, tra i propri concittadini, e allora si ha la guerra civile, la quale generalmente è la più incivile, perché più barbara e spietata
di quella esterna, non riconoscendo alcuna norma.
La guerra mira a ottenere un beneficio, in genere
materiale (territori, materie prime, dominio, prestigio), talora ideologico o
sbandierato come tale, in quanto sotto l’ideologia c’è quasi sempre il
tornaconto materiale. Tra le ideologie quella religiosa è forse più dannosa di
quella politica (socialismo, comunismo, fascismo), perché fa combattere con
fanatismo, nella convinzione di fare la volontà di Dio.
Quelli che capeggiano guerre con motivazione
religiosa sono i cosiddetti profeti armati, quale fu Mosè che, se vogliamo
credere all’Antico Testamento (Parola di Dio), uccise o fece uccidere non solo
migliaia di nemici esterni, cioè i popoli ostili a Israele, ma anche innumerevoli
membri del suo stesso popolo, presunti colpevoli. Per esempio, per il vitello
d’oro, costruito dal fratello Aronne (unico colpevole) fece uccidere in un solo
giorno 3.000 uomini (Es 32,28), sempre per ordine di Jahvè.
Forse la cifra riportata nella Bibbia è esagerata
(a scopo di esaltazione e ammonimento), perché Mosè è di un periodo storico che
sconfina con la leggenda, ma è innegabile che questo profeta fece le guerre
(interne o esterne) sempre credendo di fare la volontà di Dio e di rendergli onore.
Gesù invece è un profeta disarmato, e per noi
Cristiani è Dio, figlio del Padre. Non ci devono turbare certe sue espressioni,
come:
«Non crediate che io sia venuto a portare pace
sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada» (Mt 10, 34)
La guerra che Egli porta è al peccato, la spada che
Egli impugna è per tagliar via dall’uomo gli istinti peccaminosi. Quando poi
Egli davanti a Pilato conferma che è re, aggiunge subito:
«Il mio regno non è di questo mondo… il mio regno
non è di quaggiù» (Gv 18, 36)
Infatti il regno di Cristo è spirituale, Egli vuol
regnare nelle anime, desiderando che Lo accolgano e Lo amino liberamente e
spontaneamente.
Tuttavia molti seguaci di Gesù, deviando dal suo
insegnamento ed esempio, hanno fatto guerre di religione, come nelle crociate,
o usato la violenza per imporre la religione cristiana, come tra gli Indios, o per
difendere la sua dottrina, come con l’Inquisizione e i suoi roghi, o per
affermare la sua supremazia e il dominio, come con le scomuniche, con l’intolleranza
e con la condanna di ogni critica e opposizione. Quindi, anche se Cristo è un
profeta pacifico e disarmato, i Cristiani hanno fatto anch’essi, come gli
Ebrei, delle guerre di religione più o meno scoperte, più o meno violente.
Ma il profeta armato per antonomasia, quello che ha
proclamato il jihad, è Maometto (570-632) il quale dopo l’emigrazione dalla
Mecca a Medina (Egira – 622 d.C.), cioè negli ultimi suoi dieci anni (622-632)
combatté personalmente, uccidendo migliaia di avversari, in ben nove scontri di
notevole gravità. I suoi successori (Califfi) in pochi decenni hanno portato
l’Islamismo, con la spada, in Africa, in Asia, in Europa Occidentale e più
tardi anche in quella Balcanica, per cui oggi i musulmani, sparsi in tutta la
terra, sono più di un miliardo. Essi sono credenti compatti, perché tra essi
l’apostasia è punita con la morte, e quindi sono pochissimi quelli che si
convertono al Cristianesimo. Invece non sono pochi i cristiani che si
convertono all’Islamismo, anche oggi in Italia, e (bisogna riconoscerlo) queste
conversioni avvengono ora senza la minaccia della spada, come avveniva nei
secoli dell’espansione islamica. Allora, quando i loro eserciti occupavano una
città o un territorio, i vinti, se volevano scampare alla morte, si dovevano
convertire all’Islam. Noi Italiani
ricordiamo l’atroce sorte di Otranto i cui abitanti nel 1480, assediati da un
esercito musulmano, resistettero eroicamente per 14 giorni, ma poi si dovettero
arrendere. Circa ottocento difensori, che non vollero convertirsi all’Islam,
furono tutti barbaricamente decapitati, e i loro teschi si conservano ancora
nella cattedrale come reliquie di martiri cristiani.
Non sempre e dappertutto i musulmani sono stati
così spietati; in molti territori, specie nella penisola balcanica e nel vicino
Oriente, tolleravano quelli di altre religioni dietro pagamento di un tributo.
Infatti il Corano recita:
«Combattete coloro che non credono in Dio e nel
Giorno estremo, e che non ritengono illecito quel che Dio e il suo Messaggero
han dichiarato illecito, e coloro, fra quelli a cui fu data la scrittura [Ebrei
e Cristiani], che non s’attengono alla Religione della verità. Combatteteli
finché non paghino il tributo uno per uno, umiliati.» (IX, 29)
È però vero che il jihad propriamente non è la
guerra santa, come generalmente si crede, ma «l’impegno sulla via di Dio», e
questo impegno può essere assolto in quattro modi: con l’animo, con la parola,
con la mano, con la spada. Nel Corano Maometto invita molte volte al jihad
attuato con la spada, ma il suo non è un comandamento assoluto; i pilastri
della religione islamica sono, come è noto, i seguenti cinque:
1) professione di fede;
2) cinque preghiere giornaliere col volto verso La Mecca;
3) digiuno e astinenza sessuale nel mese di Ramadam
dall’alba al tramonto;
4) pagamento dell’imposta religiosa (decima), ed
elemosina secondo le proprie possibilità;
5) pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella
vita.
La guerra santa perciò non è un comando perentorio
e permanente, ma una prassi convalidata da tanta storia passata, e oggi
rinfocolata da gruppi estremisti e dall’Iran, specialmente dopo il ritorno
degli Ebrei in Palestina, e quindi a causa del sionismo. Anche prima c’erano
stati episodi feroci di intolleranza contro i Cristiani, come le molte stragi
degli Armeni operate nell’Impero ottomano nel secolo XIX, e quella crudelissima
effettuata dai “Giovani Turchi” durante la Grande Guerra (1914-1918).
Si può dire che l’intolleranza religiosa e razziale
si è accentuata al principio di questo secolo, sia per l’eterno conflitto
israelo-palestinese, sia per l’intervento degli Stati Uniti e di altre Potenze
occidentali in Iraq, in Libano, in Afganistan e nei Balcani. Purtroppo oggi le
guerre di religione non si combattono più, come nel Medioevo, in campo aperto
con le spade e le lance, in modo quasi cavalleresco, ma subdolamente con le
bombe, gli esplosivi plastici, i missili, i veleni chimici e i gas letali, cioè
col terrorismo più spietato, che si serve anche di donne e bambini come bombe
umane.
L’intolleranza si è accentuata anche tra le sette
di una stessa religione, come tra Sunniti e Sciiti nell’Islam, e tra Cattolici
e Protestanti nell’Irlanda del Nord.
Per dare un’idea di quanto possa offuscare le
coscienze il fanatismo religioso, voglio raccontare un episodio.
Per due anni di seguito io fui mandato come
Commissario Governativo in un liceo femminile parificato di Roma retto da suore
irlandesi. Erano gli anni più cruenti della lotta tra cattolici e protestanti
nell’Ulster, con attentati reciproci quasi giornalieri. Mi capitava spesso di
parlarne conversando con la preside e le professoresse, tutte suore irlandesi.
Ebbene, mentre io deploravo e stigmatizzavo questi
episodi, definendoli vergognosi e anticristiani, le mie interlocutrici invece
li giustificavano ed esaltavano con acribia i loro eroi bombaroli. Non riuscii
con tutti i miei ragionamenti a far loro cambiare idea, e alla fine mi limitai
a chiamarle tutte, scherzosamente, “le bombarole”. Eppure erano suore, e si
ritenevano devote seguaci del mite Redentore!
Perché ho scritto questo capitoletto? Quale utilità
può esso avere? Mi auguro che qualche ebreo, qualche islamico e qualche
cattolico “intollerante” lo legga, e vorrei dire loro:
«Ebrei, Musulmani e Cristiani hanno tutti fatto
“guerre sante”, per servire Dio, ma in realtà offendendo il Padre comune, il
Dio Giusto e Misericordioso. Non sarebbe l’ora di far parlare finalmente la
ragione, e riconoscere che la guerra santa è sacrilega e nefanda? Se vogliamo
fare una guerra veramente santa, facciamola tutti uniti contro l’intolleranza,
l’odio razziale e religioso, le violenze, le minacce e specialmente contro il
terrorismo, che è la peggiore barbarie, prodotta dal civilissimo nostro secolo
per la rovina dell’umanità.
Moviamoci: Dio lo vuole!»
Roma, Santa Pasqua 2009
[1] Anche il passo 2 Cor 13,2-9 è un bel pasticcio di concetti. Vedere anche la lettera ai Romani cap. 11,25-32.
[2] Claudio Rendina – Roma giorno per giorno – Newton Compton – Roma 2008 – pag. 374
[3] 2 Sam 15,16
[4] 1 Re 2, 12 ss
[5] Il testo in verità dice concubina, ma poi chiama marito il levita: insomma moglie o concubina è sempre la stessa donna disprezzata.
[6] Par. XXX, vv. 133-138
[7] Par. XXX, vv. 130-132
[8] Gdc 5 (intero)
[9] In senso sessuale per molti critici testuali; io non mi pronuncio.
[10] = E pose le fondamenta della lingua italiana.
[11] Prima del 1816 egli era Ferdinando IV re di Napoli e Ferdinando III re di Sicilia, essendo i due regni separati e uniti solo nella persona del re. In quell’anno egli li unificò realmente, gli cambiò nome e divenne Ferdinando I re delle Due Sicilie. Questo cambiamento dette luogo a un epigramma ironico: “Fosti quarto ed eri terzo, Ferdinando, or sei primiero; ma se seguita lo scherzo, via secondo e via primiero, finirà che resti zero.” Anche il titolo “delle Due Sicilie” è un po’ buffo, ed esso fu azzerato nel 1860 da Garibaldi.
[12] «Varcare la soglia della speranza» Mondatori 1994
[13] I figli di queste otto mogli, nominati nella Bibbia, sono 19; quelli delle concubine non sappiamo.
[14] Questo Merib-Baal era “storpio di ambedue i piedi” (pag. 290), era anche limitato mentalmente tanto che lui stesso si considerava “un cane morto” (pag. 294); sicché Davide non poteva temere nulla da lui; se non fosse stato un povero handicappato rassegnato al suo destino, ma un giovane ambizioso che poteva rivendicare i suoi diritti alla successione di Saul, come si sarebbe comportato Davide? La risposta al lettore.