Bruno Camaioni

 

 

 

  

 

 

 

 

 

Paralipomeni


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In copertina: “Born, Life, Death”  di  Alessandro La Rosa

ANAGOGICA

 

Opere di Bruno Camaioni

Notizie sull'autore

 

Bruno Camaioni è nato a Grottammare (AP) nel 1917, si è laureato in Lettere all'Università di Roma nel 1940, ha insegnato in varie città italiane, ed era preside di un liceo classico quando è andato in pensione. Ha scritto diverse opere (poesie, romanzi, studi sul Manzoni, opuscoli su argomenti religiosi ecc.) che non ha mai pubblicato, facendole circolare solo tra parenti, amici e conoscenti.

Uno di costoro, ritenendo che esse siano interessanti e anche formative per i valori a cui si ispirano, ha preso l'iniziativa di metterle man mano in rete, affinché chiunque le possa leggere liberamente e senza spese.

 

Note sul diritto d'autore

 

Delle opere pubblicate di Bruno Camaioni ne è consentita la copia e la distribuzione, su qualsiasi supporto, preservandone l'integrità (inclusa la presente dicitura) e citandone l'autore.

 

Altre opere attualmente disponibili in rete (anche attraverso eMule):

Il Problema del Male - Riflessioni; Eremita a Orgosolo - Romanzo; L'Aiuola Contesa - Romanzo; Riassunto de "I Promessi Sposi" - con commento estetico e morale; I Personaggi de' "I Promessi Sposi" - Saggio; I Doveri del Cristiano - Saggio; L'Antico Testamento - Tutta Parola di Dio? - Saggio; La Chiesa di Cristo e la Mondanizzazione -Saggio; Il Messaggio di Dante - Saggio; Una vita interessante - Luigi Mercantini Il Tirteo Marchigiano - Biografia; Historia Magistra - Saggio; Le meditazioni di Dante nel Purgatorio - Saggio; Idee non politicamente corrette - Saggio; Colle Vaticano A.D. 2050 - Romanzo; La verità ... in pillole - Saggio; Poesie Varie.

 

Le opere sono depositate.



Indice

 

 

 

ANAGOGICA.. 3

1 - Prefazione. 9

2 - Saulo di Tarso. 10

3 - «Il mio Vangelo». 20

4 - Il retore. 25

5 - L’apoteosi 28

6 - Tempio o Mausoleo?. 31

7 - L’Antica Alleanza. 35

8 - Il Comportamento morale. 42

9 - Le Eroine bibliche. 46

10 - La mondanizzazione. 54

11 - Il Leopardi ignorato. 57

12 - Il superuomo e il superapostolo. 63

13 - Montanelli e gli atei 65

14 - Il caso Englaro. 71

15 - Ebraismo e Islamismo. 73

16 – Le piaghe d’Italia. 75

17 – Il sesto comandamento. 77

18 – Altre idee. 81

19 – Le conversazioni del Cardinal Martini 84

20 - Le guerre sante. 90

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 

 

 

 

 

Ma nondimen, rimossa ogni menzogna,

tutta tua vision fa manifesta,

e lascia pur grattar dov’è la rogna.

 

 (Dante. Paradiso canto XVII vv. 127-129)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1 - Prefazione

Il titolo Paralipomeni, che in greco significa cose tralasciate, fu dato dai Settanta (traduttori dell’Antico Testamento dall’Ebraico in Greco) ai due libri delle Cronache, da loro ritenute un completamento dei due libri di Samuele e dei due dei Re. Questo titolo fu conservato nella traduzione latina curata da San Girolamo (347-419). Ma in seguito si è voluto tornare al titolo originario ebraico, che significa propriamente Cronache (o annali).

Questo ritorno ai titoli ebraici è avvenuto per altri due libri dell’Antico Testamento: Qoèlet (già Ecclesiaste) e Siracide (già Ecclesiastico).

La parola a noi Italiani è nota soprattutto per i «Paralipomeni della Batracomiomachia» di Leopardi. Egli aveva in gioventù tradotto dal greco in sestine la «Batracomiomachia», curioso poemetto eroicomico in esametri attribuito ad Omero, ma di un autore anonimo posteriore, il quale canta in versi epici la battaglia tra le rane e i topi, decisa dall’intervento dei granchi.

Negli ultimi anni, passati a Napoli presso l’amico Ranieri, il Leopardi compose in ottave  «I Paralipomeni», poemetto anch’esso eroicomico, nel quale le rane e i topi sono rispettivamente, nell’Italia di quel tempo,  cioè nel periodo dal 1820 al 1831, i reazionari (0 legittimisti) e i carbonari (o liberali), mentre i granchi (che nel poemetto pseudoomerico sconfiggono i topi) sono gli Austriaci i quali intervengono a reprimere in Italia i moti rivoluzionari e costituzionali.

«I Paralipomeni» è un poemetto interessante, un po’ pessimistico riguardo alle sorti italiane; è l’opera poetica più lunga dell’Autore, la quale oggi purtroppo è quasi ignorata, mentre è un bell’esempio di allegoria e ironia, in versi parodisticamente epico-eroici. 

Perché io ho intitolato Paralipomeni questo mio opuscolo?

Perché negli opuscoli precedenti ho tralasciato delle cose che andavano dette, ma ho tralasciate, non volendo dire troppo ed essere accusato di acribia o addirittura malanimo. Tuttavia queste accuse mi sono state mosse, nonostante la moderazione che io mi ero imposta. Ora, per difendermi da queste accuse, devo dimostrare, testi alla mano, la fondatezza delle mie asserzioni e delle mie critiche, fatte non per spirito polemico, ma per testimonianza alla verità, quella naturalmente che appare a me, perché la verità vera la conosce solo Dio.

Ma ribadisco ancora una volta che quanto io scrivo è solo per migliorare l’attuale attività ecclesiale, per far rilevare certi errori evidenti e certe enfatizzazioni inopportune, al fine di rendere la predicazione cristiana sempre più aderente allo spirito evangelico, semplice e umile, abbandonando quello esaltatorio e autoreferenziale.

E comincio con l’esaltazione che si sta facendo in questo 2008-2009 per il bimillenario della nascita di San Paolo, con le celebrazioni dell’anno a lui dedicato.

2 - Saulo di Tarso

Devo confessare che mi sento quasi sbigottito nel muovere delle critiche a questo santo così celebrato non solo dalla Chiesa ma anche dai popoli e dalle nazioni. In Italia sono almeno dodici i comuni denominati da San Paolo, nel mondo sono centinaia, a cominciare dalla grande metropoli del Brasile.

San Paolo è stato dalla Chiesa sempre accomunato a San Pietro, come i due pilastri del Cristianesimo, ed essi vengono festeggiati insieme nella ricorrenza liturgica del 29 giugno.

Anche la Chiesa Ortodossa li celebra ed esalta insieme, talora anche nella toponomastica delle città. Infatti al tempo dell’espansione zarista verso l’Asia due città furono dedicate a questi santi (PetroPaulovsk), una nel Kazakistan, una nella lontana penisola di Kamciatka. Tanto importante è stato considerato mettere queste nuove città sotto la protezione dei due campioni di Cristo, considerati di uguale dignità e importanza per la propagazione del Cristianesimo.

In questo anno paolino abbiamo sentito ripetute esortazioni a leggere le lettere paoline, considerate quasi il fondamento della dottrina Cristiana. Ma il fondamento del Cristianesimo è nel Vangelo, nelle parole di Gesù, e a dire la verità esse spesso contraddicono le parole di Paolo, il quale talora ci appare anche poco veritiero, come quando nella lettera ai Galati parla della sua conversione e dell’inizio del suo ministero.

Egli, dopo aver ricordato di aver perseguitato fieramente la Chiesa di Dio, scrive:

«Ma quando Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio, perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco. In seguito, dopo tre anni, andai a Gerusalemme per consultare Cefa e rimasi con lui quindici giorni; degli apostoli non vidi nessun altro, se non Giacomo, il fratello del Signore.»

Quanto precede egli lo conferma con giuramento:

«In ciò che vi scrivo, io attesto davanti a Dio che non mentisco.» (Gal 1, 11 ss)

Perché Paolo ricorre al giuramento, quando Gesù ci ha ammonito di non giurare affatto?:

«Avete inteso che fu detto agli antichi “Non spergiurare”, ma io vi dico: non giurate affatto… Sia invece il vostro parlare sì, sì, no, no; il di più viene dal maligno.» (Mt 5, 33-37)

Il giurare è contravvenire anche al secondo comandamento del Decalogo: Non nominare il nome di Dio invano. Paolo lo nomina invano anche in 2 Cor 1,23 , 2 Cor 11,10 , in Rm 1,9 e in altri punti delle sue lettere.

Paolo giura per far credere una cosa non vera, cioè che lui ha ricevuto la dottrina direttamente da Dio ed è andato a Gerusalemme, per consultare Cefa, solo dopo tre anni e per un brevissimo soggiorno. La verità è invece ben altra, come la racconta Luca negli Atti (9, 19 ss):

«Dopo la conversione rimase alcuni giorni, assieme ai discepoli che erano a Damasco, e subito nelle sinagoghe proclamava Gesù, Figlio di Dio… I Giudei fecero un complotto per ucciderlo… facevano la guardia anche alle porte della città di giorno e di notte per sopprimerlo; ma i suoi discepoli… lo fecero discendere dalle mura, calandolo in una cesta. Venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi con i discepoli, ma tutti avevano paura di lui… Allora Barnaba lo prese con sé, lo presentò agli apostoli… Così egli poté stare con loro e andava e veniva a Gerusalemme… discuteva con gli Ebrei di lingua greca; ma questi tentarono di ucciderlo. Venutolo però a sapere i fratelli, lo condussero a Cesarea e lo fecero partire per Tarso.»

Chi è che mente, Paolo o Luca?

Che motivo avrebbe avuto Luca per inventarsi questi fatti? Sono fatti logici, quali ognuno si sarebbe aspettato; era infatti naturale che un neofita, quale era Paolo, andasse a Gerusalemme dagli apostoli, per approfondire la conoscenza di quella fede appena ricevuta a Damasco da Anania che l’aveva battezzato. Paolo invece ha molti motivi di mentire. Egli infatti orgogliosamente vuole affermare di aver ricevuto la dottrina direttamente da Dio, e di non dover nulla a Cefa e agli altri apostoli. E lo dice anche nella citata lettera ai Galati:

«Vi dichiaro dunque, fratelli, che il vangelo da me annunziato non è modellato sull’uomo; infatti io non l’ho ricevuto né l’ho imparato da uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo.» (Gal 1,11-12)

Leggendo negli Atti che Paolo, subito dopo la conversione, predicando in Damasco Gesù Cristo Figlio di Dio, suscita una tale opposizione che tentano di ucciderlo, ci meravigliamo molto, in quanto in quella città c’era una comunità di Cristiani, guidati probabilmente da Anania, i quali professavano e propagandavano la loro fede senza correre alcun pericolo.

Come mai Paolo suscita tanta reazione?

Quando va a Gerusalemme, tutti avevano paura di lui non fidandosi della sua conversione, fin quando Barnaba garantì per lui presso gli Apostoli, ed egli poté predicare anche a Gerusalemme, sede del Cristianesimo. Siccome parlava abitualmente il greco, discuteva con gli Ebrei di lingua greca, ma anche questi tentarono di ucciderlo: perché?

In Gerusalemme c’era una florida comunità di Cristiani, guidati da Cefa e dagli altri apostoli, i quali predicavano e professavano ogni giorno Cristo figlio di Dio, senza provocare la reazione che suscitò Paolo. E come mai gli Apostoli, invece di difenderlo o di rimandarlo a Damasco, lo conducono a Cesarea e da lì lo imbarcano per Tarso, la sua patria?

Non era stato per caso considerato ingombrante e controproducente per la dottrina che predicava con la sua appassionata loquela di retore ellenistico?

La sua dottrina collimava o no con quella di Cristo?

A leggere attentamente le sue lettere, vediamo subito che non collimava. Porto solo alcuni esempi.

Gesù inculca sempre l’umiltà e ne dà un bell’esempio lavando i piedi agli apostoli prima dell’ultima cena pasquale. L’umiltà si esprime con la mitezza del comportamento, con l’apertura benevola agli altri e anche con l’indulgenza e col perdono. Ecco le sue parole:

«Beati i miti… Beati i misericordiosi» (Mt 5, 5-7)

«Imparate da me che sono mite e umile di cuore.» (Mt 11,2)

«Voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo poveri servi.» (Lc 17,10)

Paolo non la pensa allo stesso modo; egli nelle sue lettere si autoesalta e condanna quelli che non la pensano come lui. Sentiamo le sue parole:

«In realtà, anche se mi vantassi a causa della nostra autorità, che il Signore ci ha dato per vostra edificazione e non per vostra rovina, non avrò proprio che vergognarmene.» (2 Cor 10,8)

I capitoli 11 e 12 di questa lettera apostolica contengono l’elenco di tutte le vanterie di Paolo, alle quali si abbandona, come lui stesso dice, da pazzo e da stolto, con questa premessa:

«Oh, se poteste sopportare un po’ di follia da parte mia!»

Nella certezza che i Corinzi la sopportano, egli apre la stura alle sue esaltazioni; io non voglio elencarle; il lettore se le gusti nel testo paolino.

Quando il cristiano è vecchio e sente vicina la morte, è proprio allora che si sente più bisognoso della misericordia di Dio, e chiede perdono e pietà per le sue manchevolezze. Ma non è così per Paolo il quale scrive a Timoteo:

«Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione, ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno.» (2 Tm 4, 6-8)

Paolo si autoesalta in tanti altri passi delle sue lettere; ne cito ancora uno:

«Siano rese grazie a Dio, il quale ci fa partecipare al suo trionfo in Cristo e diffonde per mezzo nostro il profumo della sua conoscenza nel mondo intero! Noi siamo infatti dinanzi a Dio il profumo di Cristo fra quelli che si salvano.» 2 Cor 2, 14-15 - Paolo adopera qui, come spesso altrove, il plurale maiestatis, tanto si sente investito di autorità.  

Paolo fa talora dichiarazioni di umiltà anche esagerate, ma le fa sempre seguire da espressioni di superbia e di autocelebrazione, dimostrando che quella umiltà sbandierata è quella che comunemente chiamiamo pelosa, cioè falsa e procacciante. Porto solo due esempi. Nella 1 Cor 15,8 ss egli dice che Gesù risorto dopo essere apparso agli apostoli e “a più di cinquecento (!) fratelli in una sola volta” [ma quando? Ma dove?] scrive:

«Ultimo  fra tutti apparve anche a me come a un aborto. Io infatti sono l’infimo degli apostoli, e non sono degno neppure di essere chiamato apostolo… Per grazia di Dio però sono quello che sono, e la sua grazia in me non è stata vana; anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me.»

Il secondo esempio è preso dalla 2 Cor capitoli 11 e 12, cioè quelli delle vanterie. Paolo è rimasto irritato perché altri predicatori hanno osato andare nella Chiesa di Corinto da lui fondata e sono stati ben accolti dai fedeli, per i quali egli prova “una specie di gelosia divina”, in realtà molto terrena.

Orbene egli li stigmatizza chiamandoli ironicamente “superapostoli” e li condanna:

«Questi tali sono falsi apostoli; operai fraudolenti che si mascherano da apostoli di Cristo. Ciò non fa meraviglia, perché anche satana si maschera da angelo di luce. Non è perciò gran cosa che anche i suoi ministri si mascherano da ministri di giustizia.» (2 Cor 11, 13-15)

Dunque questi superapostoli sono falsi, fraudolenti, ministri di Satana. Ma poi egli per ben due volte (11,5 e 12,11) afferma:

«Ora io ritengo di non essere in nulla inferiore a questi superapostoli

«Non sono per nulla inferiore a quei superapostoli, anche se sono un nulla. Certo, in mezzo a voi si sono compiuti i segni del vero apostolo, in una pazienza a tutta prova, con segni, prodigi e miracoli.» 

È un aborto, un nulla, o il vero apostolo, che ha faticato più di tutti gli altri, con segni, prodigi e miracoli? Questa è vera umiltà?

In questi passi si nota anche una delle tante contraddizioni di Paolo. Se i superapostoli sono ministri di Satana, lui, che non è in nulla e per nulla inferiore ad essi, è dunque anche lui, a pari merito, ministro di Satana?

Ma Paolo, tutto preso dall’ardore polemico, non si accorge neppure di queste contraddizioni. Egli ora dice in un modo, ora agisce e afferma in un altro; porto qualche esempio.

In 1 Cor, 13,1 ss si ammira giustamente la bella lode che Paolo fa della carità, in cui dice benissimo che essa “non si vanta, non si gonfia”; ma con i due capitoli di vanterie (11 e 12) della seconda lettera ai Corinzi come la mettiamo?

Dovremmo concludere che Paolo non ha quella carità che a parole esalta, e senza la quale non ci si salva. E poi qui abbiamo un’altra contraddizione, perché dice:

«Queste dunque le tre cose che rimangono: la fede, la speranza e la carità; ma di tutte più grande è la carità.» (1 Cor 13, 13)

In tanti altri passi delle sue lettere egli ripete invece che noi siamo salvati dalla sola fede indipendentemente dalle opere, quelle cioè che sono il diretto frutto della carità. Delle innumerevoli affermazioni della Fede sola salvatrice mi basta riportare quella della lettera ai Romani:

«Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della legge.»  (Rm 3, 28)

Questa giustificazione per sola fede contraddice tutta la predicazione di Cristo, la quale è incentrata tutta sulle opere (dar da mangiare, da bere, vestire, visitare, alloggiare ecc.) e per esse ci ha dato una regola d’oro onnicomprensiva:

«Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fate lo stesso a loro: questa è la Legge e i Profeti:» (Mt 7, 12)

E subito dopo Gesù ci ammonisce:  

«Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli.» (Mt 7, 21) E fare la volontà divina è compiere le opere della Legge, e non fare la vuota professione di fede. Paolo non si accorge che contraddice non solo la predicazione di Cristo riguardo alla preminenza delle opere, ma anche sé stesso, che nella stessa lettera ai Romani, prima di enunciare la dottrina sopra riportata (Rm 3,28), afferma esattamente il contrario. Parlando del “Giudizio di Dio” dice che Egli «renderà a ciascuno secondo le sue opere: la vita eterna a coloro che perseverando nelle opere di bene cercano gloria, onore e incorruttibilità, sdegno e ira contro coloro che per ribellione resistono alla verità e obbediscono all’ingiustizia.» (Rm 2, 6-7)

Oltre alla stridente contraddizione dogmatica, non posso non rilevare la contraddizione morale; secondo lui il cristiano, perseverando nelle opere di bene, deve cercare “gloria, onore e incorruttibilità”, evidentemente per esaltare sé stesso, come appunto Paolo fa nelle sue lettere.

Orbene se la tesi di Lutero, che noi siamo giustificati solo per fede, è un’eresia perché contraria alla verità di Cristo, dobbiamo riconoscere che questa stessa dottrina è insegnata da Paolo.

E lo stesso dicasi per la predestinazione sostenuta dal Giansenio, per cui noi siamo predestinati alla gloria del Paradiso o al fuoco dell’Inferno ab aeterno. Questa aberrante tesi non solo è contraria alla verità del Vangelo, ma è anche contraria alla nostra concezione umana di giustizia. Noi infatti, a lume di ragione, proclamiamo che la legge è uguale per tutti, che essa giudica in base alle azioni compiute e che è ingiusto per un giudice trattare bene o male a priori, a capriccio, indipendentemente dai comportamenti buoni o cattivi dei singoli individui.

Ma Paolo la pensa diversamente; come tutti i farisei di stretta osservanza egli dice che Dio “usa misericordia con chi vuole e indurisce chi vuole” (Rm 9, 18). Come indurì il cuore del Faraone per poi mandarlo in rovina. E questo “perché rimanesse fermo il disegno divino fondato sull’elezione, non in base alle opere, ma alla volontà di Colui che chiama” (Rm 9, 11).

E se a qualcuno ciò può sembrare iniquo [= non equo], Paolo lo investe:

«O uomo, chi sei tu per disputare con Dio?... Forse il vasaio non è padrone dell’argilla, per fare con la medesima pasta un vaso per uso nobile e uno per uso volgare?... vasi di collera, già pronti per la perdizione, e questo per far conoscere la ricchezza della sua gloria verso vasi di misericordia, da lui predisposti alla gloria.» (Rm 9, 20, 20-23)

La dottrina della predestinazione è chiarita al cap. 8 della stessa lettera.

«Poiché quelli che Egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati.» (Rm 8, 29-30)

Poco prima di darci questa precisa descrizione dell’agire di Dio, Paolo fa altre affermazioni che ci lasciano perplessi, perché non capiamo che cosa egli voglia insegnarci o inculcarci. Le riporto a uso dell’eventuale lettore, nella speranza  che egli sappia cogliere l’insegnamento che io non ho saputo cogliere.

«Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto; essa non è la sola, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo. Poiché nella speranza noi siamo stati salvati. [Non nella fede? non nella carità?]. Lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili.» (Rm 8, 22-11)

Forse vuol dire che i predestinati alla salvezza non devono preoccuparsi di nulla, perché c’è lo Spirito che intercede (al Padre) e provvede a loro? Ma lo Spirito, se è proprio lo Spirito Santo, che intercede presso il Padre con gemiti inesprimibili, è un’immagine paolina da non dimenticare. Comunque tra tutti i predestinati alla gloria lui, Paolo, è predestinato a una missione particolare, e lui ne è ben cosciente:

«Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare a me suo Figlio, perché lo annunziassi in mezzo ai pagani.»

Lui è lo strumento eletto (vas electionis) per convertire il mondo pagano, lui è l’apostolo delle genti, di tutti i popoli allora pagani, mentre Cefa e gli altri Undici, secondo lui, dovevano cercare di convertire quelli di fede ebraica.

Quando Cefa, insieme a Barnaba, va in visita apostolica, quale Vicario di Cristo, alla comunità di Antiochia, che Paolo considerava sua pertinenza, egli gli si oppone per ragioni molto pretestuose:

«Quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto, perché evidentemente aveva torto

Qual era il suo torto? Mentre prima “prendeva cibo assieme ai pagani… cominciò a evitarli e a tenerli in disparte per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, al punto che anche Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia. Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del Vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti…» (Gal 11-11)

Insomma accusa Pietro e Barnaba di errore, simulazione e ipocrisia per una questione davvero barbina, se cioè si potesse o no mangiare con i pagani. Pietro prima ci mangiava, poi per non scandalizzare degli Ebrei osservanti, se ne astenne, e fece benissimo, pro bono pacis.

Paolo in un’altra lettera dà lo stesso consiglio di prudenza, per evitare un inutile scandalo per i “duri e puri”; ma in questa lettera ai Galati accusa pretestuosamente Pietro solo per desautorarlo davanti a una comunità che egli riteneva sua.

E lo racconta orgogliosamente ai fedeli della Galazia, che erano Galli mille miglia lontani e ignari di queste stupide diatribe. Ma lo fa per rimarcare la sua primazia fuori di Gerusalemme; e infatti è la lettera in cui lui, mentendo, afferma di essere andato a Gerusalemme, dopo la conversione, solo dopo tre anni e per soli quindici giorni, per conferire con Cefa, che in seguito ad Antiochia viene da lui accusato di errore, simulazione e ipocrisia.

Eppure Gesù più volte prescrive di non giudicare e di non condannare:

«Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato.» (Lc 6, 37)

Anche Paolo è d’accordo con Gesù, a parole:

«Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E anche tu, perché disprezzi il tuo fratello? Tutti infatti ci presenteremo al tribunale di Dio.» (Rm 14, 10)

Ma, nei fatti, abbiamo visto come disprezza i “superapostoli” e come giudica Pietro simulatore e ipocrita. Si dice giustamente: condanna il peccato, ma non il peccatore, appunto per il precetto evangelico; ma Paolo più volte nelle sue lettere apostoliche condanna i peccatori, per nome, e senza precisare il loro peccato.

Nella 1 Tm 1, 18-20 esorta il discepolo a combattere “la buona battaglia, con fede e buona coscienza, poiché alcuni che l’hanno ripudiata hanno fatto naufragio nella fede; tra essi Imeneo e Alessandro, che ho consegnato a satana perché imparino a non più bestemmiare”. Nella seconda lettera a Timoteo torna sull’argomento: “Evita le chiacchiere profane, perché esse tendono a far crescere sempre più nella empietà; la parola di costoro infatti si propagherà come una cancrena. Fra questi ci sono Imeneo e Fileto, i quali hanno deviato dalla verità.” (2 Tm 2, 16-18)

Nella stessa lettera nomina altri che hanno deviato dalla verità, come Figelo, Ermogene e Onesiforo. A Imeneo e Fileto egli contesta l’errore di sostenere che “la risurrezione è già avvenuta, e così sconvolgono la fede di alcuni”. A quanto pare Imeneo e Fileto interpretavano “la risurrezione dei morti” come la rinascita spirituale dell’uomo mediante il battesimo. E non avevano torto, perché l’uomo rinasce col battesimo, che sancisce la sua adesione a Cristo.

Noi cristiani diciamo nel Credo che aspettiamo ”la risurrezione dei morti”, e intendiamo quella dei corpi cioè “della carne” come dice la formula più antica del Credo. E’ quindi un dogma il quale, se ci riflettiamo, ci induce a porci tante domande: dove staremo? come sarà il nostro corpo? in che cosa consisterà la nostra beatitudine o dannazione?

Anche al tempo di Paolo i cristiani si ponevano simili domande, ed egli ne parla nella prima lettera ai Corinzi (Cap 15,35 e seguenti):

“Ma qualcuno dirà: «come risuscitano i morti? Con quale corpo verranno?» Stolto!”

Anche se è da stolto, secondo lui, porsi queste domande, Paolo fa una lunga disquisizione su questo argomento, che non viene granché chiarito da quanto egli dice, cioè che il nostro corpo, da corruttibile, diventa incorruttibile, da ignobile risorge glorioso, da debole risorge pieno di forza.

Fin qui riusciamo a seguirlo, ma poi egli aggiunge che il nostro corpo da corpo animale, risorge corpo spirituale, e questa è una vera contraddizione in terminis. Egli poi conclude:

«Ecco, io vi annunzio un mistero… tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba; suonerà infatti la tromba, e i morti risorgeranno incorrotti, e noi saremo trasformati.» (1 Cor 15, 51-25)

Pertanto porsi quelle domande non è da stolti, e Paolo dà una sua risposta, che io ho cercato di sintetizzare, ma è bene che l’eventuale lettore se la legga tutta, per vedere se la trova più chiara che a me.

Siccome precedentemente ho accennato, a proposito della visita di Pietro ad Antiochia, alla diatriba sul “poter o non poter mangiare con i pagani”, voglio tornare sull’argomento, per chiarirlo a quei lettori che non lo avessero chiaro.

Gesù nel Vangelo ci inculca che i cibi che ci possono nutrire sono tutti puri:

«Non quello che entra nella bocca rende impuro l’uomo, ma quello che esce dalla bocca rende impuro l’uomo!» (Mt 15,11)

Sappiamo che per gli Ebrei erano impure le carni di tutti gli animali che non ruminassero e non avessero il piede fèsso (fenduto), cioè spaccato.

Impuro era per esempio il maiale che ha il piede fèsso, ma non rumina. Erano impure anche le carni degli animali soffocati (e non scannati) e quindi contenenti il sangue dell’animale, sangue che era tabù.

Ordunque il prendere cibo in casa di pagani era come rischiare di mangiare carni impure. Pietro non credeva a ciò, sia per l’esempio e per l’insegnamento di Gesù sia perché aveva avuto una visione, raccontata in Atti cap. 10 vv. 11-15.

Egli aveva fame e gli apparvero degli animali evidentemente immondi, e sentì una voce che gli diceva: «Alzati, Pietro, uccidi a mangia.»

Ma Pietro rispose: «No davvero, Signore, poiché io non ho mai mangiato nulla di profano e di immondo.»

E la voce di nuovo a lui: «Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano.»

Infatti Pietro dopo questa visione entrò nella casa del centurione Cornelio a Cesarea, perché “Dio gli aveva mostrato che non si deve dire profano nessun uomo”. (At 20,28)

Questo praticare e mangiare con gli incirconcisi scandalizzò gli Ebrei osservanti. E quando Pietro salì a Gerusalemme costoro lo rimproveravano dicendo: «Sei entrato in casa di uomini non circoncisi e hai mangiato insieme a loro!»

Povero Pietro! Rimproverato quando mangia con gli incirconcisi, e accusato quando non ci mangia più!

Infatti Paolo nella citata lettera ai Galati scrive:

         «Prima che giungessero [ad Antiochia] alcuni da parte di Giacomo, egli [Pietro] prendeva cibo assieme ai pagani, ma dopo la loro venuta cominciò ad evitarli e a tenersi in disparte per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, al punto che anche Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia. Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del Vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti…» (Gal 2, 11ss)

         L’opportunismo e la strumentazione di una questione superficiale (ma che ad Antiochia era molto dibattuta) per attaccare Cefa è evidente, perché Paolo nella lettera ai Romani esorta ad agire prudentemente come appunto aveva fatto Cefa, per non scandalizzare inutilmente una parte dei fedeli.

         Ai Romani egli infatti scrive:

         «Se per il tuo cibo il tuo fratello resta turbato, tu non ti comporti più secondo carità. Guardati perciò dal rovinare con il tuo cibo uno per il quale Cristo è morto!... Non distruggere l’opera di Dio per una questione di cibo! Tutto è mondo, d’accordo, ma è male per un uomo mangiare dando scandalo. Perciò è bene  non mangiare carne, né bere vino, né altra cosa per la quale il tuo fratello possa scandalizzarsi.» (Rm 14, 15-21)

         Qui egli inculca quel comportamento prudenziale (per non scandalizzare il tuo fratello) che nella lettera ai Galati rimprovera a Cefa come manifestazione di simulazione e ipocrisia. Questa è la coerenza di Paolo?

         Dagli Atti veniamo a sapere che, per non essere accusato di abbandonare le consuetudini dei Giudei, egli prende con sé quattro uomini che avevano fatto il voto di nazireato, compie le purificazioni con loro e paga per loro il barbiere che taglia la capigliatura che questi si erano lasciata crescere per il loro voto.

         Sicché egli in questo caso si presta a un simile compito rituale proprio per non scandalizzare i Giudei integralisti. Quindi egli ora dice una cosa, ora un’altra; ora si comporta in un modo ora in un altro, secondo l’opportunità del momento.

         Ma voglio aggiungere un codicillo a proposito di Barnaba, che egli accusa assieme a Cefa di ipocrisia e simulazione, perché il suo rapporto con questo levita originario di Cipro ci fa capire meglio il carattere di Paolo.

         Barnaba è quello che per primo si fida di lui e lo presenta agli apostoli garantendo per lui. Barnaba è quello che lo fa tornare da Tarso ad Antiochia e poi lo accompagna nel primo viaggio apostolico.

. Nella lettera ai Galati egli dice che Cefa, Giacomo e Giovanni in Gerusalemme assegnarono a loro due la missione di convertire i pagani. Egli scrive così:

         «A me era stato affidato [da Dio] il Vangelo per i non circoncisi, come a Pietro quello per i circoncisi – poiché Colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi, aveva agito anche in me per i pagani – e riconoscendo la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi.» (Gal 2, 7-9)

         Con queste parole Paolo vuole ribadire che a Cefa spetta solo la conversione dei circoncisi, mentre quella degli incirconcisi (tutto il mondo pagano) spetta a lui per mandato divino; e si intuisce che la venuta di Cefa ad Antiochia è sentita come un’invasione di campo, donde la sua opposizione a lui a viso aperto in presenza di tutta la comunità antiochena.

         Il mangiare e il non mangiare coi pagani è solo un pretesto, il motivo vero del contrasto è il primato nella Chiesa e, io credo, anche un punto essenziale della dottrina paolina, quello della giustificazione per la sola fede, sulla quale Cefa non poteva essere d’accordo.

         Io penso che anche questo punto essenziale li divide; tanto è vero che lui muove il suo discorso d’accusa “ sapendo che l’uomo non è giustificato dalle opere della legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo” (Gal 2,16).

         Ma torniamo a Barnaba. Praticamente Paolo deve tutto a questo zelante levita oriundo di Cipro. Se Barnaba non lo avesse preso, per così dire, sotto la sua protezione, forse la carriera di Paolo quale “apostolo delle genti” non sarebbe neppure incominciata.

         Ci aspetteremmo da parte di Paolo un certo rispetto per questo suo Mentore che lo aveva anche richiamato dall’esilio di Tarso, dove gli apostoli lo avevamo per così dire relegato, perché la sua predicazione evidentemente a loro non piaceva.   

         Barnaba accompagna Paolo nel primo viaggio che infatti è diretto innanzi tutto a Cipro, patria di Barnaba, poi si dirige alle città dell’Asia Minore per poi tornare a Seleucia, porto di Antiochia.

         In seguito Paolo parte per il secondo viaggio, ma questa volta senza il suo Mentore. Cos’era successo?

         «Barnaba voleva prendere insieme anche Giovanni, detto Marco, ma Paolo riteneva che non si dovesse prendere uno che si era allontanato da loro nella Panfilia… Il dissenso fu tale che si separarono l’uno dall’altro; Barnaba, prendendo con sé Marco, s’imbarcò per Cipro, Paolo invece scelse Sila… e attraversando la Siria e la Cilicia, dava nuova forza alle comunità.» (At 15, 36ss)

         Perché Paolo non vuole più Marco?

         «Perché non aveva voluto partecipare alla loro opera» dice Luca, ma non dice perché non aveva voluto. Probabilmente perché non era d’accordo sul tipo di predicazione di Paolo e neppure sul suo modo di guidare la missione.

         Paolo era un uomo troppo sicuro di sé, egocentrico, autoritario, che non sopportava compagni ma solo accoliti. Marco, cugino di Barnaba, è l’autore del secondo Vangelo, redatto sulla predicazione di Pietro. Ma il Vangelo di Paolo, evidentemente, non collimava con quello di Marco, di Barnaba e di Pietro loro maestro.

         Paolo approfitta del caso Marco per liberarsi anche del cugino, perché oramai Barnaba gli fa ombra, e non soltanto per un motivo dottrinale, ma anche per uno personale, psicologico. Le persone che si ritengono superiori, se debbono alcunché del loro successo a un’altra persona, non sentono per questa venerazione e gratitudine, ma piuttosto una specie di astio, perché non vogliono riconoscere il beneficio ricevuto, e quando possono cercano di liberarsi dalla ingombrante presenza, che per loro è un ricordo poco gradito.

         E Luca, fedele accolito di Paolo, non parla più negli Atti di questo buono e bravo Barnaba, che pure continuò con zelo la sua predicazione a Cipro, sua patria. Barnaba scompare dagli Atti, perché non era gradito a Paolo.

         Paolo era un carattere egocentrico, autoritario, geloso e permaloso; non era facile andare d’accordo con lui, perché voleva sempre avere ragione, in ogni questione e in ogni scelta.

         E’ più che naturale che molti lo abbandonassero, perché per andare d’accordo con lui, bisognava solo ubbidirgli. Nella seconda lettera a Timoteo egli si lamenta:

         «Dema mi ha abbandonato avendo preferito il secolo presente (?) ed è partito per Tessalonica, Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. Solo Luca è con me.» (2Tm 4, 9-11)

         E Luca è, nella redazione degli Atti, il suo devoto discepolo e il suo primo esaltatore, assecondando così l’autoesaltazione del maestro.

3 - «Il mio Vangelo»

         Nelle sue lettere Paolo esorta spesso a seguire il suo vangelo. E’ un’espressione orgogliosa invece di dire più veracemente il Vangelo di Cristo.

         Egli è polemico e spesso ironico contro gli altri predicatori, e rimprovera i Corinzi per averli accolti e seguiti. Se la prende, anche se velatamente, specialmente contro Apollo, che a Corinto aveva suscitato molto entusiasmo predicando qualcosa di diverso dal suo vangelo. Egli scrive:

         «Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come un sapiente architetto io ho posto il fondamento; un altro poi vi costruisce sopra. Ma ciascuno stia attento come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesù Cristo… Il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno. Se l’opera che uno costruì sul fondamento resisterà, costui ne riceverà una ricompensa, ma se l’opera finirà bruciata, sarà punito.» (1 Cor 3, 10ss)

         Il richiamarsi continuamente al suo vangelo, ricevuto non dagli apostoli, ma direttamente da Dio per rivelazione personale, è evidentemente una dimostrazione di orgoglio sempre inopportuna, dettata da polemico antagonismo con gli altri predicatori del Vangelo che gli fanno ombra, per cui rimprovera i Corinzi perché li hanno accolti e seguiti.

         Paolo non dice mai in che cosa Apollo sbagli edificando fuori dalle fondamenta un edificio destinato a crollare; ma si intuisce che il contrasto riguarda la giustificazione solo per fede, il che toglie ogni valore, per la salvezza, alle opere buone.

         Ma anche su questo punto fondamentale della sua dottrina Paolo si contraddice in modo plateale. In Rm 2, 6-8 egli infatti scrive:

         «Dio renderà a ciascuno secondo le sue opere: la vita eterna a coloro che perseverando nelle opere di bene cercano gloria, onore e incorruttibilità; sdegno e ira contro coloro che per ribellione resistono alla verità e obbediscono all’ingiustizia.»

         Nel capitolo successivo afferma:

         «Noi riteniamo infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della legge.» (Rm 3, 28)

         Abbiamo visto che Paolo non avverte le sue contraddizioni riguardo al cibo puro o impuro e al mangiare o non mangiare con i pagani; ora vorrei soffermarmi un poco sulle sue contraddizioni riguardo al lavoro e al sostentamento dell’apostolo. Nella prima lettera ai Corinzi egli afferma il diritto di non lavorare e anche di  portare al seguito una domestica:

         «Non abbiamo forse noi il diritto di mangiare e di bere? Non abbiamo il diritto di portare con noi una donna credente… Ovvero solo io e Barnaba non abbiamo il diritto di non lavorare?» (9, 4-6)

         Nella seconda lettera ai Tessalonicesi dice che, pur avendo il diritto di non lavorare, lui ha lavorato, eccome!

«Sapete infatti come dovete imitarci: poiché noi non abbiamo vissuto oziosamente fra voi, né abbiamo mangiato gratuitamente il pane di alcuno, ma abbiamo lavorato notte e giorno per non essere di peso ad alcuno di voi.» (3, 7-8)

Quell’aver lavorato notte e giorno è un vanto esagerato. In verità negli Atti Luca racconta che a Corinto Paolo trovò un giudeo chiamato Aquila il quale fabbricava tende assieme alla moglie Priscilla.

         «Paolo si recò da loro e poiché erano del medesimo mestiere, si stabilì nella loro casa e lavorava. Erano infatti di mestiere fabbricatori di tende.» (18, 2-3)

         Nel discorso di addio agli abitanti di Mileto dice:

         «Voi sapete che alle necessità mie e di quelli che erano con me hanno provveduto queste mie mani.» (At 20, 34)       

         Paolo dunque lavorava per non essere di peso a nessuno, tanto è vero che dice ai Tessalonicesi:

         «Vi demmo questa regola: chi non vuol lavorare, neppure mangi.» (2 Ts 3, 10)

         Però nella seconda lettera ai Corinzi giunge a dire: (11,8-9)

         «Ho spogliato altre chiese, accettando da loro il necessario per vivere, allo scopo di servire voi. E trovandomi presso di voi e pur essendo nel bisogno, non sono stato di aggravio a nessuno, perché alle mie necessità hanno provveduto i fratelli giunti dalla Macedonia.» Dunque egli non lavora, ed è mantenuto da fedeli Macedoni.

         Non è che la questione “del lavorare o non lavorare” abbia una grande importanza per un apostolo; è chiaro che egli, se anche non lavora manualmente, lavora spiritualmente e ha anche il diritto di essere mantenuto dai fedeli presso i quali esercita il suo ministero. Quello che ci meraviglia è il tono orgoglioso, polemico e contraddittorio con cui egli tratta questo argomento in lettere pastorali, evidentemente rispondendo alle accuse che gli venivano mosse. Spreca tante parole, per dire e insegnare ben poco; avrebbe potuto dire semplicemente e una volta per tutte:

         «Si, sono stato mantenuto, com’era mio diritto, dalla Chiesa cui prestavo il mio ministero; ma quando, come a Corinto, ho avuto l’occasione di esercitare il mio mestiere per non gravare sugli altri, l’ho fatto volentieri, per dare un esempio di laboriosità.»

         Sono, le sue, lettere pastorali, che dovrebbero inculcare il comportamento cristiano e chiarire la dottrina della nuova religione. Ma  questa dottrina, più che chiarita, viene deformata o esposta in modo confuso e astruso.

         Ho già parlato della giustificazione per sola fede  e alla predestinazione, che non sono certamente dottrine di Cristo. Ora voglio accennare a qualche altro argomento dottrinale, per vedere se Paolo lo espone in modo intelligibile per i comuni fedeli a cui egli si rivolge.

         Prendiamo il tema della Redenzione operata da Cristo.

         «Tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, in virtù della redenzione realizzata da Cristo Gesù. Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia, dopo la tolleranza usata verso i peccati passati, nel tempo della divina pazienza. Egli manifesta la sua giustizia nel tempo presente, per essere giusto e giustificare chi ha fede in Gesù.» (Rm 3, 23-26)

         Quello che io riesco a capire è questo: Gli uomini sotto tutti peccatori, ma Dio ha usato pazienza sino al tempo presente, quando ha voluto usare la sua giustizia. Perciò ha prestabilito Cristo a servire come strumento di espiazione, con l’effusione del suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia.

         E’ quanto dire: Col peccato di Adamo tutti gli uomini sono peccatori, ma Dio ha avuto pazienza sino al tempo presente; ora volendo essere giusto, ha dovuto far pagare il debito della colpa e l’ha fatto pagare al Figlio Gesù mediante l’effusione del suo sangue; e con la fede in Cristo noi siamo giustificati, perché lui ha pagato per tutti noi peccatori. Quindi Redenzione è per Paolo il pagamento del nostro debito da parte di Gesù, “prestabilito a servire come strumento di espiazione”, vale a dire come capro espiatorio.

         Non mi sembra una dottrina chiara e accettabile. Io in “Historia Magistra” ho formulato una ipotesi sul significato di Redenzione, e non voglio qui ripetermi, ma è certo che l’interpretazione di Paolo non brilla per chiarezza e ragionevolezza.

         Nel capitolo precedente ho accennato alla interpretazione paolina della “risurrezione dei morti”, anch’essa poco chiara e contraddittoria. A questo proposito voglio citare un altro suo testo, tratto dalla prima lettera ai Tessalonicesi.

         Ma prima devo ricordare all’eventuale lettore che i primi cristiani, e anche Paolo, credevano che il ritorno glorioso di Cristo sulla terra (Parusia) fosse imminente, e che perciò la risurrezione dei morti sarebbe avvenuta quando molti dei Tessalonicesi, destinatari delle lettera, sarebbero ancora vivi. Ecco le parole di Paolo:

         «Noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore, non avremo alcun vantaggio su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro tra le nubi, per andare incontro al Signore nell’aria, e così saremo sempre con il Signore. Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.» (1 Ts 4, 15-18)

         La Parusia deve ancora avvenire, e nessuno può sapere quando avverrà, ma i miei eventuali lettori si possono anch’essi, come i Tessalonicesi, confortare con le parole di Paolo.

         Quando essa avverrà (e sarà quando meno ce l’aspettiamo, come il ladro che viene di nascosto di notte) se essi fossero già morti, risorgeranno gloriosi, e saranno rapiti tra le nubi, per andare incontro al Signore nell’aria. Se saranno ancora vivi si accoderanno al corteo dei risorti e saranno anch’essi assunti in cielo per stare sempre col Signore. E’ una beata speranza e anche una bella, ma vaga rappresentazione della vita futura “tra le nubi nell’aria”. Paolo dice che da vivo era stato rapito al terzo cielo, cioè al Paradiso, ma non sa se col corpo o senza corpo, e non dice com’era questo Paradiso. (2 Cor 12,2-4)

         Mi accorgo di aver fatto delle digressioni rispetto al tema del capitolo, e torno brevemente all’argomento, per concluderlo.

         Paolo tira in ballo sempre il suo vangelo, cioè la sua interpretazione della dottrina di Cristo, che abbiamo visto quanto poco collimi col Vangelo;  ma tra i vari accenni al suo vangelo ce n’è uno che ci meraviglia molto, perché parlando della Legge dice:

         «Tutti quelli che hanno peccato senza la legge periranno anche senza la legge; quanti invece hanno peccato sotto la legge saranno giudicati con la legge… Così avverrà nel giorno in cui Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di Gesù Cristo, secondo il mio vangelo.» (Rm 2, 12 ss)

         Sicché Dio giudicherà i segreti degli uomini secondo il vangelo di Paolo, e non secondo il Vangelo di Gesù? La prima volta che ho letto questo testo, ho subito creduto che ci fosse un errore di traduzione; ma ho consultato il testo greco: la traduzione è esatta! E in realtà da tutto quello che finora ho scritto si evince che Paolo ha un vangelo tutto suo, che piace molto specialmente oggi, perché è un vangelo orgoglioso e imperioso, pieno di autoesaltazioni e di vanterie.

         Infatti Paolo nelle sue lettere mette sempre in rilievo il suo ruolo di apostolo eletto per convertire i pagani, e anche le sue fatiche e sofferenze, talora con grande esagerazione. Nella prima lettera ai Corinzi egli scrive:

         «Se soltanto per ragioni umane io avessi combattuto a Efeso contro le belve, a che mi gioverebbe?» (15,32)

         Il lettore della lettera pensa che Paolo, come tanti martiri, abbia dovuto combattere nell’arena contro leoni, orsi e tigri; no, si tratta semplicemente, come Luca ci dice negli Atti (19,23 ss), di un tumulto suscitato contro di lui e i suoi compagni dall’argentiere Demetrio “che fabbricava tempietti di Artemide (= Diana) e procurava in tal modo non poco guadagno agli artigiani”.

         Costoro evidentemente temevano, col diffondersi del Cristianesimo nella città e nella regione, di perdere la loro lucrosa attività. I contestatori si riunirono in una specie di assemblea tumultuosa, ma il magistrato della città calmò i dimostranti, dicendo che potevano essere accusati di sedizione dal governatore romano, “non essendoci alcun motivo per cui si possa giustificare questo assembramento”.

         Nella seconda lettera agli stessi Corinzi scrive:

         «Mi è stata messa una spina nella carne, un inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi, perché io non vada in superbia… Perciò mi compiaccio nelle mie infermità, negli oltraggi, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo.» (12, 7 ss)

         Questo parlare sempre di sé, questo orgoglioso proporsi come l’apostolo predestinato a convertire i pagani, questo ricordare le sue sofferenze, a noi modesti seguaci di Cristo non sembra atteggiamento da santo.

         Nella lettera ai Colossesi mi sembra che la sua vanteria passi proprio il segno: «Io sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo che è la Chiesa.» (1, 24)

         Sicché ai patimenti di Cristo mancava qualcosa per redimere l’umanità, ed è stato Paolo ad aggiungere quello che mancava. Questa affermazione, che a me sembra blasfema, è molto citata dagli esegeti come grandiosa sintesi soteriologica.

         Sì, questi apologisti (biblisti, teologi, scrittori religiosi, ecc.) sanno scrivere tanti esaltati panegirici per “completare” l’apoteosi che lo stesso Paolo ha iniziato della sua persona nella lettera a Timoteo, al quale scrive:

         «Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno.» (2 Tm4, 7-8)

         A leggere le esaltazioni di questi apologisti resto un po’  turbato, perché penso che forse io ho “perduto il ben dell’intelletto” (Inf III, 18) nel giudicare poco evangelico e soprattutto poco opportuno quel dettato paolino che loro esaltano in sommo grado.

         La lettera ai Romani, che a me appare prolissa, retorica e spesso astrusa, per il commentatore della Conferenza Episcopale Italiana (CEI) “è un classico della letteratura universale”.

         La seconda lettera ai Corinzi, tutta polemiche, accuse e vanterie, è così presentata: «Da tutta la lettera emerge gigantesca la figura di Paolo, la sua personalità compatta, la sua dedizione a Cristo, l’alta coscienza del ministero apostolico.»

         La lettera ai Galati, nella quale Paolo afferma quella grossa menzogna di cui ho parlato, fa scrivere all’esegeta: «Questa lettera breve, ma densa e appassionata, è la più paolina di tutte per il carattere vigoroso del discorso e per l’insegnamento relativo alla libertà cristiana. Egli si presenta subito come apostolo autentico, che ha ricevuto la sua missione non da uomini, bensì direttamente da Dio.»

         Mi sono quasi stancato a fare tutte queste citazioni “paoline” e a riportare i giudizi degli esaltatori; l’eventuale lettore, se ne avrà voglia, giudicherà per conto suo se io ho ragione o torto, ma per giudicare dovrebbe prima leggersi bene tutte le lettere, senza alcun pregiudizio.

         Ora voglio accennare a un ultimo aspetto, quello letterario, delle lettere, per poi chiudere finalmente il discorso su San Paolo, discorso che io non avrei mai iniziato se non ci fosse stata da parte di Benedetto XVI questa pomposa ma inopportuna proclamazione dell’anno paolino, col pressante invito a leggere le sue lettere quale fondamento del Cristianesimo.

4 - Il retore

         Nella seconda lettera ai Corinzi Paolo scrive:

«E se anche sono un profano nell’arte del parlare, non lo sono però nella dottrina, come vi abbiamo dimostrato in tutto e per tutto davanti a tutti.» (11,6) È una falsa modestia la sua, perché proprio nella retorica (l’arte del parlare) egli eccelle, mentre nella dottrina abbiamo già visto quanto essa poco collimi con quella di Cristo.

Paolo aveva certamente una cultura superiore a quella degli altri apostoli, talora umili pescatori, come Pietro e suo fratello Andrea; era cresciuto in una provincia romana (Cilicia) di lingua greca, che lui parlava correntemente come l’ebraica. Dell’ebraismo aveva una conoscenza profonda, acquisita a Gerusalemme alla scuola del rabbino Gamaliele, ma era imbevuto di cultura ellenistica, e conosceva bene la sofistica allora di gran moda, la quale  nelle scuole, nei circoli e nelle accademie alimentava le controversie, le diatribe e le dissertazioni accanite su argomenti anche fatui.

L’arte oratoria era allora la materia base per l’uomo che voleva avere successo nel campo politico o sociale. Con l’oratoria forense e quella politica, nell’età ellenistica fu fiorente quella epidittica, usata nei discorsi celebrativi. L’oratoria sacra era una branca di quella epidittica, e fu in auge nei primi secoli del Cristianesimo, da parte di quelli che lo difendevano (apologisti) o lo accusavano. Paolo, essendo nato e cresciuto in una provincia romana (Cilicia) molto vicina all’isola di Rodi, che allora era «l’Università» più prestigiosa dell’ellenismo negli insegnamenti di retorica e sofistica, è molto probabile che abbia conosciuto le opere retoriche di Cicerone (De oratore, Brutus, Orator) che nel mondo romano facevano testo nel campo della retorica.

Paolo, bisogna riconoscerlo, era un bravo retore, molto abile nei dibattiti e nelle dimostrazioni, e quando l’illetterato Pietro osò andare ad Antiochia, che lui considerava il centro (temporaneo prima di Roma) della sua attività missionaria, lo subissò in assemblea accusandolo di errore, ipocrisia e simulazione.

Egli usa accortamente tutto l’armamentario delle diatribe stoico-ciniche. Abbiamo nelle lettere un gran numero di parallelismi, contrapposizioni, antifrasi, interrogazioni retoriche, climax, esclamazioni, paradossi, ossimori, cioè frasi a effetto che incantavano per la loro originalità. Un esempio ne è la stupefacente affermazione di Rm 9,3:

«Dico la verità in Cristo, non mentisco, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti esser io stesso anatema, separato da Cristo, a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne.»

È mai credibile che lui voglia essere dannato perché gli Ebrei siano salvi? Perché dice una simile assurdità?

Egli spesso esagerava nella sua logorrea. Molti periodi esprimono concetti affastellati e contorti, da cui non facilmente si ricava un senso intelligibile; sono “tirate” miranti solo a stupire.

Come esempio di queste astruserie invito a leggere il capitolo 3 della lettera ai Romani sulla Grazia e la Fede, e il capitolo 7 sulla legge e la schiavitù del peccato. Anche il capitolo 14 della prima lettera ai Corinzi è una tiritera sul dono delle lingue e della profezia, e il cap. 15 (12-78) sulla resurrezione dei morti. Che cosa poi sia il «dono delle lingue» non sappiamo; forse nel diventare poliglotta? Paolo all’inizio del capitolo 13 della stessa lettera dice:

«Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli…».

Sembra dunque di capire che il carisma consista nel conoscere non solo le lingue degli uomini, ma anche quelle degli angeli, quindi non per applicazione di studio, ma per «scienza infusa».

Anche la tirata sulla resurrezione dei morti è molto astrusa e contraddittoria. Talora queste sue tiritere sono dei veri  «non senso»[1], che però titillano gli orecchi degli esegeti esaltatori. Non mi voglio dilungare, e invito gli eventuali lettori a leggersi bene tutte le lettere per farsene un’idea personale. Può darsi che a qualcuno sembri tutto bello, tutto vero, tutto chiaro e tutto opportuno: è questione di gusto (esegetico ed estetico) e «de gustibus non est disputandum». I biblisti esegeti non fanno che esaltare proprio quelle lettere o quei capitoli che più ci lasciano perplessi o addirittura ci scandalizzano, tanto sono opposti all’insegnamento di Cristo. Paolo presume di esserne il perfetto imitatore, il vero apostolo predestinato ed eletto, per cui scrive:

«Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo.» (1 Cor 11,1)

E i teologi esalatori ne sono entusiasti. Nella presentazione delle lettere Piero Rossano presenta Paolo come un campione «provato e temprato da fatiche, paragonabili soltanto nell’antichità a quelle di Alessandro Magno e di Giulio Cesare», e poi dice che «la seconda lettera ai Corinzi va annoverata tra le opere letterarie più significative dell’umanità. Per trovare qualcosa di simile bisogna leggere l’Apologia di Socrate di Platone o il Discorso per la corona di Demostene.» (Bibbia Emmaus – San Paolo pag.1998)  

Nella Bibbia CEI un altro teologo afferma:

«La lettera ai Romani è un classico della letteratura universale.» (pag.1195) Peccato che ancora non l’abbiano inserita nelle Antologie dei licei classici!

5 - L’apoteosi

L’apoteosi di Paolo comincia con quanto egli dice nella seconda lettera a Timoteo sulla “corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, gli consegnerà nel giorno della morte” (4,8). I biblisti dicono che le due lettere a Timoteo e quella a Tito sono state probabilmente redatte nell’attuale definitiva stesura da un suo discepolo. Se è così, e la redazione di quel testo non è scrittura di Paolo, essa rispecchia certamente la sua convinzione di meritare la corona di gloria.

Ma colui che maggiormente esalta Paolo è il suo discepolo Luca negli Atti, detti degli Apostoli, ma che noi potremmo chiamare dell’Apostolo, perché in essi si parla soprattutto di Paolo, e dal capitolo 16 in poi solo di lui, del quale Luca fu fedele compagno sino a Roma.

L’evento più straordinario della vita di Paolo fu certamente la sua conversione miracolosa sulla via di Damasco, quando Gesù gli apparve e gli parlò in un bagliore che lo rese cieco finché Anania, mandato dal Signore, non gli impose le mani in segno di trasmissione dello Spirito. È davvero strano che Paolo nelle sue lettere mai accenni a questo evento fondamentale della sua elezione; invece di tante vanterie, sarebbe bastato questo solo evento miracoloso a legittimarlo come apostolo eletto.

Paolo nelle sue lettere parla spesso del suo passato di persecutore della Chiesa (1 Cor 15,8; Fil 3,6; Gal 1,13; 1 Tm 1,12), ma mai della sua miracolosa conversione.

Essa ci è narrata tre volte negli Atti, la prima volta (9,15 ss) da Luca in qualità di cronista, la seconda volta (22,6 ss) con le parole di Paolo davanti al popolo di Gerusalemme, la terza volta (26,12 ss) sempre con le parole di Paolo in Cesarea, davanti al re Agrippa, a sua moglie Berenice e al governatore romano Porcio Festo. È ovvio che anche i due racconti attribuiti a Paolo sono redatti da Luca, che non può averli appresi se non dalla bocca dell’apostolo.

Le tre versioni presentano piccole varianti e qualche aggiunta (specialmente la terza), ma tutte concordano in due affermazioni importanti:

 prima: la straordinaria missione affidata a Paolo presso i pagani (ad gentes);

seconda: il particolare che, da Damasco, Paolo si recò subito a Gerusalemme e non in Arabia, come egli vuole far credere, affermando che a Gerusalemme andò solo dopo tre anni. (Gal 1,15-17)

La Chiesa Cattolica e quella Ortodossa hanno sempre considerato Pietro e Paolo le colonne, i pilastri del Cristianesimo; i due santi sono stati  accomunati nelle festività, nelle celebrazioni e anche nella toponomastica. Molte chiese e parrocchie sono intitolate ai due santi, come il bel tempio eretto in Roma all’Eur. Io invio i miei modesti risparmi a una missione in India che è appunto intitolata a Pietro e Paolo, tanto i due santi sono venerati  anche nelle terre di missione.

Io riconosco la grandezza della figura di Paolo, ma la sua dottrina e il suo comportamento, quali appaiono dalle lettere, non mi sembrano quelli inculcatici da Gesù Cristo, quali ci vengono riferiti dai vangeli, specialmente da quelli sinottici, che sono i più antichi e genuini. Perciò ho ritenuto inopportuna questa celebrazione dell’anno paolino, questa enfatizzazione della sua personalità e della sua «filosofia», questo invito a leggere le sue lettere come fondamenti teologici e anche come capolavori letterari.

Io non avrei mai scritto qualcosa su Paolo se non fosse stato proclamato questo anno celebrativo. Non è che io anche prima non avessi le mie riserve su Paolo, fin da quando, giovane seminarista, lessi la prima volta le sue lettere. Ma sia allora sia in seguito non ho voluto scriverne, ricordandomi dell’adagio popolare: «Scherza con i fanti e lascia stare i santi.» Essi sono ormai aureolati nelle loro nicchie, hanno acquisito anche un significato emblematico e simbolico, sono stati quasi mitizzati, e non era proprio il caso di tornare su di essi con un’analisi storica ed esegetica.

Anche per l’Antico Testamento io non avrei mai scritto che non è tutta parola di Dio, se la “Dei verbum” non l’avesse affermato quasi come una sfida. La Chiesa con le sue “assolutizzazioni” sembra qualche volta che voglia sfidare la scienza, la storia e anche il buon senso.

La figura di San Paolo giganteggia dinanzi alla basilica di San Pietro nella sua bella statua che fa il pendant con quella di Pietro in cima alla scalinata. Quando io, negli anni verdi, passavo spesso davanti a lui, che mi guardava impettito e con quella spada impugnata, chinavo la testa un po’ impressionato dal suo atteggiamento minaccioso. Oggi, negli anni secchi, anche se potessi uscire di casa e camminare, non oserei più passargli dinanzi, nel timore che quello spadone me lo cali “tra capo e collo” come a un nemico personale.

E a quelli che riteneva nemici egli non era disposto a perdonare, come dice nella seconda lettera ai Corinzi:

«L’ho detto prima… e lo ripeto ora a tutti quelli che hanno peccato e a tutti gli altri: quando verrò di nuovo non perdonerò più.» (cap. 13, v 2)

Evidentemente egli aveva almeno una volta perdonato i Corinzi peccatori, e ora non vuole perdonare una seconda volta. Ma Cristo ci ha insegnato diversamente.

«Allora Pietro gli si avvicinò e gli disse: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?” E Gesù gli rispose: “ Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette”.» (Mt 18, 21-22)

I Corinzi che avevano accolto i “superapostoli” non avevano peccato contro Dio, ma offeso Paolo che si riteneva l’unico e legittimo testimone di Cristo e interprete del Vangelo. Quelli che non sono con lui, che non si accodano a lui, egli li ritiene nemici e peccatori, li dichiara “anatema” e li affida a satana. «Se qualcuno non ama il Signore, sia anatema.» (1 Cor 16-22)

La parola “anatema” piace molto a Paolo; alla lettera significa “cosa posta da parte, cosa esclusa”, ma per l’Apostolo significa “maledetto, (con)dannato”, significato che è stato accolto e volentieri usato dalla Chiesa. Paolo arriva ad attribuire questa fosca parola anche a se stesso:

«Dico la verità in Cristo, non mentisco, e la mia coscienza me ne dà testimonianza nello Spirito Santo: ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti esser io stesso anatema, separato da Cristo, a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne.» (Rm 9, 1-3)

È uno di quegli ossimori [=espressioni pazze] a cui ho accennato sopra e a cui Paolo spesso ricorre, ritenendo di essere così più efficace. Invece fa soltanto sorridere del suo retoricume il lettore più accorto.

Ma veramente Paolo vorrebbe essere anatema, separato da Cristo, e andare quindi all’Inferno, affinché i suoi fratelli Ebrei possano credere in Cristo e andare in Paradiso?

È un’assurdità, una di quelle folli espressioni che piacciono al retore, e anche ai moderni esegeti esaltatori, dei quali uno asserisce che Paolo “disdegna gli artifici della forma letteraria… e fa uso spontaneo di figure poetiche e retoriche.” È insomma un retore e un poeta di sua natura, non per artificio letterario!

Mi accorgo di aver fatto una digressione, non so se utile o inutile, ma ora torno all’argomento.

Al lettore potrà sembrare che io ce l’abbia con San Paolo, chissà perché. Invece io non ho nulla contro di lui: è stato quel santo che è stato, accettato e venerato da tutta la Cristianità. Io piuttosto me la prendo per le inopportune enfatizzazioni e le esagerate esaltazioni della sua personalità e della sua dottrina. Sono anch’io sicuro che Paolo è in Paradiso; si sarà certamente emendato del suo orgoglio, e poi è morto martire di Cristo: perciò io voglio pregarlo:

«Caro Paolo, non ti sdegnare per quanto ho scritto “in contraddittorio” non con te, ma con i tuoi esaltatori. Se io ho esagerato nel contraddittorio, perdonami tu e chiedi a Dio il perdono per me peccatore. Sono sicuro che mi ascolterai, perché sei stato sempre un uomo sensibile, anche se talora sdegnoso. Così sia.»              

           

6 - Tempio o Mausoleo?

Nel tempo in cui ho insegnato a Roma, dal 1964 al 1973, e poi quando, pensionato, vi sono tornato nel 1992, io spesso ho assistito alla solenne messa nella basilica di San Pietro o alla sua celebrazione nella piazza antistante.

Ho quindi più volte ammirato e osservato l’esterno e l’interno della basilica, alla cui realizzazione hanno lavorato tanti artisti famosi. Mai però mi ero potuto soffermare su tutti i monumenti che ne adornano l’interno.

Durante il Giubileo del 2000 ebbi l’opportunità, cioè il permesso speciale, di visitare la basilica nelle prime ore del mattino, mentre era ancora chiusa per il pubblico. Ero accompagnato dall’addetto che mi aveva procurato il permesso, e potevo osservare tutto a mio bell’agio.

Nella basilica c’erano studiosi singoli e a piccoli gruppi che giravano dappertutto scattando fotografie e prendendo appunti. Io non avevo portato la macchina fotografica, ma potei prendere qualche appunto. Conoscevo bene alcuni monumenti molto noti, come l’antica statua di San Pietro, la Pietà di Michelangelo e il mirabile baldacchino del Bernini, e perciò volsi la mia attenzione agli altri monumenti che erano quasi tutti artistici sepolcri di papi.

Volli prenderne nota e ora voglio riportarne l’elenco, in ordine cronologico di pontificato, per chi volesse servirsene in una sua visita alla basilica. Se il vecchio mio appunto non mi tradisce, i papi sepolti in San Pietro sono i venti che elenco:

1 - Innocenzo VIII (G. Battista Cybo, genovese, 1484-92)

2 - Paolo III (Alessandro Farnese, romano, 1534-49)

3 - Leone XI (Alessandro dei Medici, fiorentino, 1605)

4 - Urbano VIII (Maffeo Barberini, fiorentino, 1623-44)

5 - Alessandro VII (Fabio Chigi, senese, 1655-67)

6 - Clemente X (Emilio Altieri, romano, 1670-76)

7 - Innocenzo XI (Benedetto Odescalchi, romano, 1676-89)

8 - Alessandro VIII (Pietro Ottoboni, veneziano, 1689-91)

9 - Innocenzo XII (Antonio Pignatelli, lucano, 1691-1700)

10 - Benedetto XIV (Prospero Lambertini, bolognese, 1740-58)

11 - Clemente XIII (Carlo Rezzonico, veneziano, 1758-69)

12 - Pio VI (G. Angelo Braschi, cesenate, 1775-99)

13 - Pio VII (Barnaba Chiaramonti, cesenate, 1800-23)

14 - Leone XII (Annibale Della Genga, umbro, 1823-29)

15 - Pio VIII (G. Andrea Albani, marchigiano, 1829-30)

16 - Gregorio XVI (Mauro Cappellari, bellunese, 1831-46)

17 - Pio X (Giuseppe Sarto, veneto, 1903-14)

18 - Benedetto XV (Giacomo Della Chiesa, ligure, 1914-22)

19 - Pio XI (Achille Ratti, lombardo, 1922-39)

20 - Giovanni XXIII (A. Giuseppe Roncalli, bergamasco, 1958-63)

 

Se in questo elenco ci sono errori od omissioni, chiedo scusa, mi servo della mia memoria e di un vecchio elenco. Del resto la cosa non ha importanza per quello che io voglio dire, che cioè la basilica è non tanto il Tempio di Dio, quanto il sepolcreto dei papi, e non solo.

Ci sono anche i sepolcri di Matilde di Canossa (1046-1115) e di Maria Clementina Sobieski, donne benemerite della Chiesa, e il cenotafio della regina Cristina di Svezia (1626-89) pregevole opera di Carlo Fontana. Ci sono poi nelle nicchie dei pilastri innumerevoli statue di santi antichi e moderni, dei fondatori degli ordini religiosi, e tante reliquie di cui è ragionevole dubitare l’autenticità, come per esempio la lancia di San Longino, il Volto Santo della Veronica e un pezzo della croce di Cristo portato a Roma da Sant’Elena, madre di Costantino.

C’era anche la testa di Sant’Andrea, portata in Italia dai crociati, la quale è stata nel 1964 da Paolo VI restituita alla Chiesa Ortodossa di Patrasso, da dove era stata trafugata.

Secondo quanto ho letto[2], nel Sancta Santorum c’era, tra le altre reliquie, anche il prepuzio asportato a Gesù all’atto della sua circoncisione. Esso sarebbe stato trafugato da un lanzichenecco nel sacco del 1527, e portato a Calcata. Questo piccolo lembo di carne sarebbe stato conservato incorrotto e custodito (non si sa da chi) per oltre 15 secoli!

Bel fondamento per il culto delle reliquie!

A questo proposito voglio ricordare che nel 2005, quando la Giornata Mondiale della Gioventù si tenne a Colonia, presieduta da papa Ratzinger, furono oggetto di grande richiamo e venerazione le ossa dei santi re Magi conservate in quella cattedrale.

Come possiamo credere a simili leggende?

Un solo evangelista, Matteo, parla di questi Magi venuti dall’Oriente (probabilmente dalla Persia); non dice quanti fossero (“alcuni”), e aggiunge che dopo la visita a Gesù «fecero ritorno al loro paese». (2, 1-12)

Questo è quanto ci dice il Vangelo; ma ora la Chiesa ci dice che erano tre, che divennero santi (S. Gaspare, S. Melchiorre e S. Baldassarre) e che le loro ossa sono conservate e venerate nella cattedrale di Colonia. Nel Medioevo, specialmente al tempo delle crociate, ci fu un grande commercio delle reliquie, delle ossa e dei crani di presunti apostoli o santi. Se anche nel passato queste strane reliquie furono ritenute vere, la Chiesa ora, per non esporsi al ridicolo, dovrebbe riconoscere che sono dei falsi. Ma il popolo credulone, o meglio idolatra, protesterà! Conviene continuare a crederci, perché queste reliquie procurano anche molte offerte devote.

Da quanto ho detto della basilica, è chiaro che essa non è il tempio di Dio, è tutt’al più  un museo; possiamo anche  chiamarla il Sepolcreto dei papi, di quelli almeno che i successori vollero celebrare. È  strano che Paolo V (Camillo Borghese, romano, 1605-21) che terminò la fabbrica e fece incidere sul frontone la grande iscrizione di dedica nel 1612, non sia seppellito nella basilica. Egli si era fatta costruire una sua personale cappella (Cappella Paolina) nella Basilica di Santa Maria Maggiore, dove volle essere seppellito. Ma sul frontone di San Pietro il suo nome risalta nella iscrizione dedicatoria, perché le parole “Paulus V Borghesius Romanus Pont. Max.” sono le sole che a prima vista si leggono, in quanto occupano tutta la lunga zona sporgente sottostante il timpano. Sembra insomma che tutta la basilica sia a lui dedicata.

I monumenti funebri sono spesso opere di scultori famosi, come Bernini, G. Dalla Porta, Pollaiolo, Della Valle, Canova e Canonica.

Ai piedi o ai lati dei monumenti sono spesso rappresentate statue di donne formose simboleggianti le virtù. Quelle della Verità e della Giustizia furono rappresentate nude, e solo in seguito, per togliere lo scandalo (non avvertito nel fervore del Rinascimento), furono rivestite di ampi manti metallici.

Ho una volta avuto occasione di parlare di tutto ciò con un mio amico esperto di arte, il quale era con me d’accordo che S. Pietro non è davvero un tempio a Dio, ma, diceva lui, neppure un sepolcreto (come voleva essere il Pantheon per i re d’Italia) e neppure un Mausoleo. Il mausoleo era la tomba monumentale di un solo defunto. Quello di Alicarnasso, una delle sette meraviglie del mondo antico, era stato eretto al marito Mausoleo da Artemisia, regina della Caria (Asia Minore) nel IV secolo a.C.

Il mausoleo di Adriano (oggi Castel Sant’Angelo) custodiva le spoglie di questo imperatore. Secondo l’esperto (e io fui d’accordo con lui) il nome adatto alla basilica è famedio, cioè “Tempio della Fama”, considerando la fama proprio come una divinità a cui si rende culto invece che a Dio.

Sarebbe adatto anche il termine Museo nel senso originario di tempio o sede delle nove Muse, le dee che presiedevano e proteggevano le Arti Belle, la Poesia e le Scienze.

Al mio amico piaceva anche il termine Teatro, cioè il luogo dove il popolo si riuniva per assistere alle rappresentazioni drammatiche, le quali in Atene avevano sempre un senso religioso e morale.

Oggi in San Pietro si tengono le rappresentazioni sacre, con una spettacolarità, una scenografia, uno splendore di costumi, di danze, con un accompagnamento di orchestre e di cori e una regia così sapiente e accurata, che gli Ateniesi o i Siracusani neppure si sognavano. Sono spettacoli pomposi e solenni ai quali il pubblico assiste, comodamente seduto, come in un vero e proprio teatro.

Del resto, che la basilica non sia in onore di Dio, e non sia quindi un tempio, lo dice anche l’iscrizione dedicatoria sul frontone, la quale (in latino) dice:

«In onore del principe degli Apostoli [Pietro] Paolo V Borghese, romano pontefice massimo, [dedicò] nell’anno 1612, settimo [del suo pontificato].»

Quindi sembrerebbe un tempio in onore di San Pietro, il quale dentro la basilica è presente, davanti all’ultimo pilastro di destra, in una statua bronzea molto antica, il cui piede destro è consumato dai baci dei fedeli.

E questo è un bell’esempio di idolatria, la quale ormai nella Chiesa non è più strisciante, come io paventai anni fa, ma trionfante.

Ma ora, io chiesi all’amico, stando così le cose, che cosa si potrebbe fare?

Una sola cosa si potrebbe, e si dovrebbe, fare – mi ha risposto l’amico. Togliere dalla basilica tutti i monumenti e tutte le statue, per sistemarle in un Museo apposito (Museo della Basilica) da costruire nei Giardini Vaticani, scalpellare la scritta esistente sostituendola, nella parte sporgente sotto il timpano, con le semplici parole «In Honorem Dei» a lettere cubitali in modo da occupare tutto lo spazio. In tal modo si potrebbe restituire la basilica al culto divino con riti veramente religiosi e non teatralmente spettacolari e miranti, come ora, a esaltare in Mondovisione la Chiesa cattolica e i suoi ministri dalle mitrie sesquipedali, dalle porpore e dai preziosi ornamenti. Ma un tale radicale cambiamento – ha concluso l’amico – potrebbe essere operato solo da un papa lontano dalla tradizione e vicino al Vangelo delle origini, forse da quel papa nero di cui tu hai parlato.

«Non sono io che ne ho parlato – ho corretto sorridendo – ma quell’Anonimo Romano nel suo diario del 2050.»

Così concludemmo la nostra amichevole conversazione, e io ora concludo questo capitolo, per aprirne un altro.

Ma devo aggiungere qualche particolare per dimostrare che questi mausolei di papi in San Pietro stonano assai. Quasi tutti, specie quelli del Rinascimento, sono papi mondani, talora simoniaci, quasi sempre nepotisti.

Paolo III (Alessandro Farnese) eletto cardinale a 25 anni nel 1493 da Papa Borgia, perché fratello della sua nuova amante Giulia, fu eletto papa nel novembre 1534, e il mese successivo nominò subito cardinali due nipoti, l’uno figlio di suo figlio Pier Luigi, l’altro figlio di sua figlia Costanza. Il monumento funebre di questo campione di moralità, opera insigne di Guglielmo della Porta, abbellisce veramente la casa del Signore! Lo stesso malfamato Alessandro VI (Rodrigo Borgia, spagnolo, 1492-1503) in un primo tempo era stato anche lui inumato in San Pietro, ma poi, per fortuna, la sua salma venne trasferita nella chiesa di Santa Maria in Montesanto. Non fu più stimata degna della basilica-famedio, ma più che degna di una Casa di Dio!

7 - L’Antica Alleanza

L’Antica Alleanza è quella che Jahvè stipulò con Abramo nei primordi della storia ebraica, cioè nel XIX secolo a.C.

«Io sono il Signore che ti ha fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questo paese… Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle… Tale sarà la tua discendenza… Alla tua discendenza io do questo paese dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate; il paese dove abitano i Keniti, i Kenizziti, i Kadmoniti, gli Hittiti, i Perizziti, i Refaim, gli Amorrei, i Cananei, i Gergesei, gli Evei e i Gebusei.» (Gn 15, 5 ss)

Il patto di alleanza viene rinnovato e precisato con Mosè  nel XIII secolo a.C.: «Ecco io mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato. Se tu ascolti la sua voce e fai quanto ti dirò, io sarò il nemico dei tuoi nemici e l’avversario dei tuoi avversari. Quando il mio angelo camminerà alla tua testa e ti farà entrare presso l’Amorreo, l’Hittita, il Perizzita, il Cananeo, l’Eveo e il Gebuseo, e io li distruggerò… dovrai demolire e dovrai frantumare le loro stele [quelle innalzate ai loro dei]… Terrò lontana da te la malattia. Non vi sarà nel tuo paese donna che abortisca o che sia sterile. Ti farò giungere al numero completo dei tuoi giorni. Manderò il mio terrore davanti a te e metterò in rotta ogni popolo in mezzo al quale entrerai… Stabilirò il tuo confine dal Mar Rosso fino al mare dei Filistei, e dal deserto fino al fiume, perché ti consegnerò in mano gli abitanti del paese e li scaccerò dalla tua presenza.» (Es 23, 20-31)

Nel capitolo 7 del Deuteronomio sono nominate le sette nazioni «più grandi e più potenti» di Israele da distruggere (1-2), e poi Jahvè aggiunge:

«Il Signore tuo Dio ti ha scelto per essere il suo popolo privilegiato fra tutti i popoli che sono sulla terra.» (versetto 6)

In seguito Jahvè torna ad ammonire Mosè:

«Soltanto nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti dà in eredità non lascerai in vita alcun essere che respiri, ma li voterai allo sterminio.» (Dt 20, 16-17)

E sterminio equivale a olocausto.

Non voglio riportare gli altri innumerevoli passi dell’Antico Testamento in cui si esprimono i medesimi concetti di “popolo eletto” e gli stessi perentori comandi di distruggere ogni essere vivente degli altri popoli, e quindi anche gli animali, salvando solo, in qualche rara occasione, le fanciulle vergini, per farsene concubine, e i fanciulli, per farsene schiavi.

Dunque l’Antica Alleanza tra Jahvè e Israele è una vera e propria alleanza militare, nella quale Jahvè guida “con braccio fermo e mano potente” il suo popolo alla distruzione dei popoli che abitavano la vasta regione che era stata loro assegnata dal Nilo all’Eufrate, praticamente “il triangolo fertile” del Vicino Oriente. Israele, in base all’alleanza, deve obbedire agli ordini di Jahvè, deve distruggere gli altari e “le stele” degli altri dei e restare sempre fedele al suo dio, che è «un Dio geloso, il quale punisce le colpe dei padri nei figli sino alla terza e quarta generazione» (Es 20, 5; Es 34, 5; Dt 5, 9).

E infatti, tutte le volte che il popolo ebraico sgarra, la vendetta divina piomba su di lui inesorabile, talora senza distinguere colpevoli e innocenti. Porto due soli esempi, tra i moltissimi che l’Antico Testamento ci offre.

Quando il popolo si mise ad adorare il vitello d’oro, Mosè per l’ira «scagliò via le tavole [della legge] spezzandole ai piedi della montagna [il Sinai].» Non possiamo non rilevare l’atto sacrilego di Mosè che infrange «le due tavole della testimonianza, tavole di pietra, scritte dal dito di Dio.»       (Es 31, 18)

Ma non è sacrilegio, bensì zelo divino per Jahvè, il quale in seguito riscrive col suo dito altre due tavole. E lo zelo divino invase Mosè il quale gridò ai figli di Levi:

«Dice il Signore, il Dio d’Israele: ciascuno di voi tenga la spada al fianco. Passate e ripassate nell’accampamento da una porta all’altra; uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente. I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosè, e in quel giorno perirono circa tremila uomini del popolo.» (Es 32, 19 ss) 

Il secondo esempio lo traggo dal libro dei Numeri, capitolo 25.

I Moabiti, guidati dal re Balak, non avevano osato combattere contro Israele, che nella sua marcia aveva già distrutto quattro nazioni , e perciò aprirono le porte a Israele, arrendendosi a discrezione.

«Israele si stabilì a Sittim e il popolo cominciò a trescare con le figlie di Moab. Esse invitarono il popolo ai sacrifici offerti ai loro dei; il popolo mangiò e si prostrò davanti ai loro dei… e l’ira del Signore si accese contro Israele. Il Signore disse a Mosè: “Fa appendere al palo i colpevoli, davanti al Signore, al sole, perché l’ira ardente del Signore si allontani da Israele”.»

Mosè diede l’ordine della strage e «di quel flagello morirono ventiquattromila persone.»      

Mi sono stancato a riportare le citazioni dell’Antico Testamento riguardanti il tipo di alleanza tra Jahvè e Israele. A noi cristiani non piace, o meglio non dovrebbe piacere questo tipo di alleanza, ma il Magistero non la pensa come i comuni fedeli che hanno presenti i precetti evangelici, e si meravigliano che il Concilio Vaticano II nella sua Costituzione dogmatica “Dei Verbum” al n. 11 dica che Dio, ispirando gli autori della Bibbia, ha fatto sì che essi scrivessero «tutte e soltanto quelle cose che Egli voleva».

Non so se gli Ebrei oggi considerino la loro Bibbia tutta parola di Dio, ma se questa fosse la loro fede, io non me ne meraviglierei affatto, perché è nell’ordine delle cose. Quello che trovo strano è che la Chiesa Cattolica proclami “parola di Dio” l’Antico Testamento, compresi anche i sette libri che gli stessi Ebrei rifiutano, considerandoli apocrifi (Tobia, Giuditta, 1 Maccabei, 2 Maccabei, Baruc, Siracide, Sapienza).

Gli Ebrei rifiutano anche le sezioni greche del libro di Daniele e di quello di Ester; ma per la Chiesa sono tutti parola di Dio, tutti voluti e dettati da Dio, mediante l’ispirazione celeste agli agiografi. Questa paternità divina cozza spesso con le stesse affermazioni contenute nei testi; per esempio nel Siracide [figlio di Sirach] l’autore dice: «Questa dottrina di sapienza e di scienza ha condensato in questo libro Gesù, figlio di Sirach, figlio di Eleazaro, di Gerusalemme.» (50, 27)

Nel prologo dello stesso libro, il compilatore, che si dice nipote di Gesù, dichiara che nell’anno trentottesimo del re Evergete, essendo andato in Egitto, rinvenne questo manoscritto scritto dal nonno in ebraico e, considerandolo di «grande valore educativo» decise di tradurlo e diffonderlo in lingua greca.

Queste sagge riflessioni di Gesù, figlio di Sirach, per la Chiesa sono diventate «parola di Dio». È anche buffo che nelle Bibbie CEI ed Emmaus (San Paolo), di fronte a certi episodi scandalosi o orripilanti, narrati con un certo compiacimento, i teologi commentatori dicono che si tratta di favole o leggende o tradizioni o indulgenze ai «generi letterari» dei compilatori di quei testi.

E la parola di Dio si esprime così?

Se per caso qualche Ebreo osservante (integralista, fondamentalista, tradizionalista, ortodosso) legge questo mio opuscolo, può pensare che io voglia criticare l’Ebraismo, cioè la sua religione e cultura. Affatto!

Considero la religione ebraica una religione storica ammirevole per la sua aderenza alle necessità di un piccolo popolo che ha lottato per affermarsi e difendere la sua identità e indipendenza. È stato un popolo «dalla dura cervice», che si è ribellato più volte anche sotto i Romani, resistendo con eroica ostinazione a ogni dominio straniero. Direi che è un caso storico unico, e la storia è quella che è stata, e non può mutarsi, e non la possiamo se non interpretare.

Io ammiro (quasi) questi Ebrei che hanno saputo conservare la purezza della loro razza e la loro identità; sono un vero popolo, una vera nazione. Noi Italiani, per esempio, siamo un confuso miscuglio di Latini, Celti, Germani (specie Longobardi), Greci, Fenici, Arabi, Normanni, Aragonesi e Angioini. Non siamo mai stati un vero popolo, cioè una nazione, e oggi meno che mai, con l’illuvie dei clandestini che hanno ridotto l’Italia la sentina di scolo della malavita internazionale. Gli Ebrei invece hanno saputo conservare, e orgogliosamente, la propria identità etnica e culturale, che sono valori importanti.

Orbene, a questo Ebreo ortodosso io direi: “Caro fratello, se la tua religione ti soddisfa, se credi proprio che Jahvè ha scelto voi tra tutti i popoli, facendo con voi una vera e propria alleanza, tieniti pure i tuoi convincimenti. Se ti sembra giusto che Dio non sia equo con le sue creature, trattandole bene le une e male le altre, se questo ti sembra ragionevole, se sei in pace con la tua coscienza, che cosa posso dirti, se non augurarti di vivere sempre in questa pace e sicurezza interiore? Ma devo constatare che il vostro Dio non è quello fattoci conoscere da Cristo, che il vostro comportamento morale, quale si evidenzia dall’Antico Testamento non è secondo i precetti del Vangelo. Non me la prendo né con te né con l’Antico Testamento (ci mancherebbe altro!), ma soltanto con la mia Chiesa che ha sancito che quei libri venerandi, e dal punto di vista letterario abbastanza pregevoli, sono tutta Parola di Dio, anche per i libri e le parti di essi che voi non accettate. Non sono molto informato, ma non credo che il Sinedrio dei vostri rabbini abbia sancito che i libri da voi accettati contengano sempre e soltanto la parola di Jahvè.”

So che ci sono tanti Ebrei laici i quali non fanno circoncidere più i loro figlioli, frequentano poco la sinagoga, e magari mangiano i cibi considerati impuri, perché la ragione (spesso sono medici o valenti scienziati) ha loro dimostrato che, per esempio, la carne di maiale non ha nulla di impuro o nocivo alla salute, anche se il maiale si nutre e vive da porco.  

Ma anche costoro non rinnegano le tradizioni e le feste religiose, si mettono lo zucchetto quando devono apparire in qualche cerimonia, e vivono tranquilli pensando non tanto alla religione quanto ai loro commerci, alle loro professioni, ai loro investimenti, alle loro pubblicazioni, insomma alla loro carriera politica, sociale, economica o accademica. Se anche avvertono nel profondo della coscienza, almeno alcuni, che l’antica alleanza è una costruzione ierocratica, che non regge da nessun punto di vista, non lo rivelano, per non rischiare l’ostracismo dai loro correligionari, i quali se non uccidono gli apostati come gli Islamici, li condannano alla morte civile, che non è davvero piacevole.

Nell’opuscolo «L’Antico Testamento: tutta parola di Dio?», visibile sul mio sito Internet, ho concentrato l’analisi su tre soli temi in cui Ebraismo e Cristianesimo sono in contrasto.

Il primo e più importante è quello di Dio, e mi sembra che da quanto ho detto si evidenzi il divario tra il geloso e permaloso dio degli eserciti (Sabaoth) degli Ebrei e il Dio Padre comune, equo e misericordioso che ci ha fatto conoscere Cristo, il quale certamente non si vendica delle offese sui figli dei figli sino alla quarta generazione , ma punisce solo il peccatore, se non si pente, perché è sempre in attesa di riabbracciare il “figliol prodigo”.    

Il secondo punto era la concezione della donna, alla quale non era riconosciuta alcuna dignità e tanto meno la parità dei diritti. Era considerata oggetto di piacere e anche fattrice di uomini. Gli Ebrei, accampati in mezzo a popoli ostili e molto proliferi, avevano necessità di fare molti figli e perciò avevano molte mogli e concubine. Tutti i patriarchi avevano il loro harem, ma le odalische erano considerate merce di scambio, e talora esche per i nemici.

Quando Davide per la ribellione di Assalonne deve fuggire da Gerusalemme, molto accortamente “lasciò dieci concubine a custodire la reggia” (!)[3]

Erano un’esca per gli inseguitori i quali nella reggia avrebbero volentieri indugiato per godersi anche quel pasto carnale. Se ne lasciò 10, ne aveva certamente di più. Delle mogli la Bibbia ne nomina in 2 Sam (3, 2-5) sei, alle quali bisogna aggiungere Mikal, figlia di Saul, e Betsabea, moglie di Uria un generale hittita al suo servizio, che egli fece uccidere. Quando Assalonne entrò in Gerusalemme, come effettiva presa di possesso della reggia, fece alzare una tenda sulla terrazza ed “entrò dalle concubine del padre, alla vista di tutto Israele”. (2 Sam 16, 22)

La ribellione di Assalonne fu domata dopo la sua uccisione, e Davide rientrò nella sua reggia di Gerusalemme. “Il re prese le dieci concubine che aveva lasciate a custodia della reggia e le mise in un domicilio sorvegliato; egli somministrava loro gli alimenti, ma non si accostava ad esse; rimasero così recluse fino al giorno della loro morte, in stato di vedovanza perpetua.” (2 Sam 20, 3)

Ecco l’infelice sorte di queste donne, lasciate in pasto ai ribelli.

Nella reggia di Davide c’era una grande confusione non solo tra mogli e concubine, ma anche tra i figli delle une e delle altre, tra maschi e femmine. Tamar, figlia di Davide e Maaca, fu stuprata dal fratellastro Amnon, figlio di Davide e Achinoam, e vendicata da Assalonne suo fratello, il quale uccise Amnon. (2 Sam 13, 1 ss)

Quando Davide era vecchio e non riusciva a riscaldarsi, i suoi ministri suggerirono:

«Si cerchi per il re nostro signore una vergine giovinetta che assista il re e lo curi e dorma con lui.» (1 Re 1 ss)

Fu scelta Abisag che era molto bella. Quando il re morì e il trono fu usurpato da Salomone per le mene della madre Betsabea, Adonia, figlio di Davide e di Agghit, al quale sarebbe spettata la successione dopo la morte del primogenito Amnon, si recò da Betsabea per avere almeno Abisag che egli voleva sposare. Betsabea lo disse al figlio il quale per tutta risposta fece uccidere il fratellastro lo stesso giorno.[4]

Salomone il più sapiente dei re, il quale aveva ricevuto il dono della saggezza direttamente da Jahvè, aveva 700 mogli principesse e trecento concubine; ma di queste trecento non ne volle cedere neppure una al fratellastro, anzi considerò la richiesta un reato di lesa maestà, punito subito con la morte. (1 Re 11, 3)

In quanto poca considerazione gli Israeliti tenessero le donne, fossero anche le loro figlie vergini, si evince da due episodi.

Il primo riguarda Lot, che possiamo considerare un patriarca, in quanto nipote di Abramo. Quando egli a Sodomia ospitò due angeli, nell’apparenza mortale di due bei giovani, i sodomiti, che li avevano adocchiati, intimarono a Lot di farli uscire dalla sua casa, volendoli sodomizzare. Lot rispose:

«No, fratelli miei, non fate del male! Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori, e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini.»  

Per fortuna quelli non accettarono lo scambio, e le ragazze rimasero vergini, ma ancora per poco. Infatti la parola di Dio ci dice che in seguito furono messe incinte dal padre, che esse avevano fatto ubriacare. (Gn cap. 19 intero)

Il secondo episodio ci viene riferito nel libro dei Giudici, al capitolo 19. Un levita in viaggio con la moglie[5] pernottò a Gabaa, città della tribù di Beniamino. Evidentemente il levita era un bel giovane ed era stato notato subito dagli abitanti che erano anch’essi, almeno in parte, sodomiti. Il levita fu ospitato da un bravo vecchio della tribù di “Efraim, che abitava come forestiero in Gabaa.” I sodomiti intimarono al vecchio di consegnar loro il levita, ma lui rispose:

«No, fratelli miei, non fate una cattiva azione… non dovete commettere questa infamia! Ecco mia figlia che è vergine, io ve la condurrò fuori, abusatene e fatele quello che vi pare; ma non commettete contro quest’uomo una simile infamia.» Quelli non accettarono. “Allora il levita afferrò la sua concubina e la portò fuori da loro. Essi la presero e abusarono di lei tutta la notte fino al mattino”, quando la poveretta si trascinò disfatta sino alla porta dell’ospite e lì morì. 

Ognuno può notare anche l’illogicità del racconto: il levita esce con la sua concubina, e i sodomiti invece di afferrare lui, afferrano la concubina. Comunque non dobbiamo badare a questa illogicità, c’è di più e di meglio! “Il marito la caricò sull’asino e partì per tornare alla sua abitazione. Come giunse a casa, si munì di un coltello, afferrò la sua concubina e la tagliò, membro per membro, in dodici pezzi; poi li spedì per tutto il territorio d’Israele.” Tutte le tribù che ricevettero il pacco cruento e seppero del comportamento dei Gabaiti, mossero in guerra contro i Beniaminiti e li sterminarono in una battaglia. “Così il numero totale dei Beniaminiti che caddero quel giorno fu di venticinquemila, atti a maneggiar la spada, tutta gente di valore.” (Gdc 20,46)

Scamparono solo «seicento uomini, che avevano voltato le spalle ed erano fuggiti verso il deserto.» Questa  è la trama di un bel film dell’orrore che la parola di Dio ci narra in sintesi, e che qualche regista potrebbe farci vedere sul grande schermo.

Mi sembra che gli episodi ricordati siano sufficienti per chiarire la considerazione in cui gli Ebrei antichi tenevano la donna; e mi riferisco ovviamente agli Ebrei di cui si racconta nell’Antico Testamento. Gli Ebrei di oggi credo che la pensino diversamente, e che anch’essi siano d’accordo che quei loro antenati non si comportavano bene verso le loro donne, mogli, figlie o concubine o schiave che fossero. Nella figliolanza le femmine non venivano citate e neppure contate.

Per esempio, di Giacobbe vengono elencati i 12 figli maschi, col nome delle loro rispettive madri (Lia, Zilpa, Rachele, Bila), delle quali sono riferite anche le esclamazioni di gioia per la nascita di questi bei maschi; ma poco gioisce Lia per la figlia femmina, Dina, della quale si torna a parlare solo quando essa viene violentata da Sichem, figlio di Camor, re del paese di Canaan.

Ma dal momento che ho nominato, con le concubine, le due mogli di Giacobbe, Lia e Rachele, le sorelle legate dalla gelosia, voglio riportare un episodio che le riguarda, e riguarda anche la mandragora. Forse molti lettori conoscono “La Mandragora”, la lepida commedia di Machiavelli, ma forse non conoscono il più lepido episodio che la parola di Dio ci narra nel capitolo 30 della Genesi. Sappiamo che Lia era piuttosto prolifica (sette figli) ma bruttina, mentre Rachele era bellina, ma poco prolifica, anzi, nei primi anni, addirittura sterile. Naturalmente Giacobbe trascurava Lia e preferiva coricarsi con la bella e anche più giovane Rachele.  Allora si credeva che la radice di mandragora fosse un afrodisiaco efficace per l’accoppiamento e il concepimento, e quindi le donne ne andavano alla cerca.

Orbene “al tempo della mietitura del grano, Ruben uscì e trovò mandragore, che portò alla madre Lia.

Rachele disse a Lia:

«Dammi un po’ delle mandragore di tuo figlio.»

Ma Lia rispose:

«È forse poco che tu mi abbia portato via il marito, perché tu voglia portar via anche le mandragore di mio figlio?»

Riprese Rachele:

«Ebbene, si corichi pure con te questa notte, in cambio delle mandragore di tuo figlio.»

Alla sera, quando Giacobbe arrivò dalla campagna, Lia gli uscì incontro e gli disse:

«Da me devi venire, perché io ho pagato il diritto di averti con le mandragole di mio figlio.»

Così egli si coricò con lei quella notte.” (Gn 30, 14-16)

Mi sembra che sia un bell’esempio di letteratura erotica, anche nella sua esemplare semplicità di parola di Dio.

Povera Lia! Aveva dato a Giacobbe ben sette figli, e doveva piatire in tal modo l’amplesso coniugale. Ho accennato alla violenza fatta a Dina, sua unica femmina, e voglio tornarci sopra per aprire il discorso su un altro punto in cui la morale evangelica non collima affatto con quella veterotestamentaria.

8 - Il Comportamento morale

Leggendo l’Antico Testamento, come ci esorta a fare la Chiesa per conoscere tutta la parola di Dio, ci incontriamo molto spesso in azioni, anche dei patriarchi, dei giudici o dei loro figli, che ripugnano al nostro senso morale, che è basato sull’insegnamento di Cristo. Una di questa indegne azioni è il tradimento, cioè il mancare alla fede a alla parola data. Per gli Ebrei era invece cosa non solo lecita ma quasi doverosa verso i non-Ebrei.

Veniamo al primo fatto, come ci è narrato in Genesi, capitolo 34.

Anche in questo caso, come in tanti altri episodi narratici dalla Bibbia ebraica, noi ci chiediamo come mai Dio abbia voluto raccontarci queste azioni scandalose. Ma andiamo al racconto.

“Giacobbe arrivò sano e salvo alla città di Sichem, che è nel paese di Canaan. (33,18)… Dina, la figlia che Lia aveva partorita a Giacobbe, uscì a vedere le ragazze del paese. Ma la vide Sichem, figlio di Camor l’Eveo, principe di quel paese, e la rapì, si unì a lei e le fece violenza. Egli rimase legato a Dina, figlia di Giacobbe, amò la fanciulla e le rivolse parole di conforto. Poi disse a Camor suo padre:

«Prendimi in moglie questa ragazza.»”

Noi quasi ammiriamo il buon proponimento di questo giovane il quale vuole concludere onorevolmente quel ratto, fatto per amore. Camor approvò il proposito del figlio e si recò dai fratelli di Dina alla presenza di Giacobbe e fece la sua richiesta:

«Sichem, mio figlio, è innamorato della vostra figlia; dategliela in moglie!»

Anche Sichem aggiunse la sua umile preghiera:

«Possa io trovare grazia agli occhi vostri. Alzate pure molto a mio carico il prezzo nuziale… vi darò quanto mi chiederete, ma datemi la giovane in moglie!»

Anche se il testo non lo dice, si intuisce tra le righe che il vecchio Giacobbe era propenso al favorevole contratto di nozze per sua figlia, che così diventava anche principessa; ma i suoi figli furono contrari, dicendo che non potevano dare la sorella in moglie a un incirconciso , principe di incirconcisi.

Essi infatti risposero:

“«Acconsentiremo alla vostra richiesta, se voi diventerete come noi, circoncidendo ogni vostro maschio. Allora noi vi daremo le nostre figlie e ci prenderemo le vostre, abiteremo con voi e diventeremo un solo popolo.»”

Camor e il figlio accettarono la dura condizione, tanto Sichem amava la figlia di Giacobbe. Insomma si fecero tutti circoncidere.

“Ma il terzo giorno, quando essi erano sofferenti, i due figli di Giacobbe, Simeone e Levi, presero ciascuno una spada, entrarono nella città con sicurezza e uccisero tutti i maschi. Passarono così a fil di spada Camor e suo figlio Sichem, portarono via Dina dalla casa di Sichem… I figli di Giacobbe si buttarono sui cadaveri e saccheggiarono la città… Portarono via come bottino tutte le loro ricchezze, tutti i loro bambini e le loro donne, e saccheggiarono quanto era nelle case.”

Giacobbe non condannò l’operato dei figli, osservò soltanto:

“«Voi mi avete messo in difficoltà, rendendomi odioso agli abitanti del paese… essi si raduneranno contro di me.»”

Perciò Jahvè disse a Giacobbe di lasciare quel paese e di andare a Betel, naturalmente con tutto il ricco bottino, e senza alcun pentimento per l’efferato tradimento ordito ai danni di quel popolo che si era così generosamente offerto di ospitarli.

Del resto anche Giacobbe in gioventù, presso lo zio Labano, non aveva dato prova di moralità. Zio e nipote, in vista di separarsi, avevano deciso di dividersi il gregge, e Giacobbe aveva proposto che sarebbero state sue tutte le pecore e le capre di colore scuro e di vello chiazzato o punteggiato. A Labano la proposta sembrò accettabile, perché sapeva che suppergiù solo una metà del bestiame nasceva maculata. Ma Giacobbe, con un sistema un po’ magico che è inutile descrivere, riuscì a far nascere capretti e agnelli tutti “striati, punteggiati e chiazzati”. Quando Labano si accorse del trucco, stava per intervenire; ma Giacobbe lo prevenne fuggendo con le mogli, i figli, tutto il bestiame che così si era acquistato, e per di più «Rachele rubò gli idoli che appartenevano al padre». Labano inseguì i fuggitivi e tentò di riavere almeno i suoi cari idoli, ma la figlia negò protervamente di averli presi. (Gn capp.30 e 31)

Giacobbe è, con Abramo e Davide, uno dei personaggi-simbolo degli Ebrei. La Bibbia dice che egli lottò addirittura per tutta una notte con Dio apparsogli sotto forma umana, e che alla fine lo benedisse dicendo:

«Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele [=Dio è forte], perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!»

Gli Israeliti sono orgogliosi del loro eroe eponimo, che ha combattuto con Dio e con gli uomini, e li ha vinti. Ma abbiamo visto con quanta astuzia inganna lo zio; egli era veramente uno spregiudicato che si avvaleva di ogni mezzo, lecito o illecito, leale o perfido, pur di prevalere.

Il capitolo 25 della Genesi ci racconta come tolse al fratello Esaù il diritto di primogenitura, sempre con l’appoggio della madre Rebecca che lo prediligeva, perché Giacobbe gli scodinzolava sempre attorno invece di andare a lavorare in campagna.  

“Una volta Giacobbe aveva cotto una minestra di lenticchie; Esaù arrivò dalla campagna ed era sfinito. Disse a Giacobbe:

«Lasciami mangiare un po’ di questa minestra rossa, perché io sono sfinito.» Giacobbe disse:

«Vendimi subito la tua primogenitura.» Rispose Esaù:

«Ecco sto morendo; a che mi serve allora la primogenitura?» Giacobbe allora disse:

«Giuramelo subito.» Quegli giurò… Giacobbe diede ad Esaù il pane e la minestra di lenticchie.” (29 – ss)

È davvero un bell’esempio di amore fraterno. Ma non finisce qui, e Giacobbe e Rebecca non cessano di stupirci con la loro esemplare condotta.

Esaù era un cacciatore e spesso portava al padre Isacco piatti di selvaggina, che il vecchio gradiva molto. Sentendosi prossimo a morire, chiamò Esaù e lo pregò di preparargli un piatto di suo gusto, “perché io ti benedica prima di morire”. Rebecca allora ordina a Giacobbe di portargli due bei capretti, che lei avrebbe cucinato e fatti portare dallo stesso Giacobbe al padre per averne la benedizione di investitura. E siccome Isacco era cieco, l’inganno poteva riuscire, senonché Esaù aveva le braccia pelose, mentre Giacobbe le aveva glabre.

Nessuna paura. Rebecca con strisce di vello circonda le braccia di Giacobbe il quale così acconciato si presenta al padre col bel piatto preparato dalla madre. Isacco palpò le braccia del figlio ed ebbe qualche dubbio, per cui chiese:

«Tu sei proprio il mio figlio Esaù?» Rispose:

«Lo sono.»

Egli allora mangiò e bevve e lo benedisse con la benedizione solenne, che ognuno può leggersi in Genesi, capitolo 27, versetti 27-29. Quindi Giacobbe inganna anche il padre e mentisce per la gola. Bel campione di figlio.

Potrei portare tanti altri esempi di comportamenti immorali di personaggi biblici, narratici senza alcun bisogno e senza alcuna censura, i quali dimostrano che la morale ebraica (quella veterotestamentaria) era ben diversa dalla morale che Cristo ci ha insegnato.

Prima di chiudere questo capitolo voglio portare due esempi della condotta di Abramo che non sono davvero esemplari, e la “Parola di Dio” avrebbe fatto bene a non farceli conoscere, perché qualche marito moderno potrebbe imitarli a proposito della moglie, col convincimento di obbedire a un precetto divino.  

Nel paese di Canaan, dove Abramo si era sistemato venendo da Ur dei Caldei, ci fu una carestia, probabilmente per la siccità. In questi casi le popolazioni circonvicine si riversavano in Egitto dove, per dono del Nilo, non c’era mai siccità e il grano si mieteva due volte l’anno. Anche Abramo e Sara pensarono di andarvi “Ma quando fu sul punto di entrare in Egitto, lui disse alla moglie:

«Vedi, io so che tu sei donna di aspetto avvenente. Quando gli Egiziani ti vedranno penseranno: Costei è sua moglie, e mi uccideranno, mentre lasceranno te in vita. Di’ dunque che tu sei mia sorella, perché io sia trattato bene per causa tua, e io viva per riguardo a te.»”

Gli ufficiali del Faraone di guardia al confine notarono la grande bellezza di Sara e lo fecero sapere al Faraone il quale la volle nella reggia. “Per riguardo a lei, egli trattò bene Abramo, che ricevette greggi e armenti e asini, schiavi e schiave, asine e cammelli.” (Gn 12, 10 ss)

Praticamente il Faraone con questi donativi aveva inteso comprare Sara come moglie dal fratello; ma in realtà commise adulterio prendendosi “la donna d’altri”, e Jahvè colpì lui e “la sua casa con grandi calamità”.

Conosciuta la verità, il Faraone se ne lamentò con Abramo, gli restituì Sara, ma non volle indietro i donativi e lo fece accompagnare “fuori della frontiera insieme con la moglie e tutti i suoi averi.”

Qui noi ci saremmo aspettati una punizione divina per gli astuti, menzogneri e profittatori coniugi, e non per il Faraone che era stato tratto in inganno; ma evidentemente Jahvè aveva un altro criterio di giudizio.

Allo stesso modo quando Davide si impossessa di Betsabea, moglie del suo generale Uria, e ne nasce un bambino, ci aspetteremmo che Jahvè punisca l’adultero mandante dell’assassinio di Uria, e invece no: fa morire il bambino innocente, perché frutto della colpa.

Ma torniamo ad Abramo il quale, uscendo dall’Egitto, si era stabilito a Gerar.  “Siccome Abramo aveva detto della moglie Sara – È mia sorella - , Abimelek, re di Gerar, mandò a prendere Sara. Ma Dio venne da Abimelek di notte, in sogno” e gli fece sapere la verità, ammonendolo con minacce di morte a restituire Sara al marito. Abimelek obbedì, ma rimproverò Abramo per la sua finzione che gli stava per procurare la morte; tuttavia “prese greggi e armenti, schiavi e schiave, li diede ad Abramo, e gli restituì la moglie Sara.” (Gn 20, 1 ss)

E così il patriarca Abramo, venerato come padre degli Ebrei, dei Musulmani e dei Cristiani, si fece ricco con questi metodi che non oso definire.

Voglio portare un altro breve esempio di comportamento esemplare per gli Ebrei dell'antica alleanza, proditorio per noi cristiani. Al tempo dei Giudici (circa 1200 a.C.) “gli Israeliti ripresero a fare ciò che è male agli occhi del Signore” e Jahvè per punirli li fece sconfiggere da Eglon, re di Moab, il quale li tenne schiavi per diciotto anni. Ma poi gli Ebrei si pentirono e “gridarono al Signore, ed Egli suscitò loro un liberatore, Eud, figlio di Ghera, beniaminita”. Allorché gli Ebrei dovettero mandare per mezzo di lui il tributo dovuto al re, “Eud si fece una spada a due tagli, lunga un cubito, e se la cinse sotto la veste, poi presentò il tributo a Eglon, re di Moab, che era un uomo molto grasso. Finita la presentazione del tributo, ripartì con la gente che l’aveva portato… Ma egli dal luogo detto Idoli tornò indietro e disse:

«O re, ho una cosa da dirti in segreto.» Il re disse:

«Silenzio!» e quanti stavano con lui uscirono. Allora Eud si accostò al re che stava seduto nel piano di sopra, riservato a lui solo, per la frescura, e gli disse:

«Ho una parola da dirti da parte di Dio.»

Quegli si alzò dal suo seggio. Allora Eud trasse la spada dal suo fianco e gliela piantò nel ventre. Anche l’elsa entrò con la lama; il grasso si richiuse intorno alla lama, perciò egli uscì subito dalla finestra, senza estrargli la spada dal ventre.” (Gdc 3, 14 ss)

Chiuse i battenti del piano di sopra, tirò il chiavistello e uscì senza destare alcun sospetto. Questo di Eud è un comportamento esemplare o un atto proditorio architettato con animo malvagio? Al lettore il giudizio.

Ma ora lasciamo questo argomento e passiamo al campo femminile, per vedere se tra le donne bibliche troviamo esempi migliori di quelli di Rebecca, Lia, Rachele e della stessa Sara.

9 - Le Eroine bibliche

La prima donna, secondo la Bibbia, è stata Eva che Dio creò direttamente, come Adamo, ma servendosi, secondo il racconto della Genesi, di una costola di Adamo, per significare l’unione e nello stesso tempo la dipendenza dal marito.

“Verso il marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà” (Gn 3,16) le dice il Creatore dopo la sua colpa. E infatti è lei la prima colpevole, la donna. Gli autori biblici, tutti ovviamente Ebrei, considerano la donna non solo un essere inferiore, ma anche più obbediente all’istinto che alla ragione.

Allo stesso modo si dice che furono le figlie di Lot a “stuprare” il padre e non viceversa, come certamente avvenne, se il fatto avvenne in realtà. Infatti i biblisti dicono che nell’Antico Testamento sono raccontate molte leggende o favole a scopo didattico.

Certamente la donna è, come struttura corporea, inferiore all’uomo, come intelligenza uguale, come carattere, a mio parere, un po’ più orgogliosa e perciò più tentata a “prevaricare”. Essa non si vuole sentire inferiore né al marito né alle altre donne, almeno oggi, nella nostra cosiddetta civiltà occidentale. Questo orgoglio può essere accentuato se anch’essa lavora fuori casa, e magari guadagna più del marito. Io parlo in generale, perché ci sono sempre le eccezioni; e poi parlo secondo la mia poca esperienza e la mia pochissima scienza.

Nella coppia è spesso la donna che interpella il marito: “Perché io non posso avere una costosa pelliccia come le altre? Perché noi non possiamo fare una settimana bianca come le altre famiglie? Perché noi non possiamo andare in vacanza al Mar Rosso, ai Caraibi o alle Maldive? Perché non possiamo goderci una bella crociera nel Mediterraneo? Perché non possiamo costruirci anche noi una villetta in Sardegna? Perché non possiamo comprarci anche noi un appartamento a New York, dove costano la metà che a Roma?”

Insomma le domande sono tante, e se il povero marito risponde: “Perché non possiamo permettercelo”, la situazione peggiora; perché allora la non dolce metà prende il sopravvento con le accuse e può giungere sino all’offesa cocente: “Questo perché tu sei un inetto!” E così i matrimoni falliscono, le famiglie si sfasciano e i figli, se ci sono, ne subiscono le tristi conseguenze.

Ma chiudiamo la digressione sociologica e torniamo ad Eva, la madre dei viventi.

Il tentatore (l’astuto serpente) non va da Adamo a fare l’allettante proposta di mangiare “il frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino”, per il quale il Creatore ha messo il divieto di mangiarne. Probabilmente, mentre Adamo accettava il divieto senza porsi domande, avendo tanti bei frutti da mangiare nel resto del giardino, Eva si chiedeva che cosa si nascondesse sotto quel divieto, e diede subito retta al tentatore che le assicurò:

«Quando voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diventereste come Dio.» (Gn 3, 1 ss)

Questa colorita presentazione del cosiddetto «peccato originale» è un apologo allegorico della immanente tentazione, che tutti gli uomini provano, di prevaricare, cioè di volere, di avere, di godere sempre di più a scapito degli altri e infrangendo la legge morale, la quale è anche norma di ragione, perché ci dice: Non fare agli altri quello che non vuoi sia fatto a te.

Il peccato originale è quindi sempre attuale, ne siamo tentati tutti, e perciò nel Paternoster preghiamo il Padre di non esporci alla tentazione, di allontanarci dalla tentazione, perché è purtroppo facile per noi cedere ad essa.

A me non piace affatto l’accostamento e parallelismo che San Paolo fa tra Adamo e Cristo, considerando Cristo il nuovo Adamo: stride mettere un uomo accanto al Cristo-Dio; non stride affatto invece mettere Maria, madre di Gesù, a confronto con Eva, in opposizione ad essa. Eva cede alla tentazione, Maria è l’umile serva che obbedisce alla parola di Dio portatagli dall’Angelo. «Eccomi, sono la serva del Signore.» (Lc 1, 38)

Nonostante il suo peccato che avrebbe causato tutto il male piombato poi sulla terra, Eva non ha avuto nei secoli cristiani cattiva letteratura, nessuno ha osato accusarla, anzi è stata quasi sempre guardata con una certa comprensione, se non simpatia. È perché tutti (e specialmente le donne) ci riconosciamo in lei, e ci sentiamo come lei deboli davanti alla tentazione di prevaricare, di non accontentarci, di volere di più e di meglio. Questa tentazione è connaturale al nostro essere, fornito di ragione e di libero arbitrio, doti che consentono appunto di prevalere sugli altri, per cui ne siamo tutti universalmente tentati: insomma il nostro vanto (possedere intelligenza e libertà) è anche il nostro vizio d’origine, e quindi lo chiamiamo originale. Solo Maria, che doveva essere madre di Gesù, per grazia specialissima di Dio, ebbe il pregio e non il difetto (tendenza al peccato), e quindi possiamo chiamarla “concepita senza peccato”, cioè profondamente umile.

Dante mette in risalto il concetto di Maria-nuova Eva, collocando nella “mistica rosa” Eva subito sotto Maria, cioè nel secondo grado di beatitudine; sotto Eva è assisa Rachele, sotto Rachele Sara, sotto Sara Rebecca, sotto Rebecca Giuditta, sotto Giuditta Ruth. È una linea discendente, di gradino in gradino, tutta di donne ebree.

Dante si ferma al settimo gradino, ma dice che la linea di ebree continua. Egli non precisa sino a quale gradino si estende questa specie di grande anfiteatro, dove ognuno dei beati ha un posto assegnato. Qualche seggio è anche prenotato, come quello per l’ “alto Arrigo”[6].

Questo mistico anfiteatro è anche diviso in due settori separati, come lo stadio di San Siro tra interisti e milanisti: da una parte stanno quelli che si sono salvati per la fede in Cristo venturo, dall’altra quelli che hanno creduto in Cristo venuto. C’è anche un, diciamo, sottosettore di quest’ultimo, cioè di quelli che si sono salvati non per una fede professata con le opere, ma solo presunta, in quanto sono bambini battezzati per volontà dei loro genitori cristiani, e sono morti prima di arrivare all’uso di ragione.

Questa meticolosità di Dante nel descrivere e dividere il Paradiso ci fa certamente sorridere; ma non sorridiamo più quando egli, che lo ha visitato, dice che ormai i posti disponibili erano pochi (nel 1300!) perché i più erano già allora occupati[7].

Dante aveva certamente una grande fantasia, ma era anche piuttosto pessimista. Guai a noi se i posti erano, al suo tempo, davvero quasi tutti occupati! Per capire la preoccupante affermazione di Dante dobbiamo ricordare che, come nei primi secoli i cristiani credevano imminente il glorioso ritorno di Cristo, cioè la Parusia, così nel Trecento si riteneva imminente la conclusione della vicenda umana. Lo dice Dante nel Convivio:

 «Noi siamo già ne l’ultima etade del secolo» (II, XIV, 13).

E siccome ho tirato in ballo Dante per parlare di Eva, in opposizione a Maria, voglio riportare la bella terzina che afferma questo concetto, che mi sembra accettabile:

                          La piaga che Maria richiuse e unse,

                          quella che è tanto bella da’ suoi piedi

                          è colei che l’aperse e che la punse.

 

In povera prosa egli dice: Maria risanò mediante Cristo, suo figlio, la piaga del peccato originale che Eva, la bella donna che sta ai suoi piedi, procurò e inasprì, peccando lei e inducendo al peccato Adamo.

Come abbiamo visto, Dante ci dà un elenco di donne ebree in ordine di graduatoria di merito, fino al settimo gradino. Avendo io già parlato di Rachele, Sara  e Rebecca, voglio soffermarmi, seguendo Dante, su Giuditta e su Ruth.

Di Giuditta si parla in un libro apposito di 16 capitoli, che i biblisti collocano tra i deuterocanonici, che cioè sono stati ammessi nel canone solo in un secondo tempo. La versione greca che noi conosciamo (perché quella in ebraico è andata perduta) è stata realizzata verso la fine del II secolo a. C., mentre i fatti narrati sono del VI secolo a. C., al tempo del re Nabucodonosor.

Giuditta (=la Giudea) è forse un nome simbolico di una donna eroica che, per liberare la sua città di Betulia (storicamente inesistente), si introduce con le sue arti femminili nell’accampamento nemico, seduce il generale Oloferne, e lo uccide a tradimento. La raffinata seduzione vi è dettagliatamente narrata, e ognuno può leggersela e dilettarsene nei capitoli 12 e 13. La sequenza è scontata, prima c’è un lauto banchetto di cibi e bevande, in cui anche Giuditta beve per indurre il generale a ubriacarsi. A notte inoltrata gli ufficiali convitati si ritirano per lasciare liberi gli amanti:

“Rimase sola Giuditta e Oloferne buttato sul divano, ubriaco fradicio… [Allora Giuditta] avvicinatasi alla colonna del letto… ne staccò la scimitarra… e con tutta la forza di cui era capace lo colpì due volte al collo e gli staccò la testa.”

Quindi con l’ancella che l’aspettava fuori della tenda si allontanò indisturbata, portandosi la testa recisa nascosta nella bisaccia dei viveri. L’esercito nemico, confuso e privo del generale, fu sconfitto, la città di Betulia fu liberata e (cap. 16) Giuditta innalzò un bell’inno di lode e ringraziamento a Dio per la vittoria ottenuta.

Probabilmente anche il racconto di questo libro, come quello del libro di Giobbe, è inventato allo scopo di dimostrare che chi confida in Dio riesce vittorioso anche nelle situazioni più difficili e nelle imprese più rischiose. Nell’episodio di Giuditta, che non ha alcun fondamento storico, si vuol anche dimostrare che contro gli incirconcisi ogni inganno è lecito, ogni tradimento è legale, ogni crudeltà è giustificata. Dunque Giuditta è probabilmente un personaggio fittizio; qualora sia stata una donna reale che abbia agito in quel modo, ingannevole e subdolo, noi cristiani non potremmo avere per lei nessuna ammirazione.

Anche di Ruth si parla in un libro apposito, ma questa volta breve, e il biblista che lo introduce nella Bibbia CEI ci avverte subito che “non si tratta di un libro storico, ma di una novella didattica”. Una novella che è però “Dei Verbum” e che quindi ci vuole insegnare qualcosa, ma noi a leggerla non apprendiamo niente di moralmente utile.

Ruth è una donna, che rimasta vedova ancora giovanissima e anche molto bella, emigra con l’esperta suocera  Noemi dalla terra di Moab a Betlemme. Lì Noemi aveva un parente del defunto marito, che si chiamava Booz, “uomo potente e ricco”, e Noemi concepì subito il proposito di fargli sposare la bella nuora. E allora la istruisce per benino, in modo che la cosa possa realizzarsi gradualmente e quasi per naturale sviluppo. Chi vuol seguire tutta la sequenza della seduzione si legga il libro, a cominciare dal capitolo secondo; per fortuna sono solo quattro capitoli.

Ma leggiamo insieme qualche brano, per ricrearci. Booz aveva già notato Ruth che era andata appositamente a spigolare dietro i mietitori del suo campo e ne era rimasto così colpito, che disse ai mietitori:

«Lasciate cadere apposta per lei spighe dai mannelli; abbandonatele, affinché essa le raccolga.» (2, 16)

Insomma la seduzione era già a buon punto, e l’esperta Noemi pensò di arrivare subito all’ultimo atto. Siccome Booz doveva una certa sera ventilare l’orzo nella sua aia, e dopo cena rimanere a dormire nell’aia a guardia del raccolto, Noemi dice a Ruth:

«Su dunque, profumati, avvolgiti nel tuo manto e scendi all’aia… Quando andrà a dormire, osserva il luogo dove egli dorme, poi va’, alzagli la coperta dalla parte dei piedi [segno di umiltà] e mettiti a giacere.» (3, 1 ss)

Il piano riesce alla perfezione, ma io non vi trovo nessun insegnamento; forse ve lo potrà trovare qualche donna alla caccia di un ricco e potente marito.

Un altro libro intitolato a una donna è quello di Ester, la quale tra le eroine ebree spicca per la sua sincerità, semplicità e generosità, ma, dobbiamo dirlo, le sue grandi e incredibili vicende sono forse frutto più di fantasia che di storia vera. Il libro ci è giunto in due redazioni, una ebraica, più breve, una greca, più lunga e con maggiori particolari, ma che gli Ebrei non riconoscono.

La Bibbia CEI unifica i due testi, ma il biblista presentatore ci avverte che “in questo libro l’attenzione ai fatti storici è più apparente che reale. L’ambientazione presenta molti elementi che tradiscono contatti con la mitologia e gli usi persiani e babilonesi”.  Siamo a Susa, una delle capitali della Persia al tempo del re Assuero [= Serse I]. Mardocheo, un ebreo che era rimasto in quella città dopo il ritorno in patria dei suoi correligionari, era diventato un uomo ragguardevole, che prestava servizio alla corte del re.

Nella corte c’era anche Aman “che era potente davanti al re”, e cercava il modo di far del male a Mardocheo e a tutti gli Ebrei dell’impero. Quando la regina Vasti fu ripudiata, per una mancanza di rispetto al re, si trattò di scegliere la nuova regina, e si invitarono tutte le nobili fanciulle a presentarsi.

Mardocheo aveva una nipote orfana, che lui aveva allevato come figlia, e la presentò al “concorso reale”.  Piacque al re e divenne regina, ma non rivelò di essere ebrea. Aman, che era come un viceré, convinse Assuero che gli Ebrei, sparsi per tutto l’impero persiano, con la loro potenza e ricchezza, costituivano un pericolo per la sua dinastia. Ecco le sue parole al re:

«Vi è un popolo segregato e anche disseminato fra i popoli di tutte le province del tuo regno, le cui leggi sono diverse da quelle di ogni altro popolo, e che non osserva le leggi del re. Se così piace al re, si ordini che esso sia distrutto.» (Est 3, 8 ss)

Aman assicurò che dal bottino del massacro sarebbero derivati diecimila talenti d’argento da versare nel tesoro reale. Il re fece il decreto che fu tradotto nelle varie lingue parlate nelle satrapie del vasto impero, che andava dall’Afganistan (= Bactriana) all’Egitto, e fu spedito “per mezzo di corrieri in tutte le province del re, affinché si distruggessero, si uccidessero, si sterminassero tutti gli Ebrei, giovani e vecchi, bambini e donne, in un medesimo giorno… e si saccheggiassero i loro beni.”   

Il giorno fissato era il quattordici del decimosecondo mese (Adar), che in seguito fu celebrato dagli Ebrei col nome di Purim, la festa del ricordo.

A leggere il precedente decreto di Assuero, ognuno avverte la sua  somiglianza con quelli hitleriani che attuarono l’olocausto. Ma sotto Assuero l’olocausto, pur decretato, non ci fu, per l’intervento coraggioso della regina Ester la quale smascherò le mire ambiziose di Aman. Egli aveva fatto preparare la forca per impiccare Mardocheo, ma quando la sua trama fu scoperta, il re lo fece appendere proprio a quella forca, e revocò il decreto di sterminio.

Quindi tutto finì bene, e gli Ebrei potevano essere più che soddisfatti; invece si vollero vendicare. Appesero al palo i dieci figli di Aman, e il quattordici del mese di Adar si radunarono e uccisero a Susa trecento uomini.

“Anche gli Ebrei delle province si radunarono e uccisero settantacinquemila  di quelli che li odiavano.” (9, 16) Insomma l’olocausto (dei non-Ebrei) lo fecero loro. Comunque la figura di Ester non resta intaccata da questi orrori, che, badate bene, non racconto io, ma sono raccontati da un libro “Parola di Dio”.

Un’altra eroina biblica è la “casta Susanna” che come tale è entrata nel proverbio. Se ne parla nel capitolo 13 del libro di Daniele, che essendo stato scritto in greco e non in ebraico non è riconosciuto dagli Ebrei, ed è evidentemente un’appendice che a qualche agiografo fantasioso è parso opportuno aggiungere al libro di Daniele, per dare un esempio pratico della salvezza degli innocenti operata da Dio per mezzo dei suoi fedeli ministri, dei quali uno era appunto Daniele ( = Dio è il mio giudice). È dunque una novella didattica che ci ricorda il leggendario episodio romano di Lucrezia, moglie di Lucio Tarquinio Collatino, violentata da Sesto Tarquinio, primogenito del re Tarquinio il Superbo.

Lucrezia aveva dovuto sottostare alle brame di Sesto, perché lui l’aveva minacciata:

«Se non mi ti dai, ti violento, poi ti uccido, uccido vicino a te un tuo schiavo, e riferisco a tuo marito che vi ho sorpreso insieme e per lo sdegno vi ho ucciso.»

Dunque, se non avesse ceduto, sarebbe stata uccisa e per di più considerata un squallida adultera. Perciò deve subire la violenza, ma poi confessa tutto al marito e si uccide invocando vendetta.

Susanna viene sorpresa sola nell’ampio suo parco, che il marito Ioakim, uomo molto ricco, metteva talora a disposizione dei giudici per le loro udienze. “In quell’anno erano stati eletti giudici del popolo due anziani… [Essi] che ogni giorno la [Susanna] vedevano andare a passeggiare [nel parco], furono presi da un’ardente passione per lei.”

Architettarono insieme un bel piano. Si nascosero nel parco, e quando Susanna rimase sola per fare il bagno nella piscina, sbucarono fuori e le dissero:

«Ecco, le porte del giardino sono chiuse, nessuno ci vede, e noi bruciamo di passione per te; acconsenti e datti a noi. In caso contrario ti accuseremo, diremo che un giovane era con te e perciò hai fatto uscire le ancelle.»

Susanna non cede, e i due giudici, per vendicarsi, l’accusano di adulterio per farla lapidare: erano due testimoni e per di più giudici, per cui la condanna era sicura. Ma il soccorso divino viene con Daniele il quale smaschera gli accusatori interrogandoli separatamente a sorpresa, chiedendo a ciascuno:

«Vicino a quale albero hai visto Susanna col giovane?»

I giudici avevano dimenticato di mettersi d’accordo su questo particolare, e cadono nella trappola. Il primo dice: sotto un lentisco; il secondo: sotto un leccio. Qui si nota l’ingenuità del racconto a tesi. Qualunque falso testimone, anche sempliciotto, non sarebbe caduto nella trappola, abbastanza scoperta, ma avrebbe risposto: «Ma che ne so io della pianta! Io badavo al fatto!»  Ma quei due giudici ci caddero come allocchi, furono smascherati e messi a morte.

Susanna è certamente una moglie casta e coraggiosa, che dobbiamo ammirare; ma con ogni probabilità noi ammiriamo un’eroina creazione letteraria e non realmente esistita, un exemplum fictum per dimostrare la tesi che Dio protegge gli innocenti e confonde i cattivi nei loro malvagi e astuti disegni.

Un’altra eroina ancora più ammirevole è la madre dei sette fratelli Maccabei, di cui si racconta nel capitolo settimo del secondo libro ad essi intestato. Anche questo libro è rifiutato dagli Ebrei, perché è redatto in greco e anche perché è evidentemente la narrazione esagerata e fantasiosa di episodi, fatta a scopo di esortazione morale ed esaltazione nazionale, scritta da un ebreo esperto in retorica, che vuole compiere un’opera letteraria meritevole di ammirazione.

L’autore, di cui non conosciamo il nome, dice (2,19-23) di aver compendiato in questa sua opera quella, in cinque volumi, scritta poco dopo il 160 a.C. da un certo Giasone, ebreo di Cirene. L’anonimo abbreviatore ha realizzato “il suo compendio scegliendo gli episodi più significativi, raccordandoli con brevi aggiunte… Fu conservato però lo stile patetico della narrazione… scopo del libro è persuadere e commuovere il lettore.” Così afferma il commentatore della Bibbia Emmaus a pag. 840. Quanto dice il biblista ci fa capire che il libro non è affatto “parola di Dio”, ma prodotto letterario che mira a stupire e a commuovere. È lo stesso autore, nel cap. 2, dal versetto 19 in poi, che ci precisa il suo intento nell’essersi sobbarcato alla fatica del sunteggiare, fatica non facile, che ha richiesto “sudori e veglie” allo scopo “di offrire diletto a coloro che amano leggere, facilità a quanti intendano ritenere nella memoria, utilità a tutti gli eventuali lettori.”  Ma veniamo al fatto.

Antioco IV Epifane, re di Siria, Palestina ed Egitto a cominciare dal 175 a. C., si propose di estirpare dai suoi domini la religione ebraica, con una persecuzione efferata che ricorreva alle torture più terribili. Imponeva agli Ebrei di mangiare la carne di maiale e chi si rifiutava veniva ucciso tra i tormenti.

“Ci fu anche il caso di sette fratelli presi insieme alla loro madre; il re cercò di costringerli, a forza di flagelli e nerbate, a cibarsi di carni suine proibite.” Pur sottoposti a crudeli amputazioni e tormentati con ferri roventi, rifiutarono di obbedire e morirono uno dietro l’altro sotto gli occhi della madre che dava loro coraggio. “Ultima dopo i figli anche la madre incontrò la morte.” Fu dunque una vera “madre coraggio” che merita la nostra ammirazione.

Ma l’episodio è veramente accaduto o è anche questo un exemplum fictum? Il carattere retorico dello scritto è evidente, come anche l’imitazione degli storici greci, specie di Erodono; infatti quello che Erodono dice di Serse, l’anonimo autore lo attribuisce pomposamente ad Antioco, che secondo lui era “convinto nella sua superbia di aver reso navigabile la terra e transitabile il mare”, di essere cioè onnipotente. Perciò egli divenne furibondo dinanzi al rifiuto di una donna coi suoi sette giovani figli, e li fece morire nel modo più spietato, come è descritto dettagliatamente nel capitolo che invito a leggere.

E invito a leggere anche l’epilogo del libro (cap. 15), dove l’autore, narrati i fatti, scrive:

«Anch’io chiudo qui la mia narrazione. Se la disposizione dei fatti è riuscita scritta bene e ben composta, era quello che volevo; se invece è riuscita di poco valore e mediocre,  questo solo ho potuto fare. Come il bere solo vino e anche il bere solo acqua è dannoso, e viceversa il vino mescolato con acqua è amabile e procura un delizioso piacere, così l’arte di ben disporre l’argomento delizia gli orecchi di coloro a cui capita di leggere la composizione.»

Il suo libro dunque è evidentemente una artistica e artificiosa mescolanza di nuda realtà (acqua) e di accesa fantasia (vino). Ma è sempre parola di Dio!

Mi sono davvero stancato (e forse ho stancato anche il volenteroso lettore) a fare questa lunga rassegna di eroine ebree; ma non posso chiudere il capitolo senza accennare a Giaele.

Essa non solo è osannata nel cantico di Debora,[8] profetessa e giudice di Israele, ma è anche celebrata dal Manzoni nella nona strofa dell’ode “Marzo 1821” in due versi che voglio riportare, perché mi sembrano in verità infelicissimi. Parlando di Dio che aiuta gli oppressi, come erano gli Italiani in quel tempo, il Manzoni ricorda che Egli

“nell’onda vermiglia / chiuse il rio che inseguiva Israele”,

cioè il Faraone, e poi aggiunge

“in pugno alla maschia Giaele / pose il maglio ed il colpo guidò”.

Come si può immaginare un Dio Giusto e Buono, “padre di tutte le genti” che dà il martello in mano a Giaele e ne accompagna il colpo affinché non fallisca? Ma veniamo al fatto, come è raccontato nel capitolo quarto del libro dei Giudici.

“Eud era morto e gli Israeliti tornarono a fare ciò che è male agli occhi del Signore. Il Signore li mise nelle mani di Iabin, re di Canaan, che regnava in Azor… Gli Israeliti gridarono al Signore” profondamente pentiti, e Jahvè li soccorse. “In quel tempo era giudice d’Israele una profetessa, Debora”; costei, ispirata da Dio, mandò a chiamare Barak della tribù di Neftali e gli disse di preparare un esercito per sconfiggere Jabin e liberare Israele dalla schiavitù. Barak arruola dalle tribù di Zabulon e Neftali diecimila uomini, e insieme a Debora affronta l’esercito nemico comandato dal generale Sisara.

“Tutto l’esercito di Sisara cadde a fil di spada, e non ne scampò neppure uno. Intanto Sisara era fuggito a piedi verso la tenda di Giaele, moglie di Eber il Kenita… Giaele uscì incontro a Sisara e gli disse:

«Fermati, mio Signore, fermati da me: non temere».

Egli entrò da lei nella sua tenda, ed essa lo nascose con una coperta. Egli le disse:

«Dammi un po’ d’acqua da bere perché ho sete.»

Essa aprì l’otre del latte, gli diede da bere e poi lo coprì…[9] prese un picchetto della tenda, prese in mano il martello, venne pian piano a lui e gli conficcò il picchetto nella tempia, fino a farlo penetrare in terra. Egli era profondamente addormentato e sfinito; così morì.” (Gdc 4, 1 ss)

Come dobbiamo giudicare questa donna, una valorosa e “maschia” eroina, guidata da Dio, o una donna subdola e traditrice? E poi che dire del suo comportamento se, come sembra, si servì anche del rapporto sessuale per riuscire meglio a uccidere il generale “profondamente addormentato e sfinito”?

Nel capitolo successivo (5°) c’è il lungo cantico, nel quale Debora prima loda se stessa dicendo:

«Era cessata ogni autorità di governo in Israele, fin quando sorsi io, Debora, fin quando sorsi come madre in Israele.»

Poi esalta Giaele:

«Sia benedetta tra le donne Giaele, la moglie di Eber il Kenita, benedetta fra le donne della tenda.»

Quindi in tre altri versetti descrive in tutti i particolari l’impresa dell’amica, che a noi non sembra per nulla valorosa e tanto meno virtuosa. Riguardo a Debora non abbiamo altri elementi, che questi qui riportati, per poter esprimere un giudizio su di lei, e perciò non lo diamo.  

10 - La mondanizzazione

Sulla mondanizzazione della Chiesa ho scritto e pubblicato in Internet un opuscolo, che in questi giorni ho voluto rileggere. Non vi ho trovato nulla da correggere, se non qualche piccolo errore di stampa; quello che credevo e sentivo allora (2004) è quello che credo e sento ancor più profondamente oggi che sono certamente al termine della mia vicenda terrena. Temo anche di non poter portare a termine questo mio ultimo opuscolo, che sono stato “costretto” a scrivere per onestà intellettuale e per fedeltà e amore alla Religione Cristiana, nella sua professione Cattolica, cioè universale, cioè di tutti gli uomini, tutti figli di Dio.

Nel 2005 un papa tedesco ha preso il posto di quello polacco, e io aprii il cuore alla speranza che finalmente si mettesse mano alle riforme di cui anche in qualche ambiente ecclesiastico e religioso si sentiva il bisogno.

Avevo letto con interesse e grande speranza le parole dell’allora cardinale Ratzinger, che auspicava una “ablatio” nell’ambito della Chiesa. Usò il perentorio termine latino per indicare una pulizia a fondo, quasi una scarificazione, un far cambiare pelle, per ridare al volto e al corpo della Chiesa il puro aspetto evangelico, deturpato dalle tante istituzioni terrene.

Oggi quella bella speranza che concepii allora si è completamente spenta, e constato che la Chiesa continua protervamente ad avanzare per la stessa strada autocelebrativa e autoreferenziale. Invece di abolire certi riti e cancellare certi titoli, come imporrebbe l’umiltà evangelica, e come io ho sempre auspicato, questo papa ha recentemente imposto l’obbligo di inginocchiarsi anche a quelli che gli si accostano per la presentazione delle offerte o per ricevere la Comunione. Non che io sperassi che il papa o qualcuno della Curia leggesse il mio modesto opuscolo; sapevo benissimo che esso sarebbe rimasto ignorato, anche se era il segnale che il popolo fedele, il vero seguace e testimone di Cristo, aspetta con ansia l’auspicato cambiamento.

Riformare la Chiesa è difficilissimo, me ne rendo ben conto; ma non mi rendo conto come mai colui che da cardinale voleva addirittura l’ablatio della Chiesa, da papa non ha attuato la pur minima riforma, come poteva essere quella di cancellare “motu proprio” i pomposi, o direi sfrontati titoli di “Santità, Santo Padre, Santa Sede”, o di abolire l’aberrante genuflessione davanti al papa.

La Chiesa fin dal primo secolo si è trovata di fronte a una scelta: o seguire la linea semplice, umile, caritatevole, indulgente tracciata da Cristo e voluta da Pietro, il povero pescatore, o quella orgogliosa dogmatica e autoreferenziale voluta da Paolo, il retore superbo. Pietro è sconfitto, Paolo nell’assemblea di Antiochia lo subissa e umilia, accusandolo addirittura di simulazione e ipocrisia, sostenendo “che non si comportava secondo la verità del Vangelo.” (Gal 2,11 ss)

Dalla linea paolina si è sviluppata sempre più nella Chiesa una prassi di affermazione ed esaltazione per sé, di condanna per i sudditi non allineati (Inquisizione, roghi, scomuniche, interdetti, condanne, elenco dei libri proibiti ecc.).

La linea paolina si è via via sempre più allontanata da quella pietrina, della quale attualmente si avverte solo un debole tracciato, a stento seguito da pochi isolati. Per rendere più chiara la realtà storica ricorro a un’immagine geometrica. Cristo è come al centro di un cerchio, perché Egli è il fondatore del Cristianesimo. Egli con le parole e con l’esempio ha tracciato una linea di condotta spirituale, che mira al regno dei Cieli, alla salvezza delle anime, e per continuare nell’immagine geometrica diciamo che questa linea si dirige verso l’alto, al Nord. È la linea che vorrebbe seguire la Chiesa, guidata dal Vicario, cioè da Pietro. Ma quasi contemporaneamente sorge Saulo, che da persecutore di Cristo si proclama suo “strumento eletto” per portarlo vittorioso in tutto il mondo.

Egli con la sua “filosofia religiosa” traccia orgogliosamente una sua linea, che viene seguita quasi inconsapevolmente dalla Chiesa dei primi secoli, e poi sempre più consapevolmente nei secoli successivi sino al nostro, nel quale la divaricazione della linea paolina rispetto a quella pietrina si è fatta enorme. Pur essendo partite da un unico centro, che è Cristo, le due linee hanno oggi formato un angolo di 45 gradi se non addirittura di novanta.

Come rimediare, stando le cose a questo punto? Voglio portare ancora un esempio.

Un gruppo di pellegrini vogliono recarsi a un lontano santuario; sulla loro “via romea” trovano quasi all’inizio un bivio nel quale non ci sono indicazioni stradali chiare,  e istintivamente prendono la via di destra che appare più ampia e agevole. Dopo quattro o cinque giornate di cammino si accorgono di aver preso la strada sbagliata, e che stanno andando in tutt’altra direzione. Che fanno?

Dovrebbero tornare indietro, fare altre quattro o cinque giornate di cammino per tornare al bivio e lì prendere la via di sinistra, che è quella giusta per arrivare a quel dato santuario.

Ma se la sentiranno i pellegrini di vanificare tanta fatica e tanta spesa, e perdere tanto tempo? Probabilmente no; ma, se sono saggi, pur continuando a marciare in avanti, devieranno a ogni crocicchio verso sinistra, e così potranno a poco a poco accostarsi alla via giusta e finalmente raggiungerla per percorrerla sino alla meta.

Allo stesso modo la Chiesa che via via si è sempre più allontanata dalla via pietrina, seguendo quella paolina, non può tornare indietro sino all’origine, non può cioè annullare tutta la tradizione e una storia millenaria anche travagliata, ma potrebbe (e dovrebbe) a poco a poco correggere la propria direzione, e così riaccostarsi alla retta via pietrina, che è quella tracciata da Cristo, mentre quella paolina è stata tracciata da Saulo di Tarso, valente retore di cultura ellenistica, che orgogliosamente ha voluto dare alla nuova religione una sua personale interpretazione.

Gesù aveva sempre inculcato l’umiltà, e ne aveva fatto simbolo un fanciullo, semplice umile e fiducioso. Quando i discepoli gli chiesero:

“«Chi dunque è il più grande nel regno dei cieli?»

Gesù chiamò a sé un bambino, lo pose in mezzo a loro e disse:

«In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli.»” (Mt 18, 1 ss)

Paolo era ben lontano dal fare di un umile e ingenuo fanciullo l’emblema della sua predicazione. E la sua irosa gelosia verso gli altri predicatori del vangelo, che egli considerava intrusi odiosi, non rispecchia affatto l’indulgenza di Gesù verso un esorcista.

“Giovanni gli disse:

«Maestro, abbiamo visto uno che scacciava i demoni nel tuo nome, e glielo abbiamo vietato, perché non era dei nostri.»

Ma Gesù gli disse:

«Non glielo proibite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi, è per noi.»” (Mc 9, 38-40)

Gesù quindi ribalta il detto “Chi non è con me è contro di me”, al quale invece l’orgoglioso e geloso Paolo si attiene.

Gli apologisti di San Paolo non vorranno ammettere che la linea paolina di predicazione del Vangelo sia avversa a quella pietrina, e che ci sia una opposizione tra i due. Un sacerdote mi ha fatto osservare che Pietro nella sua seconda lettera loda grandemente Paolo.

«Il nostro carissimo fratello Paolo vi ha scritto, secondo la sapienza che gli è stata data.» 2 Pt 3, 15

Il prete però non si mostra molto addottorato, perché tutti i biblisti concordano che la seconda lettera attribuita a Pietro non è sua, ed è stata scritta quando era già scomparsa la prima generazione cristiana, e lo stesso Pietro era morto da tempo. Nella lettera viene anche riportata una profezia (2 Pt 3,13 = Ap 21,1) sui “nuovi cieli e una terra nuova” presa dall’Apocalisse, che fu scritta alla fine del I sec. quando anche Paolo era da tempo scomparso. È anche facile intuire che l’autore di essa è un filo-paolino che vuole far lodare il suo apostolo anche dal Vicario di Cristo.

È evidente che l’attuale Chiesa mondanizzata segue la linea paolina, materiata di orgoglio, autoesaltazione, assolutizzazioni dottrinali e morali dogmatismo e intolleranza. Essa è ben simboleggiata da San Paolo, rappresentato grintoso e con la spada alzata in atteggiamento di minaccia. La linea pietrina è  rappresentata invece dal docile, umile e ingenuo fanciullo che Gesù mostrò agli apostoli come suo vero seguace. E se la Chiesa non ha celebrato un anno pietrino, ma celebra molto enfaticamente quello paolino, è perché la sua è sequela di Paolo più che sequela dell’apostolo che Cristo ha messo a capo della sua Chiesa.

E mi sembra di aver sufficientemente dimostrato, con le stesse lettere di Paolo, quanto i suoi insegnamenti e comportamenti siano diversi da quelli di Gesù, e perciò metto fine a questo per me penoso argomento.

11 - Il Leopardi ignorato

Nell’opuscolo “La verità… in pillole”, parlando del Leopardi, ho accennato alla sua cantica “Appressamento della morte” (pag. 26). Mi è stato riferito che molti lettori della mia operetta non avevano mai sentito parlare di questa cantica. La notizia non mi ha sorpreso, perché i miei opuscoli sono diretti a gente di cultura media, come la mia, e non certamente ai professoroni, i quali ne sanno certamente più di me, e vorrebbero darmi qualche lezione.

Del resto ho constatato che oggi, nei nostri licei, di Leopardi si studiano (si fa per dire) solo i Canti (pochi), le Operette Morali alcune delle più brevi, non certamente qualcuna delle più lunghe e meditative, come “Il Parini ovvero della gloria” (12 capitoli) e “Detti memorabili di Filippo Ottonieri” (7 capitoli). Qualche antologia liceale riporta anche qualcuno dei “Centoundici pensieri” pubblicati postumi dal Ranieri nel 1845, tratti in gran parte dallo Zibaldone.

I “Paralipomeni della Batracomiomachia” sono generalmente ignorati, pur essendo la più vasta opera poetica del Recanatese. Perciò ho creduto bene di dare qui un breve resoconto di queste due opere, per esaudire il desiderio di chi non le conosce e vorrebbe averne un’idea precisa.

L’Appressamento della morte è una cantica in cinque canti di terzine di evidente imitazione dantesca. I canti sono di varia lunghezza e complessivamente formano 878 endecasillabi di buona fattura. Quello che ci stupisce è che l’autore aveva 18 anni e li scrisse, come lui dice, in undici giorni senza interruzione, e poi li ricopiò in due altri giorni tra il novembre e il dicembre 1816.

Ecco  il riassunto.

Il Poeta vaga in una landa fiorita, ma poco dopo si scatena una bufera che lo spaventa; questa presto si placa, e dal cielo scende a lui l’Angelo Custode che lo rassicura dicendogli che lo ha inviato “la gran Signora… ch’ha di te pietate”. Gli annuncia che la sua morte è vicina, ma non se ne deve dolere, perché la vita qui sulla terra è piena di mali. Quindi gli fa vedere delle scene dimostrative di questi mali. La prima visione mostra le anime perdute per l’insana passione amorosa, tra le quali indica Paride e Arrigo VIII, e particolarmente Ugo d’Este, ucciso dal padre per l’incesto con la matrigna.

Poi  la visione mostra i condannati per l’avarizia, quindi quelli per le false dottrine (tra i quali Zoroastro e gli enciclopedisti atei). In seguito appare un essere mostruoso che rappresenta la guerra, le tante sue stragi e i responsabili di esse (il Pelide, Agamennone, Pompeo Magno, Alessandro Magno e Annibale). Dopo la guerra appare la tirannia impersonata da Tiberio e da qualche despota greco (Periandro); ma quasi subito questa feroce belva viene colpita e annichilita da un fulmine.

Su un carro oscuro tirato da testuggini avanza l’Oblio che cancella ogni fama e gloria terrena. Perciò l’Angelo invita il Poeta a guardare in alto per vedere la Gloria celeste, il Paradiso dei beati, tra i quali gli mostra anche Dante:

 

     “Vedi il magno Alighier che sopra l’etra [= cielo]

ricordasi ch’ascese un’altra volta

e del dir vostro pose la gran pietra.”[10]

 

Vede anche Cristo e la Madonna, ma non Dio Padre, mentre una voce arcana lo esorta e conforta:

 

     “T’allegra omai che tua stagion matura,

disse lo Spirto, e sei presso a la sede

ove letizia eternamente dura.

 

    Cristo e la Madre vede, e sol non vede

tuo mortal guardo quel che veder mai

non può da questo mondo altro che Fede.”

 

Il quinto e ultimo canto è tutto un rimpianto per la vita che gli è stata negata, per la gloria che non ha raggiunto, per i suoi talenti che non ha potuto far fruttare nella breve esistenza concessagli.

Ma cristianamente si rassegna e termina la cantica con un’accorata preghiera alla Vergine e a Dio, che abbraccia ben otto terzine di cui mi piace riportare le ultime:

 

   “O Vergin Diva, se prosteso mai

caddi in membrarti, a questo mondo basso,

se mai ti dissi Madre, e se t’amai,

 

     deh tu soccorri lo spirito lasso

quando dell’ore udrà l’ultimo suono,

deh tu m’aiuta ne l’orrendo passo.

 

    O Padre, o Redentor, se tuo perdono

vestirà l’alma, sì ch’io muoia e poi

venga timido spirto anzi al tuo trono,

 

    e se il mondo cambiar coi premi tuoi

deggio morendo e con tua santa schiera,

giunga il sospir di morte, e poi ch’il vuoi,

     mi copra un sasso, e mia memoria pèra [=persica].”

 

L’ultimo verso è quasi scultoreo, e rappresenta con vigore una rassegnazione e una fortezza che è cristiana, ma ha un accento stoico.

Nel mio opuscolo “La verità… in pillole” affermo che da buona fonte sappiamo che il Leopardi morì con i sacramenti cristiani, ormai riconciliato con Dio. e questo fatto mi induce a una riflessione.

Nell’Appressamento della morte egli ha rivolto a Dio e alla Madonna quella fervida preghiera che in parte ho sopra riportato. È  una preghiera sentita e sincera; orbene io sono convinto che un uomo il quale a 18 anni si rivolge a Dio con quegli accenti così fiduciosi e devoti, non può a 39 anni morire abbandonato da Dio. Dio non abbandona i suoi figli, anche se talora e per un certo tempo viene abbandonato da essi; Egli è sempre in attesa del loro ravvedimento per dimostrare la sua infinita misericordia.

La stessa cosa voglio affermare per Giosuè Carducci, del quale nello stesso opuscolo (pag. 23) ricordo la conversione (segreta) degli ultimi anni, accennando in nota al sonetto “A Dio” da lui composto a Castagneto nel maggio 1848 a soli 13 anni, sonetto che egli volle sempre conservare. Siccome ho constatato che pochi lo conoscono, ne voglio qui riportare le due terzine, per dimostrare che quel ragazzo si rivolgeva a Dio con sincerità e fiducia, e chi a 13 anni prega Dio con tanta fede non può essere abbandonato nella vecchiaia, anche se ha peregrinato per decenni lontano da Lui.

 

   Io sempre Te amerò, Bontà infinita,

incomprensibil santa Unità Trina,

fonte di verità, fiume di vita.

 

   E la dolce pietà de la divina

madre difenderà l’alma contrita

da la terribil mondana ruina.

 

L’ultimo verso col suo ritmo irregolare, discendente-ascendente-discendente (4-7-10) rende bene il periclitante ordine mondano. Siccome sono andato a rileggermi il passo della Verità … in pillole da cui ho preso lo spunto, ho notato che lì (pag.26) c’è un errore di stampa, perché vi si legge Appressamento alla morte invece che della morte, cambiando un complemento di specificazione in complemento di termine.

Può sembrare una cosa di poco conto, e invece cambia completamente il significato del titolo. Il Leopardi dice Appressamento (= avvicinamento) della morte a lui, adolescente molto timoroso e riluttante al fatale incontro. Invece Appressamento alla morte può dirlo chi si avvicina alla morte quasi con desiderio, come a un appuntamento atteso con ansia.

Infatti io nelle mie “Poesie Varie” ho pubblicato (pag. 64) una lirica col titolo “Appressamento alla morte” appunto nel senso di attesa ansiosa di sorella Morte corporale, per avere finalmente l’accesso alla vera vita, che è quella eterna e beata.

Passando ora ai Paralipomeni della Batracomiomachia, devo dire che queste “aggiunte” sono fatte alla Batracomiomachia pseudo-omerica, che al Leopardi piaceva molto,  tanto che la tradusse per ben tre volte con l’impegno di amatore perfezionista, e alla fine ce ne ha dato una bella versione in tre canti di sestine, per un totale di 438 endecasillabi, mentre il testo greco è di soli 294 esametri. Questo dimostra che le lingue classiche (Latino e Greco) hanno una sinteticità espressiva che le lingue moderne non possono uguagliare. Comunque quella leopardiana è una bella traduzione poetica, certamente un po’ libera, come è anche la traduzione dell’Iliade del Monti, che perciò fu chiamata la “bella infedele”.  

Leggere questo poemetto eroicomico nella versione leopardiana è veramente piacevole, e invito il lettore a concedersi questo piacere, se ha del tempo  da dedicare al rilassamento mentale e alla ricreazione intellettuale. Per il Leopardi deve essere stata però una bella fatica lessicale quella di tradurre in italiano i nomi dei ranocchi e dei topi, che sono gli eroi impegnati in questa battaglia senza esclusione di colpi. Sono 16 per ciascuno dei due eserciti, e a mo’ di esempio voglio citarne sei per parte.

Tra i topi abbiamo: Rubabriciole, Rodipane, Mangiaprosciutti, Leccapiatti, Scavaformaggio, Rubatocchi;

tra i ranocchi: Gonfiagote, Strillaforte, Fangoso, Multivoce, Godipalude, Gracidante.

La trama è semplice: Un topo si avvicina allo stagno per bere, e un ranocchio lo invita a fare una gita nell’acqua in groppa a lui. Durante il viaggio sbuca dall’argine una biscia d’acqua che vorrebbe fare un lauto banchetto dei due gitanti, per cui il ranocchio spaventato si immerge abbandonando il povero topo che affoga. A quanto sembra il topicidio non è volontario, ma accidentale, non previsto e tanto meno premeditato; ma la buona fede non è creduta dai topi che scatenano la guerra punitiva, e i ranocchi se la vedono molto brutta a lottare con le loro mascelle inermi contro i denti acuminati dei topi. Ma Giove non vuole l’olocausto degli abitanti della palude, e dopo aver fatto scoppiare un tuono per spaventare i topi, manda contro di essi un esercito di granchi, che protetti dal robusto carapace e usando le loro forti chele straziano e mettono in precipitosa fuga i topi, sicché sulla terra si ristabilisce un certo equilibrio e si restaura l’ordine turbato. 

Anche la favolistica latina si è dilettata a comporre episodi sui rapporti tra rane e topi. Nelle favole di Fedro ce n’è una molto breve e carina, che traduco per il lettore.

“Un topo, per passare più facilmente un fiume, chiese aiuto a una rana. Questa accettò e con un filo di refe assicurò al suo il corpo del topo. Nuotando nel fiume, appena giunse nel mezzo, improvvisamente la perfida rana si immerse, volendo affogare il topo. Mentre il poveretto si divincolava e sgambettava per non essere sommerso, un nibbio che volava nei dintorni vide la preda e con i suoi lunghi artigli ghermì il topo, e con lui la rana che era legata assieme.”

Naturalmente la favola ha la sua bella morale: “Così spesso periscono quelli che tramano  la morte degli altri.”

La rana di Fedro è dunque traditrice e giustamente punita dal Fato (o caso), mentre quella dello pseudo-Omero era, a quanto pare, innocente, ma il danno ci fu ugualmente. Così spesso avviene anche nelle vicende umane, e talora a pagarne le spese sono degli innocenti.

Riguardo ai 32 nomi di topi e ranocchi che il Leopardi ha dovuto inventarsi (traducendo molto liberamente dal greco), voglio ricordare che molti autori hanno dovuto fare la stessa cosa per alcuni dei loro personaggi minori, e hanno sempre cercato di trovare nomi appropriati, che li caratterizzassero bene.

Dante per esempio nei canti 21° e 22° dell’Inferno, parlando dei diavoli (“Malebranche”), i quali sono a guardia della quinta bolgia dell’ottavo cerchio, dice che il loro capintesta è Malacoda. Costui incarica Barbariccia di formare una squadra di diavoli di cui dice i bei nomi, che io però non riferisco, invitando i curiosi a leggerli in Dante (XXI, 118-125).

Anche il Manzoni sa scegliere nomi significativi per i bravi dell’Innominato e di don Rodrigo (Nibbio, Tiradritto, lo Sfregiato, ecc.); non so invece se l’Anonimo Romano ha scelto nomi ugualmente significativi per i suoi futuribili personaggi.

I Paralipomeni costituiscono un poema eroicomico che finge di essere la continuazione di quello greco, ma è molto più lungo e ha un significato piuttosto satirico e talora ironico, mentre l’antico è una parodia dell’Iliade, un “ghiribizzo”, uno “scherzo” di un estroso versificatore che vuole soltanto divertire.

Leopardi non vuole affatto divertire, ma analizzare col suo lucido raziocinio e la sua sferzante ironia gli eventi storici a lui quasi contemporanei, dalla Rivoluzione Francese ai Moti di Romagna del 1831, sfogando in questa analisi anche il suo pessimismo, il suo amaro giudizio per “le magnifiche sorti e progressive” decantate dai liberali specie di ispirazione cristiana, come era Terenzio Mamiani, autore di quella espressione enfatica che il Leopardi riporta ironicamente ne “La Ginestra” (verso 51).

Il poema è in otto canti di ottave e complessivamente comprende ben tremila endecasillabi: è la più lunga opera poetica del Recanatese, che ad essa si dedicò con impegno nei suoi ultimi anni (1833-37) passati a Napoli, ospite dell’amico Antonio Ranieri.

Nei Paralipomeni le rane sono i legittimisti o restauratori o conservatori, i topi i carbonari o costituzionalisti o liberali, i granchi sono gli Austriaci di Metternich, longa manus della Santa Alleanza, che intervengono brutalmente a sconfiggere i rivoluzionari che avevano ottenuto gli statuti costituzionali. Ma l’analisi di tali vicende è dedicata soprattutto al Regno delle due Sicilie, dove i carbonari napoletani nel 1820 avevano costretto Ferdinando I di Borbone (1751-1825)[11] a concedere la Costituzione, poi da lui revocata con l’intervento degli Austriaci dopo il congresso di Lubiana (1821) della Santa Alleanza.

Non voglio dilungarmi sull’argomento di questo poema; chi ne ha il tempo e la voglia, se lo legga, e credo che lo troverà gradevole, anche se talora le vicende e i personaggi non sono individuabili e le allegorie non facilmente interpretabili.

Ci sono poi nel poema molte digressioni, spesso polemiche e anche lunghe, alle quali il Poeta si abbandona, specialmente per rivendicare la dignità e la grandezza dell’Italia antica, o invidiata o negata dagli stranieri, e specialmente dai Tedeschi. Come esempio, e a chiusura di questo capitolo, riporto l’ottava 29 del I canto:

 

    “Senton gli estrani ogni memoria un nulla

esser a quella ond’è l’Italia erede;

sentono ogni lor patria esser fanciulla

verso colei ch’ogni grandezza eccede;

e veggon ben che, se strozzati in culla

non  fosser quante doti il ciel concede,

se fosse Italia ancor per poco sciolta,

regina torneria la terza volta.”

 

Evidentemente dopo la grandezza romana e quella del Rinascimento.

12 - Il superuomo e il superapostolo

Il superuomo è ben caratterizzato nell’opera “Così parlò Zarathustra” (1885) del filosofo tedesco Federico Nietzsche (1844-1900), mente lucidamente maniacale che arrivò alla demenza, che lo colse a Torino nel 1889. Non intendo parlare della sua filosofia, che è chiaramente anticristiana, in quanto esalta la volontà di potenza che agisce “di là dal bene e dal male” (1886), mentre il Cristianesimo predica l’umiltà, la fratellanza e la condivisione.

Il suo odio anticristiano lo sfoga nell’opera “L’Anticristo” (1888), nella quale scaglia tutte le sue frecce avvelenate contro la religione cristiana, che egli vorrebbe addirittura bandita per legge. Infatti il libro termina con una proposta di legge in sette articoli, che ha questo sottotitolo: “Guerra mortale contro il vizio: il vizio è il Cristianesimo”.

Perché ho tirato in ballo il Nietzsche? Non certamente per mettermi a discutere e a confutare le sue idee aberranti, ma perché egli in questa opera tira in ballo Paolo di Tarso, colui che nella seconda lettera ai Corinzi (11, 5) chiama ironicamente superapostoli gli altri predicatori del Vangelo che gli facevano ombra. In realtà era lui il “superapostolo”, che si riteneva anche superiore a Pietro, perché Cefa era stato costituito (secondo Paolo) come guida dei circoncisi, cioè dei soli Ebrei, mentre lui era stato predestinato ed eletto come maestro e capo degli incirconcisi, cioè di tutti i pagani.

La pretesa orgogliosa di Paolo, la sua volontà di imporsi con ogni mezzo, lecito o illecito, il suo comportamento focoso, la sua parola irruente e spesso minacciosa sarebbe dovuta piacere al Tedesco, assertore della “volontà di potenza”, e invece no; nell’Anticristo i suoi strali più acuminati sono contro Paolo, come contro altri personaggi universalmente stimati, come per esempio Emanuele Kant (1724-1804).

Riguardo all’“imperativo categorico” (Tu devi) del filosofo connazionale Nietzsche sentenzia: «è questa addirittura la ricetta della decadence, e persino dell’idiotismo… Kant divenne idiota… L’istinto erroneo in tutto e per tutto, la contronatura come istinto, la decadence tedesca come filosofia – questo è Kant!» Poi passando dall’insulto al disprezzo: «Questo ragno funesto fu considerato il filosofo tedesco – ed è ritenuto tale ancora!»

Chi vuol conoscere tutti i pensatori e scrittori che Nietzsche condanna e ridicolizza in questo opuscolo è pregato di leggerselo, dato che non è molto lungo, anche se è spesso astruso e sempre assiomatico e davvero irritante per la sua sbandierata superiorità.

Come ho detto, un personaggio orgoglioso e grintoso, convinto della propria superiorità e missione “cosmica” come Paolo, dovrebbe piacergli, e invece lo dipinge con i più foschi colori, e lo insulta con gli epiteti più volgari e infamanti. Il superapostolo non è il superuomo da lui auspicato, lo Zarathustra che lui invece riteneva di essere; Paolo per lui è “uno spaventoso truffatore, un falsario” che, non avendo doti personali per imporsi e dominare meritamente, si serve di una religione che allora riscuoteva successo come strumento per imporsi in modo surrettizio.

Il bersaglio di Nietzsche non è Gesù Cristo, sulla cui figura dice anzi parole belle e amichevoli si simpatia, ma Paolo che, secondo lui, ne ha travisato “la buona novella”, e che perciò egli definisce “disangelico”, cioè tutt’altro che “evangelico”. Tra i tanti terribili giudizi che il Tedesco ne dà, ne riporto solo alcuni: “In Paolo si incarna il tipo antitetico alla buona novella, il genio nell’odio, nella visione dell’odio, nella spietata logica dell’odio. Che cosa non ha sacrificato all’odio questo disangelista?” 

E poi ancora: “La potenza era il suo bisogno, ancora una volta il prete mirò alla potenza, ma egli poteva utilizzare soltanto idee, teorie e simboli, con cui si tiranneggiano le masse e si riformano le greggi.”

E infine il giudizio più duro: “Paolo è stato il più grande tra tutti gli apostoli della vendetta.”

Sono certamente affermazioni e giudizi tanto esagerati che vi si può notare indizi di incipiente follia, ma non si può negare che Paolo colle sue affermazioni perentorie, i suoi assiomi spesso paradossali, i suoi ragionamenti quasi sempre astrusi e inconcludenti ci vuole talora inculcare concezioni antitetiche a quelle che leggiamo nei Vangeli come “vere parole di Dio”.

Nietzsche odiava il Cristianesimo, e questo odio gli ha fatto affermare cose false e ingiuste; ma dobbiamo riconoscere che nelle lettere di Paolo egli ha avvertito quella disangelicità che ogni lettore attento e non  prevenuto avverte quasi subito. L’interpretazione paolina del Cristianesimo e la sua filosofia teocratica hanno dato l’avvio a quella strutturazione ecclesiastica che col tempo si è ingigantita formando una imponente sovrastruttura che oggi è difficile smantellare. Infatti si teme l’effetto domino, che tutto l’edificio della Chiesa possa crollare anche togliendo qualche minima struttura terrena della Curia Romana.

Ma quello che sembra difficile a noi uomini è sempre possibile a Dio, e noi semplici credenti lo speriamo.

13 - Montanelli e gli atei

Nell’opuscolo “La verità… in pillole” ho parlato anche dell’ateismo, al quale alcuni approdano dalla filosofia, altri dalla scienza, altri perché non riescono a dare una soluzione al problema del male inferto dalla natura, e altri infine senza altra motivazione che a loro Dio non serve, che non ne sentono alcun bisogno né tanto meno il desiderio. Credere in Dio, Padre universale e Creatore del tutto, è un atto di fede,  e l’atto di fede è sempre suscitato o aiutato dalla Grazia, che talora si serve anche di una semplice parola o gesto.

Ci sono alcuni che si vantano del loro ateismo, e lo sbandierano come un emblema nobiliare (come altri la sodomia), mentre certuni lo confessano con una certa sofferenza, perché lo sentono più come un peso che una liberazione.

Uno di costoro era a quanto pare Indro Montanelli, giornalista che io stimavo, il quale non ricordo se in un articolo o in un’intervista televisiva, confessò con sincerità questo suo stato d’animo, perché l’ateismo non lo consolava, mentre la Fede gli avrebbe fornito una speranza, specie nella vecchiaia, quando le foglie verdi dell’albero della vita cadono ad una ad una, e la pianta rimane spoglia e nuda, e talora anche bacata.

Se alla vecchiaia (senectus ipsa est morbus) si aggiungono malattie invalidanti e inguaribili, spesso con atroci sofferenze, il malato può cadere nella disperazione o in una terribile depressione. Il Montanelli in un articolo sul Corriere della sera del 15 maggio 2000 confessa che in queste crisi depressive è “stato varie volte sfiorato, e più che sfiorato, dalla tentazione del suicidio”. Il credente con salda fede in queste situazioni disperate non pensa al suicidio, ma invoca la morte come grazia divina. E io confesso che più di una volta, in certe terribili notti con dolori lancinanti, ho invocato questa grazia suprema. Non sono stato esaudito: il Signore non ha voluto ancora mettere fine alla mia prova terrena.

Del Montanelli ho letto tutti i volumi della Storia d’Italia redatti assieme a Roberto  Gervaso e Mario Cervi. Non è un’opera propriamente storica, ma divulgativa, scritta con taglio giornalistico, che quindi indulge all’episodico e talora anche al pettegolezzo e allo scandalistico. Ma la si legge con piacere, perché lo stile è vivace e scorrevole e la narrazione, condita coi “sales italici e con l’Italum acetum”, non stanca davvero.

Egli si diverte anche a smitizzare e talora a dissacrare personaggi antichi e moderni, da vero “fiorentino spirito bizzarro” (Inf. VIII, 62) che vuole anche meravigliare e stupire con i suoi giudizi. Ma io pensavo che egli fosse anche compreso dei problemi più seri, quelli del “senso della vita” e dell’interpretazione da dare al mondo e alla storia umana. Siccome non avevo ancora trovato un suo testo che trattasse o almeno accennasse a questi temi, l’anno scorso mi sono affrettato ad acquistare quella bella antologia dei suoi scritti “La mia eredità sono io” curata da Paolo Di Paolo per la BUR, ma sono rimasto deluso.

Nella vasta rassegna che va dal 1939 (Gente Qualunque) al “Congedo” del 2001 ho trovato invariabilmente il ben noto giornalista che sapeva ammannire al pubblico quello di cui il pubblico è ghiotto, per cui era il giornalista per eccellenza. Non sapevo che egli avesse incontrato sia Papa Roncalli (1959) sia Papa Wojtyla (1986), che in un venerdì imprecisato lo trattenne anche a cena. Egli non precisa il menù servito a tavola da una suora polacca, ma ci tiene a dire che “il papa non mise altro sotto i denti che un pezzetto di tonno, di quello in scatola, una sottiletta di mozzarella e una mela”.

Infatti il Montanelli non è il giornalista che vuol capire, interrogarsi e interrogare sui gravi problemi che assillano l’individuo e la società, ma il cronista che punta l’obiettivo sui dettagli, magari sui tic, sul vestito, sul viso e soprattutto sugli occhi. Per esempio, di Papa Wojtyla per ben due volte scrive che, prima di rispondere a qualche domanda, egli strizza gli occhi, poi li “spalanca sull’interlocutore, e sono due sciabolate di cielo azzurro”.

D’accordo, Karol aveva gli occhi azzurri (li aveva anche Indro e li ho anche io come tanti), ma che le sue occhiate fossero “due sciabolate di cielo azzurro” nessuno lo avrebbe detto. Proprio per questo lo scrive Montanelli, e si grida al miracolo. Di religioso in quell’intervista non c’è niente, l’argomento non viene neppure toccato; ma alla fine il papa vuole dare all’intervista un colore, se non religioso, almeno chiesastico. Passando con l’ospite davanti alla cappella, gli tocca il braccio e gli dice: «So che sua madre era una donna molto pia. Vogliamo dire una piccola preghiera per lei?» e si inginocchiarono l’uno accanto all’altro. Ecco dunque il miracolo: il miscredente prega accanto al Vicario di Cristo!

Ci si potrebbe chiedere: Com’è che questi papi accettarono di concedere interviste al Montanelli? A che scopo? Lo scopo era solo mediatico: il papa in tal modo faceva parlare di sé per molti giorni sulla carta stampata e appariva sul piccolo schermo; il giornalista affermava la sua primazia in Italia e all’estero. Pensare che papa Wojtyla non concesse l’intervista neppure a un giornalista cattolico come Vittorio Messori, e si limitò a colloquiare con lui “per lettera”.[12]

Il Messori, scrittore religioso e non ateo come Indro, voleva avere da lui delle risposte sul problema del male e gli chiede: «Come confidare in un Dio che sarebbe Padre misericordioso… di fronte alla sofferenza, all’ingiustizia, alla malattia, alla morte?» (pag.66) Ho già toccato questo argomento nell’opuscolo “La verità.. in pillole”, e voglio solo aggiungere qualche riflessione. Talora il male è fatto dagli uomini, e Dio non lo impedisce se non eccezionalmente; non vuole togliere all’uomo la libertà di agire, perché proprio sulle sue azioni Egli dovrà giudicarlo. Ma c’è anche tutto il male causato dalla natura: terremoti, maremoti, inondazioni, uragani, siccità, malattie, e tra queste alcune veramente terribili e spietate.

La natura è stata creata da Dio, non è libera di agire come l’uomo, ma è stata sottoposta a leggi (fisiche, chimiche, biologiche, dinamiche, astronomiche ecc.) imposte dal Creatore; come mai questa natura provoca tante sofferenze? Sono state tutte programmate? In questo caso il “Padre misericordioso” non sarebbe troppo severo con i suoi amati figli?

Ho già detto in altri scritti che io non credo alla prescienza di Dio, ma solo alla sua infinita intelligenza. Dio può intuire come io agirò in futuro con molta probabilità, ma non con certezza. Se Egli sapesse con assoluta certezza che io, in quel determinato caso, agirò male, io dovrò assolutamente agire male, non avrei più libertà di scelta tra bene e male, sarei condizionato dall’alto, e quindi non sarei più personalmente responsabile. Dio dandoci i grandi doni dell’intelligenza e della libertà di agire, non sapeva con certezza come gli uomini li avrebbero usati, se più in bene o più in male, ma sperava che li avrebbero usati più nel bene, per gratitudine al Donatore e anche per senso di ragione, in quanto è il bene che, a ragionarci sopra, è preferibile al male e può renderli felici. Gli uomini invece li hanno usati più in male, ma Lui non è voluto intervenire con la costrizione, ha solo cercato di correggerli in vari modi e infine con l’invio del Figlio.

Neppure questo intervento straordinario è servito a farli ravvedere, e noi credenti aspettiamo con ansia ma anche con un certo timore la Parusìa, cioè il definitivo intervento di Lui nella storia umana.

A me sembra che anche nella natura sia avvenuto quello che è avvenuto nell’umanità. Il Creatore vi ha stabilito le leggi di cui ho parlato, le quali agiscono “per forza propria” nel loro campo; ma queste leggi possono talora sbagliare, intersecarsi e anche contrastarsi o combinarsi, non per volontà, che non hanno, ma per caso, in determinate occasioni.

Porto un esempio: la terra gira intorno a sé stessa con molta regolarità, offrendoci il giorno e la notte; ma questa rotazione per legge fisica provoca l’attrito del magma interno rotante sulla crosta terrestre da tempo solidificata. L’attrito col suo urto (forza centrifuga) può provocare in qualche punto la rottura della superficie terrestre, ed ecco l’eruzione vulcanica spesso disastrosa o il maremoto talvolta anche più disastroso. Dio sapeva che ci sarebbe stato quel terribile maremoto che nel Sud-Est Asiatico provocò circa 300.000 vittime? Io dico di no. Che cosa voglio concludere? Come Dio non sapeva che nel sec. XX un feroce dittatore avrebbe ucciso milioni di Ebrei, così non sapeva che le leggi fisiche e dinamiche da Lui imposte alla natura avrebbero provocato lo spaventoso tsunami.  

È anche molto probabile che dei batteri o dei virus per caso si siano attratti, e combinandosi o accoppiandosi, abbiano formato micro-organismi più virulenti, causa di nuove malattie e resistenti a ogni farmaco. È però quasi certo che la dissennata politica ambientale dell’uomo abbia sconvolto l’equilibrio naturale dell’atmosfera, per cui ecco il moltiplicarsi degli uragani, delle inondazioni e delle preoccupanti alterazioni climatiche.

Insomma anche la natura è in certo senso sfuggita alle intenzioni del Creatore, ma non deliberatamente come l’uomo, ma solo per caso o anche per errore. Il Creatore potrebbe intervenire, e a noi sembra che lo dovrebbe fare e che Egli tardi troppo a riportare ordine in un mondo ormai invivibile. Ma la nozione di tempo é molto relativa, e può darsi che i nostri secoli siano per il Creatore solo giorni, e che Egli attenda pazientemente il sabato che ha fissato per il “redde rationem”. Noi credenti non possiamo che augurarci di essere trovati, quel giorno, pronti e incolpevoli. Ovviamente la mia è una semplice ipotesi.

Ma torniamo al Montanelli e alle sue interviste. Il 29 marzo 1959 egli intervistò papa Roncalli, il Papa Buono, il “parroco del mondo”, che era stato eletto pochi mesi prima (28 ottobre 1958). Anche questa intervista obbediva alla convenienza mediatica e del nuovo papa che voleva farsi conoscere, e del grande giornale (Il Corriere della Sera) che voleva sfruttare il personaggio, per vendere più copie, e dell’ambizioso giornalista che voleva affermare la sua primazia, allora piuttosto contrastata.

L’intervista non riveste alcun interesse religioso. Montanelli, entrando in Vaticano, era preoccupato dell’etichetta, del cerimoniale, come chiamare il papa: Santità, Santo Padre o Padre Santo? Ma poi egli dice che si svolse tutto secondo il protocollo e la tradizione curialesca. Egli non ebbe nessuna esitazione a inginocchiarsi davanti a un semplice uomo e a baciargli l’anello, a cui certamente non riconosceva nessun potere salvifico. Ma in quella occasione non poteva permettersi nessun gesto polemico, perché era troppo grande l’onore di essere stato scelto a intervistare il nuovo Papa.

Questi lo mise subito a suo agio, facendolo accomodare alla poltrona accanto al suo piccolo sofà. Mentre il papa si lasciava andare a dei ricordi di gioventù, e accennava poi alle numerose biografie che erano già fiorite su di lui, Montanelli si abbandonava, come sempre, all’osservazione dei particolari, ai quali egli dà la massima importanza.

«Il santo padre non sta volentieri a sedere, e lo si vede dalla gamba sinistra, che cerca continuamente spazio e lo tasta col piede, come per assicurarsi ogni momento che ce n’è abbastanza per muoversi. Parlando, con una mano si accarezza la croce che gli pende sul petto, e con l’altra, a brevi intervalli, si toglie e si rimette lo zucchetto.»

Questo dettaglio, che non è che un tic, gli sembra tanto importante che lo ripete ancora una volta, tale e quale, alla fine del suo articolo, che non tratta alcun tema serio, ma riferisce solo qualche scialbo episodio che il papa gli aveva raccontato. Eppure l’articolo sul Corriere è ben lungo, sul libro va da pag. 405 a pag. 415.

Una cosa che in esso mi ha veramente meravigliato è l’affermazione che Giovanni XXIII gli assomiglia a un papa del Rinascimento, “fra i papi gran signori, come lui appassionati d’arte e di storia”. Questo accostamento gli sembra tanto azzeccato, che lo ripete alla fine dell’articolo.

“È  un grandissimo papa, da Cinquecento.”

Noi non riusciamo a capire a quale papa del Cinquecento Montanelli pensasse, papi quasi tutti mecenati, ma non per amore dell’arte, ma per amore personale, per procurare la propria esaltazione mediante la pittura, la scultura e l’architettura. E poi, dal punto di vista etico, quasi tutti immorali, simoniaci, nepotisti e corrotti.

Pensava forse Indro ad Alessandro VI, di cui non dico niente perché abbastanza malfamato, o forse a Giulio II che pensò solo alle conquiste e al proprio monumento, o forse a Paolo III Farnese che, fatto cardinale da Alessandro VI nel 1493, a 25 anni, in quanto fratello di Giulia, amante del Borgia, divenne papa nel 1534, e a poco più di in mese dalla nomina fece cardinali il figlio di suo figlio, e il figlio di sua figlia? O forse i due papi medicei, di cui l’uno con la vendita delle indulgenze causò lo scisma luterano (1517), l’altro il bel sacco di Roma (1527) con la sua dissennata politica? E poi dire di papa Roncalli che era “gran signore, appassionato d’arte e di storia” è un prendere in giro il lettore.

È un fatto che Indro, quando vuole esaltare un personaggio a lui simpatico per qualche tratto di carattere o semplice gesto, non misura affatto le parole iperboliche e le lodi sperticate; quando invece il personaggio gli è antipatico, lo trasforma in macchietta ridicola, ne fa insomma la caricatura. Caricature che piacevano a molti, come le vignette dissacratorie di Forattini. Chi ne vuole un esempio, si legga a pag. 567 dell’antologia la bella presentazione di Kruscev durante la visita al maresciallo Tito nel 1955. Riporto qualche brano.

«Sotto la giacchetta grigio scuro a sacco, dentro le cui maniche le mani affogavano sino a metà delle dita, spuntavano il colletto floscio di una camicia bianca, un po’ lisa ai bordi, e una cravatta chiara strangolata in un secco nodo… Il suo volto somiglia poco a quello che le fotografie riproducono…È piuttosto il volto di un bambino invecchiato in fasce… Discendendone con lo sguardo la figura, mi ci volle un pezzo prima di raggiungere i pantaloni. La giacca, come arrivava con le sue maniche a metà delle dita, così giungeva con le sue falde a metà delle gambe, inguainate in due tubi di stoffa, che calavano a terra senza piega, e si slargavano progressivamente fino ad avviluppare i piedi, nascondendoli del tutto.»

Ma Indro non è contento di questa bella caricatura; per completare il quadro del bambino invecchiato in fasce aggiunge che la sua “esistenza malinconica e solitaria, trascorsa in squallide camere ammobiliate… faceva capolino tra le pieghe di quei panni sgualciti, nelle ombre di quella camicia dilapidata, dentro le asole deformate da un ghigno sbilenco”. Forse a qualcuno questa sembrerà una bella descrizione, un capolavoro di articolo giornalistico; io non voglio esprimere il mio giudizio, ma vorrei che qualcuno mi dicesse come faceva Indro, che stava ad almeno dieci metri nel gruppo dei giornalisti, a vedere che la camicia di Kruscev era non solo dilapidata e con le asole deformate, ma anche “un po’ lisa ai bordi” e quindi evidentemente un po’ sporca.

È questo corretto giornalismo o caricaturismo giornalistico?

Nello stesso articolo Indro dice che osservò bene anche la folla dei curiosi iugoslavi che da fuori del palazzo assistevano allo storico evento:

«Erano gente dimessa…ne potei guardare attentamente i volti… e non vi scoprii traccia di quel rancore e livore e invidia che costituiscono il concime della democrazia.» (pag. 564)

Che cosa vuol dire Indro con questo suo enigmatico assioma (ipse dixit)?

Che non ci può essere democrazia senza rancore, livore e invidia? Che questi ingredienti sono il suo brodo di coltura? Mah!

Ma giacché ho fatto una mezza recensione di questo florilegio montanelliano, voglio aggiungere un ultimo tocco al quadro critico.

Qualche volta Indro si inventa gli episodi di sana pianta anche riguardo agli amici o a sé stesso, non tanto per burla quanto per suo personale divertimento.  In “Incontri”(1950) parla di una sua visita ad Ardengo Soffici nella casa di campagna di Poggio a Caiano. Era una casa modesta, secondo il carattere del proprietario e anche della “sora Maria”, che è rappresentata seduta in un canto a rammendar calze, ma la descrizione che Indro fa del soggiorno è surreale:

«Il pavimento di mattoni rossi presenta avvallamenti e salienti tali che i pochi mobili… vi beccheggiano paurosamente».

Leggetevi tutta la cronaca nel testo, ma io non posso non riportare la chiusa.

«In quel momento il battente dell’uscio piano piano si schiude… nel pertugio compare, rossa come un geranio, la cresta di una gallina… scruta gli astanti piegando il collo a destra, poi a sinistra, a lungo… completamente rassicurata, circola ormai fra le nostre gambe; finché su una scarpa mia si ferma, si accuccia, e vi deposita alcunché di molle e di giallastro… soddisfatti i suoi bisogni, si avvia tranquillamente verso la porta.»

Non capisco che gusto ha avuto a inventarsi questo episodio; figuriamoci se l’elegante Indro si sarebbe fatto fare “la fatta” sui suoi morbidi mocassini!

Ma gli è piaciuto di scriverlo “per dispettoso gusto” di rappresentare qualcosa di strano e di incredibile, anche a costo di dispiacere all’ospite Ardengo, che infatti smentì il fatto. Il lettore potrà pensare che io ho voluto dir male di Indro, come di tanti altri, per la mia acribia critica. No, Indro lo stimavo e lo stimo ancora, ma un po’ meno, dopo aver letto attentamente il meglio dei suoi scritti. Il vero giornalista, secondo me, deve informare con obiettività, sine ira et studio, non privilegiare i dettagli all’essenziale, e non colorire la cornice senza ben delineare il quadro. Se poi vuol lavorare di fantasia e stupire con la sua inventiva, coi suoi ossimori, scriva un romanzo o una novella, ma non un resoconto giornalistico.

Devo però dichiarare che, con la lettura attenta dell’antologia curata da Paolo Di Paolo, non è affatto venuta meno la mia ammirazione per l’uomo Montanelli, per il suo carattere saldo, per il suo coraggio nel non chinarsi mai agli “idola fori et theatri”, cioè alle verità imposte dai “maestri di pensiero” con la grancassa dei media.

Anche su l’eutanasia egli il 15 maggio 2000, rispondendo a un lettore nella sua Stanza, ha scritto parole sagge che in gran parte mi sento di condividere, con qualche aggiunta e mia riflessione, per la quale apro un altro capitoletto di questi Paralipomeni.

14 - Il caso Englaro

Quando Montanelli il 15 maggio 2000 rispose nella sua Stanza a un lettore che lo interrogava sull’eutanasia, il caso Englaro non era ancora esploso nei media, ma a noi lettori di oggi (marzo 2009) le sue parole di allora ci sembrano una risposta esaustiva anche per la “buona morte” di Eluana, che lui avrebbe criticato solo perché tardiva e dibattuta per tanti mesi tra familiari, medici, Governo, Magistratura e giuristi, prima di giungere alla sua giusta conclusione, che ha messo fine alle sofferenze e dell’ammalata e dei familiari.

Il Montanelli è sempre Indro, e condisce le sue pur sagge risposte con espressioni polemiche e giudizi esagerati, come quando definisce l’opposizione cattolica all’eutanasia “ciarpame sociologico e moralistico”, e “solenne e sussiegosa fasullata” il giuramento d’Ippocrate, che secondo lui molti medici “invocano soltanto per evitare grane con la Legge, e magari anche per prolungare e arricchire le parcelle.”

Sono esagerazioni, ma un fondo di verità c’è, come quando avanza il sospetto che cliniche e case farmaceutiche combattano la battaglia per la vita solo allo scopo di incrementare i rimborsi dal SSN e la vendita dei medicinali e dei tanti ”sanitari” occorrenti per tenere in vita vegetativa questi ammalati in coma irreversibile.

Anche Montanelli era come me contrario a una legge sull’eutanasia o sul testamento biologico, affermando che la decisione in questo campo così delicato spetta ai medici curanti. Io però aggiungo: ad essi certamente, ma anche di più ai familiari, cioè al coniuge (se c’è), ai figli (se ci sono), ai parenti più vicini per grado di parentela; sono essi i più interessati alla sorte del loro caro.

La legge, entrando in questo campo così intimo e personale, non farebbe che portare confusione, e darebbe luogo a tanti contrasti, proteste, denunce, appelli e anche cause protratte a lungo per la gioia dei giudici, che così non hanno da pensare ai delinquenti (attività laboriosa e rischiosa), e degli avvocati che si assicurano ricche parcelle. Non parlo a vanvera. È notizia di questi giorni (marzo 2009) che la Procura di Udine ha incriminato per “omicidio volontario” le quattordici persone implicate nella dolce morte di Eluana e in più il povero padre. Tutti costoro dovranno affrontare spese e fastidi chissà per quanti mesi solo per aver obbedito a una sentenza della Suprema Corte di Cassazione. Insomma la Magistratura non cessa di stupirci con la sua smaccata improntitudine e il suo bolso protagonismo di una casta che vuol essere a ogni costo dominante.

Tra quanti si sono opposti alla dolce fine di Eluana, si sono segnalati quelli che si dichiaravano mossi da motivazioni religiose, a cominciare dalle suore che da anni si prendevano cura della ragazza. Da esse vorrei però sapere se lo facevano a loro spese o se avevano, come credo, dei rimborsi dal SSN, da altri enti o private associazioni, e in questo caso il totale delle somme ricevute. Penso che siano state erogate cifre rilevanti per tenere in vita vegetativa una creatura umanamente morta, mentre spesso mancano le risorse per curare, nutrire e educare tanti bambini di famiglie disagiate.

Ma a queste suore e a tutti gli altri che sbandierano per questi casi la religione voglio dire un’altra cosa. Tenendo in vita vegetativa Eluana essi impedivano che la sua anima immortale si separasse dal corpo per salire al Cielo; quindi danneggiavano la ragazza in due modi, facendo soffrire il suo corpo e tenendo in esso prigioniera la sua anima anelante di ricongiungersi al Creatore.

Cristianamente parlando, essi le facevano del bene o del male?

Loro erano certamente convinti di farle del bene, forse in buona fede; anche di questa si potrebbe dubitare, ma io non aggiungo altro a questo delicato argomento, e rimando a quanto ho scritto in “Idee non politicamente corrette”, prima parte pag. 60.

15 - Ebraismo e Islamismo

Confesso che su questi due temi vorrei saperne un po’ di più, perché se anche ho letto e studiato i loro testi fondamentali (Bibbia e Corano), mi è purtroppo mancato il contatto umano e il colloquio con qualche credente dell’una e dell’altra religione.

Di ebrei ne ho conosciuto bene solo uno, ed è stato il mio colonnello, Guido Terracina da Roma, del quale sono stato dipendente nel mio servizio di prima nomina, dal luglio 1938 al febbraio 1939. L’ho conosciuto come uomo, non certamente come esponente di una fede, né abbiamo mai avuto colloqui su temi religiosi.

Di lui non voglio parlare; ne ho parlato nella mia autobiografia, che forse comparirà presto nel mio sito. Era stato deciso che essa vi sarebbe messa postuma, ma ormai essa è già ora (marzo 2009) postuma, in quanto io sono vivo solo all’anagrafe, mentre al mondo sono morto da tempo, anzi, più esattamente, non sono mai stato vivo. Infatti il mio nome è conosciuto solo dalla parentela e dalle  persone che hanno visitato il mio sito, non so se per interesse culturale o per puro caso.    

Comunque dalla mia esperienza culturale, o meglio intellettuale, mi è derivata la convinzione che gli Ebrei si sentono superiori e disprezzano noi “gentili”, ma non lo dicono, perché loro, molto intelligenti, non dicono mai una cosa “politicamente scorretta”, anzi sono i loro intellettuali che in gran parte creano e fanno circolare le idee politicamente corrette.

Proprio in questi giorni, volendo scrivere questo capitoletto, mi sono ricordato di un libro di Arrigo Levi “Dialoghi sulla fede” che avevo letto nell’anno della pubblicazione (2000 - Il Mulino). L’ho voluto rileggere sperando di trovarvi recenti informazioni sull’Ebraismo, ma sono rimasto deluso. Il Levi è ebreo e, come tale, ha anche partecipato come soldato alla prima guerra israelo-palestinese (1948), ma egli nel libro si dichiara “non credente in Dio”, e quindi da lui non posso sperare di avere lumi. Egli si dichiara credente di una “religione laica o umanistica o filosofica”, che quindi non fa riferimento né a Jahvè, né ad Allah né al Dio cristiano.

Comunque ho sempre apprezzato la grande apertura mentale e culturale di questo ebreo sui generis, la sua moderazione nei giudizi e la sua tolleranza dei vari orientamenti politici e religiosi. Se avessi la fortuna di trovare un ebreo credente, ma di quella apertura e tolleranza, vorrei chiedergli:

«Caro fratello, ti chiamo caro perché ti amo anche se non ti conosco personalmente, in quanto noi cristiani amiamo tutti gli uomini come fratelli;  amichevolmente vorrei sapere da te, in tutta sincerità, se per voi la vostra Bibbia è “tutta e solo parola di Dio” come afferma la Chiesa Cattolica, o fate dei “distinguo” e delle riserve. Se è tutta parola di Dio, chiedo ancora: “Il vostro Jahvè che vi ha scelto come suo popolo e vi ha guidato, da Sabaoth, alla distruzione di tanti popoli, vi sembra che possa essere il Dio unico, universale, creatore del tutto e padre di tutti gli uomini?”»

Non è pura curiosità; da tanto tempo mi chiedo come mai uomini tanto intelligenti continuino a credere in un dio distruttore, partigiano, capriccioso, geloso, che si vendica “sino alla terza e alla quarta generazione”, e acriticamente osservino ancora le prescrizioni mosaiche, che avevano la sola motivazione igienico-sanitaria, e che oggi non hanno più alcun senso.

Se di Ebrei ne ho conosciuto bene (si fa per dire) solo uno, di islamici non ne ho conosciuto proprio nessuno, e mi auguro che nessun musulmano integrista inciampi nel mio sito Internet; perché, trovandovi per caso qualcosa non di suo gusto, mi potrebbe far sentenziare la morte dal tribunale coranico. Non è che mi spaventi la morte, che anzi invoco, ma non vorrei dare tanto disturbo a tanta gente, tra giudici ed esecutori della condanna.

Tuttavia, se per fortunato caso trovassi un interlocutore islamico non fanatizzato, gli parlerei così:

«Caro fratello musulmano, ti chiamo caro perché ti amo, in quanto noi cristiani amiamo tutti gli uomini come fratelli, anche se gli islamici integristi ci odiano e vogliono distruggerci come pagani per ordine di Allah, trasmesso attraverso Maometto; vorrei rivolgerti una semplice domanda: “Credi davvero che il Dio Unico, che voi chiamate Allah, voglia la distruzione di una buona parte dei suoi figli mediante la guerra santa, e voglia anche l’osservanza rigorosa di prescrizioni rituali e anche alimentari che per nulla attengono alla religione, che per sua natura riguarda lo spirito e il comportamento morale?»  

Sono semplici domande; se qualche islamico o qualche ebreo, in modo colloquiale e con animo pacato, mi vuol dare una risposta sincera, gliene sarò grato. In verità io mi sono sempre meravigliato che un miliardo e più di uomini credano a un Dio tanto spietato, e osservino prescrizioni così formali e talora irrazionali. Questo è il  mio modesto giudizio di uomo comune, non certamente di filosofo o teologo o “maestro di pensiero”. E con questa dichiarazione chiudo l’argomento.

16 – Le piaghe d’Italia

A quanto pare l’Italia, caduto l’Impero Romano, è stata sempre una nazione piagata.

Nel Trecento il Petrarca le dice:

 

«Italia mia, benché il parlar sia indarno

a le piaghe mortali

che nel bel corpo tuo sì spesse veggio…»

 

Per il Poeta le piaghe erano le continue guerre tra i Signori d’Italia, che per maggiore danno e vergogna si servivano delle milizie straniere, specie tedesche, le quali devastavano il nostro bel paese. Egli aveva viva la speranza in una guarigione, per un sobbalzo di orgoglio e di amor patrio da parte di quegli ex Romani, a cui si rivolge:

 

«Latin sangue gentile,

sgombra da te queste dannose some.»

 

Ma queste dannose some non solo non furono sgombrate, ma divennero via via sempre più pesanti sino ad oggi.

Nell’Ottocento un altro poeta, un po’ meno ottimista, il Leopardi, vedendo com’è ridotto il corpo della cara Patria esclama:

 

«Ohimè quante ferite

    che lividor, che sangue! Oh qual ti veggio

formosissima donna! Io chiedo al cielo

e al mondo: dite, dite:

chi la ridusse a tale?»

 

Possiamo rispondere noi: i suoi non degni figli. Dal tempo del Leopardi ad oggi le piaghe sono aumentate, e sono sotto gli occhi di tutti, e quindi è inutile che io le enumeri. Farò due sole osservazioni.

Pur così piagata e malridotta, tanto da essere diventata la sentina del malaffare internazionale, l’Italia ha la presunzione di essere la patria del diritto, la vindice dell’ordine internazionale, la esportatrice di democrazia, la maestra della convivenza pacifica e la custode dell’ordine pubblico in molti altri paesi (Libano, Kosovo, Afganistan). Pur così povera, da far vivere una parte dei suoi figli sotto la soglia della povertà, spreca le sue poche risorse per missioni all’estero che a nulla servono  se non a guadagnarci disprezzo, odio e attentati alle nostre truppe e perdite di vite giovanili.

Ultimamente, per dimostrare tutta la sua stolta improntitudine, si è detta pronta ad accogliere una parte dei prigionieri di Guantanamo, per dimostrare l’eccellenza della nostra “civiltà carceraria”. Le nostre carceri scoppiano, dobbiamo fare uscire in libertà i delinquenti nostri, e siamo pronti ad accollarci anche i prigionieri altrui! Una stoltezza inqualificabile sbandierata come prova della nostra civiltà giuridica. E mentre non abbiamo carabinieri e soldati per proteggere il nostro territorio, e non abbiamo fondi per arruolare poliziotti e costruire nuove carceri, mandiamo i migliori nostri uomini a proteggere il territorio di gente che ci considera come invasori.

Ma io voglio richiamare l’attenzione su due piaghe che si stanno allargando a vista d’occhio e minacciano di incancrenirsi, la droga e la prostituzione.

Contro di esse si fa una lotta solo repressiva, mentre si dovrebbe fare una lotta soprattutto preventiva. Insomma, se si spaccia la droga è perché essa è cercata dai drogati; se le nostre strade e piazze sono piene di prostitute, è perché per esse ci sono i clienti. Purtroppo oggi in Italia quelli che assumono droga, almeno saltuariamente, sono un bel quarto della popolazione specie giovanile, e i puttanieri abituali o saltuari forse un bel quinto. Queste percentuali vanno paurosamente aumentando, e aumenteranno sempre più se le agenzie educative cioè Famiglia, Chiesa e Scuola, sostenute dai media, non intraprenderanno una efficace opera di educazione preventiva, e anche di informazione veritiera.

È provatissimo che la droga distrugge la persona, è innegabile che il sesso stradale e mercenario espone a gravi rischi, anche all’AIDS; eppure tante persone dotate di intelligenza e anche di istruzione (diploma o laurea) si lasciano incoscientemente tentare da queste terribili megere.

Occorre rieducare gli Italiani, ma lo dovrebbero fare soprattutto i media, perché sono essi che oggi foggiano il costume, e finora essi hanno operato (compresa la RAI nazionale) solo per renderlo sempre più immorale e corrotto. E la corruzione, a partire dalla droga e dalla prostituzione, sta invadendo ogni attività; la disonestà, l’infedeltà e la slealtà, la frode e l’inganno dominano il campo politico, finanziario e sociale, e anche quello familiare, mentre i media, nonché stigmatizzarla e condannarla, trovano in questa corruzione generalizzata il loro brodo di coltura, insomma ci gavazzano, sono gli argomenti di richiamo.

Riguardo alla prostituzione, la prima cosa da fare è l’abolizione della nefasta legge Merlin, e il ripristino del regime delle “case chiuse” che darà i seguenti benefici:

1) non si vedrà più lo sconcio della prostituzione diffusa nelle strade e nei condomini;

2) gli uomini che hanno la fregola possono sfogarla nella pulizia, nell’igiene e nella discrezione, senza rischiare salute e borsello;

3) le prostitute sono protette nella loro incolumità, regolarmente pagate, assicurate, e controllate nella salute e nell’igiene personale per cura del SSN; l’Erario incassa l’Irpef dalle lavoratrici del sesso e l’Irap dai gestori delle case chiuse.

Non aggiungo altro, perché di questo argomento ho diffusamente trattato nella prima parte delle “Idee non politicamente corrette” (pag.41-45).

Riguardo alla droga, a nulla servono i rigori polizieschi; occorre una vera vasta opera di educazione preventiva, a cominciare dalla fanciullezza, attuata con impegno dalle Agenzie educative e specialmente da tutti i media, che sono quelli che più influiscono sull’animo e sul comportamento dei nostri ragazzi.

17 – Il sesto comandamento

Nel mio opuscolo “I doveri del cristiano” alle pagine 18 e 19 tratto del sesto comandamento, ma non lo esaurisco, perché quell’opuscolo era dedicato ai miei figli come un testamento spirituale, e chiacchierando con i figli non occorreva dire più di tanto. Essi infatti, nel campo sessuale, avevano avuto non solo il buon insegnamento del padre e della madre, ma anche e soprattutto il loro esempio di vita. Ma ora ritengo opportuno ritornare sull’argomento, e dire su di esso le cose allora tralasciate.

Innanzi tutto debbo rilevare la genericità, e prolissità, della trattazione di questo comandamento, che nel Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) abbraccia ben 14 pagine, dalle quali il cristiano non riesce a trarre una chiara e semplice norma morale. Nel Compendio, pubblicato nel 2005 per volontà di Benedetto XVI, per ovviare a quella prolissità , ricca di definizioni (adulterio, masturbazione, fornicazione, pornografia, stupro, prostituzione, atti omosessuali), ma carente di una regola pratica di comportamento per il cristiano, la prolissità è stata abbattuta (appena tre paginette!), ma la semplicità e la chiarezza non ne hanno affatto guadagnato.

L’ambiguità della trattazione comincia dalla stessa formula del comandamento, perché da quella biblica molto chiara e precisa “Non commettere adulterio”, si passa a quella catechistica, abbastanza vaga, che ai miei tempi era “Non fornicare”, oggi è “Non commettere atti impuri” (Compendio pag. 120).

Ma quali sono gli atti impuri?

Certamente quei sette elencati sopra, ai quali si deve almeno aggiungere la pedofilia, che è la forma peggiore di violenza sia omo che eterosessuale.

Secondo il Compendio tutti “questi peccati sono espressione del vizio della lussuria… Sono peccati gravemente contrari alla castità”. Quindi tutti i cristiani sono tenuti alla castità, non solo le vergini consacrate, i frati e i preti, ma anche i coniugi nel matrimonio. Per essere chiari, si può fare sesso solo tra marito e moglie legati dal sacramento.

I documenti ecclesiastici quasi sempre parlano di obbligo alla castità per i frati e le monache, mentre per i preti parlano di obbligo al celibato, cioè a non sposarsi, vale a dire a non contrarre matrimonio, ritenuto dalla Chiesa Cattolica inconciliabile con il sacramento dell’ordine sacro da essi ricevuto. È noto che sia gli ortodossi sia gli evangelisti e gli anglicani, e quasi tutte le variegate sette cristiane, non ritengono inconciliabili questi due sacramenti, e il pope o il pastore o lo stesso arcivescovo di Canterbury, primate della Chiesa Anglicana, con moglie e figli, non dà alcuno scandalo nei paesi dell’Ortodossia o della Protesta.

Anche nella Chiesa Cattolica e anche in Italia ci sono diocesi di rito ortodosso nelle quali i sacerdoti si possono sposare, e in quei luoghi il fatto non desta né scandalo e neppure meraviglia. Nei secoli scorsi, e specialmente prima del Concilio di Trento, molti sacerdoti ritenevano di rispettare il celibato pur avendo una o più amanti, ma nessuna moglie; i figli che nascevano erano illegittimi, ma sempre figli, ai quali essi lasciavano le loro proprietà.

Anche i papi non erano da meno. Alessandro VI ebbe quattro figli da Vannozza Cattanei, e quando di questa si stancò, si prese la giovanissima Giulia Farnese, e come omaggio nuziale nominò subito cardinale il fratello di lei, Alessandro Farnese, che diventerà papa col nome di Paolo III, e avrà anche lui due figli, di cui farà cardinali i figli, suoi nipoti, uno dei quali aveva solo 14 anni.

Insomma la Chiesa deve fare chiarezza: finché non concederà anch’essa il matrimonio ai preti, come io auspico, dovrà esigere dai suoi sacerdoti non il celibato, ma la castità, cioè la rinuncia al sesso, cosa certamente difficile, per cui è oltremodo opportuno concedere di sposarsi ai presbiteri che lo vorranno.

La castità, per gli sposati, significa non fare sesso se non col proprio coniuge, e non prima del vincolo sacramentale, praticando perciò la continenza prematrimoniale, cosa non facile, ma in cui alcuni riescono con l’aiuto della Grazia. Ma quelli che non ci riescono?

Sappiamo bene che la maggior parte dei ragazzi oggi cominciano ad avere rapporti completi (spesso con concepimento e nascita di un figlio) prima di essere maggiorenni, e che questi rapporti precoci raramente sono sanati da un matrimonio regolare e dalla formazione di una nuova famiglia.

Il costume, inculcato dai media e specialmente dal cinema, rende questi casi sempre più numerosi, e vediamo che l’età della “prima volta” si abbassa ogni anno di più tra i nostri ragazzi, e la stampa e anche le televisioni sono ghiotte di notizie scioccanti a questo riguardo, e sembra che sia stata istituita tra i media una gara a premi per chi può presentare i genitori “più bambini”.

È evidente che, per quelli che vogliono seguire la morale sessuale stabilita dalla Chiesa, la via non è facile. I due giovani fidanzati che si amano e intendono sposarsi, dovrebbero rimanere “vergini” sino al matrimonio sacramentale. Dopo di esso il rapporto come “dono totale” è non solo lecito, ma doveroso, ma deve mirare alla procreazione. Se i giovani sposi non se la possono permettere per il momento, non possono ricorrere né al condom né alla pillola del giorno prima né a quella del giorno dopo, ma solo affidarsi alla continenza o ai vari metodi naturali, tutti difficili e insicuri. Devono poi rimanere casti, cioè non avere rapporti sessuali con altri, per tutta la durata del matrimonio, che è indissolubile. Se un coniuge muore, l’altro deve rimanere casto sino alla propria morte, a meno che non si leghi con un nuovo matrimonio sacramentale. È una via tracciata con assoluto rigore e fredda dottrina, ma che non tiene conto della realtà effettiva.

E parliamo di questa.

L’adolescente già a tredici/quattordici anni comincia a sentire le pulsioni erotiche: il maschio per la sempre più abbondante produzione di spermatozoi e di liquido seminale, la femmina per la produzione di ovociti con relative mestruazioni.

La psiche dell’adolescente è turbata: il maschio finisce per avere eiaculazioni notturne accompagnate da sensazioni piacevoli e da sogni erotici, e anche la ragazza fa strani sogni e sente pulsioni nuove e stimoli negli organi genitali. Se essi, il ragazzo e la ragazza, non hanno avuto in famiglia, dal padre e dalla madre, una educazione sessuale cristianamente intesa, con molta facilità cederanno alle fantasie erotiche, e il maschio cercherà il rapporto. Dato che in Italia non c’è la “casa chiusa”, lo cercherà con una compagna o con una prostituta di strada. Se non trova una compagna consenziente, può ricorrere alla violenza; se non ha il denaro per pagare una prostituta, può stuprare la donna che gli capita alla prima occasione.

Insomma se non c’è la continenza cristianamente motivata e molto dominio di sé, ottenuto con l’educazione e con molta forza di volontà, per cui l’istinto venereo può essere sublimato e costituire una grande forza morale, il giovane ricorre o alla fornicazione (con prostitute) o alla violenza. 

Per resistere a queste tentazioni e calmare, almeno temporaneamente, la pulsione erotica, c’è un mezzo né violento né costoso, la masturbazione.

Di essa il CCC ci dà un’accurata descrizione di ben 15 righe che ognuno si può leggere a pag. 574.

Il testo dice che è “atto intrinsecamente e gravemente disordinato”, anche se riconosce che ci possono essere, in casi specifici, delle attenuanti. Insomma per la Chiesa la masturbazione è un peccato più o meno grave. Essa può essere assimilata all’onanismo, che però il Catechismo non nomina, ma di cui si parla in Gn 38, ed è così chiamato da Onan, figlio di Giuda, il quale lo praticava, ma “ciò che egli faceva non fu gradito al Signore, il quale lo fece morire.” Dunque per la Bibbia è un peccato che Dio non perdona. 

Secondo me la masturbazione in determinati casi non solo è lecita, ma anche salutare. Prendiamo il caso di un giovane non sposato: se ha gli organi sessuali normali, egli avrà un’abbondante produzione di spermatozoi e di liquido seminale, e questi prodotti biologici, una volta accumulatisi, procurano al maschio una tensione fisica e psichica che abbisogna di uno sfogo. E se lo sfogo egli se lo procura da sé, in privato, senza ricorrere al rapporto con la donna, che non potrebbe avere se non con mezzi gravemente peccaminosi (adulterio con donna d’altri, fornicazione, seduzione di compagna o collega, stupro, ecc.), che peccato egli commette, se si libera da solo di questo secreto ghiandolare  che non serve che a turbarlo, renderlo teso e a indurlo nella tentazione di ricorrere a mezzi non solo peccaminosi ma spesso anche dannosi per gli altri, e quindi condannati anche dalla legge? Per me nessun peccato, né mortale né veniale.

Facciamo anche il caso di un marito ancora virile, che non possa avere più rapporti con la moglie perché malata o perché dopo la menopausa (succede) rifiuta il rapporto; che deve fare questo marito che sente una forte pulsione erotica? Deve fare violenza alla moglie? Deve andare da altre donne? Se scarica da sé la sua tensione non danneggia nessuno, e procura un beneficio alla sua salute psico-fisica. Lo stesso dicasi se la moglie è morta ed egli non ha la possibilità di condurre all’altare un’altra donna (cosa che richiede almeno qualche anno di attesa), che cosa deve fare? Andare, e rischiare, con le prostitute?

Ho trattato questo argomento al maschile, ma lo potrei trattare anche al femminile, perché anche la donna può ricorrere all’autoerotismo (mai all’omosessualità) quando non può più avere il rapporto col marito o è rimasta zitella o addirittura vedova. Insomma l’autoerotismo in determinati casi non solo è lecito, ma salutare per l’individuo e la società.

Esso però può anche diventare un vizio, se non serve a liberarsi da una pulsione dannosa, ma a procurarsi il piacere venereo, magari tutti i giorni o comunque spesso. In questo caso è anche gravemente dannoso alla salute sia fisica che psichica, e certamente non è gradito a Dio.

Ovviamente questo è il mio pensiero, che può essere accettato o meno, ma almeno è espresso con chiarezza, mentre la Chiesa in questo campo ha scelto l’irragionevole rigore (divieto del condom e della pillola) e  l’ambiguità, anche  cambiando la formula del comandamento (atto impuro invece di adulterio) e poi non distinguendo mai nettamente (specie per i  preti) tra celibato e castità (talora chiamata vagamente purezza), e tra castità e verginità, la prima imposta a tutti (anche agli sposati), la seconda imposta ai fidanzati e alle persone consacrate.

Io sono d’accordo con la Chiesa per la castità prematrimoniale e postmatrimoniale, per la fedeltà coniugale e per l’accettazione dei figli, che sono lo scopo precipuo del rapporto di coppia; ma sono anche per un facile e ragionevole controllo delle nascite, ottenuto col condom o con la pillola Pincus. Ritengo poi che la masturbazione, se non è un vizio ma una necessità, non è peccato neppure veniale, e comunque sempre preferibile alla fornicazione. 

18 – Altre idee

Ovviamente sono idee non politicamente corrette, in cui ormai mi sono specializzato.

La prima riguarda l’immigrazione clandestina di indesiderabili, che anche questo Governo, che prometteva di stroncarla, appare del tutto incapace non solo di stroncarla ma anche di controllarla. Anzi in un certo modo la incrementa. Infatti i nostri aerei da ricognizione e le corvette della Marina non fanno altro che sorvolare le acque internazionali a sud della Sicilia e della Sardegna alla ricerca dei barconi e dei gommoni dei clandestini, e quando li hanno trovati, subito mandano elicotteri e navi a imbarcarli o rimorchiarli verso i nostri porti o le nostre piccole isole di Lampedusa e di Pantelleria, che poverette devono subire questa invasione con grave danno del loro turismo.

Ormai la cosa è ben risaputa: «Italiani bòni» cioè stupidi, fessi; e gli scafisti commercianti di uomini, non appena partono dagli ospitali porti della Libia o della Tunisia, subito chiamano col cellulare la Capitaneria di Mazara o di qualche altro porto siciliano per segnalare che sono in avaria, che hanno donne partorienti, che sono rimasti senz’acqua, che sono in balia delle onde da giorni, e lanciano il SOS.

E puntualmente la nostra brava Marina con ammirevole sollecitudine li va a prendere in mezzo al Mediterraneo, li rifocilla e li porta nei centri di prima accoglienza, dove essi spesso si ribellano a ogni controllo di identificazione, sfasciano, bruciano e la fanno non solo da padroni, ma da nemici invasori. È insomma una vera guerra, anche se non dichiarata, tra la malavita che gestisce tutto questo traffico, e la povera Italia che ha già tante piaghe per conto suo e ora deve prendersi anche quelle degli altri.

Ora, senza continuare questa urtante cronaca giornaliera, che tutti conoscono e vedono in televisione, io lancio la mia idea scorretta. Il Governo Italiano con un comunicato ufficiale dovrebbe avvertire tutti che da oggi in poi le forze della Marina e dell’Aviazione Italiana non usciranno più dalle acque territoriali, non si allontaneranno più di 12 miglia dalle nostre coste, per difendere le quali esse sono state istituite come forze armate. Non sono adibite al soccorso in acque internazionali, a raccogliere i vari SOS lanciati, e ad accorrere in aiuto, al che sono invece tenute tutte le imbarcazioni che navigano nei paraggi e che captano il SOS.

Lo so che una simile decisione susciterebbe molte proteste, ma ormai siamo ad essa necessitati se vogliamo aver ragione di questa invasione di clandestini, che non vengono tutti per lavorare onestamente, ma in parte per incrementare la delinquenza comune (furti, rapine, stupri ecc.) oppure lo spaccio di droga e la prostituzione; e del resto tutto “l’affare” è gestito dalla malavita organizzata, tollerata se non aiutata da qualche governo, come quello libico, che vuol sempre tenere l’Italia sotto tiro.

Anni fa ci sparò dei missili, oggi ci spara i clandestini, che accorrono in Libia dalla Somalia, Eritrea, Sudan, Nigeria e anche da paesi più lontani, perché sanno che lì saranno utilizzati per la politica ricattatoria di quel governo.

Purtroppo, anche in ambito internazionale, per l’imbarbarimento del costume, si deve ricorrere a ciò che da tempo avviene in ambito privato. Una volta, ai bei miei tempi, quando viaggiando in auto si incontrava un veicolo fermo e gente chiedente aiuto, subito ci si fermava da buoni samaritani; oggi si accelera e si passa al largo, perché spesso quella è una trappola per depredare il povero ingenuo che crede a quella messinscena.

Allo stesso modo, quando si sentiva bussare alla porta, subito si apriva, si ascoltava e magari si faceva entrare in casa il povero questuante per aiutarlo; oggi tutto ciò non si può più fare senza grandissimo pericolo; e io stesso ci sono capitato ben due volte: la prima volta ho guadagnato qualche bussa e perduto pensione e risparmi, la seconda volta mi è andata meglio: era una giovane donna, molto aitante, che vedendo come sono malridotto, ha forse avuto compassione di me e non ha infierito.

Qualche cattolico conclamato, sapendo che io mi professo (e cerco di essere) un buon cristiano, si meraviglierà di questa mia proposta barbarica. A costui rispondo: Il buon testimonio di Cristo, personalmente, può o deve seguire il suo impulso generoso e obbedire al precetto evangelico. Così ho fatto io più volte, e quasi sempre sono stato beffato, e definito da parenti e amici un vero fesso. Nel 1974, a un piccolo industriale che appena conoscevo e che stava per fallire, detti Lire 2.500.000 su due piedi, senza esigere neppure una firma. Era tutto il risparmio che possedevo e che non rividi mai più.

Questa fu la bidonata più grossa, ma ne ho avute parecchie altre. Però, se un privato può fare il fesso coi suoi soldi, credendo di fare il buon Samaritano, lo Stato non può farsi prendere per fesso dagli scafisti e sottostare al ricatto del dittatore libico.

La seconda idea, non so se scorretta o piuttosto ingenua,  riguarda la disoccupazione, e vi accenno appena. È evidente che tutti i cittadini dovrebbero avere un lavoro, e se non lo trovano o lo perdono, non devono essere lasciati nell’abbandono, e quindi è la società intera, cioè il Governo che deve provvedere ad essi. Ma dare l’assegno di disoccupazione non risolve il problema; bisogna dare l’occupazione.  Infatti l’assegno di disoccupazione, che dovrebbe essere dato anche al giovane sposato che ancora non ha trovato un lavoro, se è adeguato come dovrebbe, cioè un quasi stipendio, tale da sopperire ai fondamentali bisogni della famiglia, potrebbe anche far adagiare il beneficiario nell’assistenzialismo e indurlo all’ozio (che è il padre dei vizi), o a lucrare l’assegno e dedicarsi a “lavoretti privati”. Bisogna quindi offrire al disoccupato un lavoro effettivo e veramente utile alla collettività. 

Ci sono in Italia ambiti economici e sociali nei quali si può dare molta occupazione: il primo è quello della sicurezza e del controllo del territorio, e quindi il potenziamento dei Carabinieri e delle altre forze dell’Ordine, col raddoppio delle carceri (lavoro per l’edilizia). Il secondo è il controllo del territorio dal punto di vista idro-geologico: ogni bacino fluviale e lacustre dovrebbe avere una sua struttura permanente di risanamento, di controllo e di pronto intervento, nel bacino di pertinenza, fornita di personale e mezzi adeguati.

Qui mi fermo e non entro nei particolari: ma certamente queste strutture potrebbero assorbire molti laureati e diplomati (ingegneri geologi, geometri, tecnici ecc.) e tanta manodopera con i macchinari necessari, i quali darebbero molto lavoro alle industrie metalmeccaniche che li debbono costruire.

Ma questa mia è ingenuità o idiozia? Giudichi il lettore.

19 – Le conversazioni del Cardinal Martini

Appena uscita in edizione italiana (l’edizione originale è in tedesco), ho subito comprato e letto (ottobre 2008) l’ultima opera del Cardinale Carlo Maria Martini. Non avevo di lui letto altre opere, ma sapevo che è un dotto biblista e che alla guida della grande diocesi milanese aveva bene meritato.

“Le Conversazioni notturne a Gerusalemme” sono state tenute dal Cardinale con un altro gesuita, di nazionalità austriaca, il quale è impegnato nell’assistenza ai bambini di strada in Europa orientale. L’argomento trattato è il rischio della Fede, ma il colloquio si allarga ad altri problemi ecclesiologici e pastorali. Anche il Cardinale avverte, come me, che nella Chiesa c’è una deriva mondana; lo dice più volte, ma non scende nei particolari e non formula proposte di riforma. A pag. 61 dice:

«Un tempo avevo sogni sulla Chiesa. Una Chiesa che procede per la sua strada in povertà e umiltà, una Chiesa che non dipende dai poteri di questo mondo.»

A pag. 65 aggiunge:

«Gesù raccomanda: non prendere nulla con te, né borsa, né bisaccia, né due tuniche. Queste parole sono per lo meno un invito alla Chiesa a fare oggi esperimenti di vita più semplice con poca burocrazia.»

A pag. 109 dice che Gesù apprezza «anche una Chiesa piccola e modesta, che ha una fede salda e agisce di conseguenza. Non dobbiamo dipendere dai numeri e dai successi.»

Sono accenni significativi, ma troppo vaghi, e tanto valeva non farli nemmeno. 

Non sono affatto d’accordo col Cardinale quando asserisce, riferendosi evidentemente all’Antico Testamento:

«La Bibbia è forse il migliore ausilio per formare la propria opinione e la coscienza, dunque la forza interiore.»

E che in quel passo lui intenda la Bibbia ebraica è confermato da quanto dice subito dopo (pagg 66 ss). Infatti tra i personaggi biblici egli sente particolarmente vicino Davide, del quale traccia un profilo esemplare, ma immaginario e oleografico. Non riporto, per evitare lungaggini, questo bel ritratto, perché ognuno se lo può godere alle pagine citate: io invece voglio far conoscere ai miei eventuali lettori il ritratto non mitizzato e agiografico, ma reale, che la Bibbia ci dà di Davide.

Se il lettore possiede la Bibbia CEI edita dalla Società Editrice Internazionale (Torino, 1993), mi può seguire passo passo, perché indicherò, per ogni evento, non i capitoli e i versetti, ma il numero di pagina del testo.

E cominciamo col gran numero di mogli e di concubine che alimentavano la sua virilità o lussuria. Si dirà: a quei tempi la poligamia e un serraglio di odalische (per chi poteva permetterselo) era cosa normale presso quasi tutti i popoli. D’accordo, ma dato che l’A.T. è tutta Parola di Dio,  noi ci domandiamo perché quello che era lecito a Davide, e la Bibbia ci narra senza ombra di censura, cioè l’avere non meno di otto mogli (pagg. 289 e 381) [13] e decine di concubine (pagg. 300 e 306), sia ora considerato peccaminoso.

Dio ha cambiato idea, e considera oggi peccato ciò che allora era un diritto e quasi un vanto dei suoi santi patriarchi, re e profeti? 

Il primatista in campo sessuale è però il figlio di Davide, Salomone, che avendo ricevuto la sapienza direttamente da Dio (pag. 315) aveva scelto e impalmato settecento mogli principesse, con un harem di trecento concubine (pag. 325)! Ma torniamo a Davide.

La prima sua moglie fu, a quanto pare, Mikal, figlia di Saul. Costei (pag. 275) s’invaghì di Davide, che però non aveva i mezzi per pagare il prezzo nuziale. Allora Saul gli fece sapere che si accontentava di cento prepuzi di Filistei. La richiesta non sembrò né strana né esosa né crudele a Davide, il quale subito “partì con i suoi uomini e uccise tra i Filistei duecento uomini. Davide riportò i loro prepuzi e li contò davanti al re, per diventare genero del re.” Questa è la seconda impresa di Davide, dopo l’uccisione del gigante Golia.

Un’altra terribile strage egli stava per compiere, nel periodo in cui era fuggiasco con circa 600 seguaci, inseguito dalle truppe di Saul (pagg. 280–82).

Avendo saputo che Nabal, un ricco proprietario, era nei suoi possedimenti alla tosatura del gregge, inviò alcuni suoi uomini a chiedergli elargizioni gratuite di viveri. Nabal rifiuta, non per sola avarizia ma, credo, perché aiutare il ribelle era molto pericoloso. Quando Davide conosce il rifiuto, subito si propone la vendetta: lo assalirà e non lascerà sopravvivere un solo maschio della sua famiglia! Per fortuna Abigail, moglie di Nabal, saputa la cosa, corse ai ripari: preparò una grande quantità di prelibate cibarie crude e cotte, le caricò sugli asini e le portò a Davide per placarne l’ira. Egli accoglie l’offerta e dice alla bella Abigail:

«Viva sempre il Signore, dio d’Israele…perché se non fossi venuta in fretta incontro a me, non sarebbe rimasto a Nabal allo spuntar del giorno un solo maschio.» La strage non era avvenuta, «ma dieci giorni dopo il Signore colpì Nabal ed egli morì», e subito dopo Davide fece della avvenente vedova la sua terza moglie, dopo Mikal e Achinoam. La crudele vendetta non ci fu, ma il fermo proposito di effettuarla c’era, eccome!

Non voglio raccontare l’adulterio di Davide con Betsabea, moglie del suo generale Uria. È storia nota, e il lettore che non la conoscesse bene, la può gustare al cap. 11 del secondo libro di Samuele (pagg. 295-296). Voglio solo mettere in risalto l’astuto disegno di Davide.

Quando sa che Betsabea è rimasta incinta di lui, manda a dire al suo generalissimo Joab, che comandava l’assedio di Rabba, città degli Ammoniti, di mandargli Uria. Quando questi gli si presenta, lo loda per il suo valore e lo esorta ad andare a riposarsi a casa sua accanto alla moglie. Così in seguito, se avesse conosciuto lo stato di lei, lo avrebbe attribuito a sé, e lo scandalo non ci sarebbe stato. Ma Uria (che forse aveva saputo la verità e intuito tutto il piano), non vuole assolutamente tornare nella sua casa a rivedere la moglie. Allora Davide, sempre ricco di espedienti, rimedia subito: rispedisce Uria al fronte e manda a dire a Joab di farlo morire in battaglia, abbandonandolo tra i nemici in uno scontro. Joab esegue l’ordine, e così il re si può prendere tranquillamente la giovane vedova come moglie.

Davide è pieno di risorse; come non uccide lui direttamente il marito di Betsabea, ma fa sembrare l’omicidio un incidente di guerra, così all’inizio del regno aveva eliminato tutti i discendenti di Saul, non direttamente, ma facendoli uccidere dai Gabaoniti, ad eccezione di Merib-Baal[14], figlio di Gionata, che era stato suo caro amico. Ma raccontiamo i fatti (pag. 307).

Siccome c’era una perdurante carestia, “Davide cercò il volto del Signore, e il Signore gli disse: «Su Saul e sulla sua casa pesa un fatto di sangue, perché egli ha fatto morire i Gabaoniti.». Allora il re chiamò i Gabaoniti e chiese loro come poteva “espiare” verso di loro l’ingiustizia del suo predecessore. Quelli chiesero di potersi vendicare sui nipoti di Saul, dato che i figli erano tutti morti in battaglia, combattendo intorno al padre sul monte Gelboe (pag. 286). I nipoti escluso l’handicappato erano sette, e Davide li fece arrestare tutti e li consegnò nelle mani dei Gabaoniti “che li impiccarono sul monte, davanti al Signore”.

Il commentatore CEI annota: «Così Davide elimina anche gli ultimi rampolli della casa di Saul, e con essi il rischio di subire egli stesso la loro vendetta per l’usurpazione del trono.» Ma Davide non si sporca le mani, e del resto era stato sollecitato da Jahvè a compiere quella giustizia!

Ma della vita di Davide il fatto più scandaloso è la vendetta postuma che egli si prende per mezzo del figlio Salomone. Ecco quello che ci racconta la Parola di Dio (pagg. 313-314).

“Sentendo avvicinarsi il giorno della sua morte, Davide fece queste raccomandazioni al figlio Salomone… «Anche tu sai quel che ha fatto a me Joab, figlio di Zeruia… Tu agirai con saggezza, ma non permetterai che la sua vecchiaia scenda in pace agli inferi… Tu hai accanto a te anche Simei… egli mi maledisse con una maledizione terribile (pag. 301) quando fuggivo verso Macanaim. Ma mi venne incontro al Giordano. E gli giurai per il Signore: «Non ti farò morire di spada.» Ora non lasciare impunito il suo peccato… Farai scendere la sua canizie agli inferi con morte violenta.»"

Salomone agì con tutta la sua sapienza, e fece morire i due condannati dal padre, ma sempre senza sporcarsi le mani. La Parola di Dio ci descrive meticolosamente (pagg. 314-315) come andarono le cose.

Quando Joab seppe che Salomone aveva fatto uccidere il fratellastro maggiore, Adonia, del quale egli era stato sostenitore per il trono, temendo giustamente per sé, “si rifugiò nella tenda del Signore e si afferrò ai corni dell’altare”. Salomone inviò Benaia con l’ordine di ucciderlo, e Benaia cercò di farlo uscire dal luogo sacro, per non commettere un sacrilegio. Siccome Joab non volle uscire, Benaia tornò da Salomone, incerto sul da farsi. Ma “il re gli disse: «Colpiscilo e seppelliscilo; così allontanerai da me e dalla casa di mio padre il sangue che Joab ha sparso senza motivo.»”

Joab era stato il generale in capo dell’esercito di Davide e per suo ordine aveva fatto morire Uria, marito di Betsabea; ma poi, senza suo ordine, aveva ucciso due generali dell’esercito, che probabilmente gli insidiavano il comando supremo, e infine aveva commesso l’imperdonabile errore di parteggiare per Adonia nella lotta per la successione a Davide, e quindi doveva morire come Adonia.

Per Simei Salomone si prese più tempo, per mascherare meglio la sua intenzione omicida. Per tenerlo sotto controllo gli ordinò di costruirsi una casa a Gerusalemme e di abitare sempre in essa, agli arresti domiciliari; in caso contrario sarebbe stato reo di morte. Passarono tre anni, e già Simei si era rassicurato che Salomone non pensasse più a lui, mentre invece il sapiente re stava giocando con il condannato come il gatto col topo. Siccome due schiavi di Simei erano fuggiti (fatto probabilmente provocato dagli agenti reali) e si erano rifugiati a Gat, Simei uscì per andarli a riprendere, non pensando più al divieto ricevuto da Salomone, il quale lo fece perciò arrestare e uccidere, eseguendo il comando del padre con tre anni di ritardo, ma in modo pulito, con apparenza di legalità.

Questi particolari mi tentano a estendere la mia scrupolosa disamina morale al sapientissimo re, ma me ne astengo, perché il Card. Martini idoleggia, nel luogo citato, solo Davide, e non estende la sua ammirazione al figlio, che anche lui ci ha dato bellissimi esempi.

A dire la verità il cardinale accenna anche, nel suo panegirico, ad alcuni peccati di Davide, che però per lui non offuscano la sua figura esemplare. “Davide riconobbe anche le sue personali colpe e tornò sui suoi passi. Meglio ancora: imparò dai suoi errori e dalle sue sconfitte. Ciò che mi attrae in quest’uomo è che dimostrò il più grande coraggio non nei suoi successi, bensì nel modo in cui sopportò le difficoltà della vita, le inimicizie e gli oltraggi. Ha lottato senza badare alle sue ferite e ha dedicato la vita al compito che Dio gli ha assegnato. Non solo Davide propone ai giovani un modello di vita affascinante, ma potrebbe essere di incoraggiamento anche per chi ha mansioni direttive.”

Con tutto il rispetto per il “principe della Chiesa” e dotto biblista, io col modesto sapere di cristiano non addottorato, ritengo che Davide non costituisce affatto “un modello di vita affascinante” da proporre ai giovani, e tanto meno a chi abbia mansioni direttive. Questo è il mio giudizio basato sulla sua biografia, raccontata nell’Antico Testamento, ma l’eventuale lettore può fare la sua personale valutazione leggendosi i testi biblici da me citati e dei quali ho indicato i numeri di pagina della Bibbia CEI.

Voglio mettere in rilievo come il cardinale presenti un episodio della vita di Davide di cui io ho sopra parlato: “Il folle Simei gli scagliò contro dei sassi e lo maledisse. Il re fuggiasco dimostrò la sua grandezza sopportando quell’onta senza difendersi”. E ora vediamo come lo stesso Davide ricorda quell’episodio: “[Simei] mi venne incontro al Giordano, e gli giurai per il Signore: «Non ti farò morire di spada.» Ora non lasciare impunito il suo peccato… Farai scendere la sua canizie agli inferi con morte violenta.” (1Re 2, 8-9)

Sicché Davide finse di perdonare Simei, e per farglielo credere glielo “giurò per il Signore”, poi in punto di morte ordinò a Salomone di ucciderlo.

Questa è la grandezza d’animo di Davide? Si vendica venendo meno a un giuramento fatto in nome di Dio. Ma, a parte il sacrilegio del giuramento, come dobbiamo giudicare, moralmente, uno che ordina una vendetta postuma?

Nonostante tutto questo, Davide per il cardinale Martini e per la Chiesa è sempre il santo re e profeta, l’esempio da imitare, non solo per gli Ebrei, ma anche per i Cristiani. Perché? Perché Jahvè lo aveva scelto, prescelto sin dal seno della madre; come mille anni dopo presceglierà Saulo di Tarso, e quando uno è prescelto dal Signore, è sempre un gran santo, qualunque cosa faccia e qualunque cosa dica.

Infatti a Davide Jahvè, per bocca del profeta Natan, fa questa promessa: «Così dice il Signore degli eserciti… per il futuro distruggerò i tuoi nemici e renderò il tuo nome grande… Io assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere, e renderò stabile il tuo regno… La tua casa e il tuo regno saranno saldi per sempre davanti a me, e il tuo trono sarà reso stabile per sempre.»

Davide è celebrato non solo per le sue azioni, ma anche per le sue parole. Infatti molti dei Salmi sono attribuiti a lui, parole e musica, che però non ci è giunta, né poteva. Sono preghiere di lode, di pentimento, di supplica: belle parole, Davide è certamente un poeta religioso. Belle parole, ma solo parole, vuote parole.

Dopo l’adulterio con Betsabea, rimproverato da Natan, chiede perdono (salmo 51): «Pietà di me, o Dio, secondo la tua misericordia; nella tua grande bontà cancella il mio peccato. Lavami da tutte le mie colpe, mondami dal mio peccato… Purificami con issopo e sarò mondato; lavami e sarò più bianco della neve.»

Insomma Dio misericordioso deve fare tutto Lui, cancellare il suo peccato, lavarlo, purificarlo; Davide invece non perdona il peccato di Joab e di Simei e ne vuole vendetta anche postuma; altrimenti non può morire contento.

Nel Pater noster Gesù ci ha insegnato a pregare così: «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori»; cioè se noi non perdoniamo, nemmeno Dio ci perdonerà. Ce lo conferma anche con la parabola del debitore disumano il quale, dopo aver avuto condonato dal padrone misericordioso il suo debito di ben diecimila talenti, fece gettare in carcere un conservo che gli doveva solo cento denari e gli chiedeva un po’ di pazienza, accordandogli una semplice proroga della scadenza. (Mt 18, 23–35)

Davide è il debitore disumano della parabola: ha ricevuto da Dio il perdono dell’adulterio con Betsabea, dell’assassinio del marito, e in punto di morte comanda l’uccisione di Simei che lo aveva maledetto, ma poi gli aveva chiesto perdono, che lui gli aveva accordato con giuramento.

Tuttavia Davide resta sempre il santo re e profeta, e per osannare Gesù Cristo lo acclamavano “figlio di Davide”. La fortuna di questo re predestinato alla gloria terrestre e celeste non è mai venuta meno sino ad oggi, come ci confermano le parole del cardinale Martini. Nel Medioevo Dante lo esalta nel suo poema. Ne fa addirittura l’esemplare dell’umiltà, perché portando l’Arca del Signore a Gerusalemme, danzava e cantava nella processione, lui re! (Purg. X, 63-65)

Dante si riferisce a quanto viene narrato in 2 Sam 6, dove leggiamo anche un episodio sconcertante. L’Arca di Dio fu prelevata dalla casa di Abinadab, in Baala, fu posta su un carro nuovo tirato da buoi, che venivano guidati e scortati da Uzza e Achio, figli di Abinadab. Però a un certo punto del percorso “Uzza stese la mano verso l’Arca di Dio e vi si appoggiò, perché i buoi la facevano piegare. L’ira del Signore si accese contro Uzza; Dio lo percosse per la sua colpa, ed egli morì sul posto.” (2 Sam 6, 3-6)

Fatto morire perché si era appoggiato sull’arca per non farla cadere! Cioè avrebbe dovuto lasciarla cadere a terra, ma non toccarla?

Questo episodio ci dimostra ancora una volta quanto fosse ora spietato, ora partigiano e capriccioso Jahvè. Mosè ai piedi del Sinai scagliò a terra e infranse per ira le tavole della legge, scritte dalla mano di Dio: l’ira del Signore non si accende contro di lui, per questo sacrilegio; Jahvè benevolmente lo invitò a tagliare due tavole di pietra come le prime e a salire nuovamente sul Sinai, dove “il Signore scrisse sulle tavole le parole dell’alleanza, le dieci parole”. (Es. 32, 19; 34, 4-28)

Ma torniamo a Dante, per concludere il discorso su Davide, che il Poeta nel Paradiso pone come pupilla della mistica Aquila formata dalle luci dei giusti reggitori, e lo celebra come “il cantor dello Spirito Santo” (Par XX, 38). Poi nuovamente nel canto 25 lo proclama “sommo cantor di sommo duce”(v. 72), e afferma che la virtù della speranza gli è stata inculcata da Davide col salmo IX, versetto 11, dove dice: «Confidino in te quanti conoscono il tuo nome».

Per curiosità aggiungo che il salmo è qui chiamato da Dante “teodia”, parola coniata da lui e usata, che io sappia, solo in questo punto.

Ma quello che ci stupisce è come quella semplice esortazione alla fiducia in Dio possa inculcare la virtù teologale della speranza. È proprio il caso di esclamare: Virtù di un versetto! (Ma era un versetto d’autore).

20 - Le guerre sante

Temo che la guerra, cioè la lotta armata e cruenta di un gruppo (tribù, etnia, razza, popolo) contro un altro, sia inscritta nel DNA umano; è infatti un’attività universale e di tutti i tempi, sin dai primordi dell’umanità. È quindi per sua natura non estirpabile, ma potrebbe (e dovrebbe) essere regolamentata e controllata, affinché non produca uccisioni e danni ingiustificati, in quanto non necessari per il raggiungimento dello scopo per cui essa è stata dichiarata.

Anche nell’uomo singolo lo spirito bellicoso si fa talora sentire come un istinto, non dissimile da quello di conservazione o da quello sessuale; ed ecco che l’individuo non può restarsene in pace (vivere e lasciar vivere), ma deve costituirsi un nemico (persona o idea) e dichiarargli guerra, talora solo verbale, più spesso con gli attentati, le bombe, gli agguati.  

Questo istinto deriva, secondo me, da quella tentazione innata da cui tutti sono tentati e molti purtroppo soggiogati. È la tentazione di dominare gli altri, di servirsi degli altri come mezzi, e quindi di strumentalizzarli o addirittura schiavizzarli. Essa deriva dall’abuso dei doni (intelligenza e libertà) che fanno l’uomo “simile a Dio”; io la chiamo “prevaricazione”, e ne parlo nel mio opuscolo “Historia Magistra”, a cui rimando il lettore che voglia saperne di più.

Le guerre, di gruppi o di singoli, in genere nascono da una causa (casus belli) talora falsa, e quindi pretestuosa, cioè da una offesa o colpa attribuita all’avversario, che per questo fatto diventa un nemico da punire. Talora questo nemico lo si scopre non oltre le frontiere, ma dentro, tra i propri concittadini, e allora si ha la guerra civile, la quale generalmente è la più incivile, perché più barbara e spietata di quella esterna, non riconoscendo alcuna norma.

La guerra mira a ottenere un beneficio, in genere materiale (territori, materie prime, dominio, prestigio), talora ideologico o sbandierato come tale, in quanto sotto l’ideologia c’è quasi sempre il tornaconto materiale. Tra le ideologie quella religiosa è forse più dannosa di quella politica (socialismo, comunismo, fascismo), perché fa combattere con fanatismo, nella convinzione di fare la volontà di Dio.

Quelli che capeggiano guerre con motivazione religiosa sono i cosiddetti profeti armati, quale fu Mosè che, se vogliamo credere all’Antico Testamento (Parola di Dio), uccise o fece uccidere non solo migliaia di nemici esterni, cioè i popoli ostili a Israele, ma anche innumerevoli membri del suo stesso popolo, presunti colpevoli. Per esempio, per il vitello d’oro, costruito dal fratello Aronne (unico colpevole) fece uccidere in un solo giorno 3.000 uomini (Es 32,28), sempre per ordine di Jahvè.

Forse la cifra riportata nella Bibbia è esagerata (a scopo di esaltazione e ammonimento), perché Mosè è di un periodo storico che sconfina con la leggenda, ma è innegabile che questo profeta fece le guerre (interne o esterne) sempre credendo di fare la volontà di Dio e di rendergli onore.

Gesù invece è un profeta disarmato, e per noi Cristiani è Dio, figlio del Padre. Non ci devono turbare certe sue espressioni, come:

«Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada» (Mt 10, 34)

La guerra che Egli porta è al peccato, la spada che Egli impugna è per tagliar via dall’uomo gli istinti peccaminosi. Quando poi Egli davanti a Pilato conferma che è re, aggiunge subito:

«Il mio regno non è di questo mondo… il mio regno non è di quaggiù» (Gv 18, 36)

Infatti il regno di Cristo è spirituale, Egli vuol regnare nelle anime, desiderando che Lo accolgano e Lo amino liberamente e spontaneamente.

Tuttavia molti seguaci di Gesù, deviando dal suo insegnamento ed esempio, hanno fatto guerre di religione, come nelle crociate, o usato la violenza per imporre la religione cristiana, come tra gli Indios, o per difendere la sua dottrina, come con l’Inquisizione e i suoi roghi, o per affermare la sua supremazia e il dominio, come con le scomuniche, con l’intolleranza e con la condanna di ogni critica e opposizione. Quindi, anche se Cristo è un profeta pacifico e disarmato, i Cristiani hanno fatto anch’essi, come gli Ebrei, delle guerre di religione più o meno scoperte, più o meno violente.

Ma il profeta armato per antonomasia, quello che ha proclamato il jihad, è Maometto (570-632) il quale dopo l’emigrazione dalla Mecca a Medina (Egira – 622 d.C.), cioè negli ultimi suoi dieci anni (622-632) combatté personalmente, uccidendo migliaia di avversari, in ben nove scontri di notevole gravità. I suoi successori (Califfi) in pochi decenni hanno portato l’Islamismo, con la spada, in Africa, in Asia, in Europa Occidentale e più tardi anche in quella Balcanica, per cui oggi i musulmani, sparsi in tutta la terra, sono più di un miliardo. Essi sono credenti compatti, perché tra essi l’apostasia è punita con la morte, e quindi sono pochissimi quelli che si convertono al Cristianesimo. Invece non sono pochi i cristiani che si convertono all’Islamismo, anche oggi in Italia, e (bisogna riconoscerlo) queste conversioni avvengono ora senza la minaccia della spada, come avveniva nei secoli dell’espansione islamica. Allora, quando i loro eserciti occupavano una città o un territorio, i vinti, se volevano scampare alla morte, si dovevano convertire all’Islam.  Noi Italiani ricordiamo l’atroce sorte di Otranto i cui abitanti nel 1480, assediati da un esercito musulmano, resistettero eroicamente per 14 giorni, ma poi si dovettero arrendere. Circa ottocento difensori, che non vollero convertirsi all’Islam, furono tutti barbaricamente decapitati, e i loro teschi si conservano ancora nella cattedrale come reliquie di martiri cristiani.

Non sempre e dappertutto i musulmani sono stati così spietati; in molti territori, specie nella penisola balcanica e nel vicino Oriente, tolleravano quelli di altre religioni dietro pagamento di un tributo. Infatti il Corano recita:

«Combattete coloro che non credono in Dio e nel Giorno estremo, e che non ritengono illecito quel che Dio e il suo Messaggero han dichiarato illecito, e coloro, fra quelli a cui fu data la scrittura [Ebrei e Cristiani], che non s’attengono alla Religione della verità. Combatteteli finché non paghino il tributo uno per uno, umiliati.» (IX, 29)

È però vero che il jihad propriamente non è la guerra santa, come generalmente si crede, ma «l’impegno sulla via di Dio», e questo impegno può essere assolto in quattro modi: con l’animo, con la parola, con la mano, con la spada. Nel Corano Maometto invita molte volte al jihad attuato con la spada, ma il suo non è un comandamento assoluto; i pilastri della religione islamica sono, come è noto, i seguenti cinque:

1) professione di fede;

2) cinque preghiere giornaliere col volto verso La Mecca;

3) digiuno e astinenza sessuale nel mese di Ramadam dall’alba al tramonto;

4) pagamento dell’imposta religiosa (decima), ed elemosina secondo le proprie possibilità;

5) pellegrinaggio alla Mecca almeno una volta nella vita.

La guerra santa perciò non è un comando perentorio e permanente, ma una prassi convalidata da tanta storia passata, e oggi rinfocolata da gruppi estremisti e dall’Iran, specialmente dopo il ritorno degli Ebrei in Palestina, e quindi a causa del sionismo. Anche prima c’erano stati episodi feroci di intolleranza contro i Cristiani, come le molte stragi degli Armeni operate nell’Impero ottomano nel secolo XIX, e quella crudelissima effettuata dai “Giovani Turchi” durante la Grande Guerra (1914-1918).

Si può dire che l’intolleranza religiosa e razziale si è accentuata al principio di questo secolo, sia per l’eterno conflitto israelo-palestinese, sia per l’intervento degli Stati Uniti e di altre Potenze occidentali in Iraq, in Libano, in Afganistan e nei Balcani. Purtroppo oggi le guerre di religione non si combattono più, come nel Medioevo, in campo aperto con le spade e le lance, in modo quasi cavalleresco, ma subdolamente con le bombe, gli esplosivi plastici, i missili, i veleni chimici e i gas letali, cioè col terrorismo più spietato, che si serve anche di donne e bambini come bombe umane.

L’intolleranza si è accentuata anche tra le sette di una stessa religione, come tra Sunniti e Sciiti nell’Islam, e tra Cattolici e Protestanti nell’Irlanda del Nord.

Per dare un’idea di quanto possa offuscare le coscienze il fanatismo religioso, voglio raccontare un episodio.

Per due anni di seguito io fui mandato come Commissario Governativo in un liceo femminile parificato di Roma retto da suore irlandesi. Erano gli anni più cruenti della lotta tra cattolici e protestanti nell’Ulster, con attentati reciproci quasi giornalieri. Mi capitava spesso di parlarne conversando con la preside e le professoresse, tutte suore irlandesi.

Ebbene, mentre io deploravo e stigmatizzavo questi episodi, definendoli vergognosi e anticristiani, le mie interlocutrici invece li giustificavano ed esaltavano con acribia i loro eroi bombaroli. Non riuscii con tutti i miei ragionamenti a far loro cambiare idea, e alla fine mi limitai a chiamarle tutte, scherzosamente, “le bombarole”. Eppure erano suore, e si ritenevano devote seguaci del mite Redentore!  

Perché ho scritto questo capitoletto? Quale utilità può esso avere? Mi auguro che qualche ebreo, qualche islamico e qualche cattolico “intollerante” lo legga, e vorrei dire loro:

«Ebrei, Musulmani e Cristiani hanno tutti fatto “guerre sante”, per servire Dio, ma in realtà offendendo il Padre comune, il Dio Giusto e Misericordioso. Non sarebbe l’ora di far parlare finalmente la ragione, e riconoscere che la guerra santa è sacrilega e nefanda? Se vogliamo fare una guerra veramente santa, facciamola tutti uniti contro l’intolleranza, l’odio razziale e religioso, le violenze, le minacce e specialmente contro il terrorismo, che è la peggiore barbarie, prodotta dal civilissimo nostro secolo per la rovina dell’umanità.

Moviamoci: Dio lo vuole!»

 

 

Roma, Santa Pasqua 2009



[1] Anche il passo 2 Cor 13,2-9 è un bel pasticcio di concetti. Vedere anche la lettera ai Romani cap. 11,25-32.

[2] Claudio Rendina – Roma giorno per giorno – Newton Compton – Roma 2008 – pag. 374

[3] 2 Sam 15,16

[4] 1 Re 2, 12 ss

[5] Il testo in verità dice concubina, ma poi chiama marito il levita: insomma moglie o concubina è sempre la stessa donna disprezzata.

[6] Par. XXX, vv. 133-138

[7] Par. XXX, vv. 130-132

[8] Gdc 5 (intero)

[9] In senso sessuale per molti critici testuali; io non mi pronuncio.

[10] = E pose le fondamenta della lingua italiana.

[11] Prima del 1816 egli era Ferdinando IV re di Napoli e Ferdinando III re di Sicilia, essendo i due regni separati e uniti solo nella persona del re. In quell’anno egli li unificò realmente, gli cambiò nome e divenne Ferdinando I re delle Due Sicilie. Questo cambiamento dette luogo a un epigramma ironico: “Fosti quarto ed eri terzo, Ferdinando, or sei primiero; ma se seguita lo scherzo, via secondo e via primiero, finirà che resti zero.” Anche il titolo “delle Due Sicilie” è un po’ buffo, ed esso fu azzerato nel 1860 da Garibaldi.

[12] «Varcare la soglia della speranza» Mondatori 1994

[13] I figli di queste otto mogli, nominati nella Bibbia, sono 19; quelli delle concubine non sappiamo.

[14] Questo Merib-Baal era “storpio di ambedue i piedi” (pag. 290), era anche limitato mentalmente tanto che lui stesso si considerava “un cane morto” (pag. 294); sicché Davide non poteva temere nulla da lui; se non fosse stato un povero handicappato rassegnato al suo destino, ma un giovane ambizioso che poteva rivendicare i suoi diritti alla successione di Saul, come si sarebbe comportato Davide? La risposta al lettore.