Anonimo Piceno


Cronaca
A.D. 2100
a cura di
Bruno Camaioni
Copertina di Alessandro La Rosa
Opere di Bruno Camaioni
Notizie sull'autore
Bruno
Camaioni è nato a Grottammare (AP) nel 1917, si è laureato in Lettere
all'Università di Roma nel
Uno
di costoro, ritenendo che esse siano interessanti e anche formative per i
valori a cui si ispirano, ha preso l'iniziativa di metterle man mano in rete,
affinché chiunque le possa leggere liberamente e senza spese.
Note sul diritto d'autore
Delle
opere pubblicate di Bruno Camaioni ne è consentita la copia e la distribuzione,
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Il
Problema del Male - Riflessioni; Eremita a Orgosolo - Romanzo; L'Aiuola Contesa
- Romanzo; Riassunto de "I Promessi Sposi" - con commento estetico e
morale; I Personaggi de' "I Promessi Sposi" - Saggio; I Doveri del
Cristiano - Saggio; L'Antico Testamento - Tutta Parola di Dio? - Saggio; La
Chiesa di Cristo e la Mondanizzazione -Saggio; Il Messaggio di Dante - Saggio;
Una vita interessante - Luigi Mercantini Il Tirteo Marchigiano - Biografia;
Historia Magistra - Saggio; Le meditazioni di Dante nel Purgatorio - Saggio;
Idee non politicamente corrette - Saggio; Colle Vaticano A.D. 2050 - Romanzo;
La verità ... in pillole - Saggio; Paralipomeni - Saggio; Poesie Varie.
Le
opere sono depositate.
Indice
14 –
Storia delle esplorazioni
Devo rendere conto di questa nuova opera che
pubblico sul mio sito. Non è mia, ma è come se fosse mia, perché, se io non la
pubblicassi, resterebbe ignorata. Essa meraviglierà l’eventuale lettore, e
prima di lui ha meravigliato me, e mi spiego.
Io con la pubblicazione dei Paralipomeni (Santa Pasqua 2009) ritenevo chiuso il mio ciclo
scrittorio e assolto il mio compito parenetico, per cui avevo pregato Dio:
«Nunc dimitte servum tuum, Domine.»
Sì, mi sono professato un servo del Signore, ma un
povero servo, un po’ imbranato e tontolone. Animato da buona volontà, ma la
buona volontà non basta, per fare qualcosa di buono, occorre anche la capacità
e l’ispirazione.
E io ho avuto l’ispirazione?
Credevo di averla quando ho cominciato a scrivere e
a pubblicare su Internet; ma temo molto di essermi illuso. Temo che le mie
opere, invece di fare del bene, almeno a qualcuno, abbiano fatto del male;
speriamo di no. La mia intenzione era di rivolgere ai fratelli una parola
modesta e sincera, per riflettere insieme su alcuni problemi che attengono al
senso della vita, alla morale e alla religione.
Se per caso qualche lettore dei miei opuscoli ne ha
ricevuto una buona ispirazione, non è stato certamente per le mie povere
parole, ma per
Io non ho mai presunto di insegnare qualcosa nel
campo morale e religioso; ho insegnato con una certa preparazione nel campo
letterario e anche educativo come professore, in quanto la vera istruzione è
anche educazione, ma una volta pensionato mi sono dedicato solo
all’agricoltura, e con soddisfazione ho fatto il contadino a tempo pieno, sul
mio piccolo podere, (un ettaro), dal 1978 al 1992.
Io avrei voluto continuare a farlo. E mi sarebbe
piaciuto morire sulle mie zolle, ma dai miei figli sono stato riportato
imperiosamente a Roma dove, non potendo più adoperare la zappa, ho dovuto
prendere in mano la penna. Ma l’ho ripresa spinto da un impulso interiore che
mi imponeva di dire certe cose, che a
me sembravano vere e anche utili come spunti di riflessione e, in certi casi,
di monito.
Come ho detto, con i Paralipomeni credevo di aver concluso l’esposizione delle mie verità, ed ero in trepida attesa della
conclusione della mia vicenda terrena, che non può tardare molto, data la mia
età e le mie condizioni fisiche. Ma non è andata così.
Circa una settimana fa, di notte, mi è apparsa (in
sogno, in visione? non so) la mia cara settima figliola Loredana, che ho
perduto nel
Quella notte invece mi è apparsa, e abbiamo
conversato a lungo, e mi piace riportare il nostro colloquio come lo ricordo.
«Oh! Tu sei la mia Loredana! Con che gioia ti
rivedo! Ma perché hai tardato tanto a venirmi a visitare?»
«Padre caro, lo desideravo tanto anch’io, per
consolarti del tuo dolore e per farti sapere che sono beata in Cielo, e tanto
contenta di essere morta bambina. La vita celeste è infinitamente preferibile a
quella terrestre, sempre esposta al male e al dolore.»
«Come mai non mi sei mai tornata almeno in sogno,
se non altro per rafforzare la mia fede nell’esistenza di Dio, nell’immortalità
dell’anima e nella beatitudine eterna per i buoni?»
«Caro padre, è
«Quale incarico? Cosa devo fare?»
«Una cosa semplice… devi pubblicare sul tuo sito un’opera
anonima intitolata “Nuova Atlantide
Cronaca del
«Ancora un’opera anonima, e per di più futuribile…
Ma perché, Loredana?... Perché proprio a me? Un anno fa ho dovuto pubblicare
“Colle Vaticano 2050”… Ma a che cosa è servito? Non capisco.»
«Non capisci, ma capirai; tu fai quello che ti
chiedo e abbi fiducia… Non è uno scritto lungo… sono due comuni quaderni…»
«E dove li trovo? Ancora nell’ultimo cassetto della
scrivania? Ma io non posso piegarmi più, tu lo sai…»
«Non ti dovrai piegare, questa volta… sono nel
primo cassetto, dove tu tieni le bollette pagate.»
«E dovrei ricopiarli come l’altra volta? Le mie
dita sono ormai completamente anchilosate…»
«No, questa volta li potrai consegnare alla
segretaria così come li trovi.»
«Ma, Loredana mia cara, sii sincera col tuo caro
babbo… È proprio così, o sto solo
sognando?»
«Domani, se guardi nel cassetto, lo saprai.»
«Lo farò, non dubitare… Ma dimmi… non te ne andare…
fammi sapere… In Paradiso, con te, c’è anche la mamma e la sorella?»
«Sì, stiamo insieme a godere la beatitudine
eterna.»
«Dimmi ancora, cara Loredana, perché Dio non mi
chiama ancora, come chiedo da tempo? Che ci sto a fare su questa terra? Sono
ormai un rudere inservibile…»
«Non dire rudere, sei un’anima immortale, redenta
da Cristo, e forse servi ancora a qualcosa… sulla terra.»
«Ma a che cosa? Loredana, dimmelo… Io vorrei venire
in cielo, a godere con voi tre la beatifica visione di Dio.»
Loredana scomparve senza darmi una risposta.
Il mattino seguente, non appena potei, mi recai
trepidante nello studio, per accertarmi di quello che mi aveva detto Loredana.
I due quaderni c’erano veramente, e li presi con le mani che mi tremavano per
l’emozione: erano quaderni che giungevano dall’aldilà o per meglio dire
dall’avvenire; e chi può parlare dell’avvenire? Solo un profeta ispirato da
Dio. Ma chi?
Cercai di calmarmi e, sedutomi, presi in mano il
quaderno che sulla copertina portava il numero uno romano. Era un quaderno
comune, senza fregi, come quelli che io uso comunemente; chi l’aveva scritto
non era certamente un cardinale col suo bello stemma.
La scrittura non era accurata e calligrafica come
quella dell’anonimo romano, tuttavia chiara e leggibile, e subito, con una
certa ansietà, mi misi a leggere:
Anonimo Piceno -
***
Non sono andato avanti nella lettura perché il
titolo di un’Atlantide Nuova mi ha subito richiamato alla memoria l’Atlantide
antica di cui parla Platone in due dialoghi, nel Timeo o della natura, nel
quale Timeo espone la sua geogonia e cosmogonia piuttosto lambiccata; ma prima
di lui l’amico Crizia informa Socrate e i discepoli presenti dell’esistenza di
questa misteriosa isola Atlantide.
Dice che gliene aveva parlato, quando lui era
ancora decenne, il nonno novantenne, il quale aveva appreso le relative notizie
dal legislatore Solone, che a sua volta diceva di averle avute in Egitto da un
dotto sacerdote nella città di Sais che lui aveva visitato.
Il sacerdote sosteneva che novemila anni prima il
popolo ateniese, governato da Atena (Minerva) ed Efesto (Vulcano), era forte e
saggio, aveva un’ottima forma di governo e si prodigava generosamente per i
popoli oppressi dagli abitanti di Atlantide.
Crizia non dice di più, per non togliere tempo alla
relazione di Timeo, dotto in astronomia e diligente studioso della natura, ma
assicura che tornerà quanto prima su questo mito per esporre tutto quello che
sa.
E infatti lo espone diffusamente nel dialogo Crizia o dell’Atlantide.
Questa era una grande isola oltre le Colonne
d’Ercole, in mezzo all’Atlantico, abitata da uomini nati dall’unione di
Poseidone con una donna mortale. L’isola era amena e ricca di frutti e di
acque, e la vita vi si svolgeva tranquilla.
Ma in seguito gli Atlantidi, non contenti del loro
stato, divennero avidi di maggiori ricchezze, ed estesero il loro dominio sino
all’Egitto e a quella penisola sul Tirreno che sarebbe stata chiamata Italia.
Diventarono oppressori e sfruttatori di altri
popoli, e perciò vennero in conflitto con i virtuosi e generosi Ateniesi di
quel tempo, che li vinsero e li ricacciarono alla loro isola.
Ma intanto la pace e la concordia si era perduta
sulla terra, per di più sconvolta da un terribile cataclisma che fece
sprofondare l’isola Atlantide, e desolò l’Attica facendo deperire quella antica
stirpe virtuosa e coraggiosa, della quale si perdette quasi anche la memoria.
Questo è quello che si può dire collazionando i due
dialoghi di Platone, il quale certamente attingeva a leggende presenti anche in
altre antiche culture, come in quella ebraica (Noè e il diluvio universale).
Il mito è molto fantasioso e certamente allegorico,
ma i geologi ritengono che nelle antiche ere, tra il Cambrico e il Terziario, sia
effettivamente esistita una grande isola nell’Atlantico, poi sprofondata, della
quale
Richiamando alla memoria questa mie nozioni e
riflettendoci sopra avevo intuito che l’opera dell’anonimo probabilmente aveva
anch’essa un significato allegorico, e nel desiderio di vedere quale esso
fosse, subito ripresi la lettura, che avevo interrotto per riportare alla
memoria il mito come lo avevo appreso dalle mie letture di Platone.
Spero che la digressione e questa mia intrusione
nel racconto dell’anonimo non dispiaccia. E che possa anzi essere utile a chi aveva
su Atlantide solo vaghe notizie.
***
Baia Adelfia (Atlantide)
Comincio oggi la scrittura dei fatti operati dalla
nostra associazione “Adelfia”, sodalizio religioso costituito a Roma nella
settimana santa dell’anno giubilare
Io e i miei consoci eravamo tutti della parrocchia
romana di San Brunone Abate, e frequentando la nostra chiesa la domenica e in
altre occasioni, ci siamo conosciuti e legati in amicizia. Ci riunivamo spesso
in casa dell’uno o dell’altro per conoscerci meglio e anche per parlare dei
problemi religiosi e morali che turbavano le nostre coscienze.
Ci sembrava evidente che
Sul Web aveva un sito fornitissimo, che mescolava
storia, attualità, dottrina ed autoesaltazione, con la presentazione
giornaliera delle visite al Papa, dei suoi quasi settimanali viaggi nei vari
Stati, sempre ricevuto con gli onori sovrani, con picchetti d’onore, inni
nazionali e bei discorsi di saluto, con frasi vacue e convenzionali, ma sempre
politicamente corrette.
Se
La nostra parrocchia purtroppo era una delle più
mondanizzate. Il parroco, abbastanza giovane, curava molto la sua immagine,
vestiva sempre abiti griffati, si atteggiava a sportivo, e non lo si trovava
mai in parrocchia perché era quasi sempre in giro. Però curava il sito Internet
della parrocchia, con le notizie, gli annunci, gli appelli, le letture e i
commenti biblici di famosi teologi. Aveva applicato al telefono della
parrocchia un complesso meccanismo di sub-numeri con risposte registrate a
seconda della richiesta. Ne era particolarmente fiero, perché lo aveva
impiantato lui stesso, che si riteneva esperto in elettronica e informatica, e
passava molte ore a navigare su Internet, a scopo di apprendimento, diceva lui,
ma in realtà per divertimento, se non peggio.
Noi di Adelfia avevamo cercato di farlo cambiare,
di farlo dedicare al suo ministero spirituale (cura delle anime) e non a quelle
cerimonie esteriori che servono solo allo spettacolo. Per esempio, egli
celebrava sempre, il giorno della festa di Sant’Antonio Abate (17 gennaio), la
solenne benedizione, sul sagrato della chiesa, degli animali da compagnia. Era
la festa dei bambini, con le loro tartarughe, criceti e coniglietti, e anche
delle signore, con i loro cani di razza e gatti soriani. Era insomma una bella
mostra canina e felina, ripresa dalla televisione nazionale, perché era
diventata ormai una bella festa rionale. Questo per lui era culto!
Noi di Adelfia chiedemmo di incontrarlo come
associazione per trattare dei problemi parrocchiali. Ci fece aspettare alcune
settimane, prima di darci udienza. Andammo in tre, cioè il presidente,
l’economo e io, che sono il segretario del sodalizio. Ci accolse con freddezza,
si vedeva che era molto seccato per la nostra presenza e la nostra azione in
parrocchia. Riporto sinteticamente il colloquio, come lo ricordo. Cominciò lui:
«Volete trattare con me dei problemi parrocchiali…
Ebbene parliamone… Che cos’è che non va?»
Presidente: «Non vanno molte cose, ma comincio con
una. Non c’è comunicazione tra il parroco e i fedeli, tra la parrocchia e le
famiglie»
«Non c’è comunicazione? Ma scherzate? Non c’è forse
parrocchia più collegata della mia… Basta fare un numero al telefono, e tutto
l’ufficio parrocchiale è a disposizione del richiedente…»
«È una comunicazione registrata, anonima e
impersonale, con una voce quasi metallica e poco comprensibile…»
«Questo non è vero… è il meglio che si possa avere
in campo elettronico… Tutte le eventualità sono previste: battesimo, cresima,
prima comunione, iscrizione al catechismo, orario delle messe e delle funzioni
pomeridiane, funerali… Basta digitare il numero indicativo, sono ben nove, e si
ha la risposta pronta… l’informazione che si vuole, senza muoversi da casa…»
«E se il richiedente» intervenne l’economo «è un
povero vecchio che vive solo, che poco vede, poco sente e ha anche le dita
anchilosate e la mente un po’ ottenebrata, come fa il poveretto a comunicare
col signor parroco?»
«Si servirà di un amico, di un parente, chiederà al
Municipio un assistente sociale, una badante… La parrocchia fornisce i servizi
religiosi, non quelli sociali o sanitari… ci sono gli uffici appositi, sia del
Comune sia della ASL…»
«E la parrocchia può lavarsene le mani, non è vero,
don Antonio?» intervenni io.
«Per l’esattezza, mi potrebbe chiamare monsignore,
come lei non ignora, perché lo sono da tre anni… è un riconoscimento del mio
merito e del mio grado… Anche lei ci tiene a essere chiamato signor avvocato…»
«Non ci tengo affatto, monsignore; la pretesa di
questi titoli è come voler porre un diaframma o addirittura un muro tra voi e
il prossimo…»
«Ma insomma» disse a questo punto il parroco
abbastanza irritato «voi che volete? Che chiedete?»
«Il contatto personale col parroco, la visita alle
famiglie, il colloquio con esse, la conoscenza dei loro problemi…»
«Starei fresco se dovessi visitarle tutte… sapete
quante sono… Ma nel periodo pasquale andiamo a benedirle tutte, quelle che ci
aprono, perché molte non ci aprono la porta…»
«Se lo fanno è perché sanno che è una visita
frettolosa e senza colloquio, fatta da qualcuno dei suoi cinque collaboratori,
giovani sacerdoti inesperti, studenti nelle Pontificie Università, messicani o
colombiani, che conoscono poco l’italiano, e mirano solo a riscuotere l’offerta
dopo aver dato l’aspersione rituale. Lei, monsignore, non è mai andato a dare
la benedizione pasquale alle famiglie…»
«E perché dovevo andarci io? Ho cinque dipendenti…
a ognuno il proprio compito…»
«E qual è il suo compito, monsignore?»
«Quello di dirigere, di amministrare, di fare i
contratti, di badare al bilancio, che sia positivo o almeno in pareggio…
controllare le entrate e le uscite, dare visibilità mediatica alla parrocchia…»
«Insomma la parrocchia è un’azienda…»
«Perché no? Un’azienda erogatrice di servizi…
servizi sacri, liturgici, rituali… ma servizi… che costano e vanno pagati.»
«Abbiamo capito, monsignore. E lei pensa che Gesù
voglia proprio questo dalla sua Chiesa? Egli ci ha insegnato questo? Si è
comportato come un manager?... Non come un amorevole pastore che cura
assiduamente le sue pecorelle, le conosce una per una, le chiama per nome, e va
alla ricerca di quella eventualmente smarrita?...»
«State sempre a ricordare il buon pastore, non
avete altro da dire… In quella cultura arcaica Egli non poteva comportarsi che
come un pastore o come un agricoltore; ce lo confermano le sue parabole; ma se
Egli tornasse oggi si comporterebbe come un manager, per essere capito dal
nostro mondo meccanizzato e informatizzato.»
«Non cercherebbe più il contatto umano, il
colloquio, l’amicizia?»
«Oggi i contatti si realizzano col computer e sul
Web. Sono contatti che possono anche essere registrati e rimanere indelebili.»
«Lei la pensa così, ed è inutile continuare a
discuterne. Ma noi di Adelfia crediamo all’efficacia del contatto umano,
personale, e siamo qui per farle una proposta. Noi siamo una ventina, di cui
alcuni abbastanza liberi. Noi ci offriamo a essere presenti, a turno, nella sua
segreteria per rispondere a viva voce a tutte le chiamate, in modo da
soddisfare esaurientemente e con chiarezza ogni richiesta. Così potremo anche
esercitarci nelle virtù della pazienza e della carità.»
«Non sono affatto d’accordo. Con quale autorità e
dottrina voi potete rispondere al telefono? Non siete né il parroco né un suo
collaboratore e nemmeno un sacerdote. Che penserebbe la gente? Che la Chiesa ha
abdicato al suo ministero? No, se voi volete esercitare la pazienza e la carità,
che tanto vi preme, andate nelle case, visitate, colloquiate, ma in vostro nome
e sotto la vostra responsabilità. Il parroco non vi incarica di nulla, è lui
che guida la parrocchia secondo il suo criterio di modernità e di opportunità.
Voi state al vostro posto di fedeli.»
«Sì, al nostro posto subalterno, perché oggi
«Lasciamo stare questo presunto comunismo
cristiano… Voi non vi accorgete di aver mitizzato il Cristianesimo… ne avete
fratto un’utopia, del tutto fuori dalla realtà… Ricordatevi che il
Cristianesimo, se vuol sopravvivere, deve adeguarsi alla modernità… Se non lo
saprà fare scomparirà…»
«Scomparirà se lo farà, invece… È proprio quello
che temeva Gesù… questo aderire alle regole del mondo con progressivo
allontanamento dalla povertà e umiltà da lui predicata… Egli infatti ci ha
lanciato quella terribile domanda: “Quando verrò, troverò la fede sulla terra?”»[2]
«La troverà se
«Bene, monsignore, abbiamo compreso che non
possiamo essere per nulla utili, che siamo degli ingenui, e che viviamo
nell’utopia… Perciò non le rubiamo tempo prezioso e togliamo il disturbo… con
tanti ossequi.»
Ce ne andammo amareggiati, ormai certi che dal
parroco non avremmo avuto nessun aiuto nel nostro intento di dare alla
parrocchia un indirizzo più spirituale, e convinti che, per realizzare il
nostro intento di una religione più evangelica, avremmo dovuto staccarci dalla
parrocchia e costituire una comunità cristiana quale ci viene descritta dagli
Atti. Una comunità nuova, diversa; ma come? ma dove? e con quali norme di
attuazione?
Prima di lasciarci, il presidente ci invitò a
studiare il problema, e soprattutto a pregare il Signore di illuminarci, di
darci le sue sante ispirazioni, di farci capire se il nostro intento era
secondo la sua volontà. Infatti ci sfiorava il timore che la nostra fosse una
stolta presunzione, come la riteneva Monsignore, la presunzione di possedere la
verità, e di volerla insegnare alla Chiesa, Maestra di verità per definizione.
Dunque dovevamo meditare e pregare, passando la
parola a tutti i membri di Adelfia. Il presidente ci disse che avrebbe riunito
l’assemblea dopo quindici giorni, per scambiarci in proposito le nostre idee,
discuterle e decidere qualcosa.
Dopo due settimane un sabato pomeriggio ci riunimmo
tutti in casa del presidente, che è un medico, sposato con tre figli dai cinque
ai sedici anni. C’erano l’economo che è un ragioniere impiegato al Municipio,
il segretario verbalizzante che sono io, libero professionista, anch’io sposato
come l’economo. Gli altri presenti erano: un maestro elementare, un professore
in pensione, un sarto, un falegname, un elettricista, un meccanico, un
idraulico, due marinai e due agricoltori, tutti sposati con figli dai tre ai
quindici anni. C’erano anche due giovani scapoli, fratelli l’uno del falegname,
l’altro del meccanico. Noi sposati eravamo andati senza le mogli e ovviamente
senza i figli, tutti minorenni. Eravamo sedici; mancavano sei soci impegnati
quel pomeriggio, i quali però avevano dato la delega, in caso che ci fosse una
votazione, a qualche amico presente.
Il presidente riferì ai soci dell’incontro avuto col
parroco del tutto deludente, ma che non poteva scoraggiare il nostro intento di
costituire una comunità secondo i principi del cristianesimo delle origini cioè
quello vero. Non certamente a Roma, per non essere contagiati dalla crescente
corruzione della società e dalla mondanizzazione della Chiesa, ma in qualche
posto isolato, in Italia o altrove. E naturalmente la prima domanda era:
I soci
sarebbero stati disposti a emigrare, a iniziare una vita nuova e diversa in
“una nuova terra e nuovo cielo”[3]
come ci è promesso nell’Apocalisse?
Perché se non eravamo disposti a un passo così
importante, che investiva anche le nostre famiglie, era inutile per noi
fantasticare su un cambiamento così radicale della nostra vita, e dovevamo
rassegnarci a fare quel poco di bene che potevamo nel nostro ambiente senza
sognare questa nuova terra sotto un nuovo cielo.
Lui aveva posto la questione e aspettava le nostre
risposte.
Siccome tutti riflettevano pensierosi, e nessuno
sembrava voler intervenire, presi la parola io e dissi press’a poco questo:
«Costituire in qualche parte una comunità
evangelica, povera, umile e unita, come la voleva Gesù, è anche il mio intento,
ma bisogna vedere come esso potrebbe realizzarsi. Certamente, in primo luogo,
dobbiamo interpellare le nostre mogli e quei figli che sono in grado di
comprendere l’importanza del cambiamento, un cambiamento di vita davvero
radicale, che implica notevoli sacrifici. A questa assemblea le donne non sono
state invitate, perché è un incontro interlocutorio, per studiare il problema, e
non per definirlo. Le nostre mogli in linea di massima sono d’accordo con noi,
ma non sappiamo se saranno tutte disposte a un tale cambiamento. Che non è
davvero di facile attuazione, specialmente oggi con questa società così
globalmente corrotta. Nel 1600 i Gesuiti, col loro impegno e anche con la loro
innegabile capacità organizzativa, riuscirono a istituire nell’America
meridionale, press’a poco nel territorio dell’attuale Paraguay, delle comunità
di Indios retti dai precetti evangelici: lavoravano insieme nella terra comune
e i prodotti venivano distribuiti alle varie famiglie, a ciascuna secondo il
bisogno; facevano vita comunitaria aiutandosi vicendevolmente, tutti uguali,
tutti lavoratori, nessuno sfruttamento. Era un perfetto comunismo cristiano.
Questa specie di miracolo socialreligioso era potuto avvenire perché erano
tribù indiane, già inclini alla vita comunitaria, e la conversione al
Cristianesimo aveva dato a questa inclinazione tribale un senso religioso,
sotto l’abile guida dei Gesuiti. Il felice esperimento durò appena un secolo,
perché poi gli avidi colonizzatori europei, volendosi impadronire di quelle
terre per le loro piantagioni (cotone, tabacco e canna da zucchero),
allontanarono i Gesuiti e con la violenza e anche con le armi uccisero o
cacciarono o sottomisero come schiavi gli Indios recalcitranti all’esproprio.
Nel 1900 un bravo e zelante sacerdote riuscì a fondare in Italia una comunità
retta dai precetti evangelici, un comunismo davvero cristiano, prima in un ex
campo di concentramento, poi in una vasta area agricola toscana donatagli da
una benefattrice. Costruì una piccola città che chiamò Nomadelfia, che vuole
appunto dire “Retta dalla legge della fratellanza”. Essa durò un certo tempo,
ma con sempre maggiori difficoltà. Finché fu risucchiata dalla vicina città.
Quello che risultò difficile nel secolo XX è oggi certamente più difficile e
quasi impossibile, data la maggiore corruzione della società e la più
accentuata mondanizzazione della Chiesa. Ma quello che sembra impossibile
all’uomo è sempre possibile a Dio. Qual è la volontà di Dio? Noi lo abbiamo
pregato e lo pregheremo ancora, che ci dia le sue sante ispirazioni e ci
illumini il cammino… Forse non siamo soli in questo intento di ritorno al
Vangelo, in questa attesa di nuova terra e nuovo cielo. E vi voglio rivelare
una cosa. Io sto difendendo al tribunale di Roma, in una causa civile, un
cittadino di Perugia. È un uomo molto religioso e la pensa come noi, e anche
lui nutre la beata speranza… Ebbene l’altro ieri mi ha confidato che in una
comunità monastica di Perugia un frate, che si chiama Pietro, circa dieci mesi
fa “ha cominciato a profetare” tra i suoi confratelli, parlando di nuovi cieli e nuove terre, di una
riforma dello stesso suo ordine, secondo lui abbastanza mondanizzato e non più
sulla scia del Vangelo, tanto di aver fatto del Santuario di Dio un’impresa
terrena e una fonte di guadagno. Le sue continue rampogne hanno tanto
indispettito il Capitolo del convento, che lo hanno cacciato via, e ora vive da
eremita in una grotta del Monte Soratte. Nei dintorni si è sparsa la fama di
lui come di un santo, e si dice che abbia compiuto anche delle guarigioni… Fino
a due giorni fa io ignoravo tutta questa storia, però il mio cliente è
fededegno, e io ve ne ho parlato perché ho un’idea. Se voi me ne date il
mandato, io nei prossimi giorni, dopo aver assunto più precise informazioni,
andrò a trovare questo fra Pietro per chiedergli consiglio circa il nostro
intento. Poi ve ne riferirò. Se non è un imbroglione, un millantatore, ma un
vero ministro di Dio, ci potrà illuminare e farci conoscere la volontà divina.
Se non è un uomo ispirato, ma un simulatore, credo di avere abbastanza acume
per scoprirlo. Voi che ne dite?»
I presenti rimasero silenziosi, guardandosi con
aria interrogativa, e guardando anche il presidente, quasi aspettando il suo
parere. Ma prima che il presidente parlasse, intervenne uno dei due
agricoltori, precisamente il più anziano, un cinquantenne dal placido aspetto.
Egli disse:
«Scusatemi se sono il primo a rispondere alla
domanda del segretario; non è presunzione, sapete che non sono addottorato, ma
ho anch’io un’informazione da darvi. Io ho un allevamento di pecore nelle
vicinanze del Monte Soratte. Vi tengo fisso un pastore sardo molto bravo e
onesto, e anche molto religioso. Io vado a trovarlo quasi tutte le settimane,
non solo per controllare il gregge, ma anche per conversare con lui, Efisio,
che è un vero piacere sentirlo, per quanta saggezza popolare egli possiede…
Ebbene, la settimana scorsa mi ha detto di questo eremita di cui aveva sentito
parlare e che lui è andato a trovare, e ha capito che è veramente un santo, da
come vive e da quello che dice.
Quando ci andò lui, ci trovò i genitori di un
ragazzo epilettico, che prima aveva una crisi quasi ogni giorno, ed era
refrattario a ogni cura… Ebbene il frate lo aveva toccato e benedetto quasi due
mesi prima, e da allora le crisi epilettiche erano scomparse… anche il medico
curante parlava di miracolo… e i miracoli li possono fare solo i santi… Questi
genitori erano dall’eremita per ringraziarlo del miracolo.
Lui rispose che dovevano ringraziare soltanto Dio,
perché Lui solo opera i miracoli, quando li ritiene opportuni, per i suoi
imperscrutabili disegni. Noi possiamo solo pregarlo, ma non sempre siamo
ascoltati, perché Lui solo sa qual è il vero bene per noi.
Questo è quanto mi riferì Efisio, tutto infervorato
per aver incontrato, e avere vicino un vero santo, un profeta che parla in nome
di Dio. Perciò io penso che l’avvocato faccia bene ad andare a trovarlo… forse
dal santo eremita potremo conoscere la volontà di Dio.»
Tutti i presenti fecero segno di consenso, e il
presidente espresse la sua piena approvazione alla mia proposta. Ora stava a me
realizzarla.
Mi ricordai che un mio cliente era farmacista a
Sant’Oreste, paese molto vicino al Soratte, e pensai che egli mi poteva dare
qualche informazione sicura sul frate. Lo chiamai al telefono e non appena feci
il nome di Pietro l’eremita, lui subito esclamò:
«Lo sapevo che la sua fama sarebbe giunta sino a
Roma! Speriamo che giunga anche in Vaticano, perché lui predica una radicale
riforma della Chiesa, che la faccia ritornare all’umiltà e alla povertà
evangelica com’era la prima comunità cristiana guidata da Pietro… Sì, ne ho
notizie certe e sicure… Io non sono andato ancora a trovarlo, ma lo farò
presto… È veramente un santo… Ho sentito il racconto di suoi miracoli da
persone degne di fede… Uno lo posso testimoniare io stesso, di un ragazzo
proprio di Sant’Oreste… era gravemente epilettico con crisi quasi quotidiane,
che lo stremavano e lo lasciavano come morto… Faceva pietà per come era
deperito… e nessuna medicina giovava… Io assistetti parecchi mesi fa a una
crisi di questo ragazzo… uno spettacolo che stringeva il cuore… Cadeva a terra
disteso e lì si dimenava come un ossesso emettendo dei rantoli, con la bava
alla bocca. Il medico non sapeva più quale cura tentare, perché a suo dire le
aveva tentate tutte, e aveva studiato tutta la diagnostica e la metodica pubblicata
in materia… Il parroco era convinto che si trattava di possessione diabolica, e
ne aveva scritto al Vicariato, chiedendo un esorcista esperto per trattare il
caso… ma non ce n’è stato bisogno. I genitori portarono il ragazzo dall’eremita
che gli toccò la fronte e il petto e poi lo benedisse… Da quel giorno, e sono
parecchi mesi, le crisi epilettiche sono completamente scomparse, e il ragazzo,
che ha quindici anni, è come rifiorito… potete immaginare la gioia dei
genitori, che prima erano quasi disperati… Se tu vuoi incontrare l’eremita, ci
andremo insieme, perché anch’io mi ero proposto di andarci. Se ci vogliamo
andare di sabato, egli dice messa alle 18, se di domenica, alle 10; dopo la
messa egli si intrattiene con quelli che vi hanno assistito, ascolta le loro
storie e confessa quelli che lo desiderano… Si parla anche di alcune
conversioni…
Ci andammo la domenica successiva. Assistere alla
Santa Messa da lui celebrata era come sentirsi attratti e quasi sollevati in
un’atmosfera celestiale dal carisma del frate. L’omelia fu breve, ma intensa.
Il brano del Vangelo letto era Matteo, capitolo
«La vera sequela di Cristo» egli disse «non è nelle
professioni di fede, nei “credi”, nelle dossologie, cioè nelle vuote parole,
che non contano niente e non operano nulla di buono, ma nelle opere di bene,
che richiedono impegno e anche sacrificio, nel comportamento fraterno e
solidale, umile e onesto, che mira al benessere equamente distribuito e mai
all’arricchimento personale. La ricchezza frutto di ingiustizie è un grave
peccato e un vero furto. Gesù ci ammonisce: “Ve lo ripeto: è più facile che un
canapo passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli”[4].
La brama delle ricchezze, che sono il fomite del piacere e del potere, ha
contagiato non solo
Queste parole, semplici ma intense, mi dettero come
una scossa interiore, e capii subito che il frate era un vero profeta, che
parlava ispirato dallo Spirito, ed era quello che ci poteva davvero consigliare
e anche guidare nel cammino da noi intrapreso.
Finito il rito, egli ci fece sedere su rozzi
sgabelli da lui stesso costruiti, e si mise in ascolto delle nostre richieste.
Eravamo una diecina, tutti uomini. Io decisi di far parlare gli altri, e mi
misi in ascolto. A mano a mano che una persona aveva esposto in suoi problemi e
aveva ascoltato i suoi consigli, egli la congedava col saluto:
«Dio sia benedetto!» a cui si rispondeva:
«Ora e sempre.»
Quando rimanemmo noi due soli davanti a lui, egli
mi fissò intensamente, poi disse:
«Tu sei l’avvocato Tal dei Tali di Roma, membro
dell’associazione religiosa «Adelfia», e sei venuto con questo tuo amico a
chiedermi un consiglio circa il vostro intento di fondare in qualche parte una
comunità veramente evangelica, nella speranza che anche altri seguano il vostro
esempio.»
«È proprio così» risposi io dopo aver vinto
l’emozione che mi avevano provocato quelle parole profetiche «Sarebbe stolta
curiosità chiederti da chi hai saputo anche il mio nome. Sì, noi abbiamo
fondato questa associazione di fratelli in Cristo con l’intento di emigrare, di
cambiare vita, di allontanarci da questo mondo corrotto e corruttore, e creare
in qualche luogo isolato una comunità veramente evangelica, come quella formata
da Cefa a Gerusalemme, che ci viene descritta da Luca negli Atti alla fine del
capitolo secondo… La nostra è un’idea fattibile o un’utopia, come dice il
nostro parroco; e se è fattibile, come e dove la potremmo realizzare?»
«Ho avuto una visione… non vi impressionate e non
credetemi un santo, sono come voi un uomo di buona volontà, e Dio si vuol
servire di voi e di me per un suo progetto di salvezza… Quando saremo
spiritualmente preparati, andremo ad abitare in una nuova isola, separati dal
mondo, e lì istituiremo una comunità di fratelli, povera umile concorde, unita
nella preghiera e nel lavoro… Aspetto altre illuminazioni… quando le avrò, ve
le farò conoscere e affretteremo i preparativi… ma la partenza è certa e
necessaria… Ho sentito le parole di Pietro: “Salvatevi da questa generazione
perversa.” Così aveva detto ai primi cristiani, così egli dal Cielo ripete a
noi che vogliamo testimoniare Cristo. Ci vuole innanzitutto
«Ora e sempre.»
Scendemmo dal monte soddisfatti ma anche
meditabondi, specialmente io; ma anche il mio amico era rimasto colpito, e mi disse
che forse si sarebbe unito a noi di Adelfia; ne avrebbe parlato con la moglie.
Io, tornato a Roma, subito mi recai a riferire
l’incontro al mio presidente, il quale rimase anche lui molto colpito per il
fatto che l’eremita conosceva le mie generalità e le nostre intenzioni: da chi
poteva averle ricevute se non da una rivelazione celeste? Egli era certamente
ispirato da Dio, e noi dovevamo affidarci a lui e seguirlo come guida sicura.
Come i primi cristiani seguivano fiduciosi Pietro apostolo, così noi dovevamo
seguire con fiducia Pietro eremita.
Il presidente indisse un’assemblea per il sabato
successivo alle ore 17, nella quale io avrei dovuto riferire il mio incontro
con l’eremita, e poi avremmo discusso insieme sul da fare, come prepararci e
soprattutto come preparare le nostre famiglie a questo radicale cambiamento di
vita.
La mia relazione all’assemblea, anche questa tutta
di uomini, produsse impressione e anche commozione, perché tutti capirono che
avevamo un sant’uomo, un uomo ispirato veramente da Dio a nostra guida, un uomo
che sapeva già tutto di noi e ci aspettava. Non poteva essere stato informato
che da un messo celeste, da una illuminazione divina, e quindi la nostra
impresa era approvata o forse ispirata dal Cielo. Ora dovevamo aspettare le
ulteriori istruzioni che l’eremita ci avrebbe trasmesso. Il presidente lasciò
che noi ci comunicassimo le nostre impressioni, ascoltò con attenzione le
proposte che qualcuno volle fare, quindi concludendo disse:
«Cari amici, questa emigrazione ormai sicura ci
pone tanti problemi preliminari. Innanzi tutto le famiglie: le nostre mogli in
genere la pensano come noi, ma chiudere casa e andare in cerca di una nuova
sede, che ancora non conosciamo, è per una madre di famiglia un vero trauma:
lasciare le amicizie, l’ambiente, la parentela, il lavoro esterno (chi ce l’ha)
e la stessa casa ormai familiare, è un’impresa per noi maschi, figuriamoci per
le nostre donne. Quindi esse vanno ascoltate e messe al corrente di tutto; se
la moglie non vuol partire perché non se la sente di affrontare l’ignoto, il
marito non la può costringere, non la può abbandonare, deve rimanere al suo
fianco. Si potrebbe ipotizzare il caso che la moglie non se la sente, ma
approva che il marito parta, mentre lei rimane a casa con i figli più piccoli.
In questo caso io consiglio al marito di restare anche lui: la separazione di
due coniugi espone a pericoli l’uno e l’altra, e soprattutto i figli. Riguardo
a questi, quelli che hanno un completo discernimento, vanno informati di tutto;
si deve dire loro che vanno a cambiar vita, ad affrontare un’esistenza meno
comoda e senza gli ammennicoli della modernità. Quelli più piccoli, che non
potrebbero comprendere una sì grande novità, vanno convinti con amorevolezza,
magari dicendo che si andrà a fare una lunga vacanza ai tropici. Quelli di noi
che hanno un impiego pubblico, è bene, secondo me, che non si dimettano, ma
chiedano il congedo per motivi di famiglia. Riguardo alle nostre proprietà
(case, terreni) potremmo venderle, o darle in comodato a qualche amico bisognoso
o affidarne l’amministrazione a qualche parente onesto. Poi ci sarebbe da
stabilire le cose che ci dobbiamo portare, preparare le nostre valigie, i
nostri zaini, nei quali non mancherà il sacco a pelo. Ma per le robe da
approntate abbiamo tempo, e dobbiamo anche sentire i consigli del santo
eremita. Non ho altro da dire, se non di pregare e di prepararci
spiritualmente, armandoci di santo coraggio. Ma la nostra fiducia è in Dio, il
quale mediante il santo frate ci ha assicurato la sua approvazione. Non ci potrà
far mancare il suo sostegno. Ora vi vorrei lasciar liberi e salutarvi alla
maniera del nostro frate, come ci ha riferito l’avvocato.»
Ma prima che potesse salutarci si è alzato il più
giovane degli agricoltori e ha detto:
«Debbo informare il presidente e tutta l’assemblea
che mia moglie è incinta al quinto mese; la devo portare con me? Lei verrebbe
volentieri, ma poi come faremo per il parto?»
Il presidente rispose:
«Evidentemente non la puoi portare in questo stato
e neppure puoi lasciarla sola; anche tu devi rinunciare alla partenza. Forse,
chissà, se conserverete tutt’e due questa vocazione, ci potrete raggiungere,
col bebè, in un secondo tempo.»
A questo punto si alzò l’elettricista e disse:
«Io ho una sorella nubile, che è ostetrica
diplomata e lavora all’ospedale San Camillo… Lei non è iscritta alla nostra
associazione, ma è molto incline alle nostre idee… Forse, se gliene parlo,
potrebbe decidersi a venire con noi, e così l’amico potrebbe partire tranquillo
con la moglie che potrà avere nel parto un’assistenza adeguata.»
«Sì, amico» disse il presidente «la presenza tra
noi di una ostetrica è altamente opportuna, perché potrebbero verificarsi altri
casi… tra i nostri soci ancor giovani.»
Così dicendo accennò un sorriso, al quale alcuni
corrisposero; poi disse:
«Dio sia benedetto!» e noi rispondemmo in coro:
«Ora e sempre.»
E ci separammo che erano le venti; non sembrava, ma
ci eravamo intrattenuti per tre ore.
Mentre mi preparavo a recarmi di nuovo dal frate,
come eravamo rimasti d’accordo, mi telefonò il presidente per dirmi che sarebbe
venuto volentieri anche lui all’appuntamento con l’eremita, per conoscerlo
personalmente. Risposi che la cosa era molto opportuna, e proposi di invitare
l’economo e così tutti e tre noi dirigenti avremmo potuto ascoltare
personalmente le indicazioni e le proposte di fra Pietro, e valutarle meglio
tra di noi prima di comunicarle all’ecclesia,
comprendente anche le nostre donne. Ci stavamo mettendo d’accordo, noi tre, per
fissare la giornata e l’ orario, quando un giovedì mi telefonò il farmacista di
Sant’ Oreste per dirmi che il frate mi aspettava la domenica successiva, alle
quattro di pomeriggio, perché aveva delle comunicazioni da darmi.
Dissi all’ amico che sarei andato non da solo, ma
col presidente e l’economo, e lui mi espose il desiderio di venire anche lui,
perché era interessato all’iniziativa. Risposi che non c’erano problemi, che
anzi avremmo gradito la sua presenza, in quanto anche noi speravamo che egli
fosse dei nostri e contribuisse col suo apporto e la sua esperienza alla nostra
impresa.
Andammo perciò tutt’e quattro all’ ora indicata.
Il frate ci accolse col saluto:
«Dio sia benedetto!» al quale noi rispondemmo in
coro:
«Ora e sempre!».
Egli disse:
«Cari amici, vi conosco tutti, anche il presidente
e l’economo… non occorre che facciano le loro presentazioni… Ho avuto le
rivelazioni che aspettavo dal Cielo…Voi dovrete realizzare un’ impresa a cui
Dio tiene molto… è un’altra occasione che Egli vuole offrire all’umanità,
perché realizzi sulla terra quella società onesta, operosa, concorde e devota
che viva secondo le norme morali che Lui ha inscritto nella coscienza di tutti,
e ha poi ribadito con la predicazione del Figlio suo. Questi ci ha dato una
regola d’oro per il nostro comportamento tra gli uomini: “Tutto quanto volete
che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è
A sentire questa citazione evangelica, che il frate
aveva fatto così anche nell’omelia della messa domenicale di alcune settimane
prima, volli chiedere:
«Perché, Fratello, tu dici canapo, mentre il testo vulgato dice cammello? Qual è la parola esatta?» Rispose:
«La parola esatta è appunto canapo, o corda o fune,
che è come un refe grosso, e può avere un certo rapporto con la cruna dell’ago,
mentre il cammello, che è un grosso animale, non può avere nessun rapporto. E’
un errore di traduzione che
Ringraziai l’eremita per la precisazione filologica
e mi scusai per la mia interruzione, dovuta a ignoranza. Il frate riprese:
«Interruzione motivata, perché certe cose è bene
saperle e farle sapere. Ma ora riprendiamo il nostro discorso. Voi di Adelfia
avete compreso che
Pietro rimase in attesa per alcuni minuti; noi ci
interrogammo con gli occhi. Avevamo capito tutto, eravamo compresi della cosa,
e non avevamo domande da fare. Il presidente perciò rispose per tutti:
«Caro fratello Pietro, quello che ci hai detto ci
ha convinto, e anche commosso… Tutto ci sembra chiaro, anche se molto
impegnativo. Per ora non abbiamo dubbi; se in seguito ne avremo, verremo a
consultarci con te. Tu intanto prega per noi, che il Signore ci dia quella fede
salda di cui ci hai parlato; ora ti lasciamo.»
«Certamente pregherò, ma anche voi pregate per me,
anch’io ho bisogno del sostegno divino, io sono un uomo debole come voi; ora
andate in pace. Dio sia benedetto!»
Rispondemmo:
«Ora e sempre» e ci avviammo.
Scendemmo a valle pensierosi, riflettendo alla
profezia che avevamo ascoltato: il veliero col suo bel nome, il viaggio per
mare esattamente delineato, l’arrivo al Tropico del Capricorno, 540 miglia a
sud di Sant’Elena… e poi il gran miracolo della nuova terra e del nuovo cielo,
dove noi avremmo iniziato una nuova vita… Era una vera profezia, ma anche un evento
miracoloso che ci sconvolgeva, perché ci sembrava incredibile che noi fossimo
stati scelti per assistere a un tale miracolo. Il farmacista era più sconvolto
di noi; tutto emozionato ci disse, prima di lasciarci, che molto probabilmente
si sarebbe unito a noi, ma ne doveva parlare con la moglie… figli ancora non ne aveva.
Subito, il lunedì successivo, alle diciassette del
pomeriggio, ci riunimmo, quelli che avevamo potuto contattare, per far loro
conoscere la profezia dell’eremita. Tutti rimasero impressionati. Finora avevamo
fantasticato su questa rifondazione cristiana da realizzare in qualche parte, e
magari ci avevamo fatto dei bei progetti, ma ora che la realizzazione del sogno
era così vicina, quasi tutti si sentivano spaesati, quasi spaventati di dover
inverare un piano ispirato da Dio. Quello che prima era un ideale quasi utopico
doveva diventare una realtà vissuta, e ci sembrava di non essere preparati a
questa sfida né spiritualmente né materialmente.
Come sistemare in tre mesi le nostre cose terrene,
come convincere alla partenza le mogli e i figli, come mettere in ordine i
nostri affari e non lasciare pendenze? Il presidente intuì lo stato d’animo dei
convenuti, la loro sensazione di inadeguatezza e di incapacità, perché l’aveva
provata anche lui (e in verità anch’io), ma l’aveva superata. Lasciò che i
convenuti scambiassero le loro prime impressioni a bassa voce, e quando vide
che il mormorio era cessato, e i presenti lo guardavano quasi in attesa, prese
la parola e disse:
«Cari amici, lo so che siete rimasti scioccati, o
per lo meno emozionati, sbalorditi, anch’io lo sono stato, e anche l’economo e
il segretario che con me hanno ascoltato la profezia dell’eremita. Una profezia
puntuale, perentoria, con precisazione di tempi e di luoghi e di azioni, come
vi abbiamo riferito… Ma ora ragioniamoci un po’ sopra, più pacatamente, per
affrontare il problema in modo razionale e meno emotivo…»
Qui fece una pausa, come per cercare le parole
adatte. Ne approfittò il maestro elementare che disse:
«Caro presidente, cari amici; qui abbiamo sentito
parlare di una profezia che ci riguarda tutti… Ma chi è il profeta? Non voglio
fare il Bastian contrario né l’avvocato del diavolo… ma quale certezza abbiamo
sulla santità di questo eremita, al quale ci stiamo affidando ciecamente come
nostra guida?»
Immediatamente intervenne il professore, e con un
sorriso disse:
«L’amico maestro ha voluto tener fede al suo nome… si
chiama Tommaso, come l’apostolo incredulo, quello che per credere in Gesù
risorto voleva “mettere il dito nel foro dei chiodi[9]”…
Gli antichi dicevano “Nomen omen”, il nome è un presagio. Ma io sto scherzando,
Tommaso. Tu, secondo me, hai fatto bene a porre la domanda, che forse avrebbero
voluto porre anche altri.»
«Ha fatto
benissimo» disse il presidente «Egli non ha visto né ascoltato l’eremita; anche
l’apostolo Tommaso, quando disse quelle parole, non aveva ancora visto Gesù
risorto… Io, l’economo e il segretario invece abbiamo visto e ascoltato Pietro…
il suo carisma colpisce, è evidente quando celebra la messa, si vede proprio che
è in contatto con Dio… il suo volto lo dimostra… e poi le parole dell’omelia… sono
parole ispirate che penetrano nel cuore… e poi la profezia, cosi precisa e
dettagliata. Gli imbroglioni, gli indovini, i maghi non dicono mai parole
precise, sicure, circostanziate… dicono parole vaghe, ambigue, a doppio senso,
appunto per non essere mai smentiti dai fatti. Ambigui o enigmatici o generici
erano gli antichi oracoli delle pitonesse e delle sibille, in modo da non
essere contraddette dagli eventi, e da accrescere la loro credibilità con
quell’aura di mistero dei loro responsi. Fra Pietro ci ha detto di andare a
Fiumicino per prendere in affitto quel tale veliero, con quel preciso nome, di
raggiungere con esso il centro dell’Oceano Atlantico, verso il Tropico del
Capricorno. Ti par poco Tommaso? E’ una profezia bella e buona, e la possiamo
controllare subito. Nei prossimi giorni io, il segretario e l’economo ci
recheremo a Fiumicino per prendere in affitto il Mayflower. Questo infatti, ci ha detto l’eremita, è il nome
originario del veliero, che compare ancora sulla poppa, mentre il nome nel
registro italiano è “Fiore di Maggio”, che si legge sulle due fiancate. Se
questo veliero lo troviamo, chi può dubitare della profezia? Può essere tutta
una messinscena del frate?... Ma se non lo troviamo, cosi ben specificato
(veliero a due alberi con vele latine, a due fiocchi e senza motore ausiliario),
allora non solo Tommaso avrebbe ragione di dubitare, ma anche tutti noi. Per
maggiore certezza, Tommaso, quando noi tre ci recheremo a Fiumicino, io ti
avvertirò e così verrai con noi anche tu, e ti accerterai della cosa
personalmente, de visu. Il giorno
sarà probabilmente sabato prossimo, al pomeriggio. Sei d’accordo, Tommaso?»
«Verrò di sicuro» rispose prontamente
l’interpellato.
A questo punto intervenni io per dare la mia
testimonianza, e dissi:
«Certamente troveremo il “Fiore di Maggio” così ben
descritto dall’eremita, e sarà la prova inconfutabile che il frate è un uomo di
Dio. Io per conto mio ne ho avuto la certezza fin dal primo incontro, quando
fissandomi con intensità ha detto “Tu sei l’avvocato Tal dei Tali di Roma,
membro di Adelfia, e sei venuto per chiedermi consiglio circa un vostro
progetto religioso…” Anzi non disse semplicemente un progetto, specificò anche
la natura del nostro progetto. Non è, Tommaso, una prova inequivocabile? Come
poteva egli sapere di me il nome e tutto il resto, se non perché è ispirato da
Dio? Perché è un vero profeta, uno che parla in suo nome?»
Tutti rimasero colpiti dalla mia rivelazione, che
finora non avevo fatto in assemblea. Il presidente riprese:
«La testimonianza del nostro segretario è
ineccepibile, ma tutti noi avremo presto la conferma della santità del frate.
Quindi la nostra impresa è proprio voluta e benedetta da Dio, e questa certezza
ci deve dare coraggio e costanza, per superare tutte le difficoltà che ora
quasi ci spaventano… Infatti dobbiamo prepararci, e pensare innanzitutto alle
nostre famiglie… siamo quasi tutti sposati con figli… le nostre mogli vorranno
tutte venire con noi, portando i figli anche piccoli? Se una moglie non se la
sente di partire, è evidente che anche il marito deve restare, senza neppure
tentare di insistere per trascinarsi la consorte. Quello che ci aspetta nella
nuova terra sarà certamente una vita di sacrifici; specie nei primi tempi, e lì
dovremo portare pazientemente la nostra croce. Non è che qui non abbiamo le
nostre croci… la vita è sempre una prova più o meno severa, ma laggiù la croce
sarà probabilmente più pesante, e la dovremo portare alla sequela di Cristo.
Egli ci ha ammonito: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso,
prenda la sua croce ogni giorno e mi segua[10]”.
Dopo la famiglia dobbiamo pensare alla casa… siamo quasi tutti proprietari della casa in
cui abitiamo… Che ne facciamo? Possiamo venderla, ma non è facile farlo in tre
mesi… allora possiamo affidarla a un’agenzia immobiliare che ne curi la
vendita. Ma io vi consiglio di non venderla, ma di darla in affitto o cederla
in comodato a qualche amico o parente che una casa non ce l’ha. La stessa cosa
dicasi per qualche terreno o fondo che qualcuno possegga. Per la ricchezza
mobile, sia bond, sia titoli o azioni, ognuno provvederà come crede, magari
affidandoli a qualche banca o agente finanziario onesto. Ma il denaro non lo
dobbiamo portare con noi… Dobbiamo confidare completamente nella Provvidenza
celeste; ma è ovvio che dobbiamo portare delle provviste alimentari, perché non
sappiamo se nell’isola troveremo subito da mangiare e da bere. E infine una cosa
vi devo dire, molto importante. E’ evidente che noi andiamo a sottoporci a un
esame non facile, e qualcuno potrebbe anche gettare la spugna… perciò non dobbiamo
tagliare tutti i ponti col mondo di qua, ma conservarci un piede a terra per un eventuale ritorno… Il “Fiore di Maggio”
dovrà tornare da noi per portare e prendere la posta, e anche per portarci
qualche nuovo ospite, e riportare a casa chi eventualmente non è fatto per
questa sequela eroica di Cristo, e vuole tornare a una sequela ordinaria. Insomma
è come se noi facessimo un voto, ma non perpetuo, bensì temporaneo e rinnovabile…
Questa considerazione potrà eliminare qualche dubbio o timore… Insomma
qualcuno, anche se incerto, potrà seguirci solo per provare, per testare le
proprie forze.»
Prese allora la parola il più anziano degli
agricoltori:
«Abbiamo parlato di case, terreni, denari… insomma
di come sistemare al meglio le cose di qui… ma non abbiamo nemmeno accennato a
che cosa faremo lì, a che cosa mangeremo. Immaginiamo di essere una quarantina
di persone, quante ne può trasportare il veliero; dovremo provvedere sin dallo
sbarco alla nostra sussistenza… forse ci saranno anche dei ragazzi, addirittura
dei bambini… ci dobbiamo portare una scorta i cibi anche per loro. Saremmo
fortunati se in questa terra tropicale trovassimo delle piante fruttifere,
banani, papaie, manghi, ananas, o dei tuberi commestibili come quelli della batata
e della manioca, ma non abbiamo nessuna certezza… e lo stesso dicasi per
l’acqua. Certamente, se Dio ci vuole in quella terra, ci farà trovare anche di
che nutrirci, di che saziare la fame e spegnere la sete… Per il popolo ebraico
nel deserto Egli mandò la manna dal cielo e fece scaturire l’acqua dalla
roccia… ma dobbiamo credere che gli Ebrei partirono dall’Egitto con le loro
provviste. Così dovremo fare anche noi, ed ecco il problema che pongo: per le
provviste alimentari ogni famiglia deve provvedere per conto proprio o
l’associazione provvederà per tutti? E in questo secondo caso, chi è incaricato
di fare, per così dire, il cambusiere, il vivandiere? Evidentemente l’economo,
ma egli deve essere coadiuvato da qualcuno esperto della materia, e io mi offro
per questo compito. E poi un’altra cosa: certamente noi dovremo coltivare delle
derrate in questa nuova terra, e perciò ne dobbiamo portare le sementi. Io e il
mio collega più giovane ce ne possiamo incaricare, e portare anche gli attrezzi
più necessari per coltivare il terreno. Questa è la mia proposta.»
«Una proposta saggia» disse il presidente «e ha
fatto bene l’amico a prendere questo argomento delle provviste, delle sementi e
degli attrezzi. Io non posso che approvare le sue proposte, di un vero esperto
della materia, e quindi sarà lui a collaborare con l’economo per approntare
l’elenco delle cose necessarie e acquistarle nella quantità ritenuta ragionevole.
Io penso infatti che debba essere l’associazione a provvedere alle necessità
alimentari… ciò non toglie che ogni famiglia potrà aggiungere alla scorta
comunitaria qualche particolare alimento ad essa eventualmente occorrente,
specie se ha dei bambini.»
Subito si alzò uno dei marinai, che erano cugini e
avevano parlottato tra loro, e disse:
«Quanto ha detto l’amico agricoltore, riguardo agli
attrezzi necessari per la coltivazione, mi ha ricordato che anche noi marinai
dobbiamo contribuire all’alimentazione con la pesca, l’attività a noi consueta…
Non avendo lì una barca per gettare le reti al largo, ci dovremo limitare alle
canne cogli ami e le esche artificiali… ma porteremo anche dei tramagli, reti
da pesca che si sistemano in vicinanza della costa. Credo che potremo prendere
qualcosa… anzi sento dire che quei mari tropicali sono molto pescosi… Questo ci
proponiamo di fare io e mio cugino sin dai primi giorni. E’ ovvio che l’economo
dovrà pensare alle pentole, padelle e graticole necessarie per cucinare le
prede»
«Approvo e lodo l’iniziativa dei marinai» disse il
presidente «essa invita me e tutti gli altri ad avere spirito d’iniziativa e a
pensare a quello che ognuno può intraprendere a beneficio della comunità. Io
che sono medico, penserò a portare le medicine più comuni e qualche apparecchio
necessario per la diagnostica. Forse verrà con noi anche il farmacista di
Sant’Oreste, che mi sarà valido collaboratore nel campo sanitario. Anche gli
artigiani (il sarto, il falegname ecc.) porteranno i ferri del mestiere più
necessari e meno ingombranti, i quali prima o poi potrebbero servire… Mi pare
che abbiamo trattato di tutto o quasi. Comunque per oggi basta. Se io con gli
altri tre andremo sabato pomeriggio a Fiumicino, domenica pomeriggio vi
riferirò in assemblea generale. Ora andiamo a casa. Dio sia benedetto!.»
Rispondemmo:
«Ora e sempre» e ce andammo alle nostre case, che
era ormai ora di cena.
Il successivo sabato, come d’accordo, partimmo alle
16 alla volta di Fiumicino, con la macchina del presidente. Eravamo tutti e
quattro emozionati e anche ansiosi, perché quel pomeriggio avremmo verificato
la veridicità della profezia. Il più preoccupato era Tommaso, il quale rimase
in silenzio per tutto il percorso.
A Fiumicino lasciammo l’auto e a piedi ci
addentrammo nel porto canale, pieno di imbarcazioni. Le guardavamo
attentamente, una per una, e le passammo in rassegna tutte, ma il “Fiore di
Maggio” non c’era.
Chiedemmo a un guardiano se lì attraccava il
veliero a due alberi “Fiore di Maggio” o “Mayflower”. Ci rispose che non aveva
mai sentito quei nomi, e certamente quel veliero non attraccava nel porto-canale
del Tevere.
«Più a sud» ci disse «c’è il porto di Roma; potete
cercare là.»
Ringraziammo, uscimmo dal porto-canale e tornammo
alla macchina piuttosto disorientati. Che dovevamo fare?
«Dobbiamo tornare a Roma» disse Tommaso con tono
amaro; «evidentemente la profezia è falsa.»
«No» dissi io «dobbiamo cercare al porto di Roma, è
così chiamato, ma fa parte del complesso portuale di Fiumicino.»
Il presidente e l’economo erano del mio parere, e
alla fine anche Tommaso si lasciò convincere.
Al porto di Roma, molto affollato di imbarcazioni,
iniziammo con più attenzione la nostra ricerca per scoprire il “Fiore di
Maggio”, il quale però non esisteva neppure lì. Ce lo confermò un guardiano,
aggiungendo che non aveva mai sentito quel nome. Rimanemmo come fulminati a
sentire queste parole. Ma io non volevo arrendermi e chiesi al guardiano:
«Ma nelle vicinanze ci sono altri attracchi, grandi
o piccoli?»
«Come no?» rispose l’uomo «c’è Fiumara Grande,
potete cercare là, ci attraccano molti velieri.»
Tommaso propose di lasciar perdere:
«Perché stiamo perdendo tempo alla ricerca di
questo vascello fantasma? Non perdiamo altro tempo e torniamo a Roma. Non ci
bastano due prove? E il fatto che il guardiano non l’abbia mai sentito nominare
non è un’altra prova? Probabilmente l’eremita, affascinato dall’impresa dei
Fratelli Pellegrini con il Mayflower, ha sognato un’impresa simile con questo
fantomatico “Fiore di Maggio”. Forse l’ha fatto senza malizia: si è autosuggestionato.
Anche il proprio nome lo ha fatto sognare: dopo Pietro guida della Chiesa di
Cristo, dopo Pietro l’eremita che guidò i crociati alla liberazione del
Sepolcro di Cristo, voleva essere l’eremita Pietro che guida una nuova crociata.
Si è alienato per la sua follia religiosa, si è fatto cacciare dal convento, si
è fatto eremita… ora vorrebbe guidare una moderna crociata… Credo che non sia
un imbroglione o uno squilibrato, ma un sognatore lo è di certo… che aspettiamo
ad andarcene? Credetemi, non sono affatto contento di aver avuto ragione… mi
dispiace molto… Ma ora dobbiamo prendere altre decisioni, studiare altri
programmi…»
Anche il ragioniere era propenso ad andar via, ma
io mi opposi energicamente:
«C’è ancora Fiumara Grande, affollata di velieri… perché
non andiamo a cercare lì? Perché rinunciare? Qualche volta il diavolo si
diverte coi poveri cristiani… Può darsi che il Buon Dio ci voglia mettere alla
prova, saggiare la nostra fede.»
Il presidente era del mio parere; disse:
«Dobbiamo andare, fare quest’ultima ricerca; se non
la facessimo, non potremmo avere la coscienza tranquilla, perché resteremo
sempre nel dubbio, penseremo sempre: il veliero forse stava a Fiumara Grande;
perché non abbiamo fatto quella verifica? Che ci costava? Un’altra ora di
ricerca? Ma finalmente avremmo avuto una certezza, e non più un dubbio.»
Tommaso e l’economo a questo ragionamento non
ebbero da replicare, e perciò andammo a Fiumara Grande. Continuammo la ricerca
con la massima attenzione, ma a me il cuore batteva forte, e sempre più forte a
mano a mano che procedevamo nella verifica senza che il nostro veliero sbucasse
fuori. Leggemmo gli ultimi nomi col cuore in gola, il “Fiore di Maggio” non
esisteva!
Mi sentii come se il mondo mi crollasse addosso;
rimasi lì impalato, inebetito; ma non ero ancora convinto dello smacco, mi
sembrava impossibile, perché mi domandavo:
«Come poteva ingannarci in tal modo quel sant’uomo
che, al primo vedermi, mi aveva detto nome e cognome, professione e intento? Chi
poteva avergli rivelato queste notizie, questi dati personali, se non un messo
divino, per divina volontà? E come poteva indicarci il veliero col nome e con
tutte le particolarità? Se le è inventate? Ma perché? A che scopo? Se erano
notizie inventate, gli doveva esser chiaro che esse ben presto sarebbero state
smascherate, e allora? Quale scopo poteva avere?»
Stavano lì impietriti, incerti, nessuno osava
parlare: non riuscivamo ad assorbire la cocente delusione, anche Tommaso era
turbato.
Ci aveva notato un guardiano, ed essendosi un po’
insospettito, vedendo che non ce n’andavamo, si avvicinò e chiese:
«Cercate qualcuno? Volete qualcosa?»
Mi riscossi a queste domande e risposi:
«Si, cercavamo un veliero che doveva essere qui, ma
abbiamo visto che non c’è, e siamo rimasti delusi, ecco tutto»
«E che nome ha questo veliero?»
«Fiore di maggio.»
«Ah, Mayflower, noi lo chiamiamo ancora cosi»
«Allora lo conoscete» dissi tutto emozionato «lo
avete visto, esso esiste! Ma adesso dov’è? In navigazione?»
«Può darsi, ma non lo so. Fino a qualche anno fa
attraccava qui, e lo vedevo spesso. E’ un bel veliero, robusto e capiente,
tutto in lego, fabbricato in Norvegia… lì per le navi in legno sono
insuperabili… E’ un vero gioiello dell’antica carpenteria marittima.»
«Si, amico, sappiamo che è una barca di pregio, e
volevamo vederla… dove possiamo trovarla?»
«Il proprietario la adibisce alle crociere per
turisti amanti della navigazione a vela, e per gestire meglio questo servizio,
che sembra redditizio, ha acquistato una piccola darsena nella Fiumara, ma un
po’ più addentro, forse a
Ci sentimmo come rinascere. Ringraziammo il
guardiano e ci avviammo tutti euforici: il veliero esisteva e la profezia era
veritiera! Trovammo presto la darsena privata che aveva una grande insegna: “Giovanni
Miceli – Crociere su velieri”. Poi sotto: “Fiore di Maggio” “Condor dei mari”.
Ma la darsena era vuota; c’era il piccolo edificio della direzione. Lì trovammo
il proprietario che ci accolse molto cordialmente:
«Benvenuti, Signori… immagino che vorrete godervi
una crociera con le mie barche.»
«Certamente» disse il presidente «anche se noi vogliamo
una crociera speciale.»
«Noi siamo in grado di esaudire ogni
richiesta…Giriamo tutto il Mediterraneo, toccando i porti principali. Abbiamo
vari programmi. Il più comune e anche il più breve, è di una settimana:
tocchiamo Palma di Maiorca, Barcellona, Tunisi, Alessandria, Beirut, Pireo. Poi
ce n’è uno di dieci giorni, nel quale si esce dallo Stretto e si tocca Lisbona
e Oporto; e infine abbiamo la crociera più lunga, che dura tre settimane, solo
andata, arriva a Madera e alle Canarie, e al ritorno tocca Casablanca e Orano
prima di rientrare alla base… Insomma ce n’è per tutti i gusti, e a richiesta
possiamo anche variare il percorso e la durata del viaggio.»
«Signor Miceli, noi chiediamo qualcosa di diverso
da una crociera, e siamo stati indirizzati a lei e al suo veliero “Fiore di
Maggio” da un santo eremita; e perciò la preghiamo di ascoltarci pazientemente…»
«Ma certamente!... Però ditemi, questo eremita è
per caso fra Pietro, che vive al Soratte?... Perché ne ho sentito parlare… pare
che faccia dei miracoli…»
«Sì, è proprio lui, e qualche miracolo risulta
anche a noi. Noi siamo un sodalizio religioso, che abbiamo chiamato Adelfia, cioè società fraterna, e vogliamo fondare una comunità cristiana lontano
da Roma e anche dall’Europa, dove ormai è difficile testimoniare Cristo…Ebbene,
l’eremita ci ha detto che dobbiamo andare a fondare questa comunità in un’isola
nuova che è emersa o deve emergere nell’ Oceano Atlantico alla latitudine del
Tropico del Capricorno. Noi crediamo al frate come a un profeta, e la prova
l’abbiamo avuta proprio oggi. Egli infatti ci ha detto che dobbiamo raggiungere
la nostra meta col veliero “Fiore di maggio” che avremmo trovato a Fiumicino. E
l’ abbiamo trovato, se non il veliero, il proprietario… Il frate verrà con noi
e dobbiamo partire il primo maggio… perciò intendiamo prendere in affitto la
sua imbarcazione a cominciare da quella data, e non sappiamo quanto durerà il
viaggio… perciò ci sembra opportuno stabilire un fitto giornaliero…Noi versiamo
subito un anticipo e salderemo il conto alla fine. Lei può prendere
informazioni sulla nostra solvibilità. Io sono il medico XY questi è l’avvocato
KZ quest’altro…»
«Basta, basta, non occorre, di voi mi fido, basta
guardare le vostre facce… e poi siete stati mandati dall’eremita. Ma vi devo
spiegare la situazione… Io non do il veliero in affitto, offro programmi
crocieristici; ogni tipo di crociera ha il suo costo a persona, a seconda che
voglia la cuccetta o si accontenti di un posto protetto in coperta…Ora io, per
regolarmi sul costo, fo conto che ognuno di voi scelga la crociera più lunga,
quella di 21 giorni solo andata, che costa 10.000 euro a persona; quindi devo
sapere quanti siete, (non meno di 25 e non più di 30); nel caso che foste 25,
che è il minimo per partire, il conto è presto fatto; sarebbero 250.000 euro.
Il veliero è collaudato per 40 persone, compreso l’equipaggio. Questo è formato
da cinque marinai, un pilota, due cuochi, e due camerieri; quindi i turisti
imbarcati potranno essere trenta al massimo; i ragazzi al di sotto dei dieci
anni non sono conteggiati, ma non devono essere più di quindici. Questo è
tutto; ora regolatevi.»
«Le condizioni sono chiare e ragionevoli»
intervenne il ragioniere «e a noi sta tutto bene. Nel caso ipotizzato, di 25
persone adulte, noi daremo 125.000 euro in anticipo, il resto a saldo. Ma
vorrei fare una proposta: noi partiamo come comunità organizzata, come fossimo
una sola famiglia e portiamo le nostre provviste alimentari… insomma per il
vitto potremmo provvedere noi… In questo caso non ci sarebbe bisogno dei due
cuochi e dei due camerieri, ci sarebbero altri quattro posti disponibili per
noi, e forse lei potrebbe anche fare un piccolo sconto sulla spesa… Ma a noi
interessano i quattro posti in più.»
«Questo non è possibile, mi dispiace… Non è per lo
sconto, che sarebbe ragionevole concedere… è che quei quattro sono sotto
contratto e fanno parte ufficialmente dell’equipaggio, e io mi troverei in
difficoltà se li lasciassi a terra per sei settimane. E poi, dato che il
veliero al ritorno non avrà più viaggiatori, chi provvederà all’equipaggio di
sei uomini?»
«Il signor Miceli ha perfettamente ragione»
intervenne il presidente «si faccia tutto come nelle normali crociere, col
vitto e il servizio a carico dell’armatore. Ora noi dobbiamo fare nei prossimi
giorni il regolare contratto e dare l’anticipo; lei, signor Miceli, dovrà
organizzare i futuri impegni crocieristici del veliero in modo che esso sia a
nostra completa disposizione dal 1° maggio.»
«Non ci sono difficoltà. Il veliero sarà qui mercoledì
sera, e ripartirà sabato mattina per una crociera di dieci giorni. Se voi
venite giovedì o venerdì, lo potete vedere, e rendervi conto anche della
sistemazione che troverete e dei bagagli che potete portare… Vi avverto che le
cuccette sono soltanto venti; gli altri dovranno dormire in delle nicchie sopra
coperta, abbastanza comode, ma non chiuse. A maggio la temperatura è abbastanza
mite, ma è bene che quelli che dormiranno in coperta portino il sacco a pelo.
Per norma noi imbarchiamo bagaglio per non più di kg
«Siamo d’accordo su queste norme e limitazioni…ma
se noi fossimo più di trenta adulti, come si potrebbe rimediare? C’è una
tolleranza?»
«No, nessuna tolleranza, specialmente per un
viaggio nell’oceano che non è sempre calmo e bonario come il Mediterraneo. Il
veliero finora non ha mai superato le Canarie, ma il pilota è abilitato per
tutti i mari e il legno è robustissimo; ma non dobbiamo mai infrangere le
regole di prudenza… In caso di numero superiore, si potrà organizzare un altro
viaggio anche tra breve, con il “Condor dei mari” il veliero più piccolo, che
ha anche un potente motore ausiliario. In questi giorni è anch’esso in crociera
nel Mediterraneo con quindici turisti.»
«Il “Condor”» dissi io «ci può essere molto utile.
Noi abbiamo bisogno che un battello venga a trovarci nell’isola ogni tanto, per
consegnarci e ricevere la posta; infatti noi apriremo una casella postale a
Fiumicino, dove affluirà tutta la corrispondenza a noi diretta, che il Condor
dovrà prelevare e portarci. Esso poi prenderà la posta in partenza dall’isola.
Potrebbe portarci qualche altro cliente, e magari riportare a casa qualcheduno
dei nostri… che non resiste alla nostalgia… del bel mondo lasciato. Anche per
il Condor faremo un regolare
contratto e daremo un congruo anticipo. Lei è d’accordo?»
«Ma certo… Sarebbe da stolti utilizzare per questi
viaggi frequenti il veliero grande, tanto più costoso. E poi, avendo il motore
ausiliario, il Condor è molto più veloce.»
«Allora, signor Miceli, noi per ora la lasciamo.
Lei intanto prenda le opportune decisioni in modo che il “Fiore di maggio” sia
libero e pronto per noi il 1° maggio… noi torneremo in settimana per visionare
l’imbarcazione… dopo di che stenderemo il contratto e le consegneremo l’assegno
dell’acconto. Dunque, arrivederci. A presto!»
«A presto» ripetè l’armatore e ci strinse
cordialmente la mano. Ma subito, come ricordandosi di una cosa, ci trattenne
quasi alla porta, dicendo:
«Ci possiamo sentire anche per telefono, per ogni
evenienza, perciò vi do il mio biglietto col numero del fisso e del cellulare.»
«Buona idea» disse il presidente «e perciò anch’io
le do i miei numeri» e consegnò il suo biglietto da visita all’armatore, il
quale disse:
«Ho una curiosità: voi parlate di corrispondenza,
di posta ordinaria che va e che viene… ma là non potete usare il cellulare?»
«Mi sono informato» rispose il presidente. «Quella
zona è fuori di ogni collegamento cellulare; per usare il telefonino
bisognerebbe andare a Sant’Elena o all’isola dell’Ascensione, ancora più
lontana. Comunque, anche se ci fosse il collegamento via etere, noi abbiamo
deciso di rinunciare a ogni contatto telefonico, perché il telefono, e
specialmente quello cellulare, è diventato oggi piuttosto un fastidio, essendo
in mano alla pubblicità e anche agli imbroglioni, ai seduttori e ai malavitosi.
Noi torneremo all’antico: lettera va, lettera viene. Scripta manent mentre verba
volant. E poi le chiacchiere per telefono non fanno che far perdere tempo
e, come dice Dante “perder tempo a chi più sa più spiace.”[11]»
«Ben detto, dottore» disse l’armatore «Conosco il
verso dantesco… Il mio professore di liceo ce lo ripeteva spesso per ammonirci…
ho fatto il liceo classico, ma non l’università… Mio padre mi voleva avvocato
come lui, ma io sono stato sedotto dalla marineria dei velieri, partecipavo
alle regate, ero un bravissimo skipper. Ma poi mi è uscita l’ernia del disco e
ho dovuto subito smettere, tirare i remi in barca, come si dice. Ora fo
l’armatore, anche piccolo, e non mi lamento… Ci trovo una certa gratificazione,
anche se molto mediata e indiretta.»
«La sua è un’attività molto interessante, signor
Miceli, e lei la svolge con onestà e professionalità.»
«Grazie del complimento. Arrivederci presto.»
Il successivo giovedì, al pomeriggio, ancora noi
quattro tornammo alla darsena del Signor Miceli e potemmo finalmente ammirare
il “Fiore di Maggio”, maestoso sull’acqua, anche se con le vele ammainate e coi
fiocchi arrotolati. A poppa si leggeva ancora il nome originario “Mayflower”,
sotto il quale una targa metallica diceva: H. Larsen – Bergen – 2096. Era
quindi un veliero di appena quattro anni e sarebbe vissuto a lungo: questi
velieri norvegesi sono costruiti cosi accuratamente e con legname così
resistente che possono navigare senza problemi per cinquanta anni e più. A prua
era scolpita in legno una bella polena: sembrava una sirenetta, ma aveva le
ali, e quindi poteva rappresentare un angelo o un elfo protettore.
Dopo aver osservato ben bene l’esterno, chiedemmo
all’armatore di visitare l’interno. Egli chiamò un marinaio e gli disse di
accompagnarci e guidarci nella visita.
A tribordo una scala era appoggiata alla murata
nella quale si apriva un cancello. Notammo che il parapetto della murata era
alto almeno un metro e mezzo; questo ci rassicurò pensando ai bambini che
avremmo portato, in quanto non potevano sporgersi e cadere in mare. A poppa la
murata era a fitte colonnine, ma sempre della stessa altezza; sicché lì i
bambini avrebbero potuto guardare fuori senza correre alcun pericolo.
Io avevo visitato più di un veliero da regata; ma
questo era tutto diverso. Era evidente che avevano voluto fare un veliero da
diporto o, per meglio dire, per viaggi marittimi sicuri e confortevoli. Forse
il costruttore intendeva imitare proprio il Mayflower che nel 1620 trasportò i
Fratelli Pellegrini in America. Probabilmente il progettista ne aveva una
stampa dell’epoca, e ne aveva copiato il disegno; perciò gli avevano dato quel
nome, che per noi era doppiamente buonaugurante, sia perché quel veliero aveva
felicemente trasportato i puritani inglesi che volevano instaurare un
Cristianesimo evangelico, sia perché per noi Cattolici il Fiore di maggio simboleggia
Saliti sulla tolda percorremmo in lungo e in largo
tutta la coperta, che non immaginavamo così ampia. Il marinaio disse che il
veliero era lungo
«Se volete stipulare il contratto oggi, io ho le
carte bollate necessarie… ma per l’anticipo io posso anche attendere, perché di
voi mi fido.»
«Facciamo tutto oggi» disse il presidente «così non
ci pensiamo più, e ci sentiamo da ambedue le parti vincolati; e quindi
maggiormente impegnati nei rispettivi preparativi e adempimenti. Per l’anticipo
le lascerò l’assegno.»
Fu steso il contratto secondo quanto era già stato
convenuto, e consegnammo l’anticipo. Per il viaggio mensile del Condor, il Miceli confessò che non aveva
fatto ancora i conti del costo di ogni viaggio, e perciò rimandava la stesura
del relativo contratto. Aggiunse che, trattandosi di noi, per lui bastava un
accordo orale con una stretta di mano, perché di noi si fidava pienamente.
«Come noi ci fidiamo pienamente di lei, quindi per
noi va bene anche il semplice accordo orale. Ci faccia però conoscere il costo
di ogni viaggio del Condor, e noi le
daremo come anticipo la metà delle prime sei mensilità cioè, da luglio a
dicembre di quest’anno»
«Pienamente d’accordo; fra giorni le telefonerò per
comunicarle il costo calcolato.»
«E noi le porteremo l’anticipo convenuto. Per ora
la ringraziamo di tutto. Arrivederci a presto.»
Tornavamo a Roma soddisfatti di aver concluso il
contratto che impegnava l’armatore, ma impegnava anche noi di Adelfia. Ormai il
dado era tratto e non potevamo tirarci indietro; se lo avessimo fatto,
perdevamo non solo la faccia, ma anche la notevole somma della caparra. Ma non
sarebbero state queste le sole perdite; avremmo perduto la fiducia in noi
stessi, nel nostro intento, nel nostro proposito; avremmo dimostrato di essere
dei velleitari, dei sognatori. E poi, che cosa avremmo potuto dire all’eremita?
Egli ci aveva dimostrato, anche con la profezia del veliero col suo nome, che
la nostra impresa era benedetta dal Cielo; e noi davanti alla chiamata divina
ci tiravamo indietro? Non avevamo più fede? ci dimostravamo paurosi anche
davanti a tante dimostrazioni del divino favore? No, avremmo tenuto fede al
nostro impegno, confidando nell’aiuto celeste che ci era stato predetto dal
santo frate.
Questi erano i miei pensieri durante il viaggio di
ritorno, e simili erano quelli dei miei compagni, come potei constatare dalle
poche frasi che ci scambiammo in quell’ora di macchina. Prima di lasciarci il
presidente ci comunicò che avrebbe convocato l’ecclesia (tutti gli iscritti, comprese le donne) per la domenica
alle ore 17.
«Però» disse «penso che il mio salone non abbia la
capienza per tutti, perciò vorrei sapere se qualcuno di voi ha un locale più
grande da mettere a disposizione.»
«Io penso di averlo» dissi «perché il mio salone è
separato dallo studio da un semplice tendaggio, tirando il quale si ha
praticamente un salone doppio»
«Molto bene, avvocato; sicché convocherò
l’assemblea a casa tua. Ma tu hai anche sedie a sufficienza o te ne devo
mandare delle mie?»
«Non occorrono, presidente; tra sedie, divani,
poltrone e poltroncine, penso di non far restare in piedi gli ospiti.»
«Meglio così. Dobbiamo parlare a lungo, e in tutta
sincerità e chiarezza, su quello che ora incombe su ognuno di noi… la
preparazione materiale (casa, impiego, affari ecc.) e, ancora più importante,
quella spirituale della famiglia, cioè della partecipazione delle mogli e dei
figli, la quale, come più volte ho detto, deve essere del tutto spontanea. E
poi l’acquisto delle provviste comunitarie, compito dell’economo e del suo
aiutante, ma ne dobbiamo parlare anche in assemblea, per metterci d’accordo
sugli articoli e sulla quantità. Comunque, avremo tempo di decidere su tutto, e
insieme potremo risolvere ogni problema pratico; ma ognuno deve mostrare il suo
spirito d’iniziativa e avanzare le proposte che ritiene opportune.»
Ci separammo dandoci l’appuntamento in casa mia per
domenica pomeriggio; io avrei avvertito tutti gli altri soci.
Dopo cena, mentre aiutavo mia moglie Rosa a
rigovernare, le riferii tutto quello che avevamo fatto a Fiumicino, del
contratto già stipulato e della bella impressione che ci aveva fatto il veliero
che ci doveva trasportare. I figli si erano accorti, i due più grandi, che
stavano parlando del misterioso viaggio di cui avevano orecchiato qualcosa da
mesi, e perciò non lasciavano la cucina, tutti curiosi di sapere che cosa
bolliva in pentola; la più piccola voleva restare accanto ai grandi, e capire
anch’essa che cosa si stava preparando.
Mamma Rosa voleva che andassero a letto, affinché
noi potessimo parlare più liberamente; ma io le feci capire che era meglio
lasciarli stare, dato che lo desideravano, evidentemente perché erano
interessati a quello di cui noi discutevamo. Domenico, il più grande, aveva 14
anni e frequentava l’ultimo anno di scuola media. Gli avevamo messo quel nome
non solo perché era quello di mio padre, ma anche perché era benaugurante, in
quanto significa “del Signore”. Egli, essendo intuitivo, anche dal poco che
aveva sentito, aveva già vagamente capito che cosa l’Adelfia voleva fare, e perciò era molto interessato al discorso dei
genitori.
Angelo, di 11 anni, frequentava l’ultimo anno della
scuola primaria, e anche lui aveva capito qualcosa di quanto si preparava. Era
stato chiamato Angelo sia perché era il nome del nonno materno, mio suocero,
sia perché richiamava la protezione dell’Angelo Custode al quale ogni bambino è
affidato dal Padre Celeste sin dalla nascita. Era un bambino docile e
riflessivo, che si voleva rendere conto di ogni cosa, e quindi anche lui amava
ascoltare e capire quello che io e la mamma ci stavamo dicendo.
Luigia, la terza
figlia (non dicevamo mai l’ultima,
perché desideravamo altri figli) non aveva ancora quattro anni. Non frequentava
la scuola infantile, perché la mamma, essendo casalinga, preferiva provvedere
lei stessa all’educazione della bambina, altrimenti nella mattinata si sarebbe
sentita troppo sola. Avendo il diploma di scuola superiore, si sentiva
pienamente in grado di farle da maestra d’infanzia. L’avevamo chiamata Luigia
(in casa Luisa) dal nome di mia madre. Se avessimo avuto un’altra femmina,
l’avremmo chiamata Maria, dal nome di mia suocera. Luisa era vivacissima,
voleva giocare sempre coi fratelli, anche quando essi studiavano e facevano i
loro compiti. Tra i genitori era più legata a me; quando ero in casa, mi si
aggirava sempre intorno a mi faceva mille domande. Quando si accorgeva che
dovevo uscire, mi prendeva subito la mano e voleva uscire con me. Io cercavo di
accontentarla, ma talora, dovendo andare a delle riunioni riservate o in
tribunale, non potevo prenderla con me, e allora erano pianti e pianti. Ma il
più delle volte la accontentavo, e allora lei tutta felice si attaccava alla
mia mano e non la lasciava più. Per la strada, quasi saltellava al mio fianco
e, sorridente e vezzosa qual era, faceva
voltare la gente. Naturalmente quella sera Luisa non aveva nessuna voglia di
andare a letto, voleva stare accanto ai fratelli e ascoltare quello che si
dicevano i genitori. Più che raccontare, preferisco riportare il nostro
dialogo, che ricordo molto bene.
«Dunque, cara Rosa, il 1° Maggio si partirà, e noi
dobbiamo decidere, se partire tutti o in parte o nessuno. Tutte e tre le
ipotesi hanno il pro e il contro… il lato positivo e quello negativo.»
«Me ne rendo conto anch’io, e perciò ne dobbiamo
parlare, valutando i vantaggi e le difficoltà di ogni soluzione.»
«Partire tutti insieme, conservare la famiglia
unita, sarebbe la cosa più bella… Per noi genitori non ci sarebbero difficoltà:
tu sei casalinga e non hai impegni esterni. Io posso benissimo lasciare lo
studio legale al giovane avvocato che da più di un anno mi sta aiutando molto
bene. Ma ci sono i figli: a giugno Domenico dovrebbe sostenere l’esame di
licenza media, Angelo quello di licenza elementare: perché farglieli perdere?»
«Si potrebbe lasciarli qui ancora per qualche mese,
affidandoli ai miei genitori, che li ospiterebbero molto volentieri, e partire
tu, io e Luisa. Ma i ragazzi sarebbero contenti? E Luisa, che non ha ancora
quattro anni, potrà sopportare un lungo viaggio di mare, e poi un soggiorno
che, almeno nei primi tempi, non potrà che essere scomodo e difficoltoso ad età
così tenera?»
«Quella che hai fatto è la seconda ipotesi, la
quale non può piacere a tutti i componenti della famiglia. E non piace neppure
al nostro presidente, il quale ci ha raccomandato di non smembrare le famiglie.
Secondo lui dovrei rinunciare alla partenza anch’io, almeno per ora. Questa
soluzione dispiacerebbe, credo, solo a me.»
«No, caro, dispiace anche a me… Tu ti sei gettato
anima e corpo in questa impresa, che è la realizzazione della tua aspirazione
profonda… e ora ne sentiresti profondamente la frustrazione. Dispiacerà
certamente anche ai tuoi consoci, che ti stimano e ti hanno eletto loro
segretario, e specialmente al presidente che ti considera il suo migliore amico
e coadiutore. Insomma questa sarebbe non una soluzione, ma una non-soluzione,
una fuga… una rinuncia senza compenso.»
«Il compenso sarebbe l’unione della famiglia…»
«L’unione della famiglia non è in discussione, non
è in pericolo, essa è fondata nei nostri cuori, è radicata nell’amore, tra noi
e coi figli.»
«Se ho capito, Rosa, tu propendi per la soluzione
di lasciare temporaneamente qui i due figli con impegni scolastici, e partire
noi due con Luisa…»
«Per l’appunto, è la soluzione mediana, e quasi sempre “in medio stat virtus”».
«Diciamo che, per ora, ci sembra preferibile, ma ci
possiamo tornare sopra… ci possiamo ripensare… la notte porta consiglio. E poi,
non sappiamo come la pensano i figli… dobbiamo parlare con loro… sentire le
loro preferenze.»
«Domenico e Angelo hanno ascoltato tutto il nostro
ragionamento, e penso che lo abbiano capito, e possiamo sentire subito il loro
parere… Perché rimandare a domani quello che possiamo fare stasera?»
«D’accordo… Voi due» dissi rivolgendomi ad essi «avete
seguito la nostra conversazione…Già sapete della nostra associazione e del
nostro intento… qualche volta vi ho anche portato alla riunione. Ora quello che
si progettava sta per realizzarsi sotto la guida di Pietro l’eremita, di cui pure
voi avete sentito parlare. La partenza per questa impresa missionaria è fissata per il 1°maggio; ora siamo quasi a
fine marzo… quindi è opportuno decidere fin d’ora che cosa intendiamo fare come
famiglia. Per voi sarebbe un peccato perdere gli esami conclusivi del ciclo
scolastico, e perciò la migliore soluzione ci sembra quella di lasciarvi coi
nonni Angelo e Maria sino a tutto giugno, in modo che possiate coronare i
vostri studi. I nonni non occorre interpellarli, perché saranno certamente
felicissimi di ospitarvi; ma voi ci dovete riflettere: ve la sentite di
rimanere per un paio di mesi con i nonni? Dopo gli esami o io o la mamma
verremo a prendervi; e la famiglia si riunirà. Io e mamma partiremmo il 1°
maggio con Luisa, la quale non può ancora capire la cosa, ma ci seguirà
volentieri.»
La bambina, che era stata attentissima al discorso
rivolto ai fratelli, al sentire il suo nome si alzò di botto dalla sua
sediolina e corse ad afferrare la mia mano, quasi gridando:
«Io sempre con papà, io non lascio più la mano di
papà! E’ vero, papà, che non mi lascerai mai?»
«Sì, Luisa, non temere, il babbo non ti lascerà
mai… e neppure la mamma, che ti vuol tanto bene.»
«Ma io voglio stare sempre col mio papà.»
Essa diceva spesso così, e Rosa non se la prendeva,
sapendo che le femmine mostrano spesso questo attaccamento particolare al
padre. Quando sentì ripetere questo ritornello, con un finto broncio le disse:
«Ah, tu vuoi bene solo a papà? Allora io mi prendo
un’altra bambina che vuole bene solo a me!»
«E come si chiama quest’altra bambina?»
«Si chiama Maria… è un bel nome… no?»
«E dove sta questa Maria?»
«E’ in viaggio, ma arriverà presto se tu
continuerai a dire che vuoi bene solo a papà»
«Ma io, mamma» disse allora con la sua voce soave e
carezzevole «non ho detto che voglio bene
solo a papà, ma che voglio stare sempre con papà… anche alla mamma
voglio bene, tanto bene.»
Così dicendo corse a nascondere la sua testa bionda
in grembo a Rosa.
Dopo questa interruzione che quasi ci commosse, io
mi rivolsi ancora ai due maschi:
«Rimanere due mesi lontano dai genitori vi può
creare dei problemi, non solo affettivi, ma anche di ordine pratico. Perciò ci
dovete riflettere. Se non siete d’accordo, è inevitabile che si rimanga tutti a
Roma. E’ impensabile sia che vi portiamo con noi controvoglia, sia che vi
lasciamo qui a Roma contro il vostro interesse e la vostra volontà.»
«Io e Angelo» disse Domenico «non siamo più dei
bambocci bisognosi di coccole. Ci rendiamo conto di tutta la situazione, e
anche degli impegni che voi avete sia nella famiglia, sia nell’associazione. Ne
ho parlato con mio fratello, e la decisione di rimanere a Roma per completare
la scuola ci sembra l’unica ragionevole… Piuttosto ci preoccupa il prosieguo
degli studi, il nostro avvenire scolastico: Angelo dovrebbe fare la media, io
il liceo; come faremo? Come potremo continuare i nostri studi? Dobbiamo tornare
a Roma o li dobbiamo interrompere?»
«Avete fatto bene a porre la domanda, che anch’io
mi ero posta, ma a cui finora non avevo dato alcuna risposta. Anche perché non
sappiamo che tipo di vita e di attività ci sarà possibile in quella nuova
terra. Quale organizzazione sociale ci potremo dare, quali necessità e
possibilità avremo. Comunque anche là i ragazzi dovranno ricevere una cultura
di base, e soprattutto un’educazione profondamente cristiana, basata sull’amore
di Dio e del prossimo, sulla libertà, sull’uguaglianza e sul lavoro.»
«Ma quale lavoro, papà?» chiese Angelo «Là sarà
come qui? Chi fa un lavoro manuale, chi uno intellettuale? E quali potrebbero
essere precisamente questi lavori?»
«Su questo, cari figli, non posso dare una risposta
precisa… Non sappiamo quali potranno essere le nostre necessità in quell’isola…
Certamente ci dovremo procurare il sostentamento col lavoro della terra, e
quindi l’agricoltura sarà un’attività base. Ma oltre al vitto c’è l’alloggio, e
quindi la costruzione di case di abitazione, e innanzitutto di una casa di
adorazione e di divina presenza. Le necessità saranno tante e cercheremo di
risolverle a mano a mano che ne sentiremo l’urgenza, anche quella della scuola.»
«Io penso» disse a questo punto Rosa «che i ragazzi
dovrebbero per ora continuare gli studi secondo l’ordinamento scolastico italiano.
Angelo farà la scuola Media, Domenico il liceo. Come? Ci informiamo dei
programmi, ci procuriamo i libri di testo, ci teniamo in contatto con qualche
amico studente che conosciamo diligente e accurato… insomma cerchiamo di far
svolgere ai nostri figlioli gli stessi programmi delle scuole pubbliche.»
«Sì, Rosa, e anche noi genitori possiamo dare una
mano. Io ho fatto il liceo classico, tu lo scientifico e poi qualche anno di
Pedagogia prima di sposarti. Volendo dedicarti alla famiglia, non continuasti
l’università, ma una buona cultura ce l’hai. Poi potremo ricorrere alle
dispense che alcuni seri istituti pubblicano per gli studenti privatisti. Ce ne
sono delle ottime, per le varie materie e per i vari gradi di studi.»
«Poi nell’associazione ci sono alcuni che possono
impegnarsi nel campo educativo e scolastico. Tu mi hai detto che c’è un maestro
elementare laureato in Pedagogia, e anche un professore di Lettere da poco in
pensione.»
«Sì, essi sono molto competenti, e certamente si
metteranno a disposizione, me l’hanno già detto… Domenico e Angelo, come i coetanei
delle altre famiglie (credo siano non meno di dieci), potranno continuare gli
studi, e magari tornare in Italia ogni anno per sostenere gli esami di idoneità
o di licenza, da privatisti. Laggiù non resteremo isolati. Il veloce “Condor”
terrà i collegamenti mensili.»
«Di questo “Condor”» disse Domenico «non ci hai mai
parlato, ma soltanto del “ Fiore di maggio”, quello ingaggiato per il viaggio… »
«Si, anch’io non ne sapevo niente fino all’altro
giorno. E’ un veliero più piccolo, dello stesso armatore, e ha il motore
ausiliario, che mette in moto durante le bonacce, e quindi risulta più veloce
del veliero grande. Abbiamo convenuto con il proprietario che esso verrà ogni
mese a visitarci… Non vi piacerebbe, ragazzi, di farvi ogni anno un viaggio veloce
di andata e ritorno con questo “Condor”? Magari per venire a Roma e sostenere
gli esami?»
«Certo che ci piacerebbe, papà; non abbiamo mai
fatto un viaggio per mare neppure breve.»
«Questo col Condor
sarà lungo e interessante. Io finora ho visto solo il veliero grande, e sono
curioso di vedere quello piccolo, che mi dicono snello e grazioso. Mi informerò
dal signor Miceli sulla data del suo ritorno, e allora vi porterò a vederlo.
Siete contenti?»
«Sì, papà, contentissimi; ma questa volta mantieni
la promessa, papà, perché, confessalo, non sempre le hai mantenute…»
«Sì, è vero, ciò è avvenuto un paio di volte, per
causa di forza maggiore. Ma questa volta non accadrà.»
«Lo speriamo, papà, e che sia presto.»
Così finì quella conversazione in famiglia. Si era
fatto tardi e andammo tutti a dormire, con la mente ingombra di velieri e di
crociere, che qualcuno poi anche sognò.
La settimana seguente, un giovedì, avendo saputo
dal signor Miceli che tutt’e due i velieri erano nella darsena, non lasciai
scappare la bella occasione, e portai moglie e figli a vederli. Ne rimasero
ammirati, i ragazzi soprattutto del Condor,
per la sua elegante snellezza, che per loro equivaleva a velocità, anche senza
il motore. L’armatore volle compiacere alle aspettative dei ragazzi, e fece
alzare le vele del Condor, che è anch’esso a due alberi, però le vele non sono
latine, ma a randa aurica, e ha un solo fiocco, ma così grande che, teso tra lo
strallo e il bompresso, sembra una terza vela. Stemmo lì a guardare e parlare,
con l’armatore e con qualche marinaio, per circa due ore, e tornammo a Roma
tutti soddisfatti e anche più decisi alla partenza, considerata dai ragazzi
come un bella crociera ai Tropici.
Quello che io avevo fatto nella mia famiglia circa
la partenza, lo fecero tutti gli sposati con prole, e fu deciso che i ragazzi
con impegni scolastici, specie con esami, come i nostri due, dovevano rimanere
per ora a Roma, affidati a nonni o zii; mentre gli altri, tra cui due figli del
presidente, i quali non avevano obblighi di esami, partivano con i genitori. Il
numero dei partenti adulti di Adelfia era di 30 compreso il frate.
Con lui avemmo altri due incontri per concordare
gli ultimi particolari. Ci disse che avrebbe portato l’occorrente per dir messa
nella nuova terra, calice, patena, pisside,un crocifisso in legno, e anche un
certo numero di ostie non consacrate, perché là, nei primi tempi, difficilmente
si sarebbe potuto prepararle, dovendo essere di pane azzimo. Voleva portare
anche una damigianetta di vino rosso per
L’ultima volta che siamo stati allo speco, vi
abbiamo trovato anche un altro frate, che l’eremita ci presentò:
«Questo è fra Matteo… anche lui del convento di Perugia… Ma lui non
è stato cacciato come me, lui è scappato. Avendo saputo di me e della nostra spedizione missionaria, vorrebbe partire
assolutamente con noi… Ma non è possibile, almeno per ora. Però rimarrà eremita
in questa grotta e continuerà a dir messa per quelli che frequentano la domenica
la mia chiesetta, poi si vedrà. Noi due ci terremo in contatto epistolare, per
informarci reciprocamente, lui delle cose di qui, io delle cose di là.»
Stringemmo la mano a fra Matteo che appariva piuttosto
giovane, non più di trent’anni, mentre l’eremita ne mostrava almeno sessanta.
Apprendemmo con soddisfazione che l’ostetrica
partiva con noi, e anche il farmacista di Sant’Oreste, che aveva la moglie in
stato interessante. Egli da qualche tempo si era aggregato a un farmacista
amico, al quale avrebbe lasciato la farmacia con tutto l’arredo e i medicinali.
Ma di questi aveva preso una buona scorta di quelli più necessari e comuni, da
portare al seguito, con un corredo di ovatta, garze e siringhe.
Per noi fu una vera provvidenza. In tal modo il
servizio sanitario era pienamente assicurato, col medico, il farmacista e
l’ostetrica. Mancava l’infermiere, ma per questa funzione quasi tutte le madri
di famiglia hanno una vocazione innata, e anche alcuni padri, tra i quali sono
io.
L’economo fece presente che pensava di comprare una
ventina di tende e una trentina di lettini metallici ripiegabili e forniti di
un sottile materassino di gommapiuma.
Nell’ultima riunione stabilimmo l’elenco dei
partenti; eravamo 30 adulti col frate, più i ragazzi.
L’economo ci comunicò qual era la somma complessiva
già spesa, che lui aveva diviso in 30 quote, quanti erano i partenti adulti.
Il presidente disse che la quota del frate l’avrebbe
pagata lui; io mi offrii ad aiutare tre soci che si trovavano in difficoltà.
Infatti ero ben fornito di contante, in quanto avevo venduto da poco un fondo
rustico a un agricoltore confinante che lo desiderava e lo pagò al prezzo
giusto, senza approfittare della mia fretta di liberarmene in vista della
partenza.
Gli ultimi giorni di aprile furono per tutti noi di
attività febbrile per preparare i bagagli personali. Specialmente le mamme con
i bambini piccoli erano preoccupate, temendo di dimenticare cose necessarie.
Esse stilavano i loro elenchi degli oggetti, e pur
constatando che questi già riempivano parecchie valigie, erano più propense ad
aggiungere che a togliere, e quasi sempre doveva intervenire il marito per
snellire il bagaglio personale e riportarlo al limite consentito di
Le massaie molto previdenti aggiunsero alle borse
un corredo di filo (bianco e nero), aghi di varia misura, forbici, bottoni
vari, e un metro arrotolabile, tutti oggetti molto utili (direi indispensabili)
e di pochissimo peso.
Proprio la vigilia della partenza Rosa mi disse:
«Ma là, come faremo ad accendere il fuoco? Dobbiamo
portare scatole di fiammiferi, pacchi di candele e almeno un fornello a gas con
bomboletta piena.»
«Sono cose necessarie, ma credo che ci avrà
pensato, per tutti, l’economo»
«Ne sei sicuro? Non è il caso di accertarsi?.»
Certamente era il caso.
Telefonai all’amico, e mi rispose che lui non aveva
pensato a quelle cose, considerandole incombenze familiari. Gli dissi di
provvedere lui per tutti. Fu veramente provvidenziale l’intervento di mia
moglie, perché, come appurai subito dopo, nessuna famiglia aveva pensato a una
scorta di quelle cose così necessarie.
E che sarebbe successo se fossimo sbarcati là senza
fiammiferi?
Come avremmo potuto accendere il fuoco?
Coi bastoncini?
Il pericolo corso ci insegnò a essere più attenti e
previdenti, affinché non avvenisse più di cadere in tali dimenticanze, che potevano
avere gravi conseguenze. Chiuse le valigie, le borse e i borsoni, quasi tutti avevamo
dimenticato qualcosa di utile; ma ringraziavamo Dio che ci aveva fatto
ricordare una cosa così necessaria come i fiammiferi.
Il 1° maggio, come d’accordo, cominciammo ad
affluire alla darsena del signor Miceli alle ore otto. Ci facemmo trasportare
da amici o parenti con le loro automobili. Il frate, accompagnato da fra
Matteo, arrivò tra i primi, con due borsoni pieni dei suoi sacramentali. Si era fatto portare da uno dei suoi devoti di
Sant’Oreste; il farmacista con la moglie era stato accompagnato dal collega a
cui aveva lasciato la farmacia.
L’armatore ci accolse cordialmente, strinse a tutti
la mano e ci offrì caffè con biscotti nel suo ufficio. Poi cominciammo a salire
sulla nave. Alla fiancata era issata la scala per salire a bordo; c’erano i
marinai che prendevano i nostri bagagli e li trasportavano nel bagagliaio che si
apriva a poppa, mentre le borse e valigette restavano con noi.
Alle dieci le operazioni d’imbarco erano terminate.
L’eremita aiutato da fra Matteo aveva già aperto sulla tolda il suo altarino portatile
e, indossata cotta e stola, recitò con noi il Padre nostro e ci dette la benedizione col crocifisso che era
sull’altare Era presente anche il signor Miceli, che subito dopo la cerimonia
salutò il nostro presidente e, disceso dal veliero assieme a fra Matteo, diede
al pilota, con un cenno della mano, il segnale della partenza.
I marinai mollarono le cime d’ormeggio dalle bitte
della darsena, e poi si affrettarono a salire sull’imbarcazione, ritirarono la
scaletta e assieme ai compagni arrotolarono le gomene alle fiancate della nave,
la quale ora era libera e cominciò a staccarsi lentamente dal molo per la
spinta della corrente discendente. Alla spinta dell’acqua del Tevere il pilota
aggiunse quella del vento, facendo tendere lo strallo dei fiocchi che si
gonfiarono al soffio della leggera brezza.
La manovra non era facile, data la strettezza del
canale, e perché il timone non aveva quasi nessuna presa per la lentezza del
veliero, che la corrente discendente del fiume spingeva verso la foce. Per
controllare meglio l’imbarcazione nell’entrata e nell’uscita dalla Fiumara,
l’armatore gli aveva applicato a poppa due grossi e lunghi remi i quali,
facendo fulcro in uno scalmo metallico a forcella e manovrati ognuno da due
marinai, tenevano il vascello nella direzione voluta, cioè al centro del
canale, dove esso è più profondo e non si rischia d’arenarsi.
Io, che m’intendo un po’ di marineria, ero tutto
attento alle manovre, comandate via via dal pilota, che mi apparve molto
esperto e attento. Ci mettemmo quasi un’ora per raggiungere il mare aperto.
Allora furono alzate le due vele e ritirati in barca i remi, perché il timone
bastava a dirigere l’imbarcazione con assoluta precisione. Il pilota, per
rilassarsi, si accese una sigaretta e me ne offrì una. Gli dissi che noi di Adelfia avevamo bandito il fumo, sia
perché fa male sia perché costa denaro, che si può impiegare più utilmente. Lui
fu d’accordo e lodò il nostro proposito, ma per lui la sigaretta era una
necessità.
«Per guidare una nave» mi disse «ci vuole molta
attenzione e vigilanza continua, e per stare ben vigili, specialmente di notte,
aiutano due cose: la sigaretta e il caffè. Certamente non bisogna esagerare né
con l’una né con l’altro, e io, che ho moglie e figli, cerco di controllarmi.»
Mi sembrò un uomo sincero e colloquiale, e perciò
gli chiesi di lui e della sua famiglia. Era un napoletano verace, ma la moglie
era di Ostia, e avevano quattro figli, dai venti ai cinque anni, un maschio e
tre femmine. Conversando mi portò al suo ufficio sul castello di prua, dove su
un ampio tavolo erano stese le carte nautiche del Mediterraneo e
dell’Atlantico, con le rotte che il veliero normalmente seguiva.
Mi mostrò la bussola giroscopica e mi fece vedere
che stavamo navigando in direzione sud-sud-ovest, verso Capo Teulada. Avremmo
potuto dirigerci a ovest e passare tra Sardegna e Corsica attraverso le Bocche
di Bonifacio, percorso che lui faceva quasi sempre nelle crociere, che
generalmente avevano come primo scalo Palma di Maiorca.
Ma questa volta dovevamo percorrere il Mediterraneo
senza scalo; solo a Las Palmas, nelle Canarie, ci saremmo fermati mezza
giornata, per imbarcare acqua e provviste fresche. Da lì la rotta sarebbe stata
verso sud-ovest, sino al Tropico del Capricorno, a circa 540 miglia a sud di
Sant’Elena e sul meridiano dell’Ascensione. Mi mostrò sulla carta nautica il
punto preciso che avremmo dovuto raggiungere, secondo quanto comunicatogli
dall’armatore.
Col dito puntato sulla carta il bravo pilota,
guardandomi in viso, mi chiese:
«E in questo punto dell’Oceano, avvocato, che cosa
troveremo? Qui c’è il vuoto. Ci vogliono migliaia di miglia per arrivare alle
Falkland, ancor di più per arrivare alla desolata Georgia Australe. Sia sincero
con me, avvocato. Sì, ho sentito che volete sbarcare nell’isola di Atlantide,
che dovrebbe riemergere dall’Oceano dopo migliaia di secoli. Ma ciò è
credibile?»
«Non è impossibile, amico. Le placche terrestri
sottomarine potrebbero scollarsi per
l’urto del magma interno ruotante, e un’enorme massa di sial essere spinto alla
superficie e formare un’isola più o meno grande.»
«Questo è possibile, se ne sono avuti anche alcuni
esempi, sono le isole vulcaniche che però per secoli non sono abitabili, finché
le rocce eruttive sotto l’azione degli agenti atmosferici non si siano
trasformate in terreno coltivabile.»
«Tutto ciò può avvenire per cause naturali. Ma non
dimentichiamo che c’è un Dio che ha creato il cielo e la terra, che può tutto,
e ci ha promesso, in opposizione alla corrotta Babilonia di questo mondo, “un
nuovo cielo e una nuova terra”.»
«Sì, ne ho sentito parlare, e ciò avverrebbe con
«Complimenti, amico, vedo che ha una cultura
biblica… Posso chiederle come ha potuto acquisirla?»
«Quando stavo a Napoli, avendo interesse per i
problemi religiosi, frequentai saltuariamente un corso di teologia per laici.»
«Mi compiaccio, amico; non avrei mai pensato che un
uomo di mare potesse inclinare a certi studi.»
«Perché meravigliarsi? La vista delle immensità
marine spesso ci porta ad ammirare il Creatore… E poi la solitudine, il
silenzio e la veglia ci fanno riflettere sul senso della vita… sul destino
dell’uomo e sulla sorte ultima di questo mondo che ha perduto i valori… Quelle
che una volta erano regole di vita, come onestà laboriosità solidarietà, oggi
sono eccezioni.»
«Sono contento di aver trovato uno interessato come
me ai problemi morali e religiosi, e spero non le dispiacerà se, nei momenti di
navigazione tranquilla, verrò talvolta a conversare con lei.»
«Anzi per me sarà un piacere.»
A questo punto sentimmo cinque rintocchi di
campana: era il segnale del pranzo. La campana, alta circa trenta centimetri,
era fissata con una staffa all’albero di trinchetto, e veniva sonata con un
martello di bronzo, appeso all’albero.
Scesi sottocoperta dove trovai tutti gli altri già
seduti intorno a un tavolo rotondo, e gustai il primo pranzo di bordo, che era
a base di pesce e fu molto apprezzato.
Dopo ci concedemmo una siesta più o meno lunga,
secondo le esigenze personali. La mia fu breve perché avevo desiderio di
seguire la navigazione, con la speranza di vedere i delfini o qualche cetaceo
più grande, dato che anche le balene non erano rare nel Mediterraneo.
I ragazzi erano i più curiosi e affollavano la
cancellata di poppa, tutti tesi a guardare la scia e il battello trainato dal
veliero. Questo ora navigava abbastanza veloce, perché il vento era rinforzato,
e andavamo di bolina larga, come mi disse il nocchiero che manovrava la ruota
del timone dietro i comandi del pilota che gli arrivavano col citofono. Gli
chiesi la velocità, ma mi disse che la dovevamo chiedere al comandante, il
quale la rilevava coi suoi strumenti. Rimasi un bel po’ alla balaustrata
poppiera a chiacchierare con Rosa che era lì anche lei con Luisa, la quale di
tanto in tanto voleva venire in braccio a me, per vedere meglio.
Al battello trainato dal veliero finora non avevo
fatto caso; ma ora che lo vidi ballonzolare sull’onda di scia, lo osservai
meglio. Era in legno di sette-otto metri, con due remi tirati in barca, già
fissati agli scalmi con stroppi di canapo. Sentii un ragazzo che diceva:
«Quella è la nostra scialuppa di salvataggio,
navighiamo al sicuro.»
Quel battello non poteva contenere più di
otto-dieci persone, e quindi non poteva essere la scialuppa di salvataggio.
Non volli contraddire il ragazzo per non
allarmarlo, ma pensai a un possibile naufragio; e le scialuppe di salvataggio
per quaranta persone dov’erano? Sopra coperta non avevo visto nessuna
imbarcazione; eppure ci dovevano essere, almeno due e di almeno dieci metri.
Erano sottocoperta? ma con quale criterio? Non potevo credere a una cosa così
scriteriata in un veliero così ordinato, e cercai subito il pilota, per esserne
rassicurato. Senza preamboli gli chiesi:
«Le scialuppe di salvataggio dove le tenete? Noi
vediamo solo quel battello che trainate, che può accogliere sì e no dieci
uomini; e allora?»
«Spero che non si sia allarmato, pensando che non
le portassimo, ma sono obbligatorie, regolamentari.»
«Regolamentari sì, certamente, per un veliero da
crociera, ma dove le tenete? Dove le nascondete? Dovrebbero essere sopra
coperta, affiancate alle murate, pronte per l’uso… che Dio non voglia.»
«Se si è preoccupato, ne ha ben ragione, e io me ne
debbo scusare. Ma pensavo, come di solito, di fare una lezione-prova di
salvataggio domani in mattinata, perché stasera è troppo tardi. Le scialuppe di
salvataggio stanno in quel casotto di poppa: sono quattro canotti
immediatamente gonfiabili con bombole annesse, e ognuno della capienza di dieci
persone. Sono di assoluta sicurezza, non di gomma, ma di una fibra sintetica
particolare, e noi stessi li abbiamo provati più di una volta. Domani mattina
ve li mostrerò, e così chi si è preoccupato riacquisterà la sua tranquillità.
L’ imbarcazione che trainiamo è il cosiddetto tender, cioè il battello di servizio della nave. Ci serve quando gettiamo
l’ancora al di fuori di un porto, e dobbiamo mandare dei marinai a terra per
fare la spesa o per qualche altra necessità o anche per concedere loro un breve
permesso.»
Mi ricordai della velocità del veliero, che il
nocchiero non mi aveva potuto precisare, e approfittai per chiederlo.
«Ora filiamo a 8 nodi[12],
e dall’uscita in mare aperto, in sette ore abbiamo percorso 56 miglia[13],
e ci stiamo avvicinando a Capo Teulada, che
doppieremo tra un’ora.»
Mentre conversavo col pilota, sentimmo un grido
festoso proveniente dalla poppa. Il pilota, senza scomporsi, disse:
«Hanno visto i delfini, molto comuni in queste
acque, e ci seguiranno certamente fino a sera.»
Io ero un poco emozionato, salutai l’amico e corsi
a vederli.
Specialmente i bambini e i ragazzi erano
entusiasmati, e battendo le mani e gridando facevano festa ai cetacei che
sembravano gradire quella festosa accoglienza e si facevano sempre più vicini
al veliero, tuffandosi tutti insieme come a un comando e poi riemergendo a
testa alta quasi per scrutarci.
Un ragazzo, che aveva in mano un panino, lo gettò
in acqua, e un delfino fu pronto a prenderlo al volo, suscitando le
acclamazioni dei bambini. Dalla cucina salì in coperta un cuoco con un secchio,
pieno dei resti del pranzo, e lo versò in mare. I delfini sembrava che non
aspettassero altro e in un battibaleno fecero sparire quei rimasugli di cibo.
Il cuoco ci disse che lo faceva ogni giorno, e i
delfini seguivano il veliero per gustarsi quegli extra. Eravamo tutti affollati
a poppa ad ammirare i tuffi e i salti dei delfini, e quando ormai eravamo sazi
di quello spettacolo, il presidente ci invitò a sederci su dei banchi che erano
appoggiati alle murate, perché ci voleva parlare.
Egli infatti disse:
« Qui sul
veliero non abbiamo niente da fare, ma non dobbiamo stare in ozio. Innanzi
tutto dobbiamo pensare a Dio, lodarlo e pregarlo. Fra Pietro alle 19,30 officierà
la funzione serale col santo Rosario e la benedizione, e domattina alle 8 dirà
Dobbiamo però curare anche la mente, con
l’acquisizione di nozioni geografiche, storiche, scientifiche, letterarie,
tecniche, e questo soprattutto a beneficio dei ragazzi che frequentavano la
scuola. Insomma anche qui, e per tutta la durata del viaggio, avremo le nostre
lezioni di varia cultura, date da coloro che, in ogni materia, hanno una
qualche preparazione. Abbiamo dei laureati, dei diplomati, dei tecnici, degli
esperti di agricoltura e di marineria… ognuno può insegnare qualcosa che
conosce meglio degli altri. Le lezioni possono essere anche estemporanee,
motivate da qualche fatto o occasione o spettacolo. Per esempio, lo spettacolo
di questi delfini potrebbe indurre qualcuno, che conosce la zoologia marina, a
parlarci dei cetacei.
Tra noi non c’è nessuno professore di scienze, ma
forse qualcuno conosce l’argomento meglio degli altri. Chi è che ne vuol
parlare, non certamente in modo scientifico ma, per intenderci, amatoriale,
anche per accontentare i ragazzi, così interessati a questi animali marini?»
Si alzò il professore in pensione e disse:
«Non sono un esperto della materia… Per 40 anni ho
insegnato Italiano, Latino e Greco, più storia e geografia; ma i cetacei, e
soprattutto i delfini, mi hanno sempre interessato, anche per alcuni riscontri
letterari latini e greci.
Gli antichi consideravano i delfini amici degli
uomini, e alcuni scrittori hanno riportato episodi della loro filantropia.
Plinio il Vecchio nella sua Storia
Naturale, che è una grande enciclopedia in 37 libri, ne riporta due esempi.
Un ragazzo di Baia, che andava a scuola a Pozzuoli, doveva fare un tratto di
strada lungo la riva del lago Lucrino, collegato col mare, e talora i delfini
lo raggiungevano. Egli era solito fermarsi in un punto rilevato della riva per
riposarsi e consumare la colazione. Un delfino un giorno gli si avvicinò, e il
ragazzo gli gettò del cibo che esso prese a volo. I giorni successivi la scena
si ripeté, e il ragazzo volle scendere in acqua per accarezzare il cetaceo che
sembrava non aspettasse altro. E quando il ragazzo riprendeva il suo cammino lungo
la riva, il delfino lo seguiva, manifestando con tuffi e salti la sua simpatia.
Il ragazzo un giorno salì in groppa al cetaceo che velocemente lo trasportò
sino al punto in cui la strada si allontana dal lago. E questo da allora si
ripeteva tutti i giorni con gioia del ragazzo e meraviglia degli abitanti del
luogo. Un brutto giorno il ragazzo si ammalò e non poté più frequentare la
scuola: ebbene il delfino per molti giorni fu visto tornare all’ora consueta al
punto dell’appuntamento col ragazzo e aspettarlo lì a lungo, e andarsene poi,
evidentemente deluso e addolorato. Questo durò qualche settimana poi il delfino
non fu più visto nel lago.
Questo ci è raccontato da un grande naturalista del
primo secolo dopo Cristo, il quale morì per amore della scienza e dell’umanità.
Egli nel 70, trovandosi a Pozzuoli quale comandante della flotta imperiale, non
appena vide in lontananza l’eruzione del Vesuvio, subito si recò con una nave a
Napoli e dal porto avanzò verso il vulcano sia per portare soccorso sia per studiare
il grandioso fenomeno più da vicino; ma un’imponente colata di lava lo
seppellì. Sull’episodio narrato da questo scienziato non possiamo avere alcun
dubbio, mentre ne possiamo avere su quello che ci è stato tramandato da
scrittori greci su Ibico. Questi era un poeta e cantore di Reggio, città
dell’Italia meridionale, allora (sec. V a.C.) colonizzata tutta dai Greci,
tanto che fu chiamata Magna Grecia, cioè grande Grecia. Questo epiteto forse
farà meravigliare i nostri ragazzi, in quanto fa credere che quella parte
ellenizzata dall’Italia sia più grande della Grecia come è oggi. Ma
Scusate la digressione e torno a Ibico. Costui frequentando
le corti dei vari tiranni di Sicilia, con la sua arte di poeta e cantando i
suoi inni accompagnato dalla cetra, aveva raggranellato un bel gruzzolo e,
volendo esibirsi anche in Grecia, si imbarcò a Siracusa su una nave diretta a
Corinto. I marinai di quella nave, che erano di istinti pirateschi, avendo appurato
che il cantante aveva una borsa ben fornita, decisero di eliminarlo, per
impadronirsi dei suoi denari. Ibico chiese come grazia che, prima di ucciderlo,
gli facessero cantare sulla cetra una delle sue canzoni.
I marinai non ci videro nulla di strano, e
acconsentirono alla richiesta. Egli allora, sedutosi a poppa, e accompagnandosi
con la cetra, si mise a cantare con timbro di voce così alto e appassionato, che
un gruppo di delfini si accostò alla barca quasi attirati dal canto.
Vedendo i cetacei così vicini e interessati alla
sua esibizione, Ibico a un tratto lasciò la cetra e si buttò in mare, dove uno
dei delfini se lo prese in groppa e lo portò indenne alla costa del
Peloponneso, da dove con mezzi di fortuna il cantore raggiunse Corinto e
raccontò la sua avventura al tiranno che vi regnava.
Quando la nave di quei marinai disonesti giunse nel
porto, il tiranno li fece arrestare e punire con la morte, che essi avevano
voluto infliggere al poeta. È forse una leggenda, ma significativa; essa
infatti, come testimonia la grande filantropia dei delfini, dimostra anche che
le colpe sono punite dalla divinità talora in modo imprevedibile… E giacché ho
toccato questo tema della giustizia divina, voglio raccontare un’altra leggenda
che narra diversamente la vicenda di questo cantore.
Secondo questa tradizione, ancora più stupefacente,
Ibico sarebbe sbarcato felicemente sulla costa del Peloponneso e di lì aveva
quasi raggiunto Corinto, dove era aspettato dal tiranno, ma in un bosco fu
catturato dai briganti e spogliato di tutto. Mentre si accingevano a ucciderlo,
il condannato vide uno stormo di gru che volavano basse sul bosco, e gridò
verso di loro con quanta più voce poté: “Amiche gru, vendicatemi voi!”
I manigoldi risero di questa invocazione e soppressero
spietatamente il poeta, affinché non potesse vendicarsi accusandoli presso il
principe. Gli assassini, tutti contenti per il ricco bottino, entrarono in
città e si vollero godere anche una giornata al teatro. Durante la
rappresentazione della commedia uno stormo di gru volò basso sull’emiciclo del
teatro, e uno dei manigoldi, mostrandole ridendo ai compagni, disse: “Ecco le
vendicatrici di Ibico”.
La cosa fu riferita al tiranno il quale, montato in
sospetto, li fece arrestare e sottoponendoli a un duro interrogatorio fece loro
confessare il misfatto e li giustiziò. Forse l’episodio è inventato, forse è un
exemplum fictum a cui i filosofi e
moralisti antichi ricorrevano per dimostrare qualche verità. In questo caso
essa è che la divinità non lascia impunito il delitto, e a questo scopo si
serve anche di minimi indizi.
Mi accorgo di essermi allontanato dal tema, ma la
mia non è una lezione, bensì una conversazione, rivolta soprattutto ai ragazzi,
i quali forse ne potranno trarre qualche beneficio, soprattutto morale… Gli
autori antichi, diversamente da quelli di oggi che scrivono di violenza e di
erotismo, volevano inculcare verità morali e precetti di vita, non solo i
filosofi ma anche i favolisti, tra i quali sono famosi il greco Esopo e il
latino Fedro.
Per esempio, per inculcare che la punizione
raggiunge prima o poi il colpevole, abbiamo una breve favola esopica che voglio
raccontare per i ragazzi e anche i bambini che la possono capire, tanto è
semplice e anche breve. Un’omicida, per sfuggire alla vendetta dei parenti
dell’ucciso, cambiò paese e frequentava solo luoghi selvatici o desertici per
sfuggire a ogni ricerca.
Un giorno, aggirandosi in una prateria, incappò in
un branco di lupi che cominciarono a inseguirlo. Per fortuna, fuggendo, trovò
un albero proprio alla riva di un fiume e vi si arrampicò, sicché i lupi dopo
avergli ululato contro per un po’, si dovettero allontanare delusi. Mentre si
credeva ormai salvo, l’assassino vide, attorcigliato a un ramo vicino, un
grosso serpente che stava strisciando verso di lui.
Non avendo altro scampo, dal suo ramo si tuffò
direttamente in acqua, dove un coccodrillo che nuotava nei paraggi lo raggiunse
subito e ne fece un sol boccone. Sicché quell’omicida scampa ai parenti, ai
lupi, al serpente, ma poi cade tra le fauci del coccodrillo: la giustizia prima
o poi arriva; per noi cristiani, se anche non arriva in questa vita, arriva
certamente nell’altra.
Quindi di una colpa ci si deve pentire, chiedere
perdono, e subirne la giusta pena anche terrena; solo così ci possiamo liberare
del rimorso e riacquistare la serenità dell’animo.
Mi accorgo di aver divagato con il mio discorso… ho
chiacchierato per più di un’ora e devo concludere, cioè non concludere, perché,
dovendo parlare dei delfini, sono andato di palo in frasca… Me ne scuso… spero
soltanto di non essere stato noioso.»
Il presidente disse:
«Per nulla noioso, caro professore; anzi hai detto
cose interessanti, non solo per i ragazzi, ma anche per noi adulti. Confesso
che alcune cose che hai detto non le conoscevo. Per i ragazzi voglio aggiungere
solo una cosa. Tu, per i reggitori delle città antiche, hai usato il termine
“tiranno”, che oggi ha il significato di despota, dittatore cattivo, ma per i
greci antichi era semplicemente il signore
di una città, il suo legislatore e giudice, quasi sempre giusto e saggio.
Per fare un riscontro, i tiranni erano press’a poco come, nel Rinascimento
italiano, i Medici a Firenze, gli Estensi a Ferrara, i Gonzaga a Mantova. Con
questa spiegazione metto fine all’ora didattica, e invito fra Pietro a
celebrare la funzione religiosa della sera.»
L’eremita fu pronto all’invito, e subito aprì il
suo altarino collocandovi il crocifisso ligneo, e quando fummo riuniti tutti
intorno all’altare, cominciò:
«In nome del Padre e del Figlio e dello Spirito
Santo. Così sia. Cari amici, le famiglie cristiane sin dal sec. XVI hanno costumato
di chiudere la giornata con la recita del santo Rosario, preghiera tanto
consueta e popolare che anche l’ora del tramonto è stata chiamata l’Avemaria. Col
tempo però il Rosario è venuto un po’ in uggia, specialmente ai ragazzi e ai
giovani per la sua lungaggine e ripetitività, e per le molte giaculatorie che
erano state aggiunte a ogni posta. Figuratevi che le famiglie, le fraterie, e
le confraternite più bizzoche ci tenevano a recitare tutte le venti poste dei
misteri di Gesù e della Madonna, cioè quelli gaudiosi, luminosi, dolorosi e
gloriosi. Questo tour de force
recitativo sembrava ad essi l’espressione più alta della devozione. Io venni in
contrasto coi miei confratelli perché volevo semplificare la devozione, in
quanto quel biascicare per più di un’ora quelle preghiere spesso mezzo
addormentati, seduti comodamente negli scranni del coro, mi sembrava, più che
una preghiera, una cantilena propiziatrice del sonno, quasi una ninna nanna. Recitando
tutte le venti poste, l’Ave Maria veniva ripetuta 200 volte, con il corredo
delle molte giaculatorie, mentre il Pater Noster solo 20 volte. Volevo sfrondare
anche le litanie, cioè le invocazioni alla Vergine, che sono 51, e alcune
davvero incomprensibili per il comune cristiano. Infatti che senso ha invocare
Ebbene, la nostra comunità scrolla via la
tradizione e torna alla semplicità evangelica. Gesù condannò la tradizione
sacerdotale che credeva di onorare Dio moltiplicando le preghiere e le parole:
“Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me…
trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini[14].”
Gesù infatti ci ha insegnato una preghiera molto breve… l’efficacia della
preghiera non dipende dal numero delle invocazioni, ma dall’intensità del
sentimento… Ora noi reciteremo il Rosario, che è la meditazione di alcuni
episodi di Gesù o di Maria, seguita da un Pater noster, un’Ave Maria e un
Gloria Patri, senza aggiunta di giaculatorie. La proclamazione del mistero è
bene sia accompagnata da una breve riflessione o mia o di qualcuno di voi, chi
ne senta l’ispirazione. Ma stasera queste riflessioni non ci saranno, perché
l’ora è un po’ tarda, e tra poco suonerà la campana per la cena.
Oggi è sabato, e dobbiamo meditare sui cinque misteri gaudiosi: l’annuncio dell’angelo
a Maria, la sua visita alla cugina Elisabetta, la nascita di Gesù, la sua
presentazione al tempio e il suo ritrovamento nel tempio. Le litanie le ho
ridotte da
E così recitammo il Rosario in circa dieci minuti,
ma con maggiore sentimento e senza distrarci, a anche le invocazioni delle
litanie suscitarono in noi sensi di devozione alla Madonna, perché tutte capite
e sentite.
Sulle venti invocazioni a Maria da lui scelte, il
frate ci disse che ne avrebbe data una copia a ogni capo famiglia, perché
voleva sentire su di esse il nostro parere; forse qualche invocazione era
ridondante, e poteva essere cancellata, ma ipotizzava anche che qualche altra
ne potesse essere aggiunta se giudicata opportuna, ma lui riteneva che non si
dovesse mai superare il numero di venti, per non diminuire l’intensità della
preghiera.
Aveva appena finito di parlare che suonò la campana
della cena, per cui ci dette la santa benedizione col crocifisso e ci licenziò
con «Dio sia benedetto», a cui rispondemmo:
«Ora e sempre», e scendemmo sotto coperta a
consumare la nostra cena, che era una squisita minestra di verdure con contorno
di formaggio e, naturalmente, frutta a scelta.
La cena piacque, e anche le donne più esigenti in
culinaria riconobbero che il servizio di cucina era eccellente.
Questo accresceva il generale buonumore.
Alzatici da tavola risalimmo tutti in coperta. Il
sole era tramontato da oltre un’ora, ma sul mare si stendeva come una
luminosità opalina che era un vero piacere per gli occhi.
Ora eravamo alla latitudine di Gibilterra e la
rotta era un netto ovest. Non c’erano più i delfini da guardare, e ci dirigemmo
tutti a prua, da dove si poteva ammirare all’orizzonte occidentale un rosseggiare
intenso, che sollevandosi dalle acque prendeva mille colori e sfumava in un
tenue amaranto.
Io non indugiai troppo ad ammirare lo spettacolo che
la natura ci offriva, e cercai il pilota, perché gli volevo rivolgere alcune
domande sul veliero, che durante la giornata avevo osservato in lungo e in
largo. La marineria mi ha sempre interessato, sono nato a cinquanta metri dal
mare, e questo possente elemento della natura mi ha sempre affascinato, sia con
le sue bonacce sia con le sue collere.
Il pilota era nel suo posto di comando e mi fece
accomodare davanti a sé; mi disse subito che la velocità era aumentata, perché
il vento era rinforzato e loro lo prendevano sempre di bolina larga.
Continuando con questa velocità probabilmente il giorno dopo, a sera, avremmo
potuto oltrepassare Gibilterra e uscire nel libero oceano, dove però la
navigazione non sarebbe stata così tranquilla come nel Mediterraneo, ma il suo
veliero era robusto e sfidava anche le tempeste.
Gli dissi che mi ero reso conto di questo;
evidentemente il committente aveva chiesto al cantiere di Bergen
un’imbarcazione soprattutto solida e di lunga vita; ma perché di soli due
alberi, essendo lunga ben
«Il numero degli alberi e delle vele non è che
possa aumentare granché la velocità di un veliero, il quale non può utilizzare
che il vento che investe la sua struttura. Nel passato si sono costruiti
velieri anche di quattro alberi, di trinchetto, di maestra, di mezzana e di
poppa, con un numero esagerato di vele. Sui tre alberi principali le vele
quadre arrivavano anche a sei, i fiocchi sul bompresso potevano essere anche
quattro, e altri fiocchi talora erano tesi tra gli alberi. Ma tutte queste vele
non facevano che rubarsi il vento l’una con l’altra. E poi le vele quadre molto
in alto, diciamo la quarta, la quinta e la sesta, si gonfiavano sì, ma davano
alla nave una spinta quasi insignificante. Potrei dimostrare ciò con le leggi
dell’energia cinetica, ma con lei credo non sia necessario. Anche i “due
alberi”, se forniti di due vele ampie, che riescono a catturare tutto il vento
che investe la barca, non hanno secondo me una velocità molto inferiore a un
veliero a quattro alberi con un gran numero di vele. Non parliamo delle
complesse manovre che le vele dei tre o quattro alberi richiedono, e del
numeroso equipaggio necessario per esse. Se poi pensiamo al costo iniziale
dell’impianto e a quello della manutenzione, comprendiamo che chi ha ordinato un
veliero come questo era, oltre che economo, anche esperto della materia. Le
nostre due vele si manovrano con molta semplicità e sicurezza, e alla bisogna
bastiamo io e cinque marinai.»
«Sono convinto che quel committente aveva le sue
buone ragioni per la scelta che ha fatto; ma non sarebbe stato meglio adottare
le rande invece che le vele latine?»
«Me lo sono chiesto anch’ io, convinto che la randa
aurica prende più vento di una vela latina. Una volta in un porto spagnolo ho
incontrato un pilota norvegese che comandava un veliero simile al mio, e feci a
lui la domanda che lei ha fatto a me. Lui mi rispose press’a poco così: “E’ ben
noto che i primi navigatori, che furono i Fenici, usavano la vela quadra, la
quale chiaramente prende più vento di una vela latina che è triangolare, ma è
meno manovrabile e meno sicura. Infatti la forza del vento spinge ugualmente
sia in alto sia in basso, e mentre la spinta in quota sull’albero è utilizzata
solo in parte per l’avanzata della barca, essa in caso di una ventata
improvvisa e violenta può farla rovesciare. La vela latina invece nella parte
alta è stretta e riceve poco vento, mentre nella parte bassa che quasi tocca la
coperta è larghissima, e la forza del vento che riceve è tutta utilizzata per
la propulsione del natante. Inoltre è facilmente orientabile usando la sola
scotta. La vela aurica è anch’essa facilmente orientabile mediante il boma, riceve
più vento della latina, ma non tutto utilizzato per la propulsione, mentre in
caso di ventate violente può causare il rovesciamene della nave. È inoltre più
costosa e, se fornita di stecche per un maggiore allunamento, richiede più
tempo per ammainarla in caso di fortunale. Tutto considerato, cioè i costi
iniziali, la manutenzione e la semplicità di manovra, penso che quelli che
ancora oggi optano per la vela latina hanno delle buone ragioni. So che in
Svezia, in una galleria del vento, hanno fatto esperimenti con modelli in
scala, che confermano le buone prestazioni della vela latina sia per la
velocità sia per la sicurezza.” Questo mi disse quel collega nordico, e io sono
del suo parere e mi sento pienamente soddisfatto delle prestazioni delle mie
vele latine. Tutto considerato, non le cambierei con le rande.»
L’ora si era fatta un po’ tarda, e io mi alzai per
andarmene, augurando la buona notte all’amico. Egli ricambiò l’augurio, ma
disse che lui doveva rimanere sveglio, con due marinai, sino alle tre
dell’indomani; a quell’ora avrebbe preso il suo riposo, lasciando il comando al
nocchiero, coadiuvato da tre marinai. Mi assicurò che il nocchiero era
diventato molto esperto di navigazione e che anche sotto il suo comando il
veliero avanzava sicuro.
Era quasi mezzanotte, e tutti i membri di Adelfia
erano sistemati per il riposo, le donne con i bambini nelle cuccette
sottocoperta, noi adulti nelle nicchie ricavate sopraccoperta lungo le
fiancate. Era stato il presidente ad assegnare i posti, e io mi avviai al mio. La
coperta era ben illuminata, e le luci di posizione erano fari abbastanza potenti
che facevano vedere un bel tratto di mare. Tutte le lampade erano alimentate da
cinque grandi batterie elettriche che assicuravano la corrente per almeno
quindici giorni.
Intanto il primo maggio era trascorso felicemente,
ne ringraziai il buon Dio e mi coricai nel mio giaciglio. Tutti gli altri
dormivano, e anch’io non tardai ad addormentarmi, dopo una giornata così ricca
di eventi e di nuove sensazioni.
Il giorno dopo alle sei ero già in piedi, perché la
luce dell’alba, già notevole, aveva fugato il sonno. Quasi tutti gli adulti si
erano alzati, e da sottocoperta molti ragazzi e qualche mamma erano saliti in
coperta, perché volevano vedere il sorger del sole.
Era uno spettacolo che io, con la casa sulla riva
dell’Adriatico, avevo ammirato fin da bambino, ma anche adesso mi affascinava
sino alla commozione. Ci affollammo tutti a poppa con lo sguardo fisso
all’orizzonte orientale che si era già acceso di un rosso intenso al centro e
sfumato verso l’esterno, dove a poco a poco diventava arancione e poi quasi
viola. Dal centro di quell’incendio emerse un arco infuocato, che a poco a poco
si alzò e si staccò dalla superficie marina come un enorme disco rosseggiante.
Ma a mano a mano che si alzava verso il cielo il
disco rimpiccioliva e da rosso diventava arancione, e poi tutto d’oro. Ora emanava
dei raggi così brillanti che l’occhio nudo non poteva più sostenerli.
C’era lì con noi anche il frate, che a questo punto
intonò la dossologia della messa “Gloria in excelsis Deo”, e tutti noi lo
seguimmo in quella bella preghiera con l’animo commosso per la grandezza della
creazione.
Poi il frate preparò l’altare e cominciò a
celebrare
Passando al Vangelo del giorno, che era la parabola
del seminatore,[15]
disse che Dio ha seminato il buon seme con la predicazione di Cristo, e lo
semina ancora con le sante ispirazioni e divine illuminazioni che largisce
nella sua misericordia a quelli che credono in Lui.
Ma la gran parte degli uomini non ascolta
Ma non si dovevano considerare immuni dal male,
perché il Maligno è sempre prono a seminare zizzania anche in un bel campo di
grano rigoglioso. Per evitare il pericolo sempre incombente, occorreva la
meditazione, la preghiera, la vigilanza e la riprensione reciproca. Dovevamo
confidare nell’aiuto divino e affidarci alla protezione della Madre celeste, non
mancando mai di recitare il Rosario nella forma breve ma intensa che lui ci
aveva insegnato.
Finita la messa fu servita la colazione, dopo la
quale i ragazzi e anche noi adulti ci affollammo a poppa per salutare i delfini
che in branco si erano già accodati al veliero e si facevano sempre più vicini
esibendosi in tuffi e salti per dimostrarci la loro filantropia.
Più di un ragazzo aveva messo da parte del pane,
per lanciarlo in acqua, e se un delfino lo afferrava al volo, si alzavano le
grida e scoppiavano gli applausi.
Quando scoccarono i rintocchi per il pranzo, il
comandante ci fece sapere che ci stavamo avvicinando allo stretto di Gibilterra
e che, con la buona velocità con cui navigavamo, lo avremmo attraversato verso
le 4 del pomeriggio. Dopo il pranzo in pochi si concessero la siesta, perché il
pilota aveva promesso di farci passare il più vicino possibile alla rocca,
tanto da poter avvistare anche le scimmie che in gran numero la popolavano
indisturbate.
Anch’io rinunciai al riposo e passai un paio d’ore
a conversare col presidente e col professore che aveva una grande cultura, non
solo classica e letteraria, ma anche scientifica e tecnica. Ci parlò
diffusamente della storia dello stretto
a cominciare dal mito di Ercole. Aveva una memoria fenomenale e citava con
sicurezza nomi e date.
Rimanemmo tanto ammirati della sua esposizione che
lo pregammo di farla ai ragazzi come lezione pomeridiana, una volta superato lo
stretto. Lui accettò con piacere, contento di poter contribuire all’istruzione
dei ragazzi, verso i quali sentiva una vera vocazione didascalica.
Come previsto arrivammo allo stretto verso le
sedici, e come promesso il pilota ci fece passare alla minima distanza
consentita, e davvero potemmo vedere le scimmiette che si muovevano con agilità
sul massiccio calcareo noto come rocca di Gibilterra, che ha pendici
ripidissime.
Il massiccio è sul promontorio che sporge dalla
penisola Iberica. Restammo a guardare la poderosa rocca fin quando non
scomparve alla nostra vista. Notammo subito la differenza tra Mediterraneo e
Atlantico: il mare era più mosso, l’acqua sembrava più scura, il vento era più
teso e più fresco.
Ora la rotta era sud–sud–ovest, navigavamo a poche miglia
dalla costa del Marocco, e prendevamo il vento di bolina stretta.
Alle 18 il presidente invitò tutti i ragazzi, e chi
volesse degli adulti, ad ascoltare il professore, il quale avrebbe parlato delle
famose colonne di Ercole. Quando
furono tutti riuniti a poppa, il professore cominciò la sua lezione:
«Cari ragazzi, abbiamo varcato lo stretto di
Gibilterra, che gli antichi chiamavano le colonne d’Ercole, perché secondo il
mito questo eroe, famoso per le sue dodici fatiche impostegli da un tiranno,
aveva aperto il varco tra Africa ed Europa, che prima erano congiunte da un
sottile istmo. Abbattuto questo, addirittura con un colpo della sua poderosa
clava, l’acqua dell’oceano poté entrare nel Mediterraneo, che fino ad allora
era un mare chiuso.
Ai limiti del varco si stagliavano i promontori di
Abila in Africa e di Calpe in Europa, i quali oggi si chiamano Canares e Cires,
che sarebbero le colonne del cancello istmico che ora non c’è più.
Ricordo che Ercole è il nome romano del semidio,
figlio di Zeus e Alcmena, che i Greci chiamavano Eracle. I Romani dettero un
loro nome agli dei greci; per loro Zeus era Giove, sua moglie Era fu chiamata
Giunone, sua figlia Afrodite fu venerata come Venere, suo figlio Efesto come
Vulcano, e così di seguito.
Come dice Dante, Ercole su quelle colonne “segnò li
suoi riguardi, acciò che l’uom più oltre non si metta.” (Inf. 26,109)
Infatti sulla rupe sia di Abila sia di Calpe egli
avrebbe scritto, in greco, le parole che in latino dicono “ Non plus ultra”,
nessuno vada oltre.
Tutti i popoli mediterranei credevano allora che
l’oceano fosse popolato da mostri marini che rovesciavano le imbarcazioni. Ma
noi sappiamo che ci furono marinai Fenici che sfidarono questi pericoli e, a
quanto pare, effettuarono il periplo dell’Africa, partendo dal Mediterraneo e
ritornando ad esso dal Mar Rosso o Eritreo, attraverso un canale, fatto scavare
dal faraone Necho,[16]
che collegava quel mare col Nilo, e quindi col Mediterraneo, che i Romani
chiamarono Mare Nostrum.
Nel tardo Medioevo e all’inizio dell’età moderna
furono soprattutto i Portoghesi e gli Spagnoli che si avventurarono
nell’Atlantico, scoprirono Madera, le Azzorre, le Canarie e colonizzarono
tratti di costa africana.
Ma fino a Dante (1265–1321) sull’oceano si avevano
idee fantastiche e paurose. Infatti nella Divina Commedia il Poeta immaginò che
nel mezzo dell’Atlantico meridionale sorgesse la montagna del Purgatorio,
inaccessibile ai viventi, dove gli spiriti purganti arrivavano con un “vascello
snelletto e leggero”[17]
che partiva dalla foce del Tevere e arrivava velocissimo a questa isola
montuosa dove sbarcava gli spiriti che dovevano scontare le pene per i loro
peccati.
Questo piccolo vascello non era spinto dalle vele,
ma dalle ali di un angelo nocchiero, che lo facevano quasi volare sulle acque
prima del Mediterraneo e poi dell’Atlantico.
E questa divina imbarcazione nel suo percorso
Tevere-Purgatorio, che faceva in continuazione, attraversava lo stretto,
vietato ai mortali, che noi da poco abbiamo attraversato… Vedo che qualche
ragazzo sorride a queste fantasie di Dante, e ha ben ragione, tanto esse sono
lontane dalla realtà.
Ma Dante non era un ingenuo sognatore; la sua
strutturazione dei tre regni dell’oltretomba non manca di originalità e di una
certa razionalità, ma è tutta opera della sua possente immaginazione, la quale
descrive icasticamente le pene e i gaudii, i luoghi e i personaggi, anche del
Paradiso, e si arresta solo davanti alla maestà di Dio, quando confessa la sua
pochezza dicendo: “all’alta fantasia qui mancò possa.”[18]
Egli ebbe dunque per la maestà di Dio quel rispetto
che poi
La fantasia di Dante ci regala nel canto XXVI dell’Inferno
anche il famoso episodio dell’ultimo viaggio di Ulisse, che ha un qualche
rapporto col nostro discorso ma con senso allegorico e morale.
Ulisse è stato trattenuto a lungo dalla maga Circe,
simbolo del piacere sensuale che abbrutisce l’uomo.
Ma poi egli prende coscienza del suo degrado, si
stacca dalla maliarda e con pochi fedeli compagni riprende il suo viaggio per
fare “esperienza, di retro al sol, del mondo senza gente. [19]”
Arriva alle colonne d’Ercole, e i suoi compagni temono di oltrepassarle, ma lui
li convince “con questa orazione piccola”, ma efficacissima: “Considerate la
vostra semenza; fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza[20]”.
Navigarono in direzione sud ovest, come stiamo
facendo noi, verso qualcosa ancora ignorata, ma a cui il loro animo anelava.
Finalmente scorsero un’isola montagnosa, che però non era per loro, non ancora
salvati dalla redenzione di Cristo.
Perciò non vi potevano accedere, e infatti dalla
montagna venne un turbine che li sommerse con tutta la nave.»
A questo punto fra Pietro, che aveva ascoltato con
interesse il professore, fece cenno di voler parlare e disse:
«La lezione è molto interessante, e penso che stia
piacendo ai ragazzi; e se io la interrompo, è per chiarire una cosa. Siccome
c’è una qualche analogia tra il fantastico viaggio di Ulisse e il reale viaggio
che noi stiamo facendo, voglio avvertire i ragazzi, i quali sono facilmente
impressionabili, che non pensino minimamente che anche il nostro viaggio possa avere
esito non felice. Questo episodio di Ulisse navigatore nell’oceano è una
concezione nuova e grandiosa del Poeta, che volle simboleggiare nell’eroe greco
la brama di conoscenza, il desiderio di svelare i segreti della natura, di
scoprire cose nuove per allargare la propria esperienza. Il medioevo aveva una
cultura libresca e quindi basata su principio di autorità (ipse dixit); Dante
rappresenta in Ulisse l’urgenza di un sapere diverso, non più basato sul letto ma sul visto e sul provato. Omero
nel uso poema aveva rappresentato Odisseo, cioè Ulisse, che naviga per tornare
a casa, alla sua fedele Penelope, al caro padre Laerte, all’amato figlio
Telemaco. Tornato a casa in incognito, viene riconosciuto subito dal vecchio
cane Argo, dalla vecchia nutrice Euriclea, e poi abbracciato dalla moglie che
lo ha atteso per venti lunghi anni. Il poema omerico è dunque incentrato sulla
sacralità della casa e sul culto della famiglia. Una volta cacciati i proci
dalla sua casa, Ulisse vuole accudire la famiglia, non pensa più a viaggiare,
ma a dirigere la sua casa e a governare la sua piccola isola. Dante ne ha fatto
un simbolo tutto diverso dall’originale omerico, e doveva farlo scomparire a
quel modo, perché il mistero per allora doveva rimanere mistero, e l’attesa doveva
rimanere inappagata. Per noi è tutto diverso: il mistero ci è stato svelato da
Cristo, e l’attesa è stata appagata con la sua venuta. Ma nel mondo non lo
hanno ricevuto veramente che pochi. “A quanti però l’hanno accolto, ha dato
poter di diventare figli di Dio.[21]
I pochi sono il piccolo gregge che egli custodisce. Noi siamo questo “piccolo gregge”[22],
ed Egli ci condurrà a pascoli erbosi e a fonti sorgive, in una nuova terra,
sotto un nuovo cielo. Questo volevo dire ai ragazzi, ma anche agli adulti: non
dobbiamo avere alcun dubbio o timore: dobbiamo aver fede. Ora il professore continui
pure la sua esposizione.»
E il professore riprese:
«L’interruzione di fra Pietro è stata opportuna, e
il suo chiarimento necessario: noi non stiamo facendo un viaggio fantastico, ma
reale, non inventato da un poeta, ma ispirato da Dio per realizzare sulla terra
il suo regno di pace e di amore. Sulle colonne d’Ercole mi resta poco da dire.
Ora si chiama Stretto di Gibilterra dal fortilizio che abbiamo visto, in arabo
Gebel el Tarik (monte di Tarik). Tarik è il generale arabo che conquistò la
rocca nel 711, e diede inizio all’occupazione di tutta
Intanto si era fatto tardi, e il sole era scomparso
dietro una coltre di nuvoloni che minacciava pioggia. Chiesi al comandante se
sopraccoperta avevamo un riparo contro un acquazzone.
Rispose che il veliero era fornito di un robusto
telo impermeabile, che poteva essere teso in poco tempo da prua a poppa,
assicurando la completa copertura della tolda; e siccome la pioggia era molto
probabile, egli lo avrebbe fatto sistemare prima di sera. L’aria si era
oscurata e rinfrescata, e ogni tanto in lontananza guizzavano lampi e
brontolavano tuoni.
Il frate iniziò subito la funzione religiosa, dopo
la quale i marinai tesero sopra le nostre teste il telone che rese la coperta
ancora più oscura, sicché furono accese tutte le luci. Il vento che ora
soffiava violento era quasi freddo e ci costrinse a indossare indumenti di
lana.
Il comandante ci disse che si preparava una
tempesta, e avremmo dovuto sopportare il beccheggio del veliero, mentre il
rollio sarebbe stato quasi del tutto eliminato dalle due robuste alette che
esso aveva alla carena.
Anche se ora la coperta era ben illuminata, nel
mare circostante non c’era proprio niente di bello da vedere, e scendemmo tutti
sottocoperta in attesa della cena, che ci fu servita senza i rintocchi della
campana, poiché eravamo tutti lì in sala da pranzo.
Noi adulti che ci dovevamo dormire, risalimmo dopo
cena in coperta, ma durante la notte dovevamo proteggerci dal freddo. Io notai
che i fiocchi erano stati ammainati e le vele ammezzate.
Il comandante ci disse che era imminente una
tempesta, ma il veliero era abituato ad affrontare questi fortunali in tutta
sicurezza; esso ora avanzava lento, ma continuava la rotta in direzione delle
Canarie.
Il telone teso a protezione della tolda riceveva
violenti scossoni, ma era fortemente agganciato a prua a poppa e alle murate, e
non c’era pericolo che il vento lo strappasse via.
Siccome noi indugiavamo a ficcarci nelle nostre
nicchie, il comandante ci esortò a coricarci senza alcun timore: c’era lui che
avrebbe vigilato per l’intera nottata, come faceva sempre in caso di tempesta,
anche se dalle tre il nocchiero e gli altri tre marinai avrebbero iniziato
regolarmente il loro turno.
Mentre stava ancora parlando si scatenò un vero e
proprio uragano, e immediatamente le vele furono ammainate, e da poppa fu
calato l’ancorotto di deriva. Il tender sballottato dalle onde rischiava di
affondare, e dovette essere alato sulla nave, ma con molta difficoltà, dalla
parte di babordo, dove c’era l’argano apposito.
La pioggia era violenta e cadeva sul telone con un
martellio così rumoroso che sembrava grandine grossa, e forse in parte lo era.
Nessuno di noi osava coricarsi, e stavamo tutti
accanto al comandante, che con la sua calma sicurezza ci infondeva coraggio. Ci
disse che in genere questi fortunali oceanici erano tanto più brevi quanto più
violenti: erano le ventidue e forse già a mezzanotte si sarebbe calmato.
Mentre il rollio non era quasi avvertito, il
beccheggio era notevole. Il vento di tramontana spingeva il vascello verso sud,
anche se era senza vele e fiocchi, e le onde gli davano come delle sgroppate
verso prua che ci obbligavano ad afferrarci a qualche appiglio per non cadere.
Ammiravamo il comandante che, sempre in movimento,
si spostava da prua a poppa come un equilibrista.
Qualche padre di famiglia scese sottocoperta a
vedere come stavano i suoi cari, e anch’io a un certo punto ritenni opportuno
scendere per fare coraggio a Rosa e a Luisa, che temevo fossero spaventate dal
beccheggio. Erano deste, ma per nulla spaventate, e Luisa mi disse:
«Papà, perché non resti qui con me? Però non ho
paura, io.»
Gli dissi che noi uomini dovevamo dimostrare il
nostro coraggio e affrontare il vento di tempesta che soffiava sopraccoperta,
ma la nave era forte e navigava sicura, guidata da un bravo capitano; che la
tempesta stava per cessare e che all’indomani sarebbe sorto il sole.
Queste parole calmarono la piccola, che a poco a
poco lasciò la mia mano e chiuse gli occhi addormentata.
Quando tornai sopraccoperta la tempesta stava già
scemando di violenza, e tutti noi dentro ai sacchi a pelo ci sdraiammo sui
nostri giacigli.
Il picchiettio della pioggia sul telone non era più
così rumoroso, e a poco a poco si affievolì come in un dolce mormorio, che finì
per conciliarci il sonno.
La tempesta si era sfogata tutta la notte, e
all’alba il cielo era quasi sereno; solo pochi cirri filamentosi e bianchissimi
vagavano come sperduti nel grande azzurro. Il comandante aveva già fatto
togliere il telone, alzare le vele e tendere i fiocchi; ora la nave filava
veloce col vento quasi di poppa.
La temperatura era ancora molto fresca, per cui i
ragazzi rimasero al caldo sottocoperta sino alla colazione. Dopo essersi
rifocillati salirono tutti sulla tolda ad ammirare l’immenso sereno e il sole
già alto che cominciava a riscaldare l’atmosfera.
Stettero ad ammirare la manovra con cui il battello
di servizio fu di nuovo calato in mare che ora era poco mosso. Stavamo quasi
tutti a guardare alla balaustra di poppa il
tender che ballonzolava al traino, quando alla superficie apparve erta una
pinna, che subito si risommerse. I ragazzi gridarono, la balena! la balena! Io
che in quel momento ero un po’ distratto e non avevo visto la pinna che di
sfuggita, dissi ai ragazzi che le balene non hanno pinne dorsali, e che doveva
essere qualche altro cetaceo con pinna dorsale, cioè o un’orca o una
balenottera.
Mi misi a osservare con attenzione, e quando
ricomparve il cetaceo vidi chiaramente che era una grande orca, riconoscibile
anche dal suo mantello bianco e nero. I ragazzi a sentire orca rimasero delusi e per nulla convinti; sicché dissi al
presidente che avrei voluto dare loro qualche nozione esatta sui mammiferi
marini: non ero un cetologo, ma mi sentivo abbastanza informato sull’argomento.
Il collega annuì con un sorriso di approvazione, e
io cominciai la mia lezione. A dire
la verità, anche se sono avvocato e non professore, mi è sempre piaciuto dare
delle lezioni, cioè delle spiegazioni, anche non richieste; non per esibizione
ma per dovere di informazione.
Allora dissi press’a poco così:
«Cari ragazzi, quel mammifero marino non è una
balena, ma un’orca. Ora per chiarire tutta la materia di questi mammiferi,
cercherò di descriverveli, in modo che li possiate riconoscere, quando ci
compaiono nel mare. E innanzi tutto rendiamoci conto delle parole.
Ho detto che sono mammiferi, che dal latino
significa “portatori di mammelle”, perché le femmine hanno le ghiandole mammarie
con cui allattano i loro piccoli, che nascono in mare e sono nutriti in mare;
una cosa che a noi sembra impossibile, e dimostra la meravigliosa grandezza
della natura, creata da Dio con magnificenza e varietà, affinchè noi
riconoscessimo la grandezza del Creatore.
Questi mammiferi sono chiamati cetacei, da una
parola greca, κέτος, che significa animale marino.
Questi animali sono studiati da quella parte della zoologia che si chiama
cetologia, e il cetologo è lo studioso di essa.
Io non sono certamente un cetologo, ma vi posso
dare qualche informazione utile… I cetacei sono di varia grandezza: la
balenottera è il gigante del mare, potendo arrivare oltre i
Poi viene il capodoglio che arriva ai
Più piccola è la balena comune detta franca o nera dal mantello della pelle.
In genere non raggiunge i
Perché sia stata chiamata orca non lo so con
precisione; forse derivata dal nome dell’orco, il gigantesco e malvagio mostro
della leggenda, divoratore dei bambini: infatti l’orca è un feroce cacciatore
del mare.
Più piccolo ancora è il narvalo, che difficilmente
potremo vedere perché vive nei mari artici; arriva a
Infine abbiamo i delfini, che possono arrivare ai
due metri, e sono i cetacei più comuni e più umani, e anche facilmente addomesticabili.
Devo aggiungere alcune cose.
I cetacei si dividono in due famiglie: odontoceti
sono quelli muniti di denti (in greco odonto) come i capodogli, le orche, i narvali,
i delfini, i quali hanno una specie di rostro; misticeti quelli che invece dei
denti hanno i fanoni, lamine cornee flessibili con cui trattengono il plancton
che ingurgitano con grandi boccate di acqua marina.
Per chi non lo sapesse, il plancton, che in greco
significa “errante”, è il complesso dei piccolissimi organismi animali e
vegetali che fluttuano specialmente negli oceani, e sono il nutrimento delle
balene e delle balenottere.
Ho voluto spiegare il significato di questi termini
greci, perché è bene rendersi conto dell’etimo, cioè della radice delle parole,
le quali solo così diventano significative, e si ricordano anche meglio.
Mi sembra però di non avervi spiegato il termine misticeti, che non sono ceti cioè animali marini mescolati, ma
“coi baffi, coi mustacchi”.
Infatti i fanoni, che sporgono fitti dalla loro
mascella superiore, danno l’impressione di lungi baffi bianchi, quando questi
cetacei aprono la bocca. E a proposito dell’importanza dell’etimologia voglio raccontare una cosa buffa che mi
riguarda.
Da ragazzo credevo che la balenottera fosse una
balena piccola, insomma nana, tozza e anche brutta. Questa convinzione mi era
venuta dal fatto che avevo letto una fiaba in cui si parlava di una cattiva
maga nanerottera, nel senso di nana e
sgraziata.
Avendo una volta in classe (facevo la terza
ginnasiale) espresso questo mio convincimento, feci ridere il professore, il
quale spiegò che anzi la balenottera azzurra è più grande e aggraziata della
balena, e quel finale di parola non è un suffisso diminutivo e peggiorativo, ma
significa, dal greco pterá, ala, e si
riferisce alla pinna dorsale che essa ha, la quale può sembrare un’ala.
Però il professore scusò la mia crassa ignoranza,
perché io non conoscevo il greco, ma solo il latino….
Sicché le balene e le balenottere, cioè i misticeti,
non hanno i denti e non divorano grossi pesci e tanto meno naufraghi, come si
legge in qualche racconto fantasioso… Con ciò credo di avervi detto quanto è
bene sapere sui cetacei, anche per sgombrare qualche idea errata, come era la
mia quando ero ragazzo come voi.»
Avevo appena finito di parlare, quando il figlio
del presidente mi chiese la parola che io immediatamente gli concessi. Egli
disse:
«Lei ha parlato di balenottera azzurra, di orca
bianca e nera e di balena nera, ma non ha parlato della grande balena bianca
che rovescia i vascelli e inghiotte i naufraghi, come ho letto in un romanzo di
Melville. Essa esiste o è tutta invenzione?»
«E’ tutta invenzione, caro ragazzo. Il romanziere
americano Melville del secolo XIX, più che un romanzo ha inteso scrivere una specie
di poema epico allegorico, e ha fatto, della misteriosa balena bianca, il
simbolo del male, il biblico Leviatan, che lotta contro il bene, cioè contro
Dio, il quale però lo vince, come dice il salmo: “Al Leviatan hai spezzato la
testa”,[23]
e profetizza Isaia: “In quel giorno il Signore punirà con la spada pesante,
grande e potente, il Leviatan serpente guizzante… e ucciderà il drago che sta
sul mare.”[24]
Il capitano Achab con la sua baleniera Pequod dà
una caccia spietata a Moby Dick, la feroce balena bianca, che in uno scontro
gli ha stroncato una gamba. Egli vuol uccidere il mostro anche a costo della
propria vita, vuol liberare l’umanità dalla paura, ed è quindi un eroe positivo,
contento di morire pur di uccidere il terribile nemico. Il Melville però
rappresenta questo accanimento come una follia, una monomania, forse per
significare che il male è invincibile. Se questo è il suo significato, noi non
lo possiamo accettare. Il male si vince col bene, e noi di Adelfia vogliamo dimostrare coi fatti che ciò è possibile, che Dio
lo vuole e assiste i volenterosi.»
A questo punto intervenne fra Pietro, che disse:
«Non ho voluto interrompere l’avvocato, perché
quelle nozioni sui cetacei erano interessanti, ma non dobbiamo dimenticarci
della Santa Messa, con la quale ogni giorno diamo gloria a Dio e attingiamo dal
Sacramento
Quel giorno
La parabola[25]
che era stata letta, quella dell’uomo che con la sua insistenza ottiene di
notte dall’amico i tre pani che gli occorrono, dette al frate l’occasione di
parlare della preghiera che, per essere efficace, deve essere incessante, e può
essere fatta anche senza parole e formule.
«Tutta la giornata può essere una preghiera, quando
facciamo ogni cosa pensando a Dio, e sentendoci alla sua presenza. Gesù ci ha
insegnato anche una formula di preghiera, che è molto breve, perché Dio non
vuole parole, ma opere. Tutta la giornata, per il vero cristiano, può e deve
essere una preghiera; e anche durante la notte, se non riusciamo a dormire,
pensiamo al Signore, parliamo con Lui senza irritarci per l’insonnia, e allora
anche l’insonnia scomparirà. Dobbiamo pregare sempre e con fiducia; Gesù ce
l’ha detto:
“Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete,
bussate e vi sarà aperto.”
E noi che intendiamo fondare una vera comunità
evangelica abbiamo continuamente bisogno dell’assistenza divina, che dobbiamo
ottenere con l’incessante preghiera.»
Dopo
L’afa fece sì che quasi tutti dormissero o
sonnecchiassero sin oltre le sedici; quando finalmente ci alzammo, ci sentimmo
quasi rinascere, perché una brezza, anche se leggera, restituiva vigore alla
nave e ai naviganti. Ci sgranchimmo un po’ le gambe passeggiando in coperta, i
ragazzi ripresero a muoversi con la consueta vivacità e curiosità, e quasi
tutti si misero in osservazione a poppa in attesa di un avvistamento. Erano
convinti che prima o poi qualche cetaceo dovesse comparire alla superficie.
Sapevano che essi respirano l’aria atmosferica come gli uomini e gli altri mammiferi,
e perciò devono emergere per fare le loro “boccate d’aria”.
La loro attesa non andò delusa, ma ne ebbero quasi
spavento, perché una balena emerse vicinissima al veliero facendolo sbandare
alquanto, e quando si immerse battendo l’acqua, con la grande coda, fece
giungere violenti spruzzi sino alla tolda.
Allora chiesi al comandante, che per caso era
presente, se queste emersioni così ravvicinate erano frequenti, e se esse
potevano costituire un pericolo per le imbarcazioni. Lo pregai di dare in
merito una risposta a tutti, perché erano tutti interessati a conoscere la
verità. Egli allora disse:
«Un pericolo ci potrebbe essere per una piccola
imbarcazione, perché lo spostamento d’acqua causato dal cetaceo potrebbe
capovolgerla; ma, che io sappia, questo non si è mai verificato, perché questi
animali marini sono dotati di sensori, di una specie di sonar, che consente
loro di sentire gli ostacoli e di evitarli. Essi non hanno alcuna voglia di
urtare un ostacolo, che potrebbe essere un pericolo anche per loro. Sì, il
Melville parla di Moby Dick, una mostruosa balena bianca che rovescia i
vascelli per accanimento omicida, ma è tutta una sua invenzione, probabilmente
con significato allegorico. Balene omicide non ne esistono. Però talora il
sonar di questi cetacei può funzionare male o essere messo fuori uso da traumi o
da sottomarini e altri ordigni nucleari o dall’inquinamento da petrolio, e
allora una collisione si potrebbe verificare. Quando perdono la bussola, generalmente questi cetacei vanno ad arenarsi e
quindi a perire sulle coste. È evidente che se una balenottera di
Ringraziai il comandante per la sua opportuna
precisazione, ma volli approfittare dell’argomento per aggiungere qualche
informazione, e dissi:
«Questi organi straordinari che alcuni animali
hanno, fanno per loro la funzione che fanno per noi i radar e i sonar. Molti
uccelli hanno capacità straordinarie nelle loro migrazioni; le fanno a tempo
opportuno e non falliscono mai nella loro rotta. Le rondini ritornano
dall’Africa ogni primavera e ritrovano il loro nido sotto le nostre grondaie.
Come fanno per orientarsi con tanta precisione? La natura ci offre molti di
questi esempi per noi meravigliosi e quasi inspiegabili. Diciamo che sono
guidati dall’istinto, regolato da un’elica genetica in questi casi più
complessa e sofisticata della nostra. I colombi viaggiatori, anche portati
lontano dalla colombaia, ritornano ad essa veloci, e nei tempi antichi erano
utilizzati dagli eserciti per recapitare notizie o ordini. Anche i nostri cani
e gatti hanno facoltà di orientamento che noi non abbiamo. Dio, creando intorno
all’uomo la natura, l’ha voluta varia e meravigliosa, sia nel macrocosmo sia
nel microcosmo, affinché l’uomo riconosca
A questo punto il presidente disse che, come
lezione, poteva bastare. Ora ciascuno poteva riflettere su quanto ascoltato,
preparandosi interiormente alla funzione serale.
Prima di cominciare la recita del Rosario fra
Pietro disse:
«Ho consegnato a ogni padre di famiglia un
foglietto in cui ho apportato qualche lieve cambiamento alle più comuni
preghiere cristiane.
Nell’Ave
Maria ho messo “Madre di Gesù”, perché
Anche al Gloria
al Padre ho apportato una modifica per chiarire il concetto che con la
formula consueta è vago ed enigmatico: dico perciò “come era nel principio dei
tempi, così anche ora e sempre nei secoli dei secoli. Così sia”. Amen è una
parola ebraica che propriamente significa “è verità”. E’ bene abbandonare
queste parole antiche ed esprimerle in chiaro italiano. Così diremo “Lode a
Dio” invece di alleluia, “Signore
pietà!” invece di Kyrie eleison.
L’Angelo di
Dio è molto prolisso e ripetitivo con quei quattro imperativi; basta dire
“illumina e custodisci me, che ti fui affidato dal Padre Celeste”. Fare del
Padre Celeste un’astrazione (pietà celeste) è anche un po’ ridicolo.
L’eterno
riposo, più che una preghiera cristiana, sembra un augurio pagano:
“riposino in pace” non è quello che noi dobbiamo chiedere per i morti; la vita
futura per noi cristiani non è un eterno riposo, un sonno indisturbato, ma un
eterno gaudio, e quindi propongo una diversa formulazione: “L’eterna
beatitudine dona loro, o Signore, e splenda ad essi la tua luce in Paradiso.”
Come ho detto per il Rosario abbreviato, anche su
queste modifiche di preghiere da me proposte, desidero conoscere il vostro
parere; se sarà di consenso, le adotteremo.»
Dopo il Rosario e la funzione serale il presidente
vide che erano già le 19 e pensò bene di annullare la lezione e dare tempo libero. Fra Pietro era in mezzo a noi e
conversava ora con l’uno ora con l’altro, specialmente con i ragazzi, che
voleva conoscere meglio. Alle 20,30 suonò la campana per la cena, e scendemmo
tutti in sala mensa. Il pasto fu gradito come al solito e nel dopocena non ci
furono novità. Quando ci coricammo la navigazione appariva piuttosto
tranquilla.
La mattinata del giorno dopo, martedì, stava
passando lenta e uggiosa, per il calore umido dell’atmosfera, col sole velato
come da una cortina che diffondeva una pallida luce. Io per godere un po’
d’aria salii sul cassero, da dove tendevo lo sguardo a destra e a sinistra,
sperando di vedere qualche isolotto o qualche cetaceo. A un certo punto l’aria
si schiarì e mi sembrò di avvistare in lontananza, alla mia sinistra, cioè a
babordo, la costa africana.
Dato che eravamo diretti alle Canarie, mi
meravigliai molto, e anche un po’ preoccupato corsi dal pilota che era al suo
posto di comando. Egli non mi fece neppure aprir bocca, avendo intuito subito
la causa della mia preoccupazione, e mi disse:
«Sì, avvocato, la costa che ha visto è quella
meridionale del Marocco, pressappoco all’altezza di Agadir. Questa notte un
forte vento di ponente ci ha fatto deviare dalla giusta rotta. Me ne sono
accorto subito stamattina, quando ho ripreso il comando e ho fatto il punto. Ora abbiamo già apportato la
correzione e ci stiamo allontanando dalla costa alla quale ci eravamo
avvicinati, per modo di dire, perché essa era a 16 miglia[27]
da noi, e ora è a circa ventuno; con l’aria chiara può essere vista ancora, ma
fra un’ora non sarà più visibile. E’ ovvio che con questa deviazione di rotta
abbiamo perduto almeno sei ore di navigazione, e potremo arrivare a Las Palmas
solo nella serata di domani.»
Mentre stavamo ancora parlando, sentimmo un grido
dalla poppa; capii che avevano avvistato qualche cetaceo, e volli andare a
vedere anch’io. I ragazzi mi dissero:
«Abbiamo visto una balena, più grande di quella di
ieri; per fortuna non era tanto vicina, se no con la coda ci avrebbe inondati.»
Un ragazzo grandicello disse:
«Con la coda batteva l’acqua e sollevava spruzzi,
ma dalla testa lanciava un alto zampillo di acqua, non ho visto una fontana che
l’abbia così grande. Perché lo fa? A che serve?»
Ritenni opportuno correggere l’opinione del
ragazzo, che forse avevano anche gli altri, perché questa è l’impressione
visiva; perciò dissi:
«Cari ragazzi, sì, sembra, specie da lontano, che
la balena lanci uno zampillo d’acqua quasi per divertirsi e dare spettacolo, ma
non è così. Essa ha sulla parte dorsale del capo un orifizio detto sfiatatoio
dalla sua funzione. Esso è corrispondente alle nostre narici e ha funzione
respiratoria; il cetaceo, espirando, emette forti getti di vapore acqueo che,
condensandosi immediatamente alla fredda temperatura esterna, sembrano zampilli
di acqua. Quindi si tratta di vapore condensato, non di acqua. L’acqua, che
ingurgita dalla bocca, la balena la emette sempre dalla bocca, dove i lunghi e
fitti fanoni trattengono il nutriente plancton che è l’unico cibo di questi
maestosi mammiferi. Essi ne devono ingurgitare veramente tanto per produrre le
calorie di cui necessitano.»
Nonostante la mia bella spiegazione, mi accorsi che
i ragazzi non erano affatto convinti che gli zampilli fossero di vapore e non
di acqua. Volevo convincerli e ripresi a parlare:
«Capisco, cari ragazzi, che vi sembra strano che
questi mammiferi emettano tanto vapore, come se fossero una caldaia sotto
pressione. Ma riflettete un po’. D’inverno, quando l’aria è gelida, se voi fate
una corsa, alla fine ansanti emettete sbuffi di vapore dalle narici e dalla
bocca. Se un atleta ha i baffi, come spesso gli alpinisti, dopo una scalata
faticosa si nota che parte del vapore emesso si condensa sui baffi e sulla
barba e poi sgocciola; quindi abbiamo, come conseguenza dell’attività
respiratoria, prima il vapore, poi la condensa, e infine l’acqua. La balena è
un mammifero a sangue caldo, inspira aria atmosferica e non espira se non alla
successiva emersione, con la conseguenza che l’espirazione del vapore avviene a
forte pressione e ad alta temperatura; uscendo dallo sfiatatoio il vapore
immediatamente si condensa, ma non può lì per lì trasformarsi in acqua. I
cetacei come tutti i mammiferi hanno bisogno oltre che del cibo, di acqua e di
aria. L’acqua é naturalmente quella marina, che è salata in genere al 3-4 per
cento, l’aria è quella stessa che respiriamo noi, e quindi essi hanno bisogno di
inspirare ed espirare, e per queste operazioni devono emergere a intervalli più
o meno lunghi secondo la specie. I pesci invece hanno degli organi fibrosi ai
lati della testa, chiamati branchie, capaci di trattenere la piccola quantità
di ossigeno che è presente nell’acqua marina. Il mare assorbe l’ossigeno
atmosferico per mezzo del movimento dell’acqua, cioè con le onde, coi marosi,
con le tempeste. Un braccio di mare che fosse perennemente immoto diventerebbe privo
di ossigeno e quindi invivibile per i pesci. Pertanto come i cetacei
morirebbero se non potessero emergere di tanto in tanto per ossigenarsi, così i
pesci muoiono fuori dell’acqua marina, perché solo in essa possono assorbire
ossigeno per mezzo delle branchie. Anche l’acqua dolce che noi beviamo contiene
aria cioè ossigeno; senza ossigeno essa sarebbe pesante e indigesta. Se l’acqua
per motivi igienici viene bollita, perde quasi tutto il suo ossigeno, e allora
bisogna riossigenarla agitandola con un cucchiaio, allo stesso modo che quella
marina è riossigenata dal moto ondoso e soprattutto dalle tempeste. Anche le
tempeste, come le correnti marine e atmosferiche, sono programmate dalla natura
per l’equilibrio dell’ecosistema.»
Era ora della santa Messa che aveva come vangelo le
tentazioni di Gesù,[28]
sulle quali il frate nell’omelia fece opportune riflessioni, che riassumo:
«Gesù sottoponendosi alle tentazioni ci ha voluto
insegnare che tutti siamo tentati e dobbiamo respingere il tentatore, il
Maligno, con
L’omelia ci colpì per la sua intensità e la sua
opportunità: il frate sapeva veramente trattare gli argomenti in modo
convincente, e si capiva che parlava ispirato.
La mattinata trascorse senza novità, col veliero
che avanzava piuttosto lentamente. Dopo il pranzo e la siesta, notammo che la
velocità era aumentata perché il vento era rinforzato. Verso le 17 eravamo
tutti in coperta, e i ragazzi quasi tutti a poppa, in attesa di qualche
apparizione sul mare, che infatti ci fu.
Io stavo parlando col comandante, quando sentii
gridare:
«I delfini! I delfini!»
Andai subito a vedere, e venne anche il comandante,
meravigliato che ci fossero i delfini in quel tratto di mare. Era un gruppo di cetacei
che a me parvero poco somiglianti ai delfini, perché avevano il muso senza
rostro e piuttosto tondeggiante, la pinna dorsale triangolare e il corpo
piuttosto tozzo. Guardai il comandante per avere il suo parere. Non attese la
domanda e mi disse:
«Non sono delfini, che in queste acque non ho mai
visto, ma focene, da foca, quasi foca, perché il corpo tondeggiante le fanno
assomigliare alle foche.»
Siccome queste focene erano anche per me una
novità, e ne conoscevo appena il nome, pregai l’amico di dare ai ragazzi qualche
notizia su quei cetacei mai visti. Egli rivolto ai ragazzi disse sorridendo:
«Ragazzi, quelli che vedete non sono delfini, ma focene,
un po’ somiglianti ai delfini ma di una specie diversa. Vedete che la testa non
è affusolata, ma arrotondata e manca del rostro, la pinna è triangolare e non a
vela latina come quella dei delfini, il corpo non è snello ma piuttosto
tondeggiante, tanto da farla assomigliare a una foca, donde il nome. E’ anche
meno filantropa del delfino, e questo branco si è incontrato con noi per puro
caso, non aspetta da noi lanci di cibo, e vedrete che presto si allontanerà,
mentre i delfini ci seguirebbero fino a sera. La focena è chiamata anche
marsovino, nome un po’ buffo, che non ha niente a che fare col vino, e
significa (da una voce norvegese: mar-svin [=porco]) porco di mare, appunto per
il suo corpo tozzo.»
Queste notizie fecero cadere l’entusiasmo dei
ragazzi, perché capirono che dalle focene non potevano aspettarsi tuffi e salti
per loro spettacolo. Già alcuni, come delusi, si stavano allontanando dalla
balaustra , quando a un centinaio di metri emerse una grande orca, e tutti
tornammo a guardare, perché volevamo vedere cosa facevano le focene.
L’orca si diresse veloce contro di esse che subito
fuggirono, ma tutte in una direzione, quasi parallela alla nave, dalla parte di
babordo. La caccia non fu lunga: c’era nel branco una focena probabilmente
vecchia o ammalata, che cominciò a rimanere indietro, sicché l’orca si mise a
inseguirla, raggiuntala l’azzannò alla coda coi suoi formidabili denti. La
focena si dibatté per un poco, poi fu addentata alla testa e rimase stecchita
sotto i morsi del voracissimo cetaceo. Vedemmo l’acqua del mare arrossarsi, e
poco dopo l’orca si immerse con in bocca la preda sanguinante.
La scena ci lasciò scioccati, i ragazzi mostravano
la loro rabbia, i bambini che avevano visto e compreso l’accaduto quasi
piangevano.
Il figlio del presidente, che era il più grande dei
ragazzi, tutto rosso in viso per l’indignazione, disse:
«Queste crudeltà in natura non ci dovrebbero
essere; le navi dovrebbero essere dotate di un cannoncino di precisione per
abbattere questi feroci predatori.»
I ragazzi e le mamme che avevano visto la scena
mostrarono il loro consenso a quanto detto dal ragazzo, ma il professore, che
anche lui aveva assistito alla caccia, chiese attenzione e disse:
«Cari ragazzi, comprendo la vostra indignazione;
nelle lotte furibonde tra gli animali il nostro animo palpita sempre per il più
debole, per il perdente. Nei safari fotografici abbiamo spesso visto il
leopardo che insegue un branco di gazzelle, le stanca con l’inseguimento e poi
sceglie per sua preda l’animale più lento, perché vecchio o malato. Quando lo
ha raggiunto lo abbatte addentandolo alle zampe e subito dopo lo addenta al
collo in modo da farlo morire subito e senza dolore. Anche l’orca, come avete visto,
ha afferrato la focena per la coda e poi l’ha addentata alla testa. Gli animali
carnivori, che si nutrono di carne, devono abbattere mammiferi, ma lo fanno
selettivamente e abbattono, senza crudeltà, solo una preda, quella che serve
per il pasto della giornata. Se non la divorano tutta, la conservano per il
giorno dopo, nascondendola e proteggendola con frasche o altro. Il predatore
deve fare la sua caccia, deve trovare la sua vittima, ma senza ferocia, per
pura necessità. Solo l’uomo uccide per cattiveria o per divertimento, perché
non ha bisogno della carne delle sue vittime.»
Un ragazzo disse:
«Avete detto che la focena rassomiglia a una foca,
onde il nome; ma le foche non sono cetacei? Voi non ne avete parlato.»
A questa osservazione volli rispondere io:
«No, non ne abbiamo parlato, perché non sono
cetacei. Basta accennare a una differenza: i cetacei si riproducono in mare, le
foche si riproducono sulle coste dei mari artici. Infatti la foca più comune,
detta vitulina, è propria di quei
mari. Nel Mediterraneo sopravvive la foca monaca.
La foca appartiene alla famiglia dei focidi, la focena o quella dei delfinidi,
e viene chiamata anche marsuino o marsovino da una parola scandinava che
significa porco di mare. Questi sono
nomi di uso comune, ma gli zoologi e i botanici hanno dato a ogni animale,
uccello, insetto o pianta un nome scientifico latino che li distingue nel
genere e nella specie, come noi siamo individuati dal cognome e dal nome. Questa
classificazione della natura animale e vegetale si chiama tassonomia, parola
composta di due parole greche: tasso
= io ordino, nomia = regola, quindi:
regola per mettere in ordine, sistema di ordinamento. Vedete, ragazzi, che
molte parole italiane, specie quelle della scienza, della medicina, della
tecnica e dell’informatica hanno etimi greci. Conviene conoscerli, anche per
chi non intende studiare la lingua greca, perché in tal modo si ha un duplice
beneficio: si ha il significato vero della parola, e si imparano termini greci
che poi ritroviamo in altre parole italiane. Se uno sa che autonomia deriva dalla parola greca autó che significa sè stesso,
e nomia che significa norma, regola, come abbiamo visto, capisce
subito che automobile significa che si muove da sé, automedicazione è il medicarsi da sé, come chi prende un’aspirina
per un mal di testa. Queste due ultime parole sono di formazione ibrida, cioè mista: metà greca (autó)
metà latina (mobile, medicazione). Le parole ibride sono tante, alcune
comunissime come televisione, telescrivente, formate da tele che in greco significa lontano
e visione, scrivente che derivano
dal latino.
Molti concetti comuni poi li possiamo esprimere alla
latina, come circonlocuzione, circumnavigazione, e alla greca, cioè perifrasi, periplo, che dicono la stessissima
cosa. La lingua italiana, cari
ragazzi, è molto ricca, spesso sovrabbondante, perché possiamo dire la stessa
cosa talora con più termini che chiamiamo sinonimi. Le parole di uso comune,
cioè usate abitualmente dagli scrittori, sono circa centomila; voi, ragazzi, ne
conoscete ben poche, perciò vi esorto a prestare attenzione a queste lezioni
estemporanee, che possono arricchire il vostro vocabolario. Ricordatevi che
ogni parola richiama un’idea, un concetto, quindi chi conosce più parole ha più
idee, è mentalmente più ricco.
Ma voglio tornare alla tassonomia da cui è partito
il mio discorso diciamo etimologico. Fu il Linneo (1707–1778) il quale nella
sua opera scientifica, scritta in latino, intitolata Systema Naturae, propose una classificazione binomia di tutti gli
animali e le piante, anch’essa in latino, che era allora la lingua dei dotti. I
due termini indicano, il primo il genere o ordine, il secondo la specie. Per
esempio il leone è Felis leo, il
gatto Felis catus. Ambedue gli animali,
pur così diversi in grandezza, appartengono all’ordine dei felini, ma a specie
diverse. Il Linneo fu l’iniziatore della tassonomia che poi gli scienziati
(zoologi, botanici e biologi) hanno completato e reso più sistematica, cioè più
precisa e articolata. Per fare un esempio, gli animali marini di cui abbiamo
parlato (delfini, balene ecc.) secondo la tassonomia fanno parte dell’ordine dei cetacei, della classe dei mammiferi, del tipo dei vertebrati. Tutto ciò viene a
dire che essi sono animali marini, hanno vertebre, ossia ossa, e hanno mammelle
per allattare i piccoli, che nascono e vivono sempre in mare. Mi sembra di aver
detto abbastanza e chiudo il discorso, per non apparire pesante.»
Ma il figlio del presidente disse:
«No, avvocato, non è stato eccessivo, ma
interessante. Certe cose non le sapevamo ed è bene saperle. E poi certe nozioni
stuzzicano la curiosità e si vorrebbe conoscere, come si dice, gli annessi e
connessi. Lei ha parlato di Linneo come fondatore della tassonomia; era del
Settecento e scrisse in latino. Ma era un italiano? Io non lo avevo mai sentito
menzionare tra i nostri scienziati, eppure mi sembra importante.»
«Sì, è certamente importante, ma è svedese. Il suo
nome è Carl von Linné, che in latino diventa Linnaeus e in italiano Linneo.
Questa italianizzazione dei nomi attraverso il latino è avvenuta per molti
personaggi anche moderni, che hanno scritto in latino o sono vissuti nei secoli
in cui il latino era la lingua dei dotti. E' stata usata da essi sino al Settecento,
perché era da essi universalmente studiata e conosciuta, era insomma la lingua
della dottrina, e tale è rimasta per
Si era già a sera e il frate, che era stato anche
lui ad ascoltare, invitò tutti a recitare il Rosario.
Essendo martedì dovevamo meditare sui misteri
dolorosi di Gesù: la sua preghiera nell’orto, la flagellazione, la coronazione
di spine, il viaggio al Calvario e la crocefissione. Ognuno di noi poteva fare una
sua riflessione sul mistero enunciato, ma quella sera nessuno si sentì
preparato a intervenire.
Dopo la funzione ci fu la cena, poi un po’ di
conversazione, poi tutti a dormire, mentre il veliero avanzava lento per il
debole vento, ma, a detta del capitano, ora aveva ripreso la giusta rotta.
La mattina dopo, non appena ebbi terminato la mia
pulizia personale, mi recai a trovare il capitano che era nel suo posto di
comando sul cassero. Era come un grande chiosco chiuso tutt’ intorno da
vetrate, e lui era seduto davanti al tavolo sul quale erano spiegate le carte
nautiche.
Erano già le sette, ma lui teneva ancora accesa la
luce perché il cielo era coperto da nubi piovorne e il sole non si vedeva.
Gli chiesi se avremmo avuto pioggia; disse che non
credeva, e che il cielo prima di mezzogiorno si sarebbe aperto: a quella
latitudine il cielo faceva presto a cambiare.
Gli chiesi allora se in giornata saremmo arrivati
alle Canarie, lui disse:
«Con la velocità che ora portiamo, poco più di 4
nodi[30],
è impossibile, ci arriveremo domani e non tanto presto. Dipenderà dal vento,
speriamo che rinforzi.»
Sul tavolo era poggiato un bel cannocchiale, e
chiesi al capitano di poter dare uno sguardo in lontananza.
Era uno strumento potente, col quale vidi qualche
nave e un veliero a tre alberi. A un certo punto in direzione ovest-nord-ovest,
vidi delle isole, e mi meravigliai molto: non potevano essere le Canarie, e mi
sembrava improbabile che fossero dell’arcipelago di Madeira; e allora che isole
erano?
Lo chiesi al comandante. Mi rispose:
«Hai detto giusto: non possono essere le isolette
che fanno parte dell’arcipelago di Madeira, che ormai abbiamo a nord ovest a
più di 160 miglia[31]
di distanza, e tanto meno dell’arcipelago delle Canarie, che abbiamo a sud–sud–ovest
a forse 110 miglia[32];
sono le piccole isole Selvagens appartenenti al Portogallo come Madeira, ma bel
lontane da essa.»
«Non ne ho mai sentito parlare.»
«Sì, nei comuni atlanti talora non sono neppure
indicate, per la loro piccolezza e scarsa importanza a paragone dei due
arcipelaghi che hanno a nord e a sud. Ma adesso te le mostro sulla mia carta.
Eccole! E noi siamo ora in questo punto a circa 21 miglia[33]
da esse.»
Sentendo che avevamo le Canarie a soli 110 miglia,
chiesi perché non ci potevamo arrivare in giornata. Sorridendo rispose:
«Dovremmo volare, avere le ali, ma abbiamo solo le
vele che non si muovono da sole, ma sono mosse, e sono quindi schiave del
vento. Dovremmo filare a 8-9 nodi[34],
velocità possibile con un vento forte e favorevole, da poterlo prendere a bolina
larga. Ora invece navighiamo ad appena 4 nodi, con un vento fiacco. Spero
comunque di essere a Las Palmas domani prima di notte, in modo da poterci attraccare
al molo con sicurezza; ché altrimenti ci conviene ancorarci fuori dal porto in
una cala riparata.»
Chiesi se era un porto di difficile accesso.
Rispose:
«Non proprio, ma con l’oscurità la manovra, specie per
un veliero, non è facile. La larghezza tra la diga foranea e il molo è di
appena
Ringraziai il comandante e andai a trovare il
presidente, per informarlo di quanto appreso dal capitano. Lui, che stava
parlando con l’economo, disse che questo ritardo se l’aspettava; comunque erano
pochi giorni che eravamo partiti da Fiumicino, ed eravamo già a buon punto del
nostro viaggio che, tutto sommato, procedeva bene, e ne dovevamo ringraziare il
buon Dio.
Aggiunse che la salute generale era buona, ed erano
pochissimi quelli che soffrivano un po’ di mal di mare. Il frate, che si era
unito alla nostra conversazione, confermò le valutazioni ottimistiche del
presidente, e poco dopo ci invitò tutti alla santa Messa. Dopo di essa il
presidente mi disse che sarebbe stato opportuno, nella lezione del pomeriggio, parlare ai ragazzi delle grandi
esplorazioni marittime, e mi chiese se me ne incaricavo io, o doveva rivolgersi
al professore. Accettai l’incarico.
Accettai perché coi ragazzi non occorreva una
lezione cattedratica, ma un’informazione sommaria, che però mettesse in rilievo
le motivazioni politiche e anche psicologiche di quelle esplorazioni, e anche
le loro conseguenze geo-politiche. Tuttavia, non avendo testi da poter
consultare, dovevo affidarmi completamente alla memoria scolastica, che però era
ancora viva, perché le esplorazioni, marittime e terrestri, mi hanno sempre
interessato, anche lasciata la scuola.
Mi appartai in un recesso verso prua, per
riflettere e richiamare alla memoria le nozioni e dare ad esse un certo ordine
logico e cronologico. Concentrandomi un po’ riuscii a comporre una certa scaletta mentale di quanto era opportuno
dire, e quando suonò la campana della mensa scesi sottocoperta con in mente uno
schema di lezione che mi pareva soddisfacente.
Verso le 17 il presidente adunò a poppa tutti i
ragazzi per la consueta lezione; anche quasi tutti gli adulti, compreso il
frate, erano presenti.
Era corsa voce che la lezione sarebbe stata
interessante.
Il presidente disse:
«Forse domani arriveremo alle Canarie, arcipelago
appartenente alla Spagna. Spagna e Portogallo nei secoli XV e XVI occuparono le
isole e le coste bagnate dall’Atlantico, ed è bene conoscere questa
colonizzazione che fu preceduta dalle scoperte geografiche. Tutti conosciamo
l’impresa di Colombo del 1492, ma ci sono molti altri navigatori abili e
coraggiosi che in quei secoli allargarono le conoscenze geografiche degli
Europei. L’avvocato nostro segretario vi
parlerà sommariamente di questi navigatori e delle loro imprese.»
Allora cominciai:
«Non vi dovete aspettare da me una lezione
cattedratica, esatta ed esaustiva. Non sono uno specialista della materia, ma
le esplorazioni e le scoperte mi hanno sempre interessato. Le esplorazioni sono
avvenute anche per via terra, come quella di Marco Polo, ma noi oggi vogliamo parlare
di quelle marittime, che ora ci interessano di più, e anche noi, in un certo
qual modo, andiamo a esplorare qualcosa che non conosciamo. Noi siamo mossi da
un intento religioso, ma è un’eccezione; le esplorazioni sono intraprese con
altri intenti. Dante dice che Ulisse iniziò il suo ultimo viaggio per “divenir
del mondo esperto, e delli vizi umani e del valore.”[35]
Anche questa motivazione ideale è rara. La verità è che i viaggi marittimi di
esplorazione sono fatti per motivi politici e commerciali, cioè per occupare
nuove terre e per sfruttarne le risorse.
Nell’evo antico i più arditi navigatori furono i
Fenici, i quali fondarono colonie commerciali in tutto il bacino del
Mediterraneo; di esse la più famosa è Cartagine. I Fenici osarono avventurarsi
anche nell’Oceano Atlantico, scoprirono Madeira e quasi sicuramente
effettuarono la circumnavigazione dell’Africa. Nel medioevo, dopo il Mille,
quando l’Europa cominciò a rifiorire economicamente, nel Mediterraneo furono
soprattutto i Veneziani e i Genovesi a navigare per il commercio delle spezie,
pepe, cannella, noce moscata, chiodi di garofano, zenzero ecc. le quali erano
allora ricercatissime, perché per insaporire i cibi i medievali non avevano,
oltre al sale, che le spezie. Ci dobbiamo ricordare che allora i migliori
ingredienti della nostra cucina, come pomodori, peperoni, melanzane, patate,
ecc. non erano ancora conosciuti: verranno tutti dall’America. La scoperta di
Colombo, spostando l’asse del commercio dal Mediterraneo all’Atlantico,
danneggiò le due repubbliche marinare italiane, per le quali da allora cominciò
una lenta ma inesorabile decadenza. Da porti favoriti e privilegiati divennero
porti di second’ordine.
I porti privilegiati divennero quelli
sull’Atlantico, e le nazioni favorite furono il Portogallo,
Tornando al Portogallo, il re Giovanni I
(1357-1433) comprese che l’avvenire del suo Stato era sul mare, e fu detto il Grande per le sue fortunate imprese
marittime. Queste erano organizzate quasi ogni anno in primavera, e spesso
comandate da suo figlio, l’infante Enrico detto il Navigatore proprio per questa sua intensa attività. I Portoghesi,
esplorando le coste occidentali dell’Africa, si spingevano coi loro vascelli
ogni anno più a sud, occupando le isole costiere, prima quelle del Capo Verde,
poi quelle del Golfo Di Guinea. Ovviamente, se il re e suo figlio prendevano
l’iniziativa e davano le direttive e il finanziamento, erano poi i capitani
delle flotte che raggiungevano gli obiettivi. Qualche volta questi capitani
dettero il proprio nome alle isole da loro scoperte. Per esempio, Fernando Poo nel
1486 scoprì nel Golfo di Guinea l’isola che prese il suo nome. È di notevole
grandezza, 2000 km² con oltre 250.000 abitanti; essa però oggi non porta più il
nome del suo scopritore. Divenuta indipendente nel
Dopo la fortunata scoperta di Colombo gli Spagnoli
si dedicarono ad ampliare i loro possedimenti in America, mentre i Portoghesi
si impegnarono per raggiungere le Indie navigando verso Est. Vasco de Gama
(1469–1524) oltrepassando il Capo di Buona Speranza già raggiunto dal Diaz, che
lo accompagnava in questo viaggio del 1497, esplorò la costa orientale
dell’Africa sino al Kenia, e poi da Malindi partì per la traversata dell’Oceano
Indiano che lo portò a sbarcare nel – 1521) concepì
l’ardito disegno di circumnavigare la terra passando a sud dell’America, per
raggiungere l’Asia da est e quindi tornare in Europa passando al Sud
dell’Africa per la rotta ormai conosciuta. Era un azzardo, tutto basato
sull’ipotesi che a sud dell’America ci fosse un passaggio accessibile
dall’Atlantico all’altro oceano ancora del tutto sconosciuto. E se il passaggio
non c’era? O non era navigabile perché ghiacciato? A quanto pare i Reali di
Portogallo ritennero l’impresa troppo rischiosa; allora Magellano si rivolse ai
Reali di Spagna i quali accettarono di finanziare l’impresa. Magellano armò una
flotta di cinque navi e partì dal porto spagnolo di San Lucar nel settembre del
1519 e navigò verso l’America Meridionale che costeggiò fino a trovare, molto a
Sud, il passaggio ipotizzato. Questo stretto tra il continente americano e una
grande isola contornata da altre minori, si chiama ancora stretto di Magellano
da nome di colui che per primo lo attraversò nel 1520. Il nuovo oceano gli
sembrò molto calmo e lo chiamò Pacifico, ma non tanto pacifici trovò gli
abitanti delle numerosissime isole sparse nell’immenso oceano. In alcune fu
rapinato, e perciò le chiamò Isole dei Ladroni, oggi Marianne. Navigando ancora
verso ovest per raggiungere l’India, scoprì un grande arcipelago, che poi fu
chiamato delle Filippine in onore del re di Spagna Filippo II che le occupò.
Qui nell’isola di Matan venne a conflitto con gli indigeni che bruciarono le
navi e lo uccisero con quasi tutti i suoi ufficiali nel 1521. Scampò una sola
nave con la quale Sebastiano Como tornò fortunosamente a San Lucar nel 1522,
effettuando il primo giro del mondo, che però fu realizzato a costo di molte
perdite e vittime, a cominciare dal suo coraggioso ideatore. Mi sono
dimenticato di dire che la grande isola dello Stretto di Magellano, pur essendo
freddissima, fu da lui chiamata Terra del Fuoco, perché gli indigeni, meravigliati
e forse spaventati per quei velieri da loro mai visti, accesero molti fuochi in
segno di quasi religiosa accoglienza. Aggiungo ancora che con Magellano c’era
anche il vicentino Antonio Pigafetta, che si salvò con Sebastiano Como e
scrisse poi la relazione dell’avventurosa spedizione.
Allora gli Italiani amanti della navigazione, non
trovando più impiego in patria per la decadenza marinara dell’Italia e di tutto
il bacino mediterraneo, cercavano ingaggio all’estero. Ne cito solo due, uno
fortunato, uno sfortunato. Amerigo Vespucci (1454–1512), fiorentino, navigò
prima al servizio della Spagna, e poi per il Portogallo esplorò un gran tratto
della costa brasiliana. Un geografo tedesco nel 1507 chiamò nel suo atlante
“Terra di Americo” cioè America
quella zona del Nuovo Mondo; il nome ebbe fortuna e fu poi esteso a tutto il
continente.
Un altro fiorentino, Giovanni da Verazzano
(1489–1528), al servizio della Francia in una prima spedizione esplorò da sud a
nord le coste dell’America settentrionale arrivando sino a Terranova. Nel 1528
organizzò un secondo viaggio per esplorare l’America centrale verso la quale si
diresse con cinque navi, delle quali non si seppe più nulla, evidentemente
inghiottite dall’oceano.
Dopo il Portogallo,
Nel 1778 scoprì le isole Sandwich, poi chiamate
Hawaii, dove tornò l’anno successivo e vi fu assassinato dagli indigeni. Egli
quindi come Magellano e Verazzano pagò con la vita la sua sete di conoscere, e
coi suoi viaggi iniziò l’era delle esplorazioni scientifiche. Col capitano Cook
chiudo la mia esposizione, che spero non vi abbia annoiato, e vi ringrazio
della vostra attenzione.»
Quando finii di parlare fra Pietro intonò il
Rosario perché si era fatto un po’ tardi. Poi ci fu la cena, la conversazione e
il silenzio. Quando ci coricammo il veliero avanzava ancora più lento, con una
rotta che ora era di un pieno sud.
Quando ci alzammo, al mattino, il cielo era
nuvoloso e il vento teso. Mi meravigliai nel vedere i fiocchi ammainati e le
vele calate a metà. Mi sembrava che avremmo dovuto approfittare del vento per
navigare più veloci e raggiungere le Canarie in mattinata, perché esse dovevano
essere molto vicine. Incontrato il capitano gli chiesi il motivo di quella
novità. Mi rispose:
«Siamo entrati sotto il dominio degli Alisei,
vengono da nord–est e ci spingono verso sud–ovest con notevole violenza. A dar
loro agio, ci porterebbero fuori rotta, cioè troppo a ovest. Ora siamo press’a
poco sul meridiano di Las Palmas e non dobbiamo scostarci da esso. Temo che il
vento diventerà presto di burrasca o di fortunale, per regalarci una tempesta peggiore
di quella dell’altro giorno. Perciò dica a fra Pietro di anticipare
Avvertii il frate, il quale fece giusto in tempo a
finire la santa Messa, omettendo l’omelia e rimandando al pomeriggio il
commento al Vangelo che era quello del giudizio finale[36],
un testo che in verità non ha bisogno di esegesi, tanto è chiaro ed evidente.
Appena finita
Verso le 11 il vento divenne di bufera, e il
comandante fece calare completamente le vele e mollare in acqua la gomena
dell’ancorotto di deriva. Era una specie di ancora, ma col fusto più corto e
con i quattro arpioni congiunti da lamine di ghisa che rendevano l’arnese più
pesante e di maggiore ostacolo rispetto alla corrente. Serviva in pratica da
freno e un po’ anche da timone.
Intanto la pioggia cadeva scrosciante e il vento
raddoppiava.
La scialuppa era stata alata in tempo per coperta,
ché altrimenti sarebbe andata sicuramente perduta, tanta era la violenza delle
onde. Il veliero beccheggiava un po’ troppo, e il capitano fece calare da poppa
l’ancora galleggiante. È una specie di grossa ancora circolare con una parte
centrale quasi a botte ermetica, e la parte periferica tutta piombata.
Calata in acqua, affiora appena in superficie e
frena notevolmente il veliero. Era evidentemente una tempesta peggiore della
precedente, l’atmosfera si era fatta oscura, le onde erano cavalloni
spumeggianti, e sul telone il nubifragio tambureggiava in modo pauroso.
A un certo punto pensai bene di scendere anch’io
sottocoperta, anche per confortare la mia bambina, e del resto si stava
avvicinando l’ora del pranzo, che avrebbe riconfortato gli animi in verità un
po’ ammosciati di grandi e piccini.
Ma il conforto durò poco, non più di mezz’ora. Il
beccheggio che era aumentato, tanto che ci dovevamo tenere a un qualche
appiglio per non perdere l’equilibrio, scombussolò lo stomaco di parecchi.
Due signore che erano in stato interessante ebbero
dei malori con nausee e vomiti. Il medico e l’ostetrica come infermiera ebbero
un bel daffare per calmare e curare quelli presi dal mal di mare. Per fortuna
Rosa e la bambina non ebbero alcun malore, ma Luisa non lasciava la mia mano e
le dovevo raccontare una favola dopo l’altra, per farla addormentare.
Quando finalmente ci riuscii, mentre tutti gli
altri adulti preferirono restare sottocoperta, accanto ai loro familiari, io
volli tornare sopraccoperta, per sdraiarmi nel mio lettuccio. Forse per
l’umidità e la bassa pressione mi sentivo le ossa rotte e una grande fiacchezza
addosso, tanto che, dopo essermi tappate le orecchie con la carta dei
fazzolettini, mi gettai sul giaciglio con tutto l’impermeabile, e non tardai a
prender sonno. Un sonno di piombo che durò più di sei ore filate, ma quando mi
svegliai mi sembrava di essere un altro e di stare in un’altra nave.
Infatti il telone era stato tolto, le vele erano alzate
e anche i fiocchi erano tesi.
Il comandante mi si avvicinò con un sorriso,
intuendo la mia meraviglia per il gran cambiamento avvenuto in poche ore.
«Le tempeste tropicali» mi disse «più sono violente
e meno durano. Adesso navighiamo veloci, di bolina larga con vento fresco; ora
sono le 16,30, e se continua questo vento, penso che fra tre ore potremo essere
in vista di Las Palmas.»
L’aria era chiara, il mare mosso ma a nostro favore,
il cielo quasi tutto sgombro. Tutti, adulti e ragazzi, erano saliti
sopraccoperta a osservare la scena così cambiata. Ci stavamo avvicinando alle
Canarie e tutti guardavano in direzione della prua. Il capitano ci invitò a
guardare verso destra; in quella direzione si scorgeva l’erto promontorio di
una grande isola con un’altura di almeno
«Non è
Sentite queste parole del comandante, fra Pietro
invitò tutti a recitare il Rosario.
«Oggi è giovedì» disse «e dobbiamo meditare sui
misteri luminosi o della luce, quelli nei quali Gesù si rivela come Figlio di
Dio e annuncia l’instaurazione del suo regno, al quale noi oggi intendiamo
partecipare e contribuire. Ringraziamo il Signore e
Fra Pietro si accorse che gli animi di tutti eran
tesi nell’attesa di vedere Las Palmas, e rinunciò a fare l’omelia sul giudizio
finale, come si era proposto in mattinata.
Alla fine del Rosario e ricevuta la benedizione,
tutti tornammo a prua per ammirare
Tutto il basso occidente era nuvoloso, e il sole
scompariva in una nuvolaglia che sembrava tinta di sanguigno. Il pilota era
alquanto preoccupato per il cambiamento del vento e della corrente, ma voleva
entrare comunque nel porto. Si inoltrò nel passaggio tra la diga foranea e il
molo nord, ma ordinò subito l’inversione di rotta, perché capì che rischiava di
essere spinto dalla corrente contro la scogliera esterna.
Avanzò allora verso sud e volle tentare l’ingresso
in porto tra la diga e il molo sud. Il nocchiero, interpellato, disse al comandante
che ce la potevano fare, e infatti si inoltrarono nel passaggio, ma a metà
percorso dovettero rinunciare perché il vento li portava a sbattere contro il
faro. Ripresero perciò il largo e avanzarono verso sud alla ricerca di una cala
alquanto riparata.
La trovarono poco più in là ma era ormai scuro, e
non potettero fare altro che mettere il veliero alla cappa.
La notte per il comandante e per l’equipaggio non
fu tranquilla, impegnati com’erano a mantenere il veliero in posizione di
sicurezza; e anche noi adulti, che ci rendevamo conto dell’emergenza, quella
notte non dormimmo un sonno tranquillo.
Ma il giorno dopo vedemmo che il tempo si era
rimesso al bello, col mare poco mosso, il vento di brezza tesa. Il comandante
aveva già mandato il personale a fare la spesa in città, col canotto di
servizio. Esso fu di ritorno poco dopo con le provviste alimentari che furono
scaricate e sistemate nella cambusa. Si trattava di carne e pesce fresco,
verdura frutta e bottiglie di acqua minerale per circa un ettolitro. Il
comandante pensò che ormai poteva fare a meno di entrare in porto evitando così
di perdere una mezza giornata; però volle sentire noi di Adelfia. A dire la
verità le donne e i ragazzi volevano sbarcare per visitare la città e magari
comprare qual cosina; noi adulti eravamo perplessi.
Il nostro presidente volle vederci chiaro, e chiese
al capitano per quale motivo preferiva rinunciare allo scalo, a parte la
perdita di mezza giornata di navigazione. Egli rispose:
«Abbiamo un vento di brezza tesa che ci
permetterebbe di lasciarci dietro l’arcipelago in giornata, e prendere il gran
largo con l’aliseo favorevole. In questo arcipelago ci sono isolotti e scogli
da evitare con cura e in piena luce. Questo è il motivo tecnico; ma c’è un
altro motivo. La polizia spagnola è piuttosto meticolosa nei controlli di
uomini e merci, e fa perdere molto tempo. La dogana poi è davvero esosa, e
pretende il pagamento della tassa di soggiorno di tutti i turisti al di sopra
dei dieci anni, anche per una breve sosta. Perciò io vi consiglierei di
rinunciare allo scalo, a meno che non abbiate motivi impellenti per fare la
sosta.»
Il consiglio del capitano ci parve saggio, e gli
dicemmo che poteva levare subito le ancore, perché il sostare da turisti mezza
giornata a Las Palmas non ci allettava davvero. I ragazzi e qualche mamma non
furono contenti, ma il buon frate li convinse che era meglio così, che la loro
era pura curiosità, la quale sarebbe stata certamente delusa se fossero
sbarcati in quella città coloniale che non aveva nulla di particolare. Se poi
qualcuno ne voleva avere un’idea più precisa, lui aveva un pieghevole turistico
che avrebbe messo a disposizione del richiedente. Aggiunse che la fotografia
spesso abbellisce la realtà delle cose, ed è quindi preferibile alla vista
diretta, la quale scorge anche le cose meno belle, che procurano delusione.
L’aliseo da Nord-Est ora soffiava con più forza, e
il veliero correva veloce a bolina larga. Quando suonò la campana per il
pranzo, il capitano, augurandomi il buon appetito, mi disse che correvamo a
oltre 8 nodi, avevamo già percorso circa 32 miglia[37],
e ci eravamo allontanati tanto dall’arcipelago che
A tavola il presidente disse che dovevamo pensare a
un argomento interessante per la lezione
del pomeriggio. Secondo lui sarebbe stato interessante, dopo le esplorazioni
marittime, trattare di quelle terrestri e ne voleva incaricare me. Dissi che, per
quel pomeriggio, non me lo sentivo. Non avendo testi per prepararmi, dovevo affidarmi
tutto alla memoria; ma per richiamare alla memoria le notizie apprese sui
banchi di scuola, e dargli un certo ordine o cronologico o tematico, ci voleva
qualche ora di riflessione che per quel giorno non avevo. Avrei parlato di
quell’interessante argomento in uno dei prossimi giorni.
Il presidente si rivolse allora al professore e gli
chiese se aveva qualche tema da proporre per il pomeriggio. Rispose che voleva
trattare un po’ di letteratura italiana a cominciare da Dante, padre della
nostra lingua. Tutti i ragazzi certamente ne avevano sentito parlare, ne
avevano forse letto o anche imparato a memoria qualche sonetto, ma non avevano
potuto capirne il messaggio religioso e politico. Di questo lui avrebbe
volentieri parlato, ma in modo accessibile ai ragazzi e anche agli adulti non
addottorati.
Il presidente fu d’accordo, e tutti approvarono la
scelta. Sul messaggio di Dante anch’io avevo le mie idee, di cui avrei parlato
volentieri, ma ormai dovevo dedicarmi all’argomento storico-geografico, e
concentrare su di esso la mia reminiscenza.
Mi ripromettevo però di ascoltare attentamente
l’amico professore, per vedere se la sua interpretazione dantesca collimava con
la mia. Ma allorché, verso le 16,30, ci stavamo radunando in vista della lezione, sentimmo le grida dei ragazzi
che stavano a guardare alla balaustra di poppa con la speranza di vedere
qualche cetaceo.
Avevano infatti scorto una balena non più lunga di
Dopo poco sentimmo delle più forti grida e
accorremmo a poppa. Scorgemmo una grande orca che inseguiva la giovane balena e
l’aveva quasi raggiunta, ma questa la colpì con la coda e si immerse, e l’orca
la seguì sott’acqua. Quando la balena riemerse, le orche inseguitrici erano
due, che la attaccavano una da destra e l’altra da sinistra sincronicamente, e
avvenne che, mentre la balena torcendosi alquanto teneva lontana con la coda
quella di sinistra, quella di destra la addentò al fianco e ne strappò un
grosso pezzo di carne col quale si allontanò velocemente lasciando una scia di
sangue.
Anche l’orca di sinistra, approfittando del momento
che la balena ferita si era curvata verso destra, le piombò addosso da sinistra
e le strappò un altro lembo di carne e subito si immerse lasciando in
superficie una chiazza rossa. La scena ci lasciò scioccati e indignati verso
questi predatori che non attaccano in modo cavalleresco, uno contro uno, ma in
due o più, e l’animale isolato, non potendosi difendere contemporaneamente da
tutte le parti, deve necessariamente soccombere.
Lo stesso fanno nella savana le iene affamate che
attaccano in branco, tutte in cerchio, dopo averlo isolato, anche un animale
molto più forte e ne hanno ragione, e ci fanno rabbia per la loro vile ferocia.
Restammo a lungo a guardare, ma né la balena ferita
né le feroci orche riemersero nelle nostre vicinanze, e i ragazzi ci chiedevano
ansiosi se la giovane balena poteva morire dissanguata in fondo al mare.
Rispondemmo che sarebbe presto guarita, perché l’acqua del mare, salata com’è,
avrebbe disinfettato e fatto cicatrizzare le ferite, che erano superficiali.
Il capitano assicurò che più di una volta aveva
visto balene con cicatrici anche vistose. Le parole del comandante consolarono
tutti, specie le donne e i ragazzi, che erano i più preoccupati.
Ma rimanemmo per un po’ incapaci di pensare ad
altro che alla povera balena attaccata vilmente dalle orche assassine. Il
presidente comprese il generale stato d’animo, e rimandò la lezione dantesca
all’indomani alla stessa ora.
Il frate approfittò della pausa per prendere la
parola, e disse:
«La scena della balena ferita ci ha addolorati, ma
dobbiamo pensare che gli animali obbediscono all’istinto che è stato dato loro
per sopravvivere, e in loro non c’è cattiveria, anche se a noi quegli attacchi sembrano
dettati da malvagità. No, la malvagità presuppone un disegno cattivo, che gli
animali non possono concepire, perché non hanno un’intelligenza logica come la nostra, cioè capace di
deduzione e induzione, e quindi di valutazione e di scelta.
L’intelligenza che alcuni animali, come i cavalli e
i delfini, i cani e i gatti e specialmente le scimmie mostrano, è recettiva e mnemonica,
non valutativa e selettiva; quindi quelle orche non sono cattive; essendo
animali carnivori, se non trovano focene o delfini, spinte dalla fame attaccano
anche le balene, e non solo le giovani, ma anche le adulte, che sono due tre
volte più grandi di esse. Il dolore che le vittime provano non è come il
nostro, esse lo sentono nell’immediatezza. Un cane ferito guaisce perché sente
il dolore, ma non ne ha coscienza e non ne conserva memoria e tanto meno
preoccupazione, come avviene a noi uomini, per i quali il dolore non è solo una
sensazione immediata, ma anche una consapevolezza, una memoria e una
preoccupazione incessante, le quali talvolta sono peggiori del dolore in sé e
per sé.
Ma ora lasciamo stare le balene e le orche, e
pensiamo a recitare il Santo Rosario. Oggi è venerdì e riflettiamo sui misteri
dolorosi, che riguardano le principali vicende della passione di Gesù Cristo,
nostro Signore. Non molti giorni fa io ricordai che i misteri sono enunciati
per meditarci sopra, e mi auguravo che qualcuno di voi prendesse la parola per
commentare un mistero come gli ispirava il cuore. Ma finora nessuno è mai
intervenuto: avete forse paura di non essere all’altezza? Tutti ne siete
all’altezza, basta dire quello che il cuore detta.»
Io sentii queste parole come un rimprovero, e mi
proposi di intervenire per dire qualcosa sul primo mistero, l’orazione di Gesù
nell’orto degli ulivi.
Quando esso fu enunciato presi la parola e dissi
press’a poco questo:
«Cari fratelli e sorelle in Cristo, la passione di
Gesù ci viene narrata quasi con le stesse parole dai quattro evangelisti,
perché essa era rimasta vivamente impressa nella loro memoria. Infatti Matteo e
Giovanni, che erano dei Dodici, vi assistettero personalmente, mentre Marco e
Luca sentirono la testimonianza di persone fededegne. Gesù vero Dio era anche
vero uomo, e qui ci appare con tutte le nostre debolezze, e ci insegna come ci
dobbiamo comportare nelle grandi prove della vita. Nel Getsemani egli sente dolore
e angoscia, e confessa che la sua anima è triste fino alla morte. Nella
terribile prova, Egli supplica il Padre, affinché allontani da lui il calice amaro,
ma subito aggiunge:
“Però non come voglio io, ma come vuoi Tu.”
Con ciò dimostra che è umano chiedere a Dio di
essere liberati dalla sofferenza, ma che ci dobbiamo sempre rimettere alla Sua volontà.
Questa è la santa rassegnazione cristiana. Comunque è la preghiera che ci sostiene
nella prova; Gesù infatti disse agli apostoli:
“Vegliate e pregate per non cadere in tentazione.”
Ma essi, invece di vegliare, si addormentarono, e
subito dopo caddero nella tentazione della viltà e dell’egoismo, e abbandonarono
il loro Maestro, temendo solo per sé stessi. Lo abbandonò anche Pietro che poco
prima aveva dichiarato:
“Anche se dovessi morire con te, non ti
rinnegherò.”
La sua era la stolta presunzione di chi si sente
troppo sicuro di sé e non bisognoso di aiuto: egli invece di vegliare e pregare,
si addormenta, e poi rinnega il Maestro. Questo ci insegna l’umiltà, il bisogno
dell’aiuto divino per non cadere in tentazione. Gesù ci insegna la preghiera
fiduciosa, incessante, ma anche rassegnata alla volontà di Dio, perché Egli
solo sa quello che per noi è il vero bene. Questo mi sembra l’insegnamento che
possiamo ricavare dalla meditazione di questo mistero. Così sia.»
Non so di quanta efficacia sia stata la mia
riflessione, ma io avevo parlato come il cuore mi dettava.
Finimmo il Rosario e ricevemmo la benedizione, poi
conversammo in attesa della cena che fu servita all’ora solita. Il veliero
continuava a navigare veloce, e la giornata terminò serenamente, anche se ci
aveva dato qualche sensazione dolorosa, e non soltanto per i misteri del Rosario,
sui quali avevamo meditato.
Il giorno successivo non avemmo altri incontri con
animali marini, ma avemmo un incontro con un altro veliero. Forse anch’esso
veniva dalle Canarie. Lo vedemmo raggiungerci da poppa a grande velocità non
certamente per la spinta delle sole vele, ma per il motore ausiliario. Infatti dopo
averci affiancato subito rallentò e si mise al passo con noi, ora con la spinta
delle sole vele, e avemmo la prova che il nostro due alberi con vele latine non la cedeva rispetto a un tre alberi con tante vele quadre, tese
sugli alberi di trinchetto, maestra e mezzana, più una grossa randa su un basso
albero di poppa, più quattro fiocchi tesi sul lungo bompresso.
Sulla fiancata leggemmo República Federativa do Brasil, e infatti la bandiera brasiliana
garriva a prua e a poppa e sull’albero di maestra. Il numeroso equipaggio
vestiva una divisa militare con pantaloni gialli e casacca blu. Era una nave
scuola per i cadetti della Marina. Ci si accostò a babordo a circa dieci metri,
e un ufficiale col megafono ci chiese, in inglese, di che nazione eravamo, dato
che non avevamo bandiera di sorta.
Il nostro capitano rispose che eravamo turisti
italiani, diretti al Tropico del Capricorno per una crociera oceanica.
L’ufficiale ci augurò buon viaggio e disse che per noi Italiani avrebbe gettato
sul nostro tender un pacco–omaggio, come segno di amicizia per l’Italia. E
infatti il tre alberi si avvicinò fin quasi a toccare il nostro canotto, sul
quale un marinaio gettò un grosso pacco. Dopo di che la nave-scuola riaccese il
motore, ci superò e in poco tempo sparì in direzione sud–ovest, mentre noi
avevamo la prua al preciso sud.
Tutti eravamo curiosi di sapere che cosa ci fosse
nel pacco-dono, anche i marinai lo volevano sapere, e il capitano li accontentò
subito. Il tender fu tirato sino a toccare il veliero, al quale fu fermato con
due funi. Su di esso fu calata una scaletta di corda, e uno dei cuochi vi scese
per prendere il grosso pacco.
A quanto pare era anche molto pesante, e il
comandante comprese che il cuoco non poteva risalire col pacco che gli
impegnava ambedue le mani. Perciò fece scendere nel canotto un marinaio con due
cime, con le quali il pacco fu imbracato ben bene e tirato a bordo facilmente.
Tutti, piccoli e grandi, circondarono l’involto per
assistere alla sua apertura, che il capitano fece fare al cuoco.
Nell’involucro esterno era stampata la bandiera del
Brasile, all’interno c’era un cartiglio in lingua portoghese che diceva “Il
popolo carioca saluta e augura ogni bene.”
Ben sistemati e protetti dentro al cartone c’erano
10 pacchi di caffè Santos, 10 pacchi di zucchero San Paolo e 10 bottiglie di
gin Bahia.
Il comandante disse subito che l’omaggio era metà
per l’equipaggio e metà per Adelfia. Il nostro presidente ringraziò, ma disse
che il liquore era tutto per l’equipaggio, perché i membri di Adelfia sono
astemi. Questa nostra rinuncia fu accolta con molto piacere dai marinai, che
dei liquori sono piuttosto amici.
Nel pomeriggio ci fu l’attesa lezione sul messaggio
di Dante, che io cerco di sintetizzare:
«Dante Alighieri (1265–1321) è il vero
rappresentante della cultura medievale nel campo teologico, filosofico,
astronomico e geografico. In quest’ultimo campo egli esegue l’erronea opinione
che la lunghezza del Mediterraneo, da Beirut a Gibilterra, fosse un quarto della
circonferenza terrestre, e che quindi bastasse navigare verso ovest per
un’uguale lunghezza per trovarsi agli antipodi di Gerusalemme, nelle favolose
isole delle spezie.
Questa opinione in seguito fu espressa, a quanto
pare, anche dal geografo Paolo Toscanelli dal Pozzo (1397–1482) e forse
convinse Colombo che la via più breve per raggiungere le Indie era navigando
verso occidente; e il navigatore genovese sino alla morte fu convinto che le
isole da lui scoperte erano indiane cioè dell’Asia, Dante era certamente un
genio, ma forse un po’ troppo sicuro di sé, tanto da avventurarsi anche nel
campo scientifico, con dimostrazioni bislacche, come quella sulle macchie
lunari.
Per noi Dante è grande per la sua concezione
morale. Egli fa di sé stesso il rappresentante dell’intera umanità corrotta,
perdutasi nella selva oscura del peccato, perché ha smarrito la diritta via.
Quando egli prende coscienza della sua condizione viziosa, vorrebbe uscirne con
uno sforzo di buona volontà, ma le passioni predominanti e il cattivo
reggimento sia spirituale (Papato) sia temporale (Impero) glielo impediscono,
ed egli sta per ricadere nella selva oscura del vizio. Ma ecco l’intervento di
Dio ottenuto dalla Madonna, la quale non vuole che l’umanità, già redenta da
Cristo suo figlio, ripiombi nella corruzione.
E la via della salvezza è una profonda meditazione
sulle cause della corruzione e sulle sue conseguenze. Le cause della corruzione
sono il Papato mondanizzato, che dà il cattivo esempio, e il Sacro Romano
Impero, che vien meno al suo dovere istituzionale di reggere il mondo con
autorità, equità e giustizia, e pensa soltanto a meschini interessi di parte.
Per Dante il Papa e l’Imperatore sono stabiliti da
Dio come due soli che devono illuminare il
cammino dell’umanità e guidarla alla salvezza. Per raggiungere questo scopo
essi devono agire in piena concordia, ma ognuno nel proprio campo senza prevaricare, cioè senza tentare di
invadere il campo altrui. Per Dante era il Papato che aveva prevaricato,
appropriandosi di un dominio terreno, fonte incessante di corruzione.
Anche l’impero è colpevole ma in misura minore, perché
non si è opposto alle pretese della Chiesa, limitandosi a tutelare soltanto
qualche interesse particolare.
Il poema dantesco è tutta un’allegoria.
L’uomo Dante, cioè tutta l’umanità, deve giungere
alla salvezza col prendere coscienza delle cause prime della sua corruzione, e
quindi si deve purificare il Papato da tutti gli apparati mondani. Ma questo si
potrà ottenere solo con l’intervento di Dio, che ci viene concesso per l’intercessione
della Vergine Maria. Infatti nell’ultimo canto della Divina Commedia Bernardo
di Chiaravalle supplica
Riguardo all’uomo singolo, Dante ci insegna che egli
potrà vincere le passioni peccaminose seguendo la retta ragione, cioè Virgilio,
e meditando incessantemente sulle conseguenze nefaste del peccato (Inferno),
sulla possibilità di emendarsi (Purgatorio) e sulla ricompensa beata della
virtù (Paradiso).
Questo è il messaggio di Dante, uomo del XIV secolo,
che è messaggio valido anche per noi del XXI secolo.»
La lezione era durata più di un’ora, e subito dopo
il frate cominciò la funzione serale con il Rosario e la benedizione. Poi ci
disse che l’indomani, domenica, era dedicata alla celebrazione liturgica
dell’Ascensione di Nostro Signore Gesù Cristo, e al santo Rosario avremmo
dovuto meditare appunto su questo mistero glorioso, sul quale si aspettava che
qualcuno facesse qualche opportuna riflessione.
Era un invito ma fu sentito come un rimprovero,
perché dopo il mio intervento del venerdì, nessuno aveva preso la parola sui
misteri del Rosario. Questa volta fu il nostro presidente a raccogliere
l’invito, e ci disse che sul mistero dell’Ascensione avrebbe detto lui
qualcosa.
Approvai questa sua offerta e, rivolgendomi a tutti
gli altri, li esortai a partecipare spontaneamente a questa iniziativa del
nostro frate, che serviva anche a farci meditare meglio i santi misteri.
La festa dell’Ascensione mi fece ricordare che
nell’Atlantico che stavamo navigando c’è una piccola isola con questo nome, e
mi chiedevo se essa fosse sopra o sotto l’equatore.
Avrei dovuto consultare un atlante, ma nessuno dei
ragazzi aveva pensato di portare, tra i libri scolastici, questo sussidio così
utile, e fui costretto a ricorrere al nostro capitano.
Andai a trovarlo al suo posto di comando sul cassero.
Mi accolse con piacere e sorridendo mi chiese:
«Ebbene, avvocato, come va la nostra crociera?»
«Bene, amico, ci stiamo istruendo e provando anche
delle emozioni che certamente ricorderemo. Domani, come sai, è la festa
dell’Ascensione…so che è il nome di una piccola isola di questo oceano, ma non
mi ricordo se essa è a nord o a sud dell’equatore.»
«E’ a sud e di parecchio, circa 540 miglia. Fu
scoperta dai Portoghesi nel 1501, ma poi fu occupata dagli Inglesi che dal 1600
al 1800 hanno dominato gli oceani, occupando molte isole come basi navali o
depositi di rifornimento.
Noi navigheremo molto a occidente di essa e
dovremmo fermarci a 540 miglia a sud di Sant’Elena.»
«Ricordo quest’isola per Napoleone, che vi morì
esule nel 1821, precisamente il 5 maggio. La data è conosciuta dagli studenti
perché è il titolo dell’ode che il Manzoni dedicò alla scomparsa di quell’uom fatale.»
«Sì, la studiai anch’io questa poesia, e mi ricordo
che il Poeta a un certo punto si chiede: “Fu vera gloria? Ai posteri l’ardua
sentenza”.
E noi posteri, che giudizio diamo di questo grande
conquistatore? Io non saprei darlo, avvocato, non ho la cultura storica e filosofica
necessaria per valutare l’opera di quest’uomo certamente geniale.
Fu una vera gloria? Lei, avvocato, che ne dice?»
«Come lei sa, noi di Adelfia facciamo sempre, della
storia e degli uomini che operano in essa, una valutazione morale, vale a dire
religiosa. Noi di tutti i grandi uomini che hanno lasciato il loro nome nelle
vicende umane, siano essi grandi scrittori, reggitori di regni e imperi,
filosofi, poeti o scienziati, ci chiediamo: con la loro opera hanno migliorato
l’umanità? Hanno fatto del bene? Se sì, essi sono uomini benemeriti, da
ricordare. La gloria è un concetto astratto, esiste solo in quanto pensato. Capisco
che un uomo in vita provi piacere per l’approvazione e la lode dei
contemporanei, per la fama di cui gode; ma una volta morto, di questa fama, di
questa gloria, che se ne fa? Se è stato un uomo benefico, un vero cristiano e testimone
di Cristo, gode di ben altra gloria, quella celeste, che dà beatitudine eterna.
Se invece è stato tutt’altro che benefico, e soffre per l’eterna condanna, che
sollievo può dargli il fatto che la storia parli di lui, che scrivano biografie
osannanti alle sue imprese? Secondo il nostro criterio morale quella di
Napoleone non fu vera gloria, nel senso che non rese gli uomini migliori dal
punto di vista morale.»
Approfittai della grande carta geografica che era
spiegata sul tavolo per chiedere al capitano di indicarmi il percorso della
nostra navigazione, il tratto che avremmo dovuto ancora percorrere, e i tempi
che lui prevedeva necessari per giungere al Tropico del Capricorno.
Aderì volentieri alla mia richiesta, e fermando il
dito su un punto della carta disse:
«Noi ora siamo press’a poco qui, alla latitudine di
Capo Bianco. Stiamo navigando veloci con l’aliseo a favore, e percorriamo dalle
8 alle 11 miglia in un'ora. A questa velocità impiegheremo cinque giorni per
percorrere le 970 miglia che ci separano dall’equatore. Dall’equatore al
Tropico c’è una distanza di poco superiore , ma ci vorranno certamente più di
cinque giorni, forse anche dieci, dipenderà dal vento e dal mare. Sotto
l’equatore l’aliseo cambia direzione e forse dovremo prenderlo di bolina
stretta, percorrendo al massimo 4 miglia o poco più in un'ora, e quindi
impiegheremo otto-nove giorni. Probabilmente giungeremo alla meta prefissa tra
13-15 giorni, sempre che non ci siano tempeste e fortunali.»
Ringraziai il comandante di questa precisazione, e
me ne andai pensieroso. Noi maggiorenti di Adelfia non avevamo mai fatto i
conti sulle giornate di percorrenza; ma ne avevamo impiegato già tante per
arrivare fino all’altezza di Capo Bianco; ora ci aspettavano non so quante altre
lunghe giornate: a me sembravano troppe e stanchevoli e preoccupanti.
Ne avrei parlato dopo cena con il presidente e gli
altri padri di famiglia, per metterli al corrente e vedere insieme cosa
potevamo fare per sostenere il morale specie delle donne e dei ragazzi.
Ne parlammo, e in verità nessuno dei soci aveva
riflettuto su questo aspetto del nostro viaggio, che aveva poi una ricaduta sul
costo, perché l’armatore si era basato su una crociera di 15 giorni, mentre il
nostro viaggio sarebbe stato forse il doppio.
L’amico Tommaso, di cui ho parlato in precedenza,
prese subito la parola e disse:
«No, avvocato, dovremo pagare non per 30 giorni, ma
per 60, perché il viaggio del veliero per tornare a Fiumicino, anche senza di
noi, sarà a nostro carico, sarà insomma più del triplo della somma
preventivata, di cui abbiamo sborsato solo una metà. Vi rendete conto del
carico che graverà su ognuno di noi? Una somma enorme, e io non me la sento di
pagarla, o meglio non dispongo di tutti quei soldi. Che decidiamo? Io penso che
l’armatore sapeva bene che la nostra non era una crociera di quindici giorni,
sapeva benissimo che sarebbe stata di almeno 30 giorni solo andata, aveva
taciuto forse per non spaventarci col grande importo necessario, che avrebbe
stornato noi dal viaggio e privato lui dell’affare. In certo qual modo lui ha
agito in malafede, e così anche il comandante, il quale avrebbe dovuto dirci la
verità sulla lunghezza del percorso. Perciò io propongo di tornare a Fiumicino
e disdire tutto il contratto.»
Intervenne un po’ indignato l’eremita e disse:
«La nostra, caro amico, non è una crociera da valutare
in giornate di navigazione e relativo costo; è una missione affidataci da Dio,
per la quale non c’è costo che conti. Lo affronteremo in solido, per grande che sia. Se tu, Tommaso, non sei in grado di
contribuire, penso che ci saranno degli amici pronti ad accollarsi l’onere.
Respingo poi il sospetto che il Sig. Miceli abbia agito in malafede, forse lui è
stato ispirato da Dio a presentare il viaggio come una delle sue normali
crociere, così per darci coraggio, convinto della bontà dell’impresa.»
A questo punto intervenni io per difendere il
capitano dal sospetto ventilato da Tommaso:
«Il nostro comandante, oltre che espertissimo, è
uomo di grande onestà e bontà, perché è anche un bravo cristiano. Lui non sa
niente del nostro contratto con l’armatore, lui non si interessa affatto degli
aspetti finanziari delle crociere. L’armatore gli ha ordinato di portarci al
Tropico del Capricorno, e lui ci porterà sicuramente alla meta. Riguardo al
costo, chi ha più possibilità economiche aiuterà chi ne ha di meno. La
lunghezza del viaggio può causare un po’ di stanchezza, e noi padri di famiglia
dobbiamo impegnarci a rendere il soggiorno sul veliero il più profittevole
possibile, con iniziative educative e culturali a beneficio soprattutto dei
ragazzi.»
L’animata discussione fu conclusa dal nostro
presidente:
«Cari amici, il segretario ha fatto bene a comunicarci,
circa la lunghezza del viaggio, ciò che aveva saputo dal capitano. Mi sento un
po’ colpevole, perché di queste cose ero in dovere di informarmi io per primo e
informare voi sin dall’inizio del viaggio. Ringrazio perciò il segretario che
ha sopperito alla mia dimenticanza. Comunque la lunghezza del viaggio e il suo
costo non ci devono spaventare, noi abbiamo una missione da compiere, una
missione affidataci da Dio, e nulla ci spaventerà. Non dobbiamo però essere
presuntuosi o spavaldi, ma attenti e vigilanti e pregare con più insistenza e
più fede.»
Il giorno dopo, finita
Andammo solleciti il presidente, io, l’economo, il
professore, e il farmacista. Invitammo a partecipare all’incontro anche
Tommaso, affinché non sospettasse che noi volessimo tenerlo all’oscuro di cose
importanti che riguardavano l’associazione.
Il capitano ci fece accomodare e poi cominciò:
«Ieri, facendo con l’avvocato il conteggio delle
giornate di navigazione che probabilmente ci occorreranno per raggiungere il
Tropico del Capricorno e per tornare, vuoti, almeno sino a Sant’Elena, ho
pensato ai viveri, e stamattina ho voluto fare un controllo delle scorte che
abbiamo, e anche dell’energia elettrica ancora disponibile negli accumulatori. Purtroppo
ho constatato che né i viveri né l’elettricità ci è sufficiente per giungere al
Tropico e poi tornare, scarichi, alla prima isola dove potremmo rifornirci.
Quindi ritengo necessario fermarci adesso a Sant’Elena, per comprare i viveri e
caricare gli accumulatori. Ciò comporterà un paio di giornate in più. Ciò non
era preventivato.
Lo so che potrete accusarmi di imprevidenza, e
riconosco che imprevidente sono stato: ma questa crociera è così diversa da
quelle nostre solite, che mi ha causato un po’ di confusione
nell’organizzazione logistica. Me ne prendo tutta la responsabilità di fronte a
voi e all’armatore. Voi potreste non accettare questo prolungamento, e decidere
di tornare indietro. Ne avete il diritto, e io aspetto la vostra decisione.»
Prese la parola il presidente:
«Di tornare indietro non se ne parla; però forse lo
scalo a Sant’Elena si potrebbe evitare; noi abbiamo una nostra scorta di viveri
che potremmo intaccare, e per l’energia elettrica potremmo fare molte economie,
limitando l’illuminazione sia sopraccoperta che sottocoperta.»
Ma intervenne subito il nostro economo:
«Caro presidente, intaccare le nostre scorte di
viveri è molto pericoloso. Esse ci sono necessarie nella nuova terra, in un
primo tempo. Che vogliamo rischiare la fame?»
Con lui fu d’accordo anche il capitano che disse:
«Non potrei mai accettare di servirmi delle nostre
riserve…sarebbe troppo pericoloso per voi…e poi sarebbe anche contrario al
contratto, per il quale il vitto è tutto e sempre a carico dell’armatore. Riguardo
poi all’energia elettrica, l’economia che voi potreste fare, e che comunque è
bene facciate, sarebbe ben poca cosa. Il consumo maggiore è dovuto ai grandi
fari di posizione, che dobbiamo tenere tutti accesi e per tutta la notte, non
solo per il regolamento marittimo, ma anche per la nostra sicurezza… per
evitare collisioni con altre navi. Tutto ponderato, ritengo necessario lo scalo
a Sant’Elena col conseguente prolungamento dei viaggio. Se voi non siete
d’accordo, io, per la sicurezza di tutti sono in dovere di invertire la rotta.
Ponderata quindi la situazione in cui purtroppo ci troviamo, decidete se
continuare o tornare indietro, e fatemelo sapere entro stasera.»
Nessuno parlò più, e lasciammo il cassero
preoccupati e silenziosi. Il presidente disse subito che quello che avevamo
saputo lo dovevamo comunicare a tutti, e specialmente al frate. Lo trovammo a
poppa che stava facendo un po’ di catechismo ai ragazzi, e lo invitammo a
seguirci. Ci appartammo in un angolo e lo informammo della novità. Lui ascoltò
con attenzione, rifletté un momento e poi disse:
«Per noi non cambia niente; se arriveremo alla
nuova terra due giorni dopo, che differenza fa? Dio ci ha dato una missione e
indicato il luogo in cui compierla, ma non ci ha imposto una scadenza. Se il
capitano, che è un uomo esperto e di coscienza, ritiene necessario lo scalo a
Sant’Elena, lo faccia pure: è lui che deve dirigere la navigazione, e lo sa
fare.»
Noi, cioè il presidente, io, l’economo, il
professore e il farmacista, eravamo dello stesso parere di fra Pietro; ma
Tommaso mostrò la sua contrarietà, dicendo:
«Voi, cari colleghi, non vi rendete conto della
realtà effettiva e vi fate abbagliare dall’ideale. Per arrivare alla “nuova
terra” impiegheremo dunque molti giorni in più, ma noi dovremo pagare la spesa
anche per il ritorno del veliero alla base, anche se senza di noi; quindi
dovremo pagare una somma enorme, a cui non avevamo pensato e che io ritengo non
da noi sopportabile. E allora la missione, la terra nuova è un’illusione? Per noi sì; forse per altri, più
degni e preparati di noi, sarà una
realtà… ma noi abbiamo già capito che non è per noi… Tu, caro Pietro, ti sei
autoesaltato, autosuggestionato, e hai suggestionato anche noi, gettandoci in
un’avventura molto rischiosa. Abbiamo già avuto tempeste e altre difficoltà…
evidentemente Dio non approva la nostra… crociata un po’ presuntuosa e
avventata. Se la approvasse non ci farebbe trovare nella precaria situazione in
cui ci troviamo.»
Volevo replicare a Tommaso, ma il frate mi fece
cenno che voleva intervenire lui. E infatti disse:
«Se qualche difficoltà c’è stata, ciò non vuol dire
affatto che Dio non approva il nostro proposito, ma piuttosto il contrario:
Egli sottopone sempre i suoi fedeli a delle prove, per saggiarne la costanza e
la fede. Quando diede al popolo ebraico, uscito dall’Egitto,
Le prove ci danno la conferma dell’elezione divina,
e forse altre prove ci aspettano, nelle quali dovremo dimostrare la nostra
costanza. Ma per superarle dobbiamo pregare senza mai stancarci. Tuttavia non
voglio imporre la mia volontà, e propongo di sottoporre la mia proposta di
continuare il viaggio all’approvazione dell’assemblea di Adelfia. Il presidente
la convochi per il pomeriggio, poiché entro stasera dobbiamo comunicare al
capitano la nostra decisione.»
L’assemblea si riunì alle 19 del pomeriggio, subito
dopo la funzione religiosa. Il presidente espose la situazione in cui ci
trovavamo e la decisione che dovevamo prendere, e invitò a parlare chi lo
volesse. Tommaso espose i motivi per i quali consigliava di tornare indietro.
Molti di noi volevano intervenire per ribattere la sua proposta, ma ne
lasciammo il compito al nostro frate, il quale parlò con tanto fervore e tanta
convinzione, che anche quelli che avevano qualche dubbio in proposito si
indussero a proseguire il viaggio, e alla fine l’unico contrario risultò Tommaso,
il quale però disse di rimettersi alla volontà generale.
Subito il presidente andò a comunicarla al
capitano, il quale ne rimase visibilmente soddisfatto, e subito corresse la
rotta, comunicando al nocchiero la nuova angolatura del timone; anche le scotte
delle vele furono alquanto serrate verso babordo. Praticamente ci accostammo di
più alla costa africana, e all’imbrunire del giorno dopo passammo a un
chilometro dal potente faro di Capoverde. Il mattino seguente la rotta era puntata
direttamente su Sant’Elena, e alle 10 il comandante ci comunicò che stavamo
superando la linea dell’equatore. Siccome era la domenica di Pentecoste, il
frate considerò la coincidenza con la festa dello Spirito Santo molto
significativa, e ci invitò a pregarlo perché guidasse il nostro viaggio, e ci
illuminasse tutti con i suoi santi doni.
Con l’aliseo di sud-est la navigazione proseguì a
velocità alquanto minore ma regolare, data la costanza del vento.
Mi sono accorto che mi sto troppo dilungando nel
raccontare il nostro viaggio quasi giorno per giorno; sicché questa mia
relazione diventa, più che una cronaca, un diario o un giornale di bordo. Ho
perciò deciso di dire, da oggi in poi, solo le cose notevoli, perché le cose
ordinarie ormai si ripetono ogni giorno senza variazioni.
Dall’equatore a Sant’Elena navigammo senza
difficoltà; nell’isola facemmo i rifornimenti di viveri e di elettricità e ne
ripartimmo il giorno dopo.
La sosta nell’isola ci fece ricordare la figura di
Napoleone, che vi era morto esule, e il professore fece una bella lezione su di
lui, lumeggiando il periodo storico dalla Rivoluzione Francese alla
Restaurazione. Anche il professore, come me, ha dato un giudizio negativo su
Napoleone e sul suo impero, costituito con le guerre a beneficio dei fratelli e
delle sorelle. Nella sua prigionia in quest’isola forse avrà compreso la vanità
della gloria e potenza terrena, e sarà tornato a Dio, come auspica il Manzoni
nella sua famosa ode “Il Cinque Maggio”.
Durante la navigazione da Capo Bianco in poi, demmo
molte lezioni per tenere occupati i ragazzi, e ci dovemmo dare da fare anche
noi per preparare le relazioni sui vari argomenti. Io, come avevo promesso,
tenni quella sulle esplorazioni terrestri, della quale non voglio riportare
neppure un riassunto. Voglio solo menzionare gli esploratori sui quali mi
soffermai di più. Per l’Asia, oltre al veneziano Marco Polo (1254-1324) che
stette 17 anni in Cina, facendocela poi conoscere con l’opera Il Milione, lumeggiai la bella figura
del gesuita Matteo Ricci, andato in Cina come missionario nel 1583 e lì rimasto
fino alla morte (Pechino 1610).
Scrisse opere in cinese sia di religione sia di
astronomia, ed è ricordato ancora dai Cinesi come un saggio, e dagli
occidentali come un dotto sinologo.
Di Italiani ne ricordai altri due, che esplorarono
il Corno d’Africa, cioè l’Etiopia con le regioni adiacenti. Il primo era anche
lui missionario, come Padre Ricci, e si chiamava Guglielmo Massaia (1801-1886),
che stette in Africa Orientale per ben 35 anni, esplorando e predicando il
Vangelo; è conosciuto come il cardinal Massaia, perché, una volta tornato in
Italia , fu nominato cardinale da Leone XIII. Il secondo fu Vittorio Bottego
(1860-1897) il quale è ricordato per l’esplorazione di tutto il corso del fiume
Omo, che fu chiamato dai geografi Omo Bottego. Ed è un dovuto riconoscimento in
quanto egli fu ucciso nella Dancalia, nel corso della sua esplorazione.
L’Africa centrale dei lunghi fiumi e dei grandi
laghi fu il campo di esplorazione di due inglesi. David Livingstone (1813-1873)
era un missionario protestante, e tra l’altro scoprì le grandi cascate dello
Zambesi che intitolò alla regina Vittoria. Nel 1869 si persero le sue tracce, e
un giornalista, Henry Stanley (1840-1904) guidò una spedizione per rintracciarlo;
e infatti lo trovarono nel 1871 alle rive del lago Tanganica. Dopo il felice
ritrovamento lo Stanley non tornò in Inghilterra, ma rimase nel continente nero
sino al 1897, perché ormai il “mal d’Africa” lo aveva contagiato, ed esplorò
tutto il bacino del Congo.
Gli esploratori dell’America furono mossi più da
spirito di conquista che da interesse geografico, e perciò evito anche di
menzionarli; erano soprattutto Spagnoli e Portoghesi, ma anche Francesi e
Inglesi.
Ci furono altre interessanti lezioni sulla
letteratura italiana: il professore trattò della triade neoclassica
Parini-Alfieri-Foscolo, io degli opposti mondi del Manzoni e del Leopardi.
Ci furono anche due belle lezioni del presidente,
la prima sull’anatomia umana, la seconda sull’igiene e sulla prevenzione delle
malattie. Insomma per tutto il viaggio cercammo, noi addottorati, di fornire agli altri, e specialmente ai ragazzi,
alcune utili nozioni; in tal modo i ragazzi erano impegnati nell’apprendimento
e noi doctores nell’insegnamento.
Percorrendo l’oceano a sud dell’equatore facemmo
due incontri con cetacei che ci impressionarono. Una mattina emerse molto
vicino a noi un capodoglio enorme, provocando un’onda che fece oscillare
parecchio il veliero. Con una certa preoccupazione pensammo che, se il cetaceo
ci avesse urtato col suo testone,
potevamo vedercela brutta.
Quando stavamo avvicinandoci al tropico, in un
primo pomeriggio emerse, ma a più di cento metri da noi, una balenottera azzurra
molto grande. Non ci fece paura come il capodoglio, anzi restammo estasiati ad
ammirare la sua elegante snellezza, con quella pinna dorsale che sembra un’ala
al vento, onde il suo nome, che significa “balena con l’ala”; la balena franca,
che è più piccola, non ha questa ala, che certamente rende il cetaceo più agile
in immersione, ma in emersione non può certo servire come ala.
Due giorni dopo un’altra balenottera, o forse la
stessa, emerse a circa
La comparsa di questo pacifico gigante del mare,
quando stavamo arrivando alla nostra meta, ci parve di buon augurio. Le
balenottere non sono voraci carnivori come le orche, ma si nutrono solo del
plancton che galleggia nell’acqua, formato da piccole alghe e protozoi. Non si
può quasi credere che esse raggiungano tanta grandezza nutrendosi solo di
questi microrganismi.
Due giorni dopo l’incontro col gigante del mare, dopo
«Cari amici, vi comunico che siamo giunti al
Tropico del Capricorno, a 540 miglia a sud di Sant’Elena, e sullo stesso
meridiano dell’isola dell’Ascensione. Questo mi era stato ordinato
dall’armatore, e io ho portato a termine l’incarico. Ora dovete dirmi voi che
cosa debbo fare. Io dovrei sbarcarvi su un’isola, ma qui l’isola non c’è, e
anche col cannocchiale non ho scorto nessuna isola in questa zona dell’oceano.
Che facciamo? Proseguiamo la navigazione verso sud? O in quale direzione?»
Essendo impreparati a rispondere alla domanda, io e
il presidente ci guardammo con aria quasi smarrita, e ci rivolgemmo al frate,
perché era lui che ci aveva fatto giungere a quel preciso punto dell’oceano. Lui
mostrò una qualche esitazione, ma poi disse:
«Dobbiamo restare qui in attesa… del miracolo,
perché sarà certamente un miracolo… mi è stato predetto dal messo celeste. Dio
non viene meno alle sue promesse, ma non può stare alle nostre esigenze. Caro
capitano, dobbiamo ancorarci in questo punto preciso e… attendere… mentre noi dobbiamo
intensificare le nostre preghiere… con assoluta fiducia.»
Il capitano rispose:
«Ancorarci non possiamo, cioè non servirebbe a
niente calare le nostre ancore, che hanno gomene di
Approvammo la sua decisione e andammo a riferire la
notizia a tutti gli altri. Messo alla cappa, il veliero restava quasi fermo, e
la vita a bordo passò quel giorno senza altre novità, col mare quasi calmo e il
vento scarso. Ci coricammo perciò tranquilli, nell’attesa fiduciosa che il
frate ci aveva ispirato.
Ma poco dopo si scatenò una improvvisa tempesta di
pioggia, che colse di sorpresa l’equipaggio, il quale non fece in tempo a
stendere il telone di protezione. Era un vero nubifragio, la pioggia invase la
coperta e penetrò dai boccaporti anche sottocoperta. Noi uomini che eravamo
sopraccoperta rimanemmo tutti inzuppati e ci rifugiammo sottocoperta, ma con
poco vantaggio, perché anche lì colava l’acqua della pioggia torrenziale. Le
donne erano preoccupate, i ragazzi spaventati, i bambini piangevano.
Anche la mia Luisa piangeva; quando mi vide smise a
poco a poco, prendendo la mia mano e stringendola forte. Quando riuscì a
parlare mi disse:
«Babbo mio, che succede? Io ho tanta paura… rimani
con me, non mi lasciare… ho paura… e sento freddo.»
«Non ti lascerò… resterò sempre con te… adesso la
mamma ti copre col plaid.»
«Io voglio venire in braccio a te.»
«Sì, Luisa, ma non adesso… sono tutto bagnato…
prima mi debbo asciugare… resta in braccio alla mamma e copriti bene… mentre io
ti canterò una canzone alla Madonna.»
«Quale?»
«O Maria, quanto sei bella.»
«No, papà, cantami “Andrò a vederla un dì”, mi
piace di più.»
La accontentai e cominciai a cantare, e cantai con
un accento così sentito, che gli altri bambini che piangevano smisero per
ascoltare il bel canto. Quando l’ebbi finito, visto che Luisa non si era
addormentata, ma socchiudeva appena gli occhi, cantai di seguito “O Maria
quanto sei bella” e la “Salve Regina”. Finalmente la bambina si era assopita, e
anche gli altri bambini sembrava che si fossero addormentati.
Ora non rintronavano più gli spaventosi tuoni, e
anche i lampi erano meno continui. Mi tolsi gli indumenti bagnati, presi
l’impermeabile e il sacco a pelo e risalii in coperta. Qui le luci erano state
spente per economia, ma ci si vedeva abbastanza per i fari di posizione, e di tanto
in tanto dei lampi abbastanza vicini illuminavano sinistramente la tolda. I
marinai erano finalmente riusciti a stendere il grande telone impermeabile, e
la pioggia non martellava più sul piano di coperta, ma picchiettava sulla tela
della copertura.
Vidi il capitano che era lì in piedi e dirigere le
operazioni di recupero del canotto che era semiaffondato. Mi salutò e quasi si
scusò per non aver previsto l’uragano e teso in tempo il telone con la
conseguenza di far allagare il veliero. Disse:
«Non ho mai navigato al disotto dell’equatore, e
non avevo alcuna esperienza di questi fortunali improvvisi che scoppiano a
questa latitudine. Vi prego di scusarmi.»
Lo rassicurai che lui non aveva nessuna colpa, anzi
il rosso del tramonto ci aveva fatto sperare il bel tempo:
«Infatti noi» gli dissi «abbiamo il proverbio
“Rosso di sera, buon tempo si spera”; ma forse esso è valido solo per
l’emisfero boreale, mentre in questo australe avviene tutto il contrario.»
«Può darsi» rispose «e perciò staremo più attenti.»
La tempesta intanto si era un po’ calmata; eravamo
alle due di notte, mi sentivo spossato e con l’impermeabile addosso mi sdraiai
sul lettino anche se era inzuppato di pioggia. Mi addormentai quasi subito e
feci un sogno strano: mi sembrava di essere giunto con la mia macchina in una
regione sconosciuta e disabitata, per cui volevo tornare a casa. Imboccai una
strada che appariva ampia e percorribile, ma dopo pochi chilometri essa si
restringeva e finiva in una radura. Trovai un’altra strada bella asfaltata e a
due corsie; dopo una diecina di chilometri entrai in un tunnel ampio e ben
illuminato, ma che dopo un centinaio di metri cominciò a restringersi, ogni
luce si spense, non vidi più niente e l’auto finì incastrata tra le pareti
della galleria che si chiudevano a budello.
Mi sembrava di essere schiacciato dalla volta di
cemento e mi sentivo soffocare. Per fortuna l’incubo mi fece svegliare; avevo
sudato per la gran paura, ma vidi con sollievo che era stato un sogno e che era
già l’alba.
Vedere la luce di Dio mi diede un grande conforto,
e ne avevo veramente bisogno. Mentre stavo per alzarmi, i marinai tolsero il
telone protettivo, e la tolda fu inondata dai raggi del sole già caldi. Anche
quelli che avevano dormito sottocoperta salirono sopra, e rimasero incantati nel
vedere un sì grande mutamento di tempo. Il caldo solare in poco tempo asciugò
ogni cosa e ci tolse dall’animo ogni tristezza e preoccupazione.
Il frate nell’omelia della Messa disse che Dio, se
manda delle prove, elargisce anche il suo aiuto e dà le sante consolazioni a
quelli che credono e sperano in lui.
La bella giornata nel pomeriggio andò guastandosi, con
neri nuvoloni e fitti lampeggiamenti in lontananza. Il capitano fece di nuovo
tendere il telone impermeabile il quale, essendo ad appena tre metri di altezza
rese la tolda quasi oscura e, per vederci, dovemmo accendere qualche lampada. Il
comandante era evidentemente preoccupato, più che per la tempesta che si
annunciava, per qualcosa più grave, e convocò i maggiorenti per parlare della
situazione. Dopo il Rosario andammo da lui, che senza tanti preamboli ci
chiese:
«Per quanto tempo dobbiamo rimanere qui fermi?
Avete visto che è una zona dalle condizioni atmosferiche molto variabili, anche
nella stessa giornata. È evidentemente un punto critico, un punto di scontro
delle correnti sia aeree sia marine, insomma un sito da evitare. Prudentemente
io mi sposterei di almeno 6 miglia, e vorrei sapere da voi in quale direzione
dobbiamo muoverci. Ma soprattutto devo sapere quanti giorni dobbiamo attendere
qui. Ho già avvertito il malumore dell’equipaggio: non intendono rimanere qui
fermi a prendersi le tempeste addosso. Questa notte non hanno dormito e hanno
penato parecchio, e non vorrebbero ripetere la stessa esperienza. Mi hanno
fatto sapere, a mezzo del timoniere, che non resteranno qui più di due giorni,
dopodiché prenderanno la via del ritorno. Sono decisi e potrebbero ammutinarsi
sotto il comando del nocchiero… Un giorno è già passato, quindi possiamo
attendere fino a domani sera. Io poi devo tener conto anche dei viveri e
dell’energia elettrica che qui stiamo consumando invano.»
Queste parole mostravano la sua grande
preoccupazione per le condizioni atmosferiche e ancor più per l’atteggiamento
dell’equipaggio col quale era andato sempre d’accordo, ma che ora minacciava di
abbandonarlo.
Il nostro presidente disse:
«Caro capitano, ci rendiamo perfettamente conto
della situazione e del suo stato d’animo. Anche l’equipaggio ha ben ragione di
chiedersi perché restiamo qui inattivi in balia dei fortunali. Se lei vuole
spostarsi di poche miglia, lo faccia pure, ma non chieda a noi in quale
direzione… Noi siamo stati indotti a questo viaggio dalla fede, e per fede
attendiamo che ci sia data “una nuova terra”, cioè attendiamo un miracolo. Ma è
difficile convincere gli altri della possibilità del miracolo. Noi siamo stati
convinti dalle parole di fra Pietro, e ora lo pregherei di farci conoscere che
cosa lui ci consiglia di fare in questo frangente.»
«Consiglio di fare quanto il capitano ci ha
proposto e l’equipaggio ci potrebbe anche imporre, cioè attendere fino a domani
sera. Se la terra che ci è stata promessa non ci apparirà, evidentemente il
Signore non ci stima ancora degni del grande miracolo. Dobbiamo chinare la
testa davanti al suo giudizio che non può essere che giusto. Se nulla avverrà,
il veliero dopodomani mattina potrà alzare le vele per riportarci a Fiumicino.
Sono io il colpevole di quanto è avvenuto, e ne devo chiedere perdono a Dio e
rispondere davanti agli uomini che ho coinvolto in questa impresa missionaria…
Forse ho presunto troppo o mi sono illuso.»
Il frate pronunciò queste ultime parole con tono
grave e con evidente amarezza, che causò a tutti noi un certo sbigottimento. Il
frate si accorse della nostra demoralizzazione e subito riprese:
«Non volevo scoraggiarvi, cari amici; ho usato
parole incaute, che vi hanno forse fatto pensare che io stesso nutra dei dubbi
su questa nostra missione. No, io non ho alcun dubbio, il messaggio del Cielo
l’ho ricevuto in una visione, e io credo che quanto mi è stato promesso
dall’angelo si avvererà, anche se non con quella immediatezza che noi
desidereremmo. Stasera, stanotte e domani dobbiamo incessantemente pregare Dio
e supplicare
«Ora e sempre.» ripetemmo noi alquanto rianimati.
Il capitano concluse:
«Come concordato noi aspetteremo sino a domani
sera. Secondo le condizioni atmosferiche di domattina, vedrò se sia il caso di
spostarci e verso dove, a meno che fra Pietro non voglia indicarci lui la
direzione.»
«No, non ho nessuna indicazione da dare, e
consiglierei di rimanere sul posto.»
«Così farò.» concluse il capitano, che ora appariva
anche lui meno preoccupato.
Quando scendemmo per la cena, la pioggia era appena
cominciata, ma un vento di bufera spazzava la coperta e scuoteva paurosamente
il telone minacciando di strapparlo via. Esso era fissato al veliero molto
solidamente e si gonfiava come una vela con continui e violenti scuotimenti.
A tavola quasi nessuno aveva voglia di parlare;
tutti sapevano della decisione di attendere il verificarsi della promessa per
tutto il giorno successivo, ma non oltre; dopo di che sarebbero ripartiti per
tornare nel mondo da cui avevano cercato di fuggire. Si leggeva in molti volti
la delusione e l’amarezza. Non in quello di fra Pietro che mangiava pensoso, ma
per nulla preoccupato.
Alla fine del pasto Tommaso ruppe il silenzio per
dire:
«Cari amici, dovete riconoscere che, se ci troviamo
in questa brutta situazione, è anche colpa vostra; io più volte vi ho ammonito
dell’errore che stavate compiendo, ma non mi avete ascoltato. E ora dobbiamo
affrontare, se tutto va bene, chissà quante altre settimane di navigazione per
tornare al punto di partenza… E poi vedrete il costo complessivo… una cifra
enorme. Chi la pagherà? Non io, ve l’ho già detto.»
Io che sedevo accanto al presidente, gli chiesi se
aveva intenzione di replicare a Tommaso; lui mi rispose che non ne valeva la
pena, non sarebbe servito a nulla. Gli dissi che, anche se non serviva a
niente, volevo replicare, anche per togliere lo scoraggiamento che le parole di
Tommaso avevano causato nell’animo di molti. Parlai così:
«Caro Tommaso, è vero che in più occasioni tu sei
stato contrario alla nostra crociata, ma è anche vero che tutte le volte ti sei
convinto che aveva ragione il frate, a cominciare dal veliero che non c’era, ma
che poi trovammo a Fiumicino. Anche nelle altre occasioni in cui hai mosso
obiezioni, hai finito per ricrederti. Ora tu dici che tutto è perduto; noi non
lo crediamo, il miracolo può avvenire da un momento all’altro; Dio non sta ai
nostri comandi: Lui agisce secondo i suoi imperscrutabili disegni. Riguardo al costo
del viaggio, tu te ne chiami fuori, e sta bene. Nessuno di noi ti rimprovererà
per questa tua decisione, dato che è dovuta a un’impossibilità finanziaria.
Quelli di noi che ne hanno la possibilità sopperiranno alla tua impossibilità.
Ma, Tommaso, perché fai queste recriminazioni proprio oggi, quando dobbiamo mostrare
tutta la nostra fiducia in Dio e pregarlo con insistenza? Perché togli agli altri
la fiducia? Ti sembra un agire cristiano?»
Tommaso non replicò alle mie parole, e mostrò di
prenderle di buon animo. Egli era infatti di carattere debole, impressionabile
e contraddittorio, per cui cambiava opinione molto facilmente.
Mentre risalivamo insieme sopraccoperta, mi disse
che “non me ne voleva per la stroncatura”. Gli risposi che non era una stroncatura,
ma un amichevole chiarimento. Mi tese la mano augurandomi la buona notte.
Quando si va a riposare ci si augura sempre la
buona notte, ma la notte non sempre ascolta il nostro auspicio.
Già pioveva a dirotto, per fortuna non sulle nostre
teste protette dal telone; ma un violento vento freddo ci schiaffeggiava con le
goccioline che portava con sé. A nulla valsero l’impermeabile e il sacco a
pelo, mi sentivo gelare anche le ossa.
A una ventata più forte l’unica lampadina rimasta
accesa in coperta fu scaraventata contro la murata col suo portalampada e
paralume e provocò un cortocircuito a contatto dell’acqua che lì era già
penetrata.
Tutto il veliero cadde nell’oscurità, e io mi andai
a sedere sul lettino, pensando al pericolo che correvamo senza le luci di
posizione, e anche allo spavento delle donne e dei bambini in quel buio
improvviso.
Decisi di andare sottocoperta a dare qualche aiuto,
ma in quell’oscurità potevo muovere qualche passo solo quando la tolda era
sinistramente illuminata da un lampo. Mentre avanzavo in tal modo verso il
boccaporto, mi venne incontro il capitano con una torcia elettrica e mi disse:
«Avvocato, è un bel guaio; se non eliminiamo il
corto circuito la luce non potrà tornare, e gli stessi cavi elettrici
potrebbero bruciarsi. So che avete un elettricista… Prenda questa pila, svegli,
se dorme, questo elettricista e me lo mandi… Poi scenda a portare qualche aiuto
là basso… avete delle candele, dei fiammiferi? Se non ne avete, torni da me… ne
ho nel mio ufficio.»
Trovai l’elettricista che era sveglio, lo
accompagnai dal comandante, poi scesi sottocoperta. Erano ancora al buio; nella
confusione le donne erano riuscite a trovare il pacco di candele, ma non i
fiammiferi. Con la mia pila questi benedetti fiammiferi furono scovati, e accendemmo
subito tre candele per illuminare alquanto l’ambiente.
Molti bambini si erano svegliati e piangevano.
Dietro di me tutti i padri di famiglia erano scesi a confortare i loro cari,
Luisa per fortuna dormiva ancora, e io stetti per un po’ con Rosa a contemplare
la nostra angioletta.
Poi accesi un’altra candela e la collocai nelle
vicinanze della nostra cuccetta, affinché Luisa non avesse a impressionarsi,
nel caso si svegliasse.
Ebbi subito a pentirmene, perché tutte le altre
mamme accesero delle candele vicino alla loro cuccetta. In tal modo l’ossigeno
del dormitorio era consumato dalla combustione di tante candele steariche che
diffondevano anche uno sgradevole odore di grasso bruciato. Non osai
intervenire, poiché ero stato io a dare il cattivo esempio.
Quando risalii in coperta, vidi il nostro
elettricista al lavoro aiutato dallo stesso comandante che gli faceva luce.
Egli riuscì finalmente a eliminare il contatto, e come per incanto il veliero
fu tutto illuminato.
Ma la
tempesta infuriava ancora più violenta, i fari di posizione erano continuamente
scossi dalle folate, e purtroppo avvenne quello che io maggiormente temevo.
Il faro fissato alla punta del bompresso a un certo
momento fu staccato dal suo alloggiamento e cadde in mare con tutto il cavo elettrico.
Il veliero ripiombò nell’oscurità. L’elettricista si mise subito all’opera per
riparare quest’altro guasto, ma dopo molti tentativi dichiarò che non c’era
niente da fare se non poteva consultare lo schema dell’impianto elettrico.
Il comandante assicurò che lo teneva tra i
documenti del veliero, ma nell’orgasmo della ricerca non riusciva a trovarlo, e
il veliero era in balia delle onde, e senza le luci di posizione.
Tutto
l’equipaggio era attorno al capitano in attesa dei suoi ordini. Il nocchiero
propose di alare in plancia il canotto semiaffondato; ma la manovra era
difficile con quel mare e quel vento, e si preferì lasciarlo affondare
completamente, così avrebbe almeno frenato alquanto il vascello che
scarrocciava vistosamente verso ovest.
Anche noi uomini di Adelfia eravamo sulla tolda
tutti infreddoliti e smarriti, chiusi nei nostri impermeabili con cappuccio.
Chiesi al capitano se potevamo essere utili in qualcosa.
«Sì» rispose «con la preghiera: siamo impotenti,
solo Dio ci può aiutare; ditelo al frate.»
Questi era rimasto sotto coperta a far coraggio
alle donne e ai bambini. Scesi abbasso e lo trovai inginocchiato in un angolo.
Non volevo disturbare la sua preghiera e mi stavo allontanando, quando lui mi
chiamò e disse:
«Sì, sto pregando, questa nottata sarà una grossa
prova per noi… dico per la nostra fede, ma non dobbiamo perderla… e per non
cadere in tentazione dobbiamo vegliare e pregare, e la più grande tentazione è
di perdere la fiducia in Dio.»
Risalii e riferii al comandante che trovai con il
nostro presidente. Ci disse preoccupato:
«Mi fa paura non tanto la tempesta, quanto l’essere
privo di luci di posizione. Questa zona dell’oceano è la rotta preferita delle
petroliere, i bisonti del mare. Se ne incrociamo qualcuna noi la vedremo perché
sono ben illuminate, ma essa non ci potrà vedere, e se ci viene addosso ci
spazzerà via come un fuscello. Ho pensato a un ripiego, ma vi prego di far
venire il vostro elettricista e anche il vostro meccanico, perché ci sarà
bisogno della loro opera.»
Quando costoro furono giunti, egli riprese:
«Noi abbiamo abbasso, nella parte prodiera, un localetto
dove è sistemato un piccolo gruppo elettrogeno e alcune taniche di gasolio per
alimentarlo; ci sono anche rotoli di cavi elettrici e alcuni faretti. Abbiamo
acceso questo generatore solo tre anni fa quando fu installato. Lo si comprò
per ovviare a un eventuale guasto elettrico nel reparto della cucina e dei
servizi. Ora io propongo di accenderlo non per illuminare la zona di
sottocoperta, ma per alimentare i faretti da piazzare qui in coperta, in modo
da rendere il veliero almeno visibile. L’energia elettrica prodotta dal
generatore è limitata, ma credo sufficiente per alimentare almeno tre faretti,
da collocare uno a prua e gli altri due ai fianchi del veliero. Queste tre luci
di posizione ci potrebbero salvare dal pericolo di essere speronati. Ci
vogliamo provare? Voi che siete i tecnici, che ne dite?»
«Che tipo di accensione ha il generatore?» chiese
l’elettricista «se è elettronica, non c’è niente da fare.»
«No, è manuale,» rispose il capitano «come ancora
in molte macchine agricole: è una specie di disco che si fa ruotare
avvolgendovi una fune, a strappo.»
«Se è così, ci possiamo provare ad accenderlo,» disse il meccanico «ma, dopo tre anni di
immobilità, un motore diesel stenta molto a rimettersi in moto.»
Il capitano, facendo luce con la sua torcia, guidò
i due nel locale sotterraneo. Io li seguii un po’ per curiosità, un po’ per
dare una mano, se ce ne fosse stato bisogno.
Il meccanico si assicurò che ci fosse gasolio nel
serbatoio e che il piccolo rubinetto sottostante fosse aperto, poi avvolse al
rullo tutta la fune e diede uno strappo con tutta la forza. Il rullo girò ma
non ci fu neppure uno scoppio. Il meccanico provò altre due volte, ma senza risultato.
Allora volle provare l’elettricista e diede anche lui tre strappi, sforzandosi
sino allo spasimo. Dissero che non c’era niente da fare: il meccanismo interno
era bloccato.
Ci volle provare anche il capitano, ma una sola
volta; poi disse rassegnato che si doveva rinunciare. Ma io chiesi di poter
tentare anch’io; mi feci il segno della croce e detti il primo strappo: niente.
Detti il secondo strappo: niente.
Avevo già il sudore sulla fronte e sulle mani. Me
le asciugai col fazzoletto e con la forza della disperazione diedi il terzo
strappo; miracolo!
Risuonarono tre scoppi, poi il motore si fermò.
Ma il meccanismo interno evidentemente si era
sbloccato. Il meccanico immediatamente diede un altro strappo e il motore partì
definitivamente.
Dal tubo di scappamento uscì uno sbuffo di fumo
nero e puzzolente, ma il capitano si affrettò a collegarlo col prolungamento
che portava lo scarico all’esterno.
Il meccanico e l’elettricista col rotolo di cavi
elettrici formarono tre collegamenti con tre faretti corazzati che erano lì, li
accesero, li portarono in plancia, e li fissarono uno alla polena, gli altri
alle bitte di destra e sinistra.
Così il veliero aveva tre luci di posizione, e il
capitano tirò un sospiro di sollievo. Ma l’uragano non dava tregua, anzi rinforzava
la sua violenza.
Ora rimanere in piedi sopraccoperta era difficile,
e la pioggia gelata ci schiaffeggiava la faccia.
Il comandante ringraziò me e i due tecnici per
l’aiuto prezioso che avevamo prestato e ci consigliò di riposarci sottocoperta.
Anche se la mezzanotte era da molto passata, io
volli restare ancora col capitano, il quale si sentiva un po’ confortato dalla
mia presenza.
A un certo punto ci sembrò che il mare ribollisse,
schizzando in alto una schiuma biancastra. Ci spaventammo non poco, e il
capitano disse a un marinaio di calare in mare un secchio; quando lo tirò su, sentimmo
che l’acqua quasi scottava.
Il marinaio gridò:
«Mamma mia!» e ci chiese spaventato che cosa stava
succedendo. Il capitano, nascondendo la sua paura, rispose che avevamo
incontrato una corrente calda indicata sulle carte; ma il marinaio replicò:
«Ma questa è bollente! Madonna mia, aiutaci!»
E si
allontanò lanciando invocazioni a San Gennaro e a tutti i santi del Cielo.
Anche noi eravamo spaventati, pensavamo che poteva
essere esploso un vulcano sottomarino e forse più di uno, che potevano
provocare un maremoto distruttivo. Che si poteva fare? Fuggire da quel luogo?
Ma come? Ma verso dove? Qual era la via della salvezza?
Stavamo pensando così, quando venne il nocchiero
con la faccia spiritata:
«Capitano!» disse o piuttosto gridò «qui dobbiamo
scappare! Che vogliamo morire come topi in trappola? Alziamo le vele, e il
vento ci porterà lontano da questo luogo maledetto!»
Il comandante cercò di calmarlo poggiandogli le mani
sulle spalle, poi disse:
«Gennà, tu hai ragione, ci sto pensando pure io… ma
se l’uragano ci strappa via le vele, che succede, Gennà? E poi il vento ci
porterà alla salvezza o alla rovina? Aspettiamo ancora, Gennà, non sei tu solo
che ti vuoi salvare, siamo tutti nella stessa barca, e ci salveremo tutti
insieme, te lo assicuro, Gennà.»
Gennaro sembrò riconfortato e il comandante
aggiunse:
«Gennà, tu sei un ragazzo in gamba… non hai mai
avuto paura… Mi raccomando, va’ a fare coraggio ai tuoi compagni.»
Mentre Gennaro si allontanava notammo in lontananza
come un fuoco d’incendio alla superficie dell’oceano. Che poteva essere? Forse
qualche petroliera aveva perduto del greggio, che incidentalmente si era
incendiato? O era stato intenzionalmente incendiato per nascondere
l’inquinamento provocato?
Queste cose pensavamo, quando il veliero ebbe uno
scossone da sotto in su così violento che io persi l’equilibrio, ma non caddi
perché potei afferrare una scotta. Che poteva essere? Che un grosso cetaceo, un
capodoglio, risalendo in superficie, abbia urtato col suo testone contro la
carena? Ma con quell’acqua quasi bollente i cetacei non potevano aggirarsi in
quella zona. E allora?
Poco dopo lo scossone si ripeté, anche più forte.
Il nostro presidente, che stava sottocoperta, salì
e si unì a noi. Anche lui si chiedeva che cosa poteva essere quella scossa che
sottocoperta aveva provocato molto panico e fatto cadere degli oggetti per
terra.
Non potevano essere animali marini, erano sobbollimenti
che venivano dal profondo, dove forse si stavano aprendo squarci nella crosta
terrestre. Ma con quali conseguenze? Erano bolle di gas che salivano dagli
abissi e scoppiavano alla superficie, proprio sotto la carena?
E se questo gas si fosse incendiato? Tremavamo al
pensiero; ma che si poteva fare per evitare il pericolo?
Mentre stavamo a scambiarci queste preoccupazioni,
rabbrividendo al pensiero e al vento gelido, sentimmo dal basso delle grida
confuse. Ci affacciammo al boccaporto e capimmo che la confusione era causata
da un incendio scoppiato in una cuccetta. Al secondo scossone del veliero era
caduta una candela su materiale infiammabile.
Nelle cuccette tutto era infiammabile, a cominciare
dai materassini. Già il fumo e la puzza della plastica che bruciava stavano
invadendo tutto il dormitorio nel quale si era creata una confusione
spaventosa, tra donne che gridavano, bambini che piangevano e ragazzi che
correvano verso la scala per uscire a salvamento.
Nel locale c’erano due estintori: uno lo prese
l’ostetrica, uno il frate, che era sceso al primo scossone per confortare donne
e bambini. Ma né l’una né l’altro riuscivano a metterli in funzione.
Infatti quella marca aveva una linguetta di sicurezza
la quale, se non veniva strappata, ne impediva il funzionamento. Mentre il
capitano metteva in funzione un estintore e io l’altro, il presidente aiutava
le donne e i bambini a mettersi in salvo nel refettorio, chiudendo poi la porta
di comunicazione col dormitorio.
Lui rimase là a prestare aiuto a qualche donna e a
qualche bambino che dava segni di soffocamento per il fumo che aveva inspirato.
Riuscimmo in breve a spegnere l’incendio, poi
salimmo in coperta assieme al frate per respirare un po’ di aria pura.
Ora tutti noi uomini eravamo in coperta, ad
eccezione del presidente che prestava abbasso la sua opera di medico.
Baluginava già il chiarore dell’alba, ma era
un’alba livida e chiusa, che non prometteva nulla di buono. Però la bufera di
vento si era calmata, i violenti scossoni erano cessati, e anche la pioggia non
era più battente come prima.
Il dormitorio fu aerato con bombolette di aria fresca e profumata che erano in
dotazione, e le madri con i bambini tornarono nel locale che era stato ripulito
e ordinato, e tentarono di far recuperare ai piccoli un po’ del sonno perduto
nella buriana della notte.
La mattinata a poco a poco si schiarì, la pioggia
cessò, il telone fu tolto, e il frate poté dir messa come gli altri giorni,
essendo tornata nel veliero una certa calma.
Il vangelo del giorno era “La tempesta sedata”[40],
e il frate nell’omelia non si fermò tanto sul fatto che la tempesta fu sedata,
quanto sul particolare che, mentre la barca rischiava di affondare, Gesù
dormiva, come se non gl’importasse niente del pericolo che correvano.
Ma non era così; Egli voleva insegnarci la fede in
Dio, anche quando sembra che Egli ci abbia abbandonato. Infatti, dopo aver
operato il miracolo, rimproverò quasi i discepoli dicendo: «Perché siete così
paurosi? Non avete ancora fede?»
Sul veliero si era passata una brutta nottata, ma
ora era tornata la calma, e il frate fece notare che il sole si intravedeva tra
le nuvole, che adesso non erano più nere, ma chiare. Mentre il frate parlava si
formò in cielo un ampio arcobaleno che durò una diecina di minuti, e ci rianimò
tutti, grandi e piccini.
Dopo la celebrazione liturgica, nella quale
prendemmo tutti l’ostia eucaristica per riceverne aiuto e conforto, venne da
noi il capitano e ci disse che, col sole, aveva potuto fare il punto geodetico
e aveva constatato che il veliero nella nottata si era alquanto spostato, ma
ora, alzando una sola vela avrebbe recuperato il sito di prima. Ricordò che
quello era l’ultimo giorno di attesa e, se non si fosse verificato il miracolo, l’indomani si ripartiva per
l’Italia. C’eravamo quasi tutti ad ascoltarlo, e il nostro presidente rispose
che l’accordo sarebbe stato rispettato. Il frate aggiunse:
«Caro capitano, la nostra promessa sarà mantenuta,
non aver paura; ma prima della nostra sarà mantenuta la promessa di Dio… noi
abbiamo fede.»
Verso mezzogiorno il cielo era tutto sereno, il
vento moderato da sud-est, il mare quasi calmo. In attesa dei rintocchi per il
pranzo eravamo quasi tutti in coperta ad ammirare la vasta superficie delle
acque, quando verso ovest a grande lontananza vedemmo un nembo carico di
pioggia e di fitti lampeggiamenti. Ci chiedevamo come, in quel gran sereno,
poteva essere sorto a un tratto quel cumulo nero e minaccioso; per fortuna esso
si stava scaricando a notevole distanza da noi.
Ma a un tratto vedemmo un fulmine che ci sembrò
toccare le acque, che subito si incendiarono. Molti rimasero spaventati a
quella vista. Io cercai di rianimarli dicendo che era un fenomeno naturale:
delle bolle di gas erano affiorate dal profondo, e il fulmine le aveva
incendiate. Cercavo con questa spiegazione di allontanare la paura degli altri,
ma io stesso ero molto preoccupato. Tommaso mi si avvicinò e ad alta voce mi
disse:
«Va bene, avvocato, è un fenomeno naturale
spiegabile, spiegabilissimo… Ma se quelle bolle di gas sfiatano e si incendiano
attorno a noi, cosa succederà? Arderemo col rogo del veliero? Parliamo col
capitano e scappiamo da questo luogo.»
Non ci fu bisogno di andare da lui, fu il capitano
che venne per pregarci, noi maggiorenti e chi volesse, di andare per importanti
comunicazioni nel suo ufficio. Lì con aria grave ci disse:
«L’equipaggio per bocca del nocchiero mi ha dato un
ultimatum: entro le 14 devo alzare le vele per allontanarci da questa zona
pericolosa, navigando il più velocemente possibile in direzione di Sant’Elena.
Gli ho detto che il patto era di rimanere qui fino a domattina e che dovevamo
lealmente rispettarlo. Ha risposto che la situazione è molto cambiata, e il
pericolo è imminente; l’equipaggio è esasperato: se non cedo alla richiesta, faranno
autonomamente quello che hanno deciso all’unanimità. Ora, cari amici, vi
chiedo: che posso fare? che debbo fare? Io vorrei mantenere la promessa, perché
ogni promessa è un debito… Ma se avviene l’ammutinamento minacciato, non è
peggio? per tutti? Lo chiedo soprattutto a fra Pietro, che è un uomo di Dio:
che devo fare?»
Il frate rispose:
«Certamente tra due mali si sceglie il minore, e
Dio ci perdona l’inadempienza; ma cerchiamo di evitare tutt’e due i mali, il
più grande e il più piccolo… Perciò vorrei parlare con i tuoi marinai. Ti prego
radunali, e che il Signore ispiri me e muova i loro cuori.»
Quando li ebbe tutti davanti, il frate incominciò:
«Pace e bene, fratelli miei. Voi avete ragione, vi
siete stancati, mancate dalle vostre case da circa un mese, e da una settimana
mancate del colloquio col cellulare, che in questa zona non funziona. Il
desiderio di casa e di famiglia è una virtù che piace a Dio. Ma voi sarete
compensati per questo vostro impegno straordinario, che assolvete con grande
sacrificio. Ora siete spaventati per il fuoco che vedete bruciare sulle acque.
E’ del gas che fuoriesce da sotto e si è incendiato per qualche fulmine. Può
essere un pericolo, ma è un fenomeno della natura, e la natura è figlia di Dio.
Ha le sue leggi, ma Dio può bloccarle se vuole e come vuole. L’intervento
diretto del Creatore sulla creatura è il miracolo.
Chi non crede al miracolo è come se non credesse in Dio. Voi mi direte: ma tu
che chiedi? che vuoi da noi? Perché ci hai chiamati? Vi chiedo di mantenere
l’accordo: rimanere qui sino a domattina. Se domattina non avremo dove
sbarcare, se non vedremo la nuova terra promessa, ripartiremo tutti in santa
pace verso casa. Io, cari fratelli, credo al miracolo. L’incendio del mare ci
spaventa? E’ umano. Ma Dio può spegnere l’incendio con un soffio. Però bisogna
pregarlo con fede assoluta, totale. Ora diciamo insieme la preghiera che ci ha
insegnato Gesù, Figlio di Dio.»
Si inginocchiò a terra e intonò il Padre Nostro, e noi di Adelfia lo
recitammo con fervore assieme ai marinai. Quando ci alzammo, dopo la
benedizione del frate, ci sentivamo tutti come sollevati. Volgendo lo sguardo
intorno vedemmo che i fuochi sul mare non c’erano più. Ci guardammo commossi,
in silenzio, compresi della solennità dell’ora. Nessuno osava parlare, ma
pensava al miracolo. Dopo un po’ il nocchiero con voce un po’ rotta disse:
«Fratello Pietro, ci hai convinti, tu sei veramente
un uomo di Dio, e noi aspetteremo, come promesso, sino a domani, fiduciosi
anche noi nel grande miracolo.»
Il comandante espresse la sua soddisfazione e il
suo ringraziamento ai marinai e poi li rimandò ai loro compiti. Io rimasi
accanto a lui per tenergli compagnia, avendo ormai acquistato con lui un
rapporto amichevole e direi familiare. Mi disse che credeva fra Pietro un santo
e mi chiese se lo credevo anch’io. Risposi:
«Io sento per fra Pietro la stessa venerazione che
hai tu; ma io lo chiamo uomo di Dio,
non santo. Santo è soltanto il Signore Dio. Lo so che tu pensi ai tanti santi
che veneriamo, a San Pietro apostolo, a San Francesco d’Assisi, a San Gennaro,
a San Pio da Pietrelcina e a tutti gli altri elencati nel calendario,
proclamati santi dalla Chiesa con un
processo canonico. Ma è stato un abuso. Dichiarare santo con decreto pontificio
un uomo benemerito è un’offesa alla Maestà Divina, la quale sola può giudicare.
Il Magistero può soltanto lodare un cristiano e magari proporlo come esempio,
farne conoscere la vita e le opere come esemplari,
da imitare, ma non proclamarlo santo, e tanto meno farne adorare il corpo e le
reliquie, il che è vera idolatria.
Dobbiamo perciò evitare di dare questo attributo
divino a un uomo, anche se ci siamo indotti dalla consuetudine e dal parlare
comune. Io dirò sempre Pietro Apostolo, Francesco d’Assisi, Padre Pio, Don
Bosco, Madre Teresa, ecc. Noi di Adelfia abbiamo ormai preso questa
consuetudine, che cerchiamo di diffondere.»
L’amico disse che avevamo ragione, ma che era ben
difficile convincere la massa, la quale da lunghi secoli è stata abituata dalla
Chiesa più al culto dei santi e delle loro reliquie che a quello di Dio. Il
culto dei santi e delle reliquie va molto d’accordo col dio Quattrino, cioè col mercimonio delle cose proclamate sacre.
La giornata trascorse per il resto tranquilla, col
veliero messo alla cappa una volta che fu riportato nel sito prescritto. Il
mare era quasi calmo, ma verso sera calò una fittissima nebbia che si addensò
sul veliero, tanto che stentavamo anche a riconoscerci sulla coperta, e
muovendoci rischiavamo anche di scontraci.
Il capitano, temendo che quel nebbione si mutasse
in pioggia, fece tendere il telone che rese ancora più buia la coperta,
rischiarata appena dalla pallida luce dei tre faretti di posizione.
Sottocoperta furono accese le candele. Durante la giornata l’elettricista si
era dato da fare, ma non era riuscito a individuare ed eliminare il corto
circuito causato la notte prima dalla caduta in mare del faro di bompresso. Il
presidente incaricò l’economo di restare nel dormitorio a vigilanza delle
candele e per fare spegnere quelle che non erano strettamente necessarie. Ma
una notte così buia e umida non prometteva di concedere un sonno tranquillo.
Tuttavia ci coricammo, noi uomini sopra, gli altri
sotto, con la speranza di avere una nottata non drammatica come la precedente.
La nebbia non si era mutata in pioggia, ma con la sua umidità penetrava nelle
ossa, e non si riusciva a prendere sonno, anche se il moto ondoso era minimo, e
la brezza leggera era quasi calda.
Ma prima di mezzanotte cominciarono gli scossoni
che ci fecero balzare dai giacigli nel timore che questi sbuffi di gas si
potessero incendiare per qualche motivo. Ora a ogni scossone si sentiva una
ventata puzzolente. Il capitano comandò all’equipaggio, che era quasi tutto in
coperta, di non fumare e di non usare gli accendini per farsi luce; grande era
il pericolo che il gas eruttato prendesse fuoco alla minima scintilla. Siccome
gli scossoni e gli sbuffi di gas infittivano, il capitano ordinò di spegnere
tutte le candele anche sottocoperta. Chiese all’elettricista se era il caso di
spegnere anche i faretti, nel timore che potessero provocare qualche scintilla;
fu rassicurato dal tecnico: quei faretti erano corazzati, e potevano anche
cadere in acqua senza spegnersi e senza provocare contatti.
La paura, sopra e sotto, era tanta, e nessuno
dormiva. Verso le
Il presidente scese abbasso a riportare un po’ di
calma, io rimasi in coperta col capitano, anche lui molto scosso, col frate e
con gli altri. Il frate, visto il generale sconforto, disse a un certo punto:
«Amici miei, è l’ora della prova e l’ora del
dubbio. Per superarla non c’è che la preghiera; ce lo ha detto Gesù: “Vegliate
e pregate”.»
Si inginocchiò a terra vicino al boccaporto
centrale che era aperto e cominciò a recitare il Rosario con i misteri dolorosi
della passione di Cristo. Ci inginocchiammo anche noi e pregammo veramente con
grande fervore e commozione. Terminata la santa corona, il frate si mise a
cantare gli inni sacri più comuni a Gesù Sacramentato e alla Madonna, e quasi
tutti lo seguimmo nel canto. Terminato l’inno alla Madonna, il frate innalzò
alla Madre celeste la sua fervida preghiera:
«Vergine Santa, siamo tuoi figli… Tu vedi in quali
pericoli ci troviamo, tu vedi il nostro scoraggiamento… Sembra che Dio ci abbia
abbandonato… Soccorrici tu che hai cuore di madre. Tu ottieni da Gesù tutte le
grazie che chiedi; alle nozze di Cana quasi ti imponesti a tuo Figlio, e
ottenesti il suo intervento miracoloso, anche se Lui aveva dichiarato che non
era ancora giunta la sua ora, in cui avrebbe dovuto manifestare la sua
divinità, anche comandando alle forze della natura… Tu puoi tutto, Maria,
ottieni il miracolo che chiediamo, salvaci dall’attuale pericolo e facci
giungere sani e salvi alla terra promessa.»
Appena finita la preghiera, vedemmo accendersi un
fuoco alla punta dell’albero di trinchetto. Stavamo meravigliati a guardarlo; era
il fuoco di Sant’Elmo, ma sembrò a tutti il segno della salvezza invocata. Dopo
pochi minuti il fuoco scomparve, ma una grande quiete era ora diffusa nel mare.
Gli scossoni erano cessati e le onde sollevate dalle esplosioni sottomarine si
erano sedate. Era un’ora dopo mezzanotte quando il frate ci disse:
«Chi vuole può andare a riposare; io rimango qui a
pregare. Questa è una notte di veglia… la preghiera deve essere incessante,
insistente come ci ha insegnato Gesù.»
Anche abbasso era tornata la calma, e il presidente
aveva fatto accendere qualche candela, ora che ogni pericolo era cessato. Poi
salì in coperta anche lui e si inginocchiò in preghiera accanto al frate. Quasi
tutti eravamo rimasti inginocchiati volendo perseverare nella veglia di
preghiera. Ma poco a poco le nostre
palpebre si appesantirono. Io stesso ebbi un colpo di sonno che mi fece cadere
sdraiato sul legno di coperta. Capii che il mio fisico era esaurito, mi alzai e
andai a sdraiarmi sul mio giaciglio. Questo fecero via via tutti gli altri, non
reggendo allo sforzo. Quando al mattino ci svegliammo vedemmo fra Pietro ancora
inginocchiato vicino al boccaporto: lui sì, era riuscito a vegliare e pregare
per tutta la notte! Egli era veramente il nostro profeta, l’uomo di Dio, la
nostra guida.
Quando mi alzai erano già le sette, ma la luce era
poca, perché il nebbione circondava ancora il veliero. I marinai erano già
all’opera da un pezzo in vista della partenza. Avevano tirato a galla e alato
il canotto, avevano salpato l’ancora galleggiante, avevano recuperato il faro caduto
dal bompresso, avevano già teso i due fiocchi mediante lo strallo. Lavoravano
di buona lena, perché finalmente dopo un mese si tornava a casa.
Noi di Adelfia stavamo a guardare quei preparativi
con un senso di delusione e di frustrazione: la nostra impresa era andata a
vuoto; ne dovevamo desumere che fra Pietro si era ingannato? che si era
autosuggestionato? Eppure anche recentemente aveva dimostrato che era un uomo
di Dio, ispirato e sostenuto da Lui. Non sapevamo che pensare, che concludere,
e non osavamo interrogare il frate, il quale stava preparando l’occorrente per
dire
Il capitano aveva concordato con l’equipaggio di
partire alle otto; ma per la nebbia fitta, che non lasciava vedere che a pochi
metri, si decise di attendere che essa si diradasse almeno un poco, per non
rischiare di andare a sbattere contro qualche ostacolo imprevisto. Verso le 10
la nebbia cominciò a diradarsi, per cui furono alzate le vele, e il veliero si
mosse con prua verso nord a piccolissima velocità, perché c’era appena una bava
di vento. Non avevamo percorso forse neppure un chilometro, che la nebbia a un
tratto scomparve tutta come per incanto, e comparve non lontana, a tribordo,
una bassa terra che sembrava fumigasse sotto i raggi del sole già caldo.
Il primo a vederla fu il marinaio di vedetta, che
gridò a squarciagola :
«Terra! Terra!»
Accorremmo tutti a guardare, quasi increduli, e
rimanemmo estasiati a vederla dinanzi a noi a qualche centinaio di metri. C’era
chi voleva sbarcare lì subito, ma il capitano, calato lo scandaglio, vide che
la profondità era di appena
Tutti avevamo gli occhi lucidi, qualcuno piangeva
silenziosamente, nessuno osava rompere con parole l’incanto di quella visione. Il
frate si era inginocchiato per innalzare a Dio la preghiera di ringraziamento,
intonando la dossologia della Messa (“Gloria a Dio”) alla quale noi tutti ci
unimmo in coro.
Sbalorditi, ma anche commossi, erano i membri
dell’equipaggio, i quali parlavano apertamente di miracolo, e guardavano con venerazione
il frate in preghiera.
Mentre costeggiavamo l’isola, il presidente, avendo
visto sotto al cassero delle tavole ammassate, chiese al capitano se ne poteva
prendere qualcuna, e avutone il consenso, ordinò al nostro falegname di
costruire una croce da piantare sulla nuova terra. Il falegname fu aiutato con
entusiasmo anche da altri, e una bella croce fu presto fatta. Mentre il veliero
correva veloce, il pranzo fu annunciato non con i soliti rintocchi, ma con un
lieto scampanio e, dopo la benedizione della mensa, mangiammo in santa letizia.
Gustato il caffè tornammo tutti, anche le mamme coi
piccoli, in coperta a contemplare la terra a noi destinata, che Dio aveva
miracolosamente fatto emergere dall’abisso. La costa che vedevamo era ancora
bassa e sabbiosa e, in attesa di un approdo più agevole, nessuno di noi,
neppure i bambini, volle andare a fare il sonnellino pomeridiano. Verso le 16
notammo che la costa non era più tanto bassa, e a poco a poco si faceva più
alta, e qua e là apparivano delle rocce come spuntoni. Inoltre non era più
uniforme, ma presentava delle piccole insenature.
Poco dopo ci trovammo di fronte una vera e propria
baia, nella quale ci addentrammo sino a un centinaio di metri dalla costa che
appariva alta e rocciosa. Lo scandaglio ci assicurò che lì il mare era profondo
una trentina di metri, sicché ci inoltrammo di più ma con prudenza, a mezze
vele e senza fiocchi, sino a una decina di metri dalla riva, dove l’acqua era
ancora abbastanza profonda.
Lì il capitano fece calare le ancore, e ci
fermammo. Col canotto lui con due marinai arrivò a riva, ma vide che lì la
costa era alta e troppo ripida, non adatta per lo sbarco, e avanzando col
canotto andò alla ricerca di un punto più favorevole, che trovò a poche
centinaia di metri, dove il mare era ancora profondo ma la costa accessibile,
tanto che lui e un marinaio sbarcarono senza difficoltà su un lido roccioso.
Dopo una breve ricognizione del sito tornò al
veliero, fece salpare le ancore e avanzò lentamente sino allo sbarcadero
naturale che aveva individuato, dinanzi al quale l’acqua era tanto profonda e
così calma che il veliero poté addirittura toccare la costa rocciosa con la
fiancata di destra, protetta da quattro grossi copertoni.
Lungo la riva c’erano degli spuntoni di roccia ai
quali il veliero legò le sue gomene come a delle bitte offerte da madre natura.
Si poteva iniziare lo sbarco. Per maggiore sicurezza il capitano fece posare
tra la murata e la costa la robusta scala di bordo, alla quale aveva fatto
applicare gli appoggi laterali, sì da formare una sicura passerella.
Il primo a mettere piede sulla nuova terra fu il
buon frate con il piccolo crocifisso in mano, seguito dal presidente con la
grande croce di legno, poi tutti gli altri. A me piacque aspettare, per vederli
sbarcare tutti, attento alla sicurezza soprattutto dei bambini; in ultimo
sbarcai anch’io, con in braccio la mia Luisa, sorridente come a una festa.
Quando fummo tutti riuniti intorno a lui, Pietro ci benedisse col crocifisso,
poi benedisse la nuova terra, e infine intonò l’inno di lode “Gloria a Dio”. Il
presidente piantò la croce di legno in un posto un po’ elevato, e poi disse a
quelli che avevano lasciato nel veliero degli oggetti, di andare a prenderli.
Quasi tutti tornarono a prendere delle cose
lasciate. Io credevo di non aver lasciato niente, e fu Rosa a chiedermi se
avevo preso i due quaderni che ero solito posare, sopra una mensola, nella sua
cuccetta. Nell’entusiasmo del momento me ne ero completamente dimenticato; per
fortuna mia moglie me lo aveva ricordato; altrimenti avrei dovuto riscrivere
Mentre stavamo recuperando le nostre cose
personali, i marinai sbarcarono i bagagli collettivi, abbastanza numerosi e
pesanti, che furono deposti su un rialzo del terreno già perfettamente
asciutto, coprendoli con un telo da tenda.
Terminato il loro lavoro i marinai assieme ai cuochi
e ai camerieri ci stavano salutando, quando il capitano disse che eravamo
invitati a cena sul veliero, e raccomandò ai cuochi di preparare un bel menù di
addio. Aggiunse che se volevamo, potevamo pure dormire quella notte sul
veliero: lui sarebbe ripartito l’indomani alle sette.
Il presidente accettò riconoscente la cena offerta,
ma disse che preferivamo dormire sull’isola sotto le tende che avevamo portato.
Aggiunse che gli avrebbe consegnato l’indomani le lettere da portare in Italia.
Sotto la direzione dell’economo, le tende furono
sballate e montate, e fu messo in ognuna il materiale previsto: lettini,
tavolinetti e sedie pieghevoli. Ogni famiglia ebbe la sua tenda. Il sole
volgeva al tramonto, ma c’era ancora molta luce, e quasi tutti ci mettemmo a
scrivere lettere per i nostri cari.
Io ne scrissi due: la prima per i miei suoceri (e
in essa Rosa accluse una sua paginetta) pregandoli di mandarci Domenico e
Angelo col primo veliero che il signor Miceli avrebbe inviato all’isola, come
d’accordo.
La seconda al mio amico e collega dello Studio,
incaricandolo di andare dall’armatore a chiedere il conto completo del viaggio
del Fiore di Maggio, e di saldarlo
prelevando il denaro dal conto corrente che avevamo in comune, e in seguito di
pagare i costi dei viaggi mensili del Condor.
Mentre davo al mio socio queste istruzioni, pensai
che quel conto corrente non era un pozzo
di San Patrizio inesauribile: a tutte le prossime spese come avremmo potuto
far fronte?
Per il momento allontanai il fastidioso pensiero:
ne avremmo parlato in assemblea, ora dovevamo solo gioire e dare gloria a Dio,
confidando nel suo aiuto.
Sotto l’abile direzione