Bruno
Camaioni
La Verità... in pillole

Operetta Morale
Indice
Opere di Bruno Camaioni
Notizie sull'autore
Bruno
Camaioni è nato a Grottammare (AP) nel 1917, si è laureato in Lettere
all'Università di Roma nel
Uno
di costoro, ritenendo che esse siano interessanti e anche formative per i
valori che inculcano, ha preso l'iniziativa di metterle man mano in rete,
affinché chiunque le possa leggere liberamente e senza spese.
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Problema del Male - Riflessioni; Eremita a Orgosolo - Romanzo; L'Aiuola Contesa
- Romanzo; Riassunto de "I Promessi Sposi" - con commento estetico e
morale; I Personaggi de' "I Promessi Sposi" - Saggio; I Doveri del
Cristiano - Saggio; L'Antico Testamento - Tutta Parola di Dio? - Saggio; La
Chiesa di Cristo e la Mondanizzazione -Saggio; Il Messaggio di Dante - Saggio;
Una vita interessante - Luigi Mercantini Il Tirteo Marchigiano - Biografia;
Historia Magistra - Saggio; Le meditazioni di Dante nel Purgatorio - Saggio;
Idee non politicamente corrette - Saggio; Colle Vaticano A.D. 2050 - Romanzo;
Poesie Varie.
Le
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Veritas odium parit (Terenzio, Andria, 68)
La verità suscita odio
«Che
cos’è la verità?» (Gv 18, 38), chiede Pilato a Gesù, ma non attende risposta:
nel suo pragmatismo romano sa bene che la verità è quello che ognuno ritiene
utile a sé o, se non è egoista, anche ai concittadini o, se è generoso, anche a
tutti gli uomini.
Ma noi cristiani sappiamo
che la verità univoca, la sola e vera, esiste in sé, non è relativa alla
persona o ai ceti o alle scuole filosofiche e teologiche. La Verità è Gesù
Cristo, il quale ha proclamato: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,
6). Quindi la verità è nel Vangelo, nella «buona novella» che il Figlio di Dio
è venuto in terra ad annunciarci.
Io sin da adolescente ho
letto più volte il Vangelo (nelle sue quattro redazioni), e la buona novella,
cioè la Verità divina, mi è sempre apparsa chiara ed evidente, annunciata da
Cristo con parole semplici e intelligibili da tutti. Solo il Vangelo di
Giovanni mi è sembrato talora poco intelligibile (da me), là dove egli adopera
un linguaggio filosofico, parlando di Gesù come Λóγος (Verbum
= Parola), mentre noi comuni cristiani lo conosciamo come Vero Dio che si è
fatto Vero Uomo, ed è venuto in mezzo a noi per annunciarci la buona novella,
cioè la Verità.
Nel
dialogo di Gesù con Nicodemo (cap. 3) e anche in altri punti del suo vangelo,
piuttosto diverso dai sinottici, Giovanni filosofeggia alquanto, al pari di
Paolo di Tarso, anche lui imbevuto di cultura ellenistica e amante della
retorica. Del resto sappiamo che il quarto vangelo, attribuito a Giovanni apostolo,
non è stato redatto da lui nella forma in cui ora lo leggiamo. Il dotto
biblista cattolico Francesco Mosetto, nella introduzione riportata nella Bibbia
CEI (pag. 1132), ci fa sapere che l’attribuzione a Giovanni «è accettata quanto
alla sostanza; tuttavia si riconoscono nel testo le tracce di una lunga
evoluzione, che gli studiosi così ricostruiscono: il discepolo-testimone
[Giovanni] è all’origine della tradizione evangelica e la segna con una
particolare impronta teologica e letteraria; i suoi discepoli e collaboratori
raccolgono la sua testimonianza in uno scritto, che possiamo chiamare la prima
edizione del vangelo di Giovanni; in un secondo tempo questo vangelo viene
completato con nuovi materiali (ad esempio il cap. 21) e riceve la sua forma definitiva».
Quindi
secondo l’opinione del biblista, ovviamente condivisa dalla CEI, la «lunga
evoluzione» del quarto vangelo comprende tre fasi:
1)
l’apostolo
Giovanni con i suoi discepoli predica le verità cristiane in varie parti
dell’Asia Minore e ultimamente a Efeso, nell’attuale Turchia;
2)
i suoi
collaboratori raccolgono la sua predicazione in uno scritto (prima edizione);
3)
altri
collaboratori aggiungono «nuovi materiali» e redigono l’edizione definitiva.
In questo vangelo ci hanno messo dunque le mani in
parecchi e durante un notevole corso di anni. Eppure la Dei Verbum
afferma che è tutta «parola di Dio», il quale ha fatto sì che «gli autori
ispirati o agiografi… sotto ispirazione dello Spirito Santo… scrivessero come
veri autori tutte e soltanto quelle cose che Egli voleva».
L’affermazione della Dei Verbum, che appare
già smentita riguardo a un testo evangelico, che è piuttosto recente (circa 100
d.C.), mi sembra addirittura azzardata riguardo ai 46 libri dell’Antico
Testamento, che la Chiesa cattolica ritiene tutti ispirati, compresi gli otto
che gli Ebrei stessi non riconoscono come sacri. Per l’Antico Testamento la
«lunga evoluzione» è durata, come i biblisti cattolici affermano, più di un
millennio, a cominciare dai «ricordi e tradizioni di vita familiare e di clan
dei Patriarchi, raccolti e rielaborati in seguito dalle grandi correnti
teologiche Jahvista, Eloihista, Sacerdotale, e confluiti nel testo attuale di Gn 12-50»[1].
Le tradizioni partono dal 1850 ca. a.C. (migrazione
di Abramo da Ur a Canaan) e vengono messe in scritto verso il 1000 dalla scuola
Jahvista, tra il 900 e l’800 dalla scuola Elohista. Verso il 700 a.C. le due
tradizioni sarebbero confluite in un unico testo. Durante l’esilio di Babilonia
(586-539 a.C.), il testo sarebbe stato completato e rielaborato dalla corrente
Sacerdotale. L’ultimo libro dell’A.T. per redazione è quello della Sapienza
(ca. 50 a.C.), che non è accettato dagli Ebrei insieme a quelli di Baruc,
Daniele, Giuditta, 1° Maccabei, 2° Maccabei, Siracide, Tobia. Nell’A.T. hanno
quindi messo le mani decine di redattori più o meno vogliosi di affermare le
loro verità, di abbellire e aggiungere episodi, spesso scandalosi e
orripilanti, ma per la Costituzione dogmatica (!) del Concilio Vaticano II è
tutto «Dei Verbum».
Preciso
che quanto ho sopra scritto circa le redazioni dell’A.T., l’ho desunto dalla Bibbia
Emmaus della Società San Paolo (2° ed. 1998), posteriore a quella della CEI
(2° ed. 1974), e molto più ricca di sussidi redatti da valenti biblisti.
Aggiungo che anche per il Nuovo Testamento bisogna
tener conto, come ho detto per il vangelo di Giovanni, di varie redazioni e di
vari apporti, che talora appaiono evidentemente parole di uomini. Per questo,
Lutero considerò apocrifi (cioè non ispirati, e quindi falsi) quattro libri del
N.T. (Epistola agli Ebrei, Epistola di S. Giacomo, Epistola di S. Giuda,
Apocalisse), che però in seguito furono generalmente accettati dagli
evangelici.
Ho voluto dire tutto questo per chiarire che, anche
per i libri sicuramente ispirati, dobbiamo tener conto che ci possono essere
state manipolazioni personali dovute a enfasi o colorazione retorica. Per poter
discernere queste aggiunte umane, dovute spesso all’ambiente o alla finalità
dello scritto, dobbiamo servirci della retta ragione.
La parola di Dio è univoca, non può cambiare né
contraddirsi, né può contraddire la ragione umana, che Dio ci ha dato a
somiglianza della Sua, anche se è limitata e non infinita. Per esempio, se noi,
con la retta ragione umana, riteniamo ingiusto punire un figlio innocente per
il reato del padre, è impossibile che per Dio sia giusto punire il peccato del
padre sui discendenti sino alla quarta generazione, come afferma Jahvè, il Dio
«geloso» (Es 20, 5 – Dt 5, 9).
Dunque questi versetti dell’A.T. non sono
certamente parola di Dio, non sono la Verità. La verità, in questo caso, è che
Dio punisce, e non sempre, solo il peccatore, non il figlio o il nipote
innocenti, ed Egli è sempre pronto a perdonare il peccatore pentito, ad
accogliere il figliol prodigo.
In questo opuscolo io cercherò di presentare alcune
verità fondamentali del Cristianesimo, ma a lume di ragione umana, cioè col
ragionamento corretto e capito da tutti, non con assiomi, affermazioni
apodittiche e neppure citazioni di testi che è tutto da dimostrare siano
dettati da Dio.
Accingendomi a scrivere questi capitoletti sulla Verità,
ho voluto rileggere la celebrata enciclica Veritatis splendor, datata 6
agosto 1993. È, credo, la più lunga delle 14 encicliche di Giovanni Paolo II,
composta di ben 120 paragrafi, mentre la Evangelium vitae (1995) ne
comprende solo (si fa per dire) 105.
L’avevo letta quando fu pubblicata, e mi sembrò
prolissa, astrusa e poco chiara, poco adatta a contrastare il relativismo,
contro il quale era stata scritta, e soprattutto poco utile per la salvezza
delle anime, che è la missione della Chiesa. Alla rilettura l’impressione è
stata anche peggiore: mi è sembrata un centone di citazioni, di riferimenti a
tanti ismi filosofici e teologici, a tanti autori antichi e modernissimi
(es. card. J.H. Newman, par. 34) e anche di poeti pagani (es. Giovenale, par.
94).
Insomma la Verità, che appare così chiara
nel Vangelo, mi appariva piuttosto confusa dopo la laboriosa lettura della
famosa enciclica. Probabilmente ciò è dipeso dalla mia poca intelligenza, dato
che è di livello medio-basso, e invece per comprendere quelle enunciazioni
occorre un intelletto di alto quoziente e soprattutto tanta erudizione, cosa
che io non ho e con me non hanno gran parte degli uomini.
Per cercare di chiarirmi il problema, ho voluto
rileggere Varcare la soglia della Speranza (1994), quell’intervista che
papa Wojtyla ebbe, per iscritto, con Vittorio Messori. Anche questo testo,
riletto con più attenzione, mi è sembrato un centone di citazioni[2]
prese non solo dalla Bibbia, ma anche dal Magistero della Chiesa, tra cui più
volte le sue stesse encicliche (Laborem exercens, Mulieris dignitatem,
Redemptor hominis, Redemptoris Mater, Redemptoris missio),
come se anche le sue parole fossero «Dei Verbum», e quindi da accogliere come
verità. Ci sono dei rimandi anche alla Veritatis splendor, pubblicata
l’anno prima.
Non parliamo poi dei personaggi (teologi, filosofi,
pensatori, poeti ecc.) che egli chiama a suo sostegno! Ho voluto contarli, sono
sessanta (molti sono polacchi) e quasi tutti sono appena accennati. Perciò mi
ha incuriosito (pag. 227) l’accenno al personalismo
e la presentazione della «filosofia del dialogo e della filosofia del volto» di
Emmanuel Lévinas: «per lui, la persona si manifesta attraverso il volto». Non
capisco come questa filosofia (!) serva a rispondere alla domanda di Messori,
la quale in parole povere era (pag. 222): perché la vita umana è intangibile
dal concepimento alla morte naturale?
Evidentemente la mente mia, così limitata, non
arriva a comprendere questi arcani collegamenti della logica wojtylana. Però
non sono tanto digiuno di Logica aristotelico-scolastica da non riconoscere che
molte argomentazioni del papa polacco sono viziate dalla petitio principii,
per cui quello che si vuol dimostrare è affermato, sott’altra forma, ma
assiomaticamente, nella risposta.
L’esempio topico (e anche scherzoso) della petitio,
è il seguente:
Premessa maggiore: Omne trinum est perfectum.
Premessa minore: Atqui Deus
est trinus.
Conseguenza: Ergo Deus est perfectus.
Con
questo bel sillogismo, sarebbe dimostrata, a fil di logica, la perfezione di
Dio!
Voglio
accennare a qualche altra uscita di Karol Wojtyla nella predetta
intervista. Al Messori che, in parole povere, gli aveva chiesto:
«Non
ha paura a essere chiamato con certi titoli osannanti?», risponde così:
«Cristo
diceva agli apostoli, a Pietro, in varie circostanze: “Non abbiate paura…”. E,
dunque “non aver paura” quando la gente ti chiama Vicario di Cristo,
quando dicono Santo Padre, oppure Vostra Santità, o usano frasi
simili a queste, che sembrano persino contrarie al Vangelo… Tali espressioni
sono cresciute sulla base di una lunga tradizione… e non bisogna aver paura
neppure di esse» (pagg. 5-6).
Anche
nel Cristianesimo, come nell’ebraismo, sulla vera dottrina divina ha prevalso
la tradizione, contro la quale Gesù tuona sia in Mt 15, 6, sia in Mc 7, 8:
«Trascurando
il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini… Siete
veramente abili nell’eludere il comandamento di Dio, per osservare la
vostra tradizione».
E
dobbiamo riconoscere che papa Wojtyla nell’intervista è abile
nell’eludere le precise domande del giornalista sul male che domina nel mondo.
Secondo lui Dio, per «giustificarsi davanti alla storia dell’uomo, così carica
di sofferenza» (pag. 68), ha fatto incarnare il Figlio e lo ha fatto morire in
croce, quasi per dimostrare che lo trattava, come uomo, anche peggio degli
altri uomini.
In
tal modo, il papa glissa sull’argomento spinoso del male infertoci dalla
Natura, creata da Dio, perché i terremoti, i maremoti, le tante malattie, i
virus, il cancro ecc. non sono certamente opera dell’uomo. L’uomo è colpevole
del male volontariamente da lui operato, per il quale è responsabile e sarà
giudicato da Dio, se non dagli uomini.
Il
giornalista Messori non osa dire al papa che ha glissato l’interrogativo, che
cioè praticamente non ha risposto, e rispettosamente insiste: «In questo modo,
la domanda sul dolore e il male del mondo non sarebbe davvero affrontata, ma
soltanto spostata». Ma sui mali infertici dalla natura il papa continua a
glissare. Egli continua a parlare dei mali inferti dall’uomo agli altri uomini,
che derivano dalla sua libertà di agire, dal libero arbitrio, che Dio ha donato
agli uomini. Questo non è affatto un problema, ma una cosa logica: l’uomo ha
l’intelligenza per capire e la libertà per agire, e sarà premiato o punito per
come avrà agito. È una verità palmare.
Ma
perché esiste il male che non è opera dell’uomo? Chi lo ha voluto? Di chi è la
colpa?
A
questi interrogativi, io ho cercato di dare una risposta plausibile nel mio
opuscolo Il problema del male; ripeto una risposta plausibile, non
certa, perché il disegno divino è per noi imperscrutabile, e la verità su di
esso la sapremo solo nell’altra vita, nella casa del Padre.
Ma
il Papa, sempre fisso sul male dovuto all’uomo, risponde: «Sì, in un certo
senso lo si può dire: di fronte alla libertà umana Dio sta pagando per il
grande dono concesso a un essere da Lui creato». È una risposta anche un po’
strana. È come voler dire che Dio, dando generosamente all’uomo i due grandi
doni dell’intelligenza e della libertà, si aspettasse da lui solo riconoscenza
e devozione; invece è rimasto deluso, e ora sta pagando (e quindi sta
soffrendo!) per il suo errore di aspettativa.
Continuando
nella sua risposta evasiva, il papa conclude affermando che «Dio è sempre dalla
parte dei sofferenti» e che «Dio è Amore»!
Io
non capisco perché il papa non voglia prendere in considerazione, e magari
spiegare, il male inferto dalla natura, ma parla solo di quello inferto
dall’uomo, e anche di questo dà la colpa a «quel misterioso peccato d’origine»
(Veritatis splendor n. 1)
In
realtà teme che, ammettendo che Dio ci ha voluto sottoporre a un esame,
a una prova con il male infertoci dalla natura, allontanerebbe gli
uomini dalla fede, e in definitiva dalla Chiesa. Il Cristianesimo sarebbe o
dovrebbe essere per lui tutto rose e fiori, danze e canzoni, raduni
festosi e riti pomposi; bandiere, inni e fanfare.
Invece
Gesù Cristo ha detto e ripetuto più volte: «Se qualcuno vuol venire dietro a
me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua» (Lc 9, 23;
Mt 16, 24). Quindi Gesù ci avverte che la croce, cioè la sofferenza, il dolore
sono pane quotidiano; ora ci viene dagli uomini, ora dalla natura, e ogni
giorno dobbiamo prendere questa croce e cercare di ricambiare col bene il male,
se questo ci viene dagli uomini, e di aiutare con impegno quelli che, per colpa
della natura, soffrono la fame, le malattie e i cataclismi.
La
sequela di Cristo non è rose e fiori, è un impegno severo, e pochi sono
disposti ad abbracciare la croce per seguire Cristo. La Chiesa cerca le
continue festività, i pellegrinaggi, le adunanze oceaniche, le acclamazioni, la
visibilità mediatica, il vanto dei successi e del prestigio internazionale.
I
veri cristiani, quelli che abbracciano la croce e si prodigano per i fratelli
bisognosi con le opere e i sacrifici, e non soltanto con le vuote parole, sono
pochi. Sono un piccolo gregge, come ha detto Gesù (Lc 12, 32). A questo piccolo
gregge, Egli rivolge la sua approvazione e il suo conforto: «Non temere, perché
al Padre vostro è piaciuto di darvi il Suo regno».
Ora
cercherò di evidenziare le verità che il piccolo gregge certamente conosce e
cerca di realizzare nell’azione, verità che tutti gli uomini dotati di ragione
dovrebbero riconoscere e (possibilmente) seguire.
Ma
mi sembra di sentire già qualche cattolico, osservante, praticante e
soprattutto ossequiente, che mi dice: «Come osi tu, che non sei addottorato, di
parlare di teologia, di disquisire di dottrina, di criticare le encicliche e,
che è troppo, di parlare senza il dovuto ossequio di papa Wojtyla, che sarà
presto proclamato “beato” dalla Chiesa, e che i devoti cristiani, a voce di
popolo, hanno già dichiarato “santo”?».
Interrogato
rispondo: innanzi tutto proclamare “beato” o “santo”, con un processo canonico,
un essere umano, mi sembra un’offesa a Dio, unico giudice, davanti al quale
anche i papi dovranno comparire dopo la morte. Dichiarare “beato” o “santo” con
decreto apostolico è un voler imporre a Dio – ope legis – l’apoteosi di
certi personaggi. E per fare questi processi si impiega tanto personale e si
spende tanto denaro: ci sono una Congregazione Vaticana e un folto corpo di
teologi specializzati in questi processi, che cominciano nelle diocesi e poi
approdano in Vaticano, per finire finalmente nella solenne proclamazione in San
Pietro, con l’esposizione e la venerazione delle reliquie del presunto santo,
il che è una vera idolatria.
Premesso
questo, aggiungo che io non critico papa Wojtyla e le sue encicliche e
interviste; io lo cito per quelle enunciazioni che a me sembrano o poco chiare
o discutibili, anche se sono frasi a effetto e molto esaltate. Nella
lunghissima enciclica Veritatis splendor, egli ci vuole presentare la
Verità cristiana come la preziosa perla splendente, di cui parla Gesù (Mt 13,
45). Ma questa perla egli la gira e rigira e la manipola tanto, che essa
diventa opaca. Egli ritiene di renderla più splendente ma, anche se così fosse,
a noi cristiani comuni essa abbaglia la vista e confonde le idee.
Perciò,
per i cristiani comuni come me, io voglio offrire non una gemma abbagliante, ma
un pane nutriente, però un po’ duro e bisognoso, per i semplici, di essere
sminuzzato e quasi ridotto in briciole, facili ad assumere e digerire.
Per
questo ho parlato di Verità… in pillole; infatti la Verità è solida e
univoca, ma per comprenderla, noi che non siamo teologi, dobbiamo sminuzzarla
in modo da farla entrare nel nostro limitato comprendonio.
Fatto
questo preambolo e dato questo avvertimento, riprendo il mio discorso, modesto
ma convinto.
La prima verità che bisogna riconoscere è un
mistero, anzi il Mistero, il primo mistero. La Chiesa oggi abusa della
parola «mistero», usandola a tutto spiano per ogni concetto, per dargli
importanza, come un’unzione sacra.
Papa Wojtyla, nell’intervista col Messori, adopera
la parola anche in contesti un po’ strani, come quando parla (pag. 237) di
mistero della femminilità, come in un altro documento parla di mistero della
donna, mistero del sesso, solo per dare la dovuta dignità alla donna e il
dovuto rispetto per la sessualità. Egli era attratto da questo argomento, e
arriva a parlare della teologia della donna (pag. 238), per dire che
«viene riscoperta la sua bellezza spirituale, il suo particolare genio».
Egli trattò questa teologia nella sua catechesi del
mercoledì per ben quattro anni allo scopo di ridare la dignità all’unione
sessuale nel matrimonio. A questo fine egli arriva a dire che gli sposi nella
loro unione corporea sono icona della Trinità: del Padre come amore che
dà; del Figlio come amore che riceve; dello Spirito Santo come amore reciproco.
Fare del coito coniugale un’icona della Trinità è un po’ troppo; e non senza
ragione a quel tempo una teologa, di una facoltà cattolica tedesca, disse che
papa Wojtyla era un sessuomane. (Un’altra bella idea espressa in quella
catechesi è che il marito e la moglie sono icona di Cristo e della
Chiesa sua sposa).
Ma lasciamo stare questa banalizzazione di termini
sacri (mistero, teologia, icona) e torniamo al nostro argomento. Dunque, per
me, la prima Verità è il Mistero. Non è un gioco di parole, né un paradosso e
tanto meno un ossimoro; è una verità di ragione che tutti gli esseri
ragionevoli dovrebbero riconoscere. Cercherò di spiegarmi, e spero di essere
chiaro come è stato sempre il mio intento. Posso dire anche cose errate (è
umano come peccare), ma almeno esse debbono essere chiare nel loro errore, e
non rimanere nebulose o astruse.
Il Mistero, il primo Mistero, il vero Mistero è
l’Essere, l’esistenza. Io esisto, la terra la percorro e magari la inquino, il
firmamento lo contemplo se alzo gli occhi in una notte serena. L’esistenza non
è però solo materia, organica o inorganica, ma è anche ordine, pensiero, sentimento,
amore.
Dunque ci chiediamo: qual è l’origine di tutto ciò
che esiste? Chi o che cosa ha prodotto tutto ciò che vediamo e anche sentiamo?
Noi credenti diciamo che è Dio, Creatore e Signore
dell’universo. I materialisti affermano che è la Materia, che si è autoevoluta.
È evidente che, o sia Dio o sia la Materia, questa prima Essenza è sempre
esistita, non deriva da altri, ha in sé la causa della sua esistenza.
Se siamo teisti, certamente non ci domandiamo: Dio
chi lo ha creato?
Sappiamo che Dio è sempre esistito: questo è logico
e razionale; altrimenti, da causa efficiente a causa efficiente, andremmo
all’infinito, e ciò è evidentemente irrazionale e assurdo.
Mi ricordo che, quando facevo il contadino, e nella
casa di campagna avevo il mio bel focolare con la catena pendente, alla quale
agganciavo il paiolo per cucinarmi il desinare, un nipotino che era venuto a
trovarmi, tutto curioso mi chiese: «Nonno, dove è fissata la catena? Al tubo o
al comignolo? E se al tubo, come hanno fatto a fissarla lì dentro, se il tubo è
così stretto? Chi ha potuto ficcarcisi?». Mi volli prendere un po’ gioco del
bambino, ma a scopo didattico, e risposi: «No, caro, la catena non è fissata a
nessun sostegno. Vedi, ogni anello è sostenuto dall’anello superiore, e così
via». Il bambino allora mi chiese: «Allora la catena non finisce mai? Che viene
dal cielo?».
«Beh, forse, non so, può darsi».
«Ma nonno, ma allora la catena dovrebbe uscire dal
comignolo e andare all’insù, anello dopo anello… Ma io ho visto che nessuna
catena esce dal camino!».
«E infatti non esce ; io ho voluto scherzare. Essa
è fissata con un grosso chiodo a metà del tubo».
«Va bene, ma chi ha potuto fissare il chiodo, se il
tubo è così stretto?».
«Il muratore, mentre costruiva il camino dal basso
verso l’alto, dalla cappa al comignolo… Sì, caro, ho voluto scherzare un poco
con te, ma tu non ti fai imbrogliare. Hai capito che se una catena o una corda
pende, ci deve essere qualcosa, un cavicchio o un piolo che la sostiene; ma il
cavicchio deve avere delle pietre o dei mattoni tra cui possa essere inserito,
e anche un operaio che ve lo fissi o muri. Ogni cosa che esiste deve avere
un’origine della sua esistenza, una causa che la produce…».
«Sì, nonno, questo è chiaro: la casa la fa il
muratore, il tavolo il falegname, le scarpe lo scarparo… Ma l’uomo chi lo ha
fatto?».
«Chi lo ha fatto? Ogni figlio ha i suoi genitori,
padre e madre, e il padre e la madre hanno anch’essi i loro genitori, e così
via, fino ad Adamo ed Eva, i primi genitori, come ti hanno detto al catechismo».
«E Adamo ed Eva chi li ha generati?»
«Non sono stati generati, ma creati direttamente da
Dio Creatore, che prima dei nostri progenitori ha fatto il cielo e la terra e
tutto ciò che esiste».
«E Dio chi lo ha fatto… generato… creato?»
«Dio è sempre stato e sempre sarà. Egli è quello
che regge tutto, ma non è retto da nessuno, non ha né padre né madre».
«No, nonno, ti sbagli. Un padre non so, ma una
madre certamente l’ha avuta, la Madonna, lo diciamo nella preghiera: Santa
Maria, madre di Dio, prega per noi…».
«Sì, caro, lo diciamo nell’Ave Maria, ma è un modo
di dire un po’ improprio…».
«Allora la preghiera è sbagliata? Ma io ho sentito
dire “Madre di Dio” tante volte, dal parroco nella predica e anche dal vescovo
quando, domenica scorsa, è venuto nella nostra chiesa per la cresima».
«Sì, è vero, ma ora ti spiego: la Madonna è la
Madre di Gesù come uomo: Gesù è anche Dio, la seconda Persona della Trinità… e
quindi si può dire, in certo qual modo, che la Madonna è madre di Dio. Si
dovrebbe dire Madre di Gesù come uomo, vero uomo, che è anche vero Dio.
Ma dire tutte queste parole in una preghiera, è troppo lungo, e poi cambiare,
praticamente a che servirebbe?».
«Servirebbe, nonno, servirebbe! Servirebbe almeno a
far capire che Dio non ha né un padre né una madre, che è sempre esistito… ma
questo è un mistero, almeno per me, che ancora devo fare altre due classi di
catechismo, prima della santa cresima».
«Sì, è un mistero, caro, per te, per me e per
tutti, e tale resterà, finché non ci sarà svelato in Cielo, nell’altra vita,
quella eterna».
«Allora anche per te, nonno, è un mistero? Come
mai? Eppure tu hai studiato da prete, me lo hai raccontato. Come mai non te lo
hanno spiegato?».
«Non è spiegabile, per ora, con la nostra
intelligenza… ma è la Verità, è la realtà. E questo Mistero-Verità spiega anche
gli altri misteri, che per noi sarebbero inspiegabili senza la realtà di questo
Mistero. Non capiamo come e perché sia sempre esistito questo Primo e Unico
Essere, ma la sua eterna esistenza è certa, ed è dimostrata dalla nostra stessa
esistenza».
«Questa verità, nonno, è per me un po’ misteriosa,
ma una cosa l’ho capita, che Dio esiste, che deve esistere per forza, se
no nulla esisterebbe. E ho anche capito che la Madonna non è madre di Dio, ma
di Gesù-uomo, di Gesù-vero Dio c’è il Padre Eterno. Ma dimmi, nella preghiera
posso ancora continuare a dire: Santa Maria, madre di Dio?».
«Certamente, è un appellativo dovuto alla
tradizione; non è appropriato, ma non fa male; a meno che non induca in errore,
facendo credere che Dio derivi dalla Madonna, la quale era una semplice donna,
anche se tutta santa, per cui fu eletta a essere madre di Gesù-uomo, il quale è
nato da lei circa duemila anni fa».
«Nonno, ma come facciamo a sapere tutto questo, a
essere sicuri che Gesù Cristo è veramente esistito, che era vero Dio, che ha
operato miracoli, tra cui la sua stessa risurrezione, che ha fondato la sua
Chiesa, che siamo noi cristiani, che ha… ?»
«Non porti tanti interrogativi, caro. Col tempo
capirai tutto, o quasi, come me, con lo studio e la riflessione. Per ora ti
basti aver capito che l’esistenza eterna di Dio, anche se per noi è un mistero,
è certamente una verità che nessuno potrebbe negare».
Ho voluto riportare questo dialogo, che ricordo
bene, per dimostrare che anche i bambini di 8-10 anni si pongono talora certe
domande, a cui attendono risposte da chi ne sa più di loro, genitori, nonni,
maestri. Io, allora, a mio nipote, risposi come ho detto. Lo so che a molti
farò arricciare il naso. Se qualche membro dell’intellettualità (teologi,
filosofi, pensatori, scienziati) leggesse queste pagine, direbbe che la mia
presentazione del problema è semplicistica, proprio infantile.
Non mi offendo per questo giudizio, come non me la
prendo affatto per qualche stroncatura che ho già ricevuto. Davanti alla
grandezza di questi dotti, mi riconosco io stesso piccolo e ingenuo. Spero anzi
di esserlo veramente, e mi consolano le parole di Gesù: «Io ti rendo lode,
Padre, Signore del cielo e della terra, che hai nascosto queste cose ai dotti e
ai sapienti e le hai rivelate ai piccoli» (Lc 18, 21).
I materialisti atei, che non riconoscono un Dio
trascendente, Creatore e Signore del tutto, affermano che è sempre
esistita la Materia, la quale a poco a poco si è evoluta, seguendo le intrinseche
leggi fisiche e chimiche, realizzando forme di vita via via superiori, sino a
formare l’uomo così come ora noi lo conosciamo, con un cervello capace di
pensiero, sentimento, arte. Ma anche questo meraviglioso organo è per loro un
ammasso di cellule, cioè di materia organica. Per vivere e per compiere la loro
specifica funzione, esse hanno bisogno di nutrimento, sono soggette al
logoramento e alla morte, e quando alla fine muoiono tutte e si ha la
cosiddetta morte cerebrale, non c’è più persona umana, non c’è più coscienza,
pensiero, sentimento, arte. Quello che era un individuo con la sua intelligenza
magari eccelsa, con la sua volontà, magari fortissima, con la sua genialità
magari somma, torna ad essere inerte materia, che la natura può destinare ad
altri usi, magari anche ad alimentare altre vite, vegetali o animali.
I materialisti atei negano, insomma, che nell’uomo
ci sia qualcosa di diverso dalla materia, cioè un’essenza spirituale, che noi
credenti chiamiamo anima e riteniamo immortale e destinata a vita
eterna.
La tesi di questi materialisti, che attribuiscono
tutto all’evoluzione autonoma della materia (che sarebbe eterna in quanto
sempre esistita), è evidentemente illogica. La materia inorganica è formata da
atomi, che si possono unire (adesione, coesione, attrazione) e quindi formare
un ammasso, un conglomerato, ma niente di più. La materia organica è formata da
cellule che, se trovano l’alimento di cui hanno bisogno, possono ingrossarsi,
scindersi, moltiplicarsi, formare un tessuto cellulare, ma non un organo capace
di una determinata funzione. Per formare questo organo, adatto a compiere una
programmata funzione, occorre che qualcuno faccia un progetto finalizzato a
realizzare quel determinato organo funzionante in quel determinato modo.
Insomma, gli evoluzionisti devono ammettere una Mens,
un Ingegnere, un Architetto che progetta e guida le trasformazioni della
materia per realizzare i fini prefissati. Senza questa Mens la materia,
organica e inorganica, può crescere, moltiplicarsi, ammassarsi, esplodere,
trasformarsi in fluida, gassosa, solida, ma non può mai diventare una pianta o
un animale, cioè un essere organizzato meravigliosamente, con il suo genoma
inscritto, che lo fa crescere ed evolversi secondo uno schema accuratamente
studiato per il raggiungimento dei fini prefissati per quell’essere.
Insomma i materialisti atei, non volendo
riconoscere il Dio trascendente, immateriale, immaginano un Dio immanente nella
materia stessa, un Dio-Materia che guida la materia a diventare pianta,
animale, persona umana. Se poi pensiamo alla complessità di ogni organismo
vivente, anche unicellulare, restiamo ammirati per tanta perfezione di parti,
anche microscopiche, interrelazionate per espletare determinate funzioni.
Se poi pensiamo all’uomo, ai suoi vari organi e
funzioni, organi complessi fatti per funzionare alla perfezione, non possiamo
mai credere che questa meravigliosa struttura sia il risultato di una
evoluzione della materia attraverso la casualità e la selezione naturale.
Insomma il finalismo che ammiriamo in tutta
la natura, un finalismo meravigliosamente correlato, postula il Creatore, cioè
un Dio Onnipotente, Infinito, Eterno che ha creato la materia organica e
inorganica, gli animali, le piante, l’uomo.
Un’altra prova del creazionismo è la complementarità,
cioè il fatto meraviglioso di organi che, in individui diversi, si formano non
per se stessi, ma per unirsi a organismi di altri individui al fine di ottenere
qualcosa di diverso e di nuovo, come avviene nella procreazione.
Con l’evoluzionismo, un organismo si potrebbe
evolvere per se stesso, per adattarsi all’ambiente mutato, per assicurarsi il
nutrimento e la sopravvivenza, ma non può evolversi al fine di potersi unire a
un altro organismo da lui del tutto disgiunto, per attuare insieme una determinata
funzione (per esempio quella del generare).
La complementarità postula l’esistenza di Qualcuno
che, al di fuori e al di sopra dell’uno e dell’altro organismo, ne guida
l’evoluzione e la crescita, in modo da attuare quella funzione da Lui progettata.
Credere all’evoluzione creatrice è come credere che
un’automobile ferma, col motore spento, a un certo punto non solo si metta in
moto, ma percorra un determinato itinerario e giunga a una meta da essa stessa
prefissata. Noi, con la tecnologia di oggi, possiamo ottenere anche questo, far
muovere un’auto da sola e farla giungere a una meta da noi fissata, ma come?
Con sofisticate apparecchiature elettroniche, navigatori satellitari, sensori, relè,
centraline, ecc., che abili scienziati e ingegneri hanno progettato, costruito
e messo nel cruscotto della macchina; senza tutto questo complesso
armamentario, l’automobile non si muoverà mai.
Questa mia similitudine, anche se un po’ impropria,
mi permette di aggiungere un’ultima affermazione. L’evoluzione, entro
determinati limiti, non solo è ammissibile, ma è certa. Come l’auto si può
muovere da sola e arrivare a una meta, perché degli ingegneri vi hanno
applicato una apparecchiatura da loro progettata e comandata, così
nell’universo si è avuta un’evoluzione della materia fisica, dei generi e delle
specie, ma voluta, progettata e guidata dal Sommo Artefice, che è Dio.
Del resto la Materia eterna e autoevolventesi
sarebbe un mistero anche più grande del mistero di un Dio trascendente,
creatore del tutto. Dio è certamente un mistero, perché noi ci chiediamo: «Come
mai? Lui Solo, Infinito, Immortale, Onnipotente, Creatore di tutto ciò che
esiste?». Noi uomini siamo tanto abituati alla legge della causalità, cioè a
postulare una causa efficiente adeguata per ogni effetto verificato, che ci è
veramente difficile comprendere che ci sia una Causa non causata, ma causante.
È il grande mistero, ma è anche la Verità, la prima
verità a cui dobbiamo credere. E ci crediamo non solo noi cristiani, ma anche
gli israeliti e gli islamici, e probabilmente anche uomini di altre religioni o
di nessuna religione, ma di profondo sentire. Infatti il Dio Creatore noi anche
lo sentiamo nell’animo e lo percepiamo ammirando l’universo.
Il lettore certamente si meraviglierà che io,
parlando di verità religiose, tiri in ballo i poeti, mentre riterrebbe più
opportuno che mi appoggiassi a filosofi, a teologi, a pensatori.
Se questo lettore, che saluto, anche se ancora non
lo conosco personalmente, avrà la bontà (e la pazienza) di continuare a leggere
questo opuscolo, vedrà che i poeti non sono affatto estranei al nostro
discorso, e soprattutto alla seconda verità di cui intendo parlare, che è il
Male.
L’esistenza del male è un’inoppugnabile verità, ma
è anche un mistero. Anche la Chiesa parla del mistero del male, che fa derivare
dal misterioso peccato originale, dal quale ci ha liberato Gesù Cristo
col «mistero pasquale» (morte e resurrezione) e quindi con la sua vittoria
definitiva sul male e sulla morte.
Sul male ho già scritto un opuscolo, che ognuno può
leggere su Internet, ma a quanto ho esposto in esso mi sembra opportuno
aggiungere qualche riflessione, che mi deriva appunto dalla lettura dei poeti.
Potrei tirarne in ballo parecchi, perché modestamente (essendo laureato in Belle
Lettere, come si diceva una volta) li conosco bene, non solo quelli
italiani, ma anche quelli latini e greci. Ma mi limiterò a pochi nomi, tutti
italiani e abbastanza conosciuti anche ai non addetti ai lavori.
I veri, i grandi poeti lanciano sempre dei messaggi
che essi si sentono urgere nell’animo e vogliono comunicare agli altri
(eccettuati gli ermetici, che si cantano addosso, paghi del loro beato
solipsismo), e vogliono far conoscere a scopo di illuminazione fraterna,
sentendosi a ciò ispirati. Molti cosiddetti poeti vendono le loro ispirazioni
come merce rara, che viene smerciata ad alto prezzo mediante la grancassa della
pubblicità. Questo fanno non solo i poeti, ma anche i romanzieri, i maestri di
pensiero, i saggisti e gli scrittori in genere.
Si vende, a caro prezzo, non solo il pane e il
vino, la carne e il pesce, l’acqua e l’aria pura, beni di prima necessità, ma
anche i pensieri e le idee, che non hanno bisogno di materia prima e non costano fatica, perché ci
provengono dall’intelligenza, dono gratuito di Dio.
Chi sente alla televisione che è stato pubblicato
quel tale capolavoro, che tutti «devono leggere» se non vogliono essere
giudicati veri deficienti, e se poi nei giornali e nelle riviste, nei premi
letterari e nelle accademie sente lo stesso ritornello, si affretta a comprare
quel tale libro, che talora, ben reclamizzato, si vende a milioni di copie.
Anche il cinema contribuisce all’affare, trovandoci
il suo tornaconto, e così quell’opera trasformata in film diventa famosa, e il
suo autore viene esaltato, e magari premiato col Nobel.
Nel sistema mediatico tutto è collegato: editoria,
giornali, riviste, cinema, televisione e moda agiscono in sinergia, si
reclamizzano a vicenda, traendone vantaggio reciproco.
Evidentemente si tratta di opere eccelse, che hanno
il loro alto prezzo perché valgono. Non c’è nulla da eccepire: contenti i
venditori per i loro incassi, soddisfatti i compratori per la spesa fatta. È
perciò evidente che, se io metto le mie opere in Internet a costo zero, è
perché esse non valgono nulla, e sono stupido io a tenere in piedi questo mio
sito, che serve solo a ingolfare il sistema mediatico mondiale.
Qualcuno più malizioso dirà: siccome nessun editore
pubblicherebbe i suoi scritti, egli si edita da solo, sperando di farsi
notare, per vanità. Ognuno lo può pensare, ma probabilmente non lo scriverà su
giornali o riviste, perché mi darebbe una pur minima visibilità, che non
merito. Ma lasciamo stare queste bazzecole (alle quali spesso mi lascio andare,
lo riconosco) e torniamo ai poeti che voglio citare, e sono pochi: Dante,
Manzoni, Leopardi, Carducci e Pascoli.
Questi poeti hanno sentito profondamente i grandi
misteri che si presentano alla nostra riflessione, cioè quello dell’esistenza e
della sua origine, e quello del male. Sono due misteri, ma anche due verità,
due realtà, di cui la seconda è per noi dolorosa.
Ho detto che questi problemi si presentano alla
nostra riflessione, ma avrei fatto meglio a dire che si dovrebbero
presentare, perché in realtà oggi gran parte degli uomini li ignora. Essi si
lasciano vivere senza chiedersi nulla, e fanno di tutto per non pensare al
senso della loro vita, chè altrimenti cadrebbero in depressione. Se talora, la
notte, non riescono a dormire per la rea mentes[3],
per l’assillo del pensiero, ricorrono a forti dosi di sonnifero e anche ai
pericolosi barbiturici sino a rischiare la morte, come se per loro fosse meglio
morire che soffrire per il tarlo del pensiero[4].
Il Carducci sinceramente confessa questa sua
sofferenza, perché si sente impotente a spiegarsi questi angoscianti problemi.
Da uomo saggio, ritiene che non si debba ricorrere alle droghe, ma al lavoro
incessante. Infatti egli dice: «Meglio oprando obliar, senza indagarlo, questo
enorme mister de l’universo!»[5].
Ma dato che la sua opera, il suo lavoro è di pensiero, non può sottrarsi alla
riflessione sul mistero del mondo e su se stesso:
Or freddo,
assiduo, del pensiero il tarlo
Mi trafora
il cervello, ond’io dolente
Misere
cose scrivo e tristi parlo.
Egli giunge a prendersela con «la rea mente», che
gli corrode e guasta «i muscoli e il cuor», e si rammarica di aver fatto il
letterato e il poeta invece che il buttero nella Maremma. E infatti questa
poesia, ingenuamente sincera, è intitolata Idillio Maremmano (1872).
Tali cose scriveva il Carducci in quell’anno, pur
essendo professore universitario di Letteratura Italiana, senatore del Regno e
famoso poeta. Si sentiva scontento e inquieto, perché non trovava le risposte
ai profondi interrogativi interiori. Sappiamo che queste risposte le trovò
negli ultimissimi anni, e le trovò nella Fede cristiana,[6]
ma non lo volle far sapere, per non suscitare le accuse e i rimbrotti dei tanti
che lo avevano acclamato quale autore dell’Inno a Satana, delle Primavere
elleniche e di altre poesie irreligiose, in cui aveva accusato il Cristianesimo
di aver tolto agli uomini la gioia del vivere e la soddisfazione dell’operare.
Mentre il Carducci è assillato dall’«enorme mister
de l’universo», il Pascoli, suo discepolo e successore nella prestigiosa
cattedra di Bologna, è assillato dal problema del male.
Il male che esiste nel mondo è di duplice origine:
una parte deriva dalla natura, una parte dagli uomini. Il Pascoli è colpito
soprattutto dalla sofferenza inflitta da uomini ad altri uomini. Il dolore per
l’uccisione del padre, rimasta impunita anche se l’uccisore era noto a lui e ad
altri, lo aveva profondamente segnato, ed egli chiama questa nostra terra
«atomo opaco del male», nel quale il «Cielo, eterno, infinito, immortale», cioè
Dio, fa piovere «un pianto di stelle» (X Agosto) nella notte di San
Lorenzo.
Il Leopardi invece è angosciato dal male inflitto
dalla natura, «che veramente è rea, che dei mortali madre è di parto e di voler
matrigna»[7].
Essa illude e inganna, facendo sperare all’adolescente e al giovane un avvenire
sereno e felice, e poi lo colpisce crudelmente mostrandogli il suo vero volto,
che è dolore, delusione, tristezza e tedio.
Egli, con la Natura, accusa l’autore della Natura,
evidentemente Dio o il Fato, che lui chiama «brutto poter che, ascoso, a comune
danno impera» (A sé stesso).
Era giunto a questa conclusione così disperata
considerando la sofferenza di ogni essere vivente, anche animale e pianta, ma
soprattutto sentendo la propria sofferenza, che era certamente grande, perché
ancor giovane si sentiva già un rudere umano, per i mali fisici e i tormenti
dell’animo.[8]
Ma il suo pessimismo non è assoluto, cosmico, come
gli esegeti in genere dicono; egli crede nella solidarietà umana, e auspica
l’aiuto e l’amore fraterno tra gli uomini, per risollevarsi dai colpi inflitti
loro dalla natura. Come, dopo la distruzione cieca del vulcano, sulla lava
nasce la ginestra, la quale «al cielo di dolcissimo odor manda un profumo, che
il deserto consola», così la solidarietà nasce sotto i colpi della natura
nemica, e lenisce il dolore umano.
Nella Ginestra, la natura maligna è
personificata dal Vesuvio, il «formidabil monte sterminatore», mentre la
ginestra simboleggia la povera umanità che, colpita dai ripetuti mali, risorge
e insorge e, unendosi fraternamente, combatte contro il crudele nemico.
L’uomo di «nobil natura», afferma il Poeta con
forza:
Tutti fra sé confederati estima
gli uomini, e tutti abbraccia
con vero amor, porgendo
valida e pronta ed aspettando aita [= aiuto]
negli alterni perigli e nelle angosce
delle guerra comune.
(La Ginestra, vv. 130-135)
Se
il Leopardi avesse potuto dare una soluzione al problema del male della natura,
in una visione religiosa della vita, questi versi suonerebbero come un
messaggio cristiano, un appello profondamente umano alla fraternità e all’amore
universale. Ma, anche se questo appello non ha motivazione religiosa, è sempre
un nobile messaggio che leggiamo con deferenza e con comprensione per il poeta,
che si sente infelice anche per le delusioni amorose.
Per
esempio, le terribili parole della poesia A sé stesso che sopra ho
riportato, sono state scritte dopo l’ultima cocente delusione amorosa
inflittagli nel 1833 a Firenze da Fanny Targioni Tozzetti, che lui in un’altra
poesia chiama Aspasia, la cortigiana.
Quando
era più giovane, a Recanati, il «natio borgo selvaggio»[9],
anche se faceva tristi riflessioni sulla condizione umana, era ancora capace di
apprezzare la bellezza e la grandezza dell’universo. Andava spesso al colle
Tabor, nella periferia della città, dove si sedeva a riflettere e a contemplare
tutt’intorno fantasticando, e percepiva l’infinito spaziale (l’universo),
quello temporale (l’eternità), e anche quello interiore del suo animo, capace
di sentire tali immensità. A queste intuizioni intense, il suo spirito provava
come un brivido, non di paura ma di piacere, tanto che egli conclude l’Infinito
con queste parole consolanti:
Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio,
e il naufragar m’è dolce in questo mare.
Questa
dolcezza gliela fa provare la grandiosità della natura che, almeno in questo,
gli si mostra benigna.
Anche
nell’idillio Alla luna il Poeta, pur avendo già provato le prime
delusioni della vita, si sente come consolato dai miti raggi della «diletta
luna», anch’essa elemento della natura. Gli sembra che l’amico astro lo
conforti e gli dia speranza e fiducia, partecipando al suo dolore, sicché può
esclamare:
Oh come grato occorre [= come torna gradito]
… il rimembrar delle passate cose,
ancor che triste, e che l’affanno duri!
Il
Leopardi personifica la fiduciosa e ingenua speranza giovanile nella tenera
figura di Silvia. È un idillio scritto con animo commosso, che ha commosso gli
animi di molti lettori, me compreso. Egli ricorda di lei le «negre chiome», gli
occhi «ridenti e fuggitivi», gli «sguardi innamorati e schivi», il «perpetuo
canto», che accompagnava il suo assiduo lavoro di tessitrice, perché ella si
sentiva «assai contenta di quel vago avvenire che in mente aveva». Avvenire
vago, imprecisato, ma attraente, tanto che il poeta esclama:
Che pensieri soavi,
che speranze, che cori [sentimenti], o Silvia mia!
Ma
ecco che il male viene a fugare ogni bella illusione: essa è un breve sogno
meraviglioso. Come questo svanisce all’alba, così le dolci speranze giovanili
spariscono all’apparire della dura realtà umana, ed ecco l’accorata conclusione
dell’idillio:
All’apparir del vero
tu, misera, cadesti, e con la mano
la fredda morte ed una tomba ignuda
mostravi di lontano.
Silvia col suo gesto vuol quasi dire all’amico
poeta: la vita a noi poveri mortali non dà requie: un po’ di requie la possiamo
trovare solo nella tomba. Conclusione disperata, che noi cristiani non possiamo
condividere, perché per noi anche il dolore ha un significato e un valore: è la
prova, il fuoco purificatore che ci rende degni della beatitudine eterna.
Ma per credere ciò ci vuole la Fede, che purtroppo
non tutti hanno. E il lettore mi chiederà: perché il Leopardi non l’aveva? La
risposta non è facile, ma qualcosa mi sento di dire.
Il Leopardi nacque in una nobile famiglia (il padre
conte, la madre marchesa), ma economicamente decaduta, dichiaratamente
cattolica, anzi clericale. Il padre Monaldo (1776-1846), che si riteneva un
letterato e aveva una ricca biblioteca, era un paolotto reazionario e scrisse
numerosi saggi, per pubblicare i quali dilapidava lo scarso patrimonio
familiare e si curava poco dei figli, lasciandone tutto l’onere alla moglie.
Questa , di religiosità arcigna e un po’
ottusa, provvide come poté ad allevare i numerosi figli, con un certo decoro ma
con scarso amore.
Giacomo crebbe credente, e ancora adolescente, nel
manifestarsi di una malattia che sembrava doverlo portare alla tomba, scrisse
l’Appressamento alla morte, una cantica in terzine dantesche di
ispirazione cristiana, che sembra sincera e sentita.
Ma quando in seguito le malattie divennero croniche
e invalidanti, all’inizio forse una scrofolosi, in seguito idropisia, asma e
blefarite, si sentì ingiustamente colpito dal Cielo con tutti questi mali, e la
sua Fede cominciò a vacillare. Succede a molti: non è facile credere a un Dio
Giusto e Misericordioso, quando si viene colpiti duramente e ripetutamente nel
corpo e nell’animo.
Giacomo cercò la salvezza dalla disperazione nello
studio incessante, nella produzione letteraria e nella poesia, allo scopo di
guadagnare la fama e la gloria, che possono consolare chi non ha altre
consolazioni. In questo periodo egli entrò in contatto epistolare con Pietro
Giordani (1774-1848) il quale, se da una parte lo confortava e incoraggiava col
suo apprezzamento, dall’altra gli inoculava il disvalore religioso spronandolo
alla gloria civile e letteraria.
Quindi: perché Leopardi perse la fede, e giunse
quasi alla bestemmia? Di chi la colpa? Come abbiamo visto, le cause sono molte:
i genitori, da cui non si sentiva amato e stimato, le malattie croniche e
invalidanti, il fatto che non trovò mai il conforto di una donna che lo amasse,
l’influenza del Giordani, la sua stessa amara riflessione sulla natura cattiva,
che escludeva un Dio-Amore.
Sappiamo, da buona fonte, che Giacomo negli
ultimissimi mesi, pur ospite a Napoli da quattro anni in casa di Antonio
Ranieri (1806-1888), che non era credente, chiese e ottenne i conforti della
religione e morì riconciliato con Dio nel 1837, ad appena 39 anni, ormai
ridotto, come lui stesso scriveva, a un «rudere umano» dolente e cosciente.[10]
I negatori di Dio creatore sono stati tanti, da
Democrito[11] di
Abdera (sec. V a.C.) a Sartre (sec. XX); potrei fare un lungo elenco di atei,
tra romanzieri (Zola, Camus), filosofi (Compte, Nietzsche, Marx), uomini
politici, statisti. Hitler e Stalin non sono stati forse degli atei accaniti?
Anche tra i viventi in Italia potrei fare molti nomi di atei dichiarati, ma me
ne astengo. Potrebbero convertirsi (lo auguro) e offendersi per il mio giudizio
troppo avventato.
Ogni ateo ha i suoi motivi, se pensa e riflette; ma
molti atei non hanno nessun motivo, sono atei e basta, non si pongono il
problema, Dio a loro non serve. Qualcuno si proclama ateo anche per
distinguersi dalla massa, che secondo lui è credulona e pecorona. Per lo stesso
motivo, alcuni si proclamano sodomiti: fare sesso contro natura è una bella
rivendicazione, che fa notizia.
Qualche ateo ha sofferto intimamente la mancanza di
fede, e lo ha detto sinceramente, come Indro Montanelli; e penso che quella
sofferenza lo abbia, alla fine, portato a credere in Dio, arrendendosi alla
Grazia. Sì, perché per credere ci vuole anche la Grazia, che Dio non nega a chi
sinceramente Lo cerca.
Questa sull’ateismo è una digressione che potevo
risparmiarmi, ma forse non è inutile.
Tornando al nostro argomento (Mistero-Verità) e ai
poeti che vi ho tirato in ballo, certamente il più grande è Dante. Anche lui, a
un certo punto della vita (nel 1300, a 35 anni) è colpito dal problema del
male, non quello della natura, che per lui è figlia di Dio e quindi
impeccabile, ma quello fatto dagli uomini ormai corrotti.
Anche lui aveva deviato dalla «diritta via» ed era
piombato nella «selva oscura» del peccato. Con Forese Donati e altri, aveva
fatto parte di una brigata incline a certi vizi (gola e lussuria). Ma la sua
storia personale è paradigmatica di quella di tutti gli uomini (quelli della Cristianità,
che era tutto il mondo dantesco), i quali hanno smarrito la via retta perché
non più guidati dai reggitori dati loro da Dio, il pontefice nell’ordine
spirituale, l’imperatore in quello temporale.
Quindi, per la salvezza dell’umanità, occorre che
le due guide tornino a fare il loro dovere, a espletare la missione a loro
affidata. Per Dante, l’imperatore Alberto d’Austria pensa solo ai suoi domini
tedeschi e abbandona l’Italia alla brama temporale del Papato, che mira al
dominio terreno. Il pontefice (Bonifacio VIII) è un usurpatore e un simoniaco,
sicché la sede di Pietro è vuota[12]
e la Chiesa è scesa tanto in basso, da «puttaneggiar coi regi»[13].
Ma Dio non può abbandonare l’umanità da Lui creata,
e redenta dal Figlio, e interverrà a soccorrerla, punendo i colpevoli del
degrado. Dante ne è tanto sicuro, che lo fa predire dallo stesso san Pietro nel
Paradiso: l’alta Provvidenza «soccorrà presto, sì com’io concipio»[14].
Egli non si pone il problema dell’esistenza di Dio
e dell’enorme mistero dell’universo che assillava il Carducci. Per Dante,
imbevuto di dottrina scolastica, l’esistenza di Dio è chiara ed evidente; non
occorre neppure ricorrere a una dimostrazione di una verità per lui tanto
perspicua. Se uno la vuole, ci sono le quinque viae proposte da San
Tommaso d’Aquino, ma lui non ne ha bisogno. Per lui, Dio è il Motore «che tutto
muove»[15],
che ha ordinato l’universo in modo mirabile, e lo vivifica con incessante e
paterna cura, perché Egli è Amore, «l’amor che move il sole e l’altre stelle»[16].
Il Manzoni, l’altro grande della nostra
letteratura, si pone nei Promessi Sposi il problema del male, non solo
di quello ascrivibile all’uomo, ma anche quello causato dalla natura. Il primo
è nel romanzo impersonato dai cattivi (don Rodrigo, il conte Attilio), il
secondo dalla carestia e dalla peste. Gli uni e gli altri mali mettono alla
prova le persone buone e timorate di Dio (Lucia, Renzo), ma questa prova è
vista non in negativo, ma in positivo, come una «visita di Dio», il quale con
queste prove li purifica e li rende degni del premio eterno.
Di questo sono convinto anch’io, e nell’opuscolo Il
problema del male ho sostenuto che Dio ha creato una natura imperfetta
(terremoti, uragani, maremoti, eruzioni vulcaniche, inondazioni, malattie,
morte) come banco di prova per l’uomo, come esame del suo comportamento
nell’emergenza.
Il male causato dall’uomo è talora più doloroso di
quello prodotto dalla natura fisica, ma esso è dovuto alla volontà umana, che prevarica,
abusando dei due grandi doni ricevuti da Dio, l’intelligenza e il libero
arbitrio, cioè la libertà di azione. Alla fine tutti saranno giudicati, e i
cattivi puniti per il male fatto, i buoni premiati per il bene operato. Essi
hanno elargito il bene anche se hanno ricevuto il male, e hanno aiutato i
fratelli oppressi dal male sia degli uomini sia della natura. Questa vita
terrena è la prova, l’esame al quale siamo sottoposti, e che dobbiamo superare
per meritare quella celeste, che è eterna e beata.
Il Manzoni inculca questa verità nel suo bel
romanzo, ma risolve un po’ troppo semplicisticamente il problema della prova
terrena, come se l’esame fosse uno solo nella vita e, superato questo, si possa
vivere felici e contenti. Renzo e Lucia, dopo la peste, che li ha risparmiati e
invece ha fatto morire il loro persecutore, hanno sùbito ogni fortuna,
diventano ricchi, comprano una filanda, hanno dei figli, tutti ben costumati.
Questa conclusione del romanzo è dolciastra e poco
realistica, come quella di Giobbe, il quale dapprima, per la prova voluta da
Dio, perde tutti i beni, i figli e anche la salute, ma alla fine, essendo
rimasto fedele a Jahvè, e avendo superato la prova, riceve i beni raddoppiati,
e anche i figli, questi non raddoppiati, ma dieci come prima, sette maschi e
tre femmine. Però, «in tutta la terra non si trovarono donne così belle come le
figlie di Giobbe». E tutti questi beni, assegnatigli da Jahvè per la sua
fedeltà, se li poté godere a lungo; infatti «Giobbe visse ancora 140 anni e
vide figli e nipoti di quattro generazioni»[17].
Insomma, quella di Giobbe è una bella favola; noi
sappiamo che l’esame della vita non finisce mai; anzi, con l’avanzare dell’età,
esso diventa più grave e doloroso, e si completa solo con la morte, spesso
preceduta da una lunga malattia e da una straziante agonia. L’esame della vita
è certamente duro, per chi più e per chi meno severo, e quindi noi pensiamo che
il Padre Celeste, essendo giusto, debba dopo la morte pareggiare i conti, in
modo che ogni figlio abbia un uguale trattamento. Se lo facciamo noi padri
terreni per i nostri figli, tanto più lo deve fare il Padre Celeste, che è
infinitamente giusto.
Il
Manzoni dunque nella chiusa del romanzo mostra, della vita, una visione
veterotestamentaria, alla Giobbe. Anche riguardo ad altri problemi religiosi,
egli afferma talora concetti che non possiamo condividere, come quando nell’ode
Marzo 1821, portando a esempio quella donna ebrea che prima accolse in
casa lo sconfitto generale Sisara e poi lo uccise, dice che Dio «in pugno alla
maschia Giaele pose il maglio e il colpo guidò». Iddio che guida il colpo
mortale inferto a tradimento sul dormiente!
Un’altra immagine poco felice egli usa nell’inno
sacro La Pentecoste, quando dice che Cristo «in man recandosi il prezzo
del perdono, da questa polve al trono del genitor salì». Qui egli dà della
redenzione operata da Gesù Cristo una rappresentazione colorita, ma quasi
mercantile. Cioè considera il cosiddetto peccato originale come un debito che
Dio non può condonare agli uomini, anche se pentiti, ed è necessario che il suo
stesso Figlio, fattosi uomo, sparga il suo sangue e lo porti al Padre in
pagamento, affinché Egli conceda agli uomini il sospirato perdono.
Sull’interpretazione del peccato originale non mi
dilungo, perché ne ho parlato in Historia Magistra, a cui rimando.
L’uomo nella vita prova, prima o poi, il dolore, a
causa del male o fisico o psichico. Però nella giovinezza egli, anche se lo
incontra, generalmente lo supera, fiducioso nelle sue forze e talora orgoglioso
delle proprie capacità, come quelli che si ritengono superuomini, come per
esempio il D’Annunzio. Ma anche lui, con l’avanzare dell’età, quando la
giovinezza era ormai passata e, coi capelli, era caduto anche l’orgoglio da
superuomo, si riconobbe uomo, e avendo compreso la lezione della vita, mostrò
sentimenti di umana solidarietà, come quelli che leggiamo nel Poema
paradisiaco (1893).
In esso troviamo espressioni umili e fraterne, che
contrastano acutamente con le ben note idee del superuomo e del raffinato
esteta delle opere anteriori e anche posteriori, per cui siamo portati a
credere che egli in quel poemetto abbia voluto sfoggiare un intimismo quasi
mistico, alla maniera del Pascoli e del Gozzano. Infatti il D’Annunzio, di
acutissima intelligenza, era bravissimo a imitare e sfruttare le correnti
letterarie che via via si affermavano, da quella classicheggiante del Carducci
a quella dei decadenti e dei crepuscolari e anche a quella psicologico-religiosa
del Tolstoj e del Dostoevskij, con l’aggiunta di una morbosa sensualità. Può
darsi quindi che scrivendo quel poema, che con molta enfasi chiama
«paradisiaco», egli non sia stato sincero, ma abbia voluto mostrare la sua valentia
in un genere poetico allora alla moda. Comunque, sinceri o insinceri che siano,
mi piace riportare alcuni versi che mi sembrano significativi. Nella
presentazione del poemetto, egli dice:
Nessun dolente al mondo
da noi fu consolato.
Con lui piangemmo invano.
Non fu il dolor sì forte
da vincere il Mistero.
Lo sofferimmo invano…
Dunque
egli sente il Mistero, ma non sa spiegarselo, e dinanzi a sé «nel buio, la
Morte è senza face [fiaccola]».
Il
Mistero e la Morte, per il D’Annunzio, sono invincibili, oscuri, perché egli
non ha la luce della Fede. Ma ha acquistato il sentimento della comprensione
fraterna.
Nel
sonetto O giovinezza! egli riconosce che, sfiorita l’età verde,
L’anima nel cor si fa più buona
come il frutto maturo, umile e ardita
sa piegarsi e resistere; ferita,
non geme; assai comprende, assai perdona.
Non
si atteggia più a superuomo, non sente più la diana della vittoria, non vede
più la luce della gloria:
Odo altro suono, vedo altro bagliore.
Vedo in occhi fraterni ardere vive
lacrime, odo fraterni petti ansare.
Egli
ora non è più chiuso nel suo olimpico orgoglio, ma si apre alla sorte dei
fratelli, che penano nella fatica e soffrono per il male che domina nel mondo.
Nella poesia Consolazione, il D’Annunzio vuol tornare alla semplicità
infantile, nel calore della famiglia, e vuol consolare la vecchia madre, che lo
piangeva come perduto nella falsità della vita mondana:
Non pianger più. Torna il diletto figlio
a la sua casa. È stanco di mentire.
Quindi
umilmente riconosce che, nella sua brama di gloria, ha indossato una maschera
di grandigia, per ingannare gli altri e sé stesso. Ma ora ha buttato via quella
maschera, e accanto alla madre vuol tornare come bambino, e le promette:
Tutto sarà come al tempo lontano.
L’anima sarà semplice com’era.
Forse,
in un empito di affetto filiale, il D’Annunzio era in questi versi sincero nel
suo desiderio di dare un vero senso alla sua vita, ormai sazia di mondanità.
Ma
ora lasciamo i poeti con i loro versi più o meno sinceri, più o meno ispirati e
felici, e torniamo al nostro discorso alla ricerca della verità, servendoci del
nostro intelletto, con ragionamenti che tutti possono fare o almeno seguire.
L’immortalità
riferita a Dio è una verità che non ha bisogno di dimostrazione; come non è mai
nato, così non può mai finire; è sempre esistito e sempre esisterà: Egli è
l’Eterno.
Ma
noi cristiani, e non siamo i soli, crediamo anche all’immortalità dell’anima,
il principio immateriale che regge e guida la nostra esistenza. Essa non è
eterna, non è sempre stata come Dio, ma sempre sarà. Essa è stata creata da Dio
direttamente, e non indirettamente come il nostro corpo. Per affermare questa
verità non mi voglio appellare alla Rivelazione, prova indiscussa, ma che non
vale per chi non ha la fede; e quindi cercherò di dimostrarla con i soli lumi
umani.
Quelli
che negano l’immortalità dell’anima, negano in realtà l’esistenza in noi
dell’anima, cioè di un principio che non sia materia. Per loro noi pensiamo,
ragioniamo, inventiamo, poetiamo, amiamo, perché nel cervello abbiamo i neuroni
specifici per queste attività, tanto è vero, dicono, che quando questi neuroni
muoiono per malattia o per trauma (o anche per una temporanea mancanza di
ossigeno), ogni attività spirituale (essi dicono psichica) sparisce e
l’individuo o muore, o continua a vivere una vita solo vegetativa. Senza la
materia grigia del cervello, sistemata nella scatola cranica, viene meno
nell’uomo ogni pensiero, ogni intuizione, ogni arte, insomma ogni
manifestazione ritenuta spirituale, cioè originata da quel principio che noi
credenti chiamiamo anima.
Tutt’al
più questi materialisti ammettono l’animo, per indicare quelle
operazioni cerebrali che non riguardano il corpo e i suoi movimenti, ma il sentimento,
cioè quelle manifestazioni cerebrali che possono esprimersi anche senza
l’ausilio di nervi e muscoli.
Questo
ragionamento sembra filare, ma non è così. Infatti è impossibile che una cosa
materiale come il cervello produca qualcosa di immateriale, che esiste e dura
fuori di essa. E nemo dat quod non habet è una verità indiscussa, quindi
la materia grigia cerebrale non può produrre il pensiero, il sentimento, la
coscienza.
Sì,
la coscienza; infatti noi sentiamo che il nostro io non è il nostro cervello o il nostro corpo, ma un’essenza
separata e superiore, la quale con la volontà può anche imporsi al corpo e al
cosiddetto istinto naturale, il quale è inconscio e regolato dai neuroni
cerebrali.
Sono
sicuro che, se qualche psicologo, psichiatra o psicanalista si imbattesse in
questo mio scritto, si farebbe le più belle risate per la mia ignoranza in
materia. Sì, parlo da ignorante, ma per la gente comune che, come me, ragiona
terra-terra. Noi, uomini comuni, viviamo a pian terreno della conoscenza, e se
salissimo con l’ascensore ai piani alti, proveremmo le vertigini col rischio di
precipitare nel vuoto.
Dunque,
secondo noi, per spiegare cose non materiali, come pensieri, ragionamenti,
sentimenti, scelte libere e atti volitivi, occorre un’entità immateriale,
spirituale, che non è corpo, e quindi non muore col corpo. Questo lo sentiamo
intimamente, nel profondo della coscienza, e questa entità incorporea la
chiamiamo anima, ben diversa dall’animo.
Però
è anche vero che questa anima, per operare e fornirci le sue immateriali
prestazioni, ha bisogno del cervello, come un motore ha bisogno della benzina:
senza questa resta fermo, non si muove. La similitudine è forse grossolana, ma
rende l’idea per quelli dotati di modesta intelligenza, come me. Io parlo
infatti per loro. I dotti, gli eruditi, i sapienti hanno le loro verità,
e giustamente schifano questo ingenuo mio semplicismo.
Dunque
l’anima è unita al corpo vivente, e se ne distacca quando questo muore. Ma come
è unita al corpo, dov’è il legame, il punto di contatto? Certamente il cervello
è l’organo corporeo che comanda tutti gli altri organi e dirige tutte le
funzioni; il cuore, che a noi è tanto caro e a cui riferiamo tutti i
sentimenti, non è altro che un muscolo, una pompa aspirante-premente comandata
e regolata dal cervello.
E
questo cervello qualche volta perde qualche lobo, per trauma o malattia o
operazione chirurgica, ma anche se la sua attività ne viene limitata, la vita
continua, e l’anima non si distacca ancora dal corpo, anche se non può operare a
pieno, perché non ha più tutti i mezzi con cui comunicare.
Ma
quando è che l’anima si distacca definitivamente dal corpo, qual è il punto del
contatto, il punto critico, in cui scatta l’interruttore e avviene la
separazione? I medici parlano di «encefalogramma piatto», in quanto la corrente
che faceva funzionare il cervello si è esaurita completamente, e la luce, che
si era a poco a poco affievolita, si è definitivamente spenta, ed è la morte.
Nel
passato, qualche pensatore ha ipotizzato che l’unione, il contatto tra anima e
corpo avvenga nella glandula pineale, cioè l’epifisi, una ghiandola che sta nel
cranio, con funzioni endocrine. È una ghiandola come tante altre, solo che sta
nel cranio, e per questo è stata ritenuta tanto importante.
In
effetti l’unione dell’anima spirituale col corpo materiale resta per noi un
mistero: non sappiamo né quando Dio creatore la immette nel corpo, né come se
ne distacca. Perciò molti negano questa essenza spirituale e dicono che l’uomo muore
tutto. Anche se io ho cercato di dimostrare il contrario, mi rendo conto
che dell’esistenza dell’anima immortale non possiamo avere una prova
scientifica, come quelle di tipo fisico o matematico. La Fede ce ne fa certi, e
la coscienza ce la fa sentire nel profondo.
Alcuni,
anche moderni, pur negando che l’anima, morto il corpo, torni a Dio creatore,
credono in una certa sopravvivenza dello spirito, come essenza eterea e
vagante, che può anche farsi sentire ai viventi mediante un medium che faccia
da tramite.
Il
culto degli antenati che troviamo in alcune religioni e riti di popoli antichi
(e anche moderni, seguaci di religioni animiste), deriva da questa
parapsicologia, la quale spiega il paranormale con lo spiritismo. E ovviamente
gli spiriti di uomini buoni possono, secondo queste credenze, influenzare i
viventi in modo positivo; quelli dei cattivi, che nella vita hanno fatto del
male, continuano a farlo anche divenuti spiriti e, non trovando pace loro, non
la fanno godere nemmeno ai viventi.
Ben
altra cosa è la credenza cristiana in esseri spirituali come Satana e i diavoli
suoi accoliti. Sono angeli ribellatisi al Creatore; essi, cacciati dal
Paradiso, vagano nel mondo cercando di indurre gli uomini al male. Questi
spiriti cattivi conservano alcune facoltà ricevute dal Creatore, come
l’intelligenza e la possibilità di influire, sino a un certo punto, sulla
natura fisica e talora anche sull’uomo, con la possessione diabolica. Questa è
purtroppo una realtà anche attuale; ma certamente Satana può prendere possesso
solo di chi lo invoca per aiuto nelle sue azioni malefiche o cede alle sue
lusinghe.
Dante
nel canto V del Purgatorio, parlando di Buonconte da Montefeltro, un capitano
di parte ghibellina, morto nella battaglia di Campaldino (1289), dice che, alla
sua morte, ci fu una contesa per il possesso della sua anima tra «l’angel di
Dio… e quel d’inferno» il quale, essendo rimasto sconfitto, si vendicò sul
cadavere. Egli «mosse il fummo e il vento per la virtù che sua natura diede».[18]
Con questo potere sugli elementi provocò un nubifragio così violento che il
cadavere, giacente sul greto di un torrente, fu trasportato dalla furia delle
acque sino all’Arno e sommerso nel fiume sotto un cumulo di detriti, sicché non
poté tornare a galla e non fu più ritrovato. Dunque Dante credeva che un
diavolo potesse influenzare gli elementi della natura; io ne dubito, ma lascio
a Dante la sua opinione.
Noi
cristiani non crediamo agli spiriti vaganti nell’etere, e tanto meno ai
fantasmi che abitano i vecchi castelli e fanno tanto romanticismo; noi crediamo
che l’anima, staccatasi dal corpo, va al giudizio di Dio che, se buona, la
premia col Paradiso, se cattiva, la punisce con l’inferno («il fuoco della
Geenna», Mt 5, 22).
Del
Purgatorio, del quale Dante ci fa una dettagliata e interessante descrizione,
non abbiamo notizia certa dal Vangelo, ma la sua esistenza è ragionevole. Se
uno nella vita non è stato né tutto buono, né tutto cattivo, sarebbe ingiusto
condannarlo in eterno con quelli che sono stati tutti cattivi.
Alcuni
teologi ipotizzano che anche l’Inferno, come il Purgatorio, non sia eterno.
Secondo loro, Dio misericordioso a un certo punto perdonerà anche i cattivi
(che nel frattempo avranno riconosciuto le loro colpe) e li ammetterà alla Sua
casa celeste, magari con una beatitudine inferiore agli altri. È una cosa
possibile, ma io non mi pronuncio in merito: ci sono i teologi!
Se
l’anima è immortale, essa, una volta creata, non morirà col corpo, ma avrà
un’esistenza perenne. Noi cristiani ne siamo certi. Ma dove sarà questa
esistenza, e di che natura sarà?
Discorriamone
un poco, sempre coi lumi della ragione, dato che quelli della fede non
da tutti sono riconosciuti e accettati.
Abbiamo
detto che l’immortalità dell’anima deriva dal fatto che essa è «puro spirito» e
lo spirito è immune dalle leggi della materia, non è formato da cellule, ed è
quindi incorruttibile. Esso è destinato a una vita eterna, e deduciamo ciò da
una semplice constatazione. Se Dio esiste (e sappiamo che esiste), non può
essere che giusto. Nella vita terrena, questa giustizia non si realizza: molti
innocenti soffrono, molti cattivi fanno soffrire gli altri, e magari ne godono.
Se gli uni non fossero compensati delle loro sofferenze, e gli altri non
fossero puniti per il male che hanno fatto, se con la morte finisse tutto e
«chi s’è visto s’è visto», Dio sarebbe ingiusto, non equanime con le sue
creature, dato che alcune godono facendo il male, altre soffrono il male.
La condizione umana
sarebbe un «a chi la tocca la tocca», un «chi la può la può»: una tale
condizione negherebbe l’esistenza di Dio, perché Dio, se esiste (ed esiste) non
può essere ingiusto, non può trattare in modo così diseguale le sue creature.
Quindi
ci deve necessariamente essere la vita ultraterrena dell’anima, nella quale è
ristabilito l’equilibrio, il pareggio dei conti: gli uni ricevono il compenso
per la sofferenza patita, gli altri pagano il debito accumulato con le loro
malefatte. Se questo non avvenisse, Dio non sarebbe giusto, e quindi non
esisterebbe. La vita umana sarebbe qualcosa di casuale, il mondo non avrebbe
alcuna razionalità; ma questo non è possibile se consideriamo il mirabile
ordine che regna nel creato.
Quindi
noi cristiani crediamo nella vita futura, che sarà eterna, di premio o di
castigo, come abbiamo meritato con le azioni della vita terrena. Questa verità,
questa certezza, la professiamo nel Credo o Simbolo, cioè segno
orale di riconoscimento tra i seguaci di Cristo.
La
Chiesa ha due versioni di questo Simbolo. La prima è nota come Simbolo
degli Apostoli: non è che l’abbiano composta gli apostoli, ma è la più
vicina al Kérygma (messaggio) da loro annunciato, il quale venne in
seguito, dai discepoli, redatto nella Didachè (insegnamento, dottrina),
la quale poi è stata compendiata nel cosiddetto Credo Apostolico o Simbolo degli Apostoli.
La
seconda versione si chiama Credo
Niceno-Costantinopolitano, perché è stato fissato dal I concilio ecumenico
(Nicea, 325) convocato dall’imperatore Costantino, ma è stato poi completato (e
in qualcosa corretto) dal II concilio ecumenico, convocato a Costantinopoli nel
381 dall’imperatore Teodosio.
Il
lettore, se non conosce la storia della Chiesa, forse si meraviglierà che
questi concili ecumenici (dell’ecuméne, cioè di tutta la terra abitata)
che radunavano i vescovi e i patriarchi allora in carica, fossero indetti da
imperatori. Questi, a cominciare da Costantino, vedendo che nell’impero romano
la religione cristiana prevaleva ormai su quella pagana, e convinti che l’unità
religiosa fosse un buon fondamento per l’unità politica, si premurarono che
nella nuova religione non nascessero contrasti dottrinali capaci di minare
questa unità. E infatti stavano già sorgendo varie interpretazioni del Vangelo,
anzi venivano diffusi tanti vangeli oltre i quattro canonici (Matteo, Marco,
Luca, Giovanni). Oggi noi, di questi cosiddetti apocrifi, ne conosciamo una ventina.[19]
Erano
insomma già sorte le eresie, cioè le dottrine erronee, specie in Oriente,
presso i greci e gli ellenisti, i quali avevano un’intelligenza amante delle
sottigliezze. È ovvio che questi eretici miravano, per ambizione, a crearsi una
chiesa personale che assicurasse il loro potere e anche il loro avere. Infatti
le donazioni devote erano allora molto frequenti.
L’eresiarca più
pericoloso era allora Ario, prete di Alessandria (circa 256-336), il quale
sosteneva che Gesù Cristo non è figlio di Dio, e quindi Dio Lui stesso, ma solo
un grande profeta ispirato da Dio. Per lui Gesù era insomma quello che Maometto
sarà poi per gli islamici, cioè «il Profeta» per antonomasia.
L’arianesimo
si era già diffuso in Egitto, Siria e nella penisola balcanica, e molti popoli
slavi e germanici si convertivano dal paganesimo all’arianesimo. Il concilio di
Nicea fu indetto proprio per combattere la pericolosa eresia e affermare la
retta dottrina.
La
divinità di Gesù Cristo era già affermata nel Credo Apostolico, il quale
dice: «Credo in Dio… e in Gesù Cristo, suo unico Figlio», ma si volle ribadire
il concetto con molte altre enunciazioni, tra cui le più perspicue sono «Dio da
Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero».
L’interesse
degli imperatori romani ai problemi religiosi, se forse in un primo tempo fu
opportuno, col tempo degenerò nel cosiddetto cesaropapismo, che inquinò la
Chiesa d’Oriente, poi detta ortodossa, la quale era dominata dalla Corte
bizantina, che nel 726 col decreto dell’imperatore Leone III Isaurico impose la
distruzione delle immagini sacre (iconoclastia), che l’Occidente non accettò.
Il
cesaropapismo ha avuto qualche influsso in Occidente al tempo del Sacro Romano
Impero (lotta delle investiture, imperatori sassoni) e anche, in tempi più
recenti, nella Casa d’Austria, con Giuseppe II (1741-1790), irriso come
re-sagrestano. Ma il cosiddetto giuseppismo aveva ragione nel campo
giurisdizionale, rivendicando la soggezione del clero alla legge dello Stato in
campo civile e penale.
Il
Simbolo niceno-costantinopolitano differisce alquanto da quello
Apostolico, il quale per esempio dice che Gesù «discese agli inferi»,
espressione che non compare in quello niceno. La cancellazione è stata
opportuna. Infatti su quali basi si può affermare che Gesù discese agli inferi,
cioè all’inferno? Naturalmente quelli che affermavano ciò intendevano gli inferi
come Limbo, non come inferno vero e proprio. E Gesù secondo loro vi sarebbe
disceso per liberare e portare al Cielo i giusti dell’A. T., i quali avevano
creduto in Lui, il futuro Messia. Essi si basavano forse sul vangelo di
Giovanni, dove si legge che Gesù risorto, apparendo a Maria di Magdala, le
disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre» (Gv 20, 17).
Secondo loro Gesù non era ancora salito al Padre, perché era dovuto discendere
al Limbo a liberare i patriarchi e i profeti, i quali avevano avuto, secondo
questi esegeti, il «battesimo di desiderio».
Dante credeva, e allora quasi tutti credevano, che
Gesù Cristo era veramente disceso al Limbo e, secondo lui, aveva tratto da quel
luogo Adamo[20],
Abele, Noè, Mosè, Abramo, Davide, Israele (= Giacobbe) col padre (Isacco) e coi
figli (i capostipiti delle 12 tribù) e con la moglie Rachele[21].
Dante non nomina Lia[22],
l’altra moglie, né le due concubine Bila e Zilpa, le quali avevano dato a
Giacobbe quattro dei dodici figli. Ma il Poeta non le esclude dalla salvezza,
perché dice che Cristo trasse dal Limbo «molti altri e faceli beati», e poi ci
fa sapere che «dinanzi ad essi [= prima di], spiriti umani non eran salvati»,
che cioè prima di essi nessuno era andato in Paradiso.
Ma lasciamo a Dante le sue fantasie e non entriamo
nella questione del Limbo, se c’è o non c’è. Chi ci vuol credere, come sede dei
bambini e dei giusti morti senza battesimo, ci creda pure, ma nel Credo
la Chiesa ha cancellato l’espressione «discese agli inferi», ritenendola
affermazione poco documentata.
Un altro cambiamento del Simbolo Niceno
rispetto a quello Apostolico lo troviamo alla fine. Quello degli Apostoli dice:
«Credo… la risurrezione della carne, la vita eterna», quello Niceno: «Aspetto
la risurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà».
A me sembra più chiara e incisiva la prima
espressione rispetto alla seconda, la quale non dice «credo», ma «aspetto», non
la «vita eterna», ma la «vita del mondo che verrà». Ma se alla Chiesa è
piaciuta questa nuova formulazione, così sia.
È naturale che la risurrezione dei morti e la vita
eterna aprono molti interrogativi ai quali non possiamo rispondere, ed è anche
ozioso porli. Infatti potremmo chiederci: come sarà il nostro corpo risorto,
giovane o vecchio, più bello o più brutto? E ancora: tutti questi uomini
risuscitati dove andranno, dove saranno radunati? Sono decine di miliardi
quelli già vissuti, e chissà quanti altri saranno prima della fine del mondo! E
ancora: in che cosa consistono concretamente il Paradiso, l’Inferno e, se
esiste, il Purgatorio, e in quale parte dell’universo essi saranno dislocati?
Dato che, con la risurrezione dei morti, gli uomini saranno non più puri
spiriti, ma corpi in carne e ossa, e saranno nella casa del Padre assieme a
Gesù Cristo, che è asceso al Cielo in anima e corpo, e alla Madonna che
anch’essa vi è stata assunta viva, necessariamente dovranno vivere in un luogo
fisico, in un corpo celeste, in un qualche pianeta, lontano più o meno
dalla nostra terra. Ma come possiamo immaginare questa assunzione di noi
risorti a questo sito destinato a sede di eterna beatitudine? Questo
sito non potrebbe essere il nostro stesso pianeta una volta liberato dai
cadaveri?
A qualcuna delle precedenti domande, io potrei dare
una risposta plausibile, e sempre a lume di ragione, ma me ne astengo; non
voglio invadere il campo degli specialisti, degli addetti ai lavori, insomma
non voglio rubare il mestiere ai teologi.
Dante
con la sua «alta fantasia»[23]
ha dato sicure risposte a quasi tutti i sopraddetti interrogativi: infatti egli
ha visitato (in corpo!) i tre regni oltremondani e li ha descritti in ogni
particolare; e bisogna riconoscere che lo ha fatto in modo ammirevole. Egli
possedeva tutta la cultura del suo tempo, e non temeva di parlare da teologo,
filosofo e scienziato (specie in astronomia).
Del
Paradiso ci ha dato una rappresentazione corposa, di cieli concentrici disposti
in una scala gerarchica che culmina nella «mistica rosa», che è come un ampio
anfiteatro in cui i beati sono assisi nei loro scanni e stanno in
contemplazione beatifica della Santissima Trinità, la quale a lui mortale
appare come un «alto lume» in cui egli distingue:
tre giri
di tre colori e d’una contenenza;
e l’un dall’altro come iri da iri [iride, arcobaleno]
parea riflesso, e il terzo parea foco
che quinci a quindi egualmente si spiri.[24]
Beatrice
in precedenza gli aveva mostrato tutta l’assise celeste in una veduta
panoramica:
Vedi nostra città quant’ella gira:
vedi li nostri scanni si ripieni,
che poca gente più ci si desira.[25]
Dunque
il Paradiso era già allora (nel 1300) quasi al completo, con pochi scanni
ancora liberi. Poveri noi cristiani del 2000! Potremo trovare lassù un
posticino, almeno in piedi? Lo speriamo da Dio misericordioso. Tra i posti
ancora vuoti, Beatrice mostra a Dante un «gran seggio» (!) dove «sederà l’alma
[= anima] dell’alto Arrigo». Il Poeta, come ha già destinato Bonifacio VIII
alla bolgia infernale dei simoniaci[26],
così assegna il gran seggio paradisiaco all’imperatore Arrigo (o Enrico) VII di
Lussemburgo che morirà nel 1313.[27]
Gran
fantasia, quella di Dante, ma il suo giudizio è discutibile, e anche la sua
topografia. Egli immagina che dopo la fine del mondo tutte le genti saranno
radunate nella valle di Giosafat,[28]
come dice il profeta Gioele (4, 2) e lì avverrà il giudizio universale. E da lì
gli uomini, ripreso il loro corpo, andranno alla dimora eterna, i buoni in
Paradiso, i cattivi all’Inferno. Il corpo dei salvi sarà luminoso, quello dei
dannati tenebroso. Dice anche che, ripreso il corpo, gli uomini godranno o
soffriranno più di quando erano senza corpo[29].
Ma
per i suicidi il poeta prevede un trattamento particolare: siccome hanno disprezzato
il corpo sino a ucciderlo, non è giusto che nell’oltretomba se ne rivestano.
Essi, piombando dopo la morte nel secondo girone del settimo cerchio infernale,
sono stati trasformati in arbusti spinosi e dolenti. Pier della Vigna dice a
Dante che i suicidi come lui, dopo il giudizio universale, riavranno le spoglie
mortali, ma non se ne potranno rivestire,
chè non è
giusto aver ciò ch’uom si toglie.
Qui
[nell’Inferno] le strascineremo, e per la mesta
selva
saranno i nostri corpi appesi
ciascuno
al prun [ albero spinoso] dell’ombra [anima] sua molesta. [30]
Insomma
quel girone diventerà la lugubre selva degli impiccati!
Ma
Dante, oltre a immagini corpose sia del premio sia della pena, le quali ci
lasciano talora un po’ perplessi, sa anche darci delle straordinarie sintesi
concettuali. Per esempio, il Paradiso per lui è:
luce intellettual, piena d’amore;
amor di vero ben, pien di letizia;
letizia che trascende ogni dolzore [dolcezza].[31]
Con
questi soli tre versi, egli ci dà un’idea completa della beatitudine celeste;
per l’amore terreste egli ne aveva adoperati sei, anch’essi mirabili[32].
Sono impareggiabili sintesi, e versi giustamente famosi.
Accanto
alla prima Verità-Mistero, dobbiamo mettere altri due misteri, che sono
anch’essi delle verità, le quali noi non avremmo potuto attingere col nostro
intelletto, e ci sono state fatte
conoscere dalla Rivelazione.
Questi
misteri-verità sono, come ci insegna il Catechismo:
1)
Unità e Trinità
di Dio;
2)
Incarnazione, Passione,
Morte e Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo.
Il
primo è mistero in quanto noi non possiamo comprendere come Dio sia insieme Uno
e Trino, perché per noi uno non può essere tre, e tre non può essere uno. I
teologi spiegano che è Uno nella sostanza o natura o essenza divina, Trino
nelle Persone divine, delle quali il Figlio procede dal Padre, lo Spirito Santo
dal Padre e dal Figlio (ab utroque). È noto che questo ab utroque
è contestato dagli Ortodossi, i quali sostengono che lo Spirito procede solo
dal Padre. Ma queste dispute sono bizantinismi: il fatto è che questa
distinzione tra natura e persona è per noi poco comprensibile, e il mistero
resta imperscrutabile; lo crediamo e basta, è inutile tentare di spiegarlo,
fare delle similitudini o delle analogie tratte dall’esperienza umana.
Questo
mistero è però, a mio parere, reso più oscuro dal Credo Niceno, che
aggiunge a quello apostolico delle enunciazioni le quali sono discutibili. Per
esempio, che significa «generato, non creato»? I teologi dicono che è
giustissimo, perché una madre genera, non crea, perché si crea dal nulla,
mentre la madre ha già in sé l’ovulo da cui si sviluppa il figlio, quindi essa
genera, non crea. Ma questa analogia riferita a Dio non ha senso. Infatti il
Generato (Figlio) viene ovviamente dopo il Generante (Padre), e finché non è
generato non esiste, quindi Egli viene dal non-essere, cioè viene creato.
Comunque
non mi voglio soffermare su queste sottigliezze, care alla mentalità bizantina;
dico soltanto che la lunga formulazione del Credo Niceno confonde più
che chiarire, ed era meglio lasciare la semplice formula del Credo
Apostolico.
Aggiungo
poi che quando, durante la messa, si recita in coro il Credo e si dice
«non creato, della stessa sostanza del Padre», i semplici fedeli capiscono che
il Figlio non è creato della stessa sostanza del Padre, e cioè che non è come Lui.
Sì, c’è la virgola, ma per la recitazione orale la formula è infelice. Sarebbe
stato opportuno, a evitare ogni fraintendimento, invertire i versetti e dire
«Dio vero da Dio vero, della stessa sostanza del Padre, [da Lui] generato, non
creato».
Questa
mia osservazione farà, forse, sorridere per l’ingenuità o susciterà proteste,
come se io presumessi sovvertire la tradizione ecclesiastica, la quale ormai è
considerata intangibile come la Rivelazione. Secondo me, sarebbe più semplice e
chiaro professare e credere che Dio è sempre esistito Uno e Trino, senza
generazioni e senza derivazioni. Ma pensare ciò denota il mio infantilismo,
come volevasi dimostrare.
Il
secondo mistero che riguarda Gesù Cristo è imperscrutabile solo riguardo al suo
valore salvifico, cioè alla necessità del suo verificarsi per la nostra
salvezza eterna. Non è affatto un mistero rispetto all’evento in sé, perché è
un fatto storico. Gesù Cristo è realmente esistito e, sotto l’imperatore
Tiberio, fu crocifisso e risorse dalla morte: questo provano molte
testimonianze fededegne. Ma occorre la fede per credere che quell’uomo era
anche Dio e che la sua incarnazione e vicenda terrena era una missione di
salvezza per l’umanità, che così veniva redenta dal male.
Per
la precisione, la Chiesa dice che Gesù Cristo ci ha redento non genericamente
dal male, ma specificamente dal peccato originale, cioè quello commesso da Eva
e da Adamo (indotto a peccare da Eva), i quali disubbidirono a Dio col mangiare
il frutto dell’albero che «stava in mezzo al giardino»[33].
In precedenza la Genesi dice che in mezzo all’Eden c’erano due alberi: quello
della vita, di cui potevano mangiare i frutti per vivere, e quello della
conoscenza del bene e del male, da cui dovevano astenersi per non morire[34].
Per
la disobbedienza dei nostri progenitori, tutti i discendenti, tra cui noi,
siamo stati condannati, e siamo «nati all’odio» di Dio, come molto
infelicemente dice il Manzoni nell’inno sacro Il Natale (v. 22).
Già
nel mio opuscolo Historia Magistra ho dimostrato che la dottrina del
peccato originale è inconsistente, perché irragionevole. Punire i figli i
nipoti e tutti i discendenti innocenti
per la colpa dei progenitori è azione ingiusta per noi uomini, creati «a
immagine e somiglianza di Dio», e certamente non può essere giusta per Dio che
ci ha creati.
Anche
la Chiesa è impacciata nel presentarci questa dottrina, e parla del «mistero
del peccato originale», perché esso è «un peccato contratto e non commesso, uno
stato e non un atto»[35].
Insomma il peccato originale sarebbe come una malattia trasmessaci per via
genetica.
Gesù
nel Vangelo non dice mai che è venuto a redimerci dal peccato originale, non
parla mai di Adamo; è Paolo di Tarso che lo ha messo in ballo nella sua filosofia
del Cristianesimo, dicendo addirittura che Cristo è il nuovo Adamo che salva,
mentre il vecchio Adamo aveva portato il male nel mondo. Nella Lettera ai
Romani, Paolo dedica un intero capitolo, il quinto, a questa analogia di
cui si compiace perché è una sua invenzione. Egli infatti dice: «Come per la
colpa di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche
per l’opera di giustizia di uno solo si riversa su tutti gli uomini la
giustificazione che dà vita»[36].
A
me questa analogia non dà molto lume, evidentemente perché non sono ispirato
come l’apostolo delle genti; comunque, giacché questo capitolo paolino è molto
celebrato ed esaltato, invito i lettori a goderselo per intero nel testo
biblico: forse per loro sarà più chiaro.
Sappiamo
che i fatti narrati dalla Genesi e dagli altri libri del Pentateuco sono stati
in un lungo periodo, attraverso le scuole teologiche Jahvista, Elohista e
Sacerdotale, prima trasmessi oralmente e poi, in scritto, elaborati finché dopo
l’uscita dall’Egitto, al tempo di Mosè, cioè verso il secolo XIII a.C., hanno
avuto la redazione che ora noi leggiamo.
La
creazione del mondo e dell’uomo, così com’è stata narrata nella Genesi, è una
favola non molto rispettosa del Signore Dio, il quale per creare deve lavorare
sei giorni, perché nel primo crea la luce, nel secondo il firmamento, nel terzo
le acque, nel quarto le luci del firmamento, nel quinto i pesci e gli uccelli, nel sesto gli animali che
vivono in terraferma, tra i quali l’uomo.
E
per creare l’uomo, lo dovette plasmare «con polvere del suolo» e poi «soffiò
nelle sue narici un alito di vita»[37].
Per
creare Eva, come se non lo potesse fare direttamente, «fece scendere un torpore
sull’uomo, che si addormentò; gli tolse una delle costole e richiuse la carne
al suo posto. Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo,
una donna»[38]. Il
Signore con tutto questo lavoro dovette stancarsi, e infatti «Dio nel settimo
giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò da ogni suo lavoro»[39].
Per
la Dei Verbum, la costituzione dogmatica del Concilio Vaticano II,
questo bel racconto è «tutto e solo» parola di Dio. A me sembra una
elaborazione un po’ fantasiosa del mistero del cosmo e della sua origine. Ma i
teologi insorgeranno dicendo che io dimostro di essere un perfetto ignorante,
perché non so che le Sacre Scritture hanno non uno, ma quattro sensi:
letterale, allegorico, morale e anagogico, e che io mi sono fermato a quello
letterale, quello terra-terra, perché non sono capace di cogliere gli altri
significati. Riconosco la mia pochezza, e ho detto più volte che io parlo
terra-terra agli uomini comuni, come me.
È
ovvio che la creazione, così immaginata e descritta, se è una bella favola, ha
anche il suo insegnamento, che gli agiografi ebraici autori del testo volevano
dare ai loro correligionari, e che anche noi cristiani accettiamo volentieri.
Ed è questo: Dio è il Creatore e il Signore del tutto; a Lui si deve
un’obbedienza devota e assoluta, se non si vuole incorrere nella Sua punizione;
il settimo giorno (il sabato per gli ebrei, per noi la domenica) bisogna
dedicarlo al riposo e al culto, cessando da ogni lavoro.
Secondo
la Chiesa, la dottrina del peccato originale è, in parole povere, la seguente:
Eva e Adamo, con la loro disubbidienza, hanno offeso Dio. Dio perciò li ha
cacciati dall’Eden, che quindi è perduto non solo per loro, ma anche per i loro
figli. L’offesa a Dio, Ente Eterno, Infinito, è un’offesa immensa, che non può
essere riparata dall’uomo, essere finito. Perciò Dio misericordioso, per
salvare l’umanità, ha mandato sulla Terra il Figlio che, fatto uomo, con la
sofferenza della sua passione, ha scontato la colpa in modo adeguato, perché il
valore della sua sofferenza è infinito, come infinita era stata l’offesa.
Il
Manzoni, nell’inno sacro La Pentecoste, seguendo questa dottrina dice
addirittura che Cristo risorto salì al Cielo «in man recandosi il prezzo del
perdono». Immagine certamente icastica, ma piuttosto grossolana. Sembra quasi
che Gesù Cristo abbia portato al Padre l’immensa somma dovuta dagli uomini come indennizzo per la disubbidienza di Adamo,
e che gli uomini, prima «nati all’odio» di Dio, ritornano in amicizia con Lui
solo dopo che l’indennizzo è stato pagato dall’Uomo-Dio.
La
dottrina del peccato originale, se fosse vera, dimostrerebbe che Dio è
ingiusto, perché punisce degli innocenti, odia i figli e i nipoti per la
colpa dei genitori. Siccome Dio non può essere che giusto, questo peccato
originale, che avrebbe causato sulla terra il male e la morte, non è che una
fantasiosa rappresentazione dell’origine del male e del dolore. Come se, per il
peccato commesso, Dio sentenziasse: Tu, uomo, «con il sudore del tuo volto
mangerai il pane, finché tornerai alla terra»; tu, donna, «con dolore
partorirai i figli»; tu, serpente, «polvere mangerai per tutti i giorni della
tua vita»[40].
Nell’opuscolo
Historia Magistra, ho cercato di chiarire il cosiddetto «mistero» del
peccato originale formulando questa ipotesi: Dio ha voluto creare un essere a
Sua immagine e somiglianza, e quindi lo ha dotato di intelligenza e libertà di
agire. Quindi l’uomo può con l’intelletto valutare quello che per lui è utile,
e con il libero arbitrio può attuare i suoi disegni.
L’uomo
può usare i doni ricevuti per il bene e per il male, con libera ma responsabile
scelta e, siccome far del bene implica quasi sempre sacrificio, egli sceglie
spesso il contrario, cercando il proprio utile e il proprio piacere, e per
ottenerlo è pronto a danneggiare gli altri e talora anche sé stesso. Questo
abuso di potere io chiamo prevaricazione.
Questa
è la tentazione continua che ognuno di noi sente, e alla quale molti cedono,
perché la via del male è ampia e in discesa, mentre quella del bene è stretta e
in salita, e richiede anche di portare la croce, come ci ha ammonito Gesù: «Se
qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni
giorno e mi segua»[41].
La
via del bene è faticosa e poco allettante, quella del male è gradevole e
invitante, e siamo fortemente tentati di imboccarla. Perciò nel Padre Nostro
chiediamo «non ci esporre, non abbandonarci alla tentazione», e la tentazione è
proprio quella di prevaricare. Questa tentazione possiamo chiamarla originaria,
perché è connaturale alla nostra natura di esseri intelligenti e liberi. Ad
essa cedettero Eva e Adamo, nella brama di diventare più potenti, addirittura
«come Dio». (Gn 3,5)
Ma
se il peccato originale è questa continua tentazione di violare con la nostra
libertà quella degli altri e la legge di Dio, qual è il significato della
Redenzione operata da Gesù Cristo, Uomo-Dio? Non è certamente quello di aver
pagato per noi «il prezzo del perdono» interamente e per sempre, né quello di
aver vinto il male e la morte. Infatti la morte è sempre il nostro destino, e
il male esiste sempre nel mondo, forse oggi più di 2000 anni fa.
Gesù
Cristo dunque è venuto ad aiutarci, a confortarci, a fortificarci contro la
tentazione, a indicarci la retta via, a farci conoscere il Padre. Ha preso
tutti i nostri mali, eccetto il peccato, per insegnarci come dobbiamo comportarci
nella vita, come possiamo vincere il male col bene.
La
Sua incarnazione è stata un generoso intervento voluto dal Padre a favore
dell’umanità debole davanti alla tentazione seducente del potere, dell’avere e
del piacere. Come possiamo tutti vedere, questo intervento generoso del
Creatore non ha ottenuto gli effetti desiderati: l’umanità è sempre più portata
a prevaricare; anzi oggi la prevaricazione sembra la norma pratica di gran
parte di essa.
E
allora, ci possiamo chiedere, che cosa succederà a questa umanità depravata?
Che farà il Signore Dio? Interverrà ancora una volta misericordiosamente o,
severamente, metterà fine alla corrotta città terrena? I disegni di Dio sono
imperscrutabili, e Lui può fare tutto perché è l’Onnipotente. Noi cristiani
fedeli dobbiamo continuare a seguire e testimoniare Gesù con fede e speranza,
perché in Lui possiamo trovare conforto e certezza.
Egli
stesso ce lo ha assicurato: «Venite a me, voi tutti che siete affaticati e
oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da
me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il
mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero»[42].
Se
seguiamo Cristo e cerchiamo di testimoniarlo, col suo aiuto non temeremo di
nulla, il male non ci abbatterà, e potremo in pace e serenità di spirito
aspettare la morte terrena, che è l’inizio della vera vita, quella eterna e
beata, nella casa del Padre Celeste.
Ma
quanti seguono veramente Cristo? Il suo è veramente un piccolo gregge[43],
che forse diventerà col tempo ancora più piccolo. È lo stesso Gesù che ci pone
la drammatica domanda:
«Ma
il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?»[44].
La
troverà ancora o sarà del tutto scomparsa?
Noi,
per quanto possiamo con le nostre deboli forze, adoperiamoci con zelo, nel
nostro ambito pur limitato, affinché essa non scompaia dalla faccia della
terra.
Il popolo eletto dell’Antico Testamento è il popolo
ebraico, col quale Jahvè aveva fatto un patto di alleanza, sancito con la
circoncisione di tutti i maschi; questo era il loro battesimo. Javhè parla a
questo popolo e dice: “il Signore tuo Dio ti ha scelto per essere il suo popolo
privilegiato fra tutti i popoli che sono sulla terra” (Dt 7,6).
Ha scelto questo popolo, per affermare il proprio
regno sulla terra e per distruggere tutti i popoli che riconoscono altri dei.
Infatti Egli aggiunge: “Sterminerai dunque tutti i popoli che il Signore Dio
tuo sta per consegnare a te; il tuo occhio non li compianga” (Dt 7,16).
Per distruggere questi popoli idolatri il popolo di
Israele si mette subito in marcia, una volta uscito dall’Egitto, guidato da
Mosè, il profeta armato, come lo chiama Machiavelli. Nel suo cantico (Es15,3-6)
egli dice:”Dio è prode in guerra….La tua destra, Signore, terribile per la
potenza, la tua destra, Signore, annienta il nemico”.
Gli Ebrei erano monoteisti solo dal loro punto di
vista. Infatti essi credevano che il loro dio, Jahvè, non era il dio di tutti i
popoli, ma il dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, insomma il dio dei soli
Israeliti circoncisi, i quali lo proclamavano più potente degli dei di tutti
gli altri popoli. Con l’alleanza il popolo ebraico era divenuto il “braccio
armato” con cui Jahvè imponeva il suo dominio sulla terra. Egli è il dio degli
eserciti, il Sabaòt, che “con il braccio teso e la mano potente” guida Israele
alla distruzione degli altri popoli, guidati da altri dei. Infatti ogni popolo
ha il suo dio protettore, il quale deve essere annientato assieme ai suoi
adoratori.
Nel cantico sopra citato (Es 15,11) Mosè dice:”Chi
è come te fra gli dei, Signore? Chi è come te, maestro in santità, tremendo
nelle imprese, operatore di prodigi?”. Sembra quindi che Jahvè per loro non
fosse il Dio Unico, Creatore del tutto e di tutti gli uomini, ma il più potente
fra gli dei, cioè fra gli dei degli altri popoli, i quali quindi dovevano
essere annientati assieme ai loro dei.
Il primo popolo ad essere annientato dal popolo
guerriero, guidato dal dio degli eserciti, è quello degli Amaleciti con la
battaglia di Refidim. Mentre Giosuè guidava i suoi prodi, Mosè, seduto su una
pietra sul colle vicino, teneva le mani alzate, evidentemente in preghiera
(anche se non è detto, ma basta la mossa); ma siccome “sentiva pesare le mani
dalla stanchezza… Aronne e Cur, uno da una parte e l’altro dall’altra,
sostenevano le sue mani… Giosuè sconfisse Amalek e il suo popolo passandoli poi
a fil di spada. Allora il Signore disse a Mosè:” Scrivi questo per ricordo: io
cancellerò del tutto la memoria di Amalek sotto il cielo! (Es 17, 12-14).
Il secondo popolo ad essere annientato è il Cananeo.
“Israele fece un voto al Signore e disse: «Se tu mi metti nelle mani questo
popolo, le loro città saranno da me votate allo sterminio». Il Signore ascoltò
lo voce di Israele e gli mise nelle mani i Cananei; Israele votò allo sterminio
i Cananei e le loro città”. (Num 21, 2-3).
Il terzo popolo fu quello degli Amorrei, guidati
dal re Sicon. “Israele lo sconfisse passandolo a fil di spada, e conquistò il
suo paese” (Num 21,24).
Il quarto popolo fu quello dei Basaniti, col loro
re Og. “Gli Israeliti batterono lui, con i suoi figli e con tutto il suo
popolo, così che non gli rimase superstite alcuno, e si impadronirono del loro
paese” (Num 21,35)
Il quinto popolo votato alla distruzione doveva
essere quello dei Moabiti, ma il loro re Balak, spaventato dalla sorte toccata
ai precedenti popoli, pensò bene di non attaccar battaglia se prima non avesse
fatto maledire Israele da Balaam, noto per i suoi poteri magici. Gli mandò dei
messi pregandolo di venire a maledire il popolo che si preparava a invadere il
suo paese. Questo mago non era sgradito a Jahvè, il quale “venne di notte a
Balaam e gli disse: «Se questi uomini sono venuti a chiamarti, alzati e va’ con
loro.»” (Num 22,20). Balaam obbediente sellò l’asina e si mise in via. “Ma
l’ira di Dio si accese perché egli era andato.” (Num 22,22).
La “parola di Dio” è proprio strana; Jahvè prima
comanda di andare, e poi si arrabbia perché Balaam ha obbedito! Ma questo è
niente rispetto a quello che segue, vale a dire la favola dell’asina di Balaam,
la quale parla e rimprovera il padrone per averla bastonata più volte. Non ve
la racconto perché vi toglierei il piacere di leggerla nel testo sacro (Num 22,
23-30). L’asina di Balaam, essendo intelligente e fornita di favella, è
giustamente più famosa dell’asino di Buridano,[45]
il quale non solo non sa parlare, ma è tanto stupido che, avendo due mucchi di
fieno uguali ed a uguale distanza, non sa a
quale dei due dirigersi, resta
fermo e muore di fame.
Dante non poteva conoscere la storia dell’asino di
Buridano, perché questo filosofo francese nacque nel 1300 circa, ma egli
evidentemente credeva a una tale assurdità. Infatti all’inizio del canto quarto
del Paradiso dice che tra due cibi uguali e ad uguale distanza, come anche tra
due pericoli uguali ed a uguale distanza, un animale rimarrebbe impalato sul
posto e quindi o morirebbe di fame o sazierebbe la fame del predatore.(Par
IV,1-9). Dante crede questo non solo per gli animali senza ragione, ma anche per
quelli forniti di intelletto e di libertà. Infatti egli dice:
“Intra due cibi, distanti e moventi
d’un modo, prima si morrìa di fame,
che liber’uomo l’un recasse ai denti”
Evidentemente Dante si diverte con i suoi lettori,
così come Jahvè si divertiva col povero Balaam, che non sapeva più cosa dovesse
fare, ma torniamo al racconto. Siccome egli non aveva voluto lanciare la sua
maledizione, Balak prudentemente, per evitare il peggio, aprì le porte ai
nemici, rimettendosi alla loro discrezione. Ma questa volta a rimetterci fu il
popolo invasore, il quale”cominciò a trescare con le figlie di Moab…. e l’ira
del Signore si accese contro Israele”.(Num, 25,1-3). Jahvè comandò a Mosè di
uccidere i trescatori e le loro concubine. Fu un vero eccidio di Ebrei e moabite,
compiuto dai soldati che non si erano immischiati in quella tresca.
Il testo biblico cita uno dei più zelanti di quei
vendicatori, Finees, nipote di Aronne, il quale colse in una tenda un ebreo
sopra una concubina “ e li trafisse tutti e due, l’uomo di Israele e la
donna,nel basso ventre….Di quel flagello morirono ventiquattromila persone:”
(Num, 1-9).
Quell’uomo trafitto dalla lancia con la sua amante
fu quasi fortunato, perché ebbe almeno una morte subitanea, mentre gli altri
peccatori ebbero sorte peggiore. Infatti Jahvè aveva ordinato a Mosè: “Fa appendere al palo i colpevoli, davanti al
Signore, al sole”. L’agonia degli impalati era lunga e straziante, e così
soltanto Jahvè si sentiva placato. Ma non si creda che la sua ira fosse
originata dal peccato carnale, perché lo stupro sulle donne dei vinti era quasi
una regola per i vincitori; la sua ira si era accesa perché i soldati, invece
di stuprarle e ucciderle, si erano fatti adescare da quelle donne ed avevano
aderito al culto di Baal, avevano partecipato ai sacrifici offerti a lui,
avevano mangiato le carni offerte sull’altare e si erano prostrati davanti
all’idolo.
Mi sono già stancato a enumerare questi genocidi, e
risparmio a me e a voi, eventuali lettori, i genocidi successivi, quelli che
annientarono i sette popoli che abitavano allora la Palestina. Infatti gli
Amaleciti, i Cananei, gli Amorrei, i Basaniti, i Moabiti (in parte) erano stati
annientati perché si erano trovati, per loro disgrazia, lungo il percorso di
marcia di Israele dall’Egitto alla Palestina; ma gli Ebrei, per occupare la
terra a loro promessa, dovevano annientare i sette popoli che, per loro
disgrazia, abitavano quella regione. Non li nomino perché sono elencati nella
Bibbia (Dt 7,1 e poi ancora 20,17). Non la finirei più se volessi riportare i
particolari raccapriccianti di questi genocidi. Mi basta citare le parole di
Jahvè a Mosè:
«Nelle città di questi popoli che il Signore tuo
Dio ti dà in eredità non lascerai in vita nessun essere che respiri, ma li
voterai allo sterminio.» (Dt 20,16)
Jahvè è dunque veramente il dio degli eserciti, il
dio combattente, vendicatore e sterminatore. Come può essere il Dio Unico,
Padre di tutti gli uomini? Il Padre Eterno come potrebbe ordinare al popolo
eletto di sterminare gli altri? Ecco perché noi Cristiani non possiamo
accettare l’Antico Testamento come “parola di Dio”. Questi testi ci danno di
Dio un’idea spaventosa, direi mostruosa, come di un Hitler divino che comanda
l’olocausto non di uno, ma di tanti popoli.
Tuttavia anche la Chiesa cattolica chiama il popolo
ebraico “il popolo eletto”. Credo che lo faccia perché Gesù Cristo, il Figlio
incarnato, è nato in Palestina, da una donna ebrea, e quindi, come uomo, è
ebreo. E la Chiesa chiama oggi gli Ebrei “i fratelli maggiori”, e spesso la nostra
religione è chiamata giudeo-cristiana; ma, secondo me, è più giudea che
cristiana. Infatti la ierocrazia dell’Ebraismo è passata integra nella Chiesa
mondanizzata, con i suoi precetti umani…, con i suoi riti fastosi, la sua
superba gerarchia, la sua pompa, con i suoi lussuosi manti e le alte mitrie, le
porpore, gli ermellini, gli anelli e i preziosi pastorali.
La nascita di Gesù in Palestina, come ebreo, è
considerata dalla Chiesa come l’avverarsi delle parole di Mosè, annuncianti la
venuta di un profeta pari a lui (Dt 18,15-18). San Pietro nel discorso agli
Ebrei riportato negli Atti (3, 22-23) le cita: “Mosè infatti disse: «Il Signore
vostro Dio vi farà sorgere un profeta come me in mezzo ai vostri fratelli; voi
lo ascolterete in tutto quello che egli vi dirà. E chiunque non ascolterà quel
profeta sarà estirpato di mezzo al popolo.”»
Questo profeta sarebbe l’Emmanuele (= Dio è con
noi) il figlio della vergine di cui parla Isaia (7,14) e anche Matteo (1,23).
Ma i biblisti giustamente affermano che Isaia in quel passo non si riferisce al Messia
venturo, e che la parola “vergine” è una traduzione errata del termine aramaico
che significa semplicemente “giovane donna”.
Il contesto del versetto indica chiaramente che
Isaia annuncia ad Acaz, re di Giudea (736-716 a.) la nascita di un figlio della
giovane regina. Ma la Chiesa, basandosi su Matteo (1,23) e sulla traduzione
sbagliata fatta dai Settanta (parthenos)
e da San Girolamo (virgo), riferisce la profezia a Gesù. Matteo (2,6) riferisce
a Gesù anche la profezia di Michea (740-690 a.C.):
“E tu, Betlemme di Efrata, così piccola per essere
tra i capoluoghi di Giuda, da te mi uscirà colui che deve essere il dominatore
in Israele” (Mic 5,1).
Come dice lo stesso Matteo, quando Erode chiese ai
sommi sacerdoti e agli scribi del popolo dove doveva nascere il Messia, questi
dissero Betlemme, basandosi sulla profezia di Michea.
Quindi anch’essi erano d’accordo che il Messia
doveva nascere in Betlemme, patria di Davide; ma molti credevano che Gesù fosse
nato in Galilea, e per loro il Messia non poteva essere Gesù, ma un re potente
e dominatore. Molti ebrei il Messia lo aspettano ancora, come un re terreno, un
dominatore universale che instaurerà in terra il regno di Jahvè.
Comunque
questo loro futuro Messia sarà della stirpe di Davide e nascerà a Betlemme
secondo la profezia. Per noi cristiani invece egli è già venuto, ed è Gesù
Cristo, nato appunto a Betlemme.
Ma
perché il Figlio di Dio si è voluto incarnare in Palestina, nel popolo ebraico?
Perché
esso è il popolo eletto, che ha già stabilito con Dio un’alleanza al tempo di
Abramo?
Chi
lo vuol credere lo creda pure, ma io la penso diversamente. I disegni di Dio
sono imperscrutabili, perciò io affaccio una semplice ipotesi.
Secondo
me Dio ha scelto la Palestina per la sua rivelazione per mezzo del Figlio, non
perché il popolo ebraico fosse il popolo eletto, privilegiato e più degno, ma
perché esso aveva di Dio un concetto molto distorto, che andava corretto, come
andavano corrette le norme del suo comportamento morale.
Il
popolo ebraico è quello che, nel passato, ha più prevaricato, cioè si è imposto
ad altri popoli con zelo fanatico e con crudeltà, presumendo di eseguire
fedelmente la volontà di Dio e di servirlo devotamente. Nel presente, io non
voglio esprimere alcun giudizio sul comportamento di Israele in Palestina, dal
1947 a oggi; lo lascio agli storici.
Gesù
nella sua predicazione ribalta le norme veterotestamentarie, ripete sempre “Vi
è stato detto….ma io vi dico”, e si mette contro la tradizione rabbinica che ha
corrotto la vera legge di Dio: “Avete annullato la parola di Dio in nome della
vostra tradizione. Ipocriti!” (Mt 15,4-7 e Mc 7,1-11).
Secondo
me il Figlio si è incarnato in Palestina proprio perché gli Ebrei “dalla dura
cervice” si comportavano molto male, per di più vantandosi di essere i veri
adoratori di Dio, i giusti e scrupolosi esecutori della sua volontà.
Il
mistero della “Incarnazione, Passione, Morte e Resurrezione” di Gesù Cristo
riguarda, come ho già detto, non il fatto storico, ma il suo valore redentivo.
Gesù non ci ha certamente liberati dal male e dalla morte, che dominano sulla
nostra terra come un tempo, ma è venuto
a porgerci un aiuto, quasi affiancandoci nel nostro faticoso cammino; e se noi
ci lasciamo sostenere e guidare da Lui, certamente potremo vincere il male (la
prevaricazione) e non temere la morte, inizio della vera vita a noi offerta dal
Padre, quella eterna e beata.
Ma
se ci chiediamo perché Dio, per darci questo prezioso aiuto e farci conoscere
la Verità, ha scelto questo intervento, con l’incarnazione del Figlio e la sua
passione e morte, allora dobbiamo arrenderci al mistero. Dio avrebbe potuto
correggere i nostri errori, far conoscere la sua Verità e fornirci un salvifico
aiuto in tanti altri modi, senza inviare sulla terra il Figlio, e farlo
soffrire e morire come uomo. Dobbiamo riconoscere il Mistero di questa azione
di Dio, prostrarci davanti alla Sua Maestà e alla Sua Volontà. Forse un giorno,
in Cielo, questo mistero ci sarà svelato, e allora noi riconosceremo la grandezza
e la giustezza dell’azione divina.
Un’altra
verità che dobbiamo accettare come mistero è quella della duplice natura di
Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo. Come non possiamo capire come Dio sia Uno e
Trino, così ci dobbiamo arrendere davanti al mistero di Cristo.
Volerlo
scandagliare, interpretare, spiegare non serve ad altro che a confondere le
idee a noi comuni cristiani, e a dare materia di dotte disquisizioni ai teologi
amanti delle sottigliezze bizantine. Dire per esempio che Cristo aveva duplice
natura, divina e umana, ma persona divina, risolve forse il mistero?
Quando,
sulla croce, «Gesù gridò a gran voce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai
abbandonato?”» (Mt 27,46), il suo lamento era quello di un vero uomo di persona
divina? Ma quella che si lamenta non è la persona?
Come
vediamo, è ozioso, inutile e dannoso porci queste domande e cercare di darvi
una risposta. I monoteliti sostenevano che Gesù Cristo aveva sì duplice natura,
ma una sola volontà, come dice il loro nome. Essi furono condannati come
eretici.
Allora
dobbiamo credere che il Cristo aveva anche due volontà. La volontà è propria
della persona; e allora Gesù Cristo avrebbe avuto due persone? Ma credere
questo è eresia per la Chiesa.
Quindi
la contraddizione è evidente: Gesù Cristo avrebbe avuto una sola persona
(divina) ma due volontà (divina e umana); come è possibile? Perciò è causa di
confusione continuare a disquisire su questi temi; è come voler accertare il
sesso degli angeli, che pure alcuni dottori sottili hanno indagato.
Il
Cristianesimo non è un cumulo di dottrine e di definizioni dogmatiche. Il
Cristianesimo è la Fede in Dio Uno e Trino, in Gesù Cristo vero Dio e vero
uomo; sono due misteri insondabili, in cui dobbiamo credere e basta credere,
perché il Cristianesimo è soprattutto un comportamento di vita secondo i
precetti di Gesù, e il suo esempio.
Tra
i precetti di Gesù, il più significativo e cogente è :
«
Amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori» (Mt 5,44).
Infatti
Gesù pregò per i suoi crocifissori:
«Padre,
perdonali perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34).
Mi
sembra di aver parlato abbastanza, ma coi poveri “lumi” umani, di questi
argomenti, che fanno “tremare le vene e i polsi” ai più alti intelletti; è
perciò tempo che io parli di altre verità più terrene, meno misteriose,
abbordabili dalle intelligenze comuni, come la mia.
Il
papa Benedetto XVI il 29 giugno 2008, festa di San Pietro e Paolo, ha
inaugurato nella basilica di San Paolo fuori le mura un anno dedicato alla
celebrazione di questo santo che ha meritato il titolo di « Apostolo delle
genti» cioè dei gentili, dei pagani, per la conversione dei quali era stato
«strumento eletto» (vas electionis). (At 9,15)
Egli
infatti non predicò il Vangelo in Palestina, ma in Siria, in Asia Minore
(Turchia), in Grecia e ultimamente a Roma, dove subì il martirio forse nel 66
d.C. al tempo dell’imperatore Nerone, nella prima persecuzione dei cristiani,
accusati di aver provocato l’incendio della capitale.
Siccome penso che questo
mio scritto non sarà certamente letto dai dotti, i quali ne sanno più di me, ma
da uomini di modesta cultura, quale sono io, ritengo opportuno scrivere un
capitoletto per far loro conoscere meglio questo santo in questo anno a lui
dedicato, in cui ci saranno seminari, convegni e congressi, nei quali la sua
dottrina sarà esposta ed esaltata dagli addetti ai lavori.
A
queste accademie i comuni cristiani non possono accedere, e perciò io cercherò
di fornire qualche notizia, affinché anche essi possano partecipare con più
conoscenza alla celebrazione di questo apostolo, che dalla Chiesa è considerato
alla pari di San Pietro.
Papa
Wojtyla celebrò gli anni dedicati successivamente al Padre, al Figlio, allo
Spirito Santo. Volendo continuare in queste celebrazioni annuali, noi ci
saremmo aspettati l’anno pietrino, dato che fu Pietro ad essere eletto da Gesù
capo e guida della sua Chiesa.
Ma
papa Ratzinger, che è celebrato come un teologo, ha preferito indire solennemente l’anno
paolino, e avrà avuto le sue buone ragioni, che noi possiamo intuire. San
Pietro ci ha lasciato due sole lettere, e piuttosto brevi (in tutto otto
paragrafi), che non espongono dottrine, ma danno solo esortazioni pastorali
utili per la sequela di Cristo. Quindi su Pietro ci sarebbe stata poca materia
per convegni di studio e dotte relazioni. Inoltre alcuni biblisti cattolici,
tra i quali Francesco Mosetto nella sua introduzione alle due lettere per
Bibbia CEI, dicono che forse esse sono state scritte dopo la morte
dell’apostolo e poste sotto il suo nome per dar loro autorevolezza, e perché
certamente ricalcavano il suo insegnamento morale e pratico.
Infatti
nella seconda lettera (3,4) si dice che la prima generazione cristiana (quella
al tempo degli apostoli) è ormai scomparsa, e quindi siamo in un tempo
posteriore a San Pietro. Per capire questo testo e altri del Nuovo Testamento
bisogna ricordare che i primi cristiani ritenevano che il ritorno glorioso di
Cristo sulla terra (Parusia), per fondarvi il suo Regno di pace e di amore,
fosse imminente, e perciò i cristiani della seconda generazione si
meravigliavano, un po’ sconcertati che Egli ancora tardasse a venire e
lasciasse la terra in dominio del male.
Comunque
quelle due lettere, pur utili e opportune, o siano di Pietro o di altri, poco offrono
a quanti vogliono filosofeggiare sulla dottrina cristiana, mentre Paolo non
solo filosofeggia ma lo fa anche in uno stile retorico che incanta. Forse papa
Ratzinger ha voluto anche fare un omaggio al suo predecessore (Giovanni Paolo
II), teologo in Polonia, come lui stesso lo è stato in Germania e ora lo è a
Roma. Siccome lo scopo di questo anno celebrativo è quello di riflettere sulla
sua personalità e soprattutto sulla sua dottrina, io voglio portare il mio
apporto con la mia modesta cultura, a beneficio dei cristiani comuni come me.
E
innanzitutto diamo qualche notizia biografica. Saulo nasce a Tarso, in Cilicia[46],
forse nell’8 dopo Cristo ; la data non è certa: potrebbe essere anche il 9 o il
10. Ma questo interessa poco. Nasce in una famiglia agiata; il padre, pur
essendo ebreo, è cittadino romano, e trasmette questa ambita cittadinanza al
figlio, che ne è orgoglioso. Come il padre abbia ottenuto la cittadinanza
romana, non lo sappiamo. Probabilmente aveva, da bravo provinciale, fornito ai
Romani qualche utile servizio, come la fornitura di viveri e di legna, o aveva
eseguito in appalto qualche opera pubblica (ponte, strada, edifici), compiendo
il lavoro in modo accurato e onesto. I governatori romani apprezzavano e
premiavano l’onestà. Saulo aveva due nomi: Saulo come ebreo, Paolo come
cittadino romano. Probabilmente il nome romano, proprio di una gloriosa
famiglia della gens Aemilia, era stato dato al bambino in omaggio al magistrato
romano (un Emilio Paolo a noi ignoto) che aveva concessa la cittadinanza romana
al padre di Saulo. Egli, per dare al figlio una educazione completa sia
religiosa che letteraria, lo aveva mandato adolescente a Gerusalemme, dove era
stato discepolo del famoso rabbino Gamaliele, fariseo di stretta osservanza, ma
non intollerante, tanto è vero che difese gli apostoli arrestati e portati in
giudizio davanti al Sinedrio. (At 5,34ss)
Saulo
in Gerusalemme assiste alla lapidazione di Stefano, il primo martire cristiano
e, non potendo parteciparvi perché minorenne, custodisce come guardiano i
mantelli dei lapidatori. (At 7,58). Quindi « Saulo era fra coloro che
approvarono la sua uccisione» (At 8,1)
Una
volta maggiorenne, « sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del
Signore, si presentò al sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe
di Damasco , al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme
uomini e donne, seguaci della dottrina di Cristo che avesse trovati.» (At
9,1-2)
Sulla
via di Damasco gli apparve Gesù, per cui si convertì e divenne ardente e
pugnace predicatore del Vangelo. Infatti Paolo si distingue dagli apostoli per
l’irruenza della sua predicazione, per cui nell’iconografia cristiana è
rappresentato con la spada in mano, vicino a Pietro che ha le chiavi del regno.
L’incontro di Paolo con Gesù è narrato negli Atti tre volte, la prima da Luca
(9,3ss), la seconda e la terza volta dallo stesso Paolo (22,6ss; 26,12ss).
In
questa terza narrazione, che Paolo fa a Cesarea davanti al re Agrippa e al
governatore romano Porcio Festo, egli aggiunge alle parole di Cristo una
strabiliante affermazione:
«Ti
sono apparso per costituirti ministro e testimone di quelle cose che hai visto
e di quelle per cui ti apparirò ancora.»
Queste
parole e le successive dei vv. 17-18, che danno a Paolo una speciale
investitura divina, non compaiono nelle precedenti redazioni di Luca. Questi, colto medico di Antiochia, convertitosi verso
il 43 forse per merito di Paolo che si era convertito nel 36, fu suo devoto
discepolo e lo accompagnò nel secondo e terzo viaggio apostolico. Il testo
degli Atti dal cap. 16 in poi, è il diario della predicazione di Paolo, steso
da Luca, il quale scrive in prima persona plurale (noi), a cominciare da
16,10:« Subito cercammo di partire per la Macedonia», sino all’arrivo a Roma
(28,14-15):« Partimmo quindi alla volta di Roma. I fratelli di là, avendo avuto
notizia di noi, ci vennero incontro al Foro di Appio.»
Si
può dire quindi che gran parte degli Atti parla di Paolo; di lui sono riportati
dieci discorsi, di Pietro solo otto; è evidente che Luca vuole enfatizzare
l’importanza di Paolo nella Chiesa del I secolo.
Ma per comprendere
meglio questo apostolo dobbiamo leggere attentamente le sue lettere.
Il
primo elenco canonico ne comprendeva quattordici; poi fu esclusa la lettera
agli Ebrei, e ne rimasero tredici. Ma una ulteriore analisi ha portato a
distinguerle in tre gruppi: le sette lettere dette protopaoline (ai Romani – ai
Galati – 1ª e 2ª ai Corinzi – ai Filippesi – 1ª ai Tessalonicesi – a Filemone)
di cui è sicura la paternità; le tre lettere deuteropaoline (agli Efesini – ai
Colossesi – 2ª ai Tessalonicesi), di cui è discussa la paternità; le tre
lettere tritopaoline (1ª e 2ª a Timoteo – a Tito) probabilmente redatte da
qualche suo discepolo. Quindi delle tredici lettere «parola di Dio» in quanto
«parola di Paolo», forse sei non sono neppure «parola di Paolo».
Comunque
è opportuno che chi ne vuol conoscere la dottrina se le legga tutte, come ho
fatto io, che le ho anche rilette più volte. E la non buona impressione
maturata nel passato è stata in me ribadita. La dottrina del peccato originale
e di Cristo nuovo Adamo è una sua invenzione[47],
come sono sue invenzioni (ed eretiche) quella della giustificazione per la sola
fede[48]
(come asserì Lutero) e della predestinazione[49]
(come Calvino e Giansenio). Non riporto i testi relativi a questi tre
argomenti, per non allungare il mio discorso, già abbastanza lungo. Se qualcuno
in contraddittorio mi vuole contestare sul merito, sono pronto a rispondere.
Ma
quello che più contraddice il carattere apostolico di queste lettere è il loro
stile retorico, pieno di paradossi, antitesi, climax, parallelismi, assiomi,
affermazioni apodittiche, frasi a effetto. Anche in questo caso sono pronto a
rispondere sul merito a chi contestasse questa mia affermazione. Essendo
lettere apostoliche, e quindi pastorali, dovrebbero servire per la catechesi e
la parenesi di Ebrei e pagani, da poco convertiti, del I secolo dopo Cristo,
certamente non tutti dotti, anzi probabilmente meno alfabetizzati dei fedeli di
una nostra attuale parrocchia. Ora vorrei invitare qualche ecclesiastico
esaltatore di queste lettere a leggerle nelle omelie o nella catechesi
integralmente, senza saltare nessun versetto.
Nella liturgia della parola, la seconda lettura è
quasi sempre un brano di San Paolo, accortamente scelto, come la prima lettura
è tratta da un passo dell’Antico Testamento, anche esso accortamente scelto dai
46 libri veterotestamentari.
Anche
questi excerpta qualche volta mi fanno un effetto non proprio parenetico.
Forse
il brano paolino più celebrato e citato è quell’inno alla carità che occupa
tutto il cap.13 della 1° lettera ai Corinzi. Lì, ex abrupto, senza nemmeno dire
che cosa è la carità, questa virtù teologale, intona una lunga esaltazione di
questo carisma:« Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma
non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che
tintinna...E se avessi...E se anche distribuissi...ma non avessi la carità,
niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità, non è invidiosa la
carità, non si vanta, non si gonfia...».
Mi
fermo qui, perché ognuno può leggere questa bella glorificazione nella Bibbia.
Io voglio fare solo due osservazioni. La prima è la contraddizione di questo
testo.
Infatti
in molti altri testi Paolo dice che noi siamo giustificati per la Fede, senza
la quale non c’è salvezza, e che quindi è la Fede la virtù base; qui invece
dice che, senza la carità, niente giova. La seconda osservazione è che
evidentemente egli non ha questa virtù, perché lui «si vanta, si gonfia»
eccome!
Potrei
portare in proposito molte sue affermazioni (sono pronto al contraddittorio),
ma mi limito ai capitoli 11 e 12 della seconda lettera ai Corinzi, che sono
tutte vanterie, gelosia e disprezzo per gli altri predicatori del Vangelo, che egli
chiama ironicamente superapostoli. Li sente come competitori e li indica ai
Corinzi come falsi profeti. Eppure questi competitori che gli fanno ombra
avevano portato il Vangelo anche a Roma. I Romani erano stati evangelizzati non
da lui, ma da altri predicatori; eppure egli scrive la lettera ai Romani quasi
a rivendicare la sua primazia nella dottrina. Lui arriva a Roma solo nel 61,
quando nella capitale c’erano già molti cristiani, non certamente convertiti da
lui.
Chi
non è convinto di quanto io scrivo, si legga tutti e due i capitoli citati, per
conoscere tutte le vanterie che lui elenca, tra cui l’essere stato rapito in
paradiso. Ci tiene a vantarsi, tanto che dice: «ritenetemi pure come un pazzo,
perché possa anch’io vantarmi un poco.» (11,16)
Nella
lettera ai Galati si vanta di aver dimostrato a Pietro che era in errore,[50]
e che lui aveva ricevuto la dottrina direttamente da Cristo,[51]
il quale gli era apparso e gli aveva parlato più di una volta. Non voglio fare
altre citazioni, tenendole in serbo per chi non fosse convinto di quanto dico.
A
qualche lettore sembrerò presuntuoso, perché oso criticare San Paolo, un santo
veneratissimo nella Chiesa sin dai primi secoli, e al quale essa deve gran
parte della sua dottrina. Io contesto la definizione di santità, attribuita
dalla Chiesa a tante migliaia di uomini.
Santo
è soltanto Dio, e attribuire questa perfezione a uomini è un’offesa a Lui.
Infatti proclamare la santità di
qualcuno è una presunzione lesiva della Maestà Divina, alla quale spetta il
giudizio su ogni uomo.
Proclamare
qualcuno santo è un voler imporsi a Dio – ope
legis humanae – e condizionare il suo giudizio, che è certamente giusto, mentre
quello umano è sempre opinabile.
Si
dirà che la Tradizione (con la T maiuscola) ha instaurato nella Chiesa questo
rito di apoteosi. La tradizione è proprio quella che Gesù Cristo condanna,
perché è istituzione umana che fa obliterare la legge di Dio.
“Così
avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione.”(Mt 15; Mc 7)
Nei
primi secoli cristiani era il clero e il popolo romano (in Oriente il clero e
il popolo di Costantinopoli) a proclamare qualcuno santo. In tal modo furono
proclamati santi (in Occidente) tutti i 53 papi che vanno da San Pietro a San
Felice IV, morto nel 530. In seguito non tutti i papi furono santi, e quelli
proclamati tali, lo furono per decreto pontificio.
Per
esempio Celestino V, papa nel 1294, fu proclamato santo nel 1313, in Avignone,
dal francese Clemente V che Dante assegna già prima della morte (1314) alla
bolgia dei papi simoniaci assieme a Bonifacio VIII (morto nel 1303) e a
Giovanni XXII (morto nel 1334), anche lui francese. Anche se quando Dante
scriveva il suo poema Giovanni XXII era ancora vivo, certamente aveva fatto nel
Poeta una pessima impressione, perché era papa sin dal 1316, e Dante lo fa
condannare all’inferno da San Pietro assieme al connazionale Clemente V.
“Del
sangue nostro Caorsini e Guaschi s’apparecchian di bere.” (Par. XXVII, 58-59)
Qualcuno
s’è chiesto come mai Dante osa mettere nell’inferno, tra gli ignavi, San
Celestino. Quando Dante scrisse l’Inferno, la proclamazione di santità non era
ancora avvenuta; avvenne nel 1313, ma a quanto pare il decreto di papa Clemente
rimase per 15 anni chiuso negli archivi avignonesi, e quindi Dante non ne ebbe
notizia. Ma possiamo essere sicuri che, se anche avesse avuto notizia del
decreto, non avrebbe cambiato il suo giudizio né su Celestino ignavo né su
Clemente simoniaco.
Era
troppo sicuro di sé, dei propri criteri di valutazione, e quindi dei suoi
giudizi.
Io
certamente non sono Dante e non posso avere la sua sicurezza di giudizio, ma un
po’ di logica la mastico e, a proposito della santità di Paolo, potrei
impostare un semplice sillogismo.
Ma
prima devo spiegare, per i miei eventuali lettori, certamente non eruditi, che
cos’è il sillogismo. Infatti ho notato che alcuni amici, anche laureati, quando
ho tirato in ballo il sillogismo, hanno candidamente confessato di ricordare
vagamente la parola, ma di non sapere precisamente che cosa sia.
È
una parola greca che significa “ragionamento collegato”, e consiste in tre
proposizioni: se le prime due sono certe e accettate, la conseguenza è
necessaria e ineccepibile.
Il
sillogismo in questo caso dà una certezza matematica, sul tipo delle espressioni:
A=B; B= C;
A=C; oppure A›‹B;
B›‹C; A›‹C;
Dunque
il sillogismo da me proposto è il seguente:
Primum: Chi si vanta non è certamente un santo.
Atqui: Paolo si vanta più e più volte.
Ergo: Paolo non è certamente un santo.
La
verità della premessa maggiore è certa in base alle parole di Cristo nella sua
predicazione, dove inculca sempre l’umiltà e condanna l’orgoglio; tra i tanti
passi evangelici che potrei citare mi limito a due:
“Quando
avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: «Siamo servi inutili.»
(Lc 17,10): «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore.» (Mt 11,29)”
Anche
Paolo attesta la verità della premessa, quando dice nel brano sopracitato che
la carità, virtù più di ogni altra necessaria alla salvezza, “non si vanta, non
si gonfia”.
La
verità della seconda premessa è attestata dalle sue molte vanterie, tra cui gli
interi capitoli 11 e 12 della seconda lettera ai Corinzi, dove si vanta “come
un pazzo” e “da stolto”, come lui stesso ammette.
Se
dunque le due premesse sono accertate, la conseguenza è inevitabile. È anche
vero che Paolo, qua e là nelle lettere, fa anche delle sperticate professioni
di umiltà. Negli stessi capitoli sopra citati egli alle molte vanterie
intercala espressioni di umiltà come quando dice: “non sono in nulla inferiore
a quei superapostoli, anche se sono un nulla.” (12,11).[52]
Certamente
lui non si riteneva un nulla, e quindi siamo davanti a quella umiltà
sbandierata e ammiccante, che volgarmente chiamiamo “pelosa”, mirante a
procacciarsi maggiori lodi, come di persona grande e per di più umile. Infatti,
nel brano citato, subito dopo la dichiarazione di umiltà, afferma: «Certo, in
mezzo a voi si sono compiuti i segni del vero apostolo, in una pazienza a tutta
prova, con segni, prodigi e miracoli.» (12,12)
È
dunque lui il vero apostolo, “con segni, prodigi e miracoli”!
Il
lettore mi dirà: Allora che vuoi concludere? che Paolo non è un santo e non è
andato in Paradiso, dove era salito da vivo?
Non
ho detto questo: riguardo alla santità, ripeto che possiamo chiamare “Santo”
solo il Signore Dio; nessuno degli uomini può attribuire o attribuirsi questo
divino appellativo. Riguardo al Paradiso, penso anch’io che Paolo ci sia salito
anche da morto, perché certamente, col
tempo e con l’età, si sarà purgato della sua vanità, praticando la vera umiltà, quella che ci ha insegnato,
col suo esempio, Gesù “mite e umile di cuore”. (Mt 11,29)
Quello
che non capisco è questa enfatizzazione, questa inopportuna glorificazione
della dottrina paolina, questo continuo invito a leggere le sue lettere, come
se esse fossero il Vangelo di Cristo e il fondamento del Cristianesimo. Chi le
legge tutte e bene, rimane alla fine confuso e stordito davanti a quel
profluvio di parole e di frasi a effetto, con tante vanterie accompagnate
talora da esagerate dichiarazioni di umiltà.
E
poi che dire della “giustificazione per sola Fede”?
Lutero
era un eretico o un seguace di San Paolo?
E
che dire della predestinazione, per cui “ab aeterno” noi siamo stati divisi, da
una parte gli eletti al Cielo, dall’altra i destinati al fuoco dalla Geenna?
Giansenio
era un eretico o un seguace della dottrina paolina?
Il
lettore si chiede: qual è la risposta del Magistero?
Allo
stesso modo mi sembra che non faccia bene la Chiesa a esortare continuamente i
fedeli a leggere la Bibbia tutta, con tutti i 46 libri dell’Antico Testamento
(compresi gli otto rifiutati dagli Ebrei),
come se questa lettura possa servire splendidamente a illuminare le
menti e a convertire i cuori.
Molte
parti dell’Antico Testamento servono soltanto a scandalizzare, con quella serie
di incesti, stupri, vendette postume, tradimenti, azioni orripilanti, uccisioni
crudeli, stermini di popoli, narrati come azioni esemplari e dovute.
È
stato annunciato che Benedetto XVI ha
intenzione di leggere la Bibbia in televisione, e modestamente vorrei proporgli
alcuni passi dell’A.T. che amerei fossero da lui illustrati. Essi sono:
Gn
4, 3-5; 6, 1-7; 19, 5-8; 19, 31-36; intero capitolo 34; 38, 13-18 e 24-26.
Es
20, 5; 32, 19-29; 34, 6-7;
Nm
14, 11-12 e 18; 15, 32-36; 31, 9-18; 33, 50-56;
Dt
5, 9; 7, 1-6 e 16; 20, 16-18; 34, 10-12;
Gdc
3, 16-23; 4, 17-21; 5, 24-27; interi capitoli 19 e 20;
2
Sam 11, 2-25; 13, 1-29;
1
Re 1, 1-4; 2, 5-9; 2, 13-25; 11, 1-13;
Gdt
interi capitoli 10,11,12 e 13(1-10)
Qo
5, 17-19; 7, 26-28; 9, 9
Voglio
fare un’osservazione sul passo Es 34, 6-7, che è uno dei più citati; nella
prima parte piace anche a noi cristiani: “Il Signore passò davanti a lui [Mosè]
proclamando: «Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento
all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore per mille
generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato». Però il
seguito è in stridente contraddizione: «Ma [Dio] non lascia senza punizione, e
castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli, fino alla terza e
alla quarta generazione.»”
Un
Dio “che castiga la colpa dei padri ecc.” non solo non è “misericordioso e
pietoso”, ma è anche ingiusto e vendicativo, perché i figli dei figli sono
innocenti, e punirli è palese ingiustizia e crudeltà. È questa la parola di
Dio?
Anche
nei due ultimi passi del Qoèlet si nota una stridente contraddizione: nel primo
si dice di fuggire la donna, “amara più della morte”; nel secondo di “godersi
la vita con la sposa amata”. Anche qui ci chiediamo: qual è la verità, dov’è la
parola di Dio?
Comunque
tutti i precedenti passi citati, per noi cristiani di cultura medio-bassa, che
possiamo capire (e non sempre) solo il significato letterale, sembrano strani
se non scandalosi. Il papa teologo, con la sua dottrina, e attraverso
un’esegesi che chiarisca i sensi allegorici, morali e anagogici dei vari passi,
ci potrà dimostrare che essi non sono scandalosi, ma parenetici e di cristiana
edificazione.
Io ho sempre aspettato un papa che venisse a
sanare le molte piaghe della Chiesa, e mi sono
sempre augurato che alcuni cardinali, come il belga Danneels e il
tedesco Ratzinger, salissero sul soglio di Pietro, per mettere finalmente mano
a quelle riforme che anch’essi auspicavano assieme a tutti i veri cristiani. Il
cardinale belga, in un’intervista, aveva deplorato la mondanizzazione della
Chiesa, il tedesco la sua istituzionalizzazione terrena.
La
Chiesa è un’istituzione divina, di carattere spirituale, e guai se essa diventa
un’istituzione terrena, una specie di multinazionale del sacro!
Voglio
qui riportare le coraggiose parole del cardinale tedesco:
«Quanti
più apparati noi costruiamo, siano anche i più moderni, tanto meno c’è spazio
per il Signore, e tanto meno c’è libertà. Io penso che noi dovremmo, sotto
questo punto di vista, iniziare nella Chiesa a tutti i livelli un esame di
coscienza senza riserve. A tutti i livelli questo esame di coscienza dovrebbe
avere conseguenze assai concrete, e recare con sé una ablatio [=pulitura a fondo]che lasci di nuovo trasparire il volto autentico della Chiesa. Esso
potrebbe ridare a noi tutti il senso della libertà e del trovarsi a casa
propria in maniera completamente nuova. Ci sono motivi reali per temere che la
Chiesa possa indossare troppe istituzioni
di diritto umano, che diventano poi come la corazza di Saul, che impediva al giovane
David di camminare.»[53]
Perciò
io ho gioito quando nel 2005 è stato eletto papa proprio il cardinale che
auspicava questa pulizia a fondo che
ridonasse alla Chiesa il suo volto evangelico. Oggi non gioisco più, ma la speranza non muore
mai, e noi cristiani siamo “Spe salvi”, e non “re vera salvi”; lo dico
purtroppo e con dolore.
Tornando
alla annunciata catechesi biblica del Papa, è evidente che essa riguarda non il
Vangelo ma l’Antico Testamento. Certamente egli non lo potrà leggere tutto;
escludendo i 150 Salmi, i capitoli dei rimanenti 45 libri dell’Antico
testamento sono, se ricordo bene, 917. Anche a volerne leggere uno alla
settimana, per tutte le 52 settimane di ogni anno, ci vorrebbero più di 17
anni; e poi i 150 Salmi non scherzano, alcuni sono lunghi, il 119 ha
addirittura 176 versetti!
Se
il Papa vorrà fare l’esegesi anche dei Salmi, dovrà impiegare altri tre
anni circa, cioè arrivare, da oggi, al 2028.
Io gli auguro tanta buona salute, ma è irreale aspettarsi questo miracolo di
longevità, anche se a Dio nulla è impossibile. Papa Mastai, che pontificò per
trentadue anni (1846-1878), ed era piuttosto arguto, a chi nelle feste di
compleanno gli augurava “Mille di questi giorni!” rispondeva “Non mettiamo
limiti alla Divina Provvidenza!”
Ma
lasciamo stare le arguzie e le battute spiritose. Andiamo al serio.
Se
il Papa teologo ritiene che quei passi da me indicati (e ne potrei indicare
altre diecine) non possono considerarsi
“tutto e solo”[54]
parola di Dio, dovrebbe avere il coraggio di riesaminare (o far riesaminare
dalla Congregazione apposita) quel documento conciliare, per concludere che la
“Dei verbum” è il Vangelo, che la Parola di Dio, il Logos, il Verbum, è Gesù
Cristo, che l’Antico Testamento rispecchia solo qua e là la Verità di Dio, e
che Jahvè non è certamente il Padre comune di tutti gli uomini, ma solo il Dio
degli Ebrei.
È
noto che gli Ebrei hanno anch’essi il loro bel «Pater Noster», la loro preghiera
quotidiana, quale è riportata nel Deuteronomio, capitolo 6 e versetti 4-9,
conosciuta col nome di Shemàh Israèl,
cioè «Ascolta Israele». La potremmo recitare anche noi cristiani; ma se, in
quella preghiera, andiamo oltre il versetto 9, ci dobbiamo fermare un po’
inorriditi. Infatti leggiamo:
«Quando il Signore tuo Dio ti avrà fatto
entrare nel paese che… aveva giurato di darti; quando ti avrà condotto alle
città grandi e belle che tu non hai edificato, alle case piene di ogni bene che
tu non hai riempito, alle cisterne scavate ma non da te, alle vigne e agli
oliveti che tu non hai piantati, quando avrai mangiato e ti sarai saziato,
guardati dal dimenticare il Signore… perché il Signore che sta in mezzo a te, è
un Dio geloso; l’ira del Signore tuo Dio si accenderebbe contro di te e ti
distruggerebbe dalla terra.» (Dt 6,10-15)
Sicché
a stare a questo testo-preghiera, Jahvè avrebbe guidato Israele a impossessarsi
con rapina a mano armata dei beni
altrui, facendo olocausto dei loro
infelici proprietari, che con tanto sudore se li erano guadagnati.
Questo
accenno al dio degli Ebrei mi induce a parlare brevemente della cosiddetta
“questione ebraica”, oggi molto dibattuta da politici, storici, filosofi e
teologi. Io ne parlerò, come sempre, da uomo comune.
È
una parola greca che significa “interamente bruciato”, e si riferiva nel passato al sacrificio che
sia gli Ebrei sia i pagani facevano talora alla divinità bruciando interamente
sull’altare (o sull’ara) l’animale (ovino, suino, bovino) offerto come vittima
sacrificale.
Infatti
l’olocausto era raro; era il rito più solenne, quello con cui si voleva
impietosire la divinità con quell’immolazione completa. In genere, nei riti
ordinari, si facevano bruciare sull’altare solo le interiora degli animali,
mentre le carni vere e proprie (petti, cosce, lombi) non venivano bruciate, ma
solo arrostite, per servire poi al lauto banchetto sacro dei sacerdoti e
ministranti. Perciò l’olocausto era certamente qualcosa di straordinario, un
vero sacrificio anche per la gola.
Gli
antichi pagani avevano anche altre forme sacrificali, da usare nei casi di vera
emergenza. I Romani allora ricorrevano alla “suovetaurilia”, cioè al sacrificio
contemporaneo di un maiale (sus), una pecora (ovis) e un bue(taurus). Era certamente
un bel sacrificio (economico) per i sacrificanti, specialmente se lo facevano
in “olocausto”, senza poter almeno assaggiare un po’ di quella bella carne che
bruciava sull’ara, la quale aveva al centro un gran fornello (naturalmente a
legna o a carbone di legna.)
I
Greci e altri popoli del Vicino Oriente, in casi di gravissima emergenza,
ricorrevano, per ottenere l’aiuto divino, all’ecatombe, cioè all’uccisione
contemporanea di cento (hekatòn) buoi (bous). Noi crediamo poco a una simile
cerimonia sacrificale,[55]
e forse il termine era una convenzione poetica, cioè una figura retorica, un’iperbole.
Ambedue questi termini, ecatombe e olocausto, hanno oggi ben altro significato,
che ha con quello antico una certa somiglianza,
ed è quindi una delle tante figure retoriche (dette anche tropi o traslati) ed
è chiamata metafora.
Sicché
oggi ecatombe si dice di ogni distruzione, di uomini, di animali e di ogni
altro bene, anche in senso scherzoso (“quel divo ha fatto un’ecatombe di
cuori!”); olocausto si dice ormai soltanto in riferimento allo sterminio di
circa sei milioni di Ebrei perpetrato da Hitler, il folle dittatore che ha
governato la Germania dal 1933 al 1945.
Sono
folli anche quelli che negano o minimizzano questo orrore hitleriano quasi
inimmaginabile, incredibile, ma reale.
Questo
accanimento dei capi nazisti contro gli Ebrei ci appare irreale anche in quanto
irrazionale. Pensare che Hitler continuava a dare la caccia agli Ebrei e a
seviziarli nei lager, con notevole impiego di soldati, mentre le truppe
tedesche già indietreggiavano paurosamente da est e da ovest, incalzate dai
Russi e dagli Anglo-Americani, è veramente “cosa da pazzi”.
Non
sono uno storico o uno stratega; ma mi sento di dire che, se Hitler nel 1941-42
avesse impiegato tutte le sue truppe contro la Russia di Stalin che vacillava,
non perseguitando gli Ebrei, servendosi anzi dell’apporto di essi, con le loro
notevoli capacità intellettuali e operative, forse la Russia nel 1941 sarebbe
collassata e avrebbe chiesto una pace separata, come aveva fatto nel 1917. Probabilmente
la guerra sarebbe finita in quell’anno, perché anche gli Inglesi avrebbero
preferito aderire alla pace, e gli Americani non sarebbero intervenuti in
Europa, pensando solo a combattere in Oriente contro il Giappone che li aveva
sfidati con l’attacco proditorio della base di Pearl Harbor (7 dicembre 1941).
Infatti
la Russia nel 1941 vacillò veramente sotto il poderoso attacco tedesco, anche
perché il suo popolo era scontento del regime staliniano per le sue continue purghe, carceri e gulag, e anche per la
sua ideologica guerra alla religione, con la distruzione delle chiese e
l’imposizione dell’ateismo. Erano scontente soprattutto le popolazioni agricole
bielorusse e ancor di più quelle ucraine, le quali nei primi mesi di guerra
accoglievano i tedeschi avanzanti quasi come liberatori dalla schiavitù
sovietica.
Ma
in quelle regioni occupate i tedeschi, o meglio i nazisti, si dimostrarono
stolti, attuando una politica cinica e spietata, la quale in seguito provocò la
rivolta e la guerriglia.
Fu
invece molto accorto Stalin il quale, mettendo subito fine alla lotta
antireligiosa, chiese e ottenne la collaborazione della Chiesa ortodossa, la
quale aveva ancora molto seguito specie nel ceto medio-basso. La collaborazione
del clero alla resistenza antitedesca fu notevole, e l’unità nazionale ne fu
consolidata.
Il
disegno di Hitler sarebbe forse riuscito se egli, come progettava, avesse
potuto attaccare la Russia già nell’autunno del 1940, subito dopo la resa
francese.
Ma
Mussolini, col suo stolto attacco all’Albania e poi alla Grecia, che fu per noi
una quasi disfatta, costrinse Hitler a intervenire nei Balcani, in Grecia e poi
in Libia a nostro sostegno; e questo intervento richiese molte forze, provocò
molte perdite di soldati e materiali, e gli impedì l’apertura del fronte
orientale nel 1940.
In
certo qual modo l’Italia alleata causò, col suo intervento in guerra, la
disfatta della Germania oltre che la propria rovina. Sia Hitler che Mussolini,
caporali nella prima guerra mondiale, avevano una mentalità da caporali, e agirono non solo da presuntuosi, ma anche
da irrazionali e dissennati. È proprio vero quell’antico detto “Quos Deus vult
perdere, dementat” (Dio toglie il senno a chi vuol mandare in rovina).
Hitler
e Mussolini sono periti miseramente, l’uno suicida l’altro ucciso, e prima
della loro miseranda fine hanno visto infranti i loro sogni di potenza e di
gloria, e hanno anche loro provato la sofferenza. Purtroppo la loro personale
sofferenza è una goccia in paragone all’oceano di dolori che essi hanno causato
a tutta l’Europa, e ai mali arrecati alle loro stesse patrie.
Quando
ho parlato di questi argomenti con qualche amico, quasi sempre costui mi ha
domandato: Se la tua ipotesi si fosse verificata, e la guerra fosse finita nel
1941 con la pace imposta dalla Germania vittoriosa, che cosa sarebbe avvenuto?
Per l’Europa (e per il mondo) sarebbe stato peggio o meglio di adesso?
La
storia non si fa con i se e con i forse, ma io, che ho molta fantasia,
voglio fantasticare un po’ anche su questa ipotetica evenienza, così, pour causer.
La
Germania, padrona di quasi tutta l’Europa (non dell’Inghilterra che si sarebbe
ancora opposta animosamente a Hitler come nell’Ottocento si era opposta a
Napoleone), avrebbe avuto l’onere di organizzarla politicamente, economicamente
e socialmente, anche al fine di fondare un impero coeso e duraturo, come
avevano fatto nel passato i Romani, i quali alla fine dichiararono cittadini
romani, cioè uguali a loro nei diritti, quelli che prima consideravano sudditi.
Una cosa simile sarebbe avvenuta nell’impero germanico, e anche quel folle di
Hitler avrebbe “capito la ragione”, o sarebbe stato eliminato con un complotto
meglio organizzato e motivato di quello del 27 luglio 1944 o comunque sarebbe
prima o poi morto.
L’Europa
sarebbe stata unificata dalla “pax Germanica” come nell’antichità una parte di
essa era stata unificata e organizzata dalla “pax Romana”.
E
ora dovrei rispondere alla domanda cruciale: sarebbe stato meglio o peggio per
la nostra Europa? Non vi scandalizzate e non vi stracciate le vesti, perché ho
già detto che queste mie sono idee “non politicamente corrette”, cioè scorrette
e anche ridicole, oltre che dichiaratamente fantastiche.
Infatti
io, nell’ipotesi da me fatta, dico che per l’Europa sarebbe stato meglio, e
anche per il mondo intero.
Valutando
il pro e il contro in base alla fantasiosa ipotesi, comincio con l’elencare i pro:
-
non ci sarebbe
stato l’olocausto, anzi gli Ebrei viventi allora in Germania e nei paesi da
essa occupati sarebbero stati rispettati e valorizzati con le loro ampie
possibilità e capacità;
-
non ci
sarebbero stati gli eccidi di quattro anni di guerra, le distruzioni di tante
città (vedi Coventry e Dresda), le sofferenze di tante famiglie anche per la
fame;
-
il comunismo
sarebbe crollato in Russia e probabilmente non sarebbe riemerso in altri Paesi
(Cina, Cuba, Cambogia, Etiopia ecc.) causando tante sofferenze e stragi;
-
nell’Europa
Balcanica non sarebbero esplosi i feroci nazionalismi che l’hanno dilaniata;
-
gradualmente
l’imperialismo tedesco, per la forza stessa delle cose, si sarebbe stemperato
in un europeismo egualitario e solidale, come era avvenuto per l’imperialismo
romano. Forse si sarebbe realizzata un’Unione Europea meglio organizzata e più
giusta e coesa di quella che abbiamo oggi.
Per
L’Italia poi, specialmente se essa nel 1940 non fosse stoltamente entrata in
guerra, l’avvenire sarebbe stato infinitamente migliore di quello che purtroppo
abbiamo avuto: guerra perduta, fame, guerra civile, occupazione straniera,
perdita di territorio nazionale.
E
ora valutiamo i contro:
- soggezione
dei popoli occupati; ma, come ho detto, con la fine delle ostilità, con
l’avvento della pace, la soggezione si sarebbe a poco a poco mutata in
integrazione e collaborazione, per il comune interesse. Finite le esigenze
belliche, era interesse dei Tedeschi assicurare ai popoli europei un certo benessere,
anche per averne la collaborazione e assicurare la pace sociale;
- la
perdita della libertà, quella dei popoli e quella degli individui.
La
libertà è certamente il bene a cui gli uomini tengono di più, perché è un
diritto inalienabile della persona umana, dotata dal Creatore dell’intelligenza
e del libero arbitrio. Ma questa libertà ha vari aspetti: quella religiosa è cara a coloro che si pongono
il problema spirituale del senso della vita e dell’aldilà; quella politica a quanti vogliono organizzare
la società in modo equo e solidale; quella economica
a quelli che vogliono intraprendere attività a fine di lucro; quella di pensiero e di stampa a quelli che
vogliono esprimere le loro idee senza censura; quella di potersi fare i fatti propri a quelli, che sono i più, i quali
vogliono gestire il loro privato secondo i loro gusti. Costoro in genere si
interessano poco delle precedenti libertà. Infatti quelli che sono sostenitori
interessati di una determinata libertà, poco si curano delle altre; per esempio,
quelli interessati alla libertà del turismo (anche sessuale), se ne impipano
degli altri ideali libertari.
Certamente
tutte queste libertà sarebbero state o tolte o limitate nella “pax Germanica”;
per esempio, quella religiosa era malvista da Hitler già da prima della guerra.
Probabilmente egli non l’avrebbe contrastata, se il popolo tedesco fosse stato
tutto luterano o tutto cattolico, perché la religione è un valore forte per
l’identità e la coesione di un popolo. Ma siccome vedeva il suo popolo diviso
tra le due confessioni religiose, spesso in lotta tra loro, e vedeva anche che una minoranza culturalmente molto
influente era israelita, egli decise di ostacolare la libertà religiosa, in
nome di una vaga religione dell’Idea, della Patria, della Potenza, dell’Ordine
Mondiale.
Egli
non poteva certamente tornare all’antico paganesimo germanico, al dio Thor e a
tutto l’Olimpo nordico; il popolo tedesco, così imbevuto di filosofia
hegeliana, non lo avrebbe seguito; ma la religione dell’Idea, la quale si
realizzava nel Nazional-Socialismo, poteva essere accolta dai suoi
connazionali, e infatti fu accolta da molti con fanatismo, come un imperativo
categorico.
Ma
anche nel campo religioso, come in quello politico e sociale, il Nazismo, col
tempo, avrebbe dovuto cambiare atteggiamento nel suo stesso interesse; se
voleva consolidarsi e durare, non poteva provocare l’ostilità di tante sette
religiose per un motivo di credo e di
rito. Lo stesso fecero i Romani nel
loro vasto impero: concessero la più ampia libertà di culto, purché si
venerasse, con un tributo anche simbolico, la dea Roma e l’imperatore.
Ma
ora lasciamo da parte ogni fantasiosa ipotesi, a cui ci siamo volutamente abbandonati
per alleggerire il discorso, e torniamo al tema dell’olocausto, non quello dei
sacrifici agli dei, ma quello degli Ebrei capitati sotto le grinfie del Reich.
È
in malafede chi lo nega e anche chi lo minimizza; è stato un crimine non solo
inumano ma, come ho detto, anche stolto, attuando il quale Hitler preparò la
propria rovina.
Sull’olocausto
sono stati scritti numerosissimi libri; io ne ho letto solo alcuni, e tra
questi mi è parso molto interessante quello di Daniel Jonah Goldhagen
intitolato “I volenterosi carnefici di Hitler”. Lo lessi nel 1997 quando uscì
in Italia, e l’ho riletto recentemente prima di scrivere questo opuscolo.
L’assunto
di Goldhagen è che la persecuzione antiebraica non fu solamente un’iniziativa
del Nazismo e un feroce proposito di Hitler, ma che il popolo tedesco tutto (o
quasi) era intriso di odio contro gli Ebrei, e quindi collaborò
volenterosamente alla carneficina organizzata dal Führer. L’autore dimostra il
suo assunto con un documentato apparato critico, con citazioni di testi antichi
e moderni, tra i quali è molto importante Lutero (1483-1546) con il suo scritto
“Degli Ebrei e delle loro menzogne”, che è un attacco al vetriolo contro gli
Ebrei, e ne voglio riportare un passo citato nel libro di Goldhagen (pag.298):
“Ci tengono prigionieri nel nostro paese. Ci fanno lavorare, col sudore della fronte,
a guadagnare denaro e proprietà per loro, e loro stanno accanto alla stufa,
indolenti, flatulenti, ad arrostire pere, a mangiare, a bere, a far la vita
bella e comoda con le nostre ricchezze. Ci sbeffeggiano, ci sputano addosso,
perché lavoriamo, e li accettiamo come inetti signori e padroni nostri e del
nostro regno”.
Anche
il grande Wagner (1813-1883) era imbevuto di cultura antiebraica; per lui
l’Ebreo era “il demone plastico della caduta dell’umanità” (pag.414).
Evidentemente l’uguaglianza “Ebreo=demonio” era affermata dall’intellettualità
tedesca, e non soltanto dal popolo, che attribuiva ai “perfidi Giudei” uccisori
di Cristo ogni nefandezza, e la causa di ogni calamità, come la terribile Peste Nera che desolò gran parte
dell’Europa Centrale nel sec. XVI. Il popolo tedesco, ma anche quello spagnolo,
polacco, russo (specie ucraino) era convinto che gli Ebrei erano i grandi
sfruttatori, i parassiti del genere umano.
I
re “cristianissimi” di Aragona e di Castiglia nella seconda metà del sec. XV li cacciarono dai loro domini, per
compiacere il popolo a loro ostile e anche per appropriarsi dei loro beni.
Allora gli Ebrei, per salvarsi, fingevano di convertirsi al Cristianesimo e
prendevano il battesimo. Ma il popolo li riteneva cristiani falsi e bugiardi e
li chiamava marrani, cioè porci. In
seguito l’Inquisizione di Spagna cercò di smascherarli.
L’antiebraismo
era una cultura particolarmente radicata nell’animo tedesco, e non mente
Goebbels quando nel suo diario afferma: “oggi tutti i Tedeschi sono contro gli
Ebrei.”
Il
popolo ebraico era per loro come una Moby Dick, la mostruosa e terribile
balena, divoratrice di interi vascelli, contro la quale il popolo tedesco,
nuovo capitano Achab, combatteva una guerra senza quartiere e senza pietà, che
doveva terminare con l’uccisione del mostro divoratore di vite.
Secondo
me Goldhagen ha magnificamente dimostrato il suo assunto, che cioè questo odio
covava da secoli nell’animo tedesco. Esso è documentato da infiniti testi, e dimostrato
da tanti fatti orribili, dalla “Notte dei cristalli” (9-10 novembre 1938) in
cui furono distrutte centinaia di sinagoghe e fracassati 7500 negozi ebraici)
alle camere a gas e ai forni crematori di Auschwitz.
Però
il lettore del libro si chiede, alla fine della lunga esposizione di orrori e
di crimini: Come è potuto sorgere e crescere questo rabbioso odio contro gli
Ebrei? Può essere nato solo da un pregiudizio e da una propaganda menzognera? Oppure
ci sono fatti reali, storici, che hanno fatto nascere e poi inasprito questo
proposito di vendetta? Quale è stato il comportamento di questo popolo nella
sua diffusione tra i gentili? Esso si è comportato sempre correttamente o, per
caso, ha offeso e danneggiato i popoli tra i quali si è inserito?
Non
voglio indugiare sui primordi della sua storia, dall’emigrazione di Abramo dalla
Caldea alla terra di Canaan, poi con Giuseppe nella terra d’Egitto, dove crebbe
tanto di numero e influenza da costituire un pericolo per quel popolo, per cui
il Faraone attuò il primo olocausto
del popolo ebraico, ordinando che tutti i neonati maschi dovevano essere
soppressi.
Allora
esso con Mosè emigrò verso la Palestina, lungo la sua lenta marcia di
avvicinamento distrusse i sette popoli che incontrò nel suo cammino e poi ne annientò
altri nella terra promessa; in complesso gli Ebrei fecero olocausto di una
diecina di popoli, in modo da non lasciare in vita alcun essere che respiri, e quindi anche gli animali domestici. Gli Ebrei
attuarono una violenta e cruenta occupazione di terra altrui, con la
giustificazione che Jahvè l’aveva nei primordi assegnata ad essi “dall’Eufrate
al Nilo”.[56]
Questa
diffusione del popolo ebraico è chiamata grecamente diaspora (=disseminazione).
Essa era stata ordinata da Jahvè:
“Dio
benedisse Noè e i suoi figlioli, e disse loro: «Siate fecondi e moltiplicatevi
e riempite la terra.»” (Gn 9,1)
Dopo
la diaspora armata e conquistatrice ci fu quella disarmata, alla ricerca di
mercati e di attività lucrative presso altri popoli. Per esempio a Roma nel I sec. a.C. c’era già
una folta colonia di Ebrei, molto influente non solo nel campo commerciale e
finanziario, ma anche culturale; tanto è vero che Orazio, in una sua satira,
dice di non volersi muovere di sabato per non offendere i circoncisi. Nel I sec. d.C. ci fu la diaspora forzata e cruenta per
la distruzione di Gerusalemme attuata da Tito. (70 d.C.) Gli Ebrei scampati al
massacro si dispersero nel vicino Oriente e quindi, a poco a poco, in Europa
(Spagna, Germania, Polonia, Russia, Balcani). In questi paesi essi si diedero
soprattutto al commercio e all’usura.
In
tutto il Medioevo l’usura nei paesi cristiani fu praticata quasi soltanto dagli
Ebrei, dato che la Chiesa vietava ai fedeli di prestare denaro a interesse, perché
Gesù aveva prescritto:
«Da’
a chiunque ti chiede, e a chi prende del tuo, non richiederlo.» (Lc 6,30)
Ai
cristiani questo precetto era anche più ostico di quello di amare i nemici, e
si guardavano bene dal prestare denaro gratis.[57]
Gli usurai ebrei avevano perciò campo libero alla loro attività. I bisognosi di
prestiti dovevano necessariamente ricorrere ad essi che, forti del loro potere
finanziario, erano tentati di prevaricare
sui cristiani.
Nel
“Mercante di Venezia”, commedia scritta nel 1594 da Shakespeare (1564-1616),
viene presentato l’usuraio ebreo Shylock, il quale per contratto impone al debitore
Antonio di dargli una libbra (circa mezzo Kg.) della propria carne, se alla
scadenza non sarà in grado di restituirgli la somma prestatagli, con tutti gli
interessi maturati. Antonio non poté pagare e avrebbe dovuto dare la propria
carne; ma la cosa finì bene, come l’Autore auspicava; non solo il taglio di
carne cristiana non avvenne, ma la stessa figlia dell’usuraio, Gessica, poté
sposare il cristiano Lorenzo. Lo sposalizio interreligioso e interetnico sarebbe
stato il modo più efficace per una vera integrazione degli Ebrei con i popoli
che li ospitavano. Ma essi evitavano accuratamente ogni mescolanza con altri
popoli, per la tutela della loro razza
e della loro religione, secondo il precetto di Jahvè:
«Non
ti imparenterai con loro, non darai le tue figlie ai loro figli, e non
prenderai le loro figlie per i tuoi figli, perché allontanerebbero i tuoi figli
dal seguire me, per farli servire a dei stranieri.» (Dt 7,3-4)
Quando
nell’età moderna i commerci si incrementarono dopo la scoperta dell’America, e
poi sorsero le industrie, bisognose di grandi capitali, gli usurai divennero
banchieri, assicuratori navali, e gli industriali e gli armatori lavorarono per
accrescere i guadagni dei “signori del denaro”.
In
tempi più recenti e in quelli attuali anche l’attività bancaria e assicurativa,
la quale non è immune da rischi, è stata da loro in gran parte abbandonata a
favore della pura finanza, al dominio
delle Borse, delle monete, dei prodotti base dell’economia mondiale. I loro enormi
capitali finanziari , spostandosi da un prodotto all’altro, da una moneta
all’altra o all’oro, giocando prima al rialzo per vendere, e poi al ribasso per
comprare, accrescono i guadagni di questi grandi gruppi finanziari che dominano
l’economia mondiale, e sono capaci anche di mettere in ginocchio o far crollare
economicamente un intero Paese. Io non fo nomi di società e di trust,[58]
ma gli addetti ai lavori sanno bene di chi parlo.
Col
mio discorso che cosa voglio concludere? Che l’odio, il rancore, l’astio che
altri popoli hanno provato (e talora provano ancora anche se sporadicamente) è
sorto non per puro pregiudizio o per propaganda bugiarda, ma per il
comportamento di parte degli Ebrei, i quali hanno prevaricato su una parte di
Tedeschi, Polacchi, Spagnoli, Russi, Ucraini ecc.
Tra
gli Ebrei ci sono state e ci sono tante brave persone, onesti artigiani,
corretti commercianti, che non hanno mai tentato di prevaricare sui cittadini della nazione ospitante, che hanno
sempre agito con legalità e giustizia. Talvolta anche questi onesti e utili
lavoratori sono stati coinvolti nell’odio maturato contro i correligionari
potenti, i quali hanno cercato solo di sfruttare il lavoro degli altri, e di
dominarli se non altro economicamente.
La
prevaricazione è il “peccato originale”, la tentazione, presente in tutti noi, di
servirci dell’intelligenza e della libertà di agire per usare gli altri come
“mezzi” per il nostro avere-potere-godere, invece che come “fini” verso cui
dirigere la nostra attività fraterna e solidale, in vista di un benessere
equamente distribuito. A questa tentazione gli Ebrei hanno troppo spesso
ceduto.
Nel Settecento e anche nell’Ottocento in
Russia e specialmente in Ucraina, si scatenarono contro gli Ebrei i cosiddetti
“pogrom”, massacri indiscriminati che colpivano non tanto i maggiorenti (che
scappavano in tempo) quanto la gente comune la quale non aveva alcuna colpa. Generalmente
questi eccidi erano provocati da agenti provocatori zaristi, i quali in tal
modo volevano dirigere contro gli Ebrei lo scontento del popolo per la generale
miseria, di cui era invece il Governo il principale responsabile. Ma il popolo ignorante credeva alla
propaganda e si dava al massacro e al saccheggio, anche per appropriarsi di
qualche bene.
Il
valente autore de “I volenterosi carnefici di Hitler” non leggerà mai questo
mio modestissimo opuscolo; ma se per caso qualche ebreo italiano, in Internet,
si imbattesse in esso, io vorrei parlargli così: Caro amico, anche se tu mi
consideri un gentile, cioè un pagano, un incirconciso da evitare, io ti
considero un fratello, perché siamo tutti figli dello stesso e Unico Dio, per
il quale non ci sono popoli eletti e popoli reietti, uomini predestinati a
dominare e altri nati per servire. Noi cristiani ci siamo spesso comportati
male con voi, come talora anche con gli Islamici, e ce ne siamo confessati e
chiesto perdono. Perché anche voi non riconoscete una buona volta i vostri
comportamenti sbagliati, passati e presenti, e state sempre a denunciare i
torti degli altri contro di voi, e mai i vostri torti contro gli altri?
L’olocausto
di 6 milioni di vostri correligionari è un crimine orrendo da non dimenticare;
ma fate anche voi un esame di coscienza per individuare i vostri peccati.
Certamente voi non avete mai commesso in tempi moderni un crimine così orrendo,
ma nei tempi biblici, avete fatto “olocausto” di tanti popoli (almeno una
diecina), e nella vostra Sacra Scrittura ve ne siete anche vantati come di
“missione compiuta” per ordine di Jahvè. Se anche voi farete questo esame di
coscienza e riconoscerete i vostri torti antichi e attuali, come noi cristiani
abbiamo riconosciuto i nostri, forse si potrà arrivare a una convivenza
pacifica e solidale. Non vi chiediamo di abbandonare la vostra religione, i
vostri usi e costumi, le vostre tradizioni, la vostra identità, ma di
abbandonare l’orgoglio di popolo eletto, di popolo diverso dagli altri,
superiore agli altri, quasi una casta
etnica voluta da Dio.
Vorrei
che Daniel Jonah Goldhagen, o un altro bravo e accurato storico come lui,
documenti i torti commessi dal vostro popolo, allo scopo di prenderne coscienza
e di non commetterli più. Questo è l’augurio e lo scopo parenetico del presente
capitolo, e anche del seguente, che ugualmente vi riguarda, non come storia,
ma come attualità.
Se
un famoso opinionista di grido, uno di quelli che scrivono sui grandi giornali,
scrivesse un articolo sul sionismo, in cui sostenesse l’opinione che io sto per
esporre, susciterebbe un coro di proteste e contestazioni, e accenderebbe una
polemica infinita, la quale servirebbe però a dibattere e ad approfondire
l’argomento dal punto di vista storico, ideologico e sociologico.
È
un’ipotesi dell’irrealtà, perché nessun giornalista oserebbe mai esprimere
un’idea politicamente non corretta, rischiando magari il licenziamento dal
giornale e l’ostracismo dal circuito mediatico, il quale è sempre compatto e
solidale nel sostenere le idee politicamente corrette.
Nessuno
scrittore oserebbe sfidare la comunità ebraica, dominante non solo negli USA,
ma in tutta la intellettualità occidentale. Io non ho di questi timori e non
sfido nessuno, ma esprimo modestamente la mia idea, la quale è che il sionismo
è stato un grave errore politico, foriero di tristi conseguenze.
Siccome
tra i miei eventuali lettori ci può essere qualcuno poco informato dell’argomento,
mi sento in dovere di dare qualche notizia preliminare. Sionismo viene da Sion
che è il colle di Gerusalemme dove fu eretto il tempio, e col tempo divenne
sinonimo della città stessa; sicché sionismo significa “movimento fautore del
ritorno a Gerusalemme.” Infatti gli Ebrei erano stati quasi completamente
scacciati dalla loro città santa con la distruzione operata da Tito nel 70 d.C.,
quando i Romani ne fecero una colonia col nome di Aelia Capitolina. In seguito
divenne la terza città santa degli Islamici (dopo la Mecca e Medina). Fu
occupata dai crociati nel 1099 e tenuta fino al 1187, quando fu riconquistata
dai mussulmani. La Palestina fu da allora popolata tutta da Arabi o comunque da
Islamici. Come territorio tolto all’Impero Turco Ottomano, sconfitto nella
guerra 1914-18, divenne un mandato affidato dalla Società delle Nazioni
all’Inghilterra, che amministrò la regione sin quasi alla fine del 1947.
L’amministrazione inglese favorì il ritorno degli Ebrei in Palestina, voluto
dal sionismo.
Questo
movimento era stato fondato da Theodor Herzl (1860-1904) alla fine del sec. XIX
con lo scopo appunto di ricostituire in Palestina lo Stato di Israele, eliminando
gli Arabi o con le buone (acquisti) o con le cattive (attacchi anche
terroristici). A questo scopo fu fondata un’Agenzia Ebraica fornita di
abbondanti mezzi economici, la quale finanziava e organizzava la massiccia immigrazione
degli Ebrei nella loro antica e mai
dimenticata patria.
Alla
fine del mandato inglese, durante il quale l’immigrazione era stata quasi
invadente, gli Arabi reagirono all’occupazione ma furono sconfitti, e lo Stato
d’Israele fu proclamato il 14/5/1948. I Palestinesi ripresero le armi ancora
tre volte, sostenuti dai vicini stati arabi (Giordania, Siria, Egitto) ed
ebbero sempre la peggio; ma questa è storia recente che quasi tutti conoscono,
e non occorre che io la ricordi.
Il
fatto sta che la Palestina è attualmente divisa tra lo Stato d’Israele (20.700
Kmq e circa 7 milioni di abitanti) e l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) non
ancora riconosciuta come Stato dalla comunità internazionale. Il territorio da
essa amministrato è di 6.257 Kmq e circa 3.800.000 abitanti. La capitale,
proclamata dall’ANP nel 1988, è Gerusalemme, cioè il settore arabo (orientale)
della città, con circa 250.000 abitanti, mentre il settore occidentale
(giudeo-cristiano) è la capitale dello Stato d’Israele. Il conflitto
israelo-palestinese, iniziato nel 1947, alla fine del mandato inglese, ha visto
quattro guerre (1948, 1956, 1967, 1973) ed è ancora in corso, con attentati e
missili da una parte e massicce spedizioni punitive dall’altra.
Il
prepotente ritorno degli Ebrei in Palestina è stato, secondo me, un grave
errore politico, perché ha destabilizzato tutto il Vicino Oriente e suscitato
conflitti anche religiosi che possono portare a una deprecata “guerra di
religione”. Il Vicino Oriente, dalla Siria alla Mesopotamia (oggi Siria,
Libano, Palestina, Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Yemen, Iraq) sino
alla Grande Guerra era sotto l’Impero Turco Ottomano, ormai corrotto e in
decadenza, per cui nella regione affioravano già i vari nazionalismi.
Durante quella guerra (1914-1918) l’ufficiale
inglese Thomas Edward Lawrence (il famoso Lawrence d’Arabia) suscitò e guidò
con grande intraprendenza la rivolta araba contro i dominatori turchi, per cui
tutta la regione fu perduta per la Turchia sconfitta, poi smembrata e umiliata
col trattato di Sèvres (10 agosto 1920).
Nella
regione sorsero regni ed emirati indipendenti, mentre vaste regioni furono
affidate dalla Società delle Nazioni, come mandato, alle potenze vincitrici
interessate alla zona: alla Gran
Bretagna l’Iraq, la Transgiordania e la Palestina, alla Francia la Siria e il
Libano.
La
regione si sistemò a poco a poco in un assetto geo-politico abbastanza
ragionevole e condiviso, dato che quegli Stati erano tutti in maggioranza Arabi
(e membri della Lega Araba) e comunque musulmani. Questo assetto geo-politico
fu sconvolto dal sionismo, cioè dal prepotente ritorno in Palestina degli Ebrei
della diaspora, sostenuti finanziariamente dall’Agenzia Ebraica e militarmente
dagli Stati Uniti, dove la comunità ebraica è ricca e molto influente.
Le
quattro guerre a cui ho sopra accennato sono state vinte da Israele ma, lungi
dal pacificare la regione, ha acceso l’odio, il rancore e lo spirito di
rivincita di tutti gli Arabi e anche di tutti i musulmani, dal Marocco al
Bangladesh e all’Indonesia. Ha in parole povere fatto proclamare, di fatto, la
“guerra santa” contro gli Ebrei e contro tutti non-seguaci di Maometto e
non-adoratori di Allah, come è prescritto dal Corano, dove si legge:
«Ma
quando i mesi di riposo sono trascorsi, allora portate guerra ai pagani per
ucciderli ovunque li troviate, catturateli, assediateli, tendete loro agguati
usando ogni stratagemma.»
Oggi
gli Arabi non sono più i poveri abitatori di zone semidesertiche, allevatori di
capre e cammelli, ma i “signori dell’oro nero”, orgogliosi del loro potere e
possessori di enormi capitali.
Tra
gli Stati musulmani il più temibile è l’Iran, che ha giurato la distruzione di
Israele e sta lavorando alacremente alla costruzione della bomba atomica, con
l’intenzione di usarla contro il nemico.
Nella
guerra santa sono, senza loro colpa, coinvolti i cristiani, che una volta,
anche se in minoranza, vivevano pacificamente in molte zone del Vicino Oriente,
rispettosi e rispettati. Oggi invece sono uccisi o perseguitati e devono
scappare in massa per non essere vittime del terrorismo islamico più scatenato
e feroce, quello guidato da Bin Laden, che è stato capace di colpire gli USA
duramente nella loro città –simbolo.
Insomma
il terrorismo che ora ci spaventa e ci
rende, anche in Occidente, tutti insicuri, è stato causato dal sionismo. Se non
ci fosse stato questo prepotente ritorno degli Ebrei in Palestina, il Medio
Oriente avrebbe continuato a vivere quasi pacificamente nel suo assetto ormai
consolidato. Le minoranze cristiane e anche le piccole comunità ebraiche che
ancora sopravvivevano qua e là, avrebbero continuato a sussistere. Perché era
riconosciuta la loro operosità e onestà, ed erano ritenute utili all’economia
di quelle zone.
Ora
la pace e la tolleranza sono perdute, regna l’odio che alimenta il terrorismo
più barbaro e spietato. Che cosa succederà?
Potrebbe
succedere una cosa terribile, la terza guerra mondiale, combattuta con le armi
nucleari, e quindi con la distruzione quasi totale del genere umano.
Facciamo
l’ipotesi che l’Iran, fabbricate le bombe atomiche, le usi per colpire Israele,
o che Israele preventivamente colpisca l’Iran con le sue armi nucleari; non
scoppierebbe la guerra mondiale?
Gli
Stati Uniti interverrebbero in difesa di Israele con le stesse armi, mentre il
Pakistan scenderebbe in campo a fianco dell’Iran.
Allora
l’India approfitterebbe per colpire il Pakistan con le stesse armi, mentre
tutti gli Stati islamici scenderebbero in campo, con i loro più o meno potenti
armamenti convenzionali, al fianco del Pakistan e dell’Iran. Quelli che non
avranno altre armi ricorreranno al terrorismo e agli attacchi Kamikaze.
Probabilmente
interverrebbe anche la Russia, che ha molti conti in sospeso col terrorismo
islamico, e forse anche la Cina che comincia a paventare la stessa minaccia.
Anche
l’Unione Europea, per il legame NATO, dovrebbe scendere in campo al fianco
degli USA, e in questo caso sarebbero impiegati anche gli arsenali atomici di
Francia e Gran Bretagna. Alla fine della generale carneficina e
dell’apocalittica distruzione non ci saranno né vincitori né vinti, ma solo
desolazione e morte.
Tutto
questo per causa del sionismo? Potrebbe essere: talora eventi catastrofici
hanno origine da piccole cause. La Grande Guerra fu scatenata per un duplice
omicidio.[59] Il
lettore ebreo di cui parlavo sopra mi interpellerebbe una seconda volta:
«Ma
che cosa vuoi sostenere? Il ritorno degli Ebrei nella loro patria era non solo
un diritto, ma un dovere morale! È la terra assegnata a loro da Jahvè!»[60]
Certamente
la nostalgia per la patria perduta è un nobile sentimento. Io mi commuovo
quando nel “Nabucco” ascolto il coro degli Ebrei che, sulle rive dell’Eufrate,
rimpiangono con struggente lirismo la patria perduta. Ma i sentimenti, seppur
nobili, non fanno storia. La storia è che gli Ebrei occuparono la Palestina
distruggendo o cacciando una diecina di popoli, ma poi ne furono cacciati loro,
e la terra di Canaan fu rioccupata dagli
antichi abitanti, per i quali era la loro vera patria; quindi il diritto degli
Ebrei alla Palestina non esiste.
Ma
anche se fosse esistito, se davvero la Palestina dai primordi storici fosse
stata abitata da Ebrei, il volerla rioccupare dopo 2000 anni è una pretesa
antistorica. Il riaprire il contenzioso su una proprietà dopo tanti secoli è
anche pretesa antigiuridica. Il diritto di possesso per usucapione è
riconosciuto da tutti i codici civili, in genere dopo solo venti anni; e dalla
distruzione operata da Tito sono passati 20 secoli!
Il
popolo tedesco, sconfitto nell’ultima guerra, ha perduto non solo tutti i territori
occupati, ma anche quelli abitati da connazionali che hanno dovuto penosamente
emigrare verso ovest perdendo quasi tutti i loro beni. Tra questi territori,
occupati dai Polacchi, ce n’è uno
occupato addirittura dai Russi, la Prussia Orientale, con la storica città
anseatica di Königsberg, patria del grande filosofo Immanuel Kant (1724-1804), la
quale è diventata la città del sovietico Kalinin, infatti si chiama adesso
Kaliningrad = la città di Kalinin Michail Ivanovic (1875-1946), collaboratore
di Stalin. Fu ceduta alla Russia il 9 aprile 1945 (Conferenza di Potsdam), cioè
solo 63 anni fa. È certamente per i Tedeschi una cocente ferita, una odiosa
occupazione, perché quel territorio era abitato da Germani; eppure oggi nessuno
in Germania propone di fare una guerra per riprendersi la Prussia Orientale.
Anche noi Italiani abbiamo perduto, per la sconfitta, tutta l’Istria, che già
Dante nel Trecento considerava terra italianissima. (Inf. IX vv. 113-114):
Sì com’a Pola presso del Quarnaro
Ch’Italia chiude e suoi termini [confini] bagna.
Ci
duole che quelle belle città veneziane dell’Istria e della Dalmazia[61]
ora non facciano più parte dell’Italia; ma nessun Italiano vorrebbe fare una
nuova guerra per ritoglierle ai Croati o agli Sloveni che ora le posseggono.
Sono le incresciose conseguenze patite in
seguito a guerre perdute; non si potrebbero correggere se non con altre guerre,
per di più dall’esito incerto.
E
incerto è l’esito finale del conflitto israelo-palestinese, in quanto la partita non si gioca a due (in
questo caso sarebbe stravinta già da tempo), ma fra tanti, col rischio di
provocare una terza guerra mondiale, che diventerebbe anche (quod Deus
avertat!) una guerra di religione; e si sa che le guerre di religione sono le
più crudeli e spietate.
È ovvio che io, nel fare le mie ipotesi, ho
usato molta fantasia e mi sono fatto prendere un po’ anche dall’ispirazione
apocalittica.
Mi
auguro che le mie restino eventualità molto immaginarie, assurde, dette per
provocazione. I potenti della Terra, figuriamoci se leggeranno questo mio
misero scritto! Ma spero e prego che essi personalmente riflettano alle loro
grandi responsabilità, e cerchino una soluzione ragionevole alla questione
palestinese, prima che essa si incancrenisca e degeneri. Certamente oggi gli
Ebrei non possono rinunciare al loro Stato; ormai sono in ballo e devono
ballare; ma dovrebbero fare ogni sforzo per accordarsi con i Palestinesi, per
venire incontro alle richieste dei loro capi moderati concedendo tutto ciò che
è concedibile, in quanto non essenziale per la sicurezza e la dignità dello Stato
Ebraico.
Ho
scritto questo capitolo non per polemica, ma per fare chiarezza sulla questione
ebraica e dimostrare che il sionismo è stato un grave errore politico al quale
occorre urgentemente porre rimedio, con prudenza equità e saggezza.
Comunque
la mia opinione è questa: se non ci fosse stato il sionismo, non avremmo ora (e
chissà per quanto tempo ancora) il terrorismo islamico. È naturalmente
l’opinione non di un opinionista, ma di un uomo comune.
È
anche mia opinione che è stato un grave errore il voler disintegrare l’unità
iugoslava creata da Tito anche se con mano pesante. Infranta l’unità, per voler
a ogni costo dare libertà e democrazia a tutte queste etnie, esse si sono
scatenate le une contro le altre con risorti meschini nazionalismi rudi e
vendicativi, e chissà quando Serbi, Montenegrini, Macedoni, Kossovari,
Bosniaci, Croati e Sloveni, sopiranno i loro inveterati odi e torneranno a
vivere in pace anche dal punto di vista religioso (cattolici, ortodossi,
musulmani).
Infine
è mia opinione che il voler abbattere Saddam Hussein per portare la democrazia
in Iraq è stato un enorme errore. Ora in quella regione musulmani sunniti e
sciiti e anche curdi islamici si sono scatenati gli uni contro gli altri con
violenze e reciproche stragi, per motivi religiosi ed economici (petrolio), e
le piccole incolpevoli comunità cristiane esistenti in Mesopotamia ne hanno
pagato lo scotto. A Mosul sotto il dittatore Saddam vivevano pacificamente
25.000 cristiani; ora sono circa 500; gli altri o scappati o uccisi. Ma il
peggio è che tutta la regione è stata destabilizzata.
Natura
e Fortuna per Dante non sono nomi comuni, ma esseri superiori che hanno
ricevuto da Dio l’incarico di amministrare le vicende umane. Infatti egli dice
che la
“Natura lo
suo corso prende
da divino
intelletto e da sua arte” . (Inf. XI 99-100)
e
che Dio istituì la Fortuna come
“general
ministra e duce
che permutasse
a tempo li ben vani
di gente
in gente e d’uno in altro sangue,
oltre la
difension di senni umani” . (Inf. VII 78-81)
La
Natura, figlia di Dio, (per cui l’Arte, sua figlia, “a Dio quasi è nepote” Inf.
XI, 105) dona agli uomini i suoi doni, distribuendo vari talenti, diversi per
qualità e per quantità, da cui deriva la varietà delle operazioni umane. Però i
talenti dati dalla natura, a chi più a chi meno (a chi cinque, a chi due, a chi
uno solo Mt 25,15), secondo Dante non possono fruttificare se non incontrano un
ambiente favorevole al loro utilizzo e sviluppo.
Questo
ambiente egli chiama ancora una volta Fortuna, ma con un valore semantico molto
diverso da quello esposto prima, un’accezione molto vicina a quella nostra
attuale.
Quando
noi diciamo: “Per riuscire ci vuole anche un po’ di fortuna”, intendiamo
appunto un ambiente favorevole, delle occasioni propizie.
È
ovvio che la famiglia e l’educatore
devono innanzi tutto individuare i talenti posseduti dall’educando, e poi
favorirne lo sviluppo e la resa, cercando di creargli un ambiente favorevole.
Se l’ambiente è sfavorevole o il talento non viene indirizzato nel giusto verso,
il dono di natura viene sprecato.
È
quanto Dante fa dire a Carlo Martello d’Angiò nel canto ottavo del Paradiso:
“Sempre
natura, se fortuna trova
discorde a
sé, come ogni altra semente
fuor di
sua region, fa mala prova.” (139-141)
Ho
fatto questa premessa dantesca, perché mi sembra opportuna: non basta avere
qualche talento e anche buona volontà di utilizzarlo; bisogna anche trovare un
ambiente che ti permetta di operare.
A questo proposito mi torna in mente la
vicenda di Machiavelli, il Segretario fiorentino. Egli col suo talento politico
servì ottimamente e lealmente la Repubblica Fiorentina dal 1498 al 1512; ma fu
estromesso dall’incarico dai Medici, tornati alla Signoria della città in
quell’anno , perché lo consideravano un fautore del partito anti-mediceo; il
che non era vero. Il Machiavelli era un appassionato della politica, uno studioso dei regimi politici, delle
repubbliche e dei principati, un analista di pronto intuito e di sicuro
giudizio. Finché ebbe la fortuna favorevole (regime repubblicano) egli poté
esplicare il suo talento ottenendone piena gratificazione; ma quando la fortuna
gli voltò le spalle (signoria medicea) il suo talento rimase mortificato e lui
ne soffrì molto.
Ricordo
una sua lettera a Francesco Vettori in cui esprime la sua frustrazione per non
poter lavorare a beneficio della sua città, anche nel nuovo governo, con
qualunque incarico, perché per lui quella forzata inerzia era come una morte
civile. In un punto della lettera dice press’a poco : i Medici mi usino in
qualche modo, anche se si tratta di “rotolar pietre”; infatti egli anche con un
umile incarico saprebbe mostrare la sua capacità e lealtà, perché non ama altro
che di servire Firenze.
Ho
tirato in ballo questi due grandi Italiani per giustificare quanto sto per
raccontare a mio riguardo, una storiella di nessun conto, e giustamente Dante e
Machiavelli potrebbero adirarsi contro di me, ma so che non si adireranno,
perché i grandi spiriti sono magnanimi.
Del
resto c’è a mio riguardo il famoso verso di Orazio (Ars Poetica v. 139) che
recita:
“Parturient montes, nascitur ridiculus mus”
cioè:
“Partoriranno
i monti, nascerà un ridicolo topo.”
Chissà
che il Venosino, pagano profeta (i poeti sono vati), non abbia alluso a me,
minuscolo e ridicolo «dicitore» cristiano? L’epiteto di “mus”, riferito a me,
mi piace tanto e mi riempie di orgoglio.
È
comune constatazione che in questo nostro strano e pazzo mondo avvengono tante
cose incredibili ma vere. E ora vengo al racconto, che mi è sembrato opportuno
per chiudere questo opuscolo con qualcosa di leggero e, spero, gradevole. Le
“Idee non politicamente corrette” le avevo chiuse, nella prima parte, con una
novella (I tre anelli), nella seconda con una favola (La zappa di legno).
Quello che sto per narrare non è né favola né novella e neppure storia (potrei
mai essere un personaggio storico?); ve lo racconto come apologo.
Nel
1992, mentre facevo beatamente il contadino in un paese del Sud, fui richiamato
a Roma dai sei figli, i quali reclamavano, in verità, non tanto me, quanto la
cara mamma. Ma io e Rosa eravamo inseparabili, da veri coniugi cristiani, e
perciò venimmo insieme nella capitale. I figli ci avevano preso in affitto un
appartamento in un quartiere di Roma, e quindi capitammo in una determinata
parrocchia. Siccome nel Sud avevo dato la mia opera da buon cristiano sia nella
diocesi (presidente diocesano di Azione Cattolica) sia nella parrocchia
(catechismo, catechesi per adulti ecc.), una volta a Roma volevo continuare a
prestare la mia opera in parrocchia, per rendermi utile e fare anche un po’ di
bene.
Avevo
75 anni e non ero ancora un “rudere” come adesso, camminavo bene con le mie
gambe e guidavo ancora l’automobile.
Sicché,
pochi giorni dopo l’arrivo, una mattina verso le ore 9 mi recai in chiesa e,
dopo la messa officiata da un prete nero, andai in sagrestia, sperando di
trovarvi il parroco. Il nero, quando finalmente capì la mia richiesta, mi
rispose in un italiano molto incerto:
«Parroco…
qui no, andare ufficio parrocchiale… fuori chiesa… a sinistra.»
Uscii
e trovai l’ufficio, dove c’era una donna, seduta a un tavolo con accanto il
telefono.
«Buongiorno,
signora.»
«Buongiorno…
Cosa desidera?»
«Vorrei
parlare col parroco …»
«Per
che cosa?»
«Ecco,
sono in questo rione da pochi giorni, e appartengo a questa parrocchia…»
«E
con questo? che problema?»
«Nessun
problema… Volevo presentarmi al mio pastore, conoscerlo e farmi conoscere…»
«Lasci
stare il pastore… non siamo un gregge di pecore… Il parroco, se lo vuol proprio
vedere, venga domani alla messa delle 8, che è celebrata da lui tutti i giorni
feriali, mentre in quelli festivi celebra solennemente, con diacono e
suddiacono, quella delle 11, che è cantata.»
«Mi
dispiace che alla messa delle 8 non posso venire… ho preso l’impegno di portare
a scuola due mie nipotine, e devo andare a prenderle proprio a quell’ora… Non
potrei incontrare il parroco in altro orario… durante la mattinata?»
«Senta,
lei è forestiero… viene dal Sud… in quei paesi… io lo so perché i miei genitori
erano di Squinzano…»
«Squinzano?
Conosco quel paese…»
«Lei
di dov’è? leccese?»
«Io
veramente sono marchigiano, ma mi sono sposato laggiù, in provincia di
Brindisi…»
«Bene,
volevo dire… che laggiù le parrocchie sono piccole… con poche esigenze… il
parroco ha poco da fare… Quante anime contava la sua parrocchia?»
«Circa
tremila.»
«Questa
ne conta più di ventimila.»
«Sono
tanti… e come ce la fa il parroco?»
«Ha
cinque collaboratori, preti africani o messicani che studiano qui a Roma.»
«Ah,
allora ce la può fare.»
«Lui
si occupa solo dell’amministrazione, del bilancio finanziario che deve
chiudersi in attivo o almeno in pareggio.»
«Capisco…
ma lui dove sta nella mattinata? C’è un altro ufficio… amministrativo?»
«No,
signore; lei non è informato e le debbo spiegare. Il parroco è laureato, oltre
che in teologia alla Lateranense, anche in Psicologia alla “Sapienza” e poi si
è specializzato in psichiatria…»
«Penso
che abbia fatto benissimo… la cura della psiche è la cura dell’animo. Che si
vuole di meglio? E dove posso andare a trovarlo?»
«Ha
uno studio psicanalitico all’EUR…»
«Bene,
qual è l’indirizzo?»
«Ecco,
le do il biglietto da visita, dove c’è anche il numero telefonico, e può prenotare
una visita…»
«Bisogna
prenotarsi… e perché?»
«I
pazienti sono molti… la segretaria-infermiera le deve fissare l’appuntamento…»
«Bene…
telefonerò… ci andrò… lo voglio conoscere…»
«Però,
signore, le debbo una precisazione…»
«E
quale? Non è questo il recapito esatto?»
«Sì,
è questo; ma lì, in quello studio-ambulatorio lui non riceve come parroco… o
pastore come lei dice, ma come psichiatra…»
«E
che differenza fa? Per me va benissimo… anch’io mastico un po’ di psicologia
dato che mia figlia insegna “Psicologia dell’età evolutiva” appunto alla
“Sapienza”.»
«Complimenti…
ma ciò non toglie che in quello studio lei non debba pagare l’onorario della
visita… Va pagato anticipatamente, in anticamera, alla segretaria, prima della
visita.»
«E
quant’è la visita?»
«La
prima 120.000 lire, le successive 100.000»
«Ammappete…
non credevo tanto…»
«Qui
a Roma è l’onorario normale per uno specialista… anzi ci sono quelli che
pretendono di più.»
«D’accordo,
signora, ma io non posso pagare un tale onorario, rinuncio perciò alla visita e
le restituisco il biglietto da visita…»
«Bene,
signore, mi dispiace… Ma, se non sono indiscreta, lei che cosa vuole dal
parroco? Ci sono qui io… posso forse rispondere o prendere un appunto…»
«Ecco,
volevo offrirmi per qualche lavoro in parrocchia, qualcosa di utile, sono un
pensionato, ho del tempo da offrire…»
«Per
fare che cosa… precisamente?»
«Chessò…
fare il catechismo ai bambini.»
«Lei
ha il diploma in Teologia?»
«No,
il diploma non ce l’ho… ma è necessario?»
«Non
è obbligatorio, almeno finora, ma i diplomati nei corsi diocesani hanno
naturalmente la precedenza nell’incarico.»
«Ci
sono tanti… aspiranti catechisti?... che li pagate?»
«Non
li paghiamo… che scherza? Anch’io qui, che mi pagano? Lavoriamo per la
parrocchia…»
«Come
vorrei fare anch’io… per questo venivo… Potrei fare anche la catechesi per gli
adulti… se la fate.»
«La
facciamo, come no? Ma c’è un teologo molto bravo che la fa già da tre anni, e
riscuote successo, specialmente quest’anno con l’esegesi delle lettere di San
Paolo.»
«E
la catechesi per gli sposi? L’ho fatta qualche volta… sono sposato e ho avuto
sette figli… ho una certa esperienza… di rapporto e di educazione.»
«Mi
dispiace, quella non la facciamo… I matrimoni religiosi non sono molti… e se
imponessimo il corso preparatorio, andrebbero a sposarsi in altre parrocchie… o
ad Assisi… a Padova, a Loreto… come molti fanno ugualmente, anche se noi non
facciamo il corso… Che vuole, la grande città ha le sue esigenze… il tempo non
basta mai… per tutto.»
«Capisco.
E se venissi a sostituirla qualche giorno che lei si vuol prendere libero, qui al telefono, per
rispondere alle chiamate, per dare informazioni… naturalmente dopo essermi io
stesso informato bene di tutto…»
«Siamo
tre signore, tutte amiche, che ci alterniamo secondo le nostre esigenze
familiari… siamo ormai ben rodate… E poi, non se la prenda, noi donne, a stare
in segreteria, ci siamo quasi vocate.»
«E
in sagrestia, non c’è bisogno di qualche aiuto?»
«No,
c’è il sagrestano e il vice… e sono pagati, loro, naturalmente.»
«Mi
volevo offrire per sonare le campane, ma certamente lo faranno i sagrestani.»
«No,
nemmeno loro, c’è un congegno elettronico.»
«E
per servir messa? La so servire… anche quella tridentina, in latino… Sono stato
in seminario…»
«Abbiamo
tanti piccoli ministranti, ragazzi e ragazze, e anche molti aspiranti… da
qualche mese.»
«Come
mai tutto questo entusiasmo, qui a Roma? Ormai i piccoli ministranti… i
chierichetti bisogna andarli a cercare… anche nei paesi, dove una volta era
quasi tradizione familiare.»
«Il
fatto è che il nostro parroco, che ha delle amicizie in RAI, ha avuto la
promessa che ci sarà prima o poi la trasmissione della messa domenicale delle
11 dalla nostra parrocchia; e quindi apparire nella televisione nazionale
attira i ragazzi, che sono anch’essi ripresi… Anzi, a questo proposito, forse
potrei proporle una cosa… Il coro della parrocchia si sta organizzando e
preparando sotto la direzione di un valente maestro, il quale mi ha detto
giorni fa che i coristi maschi sono pochi… se lei ha una voce adatta… potrebbe
entrare nel coro… che farà la sua bella figura…»
«Purtroppo,
signora, non ho voce da corista, sono anzi un po’ stonato… Volevo rendermi
utile, servire a qualcosa anche nell’incarico più umile… nel servizio di Dio
non c’è nulla di umiliante… Potrei offrirmi per la pulizia e il riordino della
chiesa, specialmente il lunedì mattina, anche se per questa necessaria
incombenza ci saranno molte pie donne, e loro sono certamente più adatte…»
«Ah,
le pie donne, voleva dire le bizzoche… ma non servono neppure loro, se pure
esistono… Abbiamo il contratto con una ditta delle pulizie… specializzata per
le chiese parrocchiali, raccomandata dal Vicariato, ditta molto seria, della
quale il parroco è pienamente soddisfatto.»
«Va
bene, signora, ho capito tutto, che cioè non posso servire a niente, e tolgo il
disturbo; le ho fatto perdere un bel po’ di tempo e me ne scuso… Buona
giornata.»
Mi
alzai per andarmene, ma la brava signora, accortasi della mia delusione, disse
quasi per consolarmi:
«Non
mi ha fatto perdere del tempo, signore. Vedo che lei è molto bene intenzionato…
Ecco… mi dia il suo indirizzo e il numero telefonico… Cercherò di parlare col
parroco, forse lui le telefonerà. E per ogni necessità… per esempio se è malato
e vuole la santa Comunione, basta che telefoni al numero che le do… abbiamo una
diaconessa addetta a portare le ostie consacrate nelle case.»
Presi
il biglietto, ringraziai e uscii, veramente un po’ giù di morale: io che mi
credevo utile a qualcosa, vedevo che non servivo a niente. Però non mi
rassegnai; volevo conoscere questo parroco psichiatra, conoscere la sua filosofia pastorale, parlarci un po’ ma
senza pagare. Siccome si avvicinava la Pasqua, ed era cominciata la benedizione
delle case, sperai che a benedire la mia venisse proprio il parroco. Venne
invece un prete congolese col quale potei a stento scambiare qualche parola, perché
lui ripeteva: “Io non capire… io poco Italia”.
Siccome
il venerdì e il sabato santo nelle parrocchie sono aperti tutti i confessionali
(nella mia ce ne sono cinque) per le confessioni pasquali in ottemperanza al
terzo precetto della Chiesa (Confessarsi almeno una volta all’anno e
comunicarsi almeno a Pasqua), nella mattina del sabato santo mi recai per tempo
in parrocchia, sperando che in uno dei
cinque confessionali ci fosse il parroco; ma non c’era, e fui benignamente
assolto dei miei peccati da un prete messicano meticcio, che però masticava
l’italiano un po’ meglio del congolese.
Vedo
che mi sto dilungando troppo e taglio altri particolari. Insomma dopo qualche
altro tentativo andato a vuoto, rinunciai al mio intento di parlare col parroco
e mi rassegnai alla “fortuna” dantesca, “general ministra e duce”.
Dopo
quattro o cinque anni la mia artrosi si aggravò e cominciai a camminare con un
bastone e anche con difficoltà; ormai non potevo servire proprio a niente fuori
casa, per cui non accompagnavo più le mie nipotine a scuola. In casa dovevo
accudire a mia moglie malata di Parkinson e piagata dai decubiti, e non tentai
più di contattare il parroco. Nel 2000 mia moglie salì al cielo, e io fui un
po’ più libero in casa, ma inservibile fuori come parrocchiano. Perciò mi
dedicai a scrivere qualche opuscolo di carattere religioso.
Nel
2004 venni a sapere che avevamo un nuovo parroco; mi augurai che fosse più pastore del precedente; sperai che per
la benedizione pasquale venisse proprio lui, ma venne il solito prete africano.
Nella primavera del 2005, nel pieghevole messo nella mia cassetta delle lettere
per annunciare la visita pasquale, lessi parole accattivanti, che mi piacquero:
“Alla porta della vostra casa, come ogni anno, busserò nei prossimi giorni anch’io,
vostro Parroco… Nella gioiosa attesa di potervi incontrare tutti, soprattutto
coloro che soffrono nel corpo e nello spirito per la malattia, la solitudine o
la povertà… vi saluto con grande affetto e vi benedico nel nome del Signore.”
Queste
parole facevano sperare una visita personale del Parroco (forse toccava a lui
la nostra via), e io mi proposi di dargli, con la mia offerta annuale per la
parrocchia, anche l’opuscolo “Il problema del male” che avevo scritto da poco.
Nel timore che non venisse lui, preparai una lettera di accompagnamento da
consegnare al prete che sarebbe venuto. Come temevo, venne un sacerdote mulatto
colombiano, al quale consegnai l’offerta, l’opuscolo e la lettera già
preparata, nella quale pregavo il parroco di dare uno sguardo al mio opuscolo
per rilevarne eventuali errori teologici o morali; gli davo anche il mio numero
telefonico.
Mi
aspettavo qualche riscontro, ma per mesi e mesi assoluto silenzio. Allora
provai io a telefonare a lui, ma o non c’era (diceva la segretaria) o si faceva
negare; ma una volta rispose lui.
«Pronto»
(era una voce bassa e quasi annoiata)
«Parlo
col signor parroco?»
«Sì
col parroco… Lei chi è?... che desidera?»
«Sono
Bruno Camaioni, un suo parrocchiano, abito in via…»
«Ebbene…
che desidera?»
«Ecco…
nella benedizione pasquale avvenuta il 1° aprile, io detti al prete colombiano,
per lei, un opuscolo accompagnato da una lettera…»
«Un
opuscolo? che opuscolo? di chi?»
«Un
opuscolo mio, in cui cerco di dare una spiegazione… cristiana al problema del
male. Siccome lei non ha risposto alla lettera e neppure telefonato, ho
sospettato che forse il colombiano non le abbia consegnato né plico né lettera,
dato che l’offerta l’avevo inclusa nella lettera alla di lui presenza…»
«No,
no… Quel prete è onesto… Mi faccia un po’ vedere… tra tutte queste carte… che
arrivano da ogni parte…»
«Guardi
pure, reverendo… io attendo… non ho fretta, ma vorrei proprio sapere se
quell’opuscolo le è giunto o no.»
«Sì,
l’ho trovato… mi è giunto… Sì, il problema del male è un problema… grosso… su
cui il cristiano dovrebbe riflettere… Mi era sfuggito… ma ora cercherò di
leggerlo… Poi la chiamerò… mi dia il suo numero.»
«Sta
nella lettera, comunque glielo ripeto, eccolo…»
Tirai
un sospiro di sollievo: l’opuscolo era giunto, e anche la lettera (con
l’offerta), altrimenti il parroco me l’avrebbe detto.
Questa
volta aspettai a lungo la telefonata, ma con piena fiducia: il parroco me
l’aveva promessa, mi aveva anche chiesto il numero di telefono. Invece passò
l’anno e non giunse né una telefonata né una lettera .
Di
questa cosa un po’ strana parlavo spesso con la mia infermiera, la quale era al
corrente di tutto sin dall’inizio, e lei una volta mi disse:
«Perché
non le scrive lei; una bella lettera?»
Seguii
il consiglio, scrissi la lettera, ma volli fare di più. Dentro la lettera
inserii una busta (più piccola) con sopra il mio recapito e col francobollo
appiccicato. Questa bella trovata la facemmo insieme, io e l’infermiera, la
quale poi spedì la lettera. Aspettavamo di giorno in giorno il ritorno della
nostra busta indirizzata e affrancata, magari anche vuota; sarebbe stato almeno, per noi, il segno del
ricevimento.
Sono
già passati più di due anni, e nulla è arrivato: né segno di ricevimento né
telefonata né alcun altro segnale.
Questa
è la cosa incredibile, ma purtroppo vera, che mi è capitata; cioè di non aver
potuto in 16 anni incontrare il mio parroco. Non è curiosa come tante altre
cose incredibili, ma forse anch’essa ha una sua morale. Ve l’ho raccontata come
apologo, e l’insegnamento morale è tutto per me, per inculcarmi la vera umiltà.
Io pensavo di essere un qualcuno, di saper
fare qualcosa di buono, e invece no. Forse il parroco è stato ispirato da Dio
nel suo comportamento, e ora ho finalmente capito che io sono un nulla, un
nessuno, e che solo Dio opera e salva, e non ha bisogno di noi, perché Lui è il
Tutto; noi “siamo servi inutili”. (Luca, 17,10)
È
però anche vera l’opinione di Dante, che la Natura senza la Fortuna “fa mala
prova”, e anche quella di Machiavelli che non basta la virtù (politica o militare o altra), ci vuole anche la fortuna.
Cesare
Borgia, il duca Valentino, aveva tanta virtù terrena (era l’emblema del
Principe), ma quando fu abbandonato dalla fortuna (dopo la morte del padre,
papa Alessandro VI) cadde miseramente.
Per
noi cristiani è il Giudizio Divino, per i non credenti è la Nemesi storica. Io,
nel mio nulla, mi affido alla Divina Pietà.
Roma,
Epifania 2009.
[1] Bibbia Emmaus, Edizioni San Paolo, 1998, p. 2229.
[2] Le citazioni sono circa 195 dalla Bibbia e 40 da documenti conciliari o encicliche.
[3] Carducci, Idillio Maremmano, v. 43.
[4] Idem, v. 40.
[5] Idem, vv. 38-39.
[6] Fu per lui come un ritorno alla fiduciosa
semplicità dell’infanzia, quando a soli 13 anni aveva composto il commovente
sonetto «A Dio».
[7] La ginestra, vv. 124-125.
[8] «Ho
perduto tutto: sono un tronco che sente e pena.» (Agli amici di Toscana)
[9] Leopardi si sentiva incompreso dai concittadini, certamente molto provinciali e gretti, e in una lettera al Giordani del 30 aprile 1817, dice di non voler più vivere «in una tana».
[10] Nell’ultima lettera al padre (27 maggio 1837) egli scrive: prego i familiari tutti «a raccomandarmi a Dio, acciocché… una buona e pronta morte ponga fine ai miei mali.»
[11] Ne parla anche Dante: «Democrito che il mondo a caso pone» (Inferno, c. IV, v. 136).
[12] San Pietro dice di papa Caetani: «usurpa in terra il luogo mio… che vaca» e ha ridotto la Chiesa di Roma una «cloaca del sangue e de la puzza» (Paradiso, c. XXVII, vv. 22-26.
[13] Inf.,
c. XIX, v. 108.
[14] Par.,
c. XXVII, v. 63.
[15] Par.,
c. I, v. 1.
[16] Par.,
c. XXXIII, v. 145.
[17] Gb 42, 12 ss.
[18] Versi 113-114
[19] Tra questi quello che ha suscitato più scalpore è “Il Vangelo di Tommaso” il quale non parla della vita di Gesù, ma ne riporta 114 detti segreti, dei quali alcuni collimano coi Vangeli sinottici, altri sono strani ed enigmatici. Come esempio ne riporto due: «Chi conosce il padre e la madre sarà detto figlio di una prostituta.» (105) «Guai alla carne che dipende dall’anima. Guai all’anima che dipende dalla carne.» (112)
[20] Accanto ad Adamo, Dante non nomina Eva, ma non si creda che non la consideri salva; anzi in Paradiso (c. 32, vv. 4-6), dice che essa sta subito dietro la Madonna.
[21] Inf.,
c. 4, vv. 55-63.
[22] La pone infatti nel Paradiso Terrestre, accanto alla sorella Rachele, dimenticandosi di aver già mandato costei al Paradiso Celeste. Cfr. Purg., c. 27, vv. 100-108.
[23] Par.,
c. 33, v. 142.
[24] Par.,
c. XXXIII, vv. 116-120.
[25] Par.,
c. XXX, vv. 130-132.
[26] Inf., c. XIX, vv. 52 ss.
[27] Par. c. XXX vv. 133-138
[28] Piccola valle, formata dal torrente Cedron, tra Gerusalemme e il vicino Monte degli Ulivi.
[29] Inf., c. VII, vv. 106-108.
[30] Inf.,
c. XIII, vv. 105-108.
[31] Par.,
c. XXX, vv. 30-32.
[32] Inf.,
c. V, vv. 100-105.
[33] Gn 3,3.
[34] Gn 2, 9-17.
[35] Catechismo della Chiesa Cattolica, p. 115.
[36] Rm 5, 18.
[37] Gn 2, 7.
[38] Gn 2, 21-22-
[39] Gn 2, 2.
[40] Gn 3, 14-19.
[41] Lc 9, 23.
[42] Mt 11, 28-30.
[43] Lc 12, 32.
[44] Lc 18, 8.
[45] Filosofo francese (1300-1358 ca).
[46] Di questa piccola provincia dell’Asia Minore era stato proconsole dal 51 al 50 a.C. Cicerone, che la governò con onestà esemplare. Cosa assai rara a quei tempi in cui quasi tutti i governatori di province cercavano di arricchirsi, anche quelli che poi moraleggiavano negli scritti come Sallustio Crispo che in Numidia (dal 46 al 44 a.C.) accumulò enormi ricchezze.
[47] Rm 6,12 ss
[48] Rm 3,28
[49] Rm 8,29. In questo capitolo egli afferma che « lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili». Cosa vuol dire?
[50] Gal 2,11 ss
[51] Gal 1,11-12 1,15-17
[52] La dichiarazione è anche contraddittoria. “Non sono in nulla inferiore a quei superapostoli” è affermazione di orgoglio; “anche se sono un nulla” è affermazione di umiltà.
[53] Marco Tosatti – Il dizionario di papa Ratzinger – Baldini Castoldi Dalai 2005 – pagg. 29-30
[54] Dei verbum n.11
[55] Dove trovare cento buoi in quelle regioni piuttosto povere?
[56] Gn 15, 18-21
[57] Dire a un (presunto) nemico: «Io ti amo come un fratello» non costa niente; dire a un vero fratello (in Cristo): «Ecco la somma che ti occorre; me la restituirai quando potrai, e se potrai» costa troppo al sedicente cristiano.
[58] Obtorto collo uso questa parola straniera, per farmi ben capire, poiché in Italiano non abbiamo il termine adeguato per indicare questi Leviatan moderni.
[59] L’uccisione dell’erede al trono austriaco Francesco Ferdinando e della moglie, compiuta a Sarajevo il 20 giugno 1914 dal serbo Gavrilo Princip.
[60] Gn 15, 18-21
[61] Abbiamo a stento conservato Trieste, con un piccolo retroterra e un esile cordone ombelicale con la Madre Patria; abbiamo perduto, oltre Pola, Capodistria, Fiume, Zara; anche Sebenico, (patria di Niccolò Tommaseo), Spalato, Traù e Ragusa erano abitate da Italiani.