Bruno Camaioni

E
Riflessioni
di un credente
Opere di Bruno Camaioni
Notizie sull'autore
Bruno Camaioni è nato a
Grottammare (AP) nel 1917, si è laureato in Lettere all'Università di Roma nel
Uno di costoro, ritenendo che esse siano interessanti e anche formative per i valori che inculcano, ha preso l'iniziativa di metterle man mano in rete, affinché chiunque le possa leggere liberamente e senza spese.
Solo la sua autobiografia, scritta per insistenza dei figli, non sarà per ora resa nota, per ovvi motivi di discrezione. Dopo la sua morte anch'essa sarà messa in rete, per chi vorrà conoscere meglio quest'uomo che intendeva restare ignorato.
Note sul diritto d'autore
Delle opere pubblicate di Bruno Camaioni ne è consentita la copia e la distribuzione gratuita, su qualsiasi supporto, preservandone l'integrità (inclusa la presente dicitura) e citandone l'autore.
Opere attualmente disponibili in rete (anche attraverso eMule Adunanza Fastweb):
(*) Opere depositate ad aprile 2005.
In copertina ritratto di Papa Alessandro VI.
Papa Giovanni XXIII sentì che nella Chiesa qualcosa non andava bene, che occorrevano delle riforme per adeguare l’azione della Chiesa alle necessità del mondo moderno, sempre più dominato dal materialismo e dall’edonismo e sempre più sordo ai richiami religiosi.
Il Concilio Vaticano II ha elaborato e approvato svariati documenti dottrinali, ma in definitiva ha varato una sola riforma, quella liturgica (con l’adozione delle lingue nazionali al posto del latino), riforma ormai necessaria e che pure suscitò opposizioni e scissioni da parte dei tradizionalisti.
Paolo VI comprese che nessuna sostanziale riforma era stata attuata, ma si rese anche conto della difficoltà dell’impresa, vedendo che le cose da riformare erano tante, che esse toccavano la struttura stessa della Chiesa, e temette che, toccando qualcosa di questa struttura, si provocasse un effetto «domino» dalle conseguenze non immaginabili e non controllabili. Egli era rimasto turbato dalla ribellione che la semplice (e ragionevole) riforma liturgica aveva provocato in una parte dell’episcopato. Anche la riforma del calendario ecclesiastico e delle feste dei santi, come anche la variazione territoriale delle circoscrizioni diocesane, con i relativi accorpamenti, aveva provocato infinite proteste e malumori. Infatti gran parte dei vescovi e anche molti cattolici erano troppo attaccati alla logica di potere, e temevano ogni mutamento, come potenziale inizio di una reazione a catena che avrebbe portato al caos.
Perduto il potere temporale nel 1870, i papi non si erano affatto rassegnati a essere solo capi spirituali, e finalmente con i Patti Lateranensi dell’11 febbraio 1929 avevano riavuto uno Stato di diritto internazionale, del quale il Papa è il sovrano assoluto. La piccolezza del territorio non toglieva nulla alla sua possibilità di agire in campo mondiale per accrescere la sua «visibilità» terrena, e acquistare sempre maggiore prestigio internazionale. Paolo VI, che da cardinale, in una conferenza dell’11 ottobre 1962, aveva dichiarato che nel 1870 il Papato era stato «sollevato dal potere temporale», riconoscendo in esso un peso e un fattore di corruzione, non poteva non vederlo, ai suoi tempi, di nuovo «oberato» dal potere terreno, e perciò spesso ostacolato nella sua missione spirituale, che infatti diveniva sempre meno incisiva, sempre meno creduta, perché troppo in contrasto con l’insegnamento e l’esempio di Cristo.
Però Paolo VI, pur comprendendo e soffrendo questa situazione negativa della Chiesa, non ardì alcuna iniziativa riformatrice, limitandosi a gestire l’esistente nel modo più prudente, sempre nel timore di sbagliare.
Non ebbe questo timore Giovanni Paolo I, il quale aveva chiaro il disegno di tutte le cose da riformare: era uno spirito semplice e fiducioso, che sperava di poter in pochi mesi attuare molte riforme, una dietro l’altra, con lucido e logico disegno.
Egli non veniva dai cardinali di Curia, dal Governo centrale; era un vescovo diocesano, uno che conosceva i problemi dei fedeli, ed era abituato a risolverli con tempestività, competenza ed efficacia, come vero pastore. Ingenuamente (dobbiamo pur dirlo, ma in suo onore, perché è l’ingenuità evangelica) egli credeva di poter risolvere allo stesso modo i problemi della grande diocesi universale. Egli però scomparve dopo soli 33 giorni di pontificato, e io non mi chiedo perché e come. Se qualche lettore se lo chiede e ne vuol sapere qualcosa di più, si può leggere il libro di David Yallop – In nome di Dio – Edizione CDE Milano 1987. In esso la vicenda di Papa Luciani è raccontata diffusamente, e la tragica fine è attribuita a un complotto ordito da quelli che temevano appunto di perdere, col potere terreno della Chiesa, anche il proprio predominio, in Vaticano e fuori. C’è dunque chi ha scritto il perché e il come, ma io non voglio esprimere alcun giudizio in proposito.
Tuttavia la nomina del successore Giovanni Paolo II, se non altro per il nome assunto, fece sperare che le sospirate riforme abbozzate da Giovanni Paolo I finalmente sarebbero state affrontate, progressivamente e con prudenza.
Purtroppo, dopo 26 anni del suo pontificato, dobbiamo riconoscere che nulla è stato fatto nel senso sperato dai fedeli, cioè di una Chiesa povera e veramente evangelica, vicina ai fedeli e alle loro necessità.
Anzi in questi ultimi decenni la Chiesa ha accentuato la sua burocratizzazione, la sua organizzazione amministrativa e gerarchica, e quindi il suo allontanamento dalle necessità dei fedeli, dalla predicazione viva del Vangelo nelle strade, nelle case, a contatto con la gente e con i loro bisogni. Contemporaneamente la Chiesa ha accresciuto il suo prestigio nel mondo, facendosi presente all’ONU e in tutti i consessi internazionali; il Papa trionfava nei suoi innumerevoli viaggi, richiamava moltitudini acclamanti, e radunava intorno a sé milioni di giovani entusiasti in ben organizzati e pubblicizzati raduni periodici. In tal modo si è dato avvio alla «spettacolarizzazione» della religione, col suo folklore, le sue bandiere, i suoi striscioni, i suoi slogans, le sue ritmiche e assordanti ovazioni. Questi spettacoli piacciono molto sia alle televisioni, che li riprendono per ore e ore, ottenendo un buon ascolto, e quindi un incremento pubblicitario, sia a quei cattolici che vedono in queste manifestazioni un trionfo della loro religione, che invece è ormai ridotta a mero spettacolo per riempire a buon mercato il palinsesto delle varie reti televisive.
Inoltre il Papa polacco è stato anche osannato quale vindice della libertà occidentale, come il titano che ha dato la spallata al muro di Berlino e fatto crollare il comunismo.
Eppure la celebrazione dei media non mi toglieva la profonda sensazione che tutto questo trionfalismo fosse sbagliato e non andasse nella direzione evangelica, cioè della salvezza delle anime; e quindi sentivo il desiderio di esporre quanto penso in merito (io e molti altri credenti), allorché un’ intervista mi ha incoraggiato a farlo.
Capitolo I - Il Cardinale Danneels
Nella rivista “30 Giorni” n. 12 del 2003 ho letto un’interessante intervista del Cardinale belga Danneels al giornalista Gianni Valente. Al giornalista che gli fa osservare che il «profilo esteriore della Chiesa si è rafforzato» il Cardinale risponde: «In questo, in realtà, vedo una mondanizzazione della Chiesa.»
Quindi lamenta la burocratizzazione non solo della Curia, ma anche dei vescovi e arcivescovi, che vengono spostati da una sede a un’altra come funzionari o generali a cui vengono affidati comandi più importanti, con relativo aumento di grado. Invece, secondo il Cardinale, un vescovo dovrebbe rimanere nella sua diocesi iniziale per poter conoscere bene e pascere meglio le anime che gli sono state affidate, in un rapporto sempre più stretto e personale.
Anche la produzione abbondantissima di documenti pontifici (encicliche, lettere apostoliche, atti dei sinodi, ecc.), che da molti è ritenuta stoltamente indice di attività pastorale, è dal Cardinale aspramente stigmatizzata:
«C’è questo… fiume di carta infinito. Siamo inondati ogni giorno da documenti lunghissimi, istruzioni, vademecum. Una pioggia di pronunciamenti che provengono dai dicasteri romani…»
Questo Papa ha infatti scritto ben 14 encicliche, tutte molto lunghe (Evangelium vitae paragrafi 105 – Veritatis splendor par. 120), veri e propri centoni di passi della Bibbia, dei padri della Chiesa e dei precedenti concili, nelle quali la semplice verità evangelica viene talmente rimasticata, da risultare alla fine quasi incomprensibile.
E poi ci sono le numerose lettere apostoliche, le precisazioni dottrinali, le relazioni delle varie commissioni sui diversi problemi, che invece di essere risolti sul campo, pastoralmente, vengono trattati teoricamente e molto verbosamente in questi atti ufficiali. Infatti ormai l’attività pastorale viene misurata non sul numero delle anime salvate, ma sul numero delle pagine pubblicate. Guai se una relazione è di poche pagine! Sarebbe segno di poca serietà e dottrina, di semplicismo e superficialità. Questo è un macroscopico difetto di tutta la cosiddetta “civiltà” contemporanea, che è la civiltà dell’immagine e della parola, le quali sono dominate e come imposte dall’industria consumistica audiovisiva e editoriale.
Anche nella scuola avviene lo stesso fenomeno: il merito di un docente, nei concorsi e nelle promozioni, viene derivato dalle “pubblicazioni”, che nessuno legge, e sono valutate a peso, cioè dal numero delle pagine.
Nell’amministrazione della giustizia avviene la stessa cosa: non basta per un giudice o per una giuria dire «il tale è stato riconosciuto colpevole del tale reato, e quindi condannato a tot anni di carcere»; no, bisogna stendere una lunga relazione per ripercorrere tutte le fasi del lungo processo, spiegando tutte le motivazioni della sentenza, come se tutto ciò non fosse stato già evidenziato dal dibattito in aula.
Questa relazione (del tutto inutile, perché l’enunciato della sentenza aveva già, sinteticamente, detto quanto si doveva dire) occuperà il giudice (o i giudici) per vari mesi, sottraendolo al suo lavoro vero e proprio. E se la relazione fosse breve e pubblicata dopo breve tempo, la difesa avrà buon gioco ad affermare che è affrettata e superficiale come il giudizio che vuol motivare. Sicché il numero delle cartelle è il criterio di validità!
Il Cardinale belga indirettamente e velatamente (è pur sempre un porporato!) fa notare la contraddizione tra i vescovi (che vanno in pensione a 75 anni) e il papa che non va in pensione mai, anche se il suo compito è tanto più impegnativo, ed egli è evidentemente invalido e gravato dal peso degli anni e dei malanni.
Danneels conosce bene le motivazioni delle due situazioni contraddittorie: i vescovi vengono mandati a casa perché si devono nominare altri vescovi (altrimenti la carriera sarebbe inceppata), mentre il papa può rimanere, perché occupa un solo seggio, il più alto ma anche piuttosto difficile; e poi un papa disabile non può far ombra a nessuno, perché farà quello che vorrà la Curia, cioè la sua corte.
Anche la norma per cui i cardinali, compiuti gli 80 anni, cessano di essere elettori del futuro papa, è strana, perché l’eletto potrebbe essere anche ultraottantenne (non è vietato); ma il motivo della norma è chiaro: si vuol consentire la nomina di altri cardinali, per completare il numero dei cardinali elettori.
Dunque anche questa novità obbedisce a motivazioni carrieristiche, che sono state avallate dalla gerarchia perché convenienti, se non a tutti, certamente alla maggioranza di quelli che aspirano ai gradi superiori.
Oggi la Chiesa ci appare come una struttura molto ben organizzata, gerarchizzata e burocratizzata in tal modo, che credo nessun altro Stato possa vantare tanta meticolosa accuratezza.
Ma è una struttura tutta terrena e temporale, che mira al prestigio, al successo e alla «resa» di tutta l’organizzazione, non tanto per la salvezza delle anime, quanto per la visibilità e l’affermazione mediatica.
E quello che ho detto per la Chiesa in genere, lo devo purtroppo confermare per il Papa, sia egli consapevole o inconsapevole di quanto intorno a lui avviene; ritengo che egli sia in perfetta buona fede, credendo che vada bene così.
E’ un papa polacco, con una cultura di cattolici di frontiera, in lotta prima contro l’ortodossia zarista, poi contro il materialismo comunista. La lotta religiosa per i Polacchi è stata sempre una lotta politica, nazionale, spirituale sì ma anche (e direi soprattutto) terrena, per cui il successo, l’affermazione, la vittoria insomma, vanno cercati nella contesa temporale, nelle categorie terrene, perché queste sole sono visibili.
E’ insomma il deplorato temporalismo della Chiesa, che ha origini assai lontane, e di cui si avvertono i prodromi fin dal tempo di Gesù e proprio intorno alla sua persona.
Il potere temporale della casta sacerdotale, che io chiamo propriamente ierocrazia (invece che teocrazia), era una realtà indiscussa tra gli Ebrei, anche quando essi furono sotto l’autorità romana, come ai tempi di Gesù. Vediamo infatti che i governatori e i procuratori romani in Palestina, come Ponzio Pilato e Antonio Felice, hanno grande rispetto dei sommi pontefici e del sinedrio, e finiscono quasi sempre con l’accondiscendere alle loro pretese, ben conoscendo l’influenza che essi hanno sul popolo.
Questo potere naturalmente scatena anche la lotta per la primazia tra gli stessi sacerdoti e profeti. Nell’A.T. vediamo la ribellione di Maria e Aronne contro il primato del fratello Mosè, e poi la repressione di Mosè e Aronne contro gli altri che attentavano al loro dominio religioso: lotte che arrivavano anche a scontri armati e a vere stragi.
Anche intorno a Gesù, che insegnava l’umiltà e il servizio del prossimo, era vivo il desiderio di primeggiare tra gli stessi apostoli. In Mt 20,20 vediamo che Salome, la madre di Giacomo e Giovanni, chiede a Gesù che i suoi figlioli, nel regno messianico, siedano uno a destra, uno a sinistra del Signore. In Mc 10,35 sono gli stessi figli di Salome che si avvicinano a Gesù per dirgli, un po’ perentoriamente: «Maestro, noi vogliamo che tu ci faccia quello che chiediamo… Concedici di sedere nella tua gloria uno alla tua destra e uno alla tua sinistra.»
Anche nell’ultima cena, dopo che Gesù aveva dato agli apostoli quel grande esempio di umiltà lavando loro i piedi, Luca ci dice (22,24) che sorse tra essi la discussione «chi di loro doveva essere considerato il più grande».[1]
La brama del potere, del primato, del dominio è purtroppo (assieme a quella del godere e del possedere) la passione dominante dell’animo umano, ed essa tenta tutti; quelli che si dicono «dedicati» a Dio, i religiosi e gli ecclesiastici in genere, non ne sono immuni; direi anzi che ne sono i più tentati,come vediamo negli stessi apostoli.
Infatti vediamo che tra gli apostoli e i discepoli nascono gelosie e talora inimicizie, che non giovano certamente alla predicazione del Vangelo. Negli Atti (15,39) si legge che tra Paolo e Barnaba scoppiò il dissenso circa i compagni da prendere con loro nel viaggio apostolico. «Il dissenso fu tale che si separarono l’uno dall’altro». A Paolo faceva ombra Marco (l’evangelista) che Barnaba invece voleva prendere con loro. Paolo era un tipo molto impetuoso, ma evidentemente anche un po’ scontroso e permaloso.
Nella II lettera ai Corinzi (cap.11) egli si scaglia contro altri predicatori che osavano esibirsi anche nelle chiese da lui fondate; contro di essi egli è animato da una specie di astiosa gelosia che lo fa addirittura uscire dai gangheri. Lo ammette lui stesso: «Ritenetemi pure come un pazzo, perché possa anch’io vantarmi un poco» Chi voglia poi conoscere i vanti di Paolo a fronte dei vanti dei suoi avversari, se li legga nel cap. 11 e 12 della stessa lettera; a me tutte queste affermazioni di Paolo sembrano poco evangeliche, perché esibizionistiche e autoesaltatorie, come quando afferma (12,4) che «fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunciare». Gli crediamo sulla parola, ma come la mettiamo con le parole «indicibili»?
Però le vanterie di Paolo non sono tutte così paradisiache; egli torna anche sulla terra, anzi sul mare: «tre volte ho fatto naufragio.», come se far naufragio sia un merito apostolico e non un semplice incidente di navigazione.
Neppure l’apostolo Giovanni va immune da questa specie di vanto religioso, che a noi sembra in verità poco «cristiano». Nel suo Vangelo, parlando di sé, per ben cinque volte dice «il discepolo che Gesù amava» (13,23; 19,26; 20,2; 21,7; 21,20)per significare che egli era il prediletto, il beniamino. Che Gesù possa aver avuto un prediletto, lo possiamo anche ammettere, Egli era anche «vero uomo», e gli uomini possono avere delle preferenze. Come «vero Dio» egli certamente non fa preferenze di persone, come afferma anche San Pietro (At 10,34). Comunque l’affermazione reiterata di Giovanni, quasi voglia inculcarcela in mente, a noi sembra una vanteria, un’affermazione di primazia, forse in opposizione a quella di Pietro.
Infatti anche nei primi capitoli dell’Apocalisse Giovanni si presenta come supremo reggitore e censore delle chiese dell’Asia Minore, come a significare che esse dipendevano da lui e non da Pietro. Non era Giovanni che aveva chiesto ripetutamente di sedere alla destra del trono divino? La brama di potere, il desiderio di primazia, insito purtroppo nel cuore di molti uomini di Chiesa, sfocia inevitabilmente nel cosiddetto potere temporale degli ecclesiastici.
Capitolo II - Il Patrimonio di San Pietro
Quello che nell’alto Medioevo fu spesso chiamato «Patrimonio di San Pietro», cioè proprietà del Papa, successore di Pietro, fu all’inizio limitato a Roma e al suo circondario nel centro del Lazio.
Esso era universalmente riconosciuto come una donazione di Costantino. Secondo la tradizione (o meglio leggenda diffusa dagli ambienti ecclesiastici) l’imperatore Costantino, pagano e malato di lebbra, avendo saputo che sul monte Soratte era ritirato, per sfuggire alla persecuzione, il papa Silvestro, che era un uomo pio e taumaturgo, andò a trovarlo, si convertì al Cristianesimo, fu battezzato e guarito dalla malattia. Per gratitudine fece cessare la persecuzione, donò al Papa Roma e il suo territorio, e portò la capitale a Bisanzio, da lui chiamata poi Costantinopoli. Il documento di questa donazione era un “falso”, opera di qualche zelante curialista dei secoli bui del Papato, il quale però non seppe compiere l’opera a dovere, imitando il latino del IV secolo, ma ingenuamente scrisse nel latino medievale, con vocaboli anche ignoti al latino classico, che ancora vigeva nella curia imperiale all’inizio del IV secolo.
Il “falso” fu dimostrato nel 1440 con argomenti storici e filologici dal dotto umanista Lorenzo Valla nella sua documentata opera «De falso credita et ementita Constantini donatione»
L’inizio del Patrimonio di San Pietro è dovuto in realtà a una vera e propria “usucapione”, che è la presa di possesso di un bene da parte di un estraneo, in assenza del legittimo proprietario. Quando la capitale dell’impero romano fu spostata, per motivi politici e militari, a Bisanzio e, nella tetrarchia di Diocleziano, la stessa capitale dell’Occidente fu portata a Milano, e in seguito spostata a Ravenna, Roma rimase senza un governo e una difesa efficienti, quasi abbandonata a sé stessa, e i Romani dovettero rivolgersi al Papa per tutti i loro bisogni, spirituali e temporali, come vettovaglie e difesa. Il Papa gradatamente e quasi senza accorgersene e, almeno al principio, senza un preciso disegno, si trovò investito anche del potere temporale. In seguito il Papato ritenne che questo potere gli fosse necessario per la sua libertà di azione, e quindi coscientemente e costantemente cercò di difenderlo e incrementarlo.
Quindi, se la «donazione» di Costantino non c’era mai stata, il Patrimonio di San Pietro non solo c’era, ma dal IV al XV secolo si era esteso a quasi tutta l’Italia centrale, anche per alcune donazioni vere, ma soprattutto attraverso lotte, trattati, partecipazioni a guerre, a coalizioni, inserendosi il Papato molto abilmente nelle lotte di predominio in Italia tra Francia e Spagna, e passando talora da un’alleanza a quella avversa con una spregiudicatezza non inferiore a quella della casa di Savoia.
E’ vero che questa spregiudicatezza non sempre aveva premiato: al tempo del papa mediceo Clemente VII aveva procurato a Roma (1527) il terribile sacco dei lanzichenecchi luterani, spediti dall’irato “cristianissimo” imperatore Carlo V. Allora anche lo stesso Papa, rinchiuso in Castel Sant’Angelo, corse serio pericolo; ma in seguito tutto s’aggiustò, perché bisogna riconoscere che la diplomazia vaticana (gesta docent) è stata sempre molto accorta ed efficiente, potendosi servire spregiudicatamente, per prevalere nelle contese, non solo delle armi materiali, ma anche di quelle spirituali (scomuniche, interdetti, annullamenti o non-annullamenti di matrimoni ecc.).
Fatto sta che nel 1860 lo Stato Pontificio (o Stati della Chiesa) comprendeva il Lazio, l’Umbria, le Marche, l’Emilia-Romagna, e arrivava al delta padano a Nord e al fiume Garigliano a Sud, e questo vasto Stato era in minima parte frutto di vere e proprie donazioni.
Tra queste la prima storicamente accertata è quella del re longobardo Liutprando (727) il quale, avendo tolto ai Greci il territorio di Sutri, lo donò al Papa, che già possedeva Roma e dintorni, per ottenerne l’appoggio nella sua lotta contro i Bizantini.
Ma il Papato vedeva di malocchio l’affermazione dei Longobardi in Italia, temendo per la propria indipendenza, e non solo non li aiutò, ma si rivolse, contro di essi, ai Franchi, dai quali ottenne altre donazioni (Pipino e Carlo Magno). In tal modo il potere temporale legò il Papato alle lotte e alle guerre, alle alleanze e alle coalizioni, con un sempre maggiore coinvolgimento politico e militare.
L’ultima guerra alla quale lo Stato Pontificio iniziò a partecipare è stata quella del 1848 (la Iª del nostro Risorgimento), alla quale il Papa Pio IX prima inviò, a sostegno di Carlo Alberto contro l’Austria, le truppe pontificie comandate dal generale Durando, poi si affrettò a ritirarle, impaurito dallo scisma religioso minacciato dalla cattolicissima Austria (vedi la famosa allocuzione del 29 aprile 1848).[2]
Il potere temporale non ha corrotto soltanto la Chiesa cristiana d’Occidente, di lingua latina, ma anche quella di Oriente, di lingua greca. Questa, impersonata dal Patriarca di Costantinopoli, anche se non ottenne un proprio Stato, come il Papato, ebbe nelle cose terrene un potere non inferiore, che in certi periodi prevaleva anche su quello dell’imperatore. Il basileus e il patriarca erano un binomio inscindibile, nel quale la Chiesa era quasi sempre la più forte. Quando invece a prevalere era il basileus, si aveva il cosiddetto cesaropapismo, in cui il potere regale si imponeva su quello religioso. Questo deplorevole fenomeno si verificò spesso anche nella Chiesa d’Occidente, e anche in tempi abbastanza recenti, come alla fine del secolo XVIII sotto Giuseppe II imperatore d’Austria , figlio di Maria Teresa.
Nella Chiesa d’Oriente, nel secolo VIII, fu un cesaropapista Leone III Isaurico quando impose la distruzione delle immagini sacre col decreto sull’iconoclastia, che fu avallato, a Costantinopoli, dall’autorità religiosa (726).
Questo decreto in Occidente suscitò invece vive reazioni da parte del Papato, e fu causa di un sempre maggiore dissidio tra la Chiesa di lingua latina e quella di lingua greca.
La Chiesa bizantina orgogliosamente si proclamò “ortodossa”, cioè «della vera fede», accusando quella occidentale di deviazione dalla verità evangelica, al contrario di quella orientale, che sola seguiva la retta interpretazione delle sacre scritture.
Il dissidio tra le due Chiese non era semplicemente teologico o normativo, cioè non si trattava solo di definire se lo Spirito Santo procede unicamente dal Padre (come sosteneva la Chiesa bizantina), o dal Padre e dal Figlio (ab utroque), come sosteneva e sostiene quella latina; o se i sacerdoti dovevano essere vincolati o meno dal celibato; il vero dissidio era di potere, di primazia, di autorità, di comando universale. La Chiesa di Bisanzio non voleva riconoscere il primato pietrino, cioè il governo universale (cattolico) del vescovo di Roma.
Io però non voglio addentrarmi nella dolorosa storia di queste lotte di potere tra Oriente e Occidente, e tra le stesse Chiese locali di rito latino e, ancor più, tra quelle di rito ortodosso. Chi ne vuol sapere di più di tutte queste spesso sanguinose e orrende vicende con innumerevoli stragi, spesso eseguite in nome di Dio, si legga i sei volumi del Gibbon (Storia della decadenza e caduta dell’Impero Romano) o anche gli otto volumi del Gregorovius (Storia della città di Roma nel Medioevo).
Sono libri ponderosi ma di limpida scrittura, e fondamentalmente documentati e veritieri, anche se l’anglicanesimo del primo autore e il luteranesimo del secondo li portano talora a enfatizzare certi fatti o episodi in senso antipapale.[3]
Ma la verità storica inoppugnabile è che il potere temporale ha corrotto la Chiesa; e ciò è stato riconosciuto e denunciato da tanti veri cristiani, a cominciare dal nostro Dante.
Capitolo III - La denuncia della corruzione
Nella terza bolgia dell’ottavo cerchio dell’Inferno Dante colloca i simoniaci (tra questi papa Niccolò III), e deplora la donazione di Costantino come prima causa della corruzione della Chiesa.
«Ahi Costantin, di quanto mal fu matre,
non la tua conversion, ma quella dote
che da te prese il primo ricco patre!» (Inf. XIX 115-117)
Nella Divina Commedia Dante ritorna spesso su questo tema della corruzione della Chiesa a causa dell’avidità di potere temporale. Già nel primo canto dell’Inferno l’avida Chiesa temporale è raffigurata nell’invincibile lupa che si ammoglia a molti animali e che respinge Dante (rappresentante dell’umanità tutta) nella selva oscura del peccato. Nel citato canto XIX dell’Inferno, il Poeta rivolgendosi con aspra invettiva agli ecclesiastici e specialmente ai papi simoniaci e avidi di ricchezza, afferma:
«Fatto v’avete Dio d’oro e d’argento:
e che altro è da voi all’idolatre,
se non ch’elli uno, e voi ne orate cento?» (vv.112-114)
Alla fine del Purgatorio, nel Paradiso terrestre, Dante assiste a uno spettacolo allegorico, nel quale la Chiesa, la sposa di Cristo, diventa adultera, e addirittura puttaneggia con i potenti della terra; per cui si ode dal Cielo la voce accorata di San Pietro che grida: (Purg: XXXII 129)
«O navicella mia, com mal se’ carca!»
Nel Paradiso (XXVII 22 e seguenti) lo stesso San Pietro si scaglia con veemenza contro Bonifacio VIII il quale, usurpando il seggio papale,
«fatt’ha del cimiterio mio cloaca
del sangue e della puzza; onde il perverso
che cadde di qua su, là più si placa.»
I pastori della Chiesa, per avidità di ricchezze e di potere, sono diventati «lupi rapaci»; ma Pietro è convinto che «l’alta provedenza» divina manderà il suo soccorso, per togliere ogni scandalo e riportare la Chiesa alla purezza e povertà evangelica.
Tuttavia, fino a quando permaneva il potere temporale, ogni speranza di purificazione era vana. Anzi, col trasferimento del Papato ad Avignone, la corruzione aumentò. Petrarca, che ben conosceva la corte Avignonese, in tre sonetti del suo Canzoniere (136 – 137 – 138) stigmatizza questa corruzione, e nel primo di questi sonetti così si rivolge alla Curia Avignonese:
«Nido di tradimenti, in cui si cova
quanto mal per lo mondo oggi si spande,
di vin serva, di letti e di vivande,
in cui lussuria fa l’ultima prova.
Per le camere tue fanciulle e vecchi
vanno trescando, e Belzebul in mezzo
co’ mantici e col foco e cogli specchi.»
Boccaccio, quasi contemporaneo del Petrarca, non può sentire per la corruzione ecclesiastica la stessa indignazione morale di lui; egli è un uomo di mondo, esponente della mentalità edonistica e utilitaristica della borghesia cittadina di Firenze, il comune allora più evoluto dal punto di vista mercantile e finanziario.
Per lui la Curia papale è un potentato politico-economico, e si sa che in questo campo il fine giustifica i mezzi, e lo stesso Boccaccio non aveva scrupoli morali.
Egli perciò appunta la sua critica, o meglio la sua ironia e spesso derisione, sui comportamenti ipocriti e mendaci del basso clero, quello più a contatto col popolo minuto, ignorante e superstizioso, che preti e frati avidi, golosi e lussuriosi abbindolavano con false reliquie e finti miracoli. Egli li mette in ridicolo e suscita il riso dei lettori; ma è chiaro che questo andazzo del basso clero derivava dalla corruzione dell’alto clero e della Curia Avignonese.
Nel Quattrocento, in pieno Umanesimo, molte sono le voci che invocano una riforma dei costumi, e lo stesso Lorenzo Valla nell’opera in latino, già citata, sulla falsa donazione di Costantino, satireggia la brama di gloria e di potenza del Papato, e auspica il suo ritorno al solo potere spirituale, mirante alla cura e alla salvezza dei fedeli.
Nel Cinquecento Machiavelli e Guicciardini puntano il dito non solo sull’avidità e sul nepotismo dei papi , ma anche sull’ipocrisia della loro politica, sulla continua simulazione di motivi spirituali per le loro azioni di dominio terreno, stigmatizzando soprattutto l’uso delle armi spirituali (inquisizione, scomunica, interdetto ecc.) per aver ragione dei loro avversari (persone o Stati che fossero). Siamo al tempo di Alessandro VI, che si serve del figlio (duca Valentino) per eliminare a tradimento i signorotti dello Stato pontificio; di Giulio II che marcia alla testa delle truppe pontificie per conquistare (o riconquistare) città e territori; di Clemente VII che (come il precedente papa mediceo Leone X) mira solo allo splendore della sua capitale e all’allargamento del suo dominio; ma che, per la sua troppo spregiudicata politica di alleanze, rischia a un certo punto anche di essere fatto prigioniero, e comunque regala ai suoi sudditi il bel sacco di Roma.
Ma non voglio più attardarmi in questa esposizione di eventi e di personaggi; tutti quelli che conoscono alquanto la storia sanno che la corruzione morale, la mondanità e la sfrontata ricerca della ricchezza da parte dell’alto clero e della Curia era tale, che anche qualche ecclesiastico più cosciente auspicava una riforma non solo dei costumi ma anche della stessa Chiesa.
Tutti sappiamo che proprio questa corruzione, e la sfacciata ostentazione di lusso e di licenziosità da parte della Curia romana, scandalizzarono il monaco Lutero e lo indussero alla ribellione e quindi allo scisma.
E sappiamo anche che la controriforma attuata dal Concilio di Trento cercò solo di eliminare il malcostume, l’ignoranza e la scarsa preparazione dei preti, la confusione liturgica e normativa, ma non toccò quella che era la radice di tutta la corruzione, cioè il potere temporale, anzi questo in certo qual modo fu rafforzato con una più rigorosa disciplina ecclesiastica.
All’odiosa e malfamata Inquisizione successe il Sant’Ufficio (che bel nome!), ma l’imposizione autoritaria alle coscienze e anche alla nascente scienza continuò (vedi Galileo), e l’Indice dei libri proibiti condannava al rogo tutte le pubblicazione che facessero ombra al dominio culturale e dogmatico della Curia Vaticana.
E saltando subito dal Cinquecento all’Ottocento, ricordo che il libro «Delle cinque piaghe della Chiesa» del Rosmini, pubblicato nel 1848, fu messo all’Indice nel 1849. Eppure il Rosmini era un sant’uomo, fondatore di un venerato Ordine religioso, e di lui attualmente si sta istruendo la causa di beatificazione.
Questo dimostra ancora una volta che la Chiesa temporale, nella sua arroganza, non ha riguardi per nessuno, e condanna senza appello (e senza processo) anche i migliori suoi figli in tutto ciò che fa ombra ai suoi disegni terreni.
All’inizio del Novecento avvenne la stessa cosa con Antonio Fogazzaro, buon cristiano e stimato scrittore. Ma egli nel romanzo, “Il Santo” osò far enumerare dal protagonista, presunto santo, quattro piaghe della Chiesa.
Ebbene, il romanzo fu subito messo all’Indice, con grande sofferenza dell’autore che aveva scritto il libro in assoluta buona fede, e solo per portare l’attenzione della Chiesa su alcune situazioni che andavano cambiate. Anche il libro di un suo amico, che cercò di difendere il Fogazzaro mostrandone la retta intenzione, fu ugualmente messo all’Indice.
Oggi l’Indice dei libri proibiti non c’è più, e buon per me; ché altrimenti anche questo mio modesto scritto, se pubblicato, cadrebbe inesorabilmente sotto la sua mannaia. Ma io scrivo solo per amore della Chiesa, di cui mi professo umile figlio, e perché vorrei vederla come la voleva Cristo e quale era all’origine, povera casta e umile.
Capitolo IV - La fine dello Stato Pontificio
Giacché ho accennato alle piaghe della Chiesa, per venire al concreto, elenco le quattro enumerate dal “Santo”. Esse sono: 1) menzogna 2) dominazione 3) avarizia 4) immobilismo.
Come si vede, il Fogazzaro denuncia la piaga della dominazione (assieme a quella dell’avarizia ossia avidità) anche se al suo tempo era cessato il potere temporale dei papi. Quindi, anche se non c’era più lo Stato Pontificio, c’era sempre la brama di dominio, la quale porta inesorabilmente all’avidità.
Lo Stato Pontificio, che comprendeva ben cinque regioni storiche italiane (Lazio, Umbria, Marche, Romagna ed Emilia), nel 1860, per via delle annessioni e dell’intervento militare del Regno Sardo, fu ridotto al solo Lazio, e nel 1870, con la breccia di Porta Pia, scomparve del tutto. Il Papa non era più un sovrano, ma solo il Capo spirituale dei cristiani cattolici.
La Santa Sede aveva sempre giustificato il potere temporale come «l’unico mezzo» per assicurare la libertà e l’indipendenza del Papa. Affermazione più volte smentita dai fatti. Senza risalire al Medioevo, basta ricordare, nell’epoca napoleonica, la sorte del Papa-Re Pio VI, morto prigioniero in Francia, e anche del suo successore Pio VII, anche lui imprigionato quando non volle allinearsi alla politica antinglese di Napoleone. Invece tutti gli storici e gli uomini di buona fede riconoscono che il Papa, dopo aver perduto il potere temporale, aveva guadagnato la più ampia libertà e indipendenza nella sua azione religiosa.
Questo per merito della “Legge delle Guarentigie” cioè delle garanzie, votata tempestivamente dal Parlamento Italiano (1871), la quale assicurava al sommo Pontefice un’assoluta libertà di azione nei suoi palazzi, ai quali era concessa la extra-territorialità, e libere relazioni con la Chiesa universale.
Era una legge molto liberale, che attuava il principio cavouriano di «libera Chiesa in libero Stato»; legge anche molto generosa col sovrano spodestato, al quale assicurava, per il mantenimento suo e della Curia, un notevole appannaggio annuo.
Il Papa non riconobbe tale legge, e non solo scomunicò i responsabili del suo spodestamento, ma continuò a protestare e a trattare con alcuni Capi di Stato esteri per il recupero del territorio perduto. Nello stesso tempo col «non expedit» impedì ai cattolici (osservanti) italiani di partecipare alla vita pubblica, inculcando quella mentalità assenteista che anche oggi domina nel popolo. Mentalità assenteista è dir poco, perché il governo era dipinto dai preti come illegale, usurpatore e ladro, e quindi contro di esso era lecita una vera e propria avversione, con evasione fiscale, renitenza alla leva ecc.
Però devo aggiungere che Pio IX un grosso favore all’Italia lo fece, e non so se altri l’abbia messo in risalto. Non riconoscendo la “Legge delle Guarentigie”, il Pontefice ricusò di conseguenza il generoso appannaggio annuo. Se il Tesoro Italiano avesse dovuto pagare ogni anno quella grossa somma, certamente non avrebbe potuto raggiungere il pareggio del bilancio, nel 1876, pareggio ottenuto con la politica della lesina e anche con l’odiosa tassa sul «macinato».
Il Regno d’Italia osservò scrupolosamente le regole di comportamento che si era imposte, e il Papato poté continuare a svolgere meglio di prima la sua missione spirituale. Ci saremmo aspettato che la Santa Sede ringraziasse Dio (e il Regno d’Italia) per averla liberata da quel dominio terreno che era fomite di corruzione infinita. Sotto la “Legge delle Guarentigie” si svolsero a Roma, con tutta libertà, i conclavi per la nomina di Leone XIII (1878), Pio X (1903) Benedetto XV (1914) e infine, nel 1922, di Pio XI.
I papi non più sovrani avevano però tenuta sempre viva la «questione romana», perché non si rassegnavano alla perdita del potere temporale.
Capitolo V -
Nel 1922, anno in cui salì al soglio pontificio Pio XI, si impossessava del potere in Italia, con la “Marcia su Roma” (28 ottobre) Benito Mussolini, Duce del Fascismo, instaurando un governo che a poco a poco divenne autocratico e dittatoriale, e cadde soltanto nel 1943 per la disfatta militare.
Il Papato aveva tentato più volte di risolvere la spinosa “questione romana” con i governi di Destra e di Sinistra, e specialmente con quelli che non erano se non coalizioni intorno a un personaggio influente, quale fu il Giolitti. Ma nessun governo poté chiudere la questione, perché nessun Gabinetto o liberale o democratico o misto poteva accedere alla richiesta del ripristino del potere temporale anche su una piccola frazione della capitale: liberali, radicali e socialisti sarebbero insorti davanti a una simile soluzione, e anche una parte del popolo. Del resto quei governi più o meno democratici non sentivano un urgente bisogno di risolvere la questione, perché la legge del 1871 aveva funzionato bene, e la situazione sembrava volgere verso una pacifica progressiva normalizzazione dei rapporti tra il Regno e la Santa Sede
Col Governo Fascista la situazione mutò, perché esso, col controllo che ormai aveva attuato dell’opinione pubblica attraverso la propaganda e la stampa, poteva concedere senza scandalo quello che i governi precedenti non potevano concedere. Il Governo di Mussolini ambiva al successo politico e diplomatico di aver risolto una questione ormai internazionalizzata, e con la soluzione di essa sperava di ottenere non solo il plauso del popolo italiano, allora quasi tutto cattolico, ma anche il sostegno della Chiesa all’attuazione dei suoi programmi. In altre parole il Duce avrebbe voluto fare della Chiesa quell’«instrumentum regni» che era stato nel passato per molti re e imperatori, e che era ancora allora in gran parte dei paesi ortodossi.
Siccome dalle due parti c’era interesse a trovare un compromesso, questo fu trovato, e l‘11 febbraio 1929 furono solennemente firmati i cosiddetti Patti Lateranensi, costituiti da un Trattato, da un Concordato e da una Convenzione finanziaria.
Il Trattato era la parte politica, la più importante: esso ripristinava il potere temporale dei papi, anche se in un piccolo Stato (di soli 44 ettari, il più piccolo del mondo), ma sempre uno Stato, universalmente riconosciuto, e quindi con tutte le caratteristiche statuali (di legislazione, di giurisdizione e di rappresentanza), del quale il Papa è il sovrano assoluto.
Mussolini non ebbe dai Patti Lateranensi i benefici che si aspettava, e soprattutto non riuscì a monopolizzare l’educazione della gioventù, emarginando l’Azione Cattolica; sicché si ebbero presto i primi screzi tra il Governo e il Vaticano.
La Santa Sede invece ottenne da quell’accordo i maggiori profitti, specie in campo internazionale, in termini di visibilità e di influenza sempre crescente.
Il suo prestigio era tale che nella guerra 1939-45 la Germania, durante la sua occupazione di Roma (1943-44) non osò violare la sovranità del Vaticano, e la rispettò anche se sapeva che in Vaticano (e nei palazzi extra-territoriali) erano rifugiati molti ebrei e antifascisti.
Hitler in verità avrebbe voluto fare del Vaticano un bel boccone (anche dal punto di vista delle opere artistiche), ma fu frenato sia dalla saggezza di qualche suo influente generale di cultura umanistica, sia da un certo senso superstizioso, in quanto sapeva che mettere le mani sul Papa aveva portato male a Napoleone. Questa stessa superstizione avrebbe dovuto a maggior ragione distoglierlo dall’operazione “Barbarossa” (1941), se avesse ricordato che la spedizione in Russia (1812) era stata disastrosa per l’imperatore francese, nonostante il successo iniziale. Infatti Napoleone era riuscito a occupare anche Mosca, cosa che al Führer non riuscì, come non riuscì di occupare neppure la capitale d’inverno, San Pietroburgo (allora Leningrado). L’insuccesso nella campagna di Russia fu quindi l’inizio della fine sia per il potente imperatore dei Francesi come per l’orgoglioso Führer germanico.
La Città del Vaticano non solo ha resistito egregiamente alla bufera della guerra, ma anzi ne è uscita accresciuta di autorevolezza e di prestigio, tanto che i Patti Lateranensi, pur stipulati dal Fascismo, furono accolti e sanzionati nella Costituzione Repubblicana del 1948.
Eppure le piaghe della Chiesa permanevano, anzi a mio parere si facevano più vistose e gravi.
Capitolo VI - Le piaghe della Chiesa
Le piaghe della Chiesa (cinque secondo Rosmini, quattro secondo il “Santo” di Fogazzaro) sono effettivamente molto numerose, e si potrebbe fare un lungo elenco, ma esse si riducono tutte a una sola radice: la brama del potere temporale. Insomma la piaga cancerosa, la vera lebbra è quel temporalismo, quella secolarizzazione che il cardinale Danneels chiama «mondanizzazione», cioè la ricerca del successo e del prestigio terreno, usando a tale scopo tutti i possibili mezzi umani, quali radio, televisione, diplomazia, concordati con le varie nazioni, presenzialismo ed evidenza mediatica. Se diamo uno sguardo all’Annuario Pontificio dell’ultimo anno, ci rendiamo conto della vastità e complessità dell’organigramma di governo della Santa Sede.
L’organizzazione, pur così ampia, appare perfettamente incernierata e ben fornita di mezzi, in modo da funzionare alla perfezione.
Ma più che le necessità religiose dei fedeli, i quali vorrebbero dei veri pastori accanto a loro, questa organizzazione cura le necessità temporali della stessa struttura, e soprattutto le pubbliche relazioni e i rapporti con gli Stati. Se pensiamo che le rappresentanze diplomatiche (anche se chiamate legazioni apostoliche) della Santa Sede sono, a quanto ho letto, 176, e che il Vaticano, per curare gli affari esteri, non ha solo il Segretario di Stato, come gli USA, ma anche uno specifico ministro degli Esteri, e che per preparare tutto il personale per queste relazioni c’è addirittura una scuola diplomatica, non possiamo non concludere che il prestigio terreno è lo scopo più evidente dell’attività vaticana. E questa azione si esplica con un quasi frenetico attivismo, con un presenzialismo mirante solo alla propria affermazione.
E con questa affermazione viene il trionfalismo, l’autoesaltazione, l’enfatizzazione di ogni atto o documento o viaggio, credendo che questo giovi alla diffusione del Vangelo, mentre i veri credenti sono piuttosto nauseati da tanto clamore, e i non credenti ironizzano e giudicano la Santa Sede uno staterello che mira a tutelare i propri interessi, una vera multinazionale che cerca di farsi pubblicità e di imporre i suoi prodotti. E abbiamo questo risultato contraddittorio: da una parte l’Europa, e l’Occidente in genere, che abbandona la pratica cristiana, dall’altra il Vaticano che afferma la sua presenza e decanta i suoi successi.
La scristianizzazione dell’Europa è testimoniata dal fatto che, nonostante le lamentele e i ripetuti appelli del Papa, non si è fatta menzione alle «radici cristiane» nella Costituzione Europea, e dal fatto ancor più grave che in quasi tutti gli Stati è stato legalizzato l’aborto, e in alcuni anche il matrimonio omosessuale e l’eutanasia. Noi tutti vediamo che, anche nelle famiglie che si dicono cristiane, la pratica religiosa si limita al battesimo, alla cresima, alla prima comunione e alle nozze in Chiesa, ma solo come occasioni di festa e di regali; dopo di che si torna alla vita materialistica e edonistica del peggiore paganesimo. Quando poi viene la morte, si pretende (e si concede) il funerale religioso, per dare un’apparenza di solenne sacralità alla conclusione di vite dissipate e spesso dissolute o comunque mondane. La pratica cristiana, sì e no, è limitata a queste occasioni di festa o di lutto, e magari alla messa domenicale o meglio del sabato sera, perché la domenica, giorno del Signore, deve essere dedicato al più sfrenato divertimento.
Ovviamente ci chiediamo: perché è avvenuto tutto questo? come si è giunti a questo quasi totale distacco dalla Chiesa?
Secondo il mio modesto parere, e in base alla mia lunga esperienza, perché sono nato nel 1917 e ho vissuto e sofferto tutto questo cambiamento, la causa principale è la mondanizzazione, che ha causato il distacco della stessa Chiesa dai suoi fedeli, l’allontanamento dei pastori dalle pecorelle.
Come la Chiesa centrale si è gerarchizzata e istituzionalizzata per la propria conservazione e affermazione statuale, così la Chiesa periferica (diocesi e parrocchie) si è burocratizzata, credendo così di modernizzarsi e di svolgere meglio il suo ministero. Ecco così sorgere i consigli diocesani e parrocchiali, i corsi di teologia o biblici, le commissioni di studio, le manifestazioni, le mostre, i raduni. Per dare a questi raduni una patina di modernità li chiamano meeting, e sono convegni tra folkloristici e culturali, con feste e spettacoli, senza trascurare le attrazioni culinarie, perché anche il corpo vuole la sua parte.
Per curare lo spirito si fanno altri raduni sotto forma di «ritiri spirituali» in località amene, che offrono a prezzi modici una serena villeggiatura con un contorno di lezioni o di corsi di alta cultura religiosa.
Molte parrocchie si sono addirittura informatizzate, hanno un proprio sito Internet, con relativa posta elettronica, e credono in tal modo di ovviare alla cura delle anime, come se i fedeli fossero tutti sfaccendati, attaccati alla rete e abili navigatori.
Altre parrocchie, specie nelle grandi città, si sono dotate di una vera e propria centrale telefonica automatizzata. Sicché il povero parrocchiano, malato o invalido o vecchio, che vorrebbe parlare col parroco per i suoi problemi spirituali, sente, per tutta risposta, una voce metallica, molto frettolosa e poco chiara, che per esempio gli gracchia: «Se si tratta di messe, faccia questo numero; se si tratta di funerale, faccia quest’altro numero; se si tratta di un aiuto materiale, faccia quest’altro numero… Se poi vuol parlare col parroco e col suo delegato, faccia quest’altro numero e si metta in nota, perché il parroco riceve solo i giorni dispari dalle 10 alle 11…» Se il malcapitato parrocchiano è riuscito a prendere nota del numero che fa per lui, è deliziato da un’altra vocina che gli dice: «attendere prego, perché la linea è occupata», e poi per ineffabile consolazione sente una bella musichetta, adatta a far saltare i nervi.
Il parrocchiano alla fine, desolato o esasperato, mette o sbatte giù la cornetta: non ha risolto niente, ma un gran beneficio lo ha fatti lui, alla società telefonica.
Questo è un esempio di come oggi molte parrocchie credono di curare gli interessi delle anime a loro affidate. Lungi da me il pensiero che tutte le parrocchie di città siano oggi della tipologia descritta; ci sono molti parroci, anche nelle grandi città, ma specialmente in provincia e nelle località di campagna, che sono pieni di zelo, di carità cristiana, che conoscono ad una ad una le anime a loro affidate, e le vanno a trovare loro per curarle, per primi. Iddio li benedica e li moltiplichi; essi sono gli imitatori del santo curato d’Ars (Jean-Baptiste Vianney 1787-1859) il quale, senza essersi addottorato nei prestigiosi Atenei Vaticani, sapeva curare e salvare le anime, perché dotato di quella “sapienza del cuore” che viene da Dio e guida il vero pastore. Oggi invece si ritiene che servano le lauree e i dottorati, e non la formazione spirituale, a creare bravi sacerdoti. Quelle lauree e dottorati, quelle infinite specializzazioni accademiche, formano quasi sempre solo dei tronfi prelati in carriera, curanti più del proprio «particulare» che della salvezza delle anime. Non fa quindi meraviglia se i parrocchiani si distaccano dalla Chiesa, e magari aderiscono ad altre Chiese o sette che, per proselitismo, li avvicinano, mostrano di considerarli importanti, promettono di curarsi di loro, di risolvere i loro problemi, e vanno spesso a visitarli nelle loro case.
La Chiesa cattolica burocratizzata crede di evangelizzare con l’attivismo esteriore, magari con i bollettini diocesani e parrocchiali, con qualche piccola rete televisiva, con qualche convegno di studio e, naturalmente, con la pubblicazione di tutte le relazioni ivi presentate, che nessuno leggerà. Parole, parole, parole. Una colluvie di carta stampata, quasi completamente inutile, ma che serve come alibi alla carenza di vera azione pastorale. E in tutta questa attività pseudo-pastorale sono impegnati tanti sacerdoti sottratti al loro vero ministero, e sono profuse tante risorse materiali che potrebbero andare a beneficio dei poveri.
La Chiesa Centrale con la mondanizzazione ha certamente rafforzato il suo prestigio terreno, ha allargato la sua influenza nel mondo, e si è dotata dei mezzi materiali (specie finanziari, vedi IOR) per affermarsi nella competizione globale, politica e culturale.
Siccome ho accennato allo I.O.R., che significa “Istituto Opere di Religione” ma è una vera e propria banca d’affari, devo pur dire che un simile istituto è il primo a dover essere eliminato, e ridotto a un semplice economato per la gestione dei fondi e il pagamento degli stipendi. La spregiudicatezza della sua gestione affaristica sotto Mons.Marcinkus, sappiamo tutti a quale vergognoso scandalo finanziario ha portato, e con quali anche tragiche conseguenze (vedi la fine di Calvi e Sindona). Anche l’Amministrazione del vasto patrimonio immobiliare del Vaticano va moralizzata e resa trasparente, per non dare adito a voci di gestione esosa e di ricchezza satrapesca. E’ ovvio che la Santa Sede, anche se profondamente riformata, avrà sempre bisogno di adeguati mezzi finanziari; ma credo che gran parte dell’attuale ricchezza possa essere destinata ai poveri del mondo, per i quali il Papa lancia sempre pressanti appelli. Più delle parole sarebbero efficaci (e trascinanti) gli aiuti concreti del Vaticano.
Per acquistare maggiore visibilità la Chiesa si è servita soprattutto dei viaggi del Papa, che ormai è andato in quasi tutti gli Stati del mondo, anche in quelli in cui i cattolici sono una sparuta minoranza. I viaggi sono già 104, e forse ce ne saranno altri, perché essi sono erroneamente ritenuti i mezzi migliori per l’azione missionaria della Chiesa.
Giovanni Paolo II è un Papa mediatico, che piace molto alle reti televisive di tutto il mondo, perché assicura un buon ascolto, dovuto più a curiosità mondana che a un vero interesse religioso. Specialmente ora sfruttano la sua malattia e invalidità per presentarlo e farlo apparire come un lottatore eroico e un personaggio di “culto”, idolo dei fans.
La sala stampa vaticana è affollata di «vaticanisti», inviati speciali non solo dei giornali ma anche delle reti televisive di tutto il mondo, perché i loro articoli e i loro servizi sono bene accetti, in quanto sono ricchi di particolari biografici e spesso di pettegolezzi sul futuro conclave, sui cardinali papabili, e sulle varie correnti di sostenitori delle diverse candidature.
Insomma l’interesse sul Papa e sui cardinali è diventato perfettamente uguale a quello che si ha per gli attori, i divi e le dive, i cantanti e gli sportivi, i fidanzamenti, gli adulteri, i matrimoni e i divorzi dei VIP.
Per questo Papa si è instaurato un vero e proprio culto della personalità. E’ presentato come il Papa che ha battuto ogni primato. Un mensile cattolico di quest’anno in un paio di articoli ha esaltato Giovanni Paolo II come primatista assoluto in tutti i campi: encicliche (14), viaggi apostolici (104), santi e beati proclamati (1803 sino al dicembre 2003), e poi un’infinità di allocuzioni, messaggi, visite alle parrocchie, catechesi ecc.ecc.
Ma tutto ciò non basta per i cultori della personalità: il papa polacco è canoista, alpinista, sciatore, drammaturgo e teatrante, scrittore di teologia, ma anche poeta, filosofo e autobiografo, e potrei continuare.
Da quanto sto scrivendo, è evidente che io non sono uno dei tanti «tifosi» dell’attuale Papa. Io non ho la presunzione di giudicarlo e non ho nemmeno gli elementi per farlo, ma è certo che non mi aggrego al coro degli esaltatori. Anzi è proprio questa universale entusiastica esaltazione e quasi tifoseria a rendermi perplesso, perché da una parte constato che la deplorata mondanizzazione della Chiesa si è accentuata proprio sotto il suo pontificato, dall’altra noto che egli non solo non ha fatto nulla per fermarla, ma anzi sembra trovarcisi molto a suo agio.
D’altra parte mi fa riflettere il severo monito di Gesù: «Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi; allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.» (Lc 6,26)
Sul papa sono uscite svariate biografie, tutte celebrative e tutte abbastanza vendute, perché il mondo di oggi è assetato, non di dottrina e di verità, ma di aneddoti e particolari biografici, perché ogni lettore ama confrontare nella quotidianità la propria vita con quella di un personaggio famoso.
Ovviamente tutto ciò, se serve all’esaltazione del personaggio considerato carismatico, nulla giova all’evangelizzazione o rievangelizzazione dell’Europa ex-cristiana, e ormai pagana e (in parte) islamica. Eppure di fronte a questo desolante spettacolo della decadenza religiosa e morale dell’Europa e di tutto l’Occidente, si erge il trionfalismo della Chiesa, la quale decanta i suoi primati, a cominciare dal numero dei suoi fedeli (i quali sarebbero più numerosi di quelli dell’Islamismo).
L’autoesaltazione della Chiesa si serve anche dei titoli: il Papa è Sua Santità, il cardinale è Sua Eminenza, il vescovo è Sua Eccellenza; e poi delle divise: il semplice nero, il rosso, il violetto, il porpora e il bianco immacolato per il Papa. E poi i copricapo, le mantelline, gli ermellini, le fusciacche, le frange, i cordoni, le nappe e nappine, financo le asole, i bottoni e i colletti di vario colore. Ogni dignitario ecclesiastico ha il suo grado, la sua divisa, i suoi pendagli, i suoi fiocchetti.
Tutti i titoli di superiorità di cui si pavoneggiano i «principi» della Chiesa mi sembrano per lo meno inopportuni, ma particolarmente quello di «Santità» attribuito al Papa. Egli spesso, nel passato, si è proclamato «Servus servorum Dei», e tale dovrebbe essere; e nel Giovedì Santo egli suole lavare i piedi a dodici persone ben pulite e profumate anche se prese dalla strada, in ricordo di quanto fece Cristo per insegnarci l’umiltà e il servizio al prossimo. Ma questo gesto appare del tutto formale e privo di contenuto di fronte all’arroganza dell’appellativo di «Santità».
Nel Vangelo leggiamo che a uno che gli si era rivolto chiamandolo «Maestro buono» Gesù disse: «Perché mi dici buono? Nessuno è buono, se non uno solo, Dio.» (Lc 18,19) Ora per il Papa non si tratta della qualifica di buono, o migliore o ottimo; egli è la santità personificata. Così non si offende Dio? Recentemente il Papa, per la «par condicio», ha chiamato “Santità” anche il Patriarca Alessio II di Mosca. Così si stabilisce l’ecumenismo dei titoli, l’unico finora possibile e benaccetto.
La Città del Vaticano è un vero e proprio Stato, molto pomposo, col suo esercito, la sua bandiera, il suo inno, il suo governo centrale e il suo Corpo Diplomatico.
E quale organizzazione! Congregazioni, Consigli, Commissioni, Accademie. Ogni esigenza, ogni problema spirituale o morale ha il suo dicastero che lo studia e lo risolve, ma solo a parole, cioè con la produzione di lettere apostoliche, istruzioni, questionari, statistiche, relazioni, proposte.
Anche per proclamare i Santi e i Beati (ben 1803!) c’è una Congregazione (delle cause dei Santi), e non basta; per preparare tutto il personale addetto a queste cause c’è uno “Studium”. I postulatori delle cause di canonizzazione devono essere dei veri specialisti. In questi ultimi venti anni questo “Studium” ha laureato oltre 1600 curatori della materia. Tutti sacerdoti sottratti alla cura delle anime, e che credono di servire Dio e santificarsi studiando e istruendo le cause dei santi. Anche il Tribunale della “Sacra Rota” assorbe tanto personale ecclesiastico (tutti dottori in teologia, diritto canonico, diritto civile, penale e internazionale), per giudicare di cause matrimoniali. Molte sue delibere hanno suscitato scandalo, perché era evidente la sfacciata partigianeria delle sentenze. E fa anche scandalo il costo di questi processi, che solo i danarosi e influenti possono affrontare e vincere. E’ proprio necessario questo chiacchierato tribunale dall’enigmatico nome? Non si potrebbe far decidere queste contese matrimoniali, se sono reali e non pretestuose, al vescovo diocesano? E in certi problemi non sarebbe meglio non immischiarsi, e lasciarli alla coscienza degli interessati e, in definitiva, al giudizio di Dio, unico competente?
Ad assorbire altro personale ecclesiastico ci sono poi tutti gli Atenei Pontifici, che preparano l’élite del clero, destinata alla Curia, alle cariche e alla diplomazia; tra docenti e discenti sono parecchie migliaia di preti e frati sottratti alla “missione” tra il popolo, perché destinati alla “carriera” nei vari dicasteri centrali o periferici. Niente cura di anime dunque, ma direzione di uffici che sfornano a tutto spiano direttive minuziose e lambiccate, ma del tutto avulse dalla realtà effettuale. E’ quella marea di carte che investe e irrita chi, come il Card. Danneels, vorrebbe lavorare in pace, per risolvere i problemi «sul campo».
Anche la potente Radio Vaticana, che trasmette in oltre 40 lingue e in tre modalità (onde radio, via satellite, canali audio Internet) e impiega tanto personale in gran parte ecclesiastico, non credo che serva molto per l’evangelizzazione del mondo. Io penso che essa è ascoltata quasi soltanto «dagli addetti ai lavori» interessati alla struttura, e che serva solo a «convertire» l’etere con la diffusione degli innumerevoli programmi e notiziari. L’unica cosa sicura è che fa «volatizzare» il denaro che dovrebbe andare a soccorso dei poveri, e inquina l’aria di tutta la zona delle antenne emittenti con danni alla salute degli abitanti. Modestamente penso che anche questa vantata struttura vada ridimensionata e rifinalizzata, in modo che serva non ad affermare un «potere», ma a realizzare un «servizio» utile alla salvezza delle anime.
Si sa poi che uno dei più gravi scandali del Cristianesimo è la separazione in tante Chiese, spesso acerrime nemiche, come quella Cattolica e quella Ortodossa, che si scomunicarono a vicenda nel 1054.
Oggi si parla molto di ecumenismo, ma credo che uno degli ostacoli principali alla riunione delle Chiese cristiane sia proprio il risorto potere temporale del Papato.
Non è che le altre Chiese siano disinteressate, e non mirino anch’esse a un proprio potere temporale, anzi spesso esse sono sorte per rivendicare la propria nicchia di egemonia; quella ortodossa all’ombra del protettivo basileus di Costantinopoli (poi dello zar, oggi del padrone del Kremlino); quella anglicana sotto la protezione del re o della regina d’Inghilterra, che ne è il capo ufficiale, dato che il suo fondatore è stato il re Arrigo VIII. Anche le Chiese luterane, almeno nei secoli XVI-XVII-XVIII, vivevano sotto la protezione dei vari re e principi tedeschi protestanti, oppositori prima di Carlo V e poi degli Asburgo.
Tuttavia nessuna di queste Chiese ha un proprio Stato, e naturalmente esse rimproverano alla Chiesa cattolica la gravissima colpa di averlo. Per il resto non è che dette Chiese non amino la mondanità, non soffrano anch’esse di mondanizzazione, anzi. Quella ortodossa in fatto di titoli, corone, paludamenti, pendagli e salamelecchi è anche più pomposa e pittoresca di quella di Roma, ma non ha il suo staterello, e il patriarca di Mosca non è un sovrano. Temo che la Chiesa di Mosca non si riconcilierà con quella di Roma finché questa non si sarà volontariamente spogliata del dominio terreno. E non si può darle torto, se non altro per la «par condicio». Non basta essere uguali per il titolo di «Santità», bisogna essere uguali anche per il possesso; e poiché è impossibile che il Patriarcato di Mosca diventi uno Stato, è necessario che lo Stato del Vaticano torni ad essere semplicemente il Vescovado di Roma. Forse sto parlando a mo’ di scherzo, se è lecito scherzare un po’ su questi gravi problemi dell’ecumenismo; però la realtà è proprio questa: le due Chiese si riconosceranno sorelle e si riabbracceranno solo ritornando ambedue all’umiltà evangelica.
Ma il lettore giustamente mi dirà: tu finora non hai fatto altro che criticare, e parlare di cose che non vanno bene. Ma tu che proponi? Che auspichi?
Io sono un semplice fedele, devoto alla Chiesa che amo profondamente, e che vorrei vedere sempre più pura e sempre più evangelica.
Da quanto ho esposto si evince chiaramente ciò che andrebbe riformato o completamente eliminato, affinché la Chiesa torni credibile, con comportamenti coerenti con le parole, e soprattutto con gli insegnamenti di Cristo. Nella Chiesa ci sono certamente uomini illuminati e sapienti, che sapranno suggerire le cure e i rimedi per eliminare la deprecata mondanizzazione, il funesto temporalismo.
Tuttavia anch’io modestamente mi sento di dare qualche consiglio, di proporre insomma qualcosa di pratico e di fattibile.
Innanzi tutto, col Card. Danneels, penso che «nella Chiesa ci vorrebbe un momento di calma, per respirare un po’», e riprendersi dallo stress dell’attivismo frenetico di questi ultimi anni. Darsi una calmata, per non scivolare ancor più nella china della mondanizzazione; quindi recedere dal trionfalismo vacuo, ricordando che la Chiesa è stata istituita da Cristo solo per la salvezza delle anime. E’ evidente però che non si può riformare la Chiesa dall’oggi al domani; perché il cambiamento duri e sia efficace, deve essere progressivo e lento quanto occorre.
Abbiamo visto che l’ingenua fiducia di papa Luciani di far tutto in breve, non ha ottenuto altro che la sua scomparsa: il processo deve essere direi epicratico, a piccole dosi, ma con una mira costante. Certamente l’optimum sarebbe se la Santa Sede rinunciasse spontaneamente allo Stato della «Città del Vaticano» e tornasse a vivere sotto l’egida dell’ottima legge delle Guarentigie. Ma questo è utopico solo pensarlo: nel Vaticano la corrente tradizionalista e temporalista è prevalente, specialmente tra i dignitari di Curia, che magari vorrebbero ancora accentuare questo potere terreno, del quale godono e si compiacciono.
Sicché bisogna seguire una via diversa, più lunga ma meno ostacolata: la Santa Sede dovrebbe cominciare a comportarsi e ad agire come se lo Stato del Vaticano non esistesse, e quindi a smantellare a poco a poco le strutture statali, l’esercito, la bandiera, l’inno ufficiale, le rappresentanze diplomatiche e le visite di Stato.
So che anche questo provocherà molte proteste, lamentele o aperte ribellioni: il malato non si sottopone mai volentieri alle cure drastiche e alle amputazioni, ma esse sono talvolta necessarie alla sua salute e spesso alla sua salvezza.
Una riforma formale ma emblematica, che si potrebbe fare subito, e credo senza troppe proteste (specialmente se ne fosse autore proprio lo stesso Papa «motu proprio»), è quella dell’abolizione dei pomposi e arroganti titoli (Santità, Principi della chiesa ecc.) Anche quella delle divise e dei gradi, coi vari colori, fusciacche, mitrie e pastorali gemmati, anelli preziosi, crocette e cappelli ricchi e vistosi ecc. potrebbe passare pur con le proteste dei diretti interessati. Un’altra cosa che andrebbe eliminata subito è la genuflessione davanti al Papa. L’inginocchiarsi davanti al Pontefice (e peggio, come si faceva una volta, il baciargli la pantofola) è un gesto da condannarsi, perché l’adorazione si deve solo a Dio. E’ pretestuoso dire che il Papa è il Vicario di Cristo, perché il primo vicario di Cristo, San Pietro, mostra ai successori come dovrebbero comportarsi. Negli Atti degli Apostoli, al cap. 10 versetti 25-26, leggiamo che il centurione Cornelio «si gettò ai suoi piedi per adorarlo. Ma Pietro lo rialzò dicendo: “Alzati: anch’io sono un uomo!”»
Perché i Papi, successori di San Pietro, non ne seguono l’esempio? Ma queste sarebbero solo riforme formali; ben diverse e difficili sono quelle sostanziali.
Cominciamo dalla struttura della Curia, cioè del governo della Chiesa e dello Stato, che oggi sono commisti. Non occorre più un Ministro degli Esteri, col suo dicastero e tutto il suo personale centrale e periferico. Tutti questi ecclesiastici dovrebbero tornare alla loro vera missione sacerdotale, che è quella di pastori; ma lo vorranno essi, abituati come sono agli onori e splendori della diplomazia? Qui sta il punto; ma con la buona volontà e la costanza tutto si ottiene, quando lo scopo è buono.
Voglio dare ancora qualche modesta indicazione. Occorre proprio una “Congregazione delle cause dei santi”, e uno “Studium” per prepararne i postulatori? Anzi, direi, non è un arbitrio popolare il Paradiso «ope legis», e catalogare i buoni cristiani di vita esemplare per gradi di perfezione (servi di Dio, venerabili, beati, santi)? Su quali insegnamenti di Cristo si basa questa presunzione? E con i santi viene anche la questione delle reliquie: ma non è idolatria? Anche se non sono false, come tante di quelle antiche (nel medioevo oggetto di vergognoso commercio), l’adorazione non si deve al solo Dio? Perché adorare questi resti umani?
Accenno anche agli Atenei Pontifici: non voglio enumerarli; ma sono diecine; ogni congregazione o Ordine religioso ha il suo, più o meno reclamizzato: lì si forma l’élite, destinata alla carriera centrale o diocesana.
Quanti sono i docenti e i discenti di queste università? Esse non mirano alla spiritualità, ma solo ad addottorare nelle varie discipline teologiche, bibliche e canoniche folte schiere di preti desiderosi di fare carriera. Tutti questi sacerdoti sono sottratti al loro vero ministero, per cui le parrocchie sono sguarnite o affidate a preti di colore, che ben presto si adeguano al tram-tram burocratico degli uffici super-accessoriati.
E infine è da considerare la pletora degli Ordini e Congregazioni religiose, tutti con le loro Case Generalizie (generalmente belle ville con parco), con i loro Generali o Generalesse e relativi Consigli direttivi. Quanti preti, frati e suore sono impiegati in queste innumerevoli direzioni? Tutti sottratti all’azione «sul campo». E purtroppo la messe è molta, ma gli operai sono sempre più pochi; pochi perché gli addetti si imboscano negli uffici direttivi per non andare in trincea, «alla guerra» della missione, che è piuttosto scomoda.
Tutti questi ordini, congregazioni, confraternite non potrebbero essere accorpati? Sarebbe la soluzione ideale, che risolverebbe tanti problemi di impiego di personale.
Si avrebbe tanta disponibilità di sacerdoti, di locali e di mezzi per il vero apostolato di evangelizzazione o rievangelizzazione degli ex-cristiani, ora pagani. Purtroppo l’orgoglio e il protagonismo non risparmia questi Ordini religiosi: ognuno di essi cura la sua nicchia, tutela i suoi interessi, è invidioso (e magari sparla) degli altri Ordini; e guai se il Papa nomina più vescovi o cardinali francescani o domenicani o gesuiti o salesiani a scapito di altri ordini che si ritengono anche più antichi e benemeriti, quali agostiniani, certosini, benedettini ecc.
Sicché anche nella pletora degli Ordini religiosi si potrebbe fare una ragionevole semplificazione in senso antiburocratico, per poter avviare più personale al vero lavoro, che è quello pastorale.
Insomma, queste sono tutte possibili e auspicabili riforme, anche se certamente non facili. Ma la prima riforma, quella «sine qua non» è possibile alcun’altra, è quella della mentalità, della convinzione profonda dello spirito. Occorre uno spirito nuovo: non più una mentalità di potere, ma una mentalità e una disponibilità di servizio, quella che ci ha insegnato Gesù Cristo, che si è fatto “servo” per salvare l’umanità tutta.
Roma, Pentecoste 2004
Post Scriptum – Dato che l’argomento della riforma della Chiesa è di per sé abbastanza scottante, ho voluto sentire il parere di qualche persona su quanto io ho scritto in merito nelle precedenti pagine. Gli uomini che ho contattato in genere hanno riconosciuto che un cambiamento si impone, per far corrispondere meglio l’azione della Chiesa agli insegnamenti di Cristo; ma hanno aggiunto che ora cambiare rotta è difficile, perché ormai la Chiesa si è istituzionalizzata in questa forma dopo 2000 anni di vita, e forse ci vorrebbero altri 2000 anni per farle assumere un comportamento e un aspetto più aderenti ai precetti evangelici. Si sa che la Chiesa «semper reformanda est», perché è formata da uomini, i quali sono soggetti a tutte le passioni umane (potere, possedere, godere) e non sempre sanno vincerle.
Abbiamo visto che negli stessi apostoli, nonostante l’esempio costante del Maestro, serpeggiava la brama di primazia; e uno dei dodici, Giuda, deluso nelle sue aspettative terrene, giunse a tale fellonia da tradirlo e venderlo ai nemici per 30 denari.
Il pontificato romano enumera molti papi indegni, scismi e guerre di supremazia, con tre o quattro papi in lotta, papesse e pontefici adolescenti, orrendi misfatti e vendette raccapriccianti; eppure la Chiesa è sopravvissuta, ha cercato di emendarsi, e anche oggi svolge un’azione che, se non è ottimale, ha sempre un certo valore spirituale e morale.
Secondo alcuni, il più grande miracolo che nei secoli si è operato nella Chiesa è che essa è sopravvissuta, per quanto tanti papi corrotti abbiano praticamente operato per affossarla. E questo miracolo è opera di Cristo, il quale vuole che la sua Chiesa continui la sua missione nel mondo. Ma per guidare rettamente i fedeli essa deve innanzi tutto emendare sé stessa, liberandosi da tutti gli orpelli che in realtà la deturpano.
Tuttavia gli orpelli che tanto dispiacciono a me e ad altri, e credo a Dio, non dispiacciono affatto a molte donne che si dicono cristiane praticanti; anzi ad esse questa spettacolarizzazione della religione è molto gradita, e senza di essa la loro stessa Fede vacillerebbe.
Io comprendo questo atteggiamento che fa parte del carattere femminile, che è immaginifico ed emotivo, per cui la donna ha bisogno, per sentirsi appagata, di «vedere e di toccare» anche nella religione, e non solo nell’amore terreno.
Una di queste donne pie, sentendo che io vorrei far sparire dal Vaticano l’esercito, mi ha detto: «Professore, non mi tocchi le guardie svizzere, della cui vista io mi ricreo.»
Certamente si deve tener conto anche di mentalità come queste, che non sono solo di donnicciole.
Anche molti cristiani «cattolici di ferro», specie nel Meridione, danno molta importanza alle forme esteriori, e le vogliono pompose al massimo grado, credendo con questa esteriorità di onorare Dio.
Mi è accaduto di costatarlo alcuni giorni fa. Essendo apparso alla televisione, in una cerimonia religiosa, il cardinale Bertone, arcivescovo di Genova, con una vistosissima mitria, che sembrava tutta d’oro, un pastorale anch’esso splendente e un anello che sembrava un brillante, un ammirato fedele ha esclamato: «Bravo il Cardinale di Genova! Perché non si vestono tutti così?» Giova sperare che lo facciano tutti, caro amico, se questa pompa rafforza la tua Fede.
Io sono vissuto per quarant’anni nel Meridione, e quindi ho conosciuto bene la mentalità dei cattolici di quelle regioni, che amano una religiosità molto esteriorizzata, fatta di pellegrinaggi, processioni e feste patronali. E’ una religiosità che va capita e rispettata, ma anche in certo qual modo corretta, ma a poco a poco, per non suscitare una netta opposizione.
Sono stato per alcuni anni, sempre al Sud, presidente diocesano di Azione Cattolica, e come tale cercavo di infondere negli associati più spiritualità e meno formalismo. Ma il giovane assistente ecclesiastico che mi era stato messo a fianco, un vero abatino stile settecento, non era d’accordo con me, curava solo le belle cerimonie, e curava anche molto sé stesso, per apparire.
La cosa non mi garbava, ma purtroppo ben poco potevo fare per cambiare una mentalità abbastanza diffusa anche nell’ambiente ecclesiastico, desideroso di prestigio e visibilità, mediante titoli, cariche e vesti colorate (i «monsignorini» avevano la veste talare violetta, che faceva ottima figura, i canonici della cattedrale indossavano delle cappe che sembravano di ermellino, anche se erano di vello di agnello con un risvolto di fodera purpurea). Con un tale assistente ecclesiastico la mia azione «spiritualizzatrice» non poteva avere molta efficacia, e me ne rendevo conto con una certa preoccupazione.
E la preoccupazione divenne sconforto allorché, un brutto giorno, l’assistente damerino fuggì a Milano con la studentessa liceale a cui dava ripetizioni, e della quale era amante da tempo e che era rimasta in cinta. Ma alcune donne, anche di Azione Cattolica, scusavano il disertore dicendo: «Anche i preti sono maschi; perché non li fanno sposare?» La domanda attendeva una risposta.
Da allora ho riflettuto sul problema, e sono giunto a una conclusione, che voglio esporre, come chiusa di tutto il discorso riformatore; anche questa potrebbe essere una riforma da farsi. Dato che il celibato (o più propriamente la castità) non è stato imposto da Cristo, la Chiesa potrebbe in avvenire permettere ai sacerdoti di sposarsi (come avviene nelle altre chiese cristiane).
All’atto della consacrazione sacerdotale il giovane (che sarà sui 23-24 anni, quindi pienamente cosciente) dovrebbe optare o per la castità o per il matrimonio. Anche il voto di castità dovrebbe essere nei primi anni temporaneo (come avviene per le suore), e solo ad età più matura, definitivo. Il prete sposato ovviamente penserà non solo alla parrocchia, ma anche e soprattutto alla famiglia; sarà un prete a metà, ma non avrà scusanti o attenuanti se si rivelerà adultero o, peggio, pedofilo.
Naturalmente, come avviene ora nella Chiesa Ortodossa, solo i preti con voto perpetuo di castità potranno essere eletti vescovi.
Secondo me è una riforma fattibile, e anche auspicabile, con la quale si ovvierebbe, credo, anche all’attuale scarsezza di vocazioni.
Roma, Natale 2004
INDICE
Capitolo
I - Il Cardinale Danneels
Capitolo
II - Il Patrimonio di San Pietro
Capitolo
III - La denuncia della corruzione
Capitolo
IV - La fine dello Stato Pontificio
Capitolo
V - La Città del Vaticano
Capitolo
VI - Le piaghe della Chiesa
[1] A quanto pare, questo della primazia era un argomento molto discusso tra gli apostoli. Vedi Mc 9,34 e Lc 9,46.
[2] L’ultima battaglia sostenuta dall’esercito pontificio fu quella di Castelfidardo (Ancona), nella quale esso fu sconfitto dai Piemontesi (18 settembre 1860).
[3] Molti libri storici (talora romanzati come l’ultimo di Mario Puzo) hanno messo in luce la corruzione della Chiesa al tempo di Papa Borgia (Alessandro VI 1492 - 1503); ma l’età peggiore del Papato (l’età del ferro) è stata quella dominata dalla prostituta Marozia, che fece eleggere papi prima il figlio (Giovanni XI 931 – 935) e poi il nipote, a soli 19 anni (Giovanni XII 955 – 964). Chi vuol conoscere queste nefandezze, si legga il Gibbone (vol. V pagg. 199 e seguenti).