Bruno Camaioni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il rapporto educativo nella

Divina Commedia

 

 

 


ANAGOGICA

 

Opere di Bruno Camaioni

Notizie sull'autore

 

Bruno Camaioni è nato a Grottammare (AP) nel 1917, si è laureato in Lettere all'Università di Roma nel 1940, ha insegnato in varie città italiane, ed era preside di un liceo classico quando è andato in pensione. Ha scritto diverse opere (poesie, romanzi, studi sul Manzoni, opuscoli su argomenti religiosi ecc.) che non ha mai pubblicato, facendole circolare solo tra parenti, amici e conoscenti.

Uno di costoro, ritenendo che esse siano interessanti e anche formative per i valori che inculcano, ha preso l'iniziativa di metterle man mano in rete, affinché chiunque le possa leggere liberamente e senza spese.

Solo la sua autobiografia, scritta per insistenza dei figli, non sarà per ora resa nota, per ovvi motivi di discrezione. Dopo la sua morte anch'essa sarà messa in rete, per chi vorrà conoscere meglio quest'uomo che intendeva restare ignorato.

 

Note sul diritto d'autore

 

Delle opere pubblicate di Bruno Camaioni ne è consentita la copia e la distribuzione gratuita, su qualsiasi supporto, preservandone l'integrità (inclusa la presente dicitura) e citandone l'autore.

 

Altre opere attualmente disponibili in rete (anche attraverso eMule):

Il Problema del Male - Riflessioni; Eremita a Orgosolo - Romanzo; L'Aiuola Contesa - Romanzo; Riassunto de "I Promessi Sposi" - con commento estetico e morale; I Personaggi de' "I Promessi Sposi" - Saggio; I Doveri del Cristiano - Saggio; L'Antico Testamento - Tutta Parola di Dio? - Saggio; La Chiesa di Cristo e la Mondanizzazione -Saggio; Il Messaggio di Dante - Saggio; Una vita interessante - Luigi Mercantini Il Tirteo Marchigiano - Biografia; Historia Magistra - Saggio; Le meditazioni di Dante nel Purgatorio - Saggio.

Le opere sono depositate.

 

 

 


 

INDICE

 

 

EDUCAZIONE O ISTRUZIONE?. 4

DANTE AFFIDATO A VIRGILIO.. 8

VIRGILIO «DUCA, SIGNORE, MAESTRO». 13

RODAGGIO EDUCATIVO.. 16

LODI, QUALCHE  RIMPROVERO E TANTA INFORMAZIONE. 31

QUALCHE CASO NOTEVOLE. 47

VERSI CELEBRI 58

 

 

 

 

 

 

N.B. Nelle citazioni dei versi di Dante, per indicare la loro collocazione nel poema, userò tre numeri tra parentesi:  il primo è la cantica (1-2-3-) il secondo il canto, il terzo è il verso, con la sigla «ss» per dire «e seguenti». Consiglio all’eventuale lettore di tenere il testo della Divina Commedia a portata di mano, per inquadrare nel contesto e capire meglio quanto io vado dicendo.

 


EDUCAZIONE O ISTRUZIONE?

 

Plutarco dice che «il fanciullo non è un vaso da riempire, ma una fiaccola da accendere». Infatti ogni fanciullo ha delle qualità sue proprie, che l’educatore deve cercare di conoscere e quindi di valorizzare. L’azione educativa va personalizzata, perché ogni bambino ha delle proprie potenzialità che devono essere adeguatamente sviluppate. L’insegnante, anche quello dell’infanzia o delle elementari, deve avere una preparazione pedagogica e soprattutto una formazione morale e psicologica, perché grande è la sua responsabilità per la riuscita sociale dell’alunno.

Oggi le direttive scolastiche hanno dimenticato queste verità che erano ben chiare agli antichi. Oggi la scuola non mira più a educare; sembra che la parola stessa «educazione» sia sospetta, come se essa significasse plagiare l’alunno, impedendogli l’autonomo e libero sviluppo. Non si mira più a formare l’uomo cosciente,e il cittadino socialmente utile, ma solo a dare all’alunno le competenze necessarie perché possa inserirsi nell’attività economica. E siccome le competenze richieste sono molte, ecco che il ragazzo viene affidato a vari specialisti per dargli le istruzioni particolareggiate. Insomma oggi lo studente  è proprio come un vaso da riempire, cosa che Plutarco deprecava.

Infatti il ragazzo, a cominciare dalle elementari, è come posto in una catena di montaggio, nella quale egli riceve dai vari specialisti gli insegnamenti necessari per le singole materie. E’ un’istruzione parcellizzata, priva di ogni organicità ed efficacia.

Affinché ci possa essere organicità, occorre che ci sia un educatore o insegnante di base che insegni le materie più importanti e abbia la guida e la responsabilità di tutto il processo educativo. Solo le materie marginali saranno affidate a degli specialisti, che però insegneranno sotto la guida dell’insegnante primario.

Io nel mio insegnamento quarantennale, prima di essere preside di un liceo, ho sempre insegnato nel Ginnasio superiore le materie base della cultura: Italiano, Latino, Greco, Storia, Geografia. Per me era una cattedra molto gratificante, perché mi permetteva di formare veramente l’uomo e il cittadino.

Una cattedra anche molto impegnativa, con 18 ore settimanali e ben tre materie scritte, che richiedono molto lavoro domestico per la correzione degli elaborati, la quale va fatta tempestivamente e con cura. Io non ho mai voluto cambiare cattedra, perché quella del Ginnasio superiore mi permetteva di incidere efficacemente sulla formazione completa degli studenti a me affidati per un biennio e per tante ore settimanali. Specialmente i compiti scritti di Italiano mi permettevano di prospettare alla riflessione degli alunni una tematica sociale, morale e religiosa, altamente formativa per una coscienza «dignitosa e netta», quale Dante dice essere quella del suo maestro (2,3,8). E solo un educatore che abbia una tale coscienza può essere capace di inculcare i valori morali e civili nei suoi discepoli, perché «exempla trahunt».

Una volta si diceva che il maestro è come un padre di complemento, ed è vero: il maestro è chiamato a continuare e a completare l’opera educativa del padre, e la maestra quella della madre. Oggi questo concetto pedagogico è obliterato e anche deriso: per i programmatori della Pubblica Istruzione il maestro-professore-docente è uno specialista di qualche disciplina che deve insegnare con  «professionalità».

Tra tanti docenti a cui è affidato lo studente manca l’educatore, quello che dovrebbe formare l’uomo e il cittadino, come era il pedagogo della cultura greco-romana.   

Di questa «educazione»essenziale non si parla neppure, come se essa fosse una «sovrastruttura» culturale di nessuna rilevanza sociale. Si sente invece il bisogno di offrire all’alunno alcuni tipi di educazione: civica, stradale, sessuale, religiosa, ecologica, alimentare. Sono viti o bulloni che i diversi specialisti della materia inseriscono nel «corpo vile» del discente, posto in questa catena di montaggio per l’assemblaggio di quell’automa che è l’uomo di oggi. Automa che magari avrà delle competenze, saprà fare determinate cose, ma è privo di anima. Ed essendo  privo di anima, cioè di educazione morale, mirerà solo al successo e alla ricchezza, da raggiungersi con tutti i mezzi,   perché per lui non esiste più il bene e il male, la virtù e il vizio, ma solo l’utile materiale.

Oggi infatti noi siamo giornalmente scandalizzati da tutti questi VIP della nobiltà, della finanza, dell’industria e dello sport, che per “averla fatta troppo grossa” sono incappati nella rete della Legge. Perché tanta corruzione? Alcuni sostengono che questa corruzione c’è sempre stata, ma che oggi essa impressiona di più perché è fatta conoscere a tutti dai «media», mentre nei tempi passati essa rimaneva generalmente ignorata dai più, e quindi non colpiva l’opinione pubblica.

Forse questo, in parte, è anche vero; ma io sono convinto che oggi la corruzione è aumentata rispetto al passato, anche rispetto a mezzo secolo fa. Mentre allora l’onestà era la regola, la disonestà l’eccezione, oggi la regola è la disonestà, che viene coonestata dall’analisi sociologica: «così fan tutti, è il modus vivendi del nostro secolo».

Io penso che tutti questi corrotti hanno adottato la disonestà come proprio «modus vivendi», perché non hanno ricevuto una vera educazione morale e civile, e tanto meno una formazione religiosa.

Se vogliamo perciò contrastare questa degerazione  morale della nostra cittadinanza, dobbiamo tornare alla Scuola come erogatrice non di semplice istruzione ma di vera e completa educazione. Per l’ordinato viver civile non bastano le «competenze» nei vari campi, ma occorrono da parte di tutti i «comportamenti» onesti e virtuosi, che si acquisiscono solo con un’accurata educazione. A questo fine ogni maestro, ogni professore, ogni docente deve essere soprattutto un educatore.

Educare viene da verbo latino «e-ducere» che significa «tirar fuori, estrarre da», perché l’educatore deve tirar fuori dall’animo dell’educando le qualità che ci sono «in potenza», e portarle all’espressione attiva mediante la cura e l’esercizio. Possiamo assomigliare l’educatore a un solerte coltivatore, che cura una pianticella a lui affidata, innaffiandola quando ha bisogno di acqua, potandola quando i rami hanno uno sviluppo irregolare, riparandola dal caldo o dal freddo eccessivo, e corroborandola con i necessari elementi nutritivi. Per fare tutto ciò occorre che l’agricoltore sia preparato ed esperto, abbia le cognizioni necessarie e le competenze anche tecniche, e soprattutto senta la sua responsabilità e si dedichi con amore alla sua pianticella, affinché cresca, fiorisca e porti molto frutto.

L’educatore deve operare come un bravo agricoltore, e avere un senso di responsabilità anche maggiore, perché un essere umano ha un valore infinitamente superiore a una pianta.

Per poter tirar fuori e sviluppare le potenzialità che ci sono nell’educando, il maestro deve innanzi tutto parlarne con i genitori, i quali hanno acquisito una certa conoscenza del figlio, e poi deve lui stesso esaminare e analizzare l’alunno, sottoponendolo, se necessario, anche a qualche prova pratica. Soprattutto deve colloquiare amichevolmente con lui, per guadagnarne la stima e la fiducia.

Quando avrà fatto tutto questo, deve approntare un programma educativo adeguato al soggetto e mirato allo sviluppo delle sue possibilità. Esse possono essere anche scarse, ma con una cura amorevole e continua daranno i loro frutti. L’educazione va quindi personalizzata dal solerte educatore.

DANTE AFFIDATO A VIRGILIO

 

Dante credeva che la Cristianità, che allora corrispondeva all’Europa, fosse corrotta, e ascriveva questa corruzione alla mancanza della guida morale (il Papa) e di quella civile (l’Imperatore). Lui era convinto che tre o quattro generazioni prima, quando le due guide c’erano, l’umanità era molto più ordinata e solidale. Cacciaguida, trisavolo di Dante, dice: «Fiorenza dentro dalla cerchia antica… si stava in pace, sobria e pudica.» (3,15,97-99)

Allora la sua cittadinanza era veramente virtuosa, essendo pacifica, temperante e casta.

Era un vero piacere partecipare

«a così riposato, a così bello

viver di cittadini, a così fida

cittadinanza, a così dolce ostello.» (3,15,130-132)

Ma allora Firenze era piccola, operosa e non ricca; poi la ricchezza dovuta al progresso industriale e commerciale, e al dominio finanziario del fiorino, avevano prodotto discordia politica e dissidi sociali, e soprattutto insaziabile brama di potere e di piacere, da ottenere col denaro senza badare alla morale. In una vita cittadina così deteriorata era facile per il singolo smarrire «la diritta via», e Dante la smarrì dopo la morte di Beatrice (8 giugno 1290) la quale in certo qual modo, col suo influsso spirituale, lo aveva mantenuto nella via della virtù.

Di questo smarrimento morale di Dante sono prove inoppugnabili la «tenzone con Forese Donati» e le «rime per la Donna Pietra». Io non credo che i 232 sonetti de «Il fiore» e i 480 versi rimastici del «Detto d’amore» siano di Dante, e l’ho dimostrato in appendice alla mia opera «Le meditazioni di Dante nel Purgatorio», visibile in Internet. Se questi due testi fossero di Dante, come sostiene la maggior parte dei critici, dovremmo dire che la devianza morale di Dante era giunta a una depravazione da vero pornografo. Ma egli non era a tal punto e poté risorgere, perché aveva sì smarrito la diritta via, ma aveva ancora una coscienza vigile.

Per risorgere e giungere alla salvezza aveva bisogno di una guida che programmasse per lui un «iter» salvifico, e sapesse anche attuarlo in mezzo alle difficoltà, che non mancano mai nella realizzazione di un piano di salvezza.  Dante in un primo tempo crede di poter raggiungere da solo, armato della sua buona volontà, il colle della virtù, ma dall’opposizione delle tre fiere (simbolo delle principali passioni peccaminose) è fatto indietreggiare. Mentre «rovinava in basso loco» (1,1,61), ecco intervenne a salvarlo la Grazia divina.

Essa interviene in modo straordinario, perché Dante è il rappresentante di tutta l’umanità, la quale non può perdersi dopo essere stata redenta da Gesù Cristo col sacrificio della croce. Dio ama le sue creature e vuole la loro salvezza. Esse più volte si sono allontanate da Lui, e Lui le ha ammonite e corrette per mezzo dei suoi profeti. Ma poiché gli uomini «dalla dura cervice» sono ripiombati nel peccato, Dio ha mandato a loro sostegno lo stesso suo Figlio, fattosi uomo, per dare agli uomini tutti, con un insegnamento semplice e chiaro, un esempio di vita, e lasciare loro un conforto spirituale con la sua presenza nel Sacramento Eucaristico.

Ma anche così aiutati gli uomini spesso abbandonano la via del bene perché, resi orgogliosi dalla loro intelligenza e libertà di azione, credono di poter agire autonomamente, ignorando il Creatore e i suoi comandamenti.

La guida di Dante nel cammino della salvezza è Virgilio, simbolo della retta ragione la quale può, mediante la riflessione, cioè la meditazione sugli effetti deleteri del peccato, far uscire l’uomo dalla schiavitù delle passioni.

Questo credevano gli antichi filosofi, i quali affermavano anche che la «retta coscienza» basta all’uomo per orientare al bene la sua azione.

Oggi noi non abbiamo più questa fiducia nella ragione e nella coscienza, perché constatiamo continuamente che gli uomini scelgono spesso il male o ciò che fa male (come la droga) pur sapendo benissimo il rischio che corrono e il danno che fanno a sé e agli altri.

I “maestri di pensiero” che fanno opinione, sono riusciti a convincere tanti uomini che il bene e il male sono concetti relativi, i quali cioè vanno relazionati alla persona singola, al suo concetto di piacere e di felicità, alle sue aspettative e ai suoi interessi. Quando qualche corrotto cade sotto i rigori della legge, protesta e quasi si scandalizza, perché è convinto di aver fatto «quello che fanno tutti», quello che ormai è un diritto acquisito, cioè di badare ai propri interessi e fare i propri comodi.  Questo generale deterioramento del senso morale deve suscitare la reazione dei buoni tutti, ma soprattutto di quelli dotati di elevate qualità e grande autorevolezza, perché sono essi che devono confutare e sconfiggere i «maestri di pensiero» che hanno causato questa generale corruzione, la quale è culturale prima di essere sociale e morale. Contro di essi ci vorrebbe un altro Dante Alighieri, suscitato da Dio, e guidato dalla retta ragione.

Egli stesso narra come avvenne la sua salvezza. In Paradiso la Madonna (di cui Dante era molto devoto)[1] si accorge di questo grave pericolo di lui e dell’umanità tutta, e manda il soccorso attraverso Lucia (la Grazia illuminante) e Beatrice (la Grazia cooperante). Questi sono simboli: praticamente è Maria «che si compiange di questo impedimento» (1,2,95) e viene in aiuto, ottenendo da Dio un ulteriore atto di misericordia per l’umanità errante, impersonata da Dante. Per riportarlo sulla diritta via è incaricato Virgilio. Egli era ritenuto quasi un precursore del Cristianesimo, soprattutto per la famosa Egloga IV (2,22,70-73), ed era considerato nel Medioevo colui che aveva toccato il vertice del progresso intellettuale ed etico, raggiunto con le sole forze della ragione. E’ quindi ben giusto che Beatrice si rivolga a Virgilio per portare a salvamento colui che «l’amò tanto, ch’uscì per lei dalla volgare schiera» (1,2,104-105). Per Dante dunque il maestro è scelto dal Cielo, il quale non può sbagliare. Ma gli uomini che scelta fanno?

Sarebbe una gran bella cosa se noi potessimo scegliere i nostri educatori!

Oggi c’è la Scuola, statale o privata, ma sempre pubblica, e in essa si possono trovare maestri buoni e meno buoni. Anche quella privata, e magari confessionale, non dà alcuna garanzia di qualità, perché purtroppo oggi l’insegnamento è considerato una occupazione di ripiego, alla quale vanno i meno dotati, e quindi è scarsa la considerazione sociale di questi pubblici educatori, ai quali sono affidati i nostri figli. E’ purtroppo vero che molti si danno all’insegnamento senza averne alcuna vocazione, e senza alcuna preparazione pedagogica e didattica; lo intraprendono perché non hanno trovato di meglio, e non c’è da meravigliarsi del loro scarso rendimento.

Dante è affidato al maestro migliore che poteva offrire l’antichità greco-romana; egli non è un filosofo, ma un sensibile poeta e soprattutto un «civis Romanus», cioè un uomo integro, dalla coscienza dignitosa e netta (2,3,8). L’incarico di prendersi cura di Dante gli viene affidato dal Cielo per mezzo di Beatrice:

Or movi, e con la tua parola ornata

e con ciò ch’ha mestieri al suo campare

l’aiuta, sì ch’io ne sia consolata. (1,2,67 ss)  

La parola “ornata”, di cui parla Beatrice, non è solo quella eloquente e bella, ma anche e soprattutto quella persuasiva, convincente, adeguata alle circostanze e alla psicologia dell’educando.

Infatti è essenziale per l’educatore conoscere a fondo l’animo del ragazzo a lui affidato, il suo carattere, le sue qualità,i suoi eventuali difetti, le sue possibilità. Il ragazzo, come ben disse Plutarco, è una fiaccola da accendere, e quindi chi la deve accendere  deve conoscere la materia di cui essa è fatta; allo stesso modo l’educatore, per «accendere» l’animo dell’educando, ne deve conoscere le doti e le potenzialità.

E per accenderlo deve servirsi della sua fiamma interiore, che comprende lo zelo, la parola e l’esempio. Lo zelo deve essere ardente e capace anche di sacrificio, la parola deve essere persuasiva e mai deprimente, l’esempio deve essere esimio e trascinante.


VIRGILIO «DUCA, SIGNORE, MAESTRO»

 

Noi uomini, come non ci possiamo scegliere i genitori da cui nascere, generalmente non possiamo sceglierci neppure l’educatore. A cominciare dalla scuola materna siamo affidati agli insegnanti di una determinata scuola, sezione, classe, i quali saranno più o meno bravi, più o meno motivati, più o meno preparati. Ci dobbiamo affidare al caso e alla buona sorte, che ci faccia capitare bene.

Talora i genitori cercano di scegliere il meglio per i loro figli, ma in questo campo “il meglio” sicuro non esiste, perché se in una scuola e in una classe c’è un ottimo insegnante, ce ne può essere un altro, anche sussidiario, che è come la pecora nera e rovina tutto. Quindi non ci rimane altro, in questo importantissimo campo dell’educazione, che affidarci alla buona sorte o alla Grazia. A Dante la Grazia di Dio fu procacciata da “tre donne benedette” (1,2,124) che si curavano di lui in Paradiso, e perciò la guida assegnatagli fu certamente la migliore che ci potesse essere. E Dante subito si affida a lui:

…. «Poeta io ti richeggio…

a ciò ch’io fugga questo male e peggio,

che tu mi meni là dove or dicesti.» (1,1,130 ss)

Virgilio gli aveva chiaramente spiegato che l’unica via di salvezza era attraverso l’inferno e il purgatorio, una via lunga e anche dolorosa, oltre che faticosa; ma Dante, pur di scampare alle tre fiere, è pronto a ogni sacrificio. Avviene sempre così: davanti a un pericolo imminente si è pronti, per evitarlo, ad affrontare ogni sforzo e fatica; ma quando quella tale paura si è un po’ attenuata, allora siamo presi da un’altra paura, quella delle prove che ci attendono nella nuova via intrapresa.

Dante non dice per quale cammino, dalla selva oscura, scende nell’inferno. Virgilio nel libro sesto dell’Eneide fa scendere Enea nell’Ade, guidato dalla Sibilla Cumana, attraverso una caverna che si apriva nei pressi del lago d’Averno, in Campania; Dante si limita a dire che, per scendere nell’oltretomba, entrò in un «cammino alto e silvestro» (1,2,142), una via aspra e selvatica che certamente non infondeva molto coraggio. All’asperità della strada si aggiunse ben presto l’oscurità, e anche questa non faceva che accrescere l’angoscia del pellegrino che si  «apparecchiava a sostener la guerra sì del cammino e sì della pietate» (1,2,3-4).

Dante insomma a un certo punto è preso dalla paura, e vorrebbe tirarsi indietro da quell’impresa così rischiosa; però vuole farlo senza confessare apertamente la sua viltà, ma muovendo delle sensate obiezioni che dovrebbero mettere fine all’impresa, che ora gli appare un po’ folle (1,2,35). Percorrere l’aldilà sino al Paradiso! Lo hanno fatto, in parte, Enea e San Paolo, ma loro avevano ricevuto da Dio una missione da compiere! Come poteva lui avventurarsi in un’impresa così ardua? Dante è come il  laureando bravo e intelligente a cui il professore dà una tesi su un argomento importante, ma poco trattato, che perciò richiederà tanto tempo e impegno di ricerca; non ne ha proprio voglia di accollarsi questa fatica e cerca di liberarsene, adducendo scuse plausibili, che in realtà sono pretesti.

Il docente accorto comprende subito le basse motivazioni dello studente, e gli dice chiaramente che in realtà lui vuole sottrarsi all’impegno e alla fatica, il che non è cosa onorevole, perché si dimostrerebbe uno «sfaticato».

Lo stesso fa Virgilio il quale, davanti alle apparentemente motivate obiezioni del discepolo, risponde severamente: «S’io ho ben la parola tua intesa… l’anima tua è da viltate offesa.» (1,2,43-45) Insomma lo accusa, senza mezzi termini, di essere un vile. E’ un giudizio duro che potrebbe avvilire il discepolo, se non fosse accompagnato da una chiara esposizione del perché di quel viaggio, del suo valore e della sua finalità. Come Enea e San Paolo, anche Dante è investito di una missione provvidenziale, per la salvezza di tutta l’umanità errante. Sentendo ciò Dante non solo riprende coraggio, ma è quasi orgoglioso di assolvere questa alta missione, e confida pienamente nella sua guida: «Or va’, ch’un sol volere è d’ambedue: tu duca, tu signore e tu maestro.» (1,2,139-40)

Il vero educatore infatti deve essere duca per guidare, signore per decidere, maestro per insegnare. Ma la guida deve essere vigile ed esperta, il capo deve essere autorevole e prudente, l’insegnante deve essere ben preparato e soprattutto saggio della «saggezza del cuore», che viene da Dio.     

 


RODAGGIO EDUCATIVO

 

Il rapporto Virgilio-Dante nella Commedia è veramente paradigmatico di quello pedagogico. E’ ricco di motivazioni psicologiche, di gesti significativi e talora anche di contrasti, ma è sempre improntato alla stima e all’affetto reciproci. Senza rispetto e senza amore infatti l’azione educativa non può avere successo. L’educando deve capire di essere amato, e allora accetterà docilmente l’ammonizione e anche il rimprovero.

Seguendo il viaggio dei due poeti potremo esaminare lo svolgimento di questo emblematico rapporto, il quale può insegnare qualcosa di utile agli educatori di oggi.

Entrando nell’inferno vero e proprio, Dante legge l’epigrafe scritta alla sommità della porta, ed è impressionato dall’ultima frase: 

«Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate.» (1,3,9)

E’ ripreso dalla paura; pensa: e se, una volta entrati, non ne potessimo più uscire? E si rivolge preoccupato alla sua guida:

«Maestro, il senso lor m’è duro.» Non dice altro, ma vorrebbe da Virgilio una nuova assicurazione, con la spiegazione di quelle parole minacciose.

Virgilio capisce che, dopo tutto quello che gli ha rivelato sulla sua missione, mettersi ancora a spiegare è perdere tempo prezioso, e taglia corto; «come persona accorta», cioè come educatore saggio ed esperto, gli dice:

«Qui si convien lasciare ogni sospetto;

ogni viltà convien che qui sia morta.» (1,3,14-15)

Ma comprende che ormai le parole di esortazione e anche i rimproveri servono poco; servono gesti risoluti, interventi energici. La guida prese la mano del discepolo e col sorriso sulle labbra lo fece entrare, insomma lo «mise dentro alle segrete cose» (1,3,21) senza tante storie. Questo ci insegna che nell’educazione talvolta occorrono da parte del pedagogo soluzioni tempestive e pragmatiche, senza perdersi in inutili discussioni, che non approderebbero a nulla.

Il sorriso di Virgilio è di conforto a Dante che, una volta dentro, sente «sospiri, pianti e alti guai [=guaiti, gemiti]… diverse lingue, orribili favelle, parole di dolore, accenti d’ira, voci alte e fioche» (1,3,22-27), ne prova orrore, e chiede al maestro chi sono questi dannati, che fanno un tale confuso lamento. La domanda è motivata: Dante nell’Ade descritta nel libro VI  dell’Eneide non aveva trovato dei condannati che potesse assomigliare a questi, che ora vede correre dietro un’insegna piangenti, punzecchiati da mosconi e da vespe, e con fastidiosi vermi tra i piedi, che sfangano in una fetida melma.

La domanda dell’alunno è pertinente, e il maestro risponde che sono gli «ignavi», «a Dio spiacenti ed ai nemici sui». Ma il discepolo vuole anche sapere perché debbono soffrire tanto, se praticamente essi non hanno peccato, e infatti si trovano nell’antinferno. E’ una domanda giusta, e Virgilio si affretta a chiarire il fatto un po’ strano. E piuttosto sproporzionata appare anche a noi la punizione degli ignavi rispetto a quella degli accidiosi i quali, ben più colpevoli degli ignavi, sono immersi sott’acqua nel limo della palude Stige, senza dover correre sempre ed essere tormentati da vermi, mosconi e vespe. E’ evidentemente una contraddizione, una sperequazione di pene; ma Dante non ci bada, egli segue l’ispirazione del momento e non sta a riflettere o a comparare.

Egli in questo terzo canto dell’Inferno è mosso dal risentimento contro Celestino V,[2] perché con il suo gran rifiuto, fatto per viltà, aveva permesso l’usurpazione del papato da parte del cardinale Caetani (Bonifacio VIII), al quale Dante addossava la corruzione della Chiesa e la sua rovina personale. Il rancore contro il Caetani si ripercuote sull’eremita, eletto papa nel luglio 1294 e dimessosi cinque mesi più tardi, per viltà, sostiene Dante. Forse invece lo fece per umiltà, non sentendosi all’altezza di un compito così vasto e impegnativo. Egli infatti era uomo pio e umile, ma politicamente inesperto. Era certamente virtuoso, e fu dichiarato santo nel 1313 da Clemente V, papa francese pontificante in Avignone.

E’ molto probabile che il Poeta non venne mai a conoscenza di questa canonizzazione proclamata dal papa guascone; ma anche se l’avesse conosciuta, non gli avrebbe dato alcun peso, dato che per lui Clemente V era un papa simoniaco, anche peggiore di Bonifacio VIII (1,19,82 ss).

Abbiamo notato come il rapporto maestro-scolaro sia andato avanti sin qui in modo esemplare: Dante è un alunno solerte, bramoso di sapere, e Virgilio dà le risposte esaurienti alle sue intelligenti domande. Il discepolo è quasi orgoglioso di aver fatto quelle domande e aver ottenuto quelle risposte. Comprende di aver fatto una bella figura presso il maestro, e vuole continuare a farla con qualche altra domanda da alunno intelligente.

Lasciati gli ignavi con quel disprezzo inculcatogli da Virgilio («non ragioniam di lor, ma guarda e passa» 1,3,51), vede in lontananza una moltitudine di anime che si affollano alla riva di un grande fiume, desiderose, a quanto pare, di attraversarlo. Non attende di veder meglio, più da vicino, ma subito pone al maestro due domande, che lui ritiene intelligenti, tali da fargli fare un’altra bella figura per il suo acuto spirito di osservazione e di analisi anche psicologica. Le domande sono: chi sono? e perché sembrano desiderosi di passare?

Dante è tradito dalla sua impazienza di ricevere gratificazioni, e pone in realtà due domande di cui la prima è inutile,  la seconda intempestiva. Lui che conosce a menadito l’Eneide e particolarmente il canto sesto, che descrive l’oltretomba pagano, ha certamente intuito che quel fiume è l’Acheronte, e che quindi quella folla di anime sono i morti che attendono di attraversarlo sulla navicella di Caronte, per entrare nel regno di Plutone e Proserpina. Gli antichi pensavano addirittura che i morti dovessero pagare al barcaiolo infernale un obolo, che perciò mettevano in bocca al defunto. Lo scrittore greco Luciano scherza su questa consuetudine, e in un famoso dialogo immagina che il filosofo cinico Menippo da morto viene a diverbio con Caronte perché non porta l’obolo; ma finisce per averla vinta e quindi passa senza pagare il biglietto.

Dante conosceva bene tutte queste favole mitologiche, e l’unica domanda che poteva fare era se quel fiume era proprio l’Acheronte, come lui aveva intuito. La seconda domanda era intempestiva, perché Dante non doveva interrogare su ciò che «pareva» da lontano, ma osservare da vicino tutta la scena, per cercare di capire da solo, una volta reso certo dal maestro che quel fiume era proprio l’Acheronte.

Il professore esperto non deve indulgere a domande inopportune, poste da qualche studente «saputello», che vuole solo fare bella figura. Il professore-educatore sa bene che, se in questi casi il saputello viene accontentato e gratificato, potrebbe diventare saccente e vanesio, invece che serio e impegnato.

Virgilio non rimprovera Dante apertamente, ma in tono grave gli risponde:

«Le cose ti fien [saranno] conte [cognite, conosciute]

quando noi fermerem li nostri passi

sulla trista riviera d’Acheronte.» (1,3,76 ss)

Non sembra un rimprovero, ma lo è, e Dante lo capisce, e si chiude nel silenzio, un po’ imbronciato. Però il maestro gli aveva confermato che quel fiume era proprio il famoso Acheronte, e questa certezza poteva render note al discepolo tante altre cose, che però avrebbe dovuto osservare con attenzione e da vicino. Insomma l’acquisizione della conoscenza ha bisogno di metodo, e anche di tempo, perché ogni cosa va fatta a suo tempo, ogni spiegazione va data quando è opportuna; prima sarebbe inutile e oziosa, indulgendo alla curiosità dei discenti.

Infatti Dante, silenzioso, osserva tutta la scena e non si spaventa per le minacce di Caronte, perché la sua guida è pronta a tappare la bocca al demonio.

Questo è il momento opportuno per rispondere alle domande di Dante; e Virgilio lo fa con tono affettuoso, essendosi accorto che le sue parole precedenti avevano troppo mortificato il discepolo.

«Figliuol mio», disse il maestro cortese,

«quelli che muoion nell’ira di Dio

tutti convengon qui d’ogni paese.» (1,3,121 ss.) 

Questa è la risposta alla prima domanda: tutti i dannati convengono qui. Poi Virgilio risponde alla seconda domanda: essi sono pronti a passare il fiume

«chè la divina giustizia li sprona

sì che la tema [timore] si volve in desio.»

Alle chiare spiegazioni aggiunge il conforto: Se Caronte non ti vuol traghettare, è perché tu non sei dei condannati, ma dei salvati dalla Grazia, la quale provvederà al tuo passaggio. Infatti Dante cade addormentato, e durante il sonno viene in modo misterioso trasportato al di là del fiume, nel primo cerchio dell’inferno, dove viene risvegliato  da un cupo tuono. Si trova precisamente nel Limbo, dove stanno i bambini non battezzati e i giusti pagani che «non adorar debitamente a Dio», tra i quali è anche Virgilio. Questi si rivolge a Dante con parole molto tristi: «Or discendiam qua giù nel cieco mondo.» Non sono certamente parole che possano infonder coraggio; anzi l’accenno al «cieco mondo», al basso mondo senza luce fa accapponare la pelle a Dante, che nota «il poeta tutto smorto», e crede che anche lui abbia paura.

Perciò subito si arresta e dice:

«Come verrò, se tu paventi

che suoli al mio dubbiare esser conforto?» (1,4,17-18)

Ma Virgilio lo rassicura: il suo pallore non è per la paura, ma solo per la pietà  che sente verso la gente del Limbo, della quale fa parte lui stesso. Dante perciò non deve avere alcun timore perché è in buone mani, e per un viaggio voluto in Cielo. Il «duca» aggiunge come garanzia: «Io sarò primo, e tu sarai secondo.» Poi sente il bisogno di esortarlo: «Andiam, che la via lunga ne sospinge»(1,4,22). Evidentemente Dante era ancora un po’ esitante, e il maestro lo prese anche questa volta per mano per farlo avanzare: 

«Così mi mise e così mi fé entrare

nel primo cerchio che l’abisso cigne».

In certi casi più delle parole valgono i gesti, le azioni risolutive, il fatto compiuto. Questo il buon educatore lo sa bene, e vedremo che Virgilio più volte ricorre a questi mezzi pratici. Io in questo opuscolo intendo mettere in luce questo interessante rapporto Virgilio-Dante, che molto sommariamente ho chiamato di maestro-scolaro. Infatti il rapporto maestro-scolaro si riferisce solo all’istruzione, all’apprendimento del vero, mentre è più importante l’acquisizione del giusto, perché l’educazione dell’animo è più necessaria dell’arricchimento della mente. E l’animo deve essere educato alla virtù e al coraggio della verità e della giustizia.

Quindi il rapporto Virgilio-Dante è da educatore a educando, da guida a seguace, da capo a gregario, e anche da padre a figlio. E’ un rapporto fatto di senso di responsabilità e affetto da una parte, di stima e fiducia dall’altra, e di confidenza reciproca. Più di una volta Dante chiama Virgilio “padre” e Virgilio chiama lui “figlio”, per indicare l’amore che li lega. Il più bell’esempio di questo rapporto affettivo mi sembra quello che leggiamo nel Purgatorio, canto IV:

«Io era lasso, quando cominciai:

O dolce padre, volgiti e rimira

com’io rimango sol, se non ristai. [se tu non ti fermi]”.»

«“Figliuol mio”, disse, “infin quivi ti tira”,

additandomi un balzo poco in sue

che da quel lato il poggio tutto gira.» (versi 43-48)

E’ naturale che questo rapporto di fiducia filiale si stabilisce a poco a poco, e Dante in un primo tempo, considerando Virgilio duca, signore e maestro, si rivolge a lui con questi rispettosi appellativi e anche con quello di «poeta» o «poeta che mi guidi» (1,1,130-1,2,10); ma Virgilio, per ispirare fiducia e confidenza al discepolo, lo chiama «Figliuol mio» fin quasi dal primo incontro (1,3,121), perché comprende che può incoraggiarlo molto con questa dimostrazione di affetto paterno.

Nel Limbo Dante vide «le turbe, ch’eran molte e grandi, d’infanti e di femmine e di viri». Essi non piangevano, non si lamentavano, ma emettevano profondi sospiri «che l’aura eterna facevan tremare» (1,4,27). Virgilio gradirebbe una domanda di Dante su questi spiriti, ma il discepolo tace intenzionalmente, ricordandosi del rimprovero che gli era toccato in vista dell’Acheronte. Il maestro comprende il motivo del silenzio del discepolo, ma non se la prende, e benevolmente apre il discorso:

«Lo buon maestro a me: “Tu non dimandi

che spiriti son questi che tu vedi?

Or vo’ che sappi, innanzi che più andi,

ch’ei non peccaro, e s’elli hanno mercedi,

non basta, perché non ebber battesmo…” (1,4,31 ss.)»

Virgilio, saggio educatore, non si offende affatto per quel mutismo dovuto al broncio di Dante, ma lo fa subito sparire con quella sua domanda quasi scherzosa; quindi gli dà una informazione chiara ed esauriente su quegli spiriti, tra cui era lui stesso.

Dante, tornato sereno e attento, fa subito una domanda importante, e la fa nel modo più intelligente. Voleva avere una conferma della discesa di Cristo agli Inferi, ma non chiede: «Gesù Cristo è disceso qui per liberare i giusti ebrei dell’Antico Testamento?» Sarebbe stata una domanda inclusiva di risposta, alla quale Virgilio avrebbe potuto rispondere anche annuendo col capo. La sua domanda invece è tale che richiede una risposta esauriente e motivata:

«Dimmi maestro mio, dimmi, signore…

uscicci mai alcuno, o per suo merto

o per altrui, che poi fosse beato?» (1,4,46 ss)

E’ un «parlar coperto», un chiedere indiretto che il maestro intende subito e approva, sicché la sua risposta è ampia e particolareggiata. Virgilio non nomina Gesù Cristo, ma dice che ha liberato quegli spiriti «un possente, con segno di vittoria coronato» (1,4,54) il quale per Dante è inequivocabilmente il Redentore.   

Per la risposta di Virgilio Dante è confermato nel suo «Credo»; e infatti aveva fatto quella domanda «per voler esser certo di quella fede che vince ogni errore» (1,4,48). Domanda opportuna, ben posta, che ha avuto una pronta risposta, che invoglia Dante a porre altre domande opportune e motivate. Quando vede un nobile castello illuminato in quello «emisperio di tenebre», si rivolge ancora al maestro, ma con una premessa di lode:

«O tu che onori scienzia ed arte,

questi chi son ch’hanno cotanta onranza?...» (1,4,73 ss.)

Dante ha già capito che lì sono onorati gli «spiriti magni» del paganesimo, ma fa ugualmente la domanda, perché vuol sapere il come, il perché e il chi. E riceve la risposta che attendeva, chiara ed esaustiva, e anche compiaciuta, da colui che lì era stato accolto da una voce che invitava a onorare «l’altissimo poeta». Infatti i poeti onorati nel nobile castello subito vanno incontro al loro  collega che torna, e Dante li può ammirare uno per uno: il primo è Omero «poeta sovrano», poi viene Orazio, quindi Ovidio e infine Lucano. Evidentemente questi, assieme a Virgilio, sono i poeti pagani che Dante più ammira e più ha studiato. Essi chiedono a Virgilio chi è il suo compagno, e quando il maestro lo presenta, con belle parole, lo accolgono «con salutevol cenno» e lo fanno entrare nella “loro schiera” di cantori ispirati. Sicché Dante è il sesto della compagnia, e Virgilio ne gode perché ciò avviene anche per merito suo. Lui ha fatto bene il suo dovere di educatore e anche di maestro di poesia.

Infatti il buon maestro non solo sa accudire al discepolo meritevole, ma lo sa anche presentare agli altri, mettendone in luce i pregi, senza esagerare; e Virgilio non esagera: Dante merita davvero di essere accolto con onore tra i sommi poeti, e può dire con giusto orgoglio: «sì ch’io fui sesto tra cotanto senno.» (1,4,102) E intende sesto in ordine di arrivo nella gloriosa schiera, non in ordine di importanza e di valore, perché in una graduatoria di merito forse si collocherebbe al terzo posto, dopo Omero «poeta sovrano» e Virgilio «altissimo poeta», al quale riconosce la sua formazione non solo poetica, ma anche morale e civile. Infatti gli dice:

«Tu sei lo mio maestro e il mio autore,

tu sei solo colui da cui io tolsi

lo bello stilo che m’ha fatto onore» (1,1,85-87)

E’ strano che Dante non abbia immaginato per Virgilio una possibilità di ingresso in Paradiso, ingresso che ha immaginato per altri pagani come Traiano, Catone Uticense e Stazio. Stazio ce lo presenta nel Purgatorio già bell’e purificato e in cammino verso il Paradiso terrestre, dal quale poi volerà a quello celeste. Come mai questa contraddizione? Pensare che Stazio dice a Virgilio: «Per te poeta fui, per te cristiano» (2,22,73), attribuendo a lui anche la sua conversione alla vera religione. Pensare che la Madonna, Lucia e Beatrice, volendo soccorrere Dante disperso nella selva oscura, assegnano a Virgilio la missione del difficile salvataggio. Pensare che Beatrice si rivolge a lui quasi pregando: «Or movi, e con la tua parola ornata / e con ciò ch’ha mestieri al suo campare / l’aiuta, sì ch’io ne sia consolata.» (1,2,67-69)

E la stessa Beatrice, per gratitudine, gli assicura la sua intercessione presso Dio:

«Quando sarò dinanzi al signor mio,

di te mi loderò sovente a lui.» (1,2,73-74)

Ma intercessione per che cosa? Che cosa servirebbe una lode o un ringraziamento a uno che deve restare nell’inferno, anche se in un nobile castello? Dante, pur con la sua grande inventiva e «alta fantasia», non ha saputo o voluto dare una soluzione al problema della sorte eterna di Virgilio, ma ha fatto delle asserzioni che ci possono aiutare a risolverlo positivamente. 

Nell’opuscolo «Le meditazioni di Dante nel Purgatorio», visibile su Internet, io ho voluto dare una soluzione fantasiosa e semiseria. Infatti il problema non è reale, ma immaginario, fantastico, e con la fantasia ci si può anche sbizzarrire, come ho fatto io a questo riguardo.

 Dante e Virgilio, dopo aver conversato amichevolmente con gli altri poeti, prendono commiato e scendono al secondo cerchio.

Qui Dante ci presenta, come giudice infernale, Minosse, mitico re di Creta, figlio di Giove e d’Europa, un semidio della mitologia classica. Anche se lo trasforma in un animale con una lunga coda, che ringhia orribilmente, il Poeta dice che esso «esamina le colpe nell’entrata;/giudica e manda secondo ch’avvinghia.» (1,5,5-6) Le anime si presentano al suo giudizio ad una ad una; ognuna confessa le sue colpe, «e quel conoscitor delle peccata

vede qual luogo d’inferno è da essa;

cignesi con la coda tante volte

quantunque gradi vuol che giù sia messa.» (1,5,9 ss.)

E’ un po’ strano che Dante faccia giudicare i dannati da questo mostruoso demonio che ringhia come un cane arrabbiato, ma poi parla a Dante in modo più saggio che minaccioso: «Guarda com’entri e di cui tu ti fide: non t’inganni l’ampiezza dell’entrare!» Sono avvertimenti che, in un diverso contesto, sarebbero opportuni, consigliando la prudenza e la riflessione.

Ma qui mirano a scoraggiare Dante e a farlo desistere dall’impresa, per cui la sua guida subito interviene a farlo tacere, usando le stesse imperative parole che ha usato per Caronte:

«Vuolsi così colà dove si puote

ciò che si vuole, e più non dimandare.» (1,5,23-24 = 1,3,95-96)

Anche se le parole di Minosse sembrano solo prudenziali, Virgilio, da saggio educatore, ne avverte subito l’effetto dannoso sull’animo ancora incerto di Dante, e immediatamente stronca il tentativo dell’avversario. Egli non si fa ingannare dal tono pacato e quasi amichevole del demonio, avverte il veleno nascosto delle sue parole e lo neutralizza.  Quanto poi all’idea di Dante di far giudicare i dannati da questo animale mostruoso, non c’è chi non ne avverta l’assurdità, perché chi giudica e assegna le pene è solo Dio; ma a Dante è piaciuto immaginare questo, probabilmente per seguire l’Eneide, che nel libro VI (432-33) ci presenta Minosse come giudice infernale.

Nel secondo cerchio il Poeta vede “gli spiriti mali” sbatacchiati da una violenta bufera. Non può sapere chi sono e per quale peccato sono puniti. Non può che domandarlo al suo maestro:

«Maestro, chi son quelle

genti che l’aura nera sì castiga?» (1,5,50-51)

La domanda è breve, ma fa trasparire il desiderio di conoscere sia il peccato sia gli spiriti che per esso sono così duramente puniti. E la risposta del maestro è pronta ed esauriente: sono lussuriosi, e tra questi gli addita Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Achille; poi nomina anche Paris e Tristano, cavalieri medievali. Quasi tutti i commentatori ritengono che Paris non sia l’amante di Vienna, ma Paride; e pensano questo perché Paris non morì per amore, mentre Paride fu ucciso da Filottete per punizione del ratto di Elena.

Io invece credo che Paris sia proprio il cavaliere medievale del ciclo di Artù, tant’è vero che è citato assieme a Tristano, amante di Isotta. Non è vero che tutti gli altri spiriti citati da Virgilio sono morti per amore; nella realtà i lussuriosi che muoiono a causa della loro passione sono una minoranza.

Dante esagera, e molto, quando dice che Virgilio «più di mille / ombre mostrommi e nominommi a dito, / ch’amor di nostra vita dipartille.» (1,5,67-69)

E’ una bella iperbole, figura retorica che usiamo spesso anche noi quando diciamo a qualcuno: te l’ho detto mille volte! E le volte sono appena due o tre. E non saranno tante di più le “mille ombre”, indicate e chiamate per nome, morte a causa della loro passione amorosa, come Didone e Tristano, l’una suicida, l’altro ucciso dal geloso re Marco, marito di Isotta la bionda.

Tra questi spiriti Dante ne nota due che non vanno isolati, ma insieme, tenendosi per mano, «e paion sì al vento esser leggieri.» (1,5,75)

Resta colpito e quasi si commuove davanti a uno spettacolo così insolito, e chiede rispettosamente alla sua guida il permesso di parlare con quella coppia di amanti. E’ un desiderio ben giustificato, e Virgilio non solo acconsente, ma anche consiglia come fare:

«Vedrai quando saranno

più presso a noi; e tu allor li prega

per quell’amor che i mena, ed ei verranno.» (1,5,76ss.)

A una richiesta ben motivata l’educatore non solo deve aderire, ma anche dare il proprio aiuto per realizzarla al meglio. A sentire il racconto di Francesca Dante si commuove, piange, riflette anche su se stesso, sulle sue esperienze amorose, e ne coglie la dolcezza e il dramma:

«Quanti dolci pensier, quanto desio

menò costoro al doloroso passo!» (1,5,113-114)

La passione amorosa talora travolge col dolce desiderio, con l’illusione della felicità, e poi piomba gli illusi nella tragedia. E’ un monito che deve far riflettere. Dante, che era molto lussurioso, fu tanto profondamente scosso dalla narrazione della  triste vicenda dei due amanti, che svenne cadendo a terra «come corpo morto cade».

 Quando  riprende coscienza si trova nel terzo cerchio, dove sono puniti i golosi. Anche qui c’è un demonio sotto la forma bestiale del cane Cerbero, guardiano dell’Ade pagano, il quale «con tre gole caninamente latra», e vedendo i nuovi venuti si avventa fremente mostrando le terribili zanne. Ma Virgilio lo calma riempiendogli  le bocche di terra raccolta dal suolo. Nell’inferno virgiliano la Sibilla calma il cane Cerbero dandogli a mangiare una focaccia soporifera che aveva portato all’uopo (En.VI 419-21); il demonio Cerbero si calma masticando terra. Siamo nel cerchio dei golosi i quali godono mangiando cibi prelibati, i quali vengono dalla terra e, in definitiva, non sono che terra, vile materia.

Davanti a Cerbero Dante, a quanto pare, neppure si spaventa, dato l’intervento pronto della sua guida; e mentre il cane è tutto intento a masticare il suo pasto, i poeti possono passare oltre indenni. Camminano posando i piedi sui condannati che giacciono a terra, nel fango puzzolente, sotto una tempesta di grandine, neve e pioggia sporca (come quando arriva da scirocco portando la sabbia del Sahara). Avanzano perciò a passi lenti, dovendo badare a dove posare i piedi. Dante, che da discepolo diligente vuole sfruttare questa lentezza per imparare qualcosa, fa una domanda interessante, che riguarda non solo i golosi, ma tutti i dannati. Essi, pur avendo corpi aeriformi, sono sottoposti a questi tormenti corporali; quando, dopo il giudizio universale, riprenderanno i corpi materiali, soffriranno di più, di meno o ugualmente?

E’ una domanda intelligente e anche opportuna. Virgilio risponde che senza dubbio i dannati soffriranno di più, perché avranno un corpo vero e proprio, in carne e ossa, e non solo adombrato come adesso.  

Quando i due poeti scendono al quarto cerchio, dove sono puniti gli avari, cioè gli avidi di ricchezza, trovano Pluto, che per i pagani era il dio del denaro. Dante lo presenta come un demonio in forma bestiale, tanto che lo chiama «maledetto lupo», e dice che è «il gran nemico», perché la brama delle ricchezze è la passione più deleteria per gli uomini.

E’ un nemico anche per i due poeti, contro i quali con voce rabbiosa inveisce, invocando l’aiuto di Satana, il principe dei demoni, per ricacciarli indietro. Dante si spaventa, ma la sua guida lo rassicura dicendogli che, anche se intervenisse Lucifero, non potrà impedire quello che Dio stesso ha deciso. Poi si rivolge con aspre parole al demonio: «Taci, maledetto lupo», consumati pure di rabbia impotente, perché non puoi impedire questo viaggio voluto in Cielo dove, ricordati!, l’arcangelo Michele sconfisse e cacciò gli angeli ribelli guidati da Lucifero.

Come vediamo, anche in questo caso il maestro sorge a difesa del discepolo, il quale senza il suo soccorso sarebbe seriamente ostacolato nel suo cammino. L’educatore infatti deve difendere l’educando da ogni pericolo, e aiutarlo validamente a superare ogni ostacolo che si frapponga al suo progredire.

Fin qui abbiamo seguito passo passo i due poeti per lumeggiare il loro rapporto non solo da maestro a scolaro, ma anche da educatore a educando e addirittura da padre a figlio. Sarebbe bello continuare ad analizzare così dettagliatamente questo rapporto per il resto dell’Inferno e per tutto il Purgatorio, mettendo via via in risalto ogni particolarità e direi sfumatura dell’interessante rapporto educativo. Esso infatti è attuato non solo con le parole e le azioni, ma anche con mezzi più semplici, più sfumati, tanto lievi che solo un animo sensibile può avvertirli. Qualche volta basta un cenno, un gesto, uno sguardo, un sorriso per guidare l’educando, per incoraggiarlo e dargli fiducia.

Ma analizzare in tal modo le due cantiche, per cogliere tutte le implicazioni del rapporto educativo, mi porterebbe a formare un volume, mentre voglio limitarmi a un agile opuscolo, che tuttavia del rapporto colga gli aspetti più salienti, e dia spunti di riflessione a chi si occupa di questo importante problema.

Fin qui tra Dante e Virgilio si è effettuato come un rodaggio educativo, mirante a capirsi, a conoscersi vicendevolmente, a stimarsi e ad avere fiducia reciproca. In questo rodaggio ci sono state anche delle frizioni, si sono avvertiti anche degli attriti, ma sono stati superati e sono stati anche utili. Infatti sono serviti di esperienza, per non ricadere in certe situazioni o errori di valutazione o di comportamento.         

 


LODI, QUALCHE  RIMPROVERO E TANTA INFORMAZIONE

 

Nel cammino infernale abbiamo accompagnato passo passo i due poeti dalla selva oscura sino al quinto cerchio occupato dalla palude Stige. In questo cammino abbiamo visto come il rapporto tra il maestro e il discepolo si sia sviluppato, affinandosi, diventando sempre più stretto ed efficace. Da questo momento in poi, per non dilungarmi troppo, coglierò, di questo interessante rapporto, solo i momenti più significativi sia in senso positivo che negativo, perché non mancheranno crisi e difficoltà, e anche vari pericoli che potrebbero far fallire tutta la missione salvifica.

Il primo pericolo Dante lo incontra nell’attraversamento della palude Stige sulla barca del demonio Flegiàs, il quale anche lui cerca di spaventare Dante, ma viene subito zittito da Virgilio, e deve reprimere la sua rabbia, e accogliere i poeti per traghettarli alla riva opposta.

Durante la navigazione uno dei condannati nella palude, Filippo Argenti, «persona orgogliosa», si fa incontro a Dante e lo insulta gridandogli: «Chi sei tu che vieni anzi ora?» (1,8,33) E’ come se gli dicesse: «Tu sei destinato per la tua superbia a venire in questa palude; ma com’è che ci vieni prima di morire? Devi aver commesso qualcosa d’imperdonabile!»

Per capire la gravità dell’insulto bisogna ricordare che Dante afferma che per certi peccati gravissimi l’anima del colpevole cade subito in inferno, mentre il suo corpo continua a vivere nel mondo, sostenuto da un demonio, sino alla sua morte naturale. [3] Filippo Argenti ha riconosciuto Dante, come Dante ha riconosciuto lui; sono due superbi che molto probabilmente si saranno aspramente scontrati e anche insultati nella Firenze rissosa della fine del duecento. L’astio e il livore tra i due sono evidenti. Dante gli risponde a tono:

«S’io vegno, non rimango;

ma tu chi se’, che sì sei fatto brutto?» (1,8,34-35)

Filippo Argenti capisce di aver perso la partita, e vorrebbe chiuderla muovendo a compassione l’avversario. Infatti gli risponde:

«Vedi che son un che piango.»

Ma Dante non si fa impietosire, tanto profondo è il suo rancore contro il concittadino, e lo maledice e insulta ancora:

«Con piangere e con lutto,

spirito maledetto, ti rimani;

ch’io ti conosco, ancor sie lordo tutto»

Tanta spietata durezza non può essere spiegata che da qualche grave fatto personale avvenuto tra i due, e ci rammarichiamo molto che gli antichi commentatori non sappiano dircene niente di preciso. Qualcuno ipotizza che Dante sia stato schiaffeggiato in pubblico da questo Filippo che, come ci informa il Boccaccio, era «uomo di persona grande e nerboruto e di meravigliosa forza», per cui Dante aveva allora dovuto subire l’affronto senza reagire. Io penso che qualcosa di simile sia avvenuto tra i due, altrimenti la spietatezza di Dante sarebbe immotivata. Naturalmente il nerboruto Filippo, pur immerso nello Stige, non si tiene la maledizione e l’insulto, e cerca di rovesciare la barca per far cadere l’avversario nella palude. Ma Virgilio salva il suo pupillo ricacciando indietro l’energumeno. Poi loda il discepolo per il suo fiero comportamento:

«Alma sdegnosa, benedetta colei che in te s’incinse!» E alla lode aggiunse l’abbraccio e il bacio, che certamente servirono a portare in alto il morale del discepolo, ora che lo attendeva una prova difficile: l’ingresso nella fortificatissima città di Dite.

La prova era difficile anche per la sua guida. Egli aveva già altra volta, poco dopo la sua morte (19 a.C.) percorso tutto l’inferno sino alla Giudecca (9° cerchio), da dove aveva dovuto trarre un dannato in seguito agli scongiuri della maga Erìtone  «che richiamava l’ombre ai corpi sui (1,9,24)».

E’ una strana invenzione di Dante, il quale ha immaginato che una maga abbia potuto addirittura costringere, con formule diaboliche, Virgilio, uno spirito del Limbo, ad andare a prendere un traditore dal nono cerchio, per farlo rivivere. E’ una stranezza inconcepibile per un cristiano che non deve credere a queste magie; e Dante inventa questa favola solo per far sapere che Virgilio aveva già fatto, poco prima della nascita di Cristo, il viaggio che ora fa con lui. Allora, in quel primo viaggio, non aveva avuto difficoltà ad attraversare le porte della città di Dite in giù e in su, perché lui era uno spirito e accompagnava un altro spirito (quello della Giudecca); ma ora accompagna un vivo: che succederà? Virgilio era fiducioso e sperava che i diavoli guardiani avrebbero obbedito alla volontà divina, come Caronte, Minosse e Pluto. Ma questi diavoli non sentono ragione; sono tanti («più di mille in su le porte» dice Dante con la solita iperbole), si sentono forti e rispondono a Virgilio: Tu resterai qui prigioniero, il vivo «sol si ritorni per la folle strada: provi se sa». (1,8,91)

Dante ascolta le dure parole e si sente mancare; supplica la sua guida a non abbandonarlo, e propone di tornare subito indietro. Ma Virgilio lo rassicura, dicendogli che è il Cielo che vuole quel viaggio, che nessuno lo può ostacolare, e anche i diavoli dovranno chinare la testa. Per far loro capire la ragione, va fiducioso a parlamentare con i guardiani delle porte; ma quelli non lo vogliono neppure ascoltare e gli chiudono i battenti in faccia. Dante rimane sbigottito vedendo la sua guida tornare indietro sconsolato e anche adirato. Virgilio comprende subito che il suo protetto può rimanere demoralizzato dalla sua ira , e riprendendo immediatamente l’aspetto sereno, assicura il discepolo che certamente un messo celeste verrà ad aprir loro le porte. E per dargli maggiore fiducia ricorda che questi stessi diavoli un tempo erano a guardia della porta esterna dell’inferno, ma avendo tentato di sbarrare il passo a Cristo che scendeva nel Limbo, furono cacciati di lì, mentre la porta fu scardinata e da allora rimase senza guardie, pur conservando la sua scritta minacciosa «Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate».

La fiducia di Virgilio nell’intervento divino non è vana, perché quel viaggio voluto dal Cielo non poteva essere interrotto. Infatti arrivò un angelo che aprì la porta e rimproverò aspramente i diavoli, ricordando loro che non potevano mai recalcitrare alla volontà di Dio.

Ma prima dell’arrivo del messo celeste Dante vide in cima a un’alta torre le tre furie infernali: Aletto,Tisifone e Megera. Esse gridavano minacciosamente contro i nuovi venuti, tanto che il Poeta si strinse a Virgilio, preso dalla paura. Le Erinni avevano infatti chiamato in loro aiuto Medusa, la cui testa convertiva in pietra chi la guardava. Il pericolo era grandissimo per Dante, e la sua guida gli ordinò:

«Volgiti in dietro e tien lo viso chiuso» (1,9,55); ma poi, per maggiore sicurezza, come il Poeta racconta, Virgilio stesso «mi volse, e non si tenne alle mie mani, / che con le sue ancor non mi chiudesse », cioè non mi coprisse gli occhi.

L’episodio delle Erinni e di Medusa ha un significato allegorico, come ci avverte lo stesso Dante:

«Mirate la dottrina che s’asconde

sotto il velame delli versi strani» (1,9,62-63).

 I commentatori spiegano variamente il significato di questi versi, che io interpreto pedagogicamente, come insegnamento educativo. Davanti a certi pericoli gravissimi, e addirittura mortali, l’educatore non deve limitarsi ad avvertire e ammonire, ma deve intervenire energicamente, anche con la forza, affinché l’educando non corra quel mortale pericolo.

Oggi quel mortale pericolo per i nostri ragazzi è la droga, e i genitori, gli educatori e le autorità devono far di tutto, e ricorrere anche a severi divieti, pur di tenere gli adolescenti inesperti lontani da queste sostanze, le quali inesorabilmente provocano la morte psichica prima di quella fisica, che poi sopravviene. Pur conoscendo gli esiti rovinosi delle droghe naturali, e quelli ancora peggiori di quelle sintetiche, come mai tanti ragazzi sono attratti da esse? Da una parte ci sono quelli che le producono, le commerciano e le spacciano, i quali le pubblicizzano e diffondono con diabolica abilità, dall’altra non mancano uomini politici, attori e cantanti che le propongono come espressione di libertà per una vita «spericolata e trasgressiva», che sarebbe per loro lo scopo di una vita «degna di essere vissuta». Secondo me la responsabilità di questi persuasori per nulla occulti è più grande di quelli che commerciano le stesse droghe. Eppure essi sono non solo lasciati liberi di diffondere il loro veleno, ma anche esaltati da molti «media» come eroi libertari.

Ma torniamo a Dante il quale, per sua fortuna, non rischiò di essere impietrato da Medusa, perché aveva una valida difesa in Virgilio, simbolo della retta ragione. Infatti la ragione umana, se non plagiata o viziata o condizionata, è capace di respingere quelli che sono veri attentati alla vita, come le droghe, l’alcool, il fumo e il sesso sfrenato.        

L’angelo che apre con una verghetta le porte della città di Dite, nel rimproverare i demoni, ricorda  loro Cerbero che, essendosi opposto all’ingresso di Ercole nell’Ade, «ne porta ancor pelato il mento e il gozzo» (1,9,99). Adunque, per dimostrare la potenza di Dio sulle forze del male, l’angelo non trova di meglio che questo esempio mitologico il quale, essendo citato da un messo del Cielo, acquista il  crisma della verità rivelata. Ho voluto accennare a questa contraddizione che Dante non avverte; e infatti in tutta la Commedia la mitologia è citata molto più della Bibbia. L’ho dimostrato in un altro mio opuscolo intitolato «Le meditazioni di Dante nel Purgatorio», visibile su Internet, e perciò non tornerò più su questo argomento.

Subito dentro la città di Dite, nel sesto cerchio, sono puniti gli eretici, tra i quali Dante pone anche gli epicurei «che l’anima col corpo morta fanno» (1,10,15). Essi stanno dentro a sepolcri infuocati, muniti di coperchi, che però sono tutti sollevati, per ricevere i condannati che via via vi sono destinati. Dante arde dal desiderio di vederli, ma da bravo discepolo non osa farlo di sua iniziativa, e rispettosamente ne chiede il permesso alla sua guida. Infatti affacciarsi a quei sepolcri potrebbe anche essere pericoloso, e vuole quindi essere autorizzato. Virgilio non solo gli dà il permesso, ma da bravo maestro gli fa sapere che i coperchi saranno serrati quando i dannati, dopo il giudizio universale, torneranno coi loro corpi, e quindi il loro tormento sarà maggiore. Virgilio aggiunge che sarà soddisfatto anche il desiderio che Dante non gli aveva espresso, cioè di parlare con qualcuno dei dannati. Il rispettoso discepolo risponde modestamente:

«Buon duca, non tengo riposto

a te mio cuor, se non per dicer poco,

e tu m’hai non pur mo’ a ciò disposto.» (1,10,19-21)

Infatti Dante, dopo il rimprovero toccatogli in riva all’Acheronte, aveva imparato a frenare la sua vivace curiosità; ma il buon duca accondiscende volentieri anche ai desideri da lui non espressi, sempre che siano ragionevoli e opportuni. Ormai il rodaggio del loro rapporto maestro-discepolo è completato, e i due si comprendono a volo, anche senza parlare.

Quando i poeti giungono all’estremità interna del cerchio, si devono fermare al riparo di un grande sepolcro per abituarsi al «puzzo che il profondo abisso gitta» (1,11,5). E’ una pausa, ma per Dante, diventato ormai scolaro modello, non deve essere tempo perduto. Egli infatti dice al maestro: «Alcun compenso… trova, che il tempo non passi perduto». Virgilio pensava la stessa cosa, ed è felice di spiegare al volenteroso discepolo l’ordinamento del basso inferno che ancora devono visitare.

Dante ascolta attentamente e apprende bene tutto, ma alla fine fa una domanda opportuna: chiede perché i peccatori di incontinenza stanno fuori della città di Dite; insomma che differenza c’è tra gli incontinenti (superbi, invidiosi ecc.) e gli altri (eretici, violenti ecc.). La risposta  è semplice e chiara: il peccato dei primi è meno grave, perché attiene al corpo mortale e alle cose materiali; quello dei secondi attiene allo spirito, è una corruzione dell’anima immortale che sceglie deliberatamente il male, e quindi essi sono i veri seguaci di Dite, cioè di Satana, il gran ribelle e sobillatore di tutti i ribelli alla santa legge di Dio, che è legge di amore al Creatore e al prossimo.

Dante è pienamente convinto dal ragionamento del maestro, ma non capisce come l’usura sia una violenza contro Dio. Virgilio glielo spiega molto chiaramente: l’uomo deve procacciarsi il necessario per vivere col lavoro; col lavoro egli utilizza e trasforma anche, se necessario, i beni che la Natura gli offre gratuitamente. La Natura creata è figlia di Dio, l’Arte (il lavoro) è figlia della Natura e quindi quasi nipote di Dio. L’usuraio non lavora, fa denaro per mezzo del denaro, è uno sfruttatore, un parassita, e in definitiva fa violenza al Creatore della Natura. Ora tutto è chiaro per il diligente discepolo, anche il suo naso si è assuefatto alla puzza e possono scendere al settimo cerchio dei violenti.

Ma all’ingresso c’è un ostacolo, un mostro, il minotauro  «l’infamia di Creta», trasformato in diavolo custode del cerchio. Quando vede i poeti, si agita furibondo e minaccioso, ma Virgilio lo scaccia con autorità, e mentre esso è sconvolto e «qua e là saltella» furioso, Dante passa oltre senza alcun pericolo, scortato dalla vigile guida.

Nel settimo cerchio i violenti contro il prossimo (feritori e uccisori, briganti e predoni) sono immersi più o meno nel Flegetonte, riviera di sangue bollente, e sono vigilati dai centauri, comandati dal saggio Chirone, che allevò e educò Achille. Chirone ascolta benevolo la richiesta di Virgilio, capisce che quel viaggio è voluto da Dio, e non solo non vi si oppone, ma incarica il centauro Nesso di scortarli, di proteggerli e di prendere sulla groppa Dante per fargli passare la riviera bollente nel punto più basso. Il centauro obbedisce docile, prende in groppa il vivo e camminando si mette anche a fare il cicerone, indicando i dannati col loro nome e il loro misfatto. Dante è preso da meraviglia: in definitiva questo centauro non è che un diavolo. Egli dunque deve essere istruito da un diavolo? è cosa credibile? Dante si volge al suo maestro in atteggiamento interrogativo, ma lui lo rassicura: «Questi ti sia or primo, e io secondo.» (1,12,114). La nostra meraviglia è più grande di quella di Dante; ma se il Poeta s’è sbizzarrito a presentarci dei centauri così disponibili e gentili proprio nel cerchio dei violenti, forse ci vuole insegnare che talvolta la violenza si può vincere con la ragionevolezza e il dialogo. E il dialogo può portare gli avversari a capirsi e a porre fine alla violenza, la quale spesso non è affatto motivata, ma gratuita, dovuta a una fanatica ideologia.

Nel secondo girone del settimo cerchio Dante si trova in una selva strana, con foglie scure, rami contorti e spine velenose invece di frutti. Su questi alberi scheletrici nidificano le brutte Arpie, le quali emettono stridi come lamenti. Dante non sa cosa pensare, anche perché sente venire da ogni parte come dei gemiti, diversi da quelli delle Arpie, e incerto si domanda da chi possano essere emessi. Virgilio comprende l’imbarazzo del discepolo e decide di fargli provare un’esperienza forse traumatica, ma necessaria per poter credere alla realtà che aveva davanti: quelle strane piante erano le anime dei suicidi, trasformate in sterpi! Il maestro dunque invita il discepolo a spezzare un ramoscello di un gran pruno; subito dalla rottura esce sangue, e dal tronco viene la protesta: 

«Perché mi scerpi?

Non ha tu spirto di pietà alcuno?» (1,13,36-37)

Virgilio calma lo spirito dicendo che ha dovuto far compiere al discepolo questa azione, perché altrimenti egli non avrebbe mai creduto una cosa simile: anime trasformate in piante. Sul “credere” suo e di Virgilio, Dante si diverte a cincischiare il verbo in un modo curioso e artificioso: «Cred’io ch’ei credette ch’io credessi…» (1,13,25) La forma espressiva è ineccepibile, ma evidentemente studiata ad effetto; e molti oggi citano questo verso come esempio di certi modi lambiccati che ad alcuni sembrano sopraffini, ad altri non tanto, essendo dei puri giochi di parole.

Pedagogicamente l’esperienza che Virgilio fa fare a Dante c’insegna che qualche volta bisogna far sperimentare all’educando certe situazioni anche incresciose, affinché si convinca di verità che altrimenti egli difficilmente potrebbe ammettere. Ma queste esperienze devono essere suggerite e seguite attentamente dall’educatore, affinché si raggiunga lo scopo prefisso, e non ne derivi danno né per l’anima né per il corpo.

Per esempio, io educatore non consiglierei mai al mio educando di fare esperienza diretta del fumo, della droga, dell’alcol o dell’amore offerto dalle prostitute di strada. Sarebbero esperienze molto pericolose, perché finiscono col diventare piacevoli e dare una dipendenza da cui sarà difficile liberarsi. Piuttosto gli parlerei di questi veleni in modo adeguato e veritiero, facendogli anche leggere trattati scientifici sulla materia o memorie o diari di persone che hanno fatto quelle esperienze e ne parlano in tutta sincerità.  

I violenti contro Dio, cioè quelli che Lo hanno negato e bestemmiato, sono puniti in un sabbione arroventato da una pioggia di fuoco. Tra essi un «grande che non par che curi / l’incendio e giace dispettoso e torto» attira l’attenzione di Dante che, volendo sapere chi è, si rivolge a Virgilio con una punta di ironia:

«Maestro, tu che vinci

tutte le cose, fuor che i demoni duri

ch’all’entrar della porta incontra uscinci,

chi è quel grande…?»  (1,14,43 ss.)

Virgilio non si offende affatto per l’accenno ironico ma veritiero e quasi scherzoso del discepolo, il quale ormai, data la familiarità acquisita con lui, si permette anche qualche punzecchiatura verso il maestro, e risponde che quel tale è Capaneo, uno dei sette re che assediarono Tebe, del quale Stazio nella Tebaide riferisce le bestemmie contro Giove e gli altri dei.

Che Dante abbia posto nell’inferno cristiano un bestemmiatore di Giove, è come se avesse equiparato Giove a Dio, la favola alla verità storica, il paganesimo al cristianesimo. E’ uno dei tanti esempi di quel sincretismo religioso che per noi è illogico e inaccettabile, ma per Dante molto ovvio, perché la sua cultura era imbevuta di Virgilio, Ovidio (Metamorfosi) Stazio e Lucano più che della stessa Bibbia.

Avanzando ai margini del sabbione arroventato i poeti incontrano un fiumicello color rosso sangue che scende a valle. Dante lo guarda con interesse, perché nota che sia l’alveo sia i margini sono di pietra, ma non chiede nulla al maestro, non vedendone il motivo. Virgilio invece gli dice che quel rio è la cosa più notevole che abbiano incontrato finora. Naturalmente il discepolo lo prega di dirgliene il motivo.

Così veniamo a sapere del «gran veglio» di Creta, una statua gigantesca, simbolo dell’umanità nel suo processo storico, passando dall’età dell’oro a quella dell’argento, poi a quella del rame e infine a quella del ferro, di cui è fatta la gamba sinistra che rappresenta l’Impero, mentre quella destra, che rappresenta il Papato corrotto, è di terracotta. Tutte le parti del corpo, ad eccezione della testa d’oro, che rappresenta la prima età innocente e pacifica, sono attraversate da fessure dalle quali sgorgano copiose lagrime che rappresentano le conseguenze delle lotte, delle passioni, dei vizi e dei peccati degli uomini. Tutte queste lagrime, raccolte in ruscello, forano la crosta terrestre e scendono nell’inferno, dove formano l’Acheronte, lo Stige, il Flegetonte e infine il Cocito, al centro della terra, dove risiedono ghiacciate per punizione dei traditori, che per Dante sono i peccatori più gravi e odiosi. Tra questi sono odiosissimi i traditori dei benefattori, completamente immersi nel ghiaccio; ma i traditori più traditori, Giuda, Bruto e Cassio, sono maciullati dai denti delle tre enormi bocche di Lucifero.

Tra il settimo e l’ottavo cerchio c’è uno strapiombo che non può essere superato a piedi, e Virgilio deve chiamare dal basso un mostro alato, Gerione, simbolo della frode che è punita là sotto. Il mostro viene su al richiamo e si posa sull’orlo, a una certa distanza, piuttosto indispettito. Virgilio lo deve convincere a trasportarli laggiù usando le consuete argomentazioni («Vuolsi così colà»), ma anche con molto tatto, per non irritare il mostro, ma prenderlo con le buone. Intanto che lui parlamenta con Gerione, concede a Dante la libertà di dare uno sguardo alla pena degli usurai (peccatori contro l’Arte), i quali stanno seduti sul sabbione rovente sotto la pioggia di fuoco. Gli dà questa libertà per arricchire la sua esperienza del girone, sapendo che ormai il discepolo è abbastanza accorto; ma conoscendo la sua grande curiosità che potrebbe indurlo a porre molte domande, lo avverte: «Li tuoi ragionamenti sian là corti.» Dante capisce bene l’antifona, e infatti si limita a osservare questi dannati, non rivolgendo loro alcuna domanda. Ma ascolta con piacere lo sfogo di un padovano della nobile famiglia degli Scrovegni, il quale gli dice che i suoi vicini sono tutti fiorentini. E’ una stoccata che il Poeta vibra contro quei concittadini che da meritevoli imprenditori si sono trasformati in avidi finanzieri e banchieri, cioè in veri e propri usurai. I loro nonni erano stati maestri di bottega, che lavoravano con i loro operai, i loro padri avevano messo sù una vera e propria industria, che dava lavoro e benessere a tante famiglie; essi invece avevano chiuso o venduto la fabbrica, e messo sù un banco di credito, prestando denaro ad alti interessi. Dante osserva e ascolta, ma non si trattiene, memore dell’avvertimento.

«E io, temendo no il più star crucciasse

lui che di poco star m’avea ammonito,

torna’mi indietro dall’anime lasse.» (1,17,76-78)[4]

Trovò il maestro che non solo aveva convinto Gerione, ma era già salito in groppa al fiero animale, per dimostrargli col suo esempio che non c’era nessun pericolo. Dopo averlo esortato a essere forte e ardito, lo invita a montare in groppa davanti a lui che lo sosterrà e proteggerà dalla coda aguzza e pungente del mostro.

 Gli antichi dicevano «verba monent, exempla trahunt», e Virgilio aveva accortamente adoperato le parole e l’esempio; ma Dante è come preso dal brivido della febbre quartana, e trema tutto al pensiero di dover montare su quelle spallacce e volare su quel mostro. Ma subito si vergognò della sua paura davanti al suo «buon signore», e si indusse a salire davanti a lui, pregandolo di abbracciarlo; ma non c’era alcun bisogno di pregare:

«tosto ch’io montai,

con le braccia m’avvinse e mi sostenne», con affettuoso gesto protettivo. (1,17,95-96)

Ma la paura di Dante sospeso nel vuoto durante la lenta discesa fu non inferiore (dice lui) a quella di Fetonte, quando «abbandonò li freni» dei cavalli celesti imbizzarriti, e a quella di Icaro, quando «le reni / sentì spennar per la scaldata cera» (1,17,110). Quando il Poeta deve fare dei raffronti, si affida al mito più che alla storia o alla realtà, perché il mito per lui è tutta verità, anche se sotto forma fantastica. La paura del passeggero volante finisce solo quando Gerione si posa sul fondo «al piè della stagliata roccia», e lui può finalmente smontare dall’irsuta groppa e posare i piedi a terra.

Anche tra l’ottavo e il nono cerchio c’è uno strapiombo di alcune decine di metri, che i poeti non potrebbero superare senza aiuto. L’argine del nono cerchio è una specie di pozzo circolare, nel quale sono collocati i Giganti (Nembrot,[5] Fialte, Briareo ecc.) che, visti da lontano, sembrano a Dante come le quattordici torri di Montereggioni. Soltanto uno di questi giganti potrebbe calare al fondo i due poeti, e Virgilio deve cercare quello disponibile. I giganti sporgono da quella specie di grande pozzo dalla cintola in su, e dalle misure a cui Dante accenna possiamo desumere che essi sono alti circa 25 metri, di cui una metà sporge dall’argine. Il primo gigante che incontrano è Nembrot, il costruttore della torre di Babele, il quale preso dall’ira dice parole senza senso, ed è inutile trattare con lui. Il secondo è Fialte (=Efialte) il quale, anche se volesse acconsentire, non potrebbe, avendo ambedue le braccia incatenate. Esso, quando si sente nominare da Virgilio, che dice «le braccia ch’ei menò già mai non move» (1,31,96), si scuote per la rabbia così violentemente che Dante teme di morire di paura nonostante la vista delle catene. Il Poeta vorrebbe vedere Briareo dalle cento braccia, che però si trova molto lontano, mentre è vicino Anteo, che a Virgilio sembra abbordabile. Gli rivolge il discorso lodandolo per la sua forza («recasti già mille leon per preda») e aggiungendo, per maggiore lusinga, che se egli avesse partecipato coi suoi fratelli alla battaglia contro Giove, forse «avrebber vinto i figli della terra». Dopo questa efficace «captatio benevolentiae» gli rivolge la preghiera:

«mettine giù, e non ten vegna schifo…

Non ci fa ire a Tizio né a Tifo:

questi può dar di quel che qui si brama.» (1,31,115 ss.)

Molto abile è Virgilio nel richiedere il (per il gigante) piccolo servizio di posarli giù: Dante è vivo e potrà ravvivare la sua fama nel mondo; se non lo farà lui il servizio, lo farà Tizio o Tifo. Anteo è del tutto convinto, non vuole perdere l’occasione di immortalarsi, e subito prende con una mano Virgilio il quale poi abbraccia strettamente Dante. Ora il gigante si deve chinare per posarli nel fondo, a più di dieci metri sotto, e al Poeta sembra che quel gran corpo gli crolli sopra. La similitudine che egli porta per indicare l’impressione forte che egli provò è una delle più belle della Commedia e delle più realistiche:

«Qual pare a riguardar la Garisenda

sotto il chinato, quando un nuvol vada

sovr’essa sì, che ella incontro penda,

tal parve Anteo a me…» (1,31,136 ss.)

Dante si prese un forte spavento, perché gli sembrò che Anteo gli piombasse addosso, come al viandante che viene a trovarsi sotto la Garisenda, quando una nuvola passa in senso contrario alla pendenza, sembra che la famosa torre bolognese gli crolli addosso. Evidentemente Dante nei suoi soggiorni bolognesi aveva più di una volta sperimentato quella ingannevole ma forte impressione. Quello che ci fa sorridere è che Anteo si mostri così compiacente in vista della fama che Dante, tornando nel mondo dei vivi, gli potrà procurare; il gigante si mostrò anche gentile e quasi delicato, e depose «lievemente al fondo che divora / Lucifero con Giuda» i due poeti così deboli e piccoli di fronte a lui. Anche il centauro Chirone, come abbiamo visto, era stato ugualmente gentile, e aveva costretto a esserlo anche il rude Nesso. Insomma nell’inferno c’è talora un po’ di comprensione e gentilezza anche da parte degli abitatori dell’Ade. Dante, che non è un abitatore dell’Ade, ma un pellegrino in transito, qualche volta si commuove sino a piangere, come per Francesca da Rimini (1,5,116 ss.), ma qualche volta si mostra molto spietato, come verso Bocca degli Abati (1,32,76 ss.), traditore del partito guelfo il quale addossava a lui la sconfitta patita nella battaglia di Montaperti. Dante, passando nell’Antenora tra le teste dei dannati, infissi nel ghiaccio sino al collo, «forte percosse il piè nel viso ad una», e dice ambiguamente che non sa «se voler fu o destino o fortuna.» Il percosso protesta, e il Poeta gli promette che, se gli dice il nome, gli darà fama nel mondo dove deve tornare. Il dannato risponde che ha tutt’altra brama che di fama e gl’intima di levarsi di torno. Ma Dante che, essendo quella la zona dei traditori politici, ha intuito chi egli sia, lo vuol costringere a sputare il suo nome infame.

«Allor lo presi per la cuticagna

e dissi: “El converrà che tu ti nomi,

o che capel qui su non ti rimagna”» [= rimanga]

E siccome quello stava duro, pur «latrando con gli occhi in giù raccolti» per non farsi riconoscere, gli strappò più di una ciocca di capelli, finché uno dei vicini, sentendo quei cupi latrati, chiese: «Che hai tu, Bocca?» Il Poeta è ora certo del suo sospetto, e dice al malvagio traditore che porterà nel mondo notizie di lui a sua eterna infamia.

Ugualmente spietato è Dante nella sezione Tolomea, dove sono i traditori degli ospiti. Qui frate Alberigo chiede al Poeta di togliergli le visiere di ghiaccio dagli occhi, e lui gli fa credere che lo farà a patto che gli dica il suo nome. Frate Alberigo allora non solo rivela chi è, ma dà al pellegrino altre informazioni, per cattivarne la benevolenza;  quando alla fine gli chiede di liberargli gli occhi, Dante non mantiene la promessa, convinto che è cortesia essere villano verso un tale traditore.

Sia nel caso di Bocca sia nel caso di frate Alberigo, Virgilio, che è presente, non interviene minimamente, essendo pienamente d’accordo col discepolo. Verso i traditori i poeti non sentono alcuna pietà; anzi per loro è suprema «cortesia» essere scortesi verso peccatori così odiosi. 

 


QUALCHE CASO NOTEVOLE

 

Finora ho seguito i due poeti quasi passo passo dalla selva oscura al centro della terra. Potrei continuare così e accompagnarli allo stesso modo nel Purgatorio, per cogliere e rilevare via via tutti gli episodi che hanno una valenza educativa. Ma mi accorgo che la messe è molta, e finirei per scrivere un libro, mentre il mio intento è offrire un agile opuscolo il quale dia utili spunti a chi voglia leggere il poema sacro da questo interessante punto di vista educativo-didattico.

Quindi in questo ultimo capitolo riporterò qualche caso rimarchevole preso qua e là nel poema. Abbiamo visto come davanti a gravi pericoli o difficoltà Virgilio ha dovuto proteggere Dante o spronarlo a non aver paura, ad essere forte e fiducioso, sicuro che la sua guida non lo abbandonerebbe mai né esporrebbe a un reale pericolo. Un pericolo grave i poeti corrono nella quinta bolgia (barattieri) dell’ottavo cerchio, perché i diavoli, beffati da Ciampolo per colpa loro, si vogliono vendicare su di essi e li inseguono con i loro terribili roncigli. I poeti fuggono, ma i diavoli con le loro ali di pipistrello sono più veloci e stanno per raggiungerli. Che fa allora Virgilio per salvare il discepolo? Lo prende in braccio e si cala con  lui a precipizio nella bolgia successiva, nella quale ai diavoli è vietato scendere.

Per rappresentare meglio l’azione pronta e coraggiosa del maestro, Dante porta la similitudine della madre che eroicamente salva il figlioletto già quasi investito dalle fiamme dell’incendio. E’una similitudine molto bella, nella quale il Poeta indugia nei dettagli, per rendere più realistico il quadro. (1,23,37 ss.)

Nella sesta bolgia, dove sono calati, vengono puniti gli ipocriti, che si trascinano gravati da pesanti cappe di piombo dorato all’esterno. I ponticelli di pietra, che varcano ad arco le bolge, in questa sono tutti crollati per il terremoto avvenuto alla morte di Gesù Cristo. (Matteo cap. 27 versetto 51)

Per risalire dal fondo della sesta bolgia all’argine della settima i poeti devono scalare la rovina del ponte crollato. Non è un’impresa da poco, e Virgilio studia il modo migliore per compierla. Prende poi Dante e lo issa su un ronchione, poi sospingendolo lo fa salire a un altro che gli indica, e così lo fa «montar di chiappa in chiappa» (1,24,33), cioè da una sporgenza a un’altra. Dante per la grande fatica è così stanco, che si siede appena giunto sull’argine, ma Virgilio lo sollecita a proseguire con parole di rimprovero: «Ormai convien che tu così ti spoltre». Sembra un rimprovero eccessivo, ma l’educatore sa che qualche volta bisogna usare anche parole dure per ottenere un sicuro effetto. E così avvenne, e Dante lo conferma:

«Levaimi allor, mostrandomi fornito

meglio di lena ch’io non mi sentia,

e dissi: “Va’, ch’io son forte e ardito”.» (1,24, 58-60)

Il Poeta è orgoglioso, non vuole sfigurare davanti al suo duca, e si mostra a lui anche più pronto di quello che è. Questo episodio ci insegna che con i caratteri orgogliosi l’educatore deve far leva anche su questo sentimento, che sprona a essere migliori e a non deludere le attese.

Una scalata simile troviamo da fare nel Purgatorio, per salire dalla spiaggia sulla montagna. Giunti ai piedi di essa, i poeti la trovano così ripida che vieta ogni tentativo di ascesa, e Virgilio pensa giustamente che in qualche punto ci deve essere una scala, ma la montagna ha un grande perimetro: in quale direzione devono avviarsi per trovarla prima? Virgilio si ferma indeciso a riflettere, cercando di risolvere il rebus col ragionamento, partendo dal punto di approdo del vascello angelico, da dove essi si sono mossi. Probabilmente pensa che, come nell’inferno ha preso sempre a sinistra rivolto al fondo, qui debba prendere a destra guardando il monte. Mentre il maestro sta pensando a capo chino, Dante guarda qua e là curioso, senza porsi alcun problema. E vedendo spuntare lontano da mano sinistra una schiera di anime, subito lo annuncia:

«Leva… maestro, li occhi tuoi:

ecco di qua chi ne darà consiglio,

se tu da te medesimo aver nol puoi.» (2,3,61-63)

Non sfugga al lettore la sottile ironia dell’ultimo verso; è come se Dante dicesse: «Caro maestro, col tuo ragionamento non hai approdato a nulla, ma ecco che arriva la soluzione del problema.» La lieve punzecchiatura non sfugge all’educatore, che però non ci dà peso, e «con libero piglio» (non col malpiglio di un offeso) risponde: «Andiamo in là, ch’ei vegnon piano; e tu ferma la speme, dolce figlio.»   

La schiera è formata dagli scomunicati, i quali dicono a Virgilio che per trovare presto la scala devono andare nella loro stessa direzione. Quando trovano la scala vedono che è molto erta. Per darcene un’idea, Dante dice che si sale faticosamente alla fortezza di San Leo, però con i piedi, «ma qui convien ch’om voli»; e siccome egli non aveva le ali, doveva sospingersi col «gran desio» seguendo la sua guida «che speranza gli dava e facca lume» (2,4,30). Siccome era pieno giorno, dobbiamo intendere “lume” non come luce, ma come indicazione delle sporgenze sicure di quella ripida scala, alle quali il discepolo doveva appigliarsi con le mani per non scivolare coi piedi. Finalmente giungono a un ripiano circolare che interrompe l’erta scala, e Dante, stanchissimo, vorrebbe riposarsi un po’. Però non dice al maestro, con sincera semplicità, «Non ce la faccio più, fammi riposare qualche minuto»; probabilmente Virgilio lo avrebbe accontentato, come ogni altro padre in un caso simile. Ma Dante vuol fare il furbo: orgoglioso com’è, vuol ottenere il suo scopo senza confessare la sua stanchezza, e chiede: «Maestro mio, che via faremo?» (2,4,36) Era convinto che a questa domanda Virgilio si sarebbe fermato a osservare e riflettere, come sulla spiaggia, e così lui si sarebbe riposato. Ma il maestro comprende l’astuzia e, memore della sottile ironia usatagli dal discepolo sulla spiaggia, gli risponde:

«Nessun tuo passo caggia: (= cada, vada perso)

pur su al monte dietro a me acquista,

fin che n’appaia alcuna scorta saggia.» (2,4,37 ss.)

L’ultimo verso contiene la risposta adeguata alla precedente poco rispettosa battuta ironica del discepolo (1,3,61-63). E’come se gli dicesse:

«Come tu hai allora insinuato, io non sono qui capace di orientarmi; per non sbagliare, continuiamo a salire, finché non troviamo qualcuno a cui chiedere.»

Dante capisce che la sua astuzia non ha funzionato e che il maestro, senza farne mostra, lo ha ripagato «pan per focaccia», per inculcargli un comportamento più rispettoso e anche più sincero. Si rassegna e guarda la salita che lo aspetta, per la quale il maestro si è già avviato. Quella salita era così lunga che non se ne vedeva la fine, e tanto ripida che certamente aveva, dice lui, una pendenza superiore a 45 gradi sul piano orizzontale. Comincia a scarpinare rassegnato, ma a un certo punto pensa di confessare la sua stanchezza, chiedendo una pausa. La sua è un’accorata  preghiera:

«O dolce padre, volgiti, e rimira

com’io rimango sol, se non ristai.» (2,4,44-45) [= se non ti fermi]

E il dolce padre lo accontenta subito, chiedendogli solo un ultimo sforzo di buona volontà:

«Figliuol mio, infin quivi ti tira» e gli addita poco più in alto un ripiano, dove avrebbe potuto sedersi a riposare. Quando la richiesta dell’educando è sincera e motivata, il buon educatore non può che accoglierla sollecitamente, ispirando in tal modo fiducia e anche coraggio al suo pupillo. E Dante lo riconosce:

«Sì mi spronaron le parole sue,

ch’io mi sforzai carpando appresso a lui,

tanto che il cinghio [= ripiano] sotto i pié mi fue.» (2,4,49-51)

Il «carpando» dice bene lo sforzo fatto con le mani e coi piedi, salendo carponi, e l’ultimo verso indica intensamente la soddisfazione per la vittoria sulla stanchezza.

Virgilio è un educatore molto accorto e sensibile. Per far rilassare completamente il discepolo, si mette anche lui seduto accanto a lui, per metterlo a suo agio, come per dirgli che quella pausa ci vuole, non è una debolezza.

Nel rapporto educativo Virgilio-Dante ci sono, con le lodi, anche i rimproveri, talora velati e sfumati, come quello precedente, talora aperti e anche un po’ acerbi. Uno di tali rimbrotti tocca a Dante nell’Antipurgatorio. Il gruppo di anime pigre, che qui attendono, si sono accorte che Dante è vivo, e se lo mostrano reciprocamente con grande ammirazione, come di apparizione miracolosa. Dante si accorge di questo loro interesse e rallenta il passo, quasi per farsi contemplare, non senza una punta di orgoglio per tanta ammirazione. Ma Virgilio non tollera questa vanità che lo fa indugiare, e lo riprende:

«Perché l’animo tuo tanto s’impiglia

… …, che l’andare allenti?

Che ti fa ciò che quivi si pispiglia?

Vien dietro a me, e lascia dir le genti:

sta come torre ferma, che non crolla

già mai la cima per soffiar di venti.» (2,5,10 ss.)

A dire la verità, il rimprovero sembra eccessivo; in fin dei conti il discepolo non si era fermato né aveva attaccato discorso con quelle anime curiose; aveva solo rallentato il passo. Ma il rimprovero è opportuno, in quanto serve a preservare Dante da ricadute nel difetto della vanità soprattutto qui nel Purgatorio, dove è ovunque fatto oggetto di ammirazione per la straordinarietà del suo viaggio.

Infatti il rimprovero ha anche un valore di prevenzione, e non solo di repressione, e Dante lo accetta e lo capisce:

«Che potea io ridir, se non “Io vegno?”

Dissilo, alquanto del color cosperso

Che fa l’uom di perdon talvolta degno.» (2,5,19-21)

Un rimprovero molto più acerbo riceverà Dante da Beatrice nel Paradiso terrestre. Qui Virgilio, avendo compiuto degnamente la sua missione, scompare modestamente in punta di piedi, per evitare ringraziamenti e inutili commozioni. L’educatore assolve una missione più che altro spirituale, e deve aspettare la ricompensa più da Dio che dagli uomini, e tanto meno dal pupillo che ha guidato e formato nel carattere. Attendere da lui una gratificazione sarebbe un condizionarlo, mentre lo deve lasciare del tutto libero. Dovrà essere il ben educato discepolo a ricordarlo e a serbargli gratitudine, memore del beneficio ricevuto.

Dante quando, all’apparire di Beatrice, vuole comunicare al maestro la sua commozione, e si accorge che egli è scomparso, è indotto al pianto, ma Beatrice subito l’apostrofa con parole piuttosto dure:

«Dante, perché Virgilio se ne vada,

non pianger anco, con piangere ancora;

ché pianger ti convien per altra spada.» (2,30,55-57)

Il rimprovero di Beatrice è lungo e articolato, perché lei vuole da Dante una confessione piena delle sue colpe; e nella sua requisitoria accenna anche a una “pargoletta” che aveva attirato l’interesse amoroso del Poeta, dopo la morte di lei (1290), quando incominciò il traviamento di lui. Davanti agli angeli del suo corteggio, a Matelda e agli altri personaggi che circondano il carro della Chiesa, Beatrice senza pietà ricorda le mancanze di Dante, la sua ingratitudine e la sua durezza ai richiami celesti, che in gran numero lei gli aveva impetrato dal Cielo.

L’atto di accusa di Beatrice è così severo, che gli stessi angeli presenti si muovono a pietà e intercedono per lui che, vinto dal rimorso, cade svenuto. Quando rinviene, si vede già immerso da Matelda nel Lete, per perdere finanche la memoria delle sue colpe. Così Dante, perdonato da Dio, ritrova in Beatrice la soave ispiratrice della sua prima giovinezza, e dal Paradiso terrestre in poi sarà  lei a guidarlo, e quindi sarà lei la sua maestra.

Anche il rapporto pedagogico e didattico tra Beatrice e Dante è interessante, ma io non intendo trattarlo, non volendo allungar troppo l’opuscolo, il quale è per definizione «una piccola opera». A me basta aver dato lo spunto a qualcuno che voglia leggere la Commedia da questo interessante punto di vista. Infatti il poema è stato approfondito quasi soltanto dal punto di vista allegorico, per il quale la Beatrice (1266-1290) figlia di Folco Portinari, moglie di Simone dei Bardi, morta giovanissima a 24 anni, sarebbe il simbolo della teologia. Ma a noi lettori comuni piace considerare umanamente Beatrice come una giovane donna sposata, bella e virtuosa, che però si compiace di essere amata platonicamente da Dante, e s’ingelosisce  quando lui sembra rivolgersi ad altre.

Nessuno creda che io voglia criticare l’interpretazione allegorica di Beatrice, che è data dallo stesso Dante, uomo del Medioevo, il quale per tutto il poema sacro rivendica i quattro sensi (letterale, allegorico, morale, anagogico) che i teologi trovavano nella Sacra Scrittura. Ne fa fede la lunghissima lettera a Cangrande della Scala (la 13ª e ultima delle Epistole) nella quale prolissamente spiega al nobile signore il significato di tutto il poema, anche se gli invia in saggio solo i primi sette canti del Paradiso. La lettera ha ben 33 paragrafi in un latino stilisticamente corretto, ma concettualmente insopportabile per le sue astruse argomentazioni, volte a mettere in luce i quattro sensi predetti. Può darsi che a qualcuno queste astruserie paiano interessanti; a lui l’onere della prova.

Io del Paradiso non intendo trattare, ma non posso rinunciare a citare un brano del canto ottavo, perché mi sembra interessante dal punto di vista pedagogico che ci interessa, e che abbiamo tenuto presente nel rapporto Virgilio-Dante. Siamo nel cielo di Venere, dove sono gli spiriti amanti, che hanno ricevuto l’influsso di questo pianeta. Sappiamo che Dante credeva all’influsso degli astri, e lui stesso si vantava di aver ricevuto alla nascita (maggio 1265) l’influsso benefico dei Gemelli che, secondo l’opinione del tempo, predisponeva a un «glorioso porto»[6] nel campo letterario. Tanto è vero che nel percorrere con Beatrice il cielo delle stelle fisse egli si ferma proprio nella costellazione dei Gemelli, per ringraziarli e insieme pregarli:

«O gloriose stelle, o lume pregno

di ogni virtù, dal quale io riconosco

tutto, qual che si sia, il mio ingegno…

A voi devotamente ora sospira

l’anima mia, per acquistar virtute

al passo forte che a sé la tira.» (3,22,112 ss.)

A noi sembra strano che il Poeta riconosca il suo “ingegno tutto” come dono di quelle stelle, e ancora più strano che le invochi per «acquistar virtute al passo forte». Sono le stranezze di Dante, alle quali per fortuna siamo abituati.

Dalla costellazione dei Gemelli egli guarda la terra come un moderno astronauta la può guardare volando nello spazio:

«L’aiuola che ci fa tanto feroci,

volgendomi io con gli eterni Gemelli,

tutta m’apparve dai colli alle foci.» (3,22,151-53)

La nostra terra, che a noi sembra un vasto globo, è una piccola aia, un’«areola», un’aiuola bella e variegata, che però ci rende tanto feroci per il suo possesso, oggi forse più ancora che al tempo di Dante. Ho voluto riportare questa terzina perché il suo primo verso racchiude una cruda verità: gli uomini lottano e si ammazzano per conquistare qualche metro o chilometro quadrato di questa aiuola, che dovrebbe essere solo curata  da tutti, per dare a tutti fiori e frutti. Mi piace ricordare che ho posto la precedente terzina come epigrafe al mio romanzo «L’aiuola contesa», scritto nel 1969 e visibile su Internet (www.biblio-net.com Nuovi scrittori). Nel romanzo l’aiuola veramente bella è l’Alto Adige (Sud Tirolo), che in quegli anni era duramente contesa con continui attentati dinamitardi.  

Mi accorgo di aver divagato e torno all’argomento pedagogico.

Tra gli spiriti amanti Dante incontra Carlo Martello d’Angiò, re d’Ungheria, che il Poeta conobbe quando venne a Firenze nel 1294. Dante molto si aspettava da lui, che però morì a 24 anni nel 1295, prima che potesse ereditare la Provenza e il regno di Napoli, e compiere le grandi imprese che sognava. Con lui Dante discute delle qualità che la natura dona a ciascuno, e che dovrebbero essere adeguatamente sfruttate; per farlo, esse devono essere prima conosciute, quindi rispettate e seguite. E’ il compito dei bravi educatori.

Ma molto spesso il giovanetto, anche nobile, cresce senza un educatore o con un educatore (pedagogo o istitutore) prevenuto, condizionato o incapace. Carlo Martello, cioè Dante, fa a questo proposito un lungo ragionamento molto “scolastico”[7] e piuttosto barboso, che non riferisco per non annoiare, e mi limito a riportare la conclusione, che è giusta e condivido pienamente:

«Se il mondo la giù ponesse mente

al fondamento che natura pone,

seguendo lui, avrìa buona la gente.» (3,8,142-44)

Infatti se i genitori avviassero i figli verso quelle attività o quegli studi per i quali hanno attitudine, non solo li farebbero felici, ma anche «buoni», cioè valenti in quel campo per cui posseggono le doti adatte. Ma purtroppo, come allora anche oggi, le scelte dei genitori sono dettate da interessi diversi, per cui talora essi impongono ai figli percorsi sbagliati, e così li rendono scontenti e non realizzati. Sappiamo tutti che fino alla Rivoluzione francese, nelle famiglie nobiliari, i figli cadetti erano avviati, secondo considerazioni opportunistiche, o alla carriera militare o a quella ecclesiastica, per diventare o generali o vescovi e cardinali. Anche qualche papa, come Giulio II, si comportava più da guerriero che da pastore. Il cardinale spagnolo Albornoz (1310-1367) a capo di un esercito riconquistò i territori pontifici, i cardinali Richelieu (1585-1642) e Mazzarino (1602-1661) furono non ministri della religione, ma spregiudicati politici, artefici della supremazia francese in Europa.

Anche oggi noi assistiamo a destinazioni imposte.

Uno deve prendere la Facoltà di Farmacia, perché il padre è proprietario di una farmacia, un’altro quella di Giurisprudenza, perché il padre o lo zio ha un avviato Studio di avvocato, un terzo quella di Medicina, perché la famiglia possiede una clinica ben quotata in campo sanitario.

Magari quei figlioli, se fossero liberi di seguire le loro tendenze, sceglierebbero attività per le quali sono disposti da natura o chiamati da una vocazione interiore di carattere religioso, che i familiari contrastano. Sì, ci sono anche ragazzi e ragazze che sentono una chiamata spirituale, che viene da Dio, e sono impediti di seguirla dai genitori, che considerano come perduti i figli che vogliono dedicarsi all’apostolato.

In tal modo voi, uomini, (sembra ammonirci Dante) non seguite la via indicata dalla natura, «onde la traccia vostra è fuor di strada» (3,8,148). E fuor di strada, anche se si cammina, non si arriva a nessuna meta utile.

Con questo avvertimento mi piace concludere questa operetta, dedicato agli spunti pedagogici che possiamo trovare nella Commedia.


VERSI CELEBRI

 

In appendice a questo opuscolo voglio riportare alcuni passi celebri del poema, che quasi tutti conoscono, ma di cui talora non ricordano le parole precise e neppure la collocazione esatta nei cento canti della Commedia, per cui non possono rileggerseli per gustarli meglio. Come al solito io citerò i vari passi, con i tre numeri indicativi (cantica, canto,verso) a utilità del lettore.

Generalmente questi versi costituiscono delle considerazioni o massime che vogliono ammonire moralmente, o esortare a comportamenti virtuosi, o dar rilievo a certe verità. I passi famosi sono tanti nel poema, ma io ne citerò solo alcuni.

1.      Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,

prese costui de la bella persona

                     che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

 

                     Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

                     mi prese del costui piacer sì forte,

                     che, come vedi, ancor non m’abbandona.

 

                     Amor condusse noi ad una morte. (1,5,100-106)[8]

 

A che cosa conduce l’amore? A un esito triste o tragico, se è peccaminoso, ma a una serena felicità, se è legittimo e santificato dalla grazia del Sacramento.

2.      “Omai convien che tu così ti spoltre” [= ti spoltrisca]

disse ‘l maestro; “ché, seggendo in piuma,

in fama non si vien, né sotto coltre;

 

senza[9] la qual chi sua vita consuma,

cotal vestigio in terra di sé lascia,

qual fummo in aere e in acqua la schiuma.” (1,24,46-51)

 

Questi versi incitano ad adoperarsi per ottenere la gloria. Ma che cosa è la gloria terrena? Un venticello capriccioso, come dice nel Purgatorio il miniatore Oderisi:

3.      Non è il mondan rumore altro ch’un fiato

di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi,

e muta nuome perché muta lato. (2,11,100-102)

 

Tuttavia nella vita bisogna adoperarsi per conseguire risultati utili e conoscenze giovevoli, e perciò ecco l’appello di Ulisse ai compagni:

4.      Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e conoscenza. (1,26,118-120)

 

Però l’agire virtuoso spesso incontra invidia e ostilità, e il cittadino onesto suscita sospetto e viene ostracizzato. E’ un’amara esperienza per molti e anche per Dante al quale Cacciaguida predice:

5.      Tu proverai sì come sa di sale

lo pane altrui, e come è duro calle

lo scendere e il salir per l’altrui scale.[10] (3,17,58-60)

 

L’uomo probo, che ha una «dignitosa coscienza e netta» (2,3,8), non si deve scoraggiare per le opposizioni, ma insistere nel bene operare a favore della società. Deve farsi guidare sempre dalla retta coscienza e dalla retta ragione, impersonata da Virgilio, il quale esorta Dante e ognuno di noi così:

6.      Vien dietro a me, e lascia dir le genti:

sta’ come torre ferma, che non crolla

già mai la cima per soffiar di venti. (2,5,13-15)

 

Talora le verità «vere» non sono politicamente corrette e suscitano canee di oppositori, di tutti quelli che sono danneggiati o offesi da quelle “rivelazioni”, per cui danno addosso all’imprudente «profeta» per annichilirlo. Che deve fare il poveretto? Deve adeguarsi, rientrare nel «coro», disdirsi e dire soltanto le cose che fanno piacere ai potenti condizionatori e padroni dell’opinione pubblica? No certamente; infatti il trisavolo Cacciaguida dice a Dante:

7.      Ma nondimen [nonostante le persecuzioni], rimossa ogni menzogna,

tutta tua vision fa’ manifesta;

e lascia pur grattar dov’è la rogna. (3,17,127-129)

 

Bisogna asserire sempre le verità “vere”, non quelle manipolate dai «maestri d’opinione», le quali sono vere mode culturali diffuse dai media, che le impongono a guisa di cosmetici, con la pubblicità.

Servire la verità è servire Dio, soffrire per la verità è essere testimoni di Cristo, essere perseguitato per la verità è essere eroi civili o martiri cristiani.

Ma quale uomo potrebbe essere tanto forte? Nessuno, se non sostenuto dalla Grazia divina, che ci può ottenere soprattutto la Madonna.

Sicché nell’ultimo canto del Paradiso San Bernardo, cioè Dante, innalza a lei la sublime preghiera:

8.      Vergine madre, figlia del tuo figlio,

umile e alta più che creatura,

termine fisso d’eterno consiglio,

 

tu sei colei che l’umana natura

nobilitasti sì, che il suo fattore

non disdegnò di farsi sua fattura.

 

Nel ventre tuo si raccese l’amore

per lo cui caldo nell’etterna pace

così è germinato questo fiore.

 

Qui se’ a noi meridiana face

di caritate, e giuso, intra i mortali,

se’ di speranza fontana vivace.

 

Donna, se’ tanto grande e tanto vali,

che qual vuol grazia ed a te non ricorre,

sua disianza vuol volar sanz’ali.

 

La tua benignità non pur soccorre

a chi domanda, ma molte fiate

liberamente al dimandar precorre.

 

In te misericordia, in te pietate,

in te magnificenza, in te s’aduna

quantunque in creatura è di bontate.

 

Or questi, che dall’infima lacuna

dell’universo infin qui ha vedute

le vite spiritali ad una ad una,

 

supplica a te, per grazia, di virtute

tanto, che possa con li occhi levarsi

più alto verso l’ultima salute.

 

E io, che mai per mio veder non arsi

più ch’i’ fo per lo suo, tutti miei prieghi

ti porgo, e priego che non sieno scarsi,

 

perché tu ogni nube li disleghi

di sua mortalità co’ prieghi tuoi,

sì che ’l sommo piacer li si dispieghi.

 

Ancor ti priego, regina, che puoi

ciò che tu vuoli, che conservi sani,

dopo tanto veder, li affetti suoi.

 

Vinca tua guardia i movimenti umani:

vedi Beatrice con quanti beati

per li miei preghi ti chiudon le mani! (3,33,1-39)

 

Sono tredici famose e toccanti terzine, per cui invito il lettore a rileggerle tutte, come sublime poesia e soprattutto come fervida preghiera, che io pongo come conclusione di tutto il mio discorso.

 

 

 

 

Roma, Assunzione della Vergine - 2006



[1] Egli dice di Maria: «il nome del bel fiore ch’io sempre invoco e mane e sera» (3,23,88-89).

[2] Pietro (o Piero) Angelari del Morrone (monte vicino alla Maiella, dove visse a lungo eremita) 1215-1296.

[3] E’ il caso di frate Alberigo e di Branca D’Oria, già in inferno e ancora viventi nel mondo. (1,33,118 ss.)  E’ chiaro che l’opinione di Dante è sua fantasia, perché sino alla morte il peccatore può redimersi.

[4] La pena dantesca degli usurai dovrebbe far riflettere non solo i molti usurai che oggi tengono banco, ma anche tutti quegli industriali che prima con le loro imprese facevano vivere tanta gente, e poi hanno smantellato gli stabilimenti con finti fallimenti, e coi grossi capitali realizzati con frode guadagnano ora notevoli somme in borsa, giocando sui titoli e sulle monete, perché essi si sono addottorati nella «scienza delle finanze» [= vero aggiotaggio].

[5] E’ ritenuto da Dante un gigante, mentre la Bibbia (Gn 10, 9-11) nulla dice in proposito. Nel citato passo della Genesi egli è chiamato Nemrod, figlio di Etiopia, figlio a sua volta di Cam. «Egli era valente nella caccia davanti al Signore… L’inizio del suo regno fu Babele… Da quella terra si portò ad Assur e costruì Ninive.» Dante lo ritiene colpevole della costruzione della torre di Babele (=Babilonia) «la cui cima tocchi il cielo» (Gn 11,4), che perciò sfidava Dio, il quale provocò la confusione delle lingue affinché non ne proseguisse la costruzione. Dante parla a lungo di Nembrot nel «De vulgari eloquentia» (libro I, Cap. VII), e nella Commedia lo cita ben tre volte (1,31,77; 2,12,34; 3,26,126).

[6] «Se tu segni tua stella, non puoi fallire a glorioso porto» (1,15,55-56) gli ricorda nell’inferno Brunetto Latini.

[7] proprio della Scolastica: esso parte da un assioma, cioè verità ritenuta certa, e da essa deduce via via altre verità, che appaiono ineccepibili in base all’asserto iniziale.

[8] E’ una famosa anafora, con la ripetizione della parola-chiave “Amore”.

[9] Dante dice «sanza», ma «senza» è più chiaro per noi moderni, e non danneggia il verso. Anche in altri casi io mi sono permesso simili aggiornamenti di vocaboli in questo opuscolo divulgativo, non scientifico.

[10] «Lo scendere e il salir» è un hysteron-proteron, cioè un’inversione logica, perché prima si sale e poi si scende quando si va nelle case altrui.