Bruno Camaioni

 

IL PROBLEMA DEL MALE

 

 

 

 

 

Riflessioni di un credente


Anagogica

Opere di Bruno Camaioni

Notizie sull'autore

 

Bruno Camaioni è nato a Grottammare (AP) nel 1917, si è laureato in Lettere all'Università di Roma nel 1940, ha insegnato in varie città italiane, ed era preside di un liceo classico quando è andato in pensione. Ha scritto diverse opere (poesie, romanzi, studi sul Manzoni, opuscoli su argomenti religiosi ecc.) che non ha mai pubblicato, facendole circolare solo tra parenti, amici e conoscenti.

Uno di costoro, ritenendo che esse siano interessanti e anche formative per i valori che inculcano, ha preso l'iniziativa di metterle man mano in rete, affinché chiunque le possa leggere liberamente e senza spese.

Solo la sua autobiografia, scritta per insistenza dei figli, non sarà per ora resa nota, per ovvi motivi di discrezione. Dopo la sua morte anch'essa sarà messa in rete, per chi vorrà conoscere meglio quest'uomo che intendeva restare ignorato.

 

Note sul diritto d'autore

Delle opere pubblicate di Bruno Camaioni ne è consentita la copia e la distribuzione gratuita, su qualsiasi supporto, preservandone l'integrità (inclusa la presente dicitura) e citandone l'autore.

Opere attualmente disponibili in rete (anche attraverso eMule Adunanza Fastweb):

 

Le opere sono state depositate ad aprile dell'anno 2005.


 

 

 

 

 

 

 

 

                   IL PROBLEMA DEL MALE

                            

                          Riflessioni di un credente


PREFAZIONE

 

 

 

Il problema del male ha sempre assillato la mente dei filosofi e la coscienza dei credenti. I filosofi si  sono  chiesti: che cosa è il male? E poi  anche: da che  cosa  deriva il male? I credenti, (e parlo particolarmente dei cristiani), si chiedono: perché Dio, che non può essere che Buono e Giusto, permette il male?     

Alla domanda dei filosofi è facile rispondere: il male è tutto ciò che causa all’uomo (singolo o raggruppato) un dolore fisico o psichico per un danno materiale o morale. Alla domanda seconda, le risposte sono varie. Alcuni hanno ipotizzato l’esistenza di un dio del male, in lotta contro il dio del bene, mentre altri sono addirittura giunti a parlare di “invidia degli dei contro l’eccessiva felicità degli uomini; onde l’invio dei mali sulla terra.[1] Ovviamente i cristiani non possono accettare l’esistenza di un dio del male, e tanto meno pensare a “invidia di Dio”, ben sapendo che Dio è Padre amoroso il quale, come ci ha assicurato Cristo, non vuole che il nostro bene. Eppure il male esiste. Quello che scandalizza (o può scandalizzare) il credente non è certamente il male che procura l’uomo stesso ai propri simili, danneggiandoli in tante maniere e spesso con raffinata malvagità. Questo male è dovuto all’uso maligno delle due facoltà più preziose che Dio abbia dato all’uomo, quelle per cui egli è “simile a Dio”, l’intelligenza e la volontà libera, cioè il cosiddetto libero arbitrio.

Dobbiamo riconoscere che gran parte del male che colpisce l’umanità deriva dalla malvagia azione dell’uomo, il quale purtroppo si serve della sua libertà e della sua intelligenza per accrescere la propria potenza o l’avere o il piacere, danneggiando gli altri. E ci sono purtroppo anche degli uomini così malvagi da infliggere sofferenza agli altri anche senza altra motivazione che lo sfogo o il gusto personale.

Non possiamo certamente pretendere che Dio non tolleri queste persone e le elimini dalla faccia della terra. Come sappiamo dalla parabola della zizzania, Dio elimina i malvagi, ma a suo tempo, al tempo della mietitura, quando ordinerà ai suoi ministri di bruciare la zizzania e di riporre il buon grano nei granai celesti.

Lo scandalo per i credenti deriva dal male che persone incolpevoli ricevono dalle leggi fisiche della natura, le quali sono state fissate da Dio creatore, e spesso causano inenarrabili sofferenze e orribili cataclismi, come terremoti, maremoti, tifoni, eruzioni vulcaniche, inondazioni, siccità, ecc. Anche rovinosi incendi e disastrosi smottamenti sono stati causati da cause non umane, procurando migliaia di vittime.

In questi casi il credente si domanda: perché Dio ha creato una natura così imperfetta, che causa tante sofferenze e sciagure? Queste non sono certamente né volute né causate dall’uomo, ma solo dalle forze naturali, dalle leggi fisiche, che sono state fissate dal Creatore. Come mai Dio ha agito in tal modo, creando un mondo così imperfetto come sede delle sue creature, fatte a sua immagine e somiglianza?

Leibniz[2] risponde che Dio non poteva creare un mondo perfetto, che sarebbe stato come un altro dio, ma ha creato un mondo comunque adatto al raggiungimento del fine per il quale appunto ha creato e il mondo e l’uomo.

Perciò, secondo Leibniz, questo mondo è “il migliore dei mondi possibili”. Il filosofo tedesco (che però scrive i suoi saggi in francese e li pubblica in Olanda) parla perciò di teodicea, cioè di “giustificazione di Dio”: non si può incolpare Dio per il male che c’è nel mondo, anzi Dio ha creato il migliore dei mondi possibili.

L’ottimismo di Leibniz potrebbe anche essere condiviso, in ultima analisi, da molti credenti. Ma ho detto “in ultima analisi”, cioè dopo un processo logico che rimuova le difficoltà e superi le obiezioni che, gravi e numerose, si affacciano alla riflessione del credente. Alcuni cristiani, costatando la presenza imperiosa del male, rischiano addirittura di perdere la fede, e forse qualcheduno l’ha davvero perduta, non riuscendo a conciliare la presenza (e l’esistenza) di un Dio Buono e Giusto con l’esistenza prepotente del male.

Insomma bisogna superare questa aporia che è logica e teologia insieme: quale rapporto c’è tra Dio (che esiste ed è onnipotente per natura) e il male (che pure esiste e in molti casi appare inevitabile)?

Il problema è tanto grave e urge talmente sulla coscienza del credente, che Vittorio Messori ha voluto porlo al Papa[3] nella famosa intervista del 1994. A pagina 66 del libro il giornalista pone l’angosciosa domanda: “Come continuare a confidare in un Dio che sarebbe Padre misericordioso... di fronte alla sofferenza, all’ingiustizia, alla malattia, alla morte, che sembrano dominare la grande storia del mondo e la piccola quotidiana storia di ciascuno di noi?”

A dire il vero, il Papa non risponde al “perché” del male, ma si dilunga sul “come” il cristiano può superarlo, ispirandosi a Gesù Cristo che si è sacrificato sulla croce, per riscattarci da ogni male, e soprattutto dal peccato, che è il male peggiore di cui si macchia l’uomo. Egli dice: “Se nella storia umana è presente la sofferenza... il Cristo crocifisso è una prova della solidarietà di Dio con l’uomo sofferente... Tutto è contenuto in questo: tutte le sofferenze individuali e le sofferenze collettive, quelle causate dalla forza della natura e  quelle provocate dalla libera volontà umana...”[4] Quindi il Papa non spiega il perché della sofferenza, ma la dà come un dato di fatto, e afferma che Cristo, con l’esempio della sua vita e soprattutto con la sua morte, ci insegna a superarla e a “renderla utile per una vita migliore” come dice il Manzoni nell’epilogo del suo romanzo.[5]

Praticamente il Papa non dà una risposta al “perché” formulato nella domanda, sicché il giornalista rispettosamente replica che “in questo modo, la domanda sul dolore e il male del mondo non sarebbe davvero affrontata, ma soltanto spostata”. E torna a formulare la domanda in un altro modo: ” ... la fede afferma che Do è onnipotente. Perché, allora, non ha eliminato e continua a non eliminare la sofferenza da un mondo che Egli stesso ha creato? Non ci troveremmo qui, davanti a una sorta di “impotenza divina”?”[6]

A questa seconda domanda la risposta del Papa è chiara e precisa: “Sì, in un certo senso lo si può dire: di fronte alla libertà umana Dio ha voluto rendersi “impotente”. E si può dire che Dio stia pagando per il grande dono concesso a un essere da lui creato “a sua immagine e somiglianza”.[7]

Però la risposta si riferisce soltanto ai mali causati dalle libere azioni dell’uomo, sulle quali Dio non vuole intervenire; mentre potrebbe benissimo intervenire sulla natura, da lui creata e assoggettata alle leggi da Lui imposte: leggi fisiche, chimiche, meccaniche, biologiche, ecc. che causano tutte le sofferenze non dovute all’attività dell’uomo, il quale è dotato di libero arbitrio. E’ vero che in molte “calamità naturali” c’è o ci può essere anche una colpa umana, dovuta a superficialità, egoismo, imprudenza, omissione di atti dovuti, ecc. Per esempio una disastrosa inondazione di un fiume, che ha come causa principale le piogge intense e persistenti che cadono a diluvio dal cielo, può avere come “concausa” la mancata manutenzione degli argini, la canalizzazione cementificata del percorso, l’imprudente costruzione delle case proprie sulle rive, ecc., ma anche senza alcuna di queste concause il fiume inonda i campi e le case, provocando enormi danni e infinite sofferenze agli abitanti alluvionati.

Che dire poi di un terremoto? di un maremoto? di un’eruzione vulcanica? Che dire degli errori genetici, cromosomici, e in genere biologici che producono tante malformazioni e talora vere e proprie “mostruosità”? Anche in questo caso ci possono essere delle concause o delle colpe umane, come nella nascita di tanti bambini focomelici, dovuta, come si appurò in seguito, all’assunzione della “talidomide” da parte delle madri durante la gravidanza. Però ci sono tanti dolorosi casi in cui la  causa teratogena o è del tutto ignota o è tale da non poter essere né prevista né corretta, insomma dei veri e propri errori biologici che causano tante sofferenze e infelicità.

Per le sofferenze causate da cause naturali il Papa non dà una risposta, ma solo l’esortazione ad avere fiducia in Dio, come appunto ha fatto con molto buon senso il Manzoni, il quale non si è posto nel suo romanzo il “perché” del male, ma solo il “come” poterlo sopportare in definitiva vincerlo: appunto con la fiducia in Dio.[8]

In questo siamo certamente d’accordo: non c’è altro modo per vincere il male; e Dio, per chi ci crede e lo invoca con fede, non lesina il suo aiuto di grazia e di “raddolcimento” del dolore provocato in noi dal male.

Ma il problema resta angoscioso: perché Dio ha creato un mondo così? Perché ha voluto porre le sue creature a sì duro cimento? Un padre amoroso può sottoporre i suoi figli a prove così difficili e dolorose? E’ vero che non tutti le hanno così gravi, ma tutti immancabilmente siamo sottoposti alla vecchiaia e alla morte, eventi che angosciano molti, assieme alle malattie e alle varie calamità naturali.

Il Papa ha pienamente ragione quando afferma che “Dio è sempre dalla parte dei sofferenti”;[9] ma noi continuiamo a domandarci perché ha voluto nel mondo tanta sofferenza, dato che è inoppugnabile la realtà del male, e Cristo stesso lo ammette allorché dice: “Chi vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua.” Tutti e tre i Vangeli sinottici (Matteo, Marco e Luca) riportano la frase di Gesù quasi con le stesse parole, per cui non possiamo avere dubbi su questa perentoria e chiara sua affermazione. Quindi la sequela di Cristo comporta il rinnegamento di sé stesso e l’accoglimento della croce, cioè della sofferenza, e la sofferenza è la conseguenza del male che domina in questo mondo.

E ci torna sempre, tormentosa, la stessa domanda: perché questo male? Qual è il piano divino nei nostri riguardi? Il teologo Giordano Murano, in un articolo su “Famiglia Cristiana” afferma: “San Tommaso nella sua opera “Contra Gentes” afferma che un Dio

buono e previdente non può aver creato un uomo come lo vediamo oggi, che perciò dev’essere avvenuto qualcosa all’alba dell’umanità che ha deformato il piano  voluto da Dio per la sua creatura.”[10]

Un altro teologo cattolico, il belga Adolphe Gesché [11] ha scritto sull’argomento che ci tormenta un libro di ben 190 pagine, nel quale, dopo aver divagato sul tema in lungo e in largo, con un linguaggio spesso astruso e incomprensibile, e sempre sul punto di darci  finalmente una plausibile risposta, conclude senza averci minimamente chiarito il problema, facendone anzi un enigma quasi insolubile. Egli infatti afferma: “Il problema del male non è risolto. Lo sarà mai? L’”unde malum”[12] non resterà sempre un enigma assoluto? In ogni caso non so rispondere. Anche la questione del rapporto di Dio con questo insorgere del male non è affatto chiarita.”[13] Anche il teologo belga, naturalmente, insiste sul superamento del male mediante il bene, cioè l’amore, la carità, seguendo l’esempio di Cristo, che ha risposto con l’amore all’odio dei nemici.

Il ben noto sacerdote don Carlo Gnocchi, che era stato cappellano degli Alpini in Russia, e aveva poi dedicato tutta la sua vita ai mutilatini abbandonati, in una specie di testamento spirituale (“Pedagogia del dolore innocente”), pubblicato poco dopo la sua morte (28 febbraio 1956) fa un’affermazione che mi sento di condividere, perché affronta veramente il problema e cerca di darne una soluzione. Egli infatti dice: “Nella misteriosa economia del Cristianesimo il dolore degli innocenti è permesso perché siano manifeste le opere di Dio e quelle degli uomini: l’amoroso e inesausto travaglio della scienza;  le opere multiformi dell’umana solidarietà; i prodigi della carità soprannaturale.”

L’intuizione di questo sacerdote generoso e veramente evangelico mi sembra che ci possa dare lo spunto per cercare di chiarire il progetto di Dio nel permettere il dolore anche degli innocenti, per colpa degli uomini o anche per mera colpa della natura.

Partendo da questa intuizione, cercherò nelle pagine seguenti di dare una spiegazione umanamente plausibile del male che è nel mondo, senza però pretendere di attingere la verità “vera”, in quanto il disegno di Dio resta per noi sempre imperscrutabile, perché arcano e misterioso.


Capitolo I - IL PIANO DEL CREATORE

 

 

Premetto che io affaccio la mia ipotesi come cristiano credente, che cerca di chiarire questo grande “perché” nel solco della fede e anche della tradizione cattolica. Quindi non mi pongo il problema se c’è o non c’è un Dio Creatore, perché sono fermamente convinto che Egli c’è, che è infinito, immortale, onnipotente e onnisciente, infinitamente giusto e infinitamente buono, come ci ha rivelato Gesù Cristo nel Vangelo. Perciò cerco di capire come il male è penetrato nel mondo, e perché Dio, pur potendolo, non lo ha impedito. Non ha impedito il male voluto dall’uomo, per rispetto della libertà che Egli aveva donato assieme all’intelligenza; ma ha in realtà voluto o comunque permesso il male derivato dalle leggi fisiche da lui imposte alla materia creata. Queste leggi potevano essere stabilite in modo da non procurare mali all’uomo. Ma Dio evidentemente non ha voluto che così fosse. Perché? Cerchiamo di capire o almeno di intuire il disegno di Dio.  

Dio, che è soprattutto Amore, che per natura vuole darsi ed essere ricambiato, ha creato degli esseri intelligenti e liberi a cui donarsi e da cui essere amato. Innanzi tutto ha creato gli angeli, ai quali ha donato non solo un’intelligenza superiore a quella che avrebbe poi dato agli uomini, ma anche una capacità di operare liberamente molto al di là delle possibilità umane, anche se sempre limitata.

Degli angeli una parte non si accontentò di questa posizione privilegiata, ma sempre subalterna, e si ribellò a Dio perché voleva essere uguale a Lui, e fu perciò cacciata dal Cielo “nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli” (Mt. 24, 41), come dice Cristo stesso nel Vangelo. Però questi angeli ribelli, pur avendo perduto la felicità celeste della visione di Dio, hanno conservato una relativa libertà di operare, servendosi della loro intelligenza rivolta al male, in odio a Dio Creatore che ha punito la loro ribellione.

In seguito Dio, sempre per diffondere ad altri esseri il suo amore,  ha creato l’uomo. Esso non è un  puro spirito, come l’angelo, ma ha uno spirito (anima) immortale in un corpo materiale e perciò mortale. Dio lo pone in una condizione pienamente felice, senza fatiche e senza dolori. Egli, dotato da Dio così generosamente, deve soltanto riconoscere il suo Benefattore, amarlo e, riconoscendo i propri limiti, accettarli con amore grato e con spontanea obbedienza.

Ma anche l’uomo si ribella, non accetta il suo limite, vuol essere come Dio. La Genesi ci racconta che il diavolo, sotto forma di serpente, si rivolse a Eva, ritenendola (non a torto) psicologicamente più suggestionabile, facendole balenare un allettante miraggio: “Sarete come Dio, sarete uguali a Lui, se mangerete il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male.”[14] La donna cade, cede alla tentazione, e trascina nella sua caduta il marito.

Ecco, anche l’uomo si è ribellato, e anche lui merita la sanzione divina. Tutti quei doni gratuiti, quella felicità, quella immunità dalla fatica e dal dolore, tutto è perduto a causa della ribellione. L’uomo non   merita più di restare nella casa del Padre, godendo della piena felicità; ora deve andar via, provvedere a sé stesso: Adamo si deve guadagnare il pane con la fatica, Eva deve partorire con dolore. Ecco, il male è entrato nel mondo, voluto dall’uomo con la sua ribellione. Da questo momento in poi l’uomo non avrà più una felicità gratuita, ma dovrà guadagnarsi la sua salvezza. E sarà soggetto alla vecchiaia e alla morte. L’albero della vita era nell’Eden, nel paradiso (=giardino) dal quale è stato cacciato.

Ma a questo punto sorgono dei dubbi, delle domande; la prima è: se si sono ribellati i nostri progenitori, noi che colpa abbiamo? E’ ingiusto che la colpa dei genitori ricada sui figli. Un principio su cui tutti gli esseri razionali sono d’accordo è che la responsabilità penale  è personale: è reo l’esecutore del reato, i suoi mandanti e ispiratori sono correi. Noi uomini viventi oggi non possiamo essere stati mandanti o ispiratori della ribellione, e quindi non siamo colpevoli.

Non siano colpevoli? Ma riflettiamo un po’. Gli uomini di oggi non si ribellano forse continuamente a Dio, usando il dono di Dio, cioè l’intelligenza e la libertà di agire, solo per praticare il male e in modo sempre più diabolico, aguzzando proprio il loro ingegno allo scopo malefico? E questo fanno non soltanto i delinquenti comuni, i dittatori e i tiranni, i despoti crudeli; ma anche tutti coloro che approfittano delle scoperte e delle possibilità della scienza e della tecnica per avvantaggiare solo sé stessi, danneggiando gli altri e violentando la natura. Sono ribelli a Dio non solo costoro, ma tutti noi, nessuno escluso, quando ci riteniamo superiori agli altri, invidiamo gli altri, sfruttiamo gli altri, usiamo del sesso solo a scopo di piacere e non per procreare, e della gola solo per godere e non alimentarci. Cerchiamo anzi di eliminare o almeno ridurre con medicine l’alimentazione vera e propria, cioè la produzione di calorie, perché queste possono causare sovrappeso e la perdita della snellezza agognata come bene supremo.

Insomma tutti, anch’io che scrivo in modo così edificante, siamo dei ribelli a Dio, cioè dei peccatori, e quindi abbiamo giustamente perso la felicità gratuita dell’Eden. Purtroppo dobbiamo riconoscere che anche gli uomini di oggi, come Adamo ed Eva, e come gli uomini di ogni tempo, cioè tutti, siamo dei figli che si ribellano, non riconoscono i propri limiti, ma vogliono essere arbitri supremi di sé e delle proprie azioni.

Sicché quella ribellione che, per orgoglio e avidità di potere assoluto, avvenne nell’Eden all’inizio dei tempi, non è altro che il paradigma della ribellione dell’uomo di ogni tempo, e tanto più degli uomini di oggi, i quali per i meravigliosi progressi della scienza e della tecnica a cui sono pervenuti, ritengono di non aver più alcun limite alla loro libera azione, di non dover obbedire ad alcuna legge che li trascenda. In tal modo l’intelligenza ed il libero operare, che il Creatore aveva loro donato affinché lo riconoscessero e lo amassero grati,  si sono ritorti contro di Lui e hanno contraddetto le sue intenzioni.

Ma ora si affaccia un altro dubbio, che porta a un’altra domanda: ma Dio, nella sua prescienza, non sapeva che sarebbe andata a finire così, tanto più dopo l’esperienza fatta con la creazione degli angeli, i quali in parte si erano ribellati? Se Dio sapeva che gli uomini si sarebbero ribellati come gli angeli, perché li  ha creati? o perché li ha creati col libero arbitrio?

Possiamo ben capire che li ha creati col libero arbitrio, perché desiderava che essi liberamente, e non costretti lo amassero e obbedissero ai suoi precetti, come ogni buon padre terreno brama di essere amato e obbedito dai figli spontaneamente, e non per costrizione. Infatti si può parlare di amore nella costrizione? Certamente no. Ma se gli uomini, creati  liberi, si dovevano ribellare, valeva la pena di crearli? Qual è stato il disegno di Dio? Egli sapeva che le cose sarebbero andate precisamente come sono poi andate?

I teologi parlano della prescienza di Dio, la quale però non costituisce legame per l’operare umano, nel senso che l’uomo nel suo agire non è condizionato dalla prescienza o meglio preconoscenza da parte di Dio. Questo per noi, o almeno per me, costituisce il più grande mistero. Né vale dire che per Dio il tempo non esiste, perché Lui è eterno, e per Lui presente, passato, futuro sono categorie estranee o meglio inesistenti. Lui è il Tutto, e ingloba tutto in un perpetuo presente. Sono affermazioni belle ma astruse, quasi giochi di parole, un arrampicarsi sugli specchi che non convince.  

L’uomo comune, ragionando terra terra non può capire come egli sia libero di agire così o cosà, quando Dio in anticipo sa che agirà così e non cosà,  oppure cosà e non così. L’agire libero dell’uomo come potrebbe coesistere con la preconoscenza di Dio? D’altra parte la preconoscenza di Dio ci viene confermata da Gesù Cristo Dio, il quale predice il tradimento di Giuda e il triplice rinnegamento di Pietro; tradimento e rinnegamento che poi puntualmente si verificano. In questi due casi poi non si ha la semplice conoscenza da parte di Gesù, ma addirittura una predizione ai due diretti interessati, Giuda e Pietro. Se pensassimo che essi furono condizionati nell’agire dalla predizione ricevuta, dovremmo concludere che nessuna colpa essi ebbero nella loro azione. Ma il Vangelo ci fa capire chiaramente che essi furono colpevoli, e quindi agirono liberamente. I due casi sono per noi certamente clamorosi, ma tuttavia comprensibili, o almeno possibili. E’ come quando noi ammoniamo un figlio a non fare qualcosa di brutto o di rischioso a cui lo vediamo determinato, o tentato; e tuttavia il figlio cede ugualmente alla tentazione e compie l’azione stigmatizzata. In tali casi noi parliamo di debolezza di carattere, cedimento alle circostanze, cattive frequentazioni, consuetudini viziose o peccaminose acquisite e dominanti.

Nel caso di Adamo ed Eva c’è stata l’ammonizione di Dio a non cogliere il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male, pena la morte; e quindi ci saremmo aspettati che essi ubbidissero respingendo la tentazione a trasgredire, non avendo essi alcuna consuetudine viziosa o tendenza peccaminosa. Eppure essi cedettero alla prima tentazione, quasi non opponendo alcuna resistenza, né Eva verso il serpente (diavolo tentatore) né Adamo verso Eva che lo invitava alla trasgressione.

Allora torna la domanda: Dio sapeva che sarebbe andata a finire così?

La Bibbia lascia quasi capire che la ribellione, cioè la disobbedienza dei progenitori, fu un’amara sorpresa per il Creatore, come deluso nelle sue aspettative.

In molti punti la Bibbia parla di Dio “pentito” di quanto ha fatto per gli uomini; indignato per la loro ingratitudine e deciso a punire severamente i trasgressori.

Gli autori biblici, pur se ispirati da Dio, non possono che parlare da uomini, secondo le umane esperienze e con l’umano linguaggio. Ma noi torniamo a chiederci: la ribellione dei progenitori fu per il Creatore veramente un’amara sorpresa o invece una cosa già risaputa e messa nel conto complessivo della creazione e dell’avventura umana? cerchiamo almeno di far luce.

Se riteniamo, come ritengono i teologi, che Dio conosce il futuro, pur non condizionandolo, dobbiamo escludere l’ipotesi della sorpresa. Ma, torno a dire, conoscere il futuro senza dare agli eventi futuri uno stato di necessità e di immutabilità, questo è un concetto contraddittorio per la nostra mente umana. Se il tale uomo, ragioniamo noi semplici mortali, nel futuro compirà tale azione, perché Dio sa già questo, quell’uomo dovrà necessariamente compierla, non sarà più libero di non compierla, perché in tal caso smentirebbe la prescienza di Dio.

Però è anche vero che lo spazio, come il tempo, sono concetti relativi alla nostra mentalità, alla nostra esperienza terrena, la quale è poi conformata al nostro mondo, alla piccola parte di creato da noi esplorata e conosciuta; è quindi possibile che fuori di questo nostro orizzonte i parametri spazio-temporali sano diversi, e che quindi il nostro futuro, come anche il nostro passato, siano per il Signore Dio solo presente, come crediamo senza difficoltà che per Lui il lontano sia non solo vicino, ma addirittura davanti.

Il nostro ragionare sarebbe facilitato dall’ipotesi, che però sembra azzardata, che la preconoscenza di Dio sia non assoluta, ma relativa; sia cioè come una previsione, una probabilità che l’infinito intelletto di Dio può avvicinare alla certezza, conoscendo Egli tutti gli elementi che possono influenzare le decisioni di un uomo. In termini umani potremmo dire che Dio può arrivare anche al 99% della probabilità, alla quasi certezza, ma che rimane pur sempre quell’1% oscuro e imprevedibile nell’agire umano, che può perciò essere per il Creatore una delusione e un’amara smentita del suo amorevole piano, insomma una sgradita sorpresa. In seguito a questa sgradita sorpresa, Dio modifica il suo progetto, sempre guidato dal suo infinito amore per le sue creature. E questo spiegherebbe anche i suoi ripetuti interventi nel divenire umano, al fine di salvare l’uomo, di non fare andare in rovina la sua amata creatura, sino all’intervento supremo e risolutivo rappresentato dalla incarnazione dello stesso Figlio di Dio.

Se però pensiamo che Dio preconoscesse al 100% la prevaricazione dei nostri progenitori, senza tuttavia averla condizionata e resa necessaria, dobbiamo credere che Dio aveva (e ha) sull’uomo un progetto per noi arcano e misterioso, che possiamo forse intuire , anche se la nostra vaga intuizione ci lascia nel dubbio.

Dobbiamo cioè credere che Dio ha voluto stabilire per l’uomo un cammino piuttosto accidentato di redenzione; e questo percorso aspro e difficile non è altro che la storia umana, la storia della salvezza. Essa comincia dalla caduta di Adamo, passa per la rivelazione profetica, molto enigmatica e contrastata tra le alterne vicende del popolo ebraico, e arriva finalmente alla rivelazione piena e convincente dello stesso figlio di Dio, Gesù Cristo. Egli ci redime donandoci, per grazia e per i suoi meriti, la vera e sicura salvezza dal male,  cioè dal peccato, e col suo esempio e col dono di sé stesso, ci sprona e ci aiuta nel difficile cammino della vita per conseguire la salvezza eterna, cioè il ritorno al Creatore, per amarlo e benedirlo nei secoli dei secoli.

Quindi la storia della salvezza continua ancora oggi per ciascuno di noi, e dura sino alla conclusione della vita terrena, e per l’umanità tutta sino alla fine del mondo, da Cristo stesso chiaramente predetta e descritta nei Vangeli, e particolarmente in Marco, (cap. 13, versetto 40 e seguenti) e in Matteo (cap.25, versetto 31 e seguenti). Sicché anche il male di questo mondo, che genera tanti dolori, tutto il male fisico e psichico, causato dall’uomo e dalle calamità naturali, è inserito nella storia della salvezza, e mira alla catarsi finale e quindi al ritorno all’innocenza mediante la purificazione.

Ora cercheremo di vedere, nei prossimi capitoli, come ciò possa realizzarsi, e come ciò si è effettivamente realizzato nella storia umana in generale e nella storia della Chiesa in particolare, poiché essa perpetua nel mondo il ministero salvifico di Cristo. 


 

Capitolo II - IL MALE INCOLPEVOLE

 

 

Chiamo così, un po’ impropriamente, da un punto di vista linguistico, il male di cui l’uomo non ha alcuna colpa,  per il quale quindi la vittima che lo soffre non può incolpare nessun altro uomo, ma solo la natura, la fatalità o, in ultima analisi, Dio stesso. L’espressione del titolo non è forse felice, ma ora ne ho spiegato il significato specifico e pregnante. In pratica ho usato una brachilogia al fine di evitare una prolissa intestazione del capitolo.[15]

Ho già detto che il male che più scandalizza l’uomo è quello per il quale egli non può incolpare i propri simili, ma soltanto le cause naturali. La natura obbedisce  a leggi fisiche, chimiche, biologiche, ecc. poste in essere dallo stesso Creatore, le quali spesso causano terribili sofferenze a migliaia di uomini. Le forze della natura, cioè aria, acqua, magma e forze endogene, generalmente benefiche, anzi indispensabili, abbastanza spesso si scatenano e diventano nemiche dell’uomo e della vita. Abbiamo tutti davanti agli occhi, con l’aiuto del mezzo televisivo, i mali causati dal vento (trombe d’aria, tifoni, uragani, tornadi) e dall’acqua (alluvioni, inondazioni, vasti allagamenti) e infine dalla dinamica terrestre (eruzioni vulcaniche, terremoti, maremoti, slavine, smottamenti, valanghe), e a nessuno sfuggono le sofferenze delle vittime di queste calamità naturali, talora veri cataclismi .

E’ ben vero che in molti casi la calamità naturale ha delle ”concause” umane, talora per colpa delle stesse vittime, se non altro per imprudenza di esse, come nel caso di valanghe, smottamenti e slavine, e anche di qualche inondazione. Ma non si può negare che in moltissimi casi non c’è nessuna colpa umana, ma solo colpa della natura che improvvisamente si scatena, distrugge e uccide, o mutila e ferisce.

Chi potrebbe ipotizzare una colpa umana nella spaventosa eruzione del Vesuvio del 79 d.C., che seppellì Pompei, Ercolano e Stabia, o nella catastrofica esplosione del vulcano dell’isola di Krakatoa(=Rakata)[16] nell’agosto del 1883, per la quale gran parte dell’isola saltò in aria e le onde del maremoto spazzarono via ogni segno di vita lungo le coste dello stretto della Sonda, nelle isole di Sumatra e di Giava?

Ma lasciando da parte queste storiche eruzioni, noi tutti siamo testimoni quasi ogni giorno delle gravi calamità naturali che affliggono anche regioni evolute come gli Stati Uniti e il Giappone, nazioni che certamente non trascurano la scienza, la tecnica e la prevenzione al fine di limitare almeno i danni e le sofferenze provocate da questi eventi.

Certamente Dio Creatore avrebbe potuto, nella sua onnipotenza, creare un mondo in cui queste calamità naturali non potessero avvenire. Ma non ha voluto creare un mondo tale.

Se poi dal mondo macro-fisico delle forze primigenie passiamo al micro-universo dei virus, batteri, bacilli, cocchi e funghi che causano tante gravi malattie e talora spaventose mostruosità, si deve ammettere che il Creatore ha sottoposto l’uomo a tanti attacchi di pericolosi agenti invisibili che quasi ogni momento insidiano la nostra salute.

Se è vero che molte malattie, e molti guai fisici, noi ce li procuriamo per la nostra trascuratezza o incoscienza, non è meno vero che “la condotta più cauta e più innocente non vale a tenerli lontani”, come ben dice il Manzoni nell’epilogo del suo romanzo. Sicché bisogna concludere che Dio ha voluto sottoporre l’uomo a tutte queste prove. E se questi mali colpissero solo i cattivi, il cristiano giustificherebbe Dio, anzi plaudirebbe alla sua giusta sanzione; ma vediamo tutti che questi guai  colpiscono buoni e cattivi indiscriminatamente, anzi ci sembra spesso che i più tartassati siano proprio i buoni.

Per cautelarci e difenderci in qualche modo da queste calamità naturali, Dio ci ha dato l’intelligenza, la quale con la ricerca scientifica e con le invenzioni tecnologiche cerca di prevenire o contrastare o almeno mitigare questi disastri. Riguardo ai terremoti si è giunti a individuare le zone sismiche, a costruire sismografi sensibilissimi, a edificare con criteri antisismici, a indicare sulle carte le faglie più pericolose, e quindi da evitare negli insediamenti umani. Tuttavia costatiamo ogni giorno che queste cautele, precauzioni e previsioni non riescono a evitare le conseguenze dolorose di questi eventi naturali.

Lo stesso accade nel microcosmo dei bacilli, batteri, cocchi, funghi e virus che insidiano continuamente la salute del nostro corpo. La scienza medica, le tecniche terapeutiche, il progresso igienico e dietistico, la scoperta degli antibiotici, il controllo dei cromosomi, lo studio del genoma umano hanno permesso all’umanità di contrastare e talora vincere l’attacco di questi agenti ostili. Il progresso della chirurgia, specie nel campo ricostruttivo e dei trapianti, ha permesso di ovviare a molte malattie, di contrastare alcuni morbi e degenerazioni, di riparare organi e ripristinare funzioni compromesse. Tuttavia questo meraviglioso progresso non ha sconfitto affatto le malattie, sembra anzi che queste si trasformino e si moltiplichino, con virus resistenti o modificati. si sono debellate alcune malattie nel passato mortifere e paurose, come la peste, il vaiolo, la poliomielite, soprattutto con la scoperta di vaccini che producono immunità, ma altre sono ancora virulente come la malaria, o capaci di affliggerci ogni anno, come la banale influenza. Nuovi morbi sono poi comparsi a minacciare l’umanità, come l’AIDS, che è per così dire la peste dei nostri tempi, mentre permane l’antico flagello della lebbra, la quale potrebbe però essere eliminata con un maggiore impegno collettivo dell’umanità.

Insomma siamo ormai tutti convinti che questi mali, non provocati dall’uomo, non lasceranno mai di affliggere l’umanità, e quindi fanno parte di quella prova, di quell’esame più o meno difficile a cui è sottoposto l’uomo nel breve o lungo cammino di questo mondo.

Sicché la vita umana ci appare in realtà una dura prova, un ostico esame nel quale sarà valutata la nostra capacità di lottare contro il male e di restare fedeli a Dio.

E’ ben chiaro ormai che Dio non ci regala la salvezza e la gloria celeste, ma vuole che ce la meritiamo in questa ”valle di lacrime”. Questa espressione può apparire a molti troppo pessimistica, dura ed eccessiva; ma quasi a tutti gli uomini, in qualche fase o periodo della vita, essa risulta appropriata e veritiera. Tuttavia essa non deve terrorizzarci, perché in questa valle di triboli abbiamo sempre l’aiuto divino, che ci libera dal male e ci guida alla salvezza, anche se attraverso un cammino lungo e aspro.

Se seguiamo il cammino della salvezza attraverso i libri dell’Antico Testamento, nel racconto ingenuo e umanizzato dei loro pur ispirati autori, notiamo tra il Creatore e le creature un rapporto come da padre a figli. Un padre amoroso che cerca di assicurare la felicità dei figli, e perciò li ammonisce per non farli errare, e poi li corregge e magari li punisce dopo che hanno peccato; ma sempre a fin di bene, perché non ricadano nella colpa, cioè nella disobbedienza ai suoi precetti. E anche nella punizione giusta e doverosa  Dio si mostra amorevole; non toglie mai agli uomini la speranza, e soprattutto li assicura sempre del suo immutato amore per essi, che Egli vuole salvi ed eternamente felici, dato che per essi ha preparato la beatitudine eterna, e cioè la riunione con il Padre.

I figli purtroppo non corrispondono a queste premure amorose, disubbidiscono al Padre volendo “tutto e subito”; e poi, pur comprendendo l’enormità della loro ribellione, non la confessano, non si presentano al Padre pentiti, ma prima si nascondono sperando di passarla liscia, poi, scovati, cercano di scusarsi, di minimizzare la loro colpa. Adamo dice: “Eva mi ha dato il frutto e io ho mangiato”; Eva dice: “Il serpente mi ha indotto a mangiare”.

Il rapporto Padre-figli, molto umanizzato e antropomorfizzato per quanto si riferisce a Dio, e nel complesso molto ingenuo e schematizzato nel suo processo storico, dura per tutta la vicenda del popolo ebraico, che il Signore ha scelto come rappresentante e paradigma di tutta l’umanità di ogni tempo e luogo. Noi infatti vediamo nell’Antico Testamento le ripetute ribellioni dei figli e le conseguenti ripetute punizioni, che devono servire di monito e spinta a emendarsi e a non più ricadere nel peccato. E così vediamo il diluvio, la distruzione di Sodoma e Gomorra, la schiavitù degli Ebrei in Egitto, il doloroso e interminabile cammino nel deserto; e più tardi la schiavitù babilonese, ma anche gli interventi amorevoli e provvidenziali di Dio per correggere e soprattutto per salvare il suo popolo. E anche dopo il ritorno alla terra promessa, Egli interviene continuamente per ammonirlo e indirizzarlo alla via della salvezza, per mezzo della parola dei profeti, uomini da lui ispirati.  Possiamo dire che tutta la vicenda dell’Antico Testamento è un “iter” pedagogico attuato da Dio per indirizzare l’umanità alla salvezza. Il popolo ebraico è infatti il paradigma di tutta l’umanità “dalla dura cervice”, che continuamente si ribella e provoca Dio con arroganza e presunzione, servendosi della sua intelligenza solo per affermare a attuare la propria indipendenza da ogni obbligo morale a da ogni limite eteronomo alla sua libertà. Il peccato originale è sempre attuale, perché esso è l’orgoglio, la superba affermazione di sé davanti a Dio stesso, la quale giunge talora sino alla bestemmia e alla negazione del Creatore.

Ecco perché, per salvarci, dobbiamo essere tutti battezzati, cioè integrati per grazia divina nell’ordine della salvezza, offertaci da Dio mediante il sacrificio del Figlio, ma che richiede, per attuarsi, la risposta delle “opere” da parte dell’uomo nella vicenda assistenziale. E questa vicenda è piena di triboli, di mali che vengono ora dall’uomo ora alla natura, e che costituiscono nel loro complesso la prova, l’esame a cui ogni uomo è sottoposto, dal quale scaturirà il verdetto finale della salvezza o della perdizione eterna.

Per seguire Cristo ed entrare con lui nel Regno, occorrono due condizioni indispensabili: rinnegare sé stesso, e prendere la propria croce. Lo dice chiaramente Gesù stesso con una affermazione perentoria, che è riportata quasi identica nei tre vangeli sinottici,[17] e questo dimostra che era concetto fondamentale della predicazione di Cristo. Il più completo è il testo di Luca (9,23). “Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”. Il rinnegamento di sé stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua”. Il rinnegamento di sé stesso è la negazione dell’Io superbo che non accetta la dipendenza dal Creatore e dalle sue leggi; il prendere la propria croce quotidiana è il lottare ogni giorno contro tutti i male che ci insidiano, rimanendo fedeli a Dio e alle sue leggi; tra le quali, dopo l’amore a Dio, viene l’amare il prossimo come se stessi.

Quindi l’esistenza umana è una via tribolata, che però possiamo percorrere con sicurezza e con serenità, e talora con vera felicità interiore, se seguiamo le orme di Colui che si è fatto uomo per salvarci e farci da guida e da compagno di strada, che ci ha redento con l’effusione del suo sangue.[18] Ciò è confermato da San Giovanni nell’Apocalisse (7,9). A proposito della “moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua... tutti avvolti in vesti candide” egli afferma: “Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione e hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello” (Ap. 7,14). La grande tribolazione è la vicenda umana, di cui fa parte il male, quello operato dagli uomini e quello causato dalla natura, che colpisce anche tante vittime incolpevoli. Ma questo male è la prova che seleziona i fedeli a Dio, quelli che non ricambiano il male con il male, ma con il bene, e portano sempre soccorso al fratello sofferente anche a costo di grandi sacrifici, vincendo in tal modo l’egoismo istintivo, cioè rinnegando sé stessi.


Capitolo III - IL MALE COLPEVOLE

 

 

Il male causato all’uomo per colpa di altri uomini è quello che, per noi credenti, non presenta difficoltà né logiche né teologiche. Questo male è dovuto alla libertà che Dio ha donato all’uomo assieme all’intelligenza, altro dono meraviglioso, di cui però l’uomo spesso si serve proprio per insidiare, tormentare e far soffrire altri uomini, talora con vero sadismo.

Questi mali inferti agli altri possono essere fisici o psichici, e talora essi sono più dolorosi dei più gravi cataclismi causati dalla natura.

Davanti alle calamità naturali infatti l’uomo in certo qual modo si rassegna, abituato com’è a ricevere dalla natura sia il bene che il male, e generalmente dinanzi a questi mali egli si mobilita, cerca di portare aiuto, si prodiga per alleviarli, e cerca anche di prevenirli usando la sua intelligenza e la sua operosità.

Più difficile da sopportare è invece il male causatoci da altri uomini; ma in questa categoria di sofferenze è spesso difficile stabilire di chi è la responsabilità, specialmente quando si tratta di dolori non fisici, ma spirituali o morali, cioè quelli che non attengono alla sfera del corpo, ma a quella della psiche. E’ quasi impossibile catalogare questi mali, elencare tutti i modi con cui un uomo può far soffrire nell’animo un altro uomo, spesso aguzzando l’ingegno proprio per causare, con spietatezza diabolica, la maggiore sofferenza possibile alla vittima, trovando in ciò il maggiore piacere. Il cercare il proprio piacere nella sofferenza altrui è sicuramente diabolico: ciò vuol dire aver dato completamente la propria anima al Maligno, lo spirito del Male, il Lucifero ribelle che con i suoi accoliti lotta contro Dio e cerca di sobillare gli uomini contro il Creatore con la seduzione del potere e del piacere.  Purtroppo sono molti quelli che seguono il gran Ribelle. L’apocalisse (20,10) dice: “il loro numero sarà come la sabbia del mare. Marciarono su tutta la superficie della terra e cinsero d’assedio l’accampamento dei santi... Ma un fuoco scese dal cielo e li divorò. E il diavolo ,che li aveva sedotti, fu gettato nello stagno di fuoco... dove saranno tormentati... per i secoli dei secoli”.

Le sofferenze psichiche sono talvolta leggere come punture di spillo, ma possono giungere a livelli di intensità insopportabile,  specialmente in un animo molto sensibile. Anche una forma lieve di violenza, come un insulto, oppure una minaccia, una ingratitudine, talora una sola parola maligna, può provocare sofferenze indicibili, perché la sofferenza spirituale sfugge a ogni misurazione obiettiva, esteriore, a ogni rapporto esplicito di causa-effetto. Gli stessi insulti, minacce, ingratitudini possono essere dall’esterno catalogati come lievi, gravi, gravissimi; ma la risonanza di essi in un singolo animo non  può mai essere valutata dagli altri. Per questo bisogna stare ben attenti a non infliggere, talora inconsapevolmente, queste per noi punture di spillo, che per le vittime possono essere veri macigni mortiferi.

Che dire poi dei tradimenti, dei ricatti, delle concussioni, delle estorsioni, delle frodi, degli inganni, dell’abbandono da parte di chi è legato a noi da vincoli sacri e dovrebbe esserci vicino?

E quale legame più sacro e intimo di quello tra genitori e figli, tra marito e moglie? Eppure anche questi rapporti primari spesso si deteriorano e causano inenarrabili sofferenza o negli uni o negli altri, e molte volte in entrambi, come se questi vincoli fossero nati non per gratificare e aiutare le persone vincolate, ma per far male e agli uni e agli altri. E naturalmente nessuno degli interessati riconoscerà la propria colpa, ma la addosserà sempre all’altra parte.

E’ certamente più facile distinguere l’aguzzino dalla vittima nei mali corporali.

In questo campo c’è uno che infligge il colpo e uno che lo riceve, lo subisce, e magari cerca di difendersi e forse anche di colpire a sua volta. Ma la colpa è di chi aggredisce, nell’altro ci può essere la legittima difesa.

Anche questi mali corporali possono essere causati involontariamente o incoscientemente, come nel caso di un investimento automobilistico; però anche in questo caso difficilmente manca una qualche colpa da parte dell’investitore, o per assunzione di alcool, o per stanchezza, o per eccesso di velocità, o sorpasso azzardato o per tante altre cause di imprudenza o imprevidenza, anche riguardo al motore o ai pneumatici.

Questi mali corporali vanno dalla semplice percossa, al ferimento, alla mutilazione, alla tortura e alla morte in mezzo ai tormenti. Pensiamo ai grandi torturatori e carnefici, a Hitler, a Stalin, a Pol Pot , alle grandi purghe con milioni di vittime, agli olocausti, alle pulizie etniche, ai forni crematori, alle foibe. La crudeltà unita alla follia di dominio non ha confini nella sua spietatezza omicida, nella sua sete di sangue. Nessuno può accusare Dio per queste efferatezze umane, compiute servendosi appunto dell’intelligenza e del libero arbitrio. Talora ci viene il pensiero che però Dio non dovrebbe permettere questi eccessi feroci, compiuti appunto con i suoi doni. Ma Dio ci ha insegnato, per bocca di Gesù, che Egli lascia agire l’uomo, e interviene solo alla fine, alla mietitura. E dalla storia abbiamo appreso che tutte queste efferatezze sono prima o poi pagate, che i sistemi tirannici sono travolti con gli stessi tiranni feroci.,

Del resto anche la sapienza popolare afferma che “Dio non paga tutti i Sabati, ma paga sempre”. La provvidenza di Dio nella storia è evidente: Egli non può far perire, far perdere l’uomo, creato per amore a sua immagine e somiglianza. Egli lo vuole salvo, pur fra tutti i mali che ne rendono talora faticosa l’esistenza. Queste sofferenze sono quelle che lo mettono alla prova, sono come il fuoco che purifica il metallo nobile, che separa l’oro dalle impure scorie.

Quello però che maggiormente ci sorprende è il male che l’uomo consciamente fa a sé stesso, per mezzo del tabacco, della droga, dell’alcool, della gola, del sesso. E quelli che diventano schiavi di questi vizi finiscono per diventare ruderi umani, veri rottami, che però riversano la loro malattia e sofferenza sulle spalle della comunità, a cominciare dai familiari. E’ forte la tentazione di rifiutare il nostro aiuto, dicendo “chi è causa del suo mal pianga sé stesso”; ma il cristiano non può tirarsi indietro, deve aiutare anche questi sofferenti colpevoli, e tanto più quelli incolpevoli, come i bambini che nascono  con l’Aids per colpa dei genitori incoscienti.

Anche questi “mali per colpa” fanno parte della prova, dell’esame: saremo giudicati secondo il comportamento che avremo tenuto di fronte a questi fratelli malati e sofferenti. Anche se colpevoli: pure per essi vale la redenzione di Cristo, il quale è venuto proprio per guarire i malati, per recuperare i traviati, per accogliere il figliol prodigo, per cercare e salvare la pecora smarrita.

L’uomo però, nella sua intelligenza, dovrebbe finalmente capire che l’abuso dei suoi doni porta a conseguenze nefaste. Iddio ha voluto, nella sua generosità, che anche funzioni indispensabili, come la nutrizione e la riproduzione, fossero accompagnate dal piacere della gola e del sesso; ma il cercare solo questo piacere, escludendo la funzione vitale, è contro natura, e produce spesso malattie e sofferenze, che l’individuo, ritornato cosciente, non può non sentire come giusta punizione dei suoi trascorsi.  

Osservando la società consumistica e edonistica di oggi, notiamo come quasi tutti i mezzi di comunicazione concettuale, dalla stampa alla televisione, dal teatro alla musica leggera, dal cinema allo spettacolo, incitano  l’uomo alla ricerca spasmodica del piacere, sotto forma di possesso e di consumo. Soprattutto il cinema sprona in questa direzione, con pellicole intrise di erotismo e violenza, sino alla più sfacciata pornografia e al sadismo. Anche il mezzo più moderno di comunicazione globale, Internet, viene largamente utilizzato per diffondere il malcostume, la prostituzione e perfino la pedofilia. Sembra proprio che gran parte degli uomini abbiano perduto ogni senso   morale e di responsabilità, ma non è così. La maggior parte della gente crede ancora ai valori dell’onestà, della solidarietà, della famiglia, della dignità umana. Ma i valori falsi e luccicanti esaltati dalle riviste, dal cinema, dalla TV, da Internet, sono quelli più appariscenti, e purtroppo più influenti sui ragazzi e sui giovani, i quali non hanno ancora una personalità formata, e si fanno facilmente trascinare a considerare la vita solo una ricerca del piacere, anche a scapito dei propri simili, e spesso a scapito della propria salute.

Questa mentalità, inculcata nelle tenere menti con la forza suggestiva delle immagini, toglie ai ragazzi e ai giovani il senso del dovere e della responsabilità, tanto più lo spirito di solidarietà e di sacrificio, e  financo la nozione del bene e del male. Sicché la trasgressione, l’orgia e lo “sballo” sembrano le cose più appetibili, apprezzate e paganti.

Questi giovani, invece di affrontare la vita e magari formare una famiglia, preferiscono poltrire coccolati dalla famiglia, godendo di tutte le comodità domestiche; e quei pochi che giungono al matrimonio, o civile o religioso, molto spesso fanno naufragio, perché vorrebbero una continua luna di miele con esclusione di ogni assunzione di responsabilità, e quindi innanzi tutto della procreazione.

In tal modo il matrimonio non è vero amore, cioè creatività e donazione, ma solo egoistico possesso e ricerca del piacere, di più piacere, di nuovi piaceri; e in questa frenetica e folle rincorsa viene presto la stanchezza o addirittura la nausea, da cui poi si cade o nella depressione o nella droga o addirittura nel suicidio.

Una volta, quando il matrimonio era un legame più serio e motivato, si diceva che ci poteva essere la crisi del settimo anno, dovuta al logoramento del rapporto coniugale anche per il pesi e l’invadenza dei figli, che allora erano piuttosto numerosi. Oggi si parla addirittura di crisi del settimo mese, perché il matrimonio basato solo sulla ricerca di una chimerica felicità, riposta nell’appagamento sessuale, non può che portare al fallimento e alla separazione, per cercare con altri quell’appagamento sperato e mai raggiunto. Infatti il vero appagamento, quella reale felicità che Dio ci concede  in questa vita, e soprattutto quella serenità della coscienza, che può rendere lieve il peso della vita, non può venirci che dal donarci, dal pensare più agli altri che a noi, dal considerare gli altri, a cominciare dai familiari, non dei “mezzi” di cui servirci, ma dei “fini” a cui mirare e per cui prodigarci.  E pensare che la nostra civiltà è stata forgiata dal Cristianesimo per tanti secoli, sicché sarebbe da aspettarsi nel mondo occidentale una maggiore incisività dei valori cristiani.   Invece siamo piombati in un nuovo e peggiore paganesimo, e quasi tutti gli intellettuali, filosofi, scrittori, giornalisti, cioè quelli che fanno opinione e creano consenso e mode, non diffondono  o inculcano che idee di depravazione, concetti che plaudono solo agli istinti, che rendono l’uomo sempre meno “sapiens” e sempre più bestia.

Gli intellettuali del mondo pagano, anche quelli più materialisti e sensuali, non erano mai giunti a tali bassezze di depravazione; anche un Catullo, un Ovidio, pur nei loro carmi erotici, mai hanno sfiorato la pornografia oggi dominante, e la loro sensualità ci appare quasi innocente e ingenua nella sua naturalezza.

Inoltre i filosofi antichi, meno pochi epicurei e cinici, hanno inculcato valori positivi, virtù civili, impegno esistenziale. Anche Lucrezio, seguace di Epicuro, nel “De rerum natura” ci dà un messaggio di libertà e di impegno intellettuale. Se poi consideriamo gli stoici, non possiamo che ammirare il loro insegnamento per rendere l’uomo sempre più virtuoso, con l’animo sempre tendente alle qualità del “civis probus”, cioè la prudenza, la giustizia, la fortezza, la temperanza, quelle che noi chiamiamo le virtù cardinali, perché formano il fulcro, il cardine della moralità. E quando questi filosofi, questi retori parlavano nei ginnasi e nei licei di allora, in Atene o in Roma, a Rodi o a Corinto, esponendo questi concetti religiosi e morali, trovavano un uditorio attento e discepoli entusiastici. Se leggiamo gli opuscoli filosofici di Seneca, di Epitteto e di Marcaurelio, rimaniamo ammirati percome inculcano la tolleranza, la clemenza, il perdono, l’uguaglianza e quindi la fratellanza degli uomini. Essi, pagani, parlano da veri cristiani, mentre oggi, in una civiltà che pur si dice, cristiana, molti filosofi, professori universitari, e intellettuali in genere, parlano da veri pagani, propalando insegnamenti e teorie che non elevano ma depravano l’uomo. E la cultura generale, l’opinione pubblica corrente, le idee dominanti nella stampa e anche negli atenei sono tali che un professore o conferenziere, che volesse intrattenere un uditorio universitario (escluse le università cattoliche e confessionali) sulle quattro virtù cardinali, sarebbe probabilmente subissato dai fischi. Perché gran parte degli studenti che noi alleviamo sono anche intolleranti, non vogliono sentire altra verità che la loro; e purtroppo la massa, coi fischi o coi sassi, con gli insulti o con la violenza, finisce sempre per aver ragione. Questo anche perché la televisione, riprendendo e amplificando episodi di tal genere, dà loro una credibilità e un consenso che in effetti non hanno, ma che acquistano con questa specie di propaganda e pubblicità gratuita offerta dalle reti televisive, le quali vanno sempre alla ricerca dell’eccessivo e del trasgressivo al fine di attirare gli ascoltatori. E si sa che moltissimi Italiani, inguaribili guardoni, sono appiccicati al video tutte le volte che trasmette immagini e scene pruriginose o intervista personaggi chiacchierati per il loro comportamento immorale. Anche lo scandalo fa salire l’ascolto, e anche giornalisti che si ritengono seri concorrono a queste trasmissioni che risultano dannosissime, perché scatenano l’imitazione, e insinuano l’idea  che quei tali comportamenti danno celebrità mediatica.

Si sa che l’adulterio, anche se in Italia e in altri paesi è stato depenalizzato, non è certo un’azione commendevole; l’adultera, anche se non merita di essere lapidata come nei paesi con la legge islamica, non è certamente una donna da mettere in copertina e da portare a modello. Eppure tutti noi abbiamo qualche anno fa visto un’adultera col suo drudo agli onori dell’altare di “Porta a porta”, intervistata dal giornalista Bruno Vespa per osannare alla libertà dei sentimenti. Questo modello di donna, madre di tre figli, era scappata dalla dimora coniugale e fuggita in Germania a godersi la sua libertà sessuale col suo amante, che poi era il fidanzato della figliola. Una donna da presentare veramente come emblema di emancipazione femminile, e da indicare come fulgido esempio! E naturalmente questo campione di donna è stato gratificato non solo dalla celebrità sul piccolo schermo e sulle copertine, ma anche dal molto denaro ottenuto dalle interviste varie e dalla concessione della sua preziosa immagine. Questo ributtante episodio ci dimostra il degrado della moralità generale, causato dalla televisione pubblica in questa Italia che pur si professa in gran parte cristiana. E questo è veramente da condannare.

Tra i mali che l’uomo può procurare agli altri c’è infatti anche il danno morale, lo scandalo che colpisce gli sprovveduti, soprattutto i ragazzi e i giovani, che sono facilmente attratti dalla suggestione delle immagini a imitare azioni riprovevoli. Purtroppo anche i bambini sono portati in TV non per trattare di educazione o istruzione, ma per argomenti maliziosi e pruriginosi, in cui i bambini, ben truccati come divi, sciorinano le lubriche battute preparate, che fanno sganasciare dalle risa la claque dei genitori e parenti, che si spellano anche le mani per tributare entusiastici applausi alle esilaranti esibizioni dei loro rampolli. Questa penosa trasmissione si è ripetuta per molto tempo ogni settimana su RAI Uno in “Zitti tutti! Parlano loro”. Questo indecente spettacolo induceva i bambini al divismo, al trucco, al linguaggio equivoco e lubricamente allusivo, che mandava in sollucchero genitori e parenti. Gesù Cristo ha tuonato contro coloro che scandalizzano i bambini: sono degni di essere gettati in mare con una macina di mulino appesa al collo! Invece oggi questi pericolosi scandalizzatori  sono in auge, sono ricercati e profumatamente pagati. Questi fatti ci dimostrano che spesso il male non è avvertito come male, come vizio e peccato, ma come successo, e l’infamia viene spacciata per gloria. Perciò il male morale è più sottile e insinuante, e per questo più pericoloso, perché subdolamente corrompe gli animi, specie degli adolescenti. Quindi a maggior ragione genitori e educatori devono contrastare questo andazzo, queste mode e queste correnti pseudo culturali che insidiano i giovanissimi.


  Capitolo IV - IL SUPERAMENTO DEL MALE

 

 

Nei capitoli  precedenti abbiamo passato in rassegna i tanti mali che procurano sofferenza ai viventi, mali corporali, mali procurati dagli uomini e mali causati dalla natura. Mentre sto scrivendo ho dinanzi agli occhi le misere popolazioni del Mozambico flagellate dai tifoni e sommerse dalle acque del Limpopo e degli altri fiumi della regione, straripati per le eccezionali e insistenti piogge. I pochi scampati sono rimasti giorni e giorni sui tetti delle case e sulle cime degli alberi; e una volta tratti in salvo sono colpiti dalla dissenteria e dal colera. Possiamo ben immaginare le sofferenze di questi infelici, che tutto hanno perduto e che hanno davanti a sé un ben misero avvenire, se non vengono efficacemente aiutati dalle nazioni più ricche. L’alluvione del Mozambico è una delle tante calamità naturali che colpiscono ripetutamente alcune zone più a rischio, come il Bangladesh, le Filippine, le coste dei Caraibi, e in genere le aree monsoniche e tropicali, mentre altre aree, risparmiate da calamità atmosferiche, sono più soggette a calamità endogene, non meno gravi e distruttive. Anche l’Italia ne sa qualche cosa. E tutte queste calamità, e in genere tutti i mali che colpiscono o nel corpo o nell’animo, oltre a far soffrire le vittime dirette, causano non lieve pena e sofferenza nelle persone che li vedono o ne vengono a conoscenza, e si sentono impotenti a soccorrere e a intervenire tempestivamente ed efficacemente. In certi casi, come l’immoralità diffusa dai mezzi mediatici, il singolo individuo si trova del tutto impotente a contrastare l’opera malefica di tali potenti reti televisive, che soltanto i Governi o le grandi associazioni di utenti potrebbero contrastare. Questa constatazione comporta per i cristiani l’impegno a partecipare attivamente alla politica, cioè alla organizzazione della società e alla amministrazione pubblica, perché solo così essi potranno influire nei comportamenti governativi e anche portare aiuto più efficace nei casi di emergenza. A questo scopo servono molto bene anche le associazioni volontarie, come quelle dei genitori, dei consumatori, degli utenti dei vari servizi pubblici, le quali con la forza del numero degli aggregati possono correggere ingiustizie e storture che pur causano non lievi sofferenze.

Ma le sofferenze non mancheranno mai all’umanità. Non verranno certamente meno quelle causate dall’uomo, il quale sembra imbarbarirsi sempre più nel suo egoismo edonistico, nel suo utilitarismo esasperato. Non cesseranno neppure le calamità naturali dovute alle leggi fisiche, chimiche, meccaniche, biologiche, le nuove malattie e i nuovi morbi.

Dobbiamo riconoscere che il Creatore ci ha posto a vivere in un modo fisicamente non perfetto, e certamente lo ha fatto secondo un suo piano di salvezza che noi possiamo intuire.  Non potendoci dare una felicità gratuita, perché l’uomo (ogni uomo, da Adamo a quello di oggi) si serve dell’intelligenza e della libertà per ergersi contro Dio stesso, ci ha posto nella condizione di guadagnarci la salvezza col superamento di una prova, la quale è appunto rappresentata dai vari mali che affliggono e insidiano l’esistenza umana. In mezzo a questi mali risalta la fedeltà  dell’uomo ai precetti divini, la sua costanza nel percorrere la via stretta e in salita, resistendo alla tentazione di imboccare quella larga e in discesa, amena e allettante.

Iddio, ponendoci a vivere in un tale mondo, ci vuole insegnare che esso non è la nostra patria, ma solo un breve soggiorno in terra straniera, irta di triboli, che dobbiamo saper superare per guadagnare la vera patria, dove troveremo la vera felicità, di cui in questo mondo possiamo avere solo fugaci accenni, quasi baleni di luce intellettuale e di interiore letizia. Anche coloro che magari per lunghi periodi sono, come si suol dire, baciati dalla fortuna, e si dicono perciò felici, sentono in fondo al cuore una inquietudine profonda e invincibile, che fa loro capire che quella felicità non può durare, perché non è la vera felicità, che si può avere solo in Dio. La città degli uomini è spesso chiassosa e allegra, festosa e carnevalesca, ma non dà mai vera gioia, non concede quella letizia che appaga pienamente.

Se l’uomo si fermasse un poco a riflettere su se stesso, sentirebbe vivo questo anelito a qualcosa di diverso, questa aspirazione a una verità e una sicurezza che non è di questo mondo.  Ma purtroppo molti uomini si stordiscono, si inebriano nei diletti terreni, chiudono gli occhi della mente per non disilludersi; e se il tarlo del pensiero o della coscienza li angustia e li assilla, ricorrono ai tranquillanti e ai sonniferi, per non pensare, per non riflettere, per non fare un esame di coscienza. E’ pur vero che la vita di oggi è così complessa e dispersiva, che è difficile fermarsi un po’ a riflettere sul senso della vita e sull’indirizzo che vogliamo dare alla nostra esistenza; sicché molti “si lasciano vivere” senza domandarsi né come né perché né verso dove.

Tuttavia un essere dotato di ragione non può sottrarsi a questi essenziali interrogativi, deve in qualche modo rispondere al perché dell’esistenza, e al come può rendere la sua utile a sé e agli altri. La risposta la trova nella religione e soprattutto nei precetti evangelici, nella buona novella portataci dal Figlio di Dio, nostro Salvatore.

Egli comprende la nostra debolezza, conosce le difficoltà in cui siamo posti a vivere, e si fa compagno del nostro peregrinare terreno. Egli sa che per noi è duro percorrere la via stretta ed erta, e perciò si fa nostra guida e nostro viatico nell’aspro cammino.

E affinché potessimo meglio individuare il cammino retto senza perderci negli anfratti, ci ha dato la guida della Chiesa, la quale come madre amorosa e autorevole protegge e indirizza i suoi figli, difendendoli dai pericoli e dagli errori, e corroborandoli con la grazia dei sacramenti, soprattutto Battesimo ed Eucarestia.

Iddio perciò non ci ha lasciati soli a combattere contro il male; ci ha dato i precetti e gli ausili, si è fatto nostro compagno; e affidandoci pienamente a Lui e camminando alla sua presenza potremo anche in questo mondo tribolato trovare quella serenità che è dono di pura coscienza e di impegno solidale per il bene. Ma gli uomini aderiranno a questo piano di salvezza predisposto dal Padre Celeste, e attuato col sacrificio del Figlio? sapranno e soprattutto vorranno essi servirsi dei mezzi di salvezza offerti all’umanità? Se dovessimo arguire da quanto gli uomini più influenti oggi fanno, dalle finalità che essi attualmente si propongono, e dalla cultura materialista e edonistica, permissiva e trasgressiva ora dominante, la risposta non potrebbe che essere negativa o di totale incertezza. Del resto anche Gesù, accennando al cammino dell’umanità e ai tempi  ultimi della storia , ha posto lo stesso interrogativo senza risposta: “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?”(Lc 18,8). Sappiamo che i figli delle  tenebre  sono  all’opera  con  un  attivismo  quasi  parossistico;  Gog e Magog (Ap. 20,8) schierano i loro eserciti malefici e assalgono la città santa, i santi di Dio, i seguaci dell’Agnello, quelli che sono rimasti fedeli “nella grande tribolazione” (Ap. 7,14). Ma la vittoria ultima  è del Bene, la vittoria non può essere che quella di Dio, che sconfigge definitivamente il principe delle tenebre con tutti i suoi accoliti. E con questa certezza, e con la fiducia incrollabile nell’aiuto di Dio, anche se sono minoranza, i veri cristiani devono continuare a combattere il male in tutte le sue manifestazioni. Ma il successo  è solo di Dio e in Dio, e sarà manifesto soltanto alla fine della travagliata storia umana. Sino ad allora i testimoni di Cristo si sosterranno unicamente con la forza della loro fede adamantina, la quale vince ogni battaglia.

Infatti, come dice la Bibbia nel libro di Giobbe (7,1) “la vita dell’uomo su questa terra è un vero e proprio combattimento”, cioè una lotta continua contro le nostre passioni, contro ogni forma di male e contro ogni condizionamento della cultura dominante, che non è certamente ispirata dal Vangelo. Per vincere questo cimento il vero cristiano deve credere e sperare nel bene, anche contro ogni speranza umana, e soprattutto conservare integra e salda la sua fede in Cristo, vincitore del male e della morte, Salvatore universale. Egli, che è infinitamente misericordioso, sempre pronto in questa vita ad accogliere il figliol prodigo pentito, sarà però un giorno giusto Giudice di ognuno di noi. Ma non dobbiamo temere il suo giudizio se restiamo nella sua sequela, fedeli sempre ai suoi precetti, e cerchiamo ogni giorno con buona volontà di attuarli nelle azioni e nelle opere.

Chi crede in Dio, si pente dei propri peccati e si affida alla misericordia divina, anche mediante l’intercessione potente della Vergine Maria, nostra madre celeste, non può che essere accolto alla morte nella casa del Padre. Ne saranno esclusi soltanto coloro che hanno negato o rinnegato Dio, vivendo a loro piacere e in disprezzo alla legge evangelica dell’amore.


 

I N D I C E

 

 

 

Anagogica  2

PREFAZIONE  4

Capitolo I - IL PIANO DEL CREATORE  11

Capitolo II - IL MALE INCOLPEVOLE  18

Capitolo III - IL MALE COLPEVOLE  25

Capitolo IV - IL SUPERAMENTO DEL MALE  33

 

 

 



[1] La  mitologia greca parla del famoso vaso, donato a Pandora, che costei aperse per curiosità, facendo fuoriuscire tutti i mali sulla terra, che prima ne era immune (età dell’oro). Pandora sarebbe quindi la Eva del paganesimo, colpevole della diffusione dei mali. Nella curiosità di Pandora è implicita la brama di qualcosa di più, di un dono superiore e gratificante. Il vaso, dono di Giove, doveva essere conservato chiuso, come il frutto dell’albero della “conoscenza del bene e del male” doveva solo essere ammirato da lontano e mai mangiato. In certo qual modo la mitologia classica riecheggia la vicenda della Genesi e ha analogo significato.

[2] ”Essais de Theodicée sur la bonté de Dieu, la liberté de l’homme et l’origine du mal”, Amsterdam, 1710

[3] Giovanni Paolo II con Vittorio Messori - “Varcare la soglia della speranza” - Mondadori 1994. La citazione è presa dal cap. 10: Un Dio amore: ma perché tanto male?

[4] Vittorio Messori - op.cit.pagg.68-69

[5] “I guai (=il male) vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione (il male per propria colpa); ma... la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e... quando vengono, o per colpa o senza colpa (i mali per colpa della natura o di altri uomini), la fiducia in Dio li raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore (sicuramente nell’altra vita, ma spesso anche in questo mondo).

[6] Vittorio Messori - op. cit. pag. 72

[7] Vittorio Messori - op. cit. pag. 73

[8] Anche la sapienza popolare ha compreso questo concetto nella massima “non tutti i mali vengono per nuocere”. Tutti noi sappiamo che l’esperienza del male e del dolore può migliorare l’uomo. Ma purtroppo spesso avviene che la sofferenza causata dal male indurisce il cuore e induce l’uomo a infierire sugli altri, sfogando in tal modo la sua rabbia e sete di rivalsa.

[9] Vittorio Messori - op. cit. pag. 74

[10] Famiglia Cristiana n. 23 del 1998

[11] Adolphe Gesché - Dio per pensare - Il Male - Edizioni San Paolo - Torino 1966

[12] = da dove (viene) il male?

[13] Adolphe Gesché - op. cit. pagg. 37-38

[14] Genesi, cap.III, versetto 5

[15] Anche Don Gnocchi  (v.pag.8) aveva parlato di “dolore innocente”, usando un’espressione simile alla mia e nello stesso significato.

[16] Un’esplosione vulcanica simile a quella di Krakatoa,ma con effetti forse più devastanti, perché avvenuta nel Mediterraneo, allora mare quasi completamente chiuso, fu quella che avvenne verso il 1500 a.C. nell’Egeo, nell’isola di Santorino (Thera per i Greci), la quale saltò quasi tutta in aria provocando un catastrofico maremoto. Si crede che questo maremoto abbia causato quell’onda d’urto, penetrata nella bassura tra il Sinai e l’Egitto (cioè dove ora corre in canale di Suez), la quale sommerse l’esercito egiziano che inseguiva il popolo ebraico in fuga, guidato da Mosè (Esodo, cap.14. vv 27-29).    Questi maremoti distruttori avvengono spesso anche per esplosioni di vulcani sottomarini; tali eventi sono  frequenti nel Pacifico, zona eminentemente sismica. Tra i tanti episodi registrati negli ultimi decenni ricordo quello avvenuto nel luglio 1998 su un tratto della costa nord-orientale della Nuova Guinea, in cui l’enorme onda d’urto causò migliaia di morti e la distruzione di alcuni villaggi presso la città di Aitape.

[17] Mt 16,24; Mc 8,34; Lc 9,23; Concetti simili sono in Mt 10,38; Lc 14,27

[18] La sequela di Gesù è per il credente fonte di consolazione, anche e soprattutto nelle dure prove della vita. Ce lo assicura Gesù stesso: “Venite a me voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi... e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce, e il mio carico leggero.” (Mt 11,28-30)