Bruno Camaioni

IDEE
NON POLITICAMENTE CORRETTE
***
Prima parte
ANAGOGICA
Opere di Bruno Camaioni
Notizie sull'autore
Bruno Camaioni è nato a
Grottammare (AP) nel 1917, si è laureato in Lettere all'Università di Roma nel
Uno di costoro, ritenendo che esse siano interessanti e anche formative per i valori che inculcano, ha preso l'iniziativa di metterle man mano in rete, affinché chiunque le possa leggere liberamente e senza spese.
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Le opere sono depositate.
INDICE
2 -
LA DEMOCRAZIA: OPTIMUM REGIMEN?
Obsequium amicos, veritas
odium parit.
(Terenzio, Andria v. 68)
In questo nostro mondo politicamente, socialmente
ed economicamente così sconquassato, c’è qualcosa che almeno nel mondo
occidentale, e senz’altro in Italia, è universalmente accettato e proclamato.
Si tratta di un blocco di idee che i maestri di pensiero e i media con efficace
campagna pubblicitaria hanno imposto all’opinione pubblica, e ormai tutti
affermano, se non altro in pubblico.
In privato e tra amici fidati spesso la pensano
diversamente; ma guai a dire in pubblico le verità non politicamente corrette!
Chi ha osato farlo è stato bersagliato tanto da
tutte le parti, che ha dovuto rimangiarsi le imprudenti parole e chiedere anche
perdono. La «massa» comanda e si impone. E quando dico massa non intendo
soltanto quella che detta legge nelle
piazze anche con la violenza, ma soprattutto la corporazione degli
intellettuali (giornalisti, scrittori affermati, cattedratici, capi politici, registi,
attori, cantanti ecc.) i quali, facendo massa per loro tornaconto, pontificano
con la carta stampata o meglio comparendo continuamente sugli schermi grandi o
piccoli.
Costoro non si devono spremere il cervello per
cercare la verità; basta che ripetano idee politicamente corrette e da tutti
accettate e gradite. Queste idee costituiscono la «vulgata» dei mediamente
inculturati, e tutti quelli che vogliono avere successo (o più modestamente non
avere guai) si adeguano ad essa e cantano nel coro, perché cantare fuori dal
coro significa offrirsi come facile bersaglio degli omologati.
Tutti oggi vogliono essere «omologati», cioè essere
ufficialmente riconosciuti come pensatori moderni e aggiornati, conoscitori
delle verità che quella «massa» (cui prima ho accennato) afferma e impone. Sono
quegli «idōla» (specus, tribus, fori, theatri) che quasi tutti adorano
talora senza neppure accorgersene, come sostiene Francesco Bacone (1561-1626)
nel «Novum Organum». Infatti adorarli torna naturale oltre che utile per il
successo.
Io non fo certamente parte di quella
intellettualità di cui ho parlato, conosco la loro «vulgata» ma non intendo
accettarla supinamente come «verità rivelata», e quindi mi permetto in questo
opuscolo di esporre alcune idee non politicamente corrette. So che ben pochi
leggeranno il mio scritto, disperso come una piccola pagliuzza nel gran
pagliaio e anche letamaio di Internet, e quindi sono sicuro di non suscitare
pericolose reazioni.
Il grande Manzoni nel suo romanzo si rivolgeva ai
suoi «venticinque lettori»; io, piccolo scrittore, da quanti potrei essere
letto? Tuttavia sento il dovere di
esporre le mie idee, nella speranza che a qualcuno non sembreranno del tutto
prive di logica, e anche nella certezza che saranno condannate pregiudizialmente
da tutti quelli che seguono la «vulgata».
Nei successivi capitoletti prenderò in esame, una
per una, certe idee conclamate, sulle quali io ho qualcosa da ridire. E
comincio dalla parola più pronunciata, dal concetto più affermato, dalla forma
di governo più osannata, cioè dalla democrazia.
Nel mondo occidentale il governo democratico è
universalmente ritenuto il migliore dei regimi politici. Anzi, l’unico regime
politico accettabile, per cui i popoli civili lo devono imporre a quelli
«incivili» anche con una guerra «preventiva». E’ quello che l’Occidente (Europa
e Stati Uniti) hanno cercato di fare in alcuni scacchieri geopolitici (Balcani,
Afganistan, Irak, la stessa URSS ecc.), e ognun vede con quali risultati, e
quindi dobbiamo riflettere su questa idea di «optimum regimen», che nella
prassi si rivela un vero pregiudizio (idōlum).
Cicerone nel primo libro del «De republica» dice
che ognuno dei reggimenti politici (monarchia, aristocrazia, democrazia) è per
sé imperfetto e la forma di governo meno imperfetta è quella che possa
amalgamare i tre concetti istituzionali.
Polibio (200-118 a. C.), grande storico greco di
cose romane, prende in esame i vari regimi politici dal punto di vista della
loro idoneità, equità e stabilità. Egli era un grande ammiratore della
costituzione romana del suo tempo, cioè prima delle guerre civili (i Gracchi,
Mario e Silla, Cesare e Pompeo, Ottaviano e Antonio) che avrebbero smentito la
sua analisi molto positiva della “Res publica Romanorum”.
Egli affermava che la Costituzione repubblicana di
Roma si dimostrava molto equilibrata, con i giusti pesi e contrappesi, e quindi
capace di durare e resistere alla corruzione.
Il regime monarchico infatti si può corrompere in
dittatura o (peggio) in tirannia; quello aristocratico (= governo dei migliori)
può diventare oligarchia (governo dei pochi) o plutocrazia (governo dei
ricchi). Secondo Polibio anche la
democrazia si può corrompere in oclocrazia (dominio della piazza, dei molti
minacciosi e violenti). Infatti per lui il demos,
il popolo, non era l’oclos , cioè la
folla brutale e ignorante, che obbedisce solo all’istinto belluino e alla
«pancia», ma quel ceto medio di agricoltori, artigiani, piccoli commercianti
che non erano schiavi della pancia, ma erano consapevoli dei loro doveri verso
la «città», desiderosi del benessere generale nell’ordine e nell’equità.
Polibio sapeva bene che la famosa democrazia
ateniese (che anche allora era portata ad esempio) dopo le ammirevoli prove del
periodo delle guerre persiane (V sec. a.C.), si era corrotta, era diventata già
dalla fine di quel secolo una rissosa, sospettosa, calunniosa e violenta
oclocrazia, la quale aveva osato condannare a morte il più giusto e meritevole
dei cittadini, Socrate. Costui educava alla verità e alla giustizia i giovani
discepoli, inculcando nei loro animi i
principi della morale, basati sulla vera religiosità (sottomissione a Dio e
alla sua legge infusa nella retta coscienza) e sull’esercizio delle virtù
cardinali (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza). Il cittadino Socrate per
le sue benemerenze avrebbe meritato di essere accolto onorevolmente nel
Pritaneo, cioè nel palazzo del Governo; ma i demagoghi riuscirono a farlo
condannare a morte addirittura per irreligiosità e corruzione dei giovani! Ecco
a che eccessi porta la democrazia corrotta, cioè l’oclocrazia.
Secondo Polibio, la Costituzione romana (quella del
suo tempo) non rischiava di corrompersi allo stesso modo, perché era
equilibrata. Essa infatti aveva il buono del regime monarchico nei due
consoli (come i due re spartani), il meglio del regime aristocratico nel
Senato, l’ottimo del regime democratico nei comizi tributi, assemblee
deliberative a cui partecipavano col voto tutti i cittadini, ricchi e poveri,
divisi per tribù territoriale (noi diremmo per rione o quartiere).
Questa ottimistica valutazione della costituzione
romana del III sec. a. C. è anche in Cicerone (106-43 a.C.) che nel I libro del
«De Repubblica» (55 a.C.) fa dire a Scipione Emiliano che l’optimum regimen
è questa equilibrata unione di monarchia , aristocrazia e democrazia.
Se Polibio fosse vissuto più a lungo, tanto da
vedere le guerre civili nelle quali sfociò quella Costituzione ottimale, che ben presto divenne monarchia assoluta e in
seguito spesso anche tirannide, non ne sarebbe stato così entusiasta, e avrebbe
concluso che un regime perfetto non esiste, e che anche l’idoleggiata
costituzione romana è corruttibile. Noi oggi possiamo con ragione affermare che
l’osannata democrazia quasi sempre si corrompe.
Attualmente la più grande e ammirata democrazia del
mondo è quella statunitense. Ebbene, che cosa c’è in essa di ammirevole?
Per
guadagnare il voto, cioè per essere delegati a governare, i maggiorenti dei due
partiti in lizza spendono miliardi di dollari con una pubblicità spesso
ingannevole e una propaganda aggressiva e senza esclusione di colpi, messa in
atto non solo dai partiti in lotta (repubblicano e democratico), ma anche dalle
grandi corporazioni economiche e finanziarie (del tabacco, delle armi, delle
bibite, della frutta, dell’informatica, del cinema, dell’editoria, della
ristorazione, della sanità ecc.), le quali spendono enormi somme per far
eleggere i loro candidati, cioè quelli che, una volta al governo, sosterranno i
loro interessi corporativi, a danno della collettività e in barba alla
giustizia. Questa è una democrazia o non piuttosto una plutocrazia cioè l’oligarchia
dei dominatori del campo industriale, economico e finanziario?
Lascio il giudizio ai lettori. Un quadro realistico
della corruzione della democrazia statunitense è dato dal romanzo “La verità
del ghiaccio” (2001) di Dan Browm.
Le cose
sembrano andare un po’ meglio nel Regno Unito il quale, a cominciare dalla
“Magna Carta libertatum” (1215), ha continuamente modificato la sua
costituzione adattandola ai tempi sino ad arrivare all’attuale bipartitismo di
conservatori e laburisti, che abbastanza lealmente si confrontano, formando
maggioranze (e quindi governi) abbastanza coese e minoranze (opposizioni) abbastanza
intelligenti, e quindi con alternanze abbastanza giustificate, che però
denotano anch’esse la notevole influenza della propaganda mediatica, che per
influenzare le votazioni non rinuncia neppure in Inghilterra ai colpi bassi dei
pettegolezzi e degli scandali.
Tuttavia, se nell’isola la democrazia non è
completamente corrotta, forse è perché è più antica e radicata, e una parte di
merito va alla tradizione monarchica che beneficamente influisce nell’opinione
pubblica, facendo da efficace moderatore ed equilibratore, e quindi giovando a
una certa stabilità.
Se ora diamo uno sguardo alla democrazia italiana,
dobbiamo riconoscere che essa è, come la stessa unità nazionale, piuttosto
recente, debole e già molto corrotta, rissosa e talora violenta, cioè
tutt’altro che democratica. Ci sono ampie plaghe della Penisola in cui regna e
governa non lo Stato, con le sue leggi equanimi, ma l’Anti-Stato, con le sue
leggi terroristiche che seminano la paura e impongono l’obbedienza e
l’asservimento sociale ed economico. Dove non domina l’antistato terroristico,
domina quello furbastro, ingannevole e fraudolento delle varie corporazioni
segrete e non, legali e non, ma comunque dominanti nella finanza,
nell’editoria, nello sport, nello spettacolo, le quali fanno nel loro campo il
bello e il cattivo tempo e manipolano coi media
l’opinione pubblica, che finisce con l’esserne asservita, talora senza
rendersene conto.
E quanti dei VIP dei vari campi, compreso quello dello spettacolo, sono immuni da scandali o
illegalità? Eppure essi sono ammirati e, se si candidano alle elezioni politiche
o amministrative sono votati, perché molti elettori pensano non al bene comune
ma al proprio tornaconto. E un capo politico corrotto è quello che lo può
favorire illegalmente, mentre l’uomo politico onesto, che mira all’equità e al
bene comune, non favorirà mai nessuno illegalmente, e quindi a certa gente egli
non serve.
La democrazia italiana è talmente corrotta e minata
dall’interno, che per essa sembra difficile ogni recupero alla legalità e
all’ordine, perché i partiti mirano solo al potere, cioè all’occupazione della
cosa pubblica, per arricchire i loro maggiorenti e favorire i loro gregari,
mentre il bene pubblico viene obliterato.
La partitocrazia ha affossato la democrazia.
Quando la democrazia è giunta a tal punto di
corruzione, diventa confusa oclocrazia,
per reazione alla quale si cade talora nella dittatura, perché solo questa a un
certo punto appare capace di mettere fine al disordine, all’illegalità e alla
violenza; e la gente onesta e operosa anela soprattutto alla sicurezza nella
legalità. La gente comune non sa che farsene della libertà che è diventata
licenza, perché non c’è ordine né rispetto della legge. In una tale democrazia
c’è libertà solo per la delinquenza organizzata o non, mentre il povero
cittadino vive nel timore, e talora nel terrore della malavita imperante.
Una democrazia come questa nostra non è dunque
recuperabile senza una dittatura, e magari un bagno di sangue, cioè una guerra
civile come quella che avemmo nel 1919-22 e che sfociò nel Fascismo? E questo
Fascismo in seguito ci ha dato la folle e disastrosa guerra del 1940-43 e poi
la guerra civile del 1943-45, la quale nel 1946 ha fatto cadere la Monarchia e
nel 1948 ci ha dato una bene intenzionata e bella «Repubblica democratica
fondata sul lavoro».
Ma le “buone intenzioni” dei padri fondatori (tra i
quali il più meritevole fu De Gasperi) furono ben presto calpestate, e ora
dominano le “cattive intenzioni”. La bella Repubblica è dunque definitivamente
spacciata?
No di certo, ma è recuperabile solo se tutti gli
onesti, che sono la maggioranza, non se ne staranno timorosi in disparte, ma
usciranno finalmente allo scoperto, e alle elezioni daranno il voto compatto al
capo di un partito di grande mente e grande animo, capace e soprattutto
energico e impavido nel servizio dello Stato e nell’opera di riforma di esso.
Dovrebbe essere un capo carismatico, una specie di apostolo civile, che non
tema di esporsi all’incomprensione e anche all’odio. Dopo la guerra civile del
1943-45 l’Italia ebbe un tale uomo in De Gasperi che cercò di risanare
l’Italia, avviandola alla vera democrazia, ma quelli del suo stesso partito,
interessati solo al potere, non gli fecero compiere l’opera. Infatti tale capo
carismatico, per operare efficacemente, dovrebbe poter agire in una
Costituzione diversa dall’attuale, che ora ardisco abbozzare.
Esso dovrebbe essere nello stesso tempo Capo dello
Stato e del Governo, i ministri dovrebbero essere tutti di sua scelta e di sua
fiducia, e il parlamento monocamerale (di soli 100 deputati) non dovrebbe avere
iniziativa legislativa ma solo discutere, approvare o respingere i disegni di
legge presentati dal Governo. Solo in tal modo si potrà avere una legislazione
coordinata ed efficiente, e non scoordinata, multiforme, prolissa e
contraddittoria come è quella di oggi (multae leges, nulla lex).
Questo capo carismatico dovrebbe avere ampia possibilità di attuare
semplificazioni e accentramenti amministrativi, eliminando tanta superflua
burocrazia. Dovrebbe anche realizzare un nuovo codice civile, penale e di
procedura, snellendo il processo ed eliminando «il troppo e il vano» che oggi
inceppano l’azione giudiziaria.
Dovrebbe governare con questi ampi poteri per
almeno cinque anni, e poter essere confermato anche più di una volta, se si
dimostra all’altezza del compito.
La mia è forse una bella utopia, ma non è una cosa
impossibile, anche se è certamente difficile. Infatti solo un capo carismatico,
che sia anche genio politico e vero apostolo civile può realizzare un tale
radicale cambiamento per risanare una democrazia gravemente malata. Una cosa
simile seppe realizzare in Turchia, dopo la sconfitta della guerra 1914-18, nel
crollo dell’Impero Ottomano, il Generale Kemal Atatürk (= il Padre dei Turchi).
Egli fu capace non solo di fondare una Repubblica
laica, ma anche di far cambiare ai suoi concittadini il codice (dalla Sharia a
quello napoleonico), e addirittura l’alfabeto (da quello arabo a quello
latino). Per far tutto ciò dovette poter governare dal 1923 alla morte (1938)
con grande rigore, senza curarsi dei molti scontenti e oppositori.
E’ naturale che tutti coloro che, con le riforme
egualitarie, perdono le loro posizioni di privilegio (di certe cariche) o di
monopolio (di certi servizi, commerci o professioni), scendono in piazza per
protestare, anche violentemente o manovrano nell’ombra per ordire complotti.
Ma il grande riformatore, che mira soltanto al bene
della collettività, deve andare diritto per realizzare il suo programma, e anche
i cittadini onesti dovrebbero, se non aiutarlo, almeno non ostacolarlo nella
sua opera risanatrice, anche se essa talora appare troppo energica.
«A mali estremi, estremi rimedi.» dice il
proverbio.
Per esempio, come si potrebbe in Italia sconfiggere
la mafia e ogni tipo di delinquenza organizzata senza usare la mano pesante? La
sapienza giuridica romana affermava «Summum ius, summa iniura.» Cioè:
l’osservanza formale e meticolosa della legge (summum ius) impedisce l’energico
contrasto alla delinquenza e quindi favorisce l’illegalità, rendendola peggiore
(summa iniuria). Anche la saggezza popolare ribadisce lo stesso concetto: «Il
medico pietoso rende la piaga cancerosa.» Cioè il curante che per non far
soffrire il malato non adopera subito il bisturi per eliminare certe piaghe
incancrenite, finisce per renderle inguaribili e mortali.
I Romani nelle situazioni di gravissimo pericolo
per la Repubblica eleggevano un dittatore, al quale davano «carta bianca» cioè
pieni poteri per sei mesi almeno. Anche nelle monarchie costituzionali e nelle
democrazie esiste la cosiddetta «legge marziale», per cui sono sospese le
normali garanzie giuridiche. La si proclama quando lo Stato corre estremo
pericolo per nemici interni o esterni, ai quali sarebbe somma stoltezza concedere
libertà di manovra, e quindi possibilità di nuocere mortalmente.
In questi casi la limitazione della libertà è
temporanea ed è necessaria per ristabilire una reale libertà, una effettiva sicurezza senza la quale non
c’è vera democrazia.
A quei giudici che non esitano a incriminare il
carabiniere o il poliziotto che usa la maniera forte per contrastare un
delinquente ribelle e violento, perché (dicono) la legge non lo permette,
vorrei ricordare l’episodio evangelico dei venditori cacciati dal tempio. Ne
parlano tutti e quattro gli evangelisti (Mt 21, 12-13; Mc 11, 15-17; Lc 19,
45-46; Gv 2, 14-16), perché quell’azione di Gesù sembra ad essi rimarchevole ed
esemplare. La racconta più dettagliatamente Giovanni.
«[Gesù] trovò nel tempio gente che vendeva buoi,
pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di
cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a
terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi.»
Se Gesù Cristo oggi tornasse (in incognito) a
scacciare i venditori dal sagrato dei vari santuari, quale condanna gli
infliggerebbero i nostri solerti giudici, dato che lo farebbe usando la sferza
e rovesciando i banchi come a Gerusalemme?
L’agente dell’ordine, secondo questi signori giudici
“scribi e farisei”, dovrebbe difendere i profanatori del tempio, e arrestare
chi cerca di ripristinare il rispetto del sacro e anche la decenza. L’agente
dell’ordine dovrebbe secondo costoro prendersi i pugni, i calci e gli sputi del
malvivente violento senza minimamente reagire; se reagisce, come è ben
naturale, è proprio lui a essere incriminato per violenza. I terroristi possono
tessere le loro trame omicide e, se i carabinieri li arrestano, sono rilasciati
da giudici compiacenti, quasi fossero eroici guerriglieri che combattono per il
loro ideale, e vanno rispettati (e ammirati).
Ci sono per fortuna in Italia, specie in Sicilia, giudici
eroici che hanno combattuto e combattono coraggiosamente ogni tipo di
delinquenza, e talora pagano con la vita il loro zelo per la legalità e la
giustizia, cioè per assicurare la sicurezza ai concittadini. Ma questi giudici
integri e coraggiosi sono purtroppo pochi; la maggioranza vivacchia tirando in
lungo certi processi (quelli che non includono pericoli, come quelli contro i
politici e le forze dell’ordine), e non cominciando nemmeno quelli pericolosi,
contro i malavitosi arrestati, i quali saranno poi liberati per decorrenza dei
termini di detenzione.
Insomma in Italia non solo è corrotta la democrazia
e quasi tutta la sfera amministrativa e politica, ma anche quella parte della
magistratura, che fa corporazione e difende solo se stessa.
E’ inevitabile che gli agenti dell’ordine, con tali
giudici sempre pronti a incriminarli per eccesso di difesa o di reazione,
finiscano per perdere ogni motivazione e impegno, e cerchino di vivacchiare
anche loro, per arrivare alla pensione senza più rischiare la vita contro una
malavita sempre più aggressiva e spietata, che spara sempre per prima e non
perdona mai.
Questa critica contro la magistratura corporativa e
autoprotettiva, che arriva anche a scioperare contro lo Stato per perpetuare e
accrescere i propri privilegi, non è soltanto mia o dei soli carabinieri e
poliziotti, ma di tanta gente onesta che io ho ascoltato in tutti questi ultimi
anni.
E’ evidente che una tale magistratura, con una tale
mentalità e cultura, si è formata nel
tempo con una gestione dei concorsi (e formazione delle commissioni
esaminatrici) che ha sempre mirato ad autoriprodursi, a cooptarsi, per
assicurare e anche accrescere il proprio potere, ai danni del potere
legislativo e anche di quello esecutivo. E il Consiglio Superiore della
Magistratura, che dovrebbe essere un organo di autocontrollo, è diventato
l’organo dell’autoaffermazione corporativa.
Dopo questa digressione sulla nostra Giustizia,
debbo tornare sull’argomento principale, cioè sulla democrazia, per completare
la mia analisi.
Abbiamo visto che essa, così come oggi è realizzata
in quasi tutti gli Stati, non è davvero l’«optimum regimen». Perciò molti
filosofi, pensatori e legislatori hanno immaginato e descritto altre
Repubbliche, a cominciare da Platone (427-347 a.C.).
Le opere di tutti costoro sono delle vere «utopie»
cioè «non luoghi», luoghi immaginari, non esistenti e (forse) irrealizzabili,
perché un governo perfetto può solo immaginarsi, mai realizzarsi, tenendo conto
della natura umana, la quale per la sua intelligenza e libertà di azione è
sempre portata alla prevaricazione.
Accennerò solo ad alcune di queste opere letterarie,
proprio per dimostrare la loro natura utopica o ideologica. Esse vorrebbero
realizzare una suprema «giustizia» nella convivenza umana, e per realizzarla
immaginano un ordinamento per nulla realizzabile tenendo conto delle passioni
umane.
Platone sottotitola la sua Repubblica con
l’aggiunta «o della giustizia», perché è proprio questa virtù che egli vorrebbe
far dominare sovrana negli ordinamenti governativi, e per farla regnare egli
arriva anche all’assurdo. La giustizia è innanzi tutto equità, cioè tutti
uguali: nessuno padrone nessuno servo, nessuno ricco nessuno povero, tutti con
gli stessi diritti e con gli stessi doveri. I reggitori sono i filosofi, i
quali studiano e impongono gli ordinamenti egualitari. Viene soppresso ogni
interesse individuale, è imposta la più completa comunanza di vita: sono
comunitari non solo i pasti, le case e i beni di consumo, ma anche le donne e i
figli. I figli nati da uomini dappoco, da unioni non controllate, o comunque
non sani e forti, dovranno essere esposti e fatti morire. Gli altri saranno
allevati «in comune» in brefotrofi di Stato, da educatori pubblici, senza
sapere quali sono i loro genitori, come del resto i genitori non sanno quali
sono i loro figli. E’ insomma un comunismo totale e assoluto, che è anche concettualmente
difficile a immaginare, perché pieno di contraddizioni e di aporie.
Infatti chi nomina questi filosofi, reggitori e
controllori del tutto? Essi si auto-etichettano, si consorziano e si impongono?
Dove sta la giustizia e l’uguaglianza? Essi impongono l’ordinamento da loro
escogitato, dividono la popolazione in classi: classe dei guerrieri, classe dei
produttori (contadini e artigiani), classe dei reggitori, i quali sono educati
a parte e formati al loro compito con l’apprendimento coordinato di discipline
sia scientifiche sia morali.
Chi impedirà a questi reggitori onnipotenti di
combattersi tra loro? chi farà da ostacolo a che diventino dei vessatori come i
famosi «trenta tiranni» che terrorizzarono Atene dopo la sua sconfitta nella
guerra del Peloponneso?
Insomma: «Quis custodiet custodem?»
Chi vigilerà sul custode? E prima ancora:
Chi sceglierà e formerà i custodi, cioè i
cosiddetti filosofi, deputati (da chi?) a reggere lo Stato?
Insomma ognuno vede che la Repubblica di
Platone, ponderosa opera in dieci libri, è la prima utopia nella quale si sia
sbizzarrita la mente o meglio la sfrenata fantasia umana.
Lo stesso Platone si sarà accorto che era senza
fondamento la costruzione statuale da lui immaginata; e infatti nella
successiva vasta opera «Le leggi», di ben dodici libri, porta molti
cambiamenti al suo progetto di Stato. Qui la proprietà privata non solo è
ammessa, ma assicurata dallo Stato che dà a ogni capo-famiglia un uguale
appezzamento di terreno, che addirittura può essere aumentato dall’assegnatario,
col proprio lavoro, sino a quadriplicarlo; ma ciò che superasse il quadruplo
sarebbe confiscato. Anche il matrimonio
non solo è ammesso (nella Repubblica c’era solo l’accoppiamento comunitario),
ma imposto, tanto è vero che il celibe di età superiore a 35 anni deve pagare
una tassa (lo stesso fece Mussolini).
Rinuncio a riportare altri dettagli della prolissa
e curiosa legislazione di Platone; ma egli dice anche cose giuste. Per esempio
lui ritiene che la pena dei trasgressori deve mirare al recupero morale e
civile del colpevole; ma pensa che per gli incorreggibili sia necessaria la
pena di morte.
Come si vede da questi brevi cenni, Platone nelle “Leggi”
immagina qualcosa di più realistico che nella precedente “Repubblica”.
Ancora più realistico è Cicerone (106-43 a. C.)
nella sua “Repubblica”, nella quale tiene presente l’equilibrata
costituzione romana già lodata da Polibio, e nelle sue “Leggi”, in cui
mette in risalto la saggezza giuridica e normativa insita nel complesso delle leggi
delle Dodici Tavole.
Nel medioevo
San Tommaso D’Aquino (1225-1274) delineò un regime politico aderente alla
concezione cristiana nel “De regimine principum ad regem Cypri”), i cui
primi due libri sono certamente di sua mano, mentre gli altri due sono quasi
certamente di suoi discepoli. Per il cristiano ogni autorità viene da Dio («non
est potestas nisi a Deo» come dice San Paolo), e perciò il re è il
rappresentante di Dio, incaricato di reggere gli uomini del suo Stato in modo
che possano vivere nell’ordine, nella pace e nella sicurezza, che si possono
realizzare solo praticando la giustizia. Il re è come il padre per i sudditi,
che deve curare come figli.
Quindi per San Tommaso il regime migliore è la
monarchia illuminata, non dai «lumi» settecenteschi, ma dalla Grazia. Dalla
dottrina tomistica deriva il legittimismo dei principi, basato sulla regalità
«Dei gratia». Per San Tommaso anche l’aristocrazia (governo dei migliori) è un
governo accettabile, mentre non lo sono l’oligarchia e la democrazia. Per il
teologo infatti non è accettabile che il principio di autorità venga non
dall’alto, ma dal basso.
Fu un santo omonimo, l’inglese Tommaso Moro
(1478-1535) a delineare un altro regime perfetto, molto immaginario, nella sua
opera latina “De optimo rei publicae statu deque nova insula Utopia”.[1]
Sir Thomas More era un colto umanista e anche uomo politico, che divenne
cancelliere del regno sotto Arrigo VIII, dal quale fu poi fatto decapitare
perché si era opposto al suo scisma religioso; ed essendo morto per la sua fede
papista fu canonizzato come «confessore» (non martire) nel 1935 da Pio XI. Gli
anglicani invece lo rappresentano come un allegro uomo di mondo, ricco
mercante, abile finanziere, politico fine e anche un po’ machiavellico; ma per
i cattolici è un santo, perché affrontò senza esitazione la morte per aver
contrastato il re nel suo scisma dalla Chiesa di Roma.
Il suo «ottimo regime politico» instaurato nella
nuova isola è un po’ platonico e un po’ cristiano, descritto con un tono talora
ironico o umoristico, quale si conviene a un inglese del secolo XVI in pieno
Rinascimento.
Probabilmente egli fu indotto a immaginare uno
Stato perfetto in questa isola inesistente dalle notizie di certe culture
indigene che arrivavano dalle prime isole americane esplorate dagli Europei. La
sua opera fu forse una pura esercitazione di un grande politico e profondo
giurista, ma talora essa sembra un vero ghiribizzo letterario di uno che vuole
intenzionalmente scandalizzare portando all’estremo principi giusti o ragionevoli.
Nell’isola da lui immaginata il lavoro è
obbligatorio, ma la giornata lavorativa è di sei ore (oh che bello!), perché
l’operaio deve coltivare anche la mente.
La proprietà
privata è abolita, tutto il terreno è dello Stato che lo distribuisce equamente.
Anche il denaro è abolito, e si torna al baratto
delle merci.
I pasti devono essere molto frugali e presi in
comune.
I metalli preziosi sono disprezzati, e l’oro serve
solo a far catene per i prigionieri e tavolette da appendere al collo dei condannati.
Gli intellettuali sono improduttivi, e il loro
numero va limitato.
Il principe, Utopus, è anche il legislatore,
ma le leggi sono poche e chiare.
La religione è quella cattolica, ma le altre sono
rispettate, mentre è condannato l’ateismo.
C’è la coscrizione obbligatoria, per la difesa del
paese, ma praticamente l’esercito serve solo per la sicurezza dei cittadini e
l’ordine pubblico.
Infatti, se gli «utopici» devono fare una guerra
esterna, assoldano gli Zapoleti, mercenari la cui morte in battaglia non li
rattrista, perché essi in realtà vivono per la guerra, per uccidere o per
essere uccisi.
Non voglio continuare con altri dettagli, che
non chiarirebbero molto la costituzione
politica di quest’isola immaginaria. Chi la vuol conoscere meglio, se non gradisce il latino, la può leggere in
italiano nella traduzione di Tommaso Fiore (Bari, Laterza, 1942). Comunque è un
testo non noioso, perché non lungo ed espresso con puro linguaggio, fine
umorismo e rara capacità descrittiva.
Pur non potendo prendere in esame gli altri
innumerevoli scrittori che si sono cimentati a immaginare una forma perfetta di
governo, cioè la loro utopia politica, voglio accennare al «Capitale» di Carlo
Marx (1818-1883), perché anch’esso è una vera e propria utopia, che però vuol
presentarsi come un trattato di economia politica su un fondamento di
materialismo storico dorato da idealismo hegeliano.
Infatti Marx è un filosofo della sinistra
hegeliana, quella berlinese dei «giovani hegeliani» i quali vogliono realizzare
non uno Stato etico su principi quasi teologici, ma uno Stato assoluto basato
su principi «scientifici». Egli critica il socialismo di stampo umanitario e
solidaristico, che serve solo a lenire le miserie dei proletari; ipotizza uno
Stato che risolva alla radice il problema dell’ingiustizia sociale, mediante la
statalizzazione dell’economia e l’abolizione della proprietà privata.
A dire la verità “Il Capitale” si limita a
dimostrare il circolo vizioso dell’economia capitalistica, la quale morde sé
stessa ed è condannata a crollare dalla stessa sua evoluzione che la porta
all’implosione; ma è evidente che il comunismo reale, instaurato in Russia da
Lenin e Stalin, si basa sull’analisi marxiana, che qualche valente economista ha giudicato un po’ cervellotica, messianica
o millenarista.
La via per giungere alla realizzazione del
comunismo è tracciata da Marx nel Manifesto
(1848): gli operai si devono unire in un unico partito e, con la lotta
di classe e la rivoluzione, impadronirsi del potere, instaurando la dittatura
del proletariato; quindi aboliscono la proprietà privata, statalizzano tutta
l’economia, adeguano la produzione alla soddisfazione dei bisogni, realizzano
l’effettiva uguaglianza di tutti, al fine di ottenere una pacifica e ordinata
società senza classi, cioè senza più ingiustizie sociali.
L’utopia ideata da Marx, Engels e compagni è stata
la più catastrofica, perché si è voluto realizzarla, e non con la persuasione,
ma con la violenza e la guerra civile, con milioni di morti, e poi si è cercato
di mantenerla con la tirannia poliziesca, con le prigioni, le condanne e i
gulag. Invece della libertà e dell’uguaglianza questa utopia ha portato la
schiavitù e la disuguaglianza più marcata, e lo Stato sovietico, per mantenersi
e proteggersi, si è dotato di un grandissimo e armatissimo esercito, col quale
poi si è lanciato in una gara
imperialistica per il dominio del mondo.
L’economia statalizzata si è dimostrata del tutto
inadeguata a soddisfare i bisogni anche materiali dei cittadini, i quali si sentivano
doppiamente frustrati, perché privati anche dei beni spirituali, quali la
libertà di opinione e di religione, dato che lo Stato imponeva il dogma
marxista e l’ateismo.
Tutte le precedenti utopie, come «La Nuova
Atlantide» di Francesco Bacone (1561-1626), «La Repubblica di Oceana» di James
Harrington (1611-1677) o «La Città del sole» del nostro Tommaso Campanella
(1568-1639) sono state fantasiose elucubrazioni che nessuno ha tentato di
realizzare, e per nostra fortuna non hanno causato né morti né feriti. Ci si
può arrovellare a immaginare un regime perfetto, ma è un lavoro sprecato,
perché esso non esiste, e si possono realizzare solo regimi forse migliori (o
meno peggiori) di altri, perché più adatti a certi popoli e in determinate
condizioni storiche.
L’uomo è portato a prevaricare, cioè a prevalere
sugli altri, servendosi della sua intelligenza e della libertà di azione
(libero arbitrio); è la tentazione primigenia (che la Chiesa chiama peccato
originale) che seduce molti, e anche un buon governante può esserne tentato, allo
stesso modo che una legge giusta può essere applicata ingiustamente da
esecutori o giudici prevaricatori. Tuttavia quasi tutti quelli che si occupano
di politica (nel senso originario di arte dell’organizzazione dello
Stato, come la intendeva Aristotele) sono portati a immaginare un tipo di
costituzione, che a loro sembra la migliore in assoluto o la migliore di quelle
possibili. Ho parlato di arte politica (Aristotele dice tecnica o
prassi) e non di scienza, perché il governo di una società richiede un progetto,
una creazione ideale, artistica che però dovrebbe basarsi su dati empirici
certi, se volesse realizzarsi.
Anch’io nelle pagine precedenti (10-11) ho abbozzato
un tipo di costituzione, che a qualcuno
può sembrare cervellotica oltre che ingenua, e perciò voglio tornare su di
essa, per dimostrare che cervellotica non è, ingenua forse sì, perché nessun
partito la assumerà mai per suo programma.
Essa infatti è basata sui tre principi di potere
(monarchia, aristocrazia, democrazia), ma contemperati in modo che nessuno di
essi degeneri nell’opposto (tirannia, oligarchia, oclocrazia).
Il potere del Capo viene dal consenso popolare, perché
è il demos che lo elegge, e quindi
alla base del potere c’è la democrazia.
I candidati alla presidenza si possono presentare
per iniziativa propria, o di associazioni o di partiti, ma per operare una
prima selezione ogni candidatura deve essere presentata (con firma controllata)
da almeno 1.000.000 di elettori. Sarà eletto Capo dello Stato e del Governo il candidato
che riceverà il 50% più uno dei voti, e se nessuno avrà tale risultato si farà
il ballottaggio tra i primi due votati.
Il mandato sarà di almeno cinque anni, per
permettere all’eletto di realizzare il suo programma di governo. Questo
programma per sanare le molte malattie sociali ha bisogno del suo tempo; è come
una medicina un po’ amara, che sul
momento potrebbe non essere gradita, e perciò si deve dare il tempo perché essa
manifesti i suoi effetti salutari.
E se il severo programma di governo dopo cinque
anni rivela i suoi effetti benefici e il presidente si dimostra all’altezza del
compito, perché non confermarlo per altri cinque o anche dieci anni?
Il parlamento è unicamerale; quello bicamerale è
nato per dare potere ai due ceti dominanti nella società ottocentesca, la
nobiltà e i ricchi da una parte, il popolo dall’altra, e le due categorie si
volevano controllare a vicenda. Oggi il doppio parlamento è un doppione
inutile, che intralcia e complica l’azione legislativa, la quale diventa sempre
più frammentata, prolissa e farraginosa, perché ogni gruppetto riesce a imporre
le sue «leggine»o a inserire nelle leggi serie l’articolo o il comma che gioca
a suo favore.
Perché ciò non avvenga le proposte legislative
devono venire solo dal Governo, cioè dal Presidente e dai ministri da lui
eletti; il Parlamento deve solo discuterle, e quindi approvarle o respingerle. Se una legge
proposta è respinta con i due terzi dei voti, non può essere ripresentata; in
caso contrario può essere ripresentata con le opportune modifiche. E’ ovvio che
sia il Parlamento sia le associazioni dei cittadini possono presentare al
Governo le proposte che a loro sembrano opportune; ma è sempre il Governo che,
se lo crede giusto, le deve accogliere e trasformare in un disegno di
legge.
Il Parlamento è di soli 100 deputati, eletti nei
100 collegi uninominali in cui sarà diviso il territorio nazionale. Oggi i
rappresentanti del popolo sono più di mille,
danno il bello spettacolo che tutti vediamo, e costano allo Stato, cioè
a tutti i contribuenti, una enorme somma, percependo ognuno più di 20.000 euro
mensili. Non parliamo poi dello scandalo delle pensioni che spettano a questi
privilegiati per soli due anni di cosiddetto servizio, in realtà di potere
molto lucroso.
Nell’Ottocento, al tempo di Lanza e Sella, alcuni
deputati rinunciavano alla carica per tornare alle loro professioni, perché il
mandato parlamentare «non dabat panem»; oggi il mandato dà non solo potere, ma
anche ricchezza, e si può capire lo sdegno o la rabbia dell’operaio o del
modesto impiegato, che è fortunato se supera un migliaio di euro al mese, nel
vedere questa dilapidazione del pubblico denaro.
Questo parlamento così ridotto nel numero e con
bassi emolumenti, perché ci si deve candidare a deputato per servire la società
e non per acquistare potere e ricchezza, rappresenta il principio aristocratico
del reggimento, mentre il Presidente col suo Governo ne rappresenta il
principio monarchico.
Quindi il potere parte dal popolo, cosciente e informato,
quale era il demos ateniese, non
dalla massa violenta e prepotente, che pensa solo a interessi egoistici, la
quale Polibio chiama oclos; e quando
questa massa si impone con la forza, non abbiamo più la democrazia, ma
l’oclocrazia, la demagogia e spesso addirittura l’anarchia.
E dall’anarchia si passa quasi sempre alla
dittatura, perché gli uomini anelano all’ordine e alla sicurezza, e per avere
questi sommi beni sono talora disposti a rinunciare anche alla libertà, una
volta che questa è diventata vera licenza.
Debbo riconoscere che sento una certa esitazione ad
affrontare questo tema, dato che proprio in questi anni tanta opinione pubblica,
tanti movimenti politici, tanti Stati e parlamenti si mobilitano per far
mettere al bando questa pena, considerata incivile e barbara, mentre io ritengo
che in qualche caso essa debba essere irrogata, cioè per reati gravissimi. Ma
non deve essere mai crudele il modo di applicarla.
Cercherò di ragionare pacatamente per render
ragione di questa mia opinione, che è politicamente scorretta e per molti
scandalosa, e mi farà giudicare un retrivo reazionario oltre che, naturalmente,
un cretino ignorante.
E, cominciando dalla realtà attuale, la pena di
morte vige ancora in moltissimi Stati anche non mussulmani, come per esempio il
Giappone. Vige in 38 dei 50 Stati USA, e rispecchia il convincimento pubblico,
perché un sondaggio del dicembre 2006 rivela che essa è approvata dal 75% degli
statunitensi.
In Italia la pena di morte è stata ufficialmente
abolita nel 1948 dalla Costituzione (art. 27), ma per i reati militari solo nel
1994. Gli ultimi condannati a morte, nel marzo 1947, furono Giovanni D’Ignoti,
Giovanni Puleo, Francesco Lo Barbero.
Nello Stato Pontificio essa fu vigente, e applicata
spesso, sino alla fine (1870).
Per il Catechismo della Chiesa Cattolica (1992)
essa è pienamente legittima «in casi di estrema gravità» (pag. 557-par.2266).
Nel Compendio di detto Catechismo, pubblicato nel
2005 sotto papa Ratzinger, si precisa che «i casi di assoluta necessità di pena
di morte sono ormai molto rari, se non addirittura inesistenti.»
(pag.127-par.469)
A quanto pare, dopo l’eccidio delle Torri Gemelle,
con l’esplodere del terrorismo islamico in quasi tutto il mondo,con le madrase
che inculcano la guerra santa e le moschee che organizzano attentati contro i
cristiani e tutto il mondo occidentale, con la violenza spietata della malavita
organizzata, il mondo è ora , per la Chiesa, diventato molto più ordinato e
pacifico, e «i casi di estrema gravità» non si verificano più, per grazia di
Dio, e possiamo mandare in pensione (non emerita) il barbarico patibolo col suo
detestato boia. E’ evidentemente un cedimento alla vulgata dominante.
Gli oppositori della pena mi obietteranno subito:
«Come mai tu, che ti dichiari cattolico convinto,
osi dire legittima una pena che è vietata dal Decalogo nel quinto precetto:
“Non uccidere”»?
Rispondo: il Decalogo è il compendio della legge
mosaica, molto carente dal punto di vista cristiano. Per esempio non c’è il precetto
di amare tutti gli uomini come fratelli e tanto meno anche i nemici.
Mosè era un profeta armato, che si riteneva
investito da Jahvè della missione di portare il popolo ebraico alla conquista
della terra promessa, distruggendo i popoli che l’abitavano. Il quinto divieto,
secondo lui, vale per l’uomo singolo, che vorrebbe compiere privatamente la sua
vendetta uccidendo per un motivo personale; non per lui, Mosè, che uccide per
un motivo ideale, religioso, come per una missione ricevuta.
Infatti, a parte l’omicidio che lui commette in
Egitto (Esodo cap.2, versetto 12), egli compie una vera strage proprio appena
sceso dal Sinai con le tavole della legge, scritte dallo stesso Jahvè, il quale
come quinto precetto aveva comandato: «Non uccidere» (Esodo, 20,13). Quando
vide il popolo che danzava intorno al vitello d’oro, forgiato per loro dal
fratello Aronne, preso dall’ira «scagliò via le tavole spezzandole ai piedi
della montagna», compiendo in tal modo il più grave sacrilegio che si possa
pensare: distruggere la scrittura di Dio! (Es 32,19)
Ma questo è niente. Chiama a raccolta i leviti e
comanda:
«”Passate e ripassate nell’accampamento da una
porta all’altra: uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico,
ognuno il proprio parente”. I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosè,
e in quel giorno perirono circa tremila uomini.» (Es.32,27-28)[2]
Dopo la strage Mosè riunisce gli uccisori per
ringraziarli:
«Ricevete oggi l’investitura del Signore; ciascuno
di voi è stato contro suo figlio e contro suo fratello, perché oggi Egli vi
accordasse una benedizione.» (Es.32,29)
E queste non sono eccezioni, dovute a uno scatto
d’ira, perché tutta la legislazione mosaica è basata sulla pena di morte,
irrogata anche per futili motivi, come a quel povero vecchio sorpreso a
raccogliere un po’ di legna in giorno di sabato: fu subito lapidato per ordine
di Mosè. (Numeri 15,32-36)
Voglio portare qualche altro esempio, per
dimostrare quanto poco la legislazione mosaica è aderente al precetto di non
uccidere.
«Se un uomo odia il suo prossimo… lo percuote in
modo da farlo morire e poi si rifugia in una di quelle città [le città asilo
che potevano salvare la vita al colpevole involontario], gli anziani della sua
città lo manderanno a prendere e lo consegneranno al vendicatore del sangue,
perché sia messo a morte.» (Deuteronomio 19,11-12)
La pena di morte c’è anche per il testimone iniquo
che falsamente accusa qualcuno di delitto capitale (ribellione, sacrilegio,
bestemmia ecc.): sia messo a morte, quello che voleva fare all’altro sia fatto
a lui, e nessuno lo compianga. Il comando di Jahvè, secondo Mosè, è questo:
«Il tuo occhio non avrà compassione: vita per vita,
occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede.» (Deut.
19,21)
La lapidazione è prevista non solo per l’adultera,
ma anche per la sposa che non sia trovata vergine dal marito.
«Se la giovane non è stata trovata in stato di
verginità, allora la faranno uscire...e la gente della sua città la lapiderà
così che muoia, perché ha commesso un’infamia in Israele.» (Deut. 22,20-21)
I rei puniti con la morte sono tanti; non solo il
sacrilego che tocca l’arca dell’alleanza non essendo sacerdote, o il blasfemo
che offende Jahvè, ma anche «colui che maledice suo padre e sua madre sarà
messo a morte.» (Es. 21,17)
In genere tutti gli omicidi volontari, e peggio se
premeditati, sono puniti con la morte; possono scamparla solo quelli colposi,
involontari o preterintenzionali. La legge del taglione è ribadita molte volte
nei libri dell’Antico Testamento. Nel
Levitico (24,17-20) per esempio si legge:
«Chi percuote a morte un uomo, dovrà essere messo a
morte. Se uno farà una lesione al suo prossimo, si farà a lui come egli ha
fatto all’altro: frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli
si farà la stessa lesione che egli ha fatto all’altro.»
Non solo la pena di morte è irrogata per l’omicidio
volontario, intenzionale, compiuto con un’arma, ma anche se compiuto lì per lì
con un oggetto di ferro o una pietra o uno strumento di legno; e per di più
l’uccisione del colpevole è affidata come vera e propria vendetta al parente
consanguineo, e non al giudice o all’autorità comunitaria.
«Se uno colpisce un altro con uno strumento di
legno che aveva in mano, atto a causare la morte, e il colpito muore, quel tale
è un omicida; l’omicida dovrà essere messo a morte. Sarà il vendicatore del
sangue quegli che metterà a morte l’omicida; quando lo incontrerà, lo
ucciderà.» (Numeri,35,16 ss.)
Insomma il precetto di non uccidere presente nel
Decalogo sembra una vera e propria presa in giro, se pensiamo non solo a Mosè
che ordina al leviti di compiere quella strage indiscriminata di familiari,
parenti e amici, ma addirittura a Jahvè che ordina a Mosè di sterminare i
popoli che occupano la terra che Egli ha loro assegnata.
«Nelle città di questi popoli che il Signore tuo
Dio ti ha dato in eredità non lascerai in vita alcun essere che respiri, ma li
voterai allo sterminio, cioè gli Hittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti,
gli Evei e i Gebusei, come il Signore tuo Dio ti ha comandato di fare.» (Deut.
20,16-17)
Pure per le città non appartenenti a queste nazioni
condannate all’olocausto non c’è scampo; anche se esse sono molto lontane, se
non si faranno tributarie di Israele, devono essere assalite e occupate. Però
esse non sono votate all’eccidio totale; infatti Jahvè comanda:
«Colpirai a fil di spada tutti i maschi; ma le
donne, i bambini, il bestiame e quanto sarà nella città, tutto il suo bottino,
li prenderai come preda.» (Deut. 20,10 ss)
La differenza tra queste città e quelle dei
precedenti popoli è che in queste sono uccisi solo i maschi, in quelle ogni
«essere che respiri».
A proposito delle nazioni da sterminare, per pura
curiosità fo osservare che in un precedente passo dello stesso Deuteronomio
esse non sono sei , ma sette.
«Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel
paese che vai a prendere in possesso e ne avrà scacciate davanti a te molte
nazioni: gli Hittiti, i Gergesei, gli Amorrei, i Perizziti, gli Evei, i Cananei
e i Gebusei, sette nazioni più grandi e più potenti di te… e tu le avrai
sconfitte, le voterai allo sterminio.» (Deut. 7,1-4)
Questa vocazione di Israele allo sterminio di altri
popoli non finisce con l’occupazione della Terra promessa. Essa continua anche
dopo, e sono molti anche i profeti, i giudici e i sacerdoti che uccidono in
nome di Jahvè. Porterò, tra i tanti, qualche esempio. Il profeta Samuele andò dal
re Saul dicendo:
«Così dice il Signore degli eserciti (Sabaoth). Colpisci
Amalek e vota allo sterminio quanto gli appartiene; non lasciarti prendere da
compassione, ma uccidi uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e
asini.» (1 Sam 15, 1 ss)
Saul obbedì, ma avendo preso vivo Agag, re di
Amalek, gli risparmiò la vita, forse pensando che era meglio tenerlo prigioniero
che ucciderlo. Ma Samuele si presentò di nuovo a Saul per rimproverarlo
dicendogli:
«Poiché tu hai rigettato la parola del Signore, il
Signore ti ha rigettato, affinché tu non sia più re sopra Israele.» (1 Sam
15,23)
Quindi comandò che gli fosse portato il
prigioniero, «e Samuele trafisse Agag davanti al Signore.» (Primo libro di
Samuele, cap.15, versetto 33)
Un altro profeta, Ezechiele, ci informa
sull’eccidio ordinato da Jahvè di tutti gli abitanti di Gerusalemme, ad
eccezione di pochi incolpevoli che un suo angelo doveva marcare in fronte: (Ez 9,4-6)
«Il Signore gli disse: “Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme, e
segna un tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per
tutti gli abomini che vi si compiono”. Agli altri [sei angeli incaricati
dell’eccidio] disse, in modo che io sentissi: “Seguitelo attraverso la città e
colpite! Il vostro occhio non perdoni, non abbiate misericordia. Vecchi,
giovani, ragazze, bambini e donne, ammazzate fino allo sterminio; solo non
toccate chi abbia il tau in fronte”.»
Noi rabbrividiamo pensando ai bambini votati allo
sterminio: non erano essi innocenti? Che colpa potevano aver commesso? E questo
eccidio è ordinato dallo stesso Jahvè!
I cristiani rimangono perplessi anche alla lettura
del passo della Genesi riguardante la prova a cui Jahvè sottopone Abramo (Gn
22): gli comanda di offrirgli l’unico figlio Isacco in olocausto su un monte.
Ma come poteva Abramo obbedire a un tale comando? E il precetto del Decalogo
«Non uccidere»? Qualcuno dirà: ma il Decalogo viene dopo, con Mosè. Sicché il
precetto di Dio comincia con Mosè? Prima di Mosè era lecito uccidere, anche il
proprio figlio? La legge di Dio è eterna, vale sempre, e la morale non cambia
coi tempi! Del resto anche prima di Mosè e dello stesso Abramo abbiamo il caso
del fratricida Caino, sul quale (Gn 4,15) Jahvè impresse un segno perché nessuno lo colpisse dicendo:
«Chiunque colpirà Caino subirà la vendetta sette
volte!»
Il caso di Abramo, pronto a uccidere il figlio per
obbedire a Jahvè, è stato sempre portato come esempio per esortare
all’obbedienza a Dio;[3]
ma è un «exemplum fictum»molto mal posto. Infatti qualunque buon cristiano o
anche pio israelita avrebbe dovuto rispondere a Jahvè:
«Ma, Signore, come puoi comandarmi di compiere un
peccato così grave?»
Un altro esempio mal posto è quello di Iefte,
ottavo giudice d’Israele, il quale uccise la propria figlia per ringraziamento
a Jahvè per la vittoria sugli Ammoniti (Giudici 11,29 ss).
Egli aveva fatto un terribile voto per riuscire
vincitore.
«Colui che uscirà per primo dalle porte di casa mia
per venirmi incontro, sarà sacro al Signore, e glielo offrirò in olocausto.»
Gli andò incontro l’unica figlia, ancora vergine, e
lui mantenne la promessa. Questa azione, che a noi sembra obbrobriosa, viene
nella lettera agli Ebrei (11,32) riportata quale esempio di fede, come un
comportamento da imitare!
Quanto ho detto finora è abbastanza per dimostrare
che nell’Antico Testamento tutto contraddice il precetto «Non uccidere».
Abbiamo anche visto che la legislazione mosaica affidava l’omicida alla
vendetta dei parenti dell’ucciso: morte per morte! Dunque se l’antica alleanza
tra Jahvè e il suo popolo si basa spesso sulla pena di morte, dobbiamo vedere
se la nuova alleanza, stabilita da Gesù Cristo con tutti gli uomini, e che si
basa sull’amore, contempli o meno la pena capitale.
Quando un giovane ricco gli chiese che cosa doveva
fare per ottenere la vita eterna, Gesù rispose che doveva osservare i
comandamenti, e gliene citò i principali, tra cui «non uccidere» (vedi Mt 19,18; Mc 10,19; Lc 18,20).
Nella nuova alleanza il comandamento non solo
rimane, ma viene anche ampliato, nel senso che si può uccidere anche con l’ira,
con l’insulto, con la calunnia. Infatti in Mt. 5,21-22 Gesù disse:
«Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà
sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio
fratello sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e
chi gli dice pazzo, sarà sottoposto
al fuoco della Geenna.» E’ evidente che l’insulto iroso non può essere
equiparato a un omicidio; il Maestro con questi paradossi ha voluto inculcarci
che il cristiano non solo non deve uccidere, ma neppure offendere il fratello. Riguardo
all’omicidio vero e proprio, è evidente dai testi evangelici che Gesù condanna l’omicidio fatto dal privato, che
uccide per odio o vendetta. Egli però non intende affatto abolire la pena di
morte irrogata dalla comunità per i
reati gravissimi, ritenuti capitali
dalla legge.
Infatti quando gli portano la donna colta in
fragrante adulterio, e che secondo la legge deve essere lapidata, non dice
affatto che questa norma deve essere abrogata, esige soltanto che chi è senza
peccato scagli la prima pietra. In tal modo egli imbarazza i lapidatori, allo
scopo di salvare la donna.
Evidentemente Gesù ha capito che essa è pentita e
decisa a non peccare più, e perciò la perdona e le salva la vita, mentre
implicitamente riconosce che la pena capitale sarebbe legittima.
Quelli che oggi si battono per l’abrogazione della
pena capitale portano come argomento principale che la pena per un reato deve
mirare alla redenzione del reo, alla sua riabilitazione, che sarebbe
impossibile con l’uccisione dello stesso.
Io invece sostengo che la vera redenzione, il vero
pentimento difficilmente si ha quando il colpevole è certo che la sua vita è al
sicuro, e gli si assicura un mantenimento gratuito e decoroso per tutti gli
anni che deve passare in carcere. E sappiamo tutti che molti condannati
all’ergastolo o a lunghe detenzioni (venti-trenta anni), dopo pochi anni escono
magari in semilibertà e spesso commettono altri efferati omicidi anche plurimi.
I condannati per mafia si pentono solo per avere
sconti di pena e premi milionari per le loro confessioni, e anche la
possibilità, con le loro rivelazioni «guidate» e tendenziose, di nuocere ai
loro avversari o alla polizia che li ha arrestati.
Gli assassini appartenenti al terrorismo o
all’anarchia o alla mafia, appunto per la sicurezza di vita di cui godono, spesso
si presentano ai processi in atteggiamento sfrontato e provocatorio, lanciando
appelli sediziosi e minacce ai giudici e alle istituzioni dello Stato. Molto
spesso, in semilibertà, si mettono anche a pontificare negli atenei, dove sono
accolti e acclamati dai nipotini di Stalin e dai giovani educati nei cosiddetti
centri sociali, vere scuole di illegalità e violenza.
Anche le televisioni sono onorate di ospitarli, e
la stampa accoglie e paga profumatamente i loro articoli, che non sono di «mea
culpa» ma di «mea gloria». Noi tutti vediamo come i terroristi, i brigatisti
rossi e i delinquenti comuni pluriomicidi, appunto perché immuni dalla pena
capitale, diventano orgogliosi delle loro imprese, quasi fossero eroi e nuovi
apostoli politici o sociali che combattono per un ideale fulgido per cui vale
la pena lottare. Invece quando il colpevole sapeva che tra breve sarebbe stato
messo a morte, spesso era indotto a fare un esame di coscienza, e talora si
pentiva veramente del male fatto, e moriva rassegnato alla sanzione della
giustizia umana, fiducioso nella misericordia di Dio.
Io rileggo spesso l’aureo libro «Lettere di
condannati a morte della Resistenza italiana» (Einaudi 1955) e sempre sono
preso da ammirazione e commozione, perché vedo che molti di essi, spesso non
colpevoli di attentati o di uccisioni ma solo di essere partigiani o
antifascisti, muoiono serenamente, perdonando e chiedendo perdono.
Ai miei eventuali lettori consiglio di leggere
questo commovente epistolario, perché ne riceveranno edificazione civile e
morale.
Questi condannati a morte con processi sommari e
spesso senza alcun processo, per pura rappresaglia, pur essendo del tutto
innocenti, quasi mai esprimono parole di odio o di vendetta, ma talora sentimenti
che oso definire sublimi, perché l’appuntamento con la morte libera il loro
animo da ogni tara terrena. L’esame di coscienza che la condanna capitale
impone può rendere gli uomini più umili e più disponibili alla conciliazione e
al perdono.
Se qualcuno accoglierà il mio consiglio e, volendo
leggere queste lettere, ne sarà quasi spaventato dal loro numero (337), ne cito
io qualcuna molto significativa per quello che io ho appena detto.
Renato Bindi (pag.49), un contadino fucilato a 19
anni, così scrive:
«Cara mamma, gli uomini mi condannano a morte, e ho
fatto la confessione e la Santa Comunione, perdono a tutti… e pregherò sempre
per voi. Desidero che stiate contenti, e pensatemi sempre felice che muoio
contento e senza peccato.»
Anche Domenico Cane, (pag.64) un artigiano fucilato
a 30 anni, si rivolge così alla madre:
«Carissima mamma adorata… sii forte come lo sono
io… se non ho saputo vivere, mamma, so morire, sono sereno perché innocente del
motivo per cui muoio; vai a testa alta e dì pure che il tuo bambino non ha
tremato. E’ quasi ora, perdono a tutti…»
Paola Garelli (pag.129), una parrucchiera fucilata
a 28 anni, scrive alla piccola figlia:
«Mimma cara, la tua mamma se ne va pensandoti e
amandoti, mia creatura adorata, sii buona, studia e obbedisci agli zii che
t’allevano, amali come fossi io. Io sono tranquilla… non devi piangere né
vergognarti di me. quando sarai grande capirai meglio… io ti proteggerò dal
cielo.»
Anche Arnoldo Avanzi (pag.14), un impiegato
comunale fucilato a 22 anni, muore sereno, confortato dalla fede:
«Carissimi, non piangetemi, sono morto per la mia
idea, senza però far nulla di male… Non odio nessuno e non serbo rancore per
nessuno, ci rivedremo in cielo.»
Tra tutti questi eroici partigiani mi ha
maggiormente commosso il tenente in Servizio Permanente Effettivo (SPE) Pedro
Ferreira (pag. 104), combattente nelle brigate “Giustizia e Libertà” del
Partito d’Azione, il quale per tutta la notte precedente l’esecuzione scrive
lunghe lettere non solo ai familiari e ai compagni di partito, ma anche alla
fidanzata, agli zii e ai cugini, e sono lettere che rivelano un animo nobilissimo,
civilmente ammirevole, e anche mirabilmente sereno. Ci tiene a dire ai suoi
compagni di partito che anche nell’esercito avversario, quello della Repubblica
Sociale Italiana, ci sono persone rette e in buona fede, e si premura di
difendere un ufficiale, il tenente Marcacci, che “Radio Bari”, la trasmittente
dell’Italia libera, aveva qualificato “criminale di guerra” e proposto al
disprezzo e alla condanna, una volta riunificata l’Italia. Pedro, che ne ha
sperimentato personalmente il comportamento corretto nelle operazioni belliche,
afferma che «è un avversario leale, onesto e d’onore… Egli ha sempre trattato
col massimo rispetto, con deferenza e talvolta con attenzione quasi amorevole
tutti gli avversari leali.»
Al tenente Marcacci e anche al tenente Barbetti,
ugualmente onesto e in buona fede, il Partito d’Azione, dice Pedro, dovrà
testimoniare questo comportamento corretto, anche se essi hanno combattuto nel
campo avverso e politicamente condannabile. Sono commoventi poi le parole che rivolge alla
fidanzata Pierina, e religiosamente sublimi quelle che dice ai genitori e al
fratello:
«E ora vi saluto, Mamma, Papà ed Ico, mi accingo a
prepararmi all’istante in cui dovrò comparire dinanzi al tribunale di Dio, ben
più giusto del tribunale degli uomini. E quando sarò arrivato vicino a Gesù, o
Mamma, pregherò tanto per te, affinché il dolore non ti consumi e non peggiori
la tua già malferma salute.»
Nelle terribili ore passate in attesa della
fucilazione in molti partigiani si risveglia non solo la “pietas”, ma spesso
anche la fede cristiana, un po’ sopita nell’ardore della lotta. Infatti
nell’attesa spasmodica essi sono portati a pensare al dopo, all’aldilà, cioè se
c’è Dio, la vita futura, il premio e la pena eterna; e allora la loro
prospettiva mentale cambia completamente, e muta anche il sentimento, e si
scrivono anche parole nuove, mai dette prima.
Anche nel campo avverso ai partigiani, cioè nei
ranghi militari o civili della RSI, molti furono fucilati solo per odio
ideologico o rappresaglia militare o vendetta privata camuffata da giustizia.
Alcuni di loro erano del tutto innocenti e seppero morire con cristiana
rassegnazione, perché talora l’idea della morte rasserena anche la coscienza.
Voglio riportare una lettera di Mario Frison, la
cui sorella Maria, prima di lui, era stata stuprata e uccisa dai partigiani.
Egli così scrive:
«Saluzzo, 2 maggio 1945 [quindi dopo la fine della
guerra civile 1943-45]. Mia cara mamma, papà e fratelli. ho seguito fino
all’ultimo la mia idea. Salgo in Cielo oggi stesso a trovare Maria. Sono
condannato a morte mediante fucilazione. Non ho fatto male a nessuno. Siate
tranquilli. Iddio vi benedirà. Un giorno ci troveremo in Cielo. Bacioni a
tutti. A papà, mamma, Oscar, Fernanda, Anna, Rita e nipotini, a zia Ines.
Bacioni grossi alla mia cara Teresa [la fidanzata]. Tenetela con voi. Mario.» (Giampaolo Pansa – I gendarmi della memoria, pag. 65)
E a proposito di questo risveglio della coscienza
profonda e della fede cristiana, che talora si verifica in queste drammatiche
situazioni, mi piace ricordare un esempio che ci è stato tramandato da una nota
lettera di santa Caterina da Siena a frate Raimondo da Capua. Vi si parla di un
giovane di Perugia, Niccolò di Tuldo, condannato a morte dalla Repubblica
Senese con l’accusa, forse infondata, di aver cospirato per abbattere il
reggimento della città.
Egli era sempre vissuto lontano dalla religione, ma
visitato in carcere dalla santa, probabilmente inviatagli da frate Raimondo che
ne voleva salvare l’anima per l’eternità, e toccato dalle sue ispirate parole,
si convertì completamente e si rese a Dio con tanta umiltà e amore «che non
sapeva stare senza di Lui, dicendo: “Sta’ meco e non mi abbandonare. E così non
starò altro che bene”.» E sul patibolo pose la testa sul ceppo «come uno
agnello mansueto», e serenamente ricevette il colpo mortale, sicuro di andare a
incontrare l’Agnello divino che si è immolato per noi.
Sia ben chiaro che io non intendo sostenere che la
condanna a morte faccia pentire il colpevole, mentre l’immunità lo fa rimanere
nell’arroganza, nell’odio e nel desiderio di vendetta; voglio soltanto dire, e
l’esperienza ce lo conferma, che dove non vige la pena di morte, come in
Italia, i pluriomicidi terroristi, brigatisti, mafiosi (non solo i siciliani,
ma tutti gli altri, spesso più efferati di loro)[4]
e delinquenti comuni, difficilmente si pentono e, se lo fanno, lo fanno solo
per ricevere gli scandalosi benefici che la legislazione italiana accorda loro
nell’illusione di debellare così la malavita organizzata.
Vediamo come costoro, una volta ottenuta la
semilibertà e la protezione della polizia, spesso commettono altri omicidi, e
talora anche dal carcere ordinano e fanno eseguire dagli accoliti le loro
spietate vendette. Se queste belve umane fossero condannate a morte, forse
qualcuna di esse si pentirebbe «davvero» e non per finta, per inganno e
convenienza, cioè per avere sconti di pena e per ricevere tanti soldi in pagamento
del loro subdolo pentimento.
Abbiamo visto che Gesù Cristo implicitamente
ammette la pena di morte nel caso dell’adultera; ma esplicitamente Egli la
indica come inevitabile e dovuta in due parabole, quella «del re e dei servi»
(Lc 19, 12-27) e quella «dei vignaioli omicidi» (Mt 21, 33-41).
Nella prima il re dice:
«E quei miei nemici, che non volevano che
diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me.»
Nella seconda è Gesù stesso che pone il quesito
agli ascoltatori:
«”Quando dunque verrà il padrone della vigna, che
farà a quei vignaioli?”
Gli rispondono:
“Farà morire miseramente quei malvagi”»
Era la risposta che Gesù si aspettava e che
approva. Infatti in Marco (12,9) è Gesù Cristo stesso che conclude così la
parabola:
«Che farà dunque il padrone della vigna? Verrà e
sterminerà quei vignaioli.»
Quando io con amici o sacerdoti parlo di questi
argomenti, diciamo «deontologici», cioè inerenti a ciò che si può o si deve
fare e a ciò che non si deve fare, in definitiva sul bene e sul male, sulla
condotta morale, e porto episodi ed esempi dell’Antico Testamento per nulla
edificanti, perché contraddicono i predetti evangelici, talora mi si obbietta
che quei comportamenti vanno visti nel loro contesto storico, cioè nella
cultura vetero-ebraica, e non giudicati secondo il concetto morale che noi
abbiamo oggi. Quei comportamenti, che per noi sarebbero anche gravemente
peccaminosi, non andrebbero valutati in sé e per sé, ma relativamente a
quei tempi.
Questa osservazione è certamente giusta per quanto
riguarda gli «usi e costumi», perché ogni popolo e ogni secolo ha i suoi, ma
non il comportamento morale, ossia ciò che si deve considerare peccato,
cioè male in senso assoluto.
La morale è una sola, la legge di Dio è univoca, e
non si può ammettere che Egli oggi ci condanni per azioni che per i patriarchi
biblici erano quasi usuali. Può cambiare il nostro concetto personale,
soggettivo, di bene e di male, ma non la legge di Dio, che è eterna.
Tutto ciò che finora ho scritto tende a dimostrare
che la pena di morte, irrogata dall’autorità statuale, secondo legge, per
delitti particolarmente gravi o efferati, non è affatto barbarica, ma talora
necessaria e opportuna.
E’ sempre da condannare, se la morte è inflitta,
per odio o vendetta, dal singolo individuo, il quale vuol farsi giustizia da
sé. In questo caso è opportuna la massima: «Nessuno tocchi Caino».
Non lo tocchi il singolo cittadino, per sua
decisione e interesse personale; ma l’Autorità deve arrestare subito questi
assassini e, in certi casi, li deve eliminare dal consorzio umano, perché sono
irrecuperabili e rappresentano per la comunità un pericolo permanente, e anche gravami di spesa per il loro
mantenimento e per il personale addetto
all’impossibile recupero di questi veri nemici del genere umano.
Non voglio fare nomi, ma gli Italiani conoscono
bene questi tali, e sanno quanto essi costano alle tasche di tutti, come spesa
totalmente improduttiva. E’ irritante vedere questi bruti quando compaiono in
televisione con visi irridenti e beffardi e pronunciano frasi insultanti e
provocatorie.
Un altro concetto «politicamente corretto» che non
condivido è quello che bisogna rispettare la loro «dignità umana». Ma quale
dignità?
Sono mostri che non riconoscono alcuna dignità agli
altri, e neppure a sé stessi, dato il modo cinico e bestiale in cui scelgono di
vivere; e noi dovremmo rispettare una dignità che essi non hanno e neppure
vogliono? Dovremmo attendere per decine di anni il loro recupero, che non verrà
mai, e spendere in questa vana impresa tante energie e capitali? Sono enormi
spese che invece sarebbero necessarie per il nutrimento e l’educazione di tanti
bambini di famiglie povere, i quali, essendo trascurati, finiscono spesso nelle
reti della malavita.
Le carceri sono inadeguate a contenere tanti
delinquenti e scoppiano per il soprannumero; sicché si devono fare dannose e
ingiuste amnistie o indulti per sfollarle un po’. Ma poi gran parte dei beneficiati
vi rientrano, perché non si sono affatto redenti e continuano a vivere di rapina,
di trasgressione e di violenza, i valori predicati da ideologi politici ed
esaltati da popolari cantanti. Tutti conoscono i famosi versi di una nota
canzone:
Voglio una vita spericolata,
voglio una vita esagerata,
che se ne frega di tutto.
Questi tali se ne fregano della giustizia, della
morale, della dignità umana, insomma proprio di tutto: così sono perfetti
secondo i canoni violenti, anarchici e nichilisti, predicati anche da certe
cattedre.
Nell’ottocento i benpensanti avevano il motto «Au
gentilhomme, gentilhomme; au corsaire, corsaire et demi», cioè: si deve
rispettare chi rispetta, ma essere inesorabili verso chi non rispetta le regole
della convivenza umana. E soltanto con una pena severa, rigorosa, certa nel
tempo e anche fisicamente dolorosa si possono recuperare certi ragazzi e
indurli a cambiare vita.
Oggi le pene corporali sono vietate, sono fuori
legge, sono considerate sevizie; non si capisce che i ragazzi solo quelle
temono; non temono la multa o il sequestro del motorino, la sospensione dalla
scuola o anche il riformatorio o la reclusione. I delinquenti temono solo le
pene corporali, le sofferenze fisiche, le privazioni dei sensi, la fame, la
sete, le cinghiate. Delle altre privazioni se ne ridono; andare per qualche
mese o anno in villeggiatura tutta gratuita a Rebibbia è per loro una
esperienza esaltante e anche una gloria.
I centri sociali, spesati dalla comunità, li
educano ai valori negativi, alla violenza, alla prepotenza e alla
prevaricazione; e poi ci meravigliamo dell’espansione paurosa di questa
delinquenza che ormai contagia anche i bambini, esposti alla diseducazione
anche scolastica e alla droga?
E’ «politicamente corretto» blaterare di dignità
umana, di pena riabilitativa, di civiltà carceraria, di decoro della
detenzione; ma per rieducare, per riabilitare, per correggere, per indirizzare
sulla retta via specie i giovani fuorviati nulla si fa di concreto, di positivo
e di efficace.
Si spende molto per contornare di psicologi,
psichiatri, educatori, assistenti
sociali e cappellani quei mostri umani, del tutto irrecuperabili, di cui ho
sopra parlato, ma non ci sono soldi per dedicare una vera educazione ai
ragazzi, un’educazione continua, severa, capillare, che formi veramente l’uomo
e il cittadino.
Non solo la stampa, il cinema e le televisioni
commerciali inculcano falsi valori e comportamenti trasgressivi, ma la stessa
televisione di Stato segue l’andazzo generale con gli spettacoli impudichi e
diseducativi, con le grosse somme fatte guadagnare con quiz stupidi di falsa
cultura, col dare largo spazio alla cronaca nera e a quella pettegola, piccante
e scandalistica, con la trasmissione di pellicole violente e porno-erotiche,
che volgarizzano il sesso ed esaltano ogni oscenità.
Quello che attrae e fa notizia è sempre il madornale e lo scandalistico, e perciò il piccolo e il
grande schermo sono pieni di questi sceneggiati immorali, e la stampa va alla
ricerca di queste perversioni, ben sapendo che attirano molti lettori e fanno
aumentare le tirature, e quindi anche il valore commerciale della pubblicità
che ospitano, come le reti televisive cercano di far crescere l’ascolto con
spettacoli osceni o addirittura pornografici.
Anche le scenette pubblicitarie sono ormai basate
sull’ostentazione del sesso e del nudo, dell’eccessivo e del violento, del
volgare e del plebeo, e sono tanto impregnate di tali immagini, che talora
anche il prodotto reclamizzato risulta indecifrabile, in quanto subissato da
tante pruriginose immagini.
Ma senza diffondermi ancora su temi collaterali,
anche se importanti, voglio tornare sull’argomento della pena di morte, per
giungere a qualche conclusione.
Non è che io voglia far tornare in Italia la pena
di morte, ma intendo affermare che l’odierna grandiosa campagna di propaganda e
mobilitazione dell’opinione pubblica per farla abolire dagli Stati che ancora
la praticano è una campagna puramente ideologica che, se anche riuscisse nel
suo scopo, non migliorerebbe affatto le condizioni dell’umanità, la quale ha
ben altre emergenze.
Le vere emergenze sono il terrorismo, la guerra di
religione che si è ormai scatenata e può portare a un distruttivo conflitto
mondiale, la delinquenza sempre più organizzata e potente su scala mondiale,
l’esaurimento delle fonti energetiche, l’inquinamento dell’aria e delle acque,
la desertificazione dovuta all’effetto serra, il progresso devastante delle
malattie virali come l’AIDS, lo smaltimento dei rifiuti, specie quelli tossici
e radioattivi, l’odio e la violenza che si è scatenata tra etnie che prima
convivevano pacifiche, la paurosa diffusione dell’alcol e della droga tra i
giovani e anche ragazzi, la prostituzione dilagante.
Oggi si spendono tanti soldi e ci si mobilita per i
cani e i gatti, i lupi e gli orsi, le foche, le balene e anche gli squali,
tutte creature di Dio che vanno certamente rispettate e (se si vuole) amate e
coccolate; ma bisogna prima pensare ai bambini che muoiono a milioni per fame,
acqua inquinata e malattie virali o infettive, e spendere generosamente per
allevarli civilmente e educarli all’onestà e al civismo.
Si spendono enormi capitali per viaggiare nel
cosmo, per costruire stazioni spaziali, per esplorare le galassie, per giungere
su Mercurio o su Venere, si satura lo spazio di satelliti (e di rottami), ma
non si pensa a risolvere i problemi che - ora e qui - ci assillano. Per
risolvere questi si riuniscono convegni, si formano commissioni, si creano
comitati; in realtà si spendono vuote parole, si scrivono proclami altisonanti,
si fissano (sulla carta) impegni e scadenze, ma nulla si fa di concreto. L’umanità
in quei campi in cui ci si dovrebbe impegnare tutti e cui sopra ho accennato, chiacchiera molto (anzi troppo)
e realizza poco (o niente). L’umanità, continuando di questo passo, finirà per
implodere, asfissiata o affogata nella discarica puzzolente del suo consumismo.
Le battaglie che dovremmo combattere, impegnandoci
allo spasimo per la nostra stessa sopravvivenza, sono quelle già da me
elencate, per le quali dovremmo anche spendere generosamente fatiche e denaro,
perché ne va la stessa vita nostra e dei nostri figli e nipoti.
La pena di morte non è un’emergenza, anche se è un
problema della vita associata che però ogni Stato deve risolvere secondo la sua
cultura e la sua mentalità. Volere imporre l’abolizione della pena di morte
agli Stati che la vogliono, è un’ingerenza indebita che viola la loro sovranità.
Sappiamo che il 75% degli statunitensi la vogliono mantenere; mi piacerebbe
sapere la percentuale degli italiani che la vorrebbero reintrodurre nel Codice
penale. Ma non attraverso un sondaggio demoscopico, che è sempre limitato a
poche migliaia di persone, ma con un vero e proprio referendum esplorativo, che
si potrebbe anche fare in poco tempo e con poca spesa; e dico come.
Un ufficio statale, come per esempio l’Agenzia
delle Imposte, l’Ufficio elettorale centrale, comunque un ufficio statale che
possegga o acquisisca attraverso i Comuni tutti i nominativi e gli indirizzi
dei cittadini elettori, dovrebbe mandare a tutti costoro una cartolina con la
semplice domanda «Vuoi reintrodurre la pena di morte?» con accanto tre
quadratini, per il SI, NO, NON SO. La
cartolina va restituita con la crocetta sul segno voluto all’ufficio postale,
che la inoltrerà senza alcuna spesa all’Ufficio centrale incaricato, il quale,
sotto il controllo della Magistratura contabile, effettuerà lo spoglio e comunicherà il
risultato. Penso che in un mese si potrebbe avere il responso. Non oso fare un
pronostico, ma se la maggioranza degli Italiani volesse la pena di morte come i
civilissimi Yankee?
Il Governo in carica e il Parlamento, pur non
essendo tenuti a cambiare il codice penale, non trattandosi di un regolare
referendum propositivo, non potrebbero andare contro il pronunciamento
popolare, espresso democraticamente, e dovrebbero almeno studiare una legge
nella quale siano indicati i casi in cui dovrebbe essere applicata la pena di
morte. Tra questi non ci sarebbe certamente l’adulterio o la blasfemia o
l’abbandono della propria religione, come in certe legislazioni di Stati
islamici, non ci sarebbe neppure l’omicidio fatto per gelosia o durante un
litigio, e comunque istintuale e non premeditato, ma ci dovrebbero essere
quegli efferati omicidi, anche plurimi, anche spietati e indiscriminati, gli
attentati sanguinosi fatti per terrorizzare il mondo e per dominare le città
col monopolio della droga, della prostituzione e delle estorsioni. E’ ovvio che
l’Italia, facendo parte dell’Unione Europea, dovrebbe anche essere autorizzata
a cambiare la sua politica interna in materia penale, date le sue peculiari
condizioni di delinquenza mafiosa e comune. Essa è certamente lo Stato europeo
più dominato dalla malavita organizzata.
E giacché ho fatto questa ipotesi, puramente
immaginaria, della reintroduzione della pena di morte, voglio anche
completarla, chiedendomi quale tipo di esecuzione capitale potrebbe essere
adottata, che sia civile e non crudele, ma anche significativa e ammonitoria.
E’ evidente infatti che la pena di morte ha anche
un valore deterrente, e deve servire non solo a eliminare «un nemico del genere
umano», ma anche e soprattutto a intimorire quelli che sono tentati di
imboccare la stessa strada di perdizione, per convincerli a cambiare
strada.
Per questo fine ammonitorio l’esecuzione dovrebbe
essere pubblica ed effettuata proprio in quei quartieri votati alla delinquenza
e all’illegalità. Alcuni negano l’effetto deterrente della pena di morte, ma si
sbagliano. Il fatto che nei paesi dove essa è praticata si continua a
commettere quei tali delitti per cui è prevista, non dimostra niente, perché
bisognerebbe vedere quanti degli stessi delitti sarebbero commessi in più nello
stesso paese una volta abolita l’esecuzione capitale.
Una verifica che naturalmente non si può fare, ma
io penso che quei tali delitti raddoppierebbero di numero senza la pena di
morte. Questa infatti non è un deterrente, e non è prevista in alcuno Stato,
per chi uccide «a caldo», in una rissa, per gelosia, per impulso irrefrenabile
del momento, perché certamente egli allora non pensa affatto alle conseguenze
del suo atto; ma ci penserà di sicuro chi uccide premeditatamente, per disegno
terroristico, mafioso e delinquenziale.
Sapere che,
se sarà preso, verrà impiccato, dopo breve processo, nella piazza del suo
paese, lo farà certamente riflettere e forse desistere dal suo proposito
omicida.
Intenzionalmente ho detto «sarà impiccato», perché sarebbe
certamente l’impiccagione l’esecuzione più spettacolare e più temuta dal
delinquente, specie se avviene nel centro del suo quartiere o nella piazza del
suo paese.
Io non sono certamente un forcaiolo, ma devo
riconoscere che la forca sarebbe un terribile monito per gli assassinatori
bestiali, come sono quelli terroristici, quelli seriali, quelli demoniaci delle
«bestie di Satana». Come non chiamare «bestiali» quelli che uccidono torturando
nel modo più crudele e raffinato, e poi sciolgono nell’acido muriatico i corpi
martoriati delle vittime del loro odio?
Però nel punire con la morte si sono talora usati
(e ancora si usano in qualche parte) sistemi crudeli e barbarici, come la
scarnificazione con tenagliamento, inflitto a tante streghe (e anche sante), e
la lapidazione.
Insomma legisti e giudici, e anche spietati
carnefici, hanno studiato modi raffinati per far soffrire i condannati. Non
voglio accennare ai vari modi di tortura di cui abbiamo notizia; e sappiamo
tutti che la tortura era prevista sino all’ottocento negli ordinamenti giudiziari
di molti Stati europei, e ancora oggi in altre parti del mondo, più o meno
legalmente. A chi vuole essere più informato a questo proposito consiglio di
leggere la «Storia della colonna infame» di Alessandro Manzoni, il quale senza
alcuna esagerazione descrive quelle barbariche procedure. Qualche volenteroso
potrà leggersi anche il trattato «Dei delitti e delle pene» di Cesare Beccaria,
del quale il Manzoni, figlio di Giulia Beccaria, era nipote.
Una pena forse peggiore della lapidazione era la
propagginazione: il condannato veniva messo a testa in giù in una profonda buca
e quindi a poco a poco seppellito con pietre o terra. Ugualmente crudele era il
mazzeramento: il condannato, mani e piedi legati (spesso con fil di ferro),
veniva chiuso in un sacco, che poi veniva gettato in mare (lago o fiume)
agganciato a una grossa pietra, in modo che il cadavere non potesse tornare a
galla. Talora il sacco (o di iuta o di pelle) veniva risparmiato, e il
disgraziato veniva gettato in acqua nudo.
La lapidazione, il mazzeramento e la
propagginazione erano molto comuni nell’evo antico e medio. L’uccisione con
pietre presso gli Ebrei era la condanna dovuta per l’adulterio (solo della
donna), la sodomia, la blasfemia, il sacrilegio e anche la violazione del
sabato (Es 31,14). Al mazzeramento accenna Gesù come pena adeguata per chi
scandalizza i fanciulli che credono in Lui; sentiamolo:
«Sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al
collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare». (Mt
18,6 – Mc 9,42)
Dunque il Maestro dice che per colui quella pena
«sarebbe meglio». Su queste parole dovrebbe riflettere chi si appella al
Vangelo per condannare la pena capitale. Egli potrà dire: Gesù parlava così in
un contesto storico e culturale che possiamo definire arcaico e incivile. Sarà.
Infatti oggi nella civilissima nostra Europa farebbe scandalo chi osasse
proporre la pena capitale per il pedofilo che , ben lungi dallo scandalizzare i
piccoli, si limita a stuprarli e poi a ucciderli. Questa sì che è cultura
giuridica!
La propagginazione veniva inflitta, come dice
Dante, al «perfido assassin» che aveva ucciso con fredda premeditazione e a
tradimento. (Inf. XIX, 12-84)
Il sommo Poeta adotta questa orribile pena eterna
per i papi simoniaci del suo tempo: e ne nomina tre: Niccolò III Orsini,
Bonifacio VIII Caetani, Clemente V francese. La buca rotonda preparata per
costoro nella terza bolgia dell’ottavo cerchio è infuocata, ma ha il coperchio
sollevato, per ricevere via via i papi indegni dei secoli futuri. Essi sono
messi ad arrostire lì dentro, stipati come acciughe, ma l’ultimo arrivato
rimane con le gambe in fuori; non è un sollievo, tutt’altro! Infatti i piedi
sono cotti dal fuoco «dai calcagni alle punte». Dante aveva proprio una bella
fantasia.
Un’altra brutale esecuzione capitale era lo
squartamento. Tutte queste feroci condanne spesso venivano precedute da crudeli
torture, come l’abbacinamento: il reo veniva accecato per mezzo di un bacino o
uno spiedo rovente. Federico II fece abbacinare Pier della Vigna, suo protonotaro
e logoteta, nel 1248, per sospetto tradimento (Dante Inf. XIII, 31-77).
In tempi più moderni si è trovato un sistema meno
crudele nella fucilazione, eseguita talora da un intero plotone di esecuzione,
per essere più sicuri che il condannato morisse subito, colpito da tanti
proiettili. Essa era irrogata soprattutto per reati militari o politici
(tradimento, ribellione, diserzione, spionaggio ecc.). Talora, anche se erano molti a sparare, il
condannato non era subito colpito a morte, e doveva essere finito con un colpo
di grazia sparatogli a bruciapelo.
La decapitazione è stata usata per molti secoli e
presso molti popoli: anche Niccolò di Tuldo, di cui ho parlato, fu decapitato
nella piazza di Siena, assistito da Caterina. Il condannato doveva poggiare la
testa, o meglio il collo, sul ceppo, e il boia, con un’accetta pesante e
affilata, doveva staccargli di netto la testa dal busto. Purtroppo il colpo non
sempre riusciva preciso, e allora il boia doveva reiterare i colpi e far
soffrire di più il condannato.
Il secolo dei lumi, intento a razionalizzare tutto,
eliminò questo increscioso inconveniente con quell’apparecchio ingegnoso che
dal nome del suo inventore fu chiamato ghigliottina. Date le migliaia di teste
che la Rivoluzione degli illuministi doveva far saltare, occorreva una macchina
standard. La sua grossa, pesante e affilatissima lama scendeva veloce sui suoi
binari metallici e tagliava nettamente il collo del reo: il corpo cadeva al
suolo da una parte, il capo dall’altra in un apposito bacile. Il boia doveva
limitarsi a sistemare bene il condannato sotto la mannaia e a sganciare
l’inesorabile lama.
Nel medioevo e anche in età moderna, per i ribelli
politici e i condannati per eresia o magia, si usava il rogo in piazza: il
condannato veniva legato a un palo sopra una catasta di legna a cui si dava
fuoco. Era una fine miseranda, alla quale il pubblico assisteva come a uno
spettacolo straordinario e gratuito, offerto dal Comune.
Così finì Girolamo Savonarola a Firenze nel 1498,
Giordano Bruno a Roma nel 1600. Anche Dante sarebbe stato arso vivo se fosse
stato catturato dalla Repubblica Fiorentina governata dai suoi avversari politici,
che lo avevano fatto condannare come traditore e ribelle. Avverso a Dante e
causa della sua rovina fu il papa Bonifacio VIII, avverso al Savonarola fu il
papa Alessandro VI, mentre Giordano Bruno fu condannato dall’Inquisizione sotto
Clemente VIII per presunta eresia. Lo Stato della Chiesa in materia penale non
fu affatto diverso dagli altri, e non ebbe mano tenera verso quelli che
considerava suoi nemici politici o religiosi. La pena di morte fu in esso
mantenuta sino a quando scomparve (1870).
In Piazza del Popolo a Roma si può leggere una
lapide in memoria dei carbonari Gaetano Tognetti e Leonida Monti, i quali
«condannati per l’attentato alla caserma Serristori, senza prove, dal Governo
Pontificio, affrontarono con serena dignità il patibolo lasciandovi le teste e
la vita il 24 novembre 1868.» Quindi due anni prima di Porta Pia.
Per la soppressione dei condannati, nel passato,
veniva usato anche il veleno. Sappiamo tutti che Socrate fu condannato a bere
la cicuta, un alcaloide molto tossico che si ricava dalla radice della cicuta
maggiore, una pianta erbacea delle ombrellifere. A quanto pare essa faceva
l’effetto a poco a poco, e senza eccessivo dolore, tanto è vero che Socrate
continuò per un pezzo a parlare coi suoi discepoli dopo averla bevuta. Sicché
gli Ateniesi erano abbastanza miti nell’infliggere la morte, mentre i giudici
dell’Inquisizione non lo erano affatto: alla cicuta preferivano le torture e il
rogo.
In tempi più vicini a noi si sono scelti, per
uccidere i condannati, altri sistemi, ritenuti più civili o umanitari. Negli
Stati Uniti si adopera o la sedia elettrica o l’iniezione letale, cioè un
avvelenamento non per bocca ma per vena. Sappiamo che anche questi sistemi
sofisticati qualche volta, per errore umano o tecnico, fanno cilecca, e la
morte non è affatto immediata e indolore.
Ho fatto questo un po’ lungo discorso perché, se
qualche Stato ha nel suo Codice penale la pena di morte, prescrive anche come
infliggerla, e nel fare questa scelta segue certamente un criterio. Se con la
condanna mira a intimorire gli aspiranti delinquenti, darà il bello spettacolo
dell’impiccagione pubblica, se vuole provocare una morte appartata e quasi
indolore, sceglierà l’iniezione mortifera eseguita professionalmente da un
bravo medico o infermiere «in camera caritatis».
Concludo il discorso ribadendo che la pena di morte
non è il problema che più ci deve assillare nell’odierno contesto storico; alcuni
Stati la considerano necessaria per eliminare i nemici del genere umano e
ammonitoria per i cattivi. Ma in ogni caso essa deve essere inflitta senza
inutili crudeltà.
Quegli Stati che questa pena di morte non vogliono,
devono comunque assicurare la certezza della pena, senza ricorrere ad amnistie
e indulti per sfollare le loro carceri inadeguate; devono perciò costruirne
delle nuove e più adatte alla bisogna, e spendere enormi somme non solo per il
mantenimento decente di questi detenuti, e la loro sorveglianza accurata, ma
anche e soprattutto per il loro difficilissimo recupero, stipendiando schiere
di psicologi, psichiatri, assistenti sociali, educatori e cappellani a questo
scopo nobilissimo, ma quasi sempre vano.
Questa appare una lodevole scelta di civiltà, anche
se finanziariamente gravosa; ma a molti sembrerà una scelta ideologicamente
sbagliata e falsamente umanitaria. Io non mi pronuncio in merito, lasciando il
responso, democraticamente, alla maggioranza liberamente espressa, ma invito
tutti a riflettere che se si dovesse in Italia mantenere in prigione sino alla
morte naturale e decentemente, come si vuole, tutti i condannati all’ergastolo
in questo ultimo ventennio, si dovrebbe spendere enormi somme, per raddoppiare
non solo le carceri, ma anche il personale della polizia penitenziaria, che già
ora non è sufficiente.
E queste enormi somme sarebbero sottratte alla
Sanità, alla ricerca, alla Scuola, al nutrimento dei bambini poveri e alla loro
educazione, tutti settori per i quali anche oggi ci sono pochi fondi nelle
casse dello Stato. Per fare la «scelta di civiltà» i cittadini dovrebbero
essere pronti a sborsare il doppio delle tasse che ora riluttano a pagare. Io
mi auguro che gli Italiani sappiamo essere così civili con i fatti come lo sono
con le parole, le quali sono sempre belle e politicamente corrette, e per di
più non costano nulla.
Così si chiama la legge sulla «chiusura delle case
chiuse», proposta dalla deputata socialista Angelina Merlin (1889-1979) nel
1958 e approvata dal Parlamento.
In realtà si decise la liberalizzazione del
commercio carnale, voluta dagli stessi benpensanti che oggi cercano di
liberalizzare la droga, i matrimoni omosessuali, la procreazione in provetta,
la clonazione umana, l’eutanasia e lo sfruttamento commerciale degli embrioni.
L’uccisione legale dei feti sino al terzo mese è
già sancita con la legge sull’aborto, e la schiera dei civilizzatori libertari
marcia compatta alla conquista di tutte le altre liberalizzazioni, per
assicurare la libertà totale e assoluta in un mondo finalmente civile.
Le donne che svolgevano il mestiere più antico del
mondo nei «casini» (bordelli, postriboli, case di tolleranza, lupanari ecc.),
sembrarono alla Signora Angelina delle lavoratrici schiavizzate, perché
lavoravano in case chiuse e sotto un
imprenditore. Anche se avevano un salario ragionevole, a suo tempo la pensione di
invalidità o di vecchiaia, le ferie pagate, la visita medica frequente e le
eventuali cure assicurate, erano per i promotori della legge delle lavoratrici
sfruttate e sottoposte a umilianti controlli, da parte della Questura e dell’ufficiale
sanitario, e soprattutto non libere.
Come sopportare un tale trattamento indecoroso? La
prostituta per loro deve poter svolgere il suo civilissimo lavoro alla luce del
sole, liberamente in locali da lei scelti, senza alcun controllo poliziesco e vessatorio,
e anche senza pagare le odiate tasse, perché il suo non è un lavoro vero e
proprio, ma una prestazione umana, un piacere donato, un gentile servizio reso
al pubblico maschile.
Tutti vedono oggi quale liberalizzazione, quale
beneficio abbiano ottenuto le prostitute, e quali benefici siano venuti alla
comunità da questa legge. La prostituzione è stata accaparrata dalle mafie e
dalla delinquenza organizzata, è dilagata in ogni parte delle città, nei parchi
e boschetti, nei condomini, nelle strade periferiche e nelle campagne. Le
«lucciole», spesso giovanissime e quasi sempre importate dall’estero come merce
umana da sfruttare, sono diventate delle vere schiave, tenute in cattività dai
loro sfruttatori, che le comprano e le vendono, le tengono prigioniere, le
ricattano, le malmenano e talora anche le uccidono, se tentato di ribellarsi.
Questo è il beneficio accordato dalla legge Merlin
a queste lavoratrici del sesso.
Il beneficio per i compratori del servizio, ora
veramente «pubblico e libero», è quello di doverle andare a cercare nottetempo
in quelle tali strade, esporsi alle rapine e alle prepotenze dei vari
protettori (macrò, magnaccia), avere il rapporto d’amore (!) in luoghi spesso
squallidi, pagare un alto prezzo col rischio di essere rapinati, e beccarsi
talora anche una bella malattia venerea e magari l’AIDS.
I benefici per la comunità sono la sozzura e
l’indecenza di quei luoghi e di quelle tali strade, il disturbo e l’insicurezza
dei cittadini che ci devono passare o che ci abitano vicino, la vista schifosa
dell’ignobile spettacolo e il propagarsi delle malattie veneree.
I benefici per lo Stato è che deve organizzare un
aggiuntivo servizio di sorveglianza in tanti luoghi specialmente nelle ore
notturne, quando esso è reso più oneroso e difficile, e inoltre perdere il
provento fiscale di questo commercio carnale, che se pagasse l’IVA, e l’IRPEG o
IRPEF che sia, renderebbe miliardi di euro all’anno.
Se incassasse la giusta aliquota sui proventi di
questo colossale commercio, lo Stato potrebbe abolire il lotto e tutte le altre
forme di tassazione subdola, le quali, basandosi sull’azzardo e sul caso e non
sul merito, sono gravi forme di diseducazione, perché insinuano nel cittadino
che la vita non è un impegno serio, morale, civile e politico, ma «tutto un
quiz», un gioco, per cui egli invece di pensare a lavorare e far del bene,
pensa a giocare e a oziare, in attesa del «colpaccio» che risolva la sua
esistenza, con quei soldi che piovono dal cielo come manna benefica. Ormai si
dice umoristicamente che la Repubblica Italiana non è fondata sul lavoro, come
proclama il primo articolo della Costituzione, ma sul gioco, sulle cambiali,
sugli scioperi e su «Mamma Rai». E’ una battuta ironica, che però ha un fondo
di verità.
Una nuova legge sulla prostituzione, che ripristini
le “case chiuse” con rigorose norme igieniche, sanitarie e fiscali, e
con attenta vigilanza da parte delle autorità (Prefettura, Questura, Procura,
ASL) è assolutamente necessaria e urgente.
E’ richiesta dalla maggioranza assoluta del popolo
italiano, che è indignato per questo sconcio della prostituzione diffusa
dappertutto e gestita dalla malavita assieme allo spaccio della droga, al
«pizzo» e alle altre forme delinquenziali.
La prostituzione in sé non può essere eliminata;
essa è inevitabile, e va quindi regolata per legge in modo che non porti danno
né alle lavoratrici impegnate, né ai consumatori del servizio, né alla
comunità.
La Chiesa giustamente consiglia la castità sia
prima del matrimonio, sia durante, sia poi in caso di vedovanza. Chi riesce a
obbedire a questo precetto religioso ne riceve gran bene, perché la
sublimazione della pulsione erotica sprigiona una straordinaria forza morale,
capace di veri eroismi e di forgiare apostoli e santi. Ma l’assoluta
maggioranza dei giovani non è capace di sublimare l’istinto sessuale, per
indirizzarlo al volontariato e all’altruismo con le sue svariate forme di
carità. L’adolescente sente forte la pulsione, è turbato dalle erezioni e dalle
polluzioni spontanee, specie notturne, e
cerca uno sfogo sessuale fisico, con una donna.
Se ci fosse la «casa chiusa», dove con discrezione,
con una ragionevole spesa e senza correre alcun rischio egli possa sfogare la
sua pulsione, egli tornerebbe tranquillo e sereno, almeno per qualche tempo. Ma
questo «refugium peccatorum» non c’è, ed egli è costretto a ricorrere alle
prostitute di strada, care e per nulla sicure dal punto di vista igienico e
sanitario. Spesso egli, non volendo andare da queste mercenarie pericolose e
costose, cerca di corrompere qualche compagna di scuola o collega d’ufficio,
qualche cugina o parente con cui ha una qualche dimestichezza.
Talora fa ancor peggio. Si unisce a un branco per
violentare qualche ragazza sorpresa senza valido accompagnamento.
Sappiamo tutti come gli stupri siano in allarmante
aumento, e come sia pericoloso per le donne circolare da sole anche di giorno,
e figuriamoci nelle ore notturne; ma spesso esse ci sono costrette per motivi
di lavoro, e non di spasso o divertimento.
Purtroppo anche gli adulti, e talora pure sposati,
compiono tali violenze. Il fondo della perversione è poi quando l’istinto
sessuale si sfoga sui minorenni e addirittura su bambini e bambine. La
pedofilia oggi dilaga, diffusa anche da Internet e, quel che duole e
scandalizza, anche tra i sacerdoti. La
verità è che prima le «case chiuse» offrivano all’istinto uno sfogo pronto,
controllato, e perciò sicuro e a giusto prezzo, uno sfogo naturale che ora non
c’è più, e l’istinto non rettamente indirizzato devia verso lo stupro o la
pedofilia e anche la sodomia.
Le prostitute delle «case chiuse» di una volta,
vere professioniste esperte, talora anche madri, assolvevano nel sesso, per
così dire, una funzione quasi propedeutica e catartica, guidando il giovane,
spesso timido, impacciato e ansioso, a un uso del sesso naturale, rilassante e
appagante. Ora non è più così, e le conseguenze sono gravi.
Oggi molte impotenze maschili, molte devianze
caratteriali psicogene e alcune tare morali derivano da questa consumazione
tumultuaria, clandestina, spesso violenta e precoce del sesso senza nessuna
propedeutica, e tanto meno educazione, senza nessun iter naturale
facilmente percorribile, senza nessuna regola.
Ovviamente
io ho finora parlato dei maschi, e dei maschi eterosessuali. Quelli
omosessuali sono un’eccezione, dovuta generalmente a un errore della natura,
come quando essa fa nascere bambini mongoloidi o focomelici. Allora
l’omosessualità è una malattia, una tara genetica che va curata e può essere
anche vinta da un’opportuna terapia, accompagnata da un’educazione psicologica
e religiosa.
Quello che indigna è quando l’omosessualità viene
assunta come valore, come cultura, e sbandierata con orgoglio, come scelta o
condizione da superuomini. La sodomia è palesemente contro natura; se è dovuta
a un errore genetico va compatita e curata, ma se è un vanto esibito (specie da
VIP) non può che essere condannata non solo dalla Chiesa ma anche dal buon
senso comune, che infatti la riprova quasi universalmente. Però mai va punita e
neppure beffeggiata.
Anche le donne hanno le pulsioni sessuali, ma per
esse non può immaginarsi un iter naturale di sfogo come per gli uomini,
con le «case chiuse», se non per quelle poche che scelgono la prostituzione, la
quale però per esse più che uno sfogo erotico è un lavoro.
Le donne, come ben insegna la Chiesa, trovano nella
scelta della verginità una sublimazione delle loro pulsioni, e col matrimonio
la realizzazione piena della loro femminilità nell’amore coniugale e nella
maternità, in cui sono collaboratrici del Creatore per la nascita di un nuovo
essere, che è un dono di Dio, ma anche una loro «creatura», cioè frutto del
loro amore. Inoltre la castità e fedeltà preservano marito e moglie nel
matrimonio dalle malattie veneree, e specialmente dalla terribile AIDS, vera
peste del nostro secolo.
La verginità sino al matrimonio è un valore anche
per il maschio, ma riconosco che per esso è più difficile perseguirla anche per
un fatto culturale. Il maschio viene esaltato per la sua virilità, e anche per
gli uomini celebri nei vari campi (letterario, politico, militare, industriale,
musicale, teatrale, ecc.) si scava sempre per conoscere i loro amori, per
sapere quante e quali donne hanno conquistato, come se questo dato fosse molto
significativo, e l’uomo valesse innanzi tutto come un conquistatore di cuori o
uno «stallone» o uno «sciupatore di femmine» come si dice nella malavita.
Io nella mia lunga esperienza di ufficiale ma anche
di professore e di preside, ho spesso sentito colleghi vantarsi delle loro
conquiste femminili. A questi esibizionisti fanfaroni, spesso millantatori
volgari (uno mostrava in una specie di portafoglio piccoli «scalpi pubici»
delle varie conquiste) io dicevo semplicemente:
«Non vi invidio affatto; io mi sento felice proprio
perché ho conosciuto una sola donna, mia moglie, che mi ha donato dei figli di
cui sono orgoglioso e ne ringrazio Dio, perché essi sono onesti e operosi.»
A questa mia dichiarazione essi arricciavano il
naso, delusi e anche increduli, ma non osavano più prendere con me quei
discorsi cretini e volgari.
Non sempre la «cultura» maschile è stata così
stupida e volgare. Cesare, nel «De bello Gallico», parlando dei Germani, dice
ammirato che i loro giovani si conservavano vergini almeno sino al ventesimo
anno, perché questa astinenza volontaria dal sesso corroborava i loro nervi e
ne rafforzava il carattere, la virilità e il coraggio; ciò, per Cesare, era
tanto più ammirevole, in quanto maschi e femmine in Germania non crescevano
affatto separati, e si bagnavano insieme, nudi, nelle acque dei fiumi. La
stessa ammirazione per i Germani e i loro costumi morigerati esprime Tacito nel
suo saggio «De origine et situ Germanosum», in cui esalta quei popoli
incorrotti a confronto dei Romani ormai corrotti sino al midollo, affogati nel
sesso più depravato, con famiglie sfasciate e senza figli: una società molto
simile a quella italiana, anzi europea, di oggi. Una società destinata a
scomparire. I Romani furono conquistati dai Germani, gli Europei, se non
cambieranno rotta e costumi, saranno certamente soggiogati dagli islamici, come
chiaramente ha previsto Oriana Fallaci negli ultimi suoi coraggiosi libri. E se
ciò si avvererà, saranno loro che l’hanno voluto.
Il divorzio fu introdotto nella legislazione
italiana per iniziativa di vari partiti non solo della sinistra. Socialisti,
comunisti, repubblicani, liberali e radicali fecero approvare la legge dalle
Camere anche se con una maggioranza non vistosa.
I cattolici, i quali prevedevano il danno che esso
avrebbe procurato alle famiglie e quindi all’intera società, ricorsero al
referendum per fare abrogare la legge, ma persero.
Oltre ai partiti sopraddetti, erano favorevoli al
divorzio le femministe, le quali in esso trovavano il riconoscimento della loro
libertà e autonomia rispetto al maschio, che spesso si considerava «padrone»
della moglie; e infatti l’adulterio femminile era condannato su denuncia del
marito, mentre per il maschio era considerato quasi un diritto acquisito avere
una o più amanti. E’ anche vero che le donne talora non sono state da meno. Nel
Settecento, come ben ci insegna il Parini, le signore della nobiltà e
dell’aristocrazia talora si facevano riconoscere nel contratto matrimoniale il
diritto ad avere un «cicisbeo», cioè un «damo» di compagnia di ceto adeguato. E
questo amante ufficiale, se non c’era nella carta, spesso c’era nella prassi.
Ma quello era il bel tempo delle parrucche incipriate e delle crinoline,
brutalmente spazzato via dalla rivoluzione dei «lumi» realizzata dai sanculotti.
Già nell’Ottocento le dame non osavano più reclamare un tale diritto.
All’epoca del referendum molte donne anche non
politicizzate e non infatuate di femminismo erano favorevoli al divorzio, come valvola
di sicurezza, quasi un’uscita di emergenza in caso di un matrimonio
infelice. E a dire la verità, costringere una donna a restare legata per tutta
la vita a un cattivo marito è certamente ingiusto; come non è cosa ragionevole
per un marito dover sopportare per tutta la vita una moglie disamorata o
infedele. Il cristiano che vuol imitare la bontà di Gesù, il quale non condannò
la donna colta in flagrante adulterio, può benissimo tollerare e scusare una
moglie importuna, saccente, brontolona, bisbetica e anche civettona; Socrate,
che non era un seguace di Cristo, il quale non era ancora venuto al mondo col
suo messaggio di mitezza e perdono, solo in virtù della sua saggezza filosofica
sopportava la moglie Santippe, che non era certamente una moglie gratificante. Ma
di «Socrati» non ce ne sono molti.
Gesù condanna il divorzio: «Quello dunque che Dio
ha congiunto, l’uomo non lo separi.» (Mt 19,6)
Quindi Gesù implicitamente afferma che l’unione
dell’uomo e della donna nel matrimonio è cosa sacra, perché voluta da Dio.
Nel Vangelo abbiamo altri tre passi che ribadiscono
lo stesso concetto: Mt 5,31; Mc 10,11; Lc 16,18.
Bisogna però dire che nel mondo ebraico non
esisteva il divorzio, nel senso moderno, perché alla moglie non si riconosceva
una dignità uguale a quella del marito, il quale perciò la poteva ripudiare. Infatti il Deuteronomio, al primo versetto
del cap. 24, dice:
«Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con
lei da marito, se poi avviene che essa non trovi grazia ai suoi occhi, perché
egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso [sconveniente – traduce la
Bibbia Emmaus], scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano,
e la mandi via dalla casa.»
Gesù abroga questa facoltà, perché se l’uomo è
vissuto da marito con una donna, questa è sua moglie, e il matrimonio implicito
non può essere sciolto. Sarebbe il divorzio che Dio non vuole.
Però Gesù, nei due passi di Matteo sopra citati,
aggiunge che il ripudio o divorzio non è consentito «se non in caso di concubinato»
[la Bibbia Emmaus traduce impudicizia]. In che cosa consiste questa
eccezione? Cioè in quale caso è consentito, per Gesù, il divorzio? Gli
ortodossi e i protestanti risolvono il dubbio, traducendo la parola greca pornèia
con «adulterio»; e infatti essi ammettono il divorzio in caso di adulterio, del
marito o della moglie. Naturalmente a chiederlo, e ottenerlo, sarà la parte
lesa. Questa interpretazione mi sembra accettabile, perché pornèia
(=fornicazione, incesto) ha pure il significato di adulterio, anche se questo dai
Greci era detto più propriamente moichèia. Non sappiamo quale fosse l’originale
parola in aramaico, e quindi l’esatta interpretazione di pornèia (da cui
abbiamo pornografia).
Comunque la Chiesa cattolica non si pone il
problema e infatti traduce pornèia con concubinato o impudicizia,
parole molto vaghe che danno adito a molte interpretazioni, mentre adulterio
è un termine chiaro.
Nel Catechismo del 1992 la Chiesa ammette solo la separazione
per motivi gravi, ma con l’obbligo di non risposarsi: se uno dei due si risposa
(civilmente) cade in peccato grave.[5]
Il Catechismo non accenna al cosiddetto «privilegio paolino», cioè quel caso in
cui San Paolo ammette di divorziare e di risposarsi. (Vedi 1 Cor 7,15). Il
Codice di diritto canonico (canone 1143) dice che il coniuge cristiano può
separarsi e contrarre nuovo matrimonio se il coniuge non cristiano gli
impedisce di vivere secondo la sua Fede; ma questo deve essere verificato dal
tribunale ecclesiastico.
Ognuno comprende quanto sia difficile definire sia
la «non cristianità» del coniuge sia la gravità dell’«impedimento»; due concetti
molto soggettivi e relativi. Per la Chiesa è indissolubile solo il matrimonio
«rato e consumato»; ma che cosa può testimoniare la consumazione del
matrimonio? La nascita di un figlio? No: potrebbe avere un altro padre.
L’affermazione degli interessati? No:
potrebbero mentire per interesse. Questo dimostra che la materia
matrimoniale è molto spinosa, e dà luogo a una infinita casistica, una vera
manna per gli avvocati divorzisti e «nullisti» (quelli presso la Sacra Rota).
Comunque è evidente che noi cattolici non possiamo
costringere quelli che non sono né pazienti cristiani né tolleranti filosofi a
sopportare per tutta la vita una moglie pestifera; e viceversa non possiamo
costringere una donna a sopportare un marito violento, traditore o semplicemente
più amante della bettola che del tetto coniugale.
Quindi una legge che preveda in casi gravissimi lo
scioglimento del legame matrimoniale è certamente accettabile anche per il
cristiano, almeno per il matrimonio civile. Ed è anche accettabile che dopo lo
scioglimento legale l’uomo e la donna possano contrarre un nuovo matrimonio col rito civile.
Anche la Chiesa, col tribunale della Sacra Rota,
scioglie in certi casi i matrimoni religiosi, dichiarandone la nullità, e
quindi autorizza nuove nozze anche sacramentali.
Sappiamo che questo tribunale molto chiacchierato non
è sempre equo e disinteressato, e spesso obbedisce a pressioni esterne di vario
genere; ma la sua stessa esistenza dimostra che esiste il problema che la legge
italiana sul divorzio ha cercato in qualche modo di controllare e risolvere. Ma
come lo ha risolto?
Qui sta il punto.
Secondo i cattolici la legge era troppo lassista, e
in seguito, per alcune modifiche, è diventata ancora più larga.
Io al referendum votai e invitai a votare per
l’abrogazione della legge. Temevo infatti i suoi effetti a medio e lungo
termine. Per me la legge, così com’era, avrebbe dato la stura a comportamenti
coniugali sempre più spregiudicati, a richieste sempre più libertarie, e
avrebbe finito per sfasciare la famiglia. Cosa che puntualmente è avvenuto. Infatti
la legge ha, come si dice, «fatto mentalità», cioè ha indotto la convinzione
che il matrimonio è un semplice accordo che in ogni momento può essere rotto, ad
libitum. E le vittime di questo sfasciamento sono sia gli stessi coniugi, che
talora infieriscono l’uno contro l’altro, sia e soprattutto i figli, che spesso
sono contesi, e talora anche uccisi per gelosia o vendetta reciproca. Questi
figli comunque crescono male, in un ambiente conflittuale, non ricevono un’educazione
equilibrata (cioè sia paterna che materna nella concordia), diventano insicuri
di carattere, indisciplinati nel comportamento, e cadono facilmente nella rete
della droga o del ribellismo anarchico.
Io dunque votai contro la legge perché prevedevo
queste tristi conseguenze, cioè il mutamento di un costume, di una cultura, che
vedeva nella famiglia qualcosa di sacro e intangibile. In questa cultura
familiare, la moglie, anche se il marito la tradiva, tollerava, per i figli, e
non faceva scenate, sempre per i figli, sicura che il marito, dopo quelle
sbandate, sarebbe prima o poi tornato a lei, regina della casa, perno della
famiglia.
E viceversa il marito, a qualche sbandata della
moglie, magari si sfogava rendendole la pariglia, ma si guardava bene dal
minare l’unione familiare, della quale lui si sentiva il tutore.
E i figli erano accuratamente tenuti all’oscuro di
questi sbandamenti, e allevati e educati con concordia almeno apparente, per
non provocare loro traumi psicologici.
Io nella mia lunga esperienza ho conosciuto sia
mogli sia mariti che si sono comportati in questa maniera tollerante e
prudente, accordando il perdono cristiano alla controparte deviante, la quale
quasi sempre tornava pentita all’asilo familiare, l’unico sicuro e
gratificante.
Nel divorzio sono i figli che patiscono e rischiano
di più, e per il loro bene i genitori coscienti dovrebbero saper fare qualche
sacrificio e qualche rinuncia. I figli non hanno chiesto di venire al mondo,
sono i genitori che ce li hanno messi, e sono perciò responsabili del loro
benessere fisico e psichico, e soprattutto della loro educazione e del loro
avvenire.
E quegli uomini e quelle donne che dopo il divorzio
si risposano, credendo di trovare la felicità nel nuovo legame, quasi sempre
rimangono delusi, e si sentono caduti, come si dice, «dalla padella nella
brace». In ogni caso hanno generalmente una vita travagliata, tra processi,
denunce, accuse reciproche, quando non sono violenze o peggio. Le cronache
giornaliere ci informano delle orribili vendette che un ex marito non
rassegnato o una ex moglie che si sente tradita può ordire e mettere in atto.
E le vittime sono soprattutto i figli. Nella «Medea»,
tragedia di Euripide (480-406 a.C.) vediamo con quali passioni e per quali
impulsi quasi irrefrenabili questa donna, che si sente tradita e abbandonata,
giunge a uccidere i figli avuti da Giasone per vendicarsi dell’infedele
compagno. La fosca vicenda è un mito, ma rispecchia realtà e fatti anche
recenti, perché l’animo umano non è cambiato per il passare dei secoli.
Quindi che cosa propongo?
Non certamente di abrogare il divorzio e tornare
alla situazione di prima, che certo non era né ragionevole né equa, ma
migliorare la legge, rendendola più rigorosa e severa, soprattutto avendo di
mira la salvaguardia dei figli, i quali quasi sempre sono ancora bambini o
adolescenti, e quindi bisognosi di particolari cure.
La cronaca nera ci informa quasi ogni giorno delle
uccisioni che avvengono tra i separati e sui figli contesi. Il costume cristiano
tradizionale dell’indissolubilità del legame rendeva certamente i coniugi più
tolleranti e pazienti, i figli più protetti.
Vediamo anche che i divorziati che contraggono un
nuovo matrimonio spesso restano insoddisfatti, e lo sciolgono per contrarne un
altro, e poi ancora. Infatti sono in genere persone con caratteri difficili,
che non troveranno mai quello che cercano, perché non lo sanno neppure loro.
Quando poi si tratta delle stelle del cinema, del
teatro, dell’opera, della politica, della canzone e dello sport, il contrarre
nuovi matrimoni, quasi in serie (alcuni sono arrivati a sette-otto) è da una
parte un modo di far parlare sempre di sé, dall’altra il miglior modo per
camuffare i loro amori sregolati in una cornice legale e dignitosa, e anche
lussuosa e spettacolare.
Se per il divorzio il cristiano potrebbe avere una
certa tolleranza o accettazione, sempre se esso fosse circoscritto a casi
veramente gravi, per l’aborto[6]
egli non può avere nessuna tolleranza, anche se fosse limitato rigorosamente al
terzo mese, e sappiamo tutti (a me l’hanno confermato molti medici) che spesso
si interviene al quarto e quinto mese, dato che l’età del feto non è registrata
all’anagrafe, ma resta un segreto ben custodito.
L’aborto è l’uccisione di un essere umano, e
dovrebbe essere punita come qualunque altra soppressione di vita umana.
Chi la nascita di questa vita vuole del tutto
escludere dal rapporto sessuale, ha a disposizione il preservativo e la pillola
(anteriore ed, eccezionalmente, anche
posteriore), contraccettivi che io ritengo leciti, se ci sono motivi gravi (di
salute , morali o economici) per non desiderare in quel momento la nascita di
un figlio.
La Chiesa vieta il ricorso a questi mezzi
artificiali, e ammette solo alcuni metodi
«naturali», piuttosto difficili da praticare e anche non del tutto
sicuri.
Il cattolico osservante cercherà tuttavia di
seguirli, per programmare in certo qual modo la sua figliolanza, come ho fatto
io stesso, che ho avuto sette figli ragionevolmente distanziati
(1945-1947-1950-1952-1954-1959-1962); ma non si può chiedere ai non cattolici o
ai non osservanti e ai laici di sottoporsi a questi metodi leciti di controllo
delle nascite, e quindi credo che il preservativo, la pillola e la spirale
siano moralmente accettabili.
La procreazione si può evitare anche col cosiddetto
«onanismo». Il termine deriva da Onan, figlio di Giuda (quarto figlio di
Giacobbe), il quale per evitare di ingravidare la vedova cognata Tamar, al che
era tenuto dalla legge del «levirato»,[7]
disperdeva il suo sperma a terra (Gn 38,4).
Praticamente l’onanismo si effettua col «coitus
interruptus», ma anche la masturbazione è considerata una forma di onanismo.
Tutt’e due sono condannati dalla Chiesa; ma io mi domando se moralmente non sia
meglio, per un uomo che non può contenere la pulsione sessuale e non ha moglie,
ricorrere alla masturbazione piuttosto che alla seduzione di donne altrui, alla
fornicazione o, peggio, allo stupro. E d’altra parte, non è meglio ricorrere al
«coitus interruptus» piuttosto che, avvenuto il concepimento, praticare l’aborto?
La pillola del giorno prima o anche del giorno dopo[8],
mirando a escludere il concepimento, a me sembra che sia moralmente alla stessa stregua
dell’onanismo; il vero male è l’aborto, anche se effettuato nei primi mesi.
La Chiesa condanna la masturbazione[9]
come un vizio; i moralisti lo chiamano «vizio solitario» e lo ritengono un
peccato (ma non tutti i confessori) di cui bisogna confessarsi per evitare la
sanzione divina.
Molti sacerdoti ai ragazzi e anche alle ragazze, che
non sanno di che confessarsi, chiedono innanzi tutto «tu ti tocchi?». E poi
vogliono sapere il come, il dove e il quando, mostrandosi piuttosto guardoni
auricolari
che consiglieri spirituali.
Questi confessori dovrebbero riflettere che al «toccare se stessi», che non
danneggia il prossimo, non c’è altra alternativa, per coloro che non hanno una
sposa, che il toccare le altre o
gli altri, ricorrendo all’adulterio, alla seduzione, alla fornicazione, alla
sodomia o alla violenza, dato che la continenza è una virtù molto
difficile.
Gli ebrei dell’Antico Testamento stigmatizzavano
l’onanismo come grave offesa a Dio. e infatti la Genesi dice che Jahvè fece
morire Onan per punirlo. (Gn 38,10).
In realtà gli Israeliti avevano bisogno di molti
figli per contrastare la pressione demografica dei tanti popoli ostili che li
attorniavano. Quindi sprecare il seme umano invece di mettere incinte le molte
mogli e le moltissime concubine era per loro, oltre che un peccato, un vero e
proprio reato contro la nazione e la razza. Il loro capostipite Giacobbe (poi
denominato Israele[10]
) ebbe dodici figli maschi (senza considerare le femmine che non contavano
nella discendenza) da due mogli (Lia e Rachele) e da due concubine (Zilpa e
Bila).
La figliolanza numerosa era tanto importante che le
stesse mogli, se si ritenevano sterili, offrivano ai mariti le loro schiave per
avere con esse dei figli. Sara, la moglie di Abramo, quando si riteneva sterile,
offrì allo sposo la schiava Agar, che gli partorì Ismaele; ma poi, per gelosia,
la cacciò via col figlio. Anche Davide aveva molte mogli[11]
e moltissime concubine; Salomone poi, celebre per la sua sapienza ricevuta da
Dio come dono (vedi I libro dei Re cap.3), «ebbe settecento principesse per
mogli e trecento concubine.» (1 Re 11,3)
Dovremmo credere a una tale enormità, dato che la
costituzione dogmatica «Dei verbum» afferma che tutta la Bibbia, e quindi anche
l’Antico Testamento, è «tutta e solo parola di Dio». Chi volesse approfondire
questo argomento, può leggere su Internet il mio saggio «L’Antico Testamento:
tutta parola di Dio?»
E affinché qualche buon cristiano non creda che io
sia un eretico, osando criticare quella Costituzione dogmatica, approvata dal
Concilio Vaticano II il 18 novembre 1965, devo dire che molti teologi biblisti
affermano, in documenti ufficiali o editi dalla Chiesa o comunque da essa approvati,
che nell’Antico Testamento ci sono anche leggende; e porto un solo esempio. A
proposito di Tamar, nuora di Giuda, la quale si prostituisce con lui, il teologo
commentatore della Bibbia CEI (pag.52) dice:
«La sua azione non viene condannata – come peraltro
non lo sono gli inganni di Giacobbe[12]
e il comportamento delle figlie di Lot[13]
- soprattutto perché si tratta di tradizioni leggendarie che non
rischiano di essere prese ad esempio nella vita comune.»
La «Dei verbum» sostiene che la Bibbia è stata
scritta sotto l’ispirazione di Dio. Nella Bibbia Emmaus della Società San Paolo, corredata di
utili appendici, edita nel 1983 (quella della CEI nel 1993) con la
collaborazione di illustri teologi biblisti e con l’approvazione ecclesiastica,
a proposito del testo della Genesi si dice[14]
che verso il 1850 av. C. «ricordi e tradizioni di vita familiare e di clan dei
Patriarchi ebrei, raccolti e rielaborati in seguito dalle grandi correnti
teologiche Jahvista, Elohista, Sacerdotale, sono confluiti nel testo attuale
della Genesi dal cap. 12 al capitolo 50» (che è l’ultimo); quindi la gran parte
della Genesi è opera umana, basata sui ricordi e tradizioni raccolti e
rielaborati da scrittori ebrei di varie epoche e correnti.
Che dire poi di tutti gli altri 45 libri
dell’Antico Testamento? Secondo gli stessi teologi biblisti solo verso il 1000
a.C. viene messa in scritto la tradizione Jahvista del Pentateuco, quella Elohista
solo verso il 900, e solo verso il 700 a.C. le due tradizioni vengono fuse in
un unico testo, mentre la tradizione Sacerdotale viene redatta al tempo
dell’esilio di Babilonia (586-539 a.C.). La redazione dei 46 libri dell’Antico
Testamento arriva quasi sino alla nascita di Cristo; infatti il libro della
Sapienza sarebbe stato scritto solo verso il 50 a.C.
Che dobbiamo concludere?
Che Dio ci ha fatto conoscere anche delle leggende
e ci ha trasmesso le sue «parole» a puntate dal 1850 al 50 a.C.?Non è un’offesa
a Dio affermare che la Bibbia intera è «Dei verbum», e che i vari redattori,
ispirati da Lui, scrissero «tutte e soltanto quelle cose che Egli voleva»?
(par.11)
Quelle cose che Egli voleva, o non invece quelle
cose che certi scrittori volevano? Bisogna precisare con un po’ di analisi
testuale.
Nel Siracide, libro dell’Antico Testamento lungo
ben 51 capitoli, conosciuto anche col nome di «Ecclesiastico», proprio
all’inizio l’autore dichiara che il libro è la traduzione in greco di un testo
ebraico di un suo nonno, che si chiamava Gesù [=Dio è salvezza], manoscritto da
lui trovato in Egitto. Poi aggiunge: «Dopo aver scoperto che lo scritto è di
grande valore educativo, anch’io ritenni necessario adoperarmi con diligenza e
fatica per tradurlo. Dopo avervi dedicato molte veglie e studi in tutto quel
tempo, ho condotto a termine questo libro.»
Dunque il Siracide [= figlio di Sirach] dice che si
tratta di uno scritto di suo nonno, che lui ha recuperato e tradotto in molto
tempo e con fatica. Il vero autore di esso, cioè il nonno del Siracide, quasi
alla fine del libro (50,27) così dichiara:
«Una dottrina di sapienza e di scienza ha condensato
in questo libro Gesù… che ha riversato come pioggia la sapienza dal cuore.»
Dunque egli stesso afferma che questa «dottrina di
sapienza» non gliel’ha dettata Jahvè, ma la sapienza del cuore.
Se poi leggiamo un passo del Qoèlet (detto anche
Ecclesiaste) rimaniamo sconcertati nel leggere:
«Non c’è di meglio per l’uomo che mangiare e bere e
godersela…; ma mi sono accorto che anche questo viene dalle mani di Dio. Difatti,
chi può mangiare e godere senza di Lui? Egli concede a chi gli è gradito
sapienza, scienza e gioia, mentre al peccatore dà la pena di raccogliere e
d’ammassare per colui che è gradito a Dio.» (2, 24-26)
Ma che bella parola di Dio! Per fortuna lo stesso
Ecclesiaste [colui che dirige l’assemblea liturgica] che ha scritto queste
consolanti parole, all’inizio del libro ci avverte che esso contiene le «parole di Qoèlet, figlio di Davide, re di
Gerusalemme.» Sicché lui dice che sono parole sue, ma la Chiesa dice che sono
«Dei verbum.»
Se leggiamo il libro dei Proverbi, troviamo che dal
cap. 10 sono riportati quelli di Salomone; al cap. 25 si ribadisce: «Anche
questi sono proverbi di Salomone, trascritti dagli uomini di Ezechiele, re di
Giuda.» Al cap. 30 si legge: «Detti di Agur, figlio di Iake, da Massa.» Non
voglio entrare nel «merito» di questi proverbi o detti, alcuni per noi
sconcertanti, ma voglio riaffermare che essi sono di Salomone e di Agur, non
certamente parola di Dio. Una «parola di Dio» molto sconcertante la leggiamo in
Qoèlet 7,26:
«Trovo che amara più della morte è la donna, la
quale è tutta lacci: una rete il suo cuore, catene le sue braccia. Chi è
gradito a Dio la sfugge, ma il peccatore ne resta preso.»
E’ il misogino Ecclesiaste che parla, non Dio, per
fortuna; se no, che ne sarebbe della donna, così demonizzata da Dio?
Insomma questi scrittori dell’Antico Testamento ci
avvertono che le loro sono parole di uomini che si dicono sapienti, ma la «Dei
verbum» assicura che è «tutta e soltanto parola di Dio». Così affermando, essa
si contraddice, perché nello stesso testo riconosce che alcuni passi biblici
«contengono cose imperfette e temporanee». Allora dobbiamo credere che Dio con
la sua parola ci insegna anche «cose imperfette e temporanee», e non sempre
cose perfette e permanenti, come si addice alla sua natura perfetta?
Anche nel Nuovo Testamento incontriamo dei passi
che non ci sembrano affatto parola di Dio, e porto qualche esempio.
Nella lettera agli Ebrei, una volta attribuita a San
Paolo, ora non certamente a lui, tutt’al più a un suo discepolo, comunque per
la Chiesa sempre «Dei verbum», spesso proclamata nelle messe domenicali, leggiamo
qualcosa di ancora più sconcertante, quando l’ignoto autore afferma «Quel Gesù
che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo ora coronato di gloria…»
(2,9)
Nei primi due capitoli della lettera ai Galati,
Paolo non fa che vantarsi come vero e genuino portavoce di Cristo di fronte
agli altri apostoli, che lui ritiene poco importanti per la dottrina. E
aggiunge:
«Quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a
viso aperto, perché evidentemente aveva torto.» (Gl 2,11)
Nella seconda lettera ai Corinzi, ai capitoli 11 e
12 non fa che vantarsi di fronte agli altri predicatori del Vangelo, che chiama
ironicamente «superapostoli», i quali per lui sono solo dei fanfaroni. Ma anche
lui non resiste al vizietto di vantarsi, anche se, egli dice, «come un pazzo e
da stolto». Tra l’altro si vanta di aver fatto naufragio tre volte, e di essere
stato rapito fino al terzo cielo, dove ha udito «parole che non è lecito ad
alcuno pronunciare.» (2 Cor 12,4)
Ma noi ci chiediamo: queste “parole che non è
lecito ad alcuno pronunciare” chi gliele ha pronunciate? Per gli esegeti
paolini, grandi esaltatori dei suoi paradossi e svolazzi oratori, dei suoi
assiomi e anche dei molti suoi non-senso, questa mia domanda è indice di
ingenuità e ignoranza di uno che non conosce il senso allegorico e anagogico
delle Scritture. San Paolo, dicono, è «l’apostolo delle genti», il co-fondatore
con Pietro della Chiesa cristiana, l’enucleatore della sua dottrina teologica.
Non per nulla nella liturgia della parola si legge sempre un brano delle sue
lettere.
Ma con tutta questa sua vanteria come la mettiamo?
è anch’essa un suo vanto? Se c’è una virtù che Gesù inculca continuamente, essa
è proprio l’umiltà, che Egli vede impersonata dai bambini ingenui e fiduciosi.
E anche ai suoi discepoli egli dà l’esempio di umiltà, lavando loro i piedi, e
poi li ammonisce:
«Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto
io, facciate anche voi.» (Gv 13,4-15)
In un’altra occasione Egli dice:
«Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello
che vi è stato ordinato, dite: “Siamo poveri servi. Abbiamo fatto quanto
dovevamo fare”.» (Lc 17, 10)
Quindi anche chi opera il bene che Dio gli ha
ispirato di fare, deve riconoscersi «povero servo», perché quel bene ha potuto
farlo solo con l’aiuto e la grazia di Dio, il solo che opera efficacemente.
Ora però torno all’argomento dell’aborto e cerco di
concludere il discorso. Chi volesse saperne di più su Paolo di Tarso, legga
il mio saggio «Historia Magistra».
L’aborto, specie nei primi mesi, può avvenire spontaneamente
(per malattia, trauma o altre cause), e in questo caso non c’è alcuna colpa da
parte della gestante; ma se esso è procurato, c’è certamente colpa sia da parte
della gestante sia da parte di chi la aiuta in questo infanticidio.
Si obietta: ma un feto di pochi mesi è già un
bambino? Su questo problema le opinioni di teologi, filosofi e biologi
divergono molto. Da una parte c’è la Chiesa cattolica che sostiene che anche lo
zigote, cioè la cellula risultante dall’unione dei gameti maschile e femminile,
è una persona umana il cui diritto a vivere va tutelato, e la cui soppressione
è come un omicidio; dall’altra certi scienziati e medici i quali sostengono che
finché il feto non è uscito dall’utero materno, e non è autonomo in quanto
separato dalla matrice, non si può parlare di persona umana e dei suoi diritti.
Evidentemente sono opinioni estreme, e «in medio stat virtus».
Il considerare lo zigote una persona umana lascia
perplesso anche me; ma ciò non vuol dire che gli embrioni umani siano del
materiale biologico che possa essere manipolato e utilizzato a proprio
piacimento o, peggio, eliminato se non può più servire all’intento per cui sono
stati prodotti.
Ma noi ci chiediamo:
Quando il feto può considerarsi persona umana? In
altre parole: Quando riceve da Dio l’anima immortale? Chi può saperlo se non
Dio stesso? Però San Tommaso, il sommo Dottore della Chiesa, si è posto il
quesito e lo ha risolto secondo la propria dottrina.
Dante nella Divina Commedia si pone anche lui il
problema e lo risolve seguendo l’Aquinate, il quale ne tratta diffusamente
nella «Summa Theologiae» (l. I 76 e poi 118-119; II, 79; III 31-32), nella
«Summa contra gentiles» (II73) e anche, passim, nel «De unitate
intellectus contra Averroistas».
San Tommaso appare a Dante nel cielo del Sole, in
una corona di spiriti sapienti, di cui lui si fa portavoce, e parla a lungo col
Poeta a cominciare dal verso 82 del canto X e per tutto l’XI.
E’ perciò strano che Dante, invece di far esporre
la dottrina tomistica sull’anima, in Paradiso, dallo stesso San Tommaso, la fa
esporre nel Purgatorio (25, 37-75) addirittura da Stazio, un poeta pagano di
Napoli (45-96 d.C.), il quale secondo Dante si sarebbe convertito al
Cristianesimo.
Orbene che dice Stazio, cioè San Tommaso, cioè
Dante? Che dopo il concepimento il feto, che è allo stadio di embrione, riceve
un’anima vegetativa («virtute attiva qual d’una pianta»), poi un’anima
sensitiva («che già si move e sente»), e infine, quando «l’articular del cerebro
è perfetto», Dio infonde nel feto l’anima intellettiva o razionale, la quale
«tira in sua sustanzia» le due precedenti anime e forma un’anima sola, che è
immortale ed è destinata alla vita eterna.
San Tommaso insiste nel dimostrare che quest’anima
intellettiva è personale (ogni uomo ha la sua) e non universale come sosteneva
Averroè,[15] per
il quale l’intelletto universale viene «prestato», ma solo parzialmente, a ogni
uomo, e viene ritirato quando esso muore, e muoiono con lui le sue anime
vegetative e sensitive, e quindi secondo lui non c’è immortalità per l’anima
umana.
Non so se sono riuscito a dare una chiara idea
della dottrina tomistica; è certamente un po’ lambiccata e marcatamente
scolastica nelle sue distinzioni e divisioni, per noi poco comprensibili.
Infatti lo stesso intelletto, cioè quello che distingue l’uomo dagli animali,
per San Tommaso è in un primo tempo solo «intelletto possibile» il quale può
ricevere «le forme intelleggibili dalle cose sensibili», e solo in seguito
diventa «intelletto agente» cioè capace di dedurre, indurre e fare astrazioni,
insomma di ragionare.
Ma quando è che l’ex-feto diventa persona umana?
San Tommaso non lo dice, non parla di settimane o di mesi o di anni; però è
chiaro che solo quando il feto riceve da Dio l’anima razionale possiamo parlare
di persona umana. Ma quando avviene ciò? Al terzo, al quinto, al settimo mese,
alla nascita o addirittura dopo?
Se non lo dice San Tommaso, figurarsi se lo possa
dire io. Dico soltanto che quando il feto ha già gli arti, la testa e gli altri
organi principali, il che avviene al terzo mese compiuto, esso deve essere
considerato uomo «in fieri», e quindi rispettato e tutelato. Ciò non vuol dire
che prima dei tre mesi esso possa essere eliminato con l’aborto; deve essere
rispettato e tutelato a cominciare dal concepimento. Questo è chiaro per il
cristiano.
Però il cristiano non può pretendere che una madre
debba nutrire per nove mesi sino alla nascita (e per quanti anni poi?) un
figlio che appare evidentemente deforme, focomelico, mongoloide o privo di
organi essenziali; se essa non se la sente di abbracciare questa pesante croce,
non le si può negare l’aborto eugenetico non appena l’anormalità è stata
chiaramente evidenziata. Allo stesso modo, in caso di stupro, incesto o coito occasionale
con un malato di AIDS, se la donna non se la sente di accogliere il frutto di
questo violento concepimento o di avere un figlio con il virus dell’Aids, non
le si può negare l’aborto terapeutico, praticato con tutte le dovute cautele
nella struttura pubblica e a spese dello Stato. Se poi la donna gravida non può
continuare la gestazione se non con suo grave pericolo, e non se la sente di
affrontarlo, non le si può rifiutare l’aborto terapeutico: è meglio
salvaguardare la vita in essere di una donna che quella problematica di
un feto di pochi mesi.
Fuori di questi casi «estremi» l’aborto volontario,
anche entro il terzo mese, è un vero e proprio omicidio di un figlio liberamente
messo in vita; che dire poi se esso viene fatto morire al quarto, al quinto o
al sesto mese? E’ un grave delitto uccidere un essere che a quell’età potrebbe
già sopravvivere in un aborto spontaneo; e infatti si sono avuti casi di
bambini nati molto prematuri che sono felicemente sopravvissuti, e poi vissuti
del tutto normalmente.
Agli Italiani che hanno voluto legalizzare
l’aborto, voglio ricordare che hanno eliminato degli esseri che oggi potrebbero
essere cittadini attivi e operosi. I «soppressi» sono già alcuni milioni in
questi primi trent’anni di applicazione della 194 (Il Ministero della Sanità
può precisarne il numero); il vuoto lasciato da questi bambini non nati è stato
subito riempito dagli immigrati palesi e clandestini, i quali già oggi sono
circa il 7% della popolazione. Si calcola che fra 50 anni essi saranno il
30-40%, fra 100 anni forse la maggioranza della popolazione, e allora gli
oriundi italiani saranno necessariamente islamizzati, dato che volontariamente
hanno rifiutato la vita.
E’ una bella parola che significa buona morte,
e tutti ci auguriamo una buona morte e, se siamo credenti, una buona e santa
morte che ci apra la porta del Cielo.
Ma la parola oggi ha preso un significato meno
innocente; e infatti viene a significare una morte procurata a uno per non
farlo soffrire.
Noi cristiani sappiamo che il dolore ha un suo significato, un suo valore e che va quindi accettato,
anche se è lecito eliminarlo o almeno lenirlo con la morfina o altre cure
palliative; perché per sopportare acuti e continui dolori ci vuole molto
coraggio o molta Fede, e non tutti i malati terminali hanno l’uno o l’altra.
Infatti molti, non resistendo al dolore, risolvono
da soli la difficoltà e si danno essi stessi la morte sparandosi o gettandosi
nel vuoto. Quello che fa paura e porta qualche volta alla disperazione non è
solo il dolore fisico, ma anche quello psichico, e non solo il proprio, ma
anche quello altrui, di una persona cara, a cui siamo molto legati.
Dunque, in pratica, in certi casi, uno pensa che è
meglio farla finita, è meglio morire (o far morire la persona cara) piuttosto
che soffrire ( o veder tanta sofferenza in chi amiamo.)
Il problema si complica, piuttosto che risolversi,
quando è lo stesso malato a chiederci di farlo morire, di non lasciarlo nelle
torture fisiche e psichiche, insomma di «staccare la spina», come usualmente si
dice. Dobbiamo dargli ascolto o no?
Infatti oggi il progresso della scienza e
dell’ingegneria medica permettono di sopperire a molte funzioni corporee con apparecchi
che aiutano o addirittura sostituiscono il cuore, i reni, i polmoni; inoltre
nuovi farmaci riescono a controllare o guarire malattie che un tempo sembravano
incurabili e letali. Quindi il malato che soffre dolori insopportabili e ci
chiede di morire, in certi casi potrebbe anche essere guarito.
Esopo, il simpatico favolista greco, nel bozzetto
«Il vecchio e la morte» ci mostra che qualche volta si chiede di morire solo
per la disperazione del momento e non per una ponderata scelta. Egli racconta
che un povero vecchio era andato al bosco a raccogliere un po’ di legna, lavorando
lentamente e con molta pena, dati i suoi acciacchi. Fatto un fascio di sarmenti
se lo mette stentatamente sulle spalle e si avvia verso la sua catapecchia. A
un certo punto della strada, esausto, getta giù il fardello e invoca la Morte.
Questa lo ascolta e gli si presenta. Appena il vecchio la vede in faccia,
dimentica subito la sua mortale stanchezza. E quando la Morte gli chiede:
«Perché mi hai chiamato?» risponde: «Perché mi aiutassi a rimettermi questo
fascio sulle spalle.»
La morale della favola è evidente: si invoca la
morte per la disperazione, ma quasi sempre si vorrebbe continuare a vivere,
perché la vita è già un valore per se stessa. Ma è anche vero che facendo
ricorso a scienza, tecnica e farmaceutica si può tenere in vita un uomo anche
per molto tempo, facendogli continuare una vita soltanto vegetativa, senza
alcuna capacità intellettiva o sensoria. In questo caso si parla di
«accanimento terapeutico», e tutti si dicono ad esso contrari.
Quindi: né eutanasia né accanimento terapeutico. E’
un bel programma che però in pratica non dice niente. Anche quello che dice la
Chiesa, cioè che la vita umana va tutelata dal concepimento alla morte
naturale, è una saggia direttiva, che però non serve a risolvere i casi
concreti. Infatti bisognerebbe prima spiegare praticamente in che cosa consiste
la cosiddetta morte naturale, che cosa sia l’accanimento terapeutico, cioè dove
finisce in pratica la terapia (doverosa) e comincia l’accanimento (da
escludersi). La questione è dibattuta, perché gli stessi specialisti (medici,
scienziati, filosofi e teologi) la pensano in modi molto diversi.
Io, che non sono né scienziato né medico né tampoco
teologo, cercherò di dire alcune cose di buon senso, fare considerazioni di
senso comune, che alcuni potranno condividere.
Prima considerazione: se il malato, ben cosciente
di sé, chiede di morire, perché non vuole più soffrire senza alcuna speranza di
guarigione e non riconosce alcun valore salvifico al dolore, bisognerebbe
accontentarlo; se si tratta di staccare una spina, la si stacchi e non si
tormenti più a lungo il sofferente.
Seconda considerazione: se il malato da tempo non è
più cosciente e non può più esprimersi, ma si vede che soffre atrocemente nel
fisico ( si lamenta, grida, piange ecc.) i parenti più prossimi (moglie,
marito, padre, figli, fratelli, zii, nonni, cognati) possono decidere di farlo
cessare di penare, e i medici dovrebbero obbedire alla loro decisione, mettendo
fine alla terapia intensiva.
Terza considerazione: se queste persone care non ci
sono o non vogliono decidere esse, mentre il malato soffre terribilmente e non
c’è speranza né di recupero della coscienza né di una remissione dei dolori, ci
dovrebbe essere una apposita commissione, formata di soli tre membri (un
medico, uno psicologo e un sacerdote) la quale dovrebbe decidere anche a
maggioranza (2 contro 1), e in linea definitiva, senza rinvii o nuovi esami, se
staccare o meno la spina.
E’ anche ovvio che, se il malato è cosciente e
chiede insistentemente di morire, ma non basta staccare semplicemente la spina
per procurare subito una «buona morte» gli si fornirà qualche preparato che
metta fine alle sofferenze nel modo più immediato e sicuro.
Nessuno mi fraintenda: io non dico di fare
all’ammalato una iniezione letale, ma di fornirgli un preparato che egli possa
assumere personalmente, per sua ferma decisione, quando lo vorrà. E’ meglio
aiutarlo a mettere così fine a una vita non più sopportabile, che costringerlo
a suicidarsi con un’arma, in modo cruento e raccapricciante. Dico questo,
naturalmente, per quelli che non hanno la Fede e la Speranza cristiana. Infatti
quelli che l’hanno accetteranno di soffrire sino all’ultimo respiro, perché
riconoscono al dolore un valore salvifico.
Comunque io credo che non sia opportuno fare una
legge sulla liceità dell’eutanasia: una normativa in materia sarebbe sempre
problematica e bisognosa di continue modifiche e aggiornamenti, e sarebbe
sempre variamente interpretata e fonte di contestazioni.
Penso che la materia debba essere affidata alla
deontologia dei medici, e magari del loro ordine sommo di garanzia e controllo.
Riguardo al singolo, se egli volesse decidere in
anticipo della sua sorte terminale, in caso di incoscienza permanente, si è
proposto il testamento biologico.
L’idea non è sciocca, ma questa manifestazione
preventiva di volontà è anch’essa molto problematica. Come avviene per i
testamenti ordinari, i quali spesso sono annullati o modificanti dal testante,
e talora sono contestati come falsi o contraffatti, così questo messaggio
potrebbe dar luogo a controversie e interpretazioni diverse, non solo per la
sua autenticità, ma anche sul merito.
Per esempio, se il testante dice di non volere
«l’accanimento terapeutico», si discuterà sempre e si contenderà su quando
finisce la terapia e comincia l’accanimento. La nozione di accanimento varia
nei tempi e nei luoghi, tra i dotti e le persone comuni.
Il vero cristiano non si pone affatto, per sé
stesso, il problema; egli per il suo tempo estremo si affida a Dio e alla sua
misericordia, e anche alla «pìetas» dei familiari e dei medici. Se questa non
ci sarà, lui confida sempre in quella di Dio.
Io personalmente, giacché mi trovo a parlare di
questo argomento, ne approfitto per dire fin d’ora ai miei figli:
«Voi conoscete bene la mia concezione della morte
secondo la Speranza cristiana, per cui essa è la porta del Cielo, l’inizio
della vera vita; perciò, quando sarà giunta la mia ora, non prolungate la mia
attesa del trapasso, ma lasciatemi partire in pace, affinché io possa salire
subito alla casa del Padre. E non vi dovete addolorare, ma piuttosto gioire,
perché allora vorrà dire che l’esame della vita, con le sue severe prove, sarà
stato da me finalmente superato.»
Da quanto ho detto potrà sembrare a qualcuno che io
sia favorevole all’eutanasia; ma non è così. Io ho precisato che c’è questo
problema per quelli che non hanno la Fede e la Speranza cristiana, ma non per
noi che crediamo alla vita futura che possiamo guadagnare anche con le prove
dolorose della vita terrena, specialmente nella malattia e nella vecchiaia.
Però noi cattolici siamo spesso portati a risolvere
i problemi in modo aprioristico, ad assolutizzare le questioni e a risolverle con formule o pronunciamenti
assiomatici, come «non siamo padroni della nostra vita, perché solo Dio è il
padrone della vita e della morte.»
Sono belle parole, molto vere per noi cristiani,
perché crediamo che siamo venuti da Dio al quale aspiriamo a tornare; ma sono
vuote frasi per i non credenti, per coloro che si ritengono prodotti
dell’evoluzione e della selezione naturale, e sono tanti se non la maggioranza.
Essi non riconoscono alla vita nessun fine trascendente, e nessun valore
salvifico al dolore. Costoro si ritengono padroni assoluti dei loro corpi, le
donne gestanti padrone dei loro feti; il loro scopo è cercare il piacere ed
evitare il dolore. Quando questo li coglie, ed è atroce, permanente e senza
remissione, vogliono naturalmente mettere fine ad esso nel modo più immediato e
indolore.
La religione cristiana invece ci insegna che il
dolore ha un suo valore, anche se è lecito cercare di evitarlo o almeno
attutirlo. Solo un santo se lo può procurare con la penitenza, il digiuno o
addirittura il cilicio, per purificarsi e acquistare maggiori meriti, ma il
cristiano comune non è affatto tenuto a questi mezzi straordinari, dato
che la vita riserva sempre parecchi dolori ordinari, che egli deve
sopportare con pazienza in sconto dei suoi peccati.
I malati
terminali specie per cancro soffrono atroci dolori che i medici cercano
di lenire con le cure palliative. I familiari e gli amici cercano di lenirle
con la solidarietà, l’assistenza e la cura affettuosa. La Chiesa, contraria
all’eutanasia, insiste su questi mezzi, ritenendoli risolutivi del problema. Ma
non è così. Quando la sofferenza strazia il corpo e lo spirito, anche le parole
e le cure amorevoli servono a poco, e in certi casi irritano il malato, quando
sospetta che esse siano fatte o dette solo per dovere o pietà, mentre a lui non
apportano alcun beneficio. E’ umano. Anche Gesù Cristo fu attanagliato da tale
dolore che disse ai discepoli:
«La mia anima è triste fino alla morte». (Mt 26,38)
Desiderando sottrarsi a quella sofferenza pregò:
«Padre mio, se è possibile, passi da me questo
calice!» (Mt 26,39)
E siccome non fu esaudito, bevve il calice fino
alla feccia con rassegnazione, ma anche lamentandosi:
«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt
27,46)
Era il Gesù vero uomo, cioè uomo come noi, non Gesù
Cristo, vero Dio, ma questo dimostra la tirannia del dolore, talora
insopportabile. La conosce solo chi soffre, e quando soffre a quel modo, come
Gesù. E quando l’uomo non si rassegna e cade nella disperazione, può giungere
al suicidio. Ci sono giunti molti uomini anche famosi e ben conosciuti, che la
gente riteneva felici, perché di successo.
E’ evidente che il suicidio deve essere evitato, ed
ecco il problema della «buona morte». Io, come ho detto, non ritengo opportuna
una legge sull’eutanasia, che la renda lecita in certi casi e a certe
condizioni, perché secondo me complicherebbe il problema invece di risolverlo,
in quanto darebbe luogo a varie interpretazioni, secondo le varie competenze o
concezioni etiche. Perciò ho detto che dovrebbero essere i familiari con i
medici a risolvere il problema quando si pone, cioè caso per caso, perché ogni
moribondo è un caso a sé. Una condanna aprioristica e assoluta dell’eutanasia
non mi sembra una soluzione del problema, che è reale.
E’ un fatto che noi cattolici, specie gli
ecclesiastici, si è sempre portati ad assolutizzare i problemi, e a
risolverli in modo teorico o ideologico, senza tener conto della realtà effettuale. A questo proposito
potrei portare molti esempi, ma mi limito a uno solo, che è pure molto
dibattuto, cioè la prostituzione.
Con la legge Merlin è stata liberata dalla schiavitù
delle case chiuse, credendo di risolvere così il problema,
considerandolo cioè un «non problema», per cui bastava lasciar libero il
mercato e tutto si sarebbe sistemato. Vediamo tutti quello che è successo. Non
ho pregiudiziali contro le lavoratrici del sesso. Si sa che il loro è il
mestiere più antico del mondo, attività considerata necessaria al consorzio
umano, la quale in alcune civiltà è non solo rispettata ma addirittura venerata
(prostituzione sacra).
Nell’Antico Testamento abbiamo Raab, la prostituta
di Gerico (Gs 2,1- 21), considerata un’eroina, perché salvò gli esploratori di
Giosuè, e per questo viene lodata e portata come esempio anche nel nuovo
Testamento sia nella lettera agli Ebrei (11,31) sia nella lettera di Giacomo
(2,25). Nel Medioevo la sua fama non fa che crescere; Dante la pone nel suo
Paradiso, nel cielo di Venere (spiriti amanti) dentro una scintillante
«lumera», e gli dedica ben cinque terzine del suo poema sacro. Dice che è stata
la prima a essere portata in Paradiso da Cristo, per cui è la più splendente
del terzo cielo. Stando così le cose, mi meraviglio molto che non sia stata
nominata protettrice delle «lucciole», le quali anch’esse splendono un pochino
su questa terra, come Raab scintilla in Cielo.
Ma tornando al discorso serio, dico che la prostituzione
è una realtà che non si può eliminare, perché non si possono eliminare gli
impulsi erotici di tanti maschi umani, che talora sono più impellenti di quelli
dei mandrilli. Per soddisfare questi
maschi c’erano prima i cosiddetti «casini», case chiuse nelle quali si offriva
questo sesso mercenario. Ma ciò sembrò una vergogna, una vera schiavitù per
quelle operaie, e si decise di spalancare le «case chiuse» e dare la libertà
alle povere schiave. Per quanto io ne sappia, la gerarchia ecclesiastica fu
d’accordo, perché anch’essa aveva qualcosa da dire contro i postriboli, per
motivo morale. Sappiamo tutti quali sono stati i benefici della legge Merlin.
Ora che molti (tra cui io) propongono di riaprire
le «case chiuse» per controllare almeno la marea soffocante della
prostituzione, mi sembra che quella stessa gerarchia non accetti questa
soluzione del problema, proponendo il cosiddetto «recupero» delle prostitute.
Alcuni sacerdoti si sono dedicati a questa missione, fondando case di
accoglienza, a quanto pare molto confortevoli, per quelle lavoratrici
che si sentissero stanche di quella vita e bisognose di riposo. Quei preti si
illudono molto sul recupero di queste donne. Innanzi tutto sono poche quelle
che accettano la pur confortevole sistemazione, e queste poche in genere non lo
fanno per una conversione, ma per convenienza, allo stesso modo che
molti mafiosi si pentono per interesse. Sono in gran parte donne anziane
o malate, ormai fuori mercato, alle quali conviene essere accolte in una
pensione gratuita “vita natural durante”. Queste poche che smettono, sono
subito rimpiazzate da altre importate dall’Africa, dall’America latina o
dall’Est europeo, ragazze in gamba e promettenti per questo mercato in continua
espansione.
Come non ci sarebbero i ladri, se non ci fossero i
ricettatori, così non ci sarebbero le prostitute, se non ci fossero i clienti
che le cercano e le pagano profumatamente, tanto che qualcuna di esse si è
addirittura arricchita, avendo saputo
lavorar bene in proprio. Questi preti così bene intenzionati, che si
dedicano alla conversione delle lucciole, dovrebbero dedicarsi al recupero dei
puttanieri; così, tolta la causa, si toglie l’effetto. Ma a questo recupero, e
specialmente all’educazione sessuale e morale dei giovani, nessuno si dedica, e
molti ecclesiastici danno anche, in merito, cattivo esempio. Quel che è peggio
è che di questo mercato molto lucroso, perché esentasse, si è impadronita la
malavita organizzata, che lo gestisce profittevolmente assieme a quello della
droga e del pizzo.
Non voglio dilungarmi su questo argomento, perché
ne ho parlato anche in altre parti di questo opuscolo, e non vorrei ripetermi.
Sono sicuro che molti saranno d’accordo con me nell’auspicare il ripristino del
regime delle «case chiuse», controllate dalla Magistratura, dalla Questura,
dalla Sanità e anche dal Fisco. Questo della prostituzione è un problema che ho
portato come esempio, per dimostrare che i problemi veri (e sono tanti, tra cui
quello della monnezza) non si risolvono con belle parole o piccole pur
lodevoli iniziative, ma con interventi energici e radicali, anche se politicamente
non corretti.
Gli antichi Greci per noi più noti e
rappresentativi di quella ammirevole civiltà, cioè gli Ateniesi, nell’epoca
d’oro della loro storia democratica, che fu il quinto secolo avanti Cristo,
venivano educati al civismo da filosofi come Socrate e Platone, al diritto e
alla politica da oratori come Lisia e Demostene, alla religione e alla morale
da drammaturghi come Eschilo, Sofocle ed Euripide.
Sì, il teatro era per gli Ateniesi una scuola.
Anche la commedia, come quella di Aristofane e Menandro, aveva un intento
formativo per l’uomo e il cittadino, ma io mi riferisco qui ai tragediografi.
Le opere di questi venivano rappresentate durante le Dionisie, feste in onore
di Bacco, in un concorso in cui ogni partecipante doveva presentare una
trilogia e un dramma satiresco. Le tre tragedie erano correlate, in quanto
riguardavano un personaggio o un episodio storico o mitico in una scansione
temporale. Le vicende erano lugubri, talora terrificanti, e finivano in una
catastrofe che lasciava negli animi un senso di smarrimento e quasi di paura.
Perciò l’ultima rappresentazione della giornata era il dramma satiresco, di
argomento leggero e scherzoso, che serviva a licenziare gli ascoltatori con
pensieri e fantasie più ottimistiche se non liete.
Infatti le tragedie riguardavano fatti luttuosi,
con implicazioni religiose, politiche e morali, e servivano all’educazione
civica e patriottica che la polis, cioè il Governo, impartiva
doverosamente a tutti i cittadini. Questi non solo non dovevano pagare per
andare al teatro, ma avevano pagata, con un obolo, la giornata lavorativa
perduta; e un obolo era considerato un indennizzo adeguato.
Durante le rappresentazioni sceniche delle Dionisie
gli Ateniesi passavano al teatro quasi l’intera giornata, e assistendo alle
tragedie provavano forti emozioni e talora veri e propri patemi. Ecco perché
dovevano essere ristorati, prima di tornare a casa, da scenette allegre, talora
esilaranti, ironiche, allusive, umoristiche e garbatamente (non sempre)
provocanti, le quali alleggerivano e rinfrancavano il loro animo.
Ho voluto ricordare questo costume ateniese perché
lo considero ragionevole e quasi esemplare, in quanto l’uomo non è solo sapiens, ma anche ludens, e dopo aver riflettuto a doveri o problemi seri e talora
angoscianti, ha bisogno di rilassarsi un po’, di ridere anche, o almeno
sorridere.
Per questo ho deciso di chiudere questo opuscolo
con un capitoletto più leggero che, se non farà sorridere, non aduggerà il
lettore con altre problematiche serie e preoccupanti. Voglio infatti raccontare
una novella, o piuttosto favola, che lessi nei miei lontani anni di Ginnasio e
mi è rimasta nella memoria come tante altre favole, perché esse hanno sempre
una morale, un insegnamento di vita. Naturalmente io la racconterò a modo mio,
perché, per fortuna, sulle favole antiche non c’è «proprietà letteraria» e non
posso essere chiamato a rispondere di plagio. Oggi c’è la proprietà esclusiva
non solo per le parole, gli strumenti e le invenzioni, le piante e le sementi,
ma anche per le fogge dei vestiti e delle scarpe, e guai a imitarle senza
pagare i diritti di autore.
Io ho messo i miei scritti in Internet, rinunciando
a ogni proprietà letteraria, perché penso che le idee buone, se uno le ha, non
deve venderle, ma fornirle gratuitamente a tutti quelli che le vogliano
conoscere. Io anzi mi sento per così dire obbligato ai miei lettori; mi sento
in debito verso di loro, ma purtroppo non posso pagare loro l’obolo per
indennizzarli del tempo perduto, perché non li conosco e non so se esistono, in
quanto non ho certezza che qualcuno abbia letto le mie opere, se non tutte
(quindici) almeno qualcuna. Comunque racconterò la novella a cui ho accennato.
Tanto tempo fa, e forse all’inizio dei tempi, visse
un padre il quale, a distanza di poco tempo l’uno dall’altro, ebbe tre bei
figli, sani e vitali, che ben presto rivelarono caratteri alquanto diversi: il
primo era molto sicuro di sé, decisionista e anche un po’ orgoglioso perché era
il primogenito, il secondo era più modesto e alquanto timido, il terzo era
anch’esso sicuro di sé e nient’affatto propenso a rispettare i fratelli
maggiori, e crescendo diventò un po’ scontroso e intollerante. Il buon padre
era attento ai loro comportamenti, che non sempre gli piacevano, e cercava di
migliorare i loro caratteri con ammonizioni e richiami.
Siccome i richiami collettivi erano poco efficaci,
il padre volle tentare un approccio più personale, e dare a ognuno un incentivo
con l’offerta di un premio, come riconoscimento di una più devota obbedienza.
Egli aveva un prezioso anello con una splendida
gemma, che era l’emblema del suo casato e il simbolo della sua autorità. In
qualche circostanza lo aveva mostrato ai figli, esortandoli alla virtù, perché
quell’anello, diceva, era simbolo dello splendore della virtù che era il vanto
e il merito della famiglia. Allora si rivolse in segreto a un abile orafo e ne
fece fare altri due del tutto uguali ad eccezione della gemma, la quale era
simile ma non uguale a quella originale, che solo il padre riconosceva per una
particolare trasparenza alla luce del sole.
Ciò fatto, chiamò
a sé i figli uno per uno, e parlò a ognuno press’a poco così:
«Caro figlio, vedo che ti comporti benino, ma devi
migliorare per rendermi pienamente soddisfatto. Cerca di solidarizzare di più
con i tuoi fratelli, perché siete figli dello stesso padre. Io ho piena fiducia
in te, e sono sicuro che non solo migliorerai te stesso, ma col tuo buon esempio
cercherai anche di migliorare gli altri. Come tu sai, io posseggo quell’anello
prezioso, che devo assegnare come premio a quello di voi che meglio segue le
mie direttive. Siccome io conto su di te, ecco che l’anello te lo consegno come
pegno e sprone, ritenendoti degno di conservarlo e onorarlo. Però non lo devi
dire a nessuno e tanto meno ai tuoi fratelli, per non suscitare gelosia e
invidia. Non essere orgoglioso del tesoro che io ti consegno, ma mostrati
sempre generoso e accogliente con tutti, e tanto più con i tuoi fratelli.»
Ognuno dei figli, felice per l’esclusivo anello
ricevuto, organizzò degli incontri con i fratelli per cercare il modo di vivere
di buon accordo, come aveva raccomandato il padre. Ma siccome ognuno credeva di
valere più degli altri, perché con l’anello pensava di aver ricevuto la
primazia, un brutto giorno il loro colloquio degenerò e l’incontro divenne
scontro, perché non erano d’accordo sul ruolo che ognuno di loro aveva nella
famiglia e nei riguardi del padre. Il primogenito disse che lui era non solo il
primo, ma anche il più vicino al padre, quello che lo conosceva meglio, il suo
rappresentante in seno alla famiglia. Siccome gli altri due dissero che la sua
era una pretesa senza fondamento, perché essi erano tutti uguali, il
primogenito tirò fuori l’anello del padre, dicendo che era stato dato a lui
come segno di primazia.
Il secondo e il terzo figlio rimasero allibiti, ma
subito si ripresero mostrando anch’essi i loro anelli esclusivi. Siccome constatarono
che essi erano perfettamente uguali, rimasero perplessi, e decisero di andare
insieme dal padre per chieder ragione del fatto per loro inspiegabile di un
anello unico diventato triplice.
Con tutto il rispetto che avevano per il padre, le
loro parole furono alquanto risentite, come se il padre si fosse preso un po’
gioco di loro. Il padre ascoltò pazientemente le loro lamentele, li fece
sfogare sino in fondo, poi pacatamente rispose:
«L’anello originale è uno solo, gli altri due sono
copie. Quello vero lo conosco solo io, e l’ho consegnato a chi io solo so. L’ho
consegnato a colui che penso osservi meglio il mio precetto, e fa meglio la mia
volontà.»
Allora il primogenito disse:
«Qual è dunque il tuo precetto? Diccelo, perché
tutti vogliamo osservarlo e fare la tua volontà.»
Il padre rispose:
«E’ molto semplice e ve l’ho detto più di una
volta. “Fa’ agli altri quello che vorresti fatto a te, non fare agli altri
quello che non vorresti fatto a te”. Se seguirete questa regola di
comportamento farete la mia volontà.»
Allora il terzo figlio chiese:
«Ma chi sono questi altri? Gli altri uomini non sono della nostra famiglia, e alcuni ci
sono del tutto estranei. Perché li dobbiamo rispettare?»
Il padre rispose:
«Dovete amare tutti come voi stessi, perché sono
vostri fratelli, figli dello stesso Padre Celeste. Dovete amare tutti, anche
quelli che vi sembrano ostili.»
Il figlio replicò:
«E’ un precetto molto duro e difficile a seguirsi.
Ma io vorrei sapere chi di noi ha il vero anello. Sapendolo, potremo meglio
regolarci per fare la tua santa volontà.»
Il padre rispose:
«Avete l’intelligenza e il libero arbitrio; dovete
farvi guidare dalla ragione e dalla retta coscienza. Solo alla fine dei tempi
io vi rivelerò tutta la verità e vi giudicherò uno per uno secondo le opere da
voi fatte.»
I tre figli se ne andarono un po’ perplessi, ma
ognuno convinto di possedere lui l’anello della verità.
La morale della novella, o favola che sia, è
evidente a tutti.
I tre figli rappresentano le tre religioni
monoteiste, che adorano l’Unico Dio, Padre universale e Creatore del Cielo e
della terra. Lo adorano con riti diversi e lo chiamano con nomi diversi: Iahvè,
Allah, Signore Dio, ma è sempre Lui, il Padre di tutti e il Signore di Tutto.
Ebrei, Cristiani e Mussulmani proclamano che Lui è Giusto e Misericordioso. Ma
è anche severo, e non è affatto contento di quei suoi figli che disprezzano gli
altri o, peggio, li perseguitano e uccidono come nemici, mentre invece sono dei
fratelli, figli dello stesso e unico Padre, il quale alla fine giudicherà ognuno
di essi dalle loro opere, e darà il premio o la pena eterna a ognuno secondo il
suo merito.
Roma, Natale 2007.
[1] Il termine di etimologia greca inventato dal More per la sua Utopia, da nome proprio, è diventato nome comune, per indicare una costruzione fantastica non solo di un reggimento politico, ma anche di un ideale irraggiungibile.
[2] San Paolo, riferendosi allo stesso episodio, dice che «ne caddero in un solo giorno ventitremila.» Aveva letto male il testo dell’Esodo, o la strage fu quale egli afferma ? (1ª lettera ai Corinzi 10,8)
[3] «Abramo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere, quando offrì Isacco suo figlio, sull’altare?» (Lettera di Giacomo 2,21)
[4] Consiglio di leggere in proposito il coraggioso libro di Roberto Saviano (Gomorra-Mondadori 2006)
[5] Vedi articolo 2383 pag. 582.
[6] Legge 194 del 1977.
[7] Dt 25,5-6
[8] La pillola del giorno dopo è giustificata quando la donna abbia avuto un rapporto non previsto o con una persona a rischio o subendo violenza.
[9] Catechismo par. 2352 (pag.574); Compendio par.492 (pag.131)
[10] Significa «Dio è forte». Un passo della Genesi (cap.32, v.29) dice che Giacobbe combatté addirittura con Dio: «hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto.» Che cosa dobbiamo pensare?
[11] La Bibbia ce ne nomina otto dalle quali ebbe 19 figli «senza contare i figli delle sue concubine» (1 Cr, 3,9).
[12] Gn 30, 31 ss)
[13] Gn 19, 30 ss)
[14] pag. 2229
[15] e anche Platone con la sua teoria della reminiscenza delle idee.