Bruno Camaioni

 

 

 

 

 

 

IDEE

NON POLITICAMENTE CORRETTE

***

Prima parte


ANAGOGICA

 

Opere di Bruno Camaioni

Notizie sull'autore

 

Bruno Camaioni è nato a Grottammare (AP) nel 1917, si è laureato in Lettere all'Università di Roma nel 1940, ha insegnato in varie città italiane, ed era preside di un liceo classico quando è andato in pensione. Ha scritto diverse opere (poesie, romanzi, studi sul Manzoni, opuscoli su argomenti religiosi ecc.) che non ha mai pubblicato, facendole circolare solo tra parenti, amici e conoscenti.

Uno di costoro, ritenendo che esse siano interessanti e anche formative per i valori che inculcano, ha preso l'iniziativa di metterle man mano in rete, affinché chiunque le possa leggere liberamente e senza spese.

 

Note sul diritto d'autore

 

Delle opere pubblicate di Bruno Camaioni ne è consentita la copia e la distribuzione gratuita, su qualsiasi supporto, preservandone l'integrità (inclusa la presente dicitura) e citandone l'autore.

 

Altre opere attualmente disponibili in rete (anche attraverso eMule):

Il Problema del Male - Riflessioni; Eremita a Orgosolo - Romanzo; L'Aiuola Contesa - Romanzo; Riassunto de "I Promessi Sposi" - con commento estetico e morale; I Personaggi de' "I Promessi Sposi" - Saggio; I Doveri del Cristiano - Saggio; L'Antico Testamento - Tutta Parola di Dio? - Saggio; La Chiesa di Cristo e la Mondanizzazione -Saggio; Il Messaggio di Dante - Saggio; Una vita interessante - Luigi Mercantini Il Tirteo Marchigiano - Biografia; Historia Magistra - Saggio; Le meditazioni di Dante nel Purgatorio - Saggio: Poesie Varie.

Le opere sono depositate.


 

 

 

 

 

INDICE

 

 

 

 

                       

1 - OMOLOGAZIONE. 5

2 - LA DEMOCRAZIA: OPTIMUM REGIMEN?. 7

3 - LA PENA DI MORTE. 21

4 - LA LEGGE MERLIN.. 41

5 - DIVORZIO.. 46

6 - ABORTO.. 51

7 - EUTANASIA.. 60

8 - I TRE ANELLI 67

           


Obsequium amicos, veritas odium parit.

 

(Terenzio, Andria v. 68)

 

 

1 - OMOLOGAZIONE

 

 

 

In questo nostro mondo politicamente, socialmente ed economicamente così sconquassato, c’è qualcosa che almeno nel mondo occidentale, e senz’altro in Italia, è universalmente accettato e proclamato. Si tratta di un blocco di idee che i maestri di pensiero e i media con efficace campagna pubblicitaria hanno imposto all’opinione pubblica, e ormai tutti affermano, se non altro in pubblico. 

In privato e tra amici fidati spesso la pensano diversamente; ma guai a dire in pubblico le verità non politicamente corrette!

Chi ha osato farlo è stato bersagliato tanto da tutte le parti, che ha dovuto rimangiarsi le imprudenti parole e chiedere anche perdono. La «massa» comanda e si impone. E quando dico massa non intendo soltanto  quella che detta legge nelle piazze anche con la violenza, ma soprattutto la corporazione degli intellettuali (giornalisti, scrittori affermati, cattedratici, capi politici, registi, attori, cantanti ecc.) i quali, facendo massa per loro tornaconto, pontificano con la carta stampata o meglio comparendo continuamente sugli schermi grandi o piccoli.

Costoro non si devono spremere il cervello per cercare la verità; basta che ripetano idee politicamente corrette e da tutti accettate e gradite. Queste idee costituiscono la «vulgata» dei mediamente inculturati, e tutti quelli che vogliono avere successo (o più modestamente non avere guai) si adeguano ad essa e cantano nel coro, perché cantare fuori dal coro significa offrirsi come facile bersaglio degli omologati.

Tutti oggi vogliono essere «omologati», cioè essere ufficialmente riconosciuti come pensatori moderni e aggiornati, conoscitori delle verità che quella «massa» (cui prima ho accennato) afferma e impone. Sono quegli «idōla» (specus, tribus, fori, theatri) che quasi tutti adorano talora senza neppure accorgersene, come sostiene Francesco Bacone (1561-1626) nel «Novum Organum». Infatti adorarli torna naturale oltre che utile per il successo.

Io non fo certamente parte di quella intellettualità di cui ho parlato, conosco la loro «vulgata» ma non intendo accettarla supinamente come «verità rivelata», e quindi mi permetto in questo opuscolo di esporre alcune idee non politicamente corrette. So che ben pochi leggeranno il mio scritto, disperso come una piccola pagliuzza nel gran pagliaio e anche letamaio di Internet, e quindi sono sicuro di non suscitare pericolose reazioni.   

Il grande Manzoni nel suo romanzo si rivolgeva ai suoi «venticinque lettori»; io, piccolo scrittore, da quanti potrei essere letto? Tuttavia sento il dovere  di esporre le mie idee, nella speranza che a qualcuno non sembreranno del tutto prive di logica, e anche nella certezza che saranno condannate pregiudizialmente da tutti quelli che seguono la «vulgata».

Nei successivi capitoletti prenderò in esame, una per una, certe idee conclamate, sulle quali io ho qualcosa da ridire. E comincio dalla parola più pronunciata, dal concetto più affermato, dalla forma di governo più osannata, cioè dalla democrazia.

 

2 - LA DEMOCRAZIA: OPTIMUM REGIMEN?

 

 

 

Nel mondo occidentale il governo democratico è universalmente ritenuto il migliore dei regimi politici. Anzi, l’unico regime politico accettabile, per cui i popoli civili lo devono imporre a quelli «incivili» anche con una guerra «preventiva». E’ quello che l’Occidente (Europa e Stati Uniti) hanno cercato di fare in alcuni scacchieri geopolitici (Balcani, Afganistan, Irak, la stessa URSS ecc.), e ognun vede con quali risultati, e quindi dobbiamo riflettere su questa idea di «optimum regimen», che nella prassi si rivela un vero pregiudizio (idōlum).

Cicerone nel primo libro del «De republica» dice che ognuno dei reggimenti politici (monarchia, aristocrazia, democrazia) è per sé imperfetto e la forma di governo meno imperfetta è quella che possa amalgamare i tre concetti istituzionali.

Polibio (200-118 a. C.), grande storico greco di cose romane, prende in esame i vari regimi politici dal punto di vista della loro idoneità, equità e stabilità. Egli era un grande ammiratore della costituzione romana del suo tempo, cioè prima delle guerre civili (i Gracchi, Mario e Silla, Cesare e Pompeo, Ottaviano e Antonio) che avrebbero smentito la sua analisi molto positiva della “Res publica Romanorum”.

Egli affermava che la Costituzione repubblicana di Roma si dimostrava molto equilibrata, con i giusti pesi e contrappesi, e quindi capace di durare e resistere alla corruzione.

Il regime monarchico infatti si può corrompere in dittatura o (peggio) in tirannia; quello aristocratico (= governo dei migliori) può diventare oligarchia (governo dei pochi) o plutocrazia (governo dei ricchi).  Secondo Polibio anche la democrazia si può corrompere in oclocrazia (dominio della piazza, dei molti minacciosi e violenti). Infatti per lui il demos, il popolo, non era l’oclos , cioè la folla brutale e ignorante, che obbedisce solo all’istinto belluino e alla «pancia», ma quel ceto medio di agricoltori, artigiani, piccoli commercianti che non erano schiavi della pancia, ma erano consapevoli dei loro doveri verso la «città», desiderosi del benessere generale nell’ordine e nell’equità.    

Polibio sapeva bene che la famosa democrazia ateniese (che anche allora era portata ad esempio) dopo le ammirevoli prove del periodo delle guerre persiane (V sec. a.C.), si era corrotta, era diventata già dalla fine di quel secolo una rissosa, sospettosa, calunniosa e violenta oclocrazia, la quale aveva osato condannare a morte il più giusto e meritevole dei cittadini, Socrate. Costui educava alla verità e alla giustizia i giovani discepoli, inculcando nei loro animi  i principi della morale, basati sulla vera religiosità (sottomissione a Dio e alla sua legge infusa nella retta coscienza) e sull’esercizio delle virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza). Il cittadino Socrate per le sue benemerenze avrebbe meritato di essere accolto onorevolmente nel Pritaneo, cioè nel palazzo del Governo; ma i demagoghi riuscirono a farlo condannare a morte addirittura per irreligiosità e corruzione dei giovani! Ecco a che eccessi porta la democrazia corrotta, cioè l’oclocrazia.

Secondo Polibio, la Costituzione romana (quella del suo tempo) non rischiava di corrompersi allo stesso modo, perché era equilibrata. Essa infatti aveva il buono del regime monarchico nei due consoli (come i due re spartani), il meglio del regime aristocratico nel Senato, l’ottimo del regime democratico nei comizi tributi, assemblee deliberative a cui partecipavano col voto tutti i cittadini, ricchi e poveri, divisi per tribù territoriale (noi diremmo per rione o quartiere).

Questa ottimistica valutazione della costituzione romana del III sec. a. C. è anche in Cicerone (106-43 a.C.) che nel I libro del «De Repubblica» (55 a.C.) fa dire a Scipione Emiliano che l’optimum regimen è questa equilibrata unione di monarchia , aristocrazia e democrazia.

Se Polibio fosse vissuto più a lungo, tanto da vedere le guerre civili nelle quali sfociò quella Costituzione ottimale,  che ben presto divenne monarchia assoluta e in seguito spesso anche tirannide, non ne sarebbe stato così entusiasta, e avrebbe concluso che un regime perfetto non esiste, e che anche l’idoleggiata costituzione romana è corruttibile. Noi oggi possiamo con ragione affermare che l’osannata democrazia quasi sempre si corrompe.

Attualmente la più grande e ammirata democrazia del mondo è quella statunitense. Ebbene, che cosa c’è in essa di ammirevole?

 Per guadagnare il voto, cioè per essere delegati a governare, i maggiorenti dei due partiti in lizza spendono miliardi di dollari con una pubblicità spesso ingannevole e una propaganda aggressiva e senza esclusione di colpi, messa in atto non solo dai partiti in lotta (repubblicano e democratico), ma anche dalle grandi corporazioni economiche e finanziarie (del tabacco, delle armi, delle bibite, della frutta, dell’informatica, del cinema, dell’editoria, della ristorazione, della sanità ecc.), le quali spendono enormi somme per far eleggere i loro candidati, cioè quelli che, una volta al governo, sosterranno i loro interessi corporativi, a danno della collettività e in barba alla giustizia. Questa è una democrazia o non piuttosto una plutocrazia cioè l’oligarchia dei dominatori del campo industriale, economico e finanziario?

Lascio il giudizio ai lettori. Un quadro realistico della corruzione della democrazia statunitense è dato dal romanzo “La verità del ghiaccio” (2001) di Dan Browm.

Le  cose sembrano andare un po’ meglio nel Regno Unito il quale, a cominciare dalla “Magna Carta libertatum” (1215), ha continuamente modificato la sua costituzione adattandola ai tempi sino ad arrivare all’attuale bipartitismo di conservatori e laburisti, che abbastanza lealmente si confrontano, formando maggioranze (e quindi governi) abbastanza coese e minoranze (opposizioni) abbastanza intelligenti, e quindi con alternanze abbastanza giustificate, che però denotano anch’esse la notevole influenza della propaganda mediatica, che per influenzare le votazioni non rinuncia neppure in Inghilterra ai colpi bassi dei pettegolezzi e degli scandali.

Tuttavia, se nell’isola la democrazia non è completamente corrotta, forse è perché è più antica e radicata, e una parte di merito va alla tradizione monarchica che beneficamente influisce nell’opinione pubblica, facendo da efficace moderatore ed equilibratore, e quindi giovando a una certa stabilità.

Se ora diamo uno sguardo alla democrazia italiana, dobbiamo riconoscere che essa è, come la stessa unità nazionale, piuttosto recente, debole e già molto corrotta, rissosa e talora violenta, cioè tutt’altro che democratica. Ci sono ampie plaghe della Penisola in cui regna e governa non lo Stato, con le sue leggi equanimi, ma l’Anti-Stato, con le sue leggi terroristiche che seminano la paura e impongono l’obbedienza e l’asservimento sociale ed economico. Dove non domina l’antistato terroristico, domina quello furbastro, ingannevole e fraudolento delle varie corporazioni segrete e non, legali e non, ma comunque dominanti nella finanza, nell’editoria, nello sport, nello spettacolo, le quali fanno nel loro campo il bello e il cattivo tempo e manipolano coi media l’opinione pubblica, che finisce con l’esserne asservita, talora senza rendersene conto. 

E quanti dei VIP dei vari campi, compreso quello  dello spettacolo, sono immuni da scandali o illegalità? Eppure essi sono ammirati e, se si candidano alle elezioni politiche o amministrative sono votati, perché molti elettori pensano non al bene comune ma al proprio tornaconto. E un capo politico corrotto è quello che lo può favorire illegalmente, mentre l’uomo politico onesto, che mira all’equità e al bene comune, non favorirà mai nessuno illegalmente, e quindi a certa gente egli non serve.

La democrazia italiana è talmente corrotta e minata dall’interno, che per essa sembra difficile ogni recupero alla legalità e all’ordine, perché i partiti mirano solo al potere, cioè all’occupazione della cosa pubblica, per arricchire i loro maggiorenti e favorire i loro gregari, mentre il bene pubblico viene obliterato.

La partitocrazia ha affossato la democrazia.

Quando la democrazia è giunta a tal punto di corruzione, diventa confusa  oclocrazia, per reazione alla quale si cade talora nella dittatura, perché solo questa a un certo punto appare capace di mettere fine al disordine, all’illegalità e alla violenza; e la gente onesta e operosa anela soprattutto alla sicurezza nella legalità. La gente comune non sa che farsene della libertà che è diventata licenza, perché non c’è ordine né rispetto della legge. In una tale democrazia c’è libertà solo per la delinquenza organizzata o non, mentre il povero cittadino vive nel timore, e talora nel terrore della malavita imperante.

Una democrazia come questa nostra non è dunque recuperabile senza una dittatura, e magari un bagno di sangue, cioè una guerra civile come quella che avemmo nel 1919-22 e che sfociò nel Fascismo? E questo Fascismo in seguito ci ha dato la folle e disastrosa guerra del 1940-43 e poi la guerra civile del 1943-45, la quale nel 1946 ha fatto cadere la Monarchia e nel 1948 ci ha dato una bene intenzionata e bella «Repubblica democratica fondata sul lavoro».

Ma le “buone intenzioni” dei padri fondatori (tra i quali il più meritevole fu De Gasperi) furono ben presto calpestate, e ora dominano le “cattive intenzioni”. La bella Repubblica è dunque definitivamente spacciata?

No di certo, ma è recuperabile solo se tutti gli onesti, che sono la maggioranza, non se ne staranno timorosi in disparte, ma usciranno finalmente allo scoperto, e alle elezioni daranno il voto compatto al capo di un partito di grande mente e grande animo, capace e soprattutto energico e impavido nel servizio dello Stato e nell’opera di riforma di esso. Dovrebbe essere un capo carismatico, una specie di apostolo civile, che non tema di esporsi all’incomprensione e anche all’odio. Dopo la guerra civile del 1943-45 l’Italia ebbe un tale uomo in De Gasperi che cercò di risanare l’Italia, avviandola alla vera democrazia, ma quelli del suo stesso partito, interessati solo al potere, non gli fecero compiere l’opera. Infatti tale capo carismatico, per operare efficacemente, dovrebbe poter agire in una Costituzione diversa dall’attuale, che ora ardisco abbozzare.   

Esso dovrebbe essere nello stesso tempo Capo dello Stato e del Governo, i ministri dovrebbero essere tutti di sua scelta e di sua fiducia, e il parlamento monocamerale (di soli 100 deputati) non dovrebbe avere iniziativa legislativa ma solo discutere, approvare o respingere i disegni di legge presentati dal Governo. Solo in tal modo si potrà avere una legislazione coordinata ed efficiente, e non scoordinata, multiforme, prolissa e contraddittoria come è quella di oggi (multae leges, nulla lex).

Questo capo carismatico  dovrebbe avere ampia possibilità di attuare semplificazioni e accentramenti amministrativi, eliminando tanta superflua burocrazia. Dovrebbe anche realizzare un nuovo codice civile, penale e di procedura, snellendo il processo ed eliminando «il troppo e il vano» che oggi inceppano l’azione giudiziaria.

Dovrebbe governare con questi ampi poteri per almeno cinque anni, e poter essere confermato anche più di una volta, se si dimostra all’altezza del compito.

La mia è forse una bella utopia, ma non è una cosa impossibile, anche se è certamente difficile. Infatti solo un capo carismatico, che sia anche genio politico e vero apostolo civile può realizzare un tale radicale cambiamento per risanare una democrazia gravemente malata. Una cosa simile seppe realizzare in Turchia, dopo la sconfitta della guerra 1914-18, nel crollo dell’Impero Ottomano, il Generale Kemal Atatürk (= il Padre dei Turchi).

Egli fu capace non solo di fondare una Repubblica laica, ma anche di far cambiare ai suoi concittadini il codice (dalla Sharia a quello napoleonico), e addirittura l’alfabeto (da quello arabo a quello latino). Per far tutto ciò dovette poter governare dal 1923 alla morte (1938) con grande rigore, senza curarsi dei molti scontenti e oppositori.

E’ naturale che tutti coloro che, con le riforme egualitarie, perdono le loro posizioni di privilegio (di certe cariche) o di monopolio (di certi servizi, commerci o professioni), scendono in piazza per protestare, anche violentemente o manovrano nell’ombra per ordire complotti.

Ma il grande riformatore, che mira soltanto al bene della collettività, deve andare diritto per realizzare il suo programma, e anche i cittadini onesti dovrebbero, se non aiutarlo, almeno non ostacolarlo nella sua opera risanatrice, anche se essa talora appare troppo energica.  

«A mali estremi, estremi rimedi.» dice il proverbio.

Per esempio, come si potrebbe in Italia sconfiggere la mafia e ogni tipo di delinquenza organizzata senza usare la mano pesante? La sapienza giuridica romana affermava «Summum ius, summa iniura.» Cioè: l’osservanza formale e meticolosa della legge (summum ius) impedisce l’energico contrasto alla delinquenza e quindi favorisce l’illegalità, rendendola peggiore (summa iniuria). Anche la saggezza popolare ribadisce lo stesso concetto: «Il medico pietoso rende la piaga cancerosa.» Cioè il curante che per non far soffrire il malato non adopera subito il bisturi per eliminare certe piaghe incancrenite, finisce per renderle inguaribili e mortali.

I Romani nelle situazioni di gravissimo pericolo per la Repubblica eleggevano un dittatore, al quale davano «carta bianca» cioè pieni poteri per sei mesi almeno. Anche nelle monarchie costituzionali e nelle democrazie esiste la cosiddetta «legge marziale», per cui sono sospese le normali garanzie giuridiche. La si proclama quando lo Stato corre estremo pericolo per nemici interni o esterni, ai quali sarebbe somma stoltezza concedere libertà di manovra, e quindi possibilità di nuocere mortalmente.

In questi casi la limitazione della libertà è temporanea ed è necessaria per ristabilire una reale libertà,  una effettiva sicurezza senza la quale non c’è vera democrazia.

A quei giudici che non esitano a incriminare il carabiniere o il poliziotto che usa la maniera forte per contrastare un delinquente ribelle e violento, perché (dicono) la legge non lo permette, vorrei ricordare l’episodio evangelico dei venditori cacciati dal tempio. Ne parlano tutti e quattro gli evangelisti (Mt 21, 12-13; Mc 11, 15-17; Lc 19, 45-46; Gv 2, 14-16), perché quell’azione di Gesù sembra ad essi rimarchevole ed esemplare. La racconta più dettagliatamente Giovanni.

«[Gesù] trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi.»

Se Gesù Cristo oggi tornasse (in incognito) a scacciare i venditori dal sagrato dei vari santuari, quale condanna gli infliggerebbero i nostri solerti giudici, dato che lo farebbe usando la sferza e rovesciando i banchi come a Gerusalemme?  

L’agente dell’ordine, secondo questi signori giudici “scribi e farisei”, dovrebbe difendere i profanatori del tempio, e arrestare chi cerca di ripristinare il rispetto del sacro e anche la decenza. L’agente dell’ordine dovrebbe secondo costoro prendersi i pugni, i calci e gli sputi del malvivente violento senza minimamente reagire; se reagisce, come è ben naturale, è proprio lui a essere incriminato per violenza. I terroristi possono tessere le loro trame omicide e, se i carabinieri li arrestano, sono rilasciati da giudici compiacenti, quasi fossero eroici guerriglieri che combattono per il loro ideale, e vanno rispettati (e ammirati).

Ci sono per fortuna in Italia, specie in Sicilia, giudici eroici che hanno combattuto e combattono coraggiosamente ogni tipo di delinquenza, e talora pagano con la vita il loro zelo per la legalità e la giustizia, cioè per assicurare la sicurezza ai concittadini. Ma questi giudici integri e coraggiosi sono purtroppo pochi; la maggioranza vivacchia tirando in lungo certi processi (quelli che non includono pericoli, come quelli contro i politici e le forze dell’ordine), e non cominciando nemmeno quelli pericolosi, contro i malavitosi arrestati, i quali saranno poi liberati per decorrenza dei termini di detenzione.

Insomma in Italia non solo è corrotta la democrazia e quasi tutta la sfera amministrativa e politica, ma anche quella parte della magistratura, che fa corporazione e difende solo se stessa.   

E’ inevitabile che gli agenti dell’ordine, con tali giudici sempre pronti a incriminarli per eccesso di difesa o di reazione, finiscano per perdere ogni motivazione e impegno, e cerchino di vivacchiare anche loro, per arrivare alla pensione senza più rischiare la vita contro una malavita sempre più aggressiva e spietata, che spara sempre per prima e non perdona mai.

Questa critica contro la magistratura corporativa e autoprotettiva, che arriva anche a scioperare contro lo Stato per perpetuare e accrescere i propri privilegi, non è soltanto mia o dei soli carabinieri e poliziotti, ma di tanta gente onesta che io ho ascoltato in tutti questi ultimi anni.

E’ evidente che una tale magistratura, con una tale mentalità e cultura,  si è formata nel tempo con una gestione dei concorsi (e formazione delle commissioni esaminatrici) che ha sempre mirato ad autoriprodursi, a cooptarsi, per assicurare e anche accrescere il proprio potere, ai danni del potere legislativo e anche di quello esecutivo. E il Consiglio Superiore della Magistratura, che dovrebbe essere un organo di autocontrollo, è diventato l’organo dell’autoaffermazione corporativa.

Dopo questa digressione sulla nostra Giustizia, debbo tornare sull’argomento principale, cioè sulla democrazia, per completare la mia analisi.

Abbiamo visto che essa, così come oggi è realizzata in quasi tutti gli Stati, non è davvero l’«optimum regimen». Perciò molti filosofi, pensatori e legislatori hanno immaginato e descritto altre Repubbliche, a cominciare da Platone (427-347 a.C.).

Le opere di tutti costoro sono delle vere «utopie» cioè «non luoghi», luoghi immaginari, non esistenti e (forse) irrealizzabili, perché un governo perfetto può solo immaginarsi, mai realizzarsi, tenendo conto della natura umana, la quale per la sua intelligenza e libertà di azione è sempre portata alla prevaricazione.

Accennerò solo ad alcune di queste opere letterarie, proprio per dimostrare la loro natura utopica o ideologica. Esse vorrebbero realizzare una suprema «giustizia» nella convivenza umana, e per realizzarla immaginano un ordinamento per nulla realizzabile tenendo conto delle passioni umane.

Platone sottotitola la sua Repubblica con l’aggiunta «o della giustizia», perché è proprio questa virtù che egli vorrebbe far dominare sovrana negli ordinamenti governativi, e per farla regnare egli arriva anche all’assurdo. La giustizia è innanzi tutto equità, cioè tutti uguali: nessuno padrone nessuno servo, nessuno ricco nessuno povero, tutti con gli stessi diritti e con gli stessi doveri. I reggitori sono i filosofi, i quali studiano e impongono gli ordinamenti egualitari. Viene soppresso ogni interesse individuale, è imposta la più completa comunanza di vita: sono comunitari non solo i pasti, le case e i beni di consumo, ma anche le donne e i figli. I figli nati da uomini dappoco, da unioni non controllate, o comunque non sani e forti, dovranno essere esposti e fatti morire. Gli altri saranno allevati «in comune» in brefotrofi di Stato, da educatori pubblici, senza sapere quali sono i loro genitori, come del resto i genitori non sanno quali sono i loro figli. E’ insomma un comunismo totale e assoluto, che è anche concettualmente difficile a immaginare, perché pieno di contraddizioni e di aporie.

Infatti chi nomina questi filosofi, reggitori e controllori del tutto? Essi si auto-etichettano, si consorziano e si impongono? Dove sta la giustizia e l’uguaglianza? Essi impongono l’ordinamento da loro escogitato, dividono la popolazione in classi: classe dei guerrieri, classe dei produttori (contadini e artigiani), classe dei reggitori, i quali sono educati a parte e formati al loro compito con l’apprendimento coordinato di discipline sia scientifiche sia morali.    

Chi impedirà a questi reggitori onnipotenti di combattersi tra loro? chi farà da ostacolo a che diventino dei vessatori come i famosi «trenta tiranni» che terrorizzarono Atene dopo la sua sconfitta nella guerra del Peloponneso?

Insomma: «Quis custodiet custodem?»

Chi vigilerà sul custode? E prima ancora:

Chi sceglierà e formerà i custodi, cioè i cosiddetti filosofi, deputati (da chi?) a reggere lo Stato?

Insomma ognuno vede che la Repubblica di Platone, ponderosa opera in dieci libri, è la prima utopia nella quale si sia sbizzarrita la mente o meglio la sfrenata fantasia umana.

Lo stesso Platone si sarà accorto che era senza fondamento la costruzione statuale da lui immaginata; e infatti nella successiva vasta opera «Le leggi», di ben dodici libri, porta molti cambiamenti al suo progetto di Stato. Qui la proprietà privata non solo è ammessa, ma assicurata dallo Stato che dà a ogni capo-famiglia un uguale appezzamento di terreno, che addirittura può essere aumentato dall’assegnatario, col proprio lavoro, sino a quadriplicarlo; ma ciò che superasse il quadruplo sarebbe  confiscato. Anche il matrimonio non solo è ammesso (nella Repubblica c’era solo l’accoppiamento comunitario), ma imposto, tanto è vero che il celibe di età superiore a 35 anni deve pagare una tassa (lo stesso fece Mussolini).

Rinuncio a riportare altri dettagli della prolissa e curiosa legislazione di Platone; ma egli dice anche cose giuste. Per esempio lui ritiene che la pena dei trasgressori deve mirare al recupero morale e civile del colpevole; ma pensa che per gli incorreggibili sia necessaria la pena di morte.

Come si vede da questi brevi cenni, Platone nelle “Leggi” immagina qualcosa di più realistico che nella precedente “Repubblica”.

Ancora più realistico è Cicerone (106-43 a. C.) nella sua “Repubblica”, nella quale tiene presente l’equilibrata costituzione romana già lodata da Polibio, e nelle sue “Leggi”, in cui mette in risalto la saggezza giuridica e normativa insita nel complesso delle leggi delle Dodici Tavole.

 Nel medioevo San Tommaso D’Aquino (1225-1274) delineò un regime politico aderente alla concezione cristiana nel “De regimine principum ad regem Cypri”), i cui primi due libri sono certamente di sua mano, mentre gli altri due sono quasi certamente di suoi discepoli. Per il cristiano ogni autorità viene da Dio («non est potestas nisi a Deo» come dice San Paolo), e perciò il re è il rappresentante di Dio, incaricato di reggere gli uomini del suo Stato in modo che possano vivere nell’ordine, nella pace e nella sicurezza, che si possono realizzare solo praticando la giustizia. Il re è come il padre per i sudditi, che deve curare come figli. 

Quindi per San Tommaso il regime migliore è la monarchia illuminata, non dai «lumi» settecenteschi, ma dalla Grazia. Dalla dottrina tomistica deriva il legittimismo dei principi, basato sulla regalità «Dei gratia». Per San Tommaso anche l’aristocrazia (governo dei migliori) è un governo accettabile, mentre non lo sono l’oligarchia e la democrazia. Per il teologo infatti non è accettabile che il principio di autorità venga non dall’alto, ma dal basso.

Fu un santo omonimo, l’inglese Tommaso Moro (1478-1535) a delineare un altro regime perfetto, molto immaginario, nella sua opera latina “De optimo rei publicae statu deque nova insula Utopia”.[1] Sir Thomas More era un colto umanista e anche uomo politico, che divenne cancelliere del regno sotto Arrigo VIII, dal quale fu poi fatto decapitare perché si era opposto al suo scisma religioso; ed essendo morto per la sua fede papista fu canonizzato come «confessore» (non martire) nel 1935 da Pio XI. Gli anglicani invece lo rappresentano come un allegro uomo di mondo, ricco mercante, abile finanziere, politico fine e anche un po’ machiavellico; ma per i cattolici è un santo, perché affrontò senza esitazione la morte per aver contrastato il re nel suo scisma dalla Chiesa di Roma.

Il suo «ottimo regime politico» instaurato nella nuova isola è un po’ platonico e un po’ cristiano, descritto con un tono talora ironico o umoristico, quale si conviene a un inglese del secolo XVI in pieno Rinascimento.

Probabilmente egli fu indotto a immaginare uno Stato perfetto in questa isola inesistente dalle notizie di certe culture indigene che arrivavano dalle prime isole americane esplorate dagli Europei. La sua opera fu forse una pura esercitazione di un grande politico e profondo giurista, ma talora essa sembra un vero ghiribizzo letterario di uno che vuole intenzionalmente scandalizzare portando all’estremo principi giusti o ragionevoli.

Nell’isola da lui immaginata il lavoro è obbligatorio, ma la giornata lavorativa è di sei ore (oh che bello!), perché l’operaio deve coltivare anche la mente.

 La proprietà privata è abolita, tutto il terreno è dello Stato che lo distribuisce equamente.

Anche il denaro è abolito, e si torna al baratto delle merci.

I pasti devono essere molto frugali e presi in comune.

I metalli preziosi sono disprezzati, e l’oro serve solo a far catene per i prigionieri e tavolette da appendere al collo dei condannati.

Gli intellettuali sono improduttivi, e il loro numero va limitato.

Il principe, Utopus, è anche il legislatore, ma le leggi sono poche e chiare.   

La religione è quella cattolica, ma le altre sono rispettate, mentre è condannato l’ateismo.

C’è la coscrizione obbligatoria, per la difesa del paese, ma praticamente l’esercito serve solo per la sicurezza dei cittadini e l’ordine pubblico.

Infatti, se gli «utopici» devono fare una guerra esterna, assoldano gli Zapoleti, mercenari la cui morte in battaglia non li rattrista, perché essi in realtà vivono per la guerra, per uccidere o per essere uccisi.

Non voglio continuare con altri dettagli, che non  chiarirebbero molto la costituzione politica di quest’isola immaginaria. Chi la vuol conoscere meglio, se non  gradisce il latino, la può leggere in italiano nella traduzione di Tommaso Fiore (Bari, Laterza, 1942). Comunque è un testo non noioso, perché non lungo ed espresso con puro linguaggio, fine umorismo e rara capacità descrittiva.    

Pur non potendo prendere in esame gli altri innumerevoli scrittori che si sono cimentati a immaginare una forma perfetta di governo, cioè la loro utopia politica, voglio accennare al «Capitale» di Carlo Marx (1818-1883), perché anch’esso è una vera e propria utopia, che però vuol presentarsi come un trattato di economia politica su un fondamento di materialismo storico dorato da idealismo hegeliano.

Infatti Marx è un filosofo della sinistra hegeliana, quella berlinese dei «giovani hegeliani» i quali vogliono realizzare non uno Stato etico su principi quasi teologici, ma uno Stato assoluto basato su principi «scientifici». Egli critica il socialismo di stampo umanitario e solidaristico, che serve solo a lenire le miserie dei proletari; ipotizza uno Stato che risolva alla radice il problema dell’ingiustizia sociale, mediante la statalizzazione dell’economia e l’abolizione della proprietà privata.

A dire la verità “Il Capitale” si limita a dimostrare il circolo vizioso dell’economia capitalistica, la quale morde sé stessa ed è condannata a crollare dalla stessa sua evoluzione che la porta all’implosione; ma è evidente che il comunismo reale, instaurato in Russia da Lenin e Stalin, si basa sull’analisi marxiana, che qualche valente economista  ha giudicato un po’ cervellotica, messianica o millenarista.

La via per giungere alla realizzazione del comunismo è tracciata da Marx nel Manifesto  (1848): gli operai si devono unire in un unico partito e, con la lotta di classe e la rivoluzione, impadronirsi del potere, instaurando la dittatura del proletariato; quindi aboliscono la proprietà privata, statalizzano tutta l’economia, adeguano la produzione alla soddisfazione dei bisogni, realizzano l’effettiva uguaglianza di tutti, al fine di ottenere una pacifica e ordinata società senza classi, cioè senza più ingiustizie sociali.

L’utopia ideata da Marx, Engels e compagni è stata la più catastrofica, perché si è voluto realizzarla, e non con la persuasione, ma con la violenza e la guerra civile, con milioni di morti, e poi si è cercato di mantenerla con la tirannia poliziesca, con le prigioni, le condanne e i gulag. Invece della libertà e dell’uguaglianza questa utopia ha portato la schiavitù e la disuguaglianza più marcata, e lo Stato sovietico, per mantenersi e proteggersi, si è dotato di un grandissimo e armatissimo esercito, col quale poi si è lanciato  in una gara imperialistica per il dominio del mondo.

L’economia statalizzata si è dimostrata del tutto inadeguata a soddisfare i bisogni anche materiali dei cittadini, i quali si sentivano doppiamente frustrati, perché privati anche dei beni spirituali, quali la libertà di opinione e di religione, dato che lo Stato imponeva il dogma marxista e l’ateismo.

Tutte le precedenti utopie, come «La Nuova Atlantide» di Francesco Bacone (1561-1626), «La Repubblica di Oceana» di James Harrington (1611-1677) o «La Città del sole» del nostro Tommaso Campanella (1568-1639) sono state fantasiose elucubrazioni che nessuno ha tentato di realizzare, e per nostra fortuna non hanno causato né morti né feriti. Ci si può arrovellare a immaginare un regime perfetto, ma è un lavoro sprecato, perché esso non esiste, e si possono realizzare solo regimi forse migliori (o meno peggiori) di altri, perché più adatti a certi popoli e in determinate condizioni storiche.

L’uomo è portato a prevaricare, cioè a prevalere sugli altri, servendosi della sua intelligenza e della libertà di azione (libero arbitrio); è la tentazione primigenia (che la Chiesa chiama peccato originale) che seduce molti, e anche un buon governante può esserne tentato, allo stesso modo che una legge giusta può essere applicata ingiustamente da esecutori o giudici prevaricatori. Tuttavia quasi tutti quelli che si occupano di politica (nel senso originario di arte dell’organizzazione dello Stato, come la intendeva Aristotele) sono portati a immaginare un tipo di costituzione, che a loro sembra la migliore in assoluto o la migliore di quelle possibili. Ho parlato di arte politica (Aristotele dice tecnica o prassi) e non di scienza, perché il governo di una società richiede un progetto, una creazione ideale, artistica che però dovrebbe basarsi su dati empirici certi, se volesse realizzarsi.

Anch’io nelle pagine precedenti (10-11) ho abbozzato un tipo di  costituzione, che a qualcuno può sembrare cervellotica oltre che ingenua, e perciò voglio tornare su di essa, per dimostrare che cervellotica non è, ingenua forse sì, perché nessun partito la assumerà mai per suo programma.

Essa infatti è basata sui tre principi di potere (monarchia, aristocrazia, democrazia), ma contemperati in modo che nessuno di essi degeneri nell’opposto (tirannia, oligarchia, oclocrazia).

Il potere del Capo viene dal consenso popolare, perché è il demos che lo elegge, e quindi alla base del potere c’è la democrazia.

I candidati alla presidenza si possono presentare per iniziativa propria, o di associazioni o di partiti, ma per operare una prima selezione ogni candidatura deve essere presentata (con firma controllata) da almeno 1.000.000 di elettori. Sarà eletto  Capo dello Stato e del Governo il candidato che riceverà il 50% più uno dei voti, e se nessuno avrà tale risultato si farà il ballottaggio tra i primi due votati.

Il mandato sarà di almeno cinque anni, per permettere all’eletto di realizzare il suo programma di governo. Questo programma per sanare le molte malattie sociali ha bisogno del suo tempo; è come una medicina un po’  amara, che sul momento potrebbe non essere gradita, e perciò si deve dare il tempo perché essa manifesti i suoi effetti salutari.

E se il severo programma di governo dopo cinque anni rivela i suoi effetti benefici e il  presidente si dimostra all’altezza del compito, perché non confermarlo per altri cinque o anche dieci anni?

Il parlamento è unicamerale; quello bicamerale è nato per dare potere ai due ceti dominanti nella società ottocentesca, la nobiltà e i ricchi da una parte, il popolo dall’altra, e le due categorie si volevano controllare a vicenda. Oggi il doppio parlamento è un doppione inutile, che intralcia e complica l’azione legislativa, la quale diventa sempre più frammentata, prolissa e farraginosa, perché ogni gruppetto riesce a imporre le sue «leggine»o a inserire nelle leggi serie l’articolo o il comma che gioca a suo favore.

Perché ciò non avvenga le proposte legislative devono venire solo dal Governo, cioè dal Presidente e dai ministri da lui eletti; il Parlamento deve solo discuterle, e quindi  approvarle o respingerle. Se una legge proposta è respinta con i due terzi dei voti, non può essere ripresentata; in caso contrario può essere ripresentata con le opportune modifiche. E’ ovvio che sia il Parlamento sia le associazioni dei cittadini possono presentare al Governo le proposte che a loro sembrano opportune; ma è sempre il Governo che, se lo crede giusto, le deve accogliere e trasformare in un disegno di legge.   

Il Parlamento è di soli 100 deputati, eletti nei 100 collegi uninominali in cui sarà diviso il territorio nazionale. Oggi i rappresentanti del popolo sono più di mille,  danno il bello spettacolo che tutti vediamo, e costano allo Stato, cioè a tutti i contribuenti, una enorme somma, percependo ognuno più di 20.000 euro mensili. Non parliamo poi dello scandalo delle pensioni che spettano a questi privilegiati per soli due anni di cosiddetto servizio, in realtà di potere molto lucroso.

Nell’Ottocento, al tempo di Lanza e Sella, alcuni deputati rinunciavano alla carica per tornare alle loro professioni, perché il mandato parlamentare «non dabat panem»; oggi il mandato dà non solo potere, ma anche ricchezza, e si può capire lo sdegno o la rabbia dell’operaio o del modesto impiegato, che è fortunato se supera un migliaio di euro al mese, nel vedere questa dilapidazione del pubblico denaro.

Questo parlamento così ridotto nel numero e con bassi emolumenti, perché ci si deve candidare a deputato per servire la società e non per acquistare potere e ricchezza, rappresenta il principio aristocratico del reggimento, mentre il Presidente col suo Governo ne rappresenta il principio monarchico.

Quindi il potere parte dal popolo, cosciente e informato, quale era il demos ateniese, non dalla massa violenta e prepotente, che pensa solo a interessi egoistici, la quale Polibio chiama oclos; e quando questa massa si impone con la forza, non abbiamo più la democrazia, ma l’oclocrazia, la demagogia e spesso addirittura l’anarchia.

E dall’anarchia si passa quasi sempre alla dittatura, perché gli uomini anelano all’ordine e alla sicurezza, e per avere questi sommi beni sono talora disposti a rinunciare anche alla libertà, una volta che questa è diventata vera licenza.

3 - LA PENA DI MORTE

 

 

 

Debbo riconoscere che sento una certa esitazione ad affrontare questo tema, dato che proprio in questi anni tanta opinione pubblica, tanti movimenti politici, tanti Stati e parlamenti si mobilitano per far mettere al bando questa pena, considerata incivile e barbara, mentre io ritengo che in qualche caso essa debba essere irrogata, cioè per reati gravissimi. Ma non deve essere mai crudele il modo di applicarla.  

Cercherò di ragionare pacatamente per render ragione di questa mia opinione, che è politicamente scorretta e per molti scandalosa, e mi farà giudicare un retrivo reazionario oltre che, naturalmente, un cretino ignorante.

E, cominciando dalla realtà attuale, la pena di morte vige ancora in moltissimi Stati anche non mussulmani, come per esempio il Giappone. Vige in 38 dei 50 Stati USA, e rispecchia il convincimento pubblico, perché un sondaggio del dicembre 2006 rivela che essa è approvata dal 75% degli statunitensi.

In Italia la pena di morte è stata ufficialmente abolita nel 1948 dalla Costituzione (art. 27), ma per i reati militari solo nel 1994. Gli ultimi condannati a morte, nel marzo 1947, furono Giovanni D’Ignoti, Giovanni Puleo, Francesco Lo Barbero.

Nello Stato Pontificio essa fu vigente, e applicata spesso, sino alla fine (1870).

Per il Catechismo della Chiesa Cattolica (1992) essa è pienamente legittima «in casi di estrema gravità» (pag. 557-par.2266).

Nel Compendio di detto Catechismo, pubblicato nel 2005 sotto papa Ratzinger, si precisa che «i casi di assoluta necessità di pena di morte sono ormai molto rari, se non addirittura inesistenti.» (pag.127-par.469)

A quanto pare, dopo l’eccidio delle Torri Gemelle, con l’esplodere del terrorismo islamico in quasi tutto il mondo,con le madrase che inculcano la guerra santa e le moschee che organizzano attentati contro i cristiani e tutto il mondo occidentale, con la violenza spietata della malavita organizzata, il mondo è ora , per la Chiesa, diventato molto più ordinato e pacifico, e «i casi di estrema gravità» non si verificano più, per grazia di Dio, e possiamo mandare in pensione (non emerita) il barbarico patibolo col suo detestato boia. E’ evidentemente un cedimento alla vulgata dominante.

Gli oppositori della pena mi obietteranno subito:

«Come mai tu, che ti dichiari cattolico convinto, osi dire legittima una pena che è vietata dal Decalogo nel quinto precetto: “Non uccidere”»?

Rispondo: il Decalogo è il compendio della legge mosaica, molto carente dal punto di vista cristiano. Per esempio non c’è il precetto di amare tutti gli uomini come fratelli e tanto meno anche i nemici.

Mosè era un profeta armato, che si riteneva investito da Jahvè della missione di portare il popolo ebraico alla conquista della terra promessa, distruggendo i popoli che l’abitavano. Il quinto divieto, secondo lui, vale per l’uomo singolo, che vorrebbe compiere privatamente la sua vendetta uccidendo per un motivo personale; non per lui, Mosè, che uccide per un motivo ideale, religioso, come per una missione ricevuta. 

Infatti, a parte l’omicidio che lui commette in Egitto (Esodo cap.2, versetto 12), egli compie una vera strage proprio appena sceso dal Sinai con le tavole della legge, scritte dallo stesso Jahvè, il quale come quinto precetto aveva comandato: «Non uccidere» (Esodo, 20,13). Quando vide il popolo che danzava intorno al vitello d’oro, forgiato per loro dal fratello Aronne, preso dall’ira «scagliò via le tavole spezzandole ai piedi della montagna», compiendo in tal modo il più grave sacrilegio che si possa pensare: distruggere la scrittura di Dio! (Es 32,19)

Ma questo è niente. Chiama a raccolta i leviti e comanda:

«”Passate e ripassate nell’accampamento da una porta all’altra: uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente”. I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosè, e in quel giorno perirono circa tremila uomini.» (Es.32,27-28)[2]

Dopo la strage Mosè riunisce gli uccisori per ringraziarli:

«Ricevete oggi l’investitura del Signore; ciascuno di voi è stato contro suo figlio e contro suo fratello, perché oggi Egli vi accordasse una benedizione.» (Es.32,29)

E queste non sono eccezioni, dovute a uno scatto d’ira, perché tutta la legislazione mosaica è basata sulla pena di morte, irrogata anche per futili motivi, come a quel povero vecchio sorpreso a raccogliere un po’ di legna in giorno di sabato: fu subito lapidato per ordine di Mosè. (Numeri 15,32-36)

Voglio portare qualche altro esempio, per dimostrare quanto poco la legislazione mosaica è aderente al precetto di non uccidere.

«Se un uomo odia il suo prossimo… lo percuote in modo da farlo morire e poi si rifugia in una di quelle città [le città asilo che potevano salvare la vita al colpevole involontario], gli anziani della sua città lo manderanno a prendere e lo consegneranno al vendicatore del sangue, perché sia messo a morte.» (Deuteronomio 19,11-12)

La pena di morte c’è anche per il testimone iniquo che falsamente accusa qualcuno di delitto capitale (ribellione, sacrilegio, bestemmia ecc.): sia messo a morte, quello che voleva fare all’altro sia fatto a lui, e nessuno lo compianga. Il comando di Jahvè, secondo Mosè, è questo:

«Il tuo occhio non avrà compassione: vita per vita, occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede.» (Deut. 19,21)

La lapidazione è prevista non solo per l’adultera, ma anche per la sposa che non sia trovata vergine dal marito.

«Se la giovane non è stata trovata in stato di verginità, allora la faranno uscire...e la gente della sua città la lapiderà così che muoia, perché ha commesso un’infamia in Israele.» (Deut. 22,20-21)

I rei puniti con la morte sono tanti; non solo il sacrilego che tocca l’arca dell’alleanza non essendo sacerdote, o il blasfemo che offende Jahvè, ma anche «colui che maledice suo padre e sua madre sarà messo a morte.» (Es. 21,17)

In genere tutti gli omicidi volontari, e peggio se premeditati, sono puniti con la morte; possono scamparla solo quelli colposi, involontari o preterintenzionali. La legge del taglione è ribadita molte volte nei libri dell’Antico Testamento.  Nel Levitico (24,17-20) per esempio si legge:

«Chi percuote a morte un uomo, dovrà essere messo a morte. Se uno farà una lesione al suo prossimo, si farà a lui come egli ha fatto all’altro: frattura per frattura, occhio per occhio, dente per dente; gli si farà la stessa lesione che egli ha fatto all’altro.»

Non solo la pena di morte è irrogata per l’omicidio volontario, intenzionale, compiuto con un’arma, ma anche se compiuto lì per lì con un oggetto di ferro o una pietra o uno strumento di legno; e per di più l’uccisione del colpevole è affidata come vera e propria vendetta al parente consanguineo, e non al giudice o all’autorità comunitaria.

«Se uno colpisce un altro con uno strumento di legno che aveva in mano, atto a causare la morte, e il colpito muore, quel tale è un omicida; l’omicida dovrà essere messo a morte. Sarà il vendicatore del sangue quegli che metterà a morte l’omicida; quando lo incontrerà, lo ucciderà.» (Numeri,35,16 ss.)

Insomma il precetto di non uccidere presente nel Decalogo sembra una vera e propria presa in giro, se pensiamo non solo a Mosè che ordina al leviti di compiere quella strage indiscriminata di familiari, parenti e amici, ma addirittura a Jahvè che ordina a Mosè di sterminare i popoli che occupano la terra che Egli ha loro assegnata.

«Nelle città di questi popoli che il Signore tuo Dio ti ha dato in eredità non lascerai in vita alcun essere che respiri, ma li voterai allo sterminio, cioè gli Hittiti, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei, come il Signore tuo Dio ti ha comandato di fare.» (Deut. 20,16-17)

Pure per le città non appartenenti a queste nazioni condannate all’olocausto non c’è scampo; anche se esse sono molto lontane, se non si faranno tributarie di Israele, devono essere assalite e occupate. Però esse non sono votate all’eccidio totale; infatti Jahvè comanda:

«Colpirai a fil di spada tutti i maschi; ma le donne, i bambini, il bestiame e quanto sarà nella città, tutto il suo bottino, li prenderai come preda.» (Deut. 20,10 ss)

La differenza tra queste città e quelle dei precedenti popoli è che in queste sono uccisi solo i maschi, in quelle ogni «essere che respiri».

A proposito delle nazioni da sterminare, per pura curiosità fo osservare che in un precedente passo dello stesso Deuteronomio esse non sono sei , ma sette.

«Quando il Signore tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso e ne avrà scacciate davanti a te molte nazioni: gli Hittiti, i Gergesei, gli Amorrei, i Perizziti, gli Evei, i Cananei e i Gebusei, sette nazioni più grandi e più potenti di te… e tu le avrai sconfitte, le voterai allo sterminio.» (Deut. 7,1-4)

Questa vocazione di Israele allo sterminio di altri popoli non finisce con l’occupazione della Terra promessa. Essa continua anche dopo, e sono molti anche i profeti, i giudici e i sacerdoti che uccidono in nome di Jahvè. Porterò, tra i tanti, qualche esempio. Il profeta Samuele andò dal re Saul dicendo:

«Così dice il Signore degli eserciti (Sabaoth). Colpisci Amalek e vota allo sterminio quanto gli appartiene; non lasciarti prendere da compassione, ma uccidi uomini e donne,  bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini.» (1 Sam 15, 1 ss)

Saul obbedì, ma avendo preso vivo Agag, re di Amalek, gli risparmiò la vita, forse pensando che era meglio tenerlo prigioniero che ucciderlo. Ma Samuele si presentò di nuovo a Saul per rimproverarlo dicendogli:

«Poiché tu hai rigettato la parola del Signore, il Signore ti ha rigettato, affinché tu non sia più re sopra Israele.» (1 Sam 15,23)

Quindi comandò che gli fosse portato il prigioniero, «e Samuele trafisse Agag davanti al Signore.» (Primo libro di Samuele, cap.15, versetto 33)

Un altro profeta, Ezechiele, ci informa sull’eccidio ordinato da Jahvè di tutti gli abitanti di Gerusalemme, ad eccezione di pochi incolpevoli che un suo angelo doveva marcare in fronte: (Ez 9,4-6) «Il Signore gli disse: “Passa in mezzo alla città, in mezzo a Gerusalemme, e segna un tau sulla fronte degli uomini che sospirano e piangono per tutti gli abomini che vi si compiono”. Agli altri [sei angeli incaricati dell’eccidio] disse, in modo che io sentissi: “Seguitelo attraverso la città e colpite! Il vostro occhio non perdoni, non abbiate misericordia. Vecchi, giovani, ragazze, bambini e donne, ammazzate fino allo sterminio; solo non toccate chi abbia il tau in fronte”.»

Noi rabbrividiamo pensando ai bambini votati allo sterminio: non erano essi innocenti? Che colpa potevano aver commesso? E questo eccidio è ordinato dallo stesso Jahvè!

I cristiani rimangono perplessi anche alla lettura del passo della Genesi riguardante la prova a cui Jahvè sottopone Abramo (Gn 22): gli comanda di offrirgli l’unico figlio Isacco in olocausto su un monte. Ma come poteva Abramo obbedire a un tale comando? E il precetto del Decalogo «Non uccidere»? Qualcuno dirà: ma il Decalogo viene dopo, con Mosè. Sicché il precetto di Dio comincia con Mosè? Prima di Mosè era lecito uccidere, anche il proprio figlio? La legge di Dio è eterna, vale sempre, e la morale non cambia coi tempi! Del resto anche prima di Mosè e dello stesso Abramo abbiamo il caso del fratricida Caino, sul quale (Gn 4,15) Jahvè impresse  un segno perché nessuno lo colpisse dicendo:

«Chiunque colpirà Caino subirà la vendetta sette volte!»

Il caso di Abramo, pronto a uccidere il figlio per obbedire a Jahvè, è stato sempre portato come esempio per esortare all’obbedienza a Dio;[3] ma è un «exemplum fictum»molto mal posto. Infatti qualunque buon cristiano o anche pio israelita avrebbe dovuto rispondere a Jahvè:

«Ma, Signore, come puoi comandarmi di compiere un peccato così grave?»

Un altro esempio mal posto è quello di Iefte, ottavo giudice d’Israele, il quale uccise la propria figlia per ringraziamento a Jahvè per la vittoria sugli Ammoniti (Giudici 11,29 ss).   

Egli aveva fatto un terribile voto per riuscire vincitore.

«Colui che uscirà per primo dalle porte di casa mia per venirmi incontro, sarà sacro al Signore, e glielo offrirò in olocausto.»

Gli andò incontro l’unica figlia, ancora vergine, e lui mantenne la promessa. Questa azione, che a noi sembra obbrobriosa, viene nella lettera agli Ebrei (11,32) riportata quale esempio di fede, come un comportamento da imitare!

Quanto ho detto finora è abbastanza per dimostrare che nell’Antico Testamento tutto contraddice il precetto «Non uccidere». Abbiamo anche visto che la legislazione mosaica affidava l’omicida alla vendetta dei parenti dell’ucciso: morte per morte! Dunque se l’antica alleanza tra Jahvè e il suo popolo si basa spesso sulla pena di morte, dobbiamo vedere se la nuova alleanza, stabilita da Gesù Cristo con tutti gli uomini, e che si basa sull’amore, contempli o meno la pena capitale.

Quando un giovane ricco gli chiese che cosa doveva fare per ottenere la vita eterna, Gesù rispose che doveva osservare i comandamenti, e gliene citò i principali, tra cui «non uccidere» (vedi  Mt 19,18; Mc 10,19; Lc 18,20).

Nella nuova alleanza il comandamento non solo rimane, ma viene anche ampliato, nel senso che si può uccidere anche con l’ira, con l’insulto, con la calunnia. Infatti in Mt. 5,21-22 Gesù disse:

«Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.» E’ evidente che l’insulto iroso non può essere equiparato a un omicidio; il Maestro con questi paradossi ha voluto inculcarci che il cristiano non solo non deve uccidere, ma neppure offendere il fratello. Riguardo all’omicidio vero e proprio, è evidente dai testi evangelici che Gesù    condanna l’omicidio fatto dal privato, che uccide per odio o vendetta. Egli però non intende affatto abolire la pena di morte irrogata dalla comunità per i reati gravissimi, ritenuti capitali dalla legge.

Infatti quando gli portano la donna colta in fragrante adulterio, e che secondo la legge deve essere lapidata, non dice affatto che questa norma deve essere abrogata, esige soltanto che chi è senza peccato scagli la prima pietra. In tal modo egli imbarazza i lapidatori, allo scopo di salvare la donna.

Evidentemente Gesù ha capito che essa è pentita e decisa a non peccare più, e perciò la perdona e le salva la vita, mentre implicitamente riconosce che la pena capitale sarebbe legittima. 

Quelli che oggi si battono per l’abrogazione della pena capitale portano come argomento principale che la pena per un reato deve mirare alla redenzione del reo, alla sua riabilitazione, che sarebbe impossibile con l’uccisione dello stesso.  

Io invece sostengo che la vera redenzione, il vero pentimento difficilmente si ha quando il colpevole è certo che la sua vita è al sicuro, e gli si assicura un mantenimento gratuito e decoroso per tutti gli anni che deve passare in carcere. E sappiamo tutti che molti condannati all’ergastolo o a lunghe detenzioni (venti-trenta anni), dopo pochi anni escono magari in semilibertà e spesso commettono altri efferati omicidi anche plurimi.

I condannati per mafia si pentono solo per avere sconti di pena e premi milionari per le loro confessioni, e anche la possibilità, con le loro rivelazioni «guidate» e tendenziose, di nuocere ai loro avversari o alla polizia che li ha arrestati.

Gli assassini appartenenti al terrorismo o all’anarchia o alla mafia, appunto per la sicurezza di vita di cui godono, spesso si presentano ai processi in atteggiamento sfrontato e provocatorio, lanciando appelli sediziosi e minacce ai giudici e alle istituzioni dello Stato. Molto spesso, in semilibertà, si mettono anche a pontificare negli atenei, dove sono accolti e acclamati dai nipotini di Stalin e dai giovani educati nei cosiddetti centri sociali, vere scuole di illegalità e violenza.

Anche le televisioni sono onorate di ospitarli, e la stampa accoglie e paga profumatamente i loro articoli, che non sono di «mea culpa» ma di «mea gloria». Noi tutti vediamo come i terroristi, i brigatisti rossi e i delinquenti comuni pluriomicidi, appunto perché immuni dalla pena capitale, diventano orgogliosi delle loro imprese, quasi fossero eroi e nuovi apostoli politici o sociali che combattono per un ideale fulgido per cui vale la pena lottare. Invece quando il colpevole sapeva che tra breve sarebbe stato messo a morte, spesso era indotto a fare un esame di coscienza, e talora si pentiva veramente del male fatto, e moriva rassegnato alla sanzione della giustizia umana, fiducioso nella misericordia di Dio.  

Io rileggo spesso l’aureo libro «Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana» (Einaudi 1955) e sempre sono preso da ammirazione e commozione, perché vedo che molti di essi, spesso non colpevoli di attentati o di uccisioni ma solo di essere partigiani o antifascisti, muoiono serenamente, perdonando e chiedendo perdono.

Ai miei eventuali lettori consiglio di leggere questo commovente epistolario, perché ne riceveranno edificazione civile e morale.

Questi condannati a morte con processi sommari e spesso senza alcun processo, per pura rappresaglia, pur essendo del tutto innocenti, quasi mai esprimono parole di odio o di vendetta, ma talora sentimenti che oso definire sublimi, perché l’appuntamento con la morte libera il loro animo da ogni tara terrena. L’esame di coscienza che la condanna capitale impone può rendere gli uomini più umili e più disponibili alla conciliazione e al perdono.

Se qualcuno accoglierà il mio consiglio e, volendo leggere queste lettere, ne sarà quasi spaventato dal loro numero (337), ne cito io qualcuna molto significativa per quello che io ho appena detto.

Renato Bindi (pag.49), un contadino fucilato a 19 anni, così scrive:

«Cara mamma, gli uomini mi condannano a morte, e ho fatto la confessione e la Santa Comunione, perdono a tutti… e pregherò sempre per voi. Desidero che stiate contenti, e pensatemi sempre felice che muoio contento e senza peccato.»

Anche Domenico Cane, (pag.64) un artigiano fucilato a 30 anni, si rivolge così alla madre:

«Carissima mamma adorata… sii forte come lo sono io… se non ho saputo vivere, mamma, so morire, sono sereno perché innocente del motivo per cui muoio; vai a testa alta e dì pure che il tuo bambino non ha tremato. E’ quasi ora, perdono a tutti…»

Paola Garelli (pag.129), una parrucchiera fucilata a 28 anni, scrive alla piccola figlia:

«Mimma cara, la tua mamma se ne va pensandoti e amandoti, mia creatura adorata, sii buona, studia e obbedisci agli zii che t’allevano, amali come fossi io. Io sono tranquilla… non devi piangere né vergognarti di me. quando sarai grande capirai meglio… io ti proteggerò dal cielo.»

Anche Arnoldo Avanzi (pag.14), un impiegato comunale fucilato a 22 anni, muore sereno, confortato dalla fede:

«Carissimi, non piangetemi, sono morto per la mia idea, senza però far nulla di male… Non odio nessuno e non serbo rancore per nessuno, ci rivedremo in cielo.»

Tra tutti questi eroici partigiani mi ha maggiormente commosso il tenente in Servizio Permanente Effettivo (SPE) Pedro Ferreira (pag. 104), combattente nelle brigate “Giustizia e Libertà” del Partito d’Azione, il quale per tutta la notte precedente l’esecuzione scrive lunghe lettere non solo ai familiari e ai compagni di partito, ma anche alla fidanzata, agli zii e ai cugini, e sono lettere che rivelano un animo nobilissimo, civilmente ammirevole, e anche mirabilmente sereno. Ci tiene a dire ai suoi compagni di partito che anche nell’esercito avversario, quello della Repubblica Sociale Italiana, ci sono persone rette e in buona fede, e si premura di difendere un ufficiale, il tenente Marcacci, che “Radio Bari”, la trasmittente dell’Italia libera, aveva qualificato “criminale di guerra” e proposto al disprezzo e alla condanna, una volta riunificata l’Italia. Pedro, che ne ha sperimentato personalmente il comportamento corretto nelle operazioni belliche, afferma che «è un avversario leale, onesto e d’onore… Egli ha sempre trattato col massimo rispetto, con deferenza e talvolta con attenzione quasi amorevole tutti gli avversari leali.»

Al tenente Marcacci e anche al tenente Barbetti, ugualmente onesto e in buona fede, il Partito d’Azione, dice Pedro, dovrà testimoniare questo comportamento corretto, anche se essi hanno combattuto nel campo avverso e politicamente condannabile.  Sono commoventi poi le parole che rivolge alla fidanzata Pierina, e religiosamente sublimi quelle che dice ai genitori e al fratello:

«E ora vi saluto, Mamma, Papà ed Ico, mi accingo a prepararmi all’istante in cui dovrò comparire dinanzi al tribunale di Dio, ben più giusto del tribunale degli uomini. E quando sarò arrivato vicino a Gesù, o Mamma, pregherò tanto per te, affinché il dolore non ti consumi e non peggiori la tua già malferma salute.»

Nelle terribili ore passate in attesa della fucilazione in molti partigiani si risveglia non solo la “pietas”, ma spesso anche la fede cristiana, un po’ sopita nell’ardore della lotta. Infatti nell’attesa spasmodica essi sono portati a pensare al dopo, all’aldilà, cioè se c’è Dio, la vita futura, il premio e la pena eterna; e allora la loro prospettiva mentale cambia completamente, e muta anche il sentimento, e si scrivono anche parole nuove, mai dette prima.

Anche nel campo avverso ai partigiani, cioè nei ranghi militari o civili della RSI, molti furono fucilati solo per odio ideologico o rappresaglia militare o vendetta privata camuffata da giustizia. Alcuni di loro erano del tutto innocenti e seppero morire con cristiana rassegnazione, perché talora l’idea della morte rasserena anche la coscienza.

Voglio riportare una lettera di Mario Frison, la cui sorella Maria, prima di lui, era stata stuprata e uccisa dai partigiani. Egli così scrive:

«Saluzzo, 2 maggio 1945 [quindi dopo la fine della guerra civile 1943-45]. Mia cara mamma, papà e fratelli. ho seguito fino all’ultimo la mia idea. Salgo in Cielo oggi stesso a trovare Maria. Sono condannato a morte mediante fucilazione. Non ho fatto male a nessuno. Siate tranquilli. Iddio vi benedirà. Un giorno ci troveremo in Cielo. Bacioni a tutti. A papà, mamma, Oscar, Fernanda, Anna, Rita e nipotini, a zia Ines. Bacioni grossi alla mia cara Teresa [la fidanzata]. Tenetela con voi. Mario.»   (Giampaolo Pansa – I gendarmi della memoria,  pag. 65)

E a proposito di questo risveglio della coscienza profonda e della fede cristiana, che talora si verifica in queste drammatiche situazioni, mi piace ricordare un esempio che ci è stato tramandato da una nota lettera di santa Caterina da Siena a frate Raimondo da Capua. Vi si parla di un giovane di Perugia, Niccolò di Tuldo, condannato a morte dalla Repubblica Senese con l’accusa, forse infondata, di aver cospirato per abbattere il reggimento della città.

Egli era sempre vissuto lontano dalla religione, ma visitato in carcere dalla santa, probabilmente inviatagli da frate Raimondo che ne voleva salvare l’anima per l’eternità, e toccato dalle sue ispirate parole, si convertì completamente e si rese a Dio con tanta umiltà e amore «che non sapeva stare senza di Lui, dicendo: “Sta’ meco e non mi abbandonare. E così non starò altro che bene”.» E sul patibolo pose la testa sul ceppo «come uno agnello mansueto», e serenamente ricevette il colpo mortale, sicuro di andare a incontrare l’Agnello divino che si è immolato per noi.

Sia ben chiaro che io non intendo sostenere che la condanna a morte faccia pentire il colpevole, mentre l’immunità lo fa rimanere nell’arroganza, nell’odio e nel desiderio di vendetta; voglio soltanto dire, e l’esperienza ce lo conferma, che dove non vige la pena di morte, come in Italia, i pluriomicidi terroristi, brigatisti, mafiosi (non solo i siciliani, ma tutti gli altri, spesso più efferati di loro)[4] e delinquenti comuni, difficilmente si pentono e, se lo fanno, lo fanno solo per ricevere gli scandalosi benefici che la legislazione italiana accorda loro nell’illusione di debellare così la malavita organizzata.

Vediamo come costoro, una volta ottenuta la semilibertà e la protezione della polizia, spesso commettono altri omicidi, e talora anche dal carcere ordinano e fanno eseguire dagli accoliti le loro spietate vendette. Se queste belve umane fossero condannate a morte, forse qualcuna di esse si pentirebbe «davvero» e non per finta, per inganno e convenienza, cioè per avere sconti di pena e per ricevere tanti soldi in pagamento del loro subdolo pentimento.

Abbiamo visto che Gesù Cristo implicitamente ammette la pena di morte nel caso dell’adultera; ma esplicitamente Egli la indica come inevitabile e dovuta in due parabole, quella «del re e dei servi» (Lc 19, 12-27) e quella «dei vignaioli omicidi» (Mt 21, 33-41).

Nella prima il re dice:

«E quei miei nemici, che non volevano che diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me.»

Nella seconda è Gesù stesso che pone il quesito agli ascoltatori:

«”Quando dunque verrà il padrone della vigna, che farà a quei vignaioli?”  

Gli rispondono:

“Farà morire miseramente quei malvagi”»

Era la risposta che Gesù si aspettava e che approva. Infatti in Marco (12,9) è Gesù Cristo stesso che conclude così la parabola:

«Che farà dunque il padrone della vigna? Verrà e sterminerà quei vignaioli.»

Quando io con amici o sacerdoti parlo di questi argomenti, diciamo «deontologici», cioè inerenti a ciò che si può o si deve fare e a ciò che non si deve fare, in definitiva sul bene e sul male, sulla condotta morale, e porto episodi ed esempi dell’Antico Testamento per nulla edificanti, perché contraddicono i predetti evangelici, talora mi si obbietta che quei comportamenti vanno visti nel loro contesto storico, cioè nella cultura vetero-ebraica, e non giudicati secondo il concetto morale che noi abbiamo oggi. Quei comportamenti, che per noi sarebbero anche gravemente peccaminosi, non andrebbero valutati in sé e per sé, ma relativamente a quei tempi.

Questa osservazione è certamente giusta per quanto riguarda gli «usi e costumi», perché ogni popolo e ogni secolo ha i suoi, ma non il comportamento morale, ossia ciò che si deve considerare peccato, cioè male in senso assoluto.

La morale è una sola, la legge di Dio è univoca, e non si può ammettere che Egli oggi ci condanni per azioni che per i patriarchi biblici erano quasi usuali. Può cambiare il nostro concetto personale, soggettivo, di bene e di male, ma non la legge di Dio, che è eterna. 

Tutto ciò che finora ho scritto tende a dimostrare che la pena di morte, irrogata dall’autorità statuale, secondo legge, per delitti particolarmente gravi o efferati, non è affatto barbarica, ma talora necessaria e opportuna.

E’ sempre da condannare, se la morte è inflitta, per odio o vendetta, dal singolo individuo, il quale vuol farsi giustizia da sé. In questo caso è opportuna la massima: «Nessuno tocchi Caino».

Non lo tocchi il singolo cittadino, per sua decisione e interesse personale; ma l’Autorità deve arrestare subito questi assassini e, in certi casi, li deve eliminare dal consorzio umano, perché sono irrecuperabili e rappresentano per la comunità un pericolo  permanente, e anche gravami di spesa per il loro mantenimento  e per il personale addetto all’impossibile recupero di questi veri nemici del genere umano.

Non voglio fare nomi, ma gli Italiani conoscono bene questi tali, e sanno quanto essi costano alle tasche di tutti, come spesa totalmente improduttiva. E’ irritante vedere questi bruti quando compaiono in televisione con visi irridenti e beffardi e pronunciano frasi insultanti e provocatorie.

Un altro concetto «politicamente corretto» che non condivido è quello che bisogna rispettare la loro «dignità umana». Ma quale dignità?

Sono mostri che non riconoscono alcuna dignità agli altri, e neppure a sé stessi, dato il modo cinico e bestiale in cui scelgono di vivere; e noi dovremmo rispettare una dignità che essi non hanno e neppure vogliono? Dovremmo attendere per decine di anni il loro recupero, che non verrà mai, e spendere in questa vana impresa tante energie e capitali? Sono enormi spese che invece sarebbero necessarie per il nutrimento e l’educazione di tanti bambini di famiglie povere, i quali, essendo trascurati, finiscono spesso nelle reti della malavita.

Le carceri sono inadeguate a contenere tanti delinquenti e scoppiano per il soprannumero; sicché si devono fare dannose e ingiuste amnistie o indulti per sfollarle un po’. Ma poi gran parte dei beneficiati vi rientrano, perché non si sono affatto redenti e continuano a vivere di rapina, di trasgressione e di violenza, i valori predicati da ideologi politici ed esaltati da popolari cantanti. Tutti conoscono i famosi versi di una nota canzone:

Voglio una vita spericolata,

voglio una vita esagerata,

che se ne frega di tutto.

Questi tali se ne fregano della giustizia, della morale, della dignità umana, insomma proprio di tutto: così sono perfetti secondo i canoni violenti, anarchici e nichilisti, predicati anche da certe cattedre.

Nell’ottocento i benpensanti avevano il motto «Au gentilhomme, gentilhomme; au corsaire, corsaire et demi», cioè: si deve rispettare chi rispetta, ma essere inesorabili verso chi non rispetta le regole della convivenza umana. E soltanto con una pena severa, rigorosa, certa nel tempo e anche fisicamente dolorosa si possono recuperare certi ragazzi e indurli a cambiare vita.

Oggi le pene corporali sono vietate, sono fuori legge, sono considerate sevizie; non si capisce che i ragazzi solo quelle temono; non temono la multa o il sequestro del motorino, la sospensione dalla scuola o anche il riformatorio o la reclusione. I delinquenti temono solo le pene corporali, le sofferenze fisiche, le privazioni dei sensi, la fame, la sete, le cinghiate. Delle altre privazioni se ne ridono; andare per qualche mese o anno in villeggiatura tutta gratuita a Rebibbia è per loro una esperienza esaltante e anche una gloria.

I centri sociali, spesati dalla comunità, li educano ai valori negativi, alla violenza, alla prepotenza e alla prevaricazione; e poi ci meravigliamo dell’espansione paurosa di questa delinquenza che ormai contagia anche i bambini, esposti alla diseducazione anche scolastica e alla droga?   

E’ «politicamente corretto» blaterare di dignità umana, di pena riabilitativa, di civiltà carceraria, di decoro della detenzione; ma per rieducare, per riabilitare, per correggere, per indirizzare sulla retta via specie i giovani fuorviati nulla si fa di concreto, di positivo e di efficace.

Si spende molto per contornare di psicologi, psichiatri, educatori,  assistenti sociali e cappellani quei mostri umani, del tutto irrecuperabili, di cui ho sopra parlato, ma non ci sono soldi per dedicare una vera educazione ai ragazzi, un’educazione continua, severa, capillare, che formi veramente l’uomo e il cittadino.

Non solo la stampa, il cinema e le televisioni commerciali inculcano falsi valori e comportamenti trasgressivi, ma la stessa televisione di Stato segue l’andazzo generale con gli spettacoli impudichi e diseducativi, con le grosse somme fatte guadagnare con quiz stupidi di falsa cultura, col dare largo spazio alla cronaca nera e a quella pettegola, piccante e scandalistica, con la trasmissione di pellicole violente e porno-erotiche, che volgarizzano il sesso ed esaltano ogni oscenità.

Quello che attrae e fa notizia è sempre il madornale  e lo scandalistico, e perciò il piccolo e il grande schermo sono pieni di questi sceneggiati immorali, e la stampa va alla ricerca di queste perversioni, ben sapendo che attirano molti lettori e fanno aumentare le tirature, e quindi anche il valore commerciale della pubblicità che ospitano, come le reti televisive cercano di far crescere l’ascolto con spettacoli osceni o addirittura pornografici.

Anche le scenette pubblicitarie sono ormai basate sull’ostentazione del sesso e del nudo, dell’eccessivo e del violento, del volgare e del plebeo, e sono tanto impregnate di tali immagini, che talora anche il prodotto reclamizzato risulta indecifrabile, in quanto subissato da tante pruriginose immagini.

Ma senza diffondermi ancora su temi collaterali, anche se importanti, voglio tornare sull’argomento della pena di morte, per giungere a qualche conclusione.

Non è che io voglia far tornare in Italia la pena di morte, ma intendo affermare che l’odierna grandiosa campagna di propaganda e mobilitazione dell’opinione pubblica per farla abolire dagli Stati che ancora la praticano è una campagna puramente ideologica che, se anche riuscisse nel suo scopo, non migliorerebbe affatto le condizioni dell’umanità, la quale ha ben altre emergenze.

Le vere emergenze sono il terrorismo, la guerra di religione che si è ormai scatenata e può portare a un distruttivo conflitto mondiale, la delinquenza sempre più organizzata e potente su scala mondiale, l’esaurimento delle fonti energetiche, l’inquinamento dell’aria e delle acque, la desertificazione dovuta all’effetto serra, il progresso devastante delle malattie virali come l’AIDS, lo smaltimento dei rifiuti, specie quelli tossici e radioattivi, l’odio e la violenza che si è scatenata tra etnie che prima convivevano pacifiche, la paurosa diffusione dell’alcol e della droga tra i giovani e anche ragazzi, la prostituzione dilagante.

Oggi si spendono tanti soldi e ci si mobilita per i cani e i gatti, i lupi e gli orsi, le foche, le balene e anche gli squali, tutte creature di Dio che vanno certamente rispettate e (se si vuole) amate e coccolate; ma bisogna prima pensare ai bambini che muoiono a milioni per fame, acqua inquinata e malattie virali o infettive, e spendere generosamente per allevarli civilmente e educarli all’onestà e al civismo.

Si spendono enormi capitali per viaggiare nel cosmo, per costruire stazioni spaziali, per esplorare le galassie, per giungere su Mercurio o su Venere, si satura lo spazio di satelliti (e di rottami), ma non si pensa a risolvere i problemi che - ora e qui - ci assillano. Per risolvere questi si riuniscono convegni, si formano commissioni, si creano comitati; in realtà si spendono vuote parole, si scrivono proclami altisonanti, si fissano (sulla carta) impegni e scadenze, ma nulla si fa di concreto. L’umanità in quei campi in cui ci si dovrebbe impegnare tutti e cui sopra  ho accennato, chiacchiera molto (anzi troppo) e realizza poco (o niente). L’umanità, continuando di questo passo, finirà per implodere, asfissiata o affogata nella discarica puzzolente del suo consumismo.

Le battaglie che dovremmo combattere, impegnandoci allo spasimo per la nostra stessa sopravvivenza, sono quelle già da me elencate, per le quali dovremmo anche spendere generosamente fatiche e denaro, perché ne va la stessa vita nostra e dei nostri figli e nipoti.

La pena di morte non è un’emergenza, anche se è un problema della vita associata che però ogni Stato deve risolvere secondo la sua cultura e la sua mentalità. Volere imporre l’abolizione della pena di morte agli Stati che la vogliono, è un’ingerenza indebita che viola la loro sovranità. Sappiamo che il 75% degli statunitensi la vogliono mantenere; mi piacerebbe sapere la percentuale degli italiani che la vorrebbero reintrodurre nel Codice penale. Ma non attraverso un sondaggio demoscopico, che è sempre limitato a poche migliaia di persone, ma con un vero e proprio referendum esplorativo, che si potrebbe anche fare in poco tempo e con poca spesa; e dico come.

Un ufficio statale, come per esempio l’Agenzia delle Imposte, l’Ufficio elettorale centrale, comunque un ufficio statale che possegga o acquisisca attraverso i Comuni tutti i nominativi e gli indirizzi dei cittadini elettori, dovrebbe mandare a tutti costoro una cartolina con la semplice domanda «Vuoi reintrodurre la pena di morte?» con accanto tre quadratini,  per il SI, NO, NON SO. La cartolina va restituita con la crocetta sul segno voluto all’ufficio postale, che la inoltrerà senza alcuna spesa all’Ufficio centrale incaricato, il quale, sotto il controllo della Magistratura contabile,  effettuerà lo spoglio e comunicherà il risultato. Penso che in un mese si potrebbe avere il responso. Non oso fare un pronostico, ma se la maggioranza degli Italiani volesse la pena di morte come i civilissimi Yankee?

Il Governo in carica e il Parlamento, pur non essendo tenuti a cambiare il codice penale, non trattandosi di un regolare referendum propositivo, non potrebbero andare contro il pronunciamento popolare, espresso democraticamente, e dovrebbero almeno studiare una legge nella quale siano indicati i casi in cui dovrebbe essere applicata la pena di morte. Tra questi non ci sarebbe certamente l’adulterio o la blasfemia o l’abbandono della propria religione, come in certe legislazioni di Stati islamici, non ci sarebbe neppure l’omicidio fatto per gelosia o durante un litigio, e comunque istintuale e non premeditato, ma ci dovrebbero essere quegli efferati omicidi, anche plurimi, anche spietati e indiscriminati, gli attentati sanguinosi fatti per terrorizzare il mondo e per dominare le città col monopolio della droga, della prostituzione e delle estorsioni. E’ ovvio che l’Italia, facendo parte dell’Unione Europea, dovrebbe anche essere autorizzata a cambiare la sua politica interna in materia penale, date le sue peculiari condizioni di delinquenza mafiosa e comune. Essa è certamente lo Stato europeo più dominato dalla malavita organizzata.

E giacché ho fatto questa ipotesi, puramente immaginaria, della reintroduzione della pena di morte, voglio anche completarla, chiedendomi quale tipo di esecuzione capitale potrebbe essere adottata, che sia civile e non crudele, ma anche significativa e ammonitoria.

E’ evidente infatti che la pena di morte ha anche un valore deterrente, e deve servire non solo a eliminare «un nemico del genere umano», ma anche e soprattutto a intimorire quelli che sono tentati di imboccare la stessa strada di perdizione, per convincerli a cambiare strada. 

Per questo fine ammonitorio l’esecuzione dovrebbe essere pubblica ed effettuata proprio in quei quartieri votati alla delinquenza e all’illegalità. Alcuni negano l’effetto deterrente della pena di morte, ma si sbagliano. Il fatto che nei paesi dove essa è praticata si continua a commettere quei tali delitti per cui è prevista, non dimostra niente, perché bisognerebbe vedere quanti degli stessi delitti sarebbero commessi in più nello stesso paese una volta abolita l’esecuzione capitale.

Una verifica che naturalmente non si può fare, ma io penso che quei tali delitti raddoppierebbero di numero senza la pena di morte. Questa infatti non è un deterrente, e non è prevista in alcuno Stato, per chi uccide «a caldo», in una rissa, per gelosia, per impulso irrefrenabile del momento, perché certamente egli allora non pensa affatto alle conseguenze del suo atto; ma ci penserà di sicuro chi uccide premeditatamente, per disegno terroristico, mafioso e delinquenziale. 

 Sapere che, se sarà preso, verrà impiccato, dopo breve processo, nella piazza del suo paese, lo farà certamente riflettere e forse desistere dal suo proposito omicida.

Intenzionalmente ho detto «sarà impiccato», perché sarebbe certamente l’impiccagione l’esecuzione più spettacolare e più temuta dal delinquente, specie se avviene nel centro del suo quartiere o nella piazza del suo paese.

Io non sono certamente un forcaiolo, ma devo riconoscere che la forca sarebbe un terribile monito per gli assassinatori bestiali, come sono quelli terroristici, quelli seriali, quelli demoniaci delle «bestie di Satana». Come non chiamare «bestiali» quelli che uccidono torturando nel modo più crudele e raffinato, e poi sciolgono nell’acido muriatico i corpi martoriati delle vittime del loro odio?

Però nel punire con la morte si sono talora usati (e ancora si usano in qualche parte) sistemi crudeli e barbarici, come la scarnificazione con tenagliamento, inflitto a tante streghe (e anche sante), e la lapidazione.

Insomma legisti e giudici, e anche spietati carnefici, hanno studiato modi raffinati per far soffrire i condannati. Non voglio accennare ai vari modi di tortura di cui abbiamo notizia; e sappiamo tutti che la tortura era prevista sino all’ottocento negli ordinamenti giudiziari di molti Stati europei, e ancora oggi in altre parti del mondo, più o meno legalmente. A chi vuole essere più informato a questo proposito consiglio di leggere la «Storia della colonna infame» di Alessandro Manzoni, il quale senza alcuna esagerazione descrive quelle barbariche procedure. Qualche volenteroso potrà leggersi anche il trattato «Dei delitti e delle pene» di Cesare Beccaria, del quale il Manzoni, figlio di Giulia Beccaria, era nipote.

Una pena forse peggiore della lapidazione era la propagginazione: il condannato veniva messo a testa in giù in una profonda buca e quindi a poco a poco seppellito con pietre o terra. Ugualmente crudele era il mazzeramento: il condannato, mani e piedi legati (spesso con fil di ferro), veniva chiuso in un sacco, che poi veniva gettato in mare (lago o fiume) agganciato a una grossa pietra, in modo che il cadavere non potesse tornare a galla. Talora il sacco (o di iuta o di pelle) veniva risparmiato, e il disgraziato veniva gettato in acqua nudo.

La lapidazione, il mazzeramento e la propagginazione erano molto comuni nell’evo antico e medio. L’uccisione con pietre presso gli Ebrei era la condanna dovuta per l’adulterio (solo della donna), la sodomia, la blasfemia, il sacrilegio e anche la violazione del sabato (Es 31,14). Al mazzeramento accenna Gesù come pena adeguata per chi scandalizza i fanciulli che credono in Lui; sentiamolo:

«Sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare». (Mt 18,6 – Mc 9,42)

Dunque il Maestro dice che per colui quella pena «sarebbe meglio». Su queste parole dovrebbe riflettere chi si appella al Vangelo per condannare la pena capitale. Egli potrà dire: Gesù parlava così in un contesto storico e culturale che possiamo definire arcaico e incivile. Sarà. Infatti oggi nella civilissima nostra Europa farebbe scandalo chi osasse proporre la pena capitale per il pedofilo che , ben lungi dallo scandalizzare i piccoli, si limita a stuprarli e poi a ucciderli. Questa sì che è cultura giuridica!

La propagginazione veniva inflitta, come dice Dante, al «perfido assassin» che aveva ucciso con fredda premeditazione e a tradimento. (Inf. XIX, 12-84)

Il sommo Poeta adotta questa orribile pena eterna per i papi simoniaci del suo tempo: e ne nomina tre: Niccolò III Orsini, Bonifacio VIII Caetani, Clemente V francese. La buca rotonda preparata per costoro nella terza bolgia dell’ottavo cerchio è infuocata, ma ha il coperchio sollevato, per ricevere via via i papi indegni dei secoli futuri. Essi sono messi ad arrostire lì dentro, stipati come acciughe, ma l’ultimo arrivato rimane con le gambe in fuori; non è un sollievo, tutt’altro! Infatti i piedi sono cotti dal fuoco «dai calcagni alle punte». Dante aveva proprio una bella fantasia. 

Un’altra brutale esecuzione capitale era lo squartamento. Tutte queste feroci condanne spesso venivano precedute da crudeli torture, come l’abbacinamento: il reo veniva accecato per mezzo di un bacino o uno spiedo rovente. Federico II fece abbacinare Pier della Vigna, suo protonotaro e logoteta, nel 1248, per sospetto tradimento (Dante Inf. XIII, 31-77).           

In tempi più moderni si è trovato un sistema meno crudele nella fucilazione, eseguita talora da un intero plotone di esecuzione, per essere più sicuri che il condannato morisse subito, colpito da tanti proiettili. Essa era irrogata soprattutto per reati militari o politici (tradimento, ribellione, diserzione, spionaggio ecc.).  Talora, anche se erano molti a sparare, il condannato non era subito colpito a morte, e doveva essere finito con un colpo di grazia sparatogli a bruciapelo.

La decapitazione è stata usata per molti secoli e presso molti popoli: anche Niccolò di Tuldo, di cui ho parlato, fu decapitato nella piazza di Siena, assistito da Caterina. Il condannato doveva poggiare la testa, o meglio il collo, sul ceppo, e il boia, con un’accetta pesante e affilata, doveva staccargli di netto la testa dal busto. Purtroppo il colpo non sempre riusciva preciso, e allora il boia doveva reiterare i colpi e far soffrire di più il condannato.

Il secolo dei lumi, intento a razionalizzare tutto, eliminò questo increscioso inconveniente con quell’apparecchio ingegnoso che dal nome del suo inventore fu chiamato ghigliottina. Date le migliaia di teste che la Rivoluzione degli illuministi doveva far saltare, occorreva una macchina standard. La sua grossa, pesante e affilatissima lama scendeva veloce sui suoi binari metallici e tagliava nettamente il collo del reo: il corpo cadeva al suolo da una parte, il capo dall’altra in un apposito bacile. Il boia doveva limitarsi a sistemare bene il condannato sotto la mannaia e a sganciare l’inesorabile lama.     

Nel medioevo e anche in età moderna, per i ribelli politici e i condannati per eresia o magia, si usava il rogo in piazza: il condannato veniva legato a un palo sopra una catasta di legna a cui si dava fuoco. Era una fine miseranda, alla quale il pubblico assisteva come a uno spettacolo straordinario e gratuito, offerto dal Comune.

Così finì Girolamo Savonarola a Firenze nel 1498, Giordano Bruno a Roma nel 1600. Anche Dante sarebbe stato arso vivo se fosse stato catturato dalla Repubblica Fiorentina governata dai suoi avversari politici, che lo avevano fatto condannare come traditore e ribelle. Avverso a Dante e causa della sua rovina fu il papa Bonifacio VIII, avverso al Savonarola fu il papa Alessandro VI, mentre Giordano Bruno fu condannato dall’Inquisizione sotto Clemente VIII per presunta eresia. Lo Stato della Chiesa in materia penale non fu affatto diverso dagli altri, e non ebbe mano tenera verso quelli che considerava suoi nemici politici o religiosi. La pena di morte fu in esso mantenuta sino a quando scomparve (1870).

In Piazza del Popolo a Roma si può leggere una lapide in memoria dei carbonari Gaetano Tognetti e Leonida Monti, i quali «condannati per l’attentato alla caserma Serristori, senza prove, dal Governo Pontificio, affrontarono con serena dignità il patibolo lasciandovi le teste e la vita il 24 novembre 1868.» Quindi due anni prima di Porta Pia.

Per la soppressione dei condannati, nel passato, veniva usato anche il veleno. Sappiamo tutti che Socrate fu condannato a bere la cicuta, un alcaloide molto tossico che si ricava dalla radice della cicuta maggiore, una pianta erbacea delle ombrellifere. A quanto pare essa faceva l’effetto a poco a poco, e senza eccessivo dolore, tanto è vero che Socrate continuò per un pezzo a parlare coi suoi discepoli dopo averla bevuta. Sicché gli Ateniesi erano abbastanza miti nell’infliggere la morte, mentre i giudici dell’Inquisizione non lo erano affatto: alla cicuta preferivano le torture e il rogo.

In tempi più vicini a noi si sono scelti, per uccidere i condannati, altri sistemi, ritenuti più civili o umanitari. Negli Stati Uniti si adopera o la sedia elettrica o l’iniezione letale, cioè un avvelenamento non per bocca ma per vena. Sappiamo che anche questi sistemi sofisticati qualche volta, per errore umano o tecnico, fanno cilecca, e la morte non è affatto immediata e indolore.

Ho fatto questo un po’ lungo discorso perché, se qualche Stato ha nel suo Codice penale la pena di morte, prescrive anche come infliggerla, e nel fare questa scelta segue certamente un criterio. Se con la condanna mira a intimorire gli aspiranti delinquenti, darà il bello spettacolo dell’impiccagione pubblica, se vuole provocare una morte appartata e quasi indolore, sceglierà l’iniezione mortifera eseguita professionalmente da un bravo medico o infermiere «in camera caritatis».

Concludo il discorso ribadendo che la pena di morte non è il problema che più ci deve assillare nell’odierno contesto storico; alcuni Stati la considerano necessaria per eliminare i nemici del genere umano e ammonitoria per i cattivi. Ma in ogni caso essa deve essere inflitta senza inutili crudeltà.   

Quegli Stati che questa pena di morte non vogliono, devono comunque assicurare la certezza della pena, senza ricorrere ad amnistie e indulti per sfollare le loro carceri inadeguate; devono perciò costruirne delle nuove e più adatte alla bisogna, e spendere enormi somme non solo per il mantenimento decente di questi detenuti, e la loro sorveglianza accurata, ma anche e soprattutto per il loro difficilissimo recupero, stipendiando schiere di psicologi, psichiatri, assistenti sociali, educatori e cappellani a questo scopo nobilissimo, ma quasi sempre vano.

Questa appare una lodevole scelta di civiltà, anche se finanziariamente gravosa; ma a molti sembrerà una scelta ideologicamente sbagliata e falsamente umanitaria. Io non mi pronuncio in merito, lasciando il responso, democraticamente, alla maggioranza liberamente espressa, ma invito tutti a riflettere che se si dovesse in Italia mantenere in prigione sino alla morte naturale e decentemente, come si vuole, tutti i condannati all’ergastolo in questo ultimo ventennio, si dovrebbe spendere enormi somme, per raddoppiare non solo le carceri, ma anche il personale della polizia penitenziaria, che già ora non è sufficiente.

E queste enormi somme sarebbero sottratte alla Sanità, alla ricerca, alla Scuola, al nutrimento dei bambini poveri e alla loro educazione, tutti settori per i quali anche oggi ci sono pochi fondi nelle casse dello Stato. Per fare la «scelta di civiltà» i cittadini dovrebbero essere pronti a sborsare il doppio delle tasse che ora riluttano a pagare. Io mi auguro che gli Italiani sappiamo essere così civili con i fatti come lo sono con le parole, le quali sono sempre belle e politicamente corrette, e per di più non costano nulla.    

 

4 - LA LEGGE MERLIN

 

 

 

Così si chiama la legge sulla «chiusura delle case chiuse», proposta dalla deputata socialista Angelina Merlin (1889-1979) nel 1958 e approvata dal Parlamento.

In realtà si decise la liberalizzazione del commercio carnale, voluta dagli stessi benpensanti che oggi cercano di liberalizzare la droga, i matrimoni omosessuali, la procreazione in provetta, la clonazione umana, l’eutanasia e lo sfruttamento commerciale degli embrioni.

L’uccisione legale dei feti sino al terzo mese è già sancita con la legge sull’aborto, e la schiera dei civilizzatori libertari marcia compatta alla conquista di tutte le altre liberalizzazioni, per assicurare la libertà totale e assoluta in un mondo finalmente civile.

Le donne che svolgevano il mestiere più antico del mondo nei «casini» (bordelli, postriboli, case di tolleranza, lupanari ecc.), sembrarono alla Signora Angelina delle lavoratrici schiavizzate, perché lavoravano in case chiuse  e sotto un imprenditore. Anche se avevano un salario ragionevole, a suo tempo la pensione di invalidità o di vecchiaia, le ferie pagate, la visita medica frequente e le eventuali cure assicurate, erano per i promotori della legge delle lavoratrici sfruttate e sottoposte a umilianti controlli, da parte della Questura e dell’ufficiale sanitario, e soprattutto non libere.

Come sopportare un tale trattamento indecoroso? La prostituta per loro deve poter svolgere il suo civilissimo lavoro alla luce del sole, liberamente in locali da lei scelti, senza alcun controllo poliziesco e vessatorio, e anche senza pagare le odiate tasse, perché il suo non è un lavoro vero e proprio, ma una prestazione umana, un piacere donato, un gentile servizio reso al pubblico maschile.

Tutti vedono oggi quale liberalizzazione, quale beneficio abbiano ottenuto le prostitute, e quali benefici siano venuti alla comunità da questa legge. La prostituzione è stata accaparrata dalle mafie e dalla delinquenza organizzata, è dilagata in ogni parte delle città, nei parchi e boschetti, nei condomini, nelle strade periferiche e nelle campagne. Le «lucciole», spesso giovanissime e quasi sempre importate dall’estero come merce umana da sfruttare, sono diventate delle vere schiave, tenute in cattività dai loro sfruttatori, che le comprano e le vendono, le tengono prigioniere, le ricattano, le malmenano e talora anche le uccidono, se tentato di ribellarsi.

Questo è il beneficio accordato dalla legge Merlin a queste lavoratrici del sesso.

Il beneficio per i compratori del servizio, ora veramente «pubblico e libero», è quello di doverle andare a cercare nottetempo in quelle tali strade, esporsi alle rapine e alle prepotenze dei vari protettori (macrò, magnaccia), avere il rapporto d’amore (!) in luoghi spesso squallidi, pagare un alto prezzo col rischio di essere rapinati, e beccarsi talora anche una bella malattia venerea e magari l’AIDS.

I benefici per la comunità sono la sozzura e l’indecenza di quei luoghi e di quelle tali strade, il disturbo e l’insicurezza dei cittadini che ci devono passare o che ci abitano vicino, la vista schifosa dell’ignobile spettacolo e il propagarsi delle malattie veneree.

I benefici per lo Stato è che deve organizzare un aggiuntivo servizio di sorveglianza in tanti luoghi specialmente nelle ore notturne, quando esso è reso più oneroso e difficile, e inoltre perdere il provento fiscale di questo commercio carnale, che se pagasse l’IVA, e l’IRPEG o IRPEF che sia, renderebbe miliardi di euro all’anno.

Se incassasse la giusta aliquota sui proventi di questo colossale commercio, lo Stato potrebbe abolire il lotto e tutte le altre forme di tassazione subdola, le quali, basandosi sull’azzardo e sul caso e non sul merito, sono gravi forme di diseducazione, perché insinuano nel cittadino che la vita non è un impegno serio, morale, civile e politico, ma «tutto un quiz», un gioco, per cui egli invece di pensare a lavorare e far del bene, pensa a giocare e a oziare, in attesa del «colpaccio» che risolva la sua esistenza, con quei soldi che piovono dal cielo come manna benefica. Ormai si dice umoristicamente che la Repubblica Italiana non è fondata sul lavoro, come proclama il primo articolo della Costituzione, ma sul gioco, sulle cambiali, sugli scioperi e su «Mamma Rai». E’ una battuta ironica, che però ha un fondo di verità.

Una nuova legge sulla prostituzione, che ripristini le “case chiuse” con rigorose norme igieniche, sanitarie e fiscali, e con attenta vigilanza da parte delle autorità (Prefettura, Questura, Procura, ASL) è assolutamente necessaria e urgente.

E’ richiesta dalla maggioranza assoluta del popolo italiano, che è indignato per questo sconcio della prostituzione diffusa dappertutto e gestita dalla malavita assieme allo spaccio della droga, al «pizzo» e alle altre forme delinquenziali.

La prostituzione in sé non può essere eliminata; essa è inevitabile, e va quindi regolata per legge in modo che non porti danno né alle lavoratrici impegnate, né ai consumatori del servizio, né alla comunità.

La Chiesa giustamente consiglia la castità sia prima del matrimonio, sia durante, sia poi in caso di vedovanza. Chi riesce a obbedire a questo precetto religioso ne riceve gran bene, perché la sublimazione della pulsione erotica sprigiona una straordinaria forza morale, capace di veri eroismi e di forgiare apostoli e santi. Ma l’assoluta maggioranza dei giovani non è capace di sublimare l’istinto sessuale, per indirizzarlo al volontariato e all’altruismo con le sue svariate forme di carità. L’adolescente sente forte la pulsione, è turbato dalle erezioni e dalle polluzioni spontanee, specie notturne,  e cerca uno sfogo sessuale fisico, con una donna.

Se ci fosse la «casa chiusa», dove con discrezione, con una ragionevole spesa e senza correre alcun rischio egli possa sfogare la sua pulsione, egli tornerebbe tranquillo e sereno, almeno per qualche tempo. Ma questo «refugium peccatorum» non c’è, ed egli è costretto a ricorrere alle prostitute di strada, care e per nulla sicure dal punto di vista igienico e sanitario. Spesso egli, non volendo andare da queste mercenarie pericolose e costose, cerca di corrompere qualche compagna di scuola o collega d’ufficio, qualche cugina o parente con cui ha una qualche dimestichezza.

Talora fa ancor peggio. Si unisce a un branco per violentare qualche ragazza sorpresa senza valido accompagnamento.

Sappiamo tutti come gli stupri siano in allarmante aumento, e come sia pericoloso per le donne circolare da sole anche di giorno, e figuriamoci nelle ore notturne; ma spesso esse ci sono costrette per motivi di lavoro, e non di spasso o divertimento. 

Purtroppo anche gli adulti, e talora pure sposati, compiono tali violenze. Il fondo della perversione è poi quando l’istinto sessuale si sfoga sui minorenni e addirittura su bambini e bambine. La pedofilia oggi dilaga, diffusa anche da Internet e, quel che duole e scandalizza, anche tra i sacerdoti.  La verità è che prima le «case chiuse» offrivano all’istinto uno sfogo pronto, controllato, e perciò sicuro e a giusto prezzo, uno sfogo naturale che ora non c’è più, e l’istinto non rettamente indirizzato devia verso lo stupro o la pedofilia e anche la sodomia.

Le prostitute delle «case chiuse» di una volta, vere professioniste esperte, talora anche madri, assolvevano nel sesso, per così dire, una funzione quasi propedeutica e catartica, guidando il giovane, spesso timido, impacciato e ansioso, a un uso del sesso naturale, rilassante e appagante. Ora non è più così, e le conseguenze sono gravi.

Oggi molte impotenze maschili, molte devianze caratteriali psicogene e alcune tare morali derivano da questa consumazione tumultuaria, clandestina, spesso violenta e precoce del sesso senza nessuna propedeutica, e tanto meno educazione, senza nessun iter naturale facilmente percorribile, senza nessuna regola.    

Ovviamente  io ho finora parlato dei maschi, e dei maschi eterosessuali. Quelli omosessuali sono un’eccezione, dovuta generalmente a un errore della natura, come quando essa fa nascere bambini mongoloidi o focomelici. Allora l’omosessualità è una malattia, una tara genetica che va curata e può essere anche vinta da un’opportuna terapia, accompagnata da un’educazione psicologica e religiosa.

Quello che indigna è quando l’omosessualità viene assunta come valore, come cultura, e sbandierata con orgoglio, come scelta o condizione da superuomini. La sodomia è palesemente contro natura; se è dovuta a un errore genetico va compatita e curata, ma se è un vanto esibito (specie da VIP) non può che essere condannata non solo dalla Chiesa ma anche dal buon senso comune, che infatti la riprova quasi universalmente. Però mai va punita e neppure beffeggiata.

Anche le donne hanno le pulsioni sessuali, ma per esse non può immaginarsi un iter naturale di sfogo come per gli uomini, con le «case chiuse», se non per quelle poche che scelgono la prostituzione, la quale però per esse più che uno sfogo erotico è un lavoro.

Le donne, come ben insegna la Chiesa, trovano nella scelta della verginità una sublimazione delle loro pulsioni, e col matrimonio la realizzazione piena della loro femminilità nell’amore coniugale e nella maternità, in cui sono collaboratrici del Creatore per la nascita di un nuovo essere, che è un dono di Dio, ma anche una loro «creatura», cioè frutto del loro amore. Inoltre la castità e fedeltà preservano marito e moglie nel matrimonio dalle malattie veneree, e specialmente dalla terribile AIDS, vera peste del nostro secolo.

La verginità sino al matrimonio è un valore anche per il maschio, ma riconosco che per esso è più difficile perseguirla anche per un fatto culturale. Il maschio viene esaltato per la sua virilità, e anche per gli uomini celebri nei vari campi (letterario, politico, militare, industriale, musicale, teatrale, ecc.) si scava sempre per conoscere i loro amori, per sapere quante e quali donne hanno conquistato, come se questo dato fosse molto significativo, e l’uomo valesse innanzi tutto come un conquistatore di cuori o uno «stallone» o uno «sciupatore di femmine» come si dice nella malavita.

Io nella mia lunga esperienza di ufficiale ma anche di professore e di preside, ho spesso sentito colleghi vantarsi delle loro conquiste femminili. A questi esibizionisti fanfaroni, spesso millantatori volgari (uno mostrava in una specie di portafoglio piccoli «scalpi pubici» delle varie conquiste) io dicevo semplicemente:

«Non vi invidio affatto; io mi sento felice proprio perché ho conosciuto una sola donna, mia moglie, che mi ha donato dei figli di cui sono orgoglioso e ne ringrazio Dio, perché essi sono onesti e operosi.»

A questa mia dichiarazione essi arricciavano il naso, delusi e anche increduli, ma non osavano più prendere con me quei discorsi cretini e volgari.

Non sempre la «cultura» maschile è stata così stupida e volgare. Cesare, nel «De bello Gallico», parlando dei Germani, dice ammirato che i loro giovani si conservavano vergini almeno sino al ventesimo anno, perché questa astinenza volontaria dal sesso corroborava i loro nervi e ne rafforzava il carattere, la virilità e il coraggio; ciò, per Cesare, era tanto più ammirevole, in quanto maschi e femmine in Germania non crescevano affatto separati, e si bagnavano insieme, nudi, nelle acque dei fiumi. La stessa ammirazione per i Germani e i loro costumi morigerati esprime Tacito nel suo saggio «De origine et situ Germanosum», in cui esalta quei popoli incorrotti a confronto dei Romani ormai corrotti sino al midollo, affogati nel sesso più depravato, con famiglie sfasciate e senza figli: una società molto simile a quella italiana, anzi europea, di oggi. Una società destinata a scomparire. I Romani furono conquistati dai Germani, gli Europei, se non cambieranno rotta e costumi, saranno certamente soggiogati dagli islamici, come chiaramente ha previsto Oriana Fallaci negli ultimi suoi coraggiosi libri. E se ciò si avvererà, saranno loro che l’hanno voluto.

 

5 - DIVORZIO

 

 

 

Il divorzio fu introdotto nella legislazione italiana per iniziativa di vari partiti non solo della sinistra. Socialisti, comunisti, repubblicani, liberali e radicali fecero approvare la legge dalle Camere anche se con una maggioranza non vistosa.

I cattolici, i quali prevedevano il danno che esso avrebbe procurato alle famiglie e quindi all’intera società, ricorsero al referendum per fare abrogare la legge, ma persero.

Oltre ai partiti sopraddetti, erano favorevoli al divorzio le femministe, le quali in esso trovavano il riconoscimento della loro libertà e autonomia rispetto al maschio, che spesso si considerava «padrone» della moglie; e infatti l’adulterio femminile era condannato su denuncia del marito, mentre per il maschio era considerato quasi un diritto acquisito avere una o più amanti. E’ anche vero che le donne talora non sono state da meno. Nel Settecento, come ben ci insegna il Parini, le signore della nobiltà e dell’aristocrazia talora si facevano riconoscere nel contratto matrimoniale il diritto ad avere un «cicisbeo», cioè un «damo» di compagnia di ceto adeguato. E questo amante ufficiale, se non c’era nella carta, spesso c’era nella prassi. Ma quello era il bel tempo delle parrucche incipriate e delle crinoline, brutalmente spazzato via dalla rivoluzione dei «lumi» realizzata dai sanculotti. Già nell’Ottocento le dame non osavano più reclamare un tale diritto.      

All’epoca del referendum molte donne anche non politicizzate e non infatuate di femminismo erano favorevoli al divorzio, come valvola di sicurezza, quasi un’uscita di emergenza in caso di un matrimonio infelice. E a dire la verità, costringere una donna a restare legata per tutta la vita a un cattivo marito è certamente ingiusto; come non è cosa ragionevole per un marito dover sopportare per tutta la vita una moglie disamorata o infedele. Il cristiano che vuol imitare la bontà di Gesù, il quale non condannò la donna colta in flagrante adulterio, può benissimo tollerare e scusare una moglie importuna, saccente, brontolona, bisbetica e anche civettona; Socrate, che non era un seguace di Cristo, il quale non era ancora venuto al mondo col suo messaggio di mitezza e perdono, solo in virtù della sua saggezza filosofica sopportava la moglie Santippe, che non era certamente una moglie gratificante. Ma di «Socrati» non ce ne sono molti.   

Gesù condanna il divorzio: «Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi.» (Mt 19,6)

Quindi Gesù implicitamente afferma che l’unione dell’uomo e della donna nel matrimonio è cosa sacra, perché voluta da Dio.

Nel Vangelo abbiamo altri tre passi che ribadiscono lo stesso concetto: Mt 5,31; Mc 10,11; Lc 16,18.

Bisogna però dire che nel mondo ebraico non esisteva il divorzio, nel senso moderno, perché alla moglie non si riconosceva una dignità uguale a quella del marito, il quale perciò la poteva ripudiare.  Infatti il Deuteronomio, al primo versetto del cap. 24, dice:

«Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che essa non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso [sconveniente – traduce la Bibbia Emmaus], scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano, e la mandi via dalla casa.»

Gesù abroga questa facoltà, perché se l’uomo è vissuto da marito con una donna, questa è sua moglie, e il matrimonio implicito non può essere sciolto. Sarebbe il divorzio che Dio non vuole.

Però Gesù, nei due passi di Matteo sopra citati, aggiunge che il ripudio o divorzio non è consentito «se non in caso di concubinato» [la Bibbia Emmaus traduce impudicizia]. In che cosa consiste questa eccezione? Cioè in quale caso è consentito, per Gesù, il divorzio? Gli ortodossi e i protestanti risolvono il dubbio, traducendo la parola greca pornèia con «adulterio»; e infatti essi ammettono il divorzio in caso di adulterio, del marito o della moglie. Naturalmente a chiederlo, e ottenerlo, sarà la parte lesa. Questa interpretazione mi sembra accettabile, perché pornèia (=fornicazione, incesto) ha pure il significato di adulterio, anche se questo dai Greci era detto più propriamente moichèia. Non sappiamo quale fosse l’originale parola in aramaico, e quindi l’esatta interpretazione di pornèia (da cui abbiamo pornografia).

Comunque la Chiesa cattolica non si pone il problema e infatti traduce pornèia con concubinato o impudicizia, parole molto vaghe che danno adito a molte interpretazioni, mentre adulterio è un termine chiaro.   

Nel Catechismo del 1992 la Chiesa ammette solo la separazione per motivi gravi, ma con l’obbligo di non risposarsi: se uno dei due si risposa (civilmente) cade in peccato grave.[5] Il Catechismo non accenna al cosiddetto «privilegio paolino», cioè quel caso in cui San Paolo ammette di divorziare e di risposarsi. (Vedi 1 Cor 7,15). Il Codice di diritto canonico (canone 1143) dice che il coniuge cristiano può separarsi e contrarre nuovo matrimonio se il coniuge non cristiano gli impedisce di vivere secondo la sua Fede; ma questo deve essere verificato dal tribunale ecclesiastico.

Ognuno comprende quanto sia difficile definire sia la «non cristianità» del coniuge sia la gravità dell’«impedimento»; due concetti molto soggettivi e relativi. Per la Chiesa è indissolubile solo il matrimonio «rato e consumato»; ma che cosa può testimoniare la consumazione del matrimonio? La nascita di un figlio? No: potrebbe avere un altro padre. L’affermazione degli interessati? No:  potrebbero mentire per interesse. Questo dimostra che la materia matrimoniale è molto spinosa, e dà luogo a una infinita casistica, una vera manna per gli avvocati divorzisti e «nullisti» (quelli presso la Sacra Rota).   

Comunque è evidente che noi cattolici non possiamo costringere quelli che non sono né pazienti cristiani né tolleranti filosofi a sopportare per tutta la vita una moglie pestifera; e viceversa non possiamo costringere una donna a sopportare un marito violento, traditore o semplicemente più amante della bettola che del tetto coniugale.

Quindi una legge che preveda in casi gravissimi lo scioglimento del legame matrimoniale è certamente accettabile anche per il cristiano, almeno per il matrimonio civile. Ed è anche accettabile che dopo lo scioglimento legale l’uomo e la donna possano contrarre un  nuovo matrimonio col rito civile.

Anche la Chiesa, col tribunale della Sacra Rota, scioglie in certi casi i matrimoni religiosi, dichiarandone la nullità, e quindi autorizza nuove nozze anche sacramentali.

Sappiamo che questo tribunale molto chiacchierato non è sempre equo e disinteressato, e spesso obbedisce a pressioni esterne di vario genere; ma la sua stessa esistenza dimostra che esiste il problema che la legge italiana sul divorzio ha cercato in qualche modo di controllare e risolvere. Ma come lo ha risolto?

Qui sta il punto.

Secondo i cattolici la legge era troppo lassista, e in seguito, per alcune modifiche, è diventata ancora più larga.

Io al referendum votai e invitai a votare per l’abrogazione della legge. Temevo infatti i suoi effetti a medio e lungo termine. Per me la legge, così com’era, avrebbe dato la stura a comportamenti coniugali sempre più spregiudicati, a richieste sempre più libertarie, e avrebbe finito per sfasciare la famiglia. Cosa che puntualmente è avvenuto. Infatti la legge ha, come si dice, «fatto mentalità», cioè ha indotto la convinzione che il matrimonio è un semplice accordo che in ogni momento può essere rotto, ad libitum. E le vittime di questo sfasciamento sono sia gli stessi coniugi, che talora infieriscono l’uno contro l’altro, sia e soprattutto i figli, che spesso sono contesi, e talora anche uccisi per gelosia o vendetta reciproca. Questi figli comunque crescono male, in un ambiente conflittuale, non ricevono un’educazione equilibrata (cioè sia paterna che materna nella concordia), diventano insicuri di carattere, indisciplinati nel comportamento, e cadono facilmente nella rete della droga o del ribellismo anarchico.

Io dunque votai contro la legge perché prevedevo queste tristi conseguenze, cioè il mutamento di un costume, di una cultura, che vedeva nella famiglia qualcosa di sacro e intangibile. In questa cultura familiare, la moglie, anche se il marito la tradiva, tollerava, per i figli, e non faceva scenate, sempre per i figli, sicura che il marito, dopo quelle sbandate, sarebbe prima o poi tornato a lei, regina della casa, perno della famiglia.

E viceversa il marito, a qualche sbandata della moglie, magari si sfogava rendendole la pariglia, ma si guardava bene dal minare l’unione familiare, della quale lui si sentiva il tutore.

E i figli erano accuratamente tenuti all’oscuro di questi sbandamenti, e allevati e educati con concordia almeno apparente, per non provocare loro traumi psicologici.   

Io nella mia lunga esperienza ho conosciuto sia mogli sia mariti che si sono comportati in questa maniera tollerante e prudente, accordando il perdono cristiano alla controparte deviante, la quale quasi sempre tornava pentita all’asilo familiare, l’unico sicuro e gratificante.

Nel divorzio sono i figli che patiscono e rischiano di più, e per il loro bene i genitori coscienti dovrebbero saper fare qualche sacrificio e qualche rinuncia. I figli non hanno chiesto di venire al mondo, sono i genitori che ce li hanno messi, e sono perciò responsabili del loro benessere fisico e psichico, e soprattutto della loro educazione e del loro avvenire.

E quegli uomini e quelle donne che dopo il divorzio si risposano, credendo di trovare la felicità nel nuovo legame, quasi sempre rimangono delusi, e si sentono caduti, come si dice, «dalla padella nella brace». In ogni caso hanno generalmente una vita travagliata, tra processi, denunce, accuse reciproche, quando non sono violenze o peggio. Le cronache giornaliere ci informano delle orribili vendette che un ex marito non rassegnato o una ex moglie che si sente tradita può ordire e mettere in atto.

E le vittime sono soprattutto i figli. Nella «Medea», tragedia di Euripide (480-406 a.C.) vediamo con quali passioni e per quali impulsi quasi irrefrenabili questa donna, che si sente tradita e abbandonata, giunge a uccidere i figli avuti da Giasone per vendicarsi dell’infedele compagno. La fosca vicenda è un mito, ma rispecchia realtà e fatti anche recenti, perché l’animo umano non è cambiato per il passare dei secoli.

Quindi che cosa propongo?

Non certamente di abrogare il divorzio e tornare alla situazione di prima, che certo non era né ragionevole né equa, ma migliorare la legge, rendendola più rigorosa e severa, soprattutto avendo di mira la salvaguardia dei figli, i quali quasi sempre sono ancora bambini o adolescenti, e quindi bisognosi di particolari cure.

La cronaca nera ci informa quasi ogni giorno delle uccisioni che avvengono tra i separati e sui figli contesi. Il costume cristiano tradizionale dell’indissolubilità del legame rendeva certamente i coniugi più tolleranti e pazienti, i figli più protetti.

Vediamo anche che i divorziati che contraggono un nuovo matrimonio spesso restano insoddisfatti, e lo sciolgono per contrarne un altro, e poi ancora. Infatti sono in genere persone con caratteri difficili, che non troveranno mai quello che cercano, perché non lo sanno neppure loro.

Quando poi si tratta delle stelle del cinema, del teatro, dell’opera, della politica, della canzone e dello sport, il contrarre nuovi matrimoni, quasi in serie (alcuni sono arrivati a sette-otto) è da una parte un modo di far parlare sempre di sé, dall’altra il miglior modo per camuffare i loro amori sregolati in una cornice legale e dignitosa, e anche lussuosa e spettacolare.

 

6 - ABORTO

 

 

 

Se per il divorzio il cristiano potrebbe avere una certa tolleranza o accettazione, sempre se esso fosse circoscritto a casi veramente gravi, per l’aborto[6] egli non può avere nessuna tolleranza, anche se fosse limitato rigorosamente al terzo mese, e sappiamo tutti (a me l’hanno confermato molti medici) che spesso si interviene al quarto e quinto mese, dato che l’età del feto non è registrata all’anagrafe, ma resta un segreto ben custodito.

L’aborto è l’uccisione di un essere umano, e dovrebbe essere punita come qualunque altra soppressione di vita umana.

Chi la nascita di questa vita vuole del tutto escludere dal rapporto sessuale, ha a disposizione il preservativo e la pillola (anteriore ed,  eccezionalmente, anche posteriore), contraccettivi che io ritengo leciti, se ci sono motivi gravi (di salute , morali o economici) per non desiderare in quel momento la nascita di un figlio.

La Chiesa vieta il ricorso a questi mezzi artificiali, e ammette solo alcuni metodi  «naturali», piuttosto difficili da praticare e anche non del tutto sicuri.

Il cattolico osservante cercherà tuttavia di seguirli, per programmare in certo qual modo la sua figliolanza, come ho fatto io stesso, che ho avuto sette figli ragionevolmente distanziati (1945-1947-1950-1952-1954-1959-1962); ma non si può chiedere ai non cattolici o ai non osservanti e ai laici di sottoporsi a questi metodi leciti di controllo delle nascite, e quindi credo che il preservativo, la pillola e la spirale siano moralmente accettabili.

La procreazione si può evitare anche col cosiddetto «onanismo». Il termine deriva da Onan, figlio di Giuda (quarto figlio di Giacobbe), il quale per evitare di ingravidare la vedova cognata Tamar, al che era tenuto dalla legge del «levirato»,[7] disperdeva il suo sperma a terra (Gn 38,4).

Praticamente l’onanismo si effettua col «coitus interruptus», ma anche la masturbazione è considerata una forma di onanismo. Tutt’e due sono condannati dalla Chiesa; ma io mi domando se moralmente non sia meglio, per un uomo che non può contenere la pulsione sessuale e non ha moglie, ricorrere alla masturbazione piuttosto che alla seduzione di donne altrui, alla fornicazione o, peggio, allo stupro. E d’altra parte, non è meglio ricorrere al «coitus interruptus» piuttosto che, avvenuto il concepimento, praticare l’aborto?     

La pillola del giorno prima o anche del giorno dopo[8], mirando a escludere il concepimento, a me sembra  che sia moralmente alla stessa stregua dell’onanismo; il vero male è l’aborto, anche se effettuato nei primi mesi.

La Chiesa condanna la masturbazione[9] come un vizio; i moralisti lo chiamano «vizio solitario» e lo ritengono un peccato (ma non tutti i confessori) di cui bisogna confessarsi per evitare la sanzione divina.

Molti sacerdoti ai ragazzi e anche alle ragazze, che non sanno di che confessarsi, chiedono innanzi tutto «tu ti tocchi?». E poi vogliono sapere il come, il dove e il quando, mostrandosi piuttosto guardoni auricolari                                                      che consiglieri spirituali. Questi confessori dovrebbero riflettere che al «toccare se stessi», che non danneggia il prossimo, non c’è altra alternativa, per coloro che non hanno una sposa,  che il toccare le altre o gli altri, ricorrendo all’adulterio, alla seduzione, alla fornicazione, alla sodomia o alla violenza, dato che la continenza è una virtù molto difficile. 

Gli ebrei dell’Antico Testamento stigmatizzavano l’onanismo come grave offesa a Dio. e infatti la Genesi dice che Jahvè fece morire Onan per punirlo. (Gn 38,10).

In realtà gli Israeliti avevano bisogno di molti figli per contrastare la pressione demografica dei tanti popoli ostili che li attorniavano. Quindi sprecare il seme umano invece di mettere incinte le molte mogli e le moltissime concubine era per loro, oltre che un peccato, un vero e proprio reato contro la nazione e la razza. Il loro capostipite Giacobbe (poi denominato Israele[10] ) ebbe dodici figli maschi (senza considerare le femmine che non contavano nella discendenza) da due mogli (Lia e Rachele) e da due concubine (Zilpa e Bila).

La figliolanza numerosa era tanto importante che le stesse mogli, se si ritenevano sterili, offrivano ai mariti le loro schiave per avere con esse dei figli. Sara, la moglie di Abramo, quando si riteneva sterile, offrì allo sposo la schiava Agar, che gli partorì Ismaele; ma poi, per gelosia, la cacciò via col figlio. Anche Davide aveva molte mogli[11] e moltissime concubine; Salomone poi, celebre per la sua sapienza ricevuta da Dio come dono (vedi I libro dei Re cap.3), «ebbe settecento principesse per mogli e trecento concubine.» (1 Re 11,3)

Dovremmo credere a una tale enormità, dato che la costituzione dogmatica «Dei verbum» afferma che tutta la Bibbia, e quindi anche l’Antico Testamento, è «tutta e solo parola di Dio». Chi volesse approfondire questo argomento, può leggere su Internet il mio saggio «L’Antico Testamento: tutta parola di Dio?»

E affinché qualche buon cristiano non creda che io sia un eretico, osando criticare quella Costituzione dogmatica, approvata dal Concilio Vaticano II il 18 novembre 1965, devo dire che molti teologi biblisti affermano, in documenti ufficiali o editi dalla Chiesa o comunque da essa approvati, che nell’Antico Testamento ci sono anche leggende; e porto un solo esempio. A proposito di Tamar, nuora di Giuda, la quale si prostituisce con lui, il teologo commentatore della Bibbia CEI (pag.52) dice:

«La sua azione non viene condannata – come peraltro non lo sono gli inganni di Giacobbe[12] e il comportamento delle figlie di Lot[13] - soprattutto perché si tratta di tradizioni leggendarie che non rischiano di essere prese ad esempio nella vita comune.»

La «Dei verbum» sostiene che la Bibbia è stata scritta sotto l’ispirazione di Dio. Nella Bibbia  Emmaus della Società San Paolo, corredata di utili appendici, edita nel 1983 (quella della CEI nel 1993) con la collaborazione di illustri teologi biblisti e con l’approvazione ecclesiastica, a proposito del testo della Genesi si dice[14] che verso il 1850 av. C. «ricordi e tradizioni di vita familiare e di clan dei Patriarchi ebrei, raccolti e rielaborati in seguito dalle grandi correnti teologiche Jahvista, Elohista, Sacerdotale, sono confluiti nel testo attuale della Genesi dal cap. 12 al capitolo 50» (che è l’ultimo); quindi la gran parte della Genesi è opera umana, basata sui ricordi e tradizioni raccolti e rielaborati da scrittori ebrei di varie epoche e correnti.

Che dire poi di tutti gli altri 45 libri dell’Antico Testamento? Secondo gli stessi teologi biblisti solo verso il 1000 a.C. viene messa in scritto la tradizione Jahvista del Pentateuco, quella Elohista solo verso il 900, e solo verso il 700 a.C. le due tradizioni vengono fuse in un unico testo, mentre la tradizione Sacerdotale viene redatta al tempo dell’esilio di Babilonia (586-539 a.C.). La redazione dei 46 libri dell’Antico Testamento arriva quasi sino alla nascita di Cristo; infatti il libro della Sapienza sarebbe stato scritto solo verso il 50 a.C.

Che dobbiamo concludere?

Che Dio ci ha fatto conoscere anche delle leggende e ci ha trasmesso le sue «parole» a puntate dal 1850 al 50 a.C.?Non è un’offesa a Dio affermare che la Bibbia intera è «Dei verbum», e che i vari redattori, ispirati da Lui, scrissero «tutte e soltanto quelle cose che Egli voleva»? (par.11)

Quelle cose che Egli voleva, o non invece quelle cose che certi scrittori volevano? Bisogna precisare con un po’ di analisi testuale.

Nel Siracide, libro dell’Antico Testamento lungo ben 51 capitoli, conosciuto anche col nome di «Ecclesiastico», proprio all’inizio l’autore dichiara che il libro è la traduzione in greco di un testo ebraico di un suo nonno, che si chiamava Gesù [=Dio è salvezza], manoscritto da lui trovato in Egitto. Poi aggiunge: «Dopo aver scoperto che lo scritto è di grande valore educativo, anch’io ritenni necessario adoperarmi con diligenza e fatica per tradurlo. Dopo avervi dedicato molte veglie e studi in tutto quel tempo, ho condotto a termine questo libro.»

Dunque il Siracide [= figlio di Sirach] dice che si tratta di uno scritto di suo nonno, che lui ha recuperato e tradotto in molto tempo e con fatica. Il vero autore di esso, cioè il nonno del Siracide, quasi alla fine del libro (50,27) così dichiara:

«Una dottrina di sapienza e di scienza ha condensato in questo libro Gesù… che ha riversato come pioggia la sapienza dal cuore.»

Dunque egli stesso afferma che questa «dottrina di sapienza» non gliel’ha dettata Jahvè, ma la sapienza del cuore.

Se poi leggiamo un passo del Qoèlet (detto anche Ecclesiaste) rimaniamo sconcertati nel leggere:

«Non c’è di meglio per l’uomo che mangiare e bere e godersela…; ma mi sono accorto che anche questo viene dalle mani di Dio. Difatti, chi può mangiare e godere senza di Lui? Egli concede a chi gli è gradito sapienza, scienza e gioia, mentre al peccatore dà la pena di raccogliere e d’ammassare per colui che è gradito a Dio.» (2, 24-26)

Ma che bella parola di Dio! Per fortuna lo stesso Ecclesiaste [colui che dirige l’assemblea liturgica] che ha scritto queste consolanti parole, all’inizio del libro ci avverte che esso contiene  le «parole di Qoèlet, figlio di Davide, re di Gerusalemme.» Sicché lui dice che sono parole sue, ma la Chiesa dice che sono «Dei verbum.»

Se leggiamo il libro dei Proverbi, troviamo che dal cap. 10 sono riportati quelli di Salomone; al cap. 25 si ribadisce: «Anche questi sono proverbi di Salomone, trascritti dagli uomini di Ezechiele, re di Giuda.» Al cap. 30 si legge: «Detti di Agur, figlio di Iake, da Massa.» Non voglio entrare nel «merito» di questi proverbi o detti, alcuni per noi sconcertanti, ma voglio riaffermare che essi sono di Salomone e di Agur, non certamente parola di Dio. Una «parola di Dio» molto sconcertante la leggiamo in Qoèlet 7,26:

«Trovo che amara più della morte è la donna, la quale è tutta lacci: una rete il suo cuore, catene le sue braccia. Chi è gradito a Dio la sfugge, ma il peccatore ne resta preso.»

E’ il misogino Ecclesiaste che parla, non Dio, per fortuna; se no, che ne sarebbe della donna, così demonizzata da Dio?

Insomma questi scrittori dell’Antico Testamento ci avvertono che le loro sono parole di uomini che si dicono sapienti, ma la «Dei verbum» assicura che è «tutta e soltanto parola di Dio». Così affermando, essa si contraddice, perché nello stesso testo riconosce che alcuni passi biblici «contengono cose imperfette e temporanee». Allora dobbiamo credere che Dio con la sua parola ci insegna anche «cose imperfette e temporanee», e non sempre cose perfette e permanenti, come si addice alla sua natura perfetta?

Anche nel Nuovo Testamento incontriamo dei passi che non ci sembrano affatto parola di Dio, e porto qualche esempio.

Nella lettera agli Ebrei, una volta attribuita a San Paolo, ora non certamente a lui, tutt’al più a un suo discepolo, comunque per la Chiesa sempre «Dei verbum», spesso proclamata nelle messe domenicali, leggiamo qualcosa di ancora più sconcertante, quando l’ignoto autore afferma «Quel Gesù che fu fatto di poco inferiore agli angeli, lo vediamo ora coronato di gloria…» (2,9)

Nei primi due capitoli della lettera ai Galati, Paolo non fa che vantarsi come vero e genuino portavoce di Cristo di fronte agli altri apostoli, che lui ritiene poco importanti per la dottrina. E aggiunge:

«Quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto, perché evidentemente aveva torto.» (Gl 2,11)

Nella seconda lettera ai Corinzi, ai capitoli 11 e 12 non fa che vantarsi di fronte agli altri predicatori del Vangelo, che chiama ironicamente «superapostoli», i quali per lui sono solo dei fanfaroni. Ma anche lui non resiste al vizietto di vantarsi, anche se, egli dice, «come un pazzo e da stolto». Tra l’altro si vanta di aver fatto naufragio tre volte, e di essere stato rapito fino al terzo cielo, dove ha udito «parole che non è lecito ad alcuno pronunciare.» (2 Cor 12,4)

Ma noi ci chiediamo: queste “parole che non è lecito ad alcuno pronunciare” chi gliele ha pronunciate? Per gli esegeti paolini, grandi esaltatori dei suoi paradossi e svolazzi oratori, dei suoi assiomi e anche dei molti suoi non-senso, questa mia domanda è indice di ingenuità e ignoranza di uno che non conosce il senso allegorico e anagogico delle Scritture. San Paolo, dicono, è «l’apostolo delle genti», il co-fondatore con Pietro della Chiesa cristiana, l’enucleatore della sua dottrina teologica. Non per nulla nella liturgia della parola si legge sempre un brano delle sue lettere.

Ma con tutta questa sua vanteria come la mettiamo? è anch’essa un suo vanto? Se c’è una virtù che Gesù inculca continuamente, essa è proprio l’umiltà, che Egli vede impersonata dai bambini ingenui e fiduciosi. E anche ai suoi discepoli egli dà l’esempio di umiltà, lavando loro i piedi, e poi li ammonisce:

«Vi ho dato infatti l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi.» (Gv 13,4-15) 

In un’altra occasione Egli dice:

«Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo poveri servi. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.» (Lc 17, 10)

Quindi anche chi opera il bene che Dio gli ha ispirato di fare, deve riconoscersi «povero servo», perché quel bene ha potuto farlo solo con l’aiuto e la grazia di Dio, il solo che opera efficacemente.

Ora però torno all’argomento dell’aborto e cerco di concludere il discorso. Chi volesse saperne di più su Paolo di Tarso, legga il  mio saggio «Historia Magistra».

L’aborto, specie nei primi mesi, può avvenire spontaneamente (per malattia, trauma o altre cause), e in questo caso non c’è alcuna colpa da parte della gestante; ma se esso è procurato, c’è certamente colpa sia da parte della gestante sia da parte di chi la aiuta in questo infanticidio.

Si obietta: ma un feto di pochi mesi è già un bambino? Su questo problema le opinioni di teologi, filosofi e biologi divergono molto. Da una parte c’è la Chiesa cattolica che sostiene che anche lo zigote, cioè la cellula risultante dall’unione dei gameti maschile e femminile, è una persona umana il cui diritto a vivere va tutelato, e la cui soppressione è come un omicidio; dall’altra certi scienziati e medici i quali sostengono che finché il feto non è uscito dall’utero materno, e non è autonomo in quanto separato dalla matrice, non si può parlare di persona umana e dei suoi diritti. Evidentemente sono opinioni estreme, e «in medio stat virtus».

Il considerare lo zigote una persona umana lascia perplesso anche me; ma ciò non vuol dire che gli embrioni umani siano del materiale biologico che possa essere manipolato e utilizzato a proprio piacimento o, peggio, eliminato se non può più servire all’intento per cui sono stati prodotti.

Ma noi ci chiediamo:

Quando il feto può considerarsi persona umana? In altre parole: Quando riceve da Dio l’anima immortale? Chi può saperlo se non Dio stesso? Però San Tommaso, il sommo Dottore della Chiesa, si è posto il quesito e lo ha risolto secondo la propria dottrina.

Dante nella Divina Commedia si pone anche lui il problema e lo risolve seguendo l’Aquinate, il quale ne tratta diffusamente nella «Summa Theologiae» (l. I 76 e poi 118-119; II, 79; III 31-32), nella «Summa contra gentiles» (II73) e anche, passim, nel «De unitate intellectus contra Averroistas».

San Tommaso appare a Dante nel cielo del Sole, in una corona di spiriti sapienti, di cui lui si fa portavoce, e parla a lungo col Poeta a cominciare dal verso 82 del canto X e per tutto l’XI.

E’ perciò strano che Dante, invece di far esporre la dottrina tomistica sull’anima, in Paradiso, dallo stesso San Tommaso, la fa esporre nel Purgatorio (25, 37-75) addirittura da Stazio, un poeta pagano di Napoli (45-96 d.C.), il quale secondo Dante si sarebbe convertito al Cristianesimo.

Orbene che dice Stazio, cioè San Tommaso, cioè Dante? Che dopo il concepimento il feto, che è allo stadio di embrione, riceve un’anima vegetativa («virtute attiva qual d’una pianta»), poi un’anima sensitiva («che già si move e sente»), e infine, quando «l’articular del cerebro è perfetto», Dio infonde nel feto l’anima intellettiva o razionale, la quale «tira in sua sustanzia» le due precedenti anime e forma un’anima sola, che è immortale ed è destinata alla vita eterna.

San Tommaso insiste nel dimostrare che quest’anima intellettiva è personale (ogni uomo ha la sua) e non universale come sosteneva Averroè,[15] per il quale l’intelletto universale viene «prestato», ma solo parzialmente, a ogni uomo, e viene ritirato quando esso muore, e muoiono con lui le sue anime vegetative e sensitive, e quindi secondo lui non c’è immortalità per l’anima umana.         

   Non so se sono riuscito a dare una chiara idea della dottrina tomistica; è certamente un po’ lambiccata e marcatamente scolastica nelle sue distinzioni e divisioni, per noi poco comprensibili. Infatti lo stesso intelletto, cioè quello che distingue l’uomo dagli animali, per San Tommaso è in un primo tempo solo «intelletto possibile» il quale può ricevere «le forme intelleggibili dalle cose sensibili», e solo in seguito diventa «intelletto agente» cioè capace di dedurre, indurre e fare astrazioni, insomma di ragionare.

Ma quando è che l’ex-feto diventa persona umana? San Tommaso non lo dice, non parla di settimane o di mesi o di anni; però è chiaro che solo quando il feto riceve da Dio l’anima razionale possiamo parlare di persona umana. Ma quando avviene ciò? Al terzo, al quinto, al settimo mese, alla nascita o addirittura dopo?

Se non lo dice San Tommaso, figurarsi se lo possa dire io. Dico soltanto che quando il feto ha già gli arti, la testa e gli altri organi principali, il che avviene al terzo mese compiuto, esso deve essere considerato uomo «in fieri», e quindi rispettato e tutelato. Ciò non vuol dire che prima dei tre mesi esso possa essere eliminato con l’aborto; deve essere rispettato e tutelato a cominciare dal concepimento. Questo è chiaro per il cristiano.

Però il cristiano non può pretendere che una madre debba nutrire per nove mesi sino alla nascita (e per quanti anni poi?) un figlio che appare evidentemente deforme, focomelico, mongoloide o privo di organi essenziali; se essa non se la sente di abbracciare questa pesante croce, non le si può negare l’aborto eugenetico non appena l’anormalità è stata chiaramente evidenziata. Allo stesso modo, in caso di stupro, incesto o coito occasionale con un malato di AIDS, se la donna non se la sente di accogliere il frutto di questo violento concepimento o di avere un figlio con il virus dell’Aids, non le si può negare l’aborto terapeutico, praticato con tutte le dovute cautele nella struttura pubblica e a spese dello Stato. Se poi la donna gravida non può continuare la gestazione se non con suo grave pericolo, e non se la sente di affrontarlo, non le si può rifiutare l’aborto terapeutico: è meglio salvaguardare la vita in essere di una donna che quella problematica di un feto di pochi mesi.      

Fuori di questi casi «estremi» l’aborto volontario, anche entro il terzo mese, è un vero e proprio omicidio di un figlio liberamente messo in vita; che dire poi se esso viene fatto morire al quarto, al quinto o al sesto mese? E’ un grave delitto uccidere un essere che a quell’età potrebbe già sopravvivere in un aborto spontaneo; e infatti si sono avuti casi di bambini nati molto prematuri che sono felicemente sopravvissuti, e poi vissuti del tutto normalmente.

Agli Italiani che hanno voluto legalizzare l’aborto, voglio ricordare che hanno eliminato degli esseri che oggi potrebbero essere cittadini attivi e operosi. I «soppressi» sono già alcuni milioni in questi primi trent’anni di applicazione della 194 (Il Ministero della Sanità può precisarne il numero); il vuoto lasciato da questi bambini non nati è stato subito riempito dagli immigrati palesi e clandestini, i quali già oggi sono circa il 7% della popolazione. Si calcola che fra 50 anni essi saranno il 30-40%, fra 100 anni forse la maggioranza della popolazione, e allora gli oriundi italiani saranno necessariamente islamizzati, dato che volontariamente hanno rifiutato la vita.


 7 - EUTANASIA

 

 

 

E’ una bella parola che significa buona morte, e tutti ci auguriamo una buona morte e, se siamo credenti, una buona e santa morte che ci apra la porta del Cielo.

Ma la parola oggi ha preso un significato meno innocente; e infatti viene a significare una morte procurata a uno per non farlo soffrire.

Noi cristiani sappiamo che il dolore ha un suo significato,  un suo valore e che va quindi accettato, anche se è lecito eliminarlo o almeno lenirlo con la morfina o altre cure palliative; perché per sopportare acuti e continui dolori ci vuole molto coraggio o molta Fede, e non tutti i malati terminali hanno l’uno o l’altra.

Infatti molti, non resistendo al dolore, risolvono da soli la difficoltà e si danno essi stessi la morte sparandosi o gettandosi nel vuoto. Quello che fa paura e porta qualche volta alla disperazione non è solo il dolore fisico, ma anche quello psichico, e non solo il proprio, ma anche quello altrui, di una persona cara, a cui siamo molto legati.

Dunque, in pratica, in certi casi, uno pensa che è meglio farla finita, è meglio morire (o far morire la persona cara) piuttosto che soffrire ( o veder tanta sofferenza in chi amiamo.)

Il problema si complica, piuttosto che risolversi, quando è lo stesso malato a chiederci di farlo morire, di non lasciarlo nelle torture fisiche e psichiche, insomma di «staccare la spina», come usualmente si dice. Dobbiamo dargli ascolto o no?

Infatti oggi il progresso della scienza e dell’ingegneria medica permettono di sopperire a molte funzioni corporee con apparecchi che aiutano o addirittura sostituiscono il cuore, i reni, i polmoni; inoltre nuovi farmaci riescono a controllare o guarire malattie che un tempo sembravano incurabili e letali. Quindi il malato che soffre dolori insopportabili e ci chiede di morire, in certi casi potrebbe anche essere guarito.

Esopo, il simpatico favolista greco, nel bozzetto «Il vecchio e la morte» ci mostra che qualche volta si chiede di morire solo per la disperazione del momento e non per una ponderata scelta. Egli racconta che un povero vecchio era andato al bosco a raccogliere un po’ di legna, lavorando lentamente e con molta pena, dati i suoi acciacchi. Fatto un fascio di sarmenti se lo mette stentatamente sulle spalle e si avvia verso la sua catapecchia. A un certo punto della strada, esausto, getta giù il fardello e invoca la Morte. Questa lo ascolta e gli si presenta. Appena il vecchio la vede in faccia, dimentica subito la sua mortale stanchezza. E quando la Morte gli chiede: «Perché mi hai chiamato?» risponde: «Perché mi aiutassi a rimettermi questo fascio sulle spalle.»

La morale della favola è evidente: si invoca la morte per la disperazione, ma quasi sempre si vorrebbe continuare a vivere, perché la vita è già un valore per se stessa. Ma è anche vero che facendo ricorso a scienza, tecnica e farmaceutica si può tenere in vita un uomo anche per molto tempo, facendogli continuare una vita soltanto vegetativa, senza alcuna capacità intellettiva o sensoria. In questo caso si parla di «accanimento terapeutico», e tutti si dicono ad esso contrari.

Quindi: né eutanasia né accanimento terapeutico. E’ un bel programma che però in pratica non dice niente. Anche quello che dice la Chiesa, cioè che la vita umana va tutelata dal concepimento alla morte naturale, è una saggia direttiva, che però non serve a risolvere i casi concreti. Infatti bisognerebbe prima spiegare praticamente in che cosa consiste la cosiddetta morte naturale, che cosa sia l’accanimento terapeutico, cioè dove finisce in pratica la terapia (doverosa) e comincia l’accanimento (da escludersi). La questione è dibattuta, perché gli stessi specialisti (medici, scienziati, filosofi e teologi) la pensano in modi molto diversi.  

Io, che non sono né scienziato né medico né tampoco teologo, cercherò di dire alcune cose di buon senso, fare considerazioni di senso comune, che alcuni potranno condividere.

Prima considerazione: se il malato, ben cosciente di sé, chiede di morire, perché non vuole più soffrire senza alcuna speranza di guarigione e non riconosce alcun valore salvifico al dolore, bisognerebbe accontentarlo; se si tratta di staccare una spina, la si stacchi e non si tormenti più a lungo il sofferente.

Seconda considerazione: se il malato da tempo non è più cosciente e non può più esprimersi, ma si vede che soffre atrocemente nel fisico ( si lamenta, grida, piange ecc.) i parenti più prossimi (moglie, marito, padre, figli, fratelli, zii, nonni, cognati) possono decidere di farlo cessare di penare, e i medici dovrebbero obbedire alla loro decisione, mettendo fine alla terapia intensiva.  

Terza considerazione: se queste persone care non ci sono o non vogliono decidere esse, mentre il malato soffre terribilmente e non c’è speranza né di recupero della coscienza né di una remissione dei dolori, ci dovrebbe essere una apposita commissione, formata di soli tre membri (un medico, uno psicologo e un sacerdote) la quale dovrebbe decidere anche a maggioranza (2 contro 1), e in linea definitiva, senza rinvii o nuovi esami, se staccare o meno la spina.

E’ anche ovvio che, se il malato è cosciente e chiede insistentemente di morire, ma non basta staccare semplicemente la spina per procurare subito una «buona morte» gli si fornirà qualche preparato che metta fine alle sofferenze nel modo più immediato e sicuro.

Nessuno mi fraintenda: io non dico di fare all’ammalato una iniezione letale, ma di fornirgli un preparato che egli possa assumere personalmente, per sua ferma decisione, quando lo vorrà. E’ meglio aiutarlo a mettere così fine a una vita non più sopportabile, che costringerlo a suicidarsi con un’arma, in modo cruento e raccapricciante. Dico questo, naturalmente, per quelli che non hanno la Fede e la Speranza cristiana. Infatti quelli che l’hanno accetteranno di soffrire sino all’ultimo respiro, perché riconoscono al dolore un valore salvifico.

Comunque io credo che non sia opportuno fare una legge sulla liceità dell’eutanasia: una normativa in materia sarebbe sempre problematica e bisognosa di continue modifiche e aggiornamenti, e sarebbe sempre variamente interpretata e fonte di contestazioni.  

Penso che la materia debba essere affidata alla deontologia dei medici, e magari del loro ordine sommo di garanzia e controllo.

Riguardo al singolo, se egli volesse decidere in anticipo della sua sorte terminale, in caso di incoscienza permanente, si è proposto il testamento biologico.

L’idea non è sciocca, ma questa manifestazione preventiva di volontà è anch’essa molto problematica. Come avviene per i testamenti ordinari, i quali spesso sono annullati o modificanti dal testante, e talora sono contestati come falsi o contraffatti, così questo messaggio potrebbe dar luogo a controversie e interpretazioni diverse, non solo per la sua autenticità, ma anche sul merito.

Per esempio, se il testante dice di non volere «l’accanimento terapeutico», si discuterà sempre e si contenderà su quando finisce la terapia e comincia l’accanimento. La nozione di accanimento varia nei tempi e nei luoghi, tra i dotti e le persone comuni.

Il vero cristiano non si pone affatto, per sé stesso, il problema; egli per il suo tempo estremo si affida a Dio e alla sua misericordia, e anche alla «pìetas» dei familiari e dei medici. Se questa non ci sarà, lui confida sempre in quella di Dio. 

Io personalmente, giacché mi trovo a parlare di questo argomento, ne approfitto per dire fin d’ora ai miei figli:

«Voi conoscete bene la mia concezione della morte secondo la Speranza cristiana, per cui essa è la porta del Cielo, l’inizio della vera vita; perciò, quando sarà giunta la mia ora, non prolungate la mia attesa del trapasso, ma lasciatemi partire in pace, affinché io possa salire subito alla casa del Padre. E non vi dovete addolorare, ma piuttosto gioire, perché allora vorrà dire che l’esame della vita, con le sue severe prove, sarà stato da me finalmente superato.»

Da quanto ho detto potrà sembrare a qualcuno che io sia favorevole all’eutanasia; ma non è così. Io ho precisato che c’è questo problema per quelli che non hanno la Fede e la Speranza cristiana, ma non per noi che crediamo alla vita futura che possiamo guadagnare anche con le prove dolorose della vita terrena, specialmente nella malattia e nella vecchiaia.

Però noi cattolici siamo spesso portati a risolvere i problemi in modo aprioristico, ad assolutizzare le questioni  e a risolverle con formule o pronunciamenti assiomatici, come «non siamo padroni della nostra vita, perché solo Dio è il padrone della vita e della morte.»

Sono belle parole, molto vere per noi cristiani, perché crediamo che siamo venuti da Dio al quale aspiriamo a tornare; ma sono vuote frasi per i non credenti, per coloro che si ritengono prodotti dell’evoluzione e della selezione naturale, e sono tanti se non la maggioranza. Essi non riconoscono alla vita nessun fine trascendente, e nessun valore salvifico al dolore. Costoro si ritengono padroni assoluti dei loro corpi, le donne gestanti padrone dei loro feti; il loro scopo è cercare il piacere ed evitare il dolore. Quando questo li coglie, ed è atroce, permanente e senza remissione, vogliono naturalmente mettere fine ad esso nel modo più immediato e indolore.

La religione cristiana invece ci insegna che il dolore ha un suo valore, anche se è lecito cercare di evitarlo o almeno attutirlo. Solo un santo se lo può procurare con la penitenza, il digiuno o addirittura il cilicio, per purificarsi e acquistare maggiori meriti, ma il cristiano comune non è affatto tenuto a questi mezzi straordinari, dato che la vita riserva sempre parecchi dolori ordinari, che egli deve sopportare con pazienza in sconto dei suoi peccati.

I malati  terminali specie per cancro soffrono atroci dolori che i medici cercano di lenire con le cure palliative. I familiari e gli amici cercano di lenirle con la solidarietà, l’assistenza e la cura affettuosa. La Chiesa, contraria all’eutanasia, insiste su questi mezzi, ritenendoli risolutivi del problema. Ma non è così. Quando la sofferenza strazia il corpo e lo spirito, anche le parole e le cure amorevoli servono a poco, e in certi casi irritano il malato, quando sospetta che esse siano fatte o dette solo per dovere o pietà, mentre a lui non apportano alcun beneficio. E’ umano. Anche Gesù Cristo fu attanagliato da tale dolore che disse ai discepoli:

«La mia anima è triste fino alla morte». (Mt 26,38)

Desiderando sottrarsi a quella sofferenza pregò:

«Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice!» (Mt 26,39)

E siccome non fu esaudito, bevve il calice fino alla feccia con rassegnazione, ma anche lamentandosi:

«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46)

Era il Gesù vero uomo, cioè uomo come noi, non Gesù Cristo, vero Dio, ma questo dimostra la tirannia del dolore, talora insopportabile. La conosce solo chi soffre, e quando soffre a quel modo, come Gesù. E quando l’uomo non si rassegna e cade nella disperazione, può giungere al suicidio. Ci sono giunti molti uomini anche famosi e ben conosciuti, che la gente riteneva felici, perché di successo.

E’ evidente che il suicidio deve essere evitato, ed ecco il problema della «buona morte». Io, come ho detto, non ritengo opportuna una legge sull’eutanasia, che la renda lecita in certi casi e a certe condizioni, perché secondo me complicherebbe il problema invece di risolverlo, in quanto darebbe luogo a varie interpretazioni, secondo le varie competenze o concezioni etiche. Perciò ho detto che dovrebbero essere i familiari con i medici a risolvere il problema quando si pone, cioè caso per caso, perché ogni moribondo è un caso a sé. Una condanna aprioristica e assoluta dell’eutanasia non mi sembra una soluzione del problema, che è reale.

E’ un fatto che noi cattolici, specie gli ecclesiastici, si è sempre portati ad assolutizzare i problemi, e a risolverli in modo teorico o ideologico, senza tener conto  della realtà effettuale. A questo proposito potrei portare molti esempi, ma mi limito a uno solo, che è pure molto dibattuto, cioè la prostituzione.

Con la legge Merlin è stata liberata dalla schiavitù delle case chiuse, credendo di risolvere così il problema, considerandolo cioè un «non problema», per cui bastava lasciar libero il mercato e tutto si sarebbe sistemato. Vediamo tutti quello che è successo. Non ho pregiudiziali contro le lavoratrici del sesso. Si sa che il loro è il mestiere più antico del mondo, attività considerata necessaria al consorzio umano, la quale in alcune civiltà è non solo rispettata ma addirittura venerata (prostituzione sacra).

Nell’Antico Testamento abbiamo Raab, la prostituta di Gerico (Gs 2,1- 21), considerata un’eroina, perché salvò gli esploratori di Giosuè, e per questo viene lodata e portata come esempio anche nel nuovo Testamento sia nella lettera agli Ebrei (11,31) sia nella lettera di Giacomo (2,25). Nel Medioevo la sua fama non fa che crescere; Dante la pone nel suo Paradiso, nel cielo di Venere (spiriti amanti) dentro una scintillante «lumera», e gli dedica ben cinque terzine del suo poema sacro. Dice che è stata la prima a essere portata in Paradiso da Cristo, per cui è la più splendente del terzo cielo. Stando così le cose, mi meraviglio molto che non sia stata nominata protettrice delle «lucciole», le quali anch’esse splendono un pochino su questa terra, come Raab scintilla in Cielo.

Ma tornando al discorso serio, dico che la prostituzione è una realtà che non si può eliminare, perché non si possono eliminare gli impulsi erotici di tanti maschi umani, che talora sono più impellenti di quelli dei mandrilli.  Per soddisfare questi maschi c’erano prima i cosiddetti «casini», case chiuse nelle quali si offriva questo sesso mercenario. Ma ciò sembrò una vergogna, una vera schiavitù per quelle operaie, e si decise di spalancare le «case chiuse» e dare la libertà alle povere schiave. Per quanto io ne sappia, la gerarchia ecclesiastica fu d’accordo, perché anch’essa aveva qualcosa da dire contro i postriboli, per motivo morale. Sappiamo tutti quali sono stati i benefici della legge Merlin.

Ora che molti (tra cui io) propongono di riaprire le «case chiuse» per controllare almeno la marea soffocante della prostituzione, mi sembra che quella stessa gerarchia non accetti questa soluzione del problema, proponendo il cosiddetto «recupero» delle prostitute. Alcuni sacerdoti si sono dedicati a questa missione, fondando case di accoglienza, a quanto pare molto confortevoli, per quelle lavoratrici che si sentissero stanche di quella vita e bisognose di riposo. Quei preti si illudono molto sul recupero di queste donne. Innanzi tutto sono poche quelle che accettano la pur confortevole sistemazione, e queste poche in genere non lo fanno per una conversione, ma per convenienza, allo stesso modo che molti mafiosi si pentono per interesse. Sono in gran parte donne anziane o malate, ormai fuori mercato, alle quali conviene essere accolte in una pensione gratuita “vita natural durante”. Queste poche che smettono, sono subito rimpiazzate da altre importate dall’Africa, dall’America latina o dall’Est europeo, ragazze in gamba e promettenti per questo mercato in continua espansione.

Come non ci sarebbero i ladri, se non ci fossero i ricettatori, così non ci sarebbero le prostitute, se non ci fossero i clienti che le cercano e le pagano profumatamente, tanto che qualcuna di esse si è addirittura arricchita,  avendo saputo lavorar bene in proprio. Questi preti così bene intenzionati, che si dedicano alla conversione delle lucciole, dovrebbero dedicarsi al recupero dei puttanieri; così, tolta la causa, si toglie l’effetto. Ma a questo recupero, e specialmente all’educazione sessuale e morale dei giovani, nessuno si dedica, e molti ecclesiastici danno anche, in merito, cattivo esempio. Quel che è peggio è che di questo mercato molto lucroso, perché esentasse, si è impadronita la malavita organizzata, che lo gestisce profittevolmente assieme a quello della droga e del pizzo. 

Non voglio dilungarmi su questo argomento, perché ne ho parlato anche in altre parti di questo opuscolo, e non vorrei ripetermi. Sono sicuro che molti saranno d’accordo con me nell’auspicare il ripristino del regime delle «case chiuse», controllate dalla Magistratura, dalla Questura, dalla Sanità e anche dal Fisco. Questo della prostituzione è un problema che ho portato come esempio, per dimostrare che i problemi veri (e sono tanti, tra cui quello della monnezza) non si risolvono con belle parole o piccole pur lodevoli iniziative, ma con interventi energici e radicali, anche se politicamente non corretti.

8 - I TRE ANELLI

 

 

 

Gli antichi Greci per noi più noti e rappresentativi di quella ammirevole civiltà, cioè gli Ateniesi, nell’epoca d’oro della loro storia democratica, che fu il quinto secolo avanti Cristo, venivano educati al civismo da filosofi come Socrate e Platone, al diritto e alla politica da oratori come Lisia e Demostene, alla religione e alla morale da drammaturghi come Eschilo, Sofocle ed Euripide.

Sì, il teatro era per gli Ateniesi una scuola. Anche la commedia, come quella di Aristofane e Menandro, aveva un intento formativo per l’uomo e il cittadino, ma io mi riferisco qui ai tragediografi. Le opere di questi venivano rappresentate durante le Dionisie, feste in onore di Bacco, in un concorso in cui ogni partecipante doveva presentare una trilogia e un dramma satiresco. Le tre tragedie erano correlate, in quanto riguardavano un personaggio o un episodio storico o mitico in una scansione temporale. Le vicende erano lugubri, talora terrificanti, e finivano in una catastrofe che lasciava negli animi un senso di smarrimento e quasi di paura. Perciò l’ultima rappresentazione della giornata era il dramma satiresco, di argomento leggero e scherzoso, che serviva a licenziare gli ascoltatori con pensieri e fantasie più ottimistiche se non liete.

Infatti le tragedie riguardavano fatti luttuosi, con implicazioni religiose, politiche e morali, e servivano all’educazione civica e patriottica che la polis, cioè il Governo, impartiva doverosamente a tutti i cittadini. Questi non solo non dovevano pagare per andare al teatro, ma avevano pagata, con un obolo, la giornata lavorativa perduta; e un obolo era considerato un indennizzo adeguato.

Durante le rappresentazioni sceniche delle Dionisie gli Ateniesi passavano al teatro quasi l’intera giornata, e assistendo alle tragedie provavano forti emozioni e talora veri e propri patemi. Ecco perché dovevano essere ristorati, prima di tornare a casa, da scenette allegre, talora esilaranti, ironiche, allusive, umoristiche e garbatamente (non sempre) provocanti, le quali alleggerivano e rinfrancavano il loro animo.

Ho voluto ricordare questo costume ateniese perché lo considero ragionevole e quasi esemplare, in quanto l’uomo non è solo sapiens, ma anche ludens, e dopo aver riflettuto a doveri o problemi seri e talora angoscianti, ha bisogno di rilassarsi un po’, di ridere anche, o almeno sorridere.

Per questo ho deciso di chiudere questo opuscolo con un capitoletto più leggero che, se non farà sorridere, non aduggerà il lettore con altre problematiche serie e preoccupanti. Voglio infatti raccontare una novella, o piuttosto favola, che lessi nei miei lontani anni di Ginnasio e mi è rimasta nella memoria come tante altre favole, perché esse hanno sempre una morale, un insegnamento di vita. Naturalmente io la racconterò a modo mio, perché, per fortuna, sulle favole antiche non c’è «proprietà letteraria» e non posso essere chiamato a rispondere di plagio. Oggi c’è la proprietà esclusiva non solo per le parole, gli strumenti e le invenzioni, le piante e le sementi, ma anche per le fogge dei vestiti e delle scarpe, e guai a imitarle senza pagare i diritti di autore.  

Io ho messo i miei scritti in Internet, rinunciando a ogni proprietà letteraria, perché penso che le idee buone, se uno le ha, non deve venderle, ma fornirle gratuitamente a tutti quelli che le vogliano conoscere. Io anzi mi sento per così dire obbligato ai miei lettori; mi sento in debito verso di loro, ma purtroppo non posso pagare loro l’obolo per indennizzarli del tempo perduto, perché non li conosco e non so se esistono, in quanto non ho certezza che qualcuno abbia letto le mie opere, se non tutte (quindici) almeno qualcuna. Comunque racconterò la novella a cui ho accennato.

Tanto tempo fa, e forse all’inizio dei tempi, visse un padre il quale, a distanza di poco tempo l’uno dall’altro, ebbe tre bei figli, sani e vitali, che ben presto rivelarono caratteri alquanto diversi: il primo era molto sicuro di sé, decisionista e anche un po’ orgoglioso perché era il primogenito, il secondo era più modesto e alquanto timido, il terzo era anch’esso sicuro di sé e nient’affatto propenso a rispettare i fratelli maggiori, e crescendo diventò un po’ scontroso e intollerante. Il buon padre era attento ai loro comportamenti, che non sempre gli piacevano, e cercava di migliorare i loro caratteri con ammonizioni e richiami.

Siccome i richiami collettivi erano poco efficaci, il padre volle tentare un approccio più personale, e dare a ognuno un incentivo con l’offerta di un premio, come riconoscimento di una più devota obbedienza.

Egli aveva un prezioso anello con una splendida gemma, che era l’emblema del suo casato e il simbolo della sua autorità. In qualche circostanza lo aveva mostrato ai figli, esortandoli alla virtù, perché quell’anello, diceva, era simbolo dello splendore della virtù che era il vanto e il merito della famiglia. Allora si rivolse in segreto a un abile orafo e ne fece fare altri due del tutto uguali ad eccezione della gemma, la quale era simile ma non uguale a quella originale, che solo il padre riconosceva per una particolare trasparenza alla luce del sole.

Ciò fatto, chiamò  a sé i figli uno per uno, e parlò a ognuno press’a poco così:

«Caro figlio, vedo che ti comporti benino, ma devi migliorare per rendermi pienamente soddisfatto. Cerca di solidarizzare di più con i tuoi fratelli, perché siete figli dello stesso padre. Io ho piena fiducia in te, e sono sicuro che non solo migliorerai te stesso, ma col tuo buon esempio cercherai anche di migliorare gli altri. Come tu sai, io posseggo quell’anello prezioso, che devo assegnare come premio a quello di voi che meglio segue le mie direttive. Siccome io conto su di te, ecco che l’anello te lo consegno come pegno e sprone, ritenendoti degno di conservarlo e onorarlo. Però non lo devi dire a nessuno e tanto meno ai tuoi fratelli, per non suscitare gelosia e invidia. Non essere orgoglioso del tesoro che io ti consegno, ma mostrati sempre generoso e accogliente con tutti, e tanto più con i tuoi fratelli.»

Ognuno dei figli, felice per l’esclusivo anello ricevuto, organizzò degli incontri con i fratelli per cercare il modo di vivere di buon accordo, come aveva raccomandato il padre. Ma siccome ognuno credeva di valere più degli altri, perché con l’anello pensava di aver ricevuto la primazia, un brutto giorno il loro colloquio degenerò e l’incontro divenne scontro, perché non erano d’accordo sul ruolo che ognuno di loro aveva nella famiglia e nei riguardi del padre. Il primogenito disse che lui era non solo il primo, ma anche il più vicino al padre, quello che lo conosceva meglio, il suo rappresentante in seno alla famiglia. Siccome gli altri due dissero che la sua era una pretesa senza fondamento, perché essi erano tutti uguali, il primogenito tirò fuori l’anello del padre, dicendo che era stato dato a lui come segno di primazia.    

Il secondo e il terzo figlio rimasero allibiti, ma subito si ripresero mostrando anch’essi i loro anelli esclusivi. Siccome constatarono che essi erano perfettamente uguali, rimasero perplessi, e decisero di andare insieme dal padre per chieder ragione del fatto per loro inspiegabile di un anello unico diventato triplice.

Con tutto il rispetto che avevano per il padre, le loro parole furono alquanto risentite, come se il padre si fosse preso un po’ gioco di loro. Il padre ascoltò pazientemente le loro lamentele, li fece sfogare sino in fondo, poi pacatamente rispose:

«L’anello originale è uno solo, gli altri due sono copie. Quello vero lo conosco solo io, e l’ho consegnato a chi io solo so. L’ho consegnato a colui che penso osservi meglio il mio precetto, e fa meglio la mia volontà.»

Allora il primogenito disse:

«Qual è dunque il tuo precetto? Diccelo, perché tutti vogliamo osservarlo e fare la tua volontà.»

Il padre rispose:

«E’ molto semplice e ve l’ho detto più di una volta. “Fa’ agli altri quello che vorresti fatto a te, non fare agli altri quello che non vorresti fatto a te”. Se seguirete questa regola di comportamento farete la mia volontà.»

Allora il terzo figlio chiese:

«Ma chi sono questi altri? Gli altri uomini non sono della nostra famiglia, e alcuni ci sono del tutto estranei. Perché li dobbiamo rispettare?»

Il padre rispose:

«Dovete amare tutti come voi stessi, perché sono vostri fratelli, figli dello stesso Padre Celeste. Dovete amare tutti, anche quelli che vi sembrano ostili.»

Il figlio replicò:

«E’ un precetto molto duro e difficile a seguirsi. Ma io vorrei sapere chi di noi ha il vero anello. Sapendolo, potremo meglio regolarci per fare la tua santa volontà.»

Il padre rispose:

«Avete l’intelligenza e il libero arbitrio; dovete farvi guidare dalla ragione e dalla retta coscienza. Solo alla fine dei tempi io vi rivelerò tutta la verità e vi giudicherò uno per uno secondo le opere da voi fatte.»

I tre figli se ne andarono un po’ perplessi, ma ognuno convinto di possedere lui l’anello della verità.

La morale della novella, o favola che sia, è evidente a tutti.

I tre figli rappresentano le tre religioni monoteiste, che adorano l’Unico Dio, Padre universale e Creatore del Cielo e della terra. Lo adorano con riti diversi e lo chiamano con nomi diversi: Iahvè, Allah, Signore Dio, ma è sempre Lui, il Padre di tutti e il Signore di Tutto. Ebrei, Cristiani e Mussulmani proclamano che Lui è Giusto e Misericordioso. Ma è anche severo, e non è affatto contento di quei suoi figli che disprezzano gli altri o, peggio, li perseguitano e uccidono come nemici, mentre invece sono dei fratelli, figli dello stesso e unico Padre, il quale alla fine giudicherà ognuno di essi dalle loro opere, e darà il premio o la pena eterna a ognuno secondo il suo merito.

 

 

Roma, Natale 2007.

 



[1] Il termine di etimologia greca inventato dal More per la sua Utopia, da nome proprio, è diventato nome comune, per indicare una costruzione fantastica non solo di un reggimento politico, ma anche di un ideale irraggiungibile.

[2] San Paolo, riferendosi allo stesso episodio, dice che «ne caddero in un solo giorno ventitremila.» Aveva letto male il testo dell’Esodo, o la strage fu quale egli afferma ? (1ª lettera ai Corinzi 10,8)

[3] «Abramo, nostro padre, non fu forse giustificato per le opere, quando offrì Isacco suo figlio, sull’altare?» (Lettera di Giacomo 2,21)

[4] Consiglio di leggere in proposito il coraggioso libro di Roberto Saviano (Gomorra-Mondadori 2006)

[5] Vedi articolo 2383 pag. 582.

[6] Legge 194 del 1977.

[7] Dt 25,5-6

[8] La pillola del giorno dopo è giustificata quando la donna abbia avuto un rapporto non previsto o con una persona a rischio o subendo violenza.

[9] Catechismo par. 2352 (pag.574); Compendio par.492 (pag.131)

[10] Significa «Dio è forte». Un passo della Genesi (cap.32, v.29) dice che Giacobbe combatté addirittura con Dio: «hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto.» Che cosa dobbiamo pensare?

[11] La Bibbia ce ne nomina otto dalle quali ebbe 19 figli «senza contare i figli delle sue concubine» (1 Cr, 3,9).

[12] Gn 30, 31 ss)

[13] Gn 19, 30 ss)

[14] pag. 2229

[15] e anche Platone con la sua teoria della reminiscenza delle idee.