Bruno Camaioni
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Seconda Parte

INDICE
ANAGOGICA
Opere di Bruno Camaioni
Notizie sull'autore
Bruno Camaioni è nato a
Grottammare (AP) nel 1917, si è laureato in Lettere all'Università di Roma nel
Uno di costoro, ritenendo che esse siano interessanti e anche formative per i valori che inculcano, ha preso l'iniziativa di metterle man mano in rete, affinché chiunque le possa leggere liberamente e senza spese.
Note sul diritto d'autore
Delle opere pubblicate di Bruno Camaioni ne è consentita la copia e la distribuzione gratuita, su qualsiasi supporto, preservandone l'integrità (inclusa la presente dicitura) e citandone l'autore.
Altre opere attualmente disponibili in rete (anche attraverso eMule):
Il Problema del Male - Riflessioni; Eremita a Orgosolo - Romanzo; L'Aiuola Contesa - Romanzo; Riassunto de "I Promessi Sposi" - con commento estetico e morale; I Personaggi de' "I Promessi Sposi" - Saggio; I Doveri del Cristiano - Saggio; L'Antico Testamento - Tutta Parola di Dio? - Saggio; La Chiesa di Cristo e la Mondanizzazione -Saggio; Il Messaggio di Dante - Saggio; Una vita interessante - Luigi Mercantini Il Tirteo Marchigiano - Biografia; Historia Magistra - Saggio; Le meditazioni di Dante nel Purgatorio - Saggio; Idee non politicamente corrette I parte - Saggio; Poesie Varie.
Le opere sono depositate.
Presentando la prima parte di questo opuscolo, ne
ho promesso un seguito se avessi trovato un po’ di ascolto. Mi accontentavo di
cinque lettori, dato che il grande Manzoni se ne auspicava venticinque per il
suo «romanzetto dove si parla di promessi sposi» (Giusti). Mi hanno detto che
finora i miei sono anche più di cinque, e quindi mi sento in dovere di
mantenere la promessa, anche se mi costa non poca fatica, alla mia età e nella
mia condizione fisica. Ma il buon Dio mi conserva ancora l’uso della mente e
della memoria, e io devo usare finché posso questi due modesti talenti.
Innanzi tutto però voglio salutare e ringraziare
questi miei pochi lettori, che per loro bontà mi dedicano un po’ del loro
tempo; io li considero miei amici (anche se forse non sono d’accordo con me) e
auguro loro tanta buona salute e serenità di spirito.
Essi sanno che da me non si possono aspettare
grandi idee. Per queste ci sono gli specialisti laureati e certificati; se
vogliono sapere di religione ci sono i tanti teologi delle varie scuole; se
amano la sapienza ci sono gli innumerevoli filosofi con tutti i loro «ismi»; se
cercano la scienza ci sono ogni anno una
dozzina di premi Nobel; se cercano le idee politicamente corrette ci sono
infine i «maestri di pensiero», i giornalisti, specialmente i direttori di
testate, gli editorialisti e gli opinionisti.
Il nostro bel mondo abbonda di questi VIP, i quali
assicurano «le magnifiche sorti e progressive»(Leopardi) della nostra fortunata
società.
Io invece parlo, o meglio converso, con quelli che
mi vogliono ascoltare, di argomenti che stanno a cuore o interessano parecchi,
senza alcuna pretesa di essere originale o profondo o esaustivo, ma al solo
intento di riflettere un po’ su di essi senza pregiudizi o condizionamenti. Mi
accontento anche di mettere qualche pulce nell’orecchio, per provocare una
reazione o una risposta o almeno una riflessione.
Ho fatto questa premessa, per avvertire «i dotti di
questo mondo» che non ardirei mai confrontarmi con loro, perché certamente mi
subisserebbero con la loro dottrina. Ma per mia fortuna nemmeno loro si
confrontano con me, perché mi darebbero una qualche importanza anche se
negativa. Essi sanno bene che il miglior modo per annichilire qualcuno è
obliterarlo; e io sono contento di essere obliterato da loro, e letto solo da
poche persone «semplici e ingenue» come me.
E ora comincio con un’altra filza di idee non
politicamente corrette.
Franco Basaglia (Venezia 1923-1980) ha acquistato
una grande notorietà per le sue idee sulla malattia mentale, idee che, essendo
politicamente corrette, sono sfociate nella legge 180 del 13 maggio 1978, nota
come legge Basaglia.
La convinzione base del dottor Basaglia, che fu per
18 anni direttore di manicomi, è bene espressa in questa sua affermazione:
«La follia è una condizione umana. In noi la follia
esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per
dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia.»
Entro certi termini possiamo condividere il
pensiero del Basaglia. Tutti abbiamo un fondo di follia nell’animo: chi è folle
nelle spese, chi è folle in amore, chi è folle nelle imprese o intraprese o
ardimenti, o anche nella generosità e nell’altruismo. I mistici sono anch’essi
folli di amore divino.
Anch’io nel 1973 fui un po’ folle a dare a uno che
mi chiedeva aiuto tutti i miei risparmi (lire 2.5oo.ooo) a tamburo battente,
senza chiedere neppure una semplice firma. Volevo obbedire a Gesù che dice:
«Da’ a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo,
non richiederlo» (Lc 6,30).
Quel tale non si fece più vivo, e quei milioni
andarono «in gloria Patris.»
Non mi sono mai pentito di quella mia follia, del
tutto innocua, e forse benefica. Ma cosa ben diversa da questa follia è la
pazzia dovuta a una lesione cerebrale, a una corruzione dei neuroni, per cui
chi ne è affetto perde il controllo di sé, cioè della propria coscienza e delle
proprie azioni, per cui diventa pericoloso per sé e per gli altri, a cominciare
dai propri familiari.
Allora il malato di mente deve essere accolto in
una struttura che lo curi e lo preservi dal far male a sé o agli altri.
Per curare i maniaci, cioè i pazzi, prima della
legge Basaglia c’era il manicomio, parola greca che significa semplicemente
«ospedale dei pazzi».
Bisogna riconoscere che i manicomi, dipendenti e
amministrati dalle province, spesso di scarse risorse, erano molto malmessi, in
edifici spesso fatiscenti, con servizi igienici inadeguati, personale scarso e
mal preparato, con medici non specializzati, mal pagati e perciò demotivati,
per cui il manicomio veniva considerato come un carcere o anche peggio. Il
malato veniva tenuto buono con tranquillanti o con scosse elettriche, e se dava
in escandescenze veniva contenuto con la famigerata «camicia di forza» o
addirittura legato su un apposito letto. Sicché la sola parola manicomio
suonava come minaccia e orrore.
Si doveva portare un rimedio, ma come?
Si sarebbe dovuto creare vere case di cura, vere
cliniche specialistiche, con medici e infermieri specializzati, con strutture
efficienti per attuare cure psico-fisiche adeguate. Ma in Italia le riforme si
fanno distruggendo, cancellando, mai costruendo o innovando. E innanzi tutto si
doveva cancellare l’odioso termine manicomio, sostituendolo con «servizio
psichiatrico», l’offensiva parola «pazzia» con malattia mentale, chiudere le
strutture manicomiali, e guai a utilizzare diversamente i malfamati edifici, e
anche guai a costruire nuovi ospedali psichiatrici, guai a istituire negli
ospedali generali divisioni o sezioni psichiatriche e utilizzare come tali
divisioni o sezioni neurologiche o neuropsichiatriche! (legge 180 art. 7).
La malattia mentale sarebbe una malattia come tutte
le altre, che può essere curata a casa e in ambulatorio, come la maggior parte
delle malattie. Qualche volta anch’essa richiede un ricovero, ma di breve
durata, non più di sette giorni. E la povera famiglia con un pazzo in casa,
anche per ottenere questa breve requie per sé e per il congiunto, si deve
sottoporre a un iter burocratico non facile a seguirsi, di cui schematicamente
cerco di tracciare il tragitto:
1 – proposta dal medico curante al sindaco
2 – provvedimento del sindaco per il ricovero
3 – convalida di un medico incaricato del SSN
4 – notifica, entro 48 ore dal ricovero, da parte
del sindaco, e tramite messo comunale (non raccomandata!) al giudice tutelare
competente per territorio
5 – Il giudice tutelare, entro le successive 48
ore, deve dare o negare la convalida, con decreto motivato, al sindaco
richiedente
6 – In caso di non convalida il sindaco ordina la
dimissione del degente.
7 – Se la convalida è concessa, ma i sette giorni
non bastano alla guarigione del malato, per cui necessita un prolungamento
della degenza, il sanitario responsabile del servizio psichiatrico deve, in
tempo utile, formulare una proposta motivata al sindaco
8 – Il sindaco deve a sua volta darne comunicazione al
giudice tutelare entro 48 ore e sempre per mezzo del messo comunale.
L’omissione di una sola di queste belle scartoffie
da far viaggiare nei tempi e modi prescritti «determina la cessazione di ogni
effetto del provvedimento e configura, salvo che non sussistano gli estremi di
un delitto più grave, il reato di omissione di atti di ufficio» (art.3, ultimo
comma).
Questo è l’apparato burocratico che avviluppa la
decantata legge, nella quale nell’art. 1 ci sono delle affermazioni giuste, ma
del tutto ovvie, come il «rispetto della dignità della persona e dei diritti
civili e politici garantiti dalla Costituzione, compreso per quanto possibile
il diritto alla libera [ma da parte di chi?] scelta del medico e del luogo di
cura.» Inoltre il malato «ha diritto di comunicare con chi ritenga opportuno».
Infine: «Gli accertamenti e i trattamenti sanitari obbligatori [quali?] devono
essere accompagnati da iniziative rivolte ad assicurare il consenso e la
partecipazione da parte di chi vi è obbligato.»
Belle intenzioni, buone parole, ma questo è tutto.
Di concreto c’è che il pazzo prima o poi deve tornare a casa, a carico della
famiglia, con qualche visita ambulatoriale che non può risolvere la situazione.
E se il malato è, come si dice, un pazzo melanconico sognatore, viene curato in
casa con pena ma senza pericoli; se però è uno squilibrato o un pazzo furioso
allora povera quella famiglia!
Io ho sentito le lamentele e le proteste di tante
famiglie lasciate a se stesse con questi infelici membri di casa, i quali
spesso feriscono o si feriscono, uccidono inconsapevolmente o talora vengono
anche uccisi da chi non resiste più, per mettere fine a queste tragedie di cui
la decantata riforma è la causa.
Invece di distruggere i manicomi, occorreva
soltanto migliorarne progressivamente le condizioni ambientali, modernizzare le
strutture, gli apparati, aggiornare le cure, utilizzare personale preparato e
motivato; insomma trattare umanamente e curare con amore questi infelici. E se
si riesce a guarirli, perché non farli tornare in famiglia? Ma occorre sempre
vigilarli e seguirli anche appoggiandosi al volontariato civile o religioso che
è spiritualmente motivato.
Come si è visto, la legge 180 è confusa e
macchinosa, e in definitiva non si sa quali siano le strutture che prendono il
posto dei famigerati manicomi. Forse essa è chiara ed esaustiva per i “dottori
sottili”, ma all’uomo comune, come sono io, appare anche contraddittoria.
Infatti,
mentre l’art. 6 prescrive che negli ospedali generali individuati dalle regioni
e dalle province autonome di Trento e Bolzano «entro sessanta giorni
dall’entrata in vigore della presente legge devono essere istituiti specifici
servizi psichiatrici di diagnosi e cura», l’art. 7 recita: «è in ogni caso
vietato istituire negli ospedali generali divisioni o sezioni psichiatriche.»
Qui stiamo giocando con le parole: «specifici
servizi psichiatrici di diagnosi e cura» devono essere istituiti negli ospedali
generali, ma è vietato «istituire negli ospedali generali divisioni o sezioni
psichiatriche.»
Servizi
psichiatrici sì, divisioni o sezioni psichiatriche no.
Ma i «servizi psichiatrici» non potranno essere che
«divisioni o sezioni psichiatriche» ( o reparti o settori o come diavolo
vogliamo chiamarli) degli stessi ospedali, dato che ospedali psichiatrici
isolati non ne devono esistere, perché potrebbero ricordare i famigerati
manicomi.
Ma non bastava per farci sbalordire la farragine,
confusione e contraddizione della legge 180 del 1978. La legge 833 dello stesso
anno aggiunge ancora altre cose; mi limito a citarne alcune:
1.
«Chiunque può
rivolgere al sindaco richiesta di revoca o modifica del provvedimento con il
quale è stato disposto o prolungato il trattamento sanitario obbligatorio.»
(art. 33, 3° comma)
2.
«Sulle
richieste di revoca o modifica il sindaco decide entro dieci giorni» (art. 33,
ultimo comma), e il provvedimento deve essere motivato e comunicato al
ricorrente per mezzo di messo comunale entro 48 ore.
3.
E’ ammessa la
«degenza ospedaliera solo se esistono alterazioni psichiche tali da richiedere
urgenti interventi terapeutici, se gli stessi non vengano accettati
dall’infermo» e se non esistano «idonee misure sanitarie extraospedaliere».
(art. 33, 4° comma)
4.
«Chi è
sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio, e chiunque vi abbia interesse,
può proporre al tribunale competente per territorio ricorso contro il
provvedimento convalidato dal giudice tutelare» (art. 35, comma 7)
Si instaura insomma un processo di
secondo grado. Questa volta il ricorrente può presentare il ricorso, per fortuna,
non personalmente a mano, ma con raccomandata AR, e non è obbligato a metterci
l’avvocato, ma farsi rappresentare «da persona munita di mandato scritto in
calce al ricorso o in atto separato.»
Il presidente del tribunale fissa la
data dell’udienza (si spera non alle calende greche come è costume della nostra
brava Magistratura), e il cancelliere del tribunale deve comunicare tale data «alle
parti nonché al pubblico ministero»; si presume con raccomandata AR ma non è
specificato (cosa che desta meraviglia, data la accuratezza e meticolosa
completezza della nostra legislazione, che vanta più di 25.000 leggi!)[1]
Ognuno può immaginare l’iter di
questa procedura, data la solerzia e meticolosità dei nostri giudici, e non
voglio stancare il pur volenteroso lettore con questa tiritera infinita.
Ma voglio aggiungere che, se per caso
deve adottare il provvedimento di ricovero il sindaco di un comune diverso da
quello di residenza del malato, la procedura si complica, e si complica ancor
di più se si tratta di un cittadino straniero, perché allora bisogna trattare
con la rispettiva ambasciata o almeno col consolato competente.
In conclusione la legge Basaglia, con
l’aggiunta della legge 833, ha solo sulla
carta risolto, e in modo molto lambiccato, il problema del disagio
comportamentale o malattia mentale (guai a parlare grecamente di mania o
latinamente di pazzia, ammessa solo l’estrosa follia); ma in re le cose sono
peggiorate.
Si sono fatte solo delle belle
chiacchiere, sfoggio di dottrina,
affermazioni di principio sprecate, perché ovvie per tutti. Le sfortunate
famiglie che sono gravate da questo penoso problema non sanno dove sbattere la
testa tra tanta burocrazia.
Ricorrendo a una similitudine
(permettetemela, è la prima volta che ne uso), un tempo il disagiato mentale
entrava come in un vecchio convento, dove dei frati torzoni gli offrivano un
cibo piuttosto grezzo, con un trattamento qualche volta poco caritatevole, ma
non lo cacciavano via; adesso il poveretto, dopo un lungo attendere eseguendo
una complessa procedura viene finalmente accolto come in un bell’albergo, con
tante confortevoli camere accessoriate, con camerieri in frac e guanti, con
cuochi diplomati, ma il trattamento così pomposamente annunciato, viene servito
col contagocce e per pochi giorni , dopo di che lo sfortunato deve tornarsene
mogio mogio a casa sua, perché non c’è più posto in albergo per lui.
E’ una similitudine un po’
stiracchiata, ma che volete, non sempre esse riescono bene; non riuscivano
sempre perfette neppure al grande Manzoni.
Ho dunque poca ammirazione per questa
decantata legge, anche se ho molta stima per lo psichiatra che gli ha dato il
nome.
Egli fu direttore di manicomio, per
otto anni a Gorizia, per due a Colorno (Parma), per altri otto a Trieste. In
questi manicomi egli attuò una prassi innovativa di cura, sintetizzata nel
termine di «comunità terapeutica», che mirava a recuperare il recuperabile nei
suoi malati, sollecitandoli con la pittura e il teatro e inserendoli in una
cooperativa di lavoro capace di produrre oggetti o eseguire servizi,
regolarmente retribuiti. Inoltre eliminò la brutale contenzione fisica, le
terapie elettroconvulsivanti, aprì i cancelli delle camerate e dei reparti,
promosse il ritorno in famiglia almeno per alcuni giorni, coll’accordo dei
familiari, dei degenti ritenuti non pericolosi.
Questa era la strada maestra per
trasformare a poco a poco il famigerato «carcere» in una vera clinica
psichiatrica moderna ed efficiente.
Naturalmente le province (o il SSN)
dovevano mettere in bilancio le somme occorrenti per ammodernare le strutture,
renderle pienamente funzionali, accrescere e preparare meglio il personale
addetto. Insomma «riformare» dall’interno il necessario servizio e non
limitarsi a distruggerlo senza costruire alcunché.
Come mai non si è seguita questa via?
In Italia si fa sempre così: per
controllare la prostituzione si sono cancellate le «case chiuse»; per venire
incontro a certi problemi di coppia, si è istituito il divorzio, che ha
distrutto l’unità familiare; per ovviare agli aborti clandestini si è istituito
l’aborto legale, pagato dallo Stato; per cautelarsi dai pericoli delle centrali
nucleari, si sono cancellate le poche centrali che avevamo, e che ora, ancor
chiuse, abbiamo sul groppone per la continua manutenzione e lo smaltimento
delle scorie.
Fu una grande sciocchezza far
decidere la chiusura delle centrali da un referendum popolare, indetto poco
dopo la paurosa catastrofe di Cernobyl (1986) che inquinò anche gran parte
dell’Europa Centrale, compresa l’Italia. Il popolo italiano, oltremodo
spaventato, votò per la chiusura delle nostre centrali, facendo un gran piacere
ai paesi confinanti (Slovenia, Svizzera e specialmente Francia) che ci hanno
circondato di decine di centrali atomiche vendendoci l’energia prodotta. E
giacché ho toccato questo argomento del nucleare voglio aggiungere un
codicillo.
Oggi si dice che bisogna tornare al
nucleare, ma che purtroppo per costruire una centrale ci vogliono quindici anni
in Italia, mentre in Francia ne bastano cinque, e in Giappone addirittura solo
tre. Non ci vergogniamo di essere così arretrati? Se davvero siamo così
incapaci e infingardi, facciamo costruire le centrali ai Giapponesi, persone
così simpatiche e affidabili, che incrementano tanto il nostro turismo. E così, se siamo tanto incapaci da non saper
smaltire la nostra «monnezza», diamone l’appalto ai Tedeschi che la sanno
utilizzar molto bene, sono seri e puntuali, e anch’essi non disdegnano le
nostre plaghe e ci portano un po’ di valuta.
Il declino dell’Italia è ormai
inarrestabile e andrà avanti sino alla cancellazione della nostra stessa
nazione, se non si verifica una reazione di orgoglio di tutti i bravi
cittadini, i veri italiani che non sono pochi, ma che sono oggi subissati dai
molti cialtroni che dominano la scena nazionale con le loro chiacchiere
pompose.
La «Politica» è un’opera di Aristotele
(384-322 a.C.), in otto libri, la quale tratta del governo della polis cioè della città-stato. Essa non
ci insegna un granché, essendo basata sulle condizioni socio-economiche del suo
tempo.
Per esempio egli ammette la
schiavitù, perché i pesanti lavori manuali non dovevano essere espletati dal polites, il cittadino «optimo jure»
consapevole dei suoi diritti e doveri, proprietario di beni (se non altro la
casa), e quindi con una certa sicurezza economica che gli permetteva di
dedicarsi al bene comune (res publica).
Il pater familias è sovrano nella sua
casa, ma la sua autorità sulla moglie è ragionevole (come un presidente di
repubblica su un suo primo ministro), mentre quella sui figli è assoluta (come
di un re sui sudditi).
Aristotele non accetta la concezione
comunistica di Platone, espressa nella sua «Repubblica» (ma poi modificata
nelle «Leggi»), per cui erano «in comune» tutti i beni, comprese le donne e i
figli. Per Aristotele la proprietà privata e la famiglia monocratica sono i
fondamenti della polis.
Riguardo al reggimento egli ne considera le tre forme classiche: la monarchia
(che si corrompe nella tirannide, il peggiore di tutti i regimi), l’aristocrazia
(che si corrompe nella oligarchia), la repubblica (che si corrompe nella
democrazia).
Quest’ultima affermazione ci fa non
poca meraviglia, e per capirla dobbiamo esporre l’intero concetto del filosofo.
Per lui la repubblica è lo Stato come cosa
pubblica, cioè di tutti ugualmente, di ogni ceto sociale, mentre la
democrazia è il potere del popolo, cioè la classe medio-bassa della
popolazione, non tutta la popolazione della polis.
E quindi il regimen optimum è per lui una sintesi armoniosa di monarchia, aristocrazia
e repubblica, in modo da assicurare l’equilibrio politico e la concordia
sociale. Per Aristotele l’uomo, per natura, è un animale sociale, che non può
vivere isolato, per cui si unisce prima alla sua donna e forma una coppia, poi
ha dei figli e quindi forma una famiglia, e infine si unisce alle altre
famiglie e forma una comunità, la quale richiede regole condivise per una
pacifica e collaborativa convivenza.
Ma lasciamo stare il filosofo il
quale non ci può essere molto utile per la politica
di uno stato moderno, che ha ben altri problemi di quelli della città-stato, della
Polis, la quale era, per antonomasia,[2]
Atene, il capoluogo dell’Attica, che aveva allora poco più di centomila
abitanti, compresi i meteci (=
forestieri) e gli schiavi.
Nella prima parte di questo opuscolo,
a cominciare dalla pagina 7, ho trattato a lungo della democrazia, dimostrando
che non è affatto l’«optimum regimen», che anch’essa si corrompe, e in realtà
nei nostri tempi si è quasi dappertutto corrotta o in oclocrazia (dominio della
massa) o in oligarchia (dominio dei poteri
forti: finanziari, economici, industriali, commerciali e mediatici). Tra i
poteri forti in Italia ci sono anche la Magistratura e gli uomini politici, o
per meglio dire i politicanti.
Sono quelli che fanno carriera nei
partiti e con i partiti giungono al potere, che gestiscono non per il bene comune, ma per il proprio
«particulare», e per distribuire prebende ai loro accoliti. Infatti la politica
è dominata dalla partitocrazia, e i partiti più forti sono quelli che ingannano
meglio il popolo promettendo «mari e monti», sfruttando o il sentimento
religioso o l’anelito alla giustizia sociale, che sono molto vivi in gran parte
del nostro popolo.
Nei partiti poi si formano le
correnti, perché i vari ras si
vogliono creare le loro nicchie protettive, per poter mercanteggiare nella
formazione del Governo, e assicurarsi le poltrone migliori per sé e i
principali accoliti.
Questi non sono politici nel senso
vero, ma veri furbastri, marpioni che sanno illudere e sfruttare i sentimenti
profondi del popolo a loro solo beneficio.
Nell’Italia del dopoguerra si sono
affermati due grandi partiti, la Democrazia cristiana che ha sfruttato il
sentimento religioso, e il Social-comunista che ha sfruttato la richiesta impellente
di una maggiore giustizia sociale. Hanno riscosso ambedue un grande successo,
specie il primo, ma il secondo è stato vicino a scavalcarlo nel consenso
popolare. Poi entrambi si sono corrotti, dimenticando i loro nobili e meritori
ideali, e pensando solo all’arricchimento e al potere. Sicché a un certo punto il popolo si è
accorto dell’inganno e li ha abbandonati. La Democrazia Cristiana è andata in
frantumi, che ora tentano invano di riappiccicarsi; dell’Unione popolare
social-comunista i socialisti sono scomparsi, i comunisti, più abili, si sono
riciclati più volte, cambiando nome e simbolo; ma sono stati ugualmente
smascherati e bocciati dagli elettori.
Quei pochi che nei due partiti erano
veramente in buona fede, cioè credevano profondamente ai loro ideali di «bene
comune», o sono stati emarginati o si sono allontanati dal loro partito che
vedevano irrimediabilmente corrotto e mendace.
Dalla Democrazia Cristiana si
allontanarono, tra i maggiorenti, La Pira e Dossetti, tra i militanti molti
sconosciuti tra cui anche il sottoscritto, che dal 1944 al 1952 aveva dato
anima e corpo all’affermazione dell’ideale democristiano, rischiando per esso
per ben due volte la vita.
Naturalmente i «dritti», i fini
politici, gli istrioni molto abili si sono salvati anche nel naufragio e sono ancora sulla
cresta dell’onda mediatica, recitando bene la loro parte anche in ruoli
completamente diversi. Se guardo a tutti i politici che si sono susseguiti nei
ruoli primari nell’Italia del dopoguerra, io ne ammiro solo uno, Alcide De
Gasperi, che era veramente capace, disinteressato e in buona fede; ma
proprio per questo fu silurato dal suo
stesso partito che ormai voleva il potere per il potere proprio e non per il
bene comune, per cui lo statista trentino era di ostacolo per gli ambiziosi
suoi colleghi, a cominciare dal suo sottosegretario.
Nel periodo dell’Italia monarchica un
vero politico altamente benemerito fu il Cavour; un altro fu Giovanni Giolitti,
il quale fece delle buone riforme, riuscì a pareggiare il bilancio statale e a
modernizzare l’Italia, perché era un ottimo amministratore; meno lodevole fu
come statista, perché corruppe la dinamica parlamentare col clientelismo e
perseguì una stolta politica di prestigio con la sciagurata impresa di Libia.
L’odierna nostra classe politica è un’accolta
di vocianti; l’Italia è uno
stivalaccio che rischia di perdere le sue parti, e non può essere accudita che
da ciabattini; ma anche i ciabattini sarebbero benemeriti se riuscissero a
ricucire bene gli strappi, a rinforzare suole e tacchi, a mettere buone pezze
di rinforzo alla tomaia e al gambale.
Ma non sono capaci di operare, ma
solo di blaterare.
La nostra democrazia è in realtà una
partitocrazia, e i rappresentanti del popolo, quelli da lui deputati a governare, sono eletti dai
partiti e non dal demo, il popolo
cosciente e partecipe.
Questa è la realtà di cui dobbiamo
prendere atto, anche se non ci piace.
Il Parlamento, eletto dai partiti, è
lui che legifera, è il potere legislativo. Camera e Senato si rincorrono e si
accaniscono intorno alle stesse leggi, rendendole sempre più complesse, confuse
e anche contraddittorie, per accogliere tutte le istanze clientelari e dei
poteri forti, dei quali la stampa e le televisioni sono validi strumenti.
All’opinione pubblica si decantano le
leggi, si esalta il gran numero di
leggi varate, come se da questo dipendesse l’efficacia del potere legislativo.
Io, e non sono il solo, valuterei
questa efficacia e utilità dal numero delle leggi abrogate, perché le troppe e vane leggi rendono il Paese
ingovernabile, e offrono un comodo alibi ai magistrati e agli avvocati per
tirare in lungo anche i processi criminali in cui c’è un crimine accertato e
magari anche confessato; non parliamo poi di quelli indiziari che durano anni
con continui rinvii, perizie e controperizie, e i due gradi di giurisdizione. E
come se questi due travagliati parti giudiziari non bastassero, c’è sempre
l’ineffabile Cassazione pronta a cancellare i verdetti per qualche piccolo
vizio di forma (un bollo, una firma, una ricevuta, un avviso non mandato), per
cui il processo civile o penale deve ricominciare da capo e, in quelli penali,
i malavitosi sono scarcerati per decorrenza dei termini detentivi.
In questo bailamme giudiziario ci
gongolano sia i giudici, che trovano riposante questo tran tran processuale
sino alla sospirata e ricca pensione, sia gli avvocati che si assicurano buoni
proventi per anni e anni.
Io non voglio demonizzare né i giudici
né gli avvocati in blocco; tra essi ci sono molte bravissime persone che
prendono la loro professione come una missione e talora (specie i magistrati)
pagano il loro impegno civile anche con la vita. Ma il fatto è che il potere
giudiziario non funziona, anche per la pletora delle leggi. Come il Manzoni fa
dire all’avvocato Azzeccagarbugli, oggi «a saper maneggiare le gride (=leggi) nessuno è innocente e
nessuno è reo.» Tutto sta nel saper scovare la legge o leggina o decreto (che
c’è sempre, basta scartabellare) che serve a incriminare o ad assolvere.
In Italia ci sono –vigenti- più di
25.000 leggi; qualche esperto della materia ha detto che buona parte di esse
dovrebbe essere abrogata, e qualche uomo politico ha anche promesso di
effettuare questa necessaria potatura per evitare che l’albero della nostra
Repubblica crolli sotto il peso degli infiniti pendagli appesi ai suoi rami.
Riguardo alla necessità di
abbandonare il sistema bicamerale, riducendo anche il numero (e le indennità)
dei deputati, ho già parlato nella prima parte e non voglio ripetermi.
Mentre il potere legislativo deve
fare le leggi, quello esecutivo le deve attuare, ché altrimenti anche una buona
legge resterebbe «lettera morta». Per attuarle c’è il Governo.
In questi ultimi anni i Governi che
si sono susseguiti non hanno fatto altro che inflazionare i ministeri,
regalando poltrone, se non erro, a 24 ministri e a più di cento sottosegretari
con relative ricche prebende, presumendo di risolvere in tal modo i problemi
del Paese. E come se i ministeri non bastassero ad accontentare tutti gli
aspiranti, ecco create le «Autorità». Chiedo venia agli Italiani che ormai si
pavoneggiano con termini stranieri, per cui dire italianamente Autorità è dire un bel niente; solo
dicendo Autority si risolve il
problema.
Per esempio, dire che bisogna
tutelare il privato (o la privatezza)
del cittadino non serve a nulla; mentre affermare il diritto alla privacy realizza lo scopo.
Allo stesso modo festeggiare o
celebrare il «giorno della famiglia»è cosa ridicola, mentre il «Family day»
assicura ai nuclei familiari ogni sostegno.
Anche i ministeri si adeguano a
questo taumaturgico risolutore verbale, per cui un ministro «della previdenza e
assistenza» non approderebbe a nulla, mentre se si pavoneggia come Ministro Welfare risolve tutti i problemi dei lavoratori
e dei bisognosi.
Di questa moda di civettare con le
parole, affossando la bella lingua italiana, intendo parlare più avanti più
esaurientemente. Per ora dico soltanto che questi tali che usano questi termini
(politici, giornalisti, presentatori, filosofi, perfino teologi!) sono dei provinciali che credono di nobilitare in
tal modo il loro insulso discorso.
La Francia fa molto bene a difendere
la sua bella lingua neolatina dall’invadenza anglosassone; non è sciovinismo,
ma vera civiltà culturale che sa porre argini efficaci all’incultura degli
orecchianti presuntuosi e ignoranti.
Ma torniamo al Governo. I ministeri
necessari per la sua operatività sono una diecina, tra i quali i principali
sono quello dell’Economia (che ingloba Tesoro, Finanza e Fisco), quello degli
Interni e quello degli Esteri.
Su quello dell’Economia non oso
parlare, essendo un profano; dico soltanto che il fine di un bravo ministro di
questo dicastero è quello che, nel nucleo familiare, è di un buon «pater familias», cioè procurarsi
sicure entrate, controllare le spese e fare innanzi tutto quelle necessarie,
solo dopo quelle utili, e in ultimo, se rimangono fondi di cassa, quelle
voluttuarie; ma non ammettere sprechi.
Le entrate dello Stato derivano dalle
tasse che i cittadini pagano in modo diretto e indiretto.
E’ ovvio che la pressione fiscale
deve essere oculata e moderata, perché a strizzarla troppo la mammella
erogatrice si inaridisce e non dà più latte. Così anche l’asino gravato da
eccessiva soma crolla a terra e così si perde bestia e carico.
Le spese più necessarie per la
nazione sono quelle che mirano al benessere sociale, alla sicurezza e alla
salute. Queste spese sono gestite da Ministeri appositi, e non intendo
dilungarmi troppo in proposito.
La sicurezza pubblica è oggi il
problema più sentito, perché in Italia alla malavita endemica si è aggiunta
quella importata, che ha invaso la penisola. Infatti l’Italia è certamente il
paese privilegiato dai malavitosi, europei ed extraeuropei, perché qui è
facilissimo entrare, nascondersi, rapinare, stuprare e uccidere con molta
speranza di farla franca. E scorrazzare da clandestini malavitosi è facile. E
anche se si viene arrestati, la nostra «civiltà giuridica e carceraria»
assicura una pronta scarcerazione, se non altro perché le carceri scoppiano, e bisogna dare libera uscita
a una parte dei detenuti con provvedimenti di amnistia o indulto.
L’ordine pubblico è affidato ai
carabinieri e alla polizia e, in certi ambiti, anche alla Guardia di Finanza.
Purtroppo l’Italia, fin dal suo
costituirsi a nazione, ha lo svantaggio di avere per la sicurezza interna un
duplice corpo, polizia e carabinieri. La situazione si è aggravata quando la
Polizia ha ottenuto di togliersi le stellette (con la sua disciplina
militare piuttosto severa), ed è diventato un corpo civile di «vigilanti»che
hanno la facoltà non solo di scioperare ma anche di manifestare contro lo Stato
che li mantiene. La sicurezza dei cittadini e l’ordine pubblico postulano un
solo corpo e militarizzato, e questo non può essere che quello dei Carabinieri.
Dunque i poliziotti dovrebbero
diventare carabinieri e riprendere le stellette,
simbolo della necessaria disciplina militare. Certamente non lo vorranno,
perché essi si sono ormai abituati a una certa libertà operativa e anche
negoziale, per mezzo dei loro sindacati, che possono mercanteggiare col Governo
anche le loro incombenze istituzionali.
Allora che si potrebbe fare?
La situazione attuale è
insostenibile, perché i due corpi si sovrappongono, qualche volta si fronteggiano o entrano in
competizione, e in definitiva non si sa mai quale dei due corpi debba
intervenire nelle varie emergenze, per cui qualche volta intervengono entrambi
ma senza coordinamento (e magari sparandosi a vicenda, è successo), e qualche
altra volta non interviene nessuno, presumendo l’uno che l’intervento sia
pertinenza dell’altro. Un certo scontento c’è anche per la retribuzione, non
sempre uguale a uguali livelli di impiego e gradi di carriera, e specialmente
per il progresso della stessa carriera, più controllato nei Carabinieri, più
agevole nella Polizia, per interferenze politiche.
Io proporrei una soluzione un po’
salomonica. Siccome i Carabinieri sono per tradizione più radicati nel
territorio, in quanto ogni paese ha la sua «stazione»dell’Arma Benemerita,
assegnerei ai soli Carabinieri tutti i comuni sino a 200.000 abitanti, mentre
per quelli maggiori i carabinieri
avrebbero solo determinate branche della sicurezza, come controllo delle armi e
degli esplosivi, indagini criminologiche, alimentari, antispionaggio ecc.
E’ solo una proposta, che a molti
apparirà ingenua oltre che irrealizzabile; ma il problema delle due Polizie
c’è, e almeno si dovrebbe attuare un coordinamento operativo veramente efficace
tra esse, e anche un’uguaglianza di trattamento e di carriera, ad evitare
scontenti.
Anche il Ministero degli Esteri ha
una grande importanza. L’Italia è un paese pacifico, che non aggredirà mai un
altro paese e, credo, non sarà mai aggredito. Quindi il Ministro degli Esteri,
che nel passato tesseva alleanze politiche, militari, commerciali e doganali,
oggi ha solo il compito di assicurare l’amicizia con tutti i paesi, stringere
con loro accordi culturali e magari di assistenza per quelli più svantaggiati.
Il prestigio di una nazione si assicura con un comportamento rispettoso e
solidale con tutti i popoli.
In questi ultimi decenni i nostri
Governi hanno creduto di guadagnare prestigio internazionale mediante le
«missioni militari» all’estero, anche di migliaia di uomini, come in
Afganistan, Iraq, Libano e Kosovo, di decine o centinaia in altri paesi. Sono
chiamate missioni pacifiche, assistenziali, di interposizione tra popolazioni
discordi; ma in quei paesi sono considerate e viste come tentativi di
colonizzazione e dominio. Il vero interesse nazionale è di ritirarle subito,
quelle massicce e quelle sparute. Ci costano molto e non giovano a quei paesi,
dove gran parte della popolazione non le gradisce e le combatte anche col
terrorismo; e infatti abbiamo avuto decine di morti per attentati in questi
paesi che noi vorremmo civilizzare, pacificare e portare alla democrazia. La
democrazia non si esporta e tanto meno si impone; essa deve nascere e crescere
nei popoli per evoluzione interna e col progresso culturale, in una dinamica
politica che si esprima autonomamente.
Secondo il mio modesto parere queste
truppe (complessivamente circa 10.000 uomini) dovrebbero essere ritirate e
utilizzate in patria per la sicurezza pubblica. Penso che questi soldati
volontari non rifiuterebbero di entrare nella gloriosa Arma dei Carabinieri, e
come tali essere utilizzati lungo il nostro confine e tutte le nostre coste per
contrastare l’immigrazione clandestina, che a poco a poco ci invade per
incrementare le varie mafie già liberamente operanti in questa Italia che è
diventata la sentina non solo
dell’Europa, ma del mondo intero.
Il vero prestigio di una nazione è
l’ordine interno, la disciplina civile, la pulitezza materiale e morale. Come
possiamo acquistare prestigio con la delinquenza imperante, con la corruzione
dilagante, con la «monnezza» che ormai soffoca non solo la Campania ma anche
altre regioni e città, compresa la capitale?
E giacché ho parlato dei nostri
soldati, mi piace aggiungere un corollario.
E’ stato abolito il servizio di leva,
e si è creato un esercito volontario, professionale (così lo vantiamo) ma in
realtà mercenario, perché ragazzi e ragazze si arruolano per una mercede. Si
dice per un servizio alla Nazione, alla Patria armata; ma in realtà qual è
questo servizio? In difesa di chi o di che cosa? C’è qualche nazione che ci
vuole far guerra? E noi vogliamo far guerra a qualcuno? Per Costituzione e per
convinzione l’Italia rinnega la guerra.
I Carabinieri, corpo armato, servono
per l’ordine pubblico; ma i soldati guai a usarli per l’ordine pubblico!
Tutt’al più possono servire come piantoni ai portoni di qualche edificio
pubblico, per pura scena. Per puro
prestigio poi teniamo una pattuglia acrobatica (causa anche di qualche
gravissimo incidente) e centinaia di corazzieri a piedi e a cavallo con la loro
mitica banda e le splendide e costose uniformi.
A che scopo?
Per il prestigio di una nazione che
non è più una nazione. Per la guardia e la vigilanza del Quirinale basterebbero
poche diecine di agenti di polizia o di carabinieri ordinari.
Perché tanto spreco di risorse per
questo vuoto apparato?
Gli stranieri ridono giustamente di
noi quando mostriamo questi bei giovanotti con le loro splendide uniformi, o
esibiamo la nostra magnifica pattuglia tricolore, e poi siamo affogati nella monnezza e dominati dalle varie mafie,
con i magnaccia, le prostitute e gli spacciatori di droghe a ogni angolo di
strada.
Se non si vogliono né si temono
guerre, come è per noi oggi, l’esercito con armi, caccia bombardieri, carri
armati e navi da guerra sono perfettamente inutili; servono soltanto
carabinieri, agenti di polizia e molte corvette per pattugliare le nostre coste
ora indifese e aperte agli sbarchi dei clandestini.
Nella situazione attuale un certo
tipo di Esercito io lo vedo come un Genio
Militare numeroso, efficiente e fornito di tutto l’armamentario necessario
per intervenire nelle emergenze e negli scioperi generali, affinché il Paese
non resti paralizzato nei suoi servizi pubblici essenziali.
Abbiamo visto come più volte l’Italia
è rimasta paralizzata nelle ferrovie, tram, aeroporti e Tir, con gravissimi
danni anche per l’economia nazionale e l’approvvigionamento alimentare. Se in
quei casi un efficiente Corpo di Genio Militare avesse potuto far funzionare
col proprio personale specializzato le ferrovie, i trasporti urbani e
commerciali, gli aeroporti, almeno per i servizi essenziali e più urgenti, il
Paese non sarebbe stato messo in ginocchio da alcune sigle sindacali e dai vari
padroni e «padroncini» che monopolizzano i trasporti su strada.
Per quanto ne so, attualmente il
Genio Militare ha solo sparuti reparti storici
dell’Arma (zappatori, pontieri, radiotelegrafisti ecc.), oltre ai pochi
ferrovieri che gestiscono in Piemonte una linea secondaria di scarsissima
importanza e quindi di poca complessità tecnica e operativa.
Invece bisognerebbe incrementare
queste specializzazioni sia per il numero sia per la preparazione accurata del
personale, sia con tutte le attrezzature necessarie per i vari interventi «di
emergenza» nel territorio. Pensiamo soprattutto a terremoti catastrofici
(possibili in Italia che è nota zona sismica) a inondazioni devastanti
(pensiamo al Polesine e a Firenze), ai vasti incendi estivi dei boschi.
Ridimensionando e specializzando in
tal modo il nostro Esercito, provvederemo ai vari bisogni del Paese e nello
stesso tempo opereremo risparmi da utilizzare nella costruzione delle
infrastrutture necessarie e nel completamento delle opere pubbliche da tempo
iniziate e mai completate (pensiamo alla Salerno-Reggio Calabria).
Sul ponte di Messina le opinioni sono
discordi; io, per quanto ne posso capire, penso che sia utile (se non
necessario); ma d’altra parte sono spaventato dalla lentezza del lavoro
italiano. Infatti per il ponte si parla di quindici anni per la sua
realizzazione. Se è proprio così, è una ulteriore prova della incapacità dei
nostri imprenditori.
Forse questa incapacità non è
congenita, ma acquisita, dovuta al cancro della mafia, il mostruoso parassita,
la diabolica piovra che oggi in
Italia paralizza tutto il lavoro produttivo.
In questo caso la colpa è del Governo
e della Magistratura, che non sanno o non vogliono o non possono estirpare col
bisturi questo tumore maligno che produce effetti così devastanti.
L’Italia è orgogliosa di essere nel
prestigioso G8, tra gli otto Paesi più industrializzati del mondo, come loro si
credono, e l’Italia si vanta di essere, mentre ormai i più grandi sono Cina e
India, e forse il Brasile come terzo. L’Italia è in declino, presto sarà
cancellata dal consesso delle Potenze mondiali, entrando nel «secondo mondo» o
forse, col tempo, nel terzo. Gran parte degli Italiani non si accorgono di
questo declino e continuano a blaterare di prestigio, di civiltà giuridica e
carceraria, dei diritti degli animali, delle provvidenze in difesa dei lupi e
degli orsi, e dimenticano i tanti bambini poveri che ci sono anche da noi, bisognosi
di alimentazione e di educazione.
Per molti italiani gli animali sono
più importanti degli esseri umani; guai ad abbandonare un cane o un gatto, ma i
bambini poveri si possono abbandonare al loro triste destino, esposti alle
violenze anche sessuali degli adulti.
Lo sdegno che provo per tanta
insipienza ammantata di sapienza mi fa forse esagerare, ma in fondo dico delle
verità che molti riconoscono, ma non osano dirle per non essere emarginati,
obliterati e definiti cretini, fessi,
mentre i dritti per tornaconto si
intruppano nel corteo dei vocianti proclamatori delle idee politicamente
corrette.
Dalle considerazioni che sopra ho
fatto sull’Esercito qualcuno può pensare che io ce l’abbia con esso per qualche
motivo, forse personale. Tutt’altro. Io per l’esercito, patriotticamente
inteso, ho avuto una vera devozione sin da adolescente.
Nel 1937, al secondo anno di Lettere,
andai sotto le armi volontario, desideroso di servire la Patria, mentre avrei
potuto rimandare il servizio militare alla fine del corso di laurea,
praticamente sino al 1941. Intendevo fare il professore, l’educatore dei
ragazzi, ma sentivo che dovevo alla Patria il mio servizio.
Alla Scuola Allievi Ufficiali di Fano
fui il primo del corso, e poi risultai il primo d’Italia come punteggio di
nomina su migliaia di sottotenenti sfornati nel 1937-38 dalle tante Scuole
Allievi Ufficiali di Fanteria che c’erano allora in Italia. Ho prestato 3 anni
e otto mesi di servizio prima da sottotenente e poi da tenente. Congedato alla
fine della guerra (30 giugno 1944) fui in seguito nominato capitano per le mie
ottime referenze militari.
Nel 1960, se ricordo bene, mi fu prospettata
dal Ministero della Difesa la nomina a maggiore, ma dovevo accettare un
richiamo di tre mesi. Rinunciai e non ebbi il grado. Mi sembrava insulso
ottenere il grado di ufficiale superiore, che non sarebbe servito ad altro che
a far spendere una sommetta allo Stato, perché io, professore ordinario di
ruolo A, avrei avuto per tre mesi lo stipendio del servizio docente (che non
avrei prestato) e del servizio militare, che all’Esercito repubblicano non
sarebbe servito a nulla. Preciso repubblicano,
in quanto il servizio precedente lo avevo prestato nell’esercito regio e, durante quel servizio, ebbi
modo di vedere da vicino Mussolini, Hitler, il re Vittorio e il Principe
Umberto, col quale ebbi anche un breve colloquio nel giungo del 1940.
Sono sicuro che al leggere la mia
proposta di abolire i corazzieri, così belli e sfarzosi, molte persone,
specialmente donne, mi prenderanno per un pericoloso disfattista, dato che, di
bello, noi Italiani abbiamo ormai solo i corazzieri, che sono Carabinieri.
Lo stesso avverrebbe se io proponessi
ancora, come mi sembra di aver fatto in un mio precedente opuscolo,
l’abolizione delle guardie svizzere da parte della Curia Romana. Mi ricordo che
un’amica, sentendo quella mia proposta, mi disse quasi scandalizzata: «Ma
professore, ma che sei eretico? Non mi toccare le guardie svizzere! Se togli
quelle, in Vaticano ogni bellezza finisce, e finisce pure la religione
cattolica. Ma che sei matto?»
Così sarò pazzo anche a proporre
l’abrogazione dei Corazzieri del Quirinale; per tanti sarebbe togliere ogni
prestigio e dignità alla Presidenza della Repubblica, col pericolo di far
cadere nel fango anche la Repubblica. Ma io non temo di essere definito matto o
pazzo, dato che il dottor Basaglia dice che la follia esiste in noi come la
ragione, perché è una condizione umana. (vedi pag. 7).
Il terzo potere costituzionale è non
meno importante degli altri due.
E’ inutile avere buone leggi, e
solerte polizia, se poi le infrazioni alla legge non sono tempestivamente
rilevate e sanzionate col necessario rigore, non solo per punire il colpevole
ma anche per ammonire quelli che sarebbero portati a imitarlo, quando vedessero
che quello con cavilli e garbugli riesce sempre a farla franca.
Tutti vedono che in Italia, paese
erede dei Romani, famosi per la codificazione del diritto, c’è una evidente e
conclamata «civiltà giuridica», tanto efficiente e preponderante da annullare
la stessa giustizia.
Infatti “Summum jus, summa iniuria”.
E l’iniuria non è l’offesa, l’insulto o lo sberleffo, ma la non-juria,
cioè l’ingiustizia.
Il buffo è poi che questi magistrati,
quando si riuniscono in tutte le sedi giudiziarie per celebrare in pompa magna
l’apertura dell’anno giudiziario, assisi solennemente sugli scranni con i loro
purpurei mantelli ermellinati e i loro ridicoli tocchi lasagnati, applaudono
convinti la concione dei loro presidenti i quali lamentano sempre la lentezza e
l’inefficienza dell’azione giudiziaria, come se essa dipendesse da altri e non
proprio da loro.
Un’altra cosa buffa è che in queste
solenni e insulse cerimonie perditempo anche di altri organismi importanti
(bancari, economici, sindacali e delle varie Autorità che deliziano la nostra Amministrazione), il presidente in
carica legge una relazione già distribuita scritta a tutti i presenti, come se questi
dovessero non apprendere verità o
programmi, ma solo controllare il tono appropriato della voce e l’esattezza
della pronuncia. Questa tuttavia è spesso marcatamente regionale, specialmente
siciliana o napoletana o fiorentina o piemontese.
Naturalmente i vari presidenti degli
organismi giudiziari accusano sempre le strutture, la carenza di personale o di
attrezzature informatiche o di fondi adeguati per esperire tutte le consulenze
necessarie. Qualcheduno, mi sembra, ha
anche accusato le molte e confuse leggi.
Se lo ha fatto ha pienamente ragione,
ma solo in questo. Le leggi sono, dicono, più di venticinquemila, e quasi tutte
(specialmente quelle recenti) hanno un regolamento di attuazione, poi ci sono i vari codici (civile, penale,
commerciale, e ora anche quello europeo sfornato a ruota libera da Bruxelles e
Strasburgo), con le loro sofisticate procedure,
improntate quasi sempre all’ideale libertario e garantista. Per queste
procedure meticolose e formalistiche avviene che un assassino pluriomicida,
colto magari in flagranza di reato o comunque confesso, prima viene arrestato,
poi un giudice deve confermare l’arresto e dare al reo un avvocato pagato dallo
Stato, se il reo non vi provvede di tasca sua, come avviene quasi sempre per i
clandestini. Naturalmente l’avvocato produce subito ricorso al tribunale del
riesame. Se anche questo conferma l’arresto, l’avvocato chiede prima l’arresto
domiciliare poi la perizia psichiatrica appellandosi all’infermità o
seminfermità di mente; se questa non viene riconosciuta dal perito d’ufficio,
l’avvocato fa fare una controperizia.
Poi c’è finalmente il dibattito in
aula! Ma che finalmente!
Comincia un’altra sceneggiata con i
testimoni dell’accusa e della difesa, che talora sono decine se non centinaia.
Se l’accusa è confermata, l’avvocato chiede il trasferimento del processo ad
altra sede per incompatibilità ambientale. Si rifà tutto da capo. Dopo mesi o
anni ascoltati tutti i testimoni il pubblico ministero pronuncia la sua
requisitoria, che talora dura per più udienze; poi l’avvocato difensore
pronuncia la sua arringa, poi il collegio giudicante si chiude in camera di
consiglio, dove può rimanere anche più giorni (con vitto e alloggio di albergo
a quattro stelle), poi finalmente si ha la sentenza.
La causa è chiusa?
Macché, è appena cominciata.
Infatti il presidente della corte
deve scrivere una lunga relazione (se non è almeno di un centinaio di pagine è
considerata superficiale ed è bocciata dalla stampa), spiegando tutte le
motivazioni della sentenza, praticamente ripercorrendo – a penna – tutto
l’andamento del dibattito. Incredibile ma vero: siccome un giudice, dopo tanti
anni, non aveva completato e depositato le motivazioni della sentenza, un
assassino è stato scarcerato per decorrenza dei termini! Plaudiamo al giudice
da Guinness.
Il giudice ha tutto l’interesse ad
allungare il brodo, perché così si assicura il meritato riposo. E mentre lui si
crogiola vergando scartoffie inutili (la sentenza è già stata resa ed è
irrevocabile), l’avvocato difensore ricorre in appello. E’ suo interesse: si
assicura così il prolungamento del suo mandato e l’impinguamento delle sue
parcelle.
Infine si va alla Cassazione, che
spesso cassa la sentenza di secondo grado per qualche
sciocchezza (una firma, una ricevuta, un avviso di ritorno, un bollo mancante o
di gomma e non metallico, che quel tale ufficio non aveva ancora ricevuto).
E’ insomma una bella e infinita
sceneggiata che piace a tutti: ai giudici che appaiono in televisione, agli
avvocati che accrescono i loro guadagni e la loro notorietà, ai giornalisti che
hanno di che scrivere articoli (che sono quasi sempre o di cronaca rosa e
pettegola o di cronaca nera o di cronaca giudiziaria), alle reti televisive che
riprendono tutta la rappresentazione e la trasmettono giorno dopo giorno.
Sicché il pluriomicida diventa un uomo famoso, un divo televisivo e molte donne
si innamorano di lui, scrivendogli struggenti letterine, e molti ragazzi si
propongono di imitarlo, per diventare anch’essi famosi.
Infatti si diventa famosi non solo
andando nell’isola apposita, ma anche facendo qualcosa di strano, originale,
straordinario o orripilante nel campo del crimine. Non ho esagerato: è cronaca
di tutti i giorni.
Io della televisione vedo solo i
telegiornali, per sapere se la terra gira ancora; ma spesso non ne vedo
nessuno, tanto sono schifato anche da essi.
Infatti è quasi tutta cronaca nera
(stupri, omicidi, orrori); quella che non è nera è dedicata ai VIP e alle mode,
ai comportamenti più insulsi e immorali, alle volgarità.
Parlo della RAI, pagata coi nostri
soldi.
Ma torniamo alla Magistratura: è una
classe non tanto riverita, ma certamente forte, più potente di quella politica.
Infatti, mentre un Ministro non può incriminare un magistrato, questi può
diventare celebre incriminando un Ministro, costringendolo anche alle
dimissioni. E così i magistrati acquistano visibilità mediatica, che è quella
che più conta su questa terra. Infatti se non appari spesso in televisione o
almeno -in fotografia- sui giornali e sulle riviste, tu non esisti, sei un
nessuno. Tale sono io, e mi sta bene.
I procuratori diventano più presto
famosi incriminando principi e personaggi di spicco, perché in tal modo essi
entrano nell’alone mediatico di questi VIP.
La Magistratura è stata definita una
casta; lo è certamente ma non del tutto, perché alla casta si appartiene per
nascita, mentre nella Magistratura si entra per cooptazione, anche se questa
avviene spesso nell’ambito della famiglia e della parentela. Alcuni la indicano
come una setta; anche questo solo in parte è vero; infatti la setta ha una
religione, talora malvagia come quella delle «bestie di Satana», talora innocente
come quella dei «testimoni di Geova», mentre la Magistratura non ha alcuna
religione.
E’ più esatto considerarla una
società che amministra un capitale importante, non acquisito dai soci, ma
regalato dallo Stato, che loro dovrebbero amministrare per il bene pubblico, ma
che talora amministrano per quello privato.
Questa società si autogoverna e autoregolamenta
col suo Consiglio Superiore che dovrebbe vigilare sulla sua efficienza e
correttezza, ma che bada più che altro a mantenere e ad accrescere i privilegi
e le immunità della casta.
Qualcuno penserà che io abbia qualche
personale risentimento contro la Magistratura. Per niente affatto. Tra i
magistrati conosco delle bravissime persone, come anche tra gli avvocati, che
non sono tutti degli Azzecca-garbugli. Con la magistratura ho avuto a che fare
due volte, per questioni di poco conto, e debbo riconoscere che essa in quei
casi agì con grande correttezza.
La prima volta fu quando, preside del
liceo classico di Brindisi, fui accusato di condotta antisindacale. Io, che
avevo agito più che correttamente, volevo difendermi da solo, senza avvocato,
come si faceva nell’antica Atene. Infatti non misi nessun avvocato; allora
intervenne il Provveditore, che interessò un avvocato dello Stato. La sentenza
fu che il preside Camaioni aveva agito con assoluta ed encomiabile correttezza.
La seconda volta fu a proposito di un
fitto, per causa di mia moglie. Essa aveva ereditato un appartamento, da anni
dato in affitto dalla madre per un canone mensile modesto, che mia moglie non
aumentò. Ma siccome essa cercava di venderlo avendo bisogno di liquidi,
l’inquilino, spinto dal nipote avvocato, le intentò causa per l’equo canone, reclamando
fantastiche somme per tutto il pagato in
più sin dall’inizio dell’affitto.
Questa volta necessariamente ci
dovetti mettere non solo l’avvocato, ma anche il perito; ci fu anche
«l’incidente probatorio» (che bella parola!), e alla fine il pretore sentenziò
che, secondo l’equo canone, quel fitto avrebbe dovuto essere superiore; si
trattava infatti di un appartamento grande, su due piani e con numerosi
balconi. Comunque ci rimisi dei bei soldi, ma non per colpa della Magistratura,
bensì per un legale che voleva solo piantar grane nel proprio interesse. Il
nostro avvocato difensore era però un brav’uomo, da me molto stimato.
Quindi è chiaro che non ce l’ho né
con la Magistratura né con l’Avvocatura per risentimento, ma per motivi
obiettivi e di interesse pubblico.
Un amico, ascoltando questa mia quasi
requisitoria, mi ha detto scherzando:
«Non c’è due senza tre. Vedrai che
tornerai ancora una volta in tribunale, perché qualche PM ti incriminerà per
offesa alla Magistratura e oltraggio al Presidente della Repubblica, che è il
capo di essa come Presidente del Consiglio Superiore.»
Mi piacerebbe molto; così almeno si
parlerà un poco anche di me, e i miei soliloqui diventeranno «colloqui». Ma non
credo di ottenere questo bel risultato perché, anche se per caso un PM leggerà
su Internet le mie parole, si guarderà bene dal rilevarle: il miglior modo per
annichilire una persona è ignorarla.
In Magistratura si entra
vincendo un concorso; i partecipanti ad
esso vengono valutati da una commissione, i cui membri sono nominati dalla
stessa magistratura, nella quale dominano le correnti più o meno forti, e
ognuna di esse ha i suoi raccomandati, e i vincitori dei concorsi saranno
quelli cooptati dalla casta o imposti da altri poteri forti, politici, economici, massonici ecc.
Io ho conosciuto giovani
preparatissimi e di ammirevole limpidezza morale, che però sono stati
inesorabilmente bocciati più di una volta, perché erano privi dei requisiti a
cui ho accennato.
Anche nella Magistratura, come nella
Avvocatura, ci sono delle distintissime persone che sono riuscite a entrare in
quella classe per solo merito personale e che considerano il loro lavoro come
una missione; sono dei «cani sciolti» che veramente cercano di difendere la
gente dai «lupi»; ma quasi sempre essi vengono emarginati, comunque non
sostenuti e difesi dai colleghi, e finiscono con l’essere sbranati dai lupi,
insomma uccisi.
Ma a parlare della Magistratura non
la finirei più, tante sono le cosette da dire, ma non posso tralasciarne
qualcuna.
Per le immondizie di Napoli e della
Campania si sono nominati commissari e super-commissari straordinari. Si è
messo in mezzo anche un generale del genio Militare quasi a voler dimostrare la
forza della legge e la necessaria fermezza. Per smaltire almeno temporaneamente
i rifiuti, dato che anche il termovalorizzatore da tempo in costruzione è
contestato, bisognava o riaprire discariche chiuse o approntarne delle nuove in
siti appropriati. Ma tutti i comuni interessati si sono opposti, la
Magistratura compiacente ha chiuso o richiuso le discariche, e ha incriminato
per «abuso dei poteri» il valente generale che cercava di risolvere, almeno in
parte, il problema.
La situazione è tragica, ma anche un
po’ buffa: i Napoletani piangono miseria, ma evidentemente consumano molto, a
stare alle montagne di rifiuti che producono, forse non solo consumando, ma
anche sprecando. Ma i loro rifiuti non li vogliono in nessuna parte, e nemmeno
i termovalorizzatori che produrrebbero energia elettrica, perché secondo loro puzzano,
e loro la puzza sotto il naso non la vogliono; la vogliono mettere sotto il
naso degli altri. E per protesta danno fuoco alle immondizie ammonticchiate ai
lati delle strade, producendo diossina, veleno che inquina anche il terreno.
Ma che bravi, che dritti; sono veramente da ammirare da
parte nostra, poveri fessi.
Ovviamente non accuso i Napoletani, ma i malavitosi che li dominano.
Ora chiudo, augurandomi che nessun
camorrista legga queste parole, perché allora rischierei certamente la vita: essi
non tollerano offese alla loro «onorata società».
Tra i mezzi di potere della
Magistratura c’è anche il loro lessico talora arcano; ho accennato all’incidente probatorio; la gente pensa a
qualche scontro con morti e feriti; rasserenatevi, gente, è solo una bella
scena in cui le due parti (accusatori e accusati) si confrontano con i loro
periti d’ufficio e di parte, e si verbalizzano le deposizioni degli uni e degli
altri, che così diventano ufficiali e possono essere utilizzate nel processo,
mentre tutto ciò che è extra-giudiziale, come le dettagliate denunce della
Polizia, non sono utilizzabili, e neppure le confessioni, se fatte ai
carabinieri prima del processo; sicché l’accusato in aula può ritrattare tutto
e proclamarsi innocente. E così i processi penali, anche per delitti acclarati,
non finiscono mai.
Anche il chiamare un giudice PM
(Pubblico Ministero) è buffo: è infatti un termine astratto che fa pensare a un
Ministero governativo, che si occupi di qualche branca della pubblica amministrazione.
Invece è un magistrato in carne e ossa della Procura, cioè un Procuratore come
era chiamato una volta, il quale ha il potere di incriminare chiunque, ad libitum.
Tutte le volte che un’operazione
chirurgica non riesce bene (e qual è il
chirurgo che ha sempre successo?), che avviene un crollo, un incidente sul
lavoro (talora dovuto a imprudenza o inesperienza o presunzione dell’operaio),
un incendio, un terremoto (un maremoto no, perché per fortuna nel Mediterraneo
ne è avvenuto uno solo, più di tremila anni fa) un uragano, un’alluvione, una
inondazione, una slavina con morti e feriti, subito il solerte P.M., cioè in
concreto il Procuratore della Repubblica emette i suoi bravi avvisi di garanzia
contro i responsabili, anche se sono ignoti.
Credo che prima o poi avverrà che,
per qualche terremoto o eruzione vulcanica catastrofica (sul tipo di quella del
Vesuvio del 79 d.C.) il bravo Procuratore, non potendo mandare l’avviso di
garanzia al vulcano esploso, lo manderà a Domineddio, inoltrandolo per mezzo
dell’Ufficiale giudiziario al Papa che ne fa le veci su questa terra. Date le
premesse, ciò si potrebbe verificare, e il Procuratore che lo farà sarà
proclamato il Procuratore non dell’anno, ma del secolo, anzi di tutti i secoli.
Ma è ora di lasciare queste
fanfaluche e parlare di cose più serie.
La scuola è, con la sicurezza e la
sanità, l’istituzione più importante per uno Stato.
Ma la scuola deve servire non solo
per l’apprendimento di nozioni e l’acquisizione di competenze specifiche, ma
anche e soprattutto per la formazione del carattere e quindi per una completa
educazione civica e morale. Siccome il Governo Fascista aveva chiamato il
Dicastero a ciò preposto Ministero dell’Educazione Nazionale, la Repubblica ha
subito cancellato questa denominazione che ai democratici puzzava di Stato
Etico, nazionalismo e statalismo.[3]
E oggi la Scuola impartisce tante nozioni, fa acquisire varie competenze, offre
nel curricolo scolastico svariate educazioni (artistica, musicale, stradale, religiosa,
ecologica, sessuale ecc.), ma non impartisce l’educazione senza etichetta, cioè
la formazione dell’uomo e del cittadino.
Che vuol dire formare l’uomo?
Renderlo cosciente dei talenti che possiede, cioè l’intelligenza e il libero
arbitrio, doni che hanno tutti gli uomini, di qualunque razza e colore, che
quindi egli deve considerare come uguali e rispettare come cittadini. Deve poi
capire che ha una responsabilità personale, è libero di agire ma seguendo la
retta ragione, ché altrimenti negherebbe la sua dignità umana e sarebbe animale
bruto.
Formare il cittadino significa fargli
capire che vive in una società organizzata, la quale gli offre gratuitamente
tante istituzioni e strutture per tutelare la sua sicurezza, la sua salute e la
sua istruzione, e che ha verso questa Nazione, in cui è nato e cresciuto, il
dovere della fedeltà e della lealtà, dando la sua quota per le spese pubbliche,
per le prestazioni che lo Stato offre, e anche per l’aiuto ai concittadini meno
fortunati.
Una volta il cittadino doveva fare
anche il servizio militare per la difesa della Patria, oggi dovrebbe sentire il
dovere di fare volontariamente il servizio civile per i casi di emergenza, cioè
quando gli organismi istituzionali non riescono a far fronte a calamità straordinarie,
come inondazioni, terremoti, epidemie.
Deve capire che la sua libertà è
limitata dall’altrui uguale libertà, che i suoi diritti non sono assoluti, ma
relativi, cioè limitati dagli uguali diritti degli altri. Deve aver cura di
tutti i beni pubblici (ferrovie, strade, ponti, edifici e monumenti) e del suo
stesso corpo, che è un bene sociale, dato che lui fa parte di una società che
lo ha accolto e protetto. Un ragazzo che si droga, rovinando in tal modo il suo
corpo e diventando un rudere a carico dello Stato e un pericolo per gli altri,
è uno che non è stato educato ai doveri verso se stesso; egli rende infelice la
sua famiglia e diventa anche pericoloso per la società tutta.
L’educazione è un’opera non facile,
specialmente oggi. Un tempo la famiglia e anche la Chiesa avevano una notevole
influenza sul bambino e sull’adolescente.
Anche il servizio militare
obbligatorio, se ben prestato e con ufficiali preparati, serviva a far
acquisire al giovane la nozione del dovere e della disciplina, e anche il senso
di responsabilità e lo spirito di sacrificio per aiutare i bisognosi di
sostegno.
La Scuola allora non era frammentata
come oggi, aveva insegnanti più preparati e più motivati, spesso dei veri
modelli di vita che gli alunni cercavano di imitare per la loro esemplarità.
L’educazione impartita dalla Chiesa nella
parrocchia con gli oratori, il catechismo, le omelie, le quaresime predicate e
gli esercizi spirituali completavano l’educazione, dando ad essa un afflato
religioso che diventava una guida sicura per il cittadino, rendendolo onesto,
laborioso, utile a sé e alla società tutta, a cominciare dalla propria
famiglia, a cui era di sostegno e consolazione.
Oggi invece molti ragazzi e giovani
sono la disperazione delle loro famiglie, perché drogati o bulli o piccoli
delinquenti (furti, rapine, violenze, danni vandalici ecc.) che si avviano a
diventare i grandi delinquenti che sono il tumore maligno del corpo sociale.
La Chiesa con le parole e con
l’esempio inculcava la regola d’oro
del comportamento morale insegnataci da Gesù:
«Tutto quanto volete che gli uomini
facciano a voi, anche voi fatelo a loro.» (Mt 7,12 - Lc 6,31)
E’ una norma onnicomprensiva, risolutiva
di ogni dubbio comportamentale; è anche una norma di ragione, perché la retta
ragione, che ci dice che tutti gli uomini sono uguali, ci impone di non fare
agli altri quello che non vogliamo che gli altri facciano a noi. Questo è implicito
nella norma (il non fare), ed è sufficiente per la civile convivenza. La regola
positiva (il fare) realizza la concezione religiosa della vita, cioè la vera
sequela del Cristo. Infatti Egli ci impartisce la norma sublime, quella attiva,
che supera l’egoismo innato nell’animo umano. Infatti tutti vorremmo essere
aiutati nei nostri vari bisogni, mentre non sempre sentiamo il dovere di aiutare gli altri; lo sentiamo
solo se siamo veri cristiani e quindi disposti a sacrificarci per i fratelli. Infatti
il cristiano considera gli altri uomini non solo come uguali da rispettare, ma anche come fratelli da amare.
Oggi la legge impone l’istruzione
obbligatoria sino a 16 anni, ma incentiva e facilita tutti ad arrivare al
diploma, cioè alla maturità e oltre. Infatti si moltiplicano le università per
laureare, se non tutti, certamente gran parte dei diplomati. La civiltà e il
progresso di una nazione è valutata in base alla percentuale dei laureati (e
anche a quella dei computer e dei telefonini).
Io non sono affatto d’accordo con
questa politica scolastica. Questi tanti laureati poi restano in parte
disoccupati, mentre l’Italia già adesso ha tanto bisogno di artigiani,
agricoltori, operai comuni e specializzati, i quali trovano subito ingaggio e
sono anzi ricercati.
Come Carlo V dopo una vittoriosa
battaglia, per dare un contentino ai suoi soldati disse «todos caballeros»;
così oggi l’Italia, volendo assurgere ai primati della cosiddetta civiltà,
proclama «tutti laureati». Laureati di che? per fare che cosa? Questa della
laurea generalizzata è una insulsaggine; si devono laureare solo i capaci,
nelle branche richieste dalle industrie e dai servizi, e nel numero ragionevole
per un (quasi) sicuro impiego. In caso contrario creiamo degli spostati, dei
frustrati che poi magari evaderanno nella droga o si sfogheranno nel ribellismo
o si attiveranno nel frodare e nel malaffare.
Per avere dei bravi artigiani, dei
buoni operai specializzati (elettricisti, saldatori, tornitori, tubisti,
idraulici ecc.) occorre un po’ di scuola e molta pratica. Questi mestieri si imparano bene non sui libri, ma
con la pratica, cioè col tirocinio nell’officina o nella bottega, sotto la
guida dell’esperto «maestro».
Secondo me l’obbligo scolastico
dovrebbe fermarsi al 14° anno, per permettere a chi lo vuole di entrare in un’officina,
in una bottega artigiana, in un opificio per fare il suo tirocinio e il suo
apprendistato, e così diventare un bravo artigiano o operaio specialista, che
troverà un lavoro quasi sicuro e anche ben remunerato. Molti ragazzi non
gradiscono gli studi teorici, ma hanno capacità manuali e vorrebbero eseguire
determinati lavori, ai quali si sentono inclinati; perché costringerli ad
arrivare alla maturità, per poi accedere a una facoltà universitaria del tutto
demotivati?
La decantata e sospirata laurea è
solo un pezzo di carta, se non c’è la competenza accompagnata da inclinazione
naturale per quella determinata disciplina. Tra i tanti lavoratori
specializzati richiesti dall’economia italiana ci sono gli infermieri e le
infermiere.
E’ vero che dedicarsi ai malati
richiede una certa vocazione, che non tutti hanno; ma è anche vero che molti
sono dissuasi dall’intraprendere questo tipo di lavoro, perché oggi in Italia
per diventare infermieri bisogna frequentare tre anni di corso per una laurea
breve, sicché è preferibile per molti allungare di qualche anno l’Università e
diventare medico, con una bella laurea da appendere al muro, come stemma nobiliare.
Infatti questa non vale niente se non è
seguita da una specializzazione, che richiede altri 5-6 anni ancora, nei quali
lo specializzando è fortunato se lucra qualche borsa di studio e qualche altro
sussidio vicino ai mille euro mensili. E anche quando è finalmente
specializzato, non per questo ha un lavoro sicuro, un’assunzione certa in
qualche ospedale o clinica pubblica o privata. Quasi sempre si deve
accontentare di un lavoro precario.
Insomma lo specialista è fortunato se
riesce a sistemarsi a 30-35 anni.
Sicché in Italia abbiamo troppi
medici e pochi infermieri. Perciò gli ospedali, per sopperire alle loro urgenti
necessità, devono assumere infermieri del terzo mondo, che hanno ottenuto nei
paesi di origine un diploma con un corso facile e breve che dà poche garanzie.
Come si può rimediare?
Non capisco perché a formare un
infermiere siano necessari tre anni di corso universitario; secondo me ne
basterebbe uno solo, scolastico, cioè prevalentemente teorico, in aula, e un
secondo in corsia come tirocinio; al termine del tirocinio i medici del reparto
esprimeranno il giudizio sul corsista;
se favorevole, egli sarà assunto come infermiere di 1° livello, cioè quello
adibito ai servizi più comuni: igiene e trasporto dei malati, alimentazione
ecc.
Se poi vuole diventare di 2° livello,
egli affronterà dei corsi appositi e sosterrà gli esami necessari. E’ chiaro
che gli infermieri di sala operatoria, di rianimazione, di diagnostica, di
dialisi e i caposala devono avere una preparazione superiore, che ho chiamato
di 2° livello e, se è necessario, anche una di
3° livello, da ottenere mediante opportuni corsi ed esami. Se questo
fosse il curricolo dell’infermiere, egli potrebbe cominciare a guadagnarsi il
suo stipendio già a 20-21 anni, mentre il «dottore» specialista sarà fortunato
a guadagnarselo a 30-31. Di conseguenza molti ragazzi e ragazze sarebbero
incentivati a intraprendere questa attività.
I Soloni della Sanità, voglio dire quelli ministeriali
e accademici (quelli ospedalieri forse no) rideranno di queste mie ingenuità; per loro va bene così, e magari pensano sia
giusto allungare ancora i vari corsi, per avere personale sempre più
specializzato e preparato, mentre mancano gli infermieri-inservienti di corsia.
E, ingenuità per ingenuità, ne dico
un’altra.
Perché nella Facoltà di Medicina, nel
biennio, si richiede tanta Fisica,tanta Chimica, tanta Anatomia? Sono tutti
insegnamenti teorici, nozionistici, mnemonici. Per la Fisica e la Chimica
basterebbe un inquadramento di base, mirato alla Medicina, perché la fisica e
chimica particolari si apprenderanno poi, in pratica, nelle varie cliniche,
nella diagnostica e nelle analisi richieste dalle specifiche terapie.
Così anche, per l’Anatomia, è tanto
importante, per formare il bravo medico, imparare a memoria il nome di tutti i nervetti,
i piccoli muscoli, le minime particelle di ogni organo e i singoli ossicini?
E’ uno sforzo mnemonico fine a sé
stesso; gran parte di quella nomenclatura, che è costata tanta fatica a ficcarla
in testa per superare il gravoso esame, viene dimenticata da chi si dedicherà
poi alla cura di un determinato organo o apparato o funzione, di cui allora
conoscerà i minimi particolari, essendo il suo campo di cura o diagnostica, e
non sarà grave danno se dimenticherà qualche termine di quello che non riguarda
il suo ambito terapeutico. Dimenticherà qualche nome, non certamente la
funzione e le operazioni di ogni organo del corpo umano.
Quello che ho detto per la Facoltà di
Medicina, lo dico anche per molte altre Facoltà, anch’esse oberate di materie e
di esami, che poi diventano «esamicchi»,
quasi uno ogni mese, per apprendere nozioni superficiali che poco hanno a che
fare con le discipline principali del corso di laurea, le quali raramente
vengono approfondite, anche per mancanza di tempo, dato il molto sprecato nelle
molte materie aggiunte solo per dare un’apparenza di completezza, mentre
tolgono profondità agli insegnamenti-base della Facoltà.
Del resto la completezza non si può
mai raggiungere, perché il progresso tecnico e scientifico, industriale e
commerciale, finanziario e bancario, e i continui aggiornamenti e cambiamenti
che avvengono nei vari campi dell’attività umana fanno sì che non si può mai
raggiungere nel corso di laurea la totalità delle competenze. Bisogna
insegnare, nei vari campi, le nozioni fondamentali e il metodo, e naturalmente
gli indirizzi principali e ormai generalizzati; saranno poi i laureati a
trovare l’innovazione nei vari campi entrando nelle aziende e nei laboratori di
ricerca, cercando sempre di scoprire, inventare o cambiare le metodiche e gli strumenti.
Perciò stimo inutile moltiplicare le Facoltà, come anche il numero delle
Università. Queste ormai spuntano come funghi in città e cittadine, con docenti
improvvisati e certamente non vagliati, data la libertà di assunzione di questi atenei, che servono per dare un posto a
docenti disoccupati ed elargire lauree a tutto spiano; e quando gli Italiani
saranno «tutti laureati», l’Italia sarà finalmente un paese civile e felice.
Se poi dalle Università scendiamo ai
gradi inferiori dell’Istruzione, vediamo che l’indirizzo è sempre lo stesso:
moltiplicare, inflazionare, appiccicare materie, come se tutto il
progresso cognitivo venga dalla quantità e non dalla qualità degli
insegnamenti. Quando io ho fatto le elementari, lo scolaro aveva per cinque
anni lo stesso maestro o maestra, i quali, come genitori di complemento,
guidavano l’alunno alla conoscenza della lingua patria e all’acquisizione delle
nozioni fondamentali nel campo della matematica, delle scienze, della
geografia, della storia, dell’igiene e del civismo.
Nelle elementari c’erano talora
docenti preparatissimi e motivati, che
lasciavano negli scolari impronte indelebili, inculcando i valori della civile
convivenza e del patriottismo.
Oggi lo scolaro è affidato a più
insegnanti (almeno due), e poi si vuole che apprenda subito l’Inglese e il
computer, come se questa lingua e questo aggeggio elettronico fossero
fondamentali per la formazione dell’uomo e del cittadino, alla quale deve
soprattutto mirare la scuola elementare e media. Lo scolaro impara qualche
parola, qualche saluto o frase in Inglese e trascura la sua bella lingua
materna, della quale spesso non conosce che un centinaio di parole, le più
comuni e usuali, e soprattutto le «parolacce», che sente più spesso anche in
classe.
Il computer poi (che anche noi
Italiani faremmo bene a chiamare elaboratore
elettronico come i Francesi) abitua o invita più al gioco che all’apprendimento,
e il ragazzo si disabitua a usare il suo cervello, che è il più meraviglioso
elaboratore di idee e risolutore di problemi.
In tal modo il cervello è
anchilosato, la ragione, l’intelligenza, grandioso dono di Dio, è messa in
disuso, e si ragiona solo con l’elaboratore, e se questo si guasta o non c’è
corrente elettrica, non si è capaci più di ragionare e di risolvere i problemi
e le operazioni anche più semplici.
Al ragazzo si affida poi
immancabilmente il telefonino, possibilmente quello dell’ultimissima
generazione, che è anche macchina fotografica, da ripresa e di collegamento con
Internet. E così il ragazzo si diverte col telefonino, gioca per mezzo di esso,
fa il bullo in classe e fuori per
riprendere con esso le sue bravate e metterle su Internet.
Ci meravigliamo poi se i nostri
ragazzi crescono così scioperati, maleducati, esibizionisti e vuoti di valori?
La famiglia, anche se non si è
sfasciata o disarticolata per le recenti innovazioni progressive, difficilmente riesce a opporsi a questo andazzo ormai generalizzato e inculcato dai media, specie
dalla televisione, che ama trasmettere le bravate di questi bulli, spesso
violenti, specie in branco, capaci anche di ferire, stuprare, rapinare e
qualche volta uccidere.
Manca oggi il tempo educativo. La famiglia, specialmente se lavorano padre e
madre, per gran parte della giornata affida il figliolo prima all’asilo, poi
alla scuola elementare, poi a quella
media e superiore.
Il bambino o ragazzo torna a casa nel
pomeriggio, e in casa, stando solo, prima si rimpinza di merendine e dolciumi
(onde l’obesità crescente), poi si sdraia davanti al televisore, o si mette a
giocare col cellulare o l’elaboratore o addirittura, se ha il modem, cerca contatti
spesso pericolosi o entra in Internet in cerca di avventura, e scopre prima o
poi i siti malfamati del sesso e della pedofilia.
Chi educa? La scuola sarebbe la
meglio deputata, dal momento che tiene il ragazzo per maggior tempo.
Ma la scuola non può educare perché è
frantumata.
Il ragazzo della media ha tanti
professori, una diecina, dei quali la maggior parte fanno due ore la settimana;[4]
si dice ore per modo di dire: sono generalmente di 50 minuti, e se il
professore vuol fare l’appello e scambiare qualche battuta, per conoscenza, con
ognuno, l’ora diventa sì e no una mezz’oretta, e poi viene il cambio.
Altro professore, altro contatto;
nella giornata i contatti sono quattro o cinque, ma nessuno di essi accende la
luce intellettuale e tanto meno quella civica e morale.
E poi ci sono le altre delizie,
specie nelle scuole pubbliche: gli scioperi o dei professori o degli alunni, i
ponti, le settimane bianche, le elezioni (che bloccano molte scuole per quattro
giorni), e magari qualche inondazione o incendio nella scuola procurato da studenti
vandali, e allora le lezioni cessano almeno per una settimana: quod erat in
votis!
Non voglio continuare su questo tema
che per me, che sono stato professore e preside per 40 anni, è troppo penoso.
Ma devo accennare a un altro
problema: la conoscenza della nostra lingua. E’ una lingua meravigliosa, varia,
melodiosa, espressiva, che possiede circa 150.000 vocaboli di uso comune e
molti di più se consideriamo tutti quelli specialistici delle varie professioni,
scienze e tecniche (marineria, esercito, aviazione, filosofia, teologia,
mestieri ecc.)
Ebbene, io ho constatato che anche al
liceo la maggior parte degli studenti, di tutta questa ricchezza
idiomatica-semiotica, conosce sì e no un migliaio di lessemi.
Un tempo (ai miei tempi) le parole si
imparavano anche studiando le varie nomenclature, per esempio: la famiglia, i
mestieri, la marineria, il commercio, le professioni, gli attrezzi, le armi,
gli alberi, gli animali domestici, gli uccelli più comuni e le loro voci ecc.).
Ogni parola appresa portava con sé un’idea, o una rappresentazione grafica o
fantastica e quindi: più parole, più idee, più emozioni, più suggestioni. Il
ragazzo a poco a poco conosceva, con le parole, il mondo in cui viviamo, i vari
lavori e i loro attrezzi, comprese le macchine delle industrie.
Oggi i professori si metterebbero a
ridere, se si riproponesse un simile metodo di apprendimento della realtà
attraverso il vocabolario. Sono professori saputi, in gran parte sessantottini,
che odiano questo apprendimento che disprezzano come mnemonico. E infatti non
fanno imparare nemmeno qualche poesia. Spesso mi sono divertito a chiedere ad
alunni liceali se sapessero a memoria qualche brano di poesia o prosa, dal
Duecento (Francesco, Jacopone ecc.), al Trecento (Dante, Petrarca) al Rinascimento
(Ariosto, Tasso, Poliziano ecc.) al Classicismo (Parini, Alfieri, Foscolo) al
Romanticismo (Manzoni e i poeti patriottici) fino a Carducci, Pascoli,
D’Annunzio ecc.
No, non hanno imparato niente,
sarebbe mnemonismo! La memoria, dicono, è limitata, e non dobbiamo sprecarla
per queste sciocchezze (le poesie!), ci
sono le cose serie da imparare!
Invece la nostra memoria è quasi
illimitata, è il più grande elaboratore
mai costruito, e più lo si usa, più diventa capace. Se al contrario non la si
usa, si arrugginisce e a poco a poco il meraviglioso elaboratore non funziona
più. Lo diceva anche Cicerone: «Memoria minuitur nisi eam exerceas»[5](De
senectute, 7,21).
Se invece la si esercita, si accresce
sempre più la sua capacità, e io l’ho sperimentato in me stesso e posso
testimoniarlo.
Ma a questo punto devo arrestare il
flusso delle mie «parole in libertà», perché sento un lettore che mi dice:
«Ma tu, querulo vecchio, che sei
peggio di Pietro Aretino il quale “di tutti disse mal fuor che di Cristo”, non
fai che criticare; ma tu che vorresti? Insomma, che proponi?»
Caro amico (ti chiamo amico e ti dico
caro perché hai la bontà e la pazienza di leggermi), le mie proposte, cioè la
parte positiva del mio discorso, si evincono dalle mie stesse critiche. Cioè si
dovrebbe ovviare a quanto io denuncio, se si riconosce che queste denunce siano
motivate. Ma dato che ammetto io stesso che le mie idee «politicamente
corrette» non sono, sembrerebbe inutile fare proposte esplicite che
apparirebbero ridicole.
Siccome il senso del ridicolo in
Italia si è un po’ perduto, cercherò io di risvegliarlo con alcune proposte
pratiche.
Prima: nella scuola elementare ci sia un solo maestro o
maestra che accompagna lo scolaro per i 5 anni.
Seconda: si faccia apprendere soprattutto la lingua
materna anche con tabelle di nomenclatura, e poi i rudimenti di storia,
geografia, scienze, matematica, igiene e civismo.
Terza: Nei tre anni della Media si riduca il numero
delle materie e dei professori, si assegni al professore di Italiano, Storia e
Geografia un maggior numero di ore; in tal modo, con il sapiente impiego di
questo «tempo educativo», egli sarà il continuatore del genitore e del maestro
elementare come responsabile dell’educazione completa dell’alunno e suo tutore.
La lingua straniera sia per tutti l’Inglese e per un numero di ore che consenta
un apprendimento efficace. Nessuna seconda lingua straniera.
Quarta: Le superiori non sono obbligatorie, per cui
l’obbligo scolastico termina alla licenza media, dopo la quale chi vorrà, anche
su consiglio dei genitori o dei professori, può accedere all’apprendistato
presso laboratori, officine o botteghe artigiane.
Quinta: Nel quinquennio superiore si impartirà
l’insegnamento di una seconda lingua straniera (scelta tra spagnolo, francese,
tedesco) ma per un numero di ore non superiore a due settimanali. Nel biennio
ci sia un unico professore per Italiano, Storia e Geografia, e anche Latino e
Greco (nel liceo classico).
Sesta: Le Università non devono essere aumentate di
numero, ma piuttosto riorganizzate e fornite di mezzi. Le Facoltà che sfornano
più disoccupati (come Medicina e Psicologia) siano a numero chiuso e aperte ai
meritevoli opportunamente selezionati (non solo con gli insipidi quiz). Non si
rimpinzino i corsi con materie poco attinenti, che sono infarinature inutili.
Settima: Il corso per infermiere di 1° livello sia di due
anni, di cui il primo teorico, il secondo pratico presso una struttura
ospedaliera. I corsi sono gratuiti e l’iscrizione libera. Per diventare
infermiere di 2° e 3° livello occorrono corsi ed esami interni alle strutture
ospedaliere, con valutazioni positive del servizio prestato.
Un problema che si pone è se nelle
elementari ci debbano essere classi maschili e classi femminili o solo classi
miste. Io penso che nella scuola primaria sia meglio formare classi maschili
con un maestro uomo, e classi femminili con una maestra donna. Invece le classi
medie e superiori siano sempre miste come ora avviene.
Non sembri oziosa questa mia
precisazione. Quando io insegnavo in un liceo di provincia, i sessi erano
separati, e le ragazze (e anche le professoresse) portavano un castigato
grembiule nero. E nessuno ci aveva da ridire: la scuola non è una passerella di
moda spesso… smodata.
Sia ben chiaro che io non voglio
reintrodurre il grembiule nero nelle scuole per le ragazze (che pure lo
indossavano senza proteste in qualche liceo di Roma negli anni settanta del
secolo scorso), ma non si dovrebbe andare a scuola per mostrare tette, gambe e
ombelichi, come oggi purtroppo avviene. E a proposito di ombelico; io l’ho
visto esibire da qualche ragazza alla solenne messa della domenica trasmessa da
RAI uno; e naturalmente c’è in questo caso
da condannare anche il regista della trasmissione religiosa.
Riguardo al curricolo della scuola
superiore, io giudico errato cominciare contemporaneamente nei licei classici
l’insegnamento del Latino e del Greco. Ho constatato che i ragazzi fanno
confusione tra le due lingue, e non apprendono bene né l’una né l’altra. Il
Latino, che è la lingua madre del nostro Italiano, dovrebbe essere insegnato
già nella scuola media. Non in tutte le scuole, ma solo in alcune, che saranno
scelte da coloro i quali poi intendono frequentare il classico.
Nella prima classe del quinquennio
essi inizieranno l’apprendimento del Greco, ma avranno già un certo possesso
del Latino, e tra le due lingue non ci sarà confusione, ma confronto utile.
Nelle scuole medie col Latino non si insegnerà l’Educazione tecnica, e si
utilizzeranno per il Latino le 3 ore settimanali attualmente dedicate a questa
educazione.
La scuola media, così com’è oggi, è
molto frammentata. Ho sott’occhio l’orario settimanale di un istituto romano.
Il sabato è libero, perciò le 33 ore di lezione, distribuite in soli cinque
giorni, sono non di 60 minuti, ma (sulla carta) di 50. ci sono due intervalli,
ciascuno di 10 minuti (10,40-10,50 + 12,25-12,35), e tutti gli insegnanti sanno
quanto è difficile ritornare all’ordine e all’attenzione dopo un intervallo.
Ci sono due lingue straniere: Inglese
(3 ore) Francese (2 ore).
Perché due lingue? Non si imparerà
bene né l’una né l’altra.
Poi si impartiscono ben quattro
educazioni: Tecnica (3 ore) Artistica (2 ore), Musicale (2 ore) Fisica (2 ore).
La cenerentola è la Religione, che
gode di una sola oretta (50 minuti primi) la settimana, quando non salta per
qualche specioso motivo.
Chi è che educa in questa scuola così
strutturata? I dieci insegnanti dicono: Noi tutti, «viribus unitis». Tutti in
teoria, cioè in pratica nessuno, perché se non c’è un centro unitario, una
guida, un responsabile, un tempo pedagogico, che educazione si può impartire?
Io le mie proposte le avrei e le
dico, comunque siano giudicate.
Il pedagogo più naturale è il
professore che sta più ore con gli alunni cioè quello di Lettere. In questa
scuola egli ha 11 ore (6 Italiano, 3 Storia, 2 Geografia), un tempo notevole ma
non sufficiente, e bisogna portarlo almeno a 12 ore, dando 3 ore anche alla
Geografia, che ha non minore importanza della Storia, e forse di più.
Le ore siano di 60 minuti, quindi il
sabato sia lavorativo. Lo so che il sabato festivo piace agli studenti (e anche
a molti genitori), ma nella scuola porta a tristi conseguenze, come le ore di
50 minuti e una certa fretta nell’insegnamento, che porta inevitabilmente alla
superficialità.[6]
Inoltre i due intervalli sono
dispersivi; si torni a uno solo, di 15 minuti. Non si capisce poi perché
l’educazione tecnica debba avere tre ore, mentre tutte le altre ne hanno due, e
quella religiosa addirittura una.
Infine, ed è importante, si studi ma
bene il solo Inglese, con un totale di 5 ore, sufficienti per impararlo davvero
e non orecchiarlo.
Con queste modifiche il curricolo
sarebbe di 33 ore come adesso, ma diversamente strutturate, cioè:
Italiano, Storia, Geografia (6+3+3)
12 ore;
Inglese 5 ore;
Matematica e Scienze (5+2) 7 ore;
Le quattro Educazioni (2+2+2+2) 8
ore;
Religione (1 ora).
Le ore saranno cinque nei giorni
dispari, sei nei giorni pari, o viceversa.
Colui che deve interessarsi
maggiormente dell’Educazione vera e propria è l’insegnate di Lettere, con le
sue dodici ore; gli altri possono (dovrebbero) dare una mano per facilitargli
l’arduo compito, soprattutto col loro comportamento in classe e fuori. I latini
dicevano:
«Verba docent, exempla trahunt», cioè
le parole insegnano il da farsi, ma solo gli esempi trascinano al ben fare.
Gli
antichi di pedagogia pratica ne sapevano più di noi, che vantiamo tante
Facoltà di Pedagogia e Psicologia, con tante metodiche educative e didattiche,
che i genitori, non sapendo quale scegliere, non ne seguono nessuna. Plutarco
(46-120 d.C.) ammoniva:
«L’alunno non è un vaso da riempire,
ma una fiaccola da accendere».
Noi moderni facciamo peggio che
riempire un vaso; inseriamo lo scolaro come in una catena di montaggio, su un
rullo trasportatore, e i molti addetti alla catena mettono ciascuno il suo
bullone nel telaio che passa loro davanti, senza importarsi affatto del
prodotto finito, che non è compito loro, ma della fabbrica, cioè della Scuola
e, in definitiva, dello Stato o della famiglia.
Sulla scuola ho parlato abbastanza,
anzi troppo; ma era inevitabile, essendo stato io insegnante, e avendo poi
sempre seguito le traversie della Scuola per mezzo dei miei figli e nipoti.
Ma ora passiamo a un altro argomento
meno serio, ma non meno interessante.
Adopero la parola italiana, perché
scrivo per gli Italiani, anche se molti di essi pensano che usando il termine
inglese si centri meglio il problema. Infatti il problema c’è ed è sentito:
ognuno difende il suo privato, cioè quello
che riguarda solo lui e magari anche la moglie e i figli, cioè la famiglia, e
non desidera che si ficchi il naso sui suoi comportamenti che non riguardano la
società, ma solo la sua coscienza e magari i suoi doveri familiari.
Ma la legge varata per difendere
questo privato dagli appetiti dei
curiosi, degli importuni o degli avversari, mi sembra esagerata, e ancora di
più l’Autorità creata apposta per
fare rispettare questa legge. Si arriva al punto che anche un indirizzo postale
è considerato «cosa privata», per cui una associazione o ente o azienda che ti
indirizza una comunicazione deve aggiungere in calce alla lettera una clausola
liberatoria e garantista, per non essere accusati di violazione alla
legge.
Gli indirizzi, se non sono nei
pubblici elenchi telefonici, sono in quelli delle aziende erogatrici della
luce, del gas e dell’acqua, in quelli dell’Agenzia delle entrate (per chi paga
tasse) e, proprio per tutti, nei registri dell’Anagrafe, dove sono elencati i
vivi e anche i morti. Perché dunque un indirizzo dovrebbe essere considerato un
fatto privato? Evidentemente mettere una «cimice» cioè una microspia in una
casa privata, è cosa illegale, che va punita; e per questo non occorre un nuovo
carrozzone burocratico, ma basta la magistratura ordinaria.
Il suo privato ognuno se lo custodisce dentro la propria casa, ma anche
qui tu devi stare accorto. Se ai vetri della tua finestra non metti le tendine,
è ovvio che il dirimpettaio può vedere quello che tu fai nella tua stanza e
anche fotografarlo col teleobiettivo o riprenderlo con una telecamera e, se tu
parli ad alta voce, anche registrare le tue parole. In questo caso sei tu che
esponi il tuo privato, al guardone o allo spione.
Questa legge è stata fortemente
voluta da tutti coloro che hanno qualcosa da nascondere, talora anche scheletri
chiusi nei loro armadi o cadaveri nascosti nei loro congelatori; ma, senza
arrivare a questi macabri eccessi, certamente vogliono nascondere qualcosa di
indecoroso o illegale, come frodi, truffe, inganni, ricatti, concussioni,
estorsioni, violenze o pervertimenti sessuali.
Se queste cose vergognose vengono
scoperte con sagaci indagini da giornalisti o spie professionali, sei tu stesso
il colpevole, prima per avere commesso queste illegalità o turpitudini, poi per
non aver saputo ben nasconderle, affinché almeno non creassero scandalo o
orrore nei concittadini.
E lo stesso dicasi per la privatezza
delle comunicazioni telefoniche. Certamente la società che le gestisce non le
deve far conoscere a tutti, ma fornirle, se richieste, solo all’autorità
giudiziaria; ma se tu ti servi di comunicazione via etere, e qualcuno, con
qualche sofisticato apparecchio, le può captare, dato che l’etere è pubblico,
tu devi lamentarti solo della tua poca segretezza. Se proprio non vuoi far
conoscere le tue conversazioni, falle in segreto a tu per tu, e anche a bassa
voce. I guardoni, gli origliatori o anche gli sfaccendati curiosi ci sono
dappertutto. E poi ci sono quelli che lo fanno non per pura curiosità anche
morbosa, ma per guadagno, per poter ricattare la persona altolocata o il VIP
con la minaccia di pubblicare, cioè vendere, fotografie o conversazioni
compromettenti. Ma se tu ti fai vedere
in pubblico con una nota prostituta o bisessuale o transessuale, e vieni
fotografato per la strada, di che cosa ti puoi lamentare?
Il ricatto è odioso, ma sei tu che
hai offerto materia e agio al ricattatore.
La cosa più scandalosa è avvenuta
quando l’Agenzia delle Entrate ha pubblicato su Internet i redditi (e quindi le
tasse pagate) dei contribuenti, come da essi denunciati nell’anno 2006. Ma
scandalosa è stata non la pubblicazione, che a me sembra del tutto legittima,
bensì la reazione generale degli interessati e della Magistratura, che ha
cancellato l’elenco come violazione della legge.
Non mi ha meravigliato la protesta
dei contribuenti, che evidentemente sono evasori fiscali, perché solo costoro
hanno da temere la pubblicazione dei loro redditi.
Chi ha denunciato onestamente il
proprio reddito, pagandone la relativa tassa, che cosa ha da temere? Si
riconoscerà solo pubblicamente la sua correttezza e il suo civismo. Ma gli
evasori totali (che non compaiono nell’elenco) e parziali (che vi compaiono per
un reddito irrisorio), solo costoro temono l’elenco, perché sarebbero
smascherati. Ed essi dovrebbero essere
smascherati; se non riesce a farlo il Fisco, sia almeno l’opinione
pubblica a metterli alla gogna.
Solo i sacerdoti sono tenuti alla
segretezza per ciò che vengono a sapere al confessionale. Ma secondo me anche
in queste cose di coscienza ci può essere qualche eccezione. Se io fossi prete,
e un penitente mi confessasse un delitto per il quale è stato condannato un
innocente, io lo inviterei a confessare al giudice la verità per non fare
penare in carcere un innocente.
E se il «penitente» non fosse
disposto a farlo, non gli darei l’assoluzione, e farei in modo io stesso, ma
senza fare nomi, che il caso giudiziario sia riaperto e l’innocente sia
liberato. Molto probabilmente per questo sarei ammazzato; e infatti molti preti
sono stati ammazzati per la loro strenua difesa della legalità e della verità. Essi
sono stati dei martiri.
Ma io (se fossi prete… farei) ho
portato solo un esempio di periodo ipotetico dell’irrealtà.
Le intercettazioni telefoniche
possono essere ordinate dall’Autorità Giudiziaria, ma solo quando essa ha
chiari indizi di colpevolezza a carico di qualcuno. Molto spesso il Procuratore
esagera e, per così dire, si diverte a ficcare il naso nel privato della gente,
specialmente dei VIP. Il peggio poi è quando queste intercettazioni, che
dovrebbero rimanere segretate nei cassetti dei Procuratori, vengono fatte
conoscere alla stampa, evidentemente da qualche talpa annidata negli uffici
giudiziari, che sono al riguardo dei veri colabrodo. Ma spesso sono gli stessi
giudici che, per protagonismo e desiderio di visibilità mediatica, fanno
conoscere le istruttorie in corso, e così si celebra subito, sulla stampa e le
reti televisive, un processo pubblico a danno degli indiziati.
Questo fatto, provocato dalla stessa
Magistratura, è una flagrante violazione della privatezza, e anche della più
generale discrezione, a cui tutti, e
tanto più i pubblici ufficiali, sono tenuti. La discrezione fa parte
dell’educazione, e anche del galateo. Oggi questa parola fa ridere;
l’insegnamento delle «buone maniere» è ritenuto cosa da «parrucconi» e da
damigelle settecentesche. Pochi dei nostri liceali, e anche dei laureati,
conoscono il «Galateo» di Mons. Giovanni Della Casa (1503-1556), in cui si
insegnano appunto le «buone maniere».
Le persone più a modo, pur non
conoscendo il galateo, cercano di darsi il «bon ton», per essere «à la page». Con
riluttanza ho dovuto usare questi «forestierismi» per farmi intendere da
costoro.
Per tornare all’argomento della
pubblicazione dei redditi e quindi delle tasse pagate dagli Italiani, a mio
avviso essi dovrebbero essere
pubblicati, anno per anno, affinché gli evasori totali e parziali siano
scovati, e anche indicati al pubblico disprezzo.
In genere questi tali sono quelli che
guadagnano di più (cantanti, attori, campioni motociclisti e automobilisti,
calciatori, modelle), e dovrebbero sentire di più il dovere civico e morale di
contribuire alle spese dello Stato, facendosi in tal modo, per così dire,
perdonare la loro ricchezza, che è scandalosa, perché la maggior parte degli
Italiani percepiscono stipendi o salari che non arrivano alla fine del mese.
Questi ricconi (tra i quali molti artisti,
industriali, finanzieri, stilisti di moda ecc.), per restare più occulti,
nascondono all’estero i loro grossi capitali, negli accoglienti paradisi fiscali.
Allo stesso modo molti ricchi
armatori, per non trattare e pagare i
loro equipaggi secondo le leggi italiane, e anche per evitare verifiche
tecniche e controlli fiscali, fanno navigare le loro navi con bandiere-ombra di staterelli che lucrano
su queste concessioni di bandiera.
Per fare un esempio, la Repubblica di
Panama aveva nel 2005 una marina mercantile di 7.670 unità, mentre l’Italia ne
aveva solo 1434! Le navi con bandiera panamense sono quasi tutte di armatori
stranieri evasori fiscali e anche violatori dei regolamenti riguardanti
l’ingaggio e il trattamento degli equipaggi. Tra questi armatori molti sono gli
italiani. Io, proprio per smascherare questo intrallazzo, farei pubblicare i
nomi di questi cittadini sleali verso l’Italia, per metterli alla gogna.
Per concludere, quelli che hanno
voluto la legge sulla segretezza sono persone che hanno qualcosa di illegale o
di vergognoso da nascondere. Il cittadino onesto, che si guadagna la vita col
lavoro (e non con la frode), che paga regolarmente le tasse e si comporta con
civismo e lealtà nella comunità nazionale, non ha nulla da nascondere, anzi
sarebbe contento se i suoi comportamenti virtuosi, pubblici e privati, fossero
conosciuti. Quello che ho detto dell’Autorità per la segretezza vale anche per
i baracconi delle altre «Autorità», le quali servono solo ad assicurare
prebende a molti raccomandati dai vari partiti al potere.
Povera lingua nostra! Oggi è quasi
messa al bando da coloro (specie giornalisti) che vogliono apparire aggiornati
e «saputi», usando a ogni pié sospinto termini stranieri, specie inglesi, dei
quali spesso ci sono i corrispettivi bei termini italiani.
Nei secoli passati la nostra lingua
ha incorporato parole straniere, ma le ha italianizzate, le ha fatte proprie,
per cui oggi pochi ricordano che parole usuali come «bidè, bistrò, carnè, comò,
gattò, gilè, plafoniera ecc.» sono di origine francese, «arsenale» di origine
araba. L’usatissima (purtroppo) parola «guerra» è di provenienza germanica. I
Latini dicevano «bellum», e noi avremmo dovuto dire bello, e sarebbe stata veramente una stranezza per una realtà così
brutta.[7]
Oggi questa capacità della nostra
lingua di accogliere forestierismi italianizzandoli, e quindi naturalizzandoli,
si è perduta per colpa di coloro che fanno
cultura in Italia, i quali hanno
assunto a centinaia le parole straniere tali e quali, quasi per dimostrare che
la lingua italiana è povera e inadeguata a esprimere la «modernità».[8]
Un tempo queste parole straniere
(anche quelle italianizzate) venivano chiamate «barbarismi»(=termini
stranieri); oggi i barbarismi sono i
termini italiani corrispondenti, in quanto sono messi al bando, e solo qualche
scrittore sottosviluppato (quale sono io) osa usarli esponendosi al ridicolo.
In verità ci sono termini stranieri
adottati da tempo dalla nostra lingua perché intraducibili, come per esempio sport, e oggi sarebbe ridicolo volerlo
italianizzare in sporto, o usare la
parola diporto, che è termine antico,
modellato sul francese, e non propriamente corrispondente all’accezione del
vocabolo inglese. Certi adattamenti recenti di vocaboli inglesi non brillano per
inventiva e armonia; dire dribblaggio ( e il verbo dribblare) è quasi peggio
che pronunciare la parola inglese corrispondente; io direi scarto (e scartare).
Una parola oggi usatissima è
«handicap», che alcuni pronunciano all’inglese, altri all’italiana, con i
derivati andicappato (e andicappare).
La parola inglese indicava originariamente lo svantaggio (in metri) imposto al cavallo fuori classe per ottenerne
la massima prestazione nella corsa. Perché dunque non usare la parola svantaggio o disabilità (e quindi svantaggiato o disabile)? Ma ai nostri pudibondi
scrittori dire disabile sembra
offensivo, e tutt’al più dicono
«diversamente abile», come se con questa modifica lessicale avessero risolto la
condizione di questi nostri fratelli.
Sì, in Italia i problemi e le
condizioni gravose di certe categorie di svantaggiati si risolvono con le
parole, cioè cambiando i vocaboli. Dire cieco
o sordo è offensivo, mentre dicendo
«non vedente» e «non udente» si dimostra simpatia e considerazione. E così dire
facchino è un insulto, bisogna dire portabagagli; dire spazzino è obbrobrioso, mentre dicendo operatore ecologico si risolve come d’incanto la vergogna della «monnezza».
Potrei portare tanti altri esempi, ma
me ne astengo nel timore di offendere qualche categoria.
Nel campo dell’evoluzione (cioè
dell’involuzione) della nostra bella lingua voglio accennare a certi stereotipi
un po’ buffi, che quasi tutti usano per moda lessicale. Siccome dire
andicappato è offensivo, è ora invalso dire «portatore di handicap», quasi che
lo svantaggiato porti sulle spalle la sua minorazione come uno zainetto
multiuso e, naturalmente, griffato.
Un’altra espressione alla moda è
«immaginario collettivo»; ormai non c’è cosa o situazione che non possa essere
trasformata nell’immaginario collettivo, come in mirabile caleidoscopio.
Un vezzo diffusosi enormemente nel
linguaggio parlato è quello degli intercalari,
quelle parole che si usa inserire quasi in ogni frase, come a renderla più
bella ed efficace. E’ un vezzo innocente finché è proprio di una persona e
ormai connaturato ad essa, ma diventa un malvezzo
quando è generalizzato come una moda.
Qualche lettore più anziano si
ricorderà del simpatico Presidente Pertini, il quale infiorava i suoi
discorseti alla gente con l’intercalare «non è vero?» che non negava ma
rafforzava le sue cordiali affermazioni.
Quand’ero preside di un liceo classico
avevo una bravissima professoressa la quale a ogni piè sospinto usava
l’intercalare «comunque». Siccome era anche una buona mia amica, per celia
cominciai a chiamarla «la signora Comunque». Bastò questo perché lei smettesse
subito quel pur innocente intercalare. Questo dimostra che, volendo, si può
eliminare l’abitudine a questi intercalari spesso ridicoli.
Oggi furoreggia l’intercalare okay per rafforzare ogni parte del
discorso, come se si stesse rispondendo a continue domande dell’interlocutore. Quando
si deve rispondere positivamente a una domanda vera e propria, l’Italiano ha
una bella gamma di espressioni. Sì, bene, giusto, esatto, è così, d’accordo
ecc. Perché non usare queste invece del cacofonico okay?
La nostra bella lingua è insidiata
anche negli accenti. Non parlo delle inflessioni di voce, che pure sono
importanti, e neppure della pronuncia chiusa o aperta della e e della o, che pure fanno talora la differenza; parlo proprio
dell’accentazione delle parole. Esse in Italiano possono essere tronche (falò,
virtù), piane (amòre, timòre), sdrucciole (àlbero, tàlamo), bisdrucciole
(scìvolano, andàtevene), trisdrucciole (dimènticatelo, rivèndicatene).
Queste variazioni dell’accento, quasi
come note musicali, rendono la nostra lingua varia e armoniosa; quella francese,
col suo suono nasale e l’accento sempre sull’ultima sillaba, non è davvero né
varia né armoniosa, perché monocorde. Con questo non intendo disprezzare questa
bella lingua neolatina; anzi ammiro i Francesi perché la sanno difendere a
spada tratta dalla illuvie degli inglesismi. Loro li respingono come brutture,
noi Italiani invece ce ne imbellettiamo. Ma torniamo agli accenti.
Proprio per influenza dell’Inglese
che ritira quando è possibile l’accento sulla terzultima (per cui Canadà diventa
Cànada, Panamà diventa Pànama, Florìda diventa Flòrida) i parlanti italiani,
specialmente i presentatori televisivi e i medici, hanno cominciato a sdrucciolare le parole piane, per cui
scleròsi è sclèrosi, necròsi-nècrosi, micòsi-mìcosi, fimòsi-fìmosi ecc.). Artròsi
resiste ancora perché è malattia troppo nota da molti anziani, e da quasi tutti
i vecchi (come me).
La lingua nostra non ci perde niente
in questo processo di accentazione sdrucciola; il male è che ora chi pronuncia
alla maniera antica (classica), chi a quella moderna (inglesizzata). Ho
ascoltato delle trasmissioni televisive in cui luminari di medicina
discettavano della stessa grave malattia, che per qualcuno era arteriosclèrosi,
per qualche altro arterioscleròsi; sicché
l’ascoltatore non sapeva quale accentazione fosse esatta. Quei cattedratici di
Medicina, parlando al pubblico televisivo, non si potevano mettere d’accordo
per accentare la malattia allo stesso modo?
La RAI dei bei tempi, allorché si
occupava di informare, istruire, educare gli Italiani e di unificarne la lingua
(mentre ora si occupa solo di pubblicità e di spettacoli asserviti ad essa) nel
1969 prese la lodevole iniziativa di pubblicare un DOP (dizionario di
ortografia e pronuncia), redatto da tre valenti linguisti. Io ne posseggo
l’edizione del 1981, e la consulto spesso con soddisfazione.
Il DOP doveva servire ai presentatori televisivi, in modo che pronunciassero
le parole correttamente, ma è utile per tutti coloro che vogliano scrivere e
pronunciare bene la nostra lingua. Il meritevole intento della vetero-RAI è
stato subito vanificato con l’avvento della neo-RAI, questo gran carrozzone
che, per elargire laute prebende ai suoi innumerevoli dipendenti, deve
assicurarsi, oltre al canone, una larga fetta della pubblicità.
L’istruzione è stata bandita,
l’educazione stigmatizzata come illiberale, l’informazione limitata alla
cronaca nera e rosa, la politica alle passerelle o sceneggiate dei personaggi
partitici con le abituali risse e gli infamanti insulti, la lingua è diventata
una vera babele aperta alla volgarità
e al gergo.
I giornalisti della televisione
nazionale che avrebbero dovuto, per dignità professionale, rispettare il DOP,
sono stati i primi a ignorarlo. Una volta per caso ascoltai una puntata degli
«Itinerari della domenica», che era una trasmissione interessante perché faceva
conoscere meglio l’Italia minore, con
i suoi paesi caratteristici e spesso suggestivi. Non ricordo quale paese fosse presentato,
ma ricordo bene la chiusa del giornalista:
«Se visitate questo interessante
borgo, potrete ammirare tanti bei panorami, visitare due chiese con begli
affreschi medievali, gustare a modico prezzo in trattorie pulitissime e
civettuole i piatti caratteristici del luogo, ma soprattutto respirare aria
sàlubre e, andandovene, riempire il bàule
della vostra macchina di tante leccòrnie.»
Il DOP può ben dire che bàule,
leccòrnie e sàlubre sono pronunce errate; la gente, udendole alla televisione,
le riterrà esatte e le seguirà. Più di una volta ho sentito il Pippo nazionale
dire cosmopòlita; è inutile che i linguisti Migliorini, Tagliavini e Fiorelli,
redattori del DOP, dicano che è una pronuncia errata; il popolare presentatore
avrà sempre la meglio: la gente ascolta lui, non legge i dizionari, e tanto
meno quello pubblicato dalla RAI.
La televisione è un mezzo potente di
comunicazione, che potrebbe unificare l’Italia non solo dal punto di vista
linguistico, ma anche civico e culturale, farne una vera nazione, come diceva
il Manzoni,
«una d’arme, di lingua,
d’altare,
di memorie, di sangue e
di cor.»
Oggi su questi concetti
risorgimentali si ride, l’idea di Patria è svanita, il tricolore vilipeso, e
tirato fuori solo nelle finali calcistiche che talora riusciamo a vincere.
Ma lasciamo queste dolenti note e torniamo ai barbarismi. E’
evidente che chi usa termini inglesi (o comunque stranieri) vuol mostrare di
conoscere questa lingua e destare ammirazione per la sua cultura, e soprattutto
far bella figura sfoggiando quella specie di livrea linguistica, capace di
abbellire o rimarcare i concetti, che le usuali parole italiane non riescono a
rendere efficacemente. Dire per esempio «esco per fare gli acquisti» è ben
misera espressione rispetto a «esco per fare shopping», e dire «esco a fare una
corsetta» dà solo una pallida idea rispetto a «esco a fare joggins.»
Non porto altri esempi, perché, i
modi di dire di questo tipo, i lettori li conoscono meglio di me.
Nel Settecento la lingua di moda era
il Francese, e tutti i signorini, i nobili cicisbei, ne imparavano le parole e le
frasi più tipiche, per fare bella figura nei salotti davanti alle dame. Il
Parini, che satireggia questa vacua cultura salottiera, ironicamente commisera
il parlare della gente comune (come me) che non conosceva queste parole alla
moda, proprie della casta nobiliare, cioè del ceto allora privilegiato e
dominante.
Egli nel Giorno, mentre elogia il «giovin signore» che ha un professore di
Francese per imparare queste poche parole e frasi, compiange le nostre voci di
ignoranti:
«Misere voci, ché temprar
non sanno
con le Galliche grazie il
sermon nostro,
sì che men aspro ai
delicati spirti
e men barbaro suon fieda
[colpisca] gli orecchi.»
Se un nuovo Parini scrivesse il Giorno di un giovin signore di oggi che
vuol brillare nei nostri salotti mondani
o letterari, parlerebbe delle «angliche grazie», che illeggiadriscono la lingua
italiana, che è tanto barbara da offendere addirittura le delicate orecchie dei
benparlanti anglodotati.
L’alluvione di parole straniere è
così vasta, anche perché i vocabolari hanno preso l’abitudine di inserire i
forestierismi tra i lemmi italiani, come fossero anch’essi parole italiane
anche se con grafia (e pronuncia) ostrogota. I barbarismi andrebbero invece
inseriti in un’apposita appendice, col loro significato, indicando l’equivalente
parola italiana, quando c’è. E’ infatti vero che qualche volta la parola
italiana esattamente equivalente non c’è; e questo avviene per molti termini
della tecnica, dell’informatica, della medicina, della finanza ecc. ma si
tratta di parole che la gente comune (come me) non è tenuta a conoscere, e che
non fa vera cultura, la quale è strutturazione logica e unitaria del sapere, e
quindi arricchimento intellettuale.
Secondo me anche in Italia, come in
Francia, ci dovrebbe essere un organo ufficiale, formato da italianisti
valenti, il quale sia preposto alla salvaguardia della lingua nazionale, una
specie di Accademia o di Autorità, la quale sappia dire la parola definitiva e
unificatrice nelle questioni grammaticali, lessicali e anche di accentazione. Sarebbe l’unica Autorità veramente utile, e anche di poco costo: basterebbero tre
bravi linguisti.
La lingua ha un processo naturale che
si sviluppa autonomamente, essendo un organismo vivo; ma ciò non vuol dire che essa
non debba essere guidata e corretta, quando in questo processo di crescita
prevalgano storture, volgarità e anomalie, le quali creano una vera anarchia
linguistica. La lingua è il principale elemento dell’identità nazionale, e va
quindi preservata nella sua purezza, e anche fatta studiare e apprendere con
maggiore impegno.
La lingua è quella che ci unisce, e
l’unità nazionale si esprime soprattutto con il rispetto, e direi l’amore, per
questo «dolce» idioma. Oggi l’unità nazionale è un concetto da molti negato o
addirittura irriso, e anche la lingua, simbolo di essa, viene contestata (se
non in teoria, certamente di fatto) con la rivalutazione dei vari dialetti.
Io ho il massimo rispetto dei
dialetti, riconosco la loro importanza anche per lo studio lessicale e per
comprendere l’evoluzione del linguaggio nelle varie regioni in conseguenza
delle loro vicende storiche. Ammiro quelli che si dedicano allo studio di essi;
sono quasi sempre stranieri, innamorati della varietà e ricchezza dei nostri
idiomi regionali. Ma imporre, come si vuole (o vorrebbe) fare in qualche
regione, l’apprendimento (nella scuola dell’obbligo) del dialetto, ad alunni
che ormai non lo sentono parlare più neppure in casa, è una vera stortura
ideologica, con finalità politica di divisione.
In tal modo si vuol fare intravedere,
a una regione, un auspicato distacco politico dal resto della penisola, con la
promozione del dialetto locale a lingua ufficiale del nuovo staterello. Questo
è avvenuto a Malta, dove ora le lingue ufficiali sono l’Inglese e il Maltese
(un dialetto siciliano con apporti arabi), ma non l’Italiano, che pure era la
lingua usata abitualmente dagli isolani sino al 1800, quando fu occupata dalla
Gran Bretagna.
Ma attualmente l’Inglese, pur
ricordando loro la dominazione straniera, non dispiace ai Maltesi, mentre non
piace l’Italiano, che ricorderebbe la secolare unione alla Sicilia e quindi
all’Italia.
Ma lasciamo queste considerazioni,
per farne altre su un tema oggi molto dibattuto.
Gli psicologi moderni hanno tanto
condannato le pene corporali, che esse sono ormai bandite in tutti i paesi civili. Sono anzi criminalizzate, sicché
se un genitore o un maestro le usa, viene condannato dalla legge anche a pene
detentive.
Io dissento da questi psicologi, in
quanto le pene corporali sono le sole temute dai ragazzi, e quindi le sole idonee
a correggerli, e il non poterle o volerle usare porta ad allevare figli
capricciosi, indisciplinati e talora ribelli, psichicamente deboli, che cadranno
facilmente nella droga o nella violenza. Quasi ogni giorno si sente ai
telegiornali di bande di ragazzi che rapinano, sfasciano, incendiano, allagano,
pestano i coetanei non «imbrancati», e poi si gloriano facendo conoscere con
foto o riprese le loro belle imprese delinquenziali.
La gente inorridita allora reclama:
«Ma questi ragazzi non hanno
genitori? Come li hanno fatti crescere così?»
Li hanno fatti crescere così per
obbedire alla «vulgata» pedagogica, e ottemperare alle leggi libertarie e
garantiste. Una volta non era così. Io
ho provato spesso le cinghiate di mio padre, e benedico quelle pene corporali
che, da piccolo mariolo, mi hanno fatto diventare adolescente disciplinato, e
poi giovane e cittadino utile alla società, e non peso e vergogna di essa, come
tanti ragazzi di oggi, oziosi, drogati, violenti e vandali.
Gli antichi erano convinti che il
buon pedagogo non doveva risparmiare la «fèrula» ai ragazzi quando si
comportavano male: i colpi di «fèrula», che lasciavano il segno, facevano
ricordare all’alunno che non doveva più commettere quella tale mancanza. Il
ragazzo cercava di non trasgredire ancora, per non assaggiare di nuovo la
ferula, per nulla gradevole. Era paura, ma essa lo induceva a un comportamento
più disciplinato; col tempo egli capiva che il comportamento indisciplinato era
illogico e irragionevole, e benediva il genitore o l’educatore che glielo aveva
fatto smettere.
Così io benedico mio padre per le sue
cinghiate, come bacerei le mani, se fosse ancora vivo, al mio Rettore di
seminario per i suoi schiaffoni, perché queste pene corporali mi hanno fatto
«mettere giudizio» e fatto diventare un bravo cittadino. Anche nella scuola, ai
miei tempi, erano comuni le bacchettate sulle mani, non solo per sanzionare
l’indisciplina, ma anche per punire l’infingardaggine o la volgarità.
Ora queste sanzioni corporali sono
bandite, e i maestri e i professori devono sopportare talora comportamenti
irrispettosi e anche indecorosi e violenti. L’Inghilterra, che pure conserva
con testardaggine le sue tradizioni isolane, questa volta ha dovuto, pur
controvoglia, cedere alla «vulgata» psicologica e pedagogica, e bandire
anch’essa la salutare bacchetta dalle aule scolastiche.
E’ davvero strano come si sia giunti
a questo rovesciamento pedagogico. Infatti sin dall’antichità le punizioni
corporali sono state ritenute non solo utili, ma doverose, perché il ragazzo
solo quelle teme; oggi invece esse sono considerate illegittime e incivili.
La Bibbia, che è ritenuta
universalmente un libro di sapienza, nell’Antico Testamento afferma:
«Chi risparmia in bastone, odia suo
figlio» (Proverbi 13,24).
Quindi il segno dell’amore è proprio
il bastone. E lo dice esplicitamente un altro passo del libro sacro:
«Chi ama il proprio figlio usa spesso
la frusta.» (Siracide 30,1).
Anche nel Nuovo Testamento troviamo
concetti simili:
«Io tutti quelli che amo li
rimprovero e li castigo» (Apocalisse 3,19).
Anche i padri della Chiesa
ribadiscono questa verità. Sant’Ambrogio scrive:
«Chi non viene corretto col bastone,
viene gettato nella pentola», cioè: viene completamente rovinato per l’incuria
del genitore o educatore o sacerdote che sia.
Tutti i popoli nei loro spesso
coloriti proverbi, che rappresentano la sapienza popolare accumulata in secoli
o millenni di storia, esprimono sempre l’esigenza di correggere con le punizioni
corporee. In Italia quasi tutte le regioni hanno il loro bell’adagio in questo
senso; cito solo quello sardo perché, pur in dialetto, è molto comprensibile:
«Quie su fizu non corregit, su fizu
odiat.»
Tutti questi autori (di cui alcuni
sono ritenuti ispirati), tutti questi popoli si sono dunque sbagliati? Così
oggi generalmente si crede, anche se in questi ultimi decenni è sorto qualche
dubbio, perché tutto questo lassismo, questa permissività, tutto questo
garantismo, che risparmia ai ragazzi ogni punizione corporale, non ha dato buoni frutti, e forse è tempo di
cambiare qualcosa.
L’idea che il ragazzo possa essere
educato solo con la razionalità, cioè con la logica, facendogli intendere la
ragione di certi divieti, insomma con le sole parole, è smentita dalla realtà.
Il bambino, il ragazzo, spesso anche il giovane si lascia guidare ben poco
dalla razionalità, anzi spesso i suoi comportamenti sono del tutto irrazionali,
talora istintivi, talora condizionati, talora capricciosi. La trasgressione è inculcata
dai film e dalle canzoni. Con le parole non sempre si riesce a fargli capire
che quella data azione non la si deve fare; allora bisogna ricorrere alle
cosiddette «maniere forti»cioè ai castighi corporali.
Naturalmente essi devono essere
proporzionati, e progressivi: per il bambino bastano le sculacciate, e qualche
tiratina di orecchi, per i ragazzi gli schiaffi o qualche ceffone, o la
privazione della paghetta, del cellulare o del motorino, di un viaggio o di una
vacanza ambita.
Affinché queste punizioni siano
salutari e non controproducenti, occorre che il genitore o l’educatore faccia
capire all’educando che lo punisce perché lo ama e vuole, proprio per l’amore
che gli porta, indurlo con quella punizione a un serio esame di coscienza e a
un cambiamento di condotta.
Oggi ci sono alcuni che ritengono
inefficaci sia le ammonizioni verbali sia le punizioni corporali, perché,
dicono, il ragazzo è condizionato dal suo genoma sin dalla nascita, e poi,
nella crescita, dall’ambiente in cui vive, dalla famiglia, dalla Scuola, dalla
strada, dalla televisione e da tutti i media che segue, dal gruppo o branco in
cui si intruppa. Questo è vero solo in parte: il genoma non condiziona
totalmente neppure nell’ambito fisico, e tanto meno in quello morale; l’ambiente
può influenzare (positivamente o negativamente), ma non costringere l’individuo
adulto a determinati comportamenti.
L’educazione, se è vigile, accorta,
amorevole, costante, ha larghe possibilità di correggere anche i caratteri più
indocili o ribelli. E infatti saggi pedagogisti hanno individuato percorsi
educativi efficaci, e un santo sacerdote, Don Bosco, ha saputo attuare un
metodo formativo efficacissimo, perché basato sulla prevenzione. Esso contempla
anche i premi: il ragazzo che mostra buona volontà per migliorare, va
gratificato e anche incentivato con premi adeguati, come una gita, una vacanza,
uno strumento musicale, un bel libro, una collana di opere o dischi.
Ma il bambino e il ragazzo non
debbono ottenere tutto e subito; devono anche saper sopportare i dinieghi,
perché questi lo abituano alla pazienza, alla riflessione, al sacrificio e alla
rinuncia. Così il suo carattere si fortificherà e saprà affrontare la vita
sociale e lavorativa, dove spesso si hanno delusioni e contrasti così duri, che
un carattere debole, e non abituato alla pazienza, cede e si abbatte, e talora
cade in una depressione foriera di tristi conseguenze. La famiglia deve curare,
con la salute fisica, la sanità psichica e morale del ragazzo, e salvaguardarlo
dagli influssi nocivi dell’ambiente. Anche la Chiesa dovrebbe operare in tal
senso. Una volta in quasi tutte le parrocchie c’era un oratorio, eccellente
luogo di aggregazione e di socializzazione, se guidato e vigilato da saggi
sacerdoti o laici cooperatori volenterosi.
Questa benemerita istituzione
purtroppo è quasi scomparsa e, dove è rimasta, ha quasi sempre perduto quel
valore formativo che aveva un tempo, perché, purtroppo, oggi anche la Chiesa è
cambiata, si è anch’essa «modernizzata» o meglio mondanizzata, come ho cercato
di spiegare in un altro mio opuscolo.
In conclusione io proporrei il
ripristino o almeno la liceità delle punizioni corporali nella famiglia, nella
Scuola e nelle carceri (isolamento, privazione delle sigarette, dei giornali,
della televisione, del caffè e dei liquori ecc.), quindi giammai torture o
sevizie, ma privazione di beni molto appetiti. Inoltre, dopo i 12 anni, i
ragazzi vandali o teppisti o dediti alla micro-criminalità devono essere
arrestati e rinchiusi in appositi istituti che siano veri riformatori, e non
collegi o convitti, dove passare un po’ di vacanza a carico dello Stato.
Per correggere davvero i ragazzi
discoli, violenti e ribelli, le belle parole di ammonizione, insomma le prediche, servono ben poco; esse entrano loro da un orecchio ed escono
dall’altro; questi tipi sentono solo la maniera dura, temono solo i castighi
corporali. E’ ovvio che, per rimetterli sulla retta via, occorre anche l’opera
assidua di educatori e assistenti.
Io mi chiedo: perché è proibito, da
parte della Polizia, sonarle nei
disordini ai facinorosi, mentre questi usano anche le spranghe di ferro per
colpire le forze dell’ordine? Perché il carabiniere, per sparare al
delinquente, deve aspettare che questi spari per primo, cogliendo spesso il
bersaglio? Perché malavitosi recidivi, più volte arrestati, sono sempre
regolarmente rimessi in libertà dai giudici, che con gli avvocati cercano tutti
i cavilli e i garbugli della procedura per restituire subito alla società
malavitosa questi provetti gregari?
Oggi la gente non si sente più sicura
neppure in casa, di giorno, figuriamoci di notte e in strada. Non abbiamo
agenti di Polizia e Carabinieri sufficienti per tutelare in Italia l’ordine
pubblico e la sicurezza personale dei cittadini, e teniamo con molta spesa circa
10.000 uomini all’estero a tutelare la sicurezza di gente che non sa che
farsene di questi cosiddetti «interventi umanitari», e anzi li odia e li
combatte come nuovo colonialismo?
Sono interrogativi che oggi tutti si
pongono; la gente si sente abbandonata alla mercè delle varie mafie, degli
zingari e dei delinquenti sempre più organizzati e potenti. Ma i soliti
«maestri di pensiero» continuano a blaterare di «dignità della persona» e di «civiltà
giuridica e carceraria.»!
Certamente la pena deve mirare alla
correzione, al riscatto morale, al recupero della persona; ma i metodi blandi
possono servire solo per coloro che hanno commesso un reato in un momento di
«follia», di rabbia; ma per i delinquenti abituali, incalliti nel crimine, per
i quali uccidere una o più persone è un piacere e un vanto, per costoro le
ammonizioni, le esortazioni, i ragionamenti, insomma le belle parole a nulla
servono, perché ormai il delinquere fa parte della loro cultura, spesso
acquisita in seno alla famiglia.
E, come ho cercato di dimostrare
nella prima parte di questo opuscolo, per molti di questi uccisori seriali,
dinamitardi e terroristi, solo la pena di morte, se minacciata, può essere un
efficace deterrente; se eseguita, una meritata pena, da servire come
ammonimento per quelli che vogliono seguirli in questa carriera criminale.
Ma ora lasciamo questi tristi
argomenti e diciamo qualche parola in
libertà su un tema piuttosto roseo.
E’ un termine moderno, usato in
Italia sin dal 1896, per indicare il movimento di opinione e di aggregazione
delle donne che rivendicavano l’uguaglianza di diritti rispetto agli uomini:
diritti soprattutto politici, civili e sociali.
Il primo dei diritti politici fu,
naturalmente, quello del voto, cioè la partecipazione al suffragio elettorale, perché nell’Ottocento votavano solo i maschi
e neppure tutti. Il suffragio universale dei maschi si ebbe in Italia sotto il
Governo di Giovanni Giolitti; ma le donne lo hanno ottenuto solo con l’avvento
della Repubblica.
Il movimento per il suffragio
femminile sorse in Inghilterra nel 1903 per opera di miss Emmeline Pankhurst
(1858-1928) che a capo delle suffragette
riuscì ad ottenere dal Parlamento il diritto di voto per le donne. Il suo
movimento, per imporsi, agì in modo energico e talora violento. Le donne di
tutto l’Occidente hanno imitato quelle inglesi, e oggi il voto femminile è un
diritto ormai universalmente acquisito, perché è cosa logica e naturale,
essendo la donna della stessa natura, e quindi dignità dell’uomo.
Naturalmente le donne, se erano
elettrici, potevano anche essere elette, ed ecco tante deputate e senatrici che,
nei vari Parlamenti, hanno dato e danno il contributo della loro saggezza alla
formazione delle leggi.
Abbiamo avuto, in Inghilterra e in
Israele, donne Prime Ministre che si sono segnalate per la loro capacità e il
loro rigore; così anche alcune che hanno governato in India e in altri Stati
extra-europei. Che dire poi di tante famose regine come Maria Teresa in
Austria, e Vittoria in Inghilterra?
Nessuno mette in dubbio la capacità e
l’intelligenza delle donne, e quindi la loro idoneità a esercitare con
efficienza ogni professione e tutti i lavori, ad eccezione di quelli pesanti,
perché esse hanno un fisico meno robusto dell’uomo.
Quindi oggi abbiamo donne che si
fanno onore nelle varie magistrature, e mostrano la loro efficienza anche come
poliziotte, carabiniere e vigilesse.
Un po’ di difficoltà si ha nel
denominare le donne in questi impieghi o carriere che un tempo erano
appannaggio degli uomini. Io propongo di dire ministra, poliziotta, carabiniera
e vigilessa; direi anche avvocatessa, dottoressa (in senso generico),
medichessa (in senso specifico), giudicessa, procuratrice, ingegnera. Perché
dire il ministro Gemma Donati, e non la ministra G.D.? Ministra è una parola nobilissima, usata da Dante in senso
laudativo (Inf. VII, 78). Si teme forse di confonderla con minestra?
Lo so che molti lettori arricceranno
il naso a queste mie proposte. Ma io arrivo a proporre la «soprana» femminile e
l’«eco» maschile. Dire il “soprano” Maria Callas ci ricorda che nel settecento
questo ruolo canoro era sostenuto da maschi (evirati), e non è davvero un bel
ricordo. Dire “la grandiosa eco” ci ricorda che Eco era una ninfa orèade (= dei
monti) che innamoratasi di Narciso e da questi respinta, si consunse per il
dolore sino al punto che di lei restò solo la voce, che però sembrava un
lamento: anche questo ricordo ci dà tristezza, e perciò è meglio dire : il
grandioso eco.
Ho toccato questo tasto lessicale,
perché ho già detto che si dovrebbe istituire un’Accademia o Autorità che nel
campo linguistico dia una norma da seguire, perché in definitiva la lingua è
una «convenzione» tra persone che
vogliono comunicare tra loro con uniformità, e non in modo babelico.
Questa Autorità però non dovrebbe
essere un nuovo baraccone burocratico come le Autorità precedentemente citate,
ma un organismo snello, di pochi valenti glottologi e italianisti, che sappiano
dirimere certi dubbi di grammatica, di sintassi, di terminologia e anche di
pronuncia, a cui tutti i benparlanti
dovrebbero adeguarsi.
Riguardo agli accenti, specialmente
per i nomi propri di personaggi antichi, spesso siamo in dubbio se seguire la
pronuncia latina o quella greca. Per esempio, è meglio dire Èdipo alla latina,
o Edìpo alla greca? È meglio dire Trasìbulo (alla greca) o Trasibùlo (alla
latina)? Tutte e due le pronunce sono motivate, ma perché non metterci
d’accordo per seguire tutti la stessa accentatura? In linea di massima dovremmo
seguire la pronuncia latina perché l’Italiano viene dal Latino, ma in certi
casi è meglio seguire la pronuncia greca, perché è più comunemente usata. Io
per esempio preferisco dire Trasìbulo.
Questa può sembrare una questione
oziosa ed è certamente secondaria, ma non sciocca. Ognuno comprende che il
pronunciare anche i nomi propri storici
tutti allo stesso modo, è un segno di unità linguistica e di coesione
nazionale. Comunque questa Autorità
sulla lingua avrebbe molte questioni più importanti da dipanare e su cui
decidere una norma alla quale tutti dovrebbero adeguarsi per dimostrare il loro attaccamento alla comunità.
Ma torniamo alle donne e al movimento
femminista.
Esso ha avuto il merito di
rivendicare alle donne diritti politici uguali a quelli degli uomini. Ma non si
è fermato ad essi. Nella famiglia la donna ha ottenuto un’autorità uguale a
quella del marito, sicché non si sa chi deve in definitiva decidere in caso di
discordanza tra i coniugi, e si deve ricorrere al tribunale. In certi casi essi
si separano anche per futili motivi, nei quali ognuno la pensa diversamente e
vuole averla vinta.
È indubitabile che il nuovo diritto
di famiglia, assieme al divorzio e all’aborto, hanno gravemente incrinato
l’unità e la concordia familiare, specialmente quando la donna lavora e
guadagna magari più del marito, e si sente superiore per questo.
In alcune famiglie oggi è tornato di
fatto il matriarcato, come in certe società primitive. Si è cioè passati da un
eccesso all’altro, come spesso avviene in molti campi.
La donna nel passato è stata spesso
schiavizzata, soggetta all’autorità del marito, il quale poteva infliggerle, in
certe legislazioni, anche la morte per colpe gravi, quali l’adulterio o la
ribellione.
Nell’Antico Testamento gli Ebrei
consideravano la donna come un essere inferiore, solo strumento di piacere e
indispensabile per procreare figli, di cui essi avevano assoluto bisogno per
contrastare la pressione demografica dei popoli vicini, quasi sempre
ostili. Per avere molti figli i
patriarchi, non accontentandosi delle mogli, si prendevano delle concubine.
Il patriarca Abramo, oltre alla
moglie Sara, aveva come concubina Agar; Giacobbe aveva due mogli (Lia e
Rachele) e due concubine (Bila e Zilpa) le quali insieme gli dettero quattro
figli, capostipiti di altrettante tribù d’Israele.
Davide ebbe numerose mogli (tra le quali Mikal
figlia del re Saul e Betsabea moglie del generale Uria da lui fatto uccidere) e
decine di concubine; Salomone poi, come fu proclamato il più sapiente degli
uomini, fu anche quello che ebbe più donne: addirittura 700 mogli principesse,
tra le quali la figlia del Faraone, e 300 concubine. (1 Re 11,3)
La cosa ci sembra incredibile (dove
trovarle 700 principesse?), ma la dobbiamo credere, dato che la Chiesa
cattolica ha proclamato che tutta la Bibbia è «Dei verbum», parola di Dio; e se
non crediamo a Dio, a chi dobbiamo credere?
Alla donna è stata riconosciuta la
sua dignità con la venuta di Cristo, la sua predicazione, e anche la figura
esemplare di Maria sua madre terrena. È anche vero che la Chiesa nei secoli
passati non sempre ha riconosciuto alla donna la sua dignità, e talora l’ha
demonizzata considerandola «fomite di concupiscenza»; ma oggi essa unanimemente
ne proclama la dignità e ne esalta la sublime funzione, quale procreatrice di nuove
vite, e quindi cooperatrice del Creatore.
Il femminismo a cominciare dal 1960
ha fatto un salto di qualità, è diventato un movimento antagonista dell’uomo,
considerato presuntuoso e oppressore, come assertore e sostenitore del
maschilismo. Questo non è mai esistito come ideologia conclamata, ma è stato
più che reale nella prassi. Ora però le femministe esagerano, in quanto
vogliono affermare la loro superiorità in ogni campo e arrivano (alcune) a
rifiutare il maschio anche per la procreazione, procurandosi una dose
spermatica alla «banca del seme», perché non vogliono in alcun modo
«sottomettersi» all’uomo. E se non vogliono l’uomo neppure come collaboratore
alla procreazione, figuriamoci poi se lo vorranno collaboratore alla crescita e
all’educazione del figlio «di ignoto». Queste esaltate ideologhe hanno
dimenticato (o non hanno mai saputo) che un bambino deve nascere dall’amore,
dalla dedizione paritaria e reciproca dei coniugi, e che il figlio per essere
educato correttamente deve essere guidato e sostenuto dalle figure materna e
paterna.
Prima di chiudere questo capitolo
voglio aggiungere qualche idea «scorretta» sulle donne in carriera. Il lavoro
femminile se è indispensabile in casa, è utile anche fuori casa. Ci sono anzi delle mansioni, nel campo della
Sanità e della Pubblica assistenza, alle quali esse sono naturalmente vocate,
ma possiamo dire che esse riescono bene anche in altre carriere, da cui una
volta erano escluse, come quella nelle forze Armate, nelle quali una volta si
ammettevano le donne solo come crocerossine. Su questo allargamento
dell’impiego femminile non c’è nulla da eccepire, specialmente quando si tratta
di donne particolarmente dotate.
Quello che non mi sembra giusto è
considerare il lavoro fuori casa quasi un dovere, al quale la donna va
sollecitata e culturalmente spinta, come se non avendo un impiego o una
professione, essa non possa realizzarsi e trovare gratificazioni. Oggi la
percentuale delle donne impiegate nel lavoro esterno è considerata, se elevata,
un indice di civiltà e di progresso (oltre che di emancipazione del gentil
sesso). Si lamenta, ad esempio, che questa percentuale in Italia è più bassa
che in altri paesi più evoluti. Insomma
è considerato un indice importante del benessere di un paese, quasi la misura
della sua civiltà, al pari del numero dei laureati, di cui ho parlato in
precedenza. E, per incrementare la civiltà e il benessere, si arriva a imporre
«quote rosa» nei concorsi pubblici e nella composizione dei Parlamenti.
Come sempre in Italia, si va da un
eccesso (esclusione della donna da certe attività) all’eccesso opposto
(inclusione ope legis).
È vero purtroppo che molte mogli e
madri, specie nel ceto medio-basso, sono costrette al lavoro esterno dal
bisogno, in quanto lo stipendio o il salario del marito non basterebbe a
sopperire ai bisogni sempre crescenti della famiglia. Ho detto sempre crescenti, perché questi bisogni
spesso non sono primari o naturali,
ma indotti dalle mode, dalla pubblicità e dalla mentalità consumistica che si
diffonde anche nei ceti popolari, per cui chi «non è in è out», come dicono i
benparlanti, per i quali usare termini inglesi è segno di distinzione.
La nostra cosiddetta civiltà è piena
di contraddizioni. Per esempio si critica spesso il consumismo (e spreco) dilagante,
ma se i consumi scendono, si grida alla crisi del sistema economico. Sicché più
si consuma, più si incentiva l’economia nazionale, e più cresce la «monnezza»
che prima o poi ci seppellirà.
Le donne che sono costrette a
lavorare fuori casa vanno certamente protette e aiutate, se madri, con le
istituzioni sociali (asili-nido, scuole materne, mense aziendali e scolastiche
ecc.); ma la missione specifica della donna è quella di essere madre e di
allevare la prole. Il lavoro casalingo che essa svolge in famiglia deve essere
considerato il più utile e proficuo per la comunità. Perciò esso va rivalutato,
e io proporrei un’indennità per quelle donne non ricche che lavorano solo in
casa per allevare bene i figli, per assicurare l’ordine, la pulizia e pasti caldi
per marito e figli.
Spesso le giovani donne si illudono,
credendo di trovare fuori di casa, negli uffici o nelle fabbriche, la piena
realizzazione della propria personalità e la gratificazione per la propria
capacità. Invece spesso trovano la più grande delusione, perché sono non
considerate come donne (cioè signore),
ma guardate e concupite come femmine, ed esposte a gesti e frasi
volgari da parte degli uomini i quali, se non sono tutti mascalzoni, non sono neppure tutti gentiluomini.
Gli stessi capi-ufficio e i direttori
non sempre sono corretti e rispettosi come dovrebbero, e talora la giovane (e
bella) impiegata, se vuole essere promossa al grado superiore (o non essere
trasferita o addirittura licenziata per esubero) è costretta a «mostrarsi gentile»
verso il superiore. Ci sono certamente donne alle quali tutto questo non
dispiace, anzi ci provano il loro piacere oltre che l’interesse. Ma le donne
non fatue e vanesie ne soffrono, accumulano frustrazioni, e tornano a casa coi
nervi tesi, che qualche volta scaricano in famiglia su marito e figli. E
siccome talora anche il marito torna a casa coi nervi a fior di pelle, ecco che
spesso avviene lo scontro, con le recriminazioni e le accuse reciproche, che
possono portare alla separazione e al divorzio.
Oggi la cultura dominante induce le
ragazze all’esibizione del corpo per sfondare
nel mondo della televisione, del cinema e dello spettacolo, per diventare
attrici o modelle, o semplicemente veline
o vallette che affiancano i divi del
piccolo schermo esibendo le loro nudità. E per arrivare a questi ambiti
traguardi partecipano a concorsi di bellezza o si iscrivono a corsi appositi
presso agenzie che promettono questi traguardi e, col miraggio del successo,
sono pronte a sborsare molto denaro e a concedere anche qualcos’altro.
Naturalmente ognuno, quando è
maggiorenne, e anche prima, può fare di sé (e del proprio corpo) quello che
vuole, anche rovinarlo con la droga, coll’alcol, col fumo o col sesso;[9]
ma una persona che usi intelligenza e ragione dovrebbe comprendere che queste
esibizioni di rotondità, queste passerelle mediatiche, anche se procurano soldi
e momentanee soddisfazioni e sembrano il paradiso in terra, non danno la vera e
duratura felicità, che viene dalla serena coscienza e dalla pace interiore.
Nella cosiddetta civiltà occidentale
il corpo femminile, e specialmente gli attributi del sesso, sono
strumentalizzati per la pubblicità e lo spettacolo; sono insomma un affare,
attorno al quale prosperano tante altre lucrose attività, quali la cosmesi,
l’abbigliamento, la gioielleria e le copertine delle riviste. Gli islamici non
hanno torto quando accusano gli occidentali di corruzione e mercimonio del
sesso, e di impudicizia le nostre ragazze scollacciate e seminude, per cui
giustamente cercano di vivere separati da noi all’ombra della loro moschea, per
non farsi contagiare da nostri vizi.
Il mio quadro è forse esagerato (non
tutte le ragazze sono così), ma un fondo di verità c’è, e le mie parole mirano
modestamente a far riflettere su certi comportamenti e costumi deviati, per
cercare di raddrizzarli. Secondo me le donne dovrebbero capire che spesso la carriera impedisce o rovina la famiglia, e toglie loro la
gratificazione degli affetti duraturi, tra i quali precipui l’amore coniugale e
il «miracolo» della maternità .
In questi ultimi decenni, di opere
pubbliche in Italia ne sono state fatte ben poche. In precedenza, nel periodo
dello sviluppo economico e dell’entusiasmo imprenditoriale, ne erano state
eseguite alcune importanti, tra cui le autostrade e le quattro centrali
nucleari: della Foce Verde (Latina), di San Venditto-Garigliano (Caserta), di
Trino (Vercelli) e di Caorso (Piacenza). Ne stavamo costruendo una quinta, più
grande e moderna, a Montalto di Castro (Viterbo), quando in seguito al disastro
di Cernobyl (1986), il popolo italiano decretò la chiusura delle nostre
centrali nucleari.
Fu
un errore madornale, che in tutto il mondo abbiamo fatto solo noi
(troppo intelligenti!), sicché oggi siamo costretti a comprare l’energia
elettrica delle centrali nucleari (specie svizzere e francesi) che circondano
il confine italiano dalle Alpi Giulie alla Alpi Marittime.
Se qualcuna di queste esplodesse,
saremmo per primi investiti dalla nube radioattiva. Noi italiani abbiamo cancellato
l’energia nucleare per referendum, votato sotto l’impressione della paura. Ma
colpevole non fu tanto il popolo, il quale non poteva che votare secondo
l’impressione del momento, quanto quelli che proposero il referendum, il
Governo che non lo contestò con giuste ragioni e la Corte Costituzionale che lo
approvò subito, mentre avrebbe potuto, se non altro, rimandarlo ad altra data,
quando gli animi sarebbero stati più rasserenati. Oggi quasi tutti ritengono
necessario il ritorno al nucleare, anche perché gli idrocarburi finiranno
presto e le cosiddette «fonti pulite» sono del tutto insufficienti.
Nel settore delle opere pubbliche si
è intervenuti in modo confuso, senza un intelligente piano organico, e per
interesse clientelare, cioè sono state decise per le pressioni di poteri forti
o di uomini politici influenti in determinati territori. E spesso, dopo essere
state decise e appaltate, sono state lasciate al loro destino, o di non essere mai
completate, o di essere completate ma non fornite delle opportune strutture o
dei necessari collegamenti, e quindi inservibili e abbandonate al saccheggio
pubblico o all’occupazione da parte degli zingari e dei clandestini. Ma il più
delle volte queste opere (ospedali, scuole, carceri, strade ecc.) non vengono terminate
perché le ditte appaltatrici sospendono i lavori se non vengono concessi
aumenti contrattuali, motivandoli con l’aumentato costo dei materiali, data la
lentezza dell’esecuzione. In certi casi la ditta fallisce o semplicemente scompare (dopo aver incassato una quota
del prezzo stabilito), o deve penosamente abbandonare (anche con perdite) per
il condizionamento mafioso che si impone con le bombe. Infatti la mafia trova
nel settore dei lavori pubblici un lucroso campo di sfruttamento.
In Italia ci sono valide ditte
costruttrici, capaci di realizzare in tempi ragionevoli opere anche grandiose;
e infatti spesso le hanno eseguite all’estero, perché qui da noi è difficile
lavorare in pace, e non soltanto nel Meridione, ma in quasi tutto il «Bel
Paese», dove la Piovra coi suoi tentacoli avvinghia ogni utile o necessaria o
prestigiosa intrapresa.
In parte questi mali derivano dal
sistema ormai invalso di affidare ogni opera pubblica a un pubblico appalto. Se si vuol fare, per
esempio, un ponte necessario e urgente, si deve indire una gara di appalto con
un costo presunto e al ribasso: chi ribassa di più si aggiudica l’esecuzione
dell’opera a un determinato costo. E’ evidente che la ditta appaltatrice non
può rimetterci, deve avere, come giusto, il suo margine di guadagno; e allora
cerca di risparmiare sui materiali, usando i più scadenti, sul lavoro,
ingaggiando operai raccogliticci e non esperti, spesso clandestini per sottopagarli;
e finalmente il ponte viene terminato e consegnato all’Ente pubblico finanziatore.
Ma è un ponte che, se non crollerà al collaudo (come è successo), durerà poco e
avrà bisogno di continue riparazioni e costosi interventi. Molto spesso
l’imprenditore è costretto dalla mafia a dare certi lavori in subappalto ad
altre ditte, le quali anch’esse seguiranno la stessa logica (materiali e lavoro
scadenti), e l’opera pubblica nasce già minata da tare strutturali. Avviene
talora che la ditta subappaltatrice sia anch’essa costretta a subappaltare
determinati lavori (sterro, trasporti ecc), e così, in questa confusione di
ruoli e di responsabilità, alla fine, se il ponte crolla, non si sa chi è il
responsabile, e si iniziano i processi civili che si trascineranno per anni,
mentre il ponte rimane lì in frantumi ad ostacolare il flusso delle acque e
causando magari il tracimamento del
fiume.
Ho portato un «exemplum fictum», ma
che tanto finto non è, se guardiamo tanti casi di opere pubbliche finite male.
Io penso che il dover sempre affidare
l’opera pubblica al pubblico appalto (al ribasso) sia un grave errore. Perché
lo Stato, la Regione, la Provincia, il Comune non può eseguire direttamente,
cioè in economia, i propri lavori? Come fa il privato cittadino quando si vuol
costruire una casa, una villa, una piscina, un campo da tennis? Lo dà al pubblico
incanto?
Certamente no. Egli si informa per scegliere l’imprenditore
più capace e più onesto, tratta con lui, concorda il prezzo e la scadenza; e
poi controlla continuamente l’esecuzione del lavoro. Perché lo Stato non può fare lo stesso? Esso
ha il Genio Civile (e anche quello Militare) il quale può fare quello che fa il
privato cittadino: definire l’opera, scegliere gli esecutori, controllare
l’esecuzione. Le Regioni, le Province, i Comuni hanno i loro Uffici Tecnici, i
quali potrebbero fare nel loro territorio quello che il Genio Civile fa in
tutto il territorio nazionale per le opere di sua pertinenza.
Si dirà: in tal modo i direttori di
questi Enti o Uffici potrebbero lucrare personalmente (come anche gli ingegneri
controllori dei lavori) esigendo tangenti dagli imprenditori per chiudere un
occhio sulle modalità esecutive. Questo è vero, e proprio per evitare questi
«intrallazzi» si è imposta l’asta pubblica. Ma si è caduti, come si dice,
«dalla padella sulla brace».
Infatti se i direttori degli Uffici
Tecnici e del Genio sono per caso disonesti, essi, essendo soggetti a controllo
e personalmente responsabili, possono essere facilmente individuati e puniti in
modo esemplare, mentre nel caso degli
appalti e dei subappalti il quadro si fa confuso, la responsabilità dubbia e la
sanzione difficile o irrisoria o tardiva.
È purtroppo vero che in Italia
l’onestà è diventata una virtù rara, quasi un’eccezione; ognuno in ogni
incarico e in ogni carica pensa a come può approfittarne, per arricchirsi, e tacita la sua coscienza pensando «così fan
tutti» .
È veramente penoso constatare questa realtà.
Quasi ogni giorno apprendiamo dai telegiornali di amministratori e dirigenti
infedeli o corrotti, anche nei corpi dove ci aspetteremmo la massima correttezza
e onestà, come nella Magistratura, nella Polizia, nei Carabinieri e nella Guardia di Finanza, nella
Sanità. Il costume pubblico, come quello privato, si è depravato. Questo deriva
dal fatto che si è perduto il senso
religioso della vita, cioè il legame intimo con una Religione (anche laica
come quella di Kant e di Mazzini), per cui ci sentiamo responsabili verso un
Essere Supremo o l’Umanità.
Chi crede in Dio, nell’immortalità
dell’anima, nel premio e nella pena eterna, non facilmente cederà alla tentazione
di prevaricare, cioè di commettere il
cosiddetto peccato originale. Esso non ci è stato trasmesso da Adamo «per
propagazione» (come recita il Catechismo - Compendio articolo 76), ma è
ingenito nell’uomo come tale. Infatti la prevaricazione è la tentazione insita
nell’animo dell’uomo sin dall’origine,
essendo stato dotato di intelligenza e libero arbitrio. E l’uomo è tentato di
servirsi di questi grandi doni di Dio per procurarsi illecitamente averi,
piaceri e poteri.
Chi non crede in Dio, la cui legge è
scritta nella coscienza e nella retta ragione, ma non nel Codice Penale, teme
solo la legge umana, che può essere elusa in tanti modi. E crede di poterla
eludere non solo il malavitoso, ma anche il funzionario messo a capo di qualche
ufficio o un suo subalterno anche di infimo grado, come un guardiano, un
commesso, una dattilografa.
Ho parlato di coscienza come di una guida
del nostro operare in pubblico e in privato; così dovrebbe essere, e così è per
molti, ma per tanti altri questa coscienza si è depravata, al punto da
considerare bene (per sé) quello che
è oggettivamente male. La cultura mafiosa, delinquenziale, in certe
famiglie, si assorbe col latte materno, e si rafforza con l’età seguendo
l’esempio dei membri della famiglia, padri, madri, fratelli, zii e cugini. In
tali ambienti i ragazzi crescono con la coscienza distorta, per cui anche
ammazzare una persona sembra cosa lecita (perché fattibile) e buona (perché
lucrosa).
Questa perdita della coscienza morale
è una realtà terribile, attuale, dovuta anche alla televisione e ai film tutti intrisi
di violenza, per cui questa appare una cosa normale e quasi ammirevole. I
ragazzi non hanno senso critico, e sono portati all’imitazione: tutto quello
che vedono o sentono alla televisione o al cinema è per loro lecito e quasi
necessario, per diventare anche loro famosi.
E infatti grande fama hanno
acquistato i più spietati malavitosi. Questa è la nostra conclamata civiltà.
Grande è la responsabilità (davanti a Dio) dei cineasti e registi televisivi
che producono o trasmettono questo pattume, che ha reso i nostri ragazzi sempre
più volgari e cinici.
Una volta il personale che lo Stato
assumeva al suo servizio era meglio selezionato, con concorsi ben mirati
all’esame delle qualità anche morali del candidato. Per entrare nella Benemerita
l’esame era ancora più meticoloso; si prendevano informazioni sulla famiglia e
anche sulla parentela, ben sapendo che anche l’ambiente familiare e parentale
influisce sul carattere di una persona.
Oggi ci si affida ai quiz, i quali
possono verificare nozioni e competenze, ma non dicono niente sul carattere
morale di una persona, il quale invece può essere rilevato da una ben impostata
prova scritta, seguita da un opportuno colloquio. Per certe carriere è
opportuno anche oggi prendere informazioni sulla famiglia di origine.
Comprendo che queste cose che si
facevano nel passato oggi sono quasi impossibili anche per il gran numero delle
assunzioni nei ministeri, nelle forze Armate, nella Polizia, nella Magistratura,
nella Scuola, nella Sanità e in tutti i pubblici impieghi; tuttavia una
maggiore oculatezza nello svolgimento dei concorsi e un più severo controllo
sulle promozioni sono necessari. In certe carriere (Magistratura, Forze Armate)
le promozioni sono concesse quasi sempre per anzianità, badando poco o niente
al merito.
Perciò si dovrebbe ripristinare la
valutazione annuale del servizio in tutti i campi dell’Amministrazione
Pubblica. Oggi si sono moltiplicati i Ministeri, le Autorità, le Commissioni di
vigilanza, i Consigli Superiori, i Commissariati, credendo di risolvere i
problemi inflazionando le strutture dello Stato, e creando sempre nuovi
baracconi con assunzioni clientelari o politiche o corporative. Ma i problemi
restano irrisolti: un esempio eclatante è quello dei rifiuti. Esso è scandaloso
e vergognoso nella Campania, ma anche altre parti d’Italia ne sono coinvolte,
perché non si è stati capaci di organizzare un efficiente servizio di raccolta
differenziata e di riciclaggio.
La monnezza potrebbe essere una ricchezza,
con produzione di energia elettrica, concimi, e recupero di metalli e di vetro.
Altri popoli hanno saputo fare ciò, usando i rifiuti solidi come materia prima;
ma noi non siamo stati capaci di farlo se non in qualche città. Per l’Italia
occorrerebbe una scossa di orgoglio, un insorgere di volenterosi e operosi per
redimere la nostra Patria che è diventata (meno che nei telefonini) il fanalino
di coda degli Stati europei.
Tra le opere pubbliche più importanti
ci sono le arginature dei fiumi, per evitare tracimamenti e inondazioni, e le
dighe di sbarramento dei corsi d’acqua al fine di creare riserve idriche per la
produzione di energia elettrica e per l’irrigazione dei campi. Con le dighe si
possono creare notevoli invasi anche da piccoli corsi d’acqua. Il Vajont, lungo
appena 14 Km, sbarrato da una poderosa diga, creò un vero lago. Però i tecnici
non considerarono che l’incombente monte Toc, di natura argillosa, poteva
essere minato dall’infiltrazione dell’acqua; e infatti nel 1963 esso scivolò
sul lago provocando una spaventosa onda d’urto che, superando la diga, si
riversò nella valle sottostante distruggendo alcuni paesi. La diga resistette,
per fortuna, altrimenti la distruzione sarebbe stata più vasta. Resistette
perché era stata costruita bene, ma nella vallata meno indicata, colpa dei
geologi e dei progettisti.
Non mi risulta che dopo quel disastro
siano state costruite in Italia dighe notevoli: il Vajont fece demonizzare le
dighe, come più tardi Cernobyl farà demonizzare le centrali nucleari. Il popolo
italiano, in fatto di sicurezza, è molto sensibile, ma la sua è una sensibilità
epidermica, direi allergica, che dà una reazione acuta ma temporanea. Non si
riflette su quanto è avvenuto e non coglie la lezione che viene dal disastro.
Si doveva capire che è necessaria la creazione di molti invasi medio-piccoli
lungo i corsi d’acqua, primi fra tutti il Po, l’Arno e il Tevere. Tutti
ricordano il Polesine sommerso dalle acque del Po nel 1951, e successivamente
l’Arno che inondò Firenze e il Tevere che sommerse le parti basse di Roma. Non
sono stati fatti gli invasi necessari; sicché l’Italia è afflitta d’estate
dalla siccità, d’inverno dalle alluvioni. Non si è fatto un piano organico di
sistemazione di ogni bacino fluviale, in modo da realizzare per ciascuno quelle
opere che la geologia, l’ingegneria e la tecnica consigliano.
È anche vero che il popolo italiano,
dotato di poco spirito civico, si oppone spesso alla costruzione non solo di
discariche, di impianti di depurazione delle acque luride, di riciclaggio dei
rifiuti, di termovalorizzatori, ma anche di questi invasi, perché nessuno vuole
tali impianti vicino casa sua, e tanto meno in terreni di sua proprietà. Spesso
si oppongono alla realizzazione di opere pubbliche non solo utili, ma
necessarie, come le ferrovie, che potrebbero limitare il trasporto su strada.
Gli abitanti della Val di Susa si
sono opposti alla ferrovia super veloce Lione-Torino-Trieste-Est Europeo, la
quale potrebbe ridurre moltissimo l’inquinamento atmosferico e acustico prodotto
dal continuo transito dei Tir, e assicurare trasporti più celeri e a minor
costo.
Poi ci sono i falsi ecologisti (se
non sono falsi, cioè politicanti, sono ignoranti) i quali per partito preso si
oppongono a ogni opera pubblica che occupi un po’ di terreno, e fanno credere
alla gente che coi mulini a vento e i
pannelli solari si possa risolvere il problema energetico nazionale. Il fatto è
che l’Italia consuma sempre più energia e ne produce poca; sicché se un giorno
Russia, Algeria e Libia chiudessero i rubinetti del petrolio e del metano che
ci alimentano, resteremmo al freddo e al buio. Lo stesso ricatto ci potrebbero
fare Francia e Svizzera per l’energia elettrica.
Siamo un paese economicamente molto
vulnerabile, e viviamo (tutti no, ma buona parte sì[10])
al di sopra delle nostre possibilità, e un giorno o l’altro potremmo avere un
triste risveglio dal nostro vanto di paese del G8.
Mi sembra di aver parlato abbastanza di
argomenti e problemi seri e spesso dolorosi e, per riconfortare alquanto
l’eventuale lettore, voglio anche in questa seconda parte terminare con una
novella o meglio favola la quale, come tutte le belle favole, ha anche la sua
brava morale.
Mio padre, pur essendo un contadino e
avesse frequentato la scuola solo fino alla terza elementare, era un uomo molto
saggio e intelligente e, all’uopo, anche
arguto. Tutte le volte che noi cinque figli avanzavamo richieste di acquisti
che lui considerava eccessivi o inopportuni, date le modeste condizioni della
famiglia, con un sospiro accompagnato da un sorriso ci diceva:
«Ah, quella zappa di legno!»
E la nostra richiesta era quasi
sempre respinta, come se quella enigmatica frase fosse una risposta persuasiva.
Ma noi figli non ne eravamo per nulla persuasi e io, che ero un po’ saputello,
un giorno osai replicare:
«Ma, babbo, che significa questa
zappa di legno?»
Allora lui cominciò a raccontare la
favola molto espressivamente perché era un bravo affabulatore e, quando eravamo
più piccoli, ci aveva estasiati con i suoi racconti sul valoroso poliziotto Giuseppe
Petrosino (detto Joe) e sulla «Mano Nera» americana. Egli era stato infatti
cinque anni negli Stati Uniti a lavorare come operaio.
Ecco dunque il suo racconto; non so
se l’avesse inventato lui o letto in qualche libro, perché leggeva anche
volentieri, e io, dei suoi libri, ho conservato per molti anni il «Querrin
Meschino» e i «Reali di Francia».
Siccome ho buona memoria, riferirò
quasi alla lettera le sue parole.
C’era, in un paese sperduto, un
povero contadino, il quale per dissodare il suo terreno non aveva che una zappa
di legno. Il poveretto penava molto a farla penetrare nella terra dura, ma
sforzandosi riusciva a coltivare la sua terra e a tirare avanti la vita. Ma
spesso sospirava pensando alla sua vecchiaia, quando non avrebbe più avuto la
forza per far penetrare nel terreno la sua zappa di legno; sospirava ma,
siccome era un buon cristiano, si affidava alla volontà e alla misericordia di
Dio.
Un giorno, mentre stava lavorando nel
suo campo, nella calura estiva, bagnando col sudore le zolle, vide venire un
«signore» di aspetto così autorevole che lasciò di zappare, si tolse
rispettosamente la paglia che aveva in testa e rimase lì incantato e quasi in
attesa.
Il signore gli si avvicinò placido e
lo salutò cortesemente:
«Buongiorno, brav’uomo.»
«Buongiorno, signore.»
«Come va la vita?»
«Bene, signore, mi accontento.»
«La zappa di legno va bene?»
«Si, bene, anche se è un po’
faticosa.»
«Vorresti avere un arnese diverso?»
«Oh, signore, certamente, ma come? So
che altrove i contadini usano la zappa di ferro, anzi di acciaio temprato, e
quella sì che lavora bene la terra e non è faticosa.»
«Ti piacerebbe averla?»
«Oh, certamente! Volesse il cielo!»
«Giova sperare, brav’uomo. Per ora ti
saluto. Arrivederci.»
«Arrivederci, signore, e grazie della
visita.»
Il signore si allontanò a passi
lenti, e il contadino rimase lì a guardarlo a bocca aperta, chiedendosi chi mai
potesse essere quel signore così garbato e gentile: doveva certamente essere un
gran signore.
Rimase così un po’ trasognato sino al
tramonto, e tornato a casa e mangiato il suo povero pasto andò a dormire col
pensiero ancora rivolto a quella visita, e fece strani sogni.
Ma al mattino i sogni si dileguarono, e lui si alzò
per andare al campo. Aperta la porta della sua stamberga vide, appoggiata allo
stipite, una lucente zappa d’acciaio, affilatissima e ben manicata.
Levò un grido di meraviglia e di
gioia, ma subito si fece il segno della santa croce, temendo che fosse un
inganno diabolico. Ma vide che la bella zappa non era sparita, era sempre lì a
portata di mano.
Allora la prese commosso e,
ringraziato il Buon Dio per il miracolo, si avviò tutto euforico al suo campo e
in quel giorno zappò più del doppio di quanto zappava prima.
Tornò a casa contento, ma anche molto
stanco, perché quella meravigliosa zappa faceva un ottimo lavoro ma era anche
un po’ pesante; si sentiva le braccia tutte indolenzite, per cui si coricò
presto e il giorno seguente si recò al campo con la bella zappa ma con meno
entusiasmo.
Cercò di lavorare con minor foga, per
non stancarsi troppo.
L’entusiasmo con il passare dei
giorni gli passò del tutto, ma tirava avanti cercando di accontentarsi.
Dopo un paio di mesi venne a
trovarlo, al campo, quel gentile signore, salutandolo con un lieve sorriso
sulle labbra:
«Come va, brav’uomo?»
«Bene, signore. Mi posso
accontentare.»
«La zappa di ferro va meglio?»
«Molto meglio di quella di legno, non
c’è paragone.»
«Desideri per caso qualcos’altro?»
«Cosa desiderare, signore? Chi si
accontenta, gode. Ma, per dire tutta la verità, la zappa di ferro è un po’
pesante, e io alla sera mi sento le braccia indolenzite, e anche la schiena
comincia a darmi fastidio, specie la notte. Ecco, ho sentito dire che, in certi
paesi più fortunati, i contadini non dissodano più il terreno con la zappa, ma
con un aratro di ferro, tirato da un giumento aggiogato. Quelli sì che sono
felici, perché non si stancano: tutto il lavoro lo fa la bestia. Oh, se fossi
anch’io come loro!»
«Giova sperare, buon uomo.»
Il signore se ne andò senza
aggiungere altro; e il contadino rimase lì a chiedersi che cosa volessero dire
quelle parole di saluto.
Per non farla lunga, il giorno dopo
egli trovò fuori casa, legato alla maniglia della porta, un robusto mulo già
aggiogato a un lucente aratro, con un vomere affilatissimo e le stegole con una
manopola di gomma, per una presa più morbida e sicura.
Gridò al miracolo, e cominciò a
pensare che era nato proprio sotto una buona stella, per ricevere questi
miracoli.
Sciolse il mulo e andò al campo, dove
arò in un giorno il quadruplo di quanto facesse con la zappa. Ma alla sera,
prima di badare alla sua cena, capì che doveva provvedere al mulo che aveva
così ben lavorato; doveva cioè innanzi tutto abbeverarlo, poi dargli del fieno
da mangiare e fargli anche un lettime di paglia per la notte.
Anche se non sapeva se i muli si
sdraiano per dormire, lo strato di paglia era necessario per raccogliere i
«rifiuti» dell’animale.
Dovette approntare anche una tettoia
posticcia per ripararlo da eventuali intemperie.
Fece tutte queste operazioni in
fretta e confusamente, non avendone esperienza.
Quand’ebbe sistemato alla meglio il
suo mulo, si sentì tanto stanco che si sdraiò sul pagliericcio senza neppure
mangiare e senza svestirsi. E penò anche ad addormentarsi col pensiero del
mulo, che non poteva campare con sola acqua e fieno, ma aveva bisogno anche di biada, che doveva
procurarsi.
Al mattino aggiogò di nuovo il mulo
all’aratro e si recò ad arare un po’ sopra pensiero.
Comunque a poco a poco si abituò ad
accudire la bestia, la quale aveva bisogno anche di brusca e striglia. Capiva
che doveva provvedere non solo a sé, ma anche all’animale, il quale aveva le
sue esigenze.
La cosa non era entusiasmante, ma
tirava avanti rassegnato.
Dopo un po’ di tempo il solito
signore venne a trovarlo al campo, e lo salutò col solito benevolo sorriso:
«Come va, buon uomo?»
«Bene, signore, non mi posso
lamentare.»
«Il mulo lavora bene? Ha forza per
tirare l’aratro?»
«Altroché! È molto robusto; solo che
è un po’ testardo, e poi bisogna ben accudirlo, e non è poco.»
«È testardo, e anche esigente?»
«Non è colpa sua, tutti i muli sono
testardi, e spesso non posso fare i solchi diritti, perché lui tira sempre da
una parte. Ma non ci si può far niente, è natura. Poi bisogna nutrirlo a pulire
il suo lettime, e non è cosa gradevole. È vero che è tutto letame che posso
usare per concimare il campo, ma quanta fatica! e non parliamo della puzza.»
«Vorresti cambiare, magari tornare
alla zappa e così non dovresti più accudire il mulo?»
«Che dice, signore? Alla zappa mai
più, piuttosto mi tengo il mulo. Però, se permette, signore, una soluzione ci
sarebbe. Ho sentito dire che in certi paesi i contadini hanno una zappa a
motore, che chiamano motozappa, fornita di tante zappette che, ruotando su un
asse, avanzano sul terreno frantumando le zolle per più di un metro di
ampiezza, mentre l’aratro ne lavora sì e no mezzo metro. Non serve il mulo, il
motore non deve mangiare ogni giorno, beve soltanto un po’ di petrolio, ma solo
quando lavora.
Oh, se potessi avere un tale arnese!»
«Giova sperare, buon uomo.»
Il signore si allontanò, e il
contadino rimase un po’ inoperoso a
sognare la sua motozappa.
Anche questa volta il sogno si
realizzò, e la mattina successiva, fuori la porta, trovò una bella motozappa
col motore già avviato, in folle.
Rimase estasiato a guardarla, ma poi
si riscosse, ingranò la prima e si avviò al campo guidando la macchina, col
petto gonfio di soddisfazione.
Quando poi si mise a dissodare il
terreno, che era molto secco, vide che le zappette, macinando le zolle,
alzavano un fastidioso polverone, e invece di avanzare, affondavano nel
terreno, sicché doveva fare penosi sforzi di braccia e di schiena per farle
avanzare.
Tornò a casa con la schiena dolente,
ma aveva dissodato il doppio che
coll’aratro. Si consolava con questo risultato, ma non era del tutto
soddisfatto della permuta fatta.
Dopo qualche mese ripassò il signore,
e sorridendo gli chiese:
«Come va, buon uomo?»
«Bene, signore, cioè mi accontento,
mi devo accontentare. Non è che la motozappa non lavori bene, anzi: macina la
terra per oltre un metro di larghezza, ma tende a infossarsi sul posto, e per
spingerla avanti bisogna lavorare molto di braccia e di schiena. E la mia
schiena è un continuo dolore. Mi hanno detto che un rimedio c’è, e si chiama
motocoltivatore. Esso è munito di due robuste ruote con copertoni sagomati, e
avanza sicuro su ogni terreno, e può camminare anche su strada. Ha anch’esso le
sue zappette, ma non occorre sfiancarsi a spingerlo, avanza da solo, e basta
guidarlo col manubrio, senza sforzo.»
Per non tirarla troppo in lungo,
taglio dal racconto gli incontri e i colloqui successivi tra il contadino e il
misterioso signore che lo volle ancora una volta accontentare.
Ma anche il motocoltivatore non
soddisfece appieno il contadino, il quale si stancava a seguire a piedi la
macchina, ed era infastidito dalla puzza del gas il cui tubo di scarico lo
aveva quasi davanti alla faccia. Insomma desiderò ed ebbe un trattore, sul
quale lui poteva sedere comodamente a una certa altezza, senza avere quel tubo
di scappamento davanti al naso. E poi il trattore aveva un volante proprio come
le automobili, e questo lo faceva credere quasi un signore. Ma la puzza del
gasolio bruciato la sentiva lo stesso, e quando il signore tornò a visitarlo
disse:
«Signore, sì, tutto va bene, sono
pienamente soddisfatto, però la puzza del gasolio la sento lo stesso e mi dà
allergia, e poi se piove mi bagno, e se c’è il sole cocente mi arrostisco. Mi
dicono che hanno ultimamente fabbricato trattori muniti di cabina che si può
chiudere come un abitacolo di automobile, e quindi al riparo dalla pioggia, dal
vento e dalla puzza del carburante. Per di più i modelli più recenti hanno,
oltre alla radio per ascoltare musica, anche un aggeggio che dà aria fresca
d’estate e calda d’inverno. Non so come si chiama questo meraviglioso
strumento, ma signoria ha capito di che si tratta.»
«Ho perfettamente capito» disse il
signore, e senza aggiungere altro si allontanò.
La mattina successiva il contadino
trovò, al posto del trattore, la sua vecchia zappa di legno.
Chi troppo vuole …
A buon intenditor…
Roma, Pentecoste 2008
[1] La Germania solo 5.000
[2] Allo stesso modo, per antonomasia, per i Latini Roma era l’Urbs.
[3] La Francia, che fa le cose sul serio, ha il suo efficiente Ministero dell’Educazione.
[4] Quello di Religione solo una misera oretta!
[5] La memoria diminuisce, se non la si esercita.
[6] Un’altra triste conseguenza è che il lunedì, dopo due giorni di dissipazione (spesso con esodo dalla città), si combina ben poco.
[7] Da bellum abbiamo «bellico, bellicoso, belligerante» e derivati, ma sono parole dotte.
[8] In un noto vocabolario italiano ho contato, in una sola pagina (recto), ben nove parole straniere, mescolate a quelle italiane. È un vocabolario italiano o inglese?
[9] Ricordiamo l’adagio popolare «Bacco, tabacco e Venere riducon l’uomo (e la donna) in cenere».
[10] È la nota frase di una barzelletta dell’epoca napoleonica. In un salotto parigino una dama dice: «Gli Italiani sono tutti ladri». Un’altra corregge: «Tutti no, ma buonaparte sì». E si riferiva a Napoleone, il quale rubò in mezza Europa, e specie in Italia.