Bruno Camaioni

 

 

 

IDEE  NON  POLITICAMENTE  CORRETTE

 

 

Seconda Parte

 



 

INDICE

 

1 – PREFAZIONE. 5

2 - LA LEGGE BASAGLIA.. 7

3 – LA POLITICA.. 13

4 – IL POTERE ESECUTIVO.. 17

5 – IL POTERE GIUDIZIARIO.. 24

6 - LA SCUOLA.. 30

7 - LA PRIVATEZZA.. 42

8 – LA LINGUA ITALIANA.. 46

9 – LE PENE CORPORALI 52

10 – IL FEMMINISMO.. 57

11 – I LAVORI PUBBLICI 63

LA ZAPPA DI LEGNO.. 69

 


ANAGOGICA

 

Opere di Bruno Camaioni

Notizie sull'autore

 

Bruno Camaioni è nato a Grottammare (AP) nel 1917, si è laureato in Lettere all'Università di Roma nel 1940, ha insegnato in varie città italiane, ed era preside di un liceo classico quando è andato in pensione. Ha scritto diverse opere (poesie, romanzi, studi sul Manzoni, opuscoli su argomenti religiosi ecc.) che non ha mai pubblicato, facendole circolare solo tra parenti, amici e conoscenti.

Uno di costoro, ritenendo che esse siano interessanti e anche formative per i valori che inculcano, ha preso l'iniziativa di metterle man mano in rete, affinché chiunque le possa leggere liberamente e senza spese.

 

Note sul diritto d'autore

 

Delle opere pubblicate di Bruno Camaioni ne è consentita la copia e la distribuzione gratuita, su qualsiasi supporto, preservandone l'integrità (inclusa la presente dicitura) e citandone l'autore.

 

Altre opere attualmente disponibili in rete (anche attraverso eMule):

Il Problema del Male - Riflessioni; Eremita a Orgosolo - Romanzo; L'Aiuola Contesa - Romanzo; Riassunto de "I Promessi Sposi" - con commento estetico e morale; I Personaggi de' "I Promessi Sposi" - Saggio; I Doveri del Cristiano - Saggio; L'Antico Testamento - Tutta Parola di Dio? - Saggio; La Chiesa di Cristo e la Mondanizzazione -Saggio; Il Messaggio di Dante - Saggio; Una vita interessante - Luigi Mercantini Il Tirteo Marchigiano - Biografia; Historia Magistra - Saggio; Le meditazioni di Dante nel Purgatorio - Saggio; Idee non politicamente corrette I parte - Saggio; Poesie Varie.

 

Le opere sono depositate.


1 – PREFAZIONE

 

 

 

Presentando la prima parte di questo opuscolo, ne ho promesso un seguito se avessi trovato un po’ di ascolto. Mi accontentavo di cinque lettori, dato che il grande Manzoni se ne auspicava venticinque per il suo «romanzetto dove si parla di promessi sposi» (Giusti). Mi hanno detto che finora i miei sono anche più di cinque, e quindi mi sento in dovere di mantenere la promessa, anche se mi costa non poca fatica, alla mia età e nella mia condizione fisica. Ma il buon Dio mi conserva ancora l’uso della mente e della memoria, e io devo usare finché posso questi due modesti talenti.

Innanzi tutto però voglio salutare e ringraziare questi miei pochi lettori, che per loro bontà mi dedicano un po’ del loro tempo; io li considero miei amici (anche se forse non sono d’accordo con me) e auguro loro tanta buona salute e serenità di spirito.

Essi sanno che da me non si possono aspettare grandi idee. Per queste ci sono gli specialisti laureati e certificati; se vogliono sapere di religione ci sono i tanti teologi delle varie scuole; se amano la sapienza ci sono gli innumerevoli filosofi con tutti i loro «ismi»; se cercano la scienza ci sono  ogni anno una dozzina di premi Nobel; se cercano le idee politicamente corrette ci sono infine i «maestri di pensiero», i giornalisti, specialmente i direttori di testate, gli editorialisti e gli opinionisti.

Il nostro bel mondo abbonda di questi VIP, i quali assicurano «le magnifiche sorti e progressive»(Leopardi) della nostra fortunata società.

Io invece parlo, o meglio converso, con quelli che mi vogliono ascoltare, di argomenti che stanno a cuore o interessano parecchi, senza alcuna pretesa di essere originale o profondo o esaustivo, ma al solo intento di riflettere un po’ su di essi senza pregiudizi o condizionamenti. Mi accontento anche di mettere qualche pulce nell’orecchio, per provocare una reazione o una risposta o almeno una riflessione.

Ho fatto questa premessa, per avvertire «i dotti di questo mondo» che non ardirei mai confrontarmi con loro, perché certamente mi subisserebbero con la loro dottrina. Ma per mia fortuna nemmeno loro si confrontano con me, perché mi darebbero una qualche importanza anche se negativa. Essi sanno bene che il miglior modo per annichilire qualcuno è obliterarlo; e io sono contento di essere obliterato da loro, e letto solo da poche persone «semplici e ingenue» come me.

E ora comincio con un’altra filza di idee non politicamente corrette.



2 - LA LEGGE BASAGLIA

 

 

 

Franco Basaglia (Venezia 1923-1980) ha acquistato una grande notorietà per le sue idee sulla malattia mentale, idee che, essendo politicamente corrette, sono sfociate nella legge 180 del 13 maggio 1978, nota come legge Basaglia.

La convinzione base del dottor Basaglia, che fu per 18 anni direttore di manicomi, è bene espressa in questa sua affermazione:

«La follia è una condizione umana. In noi la follia esiste ed è presente come lo è la ragione. Il problema è che la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia.»

Entro certi termini possiamo condividere il pensiero del Basaglia. Tutti abbiamo un fondo di follia nell’animo: chi è folle nelle spese, chi è folle in amore, chi è folle nelle imprese o intraprese o ardimenti, o anche nella generosità e nell’altruismo. I mistici sono anch’essi folli di amore divino.

Anch’io nel 1973 fui un po’ folle a dare a uno che mi chiedeva aiuto tutti i miei risparmi (lire 2.5oo.ooo) a tamburo battente, senza chiedere neppure una semplice firma. Volevo obbedire a Gesù che dice:

«Da’ a chiunque ti chiede; e a chi prende del tuo, non richiederlo» (Lc 6,30).

Quel tale non si fece più vivo, e quei milioni andarono «in gloria Patris.»

Non mi sono mai pentito di quella mia follia, del tutto innocua, e forse benefica. Ma cosa ben diversa da questa follia è la pazzia dovuta a una lesione cerebrale, a una corruzione dei neuroni, per cui chi ne è affetto perde il controllo di sé, cioè della propria coscienza e delle proprie azioni, per cui diventa pericoloso per sé e per gli altri, a cominciare dai propri familiari.

Allora il malato di mente deve essere accolto in una struttura che lo curi e lo preservi dal far male a sé o agli altri.

Per curare i maniaci, cioè i pazzi, prima della legge Basaglia c’era il manicomio, parola greca che significa semplicemente «ospedale dei pazzi».

Bisogna riconoscere che i manicomi, dipendenti e amministrati dalle province, spesso di scarse risorse, erano molto malmessi, in edifici spesso fatiscenti, con servizi igienici inadeguati, personale scarso e mal preparato, con medici non specializzati, mal pagati e perciò demotivati, per cui il manicomio veniva considerato come un carcere o anche peggio. Il malato veniva tenuto buono con tranquillanti o con scosse elettriche, e se dava in escandescenze veniva contenuto con la famigerata «camicia di forza» o addirittura legato su un apposito letto. Sicché la sola parola manicomio suonava come minaccia e orrore.

Si doveva portare un rimedio, ma come?

Si sarebbe dovuto creare vere case di cura, vere cliniche specialistiche, con medici e infermieri specializzati, con strutture efficienti per attuare cure psico-fisiche adeguate. Ma in Italia le riforme si fanno distruggendo, cancellando, mai costruendo o innovando. E innanzi tutto si doveva cancellare l’odioso termine manicomio, sostituendolo con «servizio psichiatrico», l’offensiva parola «pazzia» con malattia mentale, chiudere le strutture manicomiali, e guai a utilizzare diversamente i malfamati edifici, e anche guai a costruire nuovi ospedali psichiatrici, guai a istituire negli ospedali generali divisioni o sezioni psichiatriche e utilizzare come tali divisioni o sezioni neurologiche o neuropsichiatriche! (legge 180 art. 7).

La malattia mentale sarebbe una malattia come tutte le altre, che può essere curata a casa e in ambulatorio, come la maggior parte delle malattie. Qualche volta anch’essa richiede un ricovero, ma di breve durata, non più di sette giorni. E la povera famiglia con un pazzo in casa, anche per ottenere questa breve requie per sé e per il congiunto, si deve sottoporre a un iter burocratico non facile a seguirsi, di cui schematicamente cerco di tracciare il tragitto:

1 – proposta dal medico curante al sindaco

2 – provvedimento del sindaco per il ricovero

3 – convalida di un medico incaricato del SSN

4 – notifica, entro 48 ore dal ricovero, da parte del sindaco, e tramite messo comunale (non raccomandata!) al giudice tutelare competente per territorio

5 – Il giudice tutelare, entro le successive 48 ore, deve dare o negare la convalida, con decreto motivato, al sindaco richiedente

6 – In caso di non convalida il sindaco ordina la dimissione del degente.

7 – Se la convalida è concessa, ma i sette giorni non bastano alla guarigione del malato, per cui necessita un prolungamento della degenza, il sanitario responsabile del servizio psichiatrico deve, in tempo utile, formulare una proposta motivata al sindaco

8 – Il sindaco  deve a sua volta darne comunicazione al giudice tutelare entro 48 ore e sempre per mezzo del messo comunale.

L’omissione di una sola di queste belle scartoffie da far viaggiare nei tempi e modi prescritti «determina la cessazione di ogni effetto del provvedimento e configura, salvo che non sussistano gli estremi di un delitto più grave, il reato di omissione di atti di ufficio» (art.3, ultimo comma).

Questo è l’apparato burocratico che avviluppa la decantata legge, nella quale nell’art. 1 ci sono delle affermazioni giuste, ma del tutto ovvie, come il «rispetto della dignità della persona e dei diritti civili e politici garantiti dalla Costituzione, compreso per quanto possibile il diritto alla libera [ma da parte di chi?] scelta del medico e del luogo di cura.» Inoltre il malato «ha diritto di comunicare con chi ritenga opportuno». Infine: «Gli accertamenti e i trattamenti sanitari obbligatori [quali?] devono essere accompagnati da iniziative rivolte ad assicurare il consenso e la partecipazione da parte di chi vi è obbligato.»

Belle intenzioni, buone parole, ma questo è tutto. Di concreto c’è che il pazzo prima o poi deve tornare a casa, a carico della famiglia, con qualche visita ambulatoriale che non può risolvere la situazione. E se il malato è, come si dice, un pazzo melanconico sognatore, viene curato in casa con pena ma senza pericoli; se però è uno squilibrato o un pazzo furioso allora povera quella famiglia!

Io ho sentito le lamentele e le proteste di tante famiglie lasciate a se stesse con questi infelici membri di casa, i quali spesso feriscono o si feriscono, uccidono inconsapevolmente o talora vengono anche uccisi da chi non resiste più, per mettere fine a queste tragedie di cui la decantata riforma è la causa.

Invece di distruggere i manicomi, occorreva soltanto migliorarne progressivamente le condizioni ambientali, modernizzare le strutture, gli apparati, aggiornare le cure, utilizzare personale preparato e motivato; insomma trattare umanamente e curare con amore questi infelici. E se si riesce a guarirli, perché non farli tornare in famiglia? Ma occorre sempre vigilarli e seguirli anche appoggiandosi al volontariato civile o religioso che è spiritualmente motivato.

Come si è visto, la legge 180 è confusa e macchinosa, e in definitiva non si sa quali siano le strutture che prendono il posto dei famigerati manicomi. Forse essa è chiara ed esaustiva per i “dottori sottili”, ma all’uomo comune, come sono io, appare anche contraddittoria.

 Infatti, mentre l’art. 6 prescrive che negli ospedali generali individuati dalle regioni e dalle province autonome di Trento e Bolzano «entro sessanta giorni dall’entrata in vigore della presente legge devono essere istituiti specifici servizi psichiatrici di diagnosi e cura», l’art. 7 recita: «è in ogni caso vietato istituire negli ospedali generali divisioni o sezioni psichiatriche.»

Qui stiamo giocando con le parole: «specifici servizi psichiatrici di diagnosi e cura» devono essere istituiti negli ospedali generali, ma è vietato «istituire negli ospedali generali divisioni o sezioni psichiatriche.»

 Servizi psichiatrici sì, divisioni o sezioni psichiatriche no.

Ma i «servizi psichiatrici» non potranno essere che «divisioni o sezioni psichiatriche» ( o reparti o settori o come diavolo vogliamo chiamarli) degli stessi ospedali, dato che ospedali psichiatrici isolati non ne devono esistere, perché potrebbero ricordare i famigerati manicomi.

Ma non bastava per farci sbalordire la farragine, confusione e contraddizione della legge 180 del 1978. La legge 833 dello stesso anno aggiunge ancora altre cose; mi limito a citarne alcune:

1.      «Chiunque può rivolgere al sindaco richiesta di revoca o modifica del provvedimento con il quale è stato disposto o prolungato il trattamento sanitario obbligatorio.» (art. 33, 3° comma)

2.      «Sulle richieste di revoca o modifica il sindaco decide entro dieci giorni» (art. 33, ultimo comma), e il provvedimento deve essere motivato e comunicato al ricorrente per mezzo di messo comunale entro 48 ore.

3.      E’ ammessa la «degenza ospedaliera solo se esistono alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, se gli stessi non vengano accettati dall’infermo» e se non esistano «idonee misure sanitarie extraospedaliere». (art. 33, 4° comma)

4.      «Chi è sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio, e chiunque vi abbia interesse, può proporre al tribunale competente per territorio ricorso contro il provvedimento convalidato dal giudice tutelare» (art. 35, comma 7)

Si instaura insomma un processo di secondo grado. Questa volta il ricorrente può presentare il ricorso, per fortuna, non personalmente a mano, ma con raccomandata AR, e non è obbligato a metterci l’avvocato, ma farsi rappresentare «da persona munita di mandato scritto in calce al ricorso o in atto separato.»

Il presidente del tribunale fissa la data dell’udienza (si spera non alle calende greche come è costume della nostra brava Magistratura), e il cancelliere del tribunale deve comunicare tale data «alle parti nonché al pubblico ministero»; si presume con raccomandata AR ma non è specificato (cosa che desta meraviglia, data la accuratezza e meticolosa completezza della nostra legislazione, che vanta più di 25.000 leggi!)[1]

Ognuno può immaginare l’iter di questa procedura, data la solerzia e meticolosità dei nostri giudici, e non voglio stancare il pur volenteroso lettore con questa tiritera infinita.

Ma voglio aggiungere che, se per caso deve adottare il provvedimento di ricovero il sindaco di un comune diverso da quello di residenza del malato, la procedura si complica, e si complica ancor di più se si tratta di un cittadino straniero, perché allora bisogna trattare con la rispettiva ambasciata o almeno col consolato competente.

In conclusione la legge Basaglia, con l’aggiunta della legge 833, ha solo sulla carta risolto, e in modo molto lambiccato, il problema del disagio comportamentale o malattia mentale (guai a parlare grecamente di mania o latinamente di pazzia, ammessa solo l’estrosa follia); ma in re  le cose sono peggiorate.

Si sono fatte solo delle belle chiacchiere,  sfoggio di dottrina, affermazioni di principio sprecate, perché ovvie per tutti. Le sfortunate famiglie che sono gravate da questo penoso problema non sanno dove sbattere la testa tra tanta burocrazia.

Ricorrendo a una similitudine (permettetemela, è la prima volta che ne uso), un tempo il disagiato mentale entrava come in un vecchio convento, dove dei frati torzoni gli offrivano un cibo piuttosto grezzo, con un trattamento qualche volta poco caritatevole, ma non lo cacciavano via; adesso il poveretto, dopo un lungo attendere eseguendo una complessa procedura viene finalmente accolto come in un bell’albergo, con tante confortevoli camere accessoriate, con camerieri in frac e guanti, con cuochi diplomati, ma il trattamento così pomposamente annunciato, viene servito col contagocce e per pochi giorni , dopo di che lo sfortunato deve tornarsene mogio mogio a casa sua, perché non c’è più posto in albergo per lui.

E’ una similitudine un po’ stiracchiata, ma che volete, non sempre esse riescono bene; non riuscivano sempre perfette neppure al grande Manzoni.

Ho dunque poca ammirazione per questa decantata legge, anche se ho molta stima per lo psichiatra che gli ha dato il nome.

Egli fu direttore di manicomio, per otto anni a Gorizia, per due a Colorno (Parma), per altri otto a Trieste. In questi manicomi egli attuò una prassi innovativa di cura, sintetizzata nel termine di «comunità terapeutica», che mirava a recuperare il recuperabile nei suoi malati, sollecitandoli con la pittura e il teatro e inserendoli in una cooperativa di lavoro capace di produrre oggetti o eseguire servizi, regolarmente retribuiti. Inoltre eliminò la brutale contenzione fisica, le terapie elettroconvulsivanti, aprì i cancelli delle camerate e dei reparti, promosse il ritorno in famiglia almeno per alcuni giorni, coll’accordo dei familiari, dei degenti ritenuti non pericolosi.

Questa era la strada maestra per trasformare a poco a poco il famigerato «carcere» in una vera clinica psichiatrica moderna ed efficiente.

Naturalmente le province (o il SSN) dovevano mettere in bilancio le somme occorrenti per ammodernare le strutture, renderle pienamente funzionali, accrescere e preparare meglio il personale addetto. Insomma «riformare» dall’interno il necessario servizio e non limitarsi a distruggerlo senza costruire alcunché.

Come mai non si è seguita questa via?

In Italia si fa sempre così: per controllare la prostituzione si sono cancellate le «case chiuse»; per venire incontro a certi problemi di coppia, si è istituito il divorzio, che ha distrutto l’unità familiare; per ovviare agli aborti clandestini si è istituito l’aborto legale, pagato dallo Stato; per cautelarsi dai pericoli delle centrali nucleari, si sono cancellate le poche centrali che avevamo, e che ora, ancor chiuse, abbiamo sul groppone per la continua manutenzione e lo smaltimento delle scorie.

Fu una grande sciocchezza far decidere la chiusura delle centrali da un referendum popolare, indetto poco dopo la paurosa catastrofe di Cernobyl (1986) che inquinò anche gran parte dell’Europa Centrale, compresa l’Italia. Il popolo italiano, oltremodo spaventato, votò per la chiusura delle nostre centrali, facendo un gran piacere ai paesi confinanti (Slovenia, Svizzera e specialmente Francia) che ci hanno circondato di decine di centrali atomiche vendendoci l’energia prodotta. E giacché ho toccato questo argomento del nucleare voglio aggiungere un codicillo.

Oggi si dice che bisogna tornare al nucleare, ma che purtroppo per costruire una centrale ci vogliono quindici anni in Italia, mentre in Francia ne bastano cinque, e in Giappone addirittura solo tre. Non ci vergogniamo di essere così arretrati? Se davvero siamo così incapaci e infingardi, facciamo costruire le centrali ai Giapponesi, persone così simpatiche e affidabili, che incrementano tanto il nostro turismo.  E così, se siamo tanto incapaci da non saper smaltire la nostra «monnezza», diamone l’appalto ai Tedeschi che la sanno utilizzar molto bene, sono seri e puntuali, e anch’essi non disdegnano le nostre plaghe e ci portano un po’ di valuta.

Il declino dell’Italia è ormai inarrestabile e andrà avanti sino alla cancellazione della nostra stessa nazione, se non si verifica una reazione di orgoglio di tutti i bravi cittadini, i veri italiani che non sono pochi, ma che sono oggi subissati dai molti cialtroni che dominano la scena nazionale con le loro chiacchiere pompose.


 

3 – LA POLITICA

 

 

 

La «Politica» è un’opera di Aristotele (384-322 a.C.), in otto libri, la quale tratta del governo della polis cioè della città-stato. Essa non ci insegna un granché, essendo basata sulle condizioni socio-economiche del suo tempo.

Per esempio egli ammette la schiavitù, perché i pesanti lavori manuali non dovevano essere espletati dal polites, il cittadino «optimo jure» consapevole dei suoi diritti e doveri, proprietario di beni (se non altro la casa), e quindi con una certa sicurezza economica che gli permetteva di dedicarsi al bene comune (res publica).

Il pater familias è sovrano nella sua casa, ma la sua autorità sulla moglie è ragionevole (come un presidente di repubblica su un suo primo ministro), mentre quella sui figli è assoluta (come di un re sui sudditi).

Aristotele non accetta la concezione comunistica di Platone, espressa nella sua «Repubblica» (ma poi modificata nelle «Leggi»), per cui erano «in comune» tutti i beni, comprese le donne e i figli. Per Aristotele la proprietà privata e la famiglia monocratica sono i fondamenti della polis.

Riguardo al reggimento egli ne considera le tre forme classiche: la monarchia (che si corrompe nella tirannide, il peggiore di tutti i regimi), l’aristocrazia (che si corrompe nella oligarchia), la repubblica (che si corrompe nella democrazia).

Quest’ultima affermazione ci fa non poca meraviglia, e per capirla dobbiamo esporre l’intero concetto del filosofo. Per lui la repubblica è lo Stato come cosa pubblica, cioè di tutti ugualmente, di ogni ceto sociale, mentre la democrazia è il potere del popolo, cioè la classe medio-bassa della popolazione, non tutta la popolazione della polis.

E quindi il regimen optimum è per lui una sintesi armoniosa di monarchia, aristocrazia e repubblica, in modo da assicurare l’equilibrio politico e la concordia sociale. Per Aristotele l’uomo, per natura, è un animale sociale, che non può vivere isolato, per cui si unisce prima alla sua donna e forma una coppia, poi ha dei figli e quindi forma una famiglia, e infine si unisce alle altre famiglie e forma una comunità, la quale richiede regole condivise per una pacifica e collaborativa convivenza. 

Ma lasciamo stare il filosofo il quale non ci può essere molto utile per la politica di uno stato moderno, che ha ben altri problemi di quelli della città-stato, della Polis, la quale era, per antonomasia,[2] Atene, il capoluogo dell’Attica, che aveva allora poco più di centomila abitanti, compresi i meteci (= forestieri) e gli schiavi.

Nella prima parte di questo opuscolo, a cominciare dalla pagina 7, ho trattato a lungo della democrazia, dimostrando che non è affatto l’«optimum regimen», che anch’essa si corrompe, e in realtà nei nostri tempi si è quasi dappertutto corrotta o in oclocrazia (dominio della massa) o in oligarchia (dominio dei poteri forti: finanziari, economici, industriali, commerciali e mediatici). Tra i poteri forti in Italia ci sono anche la Magistratura e gli uomini politici, o per meglio dire i politicanti.

Sono quelli che fanno carriera nei partiti e con i partiti giungono al potere, che gestiscono non per il bene comune, ma per il proprio «particulare», e per distribuire prebende ai loro accoliti. Infatti la politica è dominata dalla partitocrazia, e i partiti più forti sono quelli che ingannano meglio il popolo promettendo «mari e monti», sfruttando o il sentimento religioso o l’anelito alla giustizia sociale, che sono molto vivi in gran parte del nostro popolo.

Nei partiti poi si formano le correnti, perché i vari ras si vogliono creare le loro nicchie protettive, per poter mercanteggiare nella formazione del Governo, e assicurarsi le poltrone migliori per sé e i principali accoliti.

Questi non sono politici nel senso vero, ma veri furbastri, marpioni che sanno illudere e sfruttare i sentimenti profondi del popolo a loro solo beneficio.

Nell’Italia del dopoguerra si sono affermati due grandi partiti, la Democrazia cristiana che ha sfruttato il sentimento religioso, e il Social-comunista che ha sfruttato la richiesta impellente di una maggiore giustizia sociale. Hanno riscosso ambedue un grande successo, specie il primo, ma il secondo è stato vicino a scavalcarlo nel consenso popolare. Poi entrambi si sono corrotti, dimenticando i loro nobili e meritori ideali, e pensando solo all’arricchimento e al potere.  Sicché a un certo punto il popolo si è accorto dell’inganno e li ha abbandonati. La Democrazia Cristiana è andata in frantumi, che ora tentano invano di riappiccicarsi; dell’Unione popolare social-comunista i socialisti sono scomparsi, i comunisti, più abili, si sono riciclati più volte, cambiando nome e simbolo; ma sono stati ugualmente smascherati e bocciati dagli elettori.  

Quei pochi che nei due partiti erano veramente in buona fede, cioè credevano profondamente ai loro ideali di «bene comune», o sono stati emarginati o si sono allontanati dal loro partito che vedevano irrimediabilmente corrotto e mendace.

Dalla Democrazia Cristiana si allontanarono, tra i maggiorenti, La Pira e Dossetti, tra i militanti molti sconosciuti tra cui anche il sottoscritto, che dal 1944 al 1952 aveva dato anima e corpo all’affermazione dell’ideale democristiano, rischiando per esso per ben due volte la vita.

Naturalmente i «dritti», i fini politici, gli istrioni molto abili si sono salvati  anche nel naufragio e sono ancora sulla cresta dell’onda mediatica, recitando bene la loro parte anche in ruoli completamente diversi. Se guardo a tutti i politici che si sono susseguiti nei ruoli primari nell’Italia del dopoguerra, io ne ammiro solo uno, Alcide De Gasperi, che era veramente capace, disinteressato e in buona fede; ma proprio  per questo fu silurato dal suo stesso partito che ormai voleva il potere per il potere proprio e non per il bene comune, per cui lo statista trentino era di ostacolo per gli ambiziosi suoi colleghi, a cominciare dal suo sottosegretario.

Nel periodo dell’Italia monarchica un vero politico altamente benemerito fu il Cavour; un altro fu Giovanni Giolitti, il quale fece delle buone riforme, riuscì a pareggiare il bilancio statale e a modernizzare l’Italia, perché era un ottimo amministratore; meno lodevole fu come statista, perché corruppe la dinamica parlamentare col clientelismo e perseguì una stolta politica di prestigio con la sciagurata impresa di Libia.

L’odierna nostra classe politica è un’accolta di vocianti; l’Italia è uno stivalaccio che rischia di perdere le sue parti, e non può essere accudita che da ciabattini; ma anche i ciabattini sarebbero benemeriti se riuscissero a ricucire bene gli strappi, a rinforzare suole e tacchi, a mettere buone pezze di rinforzo alla tomaia e al gambale.

Ma non sono capaci di operare, ma solo di blaterare.

La nostra democrazia è in realtà una partitocrazia, e i rappresentanti del popolo, quelli da lui deputati a governare, sono eletti dai partiti e non dal demo, il popolo cosciente e partecipe.

Questa è la realtà di cui dobbiamo prendere atto, anche se non ci piace.

Il Parlamento, eletto dai partiti, è lui che legifera, è il potere legislativo. Camera e Senato si rincorrono e si accaniscono intorno alle stesse leggi, rendendole sempre più complesse, confuse e anche contraddittorie, per accogliere tutte le istanze clientelari e dei poteri forti, dei quali la stampa e le televisioni sono validi strumenti.

All’opinione pubblica si decantano le leggi, si esalta il gran numero di leggi varate, come se da questo dipendesse l’efficacia del potere legislativo.

Io, e non sono il solo, valuterei questa efficacia e utilità dal numero delle leggi abrogate, perché le troppe e vane leggi rendono il Paese ingovernabile, e offrono un comodo alibi ai magistrati e agli avvocati per tirare in lungo anche i processi criminali in cui c’è un crimine accertato e magari anche confessato; non parliamo poi di quelli indiziari che durano anni con continui rinvii, perizie e controperizie, e i due gradi di giurisdizione. E come se questi due travagliati parti giudiziari non bastassero, c’è sempre l’ineffabile Cassazione pronta a cancellare i verdetti per qualche piccolo vizio di forma (un bollo, una firma, una ricevuta, un avviso non mandato), per cui il processo civile o penale deve ricominciare da capo e, in quelli penali, i malavitosi sono scarcerati per decorrenza dei termini detentivi.

In questo bailamme giudiziario ci gongolano sia i giudici, che trovano riposante questo tran tran processuale sino alla sospirata e ricca pensione, sia gli avvocati che si assicurano buoni proventi per anni e anni.

Io non voglio demonizzare né i giudici né gli avvocati in blocco; tra essi ci sono molte bravissime persone che prendono la loro professione come una missione e talora (specie i magistrati) pagano il loro impegno civile anche con la vita. Ma il fatto è che il potere giudiziario non funziona, anche per la pletora delle leggi. Come il Manzoni fa dire all’avvocato Azzeccagarbugli, oggi «a saper maneggiare le gride (=leggi) nessuno è innocente e nessuno è reo.» Tutto sta nel saper scovare la legge o leggina o decreto (che c’è sempre, basta scartabellare) che serve a incriminare o ad assolvere.

In Italia ci sono –vigenti- più di 25.000 leggi; qualche esperto della materia ha detto che buona parte di esse dovrebbe essere abrogata, e qualche uomo politico ha anche promesso di effettuare questa necessaria potatura per evitare che l’albero della nostra Repubblica crolli sotto il peso degli infiniti pendagli appesi ai suoi rami.

Riguardo alla necessità di abbandonare il sistema bicamerale, riducendo anche il numero (e le indennità) dei deputati, ho già parlato nella prima parte e non voglio ripetermi.   


4 – IL POTERE ESECUTIVO

 

 

 

Mentre il potere legislativo deve fare le leggi, quello esecutivo le deve attuare, ché altrimenti anche una buona legge resterebbe «lettera morta». Per attuarle c’è il Governo.

In questi ultimi anni i Governi che si sono susseguiti non hanno fatto altro che inflazionare i ministeri, regalando poltrone, se non erro, a 24 ministri e a più di cento sottosegretari con relative ricche prebende, presumendo di risolvere in tal modo i problemi del Paese. E come se i ministeri non bastassero ad accontentare tutti gli aspiranti, ecco create le «Autorità». Chiedo venia agli Italiani che ormai si pavoneggiano con termini stranieri, per cui dire italianamente Autorità è dire un bel niente; solo dicendo Autority si risolve il problema.

Per esempio, dire che bisogna tutelare il privato (o la privatezza) del cittadino non serve a nulla; mentre affermare il diritto alla privacy realizza lo scopo.

Allo stesso modo festeggiare o celebrare il «giorno della famiglia»è cosa ridicola, mentre il «Family day» assicura ai nuclei familiari ogni sostegno.

Anche i ministeri si adeguano a questo taumaturgico risolutore verbale, per cui un ministro «della previdenza e assistenza» non approderebbe a nulla, mentre se si pavoneggia come Ministro Welfare risolve tutti i problemi dei lavoratori e dei bisognosi.

Di questa moda di civettare con le parole, affossando la bella lingua italiana, intendo parlare più avanti più esaurientemente. Per ora dico soltanto che questi tali che usano questi termini (politici, giornalisti, presentatori, filosofi, perfino teologi!) sono dei provinciali che credono di nobilitare in tal modo il loro insulso discorso.

La Francia fa molto bene a difendere la sua bella lingua neolatina dall’invadenza anglosassone; non è sciovinismo, ma vera civiltà culturale che sa porre argini efficaci all’incultura degli orecchianti presuntuosi e ignoranti.

Ma torniamo al Governo. I ministeri necessari per la sua operatività sono una diecina, tra i quali i principali sono quello dell’Economia (che ingloba Tesoro, Finanza e Fisco), quello degli Interni e quello degli Esteri.

Su quello dell’Economia non oso parlare, essendo un profano; dico soltanto che il fine di un bravo ministro di questo dicastero è quello che, nel nucleo familiare,  è di un buon «pater familias», cioè procurarsi sicure entrate, controllare le spese e fare innanzi tutto quelle necessarie, solo dopo quelle utili, e in ultimo, se rimangono fondi di cassa, quelle voluttuarie; ma non ammettere sprechi.

Le entrate dello Stato derivano dalle tasse che i cittadini pagano in modo diretto e indiretto.

E’ ovvio che la pressione fiscale deve essere oculata e moderata, perché a strizzarla troppo la mammella erogatrice si inaridisce e non dà più latte. Così anche l’asino gravato da eccessiva soma crolla a terra e così si perde bestia e carico.

Le spese più necessarie per la nazione sono quelle che mirano al benessere sociale, alla sicurezza e alla salute. Queste spese sono gestite da Ministeri appositi, e non intendo dilungarmi troppo in proposito.

La sicurezza pubblica è oggi il problema più sentito, perché in Italia alla malavita endemica si è aggiunta quella importata, che ha invaso la penisola. Infatti l’Italia è certamente il paese privilegiato dai malavitosi, europei ed extraeuropei, perché qui è facilissimo entrare, nascondersi, rapinare, stuprare e uccidere con molta speranza di farla franca. E scorrazzare da clandestini malavitosi è facile. E anche se si viene arrestati, la nostra «civiltà giuridica e carceraria» assicura una pronta scarcerazione, se non altro perché le carceri scoppiano, e bisogna dare libera uscita a una parte dei detenuti con provvedimenti di amnistia o indulto.

L’ordine pubblico è affidato ai carabinieri e alla polizia e, in certi ambiti, anche alla Guardia di Finanza.

Purtroppo l’Italia, fin dal suo costituirsi a nazione, ha lo svantaggio di avere per la sicurezza interna un duplice corpo, polizia e carabinieri. La situazione si è aggravata quando la Polizia ha ottenuto di togliersi  le stellette (con la sua disciplina militare piuttosto severa), ed è diventato un corpo civile di «vigilanti»che hanno la facoltà non solo di scioperare ma anche di manifestare contro lo Stato che li mantiene. La sicurezza dei cittadini e l’ordine pubblico postulano un solo corpo e militarizzato, e questo non può essere che quello dei Carabinieri.

Dunque i poliziotti dovrebbero diventare carabinieri e riprendere le stellette, simbolo della necessaria disciplina militare. Certamente non lo vorranno, perché essi si sono ormai abituati a una certa libertà operativa e anche negoziale, per mezzo dei loro sindacati, che possono mercanteggiare col Governo anche le loro incombenze istituzionali.

Allora che si potrebbe fare?

La situazione attuale è insostenibile, perché i due corpi si sovrappongono, qualche  volta si fronteggiano o entrano in competizione, e in definitiva non si sa mai quale dei due corpi debba intervenire nelle varie emergenze, per cui qualche volta intervengono entrambi ma senza coordinamento (e magari sparandosi a vicenda, è successo), e qualche altra volta non interviene nessuno, presumendo l’uno che l’intervento sia pertinenza dell’altro. Un certo scontento c’è anche per la retribuzione, non sempre uguale a uguali livelli di impiego e gradi di carriera, e specialmente per il progresso della stessa carriera, più controllato nei Carabinieri, più agevole nella Polizia, per interferenze politiche. 

Io proporrei una soluzione un po’ salomonica. Siccome i Carabinieri sono per tradizione più radicati nel territorio, in quanto ogni paese ha la sua «stazione»dell’Arma Benemerita, assegnerei ai soli Carabinieri tutti i comuni sino a 200.000 abitanti, mentre per quelli maggiori i  carabinieri avrebbero solo determinate branche della sicurezza, come controllo delle armi e degli esplosivi, indagini criminologiche, alimentari, antispionaggio ecc.

E’ solo una proposta, che a molti apparirà ingenua oltre che irrealizzabile; ma il problema delle due Polizie c’è, e almeno si dovrebbe attuare un coordinamento operativo veramente efficace tra esse, e anche un’uguaglianza di trattamento e di carriera, ad evitare scontenti.

Anche il Ministero degli Esteri ha una grande importanza. L’Italia è un paese pacifico, che non aggredirà mai un altro paese e, credo, non sarà mai aggredito. Quindi il Ministro degli Esteri, che nel passato tesseva alleanze politiche, militari, commerciali e doganali, oggi ha solo il compito di assicurare l’amicizia con tutti i paesi, stringere con loro accordi culturali e magari di assistenza per quelli più svantaggiati. Il prestigio di una nazione si assicura con un comportamento rispettoso e solidale con tutti i popoli.

In questi ultimi decenni i nostri Governi hanno creduto di guadagnare prestigio internazionale mediante le «missioni militari» all’estero, anche di migliaia di uomini, come in Afganistan, Iraq, Libano e Kosovo, di decine o centinaia in altri paesi. Sono chiamate missioni pacifiche, assistenziali, di interposizione tra popolazioni discordi; ma in quei paesi sono considerate e viste come tentativi di colonizzazione e dominio. Il vero interesse nazionale è di ritirarle subito, quelle massicce e quelle sparute. Ci costano molto e non giovano a quei paesi, dove gran parte della popolazione non le gradisce e le combatte anche col terrorismo; e infatti abbiamo avuto decine di morti per attentati in questi paesi che noi vorremmo civilizzare, pacificare e portare alla democrazia. La democrazia non si esporta e tanto meno si impone; essa deve nascere e crescere nei popoli per evoluzione interna e col progresso culturale, in una dinamica politica che si esprima autonomamente.

Secondo il mio modesto parere queste truppe (complessivamente circa 10.000 uomini) dovrebbero essere ritirate e utilizzate in patria per la sicurezza pubblica. Penso che questi soldati volontari non rifiuterebbero di entrare nella gloriosa Arma dei Carabinieri, e come tali essere utilizzati lungo il nostro confine e tutte le nostre coste per contrastare l’immigrazione clandestina, che a poco a poco ci invade per incrementare le varie mafie già liberamente operanti in questa Italia che è diventata la sentina non solo dell’Europa, ma del mondo intero.

Il vero prestigio di una nazione è l’ordine interno, la disciplina civile, la pulitezza materiale e morale. Come possiamo acquistare prestigio con la delinquenza imperante, con la corruzione dilagante, con la «monnezza» che ormai soffoca non solo la Campania ma anche altre regioni e città, compresa la capitale?

E giacché ho parlato dei nostri soldati, mi piace aggiungere un corollario.  

E’ stato abolito il servizio di leva, e si è creato un esercito volontario, professionale (così lo vantiamo) ma in realtà mercenario, perché ragazzi e ragazze si arruolano per una mercede. Si dice per un servizio alla Nazione, alla Patria armata; ma in realtà qual è questo servizio? In difesa di chi o di che cosa? C’è qualche nazione che ci vuole far guerra? E noi vogliamo far guerra a qualcuno? Per Costituzione e per convinzione l’Italia rinnega la guerra.

I Carabinieri, corpo armato, servono per l’ordine pubblico; ma i soldati guai a usarli per l’ordine pubblico! Tutt’al più possono servire come piantoni ai portoni di qualche edificio pubblico, per pura scena. Per puro prestigio poi teniamo una pattuglia acrobatica (causa anche di qualche gravissimo incidente) e centinaia di corazzieri a piedi e a cavallo con la loro mitica banda e le splendide e costose uniformi.

A che scopo?

Per il prestigio di una nazione che non è più una nazione. Per la guardia e la vigilanza del Quirinale basterebbero poche diecine di agenti di polizia o di carabinieri ordinari.

Perché tanto spreco di risorse per questo vuoto apparato?

Gli stranieri ridono giustamente di noi quando mostriamo questi bei giovanotti con le loro splendide uniformi, o esibiamo la nostra magnifica pattuglia tricolore, e poi siamo affogati nella monnezza e dominati dalle varie mafie, con i magnaccia, le prostitute e gli spacciatori di droghe a ogni angolo di strada.

Se non si vogliono né si temono guerre, come è per noi oggi, l’esercito con armi, caccia bombardieri, carri armati e navi da guerra sono perfettamente inutili; servono soltanto carabinieri, agenti di polizia e molte corvette per pattugliare le nostre coste ora indifese e aperte agli sbarchi dei clandestini.

Nella situazione attuale un certo tipo di Esercito io lo vedo come un Genio Militare numeroso, efficiente e fornito di tutto l’armamentario necessario per intervenire nelle emergenze e negli scioperi generali, affinché il Paese non resti paralizzato nei suoi servizi pubblici essenziali.

Abbiamo visto come più volte l’Italia è rimasta paralizzata nelle ferrovie, tram, aeroporti e Tir, con gravissimi danni anche per l’economia nazionale e l’approvvigionamento alimentare. Se in quei casi un efficiente Corpo di Genio Militare avesse potuto far funzionare col proprio personale specializzato le ferrovie, i trasporti urbani e commerciali, gli aeroporti, almeno per i servizi essenziali e più urgenti, il Paese non sarebbe stato messo in ginocchio da alcune sigle sindacali e dai vari padroni e «padroncini» che monopolizzano i trasporti su strada.

Per quanto ne so, attualmente il Genio Militare ha solo sparuti reparti storici dell’Arma (zappatori, pontieri, radiotelegrafisti ecc.), oltre ai pochi ferrovieri che gestiscono in Piemonte una linea secondaria di scarsissima importanza e quindi di poca complessità tecnica e operativa.

Invece bisognerebbe incrementare queste specializzazioni sia per il numero sia per la preparazione accurata del personale, sia con tutte le attrezzature necessarie per i vari interventi «di emergenza» nel territorio. Pensiamo soprattutto a terremoti catastrofici (possibili in Italia che è nota zona sismica) a inondazioni devastanti (pensiamo al Polesine e a Firenze), ai vasti incendi estivi dei boschi.

Ridimensionando e specializzando in tal modo il nostro Esercito, provvederemo ai vari bisogni del Paese e nello stesso tempo opereremo risparmi da utilizzare nella costruzione delle infrastrutture necessarie e nel completamento delle opere pubbliche da tempo iniziate e mai completate (pensiamo alla Salerno-Reggio Calabria).

Sul ponte di Messina le opinioni sono discordi; io, per quanto ne posso capire, penso che sia utile (se non necessario); ma d’altra parte sono spaventato dalla lentezza del lavoro italiano. Infatti per il ponte si parla di quindici anni per la sua realizzazione. Se è proprio così, è una ulteriore prova della incapacità dei nostri imprenditori.

Forse questa incapacità non è congenita, ma acquisita, dovuta al cancro della mafia, il mostruoso parassita, la diabolica piovra che oggi in Italia paralizza tutto il lavoro produttivo.

In questo caso la colpa è del Governo e della Magistratura, che non sanno o non vogliono o non possono estirpare col bisturi questo tumore maligno che produce effetti così devastanti.

L’Italia è orgogliosa di essere nel prestigioso G8, tra gli otto Paesi più industrializzati del mondo, come loro si credono, e l’Italia si vanta di essere, mentre ormai i più grandi sono Cina e India, e forse il Brasile come terzo. L’Italia è in declino, presto sarà cancellata dal consesso delle Potenze mondiali, entrando nel «secondo mondo» o forse, col tempo, nel terzo. Gran parte degli Italiani non si accorgono di questo declino e continuano a blaterare di prestigio, di civiltà giuridica e carceraria, dei diritti degli animali, delle provvidenze in difesa dei lupi e degli orsi, e dimenticano i tanti bambini poveri che ci sono anche da noi, bisognosi di alimentazione e di educazione.

Per molti italiani gli animali sono più importanti degli esseri umani; guai ad abbandonare un cane o un gatto, ma i bambini poveri si possono abbandonare al loro triste destino, esposti alle violenze anche sessuali degli adulti.

Lo sdegno che provo per tanta insipienza ammantata di sapienza mi fa forse esagerare, ma in fondo dico delle verità che molti riconoscono, ma non osano dirle per non essere emarginati, obliterati e definiti cretini, fessi, mentre i dritti per tornaconto si intruppano nel corteo dei vocianti proclamatori delle idee politicamente corrette.

Dalle considerazioni che sopra ho fatto sull’Esercito qualcuno può pensare che io ce l’abbia con esso per qualche motivo, forse personale. Tutt’altro. Io per l’esercito, patriotticamente inteso, ho avuto una vera devozione sin da adolescente.

Nel 1937, al secondo anno di Lettere, andai sotto le armi volontario, desideroso di servire la Patria, mentre avrei potuto rimandare il servizio militare alla fine del corso di laurea, praticamente sino al 1941. Intendevo fare il professore, l’educatore dei ragazzi, ma sentivo che dovevo alla Patria il mio servizio.

Alla Scuola Allievi Ufficiali di Fano fui il primo del corso, e poi risultai il primo d’Italia come punteggio di nomina su migliaia di sottotenenti sfornati nel 1937-38 dalle tante Scuole Allievi Ufficiali di Fanteria che c’erano allora in Italia. Ho prestato 3 anni e otto mesi di servizio prima da sottotenente e poi da tenente. Congedato alla fine della guerra (30 giugno 1944) fui in seguito nominato capitano per le mie ottime referenze militari.

Nel 1960, se ricordo bene, mi fu prospettata dal Ministero della Difesa la nomina a maggiore, ma dovevo accettare un richiamo di tre mesi. Rinunciai e non ebbi il grado. Mi sembrava insulso ottenere il grado di ufficiale superiore, che non sarebbe servito ad altro che a far spendere una sommetta allo Stato, perché io, professore ordinario di ruolo A, avrei avuto per tre mesi lo stipendio del servizio docente (che non avrei prestato) e del servizio militare, che all’Esercito repubblicano non sarebbe servito a nulla. Preciso repubblicano, in quanto il servizio precedente lo avevo prestato nell’esercito regio e, durante quel servizio, ebbi modo di vedere da vicino Mussolini, Hitler, il re Vittorio e il Principe Umberto, col quale ebbi anche un breve colloquio nel giungo del 1940.

Sono sicuro che al leggere la mia proposta di abolire i corazzieri, così belli e sfarzosi, molte persone, specialmente donne, mi prenderanno per un pericoloso disfattista, dato che, di bello, noi Italiani abbiamo ormai solo i corazzieri, che sono Carabinieri.

Lo stesso avverrebbe se io proponessi ancora, come mi sembra di aver fatto in un mio precedente opuscolo, l’abolizione delle guardie svizzere da parte della Curia Romana. Mi ricordo che un’amica, sentendo quella mia proposta, mi disse quasi scandalizzata: «Ma professore, ma che sei eretico? Non mi toccare le guardie svizzere! Se togli quelle, in Vaticano ogni bellezza finisce, e finisce pure la religione cattolica. Ma che sei matto?»

Così sarò pazzo anche a proporre l’abrogazione dei Corazzieri del Quirinale; per tanti sarebbe togliere ogni prestigio e dignità alla Presidenza della Repubblica, col pericolo di far cadere nel fango anche la Repubblica. Ma io non temo di essere definito matto o pazzo, dato che il dottor Basaglia dice che la follia esiste in noi come la ragione, perché è una condizione umana. (vedi pag. 7).


5 – IL POTERE GIUDIZIARIO

 

 

 

Il terzo potere costituzionale è non meno importante degli altri due. 

E’ inutile avere buone leggi, e solerte polizia, se poi le infrazioni alla legge non sono tempestivamente rilevate e sanzionate col necessario rigore, non solo per punire il colpevole ma anche per ammonire quelli che sarebbero portati a imitarlo, quando vedessero che quello con cavilli e garbugli riesce sempre a farla franca.  

Tutti vedono che in Italia, paese erede dei Romani, famosi per la codificazione del diritto, c’è una evidente e conclamata «civiltà giuridica», tanto efficiente e preponderante da annullare la stessa giustizia.

Infatti “Summum jus, summa iniuria”.

E l’iniuria non è l’offesa, l’insulto o lo sberleffo, ma la non-juria, cioè l’ingiustizia.

Il buffo è poi che questi magistrati, quando si riuniscono in tutte le sedi giudiziarie per celebrare in pompa magna l’apertura dell’anno giudiziario, assisi solennemente sugli scranni con i loro purpurei mantelli ermellinati e i loro ridicoli tocchi lasagnati, applaudono convinti la concione dei loro presidenti i quali lamentano sempre la lentezza e l’inefficienza dell’azione giudiziaria, come se essa dipendesse da altri e non proprio da loro.

Un’altra cosa buffa è che in queste solenni e insulse cerimonie perditempo anche di altri organismi importanti (bancari, economici, sindacali e delle varie Autorità che deliziano la nostra Amministrazione), il presidente in carica legge una relazione già distribuita scritta a tutti i presenti, come se questi dovessero non apprendere verità o programmi, ma solo controllare il tono appropriato della voce e l’esattezza della pronuncia. Questa tuttavia è spesso marcatamente regionale, specialmente siciliana o napoletana o fiorentina o piemontese.

Naturalmente i vari presidenti degli organismi giudiziari accusano sempre le strutture, la carenza di personale o di attrezzature informatiche o di fondi adeguati per esperire tutte le consulenze necessarie. Qualcheduno, mi sembra,  ha anche accusato le molte e confuse leggi.

Se lo ha fatto ha pienamente ragione, ma solo in questo. Le leggi sono, dicono, più di venticinquemila, e quasi tutte (specialmente quelle recenti) hanno un regolamento di attuazione,  poi ci sono i vari codici (civile, penale, commerciale, e ora anche quello europeo sfornato a ruota libera da Bruxelles e Strasburgo), con le loro sofisticate procedure, improntate quasi sempre all’ideale libertario e garantista. Per queste procedure meticolose e formalistiche avviene che un assassino pluriomicida, colto magari in flagranza di reato o comunque confesso, prima viene arrestato, poi un giudice deve confermare l’arresto e dare al reo un avvocato pagato dallo Stato, se il reo non vi provvede di tasca sua, come avviene quasi sempre per i clandestini. Naturalmente l’avvocato produce subito ricorso al tribunale del riesame. Se anche questo conferma l’arresto, l’avvocato chiede prima l’arresto domiciliare poi la perizia psichiatrica appellandosi all’infermità o seminfermità di mente; se questa non viene riconosciuta dal perito d’ufficio, l’avvocato fa fare una controperizia.

Poi c’è finalmente il dibattito in aula! Ma che finalmente!

Comincia un’altra sceneggiata con i testimoni dell’accusa e della difesa, che talora sono decine se non centinaia. Se l’accusa è confermata, l’avvocato chiede il trasferimento del processo ad altra sede per incompatibilità ambientale. Si rifà tutto da capo. Dopo mesi o anni ascoltati tutti i testimoni il pubblico ministero pronuncia la sua requisitoria, che talora dura per più udienze; poi l’avvocato difensore pronuncia la sua arringa, poi il collegio giudicante si chiude in camera di consiglio, dove può rimanere anche più giorni (con vitto e alloggio di albergo a quattro stelle), poi finalmente si ha la sentenza.

La causa è chiusa?

Macché, è appena cominciata.

Infatti il presidente della corte deve scrivere una lunga relazione (se non è almeno di un centinaio di pagine è considerata superficiale ed è bocciata dalla stampa), spiegando tutte le motivazioni della sentenza, praticamente ripercorrendo – a penna – tutto l’andamento del dibattito. Incredibile ma vero: siccome un giudice, dopo tanti anni, non aveva completato e depositato le motivazioni della sentenza, un assassino è stato scarcerato per decorrenza dei termini! Plaudiamo al giudice da Guinness.  

Il giudice ha tutto l’interesse ad allungare il brodo, perché così si assicura il meritato riposo. E mentre lui si crogiola vergando scartoffie inutili (la sentenza è già stata resa ed è irrevocabile), l’avvocato difensore ricorre in appello. E’ suo interesse: si assicura così il prolungamento del suo mandato e l’impinguamento delle sue parcelle.

Infine si va alla Cassazione, che spesso cassa  la sentenza di secondo grado per qualche sciocchezza (una firma, una ricevuta, un avviso di ritorno, un bollo mancante o di gomma e non metallico, che quel tale ufficio non aveva ancora ricevuto).

E’ insomma una bella e infinita sceneggiata che piace a tutti: ai giudici che appaiono in televisione, agli avvocati che accrescono i loro guadagni e la loro notorietà, ai giornalisti che hanno di che scrivere articoli (che sono quasi sempre o di cronaca rosa e pettegola o di cronaca nera o di cronaca giudiziaria), alle reti televisive che riprendono tutta la rappresentazione e la trasmettono giorno dopo giorno. Sicché il pluriomicida diventa un uomo famoso, un divo televisivo e molte donne si innamorano di lui, scrivendogli struggenti letterine, e molti ragazzi si propongono di imitarlo, per diventare anch’essi famosi.

Infatti si diventa famosi non solo andando nell’isola apposita, ma anche facendo qualcosa di strano, originale, straordinario o orripilante nel campo del crimine. Non ho esagerato: è cronaca di tutti i giorni.

Io della televisione vedo solo i telegiornali, per sapere se la terra gira ancora; ma spesso non ne vedo nessuno, tanto sono schifato anche da essi.     

Infatti è quasi tutta cronaca nera (stupri, omicidi, orrori); quella che non è nera è dedicata ai VIP e alle mode, ai comportamenti più insulsi e immorali, alle volgarità.

Parlo della RAI, pagata coi nostri soldi.

Ma torniamo alla Magistratura: è una classe non tanto riverita, ma certamente forte, più potente di quella politica. Infatti, mentre un Ministro non può incriminare un magistrato, questi può diventare celebre incriminando un Ministro, costringendolo anche alle dimissioni. E così i magistrati acquistano visibilità mediatica, che è quella che più conta su questa terra. Infatti se non appari spesso in televisione o almeno -in fotografia- sui giornali e sulle riviste, tu non esisti, sei un nessuno. Tale sono io, e mi sta bene.

I procuratori diventano più presto famosi incriminando principi e personaggi di spicco, perché in tal modo essi entrano nell’alone mediatico di questi VIP.

La Magistratura è stata definita una casta; lo è certamente ma non del tutto, perché alla casta si appartiene per nascita, mentre nella Magistratura si entra per cooptazione, anche se questa avviene spesso nell’ambito della famiglia e della parentela. Alcuni la indicano come una setta; anche questo solo in parte è vero; infatti la setta ha una religione, talora malvagia come quella delle «bestie di Satana», talora innocente come quella dei «testimoni di Geova», mentre la Magistratura non ha alcuna religione.

E’ più esatto considerarla una società che amministra un capitale importante, non acquisito dai soci, ma regalato dallo Stato, che loro dovrebbero amministrare per il bene pubblico, ma che talora amministrano per quello privato.

Questa società si autogoverna e autoregolamenta col suo Consiglio Superiore che dovrebbe vigilare sulla sua efficienza e correttezza, ma che bada più che altro a mantenere e ad accrescere i privilegi e le immunità della casta.

Qualcuno penserà che io abbia qualche personale risentimento contro la Magistratura. Per niente affatto. Tra i magistrati conosco delle bravissime persone, come anche tra gli avvocati, che non sono tutti degli Azzecca-garbugli. Con la magistratura ho avuto a che fare due volte, per questioni di poco conto, e debbo riconoscere che essa in quei casi agì con grande correttezza.

La prima volta fu quando, preside del liceo classico di Brindisi, fui accusato di condotta antisindacale. Io, che avevo agito più che correttamente, volevo difendermi da solo, senza avvocato, come si faceva nell’antica Atene. Infatti non misi nessun avvocato; allora intervenne il Provveditore, che interessò un avvocato dello Stato. La sentenza fu che il preside Camaioni aveva agito con assoluta ed encomiabile correttezza.

La seconda volta fu a proposito di un fitto, per causa di mia moglie. Essa aveva ereditato un appartamento, da anni dato in affitto dalla madre per un canone mensile modesto, che mia moglie non aumentò. Ma siccome essa cercava di venderlo avendo bisogno di liquidi, l’inquilino, spinto dal nipote avvocato, le intentò causa per l’equo canone, reclamando fantastiche somme per tutto il pagato in più sin dall’inizio dell’affitto.   

Questa volta necessariamente ci dovetti mettere non solo l’avvocato, ma anche il perito; ci fu anche «l’incidente probatorio» (che bella parola!), e alla fine il pretore sentenziò che, secondo l’equo canone, quel fitto avrebbe dovuto essere superiore; si trattava infatti di un appartamento grande, su due piani e con numerosi balconi. Comunque ci rimisi dei bei soldi, ma non per colpa della Magistratura, bensì per un legale che voleva solo piantar grane nel proprio interesse. Il nostro avvocato difensore era però un brav’uomo, da me molto stimato.

Quindi è chiaro che non ce l’ho né con la Magistratura né con l’Avvocatura per risentimento, ma per motivi obiettivi e di interesse pubblico.

Un amico, ascoltando questa mia quasi requisitoria, mi ha detto scherzando:

«Non c’è due senza tre. Vedrai che tornerai ancora una volta in tribunale, perché qualche PM ti incriminerà per offesa alla Magistratura e oltraggio al Presidente della Repubblica, che è il capo di essa come Presidente del Consiglio Superiore.»

Mi piacerebbe molto; così almeno si parlerà un poco anche di me, e i miei soliloqui diventeranno «colloqui». Ma non credo di ottenere questo bel risultato perché, anche se per caso un PM leggerà su Internet le mie parole, si guarderà bene dal rilevarle: il miglior modo per annichilire una persona è ignorarla.

In Magistratura si entra vincendo  un concorso; i partecipanti ad esso vengono valutati da una commissione, i cui membri sono nominati dalla stessa magistratura, nella quale dominano le correnti più o meno forti, e ognuna di esse ha i suoi raccomandati, e i vincitori dei concorsi saranno quelli cooptati dalla casta o imposti da altri poteri forti, politici, economici, massonici ecc.

Io ho conosciuto giovani preparatissimi e di ammirevole limpidezza morale, che però sono stati inesorabilmente bocciati più di una volta, perché erano privi dei requisiti a cui ho accennato.

Anche nella Magistratura, come nella Avvocatura, ci sono delle distintissime persone che sono riuscite a entrare in quella classe per solo merito personale e che considerano il loro lavoro come una missione; sono dei «cani sciolti» che veramente cercano di difendere la gente dai «lupi»; ma quasi sempre essi vengono emarginati, comunque non sostenuti e difesi dai colleghi, e finiscono con l’essere sbranati dai lupi, insomma uccisi.

Ma a parlare della Magistratura non la finirei più, tante sono le cosette da dire, ma non posso tralasciarne qualcuna.

Per le immondizie di Napoli e della Campania si sono nominati commissari e super-commissari straordinari. Si è messo in mezzo anche un generale del genio Militare quasi a voler dimostrare la forza della legge e la necessaria fermezza. Per smaltire almeno temporaneamente i rifiuti, dato che anche il termovalorizzatore da tempo in costruzione è contestato, bisognava o riaprire discariche chiuse o approntarne delle nuove in siti appropriati. Ma tutti i comuni interessati si sono opposti, la Magistratura compiacente ha chiuso o richiuso le discariche, e ha incriminato per «abuso dei poteri» il valente generale che cercava di risolvere, almeno in parte, il problema.

La situazione è tragica, ma anche un po’ buffa: i Napoletani piangono miseria, ma evidentemente consumano molto, a stare alle montagne di rifiuti che producono, forse non solo consumando, ma anche sprecando. Ma i loro rifiuti non li vogliono in nessuna parte, e nemmeno i termovalorizzatori che produrrebbero energia elettrica, perché secondo loro puzzano, e loro la puzza sotto il naso non la vogliono; la vogliono mettere sotto il naso degli altri. E per protesta danno fuoco alle immondizie ammonticchiate ai lati delle strade, producendo diossina, veleno che inquina anche il terreno.

Ma che bravi, che dritti; sono veramente da ammirare da parte nostra, poveri fessi. Ovviamente non accuso i Napoletani, ma i malavitosi che li dominano.

Ora chiudo, augurandomi che nessun camorrista legga queste parole, perché allora rischierei certamente la vita: essi non tollerano offese alla loro «onorata società».

Tra i mezzi di potere della Magistratura c’è anche il loro lessico talora arcano; ho accennato all’incidente probatorio; la gente pensa a qualche scontro con morti e feriti; rasserenatevi, gente, è solo una bella scena in cui le due parti (accusatori e accusati) si confrontano con i loro periti d’ufficio e di parte, e si verbalizzano le deposizioni degli uni e degli altri, che così diventano ufficiali e possono essere utilizzate nel processo, mentre tutto ciò che è extra-giudiziale, come le dettagliate denunce della Polizia, non sono utilizzabili, e neppure le confessioni, se fatte ai carabinieri prima del processo; sicché l’accusato in aula può ritrattare tutto e proclamarsi innocente. E così i processi penali, anche per delitti acclarati, non finiscono mai.

Anche il chiamare un giudice PM (Pubblico Ministero) è buffo: è infatti un termine astratto che fa pensare a un Ministero governativo, che si occupi di qualche branca della pubblica amministrazione. Invece è un magistrato in carne e ossa della Procura, cioè un Procuratore come era chiamato una volta, il quale ha il potere di incriminare chiunque, ad libitum.

Tutte le volte che un’operazione chirurgica non riesce bene (e qual è  il chirurgo che ha sempre successo?), che avviene un crollo, un incidente sul lavoro (talora dovuto a imprudenza o inesperienza o presunzione dell’operaio), un incendio, un terremoto (un maremoto no, perché per fortuna nel Mediterraneo ne è avvenuto uno solo, più di tremila anni fa) un uragano, un’alluvione, una inondazione, una slavina con morti e feriti, subito il solerte P.M., cioè in concreto il Procuratore della Repubblica emette i suoi bravi avvisi di garanzia contro i responsabili, anche se sono ignoti. 

Credo che prima o poi avverrà che, per qualche terremoto o eruzione vulcanica catastrofica (sul tipo di quella del Vesuvio del 79 d.C.) il bravo Procuratore, non potendo mandare l’avviso di garanzia al vulcano esploso, lo manderà a Domineddio, inoltrandolo per mezzo dell’Ufficiale giudiziario al Papa che ne fa le veci su questa terra. Date le premesse, ciò si potrebbe verificare, e il Procuratore che lo farà sarà proclamato il Procuratore non dell’anno, ma del secolo, anzi di tutti i secoli.

Ma è ora di lasciare queste fanfaluche e parlare di cose più serie. 


6 - LA SCUOLA

 

 

 

La scuola è, con la sicurezza e la sanità, l’istituzione più importante per uno Stato.

Ma la scuola deve servire non solo per l’apprendimento di nozioni e l’acquisizione di competenze specifiche, ma anche e soprattutto per la formazione del carattere e quindi per una completa educazione civica e morale. Siccome il Governo Fascista aveva chiamato il Dicastero a ciò preposto Ministero dell’Educazione Nazionale, la Repubblica ha subito cancellato questa denominazione che ai democratici puzzava di Stato Etico, nazionalismo e statalismo.[3] E oggi la Scuola impartisce tante nozioni, fa acquisire varie competenze, offre nel curricolo scolastico svariate educazioni (artistica, musicale, stradale, religiosa, ecologica, sessuale ecc.), ma non impartisce l’educazione senza etichetta, cioè la formazione dell’uomo e del cittadino.

Che vuol dire formare l’uomo? Renderlo cosciente dei talenti che possiede, cioè l’intelligenza e il libero arbitrio, doni che hanno tutti gli uomini, di qualunque razza e colore, che quindi egli deve considerare come uguali e rispettare come cittadini. Deve poi capire che ha una responsabilità personale, è libero di agire ma seguendo la retta ragione, ché altrimenti negherebbe la sua dignità umana e sarebbe animale bruto.    

Formare il cittadino significa fargli capire che vive in una società organizzata, la quale gli offre gratuitamente tante istituzioni e strutture per tutelare la sua sicurezza, la sua salute e la sua istruzione, e che ha verso questa Nazione, in cui è nato e cresciuto, il dovere della fedeltà e della lealtà, dando la sua quota per le spese pubbliche, per le prestazioni che lo Stato offre, e anche per l’aiuto ai concittadini meno fortunati.

Una volta il cittadino doveva fare anche il servizio militare per la difesa della Patria, oggi dovrebbe sentire il dovere di fare volontariamente il servizio civile per i casi di emergenza, cioè quando gli organismi istituzionali non riescono a far fronte a calamità straordinarie, come inondazioni, terremoti, epidemie.

Deve capire che la sua libertà è limitata dall’altrui uguale libertà, che i suoi diritti non sono assoluti, ma relativi, cioè limitati dagli uguali diritti degli altri. Deve aver cura di tutti i beni pubblici (ferrovie, strade, ponti, edifici e monumenti) e del suo stesso corpo, che è un bene sociale, dato che lui fa parte di una società che lo ha accolto e protetto. Un ragazzo che si droga, rovinando in tal modo il suo corpo e diventando un rudere a carico dello Stato e un pericolo per gli altri, è uno che non è stato educato ai doveri verso se stesso; egli rende infelice la sua famiglia e diventa anche pericoloso per la società tutta.

L’educazione è un’opera non facile, specialmente oggi. Un tempo la famiglia e anche la Chiesa avevano una notevole influenza sul bambino e sull’adolescente.  Anche il servizio militare  obbligatorio, se ben prestato e con ufficiali preparati, serviva a far acquisire al giovane la nozione del dovere e della disciplina, e anche il senso di responsabilità e lo spirito di sacrificio per aiutare i bisognosi di sostegno.

La Scuola allora non era frammentata come oggi, aveva insegnanti più preparati e più motivati, spesso dei veri modelli di vita che gli alunni cercavano di imitare per la loro esemplarità.

L’educazione impartita dalla Chiesa nella parrocchia con gli oratori, il catechismo, le omelie, le quaresime predicate e gli esercizi spirituali completavano l’educazione, dando ad essa un afflato religioso che diventava una guida sicura per il cittadino, rendendolo onesto, laborioso, utile a sé e alla società tutta, a cominciare dalla propria famiglia, a cui era di sostegno e consolazione.

Oggi invece molti ragazzi e giovani sono la disperazione delle loro famiglie, perché drogati o bulli o piccoli delinquenti (furti, rapine, violenze, danni vandalici ecc.) che si avviano a diventare i grandi delinquenti che sono il tumore maligno del corpo sociale.

La Chiesa con le parole e con l’esempio inculcava la regola d’oro del comportamento morale insegnataci da Gesù:

«Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro.» (Mt 7,12 - Lc 6,31)

E’ una norma onnicomprensiva, risolutiva di ogni dubbio comportamentale; è anche una norma di ragione, perché la retta ragione, che ci dice che tutti gli uomini sono uguali, ci impone di non fare agli altri quello che non vogliamo che gli altri facciano a noi. Questo è implicito nella norma (il non fare), ed è sufficiente per la civile convivenza. La regola positiva (il fare) realizza la concezione religiosa della vita, cioè la vera sequela del Cristo. Infatti Egli ci impartisce la norma sublime, quella attiva, che supera l’egoismo innato nell’animo umano. Infatti tutti vorremmo essere aiutati nei nostri vari bisogni, mentre non sempre sentiamo  il dovere di aiutare gli altri; lo sentiamo solo se siamo veri cristiani e quindi disposti a sacrificarci per i fratelli. Infatti il cristiano considera gli altri uomini non solo come uguali da rispettare, ma anche come fratelli da amare.

Oggi la legge impone l’istruzione obbligatoria sino a 16 anni, ma incentiva e facilita tutti ad arrivare al diploma, cioè alla maturità e oltre. Infatti si moltiplicano le università per laureare, se non tutti, certamente gran parte dei diplomati. La civiltà e il progresso di una nazione è valutata in base alla percentuale dei laureati (e anche a quella dei computer e dei telefonini).

Io non sono affatto d’accordo con questa politica scolastica. Questi tanti laureati poi restano in parte disoccupati, mentre l’Italia già adesso ha tanto bisogno di artigiani, agricoltori, operai comuni e specializzati, i quali trovano subito ingaggio e sono anzi ricercati.

Come Carlo V dopo una vittoriosa battaglia, per dare un contentino ai suoi soldati disse «todos caballeros»; così oggi l’Italia, volendo assurgere ai primati della cosiddetta civiltà, proclama «tutti laureati». Laureati di che? per fare che cosa? Questa della laurea generalizzata è una insulsaggine; si devono laureare solo i capaci, nelle branche richieste dalle industrie e dai servizi, e nel numero ragionevole per un (quasi) sicuro impiego. In caso contrario creiamo degli spostati, dei frustrati che poi magari evaderanno nella droga o si sfogheranno nel ribellismo o si attiveranno nel frodare e nel malaffare.

Per avere dei bravi artigiani, dei buoni operai specializzati (elettricisti, saldatori, tornitori, tubisti, idraulici ecc.) occorre un po’ di scuola e molta pratica. Questi  mestieri si imparano bene non sui libri, ma con la pratica, cioè col tirocinio nell’officina o nella bottega, sotto la guida dell’esperto «maestro».

Secondo me l’obbligo scolastico dovrebbe fermarsi al 14° anno, per permettere a chi lo vuole di entrare in un’officina, in una bottega artigiana, in un opificio per fare il suo tirocinio e il suo apprendistato, e così diventare un bravo artigiano o operaio specialista, che troverà un lavoro quasi sicuro e anche ben remunerato. Molti ragazzi non gradiscono gli studi teorici, ma hanno capacità manuali e vorrebbero eseguire determinati lavori, ai quali si sentono inclinati; perché costringerli ad arrivare alla maturità, per poi accedere a una facoltà universitaria del tutto demotivati?   

La decantata e sospirata laurea è solo un pezzo di carta, se non c’è la competenza accompagnata da inclinazione naturale per quella determinata disciplina. Tra i tanti lavoratori specializzati richiesti dall’economia italiana ci sono gli infermieri e le infermiere.

E’ vero che dedicarsi ai malati richiede una certa vocazione, che non tutti hanno; ma è anche vero che molti sono dissuasi dall’intraprendere questo tipo di lavoro, perché oggi in Italia per diventare infermieri bisogna frequentare tre anni di corso per una laurea breve, sicché è preferibile per molti allungare di qualche anno l’Università e diventare medico, con una bella laurea da appendere al muro, come stemma nobiliare.

 Infatti questa non vale niente se non è seguita da una specializzazione, che richiede altri 5-6 anni ancora, nei quali lo specializzando è fortunato se lucra qualche borsa di studio e qualche altro sussidio vicino ai mille euro mensili. E anche quando è finalmente specializzato, non per questo ha un lavoro sicuro, un’assunzione certa in qualche ospedale o clinica pubblica o privata. Quasi sempre si deve accontentare di un lavoro precario.

Insomma lo specialista è fortunato se riesce a sistemarsi a 30-35 anni.  

Sicché in Italia abbiamo troppi medici e pochi infermieri. Perciò gli ospedali, per sopperire alle loro urgenti necessità, devono assumere infermieri del terzo mondo, che hanno ottenuto nei paesi di origine un diploma con un corso facile e breve che dà poche garanzie. Come si può rimediare?

Non capisco perché a formare un infermiere siano necessari tre anni di corso universitario; secondo me ne basterebbe uno solo, scolastico, cioè prevalentemente teorico, in aula, e un secondo in corsia come tirocinio; al termine del tirocinio i medici del reparto esprimeranno il giudizio sul corsista; se favorevole, egli sarà assunto come infermiere di 1° livello, cioè quello adibito ai servizi più comuni: igiene e trasporto dei malati, alimentazione ecc.

Se poi vuole diventare di 2° livello, egli affronterà dei corsi appositi e sosterrà gli esami necessari. E’ chiaro che gli infermieri di sala operatoria, di rianimazione, di diagnostica, di dialisi e i caposala devono avere una preparazione superiore, che ho chiamato di 2° livello e, se è necessario, anche una di  3° livello, da ottenere mediante opportuni corsi ed esami. Se questo fosse il curricolo dell’infermiere, egli potrebbe cominciare a guadagnarsi il suo stipendio già a 20-21 anni, mentre il «dottore» specialista sarà fortunato a guadagnarselo a 30-31. Di conseguenza molti ragazzi e ragazze sarebbero incentivati a intraprendere questa attività.

I Soloni  della Sanità, voglio dire quelli ministeriali e accademici (quelli ospedalieri forse no) rideranno di queste mie ingenuità;  per loro va bene così, e magari pensano sia giusto allungare ancora i vari corsi, per avere personale sempre più specializzato e preparato, mentre mancano gli infermieri-inservienti di corsia.

E, ingenuità per ingenuità, ne dico un’altra.

Perché nella Facoltà di Medicina, nel biennio, si richiede tanta Fisica,tanta Chimica, tanta Anatomia? Sono tutti insegnamenti teorici, nozionistici, mnemonici. Per la Fisica e la Chimica basterebbe un inquadramento di base, mirato alla Medicina, perché la fisica e chimica particolari si apprenderanno poi, in pratica, nelle varie cliniche, nella diagnostica e nelle analisi richieste dalle specifiche terapie.

Così anche, per l’Anatomia, è tanto importante, per formare il bravo medico, imparare a memoria il nome di tutti i nervetti, i piccoli muscoli, le minime particelle di ogni organo e i singoli ossicini?

E’ uno sforzo mnemonico fine a sé stesso; gran parte di quella nomenclatura, che è costata tanta fatica a ficcarla in testa per superare il gravoso esame, viene dimenticata da chi si dedicherà poi alla cura di un determinato organo o apparato o funzione, di cui allora conoscerà i minimi particolari, essendo il suo campo di cura o diagnostica, e non sarà grave danno se dimenticherà qualche termine di quello che non riguarda il suo ambito terapeutico. Dimenticherà qualche nome, non certamente la funzione e le operazioni di ogni organo del corpo umano.

Quello che ho detto per la Facoltà di Medicina, lo dico anche per molte altre Facoltà, anch’esse oberate di materie e di esami, che poi diventano  «esamicchi», quasi uno ogni mese, per apprendere nozioni superficiali che poco hanno a che fare con le discipline principali del corso di laurea, le quali raramente vengono approfondite, anche per mancanza di tempo, dato il molto sprecato nelle molte materie aggiunte solo per dare un’apparenza di completezza, mentre tolgono profondità agli insegnamenti-base della Facoltà.

Del resto la completezza non si può mai raggiungere, perché il progresso tecnico e scientifico, industriale e commerciale, finanziario e bancario, e i continui aggiornamenti e cambiamenti che avvengono nei vari campi dell’attività umana fanno sì che non si può mai raggiungere nel corso di laurea la totalità delle competenze. Bisogna insegnare, nei vari campi, le nozioni fondamentali e il metodo, e naturalmente gli indirizzi principali e ormai generalizzati; saranno poi i laureati a trovare l’innovazione nei vari campi entrando nelle aziende e nei laboratori di ricerca, cercando sempre di scoprire, inventare o cambiare le metodiche e  gli strumenti.

Perciò stimo inutile moltiplicare  le Facoltà, come anche il numero delle Università. Queste ormai spuntano come funghi in città e cittadine, con docenti improvvisati e certamente non vagliati, data la libertà di assunzione di questi  atenei, che servono per dare un posto a docenti disoccupati ed elargire lauree a tutto spiano; e quando gli Italiani saranno «tutti laureati», l’Italia sarà finalmente un paese civile e felice.

Se poi dalle Università scendiamo ai gradi inferiori dell’Istruzione, vediamo che l’indirizzo è sempre lo stesso: moltiplicare, inflazionare,   appiccicare materie, come se tutto il progresso cognitivo venga dalla quantità e non dalla qualità degli insegnamenti. Quando io ho fatto le elementari, lo scolaro aveva per cinque anni lo stesso maestro o maestra, i quali, come genitori di complemento, guidavano l’alunno alla conoscenza della lingua patria e all’acquisizione delle nozioni fondamentali nel campo della matematica, delle scienze, della geografia, della storia, dell’igiene e del civismo.

Nelle elementari c’erano talora docenti preparatissimi e  motivati, che lasciavano negli scolari impronte indelebili, inculcando i valori della civile convivenza e del patriottismo.

Oggi lo scolaro è affidato a più insegnanti (almeno due), e poi si vuole che apprenda subito l’Inglese e il computer, come se questa lingua e questo aggeggio elettronico fossero fondamentali per la formazione dell’uomo e del cittadino, alla quale deve soprattutto mirare la scuola elementare e media. Lo scolaro impara qualche parola, qualche saluto o frase in Inglese e trascura la sua bella lingua materna, della quale spesso non conosce che un centinaio di parole, le più comuni e usuali, e soprattutto le «parolacce», che sente più spesso anche in classe.

Il computer poi (che anche noi Italiani faremmo bene a chiamare elaboratore elettronico come i Francesi) abitua o invita più al gioco che all’apprendimento, e il ragazzo si disabitua a usare il suo cervello, che è il più meraviglioso elaboratore di idee e risolutore di problemi.   

In tal modo il cervello è anchilosato, la ragione, l’intelligenza, grandioso dono di Dio, è messa in disuso, e si ragiona solo con l’elaboratore, e se questo si guasta o non c’è corrente elettrica, non si è capaci più di ragionare e di risolvere i problemi e le operazioni anche più semplici.

Al ragazzo si affida poi immancabilmente il telefonino, possibilmente quello dell’ultimissima generazione, che è anche macchina fotografica, da ripresa e di collegamento con Internet. E così il ragazzo si diverte col telefonino, gioca per mezzo di esso, fa il bullo in classe e fuori per riprendere con esso le sue bravate e metterle su Internet.

Ci meravigliamo poi se i nostri ragazzi crescono così scioperati, maleducati, esibizionisti e vuoti di valori?

La famiglia, anche se non si è sfasciata o disarticolata per le recenti innovazioni progressive, difficilmente riesce a opporsi a questo andazzo ormai  generalizzato e inculcato dai media, specie dalla televisione, che ama trasmettere le bravate di questi bulli, spesso violenti, specie in branco, capaci anche di ferire, stuprare, rapinare e qualche volta uccidere.

Manca oggi il tempo educativo. La famiglia, specialmente se lavorano padre e madre, per gran parte della giornata affida il figliolo prima all’asilo, poi alla scuola elementare, poi  a quella media e superiore. 

Il bambino o ragazzo torna a casa nel pomeriggio, e in casa, stando solo, prima si rimpinza di merendine e dolciumi (onde l’obesità crescente), poi si sdraia davanti al televisore, o si mette a giocare col cellulare o l’elaboratore o addirittura, se ha il modem, cerca contatti spesso pericolosi o entra in Internet in cerca di avventura, e scopre prima o poi i siti malfamati del sesso e della pedofilia. 

Chi educa? La scuola sarebbe la meglio deputata, dal momento che tiene il ragazzo per maggior tempo.

Ma la scuola non può educare perché è frantumata.

Il ragazzo della media ha tanti professori, una diecina, dei quali la maggior parte fanno due ore la settimana;[4] si dice ore per modo di dire: sono generalmente di 50 minuti, e se il professore vuol fare l’appello e scambiare qualche battuta, per conoscenza, con ognuno, l’ora diventa sì e no una mezz’oretta, e poi viene il cambio.

Altro professore, altro contatto; nella giornata i contatti sono quattro o cinque, ma nessuno di essi accende la luce intellettuale e tanto meno quella civica e morale.                 

E poi ci sono le altre delizie, specie nelle scuole pubbliche: gli scioperi o dei professori o degli alunni, i ponti, le settimane bianche, le elezioni (che bloccano molte scuole per quattro giorni), e magari qualche inondazione o incendio nella scuola procurato da studenti vandali, e allora le lezioni cessano almeno per una settimana: quod erat in votis!

Non voglio continuare su questo tema che per me, che sono stato professore e preside per 40 anni, è troppo penoso.

Ma devo accennare a un altro problema: la conoscenza della nostra lingua. E’ una lingua meravigliosa, varia, melodiosa, espressiva, che possiede circa 150.000 vocaboli di uso comune e molti di più se consideriamo tutti quelli specialistici delle varie professioni, scienze e tecniche (marineria, esercito, aviazione, filosofia, teologia, mestieri ecc.)

Ebbene, io ho constatato che anche al liceo la maggior parte degli studenti, di tutta questa ricchezza idiomatica-semiotica, conosce sì e no un migliaio di lessemi.  

Un tempo (ai miei tempi) le parole si imparavano anche studiando le varie nomenclature, per esempio: la famiglia, i mestieri, la marineria, il commercio, le professioni, gli attrezzi, le armi, gli alberi, gli animali domestici, gli uccelli più comuni e le loro voci ecc.). Ogni parola appresa portava con sé un’idea, o una rappresentazione grafica o fantastica e quindi: più parole, più idee, più emozioni, più suggestioni. Il ragazzo a poco a poco conosceva, con le parole, il mondo in cui viviamo, i vari lavori e i loro attrezzi, comprese le macchine delle industrie.

Oggi i professori si metterebbero a ridere, se si riproponesse un simile metodo di apprendimento della realtà attraverso il vocabolario. Sono professori saputi, in gran parte sessantottini, che odiano questo apprendimento che disprezzano come mnemonico. E infatti non fanno imparare nemmeno qualche poesia. Spesso mi sono divertito a chiedere ad alunni liceali se sapessero a memoria qualche brano di poesia o prosa, dal Duecento (Francesco, Jacopone ecc.), al Trecento (Dante, Petrarca) al Rinascimento (Ariosto, Tasso, Poliziano ecc.) al Classicismo (Parini, Alfieri, Foscolo) al Romanticismo (Manzoni e i poeti patriottici) fino a Carducci, Pascoli, D’Annunzio ecc.

No, non hanno imparato niente, sarebbe mnemonismo! La memoria, dicono, è limitata, e non dobbiamo sprecarla per queste sciocchezze (le poesie!),  ci sono le cose serie da imparare!

Invece la nostra memoria è quasi illimitata, è il più grande  elaboratore mai costruito, e più lo si usa, più diventa capace. Se al contrario non la si usa, si arrugginisce e a poco a poco il meraviglioso elaboratore non funziona più. Lo diceva anche Cicerone: «Memoria minuitur nisi eam exerceas»[5](De senectute, 7,21).

Se invece la si esercita, si accresce sempre più la sua capacità, e io l’ho sperimentato in me stesso e posso testimoniarlo.

Ma a questo punto devo arrestare il flusso delle mie «parole in libertà», perché sento un lettore che mi dice:

«Ma tu, querulo vecchio, che sei peggio di Pietro Aretino il quale “di tutti disse mal fuor che di Cristo”, non fai che criticare; ma tu che vorresti? Insomma, che proponi?»

Caro amico (ti chiamo amico e ti dico caro perché hai la bontà e la pazienza di leggermi), le mie proposte, cioè la parte positiva del mio discorso, si evincono dalle mie stesse critiche. Cioè si dovrebbe ovviare a quanto io denuncio, se si riconosce che queste denunce siano motivate. Ma dato che ammetto io stesso che le mie idee «politicamente corrette» non sono, sembrerebbe inutile fare proposte esplicite che apparirebbero ridicole.

Siccome il senso del ridicolo in Italia si è un po’ perduto, cercherò io di risvegliarlo con alcune proposte pratiche.

Prima: nella scuola elementare ci sia un solo maestro o maestra che accompagna lo scolaro per i 5 anni.

Seconda: si faccia apprendere soprattutto la lingua materna anche con tabelle di nomenclatura, e poi i rudimenti di storia, geografia, scienze, matematica, igiene e civismo.

Terza: Nei tre anni della Media si riduca il numero delle materie e dei professori, si assegni al professore di Italiano, Storia e Geografia un maggior numero di ore; in tal modo, con il sapiente impiego di questo «tempo educativo», egli sarà il continuatore del genitore e del maestro elementare come responsabile dell’educazione completa dell’alunno e suo tutore. La lingua straniera sia per tutti l’Inglese e per un numero di ore che consenta un apprendimento efficace. Nessuna seconda lingua straniera.

Quarta: Le superiori non sono obbligatorie, per cui l’obbligo scolastico termina alla licenza media, dopo la quale chi vorrà, anche su consiglio dei genitori o dei professori, può accedere all’apprendistato presso laboratori, officine o botteghe artigiane.

Quinta: Nel quinquennio superiore si impartirà l’insegnamento di una seconda lingua straniera (scelta tra spagnolo, francese, tedesco) ma per un numero di ore non superiore a due settimanali. Nel biennio ci sia un unico professore per Italiano, Storia e Geografia, e anche Latino e Greco (nel liceo classico).

Sesta: Le Università non devono essere aumentate di numero, ma piuttosto riorganizzate e fornite di mezzi. Le Facoltà che sfornano più disoccupati (come Medicina e Psicologia) siano a numero chiuso e aperte ai meritevoli opportunamente selezionati (non solo con gli insipidi quiz). Non si rimpinzino i corsi con materie poco attinenti, che sono infarinature inutili.

Settima: Il corso per infermiere di 1° livello sia di due anni, di cui il primo teorico, il secondo pratico presso una struttura ospedaliera. I corsi sono gratuiti e l’iscrizione libera. Per diventare infermiere di 2° e 3° livello occorrono corsi ed esami interni alle strutture ospedaliere, con valutazioni positive del servizio prestato.

Un problema che si pone è se nelle elementari ci debbano essere classi maschili e classi femminili o solo classi miste. Io penso che nella scuola primaria sia meglio formare classi maschili con un maestro uomo, e classi femminili con una maestra donna. Invece le classi medie e superiori siano sempre miste come ora avviene.

Non sembri oziosa questa mia precisazione. Quando io insegnavo in un liceo di provincia, i sessi erano separati, e le ragazze (e anche le professoresse) portavano un castigato grembiule nero. E nessuno ci aveva da ridire: la scuola non è una passerella di moda spesso… smodata.

Sia ben chiaro che io non voglio reintrodurre il grembiule nero nelle scuole per le ragazze (che pure lo indossavano senza proteste in qualche liceo di Roma negli anni settanta del secolo scorso), ma non si dovrebbe andare a scuola per mostrare tette, gambe e ombelichi, come oggi purtroppo avviene. E a proposito di ombelico; io l’ho visto esibire da qualche ragazza alla solenne messa della domenica trasmessa da RAI uno; e naturalmente c’è in questo caso  da condannare anche il regista della trasmissione religiosa.

Riguardo al curricolo della scuola superiore, io giudico errato cominciare contemporaneamente nei licei classici l’insegnamento del Latino e del Greco. Ho constatato che i ragazzi fanno confusione tra le due lingue, e non apprendono bene né l’una né l’altra. Il Latino, che è la lingua madre del nostro Italiano, dovrebbe essere insegnato già nella scuola media. Non in tutte le scuole, ma solo in alcune, che saranno scelte da coloro i quali poi intendono frequentare il classico.

Nella prima classe del quinquennio essi inizieranno l’apprendimento del Greco, ma avranno già un certo possesso del Latino, e tra le due lingue non ci sarà confusione, ma confronto utile. Nelle scuole medie col Latino non si insegnerà l’Educazione tecnica, e si utilizzeranno per il Latino le 3 ore settimanali attualmente dedicate a questa educazione.

La scuola media, così com’è oggi, è molto frammentata. Ho sott’occhio l’orario settimanale di un istituto romano. Il sabato è libero, perciò le 33 ore di lezione, distribuite in soli cinque giorni, sono non di 60 minuti, ma (sulla carta) di 50. ci sono due intervalli, ciascuno di 10 minuti (10,40-10,50 + 12,25-12,35), e tutti gli insegnanti sanno quanto è difficile ritornare all’ordine e all’attenzione dopo un intervallo.

Ci sono due lingue straniere: Inglese (3 ore) Francese (2 ore).

Perché due lingue? Non si imparerà bene né l’una né l’altra.

Poi si impartiscono ben quattro educazioni: Tecnica (3 ore) Artistica (2 ore), Musicale (2 ore) Fisica (2 ore).

La cenerentola è la Religione, che gode di una sola oretta (50 minuti primi) la settimana, quando non salta per qualche specioso motivo.

Chi è che educa in questa scuola così strutturata? I dieci insegnanti dicono: Noi tutti, «viribus unitis». Tutti in teoria, cioè in pratica nessuno, perché se non c’è un centro unitario, una guida, un responsabile, un tempo pedagogico, che educazione si può impartire?

Io le mie proposte le avrei e le dico, comunque siano giudicate.

Il pedagogo più naturale è il professore che sta più ore con gli alunni cioè quello di Lettere. In questa scuola egli ha 11 ore (6 Italiano, 3 Storia, 2 Geografia), un tempo notevole ma non sufficiente, e bisogna portarlo almeno a 12 ore, dando 3 ore anche alla Geografia, che ha non minore importanza della Storia, e forse di più.

Le ore siano di 60 minuti, quindi il sabato sia lavorativo. Lo so che il sabato festivo piace agli studenti (e anche a molti genitori), ma nella scuola porta a tristi conseguenze, come le ore di 50 minuti e una certa fretta nell’insegnamento, che porta inevitabilmente alla superficialità.[6]

Inoltre i due intervalli sono dispersivi; si torni a uno solo, di 15 minuti. Non si capisce poi perché l’educazione tecnica debba avere tre ore, mentre tutte le altre ne hanno due, e quella religiosa addirittura una.  

Infine, ed è importante, si studi ma bene il solo Inglese, con un totale di 5 ore, sufficienti per impararlo davvero e non orecchiarlo.

Con queste modifiche il curricolo sarebbe di 33 ore come adesso, ma diversamente strutturate, cioè:

Italiano, Storia, Geografia (6+3+3) 12 ore;

Inglese 5 ore;

Matematica e Scienze (5+2) 7 ore;

Le quattro Educazioni (2+2+2+2) 8 ore;

Religione (1 ora).

Le ore saranno cinque nei giorni dispari, sei nei giorni pari, o viceversa.

Colui che deve interessarsi maggiormente dell’Educazione vera e propria è l’insegnate di Lettere, con le sue dodici ore; gli altri possono (dovrebbero) dare una mano per facilitargli l’arduo compito, soprattutto col loro comportamento in classe e fuori. I latini dicevano:

«Verba docent, exempla trahunt», cioè le parole insegnano il da farsi, ma solo gli esempi trascinano al ben fare.

Gli  antichi di pedagogia pratica ne sapevano più di noi, che vantiamo tante Facoltà di Pedagogia e Psicologia, con tante metodiche educative e didattiche, che i genitori, non sapendo quale scegliere, non ne seguono nessuna. Plutarco (46-120 d.C.) ammoniva:

«L’alunno non è un vaso da riempire, ma una fiaccola da accendere».

Noi moderni facciamo peggio che riempire un vaso; inseriamo lo scolaro come in una catena di montaggio, su un rullo trasportatore, e i molti addetti alla catena mettono ciascuno il suo bullone nel telaio che passa loro davanti, senza importarsi affatto del prodotto finito, che non è compito loro, ma della fabbrica, cioè della Scuola e, in definitiva, dello Stato o della famiglia.

Sulla scuola ho parlato abbastanza, anzi troppo; ma era inevitabile, essendo stato io insegnante, e avendo poi sempre seguito le traversie della Scuola per mezzo dei miei figli e nipoti.

Ma ora passiamo a un altro argomento meno serio, ma non meno interessante.


7 - LA PRIVATEZZA

 

 

 

Adopero la parola italiana, perché scrivo per gli Italiani, anche se molti di essi pensano che usando il termine inglese si centri meglio il problema. Infatti il problema c’è ed è sentito: ognuno difende il suo privato, cioè quello che riguarda solo lui e magari anche la moglie e i figli, cioè la famiglia, e non desidera che si ficchi il naso sui suoi comportamenti che non riguardano la società, ma solo la sua coscienza e magari i suoi doveri familiari.

Ma la legge varata per difendere questo privato dagli appetiti dei curiosi, degli importuni o degli avversari, mi sembra esagerata, e ancora di più l’Autorità creata apposta per fare rispettare questa legge. Si arriva al punto che anche un indirizzo postale è considerato «cosa privata», per cui una associazione o ente o azienda che ti indirizza una comunicazione deve aggiungere in calce alla lettera una clausola liberatoria e garantista, per non essere accusati di violazione alla legge.   

Gli indirizzi, se non sono nei pubblici elenchi telefonici, sono in quelli delle aziende erogatrici della luce, del gas e dell’acqua, in quelli dell’Agenzia delle entrate (per chi paga tasse) e, proprio per tutti, nei registri dell’Anagrafe, dove sono elencati i vivi e anche i morti. Perché dunque un indirizzo dovrebbe essere considerato un fatto privato? Evidentemente mettere una «cimice» cioè una microspia in una casa privata, è cosa illegale, che va punita; e per questo non occorre un nuovo carrozzone burocratico, ma basta la magistratura ordinaria.

Il suo privato ognuno se lo custodisce dentro la propria casa, ma anche qui tu devi stare accorto. Se ai vetri della tua finestra non metti le tendine, è ovvio che il dirimpettaio può vedere quello che tu fai nella tua stanza e anche fotografarlo col teleobiettivo o riprenderlo con una telecamera e, se tu parli ad alta voce, anche registrare le tue parole. In questo caso sei tu che esponi il tuo privato, al guardone o allo spione.

Questa legge è stata fortemente voluta da tutti coloro che hanno qualcosa da nascondere, talora anche scheletri chiusi nei loro armadi o cadaveri nascosti nei loro congelatori; ma, senza arrivare a questi macabri eccessi, certamente vogliono nascondere qualcosa di indecoroso o illegale, come frodi, truffe, inganni, ricatti, concussioni, estorsioni, violenze o pervertimenti sessuali.

Se queste cose vergognose vengono scoperte con sagaci indagini da giornalisti o spie professionali, sei tu stesso il colpevole, prima per avere commesso queste illegalità o turpitudini, poi per non aver saputo ben nasconderle, affinché almeno non creassero scandalo o orrore nei concittadini.

E lo stesso dicasi per la privatezza delle comunicazioni telefoniche. Certamente la società che le gestisce non le deve far conoscere a tutti, ma fornirle, se richieste, solo all’autorità giudiziaria; ma se tu ti servi di comunicazione via etere, e qualcuno, con qualche sofisticato apparecchio, le può captare, dato che l’etere è pubblico, tu devi lamentarti solo della tua poca segretezza. Se proprio non vuoi far conoscere le tue conversazioni, falle in segreto a tu per tu, e anche a bassa voce. I guardoni, gli origliatori o anche gli sfaccendati curiosi ci sono dappertutto. E poi ci sono quelli che lo fanno non per pura curiosità anche morbosa, ma per guadagno, per poter ricattare la persona altolocata o il VIP con la minaccia di pubblicare, cioè vendere, fotografie o conversazioni compromettenti. Ma se tu ti fai vedere  in pubblico con una nota prostituta o bisessuale o transessuale, e vieni fotografato per la strada, di che cosa ti puoi lamentare?

Il ricatto è odioso, ma sei tu che hai offerto materia e agio al ricattatore.

La cosa più scandalosa è avvenuta quando l’Agenzia delle Entrate ha pubblicato su Internet i redditi (e quindi le tasse pagate) dei contribuenti, come da essi denunciati nell’anno 2006. Ma scandalosa è stata non la pubblicazione, che a me sembra del tutto legittima, bensì la reazione generale degli interessati e della Magistratura, che ha cancellato l’elenco come violazione della legge.

Non mi ha meravigliato la protesta dei contribuenti, che evidentemente sono evasori fiscali, perché solo costoro hanno da temere la pubblicazione dei loro redditi.

Chi ha denunciato onestamente il proprio reddito, pagandone la relativa tassa, che cosa ha da temere? Si riconoscerà solo pubblicamente la sua correttezza e il suo civismo. Ma gli evasori totali (che non compaiono nell’elenco) e parziali (che vi compaiono per un reddito irrisorio), solo costoro temono l’elenco, perché sarebbero smascherati. Ed essi dovrebbero essere  smascherati; se non riesce a farlo il Fisco, sia almeno l’opinione pubblica a metterli alla gogna.

Solo i sacerdoti sono tenuti alla segretezza per ciò che vengono a sapere al confessionale. Ma secondo me anche in queste cose di coscienza ci può essere qualche eccezione. Se io fossi prete, e un penitente mi confessasse un delitto per il quale è stato condannato un innocente, io lo inviterei a confessare al giudice la verità per non fare penare in carcere un innocente.   

E se il «penitente» non fosse disposto a farlo, non gli darei l’assoluzione, e farei in modo io stesso, ma senza fare nomi, che il caso giudiziario sia riaperto e l’innocente sia liberato. Molto probabilmente per questo sarei ammazzato; e infatti molti preti sono stati ammazzati per la loro strenua difesa della legalità e della verità. Essi sono stati dei martiri.

Ma io (se fossi prete… farei) ho portato solo un esempio di periodo ipotetico dell’irrealtà.

Le intercettazioni telefoniche possono essere ordinate dall’Autorità Giudiziaria, ma solo quando essa ha chiari indizi di colpevolezza a carico di qualcuno. Molto spesso il Procuratore esagera e, per così dire, si diverte a ficcare il naso nel privato della gente, specialmente dei VIP. Il peggio poi è quando queste intercettazioni, che dovrebbero rimanere segretate nei cassetti dei Procuratori, vengono fatte conoscere alla stampa, evidentemente da qualche talpa annidata negli uffici giudiziari, che sono al riguardo dei veri colabrodo. Ma spesso sono gli stessi giudici che, per protagonismo e desiderio di visibilità mediatica, fanno conoscere le istruttorie in corso, e così si celebra subito, sulla stampa e le reti televisive, un processo pubblico a danno degli indiziati.

Questo fatto, provocato dalla stessa Magistratura, è una flagrante violazione della privatezza, e anche della più generale discrezione, a cui tutti, e tanto più i pubblici ufficiali, sono tenuti. La discrezione fa parte dell’educazione, e anche del galateo. Oggi questa parola fa ridere; l’insegnamento delle «buone maniere» è ritenuto cosa da «parrucconi» e da damigelle settecentesche. Pochi dei nostri liceali, e anche dei laureati, conoscono il «Galateo» di Mons. Giovanni Della Casa (1503-1556), in cui si insegnano appunto le «buone maniere».

Le persone più a modo, pur non conoscendo il galateo, cercano di darsi il «bon ton», per essere «à la page». Con riluttanza ho dovuto usare questi «forestierismi» per farmi intendere da costoro.

Per tornare all’argomento della pubblicazione dei redditi e quindi delle tasse pagate dagli Italiani, a mio avviso essi dovrebbero essere pubblicati, anno per anno, affinché gli evasori totali e parziali siano scovati, e anche indicati al pubblico disprezzo.

In genere questi tali sono quelli che guadagnano di più (cantanti, attori, campioni motociclisti e automobilisti, calciatori, modelle), e dovrebbero sentire di più il dovere civico e morale di contribuire alle spese dello Stato, facendosi in tal modo, per così dire, perdonare la loro ricchezza, che è scandalosa, perché la maggior parte degli Italiani percepiscono stipendi o salari che non arrivano alla fine del mese.

Questi ricconi (tra i quali molti artisti, industriali, finanzieri, stilisti di moda ecc.), per restare più occulti, nascondono all’estero i loro grossi capitali, negli accoglienti paradisi fiscali.

Allo stesso modo molti ricchi armatori, per non  trattare e pagare i loro equipaggi secondo le leggi italiane, e anche per evitare verifiche tecniche e controlli fiscali, fanno navigare le loro navi con bandiere-ombra di staterelli che lucrano su queste concessioni di bandiera.

Per fare un esempio, la Repubblica di Panama aveva nel 2005 una marina mercantile di 7.670 unità, mentre l’Italia ne aveva solo 1434! Le navi con bandiera panamense sono quasi tutte di armatori stranieri evasori fiscali e anche violatori dei regolamenti riguardanti l’ingaggio e il trattamento degli equipaggi. Tra questi armatori molti sono gli italiani. Io, proprio per smascherare questo intrallazzo, farei pubblicare i nomi di questi cittadini sleali verso l’Italia, per metterli alla gogna.

Per concludere, quelli che hanno voluto la legge sulla segretezza sono persone che hanno qualcosa di illegale o di vergognoso da nascondere. Il cittadino onesto, che si guadagna la vita col lavoro (e non con la frode), che paga regolarmente le tasse e si comporta con civismo e lealtà nella comunità nazionale, non ha nulla da nascondere, anzi sarebbe contento se i suoi comportamenti virtuosi, pubblici e privati, fossero conosciuti. Quello che ho detto dell’Autorità per la segretezza vale anche per i baracconi delle altre «Autorità», le quali servono solo ad assicurare prebende a molti raccomandati dai vari partiti al potere.


8 – LA LINGUA ITALIANA

 

 

 

Povera lingua nostra! Oggi è quasi messa al bando da coloro (specie giornalisti) che vogliono apparire aggiornati e «saputi», usando a ogni pié sospinto termini stranieri, specie inglesi, dei quali spesso ci sono i corrispettivi bei termini italiani.

Nei secoli passati la nostra lingua ha incorporato parole straniere, ma le ha italianizzate, le ha fatte proprie, per cui oggi pochi ricordano che parole usuali come «bidè, bistrò, carnè, comò, gattò, gilè, plafoniera ecc.» sono di origine francese, «arsenale» di origine araba. L’usatissima (purtroppo) parola «guerra» è di provenienza germanica. I Latini dicevano «bellum», e noi avremmo dovuto dire bello, e sarebbe stata veramente una stranezza per una realtà così brutta.[7]

Oggi questa capacità della nostra lingua di accogliere forestierismi italianizzandoli, e quindi naturalizzandoli, si è perduta per colpa di coloro che fanno cultura in Italia, i quali hanno assunto a centinaia le parole straniere tali e quali, quasi per dimostrare che la lingua italiana è povera e inadeguata a esprimere la «modernità».[8]

Un tempo queste parole straniere (anche quelle italianizzate) venivano chiamate «barbarismi»(=termini stranieri); oggi i barbarismi sono i termini italiani corrispondenti, in quanto sono messi al bando, e solo qualche scrittore sottosviluppato (quale sono io) osa usarli esponendosi al ridicolo.

In verità ci sono termini stranieri adottati da tempo dalla nostra lingua perché intraducibili, come per esempio sport, e oggi sarebbe ridicolo volerlo italianizzare in sporto, o usare la parola diporto, che è termine antico, modellato sul francese, e non propriamente corrispondente all’accezione del vocabolo inglese. Certi adattamenti recenti di vocaboli inglesi non brillano per inventiva e armonia; dire dribblaggio ( e il verbo dribblare) è quasi peggio che pronunciare la parola inglese corrispondente; io direi scarto (e scartare).

Una parola oggi usatissima è «handicap», che alcuni pronunciano all’inglese, altri all’italiana, con i derivati andicappato (e andicappare). La parola inglese indicava originariamente lo svantaggio (in metri) imposto al cavallo fuori classe per ottenerne la massima prestazione nella corsa. Perché dunque non usare la parola svantaggio o disabilità (e quindi svantaggiato o disabile)? Ma ai nostri pudibondi scrittori dire disabile sembra offensivo,  e tutt’al più dicono «diversamente abile», come se con questa modifica lessicale avessero risolto la condizione di questi nostri fratelli.

Sì, in Italia i problemi e le condizioni gravose di certe categorie di svantaggiati si risolvono con le parole, cioè cambiando i vocaboli. Dire cieco o sordo è offensivo, mentre dicendo «non vedente» e «non udente» si dimostra simpatia e considerazione. E così dire facchino è un insulto, bisogna dire portabagagli; dire spazzino è obbrobrioso, mentre dicendo operatore ecologico si risolve come d’incanto la vergogna della «monnezza».   

Potrei portare tanti altri esempi, ma me ne astengo nel timore di offendere qualche categoria.

Nel campo dell’evoluzione (cioè dell’involuzione) della nostra bella lingua voglio accennare a certi stereotipi un po’ buffi, che quasi tutti usano per moda lessicale. Siccome dire andicappato è offensivo, è ora invalso dire «portatore di handicap», quasi che lo svantaggiato porti sulle spalle la sua minorazione come uno zainetto multiuso e, naturalmente, griffato.

Un’altra espressione alla moda è «immaginario collettivo»; ormai non c’è cosa o situazione che non possa essere trasformata nell’immaginario collettivo, come in mirabile caleidoscopio.

Un vezzo diffusosi enormemente nel linguaggio parlato è quello degli intercalari, quelle parole che si usa inserire quasi in ogni frase, come a renderla più bella ed efficace. E’ un vezzo innocente finché è proprio di una persona e ormai connaturato ad essa, ma diventa un malvezzo quando è generalizzato come una moda.

Qualche lettore più anziano si ricorderà del simpatico Presidente Pertini, il quale infiorava i suoi discorseti alla gente con l’intercalare «non è vero?» che non negava ma rafforzava le sue cordiali affermazioni.

Quand’ero preside di un liceo classico avevo una bravissima professoressa la quale a ogni piè sospinto usava l’intercalare «comunque». Siccome era anche una buona mia amica, per celia cominciai a chiamarla «la signora Comunque». Bastò questo perché lei smettesse subito quel pur innocente intercalare. Questo dimostra che, volendo, si può eliminare l’abitudine a questi intercalari spesso ridicoli.

Oggi furoreggia l’intercalare okay per rafforzare ogni parte del discorso, come se si stesse rispondendo a continue domande dell’interlocutore. Quando si deve rispondere positivamente a una domanda vera e propria, l’Italiano ha una bella gamma di espressioni. Sì, bene, giusto, esatto, è così, d’accordo ecc. Perché non usare queste invece del cacofonico okay?

La nostra bella lingua è insidiata anche negli accenti. Non parlo delle inflessioni di voce, che pure sono importanti, e neppure della pronuncia chiusa o aperta della e e della o, che pure fanno talora la differenza; parlo proprio dell’accentazione delle parole. Esse in Italiano possono essere tronche (falò, virtù), piane (amòre, timòre), sdrucciole (àlbero, tàlamo), bisdrucciole (scìvolano, andàtevene), trisdrucciole (dimènticatelo, rivèndicatene).

Queste variazioni dell’accento, quasi come note musicali, rendono la nostra lingua varia e armoniosa; quella francese, col suo suono nasale e l’accento sempre sull’ultima sillaba, non è davvero né varia né armoniosa, perché monocorde. Con questo non intendo disprezzare questa bella lingua neolatina; anzi ammiro i Francesi perché la sanno difendere a spada tratta dalla illuvie degli inglesismi. Loro li respingono come brutture, noi Italiani invece ce ne imbellettiamo. Ma torniamo agli accenti.

Proprio per influenza dell’Inglese che ritira quando è possibile l’accento sulla terzultima (per cui Canadà diventa Cànada, Panamà diventa Pànama, Florìda diventa Flòrida) i parlanti italiani, specialmente i presentatori televisivi e i medici, hanno cominciato a sdrucciolare le parole piane, per cui scleròsi è sclèrosi, necròsi-nècrosi, micòsi-mìcosi, fimòsi-fìmosi ecc.).  Artròsi resiste ancora perché è malattia troppo nota da molti anziani, e da quasi tutti i vecchi (come me).

La lingua nostra non ci perde niente in questo processo di accentazione sdrucciola; il male è che ora chi pronuncia alla maniera antica (classica), chi a quella moderna (inglesizzata). Ho ascoltato delle trasmissioni televisive in cui luminari di medicina discettavano della stessa grave malattia, che per qualcuno era arteriosclèrosi, per qualche altro arterioscleròsi;  sicché l’ascoltatore non sapeva quale accentazione fosse esatta. Quei cattedratici di Medicina, parlando al pubblico televisivo, non si potevano mettere d’accordo per accentare la malattia allo stesso modo?

La RAI dei bei tempi, allorché si occupava di informare, istruire, educare gli Italiani e di unificarne la lingua (mentre ora si occupa solo di pubblicità e di spettacoli asserviti ad essa) nel 1969 prese la lodevole iniziativa di pubblicare un DOP (dizionario di ortografia e pronuncia), redatto da tre valenti linguisti. Io ne posseggo l’edizione del 1981, e la consulto spesso con soddisfazione.

Il DOP doveva servire  ai presentatori televisivi, in modo che pronunciassero le parole correttamente, ma è utile per tutti coloro che vogliano scrivere e pronunciare bene la nostra lingua. Il meritevole intento della vetero-RAI è stato subito vanificato con l’avvento della neo-RAI, questo gran carrozzone che, per elargire laute prebende ai suoi innumerevoli dipendenti, deve assicurarsi, oltre al canone, una larga fetta della pubblicità.

L’istruzione è stata bandita, l’educazione stigmatizzata come illiberale, l’informazione limitata alla cronaca nera e rosa, la politica alle passerelle o sceneggiate dei personaggi partitici con le abituali risse e gli infamanti insulti, la lingua è diventata una vera babele aperta alla volgarità e al gergo. 

I giornalisti della televisione nazionale che avrebbero dovuto, per dignità professionale, rispettare il DOP, sono stati i primi a ignorarlo. Una volta per caso ascoltai una puntata degli «Itinerari della domenica», che era una trasmissione interessante perché faceva conoscere meglio l’Italia minore, con i suoi paesi caratteristici e spesso suggestivi. Non ricordo quale paese fosse presentato, ma ricordo bene la chiusa del giornalista:

«Se visitate questo interessante borgo, potrete ammirare tanti bei panorami, visitare due chiese con begli affreschi medievali, gustare a modico prezzo in trattorie pulitissime e civettuole i piatti caratteristici del luogo, ma soprattutto respirare aria sàlubre e, andandovene, riempire il bàule  della vostra macchina di tante leccòrnie.»

Il DOP può ben dire che bàule, leccòrnie e sàlubre sono pronunce errate; la gente, udendole alla televisione, le riterrà esatte e le seguirà. Più di una volta ho sentito il Pippo nazionale dire cosmopòlita; è inutile che i linguisti Migliorini, Tagliavini e Fiorelli, redattori del DOP, dicano che è una pronuncia errata; il popolare presentatore avrà sempre la meglio: la gente ascolta lui, non legge i dizionari, e tanto meno quello pubblicato dalla RAI.

La televisione è un mezzo potente di comunicazione, che potrebbe unificare l’Italia non solo dal punto di vista linguistico, ma anche civico e culturale, farne una vera nazione, come diceva il Manzoni,

«una d’arme, di lingua, d’altare,

di memorie, di sangue e di cor.»

Oggi su questi concetti risorgimentali si ride, l’idea di Patria è svanita, il tricolore vilipeso, e tirato fuori solo nelle finali calcistiche che talora riusciamo a vincere.

Ma lasciamo queste dolenti note e torniamo ai barbarismi. E’ evidente che chi usa termini inglesi (o comunque stranieri) vuol mostrare di conoscere questa lingua e destare ammirazione per la sua cultura, e soprattutto far bella figura sfoggiando quella specie di livrea linguistica, capace di abbellire o rimarcare i concetti, che le usuali parole italiane non riescono a rendere efficacemente. Dire per esempio «esco per fare gli acquisti» è ben misera espressione rispetto a «esco per fare shopping», e dire «esco a fare una corsetta» dà solo una pallida idea rispetto a «esco a fare joggins.»

Non porto altri esempi, perché, i modi di dire di questo tipo, i lettori li conoscono meglio di me.

Nel Settecento la lingua di moda era il Francese, e tutti i signorini, i nobili cicisbei, ne imparavano le parole e le frasi più tipiche, per fare bella figura nei salotti davanti alle dame. Il Parini, che satireggia questa vacua cultura salottiera, ironicamente commisera il parlare della gente comune (come me) che non conosceva queste parole alla moda, proprie della casta nobiliare, cioè del ceto allora privilegiato e dominante.

Egli nel Giorno, mentre elogia il «giovin signore» che ha un professore di Francese per imparare queste poche parole e frasi, compiange le nostre voci di ignoranti:

«Misere voci, ché temprar non sanno

con le Galliche grazie il sermon nostro,

sì che men aspro ai delicati spirti

e men barbaro suon fieda [colpisca] gli orecchi.»

 

Se un nuovo Parini scrivesse il Giorno di un giovin signore di oggi che vuol  brillare nei nostri salotti mondani o letterari, parlerebbe delle «angliche grazie», che illeggiadriscono la lingua italiana, che è tanto barbara da offendere addirittura le delicate orecchie dei benparlanti anglodotati.

L’alluvione di parole straniere è così vasta, anche perché i vocabolari hanno preso l’abitudine di inserire i forestierismi tra i lemmi italiani, come fossero anch’essi parole italiane anche se con grafia (e pronuncia) ostrogota. I barbarismi andrebbero invece inseriti in un’apposita appendice, col loro significato, indicando l’equivalente parola italiana, quando c’è. E’ infatti vero che qualche volta la parola italiana esattamente equivalente non c’è; e questo avviene per molti termini della tecnica, dell’informatica, della medicina, della finanza ecc. ma si tratta di parole che la gente comune (come me) non è tenuta a conoscere, e che non fa vera cultura, la quale è strutturazione logica e unitaria del sapere, e quindi arricchimento intellettuale.

Secondo me anche in Italia, come in Francia, ci dovrebbe essere un organo ufficiale, formato da italianisti valenti, il quale sia preposto alla salvaguardia della lingua nazionale, una specie di Accademia o di Autorità, la quale sappia dire la parola definitiva e unificatrice nelle questioni grammaticali, lessicali e anche di accentazione.  Sarebbe l’unica Autorità veramente utile, e anche di poco costo: basterebbero tre bravi linguisti.

La lingua ha un processo naturale che si sviluppa autonomamente, essendo un organismo vivo; ma ciò non vuol dire che essa non debba essere guidata e corretta, quando in questo processo di crescita prevalgano storture, volgarità e anomalie, le quali creano una vera anarchia linguistica. La lingua è il principale elemento dell’identità nazionale, e va quindi preservata nella sua purezza, e anche fatta studiare e apprendere con maggiore impegno.

La lingua è quella che ci unisce, e l’unità nazionale si esprime soprattutto con il rispetto, e direi l’amore, per questo «dolce» idioma. Oggi l’unità nazionale è un concetto da molti negato o addirittura irriso, e anche la lingua, simbolo di essa, viene contestata (se non in teoria, certamente di fatto) con la rivalutazione dei vari dialetti.

Io ho il massimo rispetto dei dialetti, riconosco la loro importanza anche per lo studio lessicale e per comprendere l’evoluzione del linguaggio nelle varie regioni in conseguenza delle loro vicende storiche. Ammiro quelli che si dedicano allo studio di essi; sono quasi sempre stranieri, innamorati della varietà e ricchezza dei nostri idiomi regionali. Ma imporre, come si vuole (o vorrebbe) fare in qualche regione, l’apprendimento (nella scuola dell’obbligo) del dialetto, ad alunni che ormai non lo sentono parlare più neppure in casa, è una vera stortura ideologica, con finalità politica di divisione.

In tal modo si vuol fare intravedere, a una regione, un auspicato distacco politico dal resto della penisola, con la promozione del dialetto locale a lingua ufficiale del nuovo staterello. Questo è avvenuto a Malta, dove ora le lingue ufficiali sono l’Inglese e il Maltese (un dialetto siciliano con apporti arabi), ma non l’Italiano, che pure era la lingua usata abitualmente dagli isolani sino al 1800, quando fu occupata dalla Gran Bretagna.

Ma attualmente l’Inglese, pur ricordando loro la dominazione straniera, non dispiace ai Maltesi, mentre non piace l’Italiano, che ricorderebbe la secolare unione alla Sicilia e quindi all’Italia.

Ma lasciamo queste considerazioni, per farne altre su un tema oggi molto dibattuto. 


9 – LE PENE CORPORALI

 

 

 

Gli psicologi moderni hanno tanto condannato le pene corporali, che esse sono ormai bandite in tutti i paesi civili. Sono anzi criminalizzate, sicché se un genitore o un maestro le usa, viene condannato dalla legge anche a pene detentive.

Io dissento da questi psicologi, in quanto le pene corporali sono le sole temute dai ragazzi, e quindi le sole idonee a correggerli, e il non poterle o volerle usare porta ad allevare figli capricciosi, indisciplinati e talora ribelli, psichicamente deboli, che cadranno facilmente nella droga o nella violenza. Quasi ogni giorno si sente ai telegiornali di bande di ragazzi che rapinano, sfasciano, incendiano, allagano, pestano i coetanei non «imbrancati», e poi si gloriano facendo conoscere con foto o riprese le loro belle imprese delinquenziali.

La gente inorridita allora reclama:

«Ma questi ragazzi non hanno genitori? Come li hanno fatti crescere così?»

Li hanno fatti crescere così per obbedire alla «vulgata» pedagogica, e ottemperare alle leggi libertarie e garantiste.  Una volta non era così. Io ho provato spesso le cinghiate di mio padre, e benedico quelle pene corporali che, da piccolo mariolo, mi hanno fatto diventare adolescente disciplinato, e poi giovane e cittadino utile alla società, e non peso e vergogna di essa, come tanti ragazzi di oggi, oziosi, drogati, violenti e vandali.

Gli antichi erano convinti che il buon pedagogo non doveva risparmiare la «fèrula» ai ragazzi quando si comportavano male: i colpi di «fèrula», che lasciavano il segno, facevano ricordare all’alunno che non doveva più commettere quella tale mancanza. Il ragazzo cercava di non trasgredire ancora, per non assaggiare di nuovo la ferula, per nulla gradevole. Era paura, ma essa lo induceva a un comportamento più disciplinato; col tempo egli capiva che il comportamento indisciplinato era illogico e irragionevole, e benediva il genitore o l’educatore che glielo aveva fatto smettere.

Così io benedico mio padre per le sue cinghiate, come bacerei le mani, se fosse ancora vivo, al mio Rettore di seminario per i suoi schiaffoni, perché queste pene corporali mi hanno fatto «mettere giudizio» e fatto diventare un bravo cittadino. Anche nella scuola, ai miei tempi, erano comuni le bacchettate sulle mani, non solo per sanzionare l’indisciplina, ma anche per punire l’infingardaggine o la volgarità.

Ora queste sanzioni corporali sono bandite, e i maestri e i professori devono sopportare talora comportamenti irrispettosi e anche indecorosi e violenti. L’Inghilterra, che pure conserva con testardaggine le sue tradizioni isolane, questa volta ha dovuto, pur controvoglia, cedere alla «vulgata» psicologica e pedagogica, e bandire anch’essa la salutare bacchetta dalle aule scolastiche.

E’ davvero strano come si sia giunti a questo rovesciamento pedagogico. Infatti sin dall’antichità le punizioni corporali sono state ritenute non solo utili, ma doverose, perché il ragazzo solo quelle teme; oggi invece esse sono considerate illegittime e incivili.

La Bibbia, che è ritenuta universalmente un libro di sapienza, nell’Antico Testamento afferma:

«Chi risparmia in bastone, odia suo figlio» (Proverbi 13,24).

Quindi il segno dell’amore è proprio il bastone. E lo dice esplicitamente un altro passo del libro sacro:

«Chi ama il proprio figlio usa spesso la frusta.» (Siracide 30,1).

Anche nel Nuovo Testamento troviamo concetti simili:

«Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo» (Apocalisse 3,19).

Anche i padri della Chiesa ribadiscono questa verità. Sant’Ambrogio scrive:

«Chi non viene corretto col bastone, viene gettato nella pentola», cioè: viene completamente rovinato per l’incuria del genitore o educatore o sacerdote che sia.

Tutti i popoli nei loro spesso coloriti proverbi, che rappresentano la sapienza popolare accumulata in secoli o millenni di storia, esprimono sempre l’esigenza di correggere con le punizioni corporee. In Italia quasi tutte le regioni hanno il loro bell’adagio in questo senso; cito solo quello sardo perché, pur in dialetto, è molto comprensibile:

«Quie su fizu non corregit, su fizu odiat.»

Tutti questi autori (di cui alcuni sono ritenuti ispirati), tutti questi popoli si sono dunque sbagliati? Così oggi generalmente si crede, anche se in questi ultimi decenni è sorto qualche dubbio, perché tutto questo lassismo, questa permissività, tutto questo garantismo, che risparmia ai ragazzi ogni punizione corporale, non  ha dato buoni frutti, e forse è tempo di cambiare qualcosa.

L’idea che il ragazzo possa essere educato solo con la razionalità, cioè con la logica, facendogli intendere la ragione di certi divieti, insomma con le sole parole, è smentita dalla realtà. Il bambino, il ragazzo, spesso anche il giovane si lascia guidare ben poco dalla razionalità, anzi spesso i suoi comportamenti sono del tutto irrazionali, talora istintivi, talora condizionati, talora capricciosi. La trasgressione è inculcata dai film e dalle canzoni. Con le parole non sempre si riesce a fargli capire che quella data azione non la si deve fare; allora bisogna ricorrere alle cosiddette «maniere forti»cioè ai castighi corporali.

Naturalmente essi devono essere proporzionati, e progressivi: per il bambino bastano le sculacciate, e qualche tiratina di orecchi, per i ragazzi gli schiaffi o qualche ceffone, o la privazione della paghetta, del cellulare o del motorino, di un viaggio o di una vacanza ambita.

Affinché queste punizioni siano salutari e non controproducenti, occorre che il genitore o l’educatore faccia capire all’educando che lo punisce perché lo ama e vuole, proprio per l’amore che gli porta, indurlo con quella punizione a un serio esame di coscienza e a un cambiamento di condotta.

Oggi ci sono alcuni che ritengono inefficaci sia le ammonizioni verbali sia le punizioni corporali, perché, dicono, il ragazzo è condizionato dal suo genoma sin dalla nascita, e poi, nella crescita, dall’ambiente in cui vive, dalla famiglia, dalla Scuola, dalla strada, dalla televisione e da tutti i media che segue, dal gruppo o branco in cui si intruppa. Questo è vero solo in parte: il genoma non condiziona totalmente neppure nell’ambito fisico, e tanto meno in quello morale; l’ambiente può influenzare (positivamente o negativamente), ma non costringere l’individuo adulto a determinati comportamenti.

L’educazione, se è vigile, accorta, amorevole, costante, ha larghe possibilità di correggere anche i caratteri più indocili o ribelli. E infatti saggi pedagogisti hanno individuato percorsi educativi efficaci, e un santo sacerdote, Don Bosco, ha saputo attuare un metodo formativo efficacissimo, perché basato sulla prevenzione. Esso contempla anche i premi: il ragazzo che mostra buona volontà per migliorare, va gratificato e anche incentivato con premi adeguati, come una gita, una vacanza, uno strumento musicale, un bel libro, una collana di opere o dischi.

Ma il bambino e il ragazzo non debbono ottenere tutto e subito; devono anche saper sopportare i dinieghi, perché questi lo abituano alla pazienza, alla riflessione, al sacrificio e alla rinuncia. Così il suo carattere si fortificherà e saprà affrontare la vita sociale e lavorativa, dove spesso si hanno delusioni e contrasti così duri, che un carattere debole, e non abituato alla pazienza, cede e si abbatte, e talora cade in una depressione foriera di tristi conseguenze. La famiglia deve curare, con la salute fisica, la sanità psichica e morale del ragazzo, e salvaguardarlo dagli influssi nocivi dell’ambiente. Anche la Chiesa dovrebbe operare in tal senso. Una volta in quasi tutte le parrocchie c’era un oratorio, eccellente luogo di aggregazione e di socializzazione, se guidato e vigilato da saggi sacerdoti o laici cooperatori volenterosi.

Questa benemerita istituzione purtroppo è quasi scomparsa e, dove è rimasta, ha quasi sempre perduto quel valore formativo che aveva un tempo, perché, purtroppo, oggi anche la Chiesa è cambiata, si è anch’essa «modernizzata» o meglio mondanizzata, come ho cercato di spiegare in un altro mio opuscolo.

In conclusione io proporrei il ripristino o almeno la liceità delle punizioni corporali nella famiglia, nella Scuola e nelle carceri (isolamento, privazione delle sigarette, dei giornali, della televisione, del caffè e dei liquori ecc.), quindi giammai torture o sevizie, ma privazione di beni molto appetiti. Inoltre, dopo i 12 anni, i ragazzi vandali o teppisti o dediti alla micro-criminalità devono essere arrestati e rinchiusi in appositi istituti che siano veri riformatori, e non collegi o convitti, dove passare un po’ di vacanza a carico dello Stato.

Per correggere davvero i ragazzi discoli, violenti e ribelli, le belle parole di ammonizione, insomma le prediche, servono ben poco;  esse entrano loro da un orecchio ed escono dall’altro; questi tipi sentono solo la maniera dura, temono solo i castighi corporali. E’ ovvio che, per rimetterli sulla retta via, occorre anche l’opera assidua di educatori e assistenti.

Io mi chiedo: perché è proibito, da parte della Polizia, sonarle nei disordini ai facinorosi, mentre questi usano anche le spranghe di ferro per colpire le forze dell’ordine? Perché il carabiniere, per sparare al delinquente, deve aspettare che questi spari per primo, cogliendo spesso il bersaglio? Perché malavitosi recidivi, più volte arrestati, sono sempre regolarmente rimessi in libertà dai giudici, che con gli avvocati cercano tutti i cavilli e i garbugli della procedura per restituire subito alla società malavitosa questi provetti gregari?

Oggi la gente non si sente più sicura neppure in casa, di giorno, figuriamoci di notte e in strada. Non abbiamo agenti di Polizia e Carabinieri sufficienti per tutelare in Italia l’ordine pubblico e la sicurezza personale dei cittadini, e teniamo con molta spesa circa 10.000 uomini all’estero a tutelare la sicurezza di gente che non sa che farsene di questi cosiddetti «interventi umanitari», e anzi li odia e li combatte come nuovo colonialismo?

Sono interrogativi che oggi tutti si pongono; la gente si sente abbandonata alla mercè delle varie mafie, degli zingari e dei delinquenti sempre più organizzati e potenti. Ma i soliti «maestri di pensiero» continuano a blaterare di «dignità della persona» e di «civiltà giuridica e carceraria.»!

Certamente la pena deve mirare alla correzione, al riscatto morale, al recupero della persona; ma i metodi blandi possono servire solo per coloro che hanno commesso un reato in un momento di «follia», di rabbia; ma per i delinquenti abituali, incalliti nel crimine, per i quali uccidere una o più persone è un piacere e un vanto, per costoro le ammonizioni, le esortazioni, i ragionamenti, insomma le belle parole a nulla servono, perché ormai il delinquere fa parte della loro cultura, spesso acquisita in seno alla famiglia.

E, come ho cercato di dimostrare nella prima parte di questo opuscolo, per molti di questi uccisori seriali, dinamitardi e terroristi, solo la pena di morte, se minacciata, può essere un efficace deterrente; se eseguita, una meritata pena, da servire come ammonimento per quelli che vogliono seguirli in questa carriera criminale.    

Ma ora lasciamo questi tristi argomenti e diciamo qualche parola in libertà su un tema piuttosto roseo.  


10 – IL FEMMINISMO

 

 

 

E’ un termine moderno, usato in Italia sin dal 1896, per indicare il movimento di opinione e di aggregazione delle donne che rivendicavano l’uguaglianza di diritti rispetto agli uomini: diritti soprattutto politici, civili e sociali.

Il primo dei diritti politici fu, naturalmente, quello del voto, cioè la partecipazione al suffragio elettorale, perché nell’Ottocento votavano solo i maschi e neppure tutti. Il suffragio universale dei maschi si ebbe in Italia sotto il Governo di Giovanni Giolitti; ma le donne lo hanno ottenuto solo con l’avvento della Repubblica.

Il movimento per il suffragio femminile sorse in Inghilterra nel 1903 per opera di miss Emmeline Pankhurst (1858-1928) che a capo delle suffragette riuscì ad ottenere dal Parlamento il diritto di voto per le donne. Il suo movimento, per imporsi, agì in modo energico e talora violento. Le donne di tutto l’Occidente hanno imitato quelle inglesi, e oggi il voto femminile è un diritto ormai universalmente acquisito, perché è cosa logica e naturale, essendo la donna della stessa natura, e quindi dignità dell’uomo.

Naturalmente le donne, se erano elettrici, potevano anche essere elette, ed ecco tante deputate e senatrici che, nei vari Parlamenti, hanno dato e danno il contributo della loro saggezza alla formazione delle leggi.

Abbiamo avuto, in Inghilterra e in Israele, donne Prime Ministre che si sono segnalate per la loro capacità e il loro rigore; così anche alcune che hanno governato in India e in altri Stati extra-europei. Che dire poi di tante famose regine come Maria Teresa in Austria, e Vittoria in Inghilterra?

Nessuno mette in dubbio la capacità e l’intelligenza delle donne, e quindi la loro idoneità a esercitare con efficienza ogni professione e tutti i lavori, ad eccezione di quelli pesanti, perché esse hanno un fisico meno robusto dell’uomo.

Quindi oggi abbiamo donne che si fanno onore nelle varie magistrature, e mostrano la loro efficienza anche come poliziotte, carabiniere e vigilesse.

Un po’ di difficoltà si ha nel denominare le donne in questi impieghi o carriere che un tempo erano appannaggio degli uomini. Io propongo di dire ministra, poliziotta, carabiniera e vigilessa; direi anche avvocatessa, dottoressa (in senso generico), medichessa (in senso specifico), giudicessa, procuratrice, ingegnera. Perché dire il ministro Gemma Donati, e non la ministra G.D.? Ministra è una parola nobilissima, usata da Dante in senso laudativo (Inf. VII, 78). Si teme forse di confonderla con minestra?  

Lo so che molti lettori arricceranno il naso a queste mie proposte. Ma io arrivo a proporre la «soprana» femminile e l’«eco» maschile. Dire il “soprano” Maria Callas ci ricorda che nel settecento questo ruolo canoro era sostenuto da maschi (evirati), e non è davvero un bel ricordo. Dire “la grandiosa eco” ci ricorda che Eco era una ninfa orèade (= dei monti) che innamoratasi di Narciso e da questi respinta, si consunse per il dolore sino al punto che di lei restò solo la voce, che però sembrava un lamento: anche questo ricordo ci dà tristezza, e perciò è meglio dire : il grandioso eco.

Ho toccato questo tasto lessicale, perché ho già detto che si dovrebbe istituire un’Accademia o Autorità che nel campo linguistico dia una norma da seguire, perché in definitiva la lingua è una «convenzione»  tra persone che vogliono comunicare tra loro con uniformità, e non in modo babelico.

Questa Autorità però non dovrebbe essere un nuovo baraccone burocratico come le Autorità precedentemente citate, ma un organismo snello, di pochi valenti glottologi e italianisti, che sappiano dirimere certi dubbi di grammatica, di sintassi, di terminologia e anche di pronuncia, a cui tutti i benparlanti  dovrebbero adeguarsi.

Riguardo agli accenti, specialmente per i nomi propri di personaggi antichi, spesso siamo in dubbio se seguire la pronuncia latina o quella greca. Per esempio, è meglio dire Èdipo alla latina, o Edìpo alla greca? È meglio dire Trasìbulo (alla greca) o Trasibùlo (alla latina)? Tutte e due le pronunce sono motivate, ma perché non metterci d’accordo per seguire tutti la stessa accentatura? In linea di massima dovremmo seguire la pronuncia latina perché l’Italiano viene dal Latino, ma in certi casi è meglio seguire la pronuncia greca, perché è più comunemente usata. Io per esempio preferisco dire Trasìbulo.

Questa può sembrare una questione oziosa ed è certamente secondaria, ma non sciocca. Ognuno comprende che il pronunciare anche i nomi propri storici tutti allo stesso modo, è un segno di unità linguistica e di coesione nazionale. Comunque questa Autorità sulla lingua avrebbe molte questioni più importanti da dipanare e su cui decidere una norma alla quale tutti dovrebbero adeguarsi per dimostrare il loro attaccamento alla comunità.   

Ma torniamo alle donne e al movimento femminista.

Esso ha avuto il merito di rivendicare alle donne diritti politici uguali a quelli degli uomini. Ma non si è fermato ad essi. Nella famiglia la donna ha ottenuto un’autorità uguale a quella del marito, sicché non si sa chi deve in definitiva decidere in caso di discordanza tra i coniugi, e si deve ricorrere al tribunale. In certi casi essi si separano anche per futili motivi, nei quali ognuno la pensa diversamente e vuole averla vinta. 

È indubitabile che il nuovo diritto di famiglia, assieme al divorzio e all’aborto, hanno gravemente incrinato l’unità e la concordia familiare, specialmente quando la donna lavora e guadagna magari più del marito, e si sente superiore per questo.

In alcune famiglie oggi è tornato di fatto il matriarcato, come in certe società primitive. Si è cioè passati da un eccesso all’altro, come spesso avviene in molti campi.

La donna nel passato è stata spesso schiavizzata, soggetta all’autorità del marito, il quale poteva infliggerle, in certe legislazioni, anche la morte per colpe gravi, quali l’adulterio o la ribellione.

Nell’Antico Testamento gli Ebrei consideravano la donna come un essere inferiore, solo strumento di piacere e indispensabile per procreare figli, di cui essi avevano assoluto bisogno per contrastare la pressione demografica dei popoli vicini, quasi sempre ostili.  Per avere molti figli i patriarchi, non accontentandosi delle mogli, si prendevano delle concubine.

Il patriarca Abramo, oltre alla moglie Sara, aveva come concubina Agar; Giacobbe aveva due mogli (Lia e Rachele) e due concubine (Bila e Zilpa) le quali insieme gli dettero quattro figli, capostipiti di altrettante tribù d’Israele.

Davide  ebbe numerose mogli (tra le quali Mikal figlia del re Saul e Betsabea moglie del generale Uria da lui fatto uccidere) e decine di concubine; Salomone poi, come fu proclamato il più sapiente degli uomini, fu anche quello che ebbe più donne: addirittura 700 mogli principesse, tra le quali la figlia del Faraone, e 300 concubine. (1 Re 11,3)

La cosa ci sembra incredibile (dove trovarle 700 principesse?), ma la dobbiamo credere, dato che la Chiesa cattolica ha proclamato che tutta la Bibbia è «Dei verbum», parola di Dio; e se non crediamo a Dio, a chi dobbiamo credere? 

Alla donna è stata riconosciuta la sua dignità con la venuta di Cristo, la sua predicazione, e anche la figura esemplare di Maria sua madre terrena. È anche vero che la Chiesa nei secoli passati non sempre ha riconosciuto alla donna la sua dignità, e talora l’ha demonizzata considerandola «fomite di concupiscenza»; ma oggi essa unanimemente ne proclama la dignità e ne esalta la sublime funzione, quale procreatrice di nuove vite, e quindi cooperatrice del Creatore.

Il femminismo a cominciare dal 1960 ha fatto un salto di qualità, è diventato un movimento antagonista dell’uomo, considerato presuntuoso e oppressore, come assertore e sostenitore del maschilismo. Questo non è mai esistito come ideologia conclamata, ma è stato più che reale nella prassi. Ora però le femministe esagerano, in quanto vogliono affermare la loro superiorità in ogni campo e arrivano (alcune) a rifiutare il maschio anche per la procreazione, procurandosi una dose spermatica alla «banca del seme», perché non vogliono in alcun modo «sottomettersi» all’uomo. E se non vogliono l’uomo neppure come collaboratore alla procreazione, figuriamoci poi se lo vorranno collaboratore alla crescita e all’educazione del figlio «di ignoto». Queste esaltate ideologhe hanno dimenticato (o non hanno mai saputo) che un bambino deve nascere dall’amore, dalla dedizione paritaria e reciproca dei coniugi, e che il figlio per essere educato correttamente deve essere guidato e sostenuto dalle figure materna e paterna.        

Prima di chiudere questo capitolo voglio aggiungere qualche idea «scorretta» sulle donne in carriera. Il lavoro femminile se è indispensabile in casa, è utile anche fuori casa.  Ci sono anzi delle mansioni, nel campo della Sanità e della Pubblica assistenza, alle quali esse sono naturalmente vocate, ma possiamo dire che esse riescono bene anche in altre carriere, da cui una volta erano escluse, come quella nelle forze Armate, nelle quali una volta si ammettevano le donne solo come crocerossine. Su questo allargamento dell’impiego femminile non c’è nulla da eccepire, specialmente quando si tratta di donne particolarmente dotate.

Quello che non mi sembra giusto è considerare il lavoro fuori casa quasi un dovere, al quale la donna va sollecitata e culturalmente spinta, come se non avendo un impiego o una professione, essa non possa realizzarsi e trovare gratificazioni. Oggi la percentuale delle donne impiegate nel lavoro esterno è considerata, se elevata, un indice di civiltà e di progresso (oltre che di emancipazione del gentil sesso). Si lamenta, ad esempio, che questa percentuale in Italia è più bassa che in altri paesi più evoluti.  Insomma è considerato un indice importante del benessere di un paese, quasi la misura della sua civiltà, al pari del numero dei laureati, di cui ho parlato in precedenza. E, per incrementare la civiltà e il benessere, si arriva a imporre «quote rosa» nei concorsi pubblici e nella composizione dei Parlamenti.

Come sempre in Italia, si va da un eccesso (esclusione della donna da certe attività) all’eccesso opposto (inclusione ope legis).

È vero purtroppo che molte mogli e madri, specie nel ceto medio-basso, sono costrette al lavoro esterno dal bisogno, in quanto lo stipendio o il salario del marito non basterebbe a sopperire ai bisogni sempre crescenti della famiglia. Ho detto sempre crescenti, perché questi bisogni spesso non sono primari o naturali, ma indotti dalle mode, dalla pubblicità e dalla mentalità consumistica che si diffonde anche nei ceti popolari, per cui chi «non è in è out», come dicono i benparlanti, per i quali usare termini inglesi è segno di distinzione.

La nostra cosiddetta civiltà è piena di contraddizioni. Per esempio si critica spesso il consumismo (e spreco) dilagante, ma se i consumi scendono, si grida alla crisi del sistema economico. Sicché più si consuma, più si incentiva l’economia nazionale, e più cresce la «monnezza» che prima o poi ci seppellirà.

Le donne che sono costrette a lavorare fuori casa vanno certamente protette e aiutate, se madri, con le istituzioni sociali (asili-nido, scuole materne, mense aziendali e scolastiche ecc.); ma la missione specifica della donna è quella di essere madre e di allevare la prole. Il lavoro casalingo che essa svolge in famiglia deve essere considerato il più utile e proficuo per la comunità. Perciò esso va rivalutato, e io proporrei un’indennità per quelle donne non ricche che lavorano solo in casa per allevare bene i figli, per assicurare l’ordine, la pulizia e pasti caldi per marito e figli.

Spesso le giovani donne si illudono, credendo di trovare fuori di casa, negli uffici o nelle fabbriche, la piena realizzazione della propria personalità e la gratificazione per la propria capacità. Invece spesso trovano la più grande delusione, perché sono non considerate come donne (cioè signore), ma guardate  e concupite come femmine, ed esposte a gesti e frasi volgari da parte degli uomini i quali, se non sono tutti mascalzoni, non sono neppure tutti gentiluomini.

Gli stessi capi-ufficio e i direttori non sempre sono corretti e rispettosi come dovrebbero, e talora la giovane (e bella) impiegata, se vuole essere promossa al grado superiore (o non essere trasferita o addirittura licenziata per esubero) è costretta a «mostrarsi gentile» verso il superiore. Ci sono certamente donne alle quali tutto questo non dispiace, anzi ci provano il loro piacere oltre che l’interesse. Ma le donne non fatue e vanesie ne soffrono, accumulano frustrazioni, e tornano a casa coi nervi tesi, che qualche volta scaricano in famiglia su marito e figli. E siccome talora anche il marito torna a casa coi nervi a fior di pelle, ecco che spesso avviene lo scontro, con le recriminazioni e le accuse reciproche, che possono portare alla separazione e al divorzio.

Oggi la cultura dominante induce le ragazze all’esibizione del corpo per sfondare nel mondo della televisione, del cinema e dello spettacolo, per diventare attrici o modelle, o semplicemente veline o vallette che affiancano i divi del piccolo schermo esibendo le loro nudità. E per arrivare a questi ambiti traguardi partecipano a concorsi di bellezza o si iscrivono a corsi appositi presso agenzie che promettono questi traguardi e, col miraggio del successo, sono pronte a sborsare molto denaro e a concedere anche qualcos’altro.

Naturalmente ognuno, quando è maggiorenne, e anche prima, può fare di sé (e del proprio corpo) quello che vuole, anche rovinarlo con la droga, coll’alcol, col fumo o col sesso;[9] ma una persona che usi intelligenza e ragione dovrebbe comprendere che queste esibizioni di rotondità, queste passerelle mediatiche, anche se procurano soldi e momentanee soddisfazioni e sembrano il paradiso in terra, non danno la vera e duratura felicità, che viene dalla serena coscienza e dalla pace interiore.

Nella cosiddetta civiltà occidentale il corpo femminile, e specialmente gli attributi del sesso, sono strumentalizzati per la pubblicità e lo spettacolo; sono insomma un affare, attorno al quale prosperano tante altre lucrose attività, quali la cosmesi, l’abbigliamento, la gioielleria e le copertine delle riviste. Gli islamici non hanno torto quando accusano gli occidentali di corruzione e mercimonio del sesso, e di impudicizia le nostre ragazze scollacciate e seminude, per cui giustamente cercano di vivere separati da noi all’ombra della loro moschea, per non farsi contagiare da nostri vizi.

Il mio quadro è forse esagerato (non tutte le ragazze sono così), ma un fondo di verità c’è, e le mie parole mirano modestamente a far riflettere su certi comportamenti e costumi deviati, per cercare di raddrizzarli. Secondo me le donne dovrebbero capire che spesso la carriera impedisce o rovina la famiglia, e toglie loro la gratificazione degli affetti duraturi, tra i quali precipui l’amore coniugale e il «miracolo» della maternità .


11 – I LAVORI PUBBLICI

 

 

 

In questi ultimi decenni, di opere pubbliche in Italia ne sono state fatte ben poche. In precedenza, nel periodo dello sviluppo economico e dell’entusiasmo imprenditoriale, ne erano state eseguite alcune importanti, tra cui le autostrade e le quattro centrali nucleari: della Foce Verde (Latina), di San Venditto-Garigliano (Caserta), di Trino (Vercelli) e di Caorso (Piacenza). Ne stavamo costruendo una quinta, più grande e moderna, a Montalto di Castro (Viterbo), quando in seguito al disastro di Cernobyl (1986), il popolo italiano decretò la chiusura delle nostre centrali nucleari.

Fu  un errore madornale, che in tutto il mondo abbiamo fatto solo noi (troppo intelligenti!), sicché oggi siamo costretti a comprare l’energia elettrica delle centrali nucleari (specie svizzere e francesi) che circondano il confine italiano dalle Alpi Giulie alla Alpi Marittime.

Se qualcuna di queste esplodesse, saremmo per primi investiti dalla nube radioattiva. Noi italiani abbiamo cancellato l’energia nucleare per referendum, votato sotto l’impressione della paura. Ma colpevole non fu tanto il popolo, il quale non poteva che votare secondo l’impressione del momento, quanto quelli che proposero il referendum, il Governo che non lo contestò con giuste ragioni e la Corte Costituzionale che lo approvò subito, mentre avrebbe potuto, se non altro, rimandarlo ad altra data, quando gli animi sarebbero stati più rasserenati. Oggi quasi tutti ritengono necessario il ritorno al nucleare, anche perché gli idrocarburi finiranno presto e le cosiddette «fonti pulite» sono del tutto insufficienti.

Nel settore delle opere pubbliche si è intervenuti in modo confuso, senza un intelligente piano organico, e per interesse clientelare, cioè sono state decise per le pressioni di poteri forti o di uomini politici influenti in determinati territori. E spesso, dopo essere state decise e appaltate, sono state lasciate al loro destino, o di non essere mai completate, o di essere completate ma non fornite delle opportune strutture o dei necessari collegamenti, e quindi inservibili e abbandonate al saccheggio pubblico o all’occupazione da parte degli zingari e dei clandestini. Ma il più delle volte queste opere (ospedali, scuole, carceri, strade ecc.) non vengono terminate perché le ditte appaltatrici sospendono i lavori se non vengono concessi aumenti contrattuali, motivandoli con l’aumentato costo dei materiali, data la lentezza dell’esecuzione. In certi casi la ditta fallisce o semplicemente scompare (dopo aver incassato una quota del prezzo stabilito), o deve penosamente abbandonare (anche con perdite) per il condizionamento mafioso che si impone con le bombe. Infatti la mafia trova nel settore dei lavori pubblici un lucroso campo di sfruttamento.

In Italia ci sono valide ditte costruttrici, capaci di realizzare in tempi ragionevoli opere anche grandiose; e infatti spesso le hanno eseguite all’estero, perché qui da noi è difficile lavorare in pace, e non soltanto nel Meridione, ma in quasi tutto il «Bel Paese», dove la Piovra coi suoi tentacoli avvinghia ogni utile o necessaria o prestigiosa intrapresa.

In parte questi mali derivano dal sistema ormai invalso di affidare ogni opera pubblica a un  pubblico appalto. Se si vuol fare, per esempio, un ponte necessario e urgente, si deve indire una gara di appalto con un costo presunto e al ribasso: chi ribassa di più si aggiudica l’esecuzione dell’opera a un determinato costo. E’ evidente che la ditta appaltatrice non può rimetterci, deve avere, come giusto, il suo margine di guadagno; e allora cerca di risparmiare sui materiali, usando i più scadenti, sul lavoro, ingaggiando operai raccogliticci e non esperti, spesso clandestini per sottopagarli; e finalmente il ponte viene terminato e consegnato all’Ente pubblico finanziatore. Ma è un ponte che, se non crollerà al collaudo (come è successo), durerà poco e avrà bisogno di continue riparazioni e costosi interventi. Molto spesso l’imprenditore è costretto dalla mafia a dare certi lavori in subappalto ad altre ditte, le quali anch’esse seguiranno la stessa logica (materiali e lavoro scadenti), e l’opera pubblica nasce già minata da tare strutturali. Avviene talora che la ditta subappaltatrice sia anch’essa costretta a subappaltare determinati lavori (sterro, trasporti ecc), e così, in questa confusione di ruoli e di responsabilità, alla fine, se il ponte crolla, non si sa chi è il responsabile, e si iniziano i processi civili che si trascineranno per anni, mentre il ponte rimane lì in frantumi ad ostacolare il flusso delle acque e causando magari il tracimamento  del fiume.  

Ho portato un «exemplum fictum», ma che tanto finto non è, se guardiamo tanti casi di opere pubbliche finite male.

Io penso che il dover sempre affidare l’opera pubblica al pubblico appalto (al ribasso) sia un grave errore. Perché lo Stato, la Regione, la Provincia, il Comune non può eseguire direttamente, cioè in economia, i propri lavori? Come fa il privato cittadino quando si vuol costruire una casa, una villa, una piscina, un campo da tennis? Lo dà al pubblico incanto?

Certamente no.  Egli si informa per scegliere l’imprenditore più capace e più onesto, tratta con lui, concorda il prezzo e la scadenza; e poi controlla continuamente l’esecuzione del lavoro.  Perché lo Stato non può fare lo stesso? Esso ha il Genio Civile (e anche quello Militare) il quale può fare quello che fa il privato cittadino: definire l’opera, scegliere gli esecutori, controllare l’esecuzione. Le Regioni, le Province, i Comuni hanno i loro Uffici Tecnici, i quali potrebbero fare nel loro territorio quello che il Genio Civile fa in tutto il territorio nazionale per le opere di sua pertinenza.

Si dirà: in tal modo i direttori di questi Enti o Uffici potrebbero lucrare personalmente (come anche gli ingegneri controllori dei lavori) esigendo tangenti dagli imprenditori per chiudere un occhio sulle modalità esecutive. Questo è vero, e proprio per evitare questi «intrallazzi» si è imposta l’asta pubblica. Ma si è caduti, come si dice, «dalla padella sulla brace».

Infatti se i direttori degli Uffici Tecnici e del Genio sono per caso disonesti, essi, essendo soggetti a controllo e personalmente responsabili, possono essere facilmente individuati e puniti in modo esemplare,  mentre nel caso degli appalti e dei subappalti il quadro si fa confuso, la responsabilità dubbia e la sanzione difficile o irrisoria o tardiva.

È purtroppo vero che in Italia l’onestà è diventata una virtù rara, quasi un’eccezione; ognuno in ogni incarico e in ogni carica pensa a come può approfittarne, per arricchirsi,  e tacita la sua coscienza pensando «così fan tutti» .

 È veramente penoso constatare questa realtà. Quasi ogni giorno apprendiamo dai telegiornali di amministratori e dirigenti infedeli o corrotti, anche nei corpi dove ci aspetteremmo la massima correttezza e onestà, come nella Magistratura, nella Polizia, nei  Carabinieri e nella Guardia di Finanza, nella Sanità. Il costume pubblico, come quello privato, si è depravato. Questo deriva dal fatto che si è perduto il senso religioso della vita, cioè il legame intimo con una Religione (anche laica come quella di Kant e di Mazzini), per cui ci sentiamo responsabili verso un Essere Supremo o l’Umanità.

Chi crede in Dio, nell’immortalità dell’anima, nel premio e nella pena eterna, non facilmente cederà alla tentazione di prevaricare, cioè di commettere il cosiddetto peccato originale. Esso non ci è stato trasmesso da Adamo «per propagazione» (come recita il Catechismo - Compendio articolo 76), ma è ingenito nell’uomo come tale. Infatti la prevaricazione è la tentazione insita nell’animo dell’uomo sin dall’origine, essendo stato dotato di intelligenza e libero arbitrio. E l’uomo è tentato di servirsi di questi grandi doni di Dio per procurarsi illecitamente averi, piaceri e poteri.

Chi non crede in Dio, la cui legge è scritta nella coscienza e nella retta ragione, ma non nel Codice Penale, teme solo la legge umana, che può essere elusa in tanti modi. E crede di poterla eludere non solo il malavitoso, ma anche il funzionario messo a capo di qualche ufficio o un suo subalterno anche di infimo grado, come un guardiano, un commesso, una dattilografa.

Ho parlato di coscienza come di una guida del nostro operare in pubblico e in privato; così dovrebbe essere, e così è per molti, ma per tanti altri questa coscienza si è depravata, al punto da considerare bene (per sé) quello che è oggettivamente male.  La cultura mafiosa, delinquenziale, in certe famiglie, si assorbe col latte materno, e si rafforza con l’età seguendo l’esempio dei membri della famiglia, padri, madri, fratelli, zii e cugini. In tali ambienti i ragazzi crescono con la coscienza distorta, per cui anche ammazzare una persona sembra cosa lecita (perché fattibile) e buona (perché lucrosa).

Questa perdita della coscienza morale è una realtà terribile, attuale, dovuta anche alla televisione e ai film tutti intrisi di violenza, per cui questa appare una cosa normale e quasi ammirevole. I ragazzi non hanno senso critico, e sono portati all’imitazione: tutto quello che vedono o sentono alla televisione o al cinema è per loro lecito e quasi necessario, per diventare anche loro famosi.     

E infatti grande fama hanno acquistato i più spietati malavitosi. Questa è la nostra conclamata civiltà. Grande è la responsabilità (davanti a Dio) dei cineasti e registi televisivi che producono o trasmettono questo pattume, che ha reso i nostri ragazzi sempre più volgari e cinici.

Una volta il personale che lo Stato assumeva al suo servizio era meglio selezionato, con concorsi ben mirati all’esame delle qualità anche morali del candidato. Per entrare nella Benemerita l’esame era ancora più meticoloso; si prendevano informazioni sulla famiglia e anche sulla parentela, ben sapendo che anche l’ambiente familiare e parentale influisce sul carattere di una persona.

Oggi ci si affida ai quiz, i quali possono verificare nozioni e competenze, ma non dicono niente sul carattere morale di una persona, il quale invece può essere rilevato da una ben impostata prova scritta, seguita da un opportuno colloquio. Per certe carriere è opportuno anche oggi prendere informazioni sulla famiglia di origine.

Comprendo che queste cose che si facevano nel passato oggi sono quasi impossibili anche per il gran numero delle assunzioni nei ministeri, nelle forze Armate, nella Polizia, nella Magistratura, nella Scuola, nella Sanità e in tutti i pubblici impieghi; tuttavia una maggiore oculatezza nello svolgimento dei concorsi e un più severo controllo sulle promozioni sono necessari. In certe carriere (Magistratura, Forze Armate) le promozioni sono concesse quasi sempre per anzianità, badando poco o niente al merito.

Perciò si dovrebbe ripristinare la valutazione annuale del servizio in tutti i campi dell’Amministrazione Pubblica. Oggi si sono moltiplicati i Ministeri, le Autorità, le Commissioni di vigilanza, i Consigli Superiori, i Commissariati, credendo di risolvere i problemi inflazionando le strutture dello Stato, e creando sempre nuovi baracconi con assunzioni clientelari o politiche o corporative. Ma i problemi restano irrisolti: un esempio eclatante è quello dei rifiuti. Esso è scandaloso e vergognoso nella Campania, ma anche altre parti d’Italia ne sono coinvolte, perché non si è stati capaci di organizzare un efficiente servizio di raccolta differenziata e di riciclaggio.

La monnezza potrebbe essere una ricchezza, con produzione di energia elettrica, concimi, e recupero di metalli e di vetro. Altri popoli hanno saputo fare ciò, usando i rifiuti solidi come materia prima; ma noi non siamo stati capaci di farlo se non in qualche città. Per l’Italia occorrerebbe una scossa di orgoglio, un insorgere di volenterosi e operosi per redimere la nostra Patria che è diventata (meno che nei telefonini) il fanalino di coda degli Stati europei.

Tra le opere pubbliche più importanti ci sono le arginature dei fiumi, per evitare tracimamenti e inondazioni, e le dighe di sbarramento dei corsi d’acqua al fine di creare riserve idriche per la produzione di energia elettrica e per l’irrigazione dei campi. Con le dighe si possono creare notevoli invasi anche da piccoli corsi d’acqua. Il Vajont, lungo appena 14 Km, sbarrato da una poderosa diga, creò un vero lago. Però i tecnici non considerarono che l’incombente monte Toc, di natura argillosa, poteva essere minato dall’infiltrazione dell’acqua; e infatti nel 1963 esso scivolò sul lago provocando una spaventosa onda d’urto che, superando la diga, si riversò nella valle sottostante distruggendo alcuni paesi. La diga resistette, per fortuna, altrimenti la distruzione sarebbe stata più vasta. Resistette perché era stata costruita bene, ma nella vallata meno indicata, colpa dei geologi e dei progettisti.

Non mi risulta che dopo quel disastro siano state costruite in Italia dighe notevoli: il Vajont fece demonizzare le dighe, come più tardi Cernobyl farà demonizzare le centrali nucleari. Il popolo italiano, in fatto di sicurezza, è molto sensibile, ma la sua è una sensibilità epidermica, direi allergica, che dà una reazione acuta ma temporanea. Non si riflette su quanto è avvenuto e non coglie la lezione che viene dal disastro. Si doveva capire che è necessaria la creazione di molti invasi medio-piccoli lungo i corsi d’acqua, primi fra tutti il Po, l’Arno e il Tevere. Tutti ricordano il Polesine sommerso dalle acque del Po nel 1951, e successivamente l’Arno che inondò Firenze e il Tevere che sommerse le parti basse di Roma. Non sono stati fatti gli invasi necessari; sicché l’Italia è afflitta d’estate dalla siccità, d’inverno dalle alluvioni. Non si è fatto un piano organico di sistemazione di ogni bacino fluviale, in modo da realizzare per ciascuno quelle opere che la geologia, l’ingegneria e la tecnica consigliano.

È anche vero che il popolo italiano, dotato di poco spirito civico, si oppone spesso alla costruzione non solo di discariche, di impianti di depurazione delle acque luride, di riciclaggio dei rifiuti, di termovalorizzatori, ma anche di questi invasi, perché nessuno vuole tali impianti vicino casa sua, e tanto meno in terreni di sua proprietà. Spesso si oppongono alla realizzazione di opere pubbliche non solo utili, ma necessarie, come le ferrovie, che potrebbero limitare il trasporto su strada.

Gli abitanti della Val di Susa si sono opposti alla ferrovia super veloce Lione-Torino-Trieste-Est Europeo, la quale potrebbe ridurre moltissimo l’inquinamento atmosferico e acustico prodotto dal continuo transito dei Tir, e assicurare trasporti più celeri e a minor costo.                                   

Poi ci sono i falsi ecologisti (se non sono falsi, cioè politicanti, sono ignoranti) i quali per partito preso si oppongono a ogni opera pubblica che occupi un po’ di terreno, e fanno credere alla gente che coi mulini a vento e i pannelli solari si possa risolvere il problema energetico nazionale. Il fatto è che l’Italia consuma sempre più energia e ne produce poca; sicché se un giorno Russia, Algeria e Libia chiudessero i rubinetti del petrolio e del metano che ci alimentano, resteremmo al freddo e al buio. Lo stesso ricatto ci potrebbero fare Francia e Svizzera per l’energia elettrica.

Siamo un paese economicamente molto vulnerabile, e viviamo (tutti no, ma buona parte sì[10]) al di sopra delle nostre possibilità, e un giorno o l’altro potremmo avere un triste risveglio dal nostro vanto di paese del G8. 

Mi sembra di aver parlato abbastanza di argomenti e problemi seri e spesso dolorosi e, per riconfortare alquanto l’eventuale lettore, voglio anche in questa seconda parte terminare con una novella o meglio favola la quale, come tutte le belle favole, ha anche la sua brava morale.


LA ZAPPA DI LEGNO

 

 

 

Mio padre, pur essendo un contadino e avesse frequentato la scuola solo fino alla terza elementare, era un uomo molto saggio  e intelligente e, all’uopo, anche arguto. Tutte le volte che noi cinque figli avanzavamo richieste di acquisti che lui considerava eccessivi o inopportuni, date le modeste condizioni della famiglia, con un sospiro accompagnato da un sorriso ci diceva:

«Ah, quella zappa di legno!»

E la nostra richiesta era quasi sempre respinta, come se quella enigmatica frase fosse una risposta persuasiva. Ma noi figli non ne eravamo per nulla persuasi e io, che ero un po’ saputello, un giorno osai replicare:

«Ma, babbo, che significa questa zappa di legno?»

Allora lui cominciò a raccontare la favola molto espressivamente perché era un bravo affabulatore e, quando eravamo più piccoli, ci aveva estasiati con i suoi racconti sul valoroso poliziotto Giuseppe Petrosino (detto Joe) e sulla «Mano Nera» americana. Egli era stato infatti cinque anni negli Stati Uniti a lavorare come operaio.

Ecco dunque il suo racconto; non so se l’avesse inventato lui o letto in qualche libro, perché leggeva anche volentieri, e io, dei suoi libri, ho conservato per molti anni il «Querrin Meschino» e i «Reali di Francia».

Siccome ho buona memoria, riferirò quasi alla lettera le sue parole.

C’era, in un paese sperduto, un povero contadino, il quale per dissodare il suo terreno non aveva che una zappa di legno. Il poveretto penava molto a farla penetrare nella terra dura, ma sforzandosi riusciva a coltivare la sua terra e a tirare avanti la vita. Ma spesso sospirava pensando alla sua vecchiaia, quando non avrebbe più avuto la forza per far penetrare nel terreno la sua zappa di legno; sospirava ma, siccome era un buon cristiano, si affidava alla volontà e alla misericordia di Dio.

Un giorno, mentre stava lavorando nel suo campo, nella calura estiva, bagnando col sudore le zolle, vide venire un «signore» di aspetto così autorevole che lasciò di zappare, si tolse rispettosamente la paglia che aveva in testa e rimase lì incantato e quasi in attesa.

Il signore gli si avvicinò placido e lo salutò cortesemente:

«Buongiorno, brav’uomo.»

«Buongiorno, signore.»

«Come va la vita?»

«Bene, signore, mi accontento.»

 

«La zappa di legno va bene?»

«Si, bene, anche se è un po’ faticosa.»

«Vorresti avere un arnese diverso?»

«Oh, signore, certamente, ma come? So che altrove i contadini usano la zappa di ferro, anzi di acciaio temprato, e quella sì che lavora bene la terra e non è faticosa.»

«Ti piacerebbe averla?»

«Oh, certamente! Volesse il cielo!»

«Giova sperare, brav’uomo. Per ora ti saluto. Arrivederci.»

«Arrivederci, signore, e grazie della visita.»

Il signore si allontanò a passi lenti, e il contadino rimase lì a guardarlo a bocca aperta, chiedendosi chi mai potesse essere quel signore così garbato e gentile: doveva certamente essere un gran signore.

Rimase così un po’ trasognato sino al tramonto, e tornato a casa e mangiato il suo povero pasto andò a dormire col pensiero ancora rivolto a quella visita, e fece strani sogni.

Ma al mattino i sogni si dileguarono, e lui si alzò per andare al campo. Aperta la porta della sua stamberga vide, appoggiata allo stipite, una lucente zappa d’acciaio, affilatissima e ben manicata.

Levò un grido di meraviglia e di gioia, ma subito si fece il segno della santa croce, temendo che fosse un inganno diabolico. Ma vide che la bella zappa non era sparita, era sempre lì a portata di mano.

Allora la prese commosso e, ringraziato il Buon Dio per il miracolo, si avviò tutto euforico al suo campo e in quel giorno zappò più del doppio di quanto zappava prima.

Tornò a casa contento, ma anche molto stanco, perché quella meravigliosa zappa faceva un ottimo lavoro ma era anche un po’ pesante; si sentiva le braccia tutte indolenzite, per cui si coricò presto e il giorno seguente si recò al campo con la bella zappa ma con meno entusiasmo.

Cercò di lavorare con minor foga, per non stancarsi troppo.

L’entusiasmo con il passare dei giorni gli passò del tutto, ma tirava avanti cercando di accontentarsi.

Dopo un paio di mesi venne a trovarlo, al campo, quel gentile signore, salutandolo con un lieve sorriso sulle labbra:

«Come va, brav’uomo?»

«Bene, signore. Mi posso accontentare.»

«La zappa di ferro va meglio?»

«Molto meglio di quella di legno, non c’è paragone.»

«Desideri per caso qualcos’altro?»

«Cosa desiderare, signore? Chi si accontenta, gode. Ma, per dire tutta la verità, la zappa di ferro è un po’ pesante, e io alla sera mi sento le braccia indolenzite, e anche la schiena comincia a darmi fastidio, specie la notte. Ecco, ho sentito dire che, in certi paesi più fortunati, i contadini non dissodano più il terreno con la zappa, ma con un aratro di ferro, tirato da un giumento aggiogato. Quelli sì che sono felici, perché non si stancano: tutto il lavoro lo fa la bestia. Oh, se fossi anch’io come loro!»

«Giova sperare, buon uomo.»

Il signore se ne andò senza aggiungere altro; e il contadino rimase lì a chiedersi che cosa volessero dire quelle parole di saluto.

Per non farla lunga, il giorno dopo egli trovò fuori casa, legato alla maniglia della porta, un robusto mulo già aggiogato a un lucente aratro, con un vomere affilatissimo e le stegole con una manopola di gomma, per una presa più morbida e sicura.

Gridò al miracolo, e cominciò a pensare che era nato proprio sotto una buona stella, per ricevere questi miracoli.

Sciolse il mulo e andò al campo, dove arò in un giorno il quadruplo di quanto facesse con la zappa. Ma alla sera, prima di badare alla sua cena, capì che doveva provvedere al mulo che aveva così ben lavorato; doveva cioè innanzi tutto abbeverarlo, poi dargli del fieno da mangiare e fargli anche un lettime di paglia per la notte.

Anche se non sapeva se i muli si sdraiano per dormire, lo strato di paglia era necessario per raccogliere i «rifiuti» dell’animale.

Dovette approntare anche una tettoia posticcia per ripararlo da eventuali intemperie.

Fece tutte queste operazioni in fretta e confusamente, non avendone esperienza.

Quand’ebbe sistemato alla meglio il suo mulo, si sentì tanto stanco che si sdraiò sul pagliericcio senza neppure mangiare e senza svestirsi. E penò anche ad addormentarsi col pensiero del mulo, che non poteva campare con sola acqua e fieno, ma aveva  bisogno anche di biada, che doveva procurarsi.

Al mattino aggiogò di nuovo il mulo all’aratro e si recò ad arare un po’ sopra pensiero.

Comunque a poco a poco si abituò ad accudire la bestia, la quale aveva bisogno anche di brusca e striglia. Capiva che doveva provvedere non solo a sé, ma anche all’animale, il quale aveva le sue esigenze.

La cosa non era entusiasmante, ma tirava avanti rassegnato.

Dopo un po’ di tempo il solito signore venne a trovarlo al campo, e lo salutò col solito benevolo sorriso:

«Come va, buon uomo?»

«Bene, signore, non mi posso lamentare.»

«Il mulo lavora bene? Ha forza per tirare l’aratro?»

«Altroché! È molto robusto; solo che è un po’ testardo, e poi bisogna ben accudirlo, e non è poco.»

«È testardo, e anche esigente?»

«Non è colpa sua, tutti i muli sono testardi, e spesso non posso fare i solchi diritti, perché lui tira sempre da una parte. Ma non ci si può far niente, è natura. Poi bisogna nutrirlo a pulire il suo lettime, e non è cosa gradevole. È vero che è tutto letame che posso usare per concimare il campo, ma quanta fatica! e non parliamo della puzza.»

«Vorresti cambiare, magari tornare alla zappa e così non dovresti più accudire il mulo?»

«Che dice, signore? Alla zappa mai più, piuttosto mi tengo il mulo. Però, se permette, signore, una soluzione ci sarebbe. Ho sentito dire che in certi paesi i contadini hanno una zappa a motore, che chiamano motozappa, fornita di tante zappette che, ruotando su un asse, avanzano sul terreno frantumando le zolle per più di un metro di ampiezza, mentre l’aratro ne lavora sì e no mezzo metro. Non serve il mulo, il motore non deve mangiare ogni giorno, beve soltanto un po’ di petrolio, ma solo quando lavora.

Oh, se potessi avere un tale arnese!»

«Giova sperare, buon uomo.»

Il signore si allontanò, e il contadino rimase un po’  inoperoso a sognare la sua motozappa.

Anche questa volta il sogno si realizzò, e la mattina successiva, fuori la porta, trovò una bella motozappa col motore già avviato, in folle.

Rimase estasiato a guardarla, ma poi si riscosse, ingranò la prima e si avviò al campo guidando la macchina, col petto gonfio di soddisfazione.

Quando poi si mise a dissodare il terreno, che era molto secco, vide che le zappette, macinando le zolle, alzavano un fastidioso polverone, e invece di avanzare, affondavano nel terreno, sicché doveva fare penosi sforzi di braccia e di schiena per farle avanzare.

Tornò a casa con la schiena dolente, ma aveva dissodato il doppio che  coll’aratro. Si consolava con questo risultato, ma non era del tutto soddisfatto della permuta fatta.

Dopo qualche mese ripassò il signore, e sorridendo gli chiese:

«Come va, buon uomo?»

«Bene, signore, cioè mi accontento, mi devo accontentare. Non è che la motozappa non lavori bene, anzi: macina la terra per oltre un metro di larghezza, ma tende a infossarsi sul posto, e per spingerla avanti bisogna lavorare molto di braccia e di schiena. E la mia schiena è un continuo dolore. Mi hanno detto che un rimedio c’è, e si chiama motocoltivatore. Esso è munito di due robuste ruote con copertoni sagomati, e avanza sicuro su ogni terreno, e può camminare anche su strada. Ha anch’esso le sue zappette, ma non occorre sfiancarsi a spingerlo, avanza da solo, e basta guidarlo col manubrio, senza sforzo.»

Per non tirarla troppo in lungo, taglio dal racconto gli incontri e i colloqui successivi tra il contadino e il misterioso signore che lo volle ancora una volta accontentare.

Ma anche il motocoltivatore non soddisfece appieno il contadino, il quale si stancava a seguire a piedi la macchina, ed era infastidito dalla puzza del gas il cui tubo di scarico lo aveva quasi davanti alla faccia. Insomma desiderò ed ebbe un trattore, sul quale lui poteva sedere comodamente a una certa altezza, senza avere quel tubo di scappamento davanti al naso. E poi il trattore aveva un volante proprio come le automobili, e questo lo faceva credere quasi un signore. Ma la puzza del gasolio bruciato la sentiva lo stesso, e quando il signore tornò a visitarlo disse:

«Signore, sì, tutto va bene, sono pienamente soddisfatto, però la puzza del gasolio la sento lo stesso e mi dà allergia, e poi se piove mi bagno, e se c’è il sole cocente mi arrostisco. Mi dicono che hanno ultimamente fabbricato trattori muniti di cabina che si può chiudere come un abitacolo di automobile, e quindi al riparo dalla pioggia, dal vento e dalla puzza del carburante. Per di più i modelli più recenti hanno, oltre alla radio per ascoltare musica, anche un aggeggio che dà aria fresca d’estate e calda d’inverno. Non so come si chiama questo meraviglioso strumento, ma signoria ha capito di che si tratta.»

«Ho perfettamente capito» disse il signore, e senza aggiungere altro si allontanò.

La mattina successiva il contadino trovò, al posto del trattore, la sua vecchia zappa di legno.

Chi troppo vuole …

A buon intenditor…

 

 

 

Roma, Pentecoste 2008          



[1] La Germania solo 5.000

[2] Allo stesso modo, per antonomasia, per i Latini Roma era l’Urbs.

[3] La Francia, che fa le cose sul serio, ha il suo efficiente Ministero dell’Educazione.

[4] Quello di Religione solo una misera oretta!

[5] La memoria diminuisce, se non la si esercita.

[6] Un’altra triste conseguenza è che il lunedì, dopo due giorni di dissipazione (spesso con esodo dalla città), si combina ben poco.

[7] Da bellum abbiamo «bellico, bellicoso, belligerante» e derivati, ma sono parole dotte.

[8] In un noto vocabolario italiano ho contato, in una sola pagina (recto), ben nove parole straniere, mescolate a quelle italiane. È un vocabolario italiano o inglese?

[9] Ricordiamo l’adagio popolare «Bacco, tabacco e Venere riducon l’uomo (e la donna) in cenere».

[10] È la nota frase di una barzelletta dell’epoca napoleonica. In un salotto parigino una dama dice: «Gli Italiani sono tutti ladri». Un’altra corregge: «Tutti no, ma buonaparte sì». E si riferiva  a Napoleone, il quale rubò in mezza Europa, e specie in Italia.