Bruno Camaioni

 

 

I DOVERI DEL CRISTIANO

 

 

 

 

“Lo spirito di verità mi darà testimonianza;

e anche voi mi renderete testimonianza”

Gv 15, 26-27

 

Il vero cristiano deve testimoniare Cristo

con tutta la sua vita.

 



Anagogica

 

Opere di Bruno Camaioni

 

 

Notizie sull'autore

 

Bruno Camaioni è nato a Grottammare (AP) nel 1917, si è laureato in Lettere all'Università di Roma nel 1940, ha insegnato in varie città italiane, ed era preside di un liceo classico quando è andato in pensione. Ha scritto diverse opere (poesie, romanzi, studi sul Manzoni, opuscoli su argomenti religiosi ecc.) che non ha mai pubblicato, facendole circolare solo tra parenti, amici e conoscenti.

Uno di costoro, ritenendo che esse siano interessanti e anche formative per i valori che inculcano, ha preso l'iniziativa di metterle man mano in rete, affinché chiunque le possa leggere liberamente e senza spese.

Solo la sua autobiografia, scritta per insistenza dei figli, non sarà per ora resa nota, per ovvi motivi di discrezione. Dopo la sua morte anch'essa sarà messa in rete, per chi vorrà conoscere meglio quest'uomo che intendeva restare ignorato.

 

 

Note sul diritto d'autore

 

Delle opere pubblicate di Bruno Camaioni ne è consentita la copia e la distribuzione gratuita, su qualsiasi supporto, preservandone l'integrità (inclusa la presente dicitura) e citandone l'autore.

 

Opere attualmente disponibili in rete (anche attraverso eMule Adunanza Fastweb):

 

  • Il Problema del Male – Riflessioni (*)
  • Eremita a Orgosolo – Romanzo (*)
  • L'Aiuola Contesa – Romanzo (*)
  • Riassunto de "I Promessi Sposi" - Riassunto con commento estetico e morale (*)
  • I Doveri del Cristiano – Riflessioni
  • L’Antico Testamento, Tutta Parola di Dio? – Saggio
  • Il Messaggio di Dante – Saggio
  • La Chiesa di Cristo e la Mondanizzazione - Saggio

 

(*) Opere depositate ad aprile 2005.

In copertina l’icona Vergine delle Tenerezze di Vladimir (sec. XIII)


INDICE

 

PREFAZIONE. 5

I DOVERI VERSO DIO.. 9

I DOVERI VERSO SE STESSO.. 17

I DOVERI VERSO IL PROSSIMO.. 25

 

 

 

 

 

 

 

 

AVVERTENZA – Le citazioni testuali, dalla Bibbia della CEI, versione ufficiale per i cattolici italiani, o dal Catechismo della Chiesa Cattolica (CCC) nella versione ufficiale italiana, sono fatte, per brevità, con le sigle adottate in questi testi. Della Bibbia viene indicato il libro (siglato), il capitolo, il versetto o i versetti riportati. Del Catechismo viene riportato il numero del paragrafo (non della pagina) e questo per una più facile ricerca. Questi due testi dovrebbero esse posseduti da ogni cattolico mediamente alfabetizzato. Cito anche l’enciclica “Veritatis Splendor” con la sigla VS.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PREFAZIONE

 

 

      Cari figli e figlie, questo quaderno è dedicato a voi, ed è per così dire il mio testamento spirituale.

      Io non vi lascio né case né terreni né somme di denaro, se non quella, modesta, che dovrà servire per le mie esequie, che dovranno essere, anch’esse, molto modeste; e così se avanzerà qualcosa da quel mio risparmio, potete devolverlo in opere di bene.

      In questi ultimi mesi ho voluto rileggere il “De Officiis” di Cicerone, trattato che lui scrisse nel 44 a.C. e che dedicò al figlio Marco che era in Atene a una scuola di filosofia. I tre libri di Cicerone si basano sulla filosofia stoica, la quale in molti punti collima con la morale cristiana; ma il pensatore di Arpino tratta l’argomento dei doveri soprattutto dal punto di vista pratico del “civis Romanus, pius erga deos, erga patriam, erga familiam”, guidato nel suo agire dalle quattro virtù cardinali: sapienza, giustizia, fortezza e temperanza. Esse sono dette cardinali, perché costituiscono i cardini, cioè le basi, le colonne portanti dell’operare del “vir probus”.

      La prima di queste virtù è conosciuta dai cristiani col nome di prudenza; ma questo termine latineggiante equivale a “conoscenza”, come si evidenzia nel vocabolo italiano “giurisprudenza”, che significa appunto “conoscenza del diritto” e quindi sapienza giuridica. Certamente Cicerone non ci può parlare delle virtù cristiane della Fede, della Speranza e della Carità (=Amore), perché esse si possono acquisire solo con la Grazia, cioè col sostegno soprannaturale, e infatti sono dette “teologali”, cioè che riguardano il nostro rapporto con Dio.

      Sul rapporto con Dio e sui doveri che ne derivano nel vivere entro il consorzio umano, organizzato dall’umana saggezza, è basato il trattato di Silvio Pellico “I doveri degli uomini” pubblicato nel 1834. Lo scrittore saluzzese, più noto per le sue memorie biografiche “Le mie prigioni”, tratta dei doveri da un punto di vista religioso e civile, cercando di delineare il comportamento di un cittadino cristiano nella società statualmente strutturata e organizzata. Con l’operetta del Pellico ho voluto rileggere anche il ben più notevole trattato “I doveri dell’uomo”, che Giuseppe Mazzini pubblicò nel 1860, basandosi anche lui sul concetto di Dio, ma di un Dio quasi incarnato nel popolo sovrano, da cui derivano tutti i nostri doveri, nel rigoroso vincolo di una specie di religione umana, che impegna tutti gli uomini con un legame di solidarietà.

      Infatti la religione (dal latino re-ligo = lego di nuovo, lego più forte) è essenzialmente quel forte vincolo spirituale che noi sentiamo in coscienza verso tutti i viventi e, prima di tutto, verso l’Autore stesso della nostra esistenza. Questo vincolo interiore, considerato da Kant un imperativo categorico (“tu devi”), è sentito dal Mazzini come una religione laica, una missione civile e politica, una predicazione ispirata al miglioramento della società, alla presa di coscienza dell’uomo che, nella sua libertà, sente la fratellanza umana, e quindi il dovere di operare, lottare e anche sacrificarsi per l’elevazione sociale ed economica di tutta l’umanità. Non possiamo che ammirare questa religione laica, aperta anche al martirio, che il Mazzini professò con impegno civico e dirittura morale.

      Egli voleva, col suo spiritualismo ideologico, opporre un argine al materialismo economico di Marx, del quale paventava la massificazione del popolo, che lui invece voleva libero, cosciente di sé e arbitro del suo progresso sociale e anche economico.

      Il suo timore circa il comunismo era pienamente giustificato, come è stato dimostrato dove il “socialismo reale” è stato realizzato con la cosiddetta “dittatura del proletariato”, che si è rivelata una brutale dittatura sul proletariato, considerato una massa di esseri produttori-consumatori, e non più persone umane libere e autonome. Noi cristiani, che così ci chiamiamo perché abbiamo abbracciato la dottrina insegnataci da Gesù Cristo, professiamo non una religione laica, anche se seria e cogente come quella mazziniana, ma la vera religione spirituale rivelataci dal Figlio di Dio, e quindi abbiamo una guida sicura nella nostra vita terrena. Una guida non solo sicura, ma anche chiara, severa e impegnativa. Una guida che, attraverso una porta stretta, porta a una via in salita, aspra e difficile, perché seminata spesso di triboli.

      Oggi si vuol presentare il Cristianesimo come una strada facile, allegra, piena di attrattive, di raduni oceanici, allietati da danze e canzoni, ovazioni, battimani e frasi osannanti. Si crede in tal modo di attrarre la gioventù, portata al chiasso delle discoteche, ai balli sfrenati e alle canzoni urlate. Ai giovani assetati di piaceri si vuol quasi far credere che nel Cristianesimo troveranno quella felicità serena, quel godimento intenso a cui anela il loro cuore. Secondo me è un grave errore di prospettiva, una pastorale che non converte nessuno, perché queste manifestazioni esteriori servono soltanto a un vuoto trionfalismo, non incidono profondamente nell’animo, ma danno solo un solletico epidermico di autosuggestione momentanea, che ben presto svanisce senza dare alcun frutto spirituale.

      La sequela di Gesù non è quella lieta e piacevole avventura che si vuol far apparire ai giovani. E’ un grave errore psicologico credere che questo sia il modo migliore per attirare la gioventù a un impegno serio e costante; tutt’al più la si potrà attirare ad un raduno festoso, spettacolare, acclamatorio, anche delirante, simile a quello che avviene nelle esibizioni dei popolari cantanti. I giovani amano stordirsi in queste adunate oceaniche, in cui si grida, si acclama, ci si inebria; ma la sbornia passa subito, e tutto finisce lì, senza alcun seguito di bene.

      La sequela di Gesù richiede sacrificio. Lo ha detto Lui stesso:

      «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.» (Lc 9,23)

      Altrove dice:

      «Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano!» (Mt 7,14)

      E ancor più pochi sono quelli che la percorrono sino alla fine. La realtà è questa; ben altro che turbe oceaniche osannanti!

      Questo non vuol dire che non ci sia anche un’intima letizia, una gioia interiore, una pace profonda e una serenità costante in chi, seguendo Cristo, sa di camminare sicuro nella via della salvezza, verso la vera felicità, che è quella futura ed eterna. Gesù stesso ci ha rassicurati:

      «Venite a me voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce, e il mio carico leggero.» (Mt 11, 28-30)

      Quindi, nella fedele sequela di Gesù, la croce, il giogo, il carico finiscono con l’essere leggeri, e il sacrificio stesso, l’abnegazione di sé finiscono con l’infonderci nell’animo un’ineffabile dolcezza, pegno della beatitudine eterna. “Per crucem, ad lucem” e “per aspera ad astra” ammonivano gli antichi.

      Penso che della serietà dell’impegno cristiano, cioè dei veri seguaci di Cristo, voi siate ben convinti; mi accingo perciò a parlare dei doveri essenziali del credente, che vuole aderire alla dottrina di Gesù in questa terra, la quale, se non è una “valle di lagrime”, non è neppure un “giardino fiorito”. La vita è certamente piena di ostacoli che bisogna affrontare con coraggio, sostenuti dalla Grazia di Dio, che non manca mai a chi si impegna con Fede e buona volontà.

      Trattare dei doveri oggi, che si parla sempre e solo dei diritti, e si reclamano i diritti più straordinari, come quello alla salute e alla felicità, può sembrare strano, ed è certamente impopolare e controcorrente. Ma confido che voi, figli miei, se non altro per carità filiale, vogliate leggere queste mie riflessioni.

I DOVERI VERSO DIO

 

 

      I doveri verso Dio si assommano in un unico comandamento: amare Dio al di sopra di ogni cosa, al di sopra di noi stessi e al di sopra di tutte le persone a noi più care, come la moglie (o il marito) e i nostri figli. Questo dovere a me sembra che sia inculcato dalla nostra stessa coscienza, prima di ogni comandamento esplicito dello stesso Dio.

      Se noi crediamo che tutto il mondo e noi stessi siamo stati creati da Dio, per un atto di amore, dobbiamo a Lui il nostro amore supremo, perché da Lui noi siamo e viviamo. Questo è evidente, sempre che noi crediamo in Dio, Autore e Signore dell’universo.

      E’ vero che molti non ci credono, e per spiegare il mondo parlano di una materia autoevolutasi in forme sempre più complesse e diversificate sino ad arrivare all’homo sapiens. Una grande massa di uomini, oggi, non si pone più neppure il problema, e vive materialisticamente, giorno per giorno, senza porsi alcuna domanda sul senso della loro vita, sulla sua origine, sul suo fine, e se il suo spirito vitale (anima) è immortale o muore insieme al corpo.

      Io sono certo che i miei figli credono in Dio, nell’anima immortale e nella vita futura ed eterna, e perciò non voglio lasciarmi andare a una discussione o a una dimostrazione dell’esistenza di Dio

      I miei figli sanno bene che questo nostro mondo è retto da un ordine mirabile che reclama un Creatore e Ordinatore supremo, per la legge della casualità, per la quale ogni effetto vuole la sua causa efficiente. La mirabile finalità che noi ammiriamo in ogni processo che si verifichi nel macrocosmo o nel microcosmo, per cui ogni operazione fisica o chimica avviene in virtù di un fine deliberato e raggiunto con mezzi efficaci e pienamente adeguati, ci dà la certezza che ciò che esiste non può essere opera del caso, ma di un Creatore dall’infinita intelligenza.

      Se noi fermiamo un momento la nostra attenzione su una qualunque delle operazioni che avvengono incessantemente nel nostro stesso organismo, come quella nutritiva, percettiva, dinamica, riproduttiva ecc., vediamo che ognuna di queste operazioni è espletata da organi mirabilmente studiati per compiere perfettamente la loro funzione. La circolazione sanguigna, la respirazione, la digestione degli alimenti per fornire energia a ogni macchina umana o animale o vegetale, sono tutti fenomeni che noi studiamo con meraviglia per la loro complessità, e nello stesso tempo mirabile semplicità e perfezione. Se poi volgiamo lo guardo al cervello umano, e cerchiamo di capire come esso dirige e controlla non solo le operazioni biologiche, ma anche quelle più propriamente intellettive, volitive, affettive, rimaniamo davvero sbalorditi. E il nostro sbalordimento cresce osservando il genoma umano, nel quale è inscritto e descritto tutto il progetto del Supremo Ingegnere. E non solo nell’uomo tutto ciò è mirabile, ma anche in ogni animale, in ogni pianta, in ogni fiore, in ogni frutto, in ogni seme, in ogni batterio, in ogni cellula, in ogni virus.

      E se dal più piccolo essere, dalla più infinitesimale delle particelle, passiamo al vastissimo cosmo, alle galassie, ai sistemi solari, alle orbite, alle grandezze e distanze astronomiche, la nostra ammirazione per il Supremo Architetto non può che crescere, perché tutto il mondo canta la gloria di Dio.

      Lo so che, nonostante tutto ciò, gli atei negano l’esistenza di Dio.

      La sacra scrittura dice: “Dixit insipiens in corde suo: non est Deus.” Lo stolto, il non-sapiens disse nel suo cuore: Dio non esiste. Sì, lo dice nel suo cuore, lo nega passionalmente, perché non lo può negare con la mente, con l’intelligenza, perché questa, se la usasse, lo costringerebbe a riconoscerlo. E’ la negazione dell’uomo fornito di intelligenza e di libero arbitrio, che è libero nelle sue scelte, e cede spesso alla tentazione di non riconoscere il Dio supremo, perché vuol farsi lui dio di se stesso e di ciò di cui può appropriarsi e disporre. Dio lo si può dunque negare, e negando Dio si nega conseguentemente l’immortalità dell’anima e la vita eterna.

      Chi invece crede in Dio Creatore e Signore, nell’anima immortale e nella vita futura è illuminato dalla Fede, che è una virtù teologale, cioè sostenuta dalla Grazia.

      Certamente voi, cari figli, avete questa Fede, e quindi la mia chiacchierata sui motivi del nostro credere è stata una digressione, che però può anche essere opportuna per rafforzare la nostra Fede.

      Noi cristiani, poi, Dio lo sentiamo nel nostro animo, presente nel nostro pensiero, vivo nel nostro affetto, compagno nel nostro cammino terreno, perché questo Dio nel Figlio si è fatto uomo come noi per redimerci, e si è fatto Cibo e Bevanda per alimentarci spiritualmente.

      Quindi, il primo dovere che noi sentiamo in coscienza per questo nostro Creatore è di amarlo al di sopra di tutto e di tutti. E questo amore lo dimostriamo con l’adorazione, la benedizione e la lode, con la gratitudine e soprattutto con l’obbedienza ai suoi comandamenti.

      Ai doveri verso Dio si riferiscono i primi tre articoli del decalogo:

      “Non avrai altro Dio fuori di me”

      “Non nominare il nome di Dio invano”

      “Ricordati di santificare le feste.”

      Queste norme ci provengono dall’Antico Testamento, sono i primi dei dieci comandamenti dati a Mosè sul Sinai, e sono certamente venerandi e obbliganti; ma essi non comprendono tutto il dovere che abbiamo verso Dio, bensì solo alcuni aspetti certamente significativi, ma piuttosto esteriori e formali, come è in genere tutta la legislazione cosiddetta mosaica.

      Infatti, se amiamo (e dobbiamo amare) Dio con tutta l’anima, il non avere un altro dio, il non bestemmiarlo e il santificare il giorno  del Signore domenica o sabato (ebrei) o venerdì (islamici) è una semplice esemplificazione di doveri conseguenti, o in positivo o in negativo.

      Il popolo ebraico, «dalla dura cervice», aveva certamente bisogno di queste esplicitazioni pratiche di doveri formali. Purtroppo anche molti cristiani ne hanno bisogno, e la Chiesa, per esplicitare ancora questi doveri verso Dio, ha imposto i suoi cinque precetti:

      “Partecipare alla Messa la domenica e le altre feste comandate”

      “Rispettare i tempi e i giorni di penitenza”

      “Confessarsi almeno una volta all’anno e comunicarsi almeno a Pasqua”

      “Sovvenire alle necessità materiali della Chiesa”

      “Non celebrare solennemente le nozze nei tempi proibiti”.

      Quest’ultimo precetto può apparire ozioso, in quanto, se le nozze si celebrano in Chiesa, sarà il sacerdote a vietare, e quindi impedirne, la celebrazione solenne. E poi che significa «celebrazione solenne»?

      Il sacramento del Matrimonio cristiano non è forse, di per sé, una celebrazione solenne, in quanto sacramentale?

     Anche per “i tempi e i giorni di penitenza” da rispettare, l’espressione è assai vaga, perché in pratica oggi questi tempi e giorni si riducono al mercoledì delle Ceneri e al Venerdì Santo; e tutti sappiamo che oggi il “non mangiare carne” andrebbe cambiato nel “non mangiare aragoste, ostriche, gamberetti e simili leccornie”. E poi, quanti altri veri e propri “peccati di gola” si possono fare anche senza toccare né carne né pesce!

      Voglio dire che queste esemplificazioni possono avere solo un significato indicativo e orientativo, in cui la Chiesa cattolica ha seguito il formalismo mosaico, contro il quale ha tuonato Gesù. Infatti osservare i comandamenti e i precetti non vuol dire, come alcuni pensano, osservare il dovere supremo dell’amore a Dio. La ritualizzazione dei doveri, il formalizzarli in alcuni adempimenti pratici, esteriori, è un modo per eludere il nocciolo del dovere, che riguarda tutto il nostro essere.

      Riguardo a questo formalismo, proprio degli “scribi e farisei ipocriti”, ma anche di molti cristiani di oggi, e anche di certi sacerdoti, invito ad andarsi a rileggere il cap. 23 di Matteo, il quale è tutto rivolto a stigmatizzare questo vuoto formalismo di chi riduce i doveri verso Dio a mere parvenze.  

      I doveri verso Dio, torno a ripeterlo, si assommano nell’amore a Lui con tutta la nostra anima, un amore quindi che ci accompagna in ogni momento della nostra giornata, qualunque cosa noi facciamo. E’ una presenza continua che dobbiamo sentire in ogni istante; sicché noi agiamo e lavoriamo, e anche ci divertiamo e ci riposiamo, alla presenza di Dio, sotto il suo sguardo paterno, amorevole e protettivo.

      Ridurre i doveri verso Dio alla messa o alla confessione o alla comunione o al digiuno o al Rosario o al Pellegrinaggio, e poi vivere come se Dio per noi non esistesse, è un modo erroneo di interpretare la religione, il vincolo che ci lega a Dio.

      Per essere più chiaro e convincente, porterò un esempio. Un figlio devoto vuole osservare i suoi doveri verso un padre amorevole, che a lui ha dato tutto. Egli allora si impone questo programma:

      “Ogni sera lo chiamerò al telefono, per sapere come ha passato la giornata e augurargli la buona notte. Ogni sabato lo andrò a trovare, portandogli un «pensierino», restando con lui almeno un’ora. Ogni mese lo inviterò a pranzo a casa mia, facendogli preparare le vivande da lui preferite. Se mi chiamasse in aiuto per qualcosa, farò del mio meglio, secondo le mie possibilità e i miei impegni; ma sono sicuro che egli non mi disturberà, perché per fortuna è autosufficiente e anche molto discreto: un vero tesoro!”

      Come giudicate questo bel programma di figlio amoroso verso un padre amorevole?

      Può soddisfare il padre, il quale sa che, all’infuori di quei tempi definiti e limitati, di quelle attenzioni esteriori e formali, il figlio vive la sua esistenza come se il padre non esistesse?

      E se verso un padre terreno che, per quanto degno, è sempre imperfetto, non sarebbe bene comportarsi in modo così formalistico, quanto più dobbiamo evitare di comportarci così verso Dio, Creatore e Signore, Padre amoroso a cui dobbiamo tutto!

      Come vedete, cari figli, io ho voluto ricondurre il dovere verso Dio a un dovere di coscienza, a un dovere che sentiamo nel profondo dell’animo, a un dovere che non ci limita, ma ci arricchisce, non ci asservisce, ma ci esalta nella pienezza della filiazione divina, opera d’amore. Naturalmente questo amore si esprimerà anche con la preghiera, con l’adorazione, con la benedizione, con la lode, col ringraziamento, col canto, con la mortificazione e col sacrificio, secondo le circostanze della vita e le possibilità della giornata, ma senza mai pensare di esaurire il nostro «dare» a Dio in questi adempimenti esteriori: Dio vuole il nostro cuore, cioè il nostro amore, e l’amore è possessivo, totalizzante, onnicomprensivo.

      Tutta la giornata del cristiano deve essere considerata come una continua «preghiera», cioè un ininterrotto colloquio con Dio, un confrontarsi con Dio e con la sua legge in ogni azione, un vivere alla sua presenza, un chiedersi continuo, specie nelle circostanze più difficili: che cosa avrebbe fatto Gesù, Dio, ma anche uomo come me, in un caso simile? E quindi agire secondo l’esempio che il Figlio di Dio ci ha dato. Infatti la Fede va dimostrata con le opere: la professione di Fede senza la dimostrazione delle opere è vuota chiacchiera.

      Pregando in tal modo, cioè operando in ogni frangente come avrebbe fatto Gesù, vivendo in ogni momento alla sua presenza, il cristiano, che è come un «altro Cristo», può  raggiungere quella pace interiore, quella serenità di coscienza che ci può dare, non dico la felicità, che si raggiungerà solo in Cielo, ma quella tranquillità dell’animo e sicurezza del proprio cammino a cui l’uomo supremamente anela su questa terra. Anche nella vecchiaia, nell’isolamento e nella malattia, finanche nell’esaurimento di tutte le sue forze e nell’abbandono, il vero cristiano non si sentirà mai solo, ma avvertirà sempre vicino il Dio-uomo che ci ha amato tanto da dare la sua vita per noi, e ci ha anche lasciato il suo viatico.

      Per chiudere questo mio discorso sui doveri verso Dio, che ho voluto derivare non tanto da una norma esteriore quanto da un imperativo categorico della nostra coscienza, guidata dalla ragione, voglio anche riportare il precetto evangelico che esplicita la legge interiore e non fa altro che confermarla. Matteo, nel cap. 22, versetto 36 e seguenti, dice che quando un dottore della legge, per metterlo alla prova gli chiese:

      «Maestro, qual è il più grande comandamento della legge?»

      Gesù rispose:

      «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti dipende tutta la Legge e i Profeti.»

      Quindi tutta la Legge è riassunta nel comandamento dell’amore, con al primo posto Dio, al secondo posto, a parità, se stesso e il prossimo. In questa ottica totalizzante ha un valore puramente esplicativo quanto è contenuto nei primi tre comandamenti, quelli che riguardano appunto Dio. In verità essi sono opportuni per alcuni che, pur professandosi cristiani, si propongono altri «dei» accanto a Dio, anche se un po’ in sottordine, come il successo, il potere, il denaro, il piacere (innocente e lecito, assicurano essi). Queste false divinità non possono convivere con il vero Dio, da amare con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente.

      Così anche il precetto di santificare le feste appare norma del tutto esemplificativa, perché il cristiano deve santificare ogni istante della sua vita, cioè vivere e agire sempre come fosse alla presenza reale di Dio e al suo totale servizio.


I DOVERI VERSO SE STESSO

 

 

      Parlerò dei doveri verso se stesso prima che dei doveri verso gli altri; infatti, se dobbiamo amare gli altri come noi stessi, dobbiamo prima sapere quali doveri abbiamo verso noi stessi per poi osservare gli stesso doveri verso tutti gli altri.

      Infatti il cosiddetto «prossimo» per noi cristiani ha il significato di «tutto il genere umano», e quindi non il significato puramente etimologico del «più vicino», come era per gli Ebrei. Per essi, come si evince da tanti testi dell’Antico Testamento, l’amore del prossimo era limitato al consanguineo, al parente, al massimo a tutti i circoncisi, cioè ai correligionari; tutti gli altri erano (e sono?) estranei, pagani, gentili, potenzialmente nemici da odiare, perché pericolosi.

      Gesù nel Vangelo conferma questa falsa interpretazione della legge mosaica. In Matteo al cap. 5, versetto 43 e seguenti, Gesù dice:

      «Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il nemico; ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori, perché siate figli del Padre vostro celeste, che fa sorgere il suo sole sopra i giusti e sopra gli ingiusti. Infatti se amate quelli che vi amano, quale merito avete?»

      Siccome dobbiamo amare tutti gli altri uomini, anche i nemici, anche quelli che ci fanno del male, come noi stessi, chiediamoci innanzi tutto quali sono i doveri verso noi stessi, perché proprio questi doveri noi poi dovremo osservare verso tutti gli altri uomini, nostri fratelli, perché anche essi figli di Dio.

      Il primo dovere è quello di conservare e difendere la vita, il grande dono che ci permette di godere di tutti gli altri beni. E innanzi tutto questa vita bisogna rispettarla nella sua dignità, perché l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, il quale, Intelligenza infinita, gli ha concesso una intelligenza che, pur finita, è anche essa capace di raggiungere la verità, di comprendere che cosa è bene e che cosa è male. Inoltre Dio, Potenza assoluta, ha voluto dare all’uomo anche la possibilità di agire nelle cose di questo mondo in piena libertà, senza nessuna costrizione, perché Egli desidera da noi, suoi figli, un ossequio spontaneo, una gratitudine sentita, un amore profondo.

      Talora si parla di «santo timor di Dio», e l’espressione è giusta, perché il santo timore è solo l’espressione di un amore perfetto, attento, sensibile, e direi delicato, che teme di arrecare a Dio il minimo dispiacere, con la minima disattenzione o distrazione o dimenticanza. Anche l’amore terreno, quello tra coniugi, tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle, oh quanto sarebbe più bello se avesse questa delicatezza!

      Il Dio dell’Antico Testamento, Jahvé, era il Dio-Terrore, il Dio geloso, il Dio inesorabile; il Dio che ci è stato rivelato da Gesù Cristo, suo figlio, è il DioAmore, il Dio infinitamente misericordioso, il Dio-Padre.

      Dunque dobbiamo rispettare e difendere la vita sin dal suo nascere nel seno della madre, la quale deve dimostrarsi degna del suo ruolo di cooperatrice della potenza creatrice di Dio, un ruolo direi sacro, che la fa somigliare alla madre di Cristo.  Oggi la vita, dalla cultura dominante, che è quella mediatica, è stata degradata a merce, ha perduto la sua sacralità, e molti giovani con i vizi di cui si fanno schiavi (fumo, droga, sesso sfrenato) la banalizzano a mera fonte di piacere, e finiscono col corromperla e distruggerla. E mentre da una parte si esige dal servizio sanitario pubblico la guarigione di qualsiasi patologia, il successo di qualunque tipo di operazione, l’attenzione curatrice di ogni minimo malanno, dall’altra si getta la propria vita allo  sbaraglio, nelle discoteche con la droga e lo sballo, e poi  nelle strade, nelle folli corse, nelle deliranti esibizioni di potenza e di velocità, che spesso finiscono nell’autodistruzione.

      Io so bene, cari figli, che tutti voi siete lontani da questa aberrante cultura; ma ho voluto accennare ad essa, affinché non vi stanchiate di vigilare e di operare, per tenere lontani da essa i vostri figli e, col tempo, anche i vostri nipoti.

      La salute del corpo  va dunque preservata da ogni malattia, possibilmente, con un tenore di vita sano, con una alimentazione razionale e sobria, con un esercizio fisico appropriato, con cure tempestive al presentarsi di qualsiasi patologia. La mente va alimentata e sviluppata con un’istruzione graduale e organica, l’animo va educato, innanzi tutto dai genitori, con interventi oculati, solleciti, ragionevoli, né rigidi né lassisti, ma sempre fermi e sempre amorevoli, in modo che il figlio si senta sempre amato nella sua dignità di persona umana.

      Oggi si parla molto di condizionamenti sociali, per cui i ragazzi sarebbero quasi costretti a seguire certi modelli comportamentali indotti dall’ambiente. Questo è vero, ma solo in parte. E’ vero che il ragazzo è portato a imitare ciò che vede nei film, nei video-giochi, su Internet, ciò che fanno i suoi compagni del gruppo o, peggio, del branco, magari a far qualcosa controvoglia per non essere escluso, emarginato, perché l’adolescente, che non ha ancora una personalità propria e determinata, ha un grande bisogno di essere accettato dal gruppo, perché solo in esso si sente sicuro. Questo si verifica soprattutto a quelli che in famiglia non hanno goduto dell’attenzione dei genitori, che sono stati deprivati del loro affetto, e cercano fuori dalla famiglia quell’attenzione e quella considerazione che non hanno ricevuto in casa.        

      Ma se i genitori assolvono i loro doveri di educatori primari dei figli, e se anche la Scuola, con l’istruzione, sa anche formare, con l’educazione civica, l’uomo e il cittadino cosciente e responsabile, allora le influenze nefaste dell’ambiente possono essere rintuzzate e vinte con la buona volontà.

      Io nella mia lunga e varia esperienza di genitore e di educatore (più che professore), ho notato che la volontà, se opportunamente educata, sollecitata, incitata ed esercitata, può vincere ogni condizionamento culturale e ambientale; e il ragazzo volitivo finisce anche col provare una certa soddisfazione nell’andare controcorrente, senza più alcun timore di rimanere isolato. Non è infatti mai isolato chi ha l’approvazione della sua retta coscienza, perché egli sente che Dio stesso è al suo fianco e lo sostiene.

      Quindi la libertà della volontà, il cosiddetto libero arbitrio, va educata con disciplina continua e razionale, sicché la norma morale sia innanzi tutto accettata dalla ragione, per poi essere messa in pratica dall’azione. L’uomo, con la ragione e il libero arbitrio, è stato dotato di tanti altri doni; sono i talenti di cui parla il Vangelo; chi ne riceve di più, chi di meno; le variabili dipendono dai genitori da cui nasciamo, dal tempo, dal luogo, dalle circostanze favorevoli o sfavorevoli. Ma tutti riceviamo questi talenti, e dobbiamo farli fruttificare, non seppellirli e farli marcire. E’ già un gran bel talento nascere da genitori sani, onesti, in una famiglia ordinata e cristiana, in un ambiente pacifico e sereno. Un altro gran dono è una complessione sana  e robusta, un gradevole aspetto fisico, anche una certa bellezza (specie per le donne), un’acuta intelligenza, una forte memoria, un profondo intuito, un’abilità manuale accentuata.

      Ma tutte queste doti vanno curate, esercitate e usate nel bene, cioè per il miglioramento proprio e della comunità umana. Non vanno rovinate, né abusate, cioè usate per il male, come fanno quelli che si servono dell’intelligenza per frodare e ingannare, della forza per far violenza, della bellezza per sedurre e corrompere, dell’abilità manuale per scippi, borseggi e aperture di casseforti, ecc.

      L’uomo, in questo mondo, ha anche il dovere di svolgere un lavoro utile alla collettività, dal quale ricavare un compenso che gli consenta di vivere dignitosamente, lui e la sua famiglia. Le prestazioni di opera possono essere manuali (o comunque esecutive) o intellettuali (professionali, direttive, progettuali, ecc.). Se esercitati con coscienza e onestamente, tutti i lavori sono ugualmente dignitosi. Il pastore, il contadino, l’operaio espletano un lavoro ugualmente dignitoso che quello del medico, dell’inventore, sempre che si tratti di invenzioni utili e non inutili diavolerie o, peggio, dannose o al corpo o allo spirito.

      Tra le attività manuali, io per conto mio ho molto apprezzato quella del contadino, perché egli vive a contatto con la natura e ottiene dalla terra i prodotti per il sostentamento umano. Voi sapete che ho fatto il contadino a tempo pieno per 14 anni, e mi è piaciuto di farlo nel modo più manuale, più biologico e meno meccanizzato possibile, perché così mi sentivo più «artefice», più a diretto contatto con la terra, inesauribile produttrice di beni, che va quindi rispettata, curata, amata.

      Oggi l’agricoltura è diventata un’industria, in quanto quasi completamente meccanizzata e automatizzata; realizza produzioni su vasta scala, e spesso ricorre a tecniche di coltivazione o di allevamento che, per accrescere la redditività e il profitto, mettono a repentaglio la salute dei consumatori. Anche nell’agricoltura e nell’allevamento, come in ogni altro campo, l’innovazione e la ricerca devono sempre rispettare la natura, non violentarla, perché la natura, se violentata, si vendica in modo eclatante e, anch’essa, su vasta scala, facendo perdere in pochi mesi quanto si è creduto di lucrare nel corso di molti anni. Il caso della “mucca pazza” è un esempio calzante.

       Ho molto apprezzato le professioni che voi figli, in piena autonomia, vi siete scelte. Sono tutte attività che servono a migliorare la vita degli altri: il medico, il biologo, lo psicologo, l’assistente sociale sono tutte persone che possono migliorare gli altri o nel corpo o nello spirito, e meglio ancora se in tutti e due, come anche possono fare e spesso fanno. Anche Mario, che ha scelto la carriera militare, ha però optato per un’attività - il Commissariato - che ha il compito di fornire materiali e beni di consumo, e non armi di distruzione.

      Oggi purtroppo molti guadagnano con attività immorali, come l’editoria pornografica, la cinematografia erotica e violenta, la frode mediatica, lo sfruttamento della prostituzione, il lavoro nero e minorile ecc.

      Il cristiano deve far di tutto, da solo o meglio associandosi, per contrastare questi speculatori, i quali sono i veri responsabili del degrado della nostra civiltà, che una volta si vantava di essere cristiana, mentre oggi è peggio che pagana. E i mezzi della corruzione sono proprio quelli che, in teoria, avrebbero dovuto (e potuto) migliorare l’umanità, mentre l’hanno imbestialita. Essi sono: radio, televisione, film, giornali, riviste, moda, internet, editoria pornografica, spettacolo, divertimento ecc. Io credo che ogni vero cristiano non solo deve tenersi lontano da ogni guadagno che provenga da mezzi e operazioni o attività che corrompono e danneggiano materialmente o moralmente gli altri, ma anche rifuggire da ogni guadagno eccessivo in qualsiasi attività industriale, commerciale o professionale, pur lecita e anche utile.

      La ricchezza è sempre un furto e, peggio, un danno spirituale, perché, come ha detto Gesù, è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli. Il dio denaro scaccia dal cuore umano il Dio vero, come lo scacciano anche il dio-potere e il dio-piacere.

      La peggiore ricchezza è certamente quella guadagnata con mezzi illeciti, con la truffa, con l’evasione fiscale, col lavoro in nero. Peggiore ancora è quella mafiosa, accumulata col «pizzo», imposto con attentati e omicidi, e quella delle tangenti, lucrate con sistemi di corruzione e di violenza.

      Il giusto guadagno è quello che deriva da un lavoro utile alla comunità, eseguito con onestà e rigore professionale, a un prezzo equo.

      Voi sapete, cari figli, che io considero disonesto anche il danaro che proviene da lotto, enalotto, lotterie e concorsi vari, perché non è denaro guadagnato col «sudore della fronte» cioè con un lavoro eseguito o prestato.

      Lo Stato, incrementando per conto suo tali giochi, cerca di portare introiti alle sue casse, che poi devono erogare stipendi, pensioni e servizi pubblici. Ma in tal modo si è corrotto il dovere e costume civico di pagare regolarmente le tasse, di lavorare per produrre, di impegnarsi in un’attività utile. Ora molti,  considerando la vita «tutto un quiz», si attivano solo per partecipare a tutti i concorsi, lotterie e tombole, magari anche indebitandosi con gli usurai, giocando nei casinò sempre in attesa del colpo di fortuna, del colpaccio. E’ una grave degradazione del costume sociale, che ha portato a considerare il lavoro utile e onesto come un ripiego da poveracci, destinati all’indigenza e all’emarginazione.

      Il guadagno sostanzioso, che arricchisce in fretta, può venire, secondo questa aberrante mentalità, solo da qualche colpo di fortuna, come dal gioco in borsa, o dalle vincite miliardarie nelle varie lotterie o dai quiz televisivi. I grandi finanzieri internazionali, che guadagnano ingenti somme comprando e vendendo titoli azionari e anche dollari, euro e yen, possono oggi determinare anche gravi crisi economiche a danno di risparmiatori e anche di Stati. Questi capitalisti infatti speculano non solo sulle merci e sui titoli, ma anche sulle monete, che apprezzano per venderle, e poi deprezzano per ricomprarle, e sempre guadagnandoci, e molto, perché essi spostano tali capitali, che anche un lieve scostamento decimale è per loro un guadagno miliardario.

      Ho voluto accennare a queste forme illecite, non perché vi possano riguardare, cari figli, ma perché esse sono oggi considerate lecite, opera di fine finanza e di sana economia. E’ invece frode e sfruttamento, perché solo il lavoro onesto e produttivo può dare una retribuzione in danaro, il quale poi servirà per acquistare i beni di consumo necessari e, magari, a  mettere da parte un po’ di risparmio per l’avvenire. Anche la proprietà è lecita se serve per le necessità di famiglia, illecita se serve allo sfruttamento del lavoro al fine dell’arricchimento. La forma migliore e più bella di proprietà è quella  della casa di abitazione: essa dà alla famiglia un senso di libertà, sicurezza e fiducia nell’avvenire. La famiglia che ha il suo nido, dal quale nessuno può sfrattarla, è una famiglia serena, più unita, più pacifica, più solidale.

      Lo Stato dovrebbe facilitare a tutti i cittadini l’acquisto della casa, e ogni lavoratore dovrebbe mirare a tale acquisto come alla meta essenziale per la famiglia. E la seconda casa? È lecita per un cristiano? Certamente sì: se le possibilità economiche lo consentono, una casa per le vacanze aiuta la famiglia, la tiene più unita: essa inoltre attiva l’economia e l’occupazione, perché necessita di investimenti produttivi e di manutenzione. Ma in questo campo deve attivarsi anche la virtù cardinale della temperanza, perché, come si dice, l’appetito vien mangiando, e se esso non viene moderato da equi criteri di giustizia e di opportunità, non si sa dove si può andare a finire.

      Si comincia con la casa al mare, per fare i bagni, che fanno tanto bene ai bambini;  poi ci vuole anche la casa in campagna, perché la vita rurale, l’equitazione sono così sane; infine è indispensabile la casa in montagna, perché i bambini e i ragazzi sono felici sulla neve… Molte di queste esigenze, molti cosiddetti bisogni sono «indotti» dalla pubblicità, dalla moda e dalla cultura, ma non sono veri bisogni. Il cristiano deve pensare a chi non può avere neppure la prima casa, e quindi deve sovvenire, con il “di più” che guadagna, alle necessità di tanti fratelli, finanziando le iniziative della Caritas, aiutando i missionari, partecipando alle opere benefiche. E questo, per puro dovere, perché quel denaro che supera i nostri bisogni, è quello sottratto ai bisogni di tanta povera gente.

      La cosiddetta «elemosina» è imposta ritualmente da alcune religioni, come l’ebraica e l’islamica; la Chiesa cattolica, che una volta imponeva le «decime», oggi è più larga di vedute, e mentre interviene più efficacemente nel campo assistenziale, chiede ai suoi fedeli un impegno più generoso, soprattutto personale. E con questo accenno all’impegno sociale del cristiano mi sembra di essere entrato nel campo dei doveri verso gli altri, a cui dedicherò queste ultime pagine.

I DOVERI VERSO IL PROSSIMO

 

 

      Premetto subito, cari figli, che da me non dovete aspettarvi una trattazione sistematica ed esauriente dell’argomento. Voi sapete che io scrivo «a braccio», come se stessi conversando con voi, e quindi procedo senza un ordine precostituito e anche senza organicità. Spesso mi avviene di ripetermi, di fare digressioni, di lasciarmi andare a particolari magari oziosi, almeno per voi. Mi perdonerete per questo difetto di rigore logico; non sto scrivendo un trattato, come l’hanno scritto Cicerone, Pellico e Mazzini, ma solo un testamento spirituale o, più modestamente, perché anche «testamento spirituale» mi sembra un termine troppo pomposo e solenne, una chiacchierata un po’ lunghetta, di quelle cioè che non sono mai riuscito a fare con voi per mancanza di tempo, non mio certo, ma vostro. Sì, perché manca sempre il tempo per un discorso “fuori delle righe” anche col proprio padre.

      Tuttavia, per quanto mi è stato possibile, io vi ho sempre inculcato i doveri verso gli altri. Vi ho spiegato che la professione che voi fate è un servizio dovuto alla collettività; e se per caso ottenete incarichi direttivi anche prestigiosi, come primari medici e docenti universitari, essi vanno esercitati con modestia, equità e spirito di servizio. Lo insegna chiaramente Gesù:

      «Chi è il più grande tra voi diventi il più piccolo, e chi governa come colui che serve… io sto in mezzo a voi come colui che serve.» (Lc 22, 26-27)

      Per i doveri verso gli altri la nostra ragione ci dice: «Agisci in modo che la norma della tua azione possa divenire legge universale.» (Kant). Il filosofo tedesco riconosce quindi che la stessa ragione, data l’uguaglianza della natura umana in tutti gli uomini, impone di fare agli altri quello che anche gli altri possono (e anche debbono, in certi casi) fare a te e a tutti gli altri, considerando sempre gli altri come fini del nostro agire e mai come mezzi, perché essi non sono «oggetti» ma «soggetti» autonomi, come appunto siamo noi.

      L’imperativo della ragione ci viene ribadito da Gesù Cristo (Mt 7,12): «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questo infatti è la Legge e i Profeti.». Questa “regola d’oro” per il nostro comportamento verso gli altri è recepita nella massima popolare: «Fate agli altri quello che vorreste che gli altri facessero a voi: non fate agli altri quello che non vorreste che gli altri facessero a voi.». Questa regola d’oro è onnicomprensiva, e gli articoli del Decalogo, dal quinto al decimo, non sono che pure esemplificazioni della regola generale:

      «Non uccidere»

      «Non commettere atti impuri»

      «Non rubare»

      «Non dire falsa testimonianza»

      «Non desiderare la donna d’altri»

      «Non desiderare la roba d’altri».

      Sono semplici esemplificazioni, ho detto, e anche piuttosto poche, proprio le più comuni, le più appariscenti; e quindi cercherò di approfondire qualcuno di questi comandamenti. Ma voi subito osserverete che ho dimenticato il quarto comandamento:

      «Onora tuo padre e tua madre».

      Anch’esso fa parte, certamente, dei «doveri verso gli altri», ne è anzi il primo, ma io, che scrivo per voi, miei figli, ritengo che a voi esso non va ricordato, perché voi lo osservate da sempre e assai, tanto che io credo che voi esageriate un po’, perché non credo proprio di essere, almeno io padre, degno di onore. Per quali meriti poi?

      Magari degno di rispetto, questo sì.

      Quindi, tralasciando il quarto comandamento, passiamo al quinto. Esso vieta molte azioni contrarie alla vita, che vengono sommariamente elencate nell’enciclica  «Veritatis Splendor».

      Questa è una lunghissima enciclica, pubblicata il 6 agosto 1993, dopo il Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato l’11 Ottobre 1992, quasi come spiegazione e conferma delle verità di Fede contenute nel detto Catechismo. E’ un documento di ben 120 paragrafi, in 79 pagine di fittissima stampa, che credo ben pochi cattolici avranno avuto la pazienza di leggersi, anche perché è piena di citazioni non solo bibliche e di padri della Chiesa, greci e latini (tra i quali soprattutto Sant’Ambrogio e Sant’Agostino) e di precedenti papi e concili, ma anche di autori quasi nostri contemporanei, come il card. Newman (n. 34) e persino del poeta pagano Giovenale (n. 94). Questo della lunghezza e delle eccessive citazioni (con le quali vengono confezionati interi periodi) è un carattere delle encicliche papali, specie quelle dell’attuale pontefice. Egli ha pubblicato numerosissime encicliche e altri testi ufficiali, quasi per stabilire anche in questo campo un primato (come nei viaggi cosiddetti “apostolici”); tutto ciò, a mio modesto parere, non giova affatto all’evangelizzazione o rievangelizzazione, di cui sentiamo tutti l’urgente bisogno. Per questa occorrono pastori, che vadano alla ricerca delle pecore ignare o smarrite, pastori veri, che non si ottengono sfornando encicliche e moltiplicando viaggi trionfalistici nell’orbe terracqueo.

      Questo argomento del rispetto della vita e della persona umana è trattato dal CCC al paragrafo 2259 e seguenti.

      Nella VS, al ns. 80, riportando un testo del Concilio Vaticano II, si dice: «viola la legge divina tutto ciò che è contro la vita stessa, come ogni specie di omicidio, il genocidio, l’aborto, l’eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che viola l’integrità della persona umana, come le mutilazioni, le torture inflitte al corpo e alla mente, gli sforzi per violentare l’intimo dello spirito; tutto ciò che offende la dignità umana, come le condizioni infraumane di vita, le incarcerazioni arbitrarie, le deportazioni, la schiavitù, la prostituzione, il mercato delle donne e dei giovani (e dei bambini! Aggiungo io), o ancora le ignominiose condizioni del lavoro con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumenti di guadagno, e non come persone libere e responsabili.»

      Questo elenco include anche la prostituzione, come sfruttamento da parte di altri. In sé la prostituzione (maschile o femminile) è la mancanza al dovere, verso se stesso, della tutela della propria dignità. La legge Merlin, imponendo la chiusura delle «case chiuse» ha fatto dilagare la prostituzione nelle strade, senza alcun controllo sanitario, e quindi con gravi pericoli per i clienti.

      Per di più è un’attività sommersa, tutta in nero, in mano alla malavita, senza alcun pagamento di tasse. E’ stata una riforma deleteria, come poi è stata in seguito quella sulla chiusura dei manicomi e quella sull’aborto. Io auspico che si ritorni al più presto al regime delle  uesta “regola”«case chiuse», in modo che la prostituzione sia controllata dal punto di vista sanitario, e sia un’attività, pur tollerata, soggetta a precise leggi, con pagamento di tasse e tributi assicurativi, e questo per garanzia delle stesse prostitute, che devono essere considerate in tutto e per tutto come lavoratrici “sui generis”. Riguardo al sesto comandamento c’è da notare che esso nel testo ebraico, sia in Esodo 20, sia in Deuteronomio 5, recita:

      «Non commettere adulterio».

      E questa legge mosaica era valida solo per la donna la quale, se colpevole di adulterio, era lapidata, mentre l’uomo se la passava liscia. Per l’uomo valeva solo il comandamento nono «Non desiderare la donna d’altri», cioè la donna-possesso di un altro, come moglie, concubina o schiava.

      L’enciclica “Veritatis Splendor” nel campo della sessuologia, dice (par. 47) che “in base a una concezione naturalistica dell’atto sessuale, sarebbero state condannate come moralmente inammissibili la contraccezione, la sterilizzazione diretta (e quella indiretta?), l’autoerotismo, i rapporti prematrimoniali, le relazioni omosessuali, nonché la fecondazione artificiale (eterologa – è stato precisato in seguito)».

      A parte il condizionale (sarebbero state condannate), su questi argomenti ci sarebbe molto da precisare, ma non è necessario, e neppure opportuno, farlo in questa chiacchierata coi miei cari figli.

      Nell’enciclica “Veritatis Splendor”, nonostante lo splendore del titolo, non mi sembra che ci sia chiarezza. Infatti nella prolissa trattazione, con molti condizionali, e con la chiamata in campo di vari orientamenti teoretici (fisicismo,naturalismo, teleologismo, consequenzialismo, proporzionalismo) e soluzioni pratiche presentate da vari teologi specialisti (ahimé quante specializzazioni per la semplice parola di Dio! Biblisti, dogmatici, morali, pastorali, della liberazione ecc.) la norma pratica non è esplicita, e il povero cristiano si trova spaesato, non sa cosa fare, e talora interrompe il contatto con la Madre Chiesa, che non sa più nutrirlo spiritualmente e in modo adeguato, cioè pratico e pastorale, e soprattutto semplice e chiaro, senza farragine di inutile erudizione.

      Sull’argomento si può anche leggere il CCC al paragrafo 2270 (per l’aborto) e al par. 2364 e seguenti per gli altri temi.

      La donna nell’Antico Testamento era dunque considerata una proprietà, come la pecora, la capra, la cammella e la vacca, e attentare alla proprietà altrui era reato; anche la donna era come «roba d’altri», da non toccare e neppure desiderare, a meno che non fosse «roba propria». E’ significativo che nella legge mosaica, pur così minuziosa e formale, non ci sia il comandamento «Non desiderare il marito non tuo» cioè il marito di altre donne. Questo fatto dimostra il maschilismo dominante nell’Antico Testamento, per cui la donna non è considerata una persona «sui juris», e neppure capace di proprie scelte o anche di semplici desideri al di fuori dell’harem in cui è schiava, sia essa moglie o concubina o vera serva.

      Ho parlato di harem, e la parola non è sparata a effetto: Salomone aveva 700 mogli principesse e 300 concubine, Davide almeno otto mogli e decine e decine di concubine, Giacobbe almeno due mogli e due concubine.

      Abramo invece aveva una sola moglie, Sara, e una schiava egiziana della moglie, Agar, con la quale il patriarca si accoppiò su incitamento della moglie e ne ebbe il figlio Ismaele, che sarebbe il padre di tutti gli Arabi. Ma Sara era tanto bella e quindi appetita come possesso, che quando i coniugi dovettero andare in Egitto, Abramo ingiunse a Sara di dire che era sua sorella. Infatti, se avessero saputo che era sua moglie, avrebbero, quegli stranieri violenti e lussuriosi, ucciso lui per impossessarsi di quella bellezza. E così Sara divenne moglie (o concubina che fa lo stesso) del faraone, il quale compensò il sedicente fratello con «greggi e armenti e asini, schiavi e schiave, asine e cammelli». (Gn 12,16)

      Lo stesso giochetto gli astuti coniugi fecero, nel Negheb, con Abimelech re di Gerar. Anche costui mandò a prendere Sara per farla sua, ma la cosa non si verificò, per intervento divino. Tuttavia anche Abimelech «prese greggi e armenti, schiavi e schiave, li diede ad Abramo e gli restituì la moglie Sara» (Gn 20,14), in più aggiunse mille pezzi di argento come risarcimento. Il giochetto aveva ben fruttato, e questa volta senza prestazione di alcun servizio del mestiere più antico del mondo.

      La donna nell’A.T. era dunque considerata oggetto di piacere e fattrice di uomini, e perciò ambita preda di guerra.

      La dizione catechistica del sesto comandamento «Non commettere atti impuri» è volutamente vaga, perché atto impuro può comprendere tutto ciò che – via via – si vuole.

      Ma senza addentrarmi in questo argomento, perché non utile in questo contesto, passo al comandamento settimo «Non rubare».  La già citata “Veritatis Splendor” dice che esso vieta il furto, il tenere indebitamente cose avute in prestito o oggetti smarriti; la frode nel commercio, i salari ingiusti, il rialzo dei prezzi per speculazione, l’appropriazione indebita, i lavori eseguiti male, la frode fiscale, la contraffazione di assegni e di fatture, le spese eccessive, lo sperpero, l’asservimento di esseri umani, cioè acquistarli, venderli o scambiarli come fossero merci ecc. (VS par. 100 – CCC par. 2408 e segg.)

      Non mi dilungo in queste esemplificazioni puramente indicative, e neppure nell’articolo ottavo «Non dire falsa testimonianza», e tanto meno negli ultimi due, ai quali ho già accennato. Tutti i doveri verso gli altri sono riassunti nella già citata regola d’oro dataci da Gesù (Mt 7,12) che deve essere guida del nostro agire.

      Cari figli, chiudo il discorso perché non la finirei più, e mi sembra di aver tirato un po’ troppo in lungo questa nostra conversazione. Come al solito ho fatto molte digressioni e aperto molte parentesi. Sapete che io nel discorso mi lascio andare, divento ripetitivo e prolisso, mettendo a dura prova l’attenzione di chi mi ascolta o legge; però voi avrete un po’ di pazienza, spero, e mi perdonerete, perché alla mia età si può indulgere.

      Ma non voglio mettere fine a questo colloquio, senza ripetervi che io vi amo tutti ugualmente; dopo Dio, voi siete l’oggetto del mio amore da quando siete nati.

      Forse, però, non ho saputo dimostrare a pieno questo mio sentimento, e talora sarò a voi sembrato duro e magari anche egoista.

      Le mie manchevolezze le conosce tutte il Signore, e in parte io e anche voi, ma non mi negherete il riconoscimento della mia buona fede e buona volontà. Per le mancanze e gli errori chiedo perdono a Dio, e anche a voi, se vi ho dato cattivo esempio.

      Vi lascio con questi precetti: siate fedeli testimoni di Cristo. Amate Dio sopra ogni cosa e gli altri come voi stessi. Amatevi tra di voi, siate sempre uniti e solidali, aiutandovi in ogni bisogno. Considerate il vostro lavoro come un servizio dovuto alla comunità, ed espletatelo con l’intento di servire il prossimo con piena disponibilità, perché bisogna amare gli altri come se stessi, anche se gli altri non ci ricambiano.

      Addio.

      Roma, Santo Natale 2003