Bruno Camaioni

L’Antico Testamento
Tutta Parola di Dio?
Riflessioni
di un credente
Opere di Bruno Camaioni
Notizie sull'autore
Bruno Camaioni è nato a
Grottammare (AP) nel 1917, si è laureato in Lettere all'Università di Roma nel
Uno di costoro, ritenendo che esse siano interessanti e anche formative per i valori che inculcano, ha preso l'iniziativa di metterle man mano in rete, affinché chiunque le possa leggere liberamente e senza spese.
Solo la sua autobiografia, scritta per insistenza dei figli, non sarà per ora resa nota, per ovvi motivi di discrezione. Dopo la sua morte anch'essa sarà messa in rete, per chi vorrà conoscere meglio quest'uomo che intendeva restare ignorato.
Note sul diritto d'autore
Delle opere pubblicate di Bruno Camaioni ne è consentita la copia e la distribuzione gratuita, su qualsiasi supporto, preservandone l'integrità (inclusa la presente dicitura) e citandone l'autore.
Opere attualmente disponibili in rete (anche attraverso eMule Adunanza Fastweb):
(*) Opere depositate ad aprile 2005.
In copertina Ezechia, regnò ventinove anni in Gerusalemme.
Le Chiese cristiane, sia quelle cattoliche che quelle ortodosse e protestanti (evangeliche), esortano i fedeli a leggere la Bibbia, i sacri libri dell’Antico e del Nuovo Testamento, perché in essi si ascolta la “parola di Dio”, la quale deve essere devotamente accolta e volenterosamente messa in pratica.
A dire la verità, la Chiesa cattolica nei secoli passati, nella sua prudenza, era piuttosto restia a dare a leggere la Bibbia integrale a un semplice fedele di scarsa cultura, ben sapendo che la lettura di alcuni libri (o capitoli o episodi), specialmente dell’Antico Testamento è piuttosto scabrosa non solo dal punto di vista interpretativo, ma anche dal punto di vista morale, riportando comportamenti, di patriarchi e sacerdoti, del tutto contrari all’insegnamento di Gesù Cristo, quale emerge dai Vangeli, e quale è professato e inculcato nella normale catechesi. Questi comportamenti lasciano il lettore molto perplesso, per non dire peggio, perché nel testo non risultano né esplicitamente né implicitamente condannati, e quindi sono presentati come leciti e quasi esemplari.
Si dovrebbe quindi pensare che queste parti dell’Antico Testamento non siano “parola di Dio” ma solo parole di uomini; perché la parola di Dio non può essere in contraddizione con sé stessa, e dire prima “odia il tuo nemico e distruggilo” e poi “ama il tuo nemico e perdonalo”. Si sa che dei molti libri tramandatici come sacri dagli antichi, la Chiesa cattolica ne ritiene “canonici” (cioè genuini) solo una parte; questa sarebbe vera e propria “parola di Dio”, mentre i libri non canonici, i cosiddetti “apocrifi”, sarebbero solo testi umani, lavori letterari di scrittori fantasiosi. Le Chiese cristiane non sono d’accordo sui libri canonici della Bibbia. Per esempio i protestanti, sui quarantasei libri dell’Antico Testamento, non ne accolgono ben sette (Tobia, Giuditta, primo Maccabei, secondo Maccabei, Sapienza, Siracide, Baruc), respinti anche dagli Ebrei, perché tramandati direttamente in lingua greca, e non in lingua ebraica (o aramaica). Lutero considerò apocrifi anche quattro libri del Nuovo Testamento: epistola agli Ebrei, epistola di San Giacomo, epistola di Giuda, Apocalisse; ma successivamente essi furono generalmente accolti dai suoi seguaci, in tutto o in parte. Da questo si evince che decretare ciò che è “parola di Dio” è sempre decisione umana.
Anche per quei libri dell’Antico Testamento che pure gli Ebrei riconoscono, non sempre la “lezione” cioè il testo critico (e quindi l’interpretazione) collima tra le due confessioni. Quindi praticamente sono le Chiese che decidono quello che è “la parola di Dio”, separandola da quella che è solo parola umana, produzione letteraria o oratoria, pia immaginazione o fantasiosa leggenda.
Dobbiamo purtroppo riconoscere che, riguardo ai libri sacri, gli islamici si trovano in una situazione molto migliore di noi cristiani. Essi a base del loro credo hanno un solo libro, il Corano, dettato loro dal profeta Maometto, in un testo abbastanza sicuro e documentato sin dalle origini della loro religione. Il loro testo è univoco, anche se può dar luogo a diverse interpretazioni, a diverse scuole di pensiero, e quindi a disparate attuazioni pratiche del dettato coranico. Queste diverse interpretazioni hanno storicamente portato alla divaricazione (e spesso ostilità) tra Sunniti e Sciiti, e al sorgere di sette integralistiche e magari terroristiche. Certamente questo confronto tra noi e i musulmani, tra il Corano e il Vangelo, viene fatto senza alcun intento dimostrativo o dogmatico; è semplicemente un dato di fatto, di cui non possiamo che prendere atto, anche se con un certo rammarico. Infatti, quanto sarebbe stato bello se Gesù Cristo avesse dettato a Matteo, che era suo discepolo e sapeva ben scrivere, tutto il suo messaggio di vita, con le sue parole semplici ma tanto chiare ed evidenti! L’apostolo Matteo ha scritto un testo evangelico, ma solo dopo trenta/quaranta anni, basandosi sulla sua memoria, forse su qualche appunto; sono certamente ricordi vivi, veritieri, ma espressi con parole umane, con la sensibilità e la cultura di un ebreo il quale, dovendo mettere in carta la predicazione di Cristo, deve necessariamente scegliere le parole e le frasi e, in un certo senso, anche interpretare. Lo stesso dicasi per gli altri due evangelisti Marco e Luca: essi poi non sono stati testimoni diretti della predicazione di Gesù, ma si devono rifare ad altri, e quindi la loro testimonianza è anche più mediata. L’ultimo evangelista, Giovanni, è stato un apostolo, anzi un apostolo prediletto, molto attaccato a Gesù, ma egli scrive nell’estrema vecchiaia verso il 100 d.C., e la sua è piuttosto una elaborazione e interpretazione del pensiero di Gesù che una trasmissione pura e semplice della “buona novella” annunciata per le strade della Palestina.
In definitiva noi cattolici riconosciamo come “sacri” ben 73 libri, di cui 46 dell’Antico e 27 del Nuovo Testamento: è una congerie di testi molto vari per importanza e per contenuto, tra i quali primeggiano i quattro vangeli e le lettere degli apostoli. Dei quattro Vangeli i primi tre (Matteo, Marco e Luca) sono detti “sinottici”, perché trattano generalmente delle stesse cose e con gli stessi particolari, e si potrebbero, per così dire, scorrere tutti e tre con un solo sguardo, sfogliandoli contemporaneamente. Ma anche i sinottici non sono univoci, e ci sono qua e là lacune o contraddizioni, oscurità o incertezze di significato.
Il vangelo di Giovanni poi è molto diverso dai precedenti; esso non vuol seguire le fasi cronologiche di una predicazione, ma piuttosto esporre i temi e le novità di questa predicazione, mettendo in luce alcune tematiche, sottacendone altre, magari omettendo fatti della vita di Gesù che a noi sembrano importanti, e insistendo invece su altri che a lui sembrano più importanti, almeno dal suo punto di vista, cioè di un predicatore del Vangelo giunto alla fine del I secolo e vissuto prevalentemente in territori di cultura e di mentalità ellenistica. Quindi anche i quattro vangeli, che sembrano libri così semplici e univoci, presentano per noi difficoltà interpretative e quindi anche normative e pratiche. Lo stesso dicasi delle lettere apostoliche, specialmente quelle paoline, essendo San Paolo il primo grande elaboratore della dottrina cristiana, alla quale dà la sua interpretazione filosofica e teologica. Non parlo poi dell’Apocalisse, ben nota per la difficoltà ermeneutica. Tuttavia per noi cristiani i libri del Nuovo Testamento, anche se presentano qua e là difficoltà interpretative, di singoli passi, ci danno nel complesso una visione chiara, semplice e certa di quello che Gesù vuole che noi facciamo (o non facciamo) per seguire le sue orme e i suoi precetti, osservando il suo esempio.
Gesù Cristo, figlio di Dio, si è fatto uomo per redimerci dal peccato, si è sacrificato sulla croce per amor nostro, ci ha rivelato l’amore del Padre, e ci ha insegnato col suo esempio a vincere il male operando il bene, a sconfiggere l’odio con l’amore. E anche il comportamento conseguente al precetto dell’amore è semplice e chiaro: “fa’ agli altri quello che vorresti sia fatto a te, non fare agli altri quello che non vorresti sia fatto a te, cioè ama il prossimo come te stesso”. Il prossimo sono tutti gli uomini, perché sono tutti figli di Dio, quindi sono tra di loro fratelli, e tali devono considerarsi, e perciò tutti uguali e solidali. Questo è il lieto annuncio, la buona novella che Gesù ha portato sulla terra, e da allora è cominciata la civiltà dell’amore, che come un lievito deve a poco a poco permeare la terra. Il messaggio che invece scaturisce dall’Antico Testamento è ben diverso, se non diametralmente opposto. Per evidenziare questa diversità, prenderò in esame i tre punti in cui mi sembra che i due Testamenti siano maggiormente divergenti: 1) concetto di Dio; 2) considerazione della donna; 3) comportamento pratico nelle varie vicende della vita, soprattutto in relazione agli altri, quindi confronto tra la morale evangelica e quella mosaica.
Nell’Antico Testamento Jahvé appare come il Dio esclusivo degli Ebrei, il “loro” Dio, un Dio esigente e geloso, pronto a punire l’infedeltà e l’adorazione di altri dei, la disubbidienza ai suoi precetti, anche formali o rituali, e soprattutto la disubbidienza ai suoi ordini espliciti, non solo sul colpevole diretto, ma anche sui suoi figli e nipoti. Egli molto spesso rivelava direttamente la sua volontà, magari con sogni o visioni, talaltra inviava i suoi angeli, ma più spesso faceva conoscere i suoi voleri per mezzo di sacerdoti e profeti.
La sua protezione potente si manifestava con il successo di tutte le intraprese da Lui ordinate, e con le vittorie clamorose concesse ai suoi adoratori contro tutti i popoli infedeli che in qualche modo erano di ostacolo al suo popolo, per il quale interveniva anche con miracoli straordinari, come il crollo delle mura di Gerico e il passaggio del Mar Rosso. I suoi campioni, finché rimanevano obbedienti e fedeli e confidavano solo in Lui, erano formidabili e invincibili, come Davide contro Golia o Sansone contro i Filistei. I popoli vinti, che avevano altre divinità protettrici (Baal e Astarte dei Fenici, Milcom degli Ammoniti, Camos dei Moabiti, ecc.) dovevano essere annientati, almeno tutti i maschi, salvando magari solo le donne vergini, da prendere come concubine, e i fanciulli, destinati a essere schiavi. Ma non era concesso nemmeno salvarsi assumendo la religione del vincitore, come generalmente concedono i musulmani; no, i pagani dovevano essere tutti sterminati, le loro città distrutte, tutti i loro beni saccheggiati o inceneriti.
Gli Ebrei erano tanto gelosi del loro Dio, che escludevano che Egli potesse essere clemente verso altri popoli. Di questo ci dà un evidente esempio il libro di Giona, che è il più breve dell’Antico Testamento, essendo formato di quattro soli capitoli. Giona riceve da Jahvé l’incarico di andare a predicare a Ninive, affinché gli abitanti, convertendosi, evitino i castighi di Dio. Ma il profeta rifiuta di portare la salvezza ai gentili, e s’imbarca da Giaffa su una nave per andare verso occidente, alla lontana Tarsis. Dio però con una tempesta lo getta in mare, in cui un cetaceo lo ingoia e lo trasporta illeso alla spiaggia della Palestina, dove lo “vomita”. Questa volta Giona capisce che deve obbedire anche “obtorto collo”. Giunto a Ninive, predica la conversione e la penitenza, quasi sicuro che le sue parole saranno sterili. Ma quando vede che i gentili si convertono e scampano così al castigo, è quasi indispettito, perché questa bontà di Dio è per lui cosa fuori posto verso quegli incirconcisi, e si lamenta così: “So che tu sei un Dio misericordioso e clemente, longanime, di grande amore e che ti lasci impietosire riguardo al male minacciato. Or dunque, Signore, toglimi la vita, perché meglio è per me morire che vivere”[1]. Voleva morire per non dover vedere la salvezza di un popolo straniero! Questa misericordia di Dio gli fa odiare la vita.
Nelle guerre contro i gentili gli Ebrei mettevano molto ardore e coraggio, sostenuti da una fede e uno zelo fanatico, sicuri di compiere la volontà di Jahvé, ma talora usavano anche una ributtante slealtà ai patti e una crudele perfidia, quasi convinti che contro gli infedeli ogni forma di rispetto fosse come un’offesa a Dio. A questo proposito voglio ricordare un episodio che per noi è orripilante, ma che nel capitolo 34 della Genesi viene presentato come un comportamento esemplare e doveroso. Ecco il fatto. Sichem, figlio di Camor, principe dei Cananei, si impadronì con la violenza di Dina, figlia di Giacobbe. “Con violenza” dice l’autore biblico, ma per noi è incredibile pensare che un signorino straniero abbia potuto usare la violenza contro una fanciulla che aveva intorno a sé ben dodici fratelli forti, gelosi e vigili. Comunque lo scrittore biblico deve ammettere che Sichem “rimase legato a Dina, figlia di Giacobbe, amò la fanciulla e le rivolse parole di conforto”. Poiché l’amava veramente, chiese di sposarla, e per fare le cose in piena regola fece muovere il padre Camor. Questi si rivolse a Giacobbe con parole sincere e patetiche: “Sichem, mio figlio, è innamorato di vostra figlia, dategliela in moglie! Anzi, alleatevi con noi: voi darete a noi le vostre figlie, e vi prenderete per voi le nostre figlie. Abiterete con noi, e il paese sarà a vostra disposizione”. Non possiamo che ammirare questa leale e generosa proposta. Ma i figli di Giacobbe risposero (evidentemente con l’approvazione paterna, ché altrimenti non avrebbero osato contrariare Giacobbe) che la condizione (sine qua non – aggiungiamo noi) di questa alleanza e del richiesto matrimonio, era che i Cananei si circoncidessero tutti, essendo impossibile che una donna ebrea entrasse come sposa legittima in una comunità di incirconcisi.
Camor e Sichem accettano la condizione, anche se per loro molto dolorosa, proprio in senso fisico più che in senso morale; si circoncisero essi, le loro famiglie e tutto il popolo. Ma il terzo giorno, quand’essi erano sofferenti e febbricitanti per l’operazione subita, Simeone e Levi, fratelli di Dina, entrarono con sicurezza nella città ormai amica e alleata, e fecero facile macello di tutti i maschi circoncisi, a cominciare da Camor e Sichem, “si buttarono sui cadaveri e saccheggiarono la città. Presero così i loro greggi ed i loro armenti, tutte le loro ricchezze, tutti i loro bambini e le loro donne” (Genesi, 34, 25-30), per farne i loro schiavi e le loro concubine. E’ una scena che ci riempie di orrore per la sua perfidia e bestialità, che lo scrittore biblico vuole invece camuffare come zelo religioso e giusta rappresaglia. Infatti il padre Giacobbe rimprovera i figli non per avere compiuto un’impresa empia e nefanda, ma per averlo esposto a subire ora la reazione degli abitanti della regione: “Essi si raduneranno contro di me, mi vinceranno, e io sarò annientato con la mia casa”. Ma contro questo pericolo ecco l’intervento del Dio d’Israele. “Dio disse a Giacobbe: “Alzati e va’ a Betel, e abita là: costruisci in quel luogo un altare al Dio che ti è apparso quando fuggivi Esaù tuo fratello”.
Quindi una spietata carneficina, un olocausto umano, quale difficilmente la storia ha l’eguale per perfidia e crudeltà, viene presentato come un comportamento esemplare, ma solo un po’ imprudente, per eccesso di zelo religioso che nel suo ardore non pensa alle possibili conseguenze negative. Il Dio d’Israele è però sempre pronto a sostenere e difendere il suo popolo qualunque enormità faccia, purché gli resti formalmente fedele, gli eriga altari e gli sacrifichi olocausti (questa volta di bestiame).
Di questa spietatezza direi “rituale”, in quanto attuata quasi come obbedienza a Dio, nell’Antico Testamento si trovano molti esempi, tra i quali ne voglio riportare uno molto significativo. Gli Amaletici avevano ostacolato e danneggiato il popolo d’Israele nell’uscita dall’Egitto. Qualche secolo dopo, al tempo del re Saul, il profeta Samuele si presenta al re e gli ordina: “Così dice il Signore degli eserciti: “Ho considerato ciò che ha fatto Amalek a Israele. Va’ dunque e colpisci Amalek e vota allo sterminio quanto gli appartiene… Uccidi uomini e donne, bambini e lattanti, buoi e pecore, cammelli e asini”..[2] Saul colpì Amalek, “prese vivo Agag, re di Amalek, e passò a fil di spada tutto il popolo”. Missione compiuta, diremmo noi; ma non la pensa così il profeta di Dio: Saul non ha ucciso Agag e ha risparmiato “il meglio del bestiame minuto e grosso, gli animali grassi e gli agnelli, votando allo sterminio tutto il bestiame scadente e patito”. A noi comuni mortali sembra, quella di Saul, una decisione saggia e prudente: un prigioniero regale è sempre un ottimo pegno, un utile ostaggio da utilizzare, e gli animali ben pasciuti possono servire, oltre che per i sacrifici a Jahvé, anche per sfamare il popolo. Ma gli ordini di Dio sono perentori e non ammettono considerazioni utilitarie e neppure umana compassione. Saul deve sterminare tutto, e siccome era ancora titubante nell’uccidere il re prigioniero, “Samuele trafisse Agag davanti al Signore in Galgala:” (I libro di Samuele, cap. 15,33). Come potremmo noi cristiani riconoscerci in questa “parola di Dio”, che ci mostra un Dio di vendetta, un Dio senza pietà, un Dio inesorabile? Nell’Antico Testamento la vendetta spietata, anche sugli innocenti, sembra la regola indiscussa, a cui raramente si deroga, o si finge di derogare, rimandando perfidamente la vendetta a un tempo più opportuno, quando nessuno se l’aspetta. Riporterò, a questo proposito, due esempi, riguardanti David. Quando egli, perseguitato da Saul, era ramingo con pochi compagni, conoscendo un ricco proprietario che aveva abbondanza di ogni ben di Dio, gli mandò alcuni suoi seguaci con la richiesta di dar loro una provvista di viveri. Nabal (questo è il nome del riccone) rifiuta con parole alquanto sprezzanti: “Devo prendere il pane, l’acqua e la carne, che ho preparato per i tosatori, e darli a gente che non so da dove venga?”[3] Non è certamente caritatevole Nabal; ma il suo rifiuto appare a David come un’offesa da lavare col sangue non solo del colpevole, ma di tutti i suoi. Per fortuna interviene la moglie di Nabal, Abigail. Costei, avendo conosciuto l’accaduto, caricò molti asini di ogni ben di Dio, non solo capretti arrostiti, pane e vino, ma anche sfiziose leccornie (cento grappoli di uva passa e duecento schiacciate di fichi secchi: ben sapeva che l’uomo va preso per la gola), e si presentò supplice a Davide, chiedendo perdono per il marito avaro. Davide si ammansisce e, ringraziando il cielo, esclama: “Viva sempre il Signore, Dio d’Israele, che mi ha impedito di farti il male: perché se non fossi venuta in fretta incontro a me, non sarebbe rimasto a Nabal allo spuntar del giorno un solo maschio”. Ma sembra che al Signore non piaccia questo perdono convesso da Davide a Nabal in grazia della “graziosa” moglie. Infatti dieci giorni dopo il Signore colpì Nabal, che morì. E Davide, a cui il concesso perdono era costato forse troppo, tanta era la sua voglia di sfogarsi nella distruttiva vendetta, esclama: “Benedetto il Signore che ha fatto giustizia e ha rivolto sul capo di Nabal la sua iniquità.” (I Samuele, 25,32). E poiché Saul gli aveva tolto la moglie Mikal, sua figlia, per darla a un altro, Davide, al posto di essa, prende due mogli, la stessa vedova di Nabal, “donna di buon senso e di bell’aspetto” e una certa Achinoam da Izreel, la quale non sarà certamente stata da meno dell’avvenente vedova. Queste due donne saranno le prime di una lunga filza di mogli e concubine del “santo” re e profeta Davide; ma di questo parleremo in seguito, trattando del concetto che della donna e del matrimonio ci dà l’Antico Testamento. Torniamo all’argomento della vendetta, sempre a proposito di Davide.
Una volta consolidato il suo trono, che aveva usurpato agli eredi di Saul, egli fingendo di concedere un giusto risarcimento alla tribù dei Gabaoniti tartassata da Saul, consegnò i superstiti due figli e cinque nipoti di Saul ai Gabaoniti, “che li impiccarono sul monte davanti al Signore. Tutti e sette perirono insieme”. (II Samuele, cap. 21). Così per vendetta e gelosia di potere eliminò gli innocenti ultimi rampolli di Saul, del quale aveva pure una volta sposato la figlia Mikal. Egli camuffa il suo astio sospettoso, e presenta la spietata eliminazione di discendenti incolpevoli come un gesto di giustizia dovuto a gente duramente trattata dal defunto re, per il quale sono chiamati a pagare figli e nipoti. Ma alla spietatezza e alla gelosia di potere si aggiunge in Davide la perfidia e la vendetta postuma.
Simei aveva il torto di aver maledetto Davide “con una maledizione terribile” mentre era fuggiasco; ma poi gli aveva chiesto perdono, e lui gli aveva giurato per il Signore che non lo avrebbe fatto morire di spada. E Simei era rimasto col re nella reggia in tutta pace. Lo stesso era avvenuto per Joab, comandante in capo delle sue truppe, il quale aveva obbedito al re, facendo morire il valoroso Uria l’ittita, marito di Betsabea, ma aveva anche scontentato il sovrano facendo morire per gelosia altri due generali. Sul momento Davide lo perdona e non dimostra alcun risentimento, perché Joab è potente e pericoloso, ma cova la sua vendetta.
In punto di morte chiama Salomone e gli dà gli ultimi e supremi incarichi: “Anche tu sai quel che ha fatto a me Joab… Tu agirai con saggezza, ma non permetterai che la sua vecchiaia scenda in pace agli inferi… Tu hai accanto a te anche Simei… Ora non lasciare impunito il suo peccato. Sei saggio e sai come trattarlo. Farai scendere la sua canizie agli inferi con morte violenta”.[4] Le due sentenze di morte, per vendetta commissionata, furono puntualmente eseguite dal devoto figlio, il più sapiente dei re. Chi non resta scandalizzato davanti al re Davide che si vendica “post mortem” per interposta persona, commissionando l’omicidio al figlio, capziosamente ritenendo di non infrangere in tal modo il giuramento che, nel caso di Simei, gli aveva fatto dinanzi al Signore? E nel caso di Joab, come non indignarsi? Questo generale è benemerito, quando esegue l’ordine dello stesso re di far morire Uria l’hittita, perché marito di Betsabea, che Davide ha sedotto e vuole come sua; ma quando per gelosia fa morire i due colleghi, allora è degno di morte. Davide però non osa punirlo, per motivi di sicurezza, e affida la sua vendetta all’esecuzione del figlio, che la può effettuare “con saggezza” in assoluta sicurezza, contro chi non nutre più alcun sospetto e perciò non si guarda. E in tal modo il moribondo può morire soddisfatto e in pace, avendo assicurato le sue vendette postume nel modo migliore.
Jahvé non è il Dio di tutti gli uomini, il “Padre nostro”, ma il dio esclusivo di Israele, anzi quasi il dio del re, del capo, del profeta, del sacerdote, quasi un dio personale. Infatti spesso i sudditi ebrei si rivolgono al re o al capo religioso, militare o politico, supplicandolo o interpellandolo con queste parole: “In nome e per grazia del tuo Dio”; non dunque del “nostro Dio”, o meglio ancora del Dio universale di tutti. Il patto tra Dio e Abramo è basato su questo legame esclusivo, sancito dalla circoncisione, simbolo di fedeltà e di obbedienza. “Stabilirò la mia alleanza con te e con la tua discendenza… come alleanza perenne, per essere il Dio tuo e della tua discendenza dopo di te.” (Gen, 17,7).
A questo Dio esclusivo si deve naturalmente il culto e l’obbedienza. Il culto però non è inteso come amore devoto, ma come timore reverenziale, espresso con riti esteriori, come sacrifici cruenti di animali e offerte di primizie: anche il figlio primogenito doveva essere offerto a Dio, e magari poi riscattato con altre offerte. Chi ne aveva la possibilità, doveva dimostrare la sua fedeltà con edificazione di templi ed erezioni di altari. Facendo questo, ogni obbligo cultuale era adempiuto, e il pio israelita, avendo dato a Dio il dovuto, si aspettava da Dio una protezione continua, una difesa sempre vincente e soprattutto tanta ricchezza: campi, case, donne, figli, schiavi e pingui allevamenti. Tutto ciò costituiva, per così dire, la conferma della protezione celeste per la sua fedeltà.
Il rapporto fedele-divinità era dunque quello tipico del paganesimo, cioè il “do ut des” (io do a te, o Dio, affinché tu dia a me in ricambio qualche altra cosa a cui io aspiro). E l’aspirazione era sempre quella: la ricchezza, tra cui spiccava quella degli animali, delle mogli e concubine, e naturalmente dei figli e discendenti, da essere numerosi come le arene del mare. Non c’è nulla di spirituale in tale rapporto. Esemplare a questo proposito è l’episodio di Giobbe, episodio prolisso e stiracchiato, tanto da occupare tutto un libro dell’Antico Testamento. Giobbe, per dimostrare la sua fedeltà a Jahvé, deve resistere a sventure successive e sempre peggiori: perde via via tutti i beni, tutta la famiglia, e anche la salute nel modo più repellente e doloroso: una piaga maligna lo ricopre “dalla punta dei piedi alla cima del capo” (Giobbe 2,7). Nella dura prova tentenna, perché si sente ingiustamente colpito, in quanto lui osservava tutte le prescrizioni della Torà. Ma non si ribella a Jahvé, si sottomette con pazienza. Finisce finalmente la prova, ed ecco la ricompensa. Oltre la salute riacquistata, riceve tutti i beni perduti raddoppiati: 14.000 pecore per le 7.000 perdute, 6.000 cammelli per i 3.000 perduti, 1.000 paia di buoi invece delle 500, 1.000 asini invece dei 500 di prima. Solo i figli non raddoppiano: ne aveva perduti 10 (7 maschi e 3 femmine) e tanti gliene rinacquero, ma certamente più belli di quelli morti, almeno le femmine: “in tutta la terra non si trovarono donne così belle come le figlie di Giobbe” (Giobbe, 42,15). Egli fu inoltre gratificato di una lunga vita ulteriore, ben 140 anni, per potersi godere tutto questo ben di Dio in compenso del tempo passato nella sofferenza, e così “vide figli e nipoti di quattro generazioni e morì vecchio e sazio di giorni” (Giobbe 42, 16-17).
E’ evidente che l’episodio ha intento didascalico e vuol dimostrare che la fedeltà a Dio paga sempre, ma non in senso spirituale, cioè di salvezza eterna e di unione a Dio Padre, come per noi cristiani, ma come compenso terreno, come possesso e ricchezza, come soddisfazione mondana e onorata fama. Insomma la felicità è qui, su questa terra, e per raggiungerla qualche volta conviene anche assoggettarsi alla prova di fedeltà.
Ma questi concetti sono ben lontani dall’insegnamento di Gesù Cristo! Egli ci invita a seguirlo prendendo ogni giorno la propria croce e rinnegando sé stesso (Luca 9,25), e tuona contro i ricchi possessori, per i quali la salvezza è quasi impossibile: “E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli”. (Matteo, 19,24).
La fedeltà a Dio nell’A.T. è tutta basata sulla scrupolosa osservanza di precetti formali, del tutto esteriori, come la circoncisione, le purificazioni rituali, le abluzioni, le presentazioni al tempio delle puerpere (per purificarsi della macchia della maternità) e del neonato, il pagamento delle decime al tempio, il rispetto dell’assoluto riposo del sabato, in cui era vietato anche cucinare, ma non certamente mangiare, anche lautamente.
Nel Vangelo troviamo numerosi episodi in cui questo formalismo viene stigmatizzato da Gesù, che chiama gli scribi e i farisei “sepolcri imbiancati”, puliti all’esterno ma pieni di putridume dentro. Secondo loro i seguaci di Gesù violano il sabato frantumando tra le mani qualche spiga di grano per mangiarne i chicchi; come lo viola Gesù guarendo il paralitico di sabato, e lo stesso paralitico perché osa trasportare a casa il suo lettuccio!
A questo proposito converrebbe rileggere il capitolo 23 di Matteo, che è tutta una serrata requisitoria contro il formalismo degli Ebrei: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’aneto e del cumino (erbe aromatiche, per cui la decima non era neppure obbligatoria) e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà.” (Mt. 23,23).
Riguardo al riposo del sabato, esso era applicato con un rigore formale, tale da dover contare persino i passi che uno poteva fare nello spostarsi (meno di mille) senza violare il precetto divino. E per le violazioni era spesso inflitta la pena di morte in maniera cieca e inumana, senza badare alle circostanze e alla condizione della persona, che magari agiva in stato di necessità o forse ignorando che quella giornata era appunto il sabato. Anche noi uomini del duemila, che pure abbiamo la casa cosparsa di calendari e orologi con datario, talora ci sbagliamo nel conteggio dei giorni: figuriamoci allora, quando la maggior parte degli uomini era analfabeta! In Numeri (15,32-36) si legge che, quando il popolo di Israele era ancora in viaggio dall’Egitto alla terra promessa, e abitava sotto le tende, un poveretto fu sorpreso che raccoglieva, di sabato, un po’ di legna fuori dall’accampamento. Fu prontamente arrestato e quindi lapidato “secondo il comando che il Signore aveva dato a Mosé”.
Ho già detto che nell’Antico Testamento Jahvé è il Dio proprio del popolo ebraico, che sembra però non escludere altri dei protettori di altri popoli o di altri personaggi, con i quali Jahvé potrebbe anche accordarsi, proteggendo onestamente ciascuno i propri pupilli, allorché costoro si mettono d’accordo. Infatti, quando Labano che inseguiva il genero (e lontano cugino) Giacobbe, è ammonito da Dio a desistere, e invitato a pacificarsi con lui, essi erigono insieme una stele e un mucchio di pietre, su cui mangiano insieme e giurano di non oltrepassare quel confine separatorio per farsi del male, concludendo il giuramento con queste parole: “Il Dio di Abramo e il Dio di Nacor 1) siano giudici tra di noi”. Quindi Giacobbe giurò per il Dio del nonno Abramo, che egli chiamava “Terrore” (nome veramente significativo per dire Jahvé!), e Labano per il dio del nonno Nacor: in questo caso le due divinità sono concordi nel sancire la pace tra i due parenti. (Gn 31,53)
Nell’Antico Testamento, poi, si nota un antropomorfismo della divinità che non ha nulla da invidiare alla mitologia greco-romana e a quelle orientali. Iddio si adira, si pente, si ripente, minaccia ma protegge in ogni caso i suoi pupilli, anche quando agiscono da veri “marioli”.
Nei racconti biblici, infatti, la furbizia, il trucco, la frode appaiono quasi virtù cardinali, che caratterizzano i “dritti” Israeliti, che in tal modo prevalgono sui “fessi” e ingenui “gentili”. Tra i molti esempi che potrei citare ne scelgo uno. Giacobbe, avendo pattuito con Labano suo suocero che dovrà ricevere da lui come salario tutte le pecore scure e tutte le capre chiazzate e punteggiate, con un marchingegno magico riesce a far nascere pecore e capre come lui le desiderava, frodando così il suocero che aveva accettato il compromesso credendolo equo. Naturalmente Labano si accorge ben presto della diavoleria messa in atto dal marito delle sue figlie, e vorrebbe mettere le cose in chiaro. Ma Giacobbe, avvertito da Dio, è già partito di nascosto con mogli, figli e tutto il bestiame. Non solo: Rachele, all’insaputa di Giacobbe, aveva rubato al padre i suoi “dei”, che lo proteggevano e gli davano prosperità, forse per danneggiarlo, comunque per averne un beneficio. E quando il padre, raggiunto il fuggiasco, reclamò i suoi amuleti, l’astuta Rachele li nascose nella sella di cammello posata in un canto della tenda, e si sedette su di essa. E siccome il padre frugava dappertutto, lei non si volle alzare dalla sella, adducendo bugiardamente che aveva le mestruazioni. E in tal modo Labano fu derubato anche dei suoi amati idoli. (Gn 31,26-35)
Inoltre, il Dio dell’Antico Testamento è partigiano e capriccioso, distribuisce il favore o il suo disdegno in modo per noi incomprensibile. Ad esempio, non si capisce perché “il Signore gradì Abele e la sua offerta, ma non gradì Caino e la sua offerta” (Gen. 4, 4-5). E’ vero che il Signore lo ammonisce: “Se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta, verso di te è la sua bramosia (cioè: il peccato è pronto a insidiarti), ma tu dominala”. Ma noi ci chiediamo in che cosa abbia mancato Caino, perché la sua offerta non fosse gradita a Dio. Se volessimo scherzarci su (ma scherzare su queste cose nefas est), potremmo dire che i frutti del suolo, offerti da Caino che era agricoltore, erano quasi spregevoli davanti ai “primogeniti del suo gregge e al loro grasso” offerti dal fratello. Così non si capisce perché Dio debba favorire l’astuto inganno di Rebecca che toglie con uno stratagemma la benedizione (e la progenitura) al figlio Esaù, che invece Isacco voleva giustamente e legalmente come erede (Genesi, cap. 27).
Non voglio dilungarmi in esempi, ma chi legga attentamente tutto l’Antico Testamento trova tanti episodi in cui Jahvé appare connivente a comportamenti del tutto opposti all’insegnamento di Cristo. Perché dunque enfatizzare tanto questa “parola di Dio”? Diciamo piuttosto che i libri dell’Antico Testamento costituiscono la produzione letteraria del popolo ebraico prima di Cristo, una produzione esteticamente ammirevole, ma che comprende insieme a pagine di scrittori pii e veramente ispirati, anche tradizioni e leggende, racconti scandalosi, novelle erotiche e vere e proprie favole che non possono che turbare la sensibilità morale del cristiano. Tra le novelle erotiche ricordiamo quella della casta Susanna (Daniele, cap. 13) e dei due anziani, tra le favole quella dell’asina di Balaam (Numeri 22, vers. 20 e seguenti), tra i racconti scandalosi quello di Giacobbe con Lia e Rachele (Genesi capp. 29 e 30), quello di Davide che commette adulterio con Betsabea (II Samuele cap. 11), di Ammon che violenta la sorella Tamar, per cui poi è ucciso dal fratello Assalonne (II Sam. Cap. 13), di Lot che si accoppia con le figlie (Gn 19,31-36). Insomma, non si capisce come tutti questi resoconti di adultèri, stupri, incesti, lussurie e sodomie varie possano edificare moralmente il lettore, ed essere considerati “parola di Dio”. Riguardo all’episodio di Susanna, è vero che la narrazione può avere un valore parenetico (Dio protegge gli innocenti), ma la compiacenza del narratore nel riferire i minuti particolari della scena erotica obbedisce a intenti non propriamente religiosi. E di queste indulgenze pruriginose riguardo al sesso si possono cogliere nell’Antico Testamento parecchi esempi, nei quali non si intravede, da parte degli scrittori biblici, alcuna esortazione morale, ma solo voglia di attrarre il lettore con particolari piccanti. Come appunto fecero in seguito nelle loro opere, però meramente letterarie e non sacre, Petronio e Ovidio tra i latini, Boccaccio tra gli italiani, e infiniti altri scrittori di ogni era e razza.
Ordunque la concezione di Dio nell’Antico Testamento non è affatto dissimile da quella della mitologia dei popoli pagani. Un dio che interviene a ogni piè sospinto nell’attività umana, questiona, discute, minaccia, approva e condanna un po’ capricciosamente: è insomma considerato come un Potente (anzi potentissimo) di carattere impulsivo, ma col quale si può pure litigare o venire a compromessi, stiracchiando sul “do ut des”. Una concezione antropomorfica che non viene affatto corretta dal contemporaneo timore (o meglio terrore) che l’ebreo prova per Lui[5].
Gesù ci ha mostrato la vera immagine di Dio, Padre universale giusto ma amoroso, che è ben diversa da quella mosaica, che ci mostra un Dio degli eserciti, implacabile vindice, protettore potente, ma anche partigiano, geloso, suscettibile e permaloso.
E’ vero che anche nell’Antico Testamento si trovano qua e là notazioni ben diverse, più aderenti al nostro sentire, le quali possiamo considerare veramente “parola di Dio”, perché collimano con la parola di Cristo nei Vangeli. Questo dimostra appunto che l’Antico Testamento non deve essere assunto in “toto” come “parola di Dio”, e che la lettura integrale di esso può essere per un cristiano non dotto causa di turbamento e fonte di gravi dubbi o deviazioni dottrinali.
Capitolo II - Concetto della donna
La donna per gli Ebrei dell’Antico Testamento era un possesso al pari dell’asino, del bue e del cammello. I patriarchi e i re, i capi, e comunque i ricchi, cercavano di possederne il maggior numero possibile, per avere da loro tanti figli e così popolare in fretta la terra che il Signore aveva loro dato, dal fiume d’Egitto (Nilo) all’Eufrate.1)
Questa terra era abitata da numerosi popoli molto prolifici, con cui Israele doveva entrare in conflitto, per vincerli, cacciarli o distruggerli. E per fare la guerra e occupare il territorio occorrevano molti uomini. Le stesse donne erano convinte di questa esigenza suprema, e consideravano il partorire figli, tanti figli, come particolare benedizione divina. Le donne rispetto all’uomo sono considerare esseri inferiori, siano esse mogli o concubine. Le mogli sono quelle contrattate con un padre potente o ricco, al quale si deve generalmente pagare un prezzo in beni (denaro o animali) o in servizi e prestazioni varie. Giacobbe serve Labano come pastore per quattordici anni per averne le due figlie, Lia e Rachele. Le concubine invece sono prigioniere fatte schiave in guerra o comprate o nate in casa, con le quali il padrone si accoppia per accrescere la prole. Anche la prole delle concubine può essere riconosciuta dal padrone come legittima e quindi essere equiparata a quella avuta dalle mogli. Infatti Giacobbe riconobbe come figli ed eredi non solo i sette figli avuti da Lia (sei maschi ed una femmina) e i due avuti da Rachele, ma anche i due avuti da Zilpa (schiava di Lia) e i due avuti da Bila (schiava di Rachele). Il numero delle mogli e delle concubine poteva essere anche di centinaia: dipendeva dalle possibilità fisiche e pecuniarie del possessore. Salomone, che era ricchissimo (e anche il più saggio dei re) aveva, se dobbiamo credere alla “parola di Dio” (I Re, 11,3) “settecento principesse per mogli e trecento concubine”. Ma, per lo scrittore biblico, Salomone non offende Dio con la sua lussuria; lo offende, e imperdonabilmente, perché molte mogli (tra cui la figlia del faraone) sono straniere, e lo hanno indotto a erigere altari alle loro divinità nazionali. Per questo Dio lo ripudiò, non per lo sfoggio di ricchezza, la sensualità e il suo comportamento esoso e crudele verso i sudditi e talora anche verso i figli, di cui la Bibbia non dice quanti ne avesse, ma dobbiamo credere che fossero centinaia. Possiamo anche immaginare che cosa avvenisse in questo immenso harem: gelosie, litigi, congiure, avvelenamenti, rancori, inimicizie e vendette. Naturalmente anche tra i figli, maschi e femmine, di tante mogli e concubine, nascevano contrasti e inimicizie, o anche alleanze e amicizie, sbocciavano amori (o meglio passioni) e si verificavano anche stupri e incesti in una tale promiscuità. Ne abbiamo un pallido esempio nel capitolo 13 del secondo libro di Samuele. Amnon, primogenito di Davide, concepisce una irrefrenabile passione per la sorellastra Tamar, che era invece sorella giusta di Assalonne. La fanciulla, attirata con un pretesto nella camera di Amnon, lo scongiura: “No, fratello mio, non farmi violenza… Parlane piuttosto al re, egli non mi rifiuterà a te”. Ma lui la violentò. Assalonne ne fu indignato, ma covò il suo rancore. Passato un po’ di tempo, e ormai dimenticato il fatto, Assalonne invitò Amnon e gli altri fratelli a un banchetto in campagna (era il tempo della tosatura), e tra il vino e i cibi lo
fece uccidere, consumando così la vendetta a lungo covata. E un tale episodio in tanta promiscuità forse non sarà stato l’unico.
Anche il santo re e profeta Davide ha molte mogli e concubine[6], ma non gli bastano. Mentre era in guerra contro gli Ammoniti, e il suo esercito, comandato da Joab, era all’assedio della città dei nemici, egli dalla reggia vede Betsabea che fa il bagno e, invaghitosene, la manda a prendere e la fa sua. Betsabea è la moglie di Uria l’Hittita, prode generale sotto il comando di Joab. Lontano il marito, la moglie diventa facile preda del lussurioso re. Poco dopo la donna rivela all’amante che è incinta. Che cosa succederà quando Uria lo saprà? Davide, che è intelligente quanto sensuale, escogita un bel piano. Concede al prode Uria una licenza premio, affinché passi qualche giorno a casa sua con la sua avvenente moglie, e così quando, in seguito, saprà che essa è incinta, si rallegrerà pensando di aver generato l’erede. Ma Uria non si reca a casa; si presenta subito rispettosamente al re e gli dichiara che non gli sembra giusto che lui si goda quel riposo e quello (chiamiamolo) “svago”, mentre i suoi soldati rischiano tutti i giorni la vita nelle battaglie. Chiede perciò di tornare immediatamente al campo presso i suoi commilitoni. Davide nasconde abilmente il suo disappunto e si dichiara d’accordo. Ora deve necessariamente far morire l’Hittita, così ligio al dovere e anche evidentemente (pensa Davide) così stupido, anzi ottuso. Invece Uria aveva probabilmente capito tutto, e non voleva prestarsi al disonesto gioco. Ma il re lo ritiene un vero e ingenuo fesso. Se non lo avesse ritenuto tale, non avrebbe affidato proprio a lui la lettera sigillata in cui lo condannava a morte. La missiva, indirizzata al generale in capo (Joab) diceva: “Ponete Uria in prima fila, dove più ferve la mischia; poi ritiratevi da lui perché resti colpito e muoia”. (II Sam. 11,15). Così Davide si libera dell’ingombrante marito, e si può prendere liberamente in casa Betsabea, non più come amante furtiva, ma come moglie. La cosa è rimproverata al re dal profeta Natan, ma egli rimane sul suo trono e in possesso del suo harem e della bella vedova. La vittima sarà invece l’innocente frutto della colpa. “Il Signore colpi il bambino che la moglie di Uria aveva partorito a Davide ed esso si ammalò gravemente… Ora il settimo giorno il bambino morì”. (II Sam, 15,18).
E’ molto significativo, per capire il concetto che gli Ebrei avevano delle mogli e concubine, quello che Natan profetizza a Davide come punizione per l’adulterio con Betsabea, oltre naturalmente alla morte del bambino: «Così dice il Signore: “prenderò le tue mogli sotto i tuoi occhi per darle a un tuo parente stretto, che si unirà a loro alla luce di questo sole; poiché tu l’hai fatto in segreto, ma io farò questo davanti a tutto Israele e alla luce del sole.”» (II Sam 12, 11-12). Insomma, mogli e concubine sono oggetti da rapina, e anche mezzi di ritorsione e punizione, secondo la legge del “contrappasso” dantesco: tu l’hai fatto di nascosto sull’unica moglie di Uria, un tuo parente stretto lo farà sulle tue numerose mogli e in piena luce.
Per chiarire ancor meglio qual è la considerazione in cui l’Antico Testamento tiene la donna, voglio riferire alcuni episodi esemplari e significativi, che confermano quanto ho affermato, che cioè la donna è solo oggetto di piacere, di cui godere a sazietà, e femmina fattrice per mettere al mondo tanti figli, possibilmente maschi, di cui Israele aveva urgente bisogno per contrastare la pressione dei prolifici e numerosi popoli ostili che lo circondavano minacciosi (anche oggi come ieri). E giacché abbiamo cominciato a parlare di Davide, il personaggio più citato e ammirato da tutti gli Ebrei, voglio ricordare un altro episodio che lo riguarda. Quando divenne vecchio e, sebbene lo coprissero di calde coperte, non riusciva a scaldarsi, i ministri compresero che le numerose mogli e concubine non riuscivano a ringalluzzirlo, e dissero: “Si cerchi per il re nostro signore una vergine giovinetta che assista il re e lo curi e dorma con lui; così il nostro signore si riscalderà”[7]. Fu trovata Abisag la Sunammita, giovane tanto bella, che fece innamorare uno dei figli di Davide, Adonia, giovane anche lui molto bello, nato dopo Assalonne. Una volta morto Davide, e conclusasi la lotta della successione a favore di Salomone (per i maneggi di Betsabea sua madre), Adonia chiese rispettosamente al nuovo re, suo fratellastro, di dargli in moglie Abisag, la quale faceva ormai parte dell’harem di Salomone, ereditato dal padre assieme a tutto il palazzo e ai beni reali. Salomone considerò la richiesta di questa donna come un attentato alla sua regalità, un vero e grave delitto di “lesa maestà”, e fece uccidere spietatamente il fratellastro lo stesso giorno.
La Genesi ribadisce la dipendenza totale della donna dall’uomo, sin dalla sua creazione da una costola di Adamo; e dopo la caduta per sua colpa, la sottomissione è confermata da Dio: “Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà.” (Gen. 3,16). Questa disparità di considerazione e di trattamento tra uomo e donna è evidenziata, nella Genesi, dalla storia di Tamar, che occupa l’intero capitolo 38. Costei è vedova di Er, figlio primogenito di Giuda, figlio di Giacobbe. Essendo allora già praticato il levirato (per cui una vedova doveva sposare il cognato, se ce n’era uno scapolo), Tamar fu data a Onan; ma essendo anche questo morto, Giuda la rimandò dal padre, non potendola ancora assegnare all’altro figlio Sela, allora ragazzo. Ma era chiaro che egli non aveva nessuna intenzione di mantenere la consuetudine (e la promessa), perché si era convinto che quella donna era tabù, e faceva morire i mariti. Questo comprese bene Tamar quando Sela era già divenuto giovane, e di darlo a lei come marito non se ne parlava affatto. Allora lei si tolse gli abiti vedovili, si velò come le prostitute e si piazzò all’ingresso di Enaim, dove aveva saputo che il suocero doveva passare. Giuda infatti passò di lì, la vide e non resistette alla tentazione di fornicare con lei, anche se non portava denaro. Promise di mandarle un capretto, ma Tamar volle per pegni il sigillo, il cordone e il bastone del suo cliente. A Giuda, tornato a casa, fu riferito che Tamar, la vedova di suo figlio, si prostituiva ed era pure rimasta incinta. Indignato ordinò di arrestarla e bruciarla viva. Ma quando la condannata gli fece vedere i pegni (che ancora possedeva non avendo ricevuto il capretto), dovette rimangiarsi lo spietato ordine. Senza quei preziosi pegni, la poveretta sarebbe stata bruciata insieme ai gemelli che portava in grembo.[8] Questo comportamento per noi cristiani è non solo scandaloso, ma addirittura rivoltante. La povera vedova ingannata deve rimanere casta e legata al defunto marito; ed essendosi data a un altro, doveva morire come adultera; il suo cliente invece non ha commesso alcuna infrazione della legge e può condannarla a morte. Non si capisce come l’autore della Genesi abbia pensato che questo episodio potesse esser edificante per gli Ebrei e rappresentare per essi “la parola di Dio”. Probabilmente lo scrittore biblico ha voluto, in questo episodio, richiamare l’attenzione sulla condotta non di Giuda, ma del figlio Onan il quale, dato come secondo marito a Tamar, non vuole avere figli da lei, considerata tabù, e perciò pratica il “coitus interruptus” disperdendo il suo seme. Egli infatti diede il nome all’obbrobrioso onanismo, che per gli Ebrei, desiderosi di tanti figli, era il peccato più grave nel campo del sesso; e infatti Dio fece morire l’empio Onan, e rimanere per la seconda volta vedova l’incolpevole Tamar.
L’autore biblico completa il piccante episodio col particolare, del tutto ozioso e lezioso, del parto gemellare di Tamar. Dal suo grembo uscì dapprima una manina, e la levatrice, per sancire la primogenitura (allora cosa legalmente importante) legò al polso un filo scarlatto. Ma la manina fu ritirata e poco dopo venne alla luce l’altro gemello, contendendo così la primogenitura al fratello. Comunque la Genesi non dice altro di questi bellicosi gemelli che erano figli di Giuda, come è affermato nel citato passo di Matteo. Ma la contesa per avere la prevalenza, sia nell’eredità come nel matrimonio, nel potere e quindi per il trono, e il primato, è una regola indiscussa nell’Antico Testamento, anche tra fratelli e tra sorelle. Caino e Abele si contendono il favore di Dio con sacrifici, e Abele prevale con i suoi grassi agnelli, perché Jahvé preferisce la soave fragranza degli olocausti (vittime interamente bruciate). Il perdente reagisce male e uccide il fratello.
Giacobbe contende a Esaù la primogenitura, prima con un piatto di lenticchie dato “sub condicione” all’affamato fratello, poi offrendo una succulenta pietanza al padre Isacco; può prevalere con la connivenza della madre Rebecca e con l’inganno ordito da costei verso il cieco marito.
Lia e Rachele si contendono l’amplesso del marito Giacobbe, e la perdente, cioè la primogenita Lia dagli “occhi smorti” 1) deve ricorrere prima all’inganno ordito dal padre Labano, che la prima notte la fa sgusciare furtiva nel talamo al posto della promessa Rachele, in seguito alle grazie della sua schiava Zilpa, e infine anche alle mandragore 2) che Rachele le chiede insistentemente per rimanere incinta, come Esaù aveva chiesto a Giacobbe un piatto di lenticchie perché moriva di fame.
La consuetudine di dare ai mariti le proprie schiave come concubine, per avere dei figli per mezzo di esse, doveva essere molto consolidata, se anche Sara, la moglie di Abramo, non avendo figli, diede al marito la sua schiava egiziana Agar. Però Agar, rimasta incinta, montò in superbia, e fu cacciata da Sara. Ma ammonita dall’angelo del Signore, tornò sottomessa dalla padrona e partorì il figlio Ismaele, che è ritenuto il capostipite degli Arabi (Gen. Cap. 16).
Riguardo a Sara e Abramo la Genesi ci narra un altro episodio tutt’altro che edificante, che ci dimostra ancora una volta che la finzione e la menzogna non erano allora considerati vizi, ma piuttosto virtù. Quando i due coniugi a causa della carestia nel loro paese dovettero emigrare in Egitto, Abramo impose a Sara di dire che essa era sua sorella. Siccome lei era molto bella, Abramo temeva che qualcuno, per impossessarsene, potesse ucciderlo, mentre, sapendolo fratello della donna, lo avrebbe piuttosto blandito e beneficato, affinché gliela concedesse come moglie. Così infatti avvenne. Sara fu presentata addirittura al faraone e ne divenne una della tante mogli o concubine (nell’A.T. la differenza tra mogli e concubine è minima, e deriva solo dal rango sociale della donna; nel caso di Sara la Bibbia parla di moglie). Il faraone fu quindi ingannato dagli astuti coniugi, i quali erano i veri colpevoli. Ma il Signore colpì il faraone che in buona fede si era presa Sara, credendola libera, mentre non punì affatto i coniugi menzogneri che lo avevano ingannato a fine di lucro. Infatti il faraone aveva dato ad Abramo, quasi come pagamento per la sedicente sorella, “greggi e armenti e asini, schiavi e schiave, asine e cammelli”. (Gen. 12, 16-20). Beni che conservò per intero allorché il faraone, venuto a conoscenza della verità per le calamità abbattutesi su di lui, “lo fece riaccompagnare alla frontiera con la moglie e tutti i suoi averi” (Gen. 12.26) 3)
Sicché il faraone, che ignaro si era preso in moglie Sara, per inganno degli astuti coniugi, viene colpito da Dio, mentre Davide che si impossessa di Betsabea e poi ne fa uccidere il marito, non viene affatto punito, pur avendo agito con tanta lussuria, perfidia e crudeltà; solo il figlio della colpa viene fatto morire, vittima incolpevole (Samuele 12,14).
Tornando alla storia di Abramo e Sara, essi usano la stessa menzogna che avevano usato in Egitto, allorquando, nel Negheb, soggiornano a Gerar, di cui era re Abimelek. Costui mandò a prendere Sara, che si era presentata nel paese come sorella di Abramo. Questa volta è Dio stesso che interviene, apparendo in sogno al re, ammonendolo a non commettere “un peccato così grande”, perché la donna “appartiene a suo marito”. L’adulterio è così scongiurato, e Abimelek è salvo. Egli però si lamenta giustamente con Abramo per l’inganno che gli avevano teso; ma ciò nonostante “prese greggi e armenti, schiavi e schiave, li diede ad Abramo, e gli restituì la moglie Sara” (Genesi, cap. 20). E anche Sara viene gratificata per come si è prestata all’inganno: “Ecco – le dice il re – ho dato mille pezzi di argento a tuo fratello: sarà per te come un risarcimento.” Risarcimento di che? Di un inganno fraudolento ai danni altrui!
Riguardo alle menzogne che Sara aveva dette in questi casi, si vede proprio che esse le tornavano molto facili e naturali. Infatti allorquando il Signore, apparso dinanzi alla sua tenda, disse ad Abramo che avrebbe avuto da lei un figlio, essa (che ascoltava nascosta) scoppiò a ridere dicendo tra sé incredula: “Avvizzita come sono dovrei provare il piacere, mentre il mio signore è vecchio!”. Rimproverata per la sua incredulità dal Signore, Sara negò: “Non ho riso!” e il Signore dovette ricacciargli in gola la bugia: “Sì, hai proprio riso”. Se non si peritava di mentire davanti al Signore Dio, figuriamoci se provava ritegno a contarle grosse davanti al signor marito e agli altri tutti. (Gen. 18, 12-15). Bel modello di donna!
Spulciando nelle pagine della Genesi, troviamo altri episodi interessanti per la nostra ricerca, per conoscere come l’Antico Testamento ci presenta la condizione della donna e i comportamenti sessuali in genere.
Lot, nipote di Abramo (essendo figlio di Aram suo fratello minore) è anche lui protetto da Jahvé. Egli abitava nei dintorni di Sodoma. Una sera due uomini, che Lot riconobbe subito come inviati da Dio, passarono davanti alla sua casa, e lui con insistenza li invitò a entrare, a rifocillarsi e quindi a pernottare. Ma ecco che numerosi abitanti, che si erano accorti dell’arrivo degli avvenenti forestieri, assediano la casa, ordinando a Lot di consegnare loro quegli uomini, volendo “sodomizzarli”. Lot si oppone, non vuole consegnare i suoi ospiti, e tenta un compromesso: “Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori, e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all’ombra del mio tetto”. Per fortuna i sodomiti non accettarono lo scambio, e furono poi messi in fuga “da un abbaglio accecante” (Gen 19,11). Quello che ci scandalizza è come un padre possa offrire le proprie figlie vergini alla lussuria di uomini violenti, anche se allo scopo di salvare degli ospiti dai loro immondi appetiti.
Un episodio simile ci viene narrato nel libro dei Giudici, cap. 19 – versetti 22 e seguenti. Un levita (cioè uno della tribù di Levi), che abitava sulle montagne di Efraim, si prese per concubina una donna di Betlemme (tribù di Giuda). Era un benestante, aveva due asini e un servo, e dopo qualche tempo volle tornare con la sua donna nel territorio della tribù di Efraim donde proveniva. E’ noto che quelli della tribù di Levi non avevano avuto un territorio assegnato, ma erano sparpagliati tra le dodici tribù, essendo generalmente dediti al servizio divino. Passando attraverso il territorio della tribù di Beniamino, nel paese di Gabaa, fu ospitato da un vecchio contadino. Nel cuore della notte gli uomini di quel luogo assediarono la casa e intimarono al padrone di consegnare l’ospite, perché volevano sodomizzarlo. Ma il vecchio offrì loro in cambio la propria figlia: “Ecco mia figlia che è vergine, io ve la condurrò fuori, abusatene e fatele quello che vi pare”. Essi però non accettarono. Allora il levita “afferrò la sua concubina e la portò fuori da loro. Essi abusarono di lei sino al mattino”, sino a che lei ne morì. Mi potrei fermare qui nel racconto, essendo già abbastanza evidente come la donna, sia essa moglie o concubina, o anche vergine figlia, era considerata un possesso che poteva anche essere offerta all’abuso altrui per salvare la propria vita o quella di altri.
Ma voglio finire l’episodio, per dimostrare ancora una volta come lo scrittore biblico non solo indugi in narrazioni per nulla edificanti, ma giunga anche a macabre esagerazioni a cui mai oserebbero giungere gli attuali film dell’horror.
Il levita “si munì di un coltello, afferrò la sua concubina e la tagliò”, membro per membro, in dodici pezzi; poi li spedì per tutto il territorio d’Israele (Giudici 19,29). Alla notizia dell’infamia (lo stupro collettivo degli uomini di Gabaa, della tribù di Beniamino) le altre undici tribù si levarono in armi contro di essa e “passarono a fil di spada nella città uomini e bestiame e quanto trovarono, e diedero alle fiamme anche tutte le città che incontrarono”. (Giudici 20,48)[9]. Della tribù si salvarono solo seicento soldati che si erano rifugiati sulla roccia di Rimmon. Per ripopolare la regione furono loro date le donne scampate all’eccidio. Ma siccome non bastavano, fu permesso agli scampati di rapire le fanciulle danzatrici durante una “festa per il Signore a Silo”[10]. Come si vede, anche l’Antico Testamento ha il suo “ratto delle Sabine”, ma fatto ritualmente, perché le donne sono oggetto di rapina nella festa per il Signore.
Le donne insomma sono considerate alla stregua delle femmine degli animali, destinate a soggiacere alla violenza dei maschi, ed esse stesse dominate da un cieco appetito sessuale. Nelle pagine precedenti abbiamo visto come il pio Lot è disposto a prostituire le vergini figlie in cambio dell’immunità dei suoi ospiti; ma per le poverine, dopo essere scampate allo stupro e alla distruzione di Sodoma e Gomorra, non c’è da stare allegre. Il padre le porta ad abitare, per maggiore sicurezza, sulla montagna, dove vivono isolate, avendo una caverna come casa. Allora la sorella maggiore dice alla minore: “Non c’è nessuno in questo territorio per unirsi a noi… Vieni, facciamo bere del vino a nostro padre e poi corichiamoci con lui, così faremo sussistere una discendenza da nostro padre”. Così fecero, la prima notte la maggiore, la seconda notte la minore; andò tutto bene, il padre non si accorse (!) di nulla, e le figlie rimasero incinte per mezzo di questo incesto. La maggiore partorì Moab, capostipite dei Moabiti, la minore diede alla luce colui che fu il capostipite degli Ammoniti (Gen 19, 30-38). La Bibbia della CEI in una nota a questo episodio scandaloso dice: “L’aspetto immorale dell’atto è in secondo piano, perché si tratta di una narrazione leggendaria”. Possiamo essere anche d’accordo sulla leggenda, ma come la mettiamo con la “parola di Dio”? Dobbiamo ritenere leggendaria anche questa?
Di leggende ne abbiamo tante nell’Antico Testamento, spesso strane e incredibili; Nel capitolo 6 della Genesi si parla addirittura di giganti e semidei: “I figli di Dio (?) videro che le figlie degli uomini erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero… C’erano sulla terra i giganti a quei tempi, e anche dopo, quando i figli di Dio si univano alle figlie degli uomini, e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell’antichità, uomini famosi”. (Gen. 6,4). Leggende, miti, favole, d’accordo, e quasi sempre licenziose; ma perché dobbiamo gabellarle per “parola di Dio”?
Tutti questi episodi, leggendari o meno, dimostrano chiaramente che nell’A.T. la donna è soggetta alla concupiscenza maschile, schiava del proprio appetito sessuale e soprattutto fattrice di uomini (la vera benedizione di Dio). Essa, assieme alle pecore, capre, asini e cammelli, è proprietà esclusiva e gelosa del padre e poi del marito o dei fratelli. Era oggetto di compra-vendita, anche se veniva sedotta, o comunque posseduta volente o nolente da un uomo; La Torà infatti dice: «Quando un uomo seduce una vergine non ancora fidanzata pecca con lei, ne pagherà la dote nuziale (al padre o, se questi è morto, ai fratelli) ed essa diverrà sua moglie» (Esodo, 22,15). Se invece la poverina era fidanzata o sposata, e quindi possesso del marito o fidanzato, era considerata adultera e quindi doveva essere lapidata. Se il fattaccio era avvenuto in campagna, essa poteva salvarsi dicendo di aver subito violenza, ma se era avvenuto in paese, non valeva addurre lo stupro, anche se noi sappiamo benissimo che esso può avvenire non solo nelle strade e piazze di una città, ma anche tra le pareti domestiche. Questo dimostra quanto fosse formale e superficiale, e quindi ingiusta, la legge ebraica che era attribuita a Jahvé.
Non voglio dilungarmi in questa casistica sulla donna e sul sesso, anche se qualche lettore la leggerebbe volentieri, perché sempre molto piccante e pruriginosa. Insistendo su di essa oltre il dovuto, cadrei io stesso nella stessa colpa che attribuisco agli autori biblici, di aver cioè infiorato la “parola di Dio” di tante allettanti fantasie umane, per farne una lettura non solo gradevole, ma addirittura avvincente, considerando le predilezioni del mondo, attirato sempre dal romanzesco e ancor più dal lubrico e dal trasgressivo. Se non c’è trasgressione, se non la si fa o non la si dice grossa, che gusto c’è?
Ma il guaio è che in molte parti dell’Antico Testamento queste trasgressioni, spesso strane e fantastiche oltre che ributtanti, non sono affatto censurate (è il minimo che ci aspetteremmo), ma addirittura presentate come comportamenti normali, di patriarchi o re o altri personaggi ritenuti esemplari, o addirittura santi, quali Abramo, Giacobbe, Davide e Salomone.
La mia conclusione è dunque che nell’Antico Testamento la parola di Dio c’è certamente, qua e là (specie nei salmi e nei profeti), ma in mezzo a tante altre parole umane di amena e talora oscena letteratura, che contrastano quindi con la vera parola di Dio, e sono perciò causa di scandalo e turbamento per un lettore comune, che bada alla lettera del testo, e vorrebbe trovare in ogni versetto del sacro libro un nutrimento della sua spiritualità da parte di Dio, dato che la Bibbia dovrebbe contenere «tutte e soltanto quelle cose che Egli voleva.»[11]
Capitolo III -
Come è ben noto ai cattolici, la Chiesa riconosce come sacri, perché ispirati da Dio, i 73 libri della Bibbia, di cui 46 costituiscono l’Antico Testamento, 27 il Nuovo Testamento.
Questo elenco è chiamato “Canone” da una parola greca che significa “regola, norma, modello”, e i libri sono detti canonici in quanto riconosciuti dalla Chiesa come autentici e genuini.
Anche l’elenco dei santi e dei martiri riconosciuti ufficialmente dalla Chiesa è chiamato “Canone”, in quanto intangibile e attestato dall’autorità della Madre Chiesa.
I libri riguardanti eventi sacri anteriori a Gesù Cristo o la stessa vita di Costui, sono detti “apocrifi” o spurii, se non sono stati riconosciuti dalla Chiesa (nei Concili o nei pronunciamenti ufficiali) come ispirati da Dio.
Non mi dilungo qui a elencare i 73 libri, il cui elenco si può leggere a pagina 46 del “Catechismo della Chiesa Cattolica” (Libreria Editrice Vaticana 1992) oltre che, naturalmente, nella “Sacra Bibbia” edita per la CEI (Conferenza Episcopale Italiana) dalla Società Editrice Internazionale (SEI, Torino 1993), testo al quale io sempre mi riferirò.
E’ risaputo che dell’Antico Testamento gli Ebrei non riconoscono come sacri quei libri (o parte di libri) scritti originariamente in greco (e non in ebraico o aramaico); e naturalmente essi respingono in blocco, come mendaci e profani, tutti i 27 libri del Nuovo Testamento, cioè quelli che si riferiscono a Gesù Cristo e alla Chiesa primitiva o apostolica.
Anche i Luterani, i Valdesi e altre professioni protestanti non riconoscono come sacri alcuni libri del Canone, 1) per motivi inerenti alla loro specifica interpretazione del Cristianesimo.
Ma a me non interessa entrare nei particolari di tali dispute, in quanto non riguardano l’essenza della questione che voglio trattare, cioè: è proprio vero che tutta la Bibbia, cioè tutti i 73 libri canonici, sono, in tutte le loro parti, ispirati dallo Spirito Santo, e quindi genuina “voce del Signore”, autentica “parola di Dio”?
La Chiesa Cattolica lo ritiene e lo afferma decisamente nel documento conciliare “Dei Verbum” (18 novembre 1965) del Vaticano II, del quale nel “Catechismo della Chiesa cattolica” è riportata l’affermazione perentoria (pag. 43, n. 105): “La Santa Madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici 2) tutti interi i libri sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché scritti sotto ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa. Per la composizione dei libri sacri, Dio scelse degli uomini di cui si servì nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché, agendo Egli in essi e per loro mezzo, scrivessero come veri autori tutte e soltanto quelle cose che Egli voleva”. (Dei Verbum n. 11).
Pur con tutto il rispetto dovuto a una affermazione del Concilio, a me sembra che questa dichiarazione solenne sia stata del tutto imprudente, tante sono le narrazioni dell’Antico Testamento che appaiono evidentemente leggendarie, novellistiche e favolose, e talora oscene e scandalose, che certamente non potevano essere state ispirate dallo Spirito Santo.
La lettura dell’Antico Testamento in edizione integra, come nel testo curato dalla CEI e pubblicato nel 1993 per i tipi della SEI di Torino, non è affatto una lettura edificante, ma piuttosto una lettura che lascia sconcerto e profonda ripulsa nell’animo non solo di un cristiano, ma anche di chi abbia una religione solo naturale, cioè basata sulla razionalità e sulla coscienza morale.
Don Bosco, che ben conosceva l’Antico Testamento e sapeva quanto la sua lettura integrale fosse difficile e rischiosa, mise mano a un compendio della Bibbia[12] in cui presentava ai cristiani le sole parti formative e edificanti, che potevano veramente considerarsi “parola di Dio”, scartando tutta la congerie delle affermazioni contraddittorie, che sono molte e vistose, e degli episodi osceni e scandalosi, pura invenzione di autori con l’ùzzolo di una licenziosità talmente sfrenata, da apparire inverosimile.
Io mi sono divertito a domandare a molti dotti cristiani, voglio dire almeno laureati, se avessero letto tutta la Bibbia, integralmente. Non ne ho trovato uno che lo avesse fatto; qualcuno mi ha confessato che ci aveva provato, magari più di una volta, ma poi aveva rinunciato esausto, dinanzi a tutte quelle ripetizioni, esagerazioni, contraddizioni, particolari oziosi e puerili, elenchi infiniti di nomi e di numeri, episodi sconcertanti e inverosimili.
A qualche sacerdote, che mi aveva prontamente risposto che l’aveva “letta e studiata”, ho chiesto semplicemente di espormi qualcuno dei libri più brevi, come per esempio “I Numeri”, con le tematiche teologiche e morali in esso evidenziate. Dalle risposte vaghe, incerte o del tutto inesatte ho capito che anche loro, come la maggior parte dei cattolici, avevano letto, della Bibbia, solo alcune parti qua e là, quasi soltanto i pochi brani che sono letti nella liturgia della parola, e che certamente sono ben scelti e possono essere ritenuti vera “parola di Dio”.
Questa mia critica all’Antico Testamento non mira a scandalizzare i buoni credenti o a scuotere l’autorità della Chiesa, ma solo a richiamare l’attenzione di essa su un pronunciamento che a me appare imprudente e che, secondo me, dovrebbe prima o poi essere corretto, senza con questo togliere nulla alla fede cristiana, basata essenzialmente sull’insegnamento di Cristo.
Non voglio nemmeno offendere i bravi fedeli ebraici, nostri fratelli, come lo sono ugualmente tutti gli altri popoli. Essi credono ciecamente nell’Antico Testamento, il loro “Libro”, e noi rispettiamo la loro buona fede, ma non possiamo non mettere in rilievo che il loro Dio è ben diverso dal Dio che ci ha fatto conoscere Gesù Cristo, suo Figlio. Se essi credono in Jahvé e nella Torà, come i mussulmani in Allah e nel Corano, noi non ci abbiamo nulla da ridire, ma noi cristiani crediamo nel Dio, Padre amoroso degli uomini tutti, che ci ha fatto conoscere il Figlio, Gesù Cristo, il quale per noi è Dio, mentre per gli Ebrei è un falso profeta, e per gli islamici è sì un profeta, ma tanto inferiore a Maometto, e per nulla Figlio di Dio. Sappiamo che gli Ebrei e gli Islamici difficilmente si convertono al Cristianesimo; prendiamo atto di questa loro fedeltà alla religione dei padri e la rispettiamo. Noi cristiani non siamo mossi da spirito di proselitismo, dalla voglia di far numero, di conquistar primati, di sorpassare le altre religioni. Noi predichiamo Cristo, e per di più crocifisso; proponiamo il messaggio di amore di Cristo, ma non lo imponiamo a nessuno. Ci accontentiamo di essere “un piccolo gregge”, ma fedele al suo Pastore, che ha promesso di guidarlo alla salvezza eterna.
Noi cristiani consideriamo nostri fratelli, da amare e da aiutare, gli ebrei, i mussulmani e gli uomini tutti, pur sapendo che gli ebrei, se non ci odiano, certamente ci disprezzano come gentili (=pagani) incirconcisi, da evitare alla larga, perché il popolo «eletto» non può mescolarsi con la massa dannata e reietta; mentre gli islamici ci odiano apertamente e ci vogliono distruggere tutti come “cani infedeli”con la loro «guerra santa» terroristica, al fine di meritare il paradiso. Ma noi seguiamo Cristo, che ci ha comandato di amare i nostri nemici.
Capitolo IV - Jahvé e il Dio Cristiano
Già nel capitolo I di questo saggio ho trattato del grande divario che c’è tra il Dio degli Ebrei e il Dio dei Cristiani, tra le legge di Mosè e quella di Cristo.
Ma ritengo opportuno soffermarmi ancora su questo argomento, non per spirito polemico, ma solo per riaffermare l’identità cristiana, che è ben diversa da quella degli Ebrei, che pur rispettiamo, perché ci sono anche essi fratelli in Cristo, e anch’essi, quando lo vogliano, possono riconoscere noi cristiani come fratelli, e non più come gentili estranei, incirconcisi e pagani, da cui star lontano. 1)
Torniamo dunque all’Antico Testamento, l’unico che gli Ebrei riconoscano, anche se non tutto, come abbiamo già spiegato. Se uno lo legge tutto con attenzione, e non soltanto i brani edificanti proposti nella domenicale liturgia della parola, rimane atterrito dalla differenza abissale che nota tra quella religione e quella che ci è stata insegnata da Gesù Cristo, Figlio di Dio, fattosi uomo per redimerci e insegnarci la via della salvezza, che evidentemente gli Ebrei dell’Antico Testamento “uomini di dura cervice”, avevano male interpretato.
Infatti Gesù spesso ammonisce: “Vi è stato detto… Ma io vi dico…”. Il divario più stridente tra l’Antico e il Nuovo Testamento riguarda l’idea di Dio, il concetto che ci è dato di Dio, Creatore e Signore del cielo e della terra.
Il Dio dell’Antico Testamento è un Dio iroso, geloso, vendicativo, punitivo, spesso vero sterminatore di uomini e popoli anche incolpevoli. Spesso Jahvé appare più crudele degli stessi uomini, i quali magari vorrebbero risparmiare alcuni dei vinti sottomessi, ma il loro Dio lo vieta, e di ciò porteremo qualche esempio. 1) Jahvé è il Dio del solo popolo ebraico, quello che lo protegge e difende, e lo guida allo sterminio degli altri popoli, colpevoli di avere (ahimè) altre divinità protettrici e di abitare le terre che gli Ebrei vogliono conquistare. Perciò questi popoli devono essere sterminati, per lasciare tutta la terra libera per i nuovi padroni . Non è ammessa una fusione o integrazione. Tutt’al più del popolo vinto si possono risparmiare le donne vergini che, prese dai vincitori quali schiave concubine, potranno generare figli “ebrei” a pieno titolo. A questo proposito è significativo quanto si racconta in Numeri, cap. 31. Gli Ebrei hanno vinto e ucciso i Madianiti, hanno depredato tutto il loro bestiame, tutti i loro beni e incenerito tutte le loro città, ma “fecero prigioniere le donne di Madian e i loro fanciulli”. Era logico: le donne sarebbero state le loro concubine-schiave, i fanciulli i loro schiavetti da utilizzare nella cura del bestiame minuto. Ma a Mosè ciò non piace del tutto: tra le donne ci sono anche quelle già inseminate dagli infedeli, e i figli sarebbero di razza madianita. Ecco allora il comando: siano uccisi tutti i fanciulli maschi (che sono e restano madianiti) e, tra le femmine, ogni donna che si è unita con un uomo; ma tutte le fanciulle che non si sono unite con uomini conservatele in vita per voi” (Num. 31, 17-18). Ogni commento guasterebbe.
Ma torniamo al concetto di Dio nell’A.T. e facciamo in proposito qualche citazione (sempre dal testo CEI).
“Io, il Signore tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione per quanti mi odiano, ma usa misericordia fino a mille generazioni verso coloro che mi amano e osservano i miei comandamenti (Deuteronomio 5, 9-10). Uguale testo in Esodo 40, 5-6
Dunque è il Dio che ama chi lo ama e odia chi lo odia, il Dio dell’”occhio per occhio, dente per dente”.
Invece il Dio del Nuovo Testamento, quello rivelatoci da Gesù Cristo, suo Figlio, è il Padre amoroso e sollecito del benessere di tutti gli uomini, che sono tutti suoi figli, anche se talora sono “prodighi”, cioè lontani da Lui o addirittura ribelli. E conseguentemente questo Dio-Buon Pastore comanda agli uomini di amare i nemici e di far del bene a quelli che fanno loro del male. Se Dio comanda questo agli uomini, tanto più lo farà Lui stesso, perché Lui è essenzialmente Dio-Amore. Infatti San Giovanni ammonisce: “Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è Amore (I lettera, 4,8). Dunque tra il Dio degli Ebrei e il Dio rivelatoci da Cristo c’è un incolmabile abisso, uguale a quello che c’è tra odio e amore. E certamente questo è il motivo per cui gli Ebrei hanno rifiutato Cristo quando è venuto a salvarci, e lo rifiutano anche oggi.
Infatti è noto che molto difficilmente un ebreo si converte al Cristianesimo,e quei pochi che hanno osato farlo, sono stati vittime dell’odio e del disprezzo della loro razza, bollati come traditori opportunisti.
Il Dio degli Ebrei è un Dio esclusivo, tutto loro, solo loro, 1) un dio degli eserciti, un Dio di conquista, che “con mano alzata e con braccio teso” li guida alla vittoria contro gli altri popoli, che sono tutti nemici, perché incirconcisi. Perciò essi, una volta vinti, devono essere tutti sterminati e scomparire dalla faccia della terra. Jahvé è un Dio sterminatore. Se c’è qualcuno a cui questo epiteto appare troppo forte, io lo invito a leggere un po’ con me il libro dei “Numeri”.
In esso la pena di morte è irrogata a ogni piè sospinto, a ogni piccolo sgarro o devianza o dimenticanza normativa o rituale. Dalla lettura del Pentateuco è evidente che Mosé aveva instaurato in Israele una ierocrazia che ha tutti i privilegi e il potere sull’intero popolo ebraico, ma sempre in nome di Dio. Questa casta di sacerdoti e leviti legiferano in proprio favore in nome di Dio, con la minaccia della sanzione divina per chi non osserva le loro leggi umane, fatte solo per mantenere intatto il loro potere e il loro privilegio sociale ed economico.
Il Dio, presunto autore e garante di tale privilegio, vuole che al suo servizio accudiscano alcuni sacerdoti da Lui scelti, e guai agli altri che osassero anche soltanto avvicinarsi all’altare.
“Mosè, Aronne e i suoi figli avevano la custodia del Santuario…, l’estraneo che vi si avvicinava sarebbe stato messo a morte”. (Num. 3. 38).
Neppure i leviti potevano avvicinarsi al Santuario; essi facevano il servizio esterno e di trasporto delle suppellettili sacre (accuratamente racchiuse in involucri rituali dettagliatamente definiti); anche loro sarebbero stati uccisi qualora avessero osato toccare direttamente i sacri arredi. Questo rigoroso concetto del “Sacro” è tipico di una oligarchia sacerdotale, gelosa del suo dominio assoluto e del suo privilegio sociale ed economico, affermato ed imposto sempre in nome di Dio. I proventi sacerdotali erano soprattutto le decime parti di tutti i prodotti (animali, grano, olio, vino, bottino di guerra), ma non mancavano le “spontanee” offerte votive dei pii israeliti, desiderosi di guadagnarsi così la protezione di Jahvé e il sostegno del potentissimo ceto sacerdotale.
Chi vuol conoscere nei particolari tutte le entrate della casta sacerdotale e levitica (la quale era immune da ogni carico produttivo) si legga attentamente i trentasei capitoli dei “Numeri”, che non sono poi tanti rispetto ai cinquanta della Genesi e ai quaranta dell’Esodo, anche se in verità molto più noiosi per tutte le ripetizioni stereotipate e per i tanti numeri che finiscono per confondere la testa di chi tenta di seguire tutti i computi, talora veramente mirabolanti.
A me interessa far notare soltanto due cose: innanzi tutto come è rappresentato Dio; in secondo luogo come il popolo ebreo, sotto la guida prima di Mosé e poi di Giosué, eseguì gli ordini di Jahvé.
Jahvé è rappresentato in modo banalmente umano, nel suo intervenire continuamente nelle minime vicende e in modo totalmente antropomorfico, quale essere non solo geloso, ma sempre pignolo, permaloso, vendicativo, punitivo e spietato. Ci sono qua e là nell’Antico Testamento alcune espressioni che ce lo presentano come “lento all’ira e ricco di misericordia”, ma esse sono contraddette e smentite da altre di tono antitetico; e comunque la sua misericordia va solo al suo diletto popolo ebraico, mai agli sventurati popoli che non solo non erano circoncisi, ma avevano anche la disgrazia di abitare “da sempre” il territorio che Israele voleva conquistare. Di quanto ho detto porterò in seguito alcuni esempi; ma prima vorrei riportare l’attenzione su Mosé e sul suo modo di reggere e guidare il popolo israelita, eseguendo gli ordini di Dio, col quale è per così dire in contatto diretto e continuo.
E’ evidente che Mosé, tipico “profeta armato” come ben dice Machiavelli, si serve della “parola di Dio” per costringere il popolo a un’obbedienza “pronta, totale e assoluta”, inculcando il timore di una punizione severa da parte di Jahvé, offeso dalla disubbidienza. Egli instaura nel suo popolo, quale “instrumentum regni” un vero e proprio terrorismo religioso. Non c’è suo ordine o precetto o semplice norma, anche di carattere igienico o sanitario, che non sia accompagnata dalla sanzione divina: chi non fa questo, offende Dio e non scamperà alla divina vendetta, anche se scampasse alla punizione degli esecutori della legge. Questo è il minaccioso epilogo di tutte le sue ingiunzioni, anche quelle riguardanti le prolisse e complesse norme rituali, come per esempio quelle di purificazione per tutti i casi di impunità non solo attiva (e quindi più o meno colpevole) ma anche passiva, in cui incappavano talora inconsapevolmente non solo gli individui, ma anche le inerti cose. Sì, noi comprendiamo che un oggetto può essere sporco, e quindi deve essere lavato, che un vaso può essere infettato, e perciò va disinfettato; ma non comprendiamo che un oggetto diventi immondo con offesa a Dio, per cui occorre un rito di purificazione religiosa, naturalmente eseguito dai sacerdoti, e non certo gratuitamente.
Leggiamo nei Numeri (cap. 19 – versetti 14-15): “Quando un uomo muore in una tenda, chiunque entrerà nella tenda e chiunque sarà nella tenda sarà immondo per sette giorni. Ogni vaso scoperto, sul quale non sia un coperchio o una legatura, sarà immondo”. Potremmo prendere tutto ciò come una semplice precauzione sanitaria, al fine di evitare un eventuale contagio; però in questo non c’entra la religione, né tampoco Jahvé, ma solo l’esigenza di pulizia e di igiene.
Ma la casistica è ancora più ampia e veramente strana: si diventava immondi anche per aver toccato un cadavere o un osso d’uomo o semplicemente un sepolcro.
Il rito di purificazione durava sette giorni. “Colui che, divenuto immondo, non si purificherà, sarà eliminato dalla comunità, perché ha contaminato il santuario del Signore”. (Num. 19, 20).
Anche la donna che partorisce è immonda. Lo dice il Levitico, al cap. 12. “Il Signore aggiunse a Mosé: … Quando una donna sarà rimasta incinta e darà alla luce un maschio, sarà immonda per sette giorni… 1) Poi essa resterà ancora trentatré giorni a purificarsi del suo sangue, non toccherà alcuna cosa santa e non entrerà nel santuario… Quando i giorni della sua purificazione… saranno compiuti, porterà al sacerdote… un agnello di un anno come olocausto e un colombo o una tortora in sacrificio di espiazione… Il sacerdote farà il rito espiatorio per lei, ed essa sarà monda.” (Lev. 12, 1-8). Il maschilismo degli Ebrei si nota anche in questa legge della purificazione; infatti se la donna ha partorito non un maschio, ma una femmina, l’impurità si raddoppia: sarà immonda per due settimane e resterà sessantasei giorni a purificarsi dal suo sangue. E’ come se l’aver partorito una femmina l’abbia doppiamente contaminata, e questo è per noi incomprensibile.
Comunque queste norme, 2) che potrebbero essere considerate igieniche e cautelative, sono inculcate come precetti divini, dettati da Jahvé a Mosé; perciò l’eventuale loro inadempienza è offesa a Dio, contaminazione del suo santuario, da punirsi con la morte.
Del resto la pena capitale nella legislazione mosaica viene irrogata non solo per mancanze gravi (adulterio della donna, profanazione di cose sacre, bestemmia, ecc.), ma anche per minime infrazioni, anche involontarie o inconscie. In Numeri (cap.15, versetti 32-35) leggiamo: “Mentre gli Israeliti erano nel deserto, trovarono un uomo che raccoglieva legna in giorno di sabato… Il Signore disse a Mosé: “Quell’uomo deve essere messo a morte; tutta la comunità lo lapiderà fuori dall’accampamento”. La terribile sentenza (di Dio?) fu subito eseguita. Noi pensiamo che quell’uomo era povero, forse anche vecchio, e raccoglieva un po’ di legna per scaldarsi o cucinare, perché non ne aveva in serbo come i ricchi e i sacerdoti; ne sentiamo pietà, e proviamo simpatia per lui noi uomini comuni, ma Jahvé no. Ecco il Dio che ci presenta l’Antico Testamento.[13]
Non mi meraviglia il fatto che Mosé abbia inculcato le sue leggi e le sue norme rituali o igieniche come precetti divini; era il modo più efficace per farle osservare con timore reverenziale, per evitare la punizione divina oltre a quella umana. Quasi tutti gli antichi legislatori si sono serviti di questo mezzo coercitivo per far rispettare le loro norme; anche Numa si diceva ispirato dalla Ninfa Egeria.
Quello che però non possiamo accettare è l’aspetto che Mosé ha voluto dare di Jahvé quale spietato punitore anche delle più lievi mancanze, aspetto che non è veritiero, ma che lui astutamente (i popoli semiti sono molto astuti, contrariamente a quelli ariani) voleva inculcare per ottenere obbedienza.
Purtroppo è avvenuto che quelle affermazioni perentorie e strumentali, che servivano quale “instrumentum regni” per instaurare una ierocrazia, sono state accettate quale “parola di Dio” non solo dai pii israeliti, ma anche dalla Chiesa Cattolica nei solenni pronunciamenti di un Concilio.
Capitolo V - L’Antico Testamento e l’obbedienza a Jahvè
Gli istituti teologici, le università pontificie sfornano ogni anno centinaia di biblisti che passano tutta la Sacra Scrittura al microscopio filologico e testuale, con analisi minuziose di ogni contesto e vocabolo, per captare tutta la vasta gamma di interpretazioni possibili e immaginabili; ma poi si dimenticano di spiegarci come tutta questa congerie interpretativa possa essere “Parola di Dio”, fatta a noi conoscere per la nostra salvezza.
Questi studiosi si arrampicano sugli specchi e sono capaci di spaccare in quattro il capello di un semplice vocabolo, e scrivono volumi e volumi su queste loro oziose elucubrazioni, con le quali cercano soltanto di meravigliarci con la novità o stranezza delle loro idee ovvero ipotesi. I loro libri, le loro pubblicazioni, i loro articoli su riviste specializzate non servono minimamente a convertire gli infedeli o a guidare e incoraggiare i fedeli nella difficile sequela di Cristo.
Oh, quanto farebbero meglio queste centinaia di teologi e biblisti sapientoni a lasciare le loro mal sudate carte, e andare invece a evangelizzare gli uomini tutti, come ha comandato Gesù ai suoi discepoli.
Loro nelle loro vaste biblioteche, nelle prestigiose cattedre, nelle loro famose università e accademie si affannano a scoprire tutti i vari significati dei testi biblici secondo il “quadruplice senso” (letterale, allegorico, morale, anagogico). 1) Nella ricerca occhiuta e sottile di questi molteplici sensi, la parola di Dio diventa fumosa e talora incomprensibile; è certamente un ozioso, inutile studio fine a se stesso, sicuramente dannoso per quei disavventurati fedeli che leggessero i loro dotti e reclamizzati volumi. Questi prolissi testi infarciti di citazioni, di ipotesi, di tentativi interpretativi, non fanno altro che confondere le idee e turbare il cristiano, perché sono diametralmente opposti alle parole semplici e chiare usate da Gesù Cristo nel suo insegnamento.
In tutto l’Antico Testamento vediamo Jahvé che interviene in ogni momento nelle vicende umane, e sempre con la massima severità, e guai a non eseguire alla lettera e a puntino i suoi ordini. Ogni piccola omissione, ogni minima variazione e anche qualsiasi innocente aggiunta viene inesorabilmente punita. Ne fa le spese lo stesso Mosé, che è tutto dire, per cui non posso esimermi dal raccontarlo.
Quando gli Israeliti, nel deserto, sono senza acqua, vanno a lamentarsi a lui, che a sua volta si lamenta con Jahvé. “Il Signore disse a Mosé: “Prendi il bastone, e tu e tuo fratello Aronne convocate la comunità; alla loro presenza parlate a quella roccia, ed essa farà uscire l’acqua”. (Num. 20, 7). Così avvenne, e il miracolo si verificò come il Signore aveva promesso. Ma sbadatamente, o per strafare, Mosé aggiunse qualcosa di suo al comando di Jahvé: non si limitò a parlare alla roccia, ma la colpì due volte col suo bastone! Per questa aggiunta personale (che a noi pare quasi naturale: se no, perché il Signore gli aveva detto di prendere il bastone?) Mosé e anche Aronne sono puniti. Al permaloso Jahvé questo atto appare come un gesto di affermazione personale e di quasi sfiducia nelle sole parole impostegli dal Signore; colpa grave, per cui essi dovranno morire nel deserto, senza vedere la sospirata terra promessa. Perché poi Aronne è punito anche lui? Non era stato lui a commettere l’infrazione. Ma è colpevole lo stesso, perché è il fratello maggiore, perché ha assistito e non ha impedito l’atto incriminato: questo direbbe un arcigno accusatore additandolo come correo.
Il Dio del Nuovo Testamento, quello che ci ha fatto conoscere Gesù Cristo, suo Figlio, ci comanda di perdonare non sette volte, ma settanta volte sette, cioè sempre e tutto. Il Dio dell’Antico Testamento non perdona neppure il primo sgarro, e neppure se è minimo.
Il buffo è poi che questo stesso episodio è narrato anche nel libro dell’Esodo (17, 1-7) e lì è lo stesso Jahvé a ordinare a Mosé di battere col bastone sulla roccia: Egli infatti dice: “Ecco, io starò davanti a te sulla roccia, sull’Oreb, tu batterai sulla roccia: ne uscirà acqua e il popolo berrà.” Qual è dunque la verità? Mosé doveva battere col bastone o no? La parola di Dio può essere così contraddittoria? Ma per non lasciare insoluta questa contraddizione, anch’io per una volta oso avanzare un’ipotesi: forse la colpa di Mosé fu di aver colpito la roccia col bastone più di una volta, quasi con sfiducia nella potenza di Jahvé, come se colpirla una sola volta non potesse sortire effetto. Tuttavia, anche in questa ipotesi, la colpa di Mosé pare a noi lieve e quasi naturale, quindi tale da non meritare castigo. Ma lasciando queste quisquilie interpretative, torniamo all’analisi del “Pentateuco” per vedere quali sono gli attributi di Jahvé, cioè quelli che l’autore sacro, sia esso Mosé o altri, gli attribuisce.
Già nel libro dell’Esodo (15, 3-7) Mosé così afferma nel suo famoso cantico: “Dio è prode in guerra. La tua destra, Signore, terribile per potenza, annienta il nemico; con sublime grandezza abbatti i tuoi avversari, scateni il tuo furore che li divora come paglia.” Quindi Jahvé è un Dio guerriero, un Ares (Marte) ebraico che guida il suo popolo alla vittoria, con conseguente distruzione dei vinti. Per il nemico non c’è pietà, anzi non ci deve essere pietà: Sarebbe un disobbedire a Jahvè. Porterò degli esempi per questa mia affermazione, che può apparire empia, mentre invece è contenuta nell’Antico Testamento ed è quindi “parola di Dio”. E’ per noi cristiani un concetto incredibile, blasfemo, ma è proprio così.
Il Dio di Israele è, non Padre amoroso, ma nemico spietato di tutti quei popoli che fanno ostacolo al “suo” popolo: prima sono gli Egiziani, contro i quali rovescia tante calamità, poi i vari popoli con i quali Israele si scontra nel suo commino verso la Palestina, a cominciare dagli Amaleciti. Leggiamo in Esodo (17, 14-16) “Allora il Signore disse a Mosé: “Io cancellerò del tutto la memoria di Amalek sotto il cielo.” Quindi gli Amaleciti dovevano essere distrutti tutti; ma non erano anche loro figli dell’unico Dio, creatore del Cielo e della terra?
Capitolo VI - Lotte interne e guerre esterne
Volendo approfondire questa, diciamo, “partigianeria” di Jahvé, dobbiamo precisare che essa non vale soltanto in favore del popolo ebraico contro gli incirconcisi, ma anche, all’interno della ierocrazia 1) sul popolo eletto, a favore di Mosé contro il fratello Aronne e la sorella Maria, tutti e due maggiori di Mosé. Sappiamo che Maria aveva coadiuvato alla salvezza di Mosé bambino (Esodo, cap. 2), e che Aronne era l’alter ego parlatore di Mosé davanti al Faraone, perché Mosé era balbuziente (“impacciato di bocca e di lingua” Es. 4, 10); quindi tutti e due avevano qualche pretesa o merito dinanzi a Mosé. Costui non era certo irreprensibile: in Egitto aveva ucciso un egiziano, seppellendolo sotto la sabbia. Ricercato dal Faraone per la dovuta punizione, era fuggito rifugiandosi presso gli incirconcisi Madianiti, e lì aveva sposato Zippora 2) che gli aveva partorito due figli maschi: Gherson e Eliezer.
Quando Ietro riportò a Mosé nel deserto, dopo la sua vittoria sugli Amaleciti, la figlia Zippora con la prole, e fu ben accolto dal genero, il quale ascoltava anche i suoi consigli, suscitò la gelosia di Aronne e Maria, i quali se la presero con il fratello (Num. 12 passim). «Maria e Aronne parlarono contro Mosé a causa della donna etiope che aveva sposata… Dissero: “Il Signore ha forse parlato soltanto per mezzo di Mosè? Non ha parlato anche per mezzo nostro?” L’ira del Signore si accese contro di loro… ed ecco Maria era lebbrosa.» Fu perciò isolata fuori dell’accampamento per sette giorni, e fu riammessa solo dopo essere stata completamente guarita da Jahvè per l’intercessione di Mosé.
E’ strano che nessuna punizione cadde su Aronne, che era ugualmente colpevole di ribellione e, come maschio, anche più della sorella. Ma appunto, come maschio, viene amnistiato, mentre Maria, perché femmina, prende la lebbra. Comunque il primato di Mosè, riconfermato in famiglia, continuò a suscitare discordie. Alcuni capi delle tribù di Levi e di Ruben, radunati duecento cinquanta uomini, insorsero contro Mosé e Aronne dicendo loro: “Basta! Tutti sono santi, e il Signore è in mezzo a loro; perché dunque vi innalzate sopra l’assemblea del Signore?” (Num. 16,3) Core, della tribù di Levi, volle venire a una specie di sfida con Aronne, a una specie di «giudizio di Dio», per vedere chi Egli approvava. Jahvè approvò Aronne e condannò lo sfidante, facendolo perire con tutti i suoi: “Il suolo si sprofondò sotto i loro piedi, la terra spalancò la bocca e li inghiottì: essi e le loro famiglie, con tutta la gente che apparteneva a Core e tutta la loro roba. Scesero vivi agli inferi essi e quanto loro apparteneva; la terra li ricoprì, ed essi scomparvero dall’assemblea (Num. 16, 31-33).
Questo fatto scatena una più vasta ribellione contro Mosé e Aronne (Num. 17, 6 e seguenti). «Il giorno dopo tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosé e Aronne dicendo: “Voi avete fatto morire il popolo del Signore!..” Il Signore disse a Mosé: “Allontanatevi da questa comunità, e io li consumerò in un istante, poiché l’ira del Signore è divampata, il flagello è già cominciato…” Quelli che morirono di quel flagello furono 14.700.»
Ho voluto accennare a questi episodi per dimostrare quale Dio ci sia presentato dall’Antico Testamento. Jahvé è il Dio sterminatore, spietato anche col suo popolo, poco poco che osi contraddire la sua volontà o insidiare il primato di chi Egli ha costituito a capo del popolo eletto. Noi ci domandiamo: Tutto ciò può essere vero? Può essere ritenuta “parola di Dio”? E Dio in questo caso che cosa avrebbe voluto insegnarci? La risposta in questo caso è semplice, perché la morale di questi episodi è molto esplicita: chi si ribella all’autorità sacerdotale, al primato indiscutibile di Mosé e Aronne, viene da Dio sterminato.
L’intento è tanto evidente, che potremmo sospettare che questi episodi siano degli “exempla ficta” per inculcare quell’ammonimento. E se non proprio “exempla ficta” inventati all’uopo (nefas dictu!), saranno stati volutamente esagerati (se non altro nelle cifre), per rendere l’avvertimento più cogente.
Capitolo VII - Gesù di fronte al potere ierocratico
La casta sacerdotale ebraica aveva instaurato una vera e propria ierocrazia, per puntellare e blindare la quale si era raffigurato un Dio secondo i suoi fini di conservazione e di dominio; quindi un Dio rigoroso, punitore, inflessibile e spietato giudice, puntiglioso, geloso e permaloso. Un Dio che è sempre dalla parte dei sacerdoti, suoi rappresentanti e profeti, cioè portatori esclusivi della sua parola.
In questo modo questa casta privilegiata manteneva il suo potere, infondendo nell’animo dei fedeli non il santo timor di Dio, ma la paura di Dio. Questa casta dominante, ivi inclusa tutta la tribù di Levi (i leviti), era immune da ogni lavoro e da ogni tributo, assieme al suo codazzo di rabbini (maestri) e di scribi (ricopiatori della Legge); tutti costoro, strumentalizzando a loro vantaggio l’anelito religioso del popolo, si erano assicurato il dominio delle coscienze con un vero e proprio terrorismo religioso.
Contro costoro Gesù tuona ripetutamente con aspre invettive. Mi limito a citare alcuni passi.
“Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci.” (Mt. 21, 13)
“Guardatevi dagli scribi, che amano… avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e ostentano di fare lunghe preghiere; essi riceveranno una condanna più grave.” (Mc 12, 28-40).
Il capitolo 15 di Matteo inizia con un veemente atto di accusa contro scribi e farisei: «Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini” … Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!» (Mt. 15, 7-14).
Ma la requisitoria più completa e indignata si ha nel capitolo 23 di Matteo, dal versetto 13 al 36, che invito l’eventuale (molto eventuale) lettore a leggersi per conto suo; io mi limiterò a riportarne un solo passo: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che rassomigliate a sepolcri imbiancati: essi all’esterno sono belli a vedersi, ma dentro sono pieni di morti e di ogni putridume… Serpenti, razza di vipere, come potrete scampare dalla condanna della Geenna?”
Non voglio
ulteriormente insistere in queste citazioni; mi piace però sottolineare la
frase sopra riportata, in cui Gesù afferma che gli scribi e farisei “insegnano
dottrine che sono precetti di uomini”. Quindi, dicendo “scribi e farisei”, Gesù
intendeva quelli che insegnavano nel tempio e nelle sinagoghe, cioè i sacerdoti
e i rabbini, e non semplicemente i copisti della Legge e i seguaci di una
particolare setta (i farisei appunto).
Comunque bisogna dire che questa era la setta più rappresentativa e onorata, la
più stimata e riverita, se anche Paolo si proclama fariseo, discepolo di
Gamaliele. (At. 5, 34)
Capitolo VIII - I generi letterari nell’A.T.
Nonostante l’affermazione perentoria della costituzione “Dei Verbum”, per cui gli agiografi (autori biblici) furono ispirati dallo Spirito Santo, in modo che scrivessero “tutte e soltanto quelle cose che Egli voleva”, il biblista che ha scritto la lunga e dotta prefazione (I Libri di Dio) alla edizione della CEI, parla (pagg. XIII e XXV) di “generi letterari” presenti nella Bibbia e afferma: “La verità infatti viene diversamente proposta ed espressa nei testi in varia maniera storici o profetici o poetici o con altri modi di dire.” Il biblista sopra citato è Gaetano Castello, della Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale di Napoli. Egli, dopo aver accennato ai «generi letterari» presenti nella Bibbia, tenta di farli rientrare nell’interpretazione cattolica affermando: «Dio ha voluto dialogare con l’uomo servendosi della ricchezza del linguaggio… dell’intensità di un’immagine poetica, di una metafora, di un canto, della drammaticità… di vicende familiari, della fantasia di una rappresentazione leggendaria e così via» (Pag. XIII). Questo dei “generi letterari” è un discorso giusto, ma che deve essere condotto sino alle sue naturali e ineludibili conclusioni.
Gli Ebrei hanno nei quarantasei libri dell’Antico Testamento la loro produzione letteraria del I millennio a.Cristo. E’ una produzione straordinaria, che comprende veramente tutti i generi letterari che si possono immaginare: epico, eroico, cavalleresco, giuridico, religioso, meraviglioso, mitologico, leggendario, storico, narrativo, drammatico, pedagogico, morale, lirico, favoloso, novellistico, erotico. Non mancano scene macabre, e talvolta si insinua un “horror” che non ha nulla da invidiare alla più truce narrativa gialla e alla peggiore produzione filmistica attuale. Come favola è celebre quella dell’asina del vate Balaam (Num. 22, versetto 20 e seguenti). In questo episodio si può notare come Jahvè si diverte anche a indurre in tentazione il povero Balaam. Egli era stato mandato a chiamare da Balak, re dei Moabiti, il quale voleva avere da lui un consiglio sul modo di comportarsi verso Israele. L’indovino, considerando il rischio di un tale incarico, aveva rifiutato di andare, respingendo i ricchi doni. Saggio è Balaam, ma ciò a Jahvè non piace troppo. Sicché Dio venne di notte a Balaam e gli disse:
«Se quegli uomini sono venuti a chiamarti, alzati e va’ con loro.»
Balaam obbedisce, sella l’asina e parte. “Ma l’ira di Dio si accese perché egli era andato”. Noi restiamo interdetti; Jahvè comanda di andare, e poi si adira perché uno va? In che cosa ha mancato il povero Balaam? Non è detto , e non possiamo nemmeno immaginarlo. Possiamo solo concludere che Jahvè è il Dio dell’ira, perciò la sua ira si accende contro il “non eletto” sia che disobbedisca sia che obbedisca. Però, abbiamo detto, è una favola: ma L’Antico Testamento non è tutta “parola di Dio”? Al lettore curioso che avrà voluto leggersi il lungo episodio di Balaam (Num.capp.22-23-24) consiglio di leggersi anche il breve cap. 25, in cui si assiste a una nuova strage di Ebrei ordinata da Jahvè a Mosè, nella quale morirono 24.000 persone. Nella carneficina si segnalò Finees, nipote di Aronne, il quale sotto una tenda infilzò con la lancia nel basso ventre, con un sol colpo, un Israelita e una donna madianita. Il testo riporta anche i nomi dei due disgraziati.
Bisogna tuttavia riconoscere che l’intento religioso è prevalente pure nelle favole o leggende, anche perché gli autori dei vari libri appartenevano verosimilmente al ceto sacerdotale.
Ma la figura di
Jahvé che loro ci rappresentano è ben lontana dal Dio che ci ha rivelato
Cristo, e la religione e la morale che essi inculcano è ben diversa da quella
cristiana.
La “parola di Dio” nell’Antico Testamento può essere solo quella che collima
con l’insegnamento di Cristo; il resto è parola umana, invenzione e produzione
umana, e spesso poco edificante, e tale da turbare l’animo di un cristiano che
non sappia scernere il buon grano dal loglio.
Nel Vangelo Gesù tuona ripetutamente contro «gli scribi e farisei ipocriti» che avevano imposto come legge di Dio tanti precetti umani, del tutto esteriori e formali, osservando i quali essi pretendevano di essere giusti, mentre trasgredivano «le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà.» (Mt 25,23) Gran parte del capitolo 23 di Matteo è un’aspra requisitoria contro questi presuntuosi figli di Abramo, che Gesù chiama «sepolcri imbiancati», «serpenti, razza di vipere», «stolti e ciechi e guide cieche», che credono di diventare profeti con l’osservanza di complicati riti e formali cerimonie purificatorie, mentre divorano le sostanze delle vedove e degli orfani. Essi moltiplicano i precetti e le imposizioni, e caricano gli altri di gravami che essi non toccherebbero neppure con un dito. A questa congerie di norme Gesù oppone la sua semplice regola morale, comprensiva di tutto: «Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge e i Profeti.» (Mt 7,12) Questa è la semplicità e la mirabile chiarezza della vera «parola di Dio».
Capitolo IX - Dio e il prossimo
Abbiamo già visto nei precedenti capitoli che gli Ebrei avevano di Dio (da loro chiamato Jahvé o Elohim = Dio o Adonai = Signore) un concetto ben diverso da quello che ci ha dato Gesù Cristo, figlio di Dio stesso, che ce lo ha presentato come un Padre universale amoroso e ricco di misericordia.
Il Dio degli Ebrei, come abbiamo dimostrato con innumerevoli citazioni dell’Antico Testamento, è un dio geloso, permaloso, che continuamente si adira, punisce, si pente e si ripente, minaccia e atterrisce, e vuole sempre un’obbedienza cieca e assoluta anche nelle minime cose.
Egli è il Padre
solo degli Ebrei, non degli altri popoli; e anche tra gli Ebrei egli favorisce
alcuni a scapito di altri, talora in modo per noi inspiegabile. E quelli che si
oppongono ai suoi eletti, ai suoi favoriti, anche se sono Ebrei e in buona
fede, sono da lui condannati e annientati.
Quindi l’Antico Testamento ci presenta un Dio che ha tutte le passioni umane,
non certo il Dio che è perfezione assoluta, come ci ha insegnato Gesù, il Dio
che è Padre di tutti, che accoglie tutti e perdona tutti e tutto.
Ma nell’Antico Testamento c’è qualcosa di ancor più grave e inaccettabile per noi seguaci di Cristo. Jahvé riconosce di aver sbagliato dopo il diluvio, in quanto la colpa del male commesso dall’uomo non può essere attribuita che alla sua natura, incline al male.
In Gn 8,21 leggiamo: “Il Signore ne odorò la soave fragranza (degli olocausti di Noé) e disse tra sé: “Non maledirò più il suolo a causa dell’uomo, perché l’istinto del cuore umano è incline al male fin dall’adolescenza”. Non fermiamoci sul fatto che lo scrittore sacro (Mosé o chiunque egli sia), ispirato dalla Spirito Santo, sa riferirci non soltanto le parole che Jahvé dice a lui in continuazione e in ogni circostanza, ma anche quelle che egli dice tra sé, cioè pensa, e anche con evidente disappunto; limitiamo la nostra attenzione a quanto Jahvé pensa, e cioè che l’animo umano è incline al male fin dall’adolescenza, e quindi l’uomo è incolpevole, perché condizionato al male dalla sua natura.
Per conseguenza egli riconosce di aver fatto male a punirlo col diluvio; e infatti promette (a se stesso) di non ripetere in avvenire lo stesso errore, mosso dall’ira: “non colpirò più ogni essere vivente come ho fatto”.
Ora un Dio così antropomorfizzato, così soggetto a sbagliare, a pentirsi, come può essere accettato da noi cristiani?
Ma, quel che è ancor peggio, se questa è davvero “parola di Dio”, e quindi è proprio vero che l’animo umano è incline al male, perché tale è la natura dell’uomo, di chi è la colpa del male? Dell’uomo che lo compie, perché così condizionato, o di chi lo ha così creato? Per conseguenza logica arriveremmo alla bestemmia, perché è certamente una bestemmia pensare che Dio ci abbia creati con inclinazione al male.
Questo che ho riportato è uno dei tanti passi dell’Antico Testamento che ci presentano un Dio antitetico a quello che ci ha fatto conoscere Cristo. A parte il fatto che questo Dio è sempre a portata di mano, è sempre lì dietro l’angolo a spiare, a intervenire, a rimproverare, a minacciare, a questionare anche per minuzie, come abbiamo visto a Massa e Meriba per l’acqua uscita dalla roccia.
Noi poveri cristiani invochiamo con tanto devoto amore Dio Padre, lo preghiamo con le sublimi parole insegnateci dal Figlio; ma purtroppo lo sentiamo presente solo nell’animo, mai possiamo ascoltare una delle sue sante parole.
Questi autori biblici invece avevano la fortuna non solo di ascoltare le sue tante parole, ma anche di conoscere i suoi pensieri, magari i suoi rammarichi inconfessati!
Questi fortunati
scrittori insomma erano in continuo contatto audio-visivo con Dio, mentre per
noi umili cristiani, che pure ci nutriamo della stessa vita di Cristo, questo
contatto è una struggente aspirazione, purtroppo mai realizzata su questa
terra.
Mi rendo conto però che questa mia critica testuale, questa acribìa nello
spulciare singole frasi dell’Antico Testamento per trovare, come si dice, il
pelo nell’uovo, può sembrare a qualche lettore esagerata, perché bisognerebbe
badare più al senso generale, cioè all’intento parenetico, che alle singole
frasi, che talora possono riuscire
infelici nell’espressione, anche tenendo conto delle successive traduzioni, dall’ebraico
al greco, dal greco al latino, dal latino all’italiano e alle singole lingue
moderne.
Sì, la mia polemica può sembrare esagerata, e forse in parte lo è; ma essa mira a evidenziare un’altra esagerazione contenuta nella costituzione “Dei Verbum” del Vaticano II, la quale al paragrafo 11 afferma solennemente: “La Santa Madre Chiesa… ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché, scritti sotto ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore… Per la composizione dei Libri Sacri, Dio scelse degli uomini, di cui si servì nel possesso delle loro facoltà e capacità, affinché, agendo egli stesso in essi e per loro mezzo, scrivessero come veri autori tutte e soltanto quelle cose che Egli voleva”.
Se gli autori ispirati dunque scrivevano “tutte e soltanto quelle cose che Dio voleva”, ogni singolo versetto dell’Antico Testamento è “parola di Dio”, ed è errore credere che in mezzo alla parola di Dio ci sia qualcosa di umano, qualche frangia aggiunta, che lo scrittore abbia messo per abbellimento letterario o retorico, seguendo il suo estro.
Invece purtroppo queste frange e aggiunte, questi abbellimenti letterari e retorici sono tanti e così vistosi, che se ne accorge anche il più distratto lettore. E questi abbellimenti, queste frange talora sono così invadenti e così dissonanti, che la parola di Dio non si sa proprio dove si sia annidata. E non è solo questo il male; il male peggiore è che le inframmittenze del “letterato” sono spesso per noi cristiani addirittura scandalose, pornografiche, orrifiche, insomma conturbanti e tutt’altro che edificanti. La lettura integrale dell’Antico Testamento per fortuna è difficile, noiosa, ostica; ma per uno che non abbia una fede cristiana ben radicata, e anche una certa cultura, è grandemente pericolosa, perché ci sono comportamenti di santi patriarchi e anche di santi profeti (come Davide) che ripugnano alla morale che ci ha insegnato Cristo. E questi comportamenti non è che siano presentati come errori umani, ovverosia peccati di cui pentirsi, ma come azioni normali e quasi esemplari. Questo scandalizza il lettore, il quale si chiede: questo che ha fatto il santo profeta e re David non potrei, o meglio non dovrei farlo anch’io?
A questo punto i dottori biblisti (sono centinaia a dar lustro alle Università Pontificie e agli Atenei Teologici sparsi in tutto il mondo, intenti a interpretare Dio e la sua Parola, invece di andare tra gli uomini a predicare il Vangelo) mi diranno: “Lei, signor Nessuno, vuol discettare di una materia, la Bibbia, di cui non conosce neppure la chiave di lettura? Quale facoltà teologica ha frequentato? In che disciplina teologica o biblica si è specializzato? Come osa parlare di cose così alte con una sì bassa o nulla preparazione?”. Sono quasi certo che nessun dotto biblista o teologo leggerà queste mie umili riflessioni, pensieri terra-terra, adatti solo agli indotti e ai semplici credenti.
Ma se avvenisse che qualcuno di essi mi interpellasse chiedendomi: “Non sai nemmeno questo? che la Bibbia ha molte chiavi di lettura? E che chi non le possiede, si smarrisce, si confonde e, naturalmente, fraintende, come fa appunto lei, con queste critiche fuori posto? I significati della Bibbia sono molti”.
Questo lo so, pur nella mia ignoranza; essi sono almeno quattro, come dice Agostino di Dacia nei suo bel distico di esametri:
“Littera gesta docet, quid credas allegoria,
Moralis quid agas, quo tendas anagogia.”
E’ riportato a pagina 46 del Catechismo della Chiesa Cattolica, con la sua traduzione per chi non conosca il latino. “La lettera insegna i fatti, l’allegoria che cosa credere, il senso morale che cosa fare e l’anagogia dove tendere”.
I significati sono dunque quattro, e quando quello letterale (il fatto) disturba o scandalizza o indigna, il dotto biblista passa a quello spirituale e tira fuori il significato allegorico o quello morale; e se neppure questi soddisfano, si ricorre a quello anagogico, cioè quello a cui tendere, che è sempre il bene, cioè la salvezza e, in definitiva, Dio. E tutto si ricompone, come per incanto, nella più profonda “parola di Dio”, ricca di tanti significati, e quindi più arcana e ammirevole.
L’ironia verrebbe facile, ma in materia così grave mi sembra meglio lasciarla da parte, e chiedere al dotto biblista: quale è il significato spirituale (o allegorico o morale o anagogico) dell’episodio (Gen. 19, 31-36) che letteralmente dice che le figlie di Lot si accoppiarono con il padre? Nella Bibbia della CEI per commento si dice semplicemente: “si tratta di una narrazione leggendaria”. Ma noi semplici mortali ci chiediamo perché la parola di Dio ci dia anche scandalose leggende come letture edificanti da consigliare per fine anagogico, cioè per elevazione a Dio.
E giacché abbiamo accennato a Lot, non posso tacere un altro fatto che riguarda le sue figlie, e che a noi cristiani sembra ugualmente scandaloso. E’ narrato nello stesso capitolo 19 della Genesi dal versetto 4 in poi. Si parla dei due angeli, in apparenza di uomini, mandati da Dio a Sodoma per distruggerla. Lot, che è seduto alle porte della città, li vede e li invita insistentemente a casa sua “dove preparò per loro un banchetto”. Ma gli abitanti della città, avendo notato l’arrivo di quei leggiadri forestieri, vogliono sodomizzarli e ordinano a Lot di consegnarli a loro. Lot cerca di convincerli a desistere: “No, fratelli miei, non fate del male! Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini che sono entrati nell’ombra del mio tetto”.
I sodomiti non accettano lo scambio, e quindi il turpe baratto non è consumato; ma a noi il comportamento di questo nipote di Abramo, il quale non esita a dare in pasto a una folla lussuriosa le vergini figlie, fa semplicemente ribrezzo. Il P. Eusebio Tintori, OFM, autore di una pregevole traduzione della Bibbia, 1) dice nella sua nota che Lot ha “un senso morale assai floscio” e un concetto della donna assai basso. Dopo queste dolorose ammissioni aggiunge però che la Bibbia, narrando il fatto, non intende approvarlo. Qui non siamo d’accordo, perché l’Antico Testamento, non disapprovando minimamente il fatto, è come se lo approvasse e, anzi, lo proponesse a esempio e a norma. E la norma che si evince è questa: è meglio far violare le figlie che far violare l’ospite. Norma per noi inaccettabile, ma che ci dimostra ancora una volta che la donna, e anche la figlia, per il pio israelita, era un semplice possesso, una mera proprietà, di cui poteva usare e abusare, vendere, cedere o barattare. Una riprova della nessuna considerazione che gli Ebrei facevano delle donne, si ha nel fatto che esse non erano neppure computate tra i figli. Ne abbiamo una prova in Genesi (32, 23) dove si dice che Giacobbe, quando fuggì dalla casa di Labano suo suocero, “prese le due mogli, le due schiave e i suoi undici figli”; invece i figli, se conteggiamo Dina, l’ultima nata della moglie Lia, erano dodici. In seguito nella stessa Genesi (35, 22-26), essendo a Giacobbe nato Beniamino, ultimo della moglie Rachele, vengono nominati tutti e dodici i figli; ma anche in questo passo Dina, la femmina, non viene contata e tanto meno nominata. Insomma, era come se non esistesse come persona umana, ma solo come femmina fattrice.
E in questa luce vediamo anche l’accoppiamento di Lot con le due figlie, scampate alle violenze dei sodomiti. Il commentatore della Bibbia CEI dice che è evidentemente “una leggenda”. Ma è una leggenda che ci dice ancora una volta che concetto avessero gli Ebrei della donna. Infatti l’iniziativa e la realizzazione del coito incestuoso vengono attribuite alle ragazze vergini sul padre ignaro e inconscio, come se fossero femmine che, in calore, vogliono assolutamente accoppiarsi. Ipotesi del tutto inverosimile, e non occorre che io spieghi il perché, essendo evidente a ognuno. Quindi si tratta, da parte di Lot, di uno stupro-incesto. E perché la “parola di Dio” ci ha voluto ammannire questo “leggendario” stupro-incesto? E’ chiaro che la “parola di Dio” non centra per nulla, e la leggenda, se leggenda è, è stata creata da qualche ispirato (!) autore, per gettare infamia sul popolo Moabita e su quello Ammonita, discendenti di Moab e Ammon, figli delle incestuose figlie di Lot, e quindi “figli della colpa”, destinati allo sterminio o alla servitù, mentre i figli di Abramo, gli Israeliti, sono i “figli della promessa”, destinati a dominare, perché sono il popolo eletto. Che cosa c’entri tutto questo con la “parola di Dio” lo lascio pensare al lettore.
Spesso i dotti teologi che hanno curato la Bibbia CEI debbono riconoscere a denti stretti che il fatto narrato è leggendario. Per esempio, nell’introduzione del libro dei «Giudici» il solerte commentatore scrive: «E’ evidente che il personaggio di Sansone appartiene più alla leggenda che alla storia: le sue azioni hanno la caratteristica di imprese individuali… si tratta di tiri mancini da eroe della tradizione popolare.» E infatti il nome «Sansone» è spesso evocato dal popolino. Ma il biblista dovrebbe spiegarci perché la «parola di Dio» indulga al racconto di questi «tiri mancini», magari anche inventati.
Capitolo X - Il Dio terribile e il Manzoni
Ma giacché sono entrato in questo argomento di fatti biblici incredibili e inverosimili o, se veri, scandalosi e in contraddizione con l’idea di Dio e con la legge morale dataci da Cristo, voglio accennare all’episodio di Giaele (Giudici 4, 17-23). Ferruccio Ulivi nella sua documentata biografia del Manzoni1) racconta che l’azione dell’eroina ebrea, assieme allo stupro di Lot, turbavano nell’ultimo anno di vita (1873) il vegliardo, perché egli appunto non poteva capacitarsi come la “parola di Dio” ci avesse fatto conoscere queste nefandezze. L’azione di Giaele poi lo turbava più personalmente, in quanto nel “Marzo 1821”, alla strofa nona, lui aveva cantato:
Sì, quel Dio che nell’onda vermiglia
chiuse il rio che inseguiva Israele,
quel che in pugno alla maschia Giaele
pose il maglio e il colpo guidò;
quel che è Padre di tutte le genti,
che non disse al Germano giammai:
”Va’, raccogli ove arato non hai;
spiega l’ugne, l’Italia ti do”.
Ora il vecchio è portato a riflettere sul testo biblico, e comprende che ha addotto a esempio, anzi esaltato come virtuosa, un’azione indegna. Infatti, Giaele, moglie di Eber, il Kenita, “uscì incontro a Sisara e gli disse: “Fermati, mio Signore, fermati da me: non temere”. Sisara, che fugge sconfitto, si fida, anche perché il suo re è in pace col marito di Giaele, e quindi crede in una sincera ospitalità. Infatti Giaele lo ristora con il latte, poi lo fa riposare coprendolo con una coperta. 1) Mentre il generale cananeo dormiva, “Giaele prese un picchetto della tenda, prese in mano il martello, venne pian piano a lui e gli conficcò il picchetto nella tempia, fino a farlo penetrare in terra. Egli era profondamente addormentato e sfinito; così morì”. Giaele è celebrata dagli Israeliti, a cominciare dalla giudichessa Debora, la quale nel suo cantico (Giudici 5, 24) esclama:
“Sia benedetta fra le donne Giaele,
la moglie di Eber il Kenita,
benedetta fra le donne della tenda”.
Ora la “maschia Giaele” appare al vecchio poeta nella sua cruda verità: non è un’eroina da portare a esempio, ma, se vogliamo, un campione di malafede, inganno, tradimento e crudeltà. “E io stolto, pensa il Manzoni, ho osato dire che Dio le ha posto in pugno il maglio e ha addirittura guidato il colpo! Dio! Colui che è “Padre di tutte le genti”, e quindi anche dei Cananei, e del loro generale Sisara”.
Il Manzoni è stato sempre molto logico e rigoroso nei suoi ragionamenti, lucido di mente anche negli ultimi anni, e quindi avverte la contraddizione che passa tra Dio “Padre di tutte le genti” e Colui che guida il colpo mortale contro il dormiente. Ma come può correggersi, rimediare all’errore? Non può: il testo poetico è stampato, è ufficiale, è ampiamente lodato e commentato, fa parte della sua “Opera omnia”. Il Carme “In morte di Carlo Imbonati” egli lo aveva pubblicamente ripudiato, perché inopportuno e per lui imbarazzante, in quanto aveva lodato e fatto maestro di virtù l’amante della madre Giulia Beccarla.. Eppure lo avevano stampato ancora, e anche lodato. Ma se aveva ripudiato il carme e rimosso il personaggio, aveva accettato, attraverso la madre, la vasta eredità terriera dell’Imbonati, che aveva al centro la bella villa di Brusuglio, sua sede preferita. Tutto ciò non poteva che agitare la sua riflessione e turbare la sua coscienza. Egli certamente si chiedeva: “Perché non ho avuto il coraggio di rifiutare l’eredità?” Ora proprio nulla poteva fare per sanare questi suoi madornali errori; onde il suo immenso scoramento che arrivava quasi al delirio e al terrore di non potersi salvare, perché colpevole di avidità e di aver attribuito a Dio l’istigazione di un’azione indegna. Azione ugualmente indegna appare a noi cristiani quella di Giuditta, che per brevità non riferisco, perché ognuno può leggerla integralmente nel libro omonimo dell’AT.
Ora noi potremmo chiederci: come mai il Manzoni, sempre così lucido e razionale, è incorso in questo enorme errore di interpretazione? Io penso che lo si debba al fatto che egli era molto influenzato dai sacerdoti giansenisti, come il Degola e il Tosi, e fu da loro portato a considerare Dio come un terribile giustiziere della “massa dannata”, predestinata alla rovina, mentre gli eletti sono avviati alla salvezza mediante la Grazia, elargita da Dio secondo i suoi imperscrutabili disegni. Il suo Dio, voglio dire quello del “Marzo 1821” e anche degli “Inni Sacri”,[14] è molto vetero-testamentario, il Dio dell’ira, della vendetta, dell’inesorabile giustizia, ben diverso dal Dio del Vangelo, che ci è ben mostrato nei “Promessi Sposi”. Il Manzoni probabilmente comprese la contraddizione, ma non pensò di sanarla quando poteva, anche perché essa non era avvertita come tale dagli ecclesiastici suoi amici e consiglieri, tra cui anche l’abate Rosmini.
Ho detto che nei «Promessi Sposi» si nota l’afflato evangelico dell’amore cristiano, ed è vero. Tuttavia neppure nel romanzo il Manzoni si spoglia completamente del pregiudizio vetero-testamentario. Ci sono figure e fatti che rimandano ad esso.
Per esempio, don Abbondio si fa prete per entrare in una «classe riverita e forte», e si serve dell’autorità sacerdotale per prevalere sul povero Renzo. Gertrude è costretta al convento con soprusi, raggiri e ricatti, a cui collaborano, con la loro autorevolezza, il vicario delle monache e la stessa superiora del convento.
Il padre provinciale dei cappuccini cede per interesse (do ut des) alla pretesa del conte zio di far trasferire padre Cristoforo, per lasciare mano libera al libertinaggio di don Rodrigo. Anche se questi personaggi sono abbastanza verosimili, è chiaro che essi usano la religione come «instrumentum regni», come nell’Antico Testamento aveva fatto Mosè e con lui tutta la casta sacerdotale, e come purtroppo anche oggi fanno molti (ecclesiastici e anche laici clericali).
Però nel romanzo non sono questi personaggi che ci meravigliano; sono figure di ogni tempo e luogo, e oggi in Italia forse più numerosi che altrove, dato il secolarismo generalizzato. Il «punctum dolens» vetero-testamentario io lo trovo nella conclusione trionfalistica del romanzo, del tutto esagerata, inopportuna, che riecheggia quella del libro di Giobbe.
Lucia ha molto sofferto, nonostante la sua condotta sia stata sempre «cauta e innocente»; non si può dire la stessa cosa per Renzo, che non si è comportato sempre con cristiana prudenza e carità, e più di una volta ha fatto propositi omicidi contro don Rodrigo. Anche quando lo sa morente nel lazzaretto, stenta molto a perdonarlo, e ci vuole tutta la santa autorevolezza di padre Cristoforo per indurvelo. Però anche lui ha sofferto tanto male, e pur con vari tentennamenti (come Giobbe) è rimasto sostanzialmente fedele a Dio.
Ma l’epilogo della storia degli sposi promessi è proprio meraviglioso.; un «deus ex machina» ha cambiato di punto in bianco tutta la scena: ogni cosa passa dal negativo al positivo. E qui è evidente la forzatura didattica, del tutto simile a quella del libro di Giobbe.
La peste è una scopa che ha spazzato via i malvagi. Don Rodrigo muore di essa, e il suo erede è di tutt’altra pasta. Renzo e Lucia sono da lui risarciti a dovizia del male ricevuto. I loro modesti beni immobili sono acquistati a gran prezzo dal marchese, tanto che Renzo fa fatica a trasportare tutti i soldi ricevuti. Si può comprare addirittura una filanda e, da modesto operaio, diventa ricco industriale. E poi una bella e pia moglie, tanti bei figli e tutti di buona indole, e vissero felici e contenti. Questa è una chiusa «alla Giobbe» che stona molto.
Noi sappiamo che non è realistica, ma favolosa. Lo stesso Manzoni lo capì in progresso di tempo; forse nel 1827, quando si sentiva felice con la bella e pia Enrichetta e con i figli, non ancora toccato dalle sventure, lo poteva credere,e forse lo credette. Ma poi si ricredette, e ne fu quasi spaventato; capì che la vita del cristiano in questo mondo è una continua prova, un incalzante esame che finisce solo con la morte. Ma Gesù ce lo aveva detto: «Chi vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua.» (Lc 9,23) Questa è la realtà, ma non paurosa per il seguace di Cristo, perché questi gli porge la sua mano nel duro cammino, sicché anche la croce diventa dolce e il giogo leggero.
Quella tra il “Dio terribile” dell’A.T. e il “Dio pietoso” del Vangelo è l’antinomia che il Manzoni avverte, e vorrebbe finalmente risolvere in quell’abbozzo di inno sacro che ci è pervenuto sotto il nome di “Natale 1833”, data della morte della sua cara consorte Enrichetta Blondel. Con questa perdita cominciarono per il Manzoni i continui gravi lutti e anche, purtroppo, le cattive riuscite di due dei suoi tre figli maschi (Enrico, Filippo, Pietro), di cui anche Pietro, il migliore, non fece granché e gli premorì, mentre le numerose femmine o morirono alla nascita, o dopo un anno, o fecero un matrimonio infelice (come la primogenita Giulia con Massimo d’Azeglio) o morirono giovani di tisi, ad eccezione di Vittoria.
Tutte queste dolorose vicende misero a dura prova l’animo e la fede del Manzoni, il quale riuscì a mantenere il suo equilibrio mentale (e di coscienza) solo con un continuo sforzo fideistico, e anche con la preghiera e con una pratica cristiana invero scrupolosa, ligio come era ai digiuni, alle astinenze, alle “quattro tempora”, all’obbligo pasquale (confessione e comunione) e a tutti gli altri precetti della Chiesa. Con questi riti, con il culto, con la preghiera, con la compagnia e conversazione di amici devoti, egli riusciva a esorcizzare la sua insoddisfazione; con la pratica cristiana continua e rigorosa cercava di tenere a bada tanti dubbi o rimorsi. Anche a 88 anni andava alla messa nella vicina chiesa di San Fedele, e proprio nel salire i gradini di essa cadde e si ferì alla testa. Ma le contraddizioni della sua vita, della sua opera letteraria, e anche del suo “credo” personale, permanevano tutte e ogni tanto riaffioravano. Né era riuscito a comporle con l’inno sacro “Natale 1833”. A dire la verità, questo nuovo inno sacro gli era stato suggerito e quasi imposto da un gesuita di Roma, il padre Francesco Manera, il quale in una lettera si mostrava rammaricato che egli non avesse tratto motivo dai lutti (siamo nel 1835, e gli erano già morte la moglie e la figlia primogenita) per creare poesia.
Il Manzoni ci prova, ma non è in grado di comporre l’antinomia teologica che si agita nella sua mente e turba gravemente il suo animo e il suo giudizio. Comincia l’inno con un distico un po’ strano:
Sì, che Tu sei terribile!
Sì, che Tu sei pietoso!
Questa è proprio l’antinomia che l’assilla, ma essa non può essere spiattellata
così cruda, all’inizio dell’inno, e quindi la cancella. Compone poi una strofa
molto significativa, ma che suona come una sconfessione del “Dio pietoso”:
Vedi le nostre lagrime,
Intendi i nostri gridi,
Il voler nostro interroghi,
E a tuo voler decidi.
Mentre a stornar la folgore
Trepido il prego ascende,
Sorda la folgor scende
Dove tu vuoi ferir.
Come si può vedere, è il Dio terribile che domina la scena: l’uomo prega trepidamente cercando di stornare la folgore, ma questa scende inesorabile su chi Dio vuol ferire. Allora Dio è sordo alle preghiere? No, Dio è pietoso. Ma come può esserlo, se non ascolta le preghiere trepide dei suoi fedeli? Mistero: noi non possiamo capire. Ma sul mistero arcano e pauroso del Dio dei giansenisti e dei calvinisti non si può comporre poesia: si deve chinare la testa e credere fermamente, per non perdere la Grazia e quindi la salvezza.
E il Manzoni rinuncia. Le sue mani caddero inerti sui fogli che cercava di riempire. Ormai l’afflato poetico si era isterilito, perché il credo religioso, più che ispirarlo, lo assillava con tanti nodi per lui irrisolti. E io oso dire che erano nodi irrisolti, perché appunto credeva (e doveva credere) che tutta la Bibbia, e quindi anche l’Antico Testamento, è “parola di Dio”. Se si fosse convinto che non è tutta parola di Dio, e che la vera parola di Dio è nel Vangelo, le sue ubbie sarebbero svanite, perché Dio non è mai terribile, ma è sempre pietoso, in una parola è solo Amore.
Prima di chiudere il discorso sull’idea di Dio che avevano gli Ebrei, voglio fare un’altra considerazione, traendola dalla strofa manzoniana del “Marzo 1821” riportata nelle pagine precedenti.
Ebbene lì il Manzoni dice che Dio è “Padre di tutte le genti”, e quindi anche dei Cananei, a cui apparteneva il generale Sisara, orrendamente ucciso da Giaele proprio con l’aiuto e la guida di Dio, Padre universale; onde la contraddizione che tanto turbava il Manzoni, come abbiamo già detto. Ma il discorso del Poeta continua dicendo che Dio non può aver detto al Germano di venire in Italia a occupare e usurpare terre non sue, che lui non ha lavorato col sudore della sua fronte.
Allo stesso modo, pensa il Manzoni, non è credibile che Dio, l’unico vero Dio, si chiami Jahvé o in qualsiasi altro modo, abbia detto al popolo ebraico: Va’ nella Palestina, quella terra dove scorre il latte e il miele, io la do a te, perché tu sei il mio popolo; va’, scaccia i suoi abitanti e i suoi coltivatori, sterminali se fanno resistenza, e abbatti anche tutte quelle genti che ti siano di ostacolo nel cammino verso la terra che ti ho promesso e che è destinata solo a te.
Come commento a quanto ho qui accennato, riporto un passo del Deuteronomio che illumina e conferma la mie parole (Dt. 6, 10-12) “Quando il Signore tuo Dio ti avrà fatto entrare nel paese che ai tuoi padri Abramo, Isacco e Giacobbe aveva giurato di darti; quando ti avrà condotto alle città grandi e belle, che tu non hai edificato, alle case piene di ogni bene che tu non hai riempito, alle cisterne scavate, ma non da te, alle vigne e agli oliveti che tu non hai piantati; quando avrai mangiato e ti sarai saziato, guardati dal dimenticare il Signore che ti ha fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione servile”. Quindi quella degli Ebrei è una vera e propria appropriazione indebita, insomma una rapina, eseguita con violenza e crudeltà, dei beni altrui, del frutto del lavoro altrui, ma eseguita per volontà e con l’aiuto di Dio, Padre di tutte le genti. Questo passo ci conferma anche nella nostra interpretazione di “amore del prossimo”, come lo intendevano gli Ebrei, e come spiegheremo tra poco.
A questa conturbante conclusione ci porta la logica della ragione, quel lume intellettuale donatoci da Dio come riflesso della sua intelligenza infinita. E allora come dobbiamo giudicare la cosiddetta “storia sacra” dell’Antico Testamento, che è tutta una sequela di guerre spietate che Israele combatte per sterminare le genti che abitavano la Palestina? E gli autori sacri affermano sempre che è Jahvé a guidare gli Ebrei, a incitarli e sostenerli nella varie e cruente battaglie.
Nei Numeri (33, 50) si legge: “Dio disse a Mosé: “Quando sarete entrati nel paese di Canaan, caccerete dinanzi a voi tutti gli abitanti del paese. Ma se non cacciate dinanzi a voi gli abitanti del paese, quelli di loro che vi avrete lasciati saranno per voi come spine negli occhi e pungoli nei fianchi, e vi faranno tribolare nel paese che abiterete. Allora io tratterò voi come mi ero proposto di trattare loro”. Il senso di questa ultima minaccia è chiaro: se non li cacciate tutti in malo modo, io tratterò in malo modo voi che non mi avete obbedito. Queste chiare parole di Jahvé ci possono illuminare sulle recenti e attuali vicende dei Palestinesi e degli Israeliani in Terra Santa.
Dobbiamo credere, noi cristiani, che Dio è padre solo degli Ebrei? Questo credevano certamente gli Israeliti: Jahvé era il loro Dio, che li guidava allo sterminio degli altri popoli, i quali – ahimé – avevano altri dei meno potenti, e che quindi non erano in grado di proteggerli contro Jahvé e il popolo da lui guidato “con braccio teso e mano potente”. Questa era un’altra aporia che affliggeva la mente del vecchio Manzoni e non dava pace ai suoi ultimi mesi. A questo può portare la falsa concezione della Bibbia come tutta e sola “parola di Dio”. Ma sulla religione ebraica voglio fare un’ultima riflessione.
E’ propria convinzione degli Ebrei, e anche di alcune sette protestanti (specie calviniste), il considerare la ricchezza, la cosiddetta fortuna e la salute, come una speciale grazia di Dio e soprattutto un segno della sua protezione, e quindi della sua «elezione» alla salvezza eterna; mentre le disgrazie, le malattie e l’indigenza sono indizio che Dio, per qualche motivo, non è contento delle persone colpite da tali mali.
Questa convinzione è alla base del libro di «Giobbe», nel quale sia il protagonista sia i suoi amici cercano di individuare la causa che possa aver scatenata l’ira di Dio contro il poveretto.
Invece la causa non c’è: Giobbe non ha offeso Dio con qualche peccato,ma quasi tutti sono convinti del contrario, tanto era radicato il binomio: fortuna = grazia di Dio, sfortuna = disgrazia di Dio.
Il libro spiega che la causa dei successivi e sempre più gravi mali è dovuta, per così dire, a una sfida tra Jahvè e Satana. Costui si è presentato in mezzo ai “figli di Dio” al Signore come invitato a una riunione di famiglia, nella quale Jahvè loda Giobbe: «Nessuno è come lui sulla terra: uomo integro e retto, teme Dio ed è alieno dal male.» (Gb 1,8) Satana ribatte che egli è così pio, perché ha ricevuto da Dio tutti i beni possibili e immaginabili: ricchezza, salute, tanti bei figli, e aggiunge in atto di sfida: «Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha, e vedrai come ti benedirà in faccia!» Jahvè è punto sul vivo, accetta la sfida ed è tanto sicuro di vincerla, che dà allo stesso Satana carta bianca per mettere alla prova il povero Giobbe.
Questi si dimostra degno della fiducia in lui riposta, sopporta tutti i mali con la sua santa pazienza, e non si ribella mai a Dio, anche se ha qualche tentennamento, qualche lamento per la dura prova alla quale è sottoposto, perché è convinto di non aver mai trasgredito la Torà, e quindi non sa spiegarsi le sue disgrazie.
Ma la sua prova finalmente finisce, e Satana ne esce scornato,mentre Jahvè si affretta a ricompensare il suo campione vittorioso. Tutti i suoi beni gli sono restituiti al doppio: pecore, cammelli, buoi, asine. «Ebbe anche nuovamente sette figli e tre figlie… In tutta la terra non si trovarono donne così belle come le figlie di Giobbe… Dopo tutto questo, Giobbe visse ancora centoquarant’anni e vide figli e nipoti di quattro generazioni.» (Gb 42,12-27)
A parte la bella e lunga favola, drammatizzata anche dal diverbio tra Jahvè e Satana (ma che bella fantasia hanno questi autori biblici!), a me interessa metterne in rilievo il lato didattico, che accetto volentieri: che cioè la fedeltà a Dio paga sempre, ma non subito; bisogna resistere e attendere fiduciosi. Ma a me preme anche far notare il convincimento degli Ebrei, che il bene fosse segno della protezione di Dio, il male della sua scontentezza, dovuta a qualche offesa ricevuta.
Tale convincimento lo troviamo anche ai tempi di Gesù: L’evangelista Giovanni, (al cap. 9) racconta che, alla vista dell’infelice nato cieco, i suoi discepoli gli chiesero: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché egli nascesse cieco?» La domanda ci fa sorridere; Infatti lui come avrebbe potuto peccare nell’utero della madre? Dunque avevano peccato i suoi genitori! E invece no. Il Maestro sfata questa comune credenza: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio.» E’ il problema del male in questo mondo, sul quale mi sono intrattenuto in un altro scritto, e non ci torno.
Accenno soltanto alla conclusione di quel mio modesto saggio: Il male degli innocenti, dovuto a cause naturali (fisiche, chimiche, biologiche) è permesso da Dio come «prova» del comportamento degli uomini di fronte a questi eventi per noi immotivati. E questo è forse l’esame più duro da sostenere in questa vita terrena.
Capitolo XI - Amore del prossimo
Ora veniamo all’altro argomento di questo scritto: l’amore del prossimo.
Anche nell’Antico Testamento è prescritto: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”.[15] Ma c’è un contrasto stridente tra il significato che danno al “prossimo” gli Ebrei, e quello che i Cristiani, per l’insegnamento di Gesù, danno allo stesso vocabolo.
Nell’Antico Testamento per “prossimo” si intende solo il parente, ed estensivamente il compatriota, il correligionario, cioè il circonciso, e quindi l’ebreo, colui che, appartenendo a una delle dodici tribù del popolo eletto, è sotto la tutela esclusiva del “Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe”.
Il non-ebreo, l’incirconciso, cioè l’infedele, il pagano, il gentile non è per nulla “prossimo”, e verso di lui l’ebreo non sente alcun obbligo di amore, anzi lo considera un pericoloso competitore, un ostacolo alla sua affermazione ed espansione, e quindi un potenziale o attuale “nemico”.
Ce lo chiarisce lo stesso brano del Levitico sopra citato: “Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello… Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso” (Lv 19, 18).
Quindi è come dire: non ti vendicherai contro gli Ebrei, ma contro gli altri, gli infedeli gentili (quando ti hanno recato danno, ti hanno offeso, ecc.) ti devi vendicare, perché col loro comportamento si sono per così dire dichiarati tuoi nemici. Non è detto esplicitamente, ma si evince dal contesto; e questo era l’insegnamento impartito nelle sinagoghe dai rabbini e, nelle famiglie, dai maggiori. Infatti Gesù (Mt 5,43-44) dice: “Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico; ma io vi dico: Amate i vostri nemici”.
Quindi “fu detto”, cioè fu ordinato, fu insegnato, fu prescritto; perciò “odiare il nemico” per il pio israelita è un precetto come amare il suo prossimo, cioè quello a lui vicino, anzi “vicinissimo” per sangue e per religione. Gesù dice ancora: “Avete inteso che fu detto: occhio per occhio, dente per dente; mai io vi dico…” (Mt. 5, 38-39) 1)
Quindi l’insegnamento di Gesù si oppone a quello vetero-testamentario.
E se leggiamo il testo del Decalogo, nelle sue due redazioni (Es, 20-Dt 5), non troviamo alcun accenno neppure all’amore del prossimo nell’accezione ebraica. Ed è significativo osservare che alcuni precetti non sono universali, “erga omnes” ma limitativi, cioè imposti solo nei riguardi del “prossimo” ebraicamente inteso.
Sono gli ultimi tre precetti:
“Non pronunziare falsa testimonianza contro il tuo prossimo.
Non desiderare la casa del tuo prossimo.
Non desiderare la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo”.
Anche il sesto comandamento: “non commettere adulterio” si deve intendere “con una donna appartenente al tuo prossimo”, perché questo precetto è spiegato dal versetto 17: “Non desiderare la moglie del tuo prossimo né la sua schiava”, cioè la concubina, anch’essa proprietà privata, a cui non si poteva attentare impunemente. Anche le donne dell’harem, di cui i patriarchi e i re erano ben forniti (Salomone tra mogli e concubine ne aveva mille!) erano gelosa proprietà, ed era reato di lesa maestà solo desiderare qualcuna di queste donne di piacere.[16] Davide non aveva un harem così assortito, ma di concubine ne aveva certamente più di dieci, se dieci ne lasciò nel palazzo reale, a esca e remora degli avversari, quando fu costretto a fuggire da Gerusalemme, incalzato dai ribelli comandati dal figlio Assalonne (secondo libro di Samuele, cap. 15,17). [17]
Delle mogli non possiamo precisare il numero, ma qua e là nell’Antico Testamento troviamo molti nomi: Mikal figlia di Saul, Abigail, già moglie di Nabal, Betsabea, già moglie di Uria, fatto uccidere da Davide, Agghit, madre di Adonia. Nel secondo libro di Samuele, al capitolo III, sono nominate altre quattro mogli: Achinoam, madre di Ammon (primogenito), Maaca, madre di Assalonne, Abital ed Egla. Sono già otto, e forse non sono tutte. Naturalmente, molte le mogli e le concubine, tanti i figli, i quali crescevano nella reggia in grande promiscuità, tra le gelosie e le lotte di predominio delle rispettive madri. Tra fratelli e sorelle avvenivano anche incesti o stupri, come quello di Amnon, figlio primogenito di Davide, con Tamar, per vendicare la quale Assalonne uccise il fratello (2 Sam. 13). A proposito di questo stupro la Bibbia della CEI porta questo commento: “Determinate caratteristiche (tra cui la vivacità romanzesca del racconto e la mancanza di allusioni dirette all’intervento divino negli avvenimenti) hanno fatto pensare che siamo di fronte a una narrazione originariamente indipendente”. E’ dunque un racconto pornografico, romanzesco, spurio, in cui Dio, per fortuna, non c’entra. Ma Dio non ha fatto scrivere agli autori biblici “tutte e soltanto quelle cose che egli voleva?”. (Dei Verbum 11, 21, 24).
Dio non c’entra, pensiamo noi, neppure con il caso di Abisag, come è raccontato nel I libro dei Re, capitoli primo e secondo. Siccome Davide, da vecchio, “non riusciva a scaldarsi”, nonostante le molte mogli e concubine, i suoi ministri decisero di cercare “una vergine giovinetta che assista il re e lo curi e dorma con lui”. Scelsero “Abisag da Sunem… molto bella”.
Dopo la morte di Davide, Abisag e tutte le altre donne dell’harem passarono in proprietà a Salomone. Or avvenne che Adonia, figlio di Davide e di Agghit, fratello maggiore di Salomone, si innamorò della bella fanciulla, e la chiese in moglie al re per mezzo di Betsabea. Costei perorò calorosamente la causa del figliastro, anche per indennizzarlo in qualche modo del regno che gli era stato ingiustamente sottratto. Salomone però prese la richiesta come una grave offesa e disse: “Davide mio padre mi ha concesso una casa come aveva promesso, e oggi stesso Adonia verrà ucciso”. (I RE 2,9-24). E la condanna fu subito eseguita, perché egli aveva osato “desiderare la donna d’altri”.
A questo punto mi piace fare una digressione, al fine di dimostrare come la donna sia considerata molto differentemente nell’Antico e nel Nuovo Testamento.
Betsabea, regina madre, quando si presenta a Salomone per perorare la causa di Adonia, gli dice: “Ho una piccola grazia da chiederti: non me la negare”. Il re le risponde: “Chiedi, madre mia, non ti respingerò”. Quando però conosce la richiesta, si infuria, accusa la madre di parteggiare per Adonia, e sentenzia la morte di costui.
Una scena ben diversa abbiamo alle nozze di Cana (Gv 2,1 e seguenti). “La madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino”. E Gesù rispose: “Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora”. La madre dice ai servi: “Fate quello che vi dirà”.
A Betsabea Salomone promette solennemente di accontentarla, ma poi si infuria e decreta l’uccisione del fratellastro. A Maria Gesù non promette, anzi osserva che non è ancora giunta l’ora di rivelarsi con i miracoli; ma poi accontenta la madre, e cambia l’acqua in vino.
In questi due episodi a confronto voglio mettere in risalto un altro aspetto, che ancora una volta ci conferma la differenza tra il comportamento «biblico» e quello «evangelico». Salomone, quando vide avvicinarsi la madre «si alzò per andarle incontro, si prostrò davanti a lei, quindi si sedette sul trono, facendo collocare un trono per la madre del re. Questa gli sedette alla destra.» (I Re 2,19)
Dopo questo cerimonioso ossequio formale, che ci appare anche esagerato (inginocchiarsi davanti alla madre!), Salomone monta in ira quando sente l’umile e ragionevole richiesta della madre. Non ha più alcun ritegno o rispetto per la genitrice, l’offende anche accusandola di parteggiare per Adonia, chiedendo per costui. con Abisag, addirittura il trono, detronizzando lui, designato re da Davide anche con la cessione del suo harem.
Perciò decreta l’immediata uccisione del fratellastro, che attenta al suo trono, con l’appoggio del sacerdote Ebiatar, di Joab comandante militare, e ora anche di Betsabea.
E’ evidente l’ipocrisia di Salomone, che prende a pretesto l’innocente e rispettosa richiesta della madre per sbarazzarsi di Adonia, suo fratello maggiore, con accuse infondate e offensive per la madre. Questa è la «malizia» che abbiamo notato in molti celebri personaggi dell’Antico Testamento, ed era caratteristica del costume biblico, per cui il male andava fatto «con sapienza», con apparenza di giustizia, e sempre «alla presenza del Signore».
Andiamo ora a ricrearci a uno spettacolo ben diverso, a un rapporto figlio-madre ispirato a vero rispetto, senza inutili chiacchiere e infingimenti. E’ una scena serena, ariosa, che ci commuove. Alle nozze di Cana Maria siede modestamente a fianco del figlio, partecipa al convito in serena letizia, ma non manca di controllare la situazione delle portate in tavola e del servizio in generale. Forse temeva che si verificasse qualche disfunzione, magari perché quella brava famiglia amica aveva invitato troppi parenti e amici; e infatti c’erano non solo lei e Gesù, ma anche i suoi discepoli.
Quando con la sua sensibilità amorevole si accorge dell’imbarazzo di quegli sposi per aver esaurito il vino nel bel mezzo del pranzo, dice sottovoce al Figlio: «Non hanno più vino.» Non aggiunge altro, non chiede nulla, si rimette alla valutazione benevola di Gesù, alla sua amorevole e sapiente iniziativa. E Gesù non può «respingere» l’umile implicita preghiera della madre. Infatti dopo averle confidato che non era ancora giunta l’ora di manifestarsi con miracoli, viene in soccorso di quegli sposi amici mutando sei giare d’acqua in vino eccellente. Ma fa il miracolo con tanta discrezione, che nessuno dei convitati se ne accorge, e la famiglia dello sposo ne esce con onore.
Questo è il tratto evangelico che commuove e balza agli occhi: attenzione agli altri, mitezza, solidarietà, rispetto per la madre. Esso si contrappone al tratto vetero-testamentario: finzione, ipocrisia, crudeltà e disprezzo per la madre. Mettiamo a confronto i due episodi: libro 1 dei Re, cap. 2 contro Vangelo di Giovanni, cap. 2.
E’ una lettura da farsi quasi sinotticamente per comprendere anche da piccoli particolari e sfumature il grande divario che passa tra l’Antico e il Nuovo Testamento.
E giacché ci troviamo a parlare del sapientissimo Salomone e del santo re e profeta Davide suo padre, accennerò a un altro episodio. Davide in punto di morte si ricordò che non aveva potuto prendere vendetta di due suoi sudditi: il primo è Joab, figlio di Zeruia, il secondo è Simei, figlio di Ghera. Per ambedue chiede al figlio Salomone di compiere le sue vendette, facendoli uccidere. Riguardo a Simei Davide precisa:
«Giurai per il Signore: “Non ti farò morire di spada”. Ora non lasciare impunito il suo peccato. Sei saggio e sai come trattarlo. Farai scendere la sua canizie agli inferi con la morte violenta”.» (1 Re 2, 9).
Ora mi chiedo: in che modo noi cristiani possiamo accettare come “parola di Dio”quella di un re profeta che, sul letto di morte, impone le sue vendette al figlio che, saggio com’è, saprà come effettuarle? E il quinto comandamento “Non uccidere” che fine ha fatto? Esso purtroppo, per molti patriarchi, profeti e re sapienti è lettera morta. Tra i tanti episodi citerò solo alcuni riguardanti Mosé, che già in Egitto aveva ucciso un egiziano (Esodo 2, 11-12). Il santo patriarca, quando, sceso dal Sinai con le due tavole della legge (Decalogo), vide il popolo che cantava e danzava davanti al vitello d’oro, fatto dal sacerdote Aronne, suo fratello maggiore, durante la sua assenza di quaranta giorni, “scagliò via le tavole spezzandole ai piedi della montagna”. (Es. 32,19) Per tutte le cose sacre, i paramenti, gli arredi e i vasi dei sacrifici Mosè aveva imposto il massimo rispetto e anche il divieto assoluto di avvicinarsi ad essi per i non addetti ai riti. Pensare che veniva messo immediatamente a morte qualunque estraneo avesse osato solo avvicinarsi alla “tenda del convegno”, che pure era un semplice simbolo, costruito da Mosè, della presenza di Jahvè in mezzo al suo popolo. Invece infrangere le due tavole della legge, fatte da Dio,[18] viene considerato un innocente atto di sacro sdegno del patriarca! Quale contraddizione! (Nm 3,38)
Come potremmo noi giustificare questo atto sacrilego, gravissima offesa a Dio, autore delle tavole?
Ma questo scatto d’ira non placa l’animo di Mosè. Egli raduna tutti i figli di Levi e grida loro: “Dice il Signore, il Dio d’Israele, ciascuno di voi tenga la spada al fianco. Passate e ripassate nell’accampamento da una porta all’altra, uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente”. I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosé e in quel giorno perirono circa tremila uomini del popolo”. (Es. 32, 26-29).
Dopo questa bella carneficina Mosé radunò gli eroici e pii sterminatori dei fratelli, li lodò e premiò dicendo: “Ricevete oggi l’investitura dal Signore; ciascuno di voi è stato contro suo figlio e contro suo fratello, perché oggi Egli vi accordasse una benedizione”. Ecco come Mosé osserva e fa osservare il quinto comandamento del Decalogo! Ognuno poi si aspetterebbe che Mosé se la prendesse contro Aronne, fabbricatore del vitello d’oro. Ma al fratello maggiore Mosé rivolge solo un blando rimprovero: “Che ti ha fatto questo popolo, perché tu l’abbia gravato di un peccato così grave?”. Aronne però si scusa dicendo in sintesi: Che potevo fare? Tu non c’eri. Il popolo me lo ha chiesto, e io gliel’ho fatto: tutto qui! Una piccola bagattella, che causa circa tremila morti e (bazzecola!) le due tavole della Legge in frantumi, delle quali poi non si parla più. Dobbiamo però pensare che i frantumi furono recuperati e ricomposto il Decalogo, scritto da Dio.
Ho avuto più volte occasione di parlare delle contraddizioni che si trovano in gran numero nell’Antico Testamento. Contraddizioni e anche confusioni, spesso redazioni diverse e discordi di un stesso fatto. Per il Decalogo abbiamo la redazione dell’Esodo, cap. 20, e quella del Deuteronomio, capitolo quinto. Secondo la prima Mosé salì sul Monte Sinai, dal quale poi “scese verso il popolo e parlò. «Dio allora pronunziò tutte queste parole: “Io sono il Signore tuo Dio… non avrai altri dei di fronte a me, ecc.”». Secondo l’altra versione Mosé avrebbe invece ricevuto il Decalogo sul monte Oreb, disceso dal quale «convocò tutto Israele e disse loro: Ascolta, Israele le leggi e le norme… Il Signore nostro Dio ha stabilito con noi un’alleanza sull’Oreb… Egli disse: “Io sono il Signore tuo Dio…ecc.”» A parte il contrasto tra le due montagne[19] e le due redazioni, per cui nella prima sembra che Dio parli direttamente al popolo riunito, mentre nella secondo sembra che le parole di Dio siano riferite all’assemblea da Mosé, in nessuna delle due redazioni si parla della brutta sorpresa di Mosé davanti al vitello d’oro, e della sua furiosa reazione.
Solo nel
capitolo 32 dell’Esodo, quindi ben dodici capitoli dopo l’enunciazione del
Decalogo, l’Esodo torna sull’argomento con tutt’altra redazione: Par di capire
che Jahvè sul monte Sinai, in quei quaranta giorni abbia dato a Mosè tutta la
legislazione: norme cultuali, giudiziarie, penali, sulla proprietà, sulla
donna, sulle feste. Anche sugli oggetti di culto e sulla costruzione del
santuario Dio da’ a Mosè istruzioni dettagliate, come anche sulla consacrazione
dei sacerdoti, sugli abiti sacerdotali e sul sacrificio quotidiano. Tutte
queste leggi, norme e istruzioni sono esposte dal cap. 20 al 31, che chiude
così: «Quando il Signore ebbe finito di parlare con Mosè sul Monte Sinai, gli
diede le due tavole della testimonianza, tavole di pietra, scritte dal dito di
Dio.» Nel capitolo successivo si dice: “Mosé ritornò e scese dalla montagna…
Quando si fu avvicinato all’accampamento, vide il vitello e le danze. Allora
l’ira di Mosé si accese: egli scagliò via le tavole spezzandole ai piedi della
montagna…ecc.” (Es. 32, 13 e seguenti). Noi ci chiediamo: come sono andate
esattamente le cose? La verità è nella prima, nella seconda o in questa terza
redazione? Come mai “la parola di Dio” è così varia, confusa e contraddittoria?
Anche riguardo al curioso episodio delle quaglie abbiamo due versioni molto
contrastanti. Nell’Esodo (cap. 16) si racconta che gli Israeliti, arrivati nel
deserto di Sin nel secondo mese dalla loro uscita dall’Egitto, cominciarono a
lamentarsi per la scarsezza del cibo. «Il Signore disse a Mosé: “Ho inteso la
mormorazione degli Israeliti. Parla loro così. Al tramonto mangerete carne, e
alla mattina vi sazierete di pane; saprete che io sono il Signore vostro Dio”.
Alla sera le quaglie salirono e coprirono l’accampamento; al mattino c’era uno
strato di rugiada intorno all’accampamento.»
La rugiada poi svaniva e appariva alla superficie del deserto la famosa manna, il pane disceso dal cielo. Giorno per giorno ognuno raccoglieva il suo fabbisogno di carne e di pane; il venerdì ne raccoglieva anche per il sabato, giorno di assoluto riposo. Il miracolo si ripeteva regolarmente e non dette origine ad alcun inconveniente.
Ben diversa è la versione contenuta nel libro dei Numeri (Cap. 11). Innanzi tutto il miracolo è descritto di una grandezza inverosimile; figurarsi che il vento “portò quaglie dalla parte del mare e le fece cadere presso l’accampamento sulla distesa di circa una giornata di cammino da un lato e una giornata di cammino dall’altro, intorno all’accampamento, e a un’altezza di circa due cubiti sulla superficie del suolo”.
Se pensiamo che una giornata di cammino era di circa venti chilometri e che due cubiti erano circa ottanta centimetri, l’altezza della massa di quaglie (vive? morte?) era tale che non riusciamo a capire come il popolo ebraico potesse sopravvivere e muoversi in questo immenso carname. Ma ciò non ha importanza, perché, dice la parola di Dio: “Avevano ancora la carne fra i denti, e non l’avevano ancora masticata, quando lo sdegno del Signore si accese contro il popolo, e il Signore percosse il popolo con una gravissima piaga” (Num. 11, 31-11).
Noi rimaniamo allibiti, perché quel paese di Bengodi, offerto così doviziosamente da Dio al suo popolo, si trasformò immediatamente in un sepolcreto, dove “fu sepolta la gente che si era lasciata dominare dall’ingordigia”. Noi vorremmo sapere tante cose (quanti ne morirono? di che natura era la loro piaga? che ne fu di quella massa enorme di carname?), ma soprattutto non capiamo come quei poveri affamati potessero peccare di ingordigia. Naturalmente rinunciamo a capire tutto questo, e non sappiamo neppure se è vera questa versione dei Numeri o quella dell’Esodo, dato che non possono essere vere ambedue, tanto sono contrastanti.
Purtroppo le contraddizioni si trovano non solo nei fatti narrati, ma anche nelle parole, nei concetti, nelle affermazioni, e talora anche in quelle attribuite a Jahvé. Prendiamo una citazione abbastanza nota (Num 14, 18). “Il Signore è lento all’ira e grande in bontà, perdona la colpa e la ribellione; ma non lascia senza punizione; castiga la colpa dei padri nei figli sino alla terza e alla quarta generazione”.
A parte il castigo sui figli e nipoti innocenti, concetto che a noi ripugna, come non vedere la palmare contraddizione tra il “perdona la colpa e la ribellione” e il “castiga la colpa dei padri nei figli ecc.?”.
Il Dio del Nuovo Testamento, che ci è stato rivelato da Gesù suo Figlio, non solo perdona il figliol prodigo, ma aspetta il suo ritorno e lo riaccoglie amorosamente come figlio, anche se lui chiede soltanto di essere riammesso in casa come servo.
Ma ora torniamo al quinto comandamento per vedere come esso viene osservato dai patriarchi, dai giudici e dai re consacrati del popolo eletto. Preliminarmente potremmo osservare che anche il cosiddetto “sacrificio di Isacco” ci lascia turbati (Gen. 22). Jahvé disse ad Abramo: “Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò”. Abramo non eccepisce nulla, è pronto a obbedire, va sul monte indicato, costruisce l’altare, colloca la legna,lega il figlio e lo stende sull’altare sopra la legna. “Poi Abramo stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio”. (Gn 22, 10). Qui le cose sono due: o Abramo sa che Jahvé non può comandargli di uccidere, ma vuole solo metterlo alla prova, e quindi sa che prima dell’esecuzione verrà certamente il contrordine; e allora la sua obbedienza pronta, cieca e assoluta è solo una messinscena, una sceneggiata napoletana o siciliana; o davvero Abramo crede che Jahvé voglia questo sacrificio umano, e lui è pronto a farlo, e allora noi siamo portati a condannare sia chi ha comandato (Jahvé!) sia chi è pronto a eseguire la nefanda uccisione rituale. Ma com’è possibile? Potremmo continuare questo ragionamento assurdo (non è colpa nostra, perché ci siamo tirati a forza,) dicendo che Abramo era sicuro che la cosa sarebbe andata a buon fine, e cioè: o Isacco non sarebbe stato ucciso o, nell’infausto caso, Jahvé gli avrebbe dato altri figli per continuare la sua stirpe. Quindi lui esegue e basta: non si pone domande, non chiede conferme.
Infatti lui, come si dice, è in una botte di ferro, è certamente al sicuro, perché Jahvé aveva in precedenza stabilito con lui un patto che certamente avrebbe onorato. Infatti (Gn 17) gli aveva detto: “Porrò la mia alleanza tra me e te, e ti renderò numeroso molto, molto… la mia alleanza è con te, e sarai padre di una moltitudine di popoli.”
Se doveva dunque essere padre di una moltitudine di popoli, che sacrificio era perdere un solo figlio? Non era una perdita, ma un guadagno: l’obbedienza sarebbe stata lautamente compensata; e questo toglie ogni valore morale all’obbedienza, perché è un semplice ed evidente calcolo tra costo (un figlio) e ricavo (una moltitudine di popoli). Ma questo, come ho detto, è un ragionamento, “per absurdum”; resta però, intera, la nostra perplessità davanti a questo episodio così esaltato come esempio di obbedienza a Dio.
Una problematica simile ci pone l’episodio narrato in Giudici, capitolo 11, versetti 30 e seguenti. Iefte, giudice d’Israele, prima della battaglia decisiva contro gli Ammoniti, promette in voto a Dio di offrirgli in olocausto «la persona che uscirà per prima dalle porte della sua casa per venirgli incontro» dopo la vittoria. Egli vinse per l’aiuto di Jahvè. Mentre tornava a casa, gli andò incontro l’unica figlia, ed egli la immolò sull’altare al Signore. Nel testo biblico nessuna censura; anzi è evidente che l’episodio è portato come esempio. E il comandamento di non uccidere? O si può uccidere per sacrificio a Dio? Noi sappiamo che il precetto “non uccidere” era per gli Ebrei molto relativo, e valeva, tutt’al più, verso il loro “prossimo”, che è poi quello che abbiamo già spiegato.[20]
Ma ora voglio dimostrare che anche per il “prossimo” nel senso ebraico, questo comandamento viene costantemente violato, senza che il sacro testo accenni alla minima condanna o censura, facendo perciò credere che questi comportamenti omicidi sono leciti o addirittura esemplari.
E purtroppo vediamo che queste uccisioni, vendette o addirittura stragi avvengono talora per pura gelosia, per competizione o desiderio di primazìa religiosa o, meglio, ierocratica,[21] in quanto la legge di Mosé aveva instaurato in Israele un vero e proprio potere assoluto della casta sacerdotale.
Contro la primazìa di Mosé i primi a insorgere sono Aronne, suo fratello più anziano, e Maria, sua sorella maggiore, colei che lo aveva, per così dire, salvato dalle acque del Nilo (Es. 2). Costoro, adirati contro il fratello, perché aveva sposato una donna etiope, cominciarono a mormorare: «“Il Signore ha forse parlato soltanto per mezzo di Mosé? Non ha parlato anche per mezzo nostro?” Il Signore allora scese in una colonna di nube e disse ad Aronne e Maria: “Perché non avete temuto di parlare contro il mio servo Mosè?” L’ira del Signore si accese contro di loro, ed Egli se ne andò. La nuvola si ritirò di sopra alla tenda, ed ecco Maria era lebbrosa”.» 1) Dunque la donna viene punita per la ribellione, ma Aronne rimane indenne; anche in questo episodio si nota il maschilismo degli Ebrei, per cui è sempre la donna a ricevere la condanna, mentre l’uomo ne è esente. Lo stesso avviene per l’adulterio: la donna è lapidata, l’uomo se la svigna.
Una ribellione di vasta scala si solleva contro Mosé quando si tratta di partire per la terra promessa. Gli esploratori mandati innanzi riportano notizie discordanti. I più riferiscono particolari terrificanti: “Tutta la gente che vi abbiamo notata è gente di alta statura, vi abbiamo visto i giganti… di fronte ai quali ci sembrava di essere come locuste, e così dovevamo sembrare a loro”. (Num. 12, 32-33). Dando retta a queste notizie, gli Israeliti non vogliono muovere alla conquista, né dare ascolto a Giosuè e Caleb, che invece sostengono che gli abitanti di quella regione sono di statura normale e quindi vincibili, sempre con l’aiuto di Jahvé. Ma il popolo non vuol credere a questi due, e si rifiuta di partire. Allora il Signore disse a Mosé: “Io lo colpirò con la peste e lo distruggerò, ma farò di te una nazione più grande e più potente di esso”. (Num 14,12). Mosé però fa osservare al Signore: “Se tu fai perire questo popolo come un sol uomo, le nazioni che hanno udito la tua fama diranno: siccome il Signore non è stato in grado di far entrare questo popolo nel paese che aveva giurato di dargli, li ha ammazzati nel deserto”. (Num 14,15)
L’acuta e tendenziosa osservazione di Mosé fa riflettere(!) Jahvé, il quale infine rinunzia a far perire tutto il popolo, ma sentenzia che nessuno di essi vedrà la terra promessa, ad eccezione di Giosué e di Caleb, i soli che abbiano avuto piena fiducia nelle sue promesse.
Ma il malumore degli Israeliti contro Mosé e la sua signoria portò alla ribellione Core e Datan con altri 250 “uomini stimati” delle tribù di Levi e di Ruben. Si venne a una specie di sfida tra Core e Datan da una parte, Mosè e Aronne dall’altra. Si invocò insomma il giudizio di Dio sulla contesa, quello che nel Medioevo si chiamava ordalia. Radunatesi le due fazioni, Mosé disse, indicando gli avversari: “Se questa gente muore come muoiono tutti gli uomini… 1) il Signore non mi ha mandato; ma se il Signore fa una cosa straordinaria, se la terra spalanca la bocca e li ingoia con quanto appartiene loro, e se essi scendono vivi agli inferi, allora saprete che questi uomini hanno disprezzato il Signore”. (Num. 29 – 16,30). Come ebbe finito di pronunciare queste parole, la terra si spalancò e tutti gli avversari furono inghiottiti vivi con le loro famiglie e i loro beni. Si aggiunse un altro prodigio, per dimostrare la preferenza di Jahvé per Mosé e Aronne: “Un fuoco uscì dalla presenza del Signore e divorò i duecentocinquanta uomini che offrivano l’incenso”. (Num 16.35) 2)
Ma la cosa non finì lì. «Il giorno dopo tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosé e Aronne dicendo: “Voi avete fatto morire il popolo del Signore!» (Num 17, 6).
Ancora una volta Jahvé mandò un fuoco distruggitore contro quelli che protestavano. “Quelli che morirono di quel flagello furono 14.700 (sic! quattordicimilasettecento), oltre quelli che morirono per il fatto di Core”. (Num 17,14).
Dopo tutto ciò è forse esagerato chiamare Jahvé “dio sterminatore” non solo dei nemici del suo popolo (Amaleciti, Gebusei, Amorrei, Moabiti, Filistei, Cananei, ecc,) ma anche del suo stesso popolo?
Non c’è quasi
pagina del Pentateuco in cui l’ira di Jahvé non si accenda contro il suo popolo
“dalla dura cervice”. Quasi tutto il libro dei «Giudici» è una ripetizione di
due versetti. Il primo dice: «Gli Israeliti (in quella tale circostanza) fecero
ciò che è male agli occhi del Signore, e il Signore li mise nelle mani di ….
per …. anni.» Il secondo dice in sintesi: gli Israeliti, pentiti, gridano al
Signore, il quale suscita un capo carismatico (=giudice) che li guida a
distruggere i nemici di turno. Ma poco dopo il popolo eletto torna
all’infedeltà e si ripete il ciclo punizione – esaltazione come un noioso
stereotipo. Dov’è il Dio-Amore, padre universale di tutti gli uomini?
Una frase ricorrente specie nel Pentateuco è: “L’ira del Signore si accese
contro di loro”. Questa concezione di un Dio iracondo non solo contrasta con
l’idea che abbiamo di Dio noi cristiani, in seguito all’insegnamento ricevuto
da Gesù Cristo, ma anche con il concetto che ne avevano i pagani, quelli almeno
che erano chiamati filosofi, cioè amanti della sapienza, anche se non erano
certamente ispirati dallo Spirito Santo come gli autori biblici. Cicerone nel libro terzo del De Officiis, capitolo
XXVIII, ci assicura che Dio né si adira né nuoce mai ad alcuno. Sentiamo le sue
parole: “At hoc quidem commune est omnium philosophorum… nunquam nec irasci
Deum nec nocere”. Traduco per chi ignora il latino: “E’ invero comune opinione
dei filosofi che Dio non si adira e non danneggia mai”. E questi erano pagani,
quei pagani che i pii Ebrei ancor oggi chiamano Gentili (come siamo per loro
anche noi cristiani).
Il fatto che i sapienti antichi, sia greci che romani, anche prima dell’insegnamento di Cristo, fossero giunti alla concezione di un Dio equo e giusto, previdente e provvidente, mai irato e tanto meno intento alla rovina degli uomini da lui creati, dimostra chiaramente che la concezione ebraica del Dio terribile, iracondo, geloso e vendicatore, era non solo errata, ma addirittura fuori dal senso comune. I saggi pagani, come Lelio, Cicerone e Seneca tra i Romani, Socrate, Platone e Aristotele tra i Greci, avevano di Dio un concetto molto simile a quello cristiano, e a questo concetto puro ed elevato erano giunti non per ispirazione dello Spirito Santo, come gli autori biblici dell’Antico Testamento per il loro concetto di Jahvé, ma solo col retto uso della ragione e del senso comune.
Ma voglio tornare ancora sul quinto comandamento del Signore “Non ammazzare”, per dimostrare con qualche altro esempio come esso era, non dico disatteso, ma addirittura ignorato anche da un santo re e profeta come era Davide.
Invece di ringraziarlo per la sua correttezza, egli fece immediatamente trucidare quel forestiero amalecita che aveva avuto l’imprudenza di annunziargli la morte di Saul in Galboé, e la dabbenaggine di portargli in omaggio riverente il diadema e la catenella del morto sovrano (2 Sm 1). Ora vediamo come il nuovo re tratta la famiglia di Saul. I suoi tre figli maschi erano morti combattendo attorno al padre. Noi li consideriamo figli devoti e valorosi, che muoiono coraggiosamente in difesa del padre lottando contro i nemici Filistei, contro i quali anche Davide aveva combattuto in gioventù, atterrando il gigantesco loro campione Golia.
Ma Saul aveva avuto un altro figlio maschio dalla concubina Rizpa, che si chiamava Is-Baal. Costui in teoria avrebbe potuto contendere il trono a Davide, anche se dal racconto biblico (2 Sm 3-4) non ne appare intenzionato; anzi egli è presentato come un uomo giusto, che soltanto si era indignato contro Abner, già ministro di Saul, perché si era presa come concubina sua madre Rizpa. Tuttavia due fratelli israeliti, credendo di fare cosa gradita a Davide, uccisero Is-Baal e gliene portarono la testa in Ebron. Certamente essi avevano commesso un delitto, forse anche sperandone una ricompensa. Ma Davide commise anche lui un delitto, ordinando l’immediata uccisione dei due fratelli: “Davide diede ordine ai suoi giovani; questi li uccisero, tagliarono loro le mani e i piedi, e li appesero presso la piscina di Ebron.” (2 Sm 4, 12) Davide dunque non approva l’uccisione di Is-Baal e, per vendicarla, uccide lui crudelmente due uomini. Non approva neppure l’uccisione di Abner, già ministro di Saul, ma questa volta, essendo l’uccisore, Joab, il capo del suo esercito, si limita a una condanna verbale, perché sarebbe stato troppo pericoloso procedere contro il potente generale, seguito da tanti soldati. Però, come abbiamo già detto, Davide in punto di morte comanda a Salomone di far perire “con sapienza” il generale, che lo aveva ben servito facendo morire Uria, marito di Betsabea, ma che aveva poi eseguito due altre esecuzioni capitali senza suo ordine, e quindi era reo di morte; e la condanna la doveva eseguire il figlio, non avendo potuto eseguirla lui.
Ma ora passiamo al modo come Davide trattò gli altri discendenti di Saul. Dato che Gionata, Abinadab e Malkisua erano morti attorno al padre nella battaglia di Gelboé (1 Sm 31) e che Is-Baal era stato ucciso dai due sicari fratelli, rimanevano Armoni e Merib-Baal, che Saul aveva avuto dalla concubina Rizpa, e cinque nipoti, nati da Merab, figlia di Saul. C’era anche un figlio di Gionata, a cui Davide aveva promesso di proteggere la sua discendenza; e infatti Davide lo rintracciò e lasciò in pace, perché era “storpio dei piedi” (2 Sm 9,3). Quando però seppe che anche lui aveva manifestato velleità di trono, lo privò di tutti i beni, condannandolo all’indigenza.
Siccome Saul durante il suo regno dispotico si era mostrato particolarmente duro contro i Gabaoniti e aveva cercato di sterminarli, Davide li convocò e chiese loro che cosa poteva fare per riparare le malefatte di Saul. “Il re disse: Quello che voi direte io lo farò per voi”. I Gabaoniti allora chiesero che fossero loro consegnati i figli e i nipoti di Saul. Davide proprio questo si aspettava, e fu ben lieto di darli nelle loro mani, ed essi “li impiccarono sul monte davanti al Signore. Tutti e sette perirono insieme” (2 Sm 22, 7-9). In questo episodio è evidente la perfidia ipocrita di Davide, che si libera della discendenza di Saul facendo compiere il “lavoro sporco” ai Gabaoniti, e facendolo passare anche come un doveroso gesto di giustizia. Molto acuto e altrettanto severo è il commento nella Bibbia della CEI: “Così Davide elimina gli ultimi rampolli della casa di Saul e con essi il rischio di subire egli stesso la loro vendetta per l’usurpazione del trono”. (Nota Sm 21, 1-14). Il dotto biblista commentatore dice la pura verità; ma vorrei sapere da lui che cosa “la parola di Dio” ci vuole insegnare proponendoci questo comportamento di Davide. Forse che la “ragion di Stato” è norma suprema? e che “il fine giustifica i mezzi”, come insegnava pure il Machiavelli, mostrandoci nel Duca Valentino (Cesare Borgia) un mediocre emulo di Mosè e di Davide? Non voglio giungere a queste conclusioni; sta però il fatto che chi legge le storie di Mosè e di Davide resta continuamente scandalizzato per il loro comportamento. Ma Mosè è l’ispirato legislatore, Davide è “il santo profeta” e il sublime salmista (se è vero che molti dei salmi furono scritti e musicati da lui), e inoltre Gesù Cristo è chiamato “figlio di Davide” nel Vangelo.[22] Se Davide, a parer nostro, non è un santo profeta e re, ma un personaggio moralmente (dal punto di vista cristiano s’intende) molto discutibile, come la mettiamo con l’affermazione che Gesù Cristo è “figlio di Davide”? A essere precisi, è soltanto Giuseppe “figlio di Davide”, cioè discendente di Davide, secondo la genealogia di Matteo, la quale parte da Abramo e giunge sino a Giuseppe, che però è solo padre putativo o legale di Gesù, il quale è Figlio di Dio, nato dalla Vergine Maria per opera dello Spirito Santo. “Figlio di Davide” era per gli Ebrei un titolo messianico molto popolare, che ricorreva soprattutto nelle acclamazioni, ovazioni e anche suppliche appassionate, e perciò lo troviamo spesso nel Vangelo. Però se Giuseppe, padre putativo di Gesù, è veramente discendente di Davide, secondo le genealogie di Matteo e di Luca,[23] le quali peraltro non hanno alcuna certezza storica o documentaria, ciò non vuol dire che Davide ne possa ricevere un’aureola di santità. Come neppure Abramo, il lontano capostipite. Anche lui, come abbiamo accennato nei capitoli precedenti, non ci sembra (dal punto di vista cristiano) un patriarca impeccabile, anche se gli Ebrei si vantavano di essere figli di Abramo, e il loro Jahvé era detto “Dio d’Abramo”, come se fosse il suo Dio esclusivo, e non il Dio di tutti gli uomini. Mi sembra quindi che queste espressioni quasi stereotipe della Bibbia, accettate poi dalla tradizione cristiana, non costituiscano una seria obiezione a quanto io ho cercato di dimostrare sul divario tra Antico e Nuovo Testamento.
Un’obiezione più motivata può essere quest’altra: «Tu non riconosci la “parola di Dio” in molti passi dell’Antico Testamento; ma da Luca (cap. IV, versetto 14 e segg.) apprendiamo che Gesù, nella sinagoga di Nazaret, si alzò a leggere e a commentare appunto un passo della Bibbia, e con ciò mostra di attribuire ad essa una divina ispirazione.» Rispondo: sono pienamente d’accordo per quel caso singolo; infatti si trattava di un passo profetico (Isaia 61, 1-2) riguardo al quale Gesù disse: “Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi”.
Infatti io ho già più volte detto che la “parola di Dio” si riconosce qua e là nelle pagine dell’Antico Testamento, e specialmente nei profeti e nei salmi, per i precetti e le ammonizioni che contengono e i comportamenti che inculcano, in forma ora veemente, ora mite e suadente. Noi abbiamo un criterio sicuro per riconoscerla: è certamente “parola di Dio” tutta quella che si accorda con la parola di Gesù Cristo nel Vangelo; non può essere “parola di Dio” quella che contrasta con l’insegnamento di Cristo, che è Dio, perché Dio non si può contraddire, insegnare prima una cosa e poi una diametralmente opposta.
Un’altra seria obiezione al mio assunto potrebbe venire dal seguente passo di Mt 5, 17-18 “Non pensate che io sia venuto ad abolire la Legge e i Profeti; non sono venuto per abolire, ma per dare compimento. In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure un iota o un segno della legge, senza che tutto sia compiuto”. Ma Gesù subito dopo, nello stesso discorso, detto “della Montagna”, dice: “Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non uccidere, chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Ma io vi dico ecc.”(Mt 5, 21-22). E subito dopo: “Avete inteso che fu detto: “Non commettere adulterio”; ma io vi dico, ecc. (Mt 5, 27). E ancora: “Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto di ripudio; ma io vi dico ecc. (Mt. 5, 31).
Questa contrapposizione tra l’antica legge (del taglione) e la nuova (dell’amore) continua per tutto il mirabile discorso. E’ quindi evidente che Gesù porta un cambiamento essenziale nella Torà; ma per penetrare nella guardia coriacea e sospettosa di quel popolo “dalla dura cervice”, formalista all’eccesso, usa quel preambolo accattivante, come di uomo ligio all’antica legge.
Noi ben sappiamo che questi amorevoli accorgimenti di Gesù per convertire quei cuori induriti nella loro presunzione di perfetti osservanti, ebbero un successo molto scarso, anche nella sua Nazaret, dove cercarono addirittura di gettarlo giù dal precipizio (Lc 4, 29).
Neppure i tanti miracoli scossero quegli animi ottenebrati dalla presunzione e dall’orgoglio; per cui Gesù dice che se i miracoli fatti nella sua terra fossero stati fatti a Tiro e Sidone, gli abitanti si sarebbero convertiti e avrebbero fatto penitenza (Mt. 11, 21 e seguenti). Anche Sodoma si sarebbe convertita se in essa fossero avvenute le guarigioni compiute da Gesù in Cafarnao, Corazin e Betsaida, e perciò nel giorno del giudizio gli abitanti di Tiro, Sidone e Sodoma avranno una sorte meno dura di quella delle città teatro della predicazione e dei miracoli di Cristo (Mt. 11, 23-24). Del resto sappiamo che i sacerdoti, gli scribi e i farisei, per togliere ogni valore e credibilità ai miracoli di Gesù, dicevano che Egli li faceva per opera di Beelzebul, principe dei demoni. (Mt. 12, 24).
Mi sembra perciò che anche quest’ultima obiezione non possa inficiare quanto ho cercato di dimostrare.
Il Cristianesimo è essenzialmente un comportamento di vita, basato sull’amore di Dio al di sopra di ogni altro valore, e sull’amore verso tutti gli uomini, di ogni razza e religione, e anche dei propri nemici, o pubblici o privati. E’, quella cristiana, una religione non facile; la via che essa ci indica è un cammino erto e faticoso, in cui si entra per una porta stretta. L’insegnamento di Gesù si può sintetizzare in questo precetto: “Fa’ agli altri quello che vorresti sia fatto a te, non fare agli altri quello che non vorresti sia fatto a te”.
Ora nell’Antico Testamento questo precetto basilare non è affatto presente in molte pagine, che narrano di azioni crudeli e scandalose, eppure per nulla riprovate. Dall’Antico Testamento si potrebbero estrapolare decine e decine di episodi riprovevoli, talora ributtanti, leggendo i quali ci chiediamo allibiti che cosa Dio ci abbia voluto inculcare, dato che secondo la “Dei Verbum” Egli ha dettato agli scrittori sacri “tutte e soltanto quelle cose che Egli voleva”.1)
Io ho scritto queste pagine nella speranza che la Chiesa torni con più maturo esame su quella Costituzione (che non fa certamente parte dell’infallibilità) e corregga quella affermazione totalizzante in una più limitativa, che cioè la “parola di Dio” ci è stata rivelata nel Vangelo da Cristo suo Figlio, ma che essa è presente qua e là anche nell’Antico Testamento, il quale però è, nel complesso, l’opera letteraria, ricca e notevolissima, degli Ebrei prima dell’era cristiana, e quindi contiene materiale eterogeneo, da ascriversi ai vari generi letterari, a somiglianza delle antiche letterature dei Greci e dei Romani, degli Indiani e dei Persiani, e di tanti altri popoli antichi.
Mi rendo conto che questo mio scritto è piuttosto disorganico e pieno di ripetizioni, perché è stato scritto “a spizzichi e bocconi” in un lungo lasso di tempo. Non è quindi un trattato, col suo rigore logico ed espositivo, ma piuttosto un piano ragionamento, una semplice riflessione di un uomo comune, il quale però vuole contribuire a fugare certi pregiudizi, che potrebbero creare turbamento a chi volesse trovare nell’Antico Testamento tutta e sola la parola di Dio.
I libri dell’Antico Testamento ci sono giunti attraverso una lunga tradizione, prima orale, specie per i più antichi, come il Pentateuco, poi scritta. La tradizione manoscritta, da scriba a scriba, ha subito varie interpolazioni e aggiunte, che poi sono passate nel testo trasmesso da generazione a generazione. E gli scribi che avevano arte e fantasia aggiungevano ad esso gli ornamenti che a loro parevano opportuni per un libro così importante e onnicomprensivo. Noi cristiani, resi edotti dall’insegnamento di Cristo, dobbiamo quindi sceverare dalla congerie dei “generi letterari” e degli ornamenti artistici quella che davvero può considerarsi “parola di Dio”, in quanto non contrasta ma collima con la parola di Cristo. E’ quello che modestamente ho cercato di fare.
Ma non voglio chiudere questo mio scritto senza accennare a una critica che mi è stata ventilata da qualche mio dotto amico: che cioè io ho dato giudizi troppo perentori su personaggi e fatti dell’A.T. senza tener conto del contesto storico, degli usi, costumi e consuetudini di quei tempi lontani, come esige la critica storiografica e insegna l’antropologia culturale. So benissimo che certi comportamenti, che a noi appaiono immorali e scandalosi, o certe consuetudini, come il matrimonio tra fratelli e sorelle, che per noi sono inaccettabili, erano invece lecite in alcune società antiche, come quella egiziana, e che il «comune senso morale» è stato ed è ben diverso tra i vari popoli e le diverse culture. Ma noi cristiani dobbiamo giudicare il comportamento morale basandoci sull’insegnamento di Gesù Cristo, che non è suscettibile di cambiamento, ma solo di adattamento alle varie culture. Il mio intento non è stato quello di dare un giudizio morale, da un punto di vista cristiano, sui personaggi biblici e le loro azioni, ma quello di vedere se questi comportamenti sono esemplari e edificanti, e quindi se l’esposizione di essi può considerarsi “parola di Dio”.
E’ evidente che la “parola di Dio” in un libro sacro, quale è la Bibbia, se ci racconta un fatto, non lo fa per il gusto di raccontare e per darci il piacere di leggere qualcosa di interessante o di stuzzicante, ma per insegnarci qualcosa che serva per nostro ammaestramento, e quindi per il nostro comportamento pratico, e in definitiva per la nostra salvezza eterna. Così fa Gesù quando ci racconta le sue parabole: sono veri e propri insegnamenti morali, precetti di vita dati in forma aneddotica, affinché rimangano impressi anche nella fantasia, oltre che nella mente. Ordunque, quando nell’A.T. (e riporto questo solo esempio) leggiamo, con dovizia di particolari e senza ombra di censura, che Davide in punto di morte incaricò il figlio Salomone di compiere le sue vendette su Simei e su Joab, noi dovremmo pensare che un tale comportamento è da considerarsi non solo lecito, ma esemplare e doveroso, dato che la “parola di Dio” ha voluto presentarcelo con tanta evidenza. Ma se l’insegnamento di Cristo, vera e diretta parola di Dio, ci impone non solo di non vendicarci (e tanto meno in punto di morte, dandone ad altri l’incarico) ma di «perdonare settanta volte sette», dobbiamo concludere che quel racconto biblico, anche se storicamente vero, non è certamente un comportamento che Dio ha voluto inculcarci, e non è quindi “parola di Dio”, ma solo il racconto di un cronista, che, se vero, getta una trista luce sul santo re e profeta.
Quindi questo è il problema: se l’A.T. è tutto e solo “parola di Dio”, come afferma la costituzione “Dei Verbum”. Io ne dubito, e vorrei che la Chiesa rivedesse il suo giudizio.
Mi auguro, e ne prego Dio, che essa lo faccia al più presto e di sua iniziativa, prima che qualche male intenzionato approfitti dell’indugio per pubblicare (e sarebbe cosa facile), opuscoli provocatori o diffamatori su questo scottante argomento della “parola di Dio” nell’Antico Testamento.
Io, per quanto mi riguarda, non pubblicherò questo mio umile scritto, che però spero di far giungere privatamente a qualche ministro del Santuario, quale manifestazione del turbamento di non pochi fedeli nei riguardi della più volte citata dichiarazione dogmatica «Dei Verbum», nella speranza che il Dicastero vaticano interessato chiarisca la questione.
Roma, Natale 2003
Capitolo
II - Concetto della donna
Capitolo
IV - Jahvé e il Dio Cristiano
Capitolo
V - L’Antico Testamento e l’obbedienza a Jahvè
Capitolo
VI - Lotte interne e guerre esterne
Capitolo
VII - Gesù di fronte al potere ierocratico
Capitolo
VIII - I generi letterari nell’A.T.
Capitolo
IX - Dio e il prossimo
Capitolo
X - Il Dio terribile e il Manzoni
Capitolo
XI - Amore del prossimo
[1] Gio 4,3
[2] 1 Sam 15, 2-3
[3] 1 Sam 25,11
[4] Citazioni dal II Capitolo del I Libro dei re, versetti 5-9
1) Nacor era fratello di Abramo e nonno di Labano, come Abramo era nonno di Giacobbe
[5] Chi giustamente si meraviglia che Dante nella Divina Commedia faccia fare sì meschina figura al serafico San Francesco battuto in dialettica dal “loico” diavolo a proposito della sorte eterna di Guido da Montefeltro (Inf. XXVII, vv 113-121), non può che scandalizzarsi quando legge nell’A.T. (Es 32 v. 9 sgg) che, mentre Jahvè vuole assolutamente annientare il suo popolo, perché ha osato costruirsi e adorare il vitello d’oro, Mosè lo costringe a rimangiarsi il suo truce proposito col suo «contraddittorio» vincente: «Perché, Signore, divamperà la tua ira contro il tuo popolo, che tu hai fatto uscire dal paese d’Egitto con grande forza e con mano potente? Perché dovranno dire gli Egiziani : “Con malizia li hai fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla terra”? Desisti dall’ardore della tua ira e abbandona il proposito di fare del male al tuo popolo.» E Jahvè dovette desistere dall’ardore della sua ira! Un dio fumantino viene ridotto alla ragione dal «loico» Mosè! Ma che Dio è mai questo?
1) “Alla tua discendenza io do questo paese, dal fiume d’Egitto al grande fiume, Il fiume Eufrate” Gen. 15,18
[6] Di concubine certamente più di dieci, perché dieci ne lasciò a custodia (!) della reggia allorché dovette fuggire per la ribellione del figlio Assalonne (II Samuele, 15, 16). Di mogli l’A.T. ne nomina otto: Mikal, figlia di Saul, Betsabea (già moglie di Uria fatto uccidere da Davide), Achinoam, Abigail (già moglie di Nabal), Maaca, Agghit, Abital, Egla. (II Sm 3, 2-5). A queste fu aggiunta Abisag quando Davide era vecchio, come vedremo.
[7] I Re 1, 2-3
[8] Sono Fares e Zara – Fares, secondo la genealogia di Matteo (Mt 1,3) e di Luca (Lc 3,33) è un antenato di Giuseppe, padre legale di Gesù.
1) Leggiamo in Genesi (29,17): “Lia aveva gli occhi smorti, mentre Rachele era bella di forme e avvenente di aspetto”, e anche più giovane. Certamente Giacobbe aveva gli occhi giusti per giudicare e scegliere. Ma Labano impose la regola: Prima la prima, poi la seconda, altrimenti la prima, specie se brutta ti rimane acida zitella in casa! Questo risulterebbe, per la famiglia ebraica, oltre che un disdoro, una netta perdita economica, perché le figlie erano praticamente vendute al miglior offerente, e più erano belle, più valevano. Del resto anche oggi…
2) La radice di mandragora era ritenuta
un efficace rimedio contro la sterilità (v.
3) Il faraone avrebbe dovuto punire severamente il forestiero per il suo doloso e lucroso inganno, ordito in tutta malafede e intenzionalmente. Ma intimorito dalle calamità inviategli dal Dio di Abramo, e temendo una sua maggiore ira, congedò l’ingannatore con tutto rispetto, lasciandogli tutti i beni capziosamente ricevuti. In realtà Abramo ha prostituito la moglie a scopo di guadagno.
[9] <<Il numero totale dei Beniaminiti, che caddero quel giorno, fu di 25.000 (sic! venticinquemila), atti a maneggiare la spada, tutta gente di valore.>> (Gdc,20,46)
[10] Giudici 21, versetto 19 e seguenti.
[11] Costituzione dogmatica <<Dei verbum>> n.11
1) Sono i cosiddetti libri deuterocanonici (cioè iscritti nel Canone in un secondo tempo): Tobia, Giuditta, Primo Maccabei, Secondo Maccabei, Baruc, Siracide, Sapienza. Questi sette libri dell’Antico Testamento sono respinti anche dagli Ebrei, i quali respingono anche le parti in lingua greca…. dei libri di Daniele e di Ester.
2) Una palese contraddizione con tale affermazione (“tutti interi i libri con tutte le loro parti hanno Dio per autore”) si trova in una nota della Bibbia della CEI alla Genesi cap. 19, versetto 32, la quale dice (a proposito delle figlie di Lot che si accoppiano col padre): “L’aspetto immorale dell’atto è in secondo piano, perché si tratta di una narrazione leggendaria, in cui i personaggi agiscono in situazioni talmente lontane dal quotidiano da non rischiare di essere presi ad esempio”. Questa “narrazione leggendaria”, palesemente immorale e da non prendersi a esempio, ha anch’essa “Dio per autore”, dato che “tutti interi i libri” con tutte le loro parti, sono stati “scritti sotto ispirazione dello Spirito Santo”, e gli autori biblici hanno scritto “tutte e soltanto quelle cose che Egli voleva”?
[12] Storia Sacra, per uso delle scuole, compilata dal sac. Giovanni Bosco.Tip.Spirani e Ferrero, Torino 1847. Volume in 32 cap. di pag.216. Quest’opera ebbe numerose ristampe curate da don Bosco, sino alla 7ª ed. (1872)
1) Anche Pietro, da vero ma sincero ebreo, riconosce questo pregiudizio della sua razza verso gli altri popoli. “Voi sapete che non è lecito per un Giudeo unirsi o incontrarsi con persone di altra razza; ma Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano o immondo nessun uomo”. (Atti 10,28)
1) Un esempio è questo, tratto dal primo libro di Samuele, cap. 15. Samuele, giudice, sommo sacerdote e profeta, si presenta a Saul, da lui in precedenza …unto re degli Ebrei, e gli dice: “Così dice il Signore degli eserciti”. Ho considerato ciò che ha fatto Amalek a Israele… Va’ dunque e colpisci Amalek e vota allo sterminio quanto gli appartiene”. Saul obbedisce. “Egli prese vivo Agag, re di Amalek, e passò a fil di spada tutto il popolo. Ma Saul e il popolo risparmiarono Agag e il meglio del bestiame minuto e grosso, gli animali grassi e gli agnelli, cioè tutto il meglio”. Chi non avrebbe fatto lo stesso? Infatti non fu solo Saul, ma il popolo che volle salvare il meglio del bottino, anche per i sacrifici rituali e poi per il proprio sostentamento. Ma Jahvé non la pensa così. Samuele rimprovera Saul: “Il Signore ti aveva mandato e ti aveva detto: “Va’, vota allo sterminio quei peccatori di .. Amaleciti, combattili finché non li avrai distrutti”. Così Saul fu ripudiato da Jahvé, e fu lo stesso Samuele a completare la carneficina degli Amaleciti con l’uccisione del re. “E Samuele trafisse Agag davanti al Signore in Galgala” (1 Sam. 15,33).
1)
Anche Paolo, pur dopo la conversione, e dopo la sua apertura ai pagani,
ai gentili incirconcisi, risente di questa cultura che considera Jahvé il Dio
del solo popolo ebraico. In Atti (13,17) egli dice: “Il Dio di questo popolo
d’Israele scelse i nostri padri ed esaltò il popolo durante il suo esilio in
terra d’Egitto, e con braccio potente li condusse via di là. Quindi… distrusse
sette popoli nel paese di Canaan e concesse loro in eredità quelle terre”.
Dunque Jahvé distrusse sette popoli per sgombrare
1) In questi sette giorni non potrà essere toccata, perché chi lo facesse resterebbe anche lui immondo.
2) Una vera e propria norma igienica, pratica e molto opportuna, è quella riguardante le latrine, che dovevano essere fatte fuori dall’accampamento, e tutti dovevano andare lì per i loro bisogni. Ma quando si era in marcia? Nel suo equipaggiamento l’ebreo doveva portare una palettina di legno con la quale, dice il Signore, “scaverai una buca e poi ricoprirai i tuoi escrementi”. Ben detto; e anche oggi bisognerebbe imporre tale obbligo a tanti sporcaccioni che imbrattano qua e là nei giardinetti e anche nei contorni delle strade, di notte. E’ una sacrosanta norma igienica oltre che segno di civismo e rispetto del pubblico decoro; ma la motivazione biblica è religiosa: “Perché il Signore Dio, che passa in mezzo al tuo accampamento… non veda in mezzo a te qualche indecenza e ti abbandoni”. (Deuteronomio, 23, 13-15).
[13] Vedi pag.18
1) Vedi Bibbia CEI pag. XXIII. Nel Catechismo della Chiesa Cattolica i sensi diventano cinque: letterale, spirituale, allegorico, morale, anagogico. ( Pag. 45.)
1) ierocrazia (dal greco “iereus”= sacerdote e “cratia”= potere) è un regime politico retto dalla casta sacerdotale; tale era quello ebraico, almeno sino alla nomina del re Saul. Ma anche al tempo dei re era notevole il potere dei sacerdoti, i quali si proclamavano spesso profeti, cioè parlatori in nome di Dio, esigendo obbedienza anche dai re.
2) Zippora è detta madianita in Esodo (2,21; 18, 1-4) ed etiope in Numeri (12,1). Era comunque una straniera e, secondo Maria ed Aronne, Mosé aveva fatto male prima a sposarla, poi a riaccoglierla nel campo degli Israeliti col suo padre Ietro (Esodo cap. 18) dopoché in precedenza l’aveva rimandata al suo popolo.
1)
1) Ferruccio Ulivi – Manzoni – Rusconi Editore – Milano – 1984 pagg. 404-405
1) Ferruccio Ulivi nel libro sopra citato, a pag. 404, raccontando l’episodio, dice: “La donna l’aveva sfamato, poi l’aveva invitato a risposarsi; e si era giaciuta con lui”. Io non ho accennato a quest’ultimo particolare, che non c’è nel testo della CEI che io, come ho già spiegato, ho inteso seguire, perché è quello ufficiale per noi cattolici italiani. Non so se il teso ebraico contiene il particolare che riporta l’Ulivi. Se così fosse, sarebbe certamente un aggravamento dell’azione di Giaele: essa si sarebbe servita anche del sesso (quindi adulterio, quindi lapidazione) per infondere in Sisara maggiore fiducia e poi… un sonno più profondo.
[14] ad eccezione della “Pentecoste”, che è poi il migliore, e la cui spiritualità evangelica culmina nella 13ª strofa con l’indicazione <<Discendi Amor>>; ben diversa spiritualità si nota, per esempio, nel “Natale”, dove si parla dell’ ”ineffabile ira” di Dio (strofa 3ª) e degli uomini non ancora redenti come <<nati all’odio>> del loro Creatore. (strofa 4ª)
[15] Vedi Lv 19,18 e Dt 6,5
1) Alla ferrea e inesorabile legge del taglione si accenna in varie parti dell’Antico Testamento, come nell’Esodo (21, 24-25), nel Levitico (24, 19-20) nel Deuteronomio (19, 21). Si può dire che tutta la legislazione mosaica è improntata a un implacabile rigore, e veniva applicata in modo formale, ad litteram, senza alcuna valutazione del merito, del caso singolo, delle circostanze. Contro una simile prassi il diritto romano ammoniva ”Summum jus, summa injuria”, per dire che l’applicazione assoluta, letterale e formale della legge costituisce la più grande illegalità, la peggiore ingiustizia.
[16] Il libro dei re, cap.11,3: “Aveva settecento principesse per mogli e trecento concubine; le sue donne gli pervertirono il cuore”.
[17] Riguardo a queste dieci concubine il testo sacro (secondo libro di Samuele, cap.20) ci fa sapere che Davide, quando le recuperò “le mise in un domicilio sorvegliato; egli somministrava loro degli alimenti, ma non si accostava loro; rimasero così recluse fino al giorno della loro morte, in stato di vedovanza perpetua.” (II Sm 20,3). Poverine! Prima lasciate in pasto ai ribelli, poi condannate alla vedovanza perpetua! Questo il trattamento di Davide per le donne del suo harem: ogni commento sarebbe ozioso.
[18] “Le tavole erano opera di Dio, la scrittura era opera di Dio, scolpita sulle tavole” (Es. 32,16)
[19] Riguardo alle due montagne diverse, possiamo pensare che il Sinai sia solo il termine generico della catena, mentre l’Oreb è il nome del singolo monte, situato appunto tra le alture della penisola del Sinai. Alcuni studiosi pensano di identificarlo col Gebel Musa (m. 2130). La vetta più alta del Sinai è invece il Gebel Caterina (m.2637).
[20] (Gdc, 3) Verso i gentili l’uccisione, anche a tradimento, è addirittura meritoria. Porto un esempio. Il giudice Eud fu suscitato da Jahvè come liberatore del suo popolo, schiavo di Eglon, re di Moab, al quale doveva pagare il tributo. Eud si presenta al re, paga il tributo, si accomiata, ma subito dopo ritorna, dice di dover dare in segreto al re una cosa da parte di Dio. Il re ci crede, si apparta con lui in una stanza, dove Eud lo trafigge con una spada nascosta sotto la veste, poi fugge indisturbato dalla finestra.
[21] Da “ierocrazia” parola greca che vuol dire dominio dei sacerdoti. Essa è impropriamente chiamata teocrazia, in quanto questa è il dominio di Dio e della sua legge, sempre auspicabile , mentre la ierocrazia è il dominio di uomini che pretendono di comandare e parlare in nome di Dio.
1) Numeri, cap. 12, 9-10
1) Cioè di morte naturale, ognuno al suo tempo.
2) Sono i partigiani di Core, che offrono incenso, non agli idoli, ma a Jahvé loro Dio. Ma il Signore non gradisce il loro omaggio, come un giorno non aveva gradito il sacrificio offerto da Caino (Gn. Cap. 4). Perché in Dio tanta partigianeria?
[22] L’Angelo Gabriele disse a Maria:”ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce, e lo chiamerai Gesù… Il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre, ecc…”(Lc 1,30).
[23] Lc 3,31 – La genealogia di Luca parte addirittura da Adamo, conta ben 76 generazioni (Matteo 40) ed è in parte diversa da quella di Matteo. Questa diversità, per quelle età così remote dell’umanità, è anche spiegabile.
1) Costituzione dogmatica del Concilio Vaticano secondo n, 11