Anonimo Romano

 

Colle Vaticano A.D. 2050

 

Diario

 

a cura di

Bruno Camaioni



ANAGOGICA

 

Opere di Bruno Camaioni

Notizie sull'autore

 

Bruno Camaioni è nato a Grottammare (AP) nel 1917, si è laureato in Lettere all'Università di Roma nel 1940, ha insegnato in varie città italiane, ed era preside di un liceo classico quando è andato in pensione. Ha scritto diverse opere (poesie, romanzi, studi sul Manzoni, opuscoli su argomenti religiosi ecc.) che non ha mai pubblicato, facendole circolare solo tra parenti, amici e conoscenti.

Uno di costoro, ritenendo che esse siano interessanti e anche formative per i valori che inculcano, ha preso l'iniziativa di metterle man mano in rete, affinché chiunque le possa leggere liberamente e senza spese.

 

Note sul diritto d'autore

 

Delle opere pubblicate di Bruno Camaioni ne è consentita la copia e la distribuzione gratuita, su qualsiasi supporto, preservandone l'integrità (inclusa la presente dicitura) e citandone l'autore.

 

Altre opere attualmente disponibili in rete (anche attraverso eMule):

Il Problema del Male - Riflessioni; Eremita a Orgosolo - Romanzo; L'Aiuola Contesa - Romanzo; Riassunto de "I Promessi Sposi" - con commento estetico e morale; I Personaggi de' "I Promessi Sposi" - Saggio; I Doveri del Cristiano - Saggio; L'Antico Testamento - Tutta Parola di Dio? - Saggio; La Chiesa di Cristo e la Mondanizzazione -Saggio; Il Messaggio di Dante - Saggio; Una vita interessante - Luigi Mercantini Il Tirteo Marchigiano - Biografia; Historia Magistra - Saggio; Le meditazioni di Dante nel Purgatorio - Saggio; Idee non politicamente corrette - Saggio; Colle Vaticano A.D. 2050 - Romanzo; Poesie Varie.

 

Le opere sono depositate.



 

PREFAZIONE

 

 

 

Confesso che mi sento perplesso a fare la presentazione di quest’opera anonima, perché mi sembra strana e inverosimile, dato che in essa si parla di avvenimenti che sarebbero avvenuti tra 42 anni, e non in forma di previsione, ma in forma di narrazione di fatti accaduti, giorno per giorno; è infatti un diario.  

Molti nel passato si sono dati a questa letteratura di evasione dalla realtà presente, e generalmente le loro previsioni sono state smentite dalla realtà. Tra costoro, colui che con la sua fantasia si è spinto più avanti negli anni è certamente il francese Luigi Sebastiano Mercier (1740-1814) il quale nel 1786, tre anni prima della Rivoluzione, immagina «L’anno 2440» in un modo che a noi appare risibile.

Non era uno sprovveduto, dato che era membro del prestigioso Institut de France, eppure prevede che nel 2440 la Francia possederà la Grecia e l‘Egitto.

«Parigi, Atene e il Gran Cairo sono sotto la potente e generosa mano di Luigi XXXIV, che noi amiamo tutti come un prudente e saggio monarca.»

Nel 1892 un altro francese, Carlo Alberto Richet (1850-1935), famoso fisiologo e premio Nobel nel 1913, più modestamente allungò lo sguardo della sua scienza umana sino al 1992, e la sua opera «Fra cent’anni» pretende di avere appoggi sicuri nella statistica e nella sociologia.  Le sue previsioni, per quanto riguarda il progresso politico morale e civile, sono molto ottimiste, mentre nella statistica sono piuttosto sballate, come nell’aumento di popolazione mondiale (da 1.458.000.000 a 2.500.000.000, che invece è di 6.500.000.000).

Se prendiamo in esame alcuni Stati, il suo errore appare più evidente: per la Cina egli va da 400.000.000 a 550.000.000 di abitanti (mentre sono 1.250.000.000)  per l’India da 275.000.000 a 350.000.000 (mentre sono 1.030.000.000) per l’Egitto da 6 a 10 milioni, mentre sono 72 milioni.

Un altro francese, questa volta un grande romanziere, Victor Marie Hugo (1802-1885) nel suo capolavoro «I Miserabili» (1862) si spinge avanti con la fantasia di appena mezzo secolo, ma la sua previsione è un bel sogno.

«Il XX secolo sarà felice..; non si avrà più a temere una conquista, una invasione, una usurpazione, una rivalità di nazioni a mano armata… Non si avrà più a temere la fame, lo sfruttamento, la prostituzione per bisogno, la miseria per disoccupazione… si sarà felici.»

Più recentemente un romanziere meno sognatore, questa volta un inglese, George Orwell (1903-1950) l’anno prima della morte scrisse il suo ultimo romanzo «1984», in cui immagina per quell’anno un mondo anche peggiore di quello che è stato effettivamente secondo noi che l’abbiamo vissuto. La sua fantasia si spingeva di appena 35 anni in avanti e vedeva un mondo di oppressi e di oppressori, che ha un fondo di verità, ma certamente esagerata.

Ho voluto portare questi esempi per dimostrare che la fantasia dell’ottimista o del pessimista ama prospettarsi un futuro a sua immagine, cioè secondo le sue speranze o paure; e noi leggiamo queste opere solo per curiosità, ben sapendo che la realtà effettuale è ben diversa.

Ma questo diario intitolato «Colle Vaticano 2050» mi sorprende molto, perché sembra la narrazione di fatti a cui l’autore è stato presente e di cui vuol lasciare un ricordo, non tanto per sé quanto per gli altri, che dovremmo essere noi, che viviamo nel 2008, di cui pochi (i più giovani) potranno vedere il 2050.

Ma nonostante la mia perplessità su questa strana storia, voglio raccontare come ci sono stato immischiato.

Molte notti fa, durante il primo sonno, mi è sembrato di essere chiamato. Ma non era possibile, dato che vivo solo; perciò pensai a una mia impressione, mi voltai dall’altra parte e serrai ben bene le palpebre, per riprender sonno. Ma subito dopo sentii di nuovo chiamarmi, per cui dovetti aprire gli occhi e girarmi verso la voce, con un po’ di spavento. Vidi accanto al letto un giovane con una lunga tunica bianca, la quale aveva uno splendore perlaceo, tenue, ma con un chiarore diffuso che illuminava la stanza!

Pensai subito a un angelo, ma non aveva le ali.

Mentre lo guardavo a bocca aperta, il personaggio disse:

«Non temere, non sono un fantasma… ascoltami.»

«Ma tu chi sei, signore? Come sei entrato in casa?»

«Lo saprai se mi ascolti attentamente.»

«Parla, signore, ti ascolto… che vuoi dirmi?»

«Perché non apri mai l’ultimo cassetto a destra della tua scrivania?»

«L’ultimo cassetto della scrivania? Perché non lo apro?... Perché non mi serve… perché è vuoto. Da anni ho fatto sgombrare gli ultimi cassetti sia di destra sia di sinistra, perché sono anchilosato dall’artrosi e non potrei chinarmi per aprirli e chiuderli. Del resto non ne ho neppure bisogno, dato che ormai posso lavorare poco anche di cervello.»

«Eppure so che scrivi e pubblichi su Internet.»

«Sì, qualcosa, giusto per non far arrugginire anche la mente.»

«Ebbene domani mattina, per non far arrugginire neppure le gambe, aprirai l’ultimo cassetto di destra e prenderai ciò che vi trovi.»

«Sì, signore, ma le gambe mie sono da tempo arrugginite come la schiena, non potrei piegarmi assolutamente… potrei provare a inginocchiarmi…»

«E perché non lo fai? Tu non preghi in ginocchio?»

«No, io prego in piedi. Qualche mese fa provai a inginocchiarmi… e penai tanto a rimettermi in piedi. »

«Bene, ma domattina ti inginocchierai un’altra volta, dirai in ginocchio la preghiera del mattino, poi aprirai il cassetto e prenderai quello che trovi dentro.»

«E se poi non riesco a rialzarmi… come farò?»

«Ti rialzerai, ti rialzerai, abbi fede.»

«La fede ce l’ho, grazie a Dio… Ma che cosa posso trovare nel cassetto, se non c’è niente! Comunque, se trovo qualche cosa, che ne debbo fare?»

«Troverai due quaderni manoscritti… Li dovrai pubblicare su Internet… senza apportarvi alcuna modifica… Poi riporrai i quaderni dove li hai trovati.»

«Ma questi due quaderni di chi sono? miei certamente no… Insomma, signore, chi li ha scritti, chi ce li ha messi… a che scopo… proprio a me?»

«Non fare troppe domande… col tempo tutto ti sarà chiaro… capirai da te… se leggerai quei quaderni con umiltà e onestà mentale. »

«Ma, signore, mi scusi… Come posso credere a una cosa così assurda?... Ti vuoi prendere un po’ gioco di me… o sto sognando?»

«Ho parlato sul serio… Del resto tu stesso domani ne avrai la prova, se farai quello che ti ho detto.»

«Ma almeno dimmi, signore, di che cosa trattano quei due quaderni… non è curiosità…»

«E invece è pura curiosità… Pensa a fare quello che devi fare, e mortifica la tua curiosità pettegola, che non si addice a un vecchio… come te… Io ho espletato il mio incarico a ti lascio al tuo riposo. Addio!»

Sparì il personaggio biancovestito e anche quella luminosità perlacea che aveva illuminato la camera, e io rimasi tanto turbato dalla visione, che non riuscii più a prender sonno, ripensando a quella strana apparizione. Mi chiedevo se fosse realtà o sogno, e non vedevo l’ora che facesse giorno, per accertarmi della cosa. Se avrei trovato i due quaderni… quell’apparizione era veritiera; se no, era stata una mia autosuggestione. E in verità da qualche tempo la mia fantasia galoppa un po’ a briglia sciolta, e talora sono incerto se una certa cosa io l’abbia fatta o solo sognata. La mia memoria, ormai logora, registra la realtà e il sogno con gli stessi deboli segnali, per cui mi è facile scambiarli.

Comunque al mattino, appena potei, mi recai nel mio studio, mi inginocchiai con pena e sospiri, dissi la mia preghiera, riuscii ad aprire il cassetto ultimo di destra, e vi trovai veramente due bei quaderni dalla copertina color avorio, sulla quale era impresso uno stemma cardinalizio. Li presi con la mano che mi tremava, li posai sul piano della scrivania, poi rivolsi a Dio una preghiera di ringraziamento, e infine mi rialzai con uno sforzo che mi parve leggero. Ancora tutto emozionato mi sedetti e aprii il quaderno che recava impresso l’uno romano sotto allo stemma. Lessi sul frontespizio:

 Anonimo Romano – Colle Vaticano A.D. 2050 – Diario – Poi, in epigrafe erano riportati i seguenti versi di Dante:

          Ma Vaticano e l’altre parti elette

          Di Roma che son state cimitero

          Alla milizia che Pietro seguette

          Tosto libere fien [= saranno] de l’adultèro.  (Par. IX 139-142)

Ordunque questo era il manoscritto che io dovevo pubblicare. Mi misi subito a leggerlo, e la lettura era facile e scorrevole perché la grafia era accurata e regolare, e mi assomigliava tanto a quella di Paolo VI nel suo bel testamento, che avevo letto in fotocopia poco tempo prima con grande ammirazione. La calligrafia rivela un po’ anche il carattere della persona, e quella scrittura così accurata e precisa rivelava un carattere sereno ed equilibrato.

Avendo anch’io trovato, come il Manzoni, un manoscritto anonimo da pubblicare, mi sembra opportuno terminare questa presentazione con le stesse parole con cui l’arguto don Lisander presentò la sua «Storia milanese del secolo XVII»:

«Ecco l’origine del presente libro, esposta con un’ingenuità pari all’importanza del libro medesimo.»

Senonché il Manzoni non doveva temere nulla nel pubblicare una storia anonima di due secoli prima. Io invece devo temere molto nel pubblicare un diario scritto tra 42 anni. Solo i profeti possono osare tanto, e io certamente non lo sono. E anche i profeti, possono imporsi e avere ascolto e sequela solo se sono armati, come erano Mosè e Maometto, quelli disarmati o sono ignorati, obliterati o, peggio, condannati.

Ma io, se anche sono disarmato, non sono certamente un profeta; tutt’al più lo è, o presume di esserlo, questo Anonimo Romano. Se devo esprimere il mio parere, credo che egli presuma di esserlo, perché il XXI secolo non mi sembra un secolo adatto alle profezie.

Il lettore di questo strano manoscritto, se un lettore ci sarà (il che non è certo) potrà credere quello che vorrà, anche che è tutto uno scherzo; io non esprimo alcun giudizio, e me ne chiamo fuori, perché sono stato incaricato della pubblicazione, credetemi, mio malgrado.

Sinceramente questo diario mi intriga non poco, soprattutto per la ricercata segretezza del suo autore. Perché tutto questo anonimato per sé stesso, mentre nomina per nome e cognome tutti gli altri? Forse temeva qualcosa? Qualche denuncia, qualche vendetta, qualche condanna? Allora è probabile che ci abbia dato, di sé, anche false notizie, per nascondersi meglio. Ma perché?

Forse è proprio una profezia di Paolo VI? La grafia sembra proprio la sua. Ma allora lo scritto risalirebbe addirittura al 1978, anno della sua morte, o anche prima.

Ma allora queste riforme che auspicava perché non le fece lui?

Forse i tempi non erano maturi?

E questo diario, in tutti questi trenta anni (1978-2008) dove è stato? custodito da chi? E perché deve essere pubblicato quest’anno e proprio da me? Io che c’entro in tutta questa faccenda?

Le domande sono tante, ma non so dare nessuna risposta. Forse la potrà dare qualche (eventuale) lettore?


 

DIARIO

5 maggio 2050

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo inizio questo diario, perché penso che per la Chiesa si apra oggi un periodo di crisi e di sommovimento, del quale voglio annotare le fasi, anche a futura memoria.

Stamattina, alle ore 7, è morto il papa Sisto VI, a 70 anni, dopo appena 12 anni di pontificato.

È stato stroncato da un infarto; eppure sembrava godere di invidiabile salute, che curava con una vita molto sportiva, da bravo americano. Infatti l’ex cardinale arcivescovo di Boston, al secolo Stephen Desmond, era un tipo atletico, bravo sciatore, ottimo nuotatore. Perciò si è fatta costruire nei giardini vaticani una piscina coperta di 50 metri, nella quale nuotava metodicamente, quando era in Vaticano, mezz’ora al mattino e mezz’ora al pomeriggio.

D’inverno poi si concedeva più di una settimana bianca in una stazione sciistica sempre diversa, italiana, francese, svizzera, austriaca, americana, canadese. Era l’idolo delle televisioni che lo riprendevano per ore in queste sue belle prestazioni sulla neve. Faceva slalom, discesa libera, e anche salto.

Si era prefisso di imitare il suo predecessore polacco, cercando però di superarlo in tutto, nel numero delle encicliche, nei viaggi apostolici, nelle interviste; queste non solo in Vaticano ma anche negli studi televisivi, dove si faceva interrogare dai vaticanisti italiani e stranieri.

E a dire la verità, rispondeva sempre in modo brillante, suscitando applausi e ammirazione.

Io non avevo partecipato al conclave del 2038 che lo aveva eletto; non ero cardinale, ma semplice vescovo della diocesi marchigiana di San Benedetto-Ripatransone-Montalto. Sono stato nominato cardinale proprio da Sisto Sesto nel 2042. In quell’anno venne a visitare la mia diocesi, che a Grottammare aveva dato i natali a Sisto V, papa che a lui piaceva molto, e gli piacque tanto quella visita (con tutti i particolari del pontificato sistino che venne a conoscere) che nel successivo concistoro mi nominò cardinale e mi volle a Roma a presiedere la Congregazione per i vescovi.

A dire la verità mi sentivo impreparato a quel compito, avendo poca conoscenza degli episcopati stranieri. Infatti non avevo fatto nessun viaggio all’estero; avevo pensato a curare la mia diocesi, e dato il mio contributo nelle adunanze della CEI, ma delle migliaia di diocesi sparse nei cinque continenti sapevo ben poco. Perciò mi misi al lavoro con buona volontà, e cominciai a viaggiare in aereo quasi ogni settimana in tutte le parti del mondo, per conoscere la situazione di ogni diocesi, i bisogni  e le istanze che venivano dal clero e anche dai fedeli.

Mi resi conto della mondanizzazione di molte diocesi, le quali seguivano con entusiasmo il papa modernista, e dello scontento di altre che avvertivano «la mala condotta del pastor che precede» (Purg. XVI, 98-104), deplorata da Dante nel sec. XIV. Anch’io ero scontento dell’indirizzo dato alla Chiesa da Sisto Sesto e dal suo Segretario di Stato, il cardinale Charles Clozet, il quale aveva ricevuto tale carica dal suo connazionale Clemente XV, papa francese.

Infatti come al papa polacco era succeduto un papa tedesco, così sembrò opportuno far seguire al tedesco un papa francese, che era gradito anche all’Africa francofona e a una parte del Canada. Al papa francese, nel 2o38, si voleva far seguire un papa spagnolo o comunque ispanofono, ma nel conclave prevalse il cardinale di Boston, che ebbe il sostegno di tutti gli anglofoni, di parte degli italiani e anche di quasi tutti i francesi, i quali miravano a conservare il Segretariato di Stato, come infatti avvenne. Forse c’era stato un accordo in proposito, ma sono solo voci che ho sentito, dato che io non partecipai a quel conclave. Ma ora devo partecipare a quello che eleggerà il successore di papa Desmond.

A me non piaceva la politica Vaticana messa in atto dall’americano e dal francese, ma a dire la verità non osai mai far conoscere il mio dissenso. Ero stato fatto cardinale da Sisto Sesto, e mi sembrava ingratitudine esternargli il mio dissenso da certe sue iniziative.

Solo una volta mi feci coraggio e osai.

Avevo saputo che lo Stato Vaticano stava perfezionando l’acquisto, per una somma enorme, della tenuta di Maccarese, per costruirvi l’aeroporto della Santa Sede. Per me era una spesa folle, una intrapresa scandalosa e di nessuna utilità. Infatti per i viaggi del Papa c’era già un eliporto in Vaticano con un bell’ elicottero Agusta, col quale il pontefice raggiungeva agevolmente l’aeroporto di Ciampino per lì imbarcarsi sul Boeing che l’Alitalia teneva sempre a disposizione della Santa Sede.

Approfittai di una sua convocazione; voleva chiedermi un parere sul vescovo africano da nominare cardinale al prossimo concistoro, dato che uno dei tre cardinali neri era morto e bisognava sostituirlo.

Riporto quel colloquio, che ricordo bene. Iniziò il papa:

«Caro amico, io mi fido molto di te, vedo che viaggi dappertutto, per tastare il polso alle Chiese locali sparse nel mondo. Essendo scomparso il bravo cardinale del Benin, dobbiamo nominare il successore nel collegio cardinalizio, altrimenti i vescovi neri… fanno uno scisma… Sto scherzando… gli africani sono cattolici devoti e il loro cardinale nero se lo meritano.»

«Santità, effettivamente, avendo percorso l’Africa in lungo e in largo, ne conosco personalmente tutti i vescovi e gli arcivescovi… Ce ne sono molti di ottimi… ma quello che mi ha più favorevolmente impressionato è Andreas Marimba, arcivescovo di Dakar… è un  vero pastore che guida bene il suo gregge, incrementa le missioni e dà esempio di vero spirito evangelico.»

«Ma il suo è un piccolo gregge… mi sembra che i cattolici sono lì appena il 3% della popolazione, che è quasi tutta musulmana… Che prestigio può avere?»

«È vero, la popolazione è sunnita al 90%, ma all’interno ci sono molte tribù di religione animista che accettano volentieri il cattolicesimo… e il vescovo fa un buon lavoro in mezzo a queste tribù… col suo clero indigeno molto ben preparato… E poi Andreas Marimba è conosciuto e apprezzato anche fuori del Senegal… ne ho sentito parlare molto bene, per esempio, in Nigeria e nel Congo. La sua nomina sarebbe ovunque ben accolta, in Africa.» 

«Bene, lo faremo cardinale, sempre che sia d’accordo Clozet, il quale è meglio informato di me… per la sua lunga esperienza… Perciò non prometto niente ma, salvo un veto di Clozet, il tuo Andreas sarà cardinale… ma resterà in Africa… qui in Curia non c’è posto per un… nero… E ora, se non hai qualcosa di importante da comunicarmi, io ti accommiato.»

«Santità, sì, avrei qualcosa da dirle..»

«Parli, parli pure… liberamente…»

«Scusi la mia… audacia… perché vorrei darle un consiglio… su un affare… che non è di mia competenza.»

«Parli, parli pure senza soggezione… Noi americani siamo franchi e… democratici.»

«Ecco, Santità, non è il mio campo… ma ho letto sulla stampa che la Santa Sede sta per acquistare 400 ettari della tenuta di Maccarese… per una somma enorme… per costruirvi il campo d’aviazione del Vaticano…»

«Ebbene? Che c’è di sbagliato?... Lei non è d’accordo?»

«No, Santità, mi sembra una somma male spesa… e per una cosa poco utile…»

«È inutile un campo di aviazione tutto nostro? Anche tu, caro amico, ne sentirai l’utilità quando, per i tuoi continui viaggi per il mondo, potrai dal Vaticano volare in elicottero al nostro aeroporto, dove troverai un jet nostro che ti porterà senza scali a destinazione…Per il Papa poi è una necessità… è un Capo di Stato… e non deve sottomettersi alla Compagnia nazionale di un altro Stato, ne va di mezzo il prestigio e il decoro della carica.»

«Santità, mi perdoni se insisto… la cosa scatenerà molte critiche e opposizioni…»

«Da parte di chi? La stampa informata, che ha diffuso la notizia, la commenta favorevolmente…»

«Sì, gli articoli dei vaticanisti… ma il popolo cristiano grida allo scandalo…»

«Allo scandalo? e perché?»

«Per molti motivi, Santità, mi creda… Io abito a Trastevere e sento i commenti e le critiche della gente…»

«Ebbene, dimmele, che possa conoscerle anch’io.»

«Lei forse non sa che Maccarese è un’azienda agricola floridissima, che rifornisce Roma della migliore frutta e verdura fresca… e cementificare questi ettari così produttivi sembra un vero peccato, e poi non parliamo dell’opposizione che scateneranno gli ecologisti…»

«Lasciamo perdere gli ecologisti, i quali dimostrano la loro ignoranza nell’opporsi a ogni utile opera… che darebbe anche tanto lavoro ai disoccupati… Per il rifornimento ortofrutticolo di Roma, teme forse che i Mercati Generali resteranno senza merce? I tanti produttori ortofrutticoli italiani, che spesso non trovano mercato, saranno ben lieti di avere un concorrente in meno. E poi ci sono gli agricoltori esteri, che già ora ci mandano i loro pregiati prodotti… dalla Francia, dalla Spagna,dall’Olanda… e anche dall’Egitto e dal Marocco…»

«Sì, Santità, i Mercati Generali non resteranno vuoti… ma ci saranno almeno duecento famiglie che andranno in crisi… A Maccarese lavorano, con un buon salario, più di 200 lavoratori agricoli fissi, senza contare gli stagionali…»

«Ebbene? Andranno in Cassa Integrazione, non moriranno di fame, e poi troveranno un altro ingaggio. C’è qualche altra critica? Ma che non sia inconsistente come le precedenti…»

«Sì, Santità… Si grida quasi allo scandalo per l’ingente somma, che potrebbe essere impiegata in tante opere a sollievo dell’umanità sofferente.»

«Tante opere benefiche! Sempre la solita richiesta… Ma veniamo al sodo… Noi americani vediamo i problemi pragmaticamente… non ci perdiamo con le richieste vaghe… generiche. Tu hai in mente un’opera benefica che la Santa Sede potrebbe o dovrebbe compiere oggi?»

«Sì, Santità. Ho letto su una rivista scientifica che la lebbra potrebbe essere sconfitta in Africa e in tutto il terzo mondo con una vasta campagna di prevenzione, cura e vaccinazione, la quale non costerebbe più della somma che la Santa Sede si appresta a spendere per l’acquisto di quel terreno, e poi di un Boeing, un jet più piccolo e un altro elicottero Agusta che, come si dice, saranno acquistati una volta completato il campo di atterraggio. »

«Senti, amico, comprendo la tua opposizione, ma tu non ti rendi conto della complessità e vastità dell’Amministrazione Vaticana, delle tante esigenze amministrative e… diplomatiche. Del resto la Chiesa non ha come compito le campagne sanitarie… C’è l’Agenzia apposita dell’ONU… la Chiesa ha ben altre finalità.»

«È vero, Santità, ma se il Vaticano erogasse quella somma per la campagna anti-lebbra, sarebbe un bell’esempio, un grande segnale per il mondo intero… Il mondo ha bisogno anche di segni.»

«Noi i segni li diamo perfezionando l’organizzazione centrale e periferica… senza questa organizzazione accurata e supportata da una finanza adeguata, l’istituzione andrebbe in crisi… Comunque, ho ascoltato con interesse i tuoi consigli… le tue opinioni… anche se non le condivido. Ora puoi andare… ti convocherò tra qualche mese per fare il punto di tutto l’organigramma episcopale, perciò lavora a questa relazione e non preoccuparti del resto… Arrivederci.»

A dire la verità non mi ha mai più convocato, il campo di aviazione è stato fatto, gli aerei sono stati comprati, i viaggi papali sono stati più di uno al mese, sempre con gran corteggio di cardinali, addetti stampa e giornalisti nel magnifico Boeing papale. Io, il bastian contrario, non sono stato mai invitato a partecipare a questi viaggi trionfalistici, a organizzare e reclamizzare i quali è stata ingaggiata una famosa agenzia americana. Per me è stato un bene, perché a partecipare a quei viaggi mi sarei trovato molto a disagio. Comunque, dopo il colloquio sopra riferito, che risale a quattro anni fa, in Vaticano sono vissuto quasi isolato, tenuto in disparte. Non mi è dispiaciuto affatto; ho cercato di lavorare bene nel mio dicastero, e il tempo libero l’ho dedicato a un piccolo orfanotrofio che mantengo con le mie modeste finanze.

Ma ora il Papa americano è morto e bisogna eleggere un altro alla guida della Chiesa di Cristo.

Stamattina, alle otto, la morte del Papa mi è stata comunicata dal cardinale Cassini, il Camerlengo, il quale mi ha anche invitato ad assistere alle cerimonie previste: inventario e sigillo dell’appartamento, imbalsamazione ecc. Quando sono giunto in Vaticano, le due prime operazioni erano già state eseguite dal Camerlengo, assistito dal Segretario di Stato, dal card. Andreoni, Vicario di Roma, dal cardinale Bertinori, presidente della CEI, e dal Segretario particolare del defunto, Mons. John Mac Percy, di Filadelfia. Mi hanno detto che si stava eseguendo l’imbalsamazione, che avrebbe richiesto almeno otto ore, perché la si voleva fare totale, completa, con un procedimento nuovo che assicura, dicono, la conservazione intatta di un cadavere per molti secoli. Non ho mai capito perché si debba fare questa imbalsamazione dei papi, a che serva conservare intatti i loro cadaveri, e con che criterio si voglia eseguire questa operazione, anche un po’ raccapricciante e molto costosa. Erano al tavolo operatorio ben otto specialisti, perché la nuova metodica è lunga e complessa…

Insomma, se volevo vedere il papa tutto sistemato per l’eternità, dovevo tornare alle otto di sera, quando il cadavere sarebbe sistemato nell’apposita bara di vetro, per la solenne esposizione in San Pietro nei seguenti tre giorni. Tornai in Vaticano all’ora fissata e trovai un gran numero di colleghi, non solo italiani, ma anche stranieri, accorsi a Roma per le onoranze funebri e per il Conclave, alla cui preparazione dovevano provvedere il Cardinal Decano, l’austriaco Karl Kruger e l’arciprete della Basilica Vaticana, Mons.Massi.

Il corpo del Papa, apparecchiato per l’eternità, aveva un bell’aspetto e sembrava proprio vivo, col viso roseo e senza una ruga, un sorriso appena accennato, quasi ad accogliere i visitatori, ma con le palpebre abbassate.

A dire la verità gli imbalsamatori avevano proposto di esporlo con gli occhi aperti, assicurando che così sarebbe apparso come vivo, ma il Decano del Sacro Collegio si era risolutamente opposto, per nostra fortuna: sarebbe stata una ben macabra vista quel cadavere con gli occhi spalancati! Con gli occhi chiusi non faceva paura, ma certamente stonavano quei pomelli rosei e quel mezzo sorriso che sembrava un po’ ironico.

Comunque io non mi fermai molto a contemplare la salma, ma detta una preghiera per l’anima del defunto, me ne tornai al mio tetto per stendere il resoconto di questa prima giornata della sede vacante. Ho terminato di scrivere queste pagine all’una di notte; ora mi sento un po’ rasserenato nello spirito, e penso che riuscirò a dormire, anche perché sono veramente stanco.

6 maggio 2050

Stamane mi sono recato in Vaticano alle 7,30 perché alle otto la bara di cristallo doveva essere traslata nella basilica. Trovai che quasi tutti i cardinali erano arrivati dai cinque continenti, ed eravamo più di un centinaio, tutti in tunica nera con la fascia e la berretta purpurea, com’era stato prescritto.

Notai che il cardinale di Dakar non portava la fascia e in testa aveva la berretta nera, insomma era tutto nero, corpo e abito. Molti colleghi lo guardavano quasi con aria di rimprovero, ma io non ci feci caso; sapevo che Andreas Marimba ha le sue idee alle quali non deroga, e a dire la verità le idee dell’africano sono anche le mie.

Anch’io ritengo che esibire quei colori sgargianti entrando nella casa di Dio per una messa di Requiem non è affatto conveniente, e non sono d’accordo con l’avviso diramato dal Camerlengo che, per il successivo funerale solenne in Piazza San Pietro, ha prescritto la tonaca purpurea per i cardinali e quella viola per i vescovi; per la mitria ognuno avrebbe portato la sua personale, quasi come emblema del suo casato o della sua diocesi. A dir il vero il Decano aveva proposto per tutti, cardinali e vescovi, una uguale mitria bianca senza fregi, ma il Camerlengo, spalleggiato dal Segretario di Stato e dal Vicario, aveva insistito per la mitria “ad libitum unius-cuiusque”. Non voleva contrariare quei tanti (tra i quali Andreoni) che ci tenevano a esibire le loro preziose mitrie sesquipedali con le quali si pavoneggiano nei solenni pontificali. Erano venuti in Vaticano anche una cinquantina di vescovi, non convocati, ma di loro iniziativa; anche loro erano in divisa: fascia e berretta violetta.

Alle otto ci mettemmo in processione per due, prima i vescovi poi noi, e ci avviammo verso la basilica, preceduti da una croce portata da Mons. Massi tra due canonici con i ceri, e seguito dal turiferario. La lunga processione era ordinata dal cerimoniere pontificio Mons. Verdoni, coadiuvato dal suo vice Mons. Varenna: erano anch’essi in tunica viola e cotta bianca (molto ricamata), ma senza berretta.

La bara fu posata sul catafalco, noi cardinali ci sedemmo all’intorno sui nostri scanni in prima fila, mentre i vescovi si allogarono dietro a noi, su semplici sedie.

Finita la messa, celebrata dal Camerlengo (con Clozet e Andreoni come diacono e suddiacono), fu data la benedizione alla salma, quindi, mentre noi rientravamo in Vaticano, furono tolte le transenne che avevano separato il presbiterio dai fedeli, e questi cominciarono a sfilare intorno al catafalco, in senso orario, contenuti da un drappello di svizzeri in bassa tenuta.

Tutti i partecipanti al rito, cardinali e vescovi, ci riunimmo nell’ampia sala mensa fatta costruire da papa Desmond, dove ci fu servita la colazione. Prima di congedarci il Camerlengo ci disse che ci dovevano riunire a Castelgandolfo, nel pomeriggio alle ore 18, per il primo convegno dei cardinali tutti, elettori e non elettori. Chi voleva andarci col mezzo proprio, lo facesse sapere in tempo; gli altri sarebbero stati trasportati da due pullman, e l’appuntamento era nel cortile di San Damaso alle 17. Ci disse anche che, per il pranzo, chi lo voleva consumare nella mensa  vaticana, lo comunicasse al dirigente prima di andarsene. Io non mi misi in nota. Ma prima di tornarmene a casa, volli entrare nella basilica, per vedere quanto fosse l’afflusso dei fedeli.

Ero mosso, lo confesso, da una certa curiosità. Siccome ero poco d’accordo col papa americano, volevo vedere quanto consenso esso riscuotesse nel popolo cristiano.

A dire il vero la folla era notevole, ma notai che in gran parte erano turisti: si riconoscevano bene i coreani, i cinesi e i giapponesi, meno gli americani, ma ai miei occhi esperti si potevano contare in gran numero; pochissimi erano gli africani. Tutti erano muniti di macchine fotografiche o di cineprese e indugiavano a scattare o a riprendere, mentre gli svizzeri gentilmente cercavano di farli avanzare. Insomma erano quasi tutti mossi, non da un sentimento cristiano di suffragio, ma da curiosità turistica. Le morti dei papi non sono eventi comuni, e quei turisti si ritenevano fortunati a poter assistere a uno di questi rari eventi: il precedente era stato 12 anni prima, il futuro si sarebbe verificato chissà quando.

Volendo trattenermi un po’ in preghiera, cercai un inginocchiatoio vicino a un confessionale, e con sorpresa vi trovai inginocchiato il cardinale di Dakar. Mi sembrò tanto immerso nella meditazione che non osai disturbarlo e mi fermai a qualche metro, aspettando che terminasse le sue preghiere. Forse sentì di essere guardato, si voltò e mi vide. Allora mi avvicinai e ci abbracciammo fraternamente.

Anche se io non gli avevo mai detto di aver procurato la sua nomina, Andreas aveva saputo di dover a me la berretta cardinalizia, e tutte le volte che veniva a Roma non mancava di venirmi a trovare; insomma siamo molto amici, e la pensiamo anche allo stesso modo riguardo alla mondanizzazione della Chiesa.

«Caro Andreas, sono contento di incontrarti, perché stamattina ti ho appena intravisto e non ti ho potuto neppure salutare.»  

«E neppure io, ma mi prefiggevo appunto di venirti a trovare a casa.»

«E allora andiamo, e così potremo parlare a lungo e… liberamente.»

«Volentieri… e perché non andiamo a piedi?... la giornata è bella e una passeggiata ci farà bene»

«Buona idea… mi tolgo questa fusciacca e la berretta… dammi anche la tua… ecco… mettiamo queste cianfrusaglie nella borsa e usciamo a vedere il sole… all’aria libera. Sembreremo due preti qualsiasi.»

«Sì andiamo… Ho cercato di pregare un poco, ma in questa basilica è difficile concentrarsi… più che la casa di Dio mi sembra un museo affollato di visitatori.»

«Sì, propriamente è un famedio.»

«Questa parola non la conosco: che significa?»

«Eppure, Andreas, col tuo latino ci dovevi arrivare: famae aedes, cioè il tempio della fama.»

«Sì, è la parola giusta, non la casa di Dio, ma quella della fama terrena.»

«Tu, Andreas, dovresti migliorare il tuo italiano…»

«Ne so quanto mi basta per conversare con te.»

«Con me puoi parlare in latino e in francese, come spesso abbiamo fatto anche per telefono; ma l’italiano ti può essere necessario…»

«Che intendi dire? Che io venga a fare il burocrate in Curia? Io voglio rimanere pastore.»

«Certo, pastore, ma non della diocesi di Dakar.»

«Sì, ho capito l’allusione… hai sempre voglia di scherzare, tu.»

«Non scherzo affatto; ognuno dei novanta cardinali elettori potrebbe diventare papa. Lo Spirito soffia dove vuole… nel chiuso del Conclave.»

«Ma ora usciamo… sono le 11, ho appena due ore di tempo libero…»

«Perché? devi tornare in Vaticano per il pranzo? Ti sei prenotato per i pasti?»

«No, e non ho preso neppure la camera in Vaticano. Tutte le volte che vengo a Roma, sono ospite dell’ambasciatore del Senegal… siamo amici d’infanzia… ed è cattolico. Ha saputo del mio arrivo e mi ha telefonato… invitandomi… in casa sua mi sembra di stare in patria.»

«Allora, affrettiamoci. Siamo buoni camminatori e in venti minuti saremo in Trastevere. Poi, per l’una, ti porterò io all’Ambasciata, col mio macinino.»

Non riporto il colloquio che abbiamo avuto a casa mia; basti dire che abbiamo preso in esame la situazione della Chiesa con le sue rughe (come papa Ratzinger chiamava le piaghe denunciate dal Rosmini) e abbiamo valutato quali priorità dovrebbe affrontare un papa riformatore e con quale metodo e gradualità. Ma occorre innanzi tutto che questo papa veramente riformatore, sia eletto… occorre un vero intervento dello Spirito. Dobbiamo pregare e far pregare… lui i suoi fedeli senegalesi, io i miei cari 18 orfanelli.

Prima dell’una ho accompagnato Andreas dall’ambasciatore; ci saremmo rivisti a Castelgandolfo.

Alle 17, ci ritrovammo nel cortile di San Damaso, dato che dovevamo andare col pullman. Ci sedemmo vicini e riprendemmo il nostro conversare. Andreas mi chiese: 

«Ma, in questa adunanza plenaria, di che cosa dobbiamo discutere?»

«Non c’è un ordine del giorno; il convegno serve per conoscerci, per scambiarci le idee; forse qualcuno farà qualche proposta, solleverà qualche problema… Comunque, sentiremo quello che dirà il Camerlengo, che presiederà la riunione.»

«Io qualche problema da sollevare ce l’avrei… ma non so se è opportuno… sono uno dei più giovani… e poi di un continente che ha tre soli cardinali…»

«Andreas, per l’esattezza ne avete cinque.»

«Sì, cinque; ma io non conto i cardinali di Algeri e di Brazzaville, che sono francesi, e non ci rappresentano in toto… Tu mi capisci…»

«Sì, comprendo… Comunque l’Africa nera, anche con tre soli cardinali neri, ha tutto il diritto di far sentire la sua voce… E’ il continente dove il Cristianesimo si sta diffondendo.»

«Sì, dappertutto, meno che nei paesi con prevalenza islamica… lì è difficile penetrare… Un musulmano, a convertirsi, rischia la vita… Io ne ho molti come amici, che deplorano con me questa intolleranza da guerra santa, ma si guardano bene dal farlo sapere. Che ci si può fare?»

«Umanamente, niente. Pochi hanno stoffa da martiri…è comprensibile. Speriamo in Dio e preghiamo che nell’Islam prevalga la linea moderata, che ora è solo di qualche esponente isolato… molto contestato dalla maggioranza fondamentalista.»

«Questa non solo è intollerante, ma aggressiva… e non nasconde il proposito di islamizzare tutto il mondo, con le buone o con le cattive. Lo dicono e anche lo scrivono…»

«E credono di eseguire in tal modo la volontà di Allah. Del resto, Maometto era un profeta armato e non esitò a distruggere i suoi nemici.»

«Sta’ attento a non nominare Maometto men che rispettosamente» – mi disse Andreas sorridendo.

«Ne parliamo tra amici… fidati.»

«Un vostro proverbio, che ho sentito spesso, dice: “Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”. Non è così?»

«Sì, Andreas» – risposi anch’io sorridendo – «Ma ora lasciamo stare queste ciarle… e parliamo sul serio… Tu dici di avere qualche problema da sollevare… ma temi… Senti, Andreas, se il Signore ti ispira a dire qualcosa di buono, dillo pure… francamente. Cristo ci ha detto: “Non abbiate paura!” Segui l’impulso dello Spirito.»

«Dello spirito mio o dello Spirito Santo?»

«Tutt’e due, Andreas; se è dello Spirito, Esso ti darà anche la forza e… la grazia.»

Così terminò il nostro conversare nel breve viaggio. Arrivammo alla villa papale con molto anticipo, e ne approfittammo tutti per concederci una passeggiata nel parco, molto ombroso e abbastanza fresco.

All’ora fissata ci riunimmo nella sala grande, e io mi sedetti accanto ad Andreas, il quale, come al mattino, non aveva la fascia purpurea e portava la berretta nera. Per questo molti colleghi lo guardavano, tra curiosità e rimprovero. Mi accorsi che il rimprovero era anche per me, che tutti sapevano amico di Andreas. Io ero in tenuta regolare; e perché non avevo indotto l’amico a conformarsi alla regola? Mi ritenevano un po’ responsabile di questa stranezza o esibizione.

Prima che entrasse il Camerlengo a dare inizio alla seduta, mi si avvicinò il Cardinal Vicario e tra il serio e il faceto mi disse:

«Tu che sei l’angelo custode di Andreas, perché non gli hai fatto capire che bisognava adeguarsi alla volontà del Collegio e non fare di testa propria?»

«A dire la verità, caro Andreoni, è stato il Camerlengo e non il Collegio, a prescrivere la tenuta.»

«E il Camerlengo, durante la Sede Vacante, fa le veci del Papa, non sei d’accordo?»

«Sì, collega, ma è proprio il caso di dar rilievo a queste sciocchezze…di abiti?»

«Non sono affatto sciocchezze, amico mio; spesso l’abito fa il monaco, come tu sai, e la forma rappresenta la sostanza… Avete visto» aggiunse rivolgendosi anche al nero «che la televisione ci ha ripreso, e compariremo sui telegiornali… e i telespettatori diranno…» sorrise un po’ ironico: «“Ecco, anche il Sacro Collegio ha la sua bella pecora nera!”… Andreas, hai capito il mio italiano… o te lo devo ripetere in francese o in latino?»

«Ho compreso benissimo, reverendo collega.» rispose Andreas con voce pacata.

«E allora adeguati alla norma… e non fare dell’esibizionismo!» concluse Andreoni con un po’ di enfasi.

Andreas  non replicò, e il vicario tornò al suo posto in prima fila.

Poco dopo entrò il Camerlengo, e tutti ci alzammo in piedi. Egli rispose con un sorriso, allargando le braccia come per abbracciarci tutti; poi, fattosi serio, cominciò:

«Molto reverendi colleghi, membri del Consiglio Supremo della Santa Chiesa, siamo qui riuniti in preparazione del Conclave che dovrà eleggere il successore di Sua Santità Sisto VI, che Dio abbia in gloria. Invochiamo umilmente l’assistenza e l’ispirazione dello Spirito Santo, affinché ci illumini nelle nostre decisioni, per il bene della Madre Chiesa e di tutta la Cristianità. Rivolgiamoci dunque a Lui con umiltà e Fede.

In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Veni Creator Spiritus,

Mentes tuorum visita,

Imple superna gratia

Quae tu creasti pectora.

Eccetera, eccetera.»

Terminata tutta l’invocazione, si fece di nuovo il segno della croce, imitato da noi tutti, quindi ci invitò a sederci, si sedette anche lui sulla predella e cominciò con voce un po’ bassa, ma abbastanza chiara:

«Reverendi colleghi, vi saluto tutti, vi ringrazio di essere intervenuti, e vi auguro ogni bene e ogni grazia. Abbiamo perduto il nostro caro Papa dopo appena dodici anni di pontificato, e certamente per la Chiesa è un momento non solo di dolore e di smarrimento, ma anche di riflessione. Per il Sacro Collegio è una prova e un impegno pieno di responsabilità, al quale, lo confesso, non credevo che dovessimo essere chiamati  noi, e siamo i più dei presenti, che dodici anni fa eleggemmo il cardinale di Boston.

Egli ha retto il timone della navicella di Pietro con mano ferma e sicura, anche se non tutti erano d’accordo sulla direzione della navigazione. Perciò, com’è tradizione, ci sono queste tre assemblee plenarie, per fare un bilancio dell’esercizio pastorale passato, per fare anche un sincero esame di coscienza e per tracciare, almeno nelle linee portanti, un piano preventivo dell’azione futura.

Può darsi che la rotta della navicella di Pietro debba essere in qualche modo corretta, e la responsabilità principale sarà del papa che noi stiamo per eleggere. Ma da questi nostri incontri informali, dai nostri rapporti e dai nostri apporti di esperienza e dottrina, dovrebbero scaturire le linee guida del prossimo pontificato, le quali saranno realizzate dal papa che eleggeremo, mi auguro, con larga maggioranza, anche per dimostrare agli scettici che la Chiesa è unita nella sequela di Cristo.

Questi tre incontri ci servono anche per conoscerci meglio, perché non si potrebbe fare una scelta senza una buona conoscenza reciproca; ognuno ha i suoi carismi, e anche i suoi difetti, è umano. Può darsi che anche il defunto pontefice abbia avuto i suoi, e abbia sbagliato in qualche sua decisione… amministrativa , e ci sono state infatti delle critiche da parte del clero e anche del laicato di alcuni movimenti ecclesiali.

Ma non stiamo qui per giudicare il Pontefice, egli è ora al giudizio di Dio, il quale è giusto e misericordioso. Noi Lo preghiamo per lui; lo abbiamo fatto stamane e lo faremo nei due prossimi giorni in basilica, mentre nel terzo giorno celebreremo il solenne funerale in Piazza San Pietro, con diretta televisiva diffusa Urbi et Orbi.

Io non ho altro da dirvi; ora sta a voi avanzare qualche problema, qualche riflessione, qualche proposta, chi ne ha. Io starò ad ascoltare e interverrò, nel caso, solo per dirigere la libera discussione a un fine utile e…unitario. Chi vuol parlare, alzi la mano e dica il suo nome.»

Per molti minuti nessuno si alzò.

Io mi ero proposto di non intervenire; volevo osservare, conoscere, valutare le idee dei colleghi, specialmente di quelli non europei, che conoscevo poco, come persona e come… filosofia.

Sembrava che nessuno volesse rompere il silenzio, che tutti fossero immersi nelle loro riflessioni o preoccupazioni. Io osservavo Andreas, il quale era tutto teso, e sembrava voler scattare da un momento all’altro, e che si contenesse a stento. Notavo i suoi muscoli facciali che si tendevano come archi pronti a scagliare frecce, e pregavo Dio che lo ispirasse…per il meglio, e non per il peggio, perché un intervento intempestivo e inopportuno poteva anche portar male.

Ma finalmente chiese la parola il cardinale di Vienna che è il Decano, 86 anni ben portati e ben 30 di cardinalato; è infatti stato eletto da Clemente XV nel 2020. Tutti tirarono un sospiro di sollievo, e si rivolsero alla bella canizie dell’austriaco: era giusto e opportuno che parlasse lui, il più anziano nella carica. Come anni, c’erano cinque cardinali più vecchi di lui, tra cui quello di Hong Kong, di ben 94 anni, ma lucidissimo di mente e…mobile di corpo. 

Nel silenzio attento di tutti egli iniziò:

«Reverendi colleghi, ho ritenuto opportuno che fossi io a rompere il ghiaccio, perché sono il decano, e quindi vi rappresento tutti. Perciò vi saluto augurandovi ogni bene e auspicando una proficua discussione alla nostra assemblea.

Io però non voglio proporre questioni dottrinali o pastorali, almeno per ora, ma una questione, come dire, da diritto canonico. Ecco, io non trovo giusto che gli ultraottantenni non debbano partecipare al Conclave. Non fo una questione personale, perché ho 86 anni, ma una questione di principio. Non capisco con quale criterio si è stabilito che i cardinali ultraottantenni non debbano entrare in Conclave.

Sono forse dei mentecatti? Vediamo la saggezza e la lucidità di mente del collega LiaoPing (che saluto con deferenza) e degli altri ultraottantenni presenti in questa assemblea, ai quali va il mio cordiale saluto.

A me questa esclusione appare del tutto illogica; potrebbe ritenersi logico, e fino a un certo punto, escluderli dall’elezione, solo per un motivo di ordine pratico, in quanto un papa molto vecchio avrà necessariamente un breve pontificato, e non potrà attuare bene il suo programma.

Ma perché escluderli dal voto? Anzi il loro voto sarebbe il più disinteressato e il più saggio, data la loro esperienza maturata negli anni. E anche per la carica di papa ci sarebbe da ridire…

Tanti di essi hanno pontificato oltre gli 80 anni: Giovanni Paolo II sino a 85 anni, Pio IX sino a 86 anni, Leone XIII, di venerata memoria, sino a 93 anni.

Comunque, per motivi eminentemente pratici, io riterrei giusto escludere dalla nomina gli ultraottantenni, ma per il diritto di voto propongo che sia restituito a tutti i cardinali, di qualunque età, che possano e vogliano partecipare al Conclave.

Se fosse approvata questa mia proposta, ecco, dinanzi a tutti voi io dichiaro che non parteciperò al Conclave, e questo per dimostrare che non è una questione personale, ma di principio, di convenienza e di giustizia.»

Karl Kruger si sedette, e nell’assemblea si sentì un mormorio diffuso, che a me sembrò di approvazione… sommessa. Ma per un paio di minuti nessuno si alzò a parlare. L’attesa generale era palpabile.

Finalmente il Camerlengo si alzò e disse:

«Reverendi colleghi, il Cardinale Kruger ha fatto una proposta, sulla quale io non posso né debbo esprimere alcun giudizio. Perciò chi ha da interloquire lo faccia liberamente, e alla fine della discussione tireremo le somme.»

Si alzò allora il Cardinale Clozet e disse rivolgendosi all’austriaco:

«Reverendo collega, la sua proposta sembra ragionevole e…disinteressata, ma come potrebbe attuarsi? Il divieto fu istituito con decreto papale, e può essere modificato solo da un altro papa, non ti sembra?»

«No – replicò il Decano – questa assemblea è come un sinodo, cioè una riunione plenaria, e il sinodo può, durante la sede vacante, prendere le decisioni a nome del papa, sempre che esse appaiano giuste e opportune.»

Si alzò subito il Cardinale Vicario e, rivolto a Kruger, disse:

«Caro Karl, hai detto tu stesso che questa assemblea è «come un sinodo», ma sinodo non è. E’ una riunione informale per conoscerci e scambiarci le nostre idee in merito ai problemi ecclesiastici, cioè del governo della Chiesa, in vista del Conclave, e non può prendere alcuna decisione in merito.»

Il Presidente della CEI si alzò, e anche lui con vari argomenti sostenne che l’assemblea non poteva cambiare nulla riguardo al diritto di voto.

Intervenne nella discussione anche l’arcivescovo di Baltimora il quale, in un italiano approssimativo, fece capire che anche lui e i colleghi nord-americani erano contrari alla proposta. Tutt’al più doveva essere il futuro papa, se lo riteneva opportuno, a revocare il divieto.

Ci furono altri interventi, tra i quali quello notevole dell’arcivescovo di Milano, molto dotto in Storia della Chiesa, il quale portò alcuni esempi storici a favore della proposta di modifica.

Insomma gli interventi furono una diecina, e siccome erano passate le 20, il Camerlengo chiuse la discussione e mise ai voti la proposta del Cardinale di Vienna.

Favorevoli: 28, contrari: 8o.

La proposta fu respinta, e il Camerlengo sciolse la seduta, fissando l’appuntamento per domani in San Pietro alle ore 8, per la seconda Messa di Requiem in suffragio di Sisto VI.   

 

 7 maggio 2050

Stamane, quando sono arrivato nella sagrestia di San Pietro, ho visto che Andreas era già lì, ma sempre tutto in nero. Stava parlando con gli altri due cardinali neri, i quali però erano nella tenuta prescritta. Mi sono avvicinato e, salutato il gruppetto, ho detto scherzando:

«Cari colleghi, il vostro Andreas è proprio di dura cervice, come il popolo ebraico nell’Antico Testamento.»

«Questo lo sapevamo, noi non ci meravigliamo affatto» risposero sorridendo i due neri.

«Ma qui desta meraviglia; qui in Vaticano dev’essere tutto regolare, anche la tenuta liturgica… Davvero, Andreas, perché non ti sei adeguato? Andreoni ieri ti ha accusato di esibizionismo. Sì, anche vestirsi eccentricamente può essere da esibizionista… Lo fai per farti notare?»

«No davvero; la fascia e la berretta rosse non ce l’ho, e neppure la tonaca purpurea che mi pare prescritta per il solenne funerale di dopodomani, in piazza San Pietro.»

«Ti sei dimenticato di portarle da Dakar?»

«No, è proprio che non le ho più, ho perduti quegli indumenti, e non li ho mai più  ricomprati.»

«Li hai perduti, dove, come?»

«E’ una storia un po’ lunga, a raccontarla tutta. Adesso non c’è tempo, ché dobbiamo recarci in basilica. Dopo, a colazione, ti racconterò.»

La messa fu celebrata dal Segretario di Stato con alla destra Andreoni e Bertinori alla sinistra.

Dopo la benedizione alla salma ci recammo tutti in sala mensa per la colazione. Mi affiancai subito ad Andreas, perché volevo sapere la storia degli indumenti perduti. E subito gli chiesi: 

«Dunque, Andreas, che ne è stato di quegli indumenti? Come li hai perduti?»

«La tonaca, la fusciacca e la berretta color porpora mi erano state regalate dal papa, come tu sai, ed erano di purissima seta naturale, marezzata in modo magistrale e molto appariscente.»

«Sì, papa Sisto donava gli abiti a tutti i cardinali che creava. Lo faceva per ingraziarseli. »

«Io ero molto felice di quegli indumenti… sai, noi africani, siamo un po’ bambini, ci piacciono molto i colori, specialmente il rosso, non dico poi il purpureo. Non era vanità… mi sembrava, così vestito, di essere più credibile con i miei fedeli, più ben accetto… e così era veramente. Come ho detto, i neri sono come i bambini, e sono attirati dai colori. Del resto, hai visto quanto sono colorati i loro costumi tribali.»

«Beh, d’accordo, e che è successo poi?»

«Quegli indumenti li usavo solo nei solenni pontificali e quando andavo a visitare le parrocchie per amministrare la santa Cresima…. Cinque anni fa, mi pare, dovendo andare in una missione molto all’interno, alla quale dovevo portare molte medicine e altri prodotti per l’infanzia, vidi che l’auto era piena zeppa, e non c’era più posto per il cofanetto di legno intarsiato dove erano riposti gli indumenti.

Dissi al mio segretario che bisognava lasciarlo, per non sacrificare le medicine e il latte in polvere. Lui fu d’accordo, ma l’autista, un nostro valente catechista, si oppose e tanto fece che riuscì a cacciare il cofanetto sotto il sedile posteriore dell’auto.

Durante il viaggio su piste appena sterrate, nell’attraversare una zona boscosa, fummo fermati da banditi o guerriglieri armati che ci tolsero tutto, medicine, cibarie e quel poco denaro che avevamo. Il denaro non era più di un migliaio di franchi e il capo bandito, irritato per lo scarso bottino, mi disse: ”Per la vostra liberazione dovete sborsare 100.000 franchi; ora lei rimane qui prigioniero e il suo amico torna a Dakar a prendere i soldi.”

Io e don Daniel viaggiavamo in borghese, per comodità, e il capo non si era accorto che eravamo dei preti. Allora io dissi chi eravamo, e che mi recavo nella mia missione di Kidira per amministrare la cresima ai catecumeni. I banditi, o guerriglieri che fossero, non erano cristiani, ma forse neppure mussulmani. Rimasero come sorpresi e anche increduli. Il capo mi disse: “E chi ci dice che tu sei il vescovo di Dakar e questo il tuo segretario?”

Allora ordinai al catechista di tirar fuori il cofanetto da sotto il sedile. Ce ne volle per liberarlo dal suo nascondiglio! Quando potei prenderlo in mano, lo aprii e mostrai al capo i miei indumenti cardinalizi. Rimase come folgorato da quella porpora splendente; non finiva più di guardarla e di ammirarla. Poi mi disse: “Voi siete liberi, siete brava gente, che cercate di aiutare gli altri. Ecco, vi fo restituire i soldi, le medicine e le cibarie, ma mi prendo questo cofanetto. Siete d’accordo?”

“Certamente” - risposi  – e ripartii senza il mio cofanetto intarsiato ma con tutto il resto, cose per me ben più preziose. Poi non ho voluto spendere soldi per ricomprare quelle…galanterie. Porro unum est necessarium. Tu concordi?»

«Pienamente, Andreas, hai fatto bene. Però ora bisogna adeguarsi, per le cerimonie in San Pietro, se no Andreoni dirà che la pecora nera si vuole proprio esibire nella sua negritudine per mostrarsi degno erede di Senghor, fondatore della Repubblica Senegalese. Adesso andiamo subito a casa mia, e troveremo un rimedio… facile.»

«Sì, ricomprare gli indumenti… troppo facile, ma io non sono d’accordo, anche se la spesa la volessi fare tu… sono soldi sprecati.»

«Non sprecheremo dei soldi… sono ben altrimenti utili, i tuoi per le missioni in patria, e miei per i miei orfanelli.»

«I tuoi orfanelli? e quali?»

«Ah, non lo sai… forse non te l’ho mai detto. Io, dato che per me spendo pochissimo, con la prebenda di cardinale mantengo un piccolo orfanotrofio per bambini abbandonati, dai 6 ai 14 anni, italiani ed extra-comunitari. Non solo con i miei soldi, s’intende, ma anche col contributo di qualche cristiano generoso, e con l’aiuto di altri.»

«Sono molti? E dove li tieni?»

«Non sono molti, non potrei. Per loro ho preso in fitto in Trastevere, vicino a casa mia, un vasto appartamento, circa 400 m², dove posso ospitare non più di 18 ragazzi. Sono aiutato da un bravo sacerdote, da un professore in pensione e da due pie donne, che prima erano gattare…»

«Gattare? che facevano?»

«Non conosci la parola? Vedi, è un’altra parola italiana che ignori, ed è grave! A dire la verità, non è italiana, ma romanesca… Ma tu devi imparare anche il romanesco… se vuoi vivere a Roma.»

«Vivere a Roma? Ma se non vedo l’ora di tornare alla mia diocesi!»

«Chissà che tu non debba rimanere a Roma… I disegni di Dio sono imperscrutabili.»

«Continui a scherzare con me, ingenuo africano… Ma insomma, che significa gattare

«La parola gatta la conosci, Roma è piena di gatti…»

«Sì, specialmente a piazza Argentina.»

«Un po’ dappertutto… ebbene ci sono molte… pie donne, che danno da mangiare a questi animali. Cucinano addirittura per loro, e portano il mangiare in determinati luoghi, dove occorrono i gatti randagi. Ci sono poi altre donne più pie che li tengono addirittura in casa, in gran numero… Ebbene  due di esse, zitelle abbastanza danarose, ne ospitavano una ventina nel loro vasto appartamento, ma non mancavano mai di portare del cibo anche ai gatti di strada. Io le ho conosciute appunto mentre si dedicavano ai gatti randagi, e ho cominciato a chiacchierare con loro incontrandole quasi ogni giorno. Un giorno esse mi invitarono a vedere il loro zoo domestico… Quasi quasi non credevo ai miei occhi. Per la comunità felina avevano destinato due belle stanze a pian terreno, che davano anche su un piccolo giardino. Mi dissero che per accudire a quelle bestiole spendevano una somma mensile, che era il doppio del fitto dell’orfanatrofio.» 

«E queste pie donne non si accorgevano della loro stoltezza?»

«No, Andreas, non era stoltezza… io le capivo… Erano zitelle e non avevano affetti che le potessero consolare della delusione della loro esistenza… Nel dedicarsi a quelle bestiole trovavano un certo conforto e, a dire la verità, anche le bestiole erano affezionate a loro… Quando insieme entrammo nello zoo, tutte le gatte accorsero con la coda dritta, per farsi accarezzare, e le zitelle si ricreavano in questo scambio di affetto. Per non farla lunga, a poco a poco convinsi le due sorelle a dismettere quel costoso allevamento e a dedicarsi a un’opera più meritoria davanti a Dio, accudendo a tanti poveri orfanelli… Ma ora capisco che mi sono dilungato in una storia che, con gli indumenti cardinalizi, c’entra ben poco.»

«Sì, torniamo agli indumenti… Cosa proponi?»

«Te lo dirò. Ora sono già le 11; andiamo a casa mia, dove continueremo il discorso. Anzi oggi pranzerai con me. telefonerai all’amico Ambasciatore per dirgli che… devi onorare un altro invito.»

«E dove mi fai pranzare, al ristorante? A casa tua non ho visto nessuna cuoca.»

«Non ne ho bisogno; io normalmente pranzo nell’orfanatrofio, coi miei ragazzi. Se ho da fare in Vaticano, mi servo alla mensa interna. Alla sera poi mangio in casa, ma solo latte e biscotti. Non ho bisogno di cuoca.»

«Allora mi porterai all’orfanatrofio?»

«Appunto… così conoscerai quei ragazzi, ai quali dirai qualche parola… ne saranno contenti. Ma ora andiamo chez moi per quell’altro problema da risolvere.»

A casa innanzi tutto gli feci telefonare all’Ambasciata, poi ci sedemmo e riprendemmo il discorso cominciato in Vaticano.

«Dunque, Andreas, ecco la soluzione del nostro problema… la quadratura del cerchio…»

«Vediamo… so che hai molta inventiva.»

«Non c’è da inventare niente… gli indumenti per te sono… pronti… qui in casa mia.»

«Che dici? Li hai comprati, sciupone?»

«Non li ho comprati. Ascolta, ho anch’io la mia storia… o storiella da raccontare. Ebbene, quando io fui nominato cardinale, due anni prima di te, ebbi anch’io in dono tutti gli indumenti cardinalizi in seta naturale marezzata, come li ha avuti tu. Erano tanto belli, che mi sembrava un peccato sciuparli… perciò me ne comprai degli altri, di seta artificiale, ugualmente belli, ma molto meno costosi. E io in tutti questi anni, quando ho dovuto indossare la porpora per i riti solenni in San Pietro o per altre cerimonie, ho sempre indossato… questi surrogati… equivalenti. Orbene, qual è la conclusione?»

«Qual è la conclusione? Lo domandi a me?»

«La conclusione è che per te ci sono pronti quegli indumenti… noi siamo di uguale corporatura, e vedrai che ti andranno benissimo. Sono ben lieto di farli indossare a te… io li ho messi una sola volta. Adesso te li fo vedere, perché sono per te.»

«No, amico, questo è troppo; tutt’al più io mi metto i tuoi surrogati.»

«I surrogati hanno ormai dimestichezza con me, e mi appartengono; mentre… gli originali… sono quasi in attesa di un padrone, da parecchi anni.»

«Il padrone sei tu, sono stati donati a te, e i regali non si riciclano.»

«E va bene… li indosserai solo in questi giorni, poi me li restituirai. A me non servono, e penso che li utilizzerò in altro modo. Tra i benefattori dell’orfanatrofio, il più generoso è un ex-ammiraglio, il quale è un fanatico collezionista. Essendo facoltoso, acquista a caro prezzo divise antiche, bandiere, stemmi, abiti da cerimonia, anche indumenti ecclesiastici. Ultimamente ha comprato, a un’asta, per una somma ingente, un camauro, che secondo il certificato era appartenuto a Giulio II, un papa del secolo XVI.»

«Un camauro? E che cos’è?»

«Non lo sai? Ecco, è un’altra parola italiana che ignori. Andreas, Andreas, questo è grave, studiati il vocabolario… Non lo hai portato? Te ne darò io uno, molto aggiornato. Comunque il camauro è un copricapo papale un po’ buffo, perché è a forma di cuffia che copre pure le orecchie, di pesante velluto rosso e con l’orlo di ermellino bianco. Evidentemente era portato solo d’inverno, ma, che io sappia, pochi papi l’hanno usato, perché quella ricca cuffia sembra più adatta a una freddolosa matrona del tempo andato, che a un pontefice. Tra gli ultimi papi, lo ha messo, e credo una sola volta, Benedetto XVI, e sembrò qualcosa da immortalare, tanto quel copricapo appariva strano.»

«Io non ho mai visto una fotografia di papa Benedetto con in testa quel coso che dici.»

«La Curia e il papa stesso si accorsero che risuscitare quel copricapo era cosa un po’ buffa, e cercarono di non far diffondere la foto. Comunque, l’ex ammiraglio, appena lo comprò, venne giubilante a casa mia per mostrarmelo. Si venne a parlare dei vari indumenti del papa e anche dei cardinali, di tutte le insegne del grado e dei vari arredi, in gran parte scomparsi, come triregno, tiara, sedia gestatoria, flabelli, galeri rossi e galeri bianchi. A un certo punto l’amico mostrò la curiosità di osservare da vicino gli indumenti cardinalizi, perché aveva letto che questi, come quelli papali, sono regolamentati anche per i bottoni, le asole, le cuciture e gli orli. Non potei far altro che mostrargli gli indumenti regalatimi da Sisto VI. Rimase come incantato e disse che, per avere  un simile arredo nella sua collezione, avrebbe volentieri sborsato il doppio che per il camauro di Giulio II. Gli risposi che, a un generoso benefattore come lui, avrei volentieri regalato il mio arredo; ma non potevo farlo, per non irritare il papa, se per caso fosse venuto a saperlo. E aggiunsi: “Quando Sisto VI non ci sarà più e non si può più offendere, potrò disporne a mio piacimento.” Penso dunque di regalare gli indumenti a quel caro benefattore, che certamente ricambierà il dono con generose offerte al mio orfanotrofio.»

«Farai molto bene a darli a lui, se ti merita. Io te li riconsegnerò subito dopo il Conclave.»

«Ora andiamo al mio orfanotrofio; è qui vicino; i ragazzi stanno per tornare dalla scuola, e sarà servito il pranzo, per loro e… per noi. Gli indumenti te li manderò all’Ambasciata nel pomeriggio per mezzo del mio collaboratore.»

I ragazzi non erano ancora tornati, e ne approfittai per far visitare ad Andreas tutte le stanze, la sala di studio, quella da pranzo e la cucina. Le due ex-gattare stavano ultimando la cottura delle portate: il primo, rigatoni al ragù, il secondo, una cotoletta alla milanese col contorno di purè di patate, e per frutta una mela. Scoperchiai la pentola del sugo, sentii il buon profumo e lo feci sentire ad Andreas. Lui notò un aroma per lui nuovo, dovuto a qualche particolare ingrediente a lui sconosciuto, e mi chiese:

«Che cos’è questo aroma un po’ piccante? Pepe non è… quello lo conosco… e nemmeno peperoncino… è qualcosa di diverso, ma buono.»

«Sì, sono i chiodi di garofano… queste brave cuoche non mancano mai di mettere nel ragù una bella cipolla intera, inzeppata con cinque-sei chiodi di garofano.»

«Interessante… finora non avevo mai sentito questo aroma… mi piace… è una buona ricetta. Ma i chiodi di garofano, che mi pare vengano dalle Molucche, costano molto?»

«No, sono a prezzo modesto… Nel Medioevo, sino alla scoperta dell’America, allora costavano un occhio, come il pepe e le altre spezie, di cui i Veneziani tenevano quasi il monopolio e le smerciavano in tutta Europa per le mense dei signori. Allora, per rendere gustosi i cibi, non avevano pomodori, peperoni, melanzane e patate, tutti prodotti venuti dal Nuovo Mondo, e i fagiani, le pernici, le trote e le orate erano… condite e rese sapide con quelle spezie, allora costosissime. La filiera di questo commercio era molto lunga. Cominciava dalle Molucche e dalle altre isole della Sonda che le producono; commercianti indiani o arabi le trasportavano per mare al Golfo di Aden o al Mar Rosso; da qui i carovanieri le portavano ai porti del Mediterraneo, Alessandria, Gaza, Tripoli di Siria, Beirut. Qui le compravano, già a prezzo elevato i mercanti veneziani, che con le loro navi le portavano a Venezia, da dove poi, per via terra, le smerciavano in tutta l’Europa, e specialmente nei paesi germanici, per “li Tedeschi lurchi”,[1] cioè ghiottoni, come dice Dante. Ma dopo la scoperta di Colombo e soprattutto dopo Magellano il commercio delle spezie, del resto già detronizzate dalle abbondanti derrate americane, passò agli Spagnoli, ai Portoghesi e agli Olandesi, che le andavano a prendere con le loro navi nei luoghi di produzione, nelle isole della Sonda.»

«Le isole della Sonda le conosco, ma Magellano chi era?»

«Non ne hai mai sentito parlare? È quello che per primo effettuò il giro del mondo… cioè lui non lo terminò, ma una delle sue cinque navi sì.»

«Perché lui no, e una sola delle sue cinque navi?»

«Perché lui fu ucciso nelle Filippine in un conflitto con gli indigeni, e quattro delle cinque navi andarono perdute nel triennale (1519-1522) periplo.»

«Tu ti diverti a usare parole… inusitate… Lo fai per esibizione letteraria o a scopo didattico? Non conosco la parola periplo. Che significa?»

«Sì, è vero, è parola dotta. Vedi, Andreas, l’Italiano viene direttamente dal Latino, e il giro del mondo per mare si dice latinamente circumnavigazione, e periplo è la parola equivalente in greco. Allo stesso modo un “giro di parole” che alla latina diciamo circonlocuzione, lo diciamo pure, grecamente, perifrasi. È la ricchezza, la varietà della lingua italiana.»

«O meglio la difficoltà, non solo per le parole, ma anche per la loro pronuncia, ora tronca, ora piana, ora sdrucciola. Il Francese è a questo riguardo molto più semplice.»

«Ma anche più monocorde. L’Italiano, forse non lo sai, ha anche parole bisdrucciole e trisdrucciole.»

«Davvero? Dimmene qualcuna.»

«Te le dirò… ma in un’altra occasione…»

«No, dimmene ora qualcuna… sono proprio curioso.»

«A dire la verità, non sono vocaboli semplici, ma agglomerati di forme verbali e particelle pronominali. Per esempio: “E ora andàtevene.”, che è parola bisdrucciola; “Questo tuo diritto rivéndicatelo.”, che ha l’accento sulla quintultima sillaba… Ma ora lasciamo queste curiosità linguistiche, perché sono arrivati i ragazzi e li dobbiamo accogliere.»

Entrati nella sala, i ragazzi si affollarono attorno a me, guardando con una certa curiosità e meraviglia il prete tutto nero che era seduto accanto a me. Perciò mi alzai e dissi:

«Cari ragazzi, questo è un mio amico, arcivescovo di Dakar, capitale della Repubblica del Senegal, nell’Africa Occidentale, un tempo colonia francese. Siccome è cardinale, è venuto a Roma per il prossimo Conclave. I cardinali neri sono soltanto tre, ma la Chiesa in Africa è molto attiva. Lui ha espresso il desiderio di conoscervi e vuole rivolgervi un saluto.» Ciò detto mi sedetti e si alzò Andreas che disse:

«Cari ragazzi, sì, ho voluto conoscervi per portarvi anche il saluto dei ragazzi africani, di cui molti sono orfani o abbandonati, come eravate voi prima di essere accolti in questo… collegio. Ringraziate perciò il Buon Dio per questa … fortuna, e mostratevi anche grati a coloro che si occupano di voi, a cominciare dal vostro… papà che è mio caro amico. Siate docili agli insegnamenti, non solo a quelli scolastici, ma anche e soprattutto a quelli morali e religiosi… È la Religione, la Fede cristiana che può darvi un senso e una direttiva sicura alla vostra vita. Vi auguro ogni bene e, ora che vi ho conosciuto, vi assicuro che pregherò spesso per voi, anche tornato in Africa.»

I ragazzi, che avevano ascoltato con molta attenzione, accennarono un battimano, che Andreas fece cessare col cenno della mano. Volevano tutti baciargli la mano; lui non lo permetteva, ma accarezzava le loro teste.

Poi ci sedemmo tutti a tavola, e dopo la preghiera e la benedizione, ci mettemmo tutti a mangiare con molto appetito.

Quando lasciammo l’orfanatrofio, Andreas si diresse all’Ambasciata, io a casa, dove feci la consueta breve siesta sulla poltrona reclinabile. Poi provvidi a mandare all’Ambasciata gli indumenti cardinalizi e il vocabolario italiano promesso. Alle 17 ci ritrovammo nel cortile di San Damaso, e con soddisfazione vidi che aveva la fascia e la berretta rosse. A Castelgandolfo, l’assemblea era sempre presieduta dal Camerlengo, il quale disse che dovevamo scambiarci le nostre idee sulla situazione della Chiesa e sulle sue prospettive future da tutti i punti di vista, dottrinale, politico, pastorale e amministrativo, sia centrale sia periferico.

Per primo prese la parola il Segretario di Stato, il quale sostenne che la situazione della Chiesa era abbastanza buona, se non eccellente. L’unione tra centro e periferia era encomiabile, il prestigio del Vaticano era notevole, le finanze erano in buono stato, cioè in attivo, per merito dell’accorta gestione dello IOR e dell’Amministrazione del Patrimonio della sede Apostolica (APSA). Si era verificato, negli ultimi anni, un certo calo nei battesimi e nei matrimoni in chiesa, dovuto al progredire del relativismo e dell’indifferentismo religioso, ma il Cattolicesimo, se perdeva posizioni in Europa, ne guadagnava in Africa e anche in Cina, per cui il numero dei battezzati praticamente non era calato che di poco, attestandosi sul miliardo di fedeli. È  vero che l’aeroporto della Santa Sede a Maccarese aveva destato qualche perplessità, ma ora tutti potevano constatare l’utilità dell’opera, per la facilità dei collegamenti con tutte le diocesi e le Delegazioni Apostoliche. I vescovi, i cardinali, i diplomatici, e non soltanto il papa, volavano per tutto il mondo agevolmente e senza dipendere da altri vettori. Era stata criticata l’ampiezza dell’aeroporto; e anche lui aveva proposto un’opera più modesta. Ma ora riconosceva che Sisto VI aveva ragione; egli pensava anche a un profitto per le finanze della Santa Sede, bisognose di introiti. Infatti la pista maggiore con i relativi servizi è stata data in gestione a una società di aerei-cargo, la quale paga un notevole canone di affitto. Certamente nella Curia non tutto era perfetto, e perciò era benvenuta ogni opportuna osservazione e ogni proposta migliorativa.

Dopo Clozet si alzò Andreoni, il Vicario. Il suo intervento fu breve: egli concordava con la relazione del Segretario di Stato; solo aveva da ridire sull’amministrazione finanziaria la quale, florida come era, avrebbe potuto e dovuto finanziare più generosamente le diocesi, e specialmente quella di Roma che, essendo del Papa, doveva essere privilegiata anche nella di divisione dell’attivo gestionale.

Il presidente della CEI, che intervenne subito dopo, parlò anche lui brevemente, sostenendo che il Cattolicesimo, almeno in Italia, non era in crisi. Secondo la statistica della CEI il numero di battesimi, matrimoni e funerali in Chiesa era calato solo del 2% nell’ultimo quinquennio rispetto a quello precedente. Per grazia di Dio, anche per l’impegno di tutti i vescovi, il Cattolicesimo aveva in Italia il suo nocciolo duro, come in Polonia, e anche lì per merito e opera della Gerarchia.

Io osservavo Andreas che, al sentire tutte queste lodi, mostrava il suo dissenso, agitandosi sulla sedia e contraendo i muscoli del viso. Quando Bertinori si fu seduto, si sentì un certo mormorìo nell’assemblea, ma nessuno si alzò a parlare. Andreas mi disse a bassa voce: 

«Non sarebbe il caso di intervenire? Qui si parla della Chiesa come se fosse una società gestionale tutta terrena, e non una Istituzione divina per la predicazione del Vangelo a tutte le genti e per la salvezza delle anime. Perché non ti alzi tu, amico, a denunciare la mondanizzazione della Chiesa?»

«Andreas, per ora non mi sento di intervenire; voglio ascoltare gli altri, sentire le opinioni dei cardinali forestieri, specialmente quelli del secondo e terzo mondo, delle terre di missione. Se tu te la senti, Andreas, alzati e parla come il cuore ti ispira.»

Ma non avevo finito di parlare che si alzò il cardinale Mercedes, arcivescovo di Fortaleza, un meticcio. Egli disse:

«Cari fratelli in Cristo, vi porto i saluti dei cattolici della mia diocesi, in gran parte indios, negri o meticci e, quale primate del Brasile, anche di tutti i carioca. Finora non ho sentito che lodi; nella Chiesa, a quanto pare, tutto va bene, non ci sono correzioni di rotta da apportare. Ma io, e molti colleghi con cui ho parlato, non siamo d’accordo. La Chiesa, in questi ultimi decenni, non ha fatto che accentuare la sua mondanizzazione, mentre ha pensato poco o niente alla missionarietà, cioè alla conversione e alla salvezza delle anime. Si pensa solo all’apparenza, alla visibilità, ai bilanci finanziari, alle cerimonie pompose, alle acclamazioni, ai ricevimenti…»

A interrompere la requisitoria si alzò Clozet il quale con un gesto di diniego e con un sorriso che mi parve ironico verso il meticcio, disse quasi con enfasi:

«Reverendo collega, siamo troppo abituati a sentire simili geremiadi… È troppo facile accusare la Chiesa di mondanizzazione et similia, fare accuse generiche e vaghe. Veniamo al sodo, al merito del problema. Dov’è per te la mondanizzazione? Che cosa non va, che cosa bisogna cambiare… e come? Non continui, ti prego, con queste genericità…»

«Verrò al merito e molto volentieri, reverendo collega. Il primo aspetto della mondanizzazione è la diplomazia. La Santa Sede ha Nunziature e Legazioni apostoliche, cioè ambasciate, mi pare, in 180 paesi, più degli Stati Uniti, con tanto personale ecclesiastico e tanta spesa. A che servono? A predicare il Vangelo? A salvare le anime? A gennaio, nell’incontro annuale del Papa col capo diplomatico, abbiamo visto quanta inutile pompa, quante parole vuote, quanta esibizione mediatica…»

«Lo dici tu, collega Mercedes; non è esibizione mediatica, è una consuetudine di tutti gli Stati, che all’inizio di ogni anno organizzano questi incontri diplomatici, che servono a cementare l’amicizia e la solidarietà tra le nazioni.»

«Ma la Santa Sede è una Chiesa, una Religione, una Comunità di fedeli, non uno Stato. Gesù Cristo non ha fondato uno Stato, ma una Chiesa, una Ecclesia, cioè una assemblea orante

«Mi dispiace dirtelo, caro collega, ma tu non tieni conto della Storia… voglio dire quella della Chiesa, e anche quella della civilizzazione. E ora devo purtroppo ricordartela io, se permetti» replicò Clozet con voce alquanto vibrata.

Queste parole erano un po’ offensive, e io temetti uno scontro poco edificante per un’assemblea di cardinali. Ma intervenne Andreoni a placare le acque agitate. Si alzò e, rivolto a Clozet, disse:

«Caro Charles, a continuare su questo tono, si farebbe sterile polemica. Lascia che sia io a convincere il collega brasiliano che le sue accuse sono… immotivate. Io conosco bene i brasiliani, sono stato cinque anni Nunzio Apostolico in quel grande paese e ne conosco la mentalità… Vedo che sei d’accordo e ti ringrazio.»

«Caro Aloysius,» disse poi rivolto sorridendo al cardinale Mercedes «il cardinale Clozet non ha torto quando dice che la Città del Vaticano è uno Stato; è infatti uno Stato di diritto internazionale, riconosciuto da tutte le nazioni e rappresentato all’ONU. È uno stato piccolissimo, il più piccolo del mondo, di appena 44 ettari e circa 1000 abitanti, ma che ha le sue rappresentanze diplomatiche in quasi tutti gli altri Stati, i quali a loro volta hanno delle ambasciate qui presso la Santa Sede. Tu ti chiedi: “Per la Santa Chiesa serve uno Stato?” Tu dici di no; per carità, hai le tue buone ragioni, ma devi ammettere che esso serve per assicurare alla Chiesa piena libertà nel suo ministero religioso. Se il papa fosse suddito dello Stato Italiano, sarebbe soggetto alle sue leggi, e da un governo anticlericale potrebbe essere ostacolato e anche incriminato e arrestato. Lo Stato Pontificio è sorto proprio per garantire al papa piena libertà di azione e di legazione. È vero che nel passato, quando comprendeva molte regioni italiane, esso fu alla Chiesa piuttosto di peso che di aiuto, perché la implicò nelle alleanze, nelle leghe e anche nelle guerre.

Quello Stato così vasto certamente non serviva alla missione della Chiesa, e neppure a garantire la libertà del papa. Infatti Pio VI e Pio VII per motivo politico furono arrestati da Napoleone, e il primo morì in Francia, in esilio. La Chiesa non è stata istituita da Cristo per amministrare popoli, ma per salvare le anime, come tu ben dici. Ma un minuscolo Stato, praticamente più de jure che de facto, serve per assicurare al Sommo Pontefice piena libertà di azione e di comunicazione con tutte le diocesi sparse nel mondo. Egli non è suddito di nessuno Stato, ma sovrano nel suo  Stato, riconosciuto e rispettato da tutti.»

«Egregio collega Andreoni, non sono ignorante di storia della Chiesa e neppure di storia della civiltà, come ha insinuato il Segretario di Stato. Quando nel 1870 il Regno d’Italia mise fine allo Stato Pontificio, approvò subito una legge, per garantire al papa piena libertà di azione, sottraendolo alla giurisdizione della legge italiana. Era una buona legge, e bastava quella; perché ricostituire uno Stato, che come organizzazione terrena è fomite di corruzione e di prevaricazione?»

«Evidentemente quella legge non bastava, se non solo la Santa Sede ma anche lo Stato Italiano convennero liberamente di ricostituire lo Stato Pontificio, anche ai minimi termini. Tu dici che è fomite di corruzione e di prevaricazione? E’ tutto da dimostrare, e chi è senza peccato scagli la prima pietra. Voi brasiliani vedete o tutto bianco o tutto nero. Questo è manicheismo. Non vi rendete conto, talora, della problematicità delle situazioni, tendete a semplificare, e anche ad assolutizzare, specialmente gli indios e i sanguemisti. Venite da una civiltà tribale, semplice, senza complicazioni, con poche esigenze e pochi problemi…

Per carità, non voglio sottovalutare la vostra civiltà, anzi la ammiro. Ti ricordi, Aloysius, quando nel 2042 venni a trovarti a Fortaleza, e tu mi portasti nell’interno dell’Amazzonia a incontrare alcune tribù indiane? Vivevano ordinate e pacifiche sotto i loro cacicchi, contente di poco e senza tentazioni di prevaricare, come tu dici. Ne fui bene impressionato, e anche del tuo zelo pastorale per la conversione di quegli indios primitivi, tanto è vero che l’anno successivo ti feci eleggere cardinale, come tu ricorderai.»

«Certo che lo ricordo, reverendo collega, ma tu perché me lo ricordi, ora?»

«Così, per niente di particolare, solo per ricordarti la mia stima e amicizia, e che noi stiamo qui non per fare sterile polemica e tanto meno per recriminare sul passato. La Chiesa oggi è quella che è, ed anche un piccolo Stato… se ci sono dei difetti, delle rughe, cerchiamo di individuarle e studiamo insieme come poterle eliminare.»

«Io ho individuato lo spreco di denaro e di personale per le 180 delegazioni apostoliche.»

«E come farebbe la Santa Sede per comunicare con questi 180 Stati, grandi o piccoli che siano, allo scopo di garantire libertà di culto ai fedeli cristiani? Per far questo occorrono trattati, concordati, convenzioni, e per stipularli occorre una rappresentanza diplomatica sul posto. Non ti pare, Aloysius?»

«Non tanto. Secondo me, per gli Stati piccoli, o dove i cattolici sono una sparuta minoranza, non occorrono trattati né concordati. Negli Stati più grandi, e dove i cattolici sono la maggioranza o una minoranza consistente, sarà il Presidente della Conferenza Episcopale a trattare col Governo, se c’è da trattare qualcosa, sempre d’accordo con l’episcopato locale. Perché una rappresentanza diplomatica? E, aggiungo, perché il Vaticano deve avere un suo Ministro degli Esteri? Non basta il Segretario di Stato, come negli USA?»

«Senti, Aloysius, per i piccoli Stati, e in quelli dove i cattolici sono pochi, potrei essere d’accordo con te, e forse una ventina di Legazioni Apostoliche potrebbero essere abolite, risparmiando un po’ di soldi. Ma per gli altri Stati no. Le Nunziature Apostoliche servono anche come osservatorio della Santa Sede sulla situazione della Chiesa locale, sull’attività dei suoi vescovi, sulle nomine e sulle promozioni da effettuare. Non sono stato io, da Nunzio in Brasile, a proporti cardinale? Non è stata certamente la tua Conferenza Episcopale.»

«E se non fossi diventato cardinale, la Chiesa Universale non ne avrebbe avuto alcun danno, e la mia diocesi ne avrebbe avuto un beneficio, perché io avrei avuto più tempo per dedicarmi ad essa. Qui a Roma, quando ci son venuto,  non sono servito… a nulla.»

«Non dire questo, non ti buttar giù… Sei stato sempre il benvenuto in Vaticano e anche apprezzato.»

«Nei tre concistori a cui ho partecipato, se ti ricordi, ho fatto anche delle proposte…sempre inascoltate.»

«Non mi sembra. Dimmene qualcuna, almeno una.»

«Se ti ricordi, nel concistoro del 2044, il primo al quale partecipai, proposi di editare di meno e di agire di più. Tante encicliche, atti, decisioni, decreti, costituzioni, questionari, ecc. che alla fine di ogni anno formano un bel tomo da mettere in libreria, servono poco alla comunità cristiana, e i vescovi sono letteralmente sommersi dalle stampe che ogni giorno giungono loro dalla Curia, e non riescono neppure a leggerle, tante scartoffie…»

«Ora veramente esageri, caro Aloysius… Anzi, tutti questi atti, di cui tu parli, documentano il Magistero, l’attività della Chiesa centrale, che è direttiva, e deve dirigere quella locale, che è operativa, ma deve essere guidata dal Centro in modo unitario, ché altrimenti l’azione locale potrebbe diventare dispersiva… Dirò di più: i media, e specialmente la stampa, dà speciale rilievo a questi atti della Santa Sede, e da essi valuta l’efficacia della sua azione. Specialmente le encicliche sono prese in esame… e, se non esaltate, sono sempre valutate positivamente come segni della vitalità della Chiesa.»

«Sì, dai tanti vaticanisti che affollano la vostra sala stampa, i quali vivono… di questi articoli elogiativi.»

«Adesso sei ingiusto… molto esagerato, e mi sembra proprio, lasciamelo dire, che tu presuma troppo nei tuoi giudizi.»

A questo punto intervenne opportunamente il Camerlengo, per evitare che la discussione degenerasse in uno scontro personale. Si alzò in piedi e suonò il campanello. Tutti ci alzammo con un sospiro di sollievo. Egli disse:

«Reverendi colleghi, sono già le 20, e ritengo opportuno concludere questa seconda adunanza plenaria. Abbiamo sentito con interesse quanto ha esposto il collega Mercedes. Sono problemi da prendere in considerazione con prudenza e saggezza, ma naturalmente ogni decisione in merito spetterà al futuro papa. Io sto prendendo appunti, e stenderò una relazione di queste giornate d’incontri… conoscitivi, che presenterò al nuovo papa. Ora vi saluto tutti, e vi do appuntamento domattina per la messa, alla solita ora.»

Durante il viaggio di ritorno commentai con Andreas il coraggioso intervento di Mercedes, che aveva messo il dito su una delle piaghe della Chiesa, la mondanizzazione, e su due aspetti di essa, la diplomazia e le scartoffie burocratiche. Andreas mi disse:

«Ci sono altri aspetti di questa mondanizzazione, e ne parleremo domani dopo la messa. Se tu sei d’accordo, io penso di prendere la parola all’assemblea di domani, che è l’ultima.»

«Sono perfettamente d’accordo con te, e ti appoggerò. Però non interverrò nel dibattito. Come ti ho detto, voglio solo osservare e… imparare.»

«E delle tue osservazioni… dei tuoi apprendimenti… farai anche tu una relazione come Cassini?»

«No, non sono il Camerlengo, e non ho il compito di presentare una relazione al futuro papa. Però ogni giorno stendo un diario…a futura memoria.»

«Me lo farai leggere?»

«Sarai il primo e… credo il solo. E’ strettamente personale. Comunque, domani continueremo questo discorso.»

Così ci salutammo e dal Vaticano lui andò all’Ambasciata, io a casa mia.

8 maggio 2050

Stamane si è celebrata la terza e ultima Messa in suffragio di papa Sisto. Ha officiato il cardinale Andreoni, assistito da Bertinori, presidente della CEI, e da Mons. Massi, arciprete della Basilica. Dopo la lettura del Vangelo, nella sua breve omelia, il celebrante ha lumeggiato la figura del defunto, troppo presto sottratto alla guida della Chiesa, che aveva retto con sollecitudine pastorale, mirando sempre a salvaguardarne l’unità e l’efficienza.

In conclusione del discorso avvertì i fedeli presenti al rito che l’esposizione della salma sarebbe terminata alle ore 18. Invitò tutti a partecipare numerosi al solenne funerale pubblico che si sarebbe celebrato il giorno dopo in piazza San Pietro, a cominciare dalle ore 10, alla presenza di tutte le rappresentanze giunte dall’estero.

Dopo il rito andammo come di consueto alla sala mensa per la colazione. Qui Andreas riprese il discorso cominciato ieri sera:

«Perché non mi avevi parlato del diario che stavi scrivendo? Ci sono dei segreti?» 

«No, nessun segreto, è un semplice resoconto; Cerco di essere obiettivo, di riferire gli eventi, gli interventi e i discorsi sine ira et studio

«Conosco questa frase… è di uno storico che voleva narrare i fatti con imparzialità, senza pregiudizi… Ma di chi è precisamente?»

«Di Tacito, negli Annali.»

«Mi pare che egli non sia stato tanto imparziale…»

«Non è facile essere del tutto imparziali, caro Andreas.»

«E nemmeno tu lo sei, nel diario?»

«Io non posso giudicare… cerco di esserlo, ma ognuno ha i propri  convincimenti e vede le cose dalla sua angolatura.»

«Nel diario parli anche di me?»

«Ma certamente, anche tu stai prendendo parte agli eventi… Anzi, ti sei anche messo in luce… con qualche stranezza, come quella del vestito… A proposito, domani dovrai indossare la tonaca purpurea, la cotta bianca e la mitria.»

«Ma io non l’ho portata… come faccio ora?»

«Te ne do io una… ne ho due… e per fortuna, di testa, siamo uguali, o quasi. Andrà tutto bene, e non dovrai segnalarti ancora una volta…»

«Tu scherzi sempre… Comunque ti ringrazio… tu rimedi ai miei falli.»

«Oh, se davvero potessi rimediare ai falli… miei e della Chiesa!»

«Noi lo speriamo, e preghiamo che il nuovo papa inizi a togliere qualche ruga dal volto della Chiesa.»

A casa mia continuammo  il discorso sulle rughe, e Andreas mi espose il suo pensiero per eliminarne alcune. Convenimmo che erano molte, alcune concernenti anche la dottrina. Andreas era un vulcano in eruzione, aveva preso l’abbrivio, e non la finiva più nella sua requisitoria. Allora dissi:

«Ma, Andreas, non vorrai tirar fuori tutte queste cose! Se mettiamo troppa carne a cuocere, non si cuoce niente.»

«Ma dobbiamo fare un esame di coscienza totale, senza riserve, e poi mettere mano a una vera ablazione… dei tumori… benigni e maligni.»

«Usi una parola un po’ forte, anche se è giusta, ma non la dirai in assemblea…»

«Sì, tumori è un termine un po’ forte… ma l’abate Rosmini, di venerata memoria, scrisse a suo tempo un opuscolo sulle cinque piaghe della Chiesa; però riconosco che chiamarle tumori è un po’ troppo. Non userò questa parola, ma ablazione è la parola che ci vuole per dire che è necessaria l’asportazione delle escrescenze proliferate sul corpo della Chiesa. Forse tu non ti ricordi, ma una volta mi facesti leggere un articolo di Joseph Ratzinger, quando era ancora cardinale, in cui diceva quello che sto dicendo io, che bisognava fare “una ablatio che lasci di nuovo trasparire il volto autentico della Chiesa.”»

«Sì ricordo, e credo di conservare quel testo, assieme ad altri di quel cardinale che lasciavano tanto bene sperare… Sì, d’accordo, non parlare di tumori ma usa pure la parola ablatio, perché è il termine latino che ci vuole, e se qualcuno ti contesta la parola, di’ pure che fu usata in quel senso da quel dotto cardinale, poi papa.  Se poi qualche altro dicesse che inventi, troveremo il testo e lo mostreremo… e farà il suo effetto. Sono sicuro di averlo… sì, è in un’antologia degli scritti di quel teologo. Però tu parla posato e di poche rughe: il troppo storpia.»

«Sono d’accordo… ma, quando parlerò, tu che mi starai vicino, dammi una gomitata, se per caso scantono e parlo con troppa enfasi, e io mi correggerò.»

Andammo a pranzo all’orfanotrofio; io in una borsa avevo messo la mia mitria-bis, che poi consegnai all’amico. Nel pomeriggio ci ritrovammo sul pullman, e mi accorsi che Andreas era un po’ teso, evidentemente pensando all’intervento che aveva intenzione di fare. Durante il viaggio tirò fuori un foglietto e me lo mostrò: conteneva la scaletta del suo discorso, e mi pregò di esaminarla e di cancellare”il troppo e il vano”.[2] La lessi con attenzione e mi sembrò moderata.

«Bravo, Andreas, hai fatto tesoro di quanto abbiamo detto stamane… ti sei limitato a poche rughe… così il discorso sarà più incisivo… ora sta’ attento al tono di voce; se è pacato fa più effetto; se è troppo vibrato, non piace e suscita opposizione.»

«Per questo mi affido a te, come ti ho detto: se alzo troppo il tono, dammi una gomitata, e io capisco.»

«D’accordo, Andreas, e Dio benedica il tuo intervento, che non susciti inutili polemiche, ma induca a riflettere, a fare “un esame di coscienza senza riserve” come auspicava Ratzinger in quell’articolo.»

«Io ho pregato tanto, credimi, che il Santo Spirito mi ispiri, e mi faccia dire le parole giuste…»

«Anch’io ho pregato e pregherò: lo Spirito ci aiuterà.»

Nella sala di Castelgandolfo eravamo al gran completo, 112 cardinali, ne mancavano solo tre, che erano ammalati o impediti, quello di Sidney, quello di San Paolo e quello di Montreal; sono tutti e tre ultraottantenni, e quindi la loro assenza non ha rilevanza.

Il Camerlengo, dopo la preghiera, ci fece accomodare e iniziò:

«Reverendi colleghi, questa è l’ultima assemblea plenaria prima del Conclave. Abbiamo esaminato la situazione della Chiesa nel mondo, e oggi completeremo il nostro esame. Ogni apporto nella discussione è stato utile, anche se contestato da alcuni. Sono stati evidenziati problemi, carenze, errori anche, talora con qualche esagerazione polemica, ma tutto serve a studiare una situazione da tutte le angolature. Qui abbiamo parlato tutti liberamente, e ho notato posizioni diverse… fanno parte della dialettica delle idee, che serve a  evidenziare meglio la verità. Ma le nostre divisioni, se ci sono, riguardano dettagli, e non devono portare a contrapposizioni. Siate prudenti, reverendi colleghi; i vostri contrasti di idee, se ci sono, non li date in pasto alla stampa. Ho letto degli articoli pieni di pettegolezzi, fantasiose invenzioni, che piacciono al pubblico e fanno notizia. I vaticanisti di tutto il mondo e anche gli opinionisti e gli editorialisti, si sbizzarriscono a parlare del Sacro Collegio diviso in partiti, di conservatori e progressisti, di fondamentalisti e riformisti, di vecchia guardia e di modernisti. Inventano, certo, ma sicuramente qualche notizia sulle nostre discussioni è trapelata. Perciò vi esorto tutti, per il bene della Chiesa e per il decoro del Sacro Collegio, a non concedere interviste, e non fare dichiarazioni, e neppure smentite di notizie erronee o false. Smentire è peggio; ignorate la stampa e quello che dice o si inventa, conservate un assoluto riserbo, anche con i vostri segretari e gli amici. Già circolano voci sui papabili e sui partiti che sostengono le varie candidature. Non date pasto alla curiosità pettegola. E ora apro la discussione, con l’augurio che sia profittevole… Chi vuol intervenire, si alzi e parli pure.»

Per due minuti regnò nell’aula assoluto silenzio, e siccome sembrava che nessuno volesse intervenire, io guardai Andreas come per incoraggiarlo a prendere la parola. Ma proprio allora si alzò l’arcivescovo di Genova, che mi pare sia il più giovane cardinale, di appena 52 anni, e disse:

«Egregio Presidente, hai detto che non dobbiamo nemmeno smentire qualche notizia inesatta o addirittura inventata, ma io non sono d’accordo; qui in Italia si dice: chi tace acconsente, che traduce l’antica norma giuridica “Qui tacet, consentire videtur”. Non smentendo, si dà credito alla notizia, anche se è una bufala, non ti pare?»

«No, non mi pare, caro collega. Il detto che hai citato vale nei processi e soprattutto nei rapporti interpersonali. Se io ti contesto qualche errore, qualche comportamento sbagliato, e tu taci, non ribatti, è certo che acconsenti. Ma nei media, e specialmente nel Web, non è così: smentire una notizia è come diffonderla, farla conoscere anche a chi la ignora. Ti porto un esempio…personale. Anch’io da giovane la pensavo come te. Quando ero vescovo di Viterbo, più di trent’anni fa, un vecchio professore un po’ presuntuoso pubblicava su Internet opuscoli di carattere molto polemico sull’Antico Testamento (che secondo lui non è tutto parola di Dio), sulla Chiesa (che accusava di mondanizzazione) e anche sulla dottrina dei santi.

Io che per caso, facendo delle ricerche su Internet, mi ero imbattuto in questi opuscoli, mi meravigliavo che la Chiesa non replicasse, per smontare quelle accuse e quelle idee bislacche. Un giorno, trovandomi in Vaticano, ne parlai col Segretario di Stato, il predecessore del collega Clozet. Gli dissi che, se non avevano un controversista capace di controbattere quegli opuscoli, mi offrivo io per smontarli punto per punto, a nome del Vaticano. Il Segretario mi rispose press’a poco così: “Tu ti sei imbattuto in quegli opuscoli per puro caso; Internet ormai è tanto vasto che ci si perde. Nessun giornalista ha mai parlato di quegli opuscoli; evidentemente o nessuno di loro li ha letti o nessuno ha dato ad essi qualche importanza. Noi qui in Curia li conosciamo quegli opuscoli, li abbiamo scaricati e stampati e obliterati, cioè messi sotto chiave in un cassetto. Se si replica, e specialmente se lo fa un alto ecclesiastico o la Santa Sede, si regala a questi insignificanti opuscoli una gratuita e gradita pubblicità. Perché chi non li conosce è spinto a leggerli, per il clamore destato intorno ad essi  con la smentita, specialmente se fatta da un ente così prestigioso come la Santa Sede. Aspetta qualche anno e mi darai ragione: il miglior modo per annichilire qualcuno, e anche umiliarlo, è ignorarlo. La Chiesa ha 20 secoli di storia, e sa bene come comportarsi.” Dopo un paio d’anni quel vecchio morì, e i suoi opuscoli rimasero ignorati e seppelliti nell’immondezzaio di Internet. Io imparai allora la lezione: in certi casi conviene tacere e far finta di niente. E ora, collega, che ne dici?»

«Sono convinto: è meglio far finta di nulla.»

Quando l’arcivescovo di Genova si sedette, fu pronto ad alzarsi Andreas per prendere la parola, e disse press’a poco così:

«Reverendi colleghi e fratelli in Cristo, sono un po’ emozionato a parlare davanti a tanti dotti ed esperti principi della Chiesa, io che, vivendo in Africa, in una diocesi di frontiera, non posso avere una piena conoscenza della situazione della Chiesa, nel mondo. Conosco bene la sua situazione in Africa, dove siamo violentemente avversati dagli Islamici e, purtroppo, anche da alcune sette che si dicono cristiane, e dispongono di grandi capitali, mentre le nostre diocesi e le missioni ne hanno ben pochi. Ciò non ostante, facciamo del nostro meglio, e operiamo molte conversioni, e mi sembra che l’Africa nera abbia oggi circa 50 milioni di battezzati, con soltanto 25 vescovi indigeni, di cui tre soli cardinali, dei quali io sono il più giovane e quindi il meno rappresentativo. Ma siccome gli altri due, come mi hanno detto, non intendono intervenire nel dibattito e mi hanno, per così dire, autorizzato a parlare anche per loro, io esporrò il nostro pensiero in merito alla mondanizzazione della Chiesa, su cui si è soffermato il collega Mercedes. Lui ha deplorato l’attività diplomatica della Santa Sede, in cui si spreca tanto denaro e tanto personale ecclesiastico, che viene avviato a quella carriera da un’apposita Scuola Pontificia, come se la Chiesa fosse politica e non missionaria. Io sono d’accordo con Mercedes nell’auspicare un ridimensionamento dell’apparato diplomatico e l’abolizione della Scuola specialistica che addottora a quella carriera… La mondanizzazione è evidente anche nel, chiamiamolo, ménage della Curia, che è pomposo e lussuoso, e inflazionato al massimo con tanti ministeri, congregazioni, consigli, comitati, accademie, servizi televisivi, sala stampa ecc. Vi sono impiegati tanti ecclesiastici in carriera… burocratica, con ricchi emolumenti… Ho saputo recentemente che è ingaggiata anche un’agenzia per curare… la propaganda, ossia l’immagine della Santa Sede e la sua visibilità mediatica. Una volta c’era la benemerita “Propaganda Fide”, ora serve la propaganda mediatica. Che io sappia, solo alcuni regimi dittatoriali istituirono un Ministero di propaganda e stampa. La Chiesa deve pensare invece a propagare la Fede, e in questa missione impiegare il suo clero e anche le sue ricchezze. Sì, perché la Santa sede è anche ricca. Alcuni giornali hanno dato delle cifre della sua ricchezza sia mobile sia immobile, cioè sia in numerario sia in mattoni, vale a dire in appartamenti, aree edificabili, palazzi e, dicono, grattacieli. Se è falso quanto dicono i giornali, perché la Santa Sede non pubblica un bilancio generale e… onesto delle sue entrate e uscite? Io ho cercato di averlo dagli uffici competenti, ma ho avuto solo vaghe risposte. La ricchezza porta inevitabilmente alla corruzione, il denaro è la m. del diavolo, come disse uno scrittore italiano del secolo scorso. E il lusso è evidente: automobili, vestiti, arredi, apparati. E poi il cursus honorum curiale con tutti i suoi gradi, titoli, denominazioni, appannaggi, prebende, divise, colori… E poi anche la pompa delle Guardie Svizzere. Sono circa duecento; quanto denaro si spende per il loro ingaggio, servizio, pensionamento? Quanto per le loro divise, pennacchi, alabarde? Si dice: servono per la vigilanza e la sicurezza. No, servono per il lusso, per l’apparato, per lo spettacolo, per il folklore. Per la vigilanza e la sicurezza del Vaticano basterebbero una sessantina di vigilantes e di custodi fidati. Le Guardie Svizzere talora non sono state molto fidate né moralmente irreprensibili. Ci sono stati scandali e anche omicidi… Ma quello che a me sembra più inopportuno è esibirle nei solenni riti religiosi in San Pietro, come se Dio abbia bisogno di… una guardia del corpo. Secondo me, egregi colleghi, si passa dallo spettacolo… al ridicolo.»

A questo punto, temendo che Andreas rincarasse la dose, gli detti una gomitata al fianco, come convenuto.  Lui capì e continuò più pacato:

«Forse mi sono accalorato e mi sto esprimendo male, con parole… improprie. Noi africani non abbiamo molta politesse, non abbiamo ricevuto sufficiente civilisation, e ne chiedo scusa. Ma voi avete capito che io auspicherei, in Vaticano, minore pompa e minore apparato, per realizzare delle economie da destinare ai paesi poveri. In Africa i poveri sono molti, soffrono la fame e anche la mancanza d’acqua, e poi le malattie, specialmente la lebbra e l’AIDS… Per sconfiggerle, occorrerebbero massicce campagne di prevenzione e cura, medicine e vaccini, ma mancano i finanziamenti. La Santa Sede potrebbe dare un fulgido esempio. Ha dei capitali… pronti da spendere, altri potrebbero provenire dal taglio di alcune spese, altri anche da… alcune cessioni o vendite. Per esempio, i Musei Vaticani sono un tesoro incommensurabile; se fossero venduti, in tutto o in parte, frutterebbero somme ingenti, da destinare ai bisognosi della terra… La Chiesa non è stata istituita da Gesù Cristo per gestire musei e pinacoteche, ma per predicare il Vangelo in tutto il mondo, e anche per “dare da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, vestire gli ignudi…”»

Alla citazione delle Beatitudini evangeliche si alzò il cardinale Clozet e disse:

«Egregio collega, tu forse non sai che dai Musei Vaticani noi ricaviamo una buona rendita, con la vendita dei biglietti e altri diritti, e questo denaro serve a pagare migliaia di stipendi… e anche il tuo appannaggio, caro collega. Da dove prendiamo le somme occorrenti? Anche dai Musei Vaticani, e anche dall’aeroporto di Maccarese, da alcuni criticato… a sproposito. Tu, caro Andreas, ricevi  puntualmente ogni mese i tuoi 25.000 dollari, come tutti i cardinali, e non ti sei mai chiesto da dove prendiamo tanto denaro? Credi che venga tutto dall’obolo di San Pietro? In questi ultimi anni esso si è quasi azzerato, non so se lo sai. E l’appannaggio dei cardinali non è che una piccola parte della spesa del Vaticano. Tu, che predichi la povertà, perché non hai rinunciato al tuo appannaggio?»

«Non vi ho rinunciato, perché quei dollari mi servono per le mie missioni; io per me spendo quasi niente.»

«Tutto da dimostrare.» replicò Clozet sedendosi con un sorriso ironico.

Non potevo permettere che il Segretario di Stato umiliasse in questo modo il mio amico; perciò mi alzai e dissi:

«Collega Clozet, quello che ha detto il cardinale Marimba è la pura verità. Come prefetto della Congregazione dei vescovi, ho visitato tre volte la diocesi di Dakar, e ho visto che l’arcivescovo vive proprio secondo la semplicità e la povertà evangelica. Il suo episcopio è una modesta villetta di appena sette locali, la sua curia vescovile è formata dal solo suo segretario, la sua servitù dal solo autista che gli fa anche da cuciniere, la sua vettura è una vecchia Renault, la sua mensa è veramente spartana… Ho più volte mangiato con lui… anch’io sono spartano a tavola, ma lui è molto più spartano di me. I dollari che riceve dal Vaticano li spende tutti in medicine, vaccini, latte in polvere e viveri che manda o porta lui stesso alle comunità povere dell’interno.»

«D’accordo, reverendo collega, non metto in dubbio la tua testimonianza, e tanto meno la… sobrietà del cardinale Marimba; mi rammarico di aver toccato questo tasto… personale… e invito il collega a continuare e concludere la sua esposizione.»

«Sì» riprese Andreas con tono pacato, «io non mi sono alzato a parlare per lanciare accuse, ma per proporre una riflessione sulle spese della Curia, le quali secondo me potrebbero essere ridimensionate, per destinare più mezzi alla missione spirituale… Si spende anche molto, in personale e denaro, per le cause dei santi. Mi pare che attualmente ce ne siano, in itinere, ben 18, e tutte richiedono non solo i rispettivi postulatori, ma consulenze, ricerche, referti medici, commissioni, audizione dei testimoni, esami di epistolari e documenti vari; e tutto questo, prima nella diocesi e infine a Roma, con tanto personale ecclesiastico impegnato, tutto personale in carriera, negli uffici, mentre potrebbe e dovrebbe essere in missione. Io mi limito a deplorare il dispendio di personale e di risorse; non voglio per ora sollevare il quesito sulla liceità di questi processi canonici che culminano nella solenne proclamazione della santità di un individuo e nella esposizione e venerazione delle sue reliquie in San Pietro. Questo imporsi quasi al giudizio di Dio, proclamando uno beato o santo con decreto umano, mi sembra, a dir poco, inopportuno. Io, come ho già detto, mi limito ai riflessi di personale e di spesa, ma si dovrebbe anche discutere, in futuro, sotto il nuovo pontificato, di questa quasi usurpazione dell’autorità divina.»

A questa affermazione non si contenne Giulio Bertinori, che con tono vibrato disse:

«Ma, collega Marimba, questi processi di santità non vogliono imporsi al giudizio di Dio, essi hanno un valore parenetico, pastorale. Proclamiamo uno santo o beato per proporlo ad esempio dei fedeli, alla loro imitazione, per spronare la loro religiosità la quale,  se non è continuamente stimolata, tende a languire. È un modo efficace di predicare il Vangelo, per exempla

«Può anche darsi che proporre questi fulgidi esempi serva a risvegliare la religiosità popolare, ma perché istituire un lungo e costoso processo per proclamare qualcuno prima servo di Dio, poi venerabile, poi beato, e infine santo? E poi l’esame dei miracoli, le commissioni mediche, le analisi scientifiche, le contro-analisi, le contestazioni, e infine le statue nelle chiese, il mercimonio delle reliquie, le processioni, i pellegrinaggi. A che serve tutto questo, se non a soddisfare l’orgoglio o l’interesse di un paese, di una associazione, di una congregazione religiosa? Se ci sono stati, e ci sono stati, cristiani esemplari, veri testimoni di Cristo, specialmente se hanno subito la persecuzione o addirittura il martirio per la Fede, è senz’altro opportuno farli conoscere, proporli all’imitazione dei fedeli; ma servirebbe meglio scrivere la loro biografia e stamparla in volumetti tascabili, da regalare nelle parrocchie a chi li vuole. Leggere una agile e veritiera biografia, magari arricchita con documenti, fotografie e passi tratti dagli scritti e dalle lettere del personaggio, stimola la religiosità più che una solenne proclamazione in San Pietro. Ma, ripeto, io non intendo proporre ora nulla in questo campo; farò una proposta, se del caso, sotto il nuovo pontificato, in un eventuale sinodo. Ma con profonda convinzione propongo di abolire tutto ciò che assorbe denaro, ma è sola pompa e mondanità, inutile e anche controproducente per la missione spirituale della Chiesa, come guardie svizzere, bandiere, inni, fanfare, ricevimenti, viaggi pseudo-apostolici. Potrei trattare dettagliatamente di queste cose, simboli più che altro di sovranità terrena, ma ci rinuncio; mi basta averle accennate, e concludo ringraziando tutti i colleghi che mi hanno pazientemente ascoltato.»

Si levò subito a parlare l’arcivescovo di Kinshasa:     

«Parlo anche a nome del collega di Maputo. Noi concordiamo appieno con quanto ha detto Andreas Marimba sulla situazione penosa di molte popolazioni africane, afflitte dalla carestia e dalle malattie, e bisognose di interventi urgenti e massicci. Il Vaticano spende troppo in cose meno importanti e lesina aiuti alle nostre diocesi, che sono diocesi missionarie, molto attive nella propagazione della fede cattolica. Molte sette pseudo-cristiane ci contrastano e spesso ci sorpassano con la loro propaganda, finanziata doviziosamente. Le popolazioni bisognose sono attirate da chi dà di più in viveri, apparecchiature e anche scuole e ospedali. E noi non possiamo competere con loro in questo campo, per le nostre scarse risorse finanziarie. Auspichiamo perciò che siano destinati all’Africa, e specialmente all’Africa nera, maggiori mezzi, ottenuti con economie nei campi della rappresentanza e dell’apparato. L’apparato del Vaticano, la sua pompa lussuosa, appare quasi scandalosa ai nostri semplici e poveri fedeli, e qualcuno di essi, dopo un viaggio a Roma, mi ha chiesto perché non ci separiamo da una Chiesa così mondana e non creiamo in Africa una Chiesa veramente aderente ai precetti evangelici, insomma una Chiesa riformata. La domanda mi ha molto impressionato. Ho risposto che la Chiesa deve essere riformata dall’interno, con saggezza e gradualmente, e non con gli scismi, che producono contrasti, lacerazioni, e quindi un maggiore scandalo. Però, egregi colleghi, dobbiamo riflettere sul pericolo, e porre mano alle necessarie riforme. Sappiamo che Lutero cominciò a pensare allo scisma dopo una visita a Roma, in cui vide il lusso e la corruzione che vi regnavano sotto il pontificato di Leone X. Lutero era un agostiniano orgoglioso, e fu mosso dall’ambizione di creare una propria Chiesa, ma certamente la corruzione della corte romana gli diede una spinta e una valida motivazione alla ribellione. Che non abbia a succedere una cosa simile nel nostro secolo! Frati e preti orgogliosi e ambiziosi purtroppo non mancano; non diamo loro l’occasione favorevole!»

Siccome erano già le 20, il Camerlengo si alzò e disse:

«Egregi colleghi, dichiaro conclusa questa terza riunione generale. Non ce ne saranno altre. E’ ovvio che nei prossimi giorni vi potrete riunire privatamente, per gruppi, per nazione, per continenti, per uguaglianza di vedute… ma lungi da noi l’idea di formare partiti. Ricordiamoci della preghiera di Gesù Cristo: Ut unum sint.  La stampa pettegola o scandalistica ci divide già in partiti, ma la Chiesa deve dimostrare, specialmente in questo periodo di sede vacante, la sua compattezza nella Fede e nella dottrina. Domani celebreremo il solenne rito funebre in pubblico, in Piazza San Pietro. Saremo tutti in tonaca rossa, cotta e mitria. Ci sarà certamente tanta gente, e sono già arrivate le delegazioni di alcune nazioni cattoliche, che vogliono anch’esse dare l’ultimo saluto al Pontefice. Il rito all’aperto comincerà alle 10, ma noi cardinali e vescovi ci riuniremo tutti alle ore 9 dentro la basilica, a porte chiuse, per chiudere la bara di cristallo in quella lignea, che sarà poi portata all’esterno. Dopo quest’ultimo atto avremo altri quattro giorni di riflessione e di preghiera…e anche di incontri, come ho già detto, per esaminare i vari problemi in modo più approfondito, nella speranza che lo Spirito Santo ci dia la sua santa ispirazione, la sua divina illuminazione, per farci fare in Conclave la scelta che torni a maggior bene della Chiesa e del mondo intero, di cui la Chiesa cattolica deve essere la guida morale. Nessuno di noi faccia dichiarazioni né conceda interviste, e anche i nostri incontri privati avvengano nei prossimi giorni nella massima discrezione, perché i giornalisti sono ormai appostati in ogni angolo di Roma, e le televisioni di tutto il mondo sono piazzate nei punti strategici per riprendere ogni particolare, per poi ricamarci sopra con libera fantasia e talora con scoperta malizia. Non date perciò opportunità al sorgere di questi pettegolezzi, che tendono a banalizzare la serietà e la solennità delle giornate che stiamo vivendo.»

Ciò detto il Camerlengo ci accommiatò, con un segno di mano che dava rilievo alla sua raccomandazione, e tornammo in Vaticano.

Nel pullman Andreas mi chiese se avesse parlato bene; temeva di non aver usato sempre le parole giuste, di aver fatto inutili digressioni e di aver enfatizzato qualche passaggio, preso dalla foga del discorso.

Lo rassicurai: aveva parlato nel modo opportuno, l’enfasi di certi passaggi era pienamente giustificata e adatta a evidenziare la gravità e l’importanza di certi problemi. Andreas rimaneva alquanto perplesso; nella sua modestia, pensava di non aver parlato nella maniera adeguata.

Gli dissi che invece aveva parlato come ci voleva per… scuotere le certezze di tanti colleghi che, forse in buona fede, credono di essere nel giusto in certe questioni: le sue parole avrebbero indotto molti colleghi a riflettere. Giunti in Vaticano ci salutammo con un fraterno abbraccio.

9 maggio 2050

Maggio, dopo un’intera settimana un po’ imbronciata, ci ha regalato una giornata splendida: cielo di cobalto, sole già caldo, una piacevole brezza; quello che ci voleva per il rito funebre all’aperto. Alle nove ci trovammo tutti in basilica, chiusa al pubblico, non solo noi cardinali, ma anche i vescovi che in questi giorni sono accorsi a Roma dall’Italia e dall’estero.

Ci radunammo tutti intorno alla bara di cristallo, per dare l’ultimo saluto e la benedizione a papa Sisto, che appariva in tutta la sua solennità, con l’abito bianco dalle marezzature perlacee e la sua ricca e preziosa mitria. Infatti era stato esposto al pubblico con la mitria ingemmata, la quale alla luce dei doppieri mandava piacevoli sfolgorii, che davano vivacità al volto, atteggiato, come ho detto, a un mezzo sorriso, con le labbra semiaperte, che lasciavano scorgere la bianchissima dentatura, della quale il papa era orgoglioso; era orgoglioso anche della sua capigliatura bionda che faceva sporgere folta dallo zucchetto bianco e un po’ anche dalla mitria. Quando la doveva indossare, il cerimoniere doveva stare ben attento a farne fuoriuscire un ciuffetto.

Quando vennero gli inservienti per collocare la bara di cristallo in quella di legno, Andreoni voleva togliere al cadavere la mitria e lasciarlo col solo zucchetto. Il Camerlengo non era d’accordo, e ci fu tra loro una discussione, nella quale intervennero subito Clozet e Bertinori, per dare man forte al Vicario, il quale sosteneva l’opportunità che la mitria fosse collocata durante il rito sulla bara, come simbolo, e poi conservata in Vaticano, dato il suo valore artistico oltreché venale.

Il Camerlengo dovette cedere, la mitria fu tolta e anche lo zucchetto perse l’aderenza, la folta chioma apparve quasi tutta e, sinceramente, faceva la sua figura.

La bara di legno era di mogano con borchie e fregi in oro; sul coperchio era infissa una croce in oro massiccio con sotto, in lettere pure d’oro, la scritta:

Sixtus Sextus

Pontifex Maximus

MMXXXVIII-MML.

 

La bara era molto pesante e per sollevarla e trasportarla in piazza ci vollero otto inservienti. Fu collocata sul catafalco approntato davanti all’altare, e sopra il cerimoniere Mons. Verdoni collocò la mitria aperta sul nome Sixtus Sextus, mentre il suo aiutante depose, al centro della bara, un ricco evangelario miniato, aperto sul passo di Matteo (16,18)  “Tu es Petrus”.

La piazza era quasi tutta occupata dai fedeli intervenuti, divisi in vari riquadri dalle transenne, mentre le delegazioni erano sistemate in poltrone vicino alla basilica, proprio dietro i cardinali e i vescovi, che erano assisi intorno all’altare, prima i cardinali in rosso, poi i vescovi in violetto, tutti con la propria mitria.

C’erano anche due fanfare, quella pontificia e quella dei Carabinieri italiani, e anche due picchetti militari, quello degli Svizzeri e quello dei Granatieri di Sardegna. La vista complessiva era magnifica, e la televisione vaticana riprendeva la scena con sette telecamere piazzate nei punti opportuni, e guidate da abile regia.

C’erano molte altre televisioni che riprendevano la cerimonia, ma esse non potevano trasmettere in diretta, ma solo in differita. La messa fu celebrata dal cardinale Decano, con il Camerlengo alla destra e Clozet alla sinistra. La Schola cantorum era quella della Cappella Sistina.

Il solenne rito iniziò alle 10 in punto. Dopo la lettura, cantata, del Vangelo, (Mt 16,13-19), andò all’ambone, per il discorso commemorativo, non il celebrante, e neppure il diacono, ma il suddiacono cardinale Clozet, il quale si era ben preparato il discorso, ma ha parlato a braccio, dicendo press’a poco questo:

«Ringrazio il cardinale Kruger, Decano del Sacro Collegio, che mi ha delegato a tenere il discorso celebrativo, dato che lui, per l’età, riteneva di non poter reggere alla fatica e anche all’emozione di commemorare il defunto pontefice. Anche il cardinale Cassini Camerlengo di Santa Romana Chiesa, ha ritenuto che io fossi il più indicato a commemorare il papa defunto, dato che sono stato per ben dodici anni al suo fianco, dopo essere stato per quattro anni al fianco di Clemente XV, suo predecessore, di venerata memoria. A nome dei celebranti e di tutto il Sacro Collegio saluto le delegazioni nazionali qui presenti, tra le quali non posso non menzionare quella degli Stati Uniti, guidata dal Vice-Presidente dell’Unione. Gli americani sono giustamente orgogliosi del papa loro concittadino, perché è stato un grande papa, che ha retto la Chiesa con mano ferma e anche con saggezza. Io ebbi la fortuna e l’onore di partecipare alla sua elezione quasi plebiscitaria nel 2038. Egli volle prendere, da papa, un nome da tempo dismesso, quello di Sisto, che lui diceva essere doppiamente significativo, perché Sisto V, anche se fu papa per soli cinque anni dal 1585 al 1590, rimise ordine nella Chiesa, scossa dallo scisma di Lutero, e promosse anche imponenti opere pubbliche come acquedotti e bonifiche.»

A questo punto si interruppe, perché il venticello gradevole era rinforzato e ora tanto gradevole non era, e gli avrebbe fatto cadere la mitria dal capo, se non l’avesse in tempo afferrata e calcata vigorosamente sulla testa. Poi, con un sorriso, continuò:

«Scusate l’interruzione; Eolo vuole farsi sentire quasi per dimostrare che c’è anche il vento a questa solenne commemorazione di un papa che in gioventù, quando stava nella sua amata Boston, era stato un valente velista.  Lui dunque mi disse che aveva preso quel nome, non solo per l’ammirazione che portava a Sisto V per la sua politica energica, che aveva riportato nella Chiesa la disciplina e il decoro, ma anche perché, diceva, Sisto viene dal verbo latino sisto, che significa appunto “sto saldo”, e lui intendeva stare saldo nella dottrina e nella Fede, e guidare con fermezza la navicella di Pietro, affinché potesse resistere saldamente alla sfida del mondo moderno.»

A questo punto dovette interrompersi una seconda volta, perché una folata di vento, dopo aver sfogliato l’evangelario, lo aveva fatto cadere dalla bara. Immediatamente accorse Monsignor Verdoni, il quale raccolse da terra il Vangelo, lo aprì di nuovo, a caso, sul feretro, e ci appoggiò sopra la mitria, abbastanza pesante, del defunto pontefice. Con un altro sorriso, questa volta un po’ sforzato, Clozet riprese:

«Eolo si vuole un po’ divertire con noi, non c’è che dire, è un suo diritto soffiare, e per questo è rappresentato con le gote enfiate. Ma tornando al nostro discorso, posso dire, io che gli sono stato al fianco, che Sisto sesto è stato un vero padre, sollecito del benessere di tutti i suoi figli, dai cardinali fino ai più umili cristiani, che lui andava a visitare in tutto il mondo, sottoponendosi per questo anche a notevoli sacrifici. Infatti non è tanto piacevole prendere quasi ogni settimana l’aereo per volare qua e là nel mondo per incontrare dappertutto i vescovi, il clero e i fedeli, soprattutto i giovani, che erano entusiasti di lui e per ascoltarlo si riunivano in adunanze quasi oceaniche.»

Qui si dovette interrompere una terza volta, perché una ventata più forte aveva fatto cadere a terra mitria e Vangelo. Accorsero Verdoni e Varema, raccolsero l’uno il Vangelo, l’altro la mitria, ma non li rimisero sulla bara: li portarono all’altare posto sotto il baldacchino, e quindi protetto dal vento.

Tra gli astanti chi guardava preoccupato, chi quasi divertito. Clozet riprese questa volta senza sorridere:

«Siccome Eolo è diventato stizzoso, dobbiamo fare buon viso a cattivo gioco, come si dice, e io mi affretto a concludere il mio discorso. Sisto VI ha operato così bene che sarà ricordato non meno di Sisto V, e certamente passerà alla storia, non solo a quella della Chiesa, ma anche a quella della società civile, in quanto ha contribuito con la sua opera a migliorare la convivenza tra i popoli, perché egli li amava tutti, cristiani e non cristiani, e di tutti si considerava papa, cioè padre.»

Detto questo tornò all’altare, e il celebrante intonò il Credo, che fu cantato in gregoriano, come in precedenza il Gloria, e il rito continuò sino alla fine senza altri incidenti, anche se il vento faceva svolazzare mantelline, sottane e cotte.

Alla fine della Messa ci fu la solenne benedizione del feretro, mentre i picchetti d’onore presentavano le armi. Alla fine il cardinale Kruger si recò a ossequiare le delegazioni nazionali presenti, mentre le fanfare suonarono prima l’inno pontificio, poi quello americano. Quindi fu riaperta la porta principale della basilica, il feretro fu riportato in processione all’interno, e la porta fu di nuovo chiusa.

Il Camerlengo ci invitò tutti a pranzo alla mensa interna, e ci pregò di rimanere in Vaticano, per assistere alle ore 18 alla tumulazione del feretro nelle Grotte Vaticane.

A tavola non riuscii a sedermi accanto ad Andreas, perché i posti vicini a lui erano già occupati, e mi dovetti sedere tra il cardinale di Bruxelles e quello di Madrid, i quali avevano di fianco, rispettivamente, quello di Bombay e quello di Barcellona. Non appena mi sedetti, il collega belga mi chiese:

«Tu che sei della Curia, e hai conosciuto bene papa Sisto, che interpretazione dai al fatto del messale e della mitria?»

«Che interpretazione c’è da dare? È stato un fenomeno meteorologico, una folata di vento, uno scherzo di Eolo, come ha detto argutamente Clozet.»

«Non ti sembra che abbia qualcosa di arcano?»

«Arcano… cioè misterioso… simbolico? In che senso?»       

«Nel senso che voleva essere una smentita degli elogi pronunciati da Clozet.»

«Una smentita da parte di Eolo, il dio dei venti?»

«Non scherzare. Io e i colleghi spagnoli siamo convinti che è stato un segno celeste.»

«Per significare che cosa?»

«Che papa Sisto non ha affatto seguito il Vangelo, che la sua attività è stata puramente terrena… per cui il Vangelo e la sua ricca mitria sono stati gettati a terra.»

A questo punto il cardinale indiano, che aveva seguito il nostro discorso, è intervenuto dicendo:

«Anch’io sono portato a dare all’evento un significato profetico, perché le folate di vento giungevano proprio quando Clozet elogiava più enfaticamente il defunto. Noi in India, con tanti milioni di diseredati, siamo quasi scandalizzati dalla pompa della corte papale.»

«Della Curia romana» corressi io.

«La Curia è diventata una vera e propria corte. Tu non ne facevi parte, ti conosciamo, e abbiamo seguito e apprezzato la tua azione nel governo delle diocesi, ma Clozet, Andreoni e Bertinori, la triade vaticana, formavano una vera e propria corte attorno al sovrano… »

«Non stai usando parole un po’ troppo forti, collega?»

«No, non mi sembra. Del resto, a Castelgandolfo Mercedes e Marimba hanno usato parole ugualmente forti per deplorare il lusso e la mondanizzazione del Vaticano, e anche il venerando Kruger ha fatto qualche critica, anche se indiretta.»

«Lui ha proposto semplicemente di ridare il diritto di voto agli ultra ottantenni.»

«Vedi, collega, quella norma fu introdotta per poter eleggere nuovi cardinali al posto di quelli che andavano in quiescenza, e quindi promuovere gli amici al fine di formare un Sacro Collegio favorevole alla politica vaticana, che era una politica mondana. Per fortuna questo papato è stato breve, e il Collegio cardinalizio è solo in parte di nomina recente, e possiamo sperare che in Conclave lo Spirito Santo ci faccia fare la scelta migliore, per riportare la Chiesa alla sequela evangelica.»

«Lo speriamo tutti, e pregheremo affinché ciò avvenga.»

Non aggiunsi altro, perché non volevo continuare su quel tema un po’ intrigante del segno celeste; e per fortuna proprio allora cominciarono ad arrivare le vivande, e ci mettemmo a mangiare quasi in silenzio. Terminato il pranzo e preso il caffè, andammo tutti nella grande sala delle riunioni, dove erano stati sistemati molti divani e poltrone. Qualcuno si appisolò sulla poltrona,  altri si riunirono in conversazione. Andreas si sedette vicino a me in un grande sofà, dove subito dopo si assisero i cardinali di Madrid e di Barcellona. Quello di Barcellona disse:

«Chi avrebbe creduto che morisse così giovane?»

«Così giovane?» dissi io «aveva 70 anni, l’età giusta per morire, come dice il salmo 90, versetto 10, “Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti; ma quasi tutti sono fatica, dolore.”»

«Hai detto bene: ottanta per i più robusti; e Sisto non ti sembrava robusto?»

«Sì, era anzi un vero sportivo; quando era a Roma faceva ogni giorno 20 vasche della piscina, cioè un chilometro esatto, in stile libero; d’inverno andava a sciare almeno per una settimana. Come nuotatore, si fece riprendere in mutandine all’orlo della piscina, per far ammirare la sua corporatura atletica… Beh, non tutti in Vaticano approvavano queste esibizioni, ma lui ribatteva: “Che c’è di male? Non sono un uomo come tutti gli altri? E poi mens sana in corpore sano.”»

Intervenne l’arcivescovo di Madrid:

«Hai detto bene, amico, vere esibizioni, indecorose per un  pontefice. E avete notato come curava la sua folta capigliatura bionda, che usciva dallo zucchetto in graziosi ciuffetti, e un po’ anche quando portava la mitria? Non dire poi quando, nel pontificale, il cerimoniere all’offertorio gli toglieva anche lo zucchetto, e la capigliatura appariva in tutta la sua brillantezza!»

«Si – ammisi io – era un po’ vanesio, anche nel mostrare la splendida dentatura col suo perenne sorriso stereotipato. Sono debolezze umane.»

Accanto a noi stava seduto in una poltrona l’arcivescovo di Lisbona il quale, avendo orecchiato il nostro discorso, a un tratto si alzò e ci venne vicino dicendo:

«Stavate parlando della vanità di Sisto; era vanità ma era anche falsità: Sisto portava il parrucchino e la dentiera. Io l’ho sempre sospettato, vedendo la sua capigliatura sempre uguale, con le stesse ondulazioni e con lo stesso colore, e la dentatura sempre di quella bianchezza e perfezione. Ho avuto la conferma dei miei sospetti da un mio amico di Boston: Sisto a 40 anni era già completamente pelato e con i denti rovinati dal fumo e dalla carie. Aveva messo parrucchino e dentiera e ha saputo conservare il suo segreto qui a Roma, dove ha portato con sé il parrucchiere e il dentista personale.»

«Questo è vero; riguardo al parrucchino e alla dentiera non posso confermare, potrebbe essere, ma non è questo l’importante. La vanità è certamente un difetto, specie per un pontefice, ma la grave colpa del defunto è stata la mondanizzazione della Chiesa, la quale sotto di lui è diventata come un’istituzione terrena, perdendo ulteriormente l’afflato spirituale che la dovrebbe animare. Parlo della Chiesa centrale, della Curia Romana; nelle diocesi ci sono tanti veri pastori. Lo posso affermare io, che li ho visitati tutti e spesso.»

«La Chiesa deve ritrovare la sua missione – intervenne Andreas – e noi cardinali periferici, non contagiati dalla corruzione del Centro, dobbiamo adoperarci uniti, affinché si faccia un approfondito esame di coscienza, e si metta mano a una vera riforma, che restituisca splendore al volto della Chiesa, ora deturpato da tanti belletti. La Chiesa periferica soffre e, qua e là, si agita. Se non si mette mano, e subito, alle riforme necessarie, potremmo avere ribellioni e scismi.»

«Dio non voglia! – dissi io – Ci sarebbe per la navicella di Pietro il pericolo di un rovinoso naufragio. Ma Gesù Cristo non permetterà che la sua Chiesa vada alla deriva. L’umanità tutta è oggi dominata dal  relativismo e dallo scetticismo, con una paurosa corruzione dei costumi…certamente incrementata dal cattivo esempio della Chiesa, la quale, come si dice, predica bene ma razzola male. Nei prossimi giorni prima del Conclave, dobbiamo riunirci, noi che sentiamo l’urgenza del problema, al fine di analizzarlo meglio e arrivare a delle proposte concrete. Io, cari colleghi, sarei ben lieto se a casa mia convenissero, con voi, altri cardinali interessati alla riforma.»

«Io verrò certamente a trovarti – disse il cardinale di Lisbona – e cercherò di portare altri colleghi.»

Così conversando il tempo era passato senza che ce ne accorgessimo, e alle 17,30 il Camerlengo entrò nella sala, per invitarci a seguirlo in basilica.

Col Cardinale Cassini comparve anche la triade vaticana, e ci avviammo quasi in processione. Gli inservienti sollevarono il feretro e scendemmo nelle grotte. Papa Sisto si era fatto costruire un monumento funebre accanto a quello del predecessore, e in esso fu tumulato dopo un’ultima benedizione della salma da parte del Camerlengo, che poi ci congedò, ricordandoci che ci dovevamo riunire il giorno 14 alle ore 8, per procedere alle cerimonie preparatorie del Conclave. Se si fosse verificato nei quattro giorni liberi qualche evento straordinario e urgente, saremmo stati convocati a domicilio.

Verso le 20 lasciammo la Basilica, Andreas diretto all’Ambasciata, io a casa mia.

10 maggio 2050

Ieri con Andrea eravamo rimasti d’accordo di vederci alle 8 a Santa Maria in Trastevere, per dire la Messa lì e prendere un appuntamento per il pomeriggio, perché lui in mattinata doveva sbrigare un incarico per conto dell’Ambasciatore. Detta la santa Messa ci separammo con l’intesa che lui sarebbe venuto a casa mia nel pomeriggio alle 17, per approfondire i problemi che avevamo evidenziato, col proposito di concretizzare le nostre proposte in uno scritto, da mostrare eventualmente ai colleghi interessati. Lui sarebbe rimasto a pranzo in Ambasciata, io come al solito sarei andato all’orfanatrofio.    

Verso le 10 mi ha telefonato Andreoni per chiedermi se ero libero, perché voleva venire a trovarmi. Gli dissi che ero liberissimo e che avrei avuto piacere d’incontrarlo. Venne poco dopo, e cominciammo a parlare. Invece di fare il resoconto del colloquio, preferisco riportarlo come lo ricordo.

Dopo i convenevoli Andreoni disse:

«Sono venuto, egregio collega, per parlare con te, in camera charitatis, dei problemi che urgono nella Chiesa, ai quali dobbiamo dare una soluzione equa e condivisa. Tu a Castelgandolfo non hai mai preso la parola, ma sappiamo tutti che condividi le idee… oltranziste del cardinale di Dakar, di cui sei grande amico.»

«Perché le chiami oltranziste?»

«Perché sono rivoluzionarie , direi… distruttive.»

«Eliminare dalla Chiesa le molte istituzioni terrene significa per te distruggerla?»

«Certamente distruggerne l’attuale assetto, che è di grande prestigio e autorevolezza nel campo internazionale.»

«Ma non nel campo… ecclesiale, nel campo spirituale, nella predicazione del Vangelo e nella sua testimonianza.»

«Ma lasciamo da parte le generalizzazioni, e veniamo al concreto… Secondo voi, che cosa si dovrebbe fare? Ma ti prego, collega, trattiamo punto per punto. Enunciami la prima cosa che non va, e come si dovrebbe fare per rimediare.»

«L’attività diplomatica, cioè le nunziature o delegazioni apostoliche in circa 180 paesi, per reggere le quali è istituita un’apposita carriera, è una delle prime cose da eliminare. Si risparmierebbero denari, tanti, e anche numeroso personale.»

«E le relazione con gli Stati chi le gestirebbe? I trattati, i concordati, le convenzioni chi le concluderebbe? Non capite che, senza queste rappresentanze, il clero nei vari paesi sarebbe allo sbando? Senza protezione e tutela giuridica, in balia dei Governi?»

«Nei paesi dove i cattolici sono la maggioranza, o una forte minoranza, ci sono le Conferenze Episcopali locali in grado di concludere, se del caso, qualche opportuno accordo con le autorità locali, per garantire alla Chiesa la dovuta libertà. Dove i cattolici sono una sparuta minoranza, che accordi si dovrebbero prendere? Sarà compito del clero locale istituire amichevoli relazioni con le autorità e le altre comunità religiose, confidando nel carisma evangelico, che considera tutti gli uomini come fratelli.»

«Belle parole, caro collega. Le relazioni con le altre religioni non sono così idilliache… anzi talora le nostre minoranze sono soggette a vere persecuzioni…»

«Esse ci sono in qualche paese anche con i nostri bei trattati…di garanzia e tutela. E’ l’intolleranza religiosa di certi gruppi che talora esplode, trattati e non trattati. La persecuzione è un’evenienza sempre presente nel Cristianesimo, e Gesù ci ha detto che ci manda come pecore in mezzo ai lupi (Mt 10,16). Del resto, come dice Tertulliano “sanguis martyrum semen Christianorum”.»

«Lasciamo perdere Tertulliano… la persecuzione non fa piacere a nessuno… e vorrei conoscere uno che abbia oggi la vocazione al martirio.»

«Quando avvengono queste cose spiacevoli, dovute a gruppi fanatici e intolleranti, i trattati non servono a niente. E’ invece efficace la riprovazione e la condanna da parte dell’opinione pubblica internazionale e, nei casi più gravi, l’intervento dell’ONU.»

«In conclusione, per venire al sodo, quale sarebbe la vostra proposta?»

«Ridimensionare a poco a poco l’apparato diplomatico, eliminando innanzi tutto le rappresentanze negli Stati più piccoli o con piccole minoranze cattoliche, diminuendo poi il personale, e quindi la spesa, nelle Legazioni più importanti, dando sempre più autorità alle Conferenze Episcopali, il cui presidente prenderà via via le funzioni dell’attuale Nunzio o legato pontificio, fino allo smantellamento totale della struttura diplomatica, con enorme beneficio anche finanziario. Il Ministero degli Esteri e lo Studio per la preparazione dei diplomatici si dovrebbero eliminare subito.»

«Tu dimentichi, caro collega, che la Santa Sede è uno Stato di diritto internazionale, la Città del Vaticano, e che le relazioni tra gli Stati avvengono per via diplomatica, non per via… privata.»

«Secondo me, la ricostituzione dello Stato Pontificio nel 1929 fu un grave errore. Era stato distrutto nel 1870, e la Chiesa era stata liberata da uno scandalo e da un grave peso, che ne aveva ostacolato per secoli la funzione religiosa,  immischiandola in alleanze politiche e militari, e anche in guerre contro potenze cattoliche, come avvenne nel 1848 contro l’Austria,  che allora minacciò lo scisma, e costrinse Pio IX a ritirare le sue truppe. Lo Stato italiano, occupata Roma, naturale capitale della nazione, emanò una legge molto saggia a garanzia della libertà del Papa come capo del Cattolicesimo. La Santa Sede avrebbe fatto bene ad accontentarsi di quella legge molto equa; ma volle riavere uno Stato, anche piccolo…»

«E ora che questo Stato c’è, tu vorresti smantellarlo?»

«Non ho detto questo; ma si potrebbero eliminare, a poco a poco, certe strutture statuali e certi simboli…»

«Quali?»

«Per esempio le guardie svizzere, cioè l’esercito, la bandiera e lo stemma, l’inno e la fanfara, la gerarchizzazione burocratica, i ricevimenti solenni del papa come sovrano nelle visite apostoliche… Niente più picchetti di onore, bandiere, inni e fanfare. Il papa dovrebbe presentarsi nel mondo come capo religioso e non più come capo di Stato, come un re. Tutto questo si potrebbe attuare subito. Col tempo si potrebbe anche rinunciare allo status di Stato, restituendo la sovranità dell’attuale territorio vaticano all’Italia, la quale sarà certamente rispettosa della libertà religiosa del Papa, anche se egli non sarà più sovrano di uno Stato. Gesù Cristo ha fondato una Chiesa, non uno Stato. Questa rinuncia sarebbe bene accolta specialmente dalla Chiesa Ortodossa, la quale rimprovera a quella Romana questa sua costituzione di Stato, mentre essa è rimasta Chiesa. E siccome essa discorda da quella romana di ben poco, nel campo della dottrina, si potrebbe giungere all’auspicata riunione.»

«La tua fantasia galoppa a briglia sciolta, caro collega. La Chiesa Ortodossa ha ben altre pretese, reclama addirittura la primazia del mondo cristiano. Ma lasciamo le fantasie, e andiamo avanti nell’analisi. Dopo lo smantellamento della struttura diplomatica e statuale del Vaticano, cos’altro volete smantellare, voi riformatori?»

«Noi non vogliamo smantellare, cioè distruggere, ma proporre riforme, per liberare la Chiesa da istituti non consoni con la sua missione. E uno di questi istituti è la Congregazione per le cause dei santi. Il giudizio ultraterreno lasciamolo al Giudice Celeste; proclamare un uomo beato o santo è quasi voler imporre a Dio la sorte eterna da assegnare a una persona.»

«Non si tratta di imporre a Dio la sorte eterna di una persona, ma di segnalare alla venerazione dei fedeli le persone che per i loro meriti spirituali sicuramente sono in Paradiso e che possono intercedere per noi, e ottenerci le grazie. Infatti i miracoli che si ottengono attraverso i santi dimostrano che essi sono ascoltati da Dio, che sono vicini a Lui.»

«Certamente ci sono state persone che si sono segnalate nella Fede e nella Carità, dei veri seguaci e testimoni di Cristo, i quali possono essere proposti a imitazione ed esempio ai cristiani. Ma per far ciò basta scrivere le loro biografie e distribuirle gratis nelle parrocchie di una regione, di una nazione o del mondo intero, secondo la rilevanza del personaggio. Ma istituire processi canonici con tanto personale ecclesiastico e laico impegnato, e quindi tante spese, non serve a salvare le anime, ma solo a soddisfare l’orgoglio di paesi, congregazioni, ordini religiosi o determinate categorie.»

«Non è così, caro collega. Il popolo fedele è edificato da queste celebrazioni, ama il culto dei santi, ha bisogno della presenza, nelle chiese, degli altari e anche delle statue di questi santi intercessori e protettori. Ogni città e paese, ogni categoria e professione ha il suo santo protettore, e la celebrazione della sua festa è l’espressione delle fede popolare.»

«Una fede che spesso è vera idolatria. Queste feste, in cui si portano in processione le statue dei santi, con carri addobbati, drappi e luminarie, con confraternite in vivaci costumi e bande, sono feste mondane, tradizioni folcloristiche, che servono solo ad attirare turisti, e finiscono spesso nelle ubriacature e nelle crapule. E quanto denaro si spreca in queste feste, che quasi sempre durano più giorni; denaro che sarebbe opportuno impiegare nella Sanità e nella Scuola. Non è religione questa, egregio collega.»

«E’ la religiosità popolare, che non va disprezzata.»

«Non va disprezzata, ma neppure incrementata, come si sta facendo in questi ultimi tempi, in cui la religione è ridotta a sole feste, solennità, pellegrinaggi, raduni, celebrazioni, anniversari, centenari, millenari, bimillenari, giornate dedicate alla famiglia, ai migranti, ecc. Tutte celebrazioni vuote, perché poi non si fa niente di pratico e di veramente utile per le famiglie, i migranti e l’educazione dei giovani. La religiosità popolare, così come si manifesta oggi, è vera idolatria;le chiese sono piene di statue di santi, di legno, di metallo, di marmo, di cartapesta, di plastica, collocate in altari più o meno lussuosi e artistici, con davanti le lampadine elettriche da accendere e la cassetta in cui deporre l’offerta. Il devoto entra in chiesa e va diritto non all’altare centrale o a quello del Sacramento, ma a quello del suo santo in effigie, davanti al quale si inginocchia, chiede la grazia, accende le lampadine, depone il suo obolo e poi se ne va soddisfatto, dimenticandosi che quella è la casa di Dio. Questa non è religione, non è Cristianesimo. Il Cristianesimo è adorazione di Dio nella Santissima Trinità e comportamento onesto e solidale nella vita. Questi adoratori dei santi, questi fanatici celebratori delle loro feste sono spesso moralmente depravati, talora mafiosi e camorristi…»

«Non ti sembra di esagerare, collega?»

«Può darsi, ma il problema c’è, caro Andreoni. Questa religiosità va a poco a poco purificata, liberata dalle incrostazioni mondane, riportata alla spiritualità, e soprattutto a un comportamento veramente cristiano nella famiglia, nella società e nel mondo del lavoro. La Congregazione per le cause dei santi, che assorbe tanto personale, dai postulatori a tutti gli altri membri delle varie commissioni, e che comporta anche un notevole gravame finanziario, deve essere gradualmente diminuita di personale, fino a scomparire. Non si devono istituire nuovi processi canonici, né accogliere domande in tal senso. Se ci sono stati nei tempi più recenti cristiani che si sono segnalati nella sequela di Cristo e nella testimonianza del Vangelo, sarà la diocesi a proporli per incitamento ed esempio ai fedeli con brevi e veritiere biografie da diffondere gratis nelle parrocchie.»

«Questa tua proposta, se fosse attuata, scatenerebbe una vivace, e forse violenta, opposizione, o addirittura qualche ribellione o scisma. Non capisci, collega, che la Chiesa ha ormai assunto la presente struttura, frutto di secolare evoluzione, struttura ormai consolidata… e guai a toccarla… c’è pericolo che crolli tutto, per un effetto domino. La Chiesa ormai è così strutturata e bisogna rispettare la tradizione.»

«La tradizione è cosa umana, spesso nata per fini terreni di dominio o di prestigio o di convenienza… Gesù si è scagliato spesso contro la tradizione degli uomini che ha fatto dimenticare la legge di Dio.»

«C’è tradizione e tradizione… Comunque tu, caro collega, hai una visione troppo unilaterale dei problemi… Ne dovremo trattare in modo più approfondito in questi giorni che precedono il Conclave, al fine di giungere a una visione complessiva… più realistica. Dato che oggi abbiamo colloquiato abbastanza ed è quasi mezzogiorno, io ti lascio per oggi, ma se sei d’accordo, verrò a trovarti anche domani, verso le 10.»

«Sono pienamente d’accordo. Ti aspetto.»

Nel pomeriggio è venuto Andreas, al quale ho riferito, in sintesi, gli argomenti del colloquio; e siccome gli ho anche detto che Andreoni tornerà domani, lui mi ha manifestato il desiderio di essere presente. Gli ho risposto che era molto opportuna la sua partecipazione all’incontro, perché in tal modo poteva rendersi conto personalmente dei temi che sarebbero trattati, cioè gli altri aspetti della mondanizzazione della Chiesa.

Andreas mi ha allora detto:

«Io della struttura burocratica della Chiesa, e specie della Curia Romana, ho un’idea molto approssimativa… Non mi sono mai preoccupato di conoscerla, occupato come ero nella conduzione della mia diocesi e nell’attività missionaria. Ma ora, nell’imminenza del Conclave, sento il dovere di averne una visione più completa e precisa…Per esempio, non conosco neppure il nome di tutti i cardinali, e solo stamane ho appreso che essi sono divisi in vescovi, presbiteri e diaconi, cioè in tre gradi gerarchici… Non sapevo che io sono un cardinale… diacono, cioè del grado inferiore. Ti prego perciò di prestarmi il tuo Annuario Pontificio, per poterlo consultare e conoscere almeno l’organigramma della Santa Sede, per non fare la figura dello sprovveduto.»

Gli ho consegnato l’Annuario Pontificio 2049 dicendo di tenerselo pure, dato che io, essendo di Curia, ne conosco ormai abbastanza la complessa struttura, e poi sarebbe presto uscita l’edizione 2050.

Ci siamo separati con l’appuntamento per domani, ore 10.

11 maggio 2050

 Stamane Andreas è venuto a casa mia verso le 9,30, e io mi sono meravigliato per il notevole anticipo, e ancor di più perché portava con sé l’annuario.

«Perché me lo riporti, Andreas? Non ti avevo detto di tenerlo?»

«Sì, e io lo conserverò; ma l’ho portato perché in esso ho trovato cose molto strane, almeno per me.»

«Per esempio?»

«Che la Santa Sede ha 11 Pontifici Istituti, 7 Pontificie Università, 4 Pontificie Facoltà, 2 Pontifici Atenei, 10 Pontificie Accademie.»

«Sono istituzioni culturali.»

«Che servono poco per l’evangelizzazione dei popoli e molto per la carriera centrale e periferica. Io mi chiedo quanto personale (docente, discente, amministrativo) è impiegato in queste istituzioni, e quanta spesa esse comportano, mentre per le missioni mancano persone e mezzi.»

«Hai perfettamente ragione, Andreas; anch’io penso che le Università potrebbero essere ridotte a due-tre, con grandi economie di personale e di denaro.»

«E poi sono rimasto sbalordito nel conoscere tutte la Pontificie commissioni , i Pontifici consigli, i Pontifici comitati.»

Andreas dovette interrompere il suo elenco, perché arrivò il cardinale Marco Andreoni, ma non solo; con lui c’era Charles Clozet, il Segretario di Stato. Dopo i saluti Andreoni disse: 

«Il collega Charles mi ha espresso il desiderio di prendere parte al colloquio, per conoscere i problemi in discussione ed eventualmente dare delle spiegazioni, dei chiarimenti, data la sua lunga esperienza di Curia, essendo stato per tre anni anche Segretario di Papa Clemente.»

«E’ certamente il benvenuto in casa mia, e penso davvero che egli ci potrà illuminare su qualche questione.»

«Sono molto contento» iniziò Clozet «che qui trovo il cardinale Marimba che, da quanto ha detto a Castelgandolfo, si dimostra molto critico verso l’attuale… governo della Chiesa…»

«Con Marimba io sono solidale, cioè la penso come lui, caro Charles, e voi in Curia ve ne siete accorti da tempo, per cui sono stato praticamente emarginato. Anzi mi sono giunte ultimamente delle voci… che dicevano certo il mio esonero da Prefetto della Congregazione per i vescovi, essendo in questa carica un po’ scomodo.»

«Chiacchiere pettegole e tendenziose, egregio Prefetto; tu, in questa carica, hai operato con saggezza e oculatezza, e anche il papa ne era soddisfatto… Ma lasciamo stare queste dicerie, e vediamo di evidenziare quelle strutture che, secondo te, sono segno di mondanizzazione, e andrebbero eliminate o riformate.»

«Cominciamo dai nei, per poi passare alle rughe e alle piaghe. Il papa ha nove titoli, tra i quali “Servo dei servi di Dio” è in contraddizione con “Sua Santità”. Santo è solo Dio, e dare questo titolo a un uomo è offendere la Suprema Maestà. E poi i titoli dei cardinali (E.mo e R.mo Sig. Card.), dei vescovi e arcivescovi (Sua Ecc. R.ma Mons.), dei quali quelli senza diocesi hanno titoli di antiche città ora abitate da mussulmani, in Africa Settentrionale, Siria, Palestina, Turchia, Mesopotamia, ecc. Insomma quando non ci sono diocesi cattoliche da assegnare, tutti i monsignori in carriera diventano “arcivescovi titolari di”. Queste sedi titolari sono migliaia. Io della sola lettera A ne ho contate nell’Annuario ben 226. Insomma la Santa Sede si è fatta una grande riserva di titoli da assegnare. E poi la gerarchizzazione. Non basta aver diviso i cardinali in vescovi, presbiteri e diaconi; a ognuno di essi è assegnato un titolo. Quelli dei cardinali vescovi sono pochi e comprensibili, perché si tratta di sette paesi intorno a Roma; ma quelli dei cardinali presbiteri sono 139, e qualche volta sono abbastanza curiosi come quello della “Beata Maria Vergine del Monte Carmelo di Mostacciano”. Quelli dei cardinali diaconi sono 58, e tra essi ce ne sono di belli lunghi, come per esempio quello dell’amico Andreas qui presente, il quale è cardinale di “Santa Maria delle Grazie alle Fornaci fuori Porta Cavalleggeri”. E anche il mio è carino; in originale suona: “Sanctae Mariae de Mercede et Sancti Adriani ad locum vulgo Villa Albani”. Ma la Curia non avverte il ridicolo di questi titoli? Tutta questa gerarchizzazione a cosa serve?»

«Serve, collega, serve a distinguere i ruoli e le competenze. Tu al tuo bel titolo non è che ci hai rinunciato, e neppure il tuo amico ha rinunciato al suo.»

«A che serviva fare una rinuncia personale, se non cambia il sistema? Sarebbe sembrata un’esibizione, un mettersi in mostra, per far parlare la stampa. Una gerarchia è certamente necessaria, ma semplice e senza titoli onorifici (Monsignore, Eccellenza, Eminenza, Santità). Basta dire: sacerdote, vescovo, cardinale, papa. Gesù Cristo ci ha insegnato l’umiltà, e non voleva neppure essere chiamato “Maestro Buono” e noi chiamiamo un uomo “Santità”, “Santo Padre”? Tutte le volte che tra gli apostoli sorgevano discussioni di primazia, egli li riprendeva, ammonendoli che dovevano essere semplici e umili come fanciulli. E prima della passione ci diede il più grande esempio di umiltà, lavando i piedi agli apostoli.»

«Dobbiamo tornare – intervenne Andreas – alla semplicità e all’umiltà evangelica. Tanta burocrazia, tanta gerarchia, tanti titoli onorifici contraddicono l’insegnamento di Gesù.»

«Tu, collega Marimba, vedi le cose in un modo semplicistico…Sei vescovo di una piccola diocesi africana e la governi molto bene. Hai però una visione limitata del Cristianesimo. Non è una piccola comunità, ma complessivamente più di un miliardo di fedeli; e per reggerli e governarli occorrono gerarchie locali, controllate e dirette dalla gerarchia centrale. Uno Stato ha i suoi  ministeri , i suoi dicasteri, noi le nostre Congregazioni.»

«E basterebbero queste per guidare la Chiesa Cattolica; sono nove, e qualcuna può essere abolita, come quella dei santi, la quale assorbe tanto personale nelle diocesi e in Vaticano. Ma poi ci sono i tanti Pontifici Consigli, i Pontifici Comitati, le Pontificie Commissioni… Ho dato uno sguardo all’Annuario e sono rimasto sconcertato…  Tanti Uffici, tanto personale, tanta spesa… Per le missioni, per l’evangelizzazione poco personale e pochissimi soldi.»

«Per l’evangelizzazione abbiamo l’apposita Congregazione, l’ex Propaganda Fide, che se ne occupa con competenza…»

«Tutta burocrazia» ribatté Andreas «Si, è un grande dicastero: 36 cardinali e 10 vescovi; e poi tanti tra capi ufficio, ministranti, scrittori, personale d’archivio e d’amministrazione, e infine ben 40 consultori. Ma per le missioni c’è ben poco personale, e questa Congregazione è come un esercito formato da centinaia di ufficiali (generali, superiori, inferiori) con uno sparuto numero di soldati.»

«Scusami, collega Marimba, ma per un buon esercito, se vogliamo usare la similitudine, occorrono i quadri adeguati e professionalmente preparati. E nella Congregazione ci sono.»

«La Santa Sede ha moltiplicato la sua burocrazia con tanti consigli, commissioni e comitati; per la diplomazia ha Nunzi o Delegati apostolici in più di 180 Paesi, e per ogni Nunzio, quasi sempre arcivescovo titolare, ci sono segretari e consiglieri, oltre al personale di servizio e una bella sede. È come se ciò non bastasse, la Santa Sede ha rappresentanze presso 17 Organizzazioni internazionali governative, a cominciare dall’ONU, e presso 9 Organizzazioni non governative. È insomma un’elefantiasi di rappresentanze.»

«Non un’elefantiasi, collega, ma una necessità di visibilità, di presenzialità, e quindi di prestigio.»

«La Chiesa di Cristo non ha come fine il prestigio, ma la predicazione del Vangelo e la conversione delle anime; non l’approvazione degli uomini, ma di Dio. Abbiamo fatto della Chiesa un regno terreno, con un sovrano, con una sua corte e anche la Famiglia Pontificia. Mi sono divertito a leggerne sull’Annuario la composizione; sono una cinquantina di persone, tra cui l’Elemosiniere, il Teologo, due cerimonieri, due cappellani, un predicatore; e poi i Prelati d’onore, i Gentiluomini d’onore, gli addetti di Anticamera e l’aiutante di camera. Mi sono quasi stancato a leggere tutto questo apparato regale… Non voglio accennare ai tanti altri uffici della Curia. Voi, cardinali Clozet e Andreoni, li conoscete bene… Sono apparati terreni che appesantiscono l’azione della Chiesa. Mi sovviene una riflessione di Joseph Ratzinger, di quando era ancora cardinale, la quale diceva press’a poco così: “Temo che la Chiesa indossi troppe istituzioni di diritto umano, che diventano poi come la corazza di Saul, che impediva al giovane David di camminare.” Sì, la Chiesa crede di essersi corazzata, fortificata nel mondo, di aver acquistato autorità e prestigio con tutte le sue istituzioni terrene, il suo presenzialismo internazionale; in realtà essa si è arroccata nella sua esaltazione e non avverte più le esigenze spirituali dei popoli, specialmente quelli del terzo mondo.»

«Hai citato il cardinale Ratzinger; ebbene, da papa, quale istituzione terrena ha egli abrogato, per lasciar “di nuovo trasparire il volto autentico della Chiesa”, come lui stesso si esprime nel passo da te citato?»

Siccome Andreas indugiava a rispondere, intervenni io dicendo:

«Che io sappia, nessuna; ma penso che non sia riuscito a superare l’opposizione della Curia: i Romani dicevano: “Senatores boni viri, Senatus mala bestia”. E il Senato della Chiesa è la Curia Romana.»

«No, caro collega» replicò Clozet «Egli non cambiò niente, perché non c’era nulla da cambiare. Da papa, comprese che quegli apparati sono necessari per la missione della Chiesa. Solo il papa ha della Chiesa una visione panoramica, come può averla chi sta in alto, sulla vetta; mentre chi sta nella valle o anche a mezza costa, come un cardinale anche dotato, non può avere che una visione parziale, limitata, la quale però a lui sembra totale, e quindi sbaglia nelle sue deduzioni… Questi apparati terreni, che a voi sembrano mondanità, sono invece, nel mondo moderno, una necessità.»

«”Porro unum est necessarium”» (Lc 10,42) dissi io «cioè la sequela di Cristo e la conversione delle anime, non il prestigio internazionale, la visibilità mediatica e il presenzialismo…Sono d’accordo che la Chiesa oggi, con circa un miliardo di battezzati, deve avere organismi di coesione, di promozione e di controllo… Però il troppo storpia, come ben dice il proverbio. Dovete riconoscere, egregi colleghi, che molti istituti, comitati e commissioni hanno poca attinenza con la missione spirituale della Chiesa… Sono stati aggiunti via via per esigenze contingenti o… di facciata, come per dimostrare che certi problemi, certi bisogni, sono avvertiti dalla Chiesa. Ma trattarli, questi problemi e bisogni, teoricamente, creando Consigli e Commissioni, che poi sfornano circolari, direttive con i soliti “si dovrebbe”, “sarebbe necessario”, senza fare nulla di pratico, lanciare appelli agli altri e non impegnarsi mai nell’azione diretta, la quale esige spesso fatica e sacrifici, è un ingannare gli altri e anche sé stessi… Non dico che non serva l’azione direttiva, guidata dallo studio e dall’analisi, ma limitarsi alle lettere apostoliche, ai solenni discorsi, alle proclamazioni di principio, è pura apparenza…»

«Ora stai davvero esagerando» intervenne Andreoni «Anche questo tuo criticare tutto e tutti, non serve a niente. Torniamo con i piedi a terra, confrontiamoci con la realtà nostra e con quella del mondo, che non è quella del tempo di Gesù. Sono convinto che, se Cristo tornasse sulla terra, oggi, per aiutare la sua Chiesa e correggerne qualche stortura, dovrebbe adeguarsi alla modernità, viaggiare quasi ogni giorno con l’aereo, servirsi della radio, della televisione e della stampa, nominare ovunque i suoi vicari e rappresentanti… Ora non si tratta più di predicare nei villaggi della Palestina, coadiuvato da dodici apostoli, ma di predicare in tutto il mondo; e come ciò si potrebbe effettuare senza la vasta organizzazione che la Chiesa a poco a poco si è data?»

«Noi non diciamo affatto che tutta l’organizzazione deve essere smantellata, ma che deve essere ridimensionata, snellita. La Chiesa appare oggi come una persona tanto obesa, che quasi non può camminare e ha bisogno di una urgente e radicale cura dimagrante, o come un albero che, se non è potato, rischia di cadere sotto il peso dei suoi stessi rami, cresciuti a dismisura in ogni direzione. Noi proponiamo una oculata potatura, che non solo eviterà il crollo della pianta, ma la rinvigorirà. Alcune istituzioni possono essere eliminate, altre ridotte al puro necessario, altre unificate, cioè accorpate, evitando doppioni e dispersione di energie…»

«A questo proposito» intervenne Andreas «un campo dove bisognerebbe accorpare è quello degli Ordini Religiosi maschili e femminili… Sono rimasto sbalordito quando li ho letti tutti elencati nell’Annuario. Volevo contarli, ma ci ho rinunciato, perché sono certamente oltre il migliaio. Infatti nell’Annuario gli Ordini Maschili sono elencati in 70 pagine, quelli femminili in ben 218 pagine. L’ultimo ordine elencato è quello delle “Vergini di Gesù”, con una sola casa e 9 suore, ma che ha anch’esso la sua Superiora Generale. Quante saranno le Case Generalizie di tutti questi ordini? quanto il personale? quante le spese? Gli ordini, specialmente quelli femminili, spuntano dappertutto come funghi, e spesso servono soltanto a creare una nicchia per qualche suora o pia donna un po’ esaltata. Se gli ordini maschili fossero ridotti a una diecina, accorpandoli secondo la loro finalità e la loro storia, e quelli femminili a una ventina, quanto risparmio ci sarebbe e di personale e di denaro?»

«Tu, egregio collega» intervenne Clozet «vedi sempre le cose in modo semplicistico. Tutto ti sembra facile e fattibile; e invece questa unificazione che tu auspichi è difficilissima. Sotto il nuovo Pontefice, se io conserverò la mia carica, ti proporrò come Prefetto della “Congregazione per gli istituti di vita consacrata”, e sarò ben lieto se riuscirai a unificare gli ordini religiosi.»

Essendosi fatto quasi mezzogiorno, Andreoni disse:

«Cari colleghi, abbiamo conversato abbastanza, trattando di vari problemi. Questo scambio di idee ci è servito per evidenziare certe difficoltà. Anche io e Charles siamo d’accordo che qualche cosa può essere migliorata, qualche semplificazione apportata. Ma tutto dipenderà dall’iniziativa del prossimo papa. Cerchiamo di scegliere la persona più adatta a questo gravoso compito. Non dobbiamo essere avventati, ma saggi. Arrivederci a presto. Io e Charles vi salutiamo caramente.»

Partiti gli ospiti, commentammo tra noi gli interventi di Andreoni e Clozet. Era evidente che ambedue avevano apprezzato la gestione sistina, che ambedue non volevano cambiar niente, o solo qualche minuzia, nell’apparato della Chiesa; solo che il Francese era più… intransigente, mentre Andreoni si mostrava più… possibilista… più accomodante. Almeno così sembrava.

È chiaro che egli si mostra tale, perché ha la speranza di essere eletto, e per questo non vuole scontentare nessuno, possibilmente.

Clozet non può avere la speranza di essere eletto, perché un papa francese c’è già stato, come in precedenza un papa tedesco e un papa polacco. Tutti sono convinti che bisogna cambiare. Gli spagnoli e i latino-americani giustamente desiderano un papa loro, perché non ne hanno da tanto tempo, precisamente da Alessandro VI, di non fausta memoria, morto nel 1503. Dopo quella data tutti i papi sono stati italiani sino al 1978, ad eccezione del breve pontificato dell’olandese Adriano VI (1522-23). Nel conclave del 2038 gli ispano-americani erano quasi sicuri di fare papa un loro connazionale; ma, come essi dissero in seguito, erano stati scippati dai Yankee, coi loro dollari.

Ora quasi tutti ritengono che un papa spagnolo ci sta bene nella Chiesa, anche per riscattare l’infamia di papa Borgia. E a questo proposito si parla anche del nome che questo papa spagnolo dovrebbe prendere. Alcuni dicono che si chiamerà Alessandro VII, proprio come indicazione di antitesi con Alessandro VI, cioè per farlo dimenticare. Altri trovano la proposta pericolosa, perché può significare, più che antitesi, continuazione; al che i primi oppongono l’esempio di papa Roncalli, che si volle chiamare Giovanni XXIII proprio come opposizione al francese Giovanni XXII, destinato da Dante all’Inferno come papa simoniaco. Sono tutte dicerie che circolano negli Uffici di Curia e anche in Sala Stampa, alimentate da parte dei vaticanisti che riempiono i giornali di questi pettegolezzi.

Però ho saputo che anche dei cardinali danno corpo a queste dicerie, riunendosi per gruppi o partiti. I cardinali spagnoli, portoghesi e latino-americani, a quanto si dice, si stanno già riunendo per cementare le loro forze e scegliere un candidato; ma sulla persona sono un po’ divisi: i carioca vogliono un brasiliano, gli ispano-americani uno spagnolo o un argentino o anche un cileno.

Andreas mi ha detto:  

«Io voterei per Mercedes, il quale la pensa come noi, da quello che abbiamo udito a Castelgandolfo.»

«Voi cardinali africani sareste compatti per Mercedes?»

«Non so, non ne abbiamo parlato. Ma ci dobbiamo incontrare nel pomeriggio, e domani ti saprò dare una risposta, almeno per quanto riguarda noi tre neri.»

«Ma cerca di contattare anche i due bianchi.»

«Quello di Brazzaville, che conosco bene di persona, credo che sarà solidale con noi. Quello di Algeri non so.»

«Ci devi parlare, Andreas: anche se non è nero, è pastore in Africa, e dovrebbe farne gli interessi.»

«Sì, ci parlerò assolutamente nel pomeriggio, e domani, se verrò, porterò gli altri quattro; così ci potremo mettere d’accordo, anche col tuo aiuto.»

Lui andò all’Ambasciata, io all’orfanotrofio, dove ho pranzato e sono rimasto tutto il pomeriggio. Mi piace tanto conversare con questi ragazzi: sollecito le loro domande, su quanto a loro interessa, su quello che non capiscono o vogliono conoscere meglio, e cerco di rispondere nel modo più semplice e chiaro. Poi pongo anch’io le mie domande, sui Misteri della fede, sulle virtù e sui vizi, sui pericoli dai quali si devono guardare, e perché. Li  metto in guardia dai danni del fumo, dell’alcol e soprattutto della droga, e cerco anche di far capire quale deve essere il comportamento di un cristiano nella società, perché il Cristianesimo si testimonia non con i “Credo” o le giaculatorie, ma con una vita onesta, laboriosa e solidale.

Parlando con loro, mi sento come un padre, e mi sembra che loro mi ascoltino come figli. Passo con loro, un paio di volte alla settimana, tre-quattro ore di libera conversazione che fanno bene a me, e credo anche a loro. Sono tornato a casa verso le venti, per stendere queste pagine a conclusione della giornata, e riflettere un po’.

All’orfanatrofio è ora sorto un problema, cioè l’avvenire di questi ragazzi una volta usciti da esso all’età di 14 anni, alla fine della Scuola Media.

Attualmente ce ne sono quattro che devono dare l’esame di licenza e poi dovrebbero lasciare il mio orfanotrofio, creato per ragazzi dai 6  ai 14 anni.

Io finora non mi ero posto il problema, ma oggi quei quattro mi hanno chiesto:

«Se dobbiamo andare via di qui, dove andremo?» Ho risposto:

«Troveremo una sistemazione, figlioli.»

Sì, una sistemazione, ma quale?

Ci vorrebbe una specie di collegio, tenuto da religiosi e gratuito, che accolga questi adolescenti  e li educhi e guidi nell’età critica dai 15 alla maggiore età. Anche se io, una volta usciti, continuassi ad assisterli con un sussidio pecuniario, chi si prenderebbe cura di essi? chi li educherebbe?

Non hanno famiglia, la Scuola oggi non educa che alle volgarità e alle parolacce, la Chiesa è «in tutt’altre faccende affaccendata». Andrebbero nei centri sociali a educarsi alla trasgressione e alla violenza. Chi inculcherà loro i valori della vita? Quei valori religiosi che io ho cercato di trasmettere ad essi, sarebbero ben presto obliterati negli anni tempestosi dell’adolescenza, nei quali essi avranno maggiore bisogno di protezione e di assistenza, per salvarsi dagli influssi malefici dell’ambiente. Penso che, per cautelare questi cari figlioli dalla corruzione dilagante, sia mio dovere creare un collegio, una struttura che li accolga e li traghetti indenni e preparati alla maggiore età.

Dio mi aiuti in questo mio inderogabile compito di padre adottivo.

12 maggio 2050

Stamane ho celebrato la Messa, alle 8, in Santa Maria in Trastevere, e poi sono tornato subito a casa, perché attendevo con una certa ansia la venuta dei cardinali africani, che sono giunti verso le 10, tutti e cinque insieme. Scambiatici i convenevoli , ci siamo seduti intorno a un tavolo, dove io avevo messo dei taccuini e delle penne, nel caso qualcuno volesse prendere appunti o formulare proposte scritte. Evidentemente gli ospiti aspettavano che io prendessi l’iniziativa del discorso, e ho parlato press’a poco così:

«Cari colleghi, tra due giorni ci riuniremo nella Sistina per scegliere chi dovrà reggere la Chiesa di Cristo nei prossimi anni. Credo che siamo tutti d’accordo sulla necessità di una riforma che restituisca alla Chiesa la spiritualità, liberandola da tanti apparati terreni che ne ostacolano la missione, che è quella di annunciare la Buona Novella in tutto il mondo, con coraggio e costanza, con una predicazione chiara e semplice come quella di Gesù, accompagnandola con l’esempio, perché exempla trahunt.

A Castelgandolfo sono stati toccati molti aspetti della conduzione della Chiesa, del suo apparato burocratico e gerarchizzato, che ne denunciano la mondanizzazione. Ora siamo qui riuniti per evidenziare meglio questi aspetti, per fare delle proposte concrete e risolutive per ognuno di essi, e per redigere, se del caso, una scaletta temporale, cioè di quello che si può fare subito e di quello che si deve fare dopo, progressivamente. Cercheremo anche di distinguere quello che è più importante da quello che lo è meno. Andreas a Castelgandolfo ha già fatto conoscere il suo pensiero; ora è bene che voialtri facciate conoscere il vostro.»

Al mio invito l’arcivescovo di Algeri ha detto:

«Noi possiamo pure dibattere problemi e fare proposte, stabilire bei programmi, ma poi tutto dipenderà dalla politica che il prossimo papa vorrà seguire, perché è evidente che sarà sempre il papa a dire l’ultima parola su tutto, a dare la sua impronta personale all’azione della Chiesa, cioè all’azione della Curia, perché in definitiva è lui che darà le direttive a tutti gli organi centrali. Perciò propongo di dare uno sguardo al Collegio Cardinalizio, per vedere innanzi tutto quali sono i cardinali più carismatici, e su quale di essi noi africani potremmo orientare la nostra scelta. Voi sapete che già si sono formati dei partiti o, se non dei partiti veri e propri, delle concertazioni tra alcune conferenze episcopali, per sostenere questa o quella candidatura. Dobbiamo tener conto di questa realtà, anche se non è lodevole, e anche noi, anche se siamo solo cinque, dobbiamo concentrarci su qualche nome di prestigio. Io ho molti amici nella Conferenza Episcopale Francese, e forse riuscirò ad attirali sulla scelta che noi faremo.»

«Non mi sembra opportuno fare questo ora – intervenne il cardinale di Brazzaville – lo faremo, se del caso, alla fine della nostra analisi, quando avremo stabilito il nostro programma, i nostri desiderata. Allora potremo posare lo sguardo sul Collegio, per individuare chi potrebbe essere il realizzatore del nostro programma.»

«E questo bel programma resterà sterile – replicò l’arcivescovo di Algeri – se sarà eletto papa uno che è esponente di un bel programma tutto diverso. So di certo che i cardinali dell’America Latina si stanno concentrando su un loro rappresentante…»

«E’ forse il cardinale Mercedes? – chiese Andreas – Lo voterei senz’altro anch’io, è dei nostri.»

«Ma che Mercedes, caro collega; si parla del cardinale Lopez di Santiago, e si dice che per lui c’è già una maggioranza.»

«Sono dicerie – dissi io – solo pettegolezzi o voci fatte circolare dagli interessati. Del resto, qui a Roma si dice: “chi entra in Conclave da papa, ne esce da cardinale”. Anch’io sono d’accordo con il collega di Brazzaville. Concentriamoci sul programma. Il collega Mercedes a Castelgandolfo ha fatto delle proposte per ridimensionare l’attività diplomatica; questo certamente è un punto del nostro programma, ma potrà esser attuato solo gradualmente. Anche l’abolizione della Congregazione per le cause dei santi è un punto importante del nostro programma, ma anch’esso non può essere attuato a tamburo battente, mentre l’abolizione delle Guardie Svizzere potrebbe essere una decisione che il nuovo pontefice potrebbe prendere subito, motu proprio. Sarebbe un bel segno per far capire che la Chiesa non è uno Stato e non ha bisogno di un esercito così pomposo e… costoso. La vigilanza e la sicurezza interna del Vaticano potrebbe essere affidata all’attuale Corpo della Gendarmeria, potenziato con una cinquantina di vigilantes. La sicurezza esterna è già curata, e bene, dalla Polizia italiana. La spesa sarebbe almeno dimezzata, e il segnale dato al mondo, di un effettivo cambiamento, sarebbe efficacissimo.»

«Un altro cambiamento che si potrebbe fare subito – intervenne l’arcivescovo di Kinshasa- è quello dei titoli pomposi. Il cardinale è Eminentissimo, il vescovo Eccellentissimo, il papa addirittura Santo. Non basta dire il cardinale X, il vescovo Y, l’arcivescovo Z? Dire poi Santo Padre, Sua Santità, mi sembra una sfida al Signore Dio, un’offesa alla Divina Maestà. E poi tutti quegli arcivescovi titolari! A tutti gli ecclesiastici in carriera curiale o diplomatica il papa regala una bella sede titolare, di città che non esistono più o che esistono, ma sotto altro nome, in terra infidelium. Non è ridicolo? Gli stessi cardinali sono divisi in tre gradi (diaconi, presbiteri, vescovi); ognuno col suo bel titolo o la sua diaconia.

Convengo che questi belletti ornamentali non sono il vero scandalo, ma sono inopportuni e vanno tolti subito. La Chiesa non deve fare pompa di questi vani titoli; qualche volta anche lunghi e un po’ ridicoli, come quello di Andreas il quale è “Santa Maria delle Grazie alle Fornaci fuori Porta Cavalleggeri”. Si dice: è tradizione; no, è vecchiume, da eliminare con un tratto di penna. Lo stesso dicasi per gli abiti distintivi dei vari gradi, tutti dai colori smaglianti, e per i copricapi. Non è offensivo, oltre che ridicolo, comparire in chiesa davanti a Dio con quelle mitrie gemmate e con quei pastorali preziosi? Bisogna ritornare alla semplicità evangelica.»

«Sono perfettamente d’accordo con te.» disse l’arcivescovo di Maputo «Tutti questi ornamenti non solo sono indecorosi , ma anche costosi . E per i nostri affamati africani, per i nostri malati di lebbra e AIDS, per i nostri bambini denutriti mancano le medicine e il latte…Ma secondo me la cosa più scandalosa è il genuflettersi davanti al papa, rito ormai obbligatorio per tutti, ma che contraddice clamorosamente l’insegnamento del primo papa, San Pietro, il quale al centurione Cornelio, che si era gettato in ginocchio ai suoi piedi, disse: “Alzati, anch’io sono un uomo.” (At 10,25-26). Ci si inginocchia solo davanti a Dio, davanti al Sacramento, per adorarlo, non davanti a un uomo. Lo stesso dicasi per il bacio dell’anello: che significa? Quello del papa è chiamato piscatorio, come se fosse quello del pescatore Simone, poi chiamato Pietro dallo stesso Gesù. Io proporrei l’abolizione dell’anello per tutti i dignitari della Chiesa. Alcuni lo hanno molto costoso, e sono soldi spesi male. Così anche per le croci pettorali con le loro collane, spesso preziose anch’esse. La dignità della carica non si esprime con questi ornamenti, ma con la sapienza e con la condotta di vita. E questa condotta di vita spesso non è affatto esemplare, specialmente qui a Roma, talora anche fuori, ma non certamente in Africa.»

«Riguardo a tutte queste incrostazioni mondane» disse a questo punto Andreas «posso aggiungere qualcosa. Io non avevo una conoscenza precisa dell’organizzazione vaticana, e l’altro giorno mi sono fatto prestare dall’amico qui presente l’Annuario Pontificio, un volume di circa 2500 pagine, e questo solo dà un’idea della vastità a complessità della burocrazia curiale. Tra le altre amenità sono venuto a sapere che ci sono sei Ordini Equestri Pontifici, conferiti direttamente dal Sommo Pontefice con lettere apostoliche, e inoltre la “Croce pro Ecclesia et Pontifice” e la “Medaglia Benemerenti”, che si conferiscono come distintivi di onore. Anche queste sovrastrutture, che non hanno niente a che fare con la missione della Chiesa, vanno subito eliminate.»

«Mi sembra che voi, colleghi» intervenne l’arcivescovo di Algeri «corriate un po’ troppo con la vostra accesa fantasia: togliamo questo, eliminiamo quest’altro, cambiamo, ridimensioniamo. Fate i conti senza l’oste, che sarà il prossimo papa. Per questo io vi proponevo di esaminare i nomi dei papabili. Ormai sono tutti d’accordo per un papa spagnolo o latino-americano, almeno per quanto io ho sentito dire; perciò potremmo esaminare l’elenco dei cardinali latino-americani, più gli spagnoli che sono cinque, e i portoghesi che sono due, e vedere quale potrebbe essere il nome su cui puntare in Conclave. E’ ovvio che dobbiamo scegliere uno che dia speranza di cambiamento, perché certamente nella Chiesa ci sono strutture che non sono consone con la sua missione.»

«Tu dai per certo – intervenni io – che il prossimo papa sia di quell’area geografica, ma io non ne sarei tanto certo; ci sono tanti cardinali asiatici, specialmente Filippini, Coreani e anche Cinesi, Giapponesi e Australiani , che la potrebbero pensare diversamente, e formano un bel gruppetto di 15 elettori ed eleggibili; poi ci siete voi cinque Africani e infine i molti occidentali, cioè Europei, Canadesi e Statunitensi, i quali potrebbero orientarsi diversamente. Vanno considerati ancora i 20 cardinali di Curia, tra i quali ci sarei anch’io, che sono in gran parte conservatori, ma non tutti. Lo Spirito Santo soffia dove vuole e come vuole; noi possiamo solo pregarlo che ci ispiri a fare la scelta giusta, che non prevalgano in Conclave gli interessi e le considerazioni terrene…Ora è già passato mezzogiorno, e ritengo opportuno mettere fine al nostro esame. Potremmo fare un elenco delle cose possibili a farsi, ma non è necessario; ormai ognuno di noi ha un quadro chiaro di ciò che non va e che va cambiato. Vi ringrazio e, se volete pranzare con me, andremo al mio orfanotrofio, dove c’è posto per tutti.»

Solo Andreas rimase con me, gli altri ringraziarono e se ne andarono, senza fissare nessun altro appuntamento. Evidentemente volevano fare una pausa di riflessione come la volevo fare anch’io.

Io e Andreas andammo a pranzare con gli orfanelli, e poi ci separammo senza prendere alcun accordo né per il pomeriggio né per l’indomani. Lui aveva l’intenzione di abboccarsi da solo con i colleghi africani, per vedere di accordarsi sul nome da votare. Comunque mi avrebbe telefonato per farmi conoscere la conclusione dell’incontro, se gli riusciva di organizzarlo, perché sapeva che i due cardinali bianchi si incontravano quasi ogni giorno coi colleghi francesi.

Nel pomeriggio mi ha telefonato Andreoni, per chiedermi che cosa aveva deciso il sinodo africano, come lui ha detto scherzando, aggiungendo che io sono per così dire il presidente di questo sinodo un po’ ibrido. Gli ho risposto che avevamo trattato vari problemi, che in parte erano stati evidenziati a Castelgandolfo, ma non avevamo parlato dei papabili. Lui mi ha ringraziato dell’informazione, dicendo che mi avrebbe richiamato domani. Così è passata, senza altre novità, questa giornata.

Evidentemente Andreoni è “tutt’occhi e tutt’orecchi”, per captare gli umori dei vari gruppi di cardinali, che si riuniscono secondo la nazionalità, la regione, la mentalità o anche la lingua. Ho intuito il suo proposito. Siccome ha capito che il contrasto tra i Latino-americani, schierati con Lopez e quasi tutti gli altri (Asiatici, Africani, Nord-Americani ecc.) non permetterà la nomina del cardinale di Santiago, sta lavorando per sé stesso, sicuro dell’appoggio dei cardinali di Curia e di gran parte degli Italiani, dei Francesi e dei Nord-Americani.

Dio non voglia che il gioco gli riesca: nessuna riforma sarebbe possibile con papa Andreoni.    

13 maggio 2050

Stamane ho detto la Messa, alla solita ora, a Santa Maria in Trastevere, e poi sono tornato subito a casa, perché aspettavo la telefonata di Andreoni.

Infatti mi ha chiamato verso le 9,30 e abbiamo parlato a lungo. Più che raccontare preferisco riportare il colloquio così come lo ricordo.

«Caro Prefetto, desideravo parlarti da solo a solo, senza la presenza di altri, per parlare senza infingimenti, ma chiaro e tondo. Io sono romano de Roma, tu romano di carica, perché reggi da tanti anni, in Curia, la Congregazione dei vescovi, e conosci bene la storia della Chiesa e anche la sua presente struttura…»

«La quale presenta molte sovrastrutture che sono più di impaccio che di aiuto.»

«Bene, collega, prendiamo in esame queste presunte sovrastrutture, una per una.»

«Sono state evidenziate a Castelgandolfo, ma cerchiamo di richiamarle alla memoria. La prima è la sovrastruttura diplomatica, con 180 tra Nunziature e Delegazioni, con tanto personale, per preparare il quale si è creata anche una specializzazione postuniversitaria… Ti sembra necessario o anche utile conservare questa elefantiaca struttura diplomatica, destinando a essa tanti ecclesiastici e impegnandovi tanto denaro?»

«Le Nunziature e le Legazioni nei vari Paesi sono certamente utili, forse non necessarie in quelli più piccoli o con pochi cattolici… Ma tu sai, che per questi molto spesso uno stesso delegato rappresenta la Santa Sede in due o tre di essi… Tuttavia riconosco che in questo settore si può apportare qualche economia e impiegare meno personale… e io nel prossimo pontificato mi adopererò in tal senso… non credere che i cardinali di Curia non avvertano questa esagerazione di… rappresentanza.»

«Una seconda… stortura è la Congregazione per le cause dei Santi, la quale assorbe tanto personale, a cominciare dai postulatori, anch’essi preparati da un apposito corso di specializzazione post-laurea. Qui non si tratta solo di personale e di spesa, di tempo impiegato in questi processi canonici; qui si tratta di liceità, perché per me e per tanti altri non licet et non decet istituire processi per proclamare dei beati e dei santi, quasi quasi volendo condizionare il giudizio di Dio, e quindi offendendo la Maestà Divina. La Congregazione per le cause dei Santi dovrebbe essere al più presto abolita… magari portando a termine solo le cause ormai nello stadio terminale, ma non istituendone delle nuove.»

«E perché tu, Prefetto di Congregazione, non hai fatto mai questa proposta al Papa?»

«Perché sarebbe stato perfettamente inutile fare una tale proposta a papa Sisto… dato il suo convincimento contrario. Infatti egli riteneva che queste cause e queste proclamazioni alimentassero la religiosità popolare e andassero incrementate.»

«E aveva ragione… il popolo ci tiene molto al culto dei Santi…»

«Sì, ma è un culto quasi idolatrico, tutto esteriore e festaiolo, non vera religiosità, che è spirituale.»

«Ma la spiritualità, nel popolo, non si può esprimere che in questo modo. Ogni paese ha il suo caro patrono al quale dedica generalmente non una sola festa, ma due, una invernale, più chiesastica, e una estiva, più mondana, più fastosa e festosa. Che c’è di male? E le spese di queste feste le fanno volontariamente gli stessi cittadini, talora proprio i Comuni, perché ne comprendono l’importanza educativa e civica.»

«Non c’è alcun male, ma il clero dovrebbe a poco a poco ridare a queste celebrazioni di santi il loro significato spirituale, come iter ad Deum e non iter ad spectaculum… Noi non contestiamo queste feste di santi tradizionali, che ormai sono entrati nel culto cristiano, ma contestiamo il fatto che anche ora la Chiesa continui a proclamare beati e santi con un processo di tipo giudiziale, a vari livelli, con difesa e accusa, con perizie e controperizie, processo che finisce con una sentenza, il decreto pontificio, che proclama la santità di un uomo. Sì, io non ho fatto mai questa proposta a papa Sisto, perché non sarebbe servita a niente… Quando si trattò della costruzione dell’aeroporto, io gli consigliai di non fare quella spesa inopportuna, ma il Papa non tenne alcun conto delle mie critiche, ben motivate. Infatti io anche ora sono convinto che quell’aeroporto deve essere dismesso, venduto al migliore offerente, per destinare la somma a qualche intervento straordinario, come l’eliminazione della lebbra con una massiccia campagna di prevenzione e cura. Che la Chiesa abbia un proprio aeroporto, munito di extraterritorialità come la villa di Castelgandolfo, è forse il segno più eclatante della sua mondanizzazione.»

«No, caro amico, esso è molto utile, se non necessario, e anche tu te ne sei servito.»

«Qualche rarissima volta, per motivi eccezionali ed urgenti. Per le mie visite ordinarie, programmate, mi sono sempre servito delle linee regolari, in classe turistica, pagando il mio biglietto.»

«Ma lasciamo questo discorso, che per ora non ha rilevanza; tutt’al più se ne parlerà in seguito, se il nuovo papa lo vorrà. Perché di questo si tratta ora, caro collega, chi scegliere per successore di papa Sisto. Con i cardinali africani che si sono riuniti presso di te, ormai considerato il loro referente…  certamente avrete parlato di scelta… su chi puntare, su chi concentrarsi…Perché nasconderlo?»

«No, Andreoni, non abbiamo parlato di persone, ma di programmi. Il cardinale di Algeri proponeva di portare l’esame sui papabili, ma gli altri lo hanno ritenuto inopportuno…»

«Inopportuno? è invece la cosa più opportuna… Già si assiste a una specie di mobilitazione delle varie Conferenze Episcopali, si formano partiti pro o contro qualcuno, e gli Africani vogliono stare a guardare? Aveva ragione l’arcivescovo di Algeri… Vedi, caro collega, i cardinali neri sono un po’ ingenui, troppo semplici o superficiali nelle loro valutazioni, vedono tutto in bianco e nero, non conoscono la problematicità delle situazioni…»

«Non è così, Andreoni, essi sentono e… soffrono i problemi della Chiesa e…»

«Ma si fermano lì, non sanno approfondire le situazioni; per carità, sono delle bravissime persone, piene di zelo… ma non hanno… spessore storico… non hanno la cultura millenaria che abbiamo noi, eredi di quella greco-romana. Si parla molto di un candidato ispano-americano, e già si formano dei raggruppamenti… Sono raggruppamenti un po’ nazionalistici, che non possono portare bene… tanto peggio se volessero scegliere il cardinale di Fortaleza… il quale sarebbe capace di scombussolare tutto.»

«Non mi sembra che voglia scombussolare, ma riformare…»

«Ma le riforme che ha ventilate sono tanto più azzardate in quanto egli vorrebbe farle in blocco e a tamburo battente. È un meticcio, e anche lui, come il tuo amico Andreas, ha una visione molto semplificata della realtà effettuale… è anche lui un ingenuo… È stato ingenuo anche un papa italiano, il quale nel 1978 salì sul soglio di Pietro con la mentalità, come lui stesso diceva, di un parroco di campagna, e voleva portare tanti cambiamenti e subito. Ma scomparve dopo un mese, e il successivo Conclave, accortosi dell’errore commesso, fece ben diversa scelta…»

«Papa Luciani scomparve… perché fu forse avvelenato.»

«Fandonie, dicerie malevole di giornalisti antipapisti che volevano gettare il discredito sulla Curia Romana. Albino Luciani era debole di cuore, e fu stroncato da un infarto, perché il suo cuore non resse all’emozione della carica e all’attività frenetica che si era imposto… per cambiare tutto.»

«Non voleva cambiare tutto, ma alcune cose specifiche, e il suo medico personale testimoniò che non aveva cardiopatie. Ma ormai è acqua passata ed è inutile discutere sulla causa della sua morte, sulla quale si è scritto anche troppo. Ma io credo che il Luciani non era un ingenuo come intendi tu, cioè uno sprovveduto, ma fornito  di quella santa semplicità inculcata appunto da Gesù.»

«Senti, collega, voglio arrivare al concreto, ed è inutile dibattere sui papi defunti…lasciamone il giudizio agli storici, e non sarà mai un giudizio univoco… Ora si tratta della scelta che dovremo fare, a cominciare da domani, in Conclave, e dobbiamo orientarci. E secondo me sarebbe il caso di pensare a un italiano… questi papi stranieri non sono stati ineccepibili, e non c’è da aspettarsi nulla di meglio da un papa latino-americano o spagnolo. Noi italiani siamo più equilibrati, abbiamo maggiore spessore, siamo più esperti, più prudenti… Sappiamo fare anche le riforme, ma quando proprio ci vogliono, e nella misura giusta… Insomma avrai capito quello che voglio dire. Molti colleghi, e non solo italiani, hanno puntato gli occhi su di me, come il successore più indicato nella presente situazione della Chiesa. Io non mi sottrarrei al mio compito, coadiuvato dai colleghi che hanno fiducia in me. Per carità, non chiedo il tuo voto, chiedo solo che tu, e i tuoi amici africani, valutiate questa nuova prospettiva.»

«Certamente è una prospettiva, ma io mi devo ancora chiarire le idee, e spero che lo Spirito Santo mi illumini, e illumini anche i colleghi. Io voglio ancora valutare, riflettere, e quindi non ti posso dire nulla del voto mio, e tanto meno dei miei amici africani. Lo sai che, nel chiuso del Conclave, soffia lo Spirito…»

«Lascia stare lo Spirito Santo; se nel Conclave spirasse sempre lo Spirito Santo, non avrebbe fatto eleggere, per esempio, papa Borgia nel 1492. Nel Conclave prevalgono spesso interessi anche politici, e ci sono interferenze esterne. Sai benissimo che nel 1903 il cardinale Rampolla non fu eletto papa per il veto dell’imperatore Francesco Giuseppe, che lo considerava filo-francese, e perciò non lo voleva sul soglio di Pietro.»

«Sì, è vero, queste cose incresciose si sono purtroppo verificate… ma non è detto che si debbano verificare ancora… Tu sei stato franco con me, manifestandomi che c’è in palio anche la tua candidatura… io ne prendo atto e ti rispondo con uguale franchezza. Non so ancora per chi voterò, seguirò l’ispirazione del momento, ma ti prometto che se tu stessi per raggiungere la maggioranza dei due terzi, e ti mancasse solo qualche voto, il mio non ti mancherà, ma solo in questa situazione, per evitare uno stallo con ulteriori votazioni nulle, che non piacerebbero al popolo cristiano. Altro non posso dirti.»

«Mi basta questa tua promessa; ma se si verificasse quel deprecato stallo, non mi farai votare anche dai tuoi amici africani?»

«Potrei dare loro il consiglio, come opportunità, ma non posso assicurare che mi seguiranno… essi sono liberi e hanno i loro criteri di giudizio.»

«Bene, amico, mi accontento di questo, ti ringrazio e ci vedremo domani in Vaticano alle ore 10, per il rito preparatorio all’entrata in Conclave.»

Terminata la lunga telefonata, sono stato un po’ a riflettere sulla candidatura di Andreoni, che io avevo già intuito, ma di cui ora avevo la certezza. Passai in rassegna anche gli altri cardinali italiani, e conclusi che il migliore, se il papa doveva essere italiano, era il Patriarca di Venezia, ma egli non aveva influenza alcuna sui cardinali di Curia. Io certamente non avrei votato nemmeno per il Patriarca, perché non era opportuno il ritorno degli Italiani alla guida della Chiesa. Bisognava dare un segnale forte di cambiamento. Sì, avrei dato il mio voto ad Andreas, se non altro per solidarietà, anche se non aveva speranza di voto se non dagli altri due cardinali neri.

Purtroppo l’Africa nera ha tre soli cardinali, ed è una vera ingiustizia, dal momento che essa dà il maggior numero di convertiti e costituisce per il Cattolicesimo la più bella speranza. Papa Sisto, dopo Andreas, non aveva voluto nominare altri cardinali africani, evidentemente nel timore che da questo continente venisse qualche pericolo per il suo pontificato. Egli invece aveva nominato molti cardinali sia europei, sia nord-americani, sia asiatici. Pensare che l’India ne ha otto, la Corea tre, il Giappone due, la Cina due, la Thailandia uno, in tutto 16 cardinali. Eppure è l’Africa il continente più ricettivo del messaggio evangelico. Sì, avrei votato Andreas, se non altro per dare una testimonianza per l’Africa. 

Era già passato mezzogiorno e mi recai a pranzo all’orfanotrofio, dove sono rimasto tutto il pomeriggio a conversare con i miei ragazzi, interrogandoli sulle materie scolastiche, sulle loro preferenze, sui loro insegnanti, sulle loro difficoltà. Sentivo il bisogno di rilassarmi dalla tensione accumulata in questi giorni, aggravata dal senso di responsabilità che avvertivo nell’entrare in Conclave, che era per me il primo, e probabilmente l’ultimo. Sentivo anche un certo rimorso per la promessa fatta ad Andreoni di votarlo, in situazione di stallo, se a lui mancasse solo qualche voto per raggiungere il quorum. Ero stato un debole, non avevo voluto scontentarlo del tutto. Ma se questa deprecata situazione di stallo si fosse verificata, con quale coscienza avrei dato il mio voto ad Andreoni, che avrebbe continuato nella Chiesa la politica di papa Sisto?

Mi rassicuravo pensando che la situazione ipotizzata era una vera e propria ipotesi irreale, considerando gli umori del Collegio, specialmente dei cardinali-pastori; e anche tra quelli di Curia non sono io il solo dissenziente.

Sono tornato a casa verso le venti; dopo la frugale cena ho guardato alcuni telegiornali, per rendermi conto delle opinioni e delle aspettative del pubblico italiano e straniero, specie statunitense, il quale sembra essere il più interessato, assieme a quello italiano.

Questo che sto scrivendo è l’ultimo foglio del quaderno-diario che ho cominciato a scrivere il giorno 5 di questo mese, quaderno che lascerò qui in casa. Porterò alla Sistina un nuovo quaderno, per annotarvi ogni giorno, brevemente, lo svolgimento del Conclave, che tutti prevedono lungo e laborioso, perché sembra ben difficile trovare una maggioranza di due terzi nello schieramento che si prospetta, tra ispano-americani e curialisti-Andreoniani. Io, per conto mio, ho già deciso. Darò sempre il mio voto ad Andreas, perché mi sembra che sia il papa che ci vuole per fare nella Chiesa, quella ablatio, quella pulitura radicale che è ormai indispensabile per non far diventare la Chiesa una istituzione completamente terrena, una multinazionale del sacro.  Sono sicuro che Gesù Cristo impedirà, col suo divino intervento, la completa mondanizzazione della Chiesa da Lui fondata. Se poi, durante le votazioni, emergesse la candidatura di Mercedes, passerò a votare il cardinale meticcio: anche lui può essere simbolo di un vero cambiamento.

Che il Signore illumini tutti. Amen.

14 maggio 2050

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo inizio questo secondo quaderno del mio diario, nella Cappella Sistina.

Stamane ci siamo riuniti tutti i cardinali elettori in San Pietro, chiuso al pubblico, abbiamo assistito alla Messa celebrata dal cardinale Decano, che non è elettore, avendo superato gli 80 anni. All’omelia egli ha ricordato la responsabilità che incombe sul Sacro Collegio, chiamato a eleggere il 268° successore del Principe degli Apostoli in una situazione ecclesiale non del tutto soddisfacente e in un mondo sempre più scettico e relativista.

La Chiesa deve ritrovare lo zelo e la credibilità che aveva nei primi secoli, nei quali cristianizzò gran parte del mondo allora civilizzato, cioè ben oltre i confini dell’Impero Romano. Ora una parte di quei popoli che aderirono con entusiasmo al Cristianesimo si è scristianizzata o ha ridotto la religione a pura forma, a riti e celebrazioni prive di spiritualità. La colpa non è tutta della Chiesa, ma è anche della Chiesa la quale, invece di contrastare la città terrena con la predicazione e l’esempio dei valori ultraterreni, si è fatta talora attrarre dal lucore dei valori mondani, e ha quindi perduto credibilità. Egli augurava ai colleghi elettori di farsi illuminare dallo Spirito per una scelta saggia e ponderata, non pensando alla convenienza contingente ma alla prospettiva futura di una Chiesa rinnovata e rivitalizzata.

Alla fine della Messa, ci recammo tutti alla sala mensa per la colazione, e poi siamo tornati in basilica, per recarci in processione alla Cappella Sistina. Ci precedeva l’arciprete della Basilica, Mons. Massi, assistito dai due cerimonieri. Ci accompagnavano anche il Principe Assistente al Soglio e i Comandanti della Guardia Svizzera e della Gendarmeria. Entrati nella Sistina, monsignor Massi intimò:

«Extra omnes!» e lui per primo uscì, seguito dai cerimonieri, dal principe e dai Comandanti. La porta fu chiusa e rimanemmo solo noi elettori, che eravamo precisamente 90.

Prendemmo posto nei nostri baldacchini, ci scambiammo i saluti, specialmente con i vicini di casa, e attendemmo l’iniziativa del Camerlengo, Cardinal Luca Cassini. Egli infatti ci invitò a radunarci intorno all’altare, per cantare insieme il “Veni Creator”.

Tornati ai nostri baldacchini, il Camerlengo ci consegnò a tutti una scheda, dove dovevamo indicare chi volevamo come presidente del Conclave, il segretario e i tre scrutatori. Furono eletti: Presidente il card. Cassini, indicando anche Segretario l’arcivescovo di Genova, scrutatori il Patriarca di Venezia, l’arcivescovo di Seul e quello di Osaka.

Le edicole nella Sistina sono state assegnate per sorteggio, e io sono un po’ lontano da Andreas; ma sono riuscito a scambiare con lui qualche battuta. A destra ho il cardinale di Bombay, a sinistra quello di Lisbona, che è molto loquace, e mi dice che lo schieramento ispano-portoghese-americano ha ormai i punti per vincere. Mi dice che il loro candidato è Lopez, arcivescovo di Santiago del Cile, e mi invita a unirmi alla loro cordata. Gli ho risposto che sto ancora valutando la situazione, e voglio prima vedere l’esito della prima votazione, che avverrà nel pomeriggio.

L’Arcivescovo di Bombay conosce poco l’italiano, come io capisco poco il suo inglese, sicché ci siamo scambiati solo qualche frase di circostanza. A rendere più difficoltoso il nostro dialogo si aggiunge il fatto che io ci sento poco con l’orecchio destro, e lui è costretto a ripetermi le parole, e ciò gli fa credere che io gradisca poco parlare.

Comunque, quando l’ufficio di presidenza si fu istallato attorno al lungo tavolo a destra dell’altare, essendo passata l’una, il Camerlengo disse che ci sarebbe stato un intervallo di quattro ore per il pranzo e la siesta, per chi voleva prendersela, e l’attività ufficiale sarebbe ripresa alle 16,30.

Dalla piattaforma girevole , detta comunemente ruota, cominciarono ad arrivare i pasti singoli, sistemati in vassoi di argento. In tutti era servito un unico menù; solo pochi vassoi portavano il nome dei cardinali che avevano chiesto vivande particolari, per motivi di dieta o di salute. Dopo il pasto, quasi tutti ci sdraiammo sulle poltrone reclinabili per sonnecchiare o dormire. Molti cardinali stranieri, che erano venuti poche volte a Roma, avrebbero volentieri ammirato i famosi affreschi di Michelangelo, ma sulle nostre teste, a circa 5 metri di altezza, un velario di seta purpurea era steso sotto la volta da una parte all’altra della Cappella, per impedire la vista delle pitture. Io non conoscevo questa usanza, e mi meravigliai del fatto col collega di Lisbona, il quale sorridendo mi disse:

«Io lo sapevo, perché ho partecipato al Conclave del 2038; lo ha prescritto un papa un po’ sessuofobo, che aveva poca simpatia per i nudi michelangioleschi, e temeva che i cardinali si distraessero guardandoli.»

Gli chiesi chi fosse stato questo papa rigorista; mi rispose che non lo sapeva con certezza, ma che si sarebbe informato, perché era una notizia interessante. Gli dissi che per me non era interessante, che non avevo niente da eccepire sul velario, e avevo chiesto solo pour causer. Il collega mi rispose con un sorrisetto ironico, evidentemente non credendo al mio disinteresse.

Alle 16,30 ci radunammo davanti all’altare e cantammo di nuovo il “Veni Creator”; poi il Camerlengo disse:

«Adesso gli scrutatori vi distribuiranno le schede di votazione; ognuno vi scriverà il cognome del cardinale prescelto e verrà personalmente a deporla in questa urna; poi sarà fatto lo spoglio. Secondo la consuetudine le schede saranno bruciate nella stufa assieme al panetto o nero o bianco che darà il colore al fumo del comignolo, al quale guarderanno tutti i presenti in Piazza San Pietro e sul quale sono puntate le telecamere delle televisioni di mezzo mondo. Vi auguro di fare una buona scelta, seguendo l’illuminazione dello Spirito.»

Dopo mezz’ora tutte le schede erano nell’urna, e il Presidente ordinò lo spoglio. Il patriarca di Venezia spiegava la scheda, leggeva sottovoce il nome, quindi la consegnava aperta al cardinale giapponese, il quale annuiva e passava la scheda al coreano che pronunciava il nome ad alta voce. Tutti i cardinali nelle edicole prendevano nota nei loro taccuini.

Il primo nome che uscì fu quello di Andreoni, il secondo quello di Lopez, e si andò avanti per qualche minuto con questi due nomi che si alternavano, ora prevaleva l’uno ora l’altro. Ma subito dopo comparvero sporadicamente anche i nomi di Mercedes, del mio vicino Dias, del coreano Kim, che era uno degli scrutatori. Io avevo votato Marimba, e aspettavo con ansia che venisse fuori anche il suo nome, che infatti uscì quasi a metà dello spoglio. Mi aspettavo che uscisse altre volte, e io ad ogni scheda spiegata stavo tutto teso per sentire il nome, che invero l’arcivescovo di Seul pronunciava talora con una certa difficoltà; ma il nome di Marimba non fu più sentito. Mi meravigliai assai; non era stato votato neppure dai colleghi neri, ma solo da me!

Finito lo spoglio e ricontate le schede, il Presidente proclamò il risultato: Andreoni 35, Lopez 32, Mercedes 13, Dias 7, Kim 2, Marimba 1 = 90 schede. Mi sentii in dovere di fare le mie congratulazioni a Dias per i suoi 7 voti, che erano sempre qualcosa, rispetto ai 2 di Kim e all’uno di Marimba, e potevano avere uno sviluppo nelle successive votazioni. Il cardinale di Bombay mi rispose che non ci sarebbe stato nessuno sviluppo; erano stati voti, per così dire, di rappresentanza, e che nelle prossime votazioni i suoi sette colleghi indiani avrebbero votato Mercedes, che lui aveva votato già in questa prima votazione.

Il cardinale di Lisbona, che aveva seguito la conversazione, intervenne per dire:

«Ti ammiro, Dias, perché non hai votato per te stesso, come ha fatto evidentemente il cardinale di Dakar.»

Non potevo fargli nutrire questo sospetto e ribattei:

 «No, caro amico, non fare insinuazioni malevole; l’unico voto per Marimba l’ho dato io; lui è tutt’altro che vanitoso, e non si è fatto votare neppure dai due suoi colleghi neri.»

«Se me lo dici tu, ci credo; pertanto la mia ammirazione va anche ad Andreas, che mi sembrava un po’ presuntuoso, mentre è umile, e forse finirò per votarlo anch’io.»

«Di certo non te ne pentiresti.»

Poi venne a trovarmi Andreoni, tutto euforico per essere stato il più votato, e subito mi disse:

«Hai ben visto, caro Prefetto, che ho un seguito, e la mia candidatura ha una base solida, con un programma né conservatore né rivoluzionario, ma saggio, perché in medio stat virtus

«Certamente 35 preferenze a un primo scrutinio sono un bel segnale, che può essere foriero di sviluppi… fausti; io te lo auguro.»

«Gli sviluppi ci saranno, vedrai, e sono qui per ricordarti la tua promessa…»

«Non dubitare, Andreoni, la manterrò: ogni promessa è un debito… da pagare.»

«Ne ero certo e ti ringrazio.»

«Ma ricordati anche della condizione a cui è legata la mia promessa.»

«Certamente la ricordo, ma essa si verificherà, vedrai, alla terza o quarta votazione. I miei 35 voti avranno un effetto trascinante… Ma ti chiedo troppo se ti prego di fare, come dire, un po’ di propaganda con i tuoi amici… e anche con questi tuoi vicini… di casa?»

«Questi miei vicini hanno sentito tutto, e certamente sapranno regolarsi nelle prossime votazioni… Agli amici non sono solito dare consigli, a meno che non me li chiedano.»

«Troppo modesto. Comunque ti ringrazio, e ti verrò a trovare ancora…Ti dispiace?»

«Anzi ne avrò immenso piacere…»

«D’accordo e arrivederci.»

Si erano formati anche dei capannelli fuori dalle edicole, di colleghi che commentavano l’esito della votazione, e magari le attribuivano una spiegazione e un significato. Io non mi sono unito a nessun capannello , sono rimasto chez moi, e ho cominciato a scrivere il presente diario. Ma ho dovuto interrompere presto, perché, essendo le 20, cominciarono ad arrivare i vassoi della cena, e anch’io mangiai con appetito quelle buone vivande. Quando tutti ebbero finito la loro cena, il Camerlengo ci disse che fino alle 22 potevano muoverci e conversare, ma poi dovevamo ritirarci nelle nostre edicole, e che domani la santa Messa sarà celebrata alle 8, alle 9 sarà servita la colazione, e alle 10,30 si effettuerà la seconda votazione.

Ho dimenticato di dire che, dopo la proclamazione del risultato, il Segretario stese il verbale, che fu letto e approvato, e subito dopo le 90 schede votate vennero bruciate nella stufa assieme al panetto nero. I presenti in Piazza San Pietro avranno visto la fumata nera, che del resto si aspettavano: non si è mai verificato che un papa sia stato eletto al primo scrutinio, mentre sono piuttosto numerosi i casi in cui si è dovuto giungere anche oltre la decima votazione.

Dopo cena venne a trovarmi Andreas e subito mi investì:

«Perché mi hai votato?»

«Come fai a saperlo? Il voto è segreto.»

«Non scherzare, non puoi essere stato che tu. Perché l’hai fatto?»

«Così, mi è venuto di darti il voto. Ho fatto male?»

«Certamente, perché molti penseranno che mi sono autovotato. Io e i colleghi di Kinshasa e di Maputo abbiamo votato Mercedes.»

«E avete fatto bene; io invece ho seguito la mia ispirazione del momento; non ho potuto fare diversamente. Quando lo Spirito spira…»

«Non scherzare, amico, e non votarmi più.»

«Non posso promettere niente, devo seguire l’ispirazione; non so quale sarà, ma debbo obbedire ad essa.»

«Va bene, vedremo domani, buona notte.»

Così dicendo se n’è andato, e io ho terminato il diario, prima di coricarmi.

15 maggio 2050

È inutile che dica, per filo e per segno, quello che ho fatto da stamane, perché è avvenuto tutto nella massima regolarità: levata alle 7, pulizia personale, messa, colazione. Alle 10,30 eravamo tutti pronti per la seconda votazione. La tensione di molti era evidente, altri invece apparivano calmi, ma tutti attendevano o con ansia o con curiosità l’evolversi della situazione elettorale.

Ricevute le schede, ognuno scrisse il nome che aveva deciso di votare, e andò a depositare la scheda nell’urna.

Chiusa la votazione, cominciò lo spoglio.

Questa volta non si sentivano solo i nomi di Andreoni e Lopez, ma anche spesso quello di Mercedes e, di tanto in tanto, quello di Marimba. Tutti annotavano, e avvertivano che qualche cambiamento stava avvenendo. Terminato lo spoglio, contate e controllate le 90 schede, il Presidente proclamò il risultato della votazione:

Andreoni 30, Lopez 30, Mercedes 20, Marimba 10.

Dias e Kim non avevano voti.

Steso letto e approvato il verbale, le schede furono bruciate col panetto scuro, che avrà provocato una bella fumata nera dal comignolo della Sistina. Nell’imminenza del pranzo, quasi tutti, invece di restare nella propria edicola, si misero a passeggiare e a conversare liberamente, o in due o a gruppi.

Io passeggiavo assieme al collega di Lisbona, il quale si meravigliava molto che i voti per Marimba fossero diventati 10, e mi chiedeva se avessi io fatto propaganda per Andreas. Gli risposi che Andreas mi aveva quasi proibito di votarlo, appunto per non far sospettare più che egli si autovotasse, cosa che gli dispiaceva molto. Comunque io avevo continuato a votarlo, spinto da una certa ispirazione, ma non avevo fatto nessuna propaganda per lui e non avevo idea di chi fossero gli altri 9 voti. Il collega concluse che, dato che i 7 Indiani avevano dato il voto a Mercedes, che infatti era salito da 13 a 20, i 9 voti erano venuti dai 2 di Kim e dai 7 sottratti ad Andreoni e a Lopez; ma anche lui non capiva chi potessero essere quei sette.  

Avrebbe pagato chissà che cosa per saperlo e, sagace com’era, sarebbe riuscito a saperlo e me lo avrebbe comunicato. Gli ho risposto che io non ci tenevo affatto a saperlo, e del resto la votazione del pomeriggio forse avrebbe chiarito la situazione. Mentre stavamo conversando ci si è avvicinato Andreoni, e subito ci ha chiesto:

«Che ne dite della votazione di stamane?»

«Che ne dobbiamo dire? – ho risposto io – è la dinamica delle votazioni… interlocutorie… chi sale e chi scende… la bilancia è fluttuante… cerca il suo assetto… penso che oscillerà ancora.»

«Tu, so che hai dato il voto a Marimba, il tuo amico, ti capisco. Ma gli altri 9 voti da dove vengono? Tu, collega Falcao, che ne dici?»

«Vuoi saperlo da me? Il voto è segreto. Comunque, se vuoi saperlo, io non l’ho votato.»

«Hai votato Mercedes? E’ salito da 13 a 20 voti.»

«Se vuoi proprio saperlo, no.»

«Allora hai votato Lopez. Ti capisco, hai voluto essere solidale col gruppo dei latino-americani, sostenendo il candidato di bandiera. Ti capisco, ma non ti comprendo. Lopez non ha prospettive, certamente continuerà a scendere, anche se lentamente, perché nessun gruppo si unirà mai a voi: non gli Europei fuori dalla penisola Iberica, non gli Africani, non gli Asiatici, e tanto meno i Nord-americani.»

«Caro Andreoni, nessuno sa quello che avverrà; ognuno si regola come crede meglio , e il voto è segreto. Io poi non dividerei il Collegio per nazioni o continenti, ci sono dei passaggi di campo, dovuti o a più matura riflessione o anche a convenienza.»

«Ma io dico: come si fa a votare Mercedes o Marimba? Qualcuno può credere che la Chiesa Cattolica Romana possa essere affidata a un indio o a un negro? Sono entrati da poco nella Cristianità, mancano di spessore storico… di esperienza.»

«Evidentemente – intervenni io – ci sono ben 30 colleghi che la pensano diversamente… altrimenti non avrebbero dato la preferenza a quei due, che tu ritieni inesperti.»

«Non solo inesperti, ma presuntuosi, capaci, se eletti, di portare la Chiesa allo sbando.»

«Ne sei tanto sicuro? Non sei tu che presumi?»

«Io non presumo affatto, mi baso sulle critiche e sulle proposte che essi hanno fatto a Castelgandolfo.»

«Sulle quali almeno 30 cardinali sono d’accordo. Comunque, collega Andreoni, è inutile fare il processo alle intenzioni. Nel pomeriggio ci sarà la terza votazione… e si vedrà.»

«Comunque, dico anche a voi, egregi colleghi, di essere saggi e prudenti… la posta in gioco è alta… ne va l’esistenza stessa della Chiesa… badate alla vostra responsabilità…»

«Certo che ci badiamo» replicò Falcao. Io non dissi niente, e Andreoni se ne andò piuttosto corrucciato.

Nel pomeriggio alle 17 ci fu la terza votazione, e lo scrutinio fu seguito quasi da tutti col fiato sospeso. I nomi si erano ridotti a tre: Andreoni, Lopez e Marimba.

Il Presidente annunciò il risultato: Andreoni 30, Lopez 30, Mercedes 1, Marimba 29.

Io subito compresi che i sostenitori di Mercedes si erano riversati su Marimba, meno lo stesso Marimba, che aveva continuato a votare Mercedes. Praticamente c’era un pareggio a tre, e si prospettava una brutta situazione di stallo.

     In attesa della cena quasi tutti commentavano preoccupati la situazione che appariva senza sbocchi, perché i sostenitori di Andreoni e di Lopez evidentemente si erano ricompattati, dopo le poche defezioni subite al mattino. A dire la verità, anch’io ero, se non preoccupato, un po’ perplesso. Per crescere nei voti, Marimba li doveva sottrarre ai sostenitori di Andreoni o di Lopez, che sembravano due noccioli duri inattaccabili. Mentre passeggiavo con Falcao, incontrai Andreoni e Clozet, molto scuri in volto, accompagnati da Bertinori e altri cardinali di Curia, che discutevano animatamente tra loro. Venne opportuna la cena a placare le discussioni e a rasserenare un po’ gli animi.

Terminata la cena venne a trovarmi Andreas, il quale  dopo la votazione si era chiuso nella sua edicola, per evitare ogni incontro. Evidentemente si sentiva scioccato dalla situazione che si era venuta a creare: lui praticamente era in parità con Andreoni e Lopez! Cos’era successo? Lui era quasi spaventato. Mi disse che veniva per comunicarmi la sua decisione:

«Caro amico, dopo la votazione ho riflettuto a lungo sulla mia situazione, e la cosa più saggia mi sembra questa. Domani, prima dell’inizio della votazione, inviterò pubblicamente i colleghi a non votarmi più, perché io non mi sento in grado di assumere una responsabilità così grande. In tal modo credo che la situazione si chiarirà. Io uscirò di scena e i 29 miei sostenitori voteranno per altri, come il cuore gli detta. Sei d’accordo? Va bene così? Io penso che lo devo fare.»

«Non sono affatto d’accordo, Andreas. Tu non ti voti, ma se gli altri vogliono votarti, tu non li devi impedire. Se lo fanno, seguono un loro criterio o un’ispirazione. Ogni tuo intervento sarebbe inopportuno. Lasciamo evolvere la situazione… aspettiamo la votazione di domani.»

«Va bene; seguirò il tuo consiglio, ma siccome è inutile che io continui a votare Mercedes, domani consegnerei scheda bianca.»

«Va bene così, Andreas. Tu non devi preoccuparti di niente… lascia fare al Signore. Buona notte.»

16 maggio 2050

È inutile che mi soffermi sulle prime ore della mattinata, le quali passarono come al solito. Dopo colazione notai un certo movimento propagandistico, un conversare sottovoce, un incontrarsi. Mi sembrò che si desse da fare soprattutto la triade Vaticana, la quale evidentemente cercava sostegni tra le file latino-americane. Io non mi immischiai in nessuna conversazione, e nessuno venne a parlarmi: meglio così.

Alle 10,30 fummo convocati per la quarta votazione , la quale ebbe il seguente risultato: Andreoni 26, Lopez 24, Marimba 39, 1 bianca. Molti colleghi rimasero sbalorditi per il risultato: Marimba da un voto nella prima votazione era giunto a 39 nella quarta! Era quasi impensabile che i noccioli duri di Andreoni e Lopez cominciassero a sgretolarsi. Non vidi nessuno della triade; si erano chiusi a consulto nell’edicola di Clozet. A tavola il conversare era scarso, e sottovoce; tutti sembravano soprappensiero. In verità anch’io mi chiedevo quale poteva essere lo sbocco della situazione. Il gruppo di Andreoni e quello di Lopez avrebbero potuto coalizzarsi e bloccare l’avanzata di Marimba, e allora si verificherebbe uno stallo pericoloso. Insomma ero un po’ preoccupato, e aspettai con ansia la votazione del pomeriggio.

Essa diede il seguente risultato: Andreoni 20, Lopez 20, Marimba 49, 1 bianca.

Quando Cassini ebbe proclamato il risultato, si avvertì nella Sistina un gran mormorio di commenti, ma quasi subito si alzò in piedi il cardinale Clozet e con voce vibrata disse:

«Egregio Presidente Cassini, non faccia stendere il verbale, perché debbo presentare una mozione d’ordine, per la quale esigo una votazione.»

«Una mozione d’ordine? Ma, egregio collega, questa nostra non è un’assemblea deliberativa, in cui ci sia un ordine del giorno, che possa essere modificato con tagli o aggiunte. Il Conclave è convocato solo per eleggere il Papa, e si può votare solo a questo scopo.»

«Questo è vero, ma secondo me e molti altri colleghi, in queste votazioni si stanno verificando episodi un po’ sconcertanti, che bisogna chiarire.»

«E quali sono questi episodi?»

«Ecco, non le dice niente il fatto che il cardinale di Dakar in queste tre ultime votazioni abbia avuto progressivamente 29, 39, 49 voti? Non le viene il sospetto che ci sia qualcosa di artefatto?»

«Qualcosa di artefatto? In che senso?»

«Che siano state messe nell’urna delle schede invece che altre.»

«È un sospetto inaccettabile e anche offensivo per noi seduti a questo tavolo. Siamo in cinque a vigilare; come si potrebbe verificare un fatto così abnorme…così mostruoso? Comunque, lei che cosa propone? Una nuova votazione? Annullando quella testè fatta? Ma è impossibile!»

«Non l’annullamento, ma la verifica.»

«La verifica l’abbiamo già fatta. Comunque, egregio collega, se lei vuol venire a controllare personalmente le schede, glielo consento. Si accomodi pure, e se qualche altro lo vorrà fare, si faccia pure avanti.»

«Non è questo che chiedo, perché non servirebbe. Chiedo che le 90 schede siano fotocopiate, dato che la fotocopiatrice c’è, e poi fatte passare all’esame di tutti i colleghi. Ognuno vi dovrebbe riconoscere la sua; ma se non ve la trovasse, vorrà dire che è stata sottratta e sostituita con un’altra. Ci vorrà un po’ di tempo, ma ne abbiamo a disposizione abbastanza prima di cena.»

«Egregio collega, questo non lo posso concedere e nemmeno mettere ai voti. Sarebbe una procedura irregolare e illecita. Torno a dire, se lei o qualche altro vuole venire a controllare le schede prima che siano bruciate, venga pure. Io attendo per 10 minuti, dopo di che sarà steso il verbale, e le schede saranno introdotte nella stufa assieme al panetto scuro.»

Né Clozet né altri andarono al tavolo di presidenza per verificare le schede; il mormorio a poco a poco cessò e il Presidente invitò il Segretario a stendere il verbale. Allora Clozet chiese che la sua richiesta non fosse messa a verbale. Il Presidente fu d’accordo e, letto e approvato il verbale, chiuse la seduta verso le 19,30. Poco dopo fu servita la cena. Subito mi sono ritirato nel mio abitacolo per stendere il presente diario.

Nessuno è venuto a trovarmi, neppure Andreas, e io non sono andato a trovarlo, ma immaginavo il suo stato d’animo e ho pregato molto per lui.

 17  maggio 2050

 Anche oggi non indugio a descrivere le operazioni della prima mattinata, le quali si sono svolte tutte regolarmente, come previsto, anche se la tensione era palpabile. Dopo colazione è venuto a trovarmi il cardinale Bertinori, presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Dopo i saluti e lo scambio di qualche battuta scherzosa sulla clausura della Sistina, dato che siamo vecchie conoscenze, egli mi ha detto:  

«Caro Prefetto, ci dobbiamo augurare che questa clausura volontaria finisca al più presto, e nel modo migliore per la Chiesa. E in questo tu ci puoi aiutare molto.»

«Aiutarvi? e come?»

«Convincendo il cardinale di Dakar a fare un atto, o meglio una dichiarazione ufficiale di rinuncia, da mettere a verbale.»

«Non è mica stato eletto; a che cosa dovrebbe rinunciare?»

«Alla sua candidatura al papato.»

«Ma lui non si è mai candidato; forse non sai che quell’unico voto che ebbe nella prima votazione non era suo, ma mio. e lui nelle ultime due votazioni ha consegnato scheda bianca.»

«Allora lo hai candidato tu; tu hai dato l’avvio al suo… avanzare, e tu sei responsabile se non fermi la sua ascesa.»

«Senti, io quel voto lo diedi senza pensare a nessuna candidatura; lo diedi così, per l’impulso del momento. Ero nella massima incertezza, e allora ho votato Andreas, ben conoscendo la sua umiltà.»

«Umiltà fino a un certo punto. A Castelgandolfo mi è apparso un po’ presuntuoso e saccente…»

«Non lo è affatto, credimi, e ti dirò di più. Dopo la terza votazione, in cui ebbe 29 preferenze, non la sua che andò a Mercedes, egli venne da me tutto preoccupato, per dirmi che aveva deciso di fare il giorno dopo, proprio quella dichiarazione esplicita che tu vorresti ora, che è arrivato a 49 voti.»

«E perché non l’ha fatta?»

«Io l’ho sconsigliato: non si deve influenzare in alcun modo il libero voto. I cardinali non sono degli sprovveduti, e quelli che lo votano hanno le loro buone ragioni.»

«Buone ragioni? Dimmi quali sono, tu che sei il primo dei suoi sostenitori.»

«La Chiesa in questi ultimi decenni si è molto mondanizzata, si è costruita intorno tanti apparati terreni che ostacolano la sua missione spirituale. Questo abnorme proliferare di apparati o istituti terreni era già evidente negli anni 90 del secolo scorso, tanto che il cardinale Ratzinger, che poi divenne papa, riteneva necessaria una ablatio, così disse latinamente, “che lasciasse di nuovo trasparire il volto autentico della Chiesa”.»

«Non conosco quel testo, mi fido della tua formidabile memoria; mi sembra però che da papa non abbia fatto nessuna pulizia, ma abbia piuttosto  organizzato meglio e più razionalmente la struttura della Chiesa, lavoro poi continuato da papa Clemente e da papa Sisto. Quelli che tu chiami apparati mondani sono apparati moderni, necessari nel mondo di oggi.»

«Necessari, lo dici tu. Alla Chiesa è necessaria l’elefantiaca struttura diplomatica, con tanto personale e tanta spesa? È necessaria una apposita Congregazione per le cause dei Santi, in cui tenere impegnati tanti ecclesiastici al centro e alla periferia? Sono necessari il lusso, la pompa e la spettacolarizzazione di ogni manifestazione religiosa?»

«Ammetto che in qualche campo si è un po’ esagerato, e qualche correzione è forse opportuna, ma Mercedes e Marimba vogliono smantellare una istituzione che attraverso i secoli, adattandosi ai progressi della società umana, ha raggiunto oggi una organizzazione centrale e periferica che suscita l’ammirazione generale.»

«Una organizzazione che è molto statuale e poco ecclesiale. E infatti il Cattolicesimo sta perdendo terreno, perché molti, troppi vedono che la Chiesa, più che pensare ai fedeli, bada a sé stessa, a rafforzare le proprie posizioni, creando sempre nuove strutture, come Università, Accademie, Consigli, Commissioni, Comitati, ecc. Le Università sono 10, gli Istituti superiori 12, le Pontificie Accademie 10, le Pontificie Facoltà 5. A reggere la Chiesa non bastano le Congregazioni? E di queste qualcuna va anche eliminata, e primamente quella per le cause dei Santi.»

«Anche per questa, chiamiamola, burocrazia centrale, qualche potatura può essere fatta, ma devi capire che la Chiesa si deve difendere anche nel campo della cultura, delle scienze, specie quelle morali e sociali, e non soltanto nel campo strettamente religioso e teologico. Al relativismo, allo scetticismo, alle nuove filosofie esistenzialistiche, alle nuove ipotesi biologiche che attentano ai capisaldi della Fede cristiana, la Chiesa deve ribattere colpo su colpo, se non vuol dirsi vinta dalla modernità; e come può farlo se non con le istituzioni culturali che tu critichi?»

«Basterebbero un paio di Università e, magari, un’Accademia. Non vedi quanto personale è impegnato in queste strutture, personale in massima parte ecclesiastico? E poi che dire dei due Studi specialistici per preparare i diplomatici e i postulatori delle cause dei Santi? Oggi il personale di carriera nei vari uffici supera quasi quello impegnato nella propagazione della Fede. E poi che dire della struttura della Città del Vaticano come Stato? Del pontefice come sovrano, attorniato da una vera corte? Dell’esercito, della bandiera, della fanfara, degli stemmi, dei titoli onorifici? Servono per la missione della Chiesa? Per la predicazione del Vangelo? Per la salvezza delle anime? E poi le mitrie, i pastorali, gli anelli, le porpore, le genuflessioni ecc. sono state istituite da Cristo? Ne abbiamo esempio nel Vangelo? Non vanno esse contro il Vangelo?»

«Sono dovute alla tradizione, che si è formata nel secoli, e va rispettata, perché talora la forma è anche sostanza, e i simboli hanno il loro valore. Ma io ho saputo che Marimba e Mercedes, in colloqui informali con alcuni colleghi, hanno anche ventilato riforme… del tutto azzardate…»

«Quali precisamente?»

«Per esempio, la liceità degli anticoncezionali e il matrimonio dei preti.»

«E io sono d’accordo con essi, ma di queste cose parleremo in seguito… Sento il Camerlengo che ci invita a prendere posto per la sesta votazione. Che lo Spirito ci assista. Arrivederci.»

«Ti saluto, amico, pensa alla tua responsabilità.»

«La responsabilità è di tutti.»

Sono state distribuite le schede, ognuno ha scritto il nome prescelto e ha inserito la scheda piegata nell’urna. È stato effettuato lo spoglio in mezzo a una grande tensione e del Seggio e del Collegio. Le schede sono state controllate e ricontrollate, poi il Camerlengo ha invitato, chi lo volesse, a venire al tavolo della Presidenza per controllarle personalmente.

Nessuno si è alzato, e Cassini ha proclamato il risultato: Andreoni 20, Lopez 10, Marimba 59, scheda bianca 1.

I sostenitori del Vicario e quelli dell’arcivescovo di Santiago rimasero come fulminati: Marimba per un solo voto non aveva raggiunto i due terzi! Ed erano tanto più impressionati sapendo che quel voto mancante era la scheda bianca del nero, che appariva ormai destinato al soglio di Pietro. Anche quelli che erano passati da Lopez a Marimba, ed erano dieci, si meravigliavano di essere stati in tanti a cambiare idea, come se ci fosse stata un’intesa. Invece ognuno aveva deciso personalmente, obbedendo a un impulso del momento, del quale non sapevano spiegarsi ora la ragione. Mentre il nocciolo duro di Lopez si era sfaldato, quello di Andreoni resisteva.

A tavola i commenti quasi cessarono, ma alzatisi da tavola, quasi tutti cominciarono il passeggio, conversando con due o tre colleghi. Io avevo poca voglia di passeggiare, temendo anche di essere abbordato da qualcuno della triade, il che mi avrebbe ancora una volta costretto a ripetere le mie ragioni, ma senza alcun risultato.

Mi diressi perciò verso la mia edicola, ma andandomene notai che la triade aveva abbordato Falcao, il mio vicino di sinistra. Mi sono sdraiato sulla poltrona, cercando di appisolarmi, ma non mi è riuscito. Pensavo alla situazione che si era venuta a creare: un solo voto mancava all’elezione di Marimba; ma lui, ne ero certo, non lo avrebbe mai dato. Lo poteva dare solo qualche sostenitore di Androni o di Lopez. Ma se nessuno di costoro cambiava idea, come si poteva superare lo stallo? Dovevo intervenire io per convincerne qualcuno, magari proprio il mio vicino? A dire la verità, non me la sentivo proprio, mi sembrava cosa non degna.

Mentre così pensavo, arrivò – lupus in fabula – il cardinale Falcao il quale, vedendomi ancora sveglio, mi disse:  

«Caro amico, ti devo parlare, forse un po’ a lungo; perciò ora ti lascio in pace, sono le 14, e forse preferisci riposare. Converseremo, riposàti, verso le 16.»

«Senti, io non riuscirei a riposare, tanti sono i pensieri che mi turbinano nella mente; perciò preferirei che mi dicessi subito quello che mi vuoi dire, a meno che non sia tu che preferisci riposarti.»

«Affatto, anch’io ho la testa… piuttosto in disordine, e ti dico adesso quello che ti devo riferire. Infatti io sono un ambasciatore, mio malgrado, perché non mi piace fare questa parte… che può apparire ambigua. Ma tu crederai alla mia buona fede e, del resto, ambasciator non porta pena. Ecco dunque di che si tratta. Dopo pranzo, sono stato avvicinato dalla triade, e Clozet mi ha detto press’a poco così: “Sappiamo che hai una certa confidenza col Prefetto dei vescovi, e gli dovresti far presente che l’elezione di Marimba non è opportuna anche per un altro motivo di cui finora non abbiamo parlato. Le nazioni occidentali non sono ancora mature culturalmente per accettare un papa nero. Secondo loro ci sarebbe uno sconquasso. I bianchi europei e nord-americani direbbero: -Non hanno trovato un cardinale bianco degno della carica? Si doveva ricorrere a un cardinale nero per guidare la Chiesa? A che punto siamo arrivati? - Lo so, è razzismo, è un residuo del pregiudizio razziale. Ma questo pregiudizio esiste ancora in molti ceti sociali. Vedi, anche negli Stati Uniti, dove i negri sono ormai più di un terzo della popolazione, questo pregiudizio è ancora forte, tanto è vero che un nero, che nel 2008 era stato scelto nelle primarie quasi plebiscitariamente come candidato dei democratici, nelle elezioni di novembre fu eletto ma soprattutto per il voto dei ceti svantaggiati, anche bianchi, che soffrivano per la grave crisi economica, e ai quali il nero aveva fatto grandi promesse. Aveva vinto l’interesse sociale, perché la grande democrazia americana, così aperta e liberale, era ormai matura per accettare un presidente nero, mentre le nazioni europee non sono ancora mature per accogliere con fiducia un papa nero. E poi c’è da dire che quel presidente USA non era propriamente un nero, ma un mulatto, con una madre bianca, e quindi egli rappresentava anche un bel simbolo di affratellamento delle due razze. Invece Andreas è un nero integrale, e da molti sarebbe interpretato come segno di opposizione e non di unione. Da questo punto di vista sarebbe preferibile Mercedes, che è un meticcio. Le riforme ventilate da Mercedes e Marimba potrebbero essere discusse e, almeno in parte, accettate, ma sotto un papa bianco, certamente non autocrate come Sisto VI, ma più democratico e… possibilista.” Questo mi ha detto Clozet… Tu che ne dici?»

«E tu, caro Falcao, che ne dici? Ti sembra una cosa giusta? Tu dici che porti l’ambasciata della triade, ma vorrei conoscere anche il tuo parere; e poi vorrei sapere da te cosa dovrei fare io per impedire la nomina, ormai certa, di Marimba.»

«Sarò sincero. Noi portoghesi siamo poco razzisti, dal secolo XV abbiamo intessuto rapporti con l’Africa nera, e anche in Portogallo vivono ben accetti molti negri o mulatti. Però riconosco che il pregiudizio razziale resiste in molte nazioni, a cominciare dalla stessa Spagna. Sembra anche a me che bisognerebbe tenerne conto; un papa nero potrebbe causare non dico uno sconquasso, come dicono loro, ma un po’ di malumore certamente, e forse qualche aperta opposizione anche nel clero. Quindi anche per me questa elezione che si prospetta è un po’ rischiosa. Quanto poi a quello che potresti fare tu per impedirla, è chiaro che c’è un unico modo: convincere Marimba a una dichiarazione di rinuncia. Qui sta il busillis. Tu mi hai confidato che lui la voleva fare sin dalla terza votazione, in cui aveva avuto 29 voti, praticamente in parità con Androni e Lopez, e tu lo hai distolto dal suo proposito, con giuste ragioni. Con quale animo potresti intervenire ora per fargli fare la dichiarazione di rinuncia? In conclusione comprendo la tua posizione…»

«Tu al mio posto che faresti?»

«Farei quello che farai tu!»

L’amico Falcao non aggiunse altro, ma sono sicuro che anche lui non sarebbe minimamente intervenuto per ottenere una cosa così… sconveniente. Ero anche certo che nella votazione del pomeriggio egli avrebbe votato Marimba o presentato scheda bianca.

Con questa certezza riuscii a dormire un’oretta. Alle ore 17 il Camerlengo ci ha invitati a prendere posto per la settima votazione; ma prima che fossero distribuite le schede il cardinale Andreoni ha chiesto la parola e ha detto: 

«Egregio Presidente, anche a nome di molti colleghi chiedo che la settima votazione non avvenga oggi, ma domani mattina.»

«Per quale motivo?»

«Per un motivo di opportunità… pratica.»

«Si spieghi meglio.»

«Ecco: dalla prossima votazione uscirà quasi certamente il papa eletto, il quale, come di rito, dovrà presentarsi ai fedeli dal balcone centrale di San Pietro, con gli abiti della carica e col corteggio tradizionale. Sono già le 17,30, la votazione e lo scrutinio richiedono almeno due ore, e poi la vestizione, l’omaggio di tutti i cardinali, la processione solenne. Il nuovo papa non potrebbe presentarsi in pubblico se non verso le 22… È un’ora un po’ tarda, piazza San Pietro sarebbe quasi spopolata, e non sarebbe decoroso per il nuovo papa rivolgere il suo saluto a uno sparuto numero di fedeli… E poi, anche la fumata bianca tradizionale dal comignolo della Sistina non sarebbe ben avvertibile nel crepuscolo della sera. In altre elezioni, sappiamo che  la fumata è stata poco visibile, e quindi equivocata… e potrebbe ancora avvenire.»

«Ritengo le tue motivazioni abbastanza plausibili, e io non ho nulla in contrario a rimandare la settima votazione, anche perché questa sera… arrivare alle 22 e oltre saremmo tutti un po’ stanchi. Perciò accetto volentieri la proposta del collega Andreoni e la fo mia. però, se qualche collega non è d’accordo, si alzi e dica le sue ragioni.»

Si sedette  e attese per molti minuti, nessuno si alzò, evidentemente il rinvio non dispiaceva a nessuno, e rilassarsi un po’ dopo tanta tensione sembrava la cosa più saggia.

Visto che nessuno si opponeva , il cardinale Cassini si è di nuovo alzato e ha detto:

«Reverendi colleghi, vedo che nessuno ha da eccepire sul rinvio a domani della votazione. Tutti ci sentiamo un po’ provati dalle emozioni di questi giorni, che sono state, a dire il vero, un po’… forti. Una notte di riposo ci farà bene e poi, come dicono, la notte porta consiglio. Pertanto vi lascio in libertà e vi auguro una serata rilassante e una buona nottata. La settima votazione è indetta per domani con un po’ di anticipo, alle 9,30, per avere più tempo per la solenne presentazione in Piazza San Pietro, se ci sarà l’auspicata elezione. Siccome il pubblico presente in piazza è in attesa della fumata… io ora telefono a Mons. Massi affinché via radio avverta il pubblico di non attendere oltre, a causa del rinvio.»

Uscimmo dalle nostre edicole tutti un po’ più tranquilli, e subito si sono intrecciate le conversazioni. Il collega Falcao mi si è avvicinato e mi ha chiesto che cosa ne pensassi di questa battuta d’arresto.

«Che cosa ne devo pensare? Tutti sono stati d’accordo… quindi è sembrata opportuna… per prendersi un po’ di respiro dopo la tensione di questi giorni.»

«È stata una manovra del gruppo Andreoni, il quale spera ancora di recuperare consensi… di ribaltare la situazione… Nel pomeriggio, prima che ci riunissimo, ho notato certi conciliaboli…»

«Sei sempre un po’ malizioso» dissi sorridendo «Tu vedi e senti sempre più degli altri… Ma ormai la situazione è chiara. Pensi forse che qualcuno dei sostenitori di Marimba cambi opinione? È ipotesi irreale, dato che questi attuali sostenitori del nero, erano prima sostenitori di qualcun altro, e si sono convertiti; e ora si dovrebbero riconvertire?»

«Niente è impossibile in questa Sistina… dei miracoli, tenendo conto di quanto è già avvenuto…»

«E ci potrebbe essere un ulteriore miracolo, che tu passi da Lopez a Marimba, risolvendo così lo stallo, perché sicuramente Andreas non voterà mai per sé stesso.»

«Lasciamo stare i miracoli… Ma hai pensato come rimarranno i Romani in attesa della fumata, quando sapranno che essa stasera non ci sarà? E la stampa! Chissà come si sbizzarrirà nelle sue ipotesi!»

«Che ipotesi? È cosa tanto strana rimandare una votazione?»

«No, se ci sono motivazioni… e noi le conosciamo, quelle palesi e quelle occulte, ma il pubblico non le conosce, ed è costretto a immaginare. Non parliamo poi dei giornalisti, che sono abituati a costruire castelli in aria…»

«E che cosa potrebbero ipotizzare?»

«Tante cose: da quella più innocente, cioè a una situazione di stallo, per superare la quale occorre prendersi del tempo, perché “col tempo e con la paglia si maturano le nespole”, a quella più scandalosa, che cioè si siano scoperti brogli elettorali, a quella più… miseranda, che nella Sistina si sia diffuso qualche insidioso virus…»

«Ora sei tu a fantasticare, e si vede che ci provi piacere… Ma io torno al tema del miracolo.»

«Cioè fai propaganda elettorale… che io respingo… Sai che stamane, prima del voto, un collega è venuto a propormi di passare ad Andreoni?»

«E tu che gli hai detto?»

«Quello che dico a te, che fare propaganda elettorale nel Conclave è cosa indegna per un principe della Chiesa.»

«Quello che ho detto… sia come non detto.»

«Ma tu l’hai detto… e io l’ho sentito.»

«Certo, non sei sordo, anzi hai buone orecchie.»

Così è finita la nostra conversazione semiseria; il cardinale di Lisbona è un tipo simpatico… un po’ burlone… ma sincero.

Nella serata non c’è stato nulla da rilevare. Ma dopo cena è venuto a trovarmi Andreas, quasi sconvolto o meglio spaventato, per il carico che stava per venirgli addosso.

«Caro Andreas, comprendo il tuo stato d’animo. La carica di papa può piacere solo a un ambizioso; è un peso gravoso, di una responsabilità incomparabile… Ma il Signore, se dà il carico, dà anche la forza e la grazia per portarlo.»

«Ma io mi sento inadeguato, inesperto, non ho la preparazione… temo di fallire… Sì, ho qualche idea di riforma… qualche punto fermo, ma la Santa Sede è un’entità così complessa… così vasta, che uno ci si perde. In questi giorni che ho un po’ sfogliato l’Annuario, mi sono sentito quasi annichilito.»

«È naturale; il vero cristiano sente la sua pochezza, ma Dio illumina e guida quelli che umilmente ricorrono a Lui. Non sarai mai solo, Dio ti assisterà, ti darà le sue sante illuminazioni, le sue divine ispirazioni… Sii docile al soffio dello Spirito, il quale ha ispirato a tanti di votarti… Tu domani non ti voterai, lo so, ma se ci sarà qualcun altro che ti voterà, sarai Papa, e Dio ti darà le grazie necessarie al compito di riformare la sua Chiesa.»

«Io mi raccomando a te e alle tue preghiere… E se l’evento si verificasse, ti prego fin d’ora di restare al mio fianco come amico e consigliere.»

«Come amico senz’altro; come consigliere solo nel caso che mi chiederai consiglio.»

Andreas se n’è andato un po’ riconfortato, e io ho steso questo diario prima di mettermi a letto.

18 maggio 2050

Il Camerlengo, prima del Conclave, non aveva detto quale abito si dovesse indossare nella Sistina. Non gli sembrava importante portare tutti un’assisa, dato che non si doveva comparire in pubblico. Perciò ognuno aveva indossato l’abito che aveva voluto. Alcuni erano in tenuta cardinalizia completa, con la cotta bianca e la berretta rossa, altri portavano la tonaca e la berretta rossa, ma senza la cotta, io portavo la tonaca nera con la fusciacca e la berretta rossa, Andreas la tonaca e la berretta nera; era il solo in questa tenuta, ma nessuno ci badava. Nemmeno io, che infatti non ho accennato a questo fatto nei precedenti giorni; ma ora ho dovuto accennarlo, per quanto dirò in seguito.

La mattinata è passata come al solito, prima la Messa poi la colazione, e alle 9,30 abbiamo preso posto per ricevere le nostre schede. Il silenzio era assoluto, ognuno era assorto e concentrato.

È inutile che descriva l’andamento dello spoglio, che era una sequela di “Marimba”, con poche interruzioni di “Andreoni” e pochissime di “Lopez”. Tutti avevano annotato i voti, e si aspettava solo la proclamazione ufficiale. Ma prima di farla Cassini ha detto che, chi lo volesse, poteva andare al seggio a controllare le schede.

Nessuno si mosse, e allora egli con tono solenne proclamò:

«Marimba 69 voti, Andreoni 15, Lopez 5, una scheda bianca. Marimba ha superato il quorum ed è quindi eletto Sommo Pontefice di Santa Romana Chiesa, della quale sarà il duecentosessantottesimo papa.»

Tutti si sono alzati in piedi, compreso Andreas, e tutti hanno applaudito. Lui si è inchinato, poi ha allargato le braccia come per dire: - Sia fatta la volontà di Dio - .

Steso, letto e approvato il verbale, le schede furono bruciate nella stufa assieme al panetto bianco, che ha fatto uscire, a quanto mi hanno detto, un bel pennacchio candido dal comignolo della Sistina.

Contemporaneamente  il campanone della basilica ha cominciato a sonare a festa, e dai presenti in piazza San Pietro, che erano molti, si sono levati applausi ed acclamazioni di gioia. Nell’interno della Sistina cominciò il rito consuetudinario. Cassini col suo segretario andò all’edicola di Marimba e fece l’atto di inginocchiarsi, ma Andreas lo impedì, dicendo:

«Caro Cassini, sono un uomo come te; ci inginocchiamo solo davanti a Dio.»

E quando il Camerlengo fece l’atto di baciargli la mano (non l’anello che Andreas non ha mai voluto portare), lui glielo ha impedito stringendo amichevolmente la destra del più anziano collega, e inchinandosi alquanto.

Cassini ha incominciato:

«Santità, secondo il rito di Santa Romana Chiesa io la invito a scegliersi il nome ufficiale come papa.»

«Caro collega, innanzi tutto ti invito a non chiamarmi Santità o Santo Padre. Santo è solo il Signore Dio, noi siamo semplici uomini, spesso peccatori. Lo stesso invito rivolgo a tutti i confratelli qui presenti, e lo rivolgerò in seguito a tutti gli altri… Riguardo al nome, io ho il mio nome di battesimo, Andreas, con questo nome sono diventato cristiano, perché lo dovrei cambiare?»

«Santità… cioè… Santo Padre… cioè… non so che titolo darle… come rivolgermi a lei.»

«Fratello papa, caro Andreas, Fratello in Cristo…»

«Fratello papa, nella tradizione della Chiesa i papi hanno sempre assunto un nome significativo, emblematico. Nessuno ha osato chiamarsi Pietro, come il primo Vicario di Cristo, ma si sono avvicendati nomi bene auguranti come Pio, Paolo, Benedetto, Clemente…»

«Bei nomi, ma per me non è necessario; io continuerò a chiamarmi Andreas, cioè, italianizzato, Andrea. Era un apostolo, fratello di Simon Pietro.»

«Molto bene, Fratello Papa, è anzi un bel nome molto significativo, e lei ha fatto bene a ricordarmelo. Penso che ci saranno nel futuro altri pontefici che sceglieranno questo nome.»

«Io non l’ho scelto; lo hanno scelto i miei genitori, che erano ferventi cattolici. Se mi avessero dato un altro nome, come Marco-Mauro-Mario, avrei conservato quello. Perché uno, diventando papa, deve cambiare nome? È una tradizione? La si può anche interrompere. È una tradizione innocua… d’accordo, ma la segua chi vuole, non io…»

«Ne ha il diritto… fratello papa. Ora, come di consuetudine, lei deve mostrarsi ai fedeli dal balcone centrale della basilica. Ma prima deve indossare l’abito papale, che è bianco.»

«E se mi mostrassi così, con la tonaca nera, non è la stessa cosa? Perché sprecare denaro per un altro abito?»

«Gli abiti papali sono stati già confezionati dalla sartoria del Vaticano, in tre taglie, e quindi il denaro è già stato speso. E se lei non lo volesse indossare, a essere sprecato sarebbe l’abito. Lei è piuttosto alto, e andrà bene la misura maggiore che ora mando a prendere… ma la mitria e il pastorale… dovrebbe usare quelli personali.»

«Non li ho… sono venuto a Roma senza bagaglio. Non è meglio fare a meno di questi… simboli?»

«Li potrà abolire in seguito, se lo riterrà opportuno, ma oggi, al balcone della basilica, alla prima apparizione in pubblico, turberebbe gli animi… Perché la gente penserebbe chissà che cosa… Già la stampa ha fatto tante illazioni… malevole, sul rinvio della settima votazione… Quali ipotesi… maligne farebbe per questa novità? E anche i fedeli, quale significato gli darebbero?»

«Va bene, hai ragione… La mitria, prestatami dall’amico prefetto dei vescovi, sta all’ambasciata del Senegal, ma il pastorale no.»

«Non possiamo mandare all’Ambasciata, ci vorrebbe troppo tempo, e la gente è in attesa di essere benedetta dal nuovo Papa e di sentire le sue parole.»

«E allora?»

«Provvederò io; in sacrestia abbiamo a disposizione mitrie e pastorali, troveremo quelli adatti, e anche il pallio.»

«Se lo ritieni necessario… sia fatta la tua volontà.»

«Non la mia volontà, fratello Papa, ma la convenienza del momento… I cambiamenti si possono fare… in seguito… con prudenza e saggezza.»

«D’accordo, collega, provvedi tu. Ma chiedo una cosa. Quando mi presenterai al pubblico, non dire quelle parole latine e non attribuirmi alcun titolo, ma di’ semplicemente: “Ecco il nuovo Papa: è Andreas Marimba, arcivescovo di Dakar, che come 268° successore di Pietro prende il nome di Andrea.»

«Farò come lei desidera.»

Era da poco passato mezzogiorno quando Papa Andrea è apparso al balcone centrale della basilica.

Subito si è levato un applauso e si sono sentite acclamazioni, ma quando i presenti si sono resi conto che era un nero, che tanto più spiccava nel bianco dell’abito, quasi tutti hanno cessato di acclamare, e nella piazza si è fatto un silenzio di attesa.

Il Camerlengo ha fatto al microfono la presentazione in italiano, come convenuto, dopo la quale si è levato un nuovo applauso, ma meno caloroso del precedente. Del pubblico i più numerosi erano gli Italiani; c’erano in gran numero Europei e nord-Americani, e anche molti Sud-Americani e Asiatici con gli occhi a mandorla, in gran parte turisti. Le televisioni di mezzo mondo erano puntate sul balcone e zumavano sul volto del papa, quasi a voler rimarcare che era proprio un nero integrale, cioè un negro.

La meraviglia era generale; anche qualche centinaio di neri che erano tra il pubblico guardavano quasi increduli al loro connazionale.

All’applauso seguì un diffuso mormorio, che subito si spense per ascoltare le parole che avrebbe detto il neo-eletto, e molti si chiedevano se avesse parlato in Italiano o si fosse servito di un traduttore.  

Tra la meraviglia generale egli ha parlato in un Italiano quasi perfetto e ha detto:

«Cari fedeli cristiani, cari fratelli, vi saluto tutti, voi presenti e voi che mi ascoltate da lontano. Immagino la vostra meraviglia nel vedere un Bianco-Padre nero; ma credetemi, la mia meraviglia è maggiore della vostra, e con la meraviglia ho anche un po’ di paura nell’assumere questa carica di così grande responsabilità. Mi hanno dato coraggio una maggioranza di cardinali col loro voto, e mi darete coraggio anche voi, ottenendomi dal Buon Dio, con le vostre preghiere, le sante illuminazioni che possano portare a un integrale rinnovamento della Chiesa, per ridargli lo slancio evangelico nell’umiltà e nella semplicità insegnataci da Gesù Cristo. Dobbiamo liberarci dalla voglia di apparire, di avere successi, prestigio mondano, e ritrovare un Cristianesimo vero, profondo, che si manifesta in un comportamento fraterno e solidale con tutti gli uomini, perché siamo tutti figli dello stesso Dio, il quale non fa distinzioni di razze, ma chiama tutti alla salvezza, la quale si ottiene con la sequela di Cristo. Una sequela che richiede anche spirito di sacrificio e senso di responsabilità. Responsabilità che io sento più che mai nell’accingermi a questa missione… di guida e di esempio. Per oggi non aggiungo altro. Vi saluto tutti cordialmente, augurando ogni bene a voi e alle vostre famiglie. Io pregherò per tutti voi, perché il papa è padre, e il padre non può che pensare ai propri figli; e chiedo anche a voi di pregare per me, che ho tanto bisogno dell’assistenza divina. Ora tornate pure tranquilli alle vostre case: non abbiate paura del papa nero: è vostro umile fratello in Cristo.»

Nella piazza si è levato allora un caloroso applauso, con acclamazioni di gioia, specialmente da parte di quel centinaio di neri che si trovavano lì presenti.

Verso le 14 ci ritrovammo tutti in sala mensa, dove, a capotavola, avevano messo, per il Papa, una sedia dorata con l’alto schienale borchiato. Andreas l’ha fatta togliere e si è seduto su una sedia uguale alle altre. Quasi tutti, ma non tutti, hanno apprezzato questo gesto di umiltà e di… democrazia. Qualche scettico ha voluto vedervi una specie di esibizione di umiltà pelosa. 

Dopo la mensa il Camerlengo invitò il Papa a salire all’appartamento pontificio, accompagnato anche dal Segretario di Stato e dal Vicario. Andreas allora mi ha pregato di andare con lui. L’appartamento, dopo la morte di Papa Sisto, era stato nuovamente arredato e tutto rinnovato, come di consuetudine. Si compone di una grande camera, di una seconda camera per il segretario o assistente, di uno studio, di un salone, di una sala da pranzo e di una grande cucina. A questa sono addette cinque monache di un ordine canadese. Esse all’arrivo del Papa gli sono andate incontro, si volevano inginocchiare e baciargli l’anello, ma lui non lo ha permesso dicendo sorridendo:

«Sorelle, ci si inginocchia solo davanti a Dio nostro Signore; io sono un semplice mortale come voi con un incarico un po’ gravoso, per cui mi affido alle vostre preghiere.» Poi familiarmente si è intrattenuto con ciascuna, informandosi del nome e paese di provenienza.

Cassini ha mostrato al Papa tutti i locali, sempre accompagnato da Andreoni e Clozet, e anche da me. Nel salone, intorno a un lungo tavolo, erano sistemate delle sedie, con a capo tavola una poltrona piuttosto sfarzosa. Andrea non ha voluto sedercisi, e si è seduto di lato, su una comune poltroncina, ci ha invitato tutti ad accomodarci, quindi ha detto:

«Caro Camerlengo e cari colleghi, la fiducia di 69 cardinali mi ha affidato questo gravoso incarico di guidare la Chiesa di Cristo in questo mondo in parte scristianizzato, e io tremo davanti a questo immane compito. Ma confido nell’aiuto di Dio e nella collaborazione di tutti voi. Sono certo che non me la farete mancare.»

Allora Cassini si è alzato e ha detto:

«Santità… cioè… mi scusi, Fratello Papa, io ho terminato, con la sua nomina, le mie funzioni di sostituto del Papa durante la Sede vacante. Rimetto perciò il mio incarico nelle sue mani, e ritorno alle mie funzioni ordinarie nella Camera Apostolica, finché lei mi lascerà a dirigerla.»

«Caro Cassini, tu rimarrai sempre a presiedere  la Camera Apostolica, perché ho piena fiducia nella tua esperienza e saggezza. Io sono un novellino qui nella Curia Romana, e ho bisogno di chi mi guidi e consigli nella conduzione di questa complessa Amministrazione, che però cercheremo di semplificare… Vedi, Cassini, io ti sto dando del tu, e desidero che anche tu e tutti gli altri diate del tu anche a me… È un modo più democratico di comunicare, indica uguaglianza, e denota anche amicizia, fiducia e familiarità. Simon Pietro disse a Gesù “Tu sei il Cristo”, e Gesù gli rispose: “Beato te, Simone.” (Mt 16, 16-17) Esigo poi che per me non si usi più il titolo di Santo Padre e Sua Santità. Santo è solo il Signore Dio. Allo stesso modo ribadisco il divieto della genuflessione e del bacio dell’anello. Ci si genuflette solo davanti a Dio, e si bacia, se si vuole, solo il Crocifisso. Lo so che non sono queste le cose che contano, quelle essenziali, ma giacché lo possiamo, lasciamo da parte questi usi, e dedichiamoci alle cose veramente importanti. A poco a poco voi e tutti gli altri, ecclesiastici e laici, vi abituerete a darmi del tu, che indica un modo di parlare più immediato e un modo di incontrarsi più sincero.»

Si alzò allora in piedi il cardinale Clozet e disse:

«Caro Papa, io sono stato Segretario di Stato sia, per alcuni anni, con papa Clemente, sia poi con papa Sisto, per tutto il suo pontificato. Dati i miei convincimenti, che lei conosce, e che non collimano pienamente con i suoi, io mi dimetto dalla carica, e la prego di affidarmi una sede vescovile in Francia.»

Subito dopo Andreoni dichiarò che anche lui si dimetteva dalla carica di Vicario, e avrebbe gradito di tornare come Prefetto alla Congregazione per la dottrina della Fede, resasi recentemente vacante per la morte del cardinale Mendoza. Naturalmente esprimeva un semplice desiderio: il Papa poteva disporre di lui a suo beneplacito.

Il Papa ha risposto:

«Cari colleghi, vi prego di non abbandonarmi in questo inizio di pontificato, che per me si presenta particolarmente difficile, data la mia scarsa conoscenza della struttura amministrativa della Sede Apostolica. So che in molte cose non la pensate come me, ma… dalla dialettica dei contrari spesso scaturisce la soluzione migliore. Perciò vi prego vivamente di restare ambedue nei vostri rispettivi incarichi. Non crediate che io voglia fare di testa mia, desidero prendere decisioni ponderate, ragionate e condivise; ed è sommamente utile che voi due siate qui al mio fianco anche per evitarmi… errori, perché “errare humanum est”.»

Allora riprese la parola il Camerlengo:

«Noi adesso ti lasciamo in compagnia del Prefetto tuo amico. Domani la solenne celebrazione in San Pietro inizierà alle ore 10. Provvederò io a organizzare tutto il rito, assieme ai due cerimonieri… Tu avrai bisogno di un segretario personale e di un cameriere di fiducia… Attendiamo la tua scelta… Se ci dai licenza, noi andiamo.»

«Certamente, potete andare; ma tu, caro Cassini, torna stasera verso le 20 per informarmi sulla… sequenza di tutto il rito di domani, e su quello che io devo fare… Penso che dopo la proclamazione del Vangelo io debba pronunciare l’omelia…»

«Certamente… come in tutte le Sante Messe. Io tornerò senz’altro alle 20, e parleremo di tutta la cerimonia di… incoronazione… così è chiamata… ma non temere, non si tratta di una corona reale ma della tiara, simbolo della carica papale.»

«E che cos’è questa tiara… che io non conosco?»

«È una specie di mitria, ma di foggia particolare, spettante al Sommo Pontefice.»

«Ma è proprio necessaria questa… incoronazione?»

«Sì, fratello Papa, è opportuno farla, se no chissà che deduzioni ne trarrebbero i fedeli e soprattutto i giornalisti… Hai dato prova di saggezza lasciando Andreoni e Clozet nelle loro cariche, per evitare malevole illazioni. Infatti, se si fosse comunicato che essi si sono dimessi, avrebbero detto che… essi abbandonavano… la navicella di Pietro… periclitante; se si fosse comunicato che il nuovo Papa li aveva esonerati, avrebbero detto che papa Andrea cominciava il pontificato con un atto di… imperio. Allo stesso modo, se domani non si facesse la consueta… cosiddetta incoronazione, direbbero che il nuovo Papa… comincia con un gesto… clamoroso… spettacolare…»

«Va bene, Cassini, sono d’accordo. Allora ci vedremo alle 20. Arrivederci.»

Quando rimanemmo soli, Andrea mi chiese:

«Mi sono regolato bene a lasciare Clozet e Andreoni al loro posto?»

«Certamente, almeno per ora, finché la situazione non sarà per te più chiara, conoscendo meglio la Curia.»

«E riguardo ai titoli Santità-Santo Padre, alla genuflessione e al bacio dell’anello, sei d’accordo anche tu?»

«D’accordissimo; se ti ricordi, ne abbiamo qualche volta parlato tra noi.»

«Ma, ora che ci penso, forse è stato inopportuno quel mio insistere sul tu…»

«Inopportuno no… forse se ne poteva parlare in seguito, perché non è cosa essenziale. Ma la proposta è giusta, e ci si deve insistere. Sono usanze, regole da… galateo, un po’ insulse… Dare del voi come fanno i Francesi, o del lei, che mi sembra ci sia venuto dagli Spagnoli, è come un voler porre tra gli interlocutori un diaframma, un filtro, che impedisca il contatto diretto, immediato, sincero. È insomma una… mascherata ipocrisia. Nella Roma antica anche i più umili cittadini e anche gli schiavi, quali erano i gladiatori, davano del tu all’imperatore: “Ave Caesar, morituri te salutant.” Dare del lei… è una galanteria da salotto, che poi porta a degli esiti grammaticali un po’ buffi, riguardo agli attributi. Per esempio un collega mi dice:”Vedo, Prefetto, che lei non si è sbagliata”, cioè mi trasforma in donna… Dare del lei è ritenuto una dimostrazione di rispetto, ma è solo una specie di… iato tra due persone… Certamente è un’usanza… innocua, che potrebbe continuare senza danno, sono solo parole… convenzioni. Ben altra cosa è il titolo di Santità, e la genuflessione… che offendono la Maestà Divina.»

«Mi sembra di capire che non è il caso di insistere troppo sul tu: chi vuole usare il lei, lo faccia pure. Ma io risponderò sempre col tu… Ma ora passiamo alle cose pratiche… Io, per segretario privato, penso di chiamare a Roma quello di Dakar, e per cameriere il mio bravo autista tuttofare, il quale potrebbe trasferirsi a Roma con la sua famiglia… Tu che ne dici?»

«Ottima idea, sono persone fidate, che conosci bene.»

«Senti, amico, per ora ho lasciato Clozet, ma in seguito penso che debba essere tu a prenderne il posto, sei il più adatto…»

«No, Andrea, non sono adatto a quel posto… io rimarrò sempre al tuo fianco come amico… e consigliere, se vuoi. Mi piace continuare a fare il Prefetto della Congregazione dei Vescovi… tra poco dovrai nominare il tuo successore a Dakar, e posso esserti utile nella scelta, perché conosco bene la situazione africana. Anzi, presto ti proporrò di nominare un altro cardinale nero, che rimpiazzi te, e poi, in seguito, un altro, perché l’Africa nera sia meglio rappresentata nel Collegio.»

«Provvederemo insieme nei prossimi giorni. Ora una preghiera. Resta qui con me stasera e stanotte, dormirai nella camera attigua alla mia, quella del segretario. Io qui mi sento un po’ spaesato, e tu mi puoi rendere più tranquillo e sicuro.»

«Non c’è bisogno di pregarmi. Mi sarei offerto io stesso… è per me consolante poterti essere utile.»

È superfluo che io racconti i fatti e i discorsi del resto della serata. Alle 20 è venuto Cassini per “indottrinare” Andrea sullo svolgimento del rito di domani. Quando se n’è andato, abbiamo potuto cenare, per poi metterci a letto… io dopo aver steso questo diario.

19 maggio 2050

Ritengo inutile descrivere tutta la cerimonia dell’incoronazione e della Messa pontificale. Tutto si è svolto secondo copione, sotto l’abile regia di Mons. Massi, arciprete della basilica, coadiuvato dai due cerimonieri. Erano presenti tutti a cardinali, anche i non elettori, tra i quali il venerando Decano Kruger, e una cinquantina di vescovi italiani e stranieri.

All’omelia il Papa ha detto press’a poco così, parlando a braccio, senza alcun testo scritto:

«Cari Colleghi nell’episcopato e voi tutti, cari fedeli cristiani, siamo qui riuniti per onorare Dio mediante il Santo Sacrificio del Suo Figlio Gesù Cristo, il quale si è fatto uomo come noi, per affiancarsi a noi, aiutarci, guidarci e condurci all’eterna salvezza. Gli uomini non sempre hanno corrisposto all’amorevole premura che il Padre Celeste ha avuto e ha per loro. Anche la Chiesa, che Gesù Cristo ha lasciato sulla terra come maestra e guida, non sempre è stata zelante in questo compito spirituale di salvezza delle anime, non sempre è stata irreprensibile nella sua azione. Non sempre è stata di esempio; talora si è lasciata tentare dai valori terreni, dai successi mondani, venendo meno alla sua missione evangelica.

Noi cattolici d’Africa, da poco tempo entrati nella Chiesa per la predicazione di zelanti missionari, abbiamo abbracciato con entusiasmo la religione cristiana, perché essa risponde alle nostre attese di fratellanza, solidarietà e giustizia. Noi siamo come i cristiani delle origini, i discepoli degli apostoli, conquistati dai precetti di umiltà, povertà e amore reciproco datici da Gesù; e perciò abbiamo avvertito più di altri il divario che passa tra il messaggio evangelico e l’attuale condotta della Chiesa. E per correggere questa condotta e ricondurre la Cristianità alla sequela di Cristo, una maggioranza di cardinali ha voluto che sia io, cristiano dell’Africa nera, a guidare il rinnovamento, il ringiovanimento della Chiesa, cioè il ritorno all’uguaglianza, alla fratellanza e alla solidarietà predicata da Cristo. Essere cristiano non è solo partecipare ai riti, ricevere i sacramenti e recitare il Credo, ma anche e soprattutto comportarsi rettamente nella famiglia e nella società, rinnegando i valori mondani, quali il potere, il possedere e il godere.

Io sono chiamato ad apportare le sagge riforme, necessarie per far risplendere nuovamente il volto della Chiesa, ora coperto di cerone e di belletto, e voi, spero, mi aiuterete in questa opera col vostro appoggio e con la preghiera. Infatti è innanzitutto necessaria la Grazia di Dio, perché Lui solo può convertire i cuori sedotti e sviati dai valori terreni.»

 A me l’omelia è sembrata efficace nella sua semplicità; si sentiva che il Papa parlava col cuore in mano, così a braccio, sinceramente e con vera umiltà. I papi hanno sempre parlato in pubblico leggendo lunghi discorsi, spesso lambiccati e astrusi, infarciti di citazioni bibliche, preparati dagli addetti a questo compito oratorio, e miranti solo a soddisfare le aspettative dei vaticanisti e degli apologeti, i quali dovevano esaltarne l’esattezza dottrinale e la profondità teologica.

Mi sono molto meravigliato del suo coraggio a parlare così a braccio. Certamente non improvvisava, si era preparato; ma non è facile, senza avere davanti almeno un appunto, mantenere il filo del discorso e non patire amnesie. E poi parlare in lingua italiana, lui che a Dakar usava quasi sempre il francese o il linguaggio locale. Ha imparato la nostra lingua quando ha frequentato, alla Gregoriana, un corso quadriennale di Patrologia, e poi si è tenuto in esercizio specialmente parlando con me, a viva voce o anche per telefono; ma il coraggio di parlare in Italiano, in San Pietro, senza neppure una scaletta,  in un’occasione così solenne, non lo ritenevo possibile. E invece lo ha avuto.

Ho apprezzato anche un gesto. Avvenuta l’incoronazione, ricevendo la tiara in testa, se l’è subito tolta arrivando all’altare, e quando il cerimoniere gliela voleva rimettere all’omelia, l’ha rifiutata. Alla benedizione a fine Messa, i due cerimonieri gli si sono presentati uno con la tiara, l’altro col pastorale; lui con un cenno li ha fatti allontanare e ha benedetto i presenti come un semplice prete.

La stampa pomeridiana e serale è uscita con titoli vari, alcuni pittoreschi, altri truculenti. Ne riporto qualcuno: “Discontinuità e innovazione”, “Passaggio traumatico”, “Terremoto in Vaticano”, “Africa vince”, “Il nero piace”, “Quo vadis, Ecclesia?”, “La Curia sconfitta”, “La negritudine alla prova”, “Navigazione rischiosa per la navicella pietrina”.

Anche i giornali stranieri si sono sbizzarriti, sparando titoli altisonanti o allarmati; quelli statunitensi quasi tutti orientati al pessimismo.

Abbiamo pranzato tardi Andrea e io da soli, e dopo ci siamo concessi due ore di riposo. Poi abbiamo conversato fino a cena.

Andreas mi ha informato che domani mattina arriveranno il suo segretario  don Daniel e il suo autista-cuoco Felix, del quale si sarebbe servito anche come cameriere. Pensava di licenziare le suore canadesi; voleva una cucina semplice e frugale, affidata a Felix, magari coadiuvato da una cuoca italiana da trovare. Del resto, pensava di servirsi spesso della mensa vaticana, funzionante per il personale di curia, che gli sembrava ben organizzata e diretta. Se poi con Felix veniva a Roma anche la moglie, non c’era bisogno neppure di trovare una cuoca, perché Carmen avrebbe aiutato in cucina il marito. Mi ha poi detto che, tra le prime cose che si potevano fare, era il licenziamento della Guardia Svizzera. Mi ha confidato che, durante la cerimonia in San Pietro, sentiva un certo disagio a vedersi accanto e davanti quei lanzichenecchi nelle loro tenute di gala, con in mano quelle antiche alabarde. Gli sembrava di assistere a un film di costume, ambientato nel Cinquecento. Si chiedeva come mai i pontefici precedenti non avessero avvertito l’incongruenza… il ridicolo di questi soldati da parata, schierati nella casa di Dio .

Gli ho detto che la Guardia Svizzera era ormai più che altro un elemento di folklore, molto apprezzato dai turisti, i quali non erano contenti se non si facevano fotografare accanto a uno svizzero, possibilmente in alta uniforme. Forse per soddisfare questi turisti, e molti fedeli cristiani, specialmente donne, se non potevano lasciare tre o quattro, all’esterno del Vaticano, e mai in chiesa, ad usum photographiae.

Gli svizzeri potevano essere utilizzati, quelli che volevano restare in servizio, come vigilantes, guardie giurate e custodi, necessari per il controllo e la sicurezza interna. Andrea ha accettato il mio punto di vista, e ha concluso che ne avrebbe parlato al Camerlengo, che gli sembrava saggio e aperto, e non ottuso conservatore. Ha aggiunto che domani celebrerà la Messa molto presto nella cappella privata, per poi dedicarsi alla riflessione, allo studio dei vari problemi, assieme a me, e poi all’incontro col Camerlengo e forse, nel pomeriggio, anche con Clozet, Andreoni e Bertinori.

20 maggio 2050

Dopo la Messa che abbiamo celebrato insieme nella cappella annessa all’appartamento pontificio, alla quale hanno assistito le cinque suore già addette al servizio di papa Sisto, Andrea si è intrattenuto con esse in Francese perché capiscono poco l’Italiano, poi ha comunicato la loro nuova destinazione press’a poco con queste parole: 

«Care sorelle in Cristo, voi avete assolto un servizio molto importante col Papa defunto, che vi ha chiamato in Vaticano… Io, che sono africano, ho abitudini di vivande molto diverse dagli occidentali, per cui verrà oggi il mio cuoco di Dakar, forse accompagnato dalla moglie… che lo aiuterà in cucina e per le pulizie… Io sono abituato a un ménage semplice… quasi primitivo… e tenere qui occupate per me cinque suore mi sembra del tutto irragionevole. Il vostro Ordine è dedito all’educazione cristiana… avete collegi in tutto il Nord America e anche in Europa, per istruire e formare moralmente le fanciulle cristiane e non. Avete una grande esperienza in questo campo importante dell’evangelizzazione. È perciò bene che voi torniate al vostro compito istituzionale, che è l’educazione femminile. Perciò da oggi siete libere per tornare al vostro Ordine. Prendete contatto con la vostra Madre Generale e fate quello che essa vi dirà. Alle spese di trasferimento provvederà l’Economato. Vi ringrazio per la vostra opera, vi benedico e vi auguro ogni bene. Se vi ricordate, pregate qualche volta per me, che ne ho tanto bisogno.»

La superiora delle cinque ringraziò a sua volta a nome anche delle sorelle, tutte un po’ commosse.

Lasciate le suore, siamo andati insieme nello studio e Andrea mi ha detto:

«Ora ti esporrò quello che penso di fare nei prossimi giorni. Comprendo che le questioni bisogna prenderle una alla volta, cominciando dalle facili per passare via via alle più difficili, in progressione verso l’alto. Oggi vorrei affrontare la questione della Guardia Svizzera, che non mi sembra eccessivamente difficile, perché noi non licenzieremo in tronco questi Svizzeri, ma daremo loro la possibilità di servire la Santa Sede in una maniera diversa, nel campo della sicurezza e dell’ordine. Penso di parlarne col Camerlengo e poi col Colonnello Comandante.»

Ho convenuto che il cambiamento di divisa e di impiego, se il trattamento economico restava immutato, non doveva dispiacere troppo agli Svizzeri. Il Papa mi ha chiesto allora quanti fossero questi soldati, e perché dovevano essere svizzeri; lui ne conosceva poco la storia. Gli ho detto che attualmente sono 110, ma nel passato il numero ha oscillato da 200 a 90; il corpo di queste guardie del Sacro Palazzo, custodi della persona del Papa, fu voluto da Giulio II nel 1506. Egli scelse gli Svizzeri, perché allora essi erano ritenuti i soldati più tenaci e fedeli; soprattutto gli Svizzeri tedeschi, meno quelli francesi e meno ancora quelli italiani. Tanto è vero che il papa Pio X nel 1914 stabilì che le guardie non potevano essere arruolate nel Canton Ticino, abitato da Italiani; ma in seguito papa Giovanni XXIII nel 1959 tolse questo divieto, che sembrava offensivo per gli abitanti di quel cantone.

Attualmente sono comandati da un Colonnello, che ha come aiutanti un Tenente Colonnello e un Maggiore; essi sono tutti e tre Gentiluomini di sua Santità, mentre il Comandante è anche membro della Famiglia Pontificia.

 Andrea sorrise a queste informazioni, e voleva sapere che compito avessero questi Gentiluomini e membri della Famiglia. Gli ho risposto che sono compiti di rappresentanza e di corteggio, nulla di veramente importante. Aggiunsi che nella Guardia ci sono poi nove ufficiali inferiori: due capitani, un tenente, sei sottotenenti; tanti ufficiali per comandare 2 tamburi e 96 alabardieri. A questo piccolo esercito è addetto anche un cappellano militare.

Mentre stavo dando ad Andrea queste informazioni è arrivato Cassini, al quale ho subito detto che stavamo parlando della riforma della Guardia Svizzera, informandolo di come pensavamo di attuarla. Egli ha detto che la cosa era fattibile, anche se sarebbe dispiaciuta a tante persone che vedevano in quelle guardie quasi la dignità e il prestigio… storicizzato della Santa Sede.

Poi il Papa ha portato il discorso sulla diplomazia vaticana, sulla pletora di nunziature e delegazioni apostoliche anche dove i cattolici sono pochissimi, come l’Azerbaigian e la Mongolia, o Stati piccolissimi, come per  esempio l’atollo di Nauru, di 21 Kmq e 10.000 abitanti.

Queste rappresentanze della Sede Apostolica sono 180, come egli aveva letto nell’Annuario Pontificio 2049. Immaginava il numero degli ecclesiastici addetti a queste sedi estere e la spesa che esse comportavano. Era come un’esibizione di presenzialità in tutto il mondo.

Alle rappresentanze presso gli Stati bisognava aggiungere una trentina presso Organismi internazionali, a cominciare dall’ONU, dove erano impegnati un arcivescovo titolare e due monsignori.

Lui riteneva che, in un primo tempo, queste rappresentanze potevano essere ridotte a una cinquantina, presso gli Stati e le Organizzazioni più importanti, e si doveva subito chiudere la Scuola diplomatica.

In un secondo tempo si poteva ancora ridurre il numero delle Nunziature, fino ad eliminarle del tutto, affidando la rappresentanza della Sede Apostolica al Presidente della Conferenza Episcopale di ogni Stato.

Pregava perciò il Camerlengo di studiare il problema assieme al Segretario di Stato, e di presentargli entro dieci giorni una proposta attuativa. Doveva poi essere eliminata subito la carica di Ministro degli Esteri (Segretario per i Rapporti con gli Stati), perché questi rapporti saranno gestiti direttamente dal Segretario di Stato.

Anche questo titolo a lui sembrava incongruo, richiamando la nozione di Stato invece che di Chiesa. Si poteva chiamare semplicemente Segretario o Segretario generale, per distinguerlo da quello personale. Ma di ciò si sarebbe discusso in seguito.

Cassini, che aveva ascoltato con attenzione, e preso anche degli appunti, disse che si sarebbe messo subito all’opera per attuare le direttive ricevute, che riassunse in tre punti:

Primo: chiudere la Scuola Diplomatica;

Secondo: abolire la carica di Ministro degli Esteri;

Terzo: ridurre le Nunziature al numero di cinquanta.

Riguardo alla Guardia Svizzera disse che era opportuno trattarne la riforma con il cardinale Clozet e anche col Comandante in capo della medesima. Andrea disse che era d’accordo, lodò il senso pratico del Camerlengo e lo accomiatò con una cordiale stretta di mano.

In mattinata sono giunti dal Senegal don Daniel e Felix, accompagnato dalla moglie e dai quattro figli, tra gli otto e i sedici anni. Don Daniel si è subito insediato in un appartamentino accanto a quello del Papa; per la famiglia di Felix ho preso in affitto un appartamento in Borgo Pio, appartenente a un mio amico, mentre lui avrebbe dormito normalmente in Vaticano, nell’appartamentino di don Daniel, che ha due camerette.

Però, per oggi, gli ha detto di andare a sistemare la famiglia, e di tornare in Vaticano domani. Non descrivo l’emozione e la gioia dell’incontro di Andrea con il segretario, l’autista-cameriere e la sua famiglia.

Questa a Dakar alloggiava nella villetta del vescovado e i bambini consideravano l’arcivescovo come uno zio, ed erano soliti intrattenersi con lui. Essi erano entusiasti di questo trasloco a Roma, che loro non conoscevano affatto; anzi fino ad oggi non avevano mai viaggiato in aereo, e ne erano rimasti emozionati.    

Per il pomeriggio alle 17 avevamo convocato il Comandante delle Guardie Svizzere e il suo Vice. Sono venuti puntuali, e anche loro volevano fare la “genuflessioncella” d’uso, ma il Papa non lo ha permesso, stringendo subito loro la mano con grande cordialità.

Riguardo alla genuflessioncella, mi è tornato alla memoria l’Alfieri, il quale alla Corte di Vienna, avendo visto il Metastasio omaggiare in tal modo l’imperatrice Maria Teresa, concepì per il poeta cesareo un tale dispregio che non volle nemmeno essergli presentato.

Il Papa, dopo aver detto agli ospiti che aveva pensato di apportare alcune modifiche all’organizzazione e anche alle regole d’ingaggio del Corpo, ha incaricato me di esporre quanto si pensava di fare.

Ho incominciato col dire che il Corpo, da guardia d’onore e di parata, doveva diventare un normale corpo di vigilanza e sicurezza, abbandonando la divisa cinquecentesca per indossare un’uniforme moderna e comoda. Per coloro che accettavano questo cambiamento, e volevano rimanere al servizio del Vaticano, la retribuzione e tutte le altre forme di assicurazione e assistenza sarebbero rimaste immutate. Quelli che non accettavano il cambiamento, potevano licenziarsi alla fine del loro biennio di ferma o anche subito, e avrebbero ricevuto l’indennità di buonuscita e tutte le altre spettanze contrattuali.

Questo cambiamento era ritenuto necessario per eliminare le critiche di tanti cattolici, specialmente tra i nuovi convertiti, che accusavano la Chiesa di pompa mondana, e parlavano di scandalo vedendo gli alabardieri, con le loro strane divise e quei pennacchi in testa, schierati in San Pietro nelle solenni cerimonie pontificali.

Poi ha preso la parola papa Andrea:    

«Cari e fedeli amici, io sarò molto contento se voi continuerete il vostro servizio in Vaticano con altra divisa e compiti diversi, ma sempre riguardanti la vigilanza e la sicurezza della Sede Apostolica, la quale però deve tornare a essere una Istituzione divina, di carattere spirituale, smettendo le forme e le strutture che la fanno apparire uno Stato sovrano, con tanto di guardia d’onore per il suo capo. La Guardia Svizzera ha dato luminosi esempi di fedeltà e di spirito di sacrificio, so che molti suoi militi sono anche morti per difendere il Papa in certe situazioni di estremo pericolo. Io vi ringrazio per questa vostra esemplare fedeltà, per il vostro meritorio servizio, che spero vogliate continuare a prestare, anche se alquanto mutato, ma più di forma che di sostanza.»

Von Neckar, il Comandante, ha così risposto:

«Santità, io e il mio Vice comprendiamo le intenzioni di questo cambiamento. Io personalmente sono propenso a rimanere al servizio della Santa Sede; ma ho il dovere di portare queste novità a conoscenza di tutti, a discuterne con tutti, ufficiali e gregari; fra qualche giorno mi impegno a portare a Vostra Santità, come io spero, l’adesione a questo cambiamento di tutto il Corpo, o di gran parte di esso. La Guardia Svizzera non ci tiene all’elmo con pennacchio, all’alabarda e alla sgargiante divisa disegnata da Michelangelo; io personalmente avverto l’incongruità di questi simboli specialmente all’interno della basilica. Noi Svizzeri tedeschi siamo gente pragmatica, che mira al concreto, al pratico. Sono piuttosto i popoli latini a privilegiare la forma, ad amare e ammirare  lo splendore esteriore.»

«Bene – concluse il Papa – sono lieto di sentire queste dichiarazioni personali, e sarò ancora più lieto quando esse mi saranno confermate a nome del Corpo tutto, che stimo e ammiro.»

Quando i due svizzeri, entrambi di etnia tedesca, se ne sono andati, Andrea mi ha detto:

«Dato che abbiamo ottenuto l’adesione di massima di Von Neckar e del suo vice, ritengo inutile discutere la cosa con Clozet. Con lui invece voglio domani discutere delle Nunziature, della Scuola Diplomatica e dell’abolizione della carica di Ministro degli Esteri, cose che direttamente cadono sotto la sua competenza. Tu che ne dici?»

«Pienamente d’accordo; speriamo di trovare in Clozet la stessa comprensione che abbiamo trovato oggi nei tedeschi. Poi andremo avanti con le riforme più impegnative… ma gradualmente e senza fretta, la quale è sempre cattiva consigliera.»

«Quali pensi che siano le riforme più… difficili… che possono provocare più opposizione?»

«Penso che la più difficile in assoluto sia l’abolizione della Congregazione per le cause dei Santi e della Scuola di Specializzazione dei Postulatori… Sarà difficile anche ridurre il numero delle Università, alle quali i vari Ordini tengono molto, come simboli di prestigio e valenza culturale. Non sarà facile neppure convincere gli Ordini religiosi maschili ad accorparsi, perché ognuno di essi vuol conservare la sua identità, la sua specificità, talora secolare o millenaria. Ancor meno facile, credo, sarà indurre gli Ordini femminili a fare questa unificazione. Sono un migliaio, e ogni congregazione ha il suo statuto, la sua finalità, e anche la sua assisa. Le suore ci tengono molto… alla loro divisa; la civetteria femminile non sempre viene meno con la professione religiosa. Ci sono degli Ordini che hanno due fogge di abiti, una estiva e una invernale, in genere l’una bianca o chiara, l’altra marrone o nera. E poi i vari tipi di cuffie, di soggoli, di pettorine, di scapolari… sembra che la vita religiosa abbia bisogno di tutti questi ammennicoli… Ultimamente ho notato che qualche Ordine ha modificato la cuffia, riducendola sul davanti, in modo da far vedere i capelli, e ha anche accorciato la gonna, in modo da far vedere le gambe… fino a un certo punto… Insomma… spose di Cristo… ma sempre donne.»

«La vanità è insita un po’ in tutti, si vuole ben apparire e fare bella figura… è una debolezza umana… più accentuata nelle donne… ma talora anche gli uomini ne sono contagiati.»

«Ne abbiamo avuto un esempio recente in Papa Sisto, che curava tanto il suo aspetto fisico, il suo bel corpo atletico… e ora?»

«Pace all’anima sua, e che il Signore lo perdoni.»

Nella serata non c’è stato altro di rilevante.

21 maggio 2050

Stamane, dopo la Messa, Andrea e io ci siamo chiusi nello studio, per riflettere sul già fatto e sul da fare, e puntualizzare l’argomento della Diplomazia Vaticana da trattare con Clozet, che doveva venire alle 11. Alle 9 l’archivista addetto alla posta ci ha portato l’Osservatore Romano, e abbiamo subito notato che il giornale vaticano continua a dire “Sua Santità”, “Santo Padre”, “Santa Sede”. Pensavamo che il Camerlengo avesse avvertito il direttore che quei titoli auto-santificanti dovevano essere dismessi , e per accertarci della cosa abbiamo fatto chiamare il Prof. Cav. di Gr. Cr. Mario Massari, come lui pomposamente si firma nel quotidiano.

Siccome Andrea aveva incaricato me di parlare della cosa col direttore, io, fattolo accomodare, gli ho subito chiesto:

«Egregio Professore, nessuno l’ha avvertito che certi titoli non andavano più usati?»

«Quali precisamente?»

«Santo Padre, Sua Santità per il Papa, Santa Sede per la Curia Vaticana, e ovviamente Eminentissimo per i cardinali, Eccellentissimo  per i vescovi e, per conseguenza “Sua Eminenza”, “Sua Eccellenza”, insomma tutti questi titoli pomposi che mal di addicono agli uomini di Chiesa.»

«Sì, il Camerlengo mi ha invitato, ma solamente invitato, a non usarli più, e siccome non era un ordine, io e tutta la redazione abbiamo deciso di continuare a usarli, a meno di un divieto esplicito e scritto da parte della Segreteria di Stato.»

«Tutto il personale è stato d’accordo con lei?»

«Sì, Eminenza, proprio tutti.»

«A quanto assomma il personale dipendente?»

«A quaranta unità.»

«Quali sono le ragioni che vi inducono a mantenere i titoli tradizionali?»

«Innanzi tutto la tradizione, come lei stesso ha detto, la quale va rispettata, e poi perché questi titoli denotano la sacra dignità delle persone insignite di quelle cariche, e servono anche a evidenziare la Gerarchia Ecclesiastica.»

«E la Gerarchia Ecclesiastica senza quei titoli perderebbe dignità?»

«Secondo noi sì. Per il mondo mediatico questi titoli non sono solo parole, ma segni di autorevolezza, gerarchia di potere.»

«E per i fedeli cattolici questi titoli hanno un valore… spirituale… parenetico? »

«Io credo di sì. Il titolo ispira rispetto e per la persona e per la religione che essa rappresenta… E poi, Eminenza, non usando quei titoli, come noi giornalisti dovremmo chiamare il Papa, i cardinali, i patriarchi, gli arcivescovi, i vescovi?»

«Semplicemente: il papa Andrea, il cardinale X, il patriarca Y, ecc.»

«In tal modo la Chiesa Cattolica avrebbe nel mondo un basso profilo mediatico, a vantaggio delle altre Confessioni che vedrebbero ingrandito il loro.»

«Il profilo mediatico non è quello che la Chiesa deve cercare, ma la sua fedeltà al Vangelo e l’azione missionaria per la salvezza delle anime, con la predicazione e l’esempio. Comunque, Professore, abbiamo compreso il suo punto di vista, e la ringraziamo per avercelo esposto con tutta franchezza. Il Cardinale Clozet le farà conoscere la decisione del Papa.»

Andandosene, Massari voleva baciare la mano del Papa che non l’ha consentito e gli ha stretto cordialmente la destra con semplici parole di saluto. Alle 11 è venuto il Cardinale Clozet, col quale Andrea ha introdotto subito l’argomento che gli stava a cuore:

«Caro amico, tu, ne sono sicuro, mi sarai di grande aiuto nel portare a termine questa riforma, che io ritengo indispensabile. Nelle rappresentanze diplomatiche noi impieghiamo tanto personale ecclesiastico, tanti arcivescovi titolari con i loro segretari e consiglieri, e sosteniamo tante spese. Devi convenire che la Chiesa non è stata istituita da Cristo per questa attività politica e diplomatica, ma per la predicazione del Vangelo e per la conversione degli uomini alla vera religione di Dio. Comprendo che abrogare da oggi a domani tutte le 180 Nunziature e Legazioni Apostoliche provocherebbe confusione e sconcerto. Dobbiamo agire con prudenza e con gradualità. Perciò io ti invito a studiare la riduzione dell’apparato, per arrivare a un massimo di 50 Nunziature, per ora.»

«Lo farò, eliminando tutte le rappresentanze negli Stati con pochi cattolici e in quelli molto piccoli. Ma che cosa faremo con il personale addetto a queste Nunziature, nelle quali ci sono spesso degli impiegati laici del posto?»

«Il personale ecclesiastico naturalmente rientrerà a Roma, ma non credo possa essere più di un centinaio, e ne studieremo insieme l’impiego… nelle sedi vescovili vacanti e nelle zone di missione. Gli impiegati civili del luogo ovviamente dovranno essere licenziati, col trattamento economico previsto dai contratti e dalla legislazione locale… Questo si farà via via, con scrupolosa osservanza delle leggi e anche delle tradizioni. Il personale che ha servito il Vaticano, penso con onestà e competenza, non deve sentirsi abbandonato o defraudato. Anzi io propongo di essere con esso piuttosto generosi, nel senso che, specialmente ai più meritevoli, si dia anche più del dovuto, in modo che essi conservino un gradito ricordo del servizio prestato alla Sede Apostolica, e magari, per gratitudine, si impegnino volontariamente alla diffusione della Religione nel loro paese.»

«E dove prenderemo le risorse finanziarie per tutte queste liquidazioni e… generosità?»

«Eliminando 130 sedi e vendendo gli immobili ivi occupati, che siano di nostra proprietà, o non pagando più il canone , se sono presi in affitto, penso che si risparmierà il denaro sufficiente per questi licenziamenti, perché mi sembra che il personale laico impiegato in queste piccole Nunziature sia poco numeroso.»

«Anch’io penso che possa bastare… Ma certamente ci sarà lo scontento del personale ecclesiastico, che si è specializzato per la carriera diplomatica, e si sente in essa realizzato… Costoro, non dico tutti ma certamente molti, patiranno delusione e frustrazione…»

«Caro Clozet, ciò non dovrebbe avvenire per chi abbia abbracciato il sacerdozio per vera vocazione; per coloro che l’hanno abbracciato per entrare in carriera, per progredire nei gradi, insomma per il successo terreno e la propria soddisfazione… ebbene, non dobbiamo preoccuparci troppo se rimarranno delusi. Quelli che sono veri ministri del Signore, saranno ben contenti di servirlo nella predicazione del Vangelo. Comunque, faremo questa riforma gradualmente, e per questo mi affido alla tua esperienza e saggezza… La carica di Segretario per i rapporti con gli Stati, cioè di Ministro degli Esteri, sia subito abolita, e l’attuale Segretario, Mons. Giovannini, passerà per ora a tua disposizione. La Scuola Superiore di Scienze Politiche e Diplomatiche, che preparava questo personale specializzato, deve essere subito chiusa.»

«E gli specializzandi, che sono attualmente iscritti al corso biennale, circa una cinquantina, che faranno?»

«Torneranno alle diocesi a disposizione dei loro vescovi. Se poi sentissero più la vocazione politica che quella religiosa, potranno chiedere la restituzione allo stato laicale, che concederemo volentieri, perché la Chiesa non ha bisogno di burocrati ma di pastori.»

«Bene, provvederò… cioè mi metterò al lavoro e fra due o tre giorni penso di poter presentare l’elenco delle sedi diplomatiche da eliminare. Per la Scuola Superiore e Monsignor Giovannini provvederò subito.»

«Ti ringrazio e credo che riuscirai a fare tutto e bene… e anche presto. Arrivederci.»

Nel pomeriggio non ci sono stati altri incontri, e Andrea e io abbiamo studiato quali potevano essere i prossimi problemi da affrontare. Abbiamo convenuto che è la Congregazione delle cause dei Santi la questione più urgente e forse più spinosa. Prefetto di questa Congregazione è il cardinale spagnolo Eduardo Fernandez, noto per il suo carattere… spigoloso; ma dovevamo necessariamente discutere la questione innanzi tutto con lui e chiedere il suo parere. Il nostro convincimento è chiaro: non si può proclamare nessuno “santo” ope legis, con un processo terreno, come se il Paradiso debba essere assegnato non da Dio , ma da noi uomini, sovrapponendoci alla Maestà Divina, volendo per così dire condizionarla colla nostra sentenza. Per noi è una vera e propria offesa a Dio oltre che stolta presunzione umana. Abbiamo infine stabilito di invitare per domani alle 11 il cardinale Fernandez. Io continuo a dormire in Vaticano, perché Andrea mi vuole accanto a sé.

22 maggio 2050

Dopo la Messa e la colazione, in attesa del cardinale spagnolo, abbiamo dedicato un po’ di tempo alla rassegna stampa che ci è stata portata assieme all’Osservatore Romano. Anche se papa Andrea non ha fatto alcuna nuova pubblica dichiarazione dopo l’omelia in San Pietro, nella quale ha fatto un vago accenno alla necessità di un rinnovamento, i giornalisti con molta fantasia parlano di provvedimenti rivoluzionari, di cambiamenti clamorosi, di licenziamenti e di esoneri, e anche di nuove nomine cardinalizie.

 Lavorano molto di fantasia su vaghi indizi, ma è quasi certo che qualche personaggio della Curia alimenta le dicerie diffondendo voci allarmistiche.

La stampa italiana è piuttosto equilibrata, in attesa dello sviluppo degli eventi e di dichiarazioni ufficiali, ma quella straniera non è così equanime e attendista, specialmente quella spagnola e quella del Nord-America, le quali, ad eccezione di quella francofona del Québec, vedono un avvenire nero per la Chiesa guidata da un papa esaltato, che presume di fare di testa sua, ritenendosi infallibile. La stampa francese e quella tedesca, anche se fa delle critiche e avanza dei dubbi sulle scelta del Conclave, in genere non è malevola, e ipotizza qualche utile riforma nella struttura elefantiaca della Curia Romana.

Riporto qualche titolo: “Alla prova dei fatti”, “Che cos’è che non va?”, “Navigazione tra molti scogli”, “Riforme o ritorni all’origine?”, “Che cosa cambiare?”, “Da dove si comincia?”, “Molte teste cadranno”, “Arriva la bufera” ecc.

E' evidente che gli Ispano-Americani hanno preso molto male la bocciatura del loro candidato, e i Nord-Americani non gradiscono un papa che si annuncia come un anti-Sisto, uno smontatore del loro primo papa, del quale andavano orgogliosi.

Abbiamo concluso che non bisogna dare troppo peso a questi articoli, di giornalisti che esagerano a bella posta, perché il pubblico è assetato di notizie sensazionali e anche di pettegolezzi, di insinuazioni e di sospetti. Ci sono tanti che non leggono che articoli polemici o scandalistici, perché quelli seri e ponderati non danno loro alcuna  emozione.  

Però bisogna tener conto anche delle critiche malevole, per guardarsi da azioni o atteggiamenti che potrebbero dare corpo alle ombre.

Alle 11 è arrivato il cardinale Fernandez, e anche questa volta sono stato io a iniziare il colloquio, per volere di Andrea, il quale preferiva intervenire al momento opportuno. Quindi ho detto press’a poco così:

«Caro prefetto, la Congregazione che tu presiedi è una delle più ricche di personale: 16 cardinali, 20 vescovi o arcivescovi; un’ottantina di consultori, e inoltre i tanti postulatori e gli avvocati del diavolo delle cause in itinere, i membri delle varie commissioni, anche mediche o scientifiche; le sembra che sia tanto importante per la missione della Chiesa di Cristo fare tutto questo… lavorio per giungere a proclamare che uno è beato o santo?»

«È un lavoro molto importante, caro Collega, certamente non meno importante di quello che fa la Congregazione che tu presiedi, la quale comprende anch’essa tanto personale, forse più della mia.»

«Non di più, caro Fernandez, ed essa deve seguire ben 2484 tra arcivescovi, vescovi, prefetti e vicari apostolici sparsi in tutto il mondo. Deve prima nominarli, poi aiutarli, guidarli e anche vigilarli come dottrina e morale. Quando io ho assunto la direzione della Congregazione essi erano più di 2600, e sono riuscito a ridurne il numero unendo molte piccole diocesi, e non è stato facile vincere le resistenze locali. Ma questo non c’entra con quello che papa Andrea e io, per suo incarico, vogliamo trattare. Parlando chiaro, a noi, e non solo a noi, sembra innanzi tutto illecito proclamare qualcuno beato o santo, cioè metterlo in Paradiso con un decreto umano, quasi imponendoci al Divino Giudice. Secondariamente, tutti questi processi canonici assorbono molti ecclesiastici e anche consulenti laici con una notevole spesa, del tutto improduttiva.»

«Con tutto rispetto per il papa e per te, io non sono d’accordo con quanto tu sostieni… Proclamare dei santi e proporli alla venerazione dei fedeli è stato compito della Chiesa fin dai primordi: tutti gli apostoli, meno Giuda Iscariota, sono stati considerati santi dalle prime generazioni cristiane. Si potrebbe avere a che dire per la santità di Pietro e Paolo, che qui a Roma hanno così grandiose basiliche, o di San Giacomo, che in Spagna è venerato in Galizia e attira ogni anno milioni di pellegrini da tutto il mondo?... E i martiri della Fede, che hanno testimoniato col sangue la loro virtù, non debbono essere proclamati santi?... e tutti i papi dei primi secoli non sono stati proclamati santi dal clero e popolo romano? In seguito i santi furono proclamati per decreto papale, e questo poteva portare a qualche errore… ma oggi errori non ce ne possono più essere, perché si istituisce un processo rigoroso, prima nella diocesi di competenza e poi qui a Roma, e si esige la conferma dei miracoli… Se uno fa dei miracoli, è certamente amico di Dio, dal quale ottiene interventi straordinari a favore degli uomini. E i miracoli devono essere confermati da commissioni mediche o scientifiche. Dunque i santi fanno ottenere dei miracoli, sono insomma i mediatori tra gli uomini e Dio, e inoltre con la loro vita stimolano i fedeli all’imitazione… Per questi innegabili benefici è giustificato sia l’impiego di personale sia la relativa spesa. Che dire poi della devozione popolare per questi santi? Non è essa un valore da tutelare e incrementare? e così anche i pellegrinaggi ai loro santuari… non sono indici di religiosità?»

«Fino a un certo punto, caro collega; certi aspetti di questa religiosità popolare sono vera idolatria, con l’adorazione di statue e simulacri e delle cosiddette reliquie, spesso veri falsi.»

«Il nostro popolo ha bisogno di queste immagini, di questi simboli, che a loro richiamano Dio e la sua legge. Solo i semiti, come gli Ebrei e gli Arabi, poveri di arte, sono riusciti ad abolire nelle loro sinagoghe e moschee le immagini. Noi, che siamo permeati dalla cultura greco-romana, raffinatamente artistica, abbiamo bisogno di vedere l’immagine per provare il sentimento religioso. Basta vedere le nostre chiese, nelle quali quasi sempre è raffigurato anche Dio Padre, come un bel vecchio dalla lunga e veneranda barba, e con questo aspetto Egli è stato rappresentato anche nelle Stanze Vaticane e nella Sistina da celebri artisti come il Perugino, Raffaello e il sommo Michelangelo.»

«Questo è vero, purtroppo; ma non dobbiamo continuare con questa religiosità… iconografica, con questa Fede per immagini… per appagare… la fantasia popolare, ma rieducare a poco a poco il popolo a una religiosità spirituale, interiore, e soprattutto a un comportamento conseguente, perché molto spesso questi adoratori dei simulacri artefatti, questi che festeggiano i loro santi patroni con tanta pompa, sostenendo anche parecchie spese, sono gente disonesta e di condotta immorale.»

«Dato e non concesso quanto tu dici, non riconosci che proporre ai fedeli delle figure esemplari serve a incitarli all’imitazione delle loro virtù?»

«Per proporre queste figure esemplari e carismatiche all’imitazione dei fedeli, distribuire ad essi delle brevi biografie gioverebbe meglio delle solenni proclamazioni in San Pietro. Spesso infatti i fedeli non sanno niente della vita e delle opere di questi proclamati santi, e quindi non possono essere spinti alla loro imitazione. La stampa e diffusione delle biografie dovrebbe essere fatta dalle associazioni interessate, dalle diocesi o anche dalle parrocchie. »

«È inutile continuare a discutere sul modo migliore di proporre ai fedeli queste persone dotate di evidenti carismi; riconosco che la diffusione gratuita delle loro biografie sarebbe giovevole, ma essa sarà certamente più efficace se preceduta da una solenne proclamazione della loro santità. Perché  dovremmo cessare di fare questa proclamazione, che da secoli è nella tradizione della Chiesa?»

A questo punto è intervenuto il Papa:

«Perché, come ha spiegato il tuo collega, il giudizio umano non può sovrapporsi a quello divino, è un’offesa al Sommo Giudice il volergli imporre il nostro giudizio. Inoltre è evidente che il culto dei santi ha ormai, nel popolo, sostituito il culto di Dio, e bisogna far capire a questi fedeli che è solo Dio che bisogna adorare, e che le chiese sono la casa del Signore Dio invisibile ma presente, e non una raccolta… di simulacri, magari artistici, di uomini come noi.»

«Ma a questo punto, Santità, io chiedo…»

«Caro Prefetto, non chiamarmi Santità; stiamo parlando dell’illiceità di proclamare santi delle persone defunte, certamente carismatiche, e riteniamo lecito chiamare Santità un vivente… magari per nulla carismatico? Mi chiami Fratello Papa o caro Papa.»

«Sì, Fratello Papa, mi scusi, usare quel termine è per noi… certamente per me, come un riflesso condizionato da una secolare consuetudine… Ebbene,  ora vorrei sapere che cosa io praticamente dovrei fare.»

«Sciogliere la Congregazione, sistemare il personale ecclesiastico in altri uffici della Curia o rimandarli alle diocesi di provenienza o metterli a disposizione della Segreteria Vaticana che provvederà direttamente.»

«E le cause canoniche che sono in corso, e sono precisamente quarantadue… che sorte avranno?»

«Devono essere interrotte… chiuse definitivamente, a qualunque livello siano pervenute. Riconoscere l’illiceità di questi processi e continuare a svolgerli, sarebbe una clamorosa contraddizione.»

«Ma, Santità… cioè… mi scusi, Fratello Papa, io non mi sento di fare questo… di sciogliere una Congregazione che ritengo utile, se non necessaria, e tanto meno di troncare le cause in corso… che certamente produrrebbe… malumori… o peggio. Perciò mi dimetto dalla carica e chiedo di tornare nella mia Spagna.»

«Certamente sarai accontentato, e il Prefetto qui presente ti troverà una sede adeguata.»

«Questa sede – intervenni – è già pronta… l’arcidiocesi di Siviglia è vacante da un mese… ed è per tradizione affidata a un cardinale.»

«L’accetto volentieri… io vengo dall’Andalusia, precisamente da Cordoba… perciò ringrazio e aspetto, per partire, la comunicazione ufficiale… Posso andare?»

«Certamente, ti ringrazio per il lavoro che hai fatto qui in Curia, e ti auguro di fare gran bene in quella regione e in tutta la Spagna.»

Il Papa gli ha stretto cordialmente la mano, congedandolo con un gesto di saluto. Poi mi ha detto:

«Sarà necessario trovare un commissario alla Congregazione dei Santi, che attui quanto abbiamo deciso di fare, specialmente l’interruzione delle cause in itinere… Prima lo si fa e meglio è.»

«Caro Andrea, ritengo difficile trovare qui in Curia un cardinale che accetti il compito che Fernandez non ha voluto accettare. Penso di farlo io stesso, una volta che tu mi avrai nominato Prefetto ad interim della Congregazione da sciogliere.»

«Bene, amico, tu mi faciliti tutto, grazie.»

Era l’una, e abbiamo mangiato con don Daniel nella sala da pranzo dell’appartamento pontificio un pranzo semplice ma gustoso, preparato da Felix e dalla moglie, la quale si è offerta di aiutarlo in cucina, ma solo per oggi. Essa non potrebbe continuare a farlo, dovendo accudire quattro figli. Andrea ha assicurato che per domani ci sarà una cuoca senegalese cattolica, che gli ha trovato qui a Roma l’amico ambasciatore. Il pranzo è stato molto gradito e alla fine, andando in cucina, ci siamo congratulati con Felix e la moglie, tutt’e due molto commossi.

Nel pomeriggio la Segreteria di Stato ci ha trasmesso una comunicazione della redazione de L’Osservatore Romano, la quale dice:

“La redazione de L’osservatore Romano, riunita in assemblea col direttore Prof. Cav. di Gr. Cr. Mario Massari, ha discusso ampiamente la situazione del giornale in seguito alla nomina del nuovo Papa, prendendo in esame le direttive impartite da lui al prof. Massari. Queste direttive porterebbero a un declassamento della testata e a una perdita di prestigio della Chiesa nel mondo. Per questo motivo la redazione tutta si dimette e chiede alla Curia una immediata messa in quiescenza col relativo pagamento della buonuscita e della pensione, secondo le norme contrattuali.”    

Questa presa di posizione così perentoria della redazione ci ha molto meravigliato e anche addolorato. Ora L’Osservatore non potrà uscire finché non si troverà un nuovo direttore con giornalisti disposti a seguirlo nella nuova “filosofia” del giornale, non più di esaltazione e incensamento, ma di informazione mirante alla formazione cristiana e all’evangelizzazione.

Ho detto ad Andrea che prendevo su di me, coadiuvato da amici ecclesiastici e laici, il compito di trovare una nuova redazione, in modo che il quotidiano torni in edicola nel più breve tempo possibile. Non nascondo che questa reazione del Prof. Massari e dei suoi giornalisti mi ha turbato e anche, un po’, demoralizzato, pensando a quanto dirà la stampa italiana ed estera in merito a questa clamorosa ribellione proprio della redazione giornalistica più vicina alla Sede Apostolica. Papa Andrea invece non mi è  sembrato molto preoccupato, e ha finito col dire che forse è meglio così, perché potremo avere un giornale pienamente collaborante con noi in questa linea di semplicità e verità.

Abbiamo anche convenuto che il nuovo giornale abbia un minor numero di pagine e quindi una redazione meno pletorica: basterebbero una ventina di persone, mentre sono oggi quaranta. Questa riduzione avrebbe portato a una notevole economia. Ci siamo consolati alquanto con questa prospettiva, poi io ho lasciato il Vaticano per dedicarmi alla ricerca di un nuovo direttore del giornale, col quale concordare poi la scelta dei collaboratori. Avevo in mente di contattare innanzi tutto il Prof. Gandolfi, docente di Comunicazione Sociale alla Luiss, vero cristiano, col quale in molte occasioni avevo parlato dei problemi della Chiesa.

Sono riuscito a trovarlo e gli ho esposto l’idea, che lui ha accettato in linea di massima, dicendo che si sarebbe messo al lavoro da domani e mi avrebbe riferito forse prima di sera.

Sono tornato in Vaticano quasi a mezzanotte; ma Andrea mi aspettava, e durante la cena gli ho riferito dell’incontro; poi siamo andati a dormire con l’animo rasserenato.

23 maggio 2050

Stamane, dopo la Messa, Andreas e io ci siamo ritirati nello studio per valutare la situazione creatasi con le dimissioni del cardinale Fernandez e con l’abbandono del Professor Massari. Riguardo alla Congregazione delle cause dei santi io, quale commissario, ho dato ordine di troncare tutte le cause in corso, riservando ai prossimi giorni la sistemazione del personale della Congregazione. Per i giornalisti dimissionari ho comunicato al presidente dell’APSA (Amministrazione Patrimonio Sede Apostolica), cardinale Marsili, il volere del Papa, cioè che tutti i dipendenti de L’Osservatore Romano fossero messi in pensione con tutte le loro spettanze giuridiche e contrattuali.

Mentre stavo riferendo tutto ciò al Papa, il Segretario Clozet ci ha informato che il cardinale Fernandez era già partito per Siviglia, per andare a occupare la sede a lui assegnata. Poi è venuto lui stesso e ci ha presentato l’elenco delle 130 sedi diplomatiche che potrebbero essere eliminate, e anche l’elenco delle cinquanta per lui più importanti e da conservare. Abbiamo insieme esaminato gli elenchi, abbiamo chiesto qualche delucidazione, che lui ci ha fornito, e alla fine il Papa gli ha dato ordine di attuare il piano nel modo più razionale e indolore, lo ha ringraziato per l’ottimo lavoro fatto e lo ha licenziato con una cordiale stretta di mano.

Ci è sembrato che Clozet voglia collaborare a una seria riforma e allo snellimento della Curia: sarà resipiscenza o attendismo?

Lo vedremo nei prossimi giorni, ma a me, che ho un certo intuito psicologico, mi è sembrata resipiscenza. Non la penso allo stesso modo del Vicario Andreoni, il quale da qualche giorno non si fa vedere in Vaticano, e neppure al Laterano, sede del suo ufficio, ma a quanto dicono sta girando in Italia e all’estero, senza far sapere nulla al suo vice, Mons. Liberti, il quale ci ha telefonato per sapere se il Papa gli avesse dato qualche incarico particolare. Gli abbiamo risposto di no, e che cercasse di contattarlo al telefono, per fargli sapere che il Papa gli vuol parlare.

Intanto si era fatta l’una e abbiamo pranzato, Andrea io e don Daniel, con molto appetito, e poi siamo andati in cucina per conoscere e salutare la cuoca senegalese trovataci dall’Ambasciatore. È una donna sui cinquanta, in Italia da quindici anni, che parla bene l’Italiano; è rimasta molto commossa quando il Papa le ha stretto cordialmente ambedue le mani, dicendo:      

«Benedette queste mani e il loro lavoro».

Nel pomeriggio il Prof. Gandolfi ci ha fatto sapere che aveva trovato già una diecina di giornalisti disposti a collaborare, e che voleva venire per presentarli al Papa ed esporgli il piano editoriale che aveva abbozzato.

È venuto alle 19 e ci siamo intrattenuti con gli ospiti con molto interesse, e ho notato con piacere che tra i giornalisti c’è anche qualche firma ben nota, che nel passato ha scritto su Repubblica o sul Messaggero. Il Prof. Gandolfi ci ha infine detto che domani prenderà i primi contatti con la Tipografia Vaticana, e che spera di far uscire di nuovo L’Osservatore Romano tra tre-quattro giorni: ci avrebbe avvertito.

Dopo cena abbiamo conversato, in tre, Andrea io e don Daniel, su quanto è stato fatto e su quello che resta ancora da fare, che è il più e il più importante. Le riforme strutturali, lo snellimento della Curia, lo scioglimento della Guardia Svizzera sono misure necessarie per dare un segnale di rinnovamento; ma sarebbero vane se non fossero accompagnate da una zelante opera di rievangelizzazione dell’Occidente relativistico, edonistico e consumistico, e da una massiccia opera di evangelizzazione dei popoli che ancora non conoscono Cristo e il suo Vangelo di liberazione e salvezza. E per questa missione bisogna avere sacerdoti spiritualmente formati, animati da fede ardente e da spirito di sacrificio. Gran parte del clero è oggi impegnata in incarichi che servono poco alla predicazione del Vangelo, in mansioni di ufficio e di rappresentanza. Esso deve essere rieducato e convertito alla missionarietà, per la quale Cristo ha fondato la sua Chiesa. Ma non ci nascondiamo la difficoltà di questa conversione dalla carriera burocratica all’azione pastorale.

Ho detto ad Andrea che, quando avremo ben ponderato e fissato i punti focali sui quali intervenire e perseverare con zelo, sarà opportuno convocare un concistorio, in modo da mettere al corrente tutti i cardinali delle riforme che si propongono, discuterne con loro, per averli solerti attuatori del piano condiviso e approvato. Quei 69 cardinali che hanno votato Marimba, lo hanno fatto perché sentivano la necessità di un cambiamento radicale nella condotta della Chiesa, cioè di mettere fine alla sua mondanizzazione, per tornare alla spiritualità evangelica. Questi cardinali non possono ora far mancare il loro impegno e appoggio per l’attuazione del programma. Andrea si è detto molto d’accordo, e lui pensa che questo concistorio lo potremmo tenere già nella prima settimana di giugno. Siamo andati a dormire quasi a mezzanotte.

25 maggio 2050

Ieri non ho scritto il diario. Ho deciso di non scriverlo tutti i giorni, ma solo quando ci sono fatti rilevanti da annotare e ricordare. Ieri non abbiamo fatto altro, Andreas io e don Daniel, che riflettere e ragionare sul già fatto e sul da fare ancora, che è certamente il più importante. Abbiamo concretizzato e definito le riforme che ci sembrano opportune o necessarie per riportare la Chiesa alla sua missione. Abbiamo anche messo per iscritto un elenco delle cose da fare, una specie di scaletta da tenere presente nelle prossime settimane o mesi e anche anni. Ho infatti convinto Andrea a procedere con gradualità, a dare tempo al tempo, a cercare la maturazione di certi problemi attraverso discussioni e dibattiti, eventualmente anche in un sinodo dei vescovi da riunire l’anno prossimo.

Ci è stato comunicato nella mattinata che il cardinale Fernandez ha preso possesso della sua arcidiocesi, e ha già indetto per il 31 maggio un incontro con i quattro vescovi delle diocesi suffraganee e con i loro vicari, “per discutere con loro del nuovo corso intrapreso dalla Santa Sede”, come dice la lettera di convocazione. A me questo fatto non annuncia niente di positivo, cioè non una adesione al nuovo corso, ma piuttosto una dura critica o, Dio non voglia, opposizione. Il cardinale spagnolo, oltre che spigoloso, è anche piuttosto orgoglioso e sicuro di sé. Andrea, che non lo conosce, spera che Fernandez aderirà al suo piano riformistico con i vescovi da lui dipendenti. Io l’ho lasciato nella sua ingenua speranza.

Tutto questo è avvenuto ieri. Stamane abbiamo avuto una notizia molto amara, che sinceramente non ci aspettavamo. Ce l’ha comunicata il Prof. Gandolfi. Il Prof. Massari ha creato un suo giornale, che è uscito in sole quattro pagine. Si chiama L’Informatore Romano, è stampato con gli stessi caratteri de L’Osservatore, per far credere che sia il giornale Vaticano in nuova forma. Il sottotitolo dice: “Quotidiano di informazione religiosa, politica e sociale”. L’articolo di fondo è intitolato “Dove va la Chiesa?”, ed è tutta una critica malevola alle prime misure prese da papa Andrea, che il Massari, autore dell’editoriale, dice mal consigliato da qualche cardinale ambizioso che gli si è messo a fianco come consigliere, dato che il papa nero si sente insicuro per la sua inesperienza, avendo fatto finora solo l’arcivescovo di Dakar, una diocesi modesta in un paese in gran parte maomettano.

Il Massari continua dicendo che la Chiesa, in mano a un papa inesperto e mal consigliato, rischia di andare alla deriva, con riforme azzardate, che sicuramente faranno perdere alla Chiesa il prestigio e l’autorevolezza a cui l’hanno portata i precedenti pontefici. L’abolire i titoli di Sua Santità, Santo Padre, Santa Sede, anche se è una riforma di parole e non di sostanza, non servirà ad altro che a dare alla Chiesa Cattolica un basso profilo, del quale approfitteranno le Chiese Luterana e Anglicana, e specialmente quella Ortodossa, guidata dall’energico e carismatico Patriarca di Mosca.

L’articolo di spalla, intitolato La nuova Roma riprende quest’ultimo tema. Mosca ha da tempo cercato, come prima Bisanzio, di togliere a Roma la primazia del Cristianesimo. Finora non c’era riuscita, perché il Papato aveva saputo meglio interpretare le esigenze del mondo moderno; ma ora che la Chiesa Romana stoltamente smobilita il suo solido apparato istituzionale, il Patriarcato di Mosca avrà partita vinta e Sua Beatitudine potrà assumere la posizione primaziale e diventare Sua Santità della Chiesa Universale.

L’articolo di taglio si chiede quale abbaglio o abbacinamento abbiano patito i cardinali al Conclave, per eleggere come Guida Suprema del Cattolicesimo un arcivescovo nero, certamente buono per amministrare una piccola diocesi africana, ma inadeguato per guidare un’istituzione così vasta e complessa come è oggi la Chiesa Cattolica.

Riportare la Chiesa all’umiltà delle origini è da ingenui. La Chiesa si deve confrontare col mondo moderno, e per non essere subissata da esso deve servirsi di tutti i mezzi che oggi la globalizzazione esige, e specialmente della stampa, della propaganda e del presenzialismo nelle istituzioni internazionali, politiche, culturali e anche economiche e finanziarie, perché è innegabile che oggi è la finanza che domina il mondo, e bisogna stare alle sue leggi.

Nell’elzeviro un docente di Storia Ecclesiastica alla Gregoriana, sotto il titolo Il Papato nei secoli, e il sottotitolo Da Pietro a Sisto, traccia una storia della Chiesa incentrata nella sua evoluzione istituzionale, che l’ha trasformata da una piccola “ecclesia”, cioè accolta di credenti, a un’immensa organizzazione di fedeli, presenti in ogni parte del mondo, e bisognosa di una guida centralizzata efficiente in tutte le sue branche, dalla cultura teologica alla presenzialità politica e mediatica, dall’organizzazione amministrativa alla competenza finanziaria. Per rendersi conto della vastità e complessità della Chiesa Cattolica oggi, l’articolista dice che basta dare uno sguardo o meglio sfogliare l’ultimo Annuario Pontificio (2049), dal quale si ha una visione panoramica di questa organizzazione mirabilmente realizzata via via nei secoli, e oggi considerata da molti perfetta, e ammirata e tenuta ad esempio anche da alcuni civilissimi Stati europei ed extra.

Bisogna riconoscere che il Prof. Massari in poco tempo ha saputo creare una testata di quattro pagine, la prima di argomenti religiosi, la seconda dedicata alla politica italiana ed estera, la terza agli approfondimenti dei vari temi, la quarta alla Cronaca, esposta con un taglio sociologico. Il direttore è stato anche abile a sfruttare la vacanza dell’Osservatore e a sostituirsi capziosamente ad esso, presentandosi agli edicolanti abituati a ricevere L’Osservatore  come una prosecuzione di esso, in forma e sostanza rinnovata. E in questo egli ha agito con molta malafede, di cui sinceramente non lo ritenevo capace.

La notizia dell’uscita del nuovo quotidiano ci ha colto veramente di sorpresa. Non pensavo che il Prof. Massari attuasse una simile… ritorsione, e tanto meno lo pensava Andrea, il quale però è rimasto meno scosso di me.

Mi ha detto:

«È una pillola amara, caro amico, intenzionalmente velenosa. Ma per noi senza effetto, perché non demorderemo dal nostro proposito. In certo qual modo io prevedevo che avremmo trovato incomprensioni e opposizioni, non mi aspettavo affatto di ricevere lodi e approvazioni… Gesù stesso ci ha avvertito: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.” (Mt 5,11)» E poi ha aggiunto: “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.” (Lc 6,26) Dunque tiriamo avanti con costanza, fiduciosi in Dio e non nelle nostre capacità.»

Poi come per rasserenare me e sé stesso, mi ha detto:

«Mi aspetto che mi affibbieranno anche qualche attributo, qualche nomignolo… più o meno malizioso.»

«Può darsi, ma non è detto che debba essere… malizioso… forse solo scherzoso… o anche simpatico. I giornalisti, specie quelli italiani, sono a questo riguardo molto… creativi. Per loro Giovanni XXIII era il papa buono, Paolo VI il papa problematico, Giovanni Paolo I il papa sorridente, Giovanni Paolo II il papa venuto dal freddo, Benedetto XVI il papa teologo, Clemente XV il papa diplomatico, Sisto VI il papa culturista; sono apposizioni tra l’ironico, lo scherzoso e il veritiero. È molto probabile che ne troveranno una anche per te.»

«E quale potrebbe essere? Ne pensi qualcuna?»

«Oh, possono essere molte e… varie… ma tra queste finirà per prevalere quella… più significativa.»

«Ne immagini qualcuna? sono un po’ incuriosito.»

«Chessò… Il papa venuto dai tropici, il papa della negritudine, il papa nero profetizzato, il papa non-santo ecc.»

«Tu sei immaginifico più di qualunque giornalista; ma il papa nero profetizzato non lo capisco. Profetizzato da chi? Da quale profeta, antico o moderno?»

«Forse da nessun profeta, ma da qualche bello spirito. Un mio amico mi ha detto che un papa nero è stato profetizzato da Nostradamus nelle sue Centurie, che sono dieci, e ognuna abbraccia un secolo, a cominciare dal 1555, quando lui ha cominciato a scriverle in versi, nel francese di allora, un po’ diverso da quello di oggi che tu conosci. Io non ho letto queste centurie, sarebbe un’improba fatica, perché questo Michel de Notre Dame, astrologo che fu anche alla corte di Francia, dice dei secoli futuri tante cose astruse ed enigmatiche, di interpretazione volutamente difficile, con allusione a eventi che però in certi casi si sono verificati. Questo mio amico assicura che l’astrologo ha previsto anche l’avvento di un papa nero, profezia del resto non difficile a farsi, perché prima o poi questo doveva accadere, dato che la razza nera tende a prevalere su quella bianca.»

«E che dice di questo papa nero?»

«L’amico non mi ha detto di più sul papa, ha però aggiunto che dopo di lui avverrà la fine del mondo; ma credo che sia tutta una sua invenzione, perché questo mio amico è un tipo un po’ burlone, e si diverte molto a… sparare notizie… per farle credere e poi dimostrarle false.»

Questa conversazione un po’ leggera ci ha alleggerito alquanto del peso o meglio del colpo infertoci dal Professor Massari con molta abilità… professionale. Intanto si era fatta l’una, e abbiamo pranzato ormai del tutto rasserenati.

Nel pomeriggio ci siamo chiusi, Andrea il suo segretario e io, nello studio con l’intento di concretizzare un ragionevole e progressivo piano di riforme. Don Daniel, che da quando è arrivato a Roma non ha fatto che studiare l’Annuario Pontificio per conoscere l’ambiente curiale che lui ignorava completamente e nel quale dovrà ormai muoversi e operare, ha cominciato la conversazione chiedendoci sorridendo: 

«Conoscete la Famiglia Pontificia?»

«Abbastanza» - ho risposto io - «La Famiglia Pontificia attuale siamo noi tre, più Felix e la cuoca. Quella di prima non la conosco.»

«Anch’io non la conoscevo, ma leggendo l’Annuario sono rimasto sbalordito. Altro che cinque persone, caro mio! Innanzi tutto la Famiglia si divide in due sezioni, una ecclesiastica e una laica. La prima comprende più di venti ecclesiastici, tra i quali un elemosiniere, un teologo, tanti protonotari, divisi in due categorie, i partecipanti e i soprannumerari, due cerimonieri, tre prelati d’onore, due cappellani e un predicatore. La seconda comprende anch’essa più di venti persone, tra le quali due assistenti al soglio, che sono principi romani, quattro gentiluomini, due addetti di Anticamera e un aiutante di camera… Ora io chiedo: Che faremo di tutto questo personale? Quale sarà la nostra Famiglia Pontificia? Fatemelo sapere.»

«Non ci sarà alcuna Famiglia Pontificia di questo genere» ha risposto il Papa «Per ora siamo noi cinque; in seguito, se ne sentiremo il bisogno, chiameremo qualche altro, ecclesiastico o laico, ad aiutarci, magari come consulente in determinate materie giuridiche o canoniche.»

«Sono d’accordo, caro Andrea» ho detto io «Questa Famiglia Pontificia dell’Annuario è una struttura somigliante a una corte, e infatti ha due principi assistenti al trono, i Gentiluomini d’onore, gli addetti all’Anticamera ecc. Devi perciò dire a Clozet di sciogliere questa Famiglia, utilizzando diversamente il personale ecclesiastico e licenziando quello laico, dando a ciascuno quello che gli spetta.»

Mandammo a chiamare Clozet, il quale venne subito portandoci due lettere pervenute in mattinata. La prima è del Comando della Guardia Svizzera, con la quale il Col. Von Neckar ci comunica che 90 su 110 membri del Corpo hanno deciso di rimanere al servizio della Sede Apostolica anche con nuovi compiti e nuova divisa, e tra questi c’era lui e il suo vice. Per i 20 rinunciatari, da mettere in congedo, chiede la liquidazione prevista dal contratto.

Questa lettera ci ha fatto piacere, perché un punto del nostro programma può dirsi risolto: non avremmo più visto gli alabardieri nella basilica e neppure nel Palazzo Apostolico, e questo ci sembrava anche un bel segno di semplificazione.

La seconda lettera è del cardinale Andreoni, il quale rassegna le sue dimissioni da Vicario in via definitiva. Non chiede altro incarico, ma di essere posto in quiescenza, col trattamento previsto per i cardinali.

Abbiamo chiesto a Clozet quali potevano essere le ragioni di questa decisione, davvero imprevista, del suo collega, che nel precedente colloquio del 18 maggio aveva espresso il desiderio di tornare a dirigere la Congregazione per la Dottrina della Fede. Clozet ha risposto che Andreoni non riesce ad accettare il nuovo corso, che a lui sembra di basso profilo e quasi di umiliazione spontanea, per lui del tutto irragionevole e inopportuna.

Il Segretario di Stato ha poi espresso il timore che Andreoni intenda costituire una Fronda di cardinali e vescovi, e infatti negli ultimi giorni ha girato l’Italia e anche la Francia per cercare adesioni al suo piano. Lui l’aveva saputo dall’arcivescovo di Montpellier, che gli aveva telefonato per chiedergli consiglio, e lui gli aveva risposto di rimanere fermo nell’obbedienza al nuovo papa e di aderire ai suoi propositi di rinnovamento. 

Abbiamo pregato il Segretario di Stato di tenerci informati, e di prendere tutte le misure opportune per contrastare l’eventuale tentativo di Fronda da parte del cardinale Andreoni.

Quando Clozet ci ha lasciati, siamo stati un po’ a riflettere sulle due notizie, l’una buona, l’altra cattiva.  Ci ha un po’ rassicurato l’atteggiamento di Clozet, che ora sembra sinceramente collaborativo, mentre temevamo da lui un’opposizione maggiore che da Andreoni. Abbiamo ringraziato il Cielo per questa resipiscenza, nella quale poco speravamo. Se con l’Italiano ci avesse abbandonato e contrastato anche il Francese, ci saremmo trovati davvero a mal partito in questo inizio di pontificato. Evidentemente il Signore non ci ha abbandonato e ha benedetto i nostri propositi.

Abbiamo parlato con don Daniel di quello che si può fare per sfoltire e semplificare la Curia. Lui sta studiando il problema, e contemporaneamente sta studiando la lingua italiana, che conosce poco e ha quasi sempre bisogno del vocabolario, e anche di consultare la grammatica. Si sta esercitando intensamente conversando con la cuoca, che parla l’Italiano molto bene. Con Andrea abbiamo deciso di dare a questa cuoca, che ha la famiglia a Roma, e a Felix una giornata libera, il giovedì o la domenica, a loro scelta. In questo giorno di vacanza dei cucinieri ci saremmo fatti portare il pranzo dalla mensa interna. Abbiamo incaricato don Daniel di mettersi d’accordo con Felix e Miriam (così si chiama la cuoca) sulla scelta del giorno. Anche Felix conosce poco l’Italiano, e anche lui lo sta imparando alla scuola di Miriam.

Ho già detto che in Vaticano, oltre allo scioglimento della Congregazione dei Santi, si dovrebbero ridurre le Università e gli Atenei Pontifici, che assorbono tanto personale docente e discente. Le centinaia di preti che seguono i corsi lo fanno per entrare in carriera, diplomatica o burocratica o universitaria, mentre la Chiesa ha tanta penuria di sacerdoti nelle parrocchie e ancor più nelle zone di missione.

Andreas ha voluto sapere quale fosse la mia opinione a questo proposito. 

Gli ho detto che le Università che attualmente sono dieci, si potrebbero ridurre a due, la Gregoriana e la Lateranense, con accesso a numero chiuso, non più di cinquanta studenti ogni anno. E non ci dovrebbero stare tante specializzazioni di Teologia (sistematica, biblica, dogmatica, ecumenica, fondamentale, antropologica ecc.) che sono mi pare dodici.

Già la parola Teologia mi sembra impropria. Dio non si studia, non si esamina, non si approfondisce come le scienze umane; Dio si adora e basta: volerlo indagare è stolta presunzione umana. Se vogliamo conservare una specializzazione teologica, sia quella pastorale, che insegna a essere pastori di anime, predicatori del Vangelo, testimoni di Cristo. La teologia deve innanzi tutto convincere gli uomini dell’esistenza di Dio Creatore e Padre, di Gesù Cristo suo Figlio che si è incarnato per mettersi al nostro fianco nel duro cammino della vita, e dello Spirito Santo che ci dona le sue sante ispirazioni e illumina il nostro intelletto. In secondo luogo deve dimostrare l’esistenza dell’anima immortale, che sarà giudicata, e premiata o punita nel mondo che verrà.

Sul problema del male, che assilla tante coscienze, deve chiarire che quello operato dagli uomini (uccisioni, persecuzioni, guerre, olocausti, ecc.) deriva dall’uso perverso dei due massimi beni donatici da Dio (intelligenza e libero arbitrio), e da quest’uso essi saranno giudicati; mentre il male prodotto dalla natura (terremoti, maremoti, malattie, eruzioni vulcaniche, ecc.) sono le prove alle quali il Creatore ci sottopone per saggiare la nostra fedeltà a Lui e la carità verso il prossimo. La vita dell’uomo, dalla culla alla tomba, è tutta un esame, talora severo, ma nel quale non ci manca mai l’aiuto divino, se lo chiediamo con umiltà e fiducia. Queste verità è necessario inculcare con la predicazione, e non perdere tempo in vane elucubrazioni Teologiche, Cristologiche, Mariologiche, Ecclesiologiche, Escatologiche, ecc.  

I Pontifici Istituti, che sono dodici, dovrebbero essere tutti aboliti, perché la Chiesa non ha alcun bisogno di istituzioni che hanno come compito lo studio della Latinità, della Musica Sacra, dell’Archeologia Cristiana, della Spiritualità, dell’Islamistica ecc. Figurarsi che c’è anche un Istituto superiore di Scienze religiose! Così dovrebbero essere abolite le Pontificie Accademie, che sono dieci, tra cui una curiosa Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon e una Pontificia Accademia Ecclesiastica.   

Mi sono sempre chiesto che cosa debbano studiare e approfondire sull’Ecclesia questi accademici pontifici. Ovviamente tutte queste ablazioni si dovranno fare in progresso di tempo, via via, cercando di destare pochi malumori. In un primo tempo ci si limiterà a non rimpiazzare i posti che si renderanno vacanti per i decessi naturali. Andrea si è detto d’accordo con me, e mi ha invitato a parlarne con Clozet, e poi a presentargli una relazione dettagliata.

Eravamo arrivati alle 21, e siamo andati a mangiare la nostra frugale cena.

28 maggio 2050

Non ho scritto il diario negli ultimi due giorni, perché stanno avvenendo dei fatti, o meglio stavano arrivando delle notizie piuttosto gravi ma vaghe e contraddittorie, che non ho voluto annotare nell’attesa che esse fossero confermate o smentite. Ma ora ne parlerò, perché dei fatti assodati ci sono, e sono piuttosto preoccupanti. Il primo è che Andreoni sta davvero cercando di organizzare una plateale opposizione alle prime misure prese, come la riduzione delle Nunziature e specialmente lo scioglimento della Congregazione dei Santi. Sta mettendo su sia gli ecclesiastici, Nunzi o Legati delle sedi abrogate, che non si rassegnano alla perdita del posto, sia quelli impiegati nella Congregazione dei Santi, e in particolar modo i postulatori che stavano portando avanti delle cause, e si sentono frustrati dal provvedimento. Lo stesso Andreoni sta incontrando molti vescovi in Italia, specialmente nel Meridione, diffondendo notizie allarmistiche su una presunta nuova iconoclastia che si abbatterà sulle chiese e sui santuari. Una quindicina di Postulatori si sono messi al suo servizio e vanno diffondendo false notizie, come l’abolizione del culto dei Santi e la chiusura dei Santuari, a cominciare, dicono, da quelli dipendenti direttamente dalla Sede Apostolica, come quello di Loreto e quello di Pompei.

Abbiamo saputo che ha incontrato il cardinale di Napoli, l’arcivescovo  di Bari, quello di Catania e il cardinale di Palermo; ma non sappiamo ancora con quale risultato. Però in quelle città, specie per l’opera dei postulatori, le masse dei fedeli sono un po’ in subbuglio.

A Pompei un gruppo ha occupato il Santuario e ha intenzione di bivaccarci “a difesa della nostra Madonna”, come hanno scritto in un appello–manifesto affisso alla porta e ai muri esterni della basilica.

A Napoli è stata occupata, ma solo per poche ore, la cattedrale da un corteo recante varie scritte contestatarie, come “Giù le mani da San Gennaro!” “Abbasso il papa iconoclasta!” “La Chiesa siamo noi!” “I santi non si toccano!” “Papa Andrea brutta idea” e simili.

Stamane però ci è giunta anche una notizia confortante: il Cardinale Arcivescovo di Montpellier, grande amico di Clozet, e Presidente della Conferenza Episcopale Francese, ha telefonato per annunciare che la Conferenza, riunitasi d’urgenza ieri pomeriggio, ha deciso all’unanimità di appoggiare l’opera riformatrice della Curia Romana. Un uguale appoggio ci è stato assicurato dal Presidente della Conferenza Episcopale Austriaca; altre confortanti notizie ci sono giunte dall’Africa, tutta favorevole, dall’Ungheria, dalla Corea, dall’India e dal Vietnam.

Ieri è uscito di nuovo L’Osservatore Romano sotto la direzione del Prof. Gandolfi, e noi abbiamo tratto un sospiro di sollievo. Non ha più fotografie o titoli colorati, è di sole quattro pagine, ma è ben impostato. Naturalmente il primo numero è tutto dedicato a una corretta informazione delle iniziative vaticane e sulla loro difesa, condotta con ragionamenti pacati e non polemici.  C’è anche qualche interessante articolo sulla Chiesa che “semper est reformanda”, per raddrizzare la rotta quando si è discostata  da quella indicata da Cristo.

L’Informatore Romano continua nella sua polemica velenosa, basata sulla disinformazione e sull’allarmismo per la Chiesa che sta andando alla deriva, secondo quanto sostengono i suoi giornalisti. Sembra però che le copie vendute siano in diminuzione, e forse lo saranno di più con il ritorno in edicola dell’Osservatore del quale capziosamente ha inteso prendere il posto.

Andrea non si turba troppo per le notizie cattive, come non si esalta per quelle buone, va diritto per la strada che ha imboccato: evidentemente lo Spirito Santo, che lo ha fatto eleggere, lo sostiene con la sua Grazia. E una vera grazia di Dio è stata per noi la fedeltà del Cardinale Clozet, nella quale mai avremmo sperato. Ieri mattina mi sono incontrato con lui per valutare la situazione che ci sta creando Andreoni e pensare come possiamo contrastarla.

Durante la conversazione, siccome ho con lui una certa familiarità, accresciutasi in questi ultimi giorni, mi sono permesso di chiedergli come mai dall’opposizione fosse passato al sostegno, e valido sostegno, del nuovo corso. Mi ha risposto: 

«Non so neppure io pienamente spiegarmi come e perché ho cambiato idea; certo ho pensato che, se 69 cardinali avevano dopo poche votazioni dato la loro fiducia ad Andreas, ci doveva essere la mano del Signore, insomma un segno celeste. Dovevo perciò anch’io seguire l’indirizzo divino e dare il mio aiuto alla sua attuazione. Insomma ho avuto anch’io un’illuminazione, come Saulo sulla via di Damasco, quando da persecutore divenne apostolo.»

Riguardo all’azione deleteria di Andreoni, l’avrebbe contrastata validamente L’Osservatore Romano con la sua corretta informazione; inoltre lui aveva già inviato un suo fido segretario in missione presso i vescovi del Meridione, già contattati da Andreoni, per dire loro come stanno effettivamente le cose, e chiarire gli intenti riformistici del Papato.

Nel pomeriggio Andrea, io e don Daniel abbiamo studiato e preparato il piano di riforma che il Papa dovrà presentare ai Cardinali nel prossimo Concistorio segreto che è convocato per il 4 giugno. Andrea ci ha detto che ha sempre in mente quel passo del Vangelo sul Giudizio finale, nel quale Gesù dice che entreranno nel Regno quelli che hanno dato da magiare agli affamati, da bere agli assetati, che hanno vestito gli ignudi e curato gli ammalati (Mt 25,31 ss), e pensa che la Chiesa non solo deve predicare e inculcare questi precetti, ma deve soprattutto dare l’esempio e trascinare gli altri, Stati associazioni e privati, a fare altrettanto.

In questi ultimi anni la Chiesa, tutta dedita alla sua autoreferenzialità, ha fatto poco o niente per i poveri del mondo, e poco o niente per predicare il Vangelo e convertire quei tanti milioni di uomini che ancora non conoscono il  vero Dio.

Si rende conto che per queste due missioni, umanitaria e religiosa, occorrono non solo sacerdoti ben preparati e motivati, ma anche mezzi finanziari per costruire ospedali, orfanotrofi, scuole, e poi scavare pozzi, costruire acquedotti e strade ecc.

E ha chiesto a me come e dove possono essere reperiti questi fondi; lui aveva sempre sentito dire che la Sede Apostolica è ricca, ma non aveva idea di come questa ricchezza potesse essere monetizzata e investita in queste opere. La Chiesa ricca è un contraddire il precetto evangelico di Gesù:

“Vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi.” (Lc 18,22)

Andrea alla fine mi ha detto:

 «Che cosa dobbiamo fare? Come possiamo obbedire all’ordine di Gesù?»

Gli ho risposto:

«Nemmeno io ho una grande competenza nel campo economico, e neppure una precisa conoscenza della finanza pontificia; perciò penso che, per il fine che ci siamo proposto, ci sarà molto utile Clozet, che conosce a fondo anche la struttura economico-finanziaria del Vaticano. Ma alcune cose le conosco e te le posso dire per chiarirti la situazione nelle linee generali. La Sede Apostolica ha l’Istituto Opere di Religione (I.O.R.) che è una vera e propria banca di affari, che compra-vende azioni e altri prodotti finanziari, specula sulle monete, è presente nelle principali Borse con le sue operazioni e, a quanto mi dicono, ha un bilancio molto florido. Nel passato ha dato scandalo per certe operazioni azzardate o truffaldine, fatte in combutta con finanzieri disonesti. Questa banca dovrebbe essere sciolta e sostituita con un Economato che gestisca i titoli di Stato e le obbligazioni ora in possesso dello I.O.R., le cui rendite serviranno a pagare gli stipendi e le altre spese. Queste oggi sono enormi, data l’elefantiasi della burocrazia vaticana, ecclesiastica e laica; ma con le nostre riforme le spese saranno grandemente ridotte. La Sede Apostolica ha poi l’APSA, cioè l’Amministrazione del patrimonio della Sede Apostolica. Questo patrimonio non lo conosco nei dettagli, ma so che è molto pingue, si tratta di edifici, terreni, aree fabbricabili, in Italia e all’Estero. Ho sentito dire, ma credo sia un’esagerazione, che solo qui a Roma il Vaticano possiede migliaia di buoni appartamenti dati in affitto. E poi abbiamo l’aeroporto di Maccarese con tre o quattro velivoli, che io propongo di vendere al più presto. A suo tempo io insistetti con Papa Sisto affinché questo aeroporto non fosse costruito, ma non ottenni ascolto, e da allora il Papa mi cancellò dalla sua familiarità. Vendendo questa struttura con i velivoli  penso che si realizzerebbe una somma enorme.»

«Che somma? Ne hai un’idea?» mi ha chiesto il Papa.

«Certamente miliardi di euro. Un anno fa la Società americana che ha in affitto la pista maggiore di Maccarese per i suoi aerei-cargo, ha offerto due miliardi di euro per l’acquisto di quella pista con i suoi accessori. Papa Sisto rifiutò, ma sono sicuro che quella Società è molto interessata all’acquisto di tutto l’aeroporto, che ad essa è necessario per gestire la sua attività nell’aeronautica commerciale della quale ha quasi il monopolio. Con la vendita di Maccarese, di tutti i beni immobili che non servono direttamente per l’attività religiosa, con la vendita di tutte le azioni e degli altri prodotti finanziari, conservando i soli titoli di Stato e le obbligazioni sicure, si avrebbe una somma enorme, con la quale si potrebbe organizzare, in cooperazione con l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) una massiccia campagna di prevenzione e cura per eliminare la lebbra e contrastare efficacemente la diffusione dell’AIDS, che è un vero flagello specialmente in Africa. Si avrebbero anche le risorse economiche per l’evangelizzazione, che ora langue per mancanza di missionari ma anche di risorse finanziarie. Certo, innanzi tutto bisogna formare i missionari, incrementare le vocazioni. Esse oggi scarseggiano, per colpa della mondanizzazione della Chiesa, ma che probabilmente rifioriranno quando la Chiesa avrà ritrovato la sua missione spirituale nell’umiltà e nella povertà.»

Tutto questo discorso molto partecipato ci ha rialzato il morale, ci ha ridato fiducia, nella certezza che Dio non può abbandonare alla deriva la Chiesa che ha istituito per la salvezza di tutti i suoi figli. Quasi senza accorgercene siamo arrivati alle ventuno e abbiamo consumato con appetito la frugale cena.

3 giugno 2050

In questi ultimi cinque giorni non ho scritto il diario, non perché non ci fossero eventi rimarchevoli, positivi e negativi, ma perché, a dire la verità, mi sono un po’ annoiato a registrare questi fatti, che per me resteranno indelebili nella memoria, in quanto rappresentano il passo veramente importante della mia vita, in cui ho potuto collaborare con un Papa carismatico alla riforma della Chiesa o meglio alla eliminazione della sua struttura terrena, che era come una gabbia che la teneva prigioniera e le impediva di espletare la sua missione. Sono stato quindi tentato di interrompere la registrazione di questi eventi, ma poi ho deciso di continuare ancora un poco, finché non avrò esaurito anche questo secondo quaderno.

Una notizia molto dolorosa ci è venuta dalla Spagna. Il cardinale Fernandez, a Siviglia, ha riunito non solo i vescovi suoi suffraganei dell’Andalusia, ma anche quelli di altre regioni, come la Mancia, la Catalogna e la Galizia, tutti quelli che nelle loro diocesi avevano in corso cause di beatificazione o di santificazione, e li ha convinti a non obbedire alla direttiva papale, a portare avanti i loro processi canonici, e poi i beati o santi sarebbero proclamati in Spagna, e fatti conoscere a tutto l’orbe cattolico a cura della sua Curia arcivescovile, in sostituzione a quella papale. Il Fernandez si è spinto anche oltre: ha mandato suoi emissari in Messico, Argentina e Cile, esortando i vescovi di quei paesi a seguirlo in questa sua iniziativa riguardante le cause dei Santi.

Ma pare che la sua opposizione si estenda anche ad altri temi meno importanti come la conservazione dei titoli e delle assise cardinalizie e vescovili, le relazioni con la Curia Romana e con gli Stati. Sembra che voglia proporsi come capo di una Chiesa ispano-americana autonoma, staccata da quella romana, il che sarebbe un vero e proprio scisma. Clozet segue attentamente l’azione del cardinale di Siviglia e ha già preso delle contromisure, servendosi dei Nunzi Apostolici presenti in quei paesi. Il Nunzio in Spagna è fedele a Roma, e anche lui si sta muovendo per contrastare le manovre del Fernandez.

Notizie per noi confortanti ci sono invece giunte dalla Germania, dall’Inghilterra e dalla Russia. Sembra che i Luterani, gli Anglicani e gli Ortodossi guardino con interesse e simpatia ai propositi di riforma in senso evangelico che si annunciano da Roma, e qualche esponente di quelle Confessioni ha espresso l’augurio che la Chiesa si possa finalmente riunificare, una volta tolti di mezzo tutti gli orpelli terreni, che ne offuscano il volto e travisano la missione.

Anche una parte della stampa italiana interpreta positivamente certe misure già adottate, come l’abolizione dei titoli altisonanti, delle cause dei Santi, della pletora diplomatica, della Guardia Svizzera, che è rimasta ma ha cambiato ingaggio e casacca. Ci ha fatto piacere soprattutto il giornale del Partito Radicale, il quale in un editoriale dell’altro ieri dice che il Partito è anticlericale non perché sia contrario alla Religione, che è un fatto di coscienza da rispettare e ha il suo valore anche civico e sociale, ma perché non può tollerare una Chiesa Stato, tronfia, ricca e autoreferenziale. Se la Chiesa tornerà alla semplicità, umiltà e povertà evangelica, il Partito Radicale non solo non la contrasterà come ha fatto finora, ma appoggerà i suoi propositi umanitari e democratici.

Un’altra consolante notizia l’abbiamo avuta ieri. Il Cardinale Bertinori, Presidente della CEI, che faceva parte della triade vaticana, non si era più fatto vivo dopo l’elezione di Papa Andrea, e temevamo che volesse partecipare alla Fronda che Andreoni sta organizzando. Invece Bertinori ha anche lui avuto una resipiscenza come Clozet e si è allontanato da Andreoni. Ieri pomeriggio ha riunito la Conferenza Episcopale, alla quale ha tenuto una convincente relazione a favore delle riforme già decise e di quelle più profonde che si prospettano da parte di Papa Andrea, e ha ottenuto l’approvazione dei colleghi.

È venuto a trovarci a tarda sera per comunicarci la fedeltà e l’adesione dei vescovi italiani al piano riformatore; alla fine ci siamo fraternamente abbracciati. Siccome anche quei vescovi, che Andreoni aveva cercato di staccare dalla Sede Apostolica, si sono allineati con Bertinori, è evidente che la Chiesa Italiana rimane compatta con il Papa e accetta le riforme, anche se non tutti con entusiasmo.

Ma a quanto pare il Signore, per ricordarci che è Lui che opera, e che noi non dobbiamo confidare troppo in noi stessi, fa seguire a ogni notizia positiva che ci allieta, una negativa che ci deprime, o meglio ci deprimerebbe se non fossimo sostenuti dalla sua Grazia. Infatti stamane il prof. Herman Guedes, spagnolo di Cordoba, direttore della Sala Stampa, si è dimesso assieme a due addetti anch’essi spagnoli, emettendo un comunicato alquanto offensivo. Ci è pervenuta anche la notizia che a Napoli, Catania e Palermo alcune Confraternite hanno inscenato delle processioni con le statue dei loro santi patroni e con scritte contro il Papa iconoclasta.

La rassegna stampa è stata invece piuttosto consolante. Anche alcuni quotidiani social-democratici o comunque di sinistra, che nel passato hanno sempre mosso aspre critiche alla Chiesa Romana, da qualche giorno mostrano attenzione alle riforme di papa Andrea, attenzione se non benevola, certamente non  ostile. Comunque noi, cioè Andrea io e don Daniel, assieme a Clozet, per tutta la giornata siamo stati a preparare la relazione scritta che il Papa leggerà nel Concistorio. Essa toccherà anche due argomenti che finora non abbiamo preso in esame.

Il primo è sulla liceità della pillola anticoncezionale, nei casi in cui la coppia cristiana non possa per motivi plausibili (malattia, depressione, indigenza, disturbi psichici) accettare la nascita di un figlio.

Il secondo sulla concessione del matrimonio al clero secolare, come avviene nella Chiesa Ortodossa. Se si farà questa riforma, il seminarista, finiti gli studi filosofici e teologici, prima di ricevere l’Ordine sacro, dovrà fare al suo vescovo solenne dichiarazione o di voler osservare la castità o di scegliere il matrimonio. Anche la scelta della castità è bene che sia fatta, al momento dell’ordinazione, non perpetua, ma per due-tre anni, e rinnovabile sino al 35° anno, allorché il sacerdote farà la scelta perpetua, o di rimanere per sempre casto o di sposarsi. Naturalmente i vescovi saranno scelti o dal clero secolare che ha fatto professione perpetua di castità o da quello regolare. In tal modo si potrà ovviare sia alla fornicazione o, peggio, pedofilia dei preti, sia alla penuria di vocazioni, perché sappiamo che molti giovani sono attirati al ministero pastorale, ma non lo intraprendono per non privarsi della gioia di formare una famiglia. È evidente che questi preti sposati non staranno in parrocchia a tempo pieno, dovendo pensare anche alla loro famiglia; ma non avranno scusanti in caso di fornicazione o peggio.

Nella relazione il Papa tratterà anche di alcune prospettive da realizzare negli anni futuri, come quella di rinunciare alla Città del Vaticano come Stato, restituendone alla Repubblica Italiana la sovranità, e accontentandosi della extra-territorialità con le garanzie stabilite dall’ottima legge votata dal Parlamento Italiano il 13 maggio 1871, a meno di un anno dalla presa di Roma (20 settembre 1870), con tempestività e sollecitudine dimostrando quanto l’Italia fosse rispettosa della libertà del Pontefice, che qui a Roma sarà sempre libero e indipendente, anche se non più Papa-Re.

In vista di questo cambiamento di status, il Vaticano comincerà a comportarsi come se Stato non fosse, abolendo tutti i simboli e le manifestazioni esterne di uno Stato sovrano, come l’esercito, la bandiera, la fanfara, l’inno, lo stemma, l’emissione di monete e francobolli, le rappresentanze diplomatiche e i trattati. Abbiamo finito di stendere la relazione a tarda sera, quando siamo andati a cena soddisfatti anche se molto stanchi. Domani sarà per la Chiesa un giorno importante.

4 giugno 2050

Il Concistoro, iniziato alle 10, si è concluso alle 12 molto positivamente. Il Papa è stato molto convincente, e tutti hanno avvertito il carisma che lo Spirito Divino gli ha concesso. Prima di leggere la relazione preparata, ha parlato a braccio come il cuore gli dettava, e ha detto press’a poco così:

«Cari fratelli, confratelli nel sacerdozio al servizio del Signore, vi ringrazio per essere accorsi al mio invito quasi al completo, dandomi in tal modo la speranza di poter contare sul vostro consiglio e aiuto. In sessantanove al Conclave mi avete eletto, avete dato la fiducia a me, vescovo africano quasi sconosciuto prima delle riunioni di Castelgandolfo. Lì ho osato parlare a voi per esprimervi la mia concezione di Chiesa veramente evangelica. Evidentemente, col voto, la maggioranza di voi ha inteso seguirmi in questa opera di rinnovamento spirituale, che si può attuare solo liberando la Chiesa da tutte le istituzioni terrene, dalle sovrastrutture che l’hanno trasformata in uno Stato sovrano con una burocrazia enorme, impegnata quasi soltanto ad amministrare le sue strutture mondane. Avete capito, cari colleghi, che bisogna tornare al Vangelo. Gesù Cristo ci ha ammonito: “Non procuratevi oro, né argento… io vi mando come pecore in mezzo ai lupi…” (Mt 10, 9-14) La nostra missione è predicare la Buona Novella, è convertire dal paganesimo alla sequela di Cristo, è testimoniare Cristo nel mondo con la nostra vita umile e povera, tutta dedita al culto divino e al servizio dei fratelli, specialmente quelli poveri, malati, rigettati come paria dalla società opulenta ed egoista che domina il mondo. Noi non dobbiamo seguire il mondo, non dobbiamo gareggiare con esso per il potere e l’avere, ma ascoltare l’ammonimento di Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.” (Lc 9,23) Rinnegare sé stesso vuol dire non pensare al proprio benessere, al proprio onore e prestigio, ma mettersi al servizio del prossimo, anche col proprio sacrificio, cioè abbracciando ogni giorno la croce. Il precetto divino è stato scandalosamente dimenticato dalla Chiesa mondanizzata, che tiene al suo potere, al proprio patrimonio, alla visibilità mediatica, alle acclamazioni, alla spettacolarizzazione anche del culto divino. E come osiamo attribuire titoli onorifici, come Eminentissimo, Eccellentissimo, e quasi blasfemi, come Santo Padre attribuito al Papa, mentre nel Gloria della Messa ogni giorno diciamo a Cristo “Tu solo il Santo”?. Nessun uomo può essere chiamato santo, e nessun uomo, per quanto virtuoso sia stato, può essere proclamato Santo con decreto papale, anche se dopo un lungo e accurato processo canonico. Anche le insegne e i simboli mondani, gli ornamenti come le mitrie, i pastorali, gli anelli, i manti, le porpore sciorinate davanti a Dio nelle celebrazioni liturgiche offendono la Maestà divina, è come un pavoneggiarsi alla sua presenza quali personaggi eminenti, mentre Gesù ci ha ammonito: “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore.” (Mt 11, 29) E poi ancora: “Voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: Siamo poveri servi.” (Lc 17, 10) Cari confratelli, dobbiamo riconoscere che la Chiesa a poco a poco ha obliterato il Vangelo, sostituendo ad esso la celebratissima Tradizione, che invece ne è la negazione, e che Gesù Cristo ha condannato: “Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini.” (Mt 7,8) Quindi, cari confratelli, liberiamoci dalle tante strutture umane che si sono accumulate sul corpo della Chiesa fino a soffocarla, e torniamo alla semplicità, all’umiltà, alla povertà evangelica. Non dobbiamo avere paura di spogliarci di questi ornamenti, di questi belletti, di questi orpelli; senza di essi ci sentiremo più liberi, veri seguaci e testimoni di Cristo. Ora voglio esporvi che cosa vi propongo di attuare, per tornare al Vangelo; vi leggo perciò quanto ho preparato assieme ai miei collaboratori: è un testo che alla fine vi sarà distribuito, in modo che ognuno lo possa studiare e ponderare. Su di esso ognuno di voi può farmi pervenire le sue osservazioni, le sue obiezioni, entro due settimane. Se nessuno avanzerà obiezioni, vorrà dire che tutti voi accettate questo testo come programma da attuare.»

Non riporto qui nel diario la relazione, che è di cinque cartelle e che accluderò a questa pagina[3]; chi la legge, troverà che essa espone, con un po’ più di ordine e chiarezza, quanto abbiamo discusso nei giorni passati ed è già annotato nel diario.

Alla fine della lettura ho sentito un mormorio favorevole. Il papa ha invitato, chi lo volesse, a prendere la parola. Siccome nessuno l’ha presa, ha comunicato che indirà al più presto un altro Concistorio solo per ascoltare i colleghi e discutere le loro osservazioni o proposte in merito alla sua relazione. Ha salutato tutti cordialmente e ha sciolto l’adunanza. Dimenticavo di dire che dei cardinali mancavano quelli impediti, già assenti a Castelgandolfo, ma anche, tra i non-impediti, Andreoni, Fernandez e Lopez. Evidentemente questi tre capeggiano la Fronda di opposizione al rinnovamento iniziato dal papa. Un rinnovamento che di giorno in giorno sta prendendo connotati più precisi e suscita il consenso dei cattolici più coscienti, mentre sono scontenti i cattolici più epidermici, per i quali la religione è solo cerimonie e spettacoli, processioni e pellegrinaggi, adunate e acclamazioni, solennità e celebrazioni.

Io ho sentito più di uno di questi osservanti che si vantava di aver visitato tutti i santuari europei, da Pompei a Oropa, da Loreto a Czestochowa, dal Santo Sepolcro a Lourdes, da Fatima a San Jacopo di Compostela, e raccontava meraviglie di queste sue visite, vere dimostrazioni (secondo lui) di pietà cristiana.

Anche alcuni giornali di paesi luterani cominciano a parlare con obiettività delle riforme della Chiesa Romana, notando che il nuovo Papa non si fa condizionare dalla Curia, prima onnipotente, e vuol ridare alla Chiesa il suo carisma evangelico e la sua missione salvifica, che era stata abbandonata per ricercare una visibilità, un prestigio e un potere mondano.

Stanno affluendo a Roma gli ecclesiastici delle rappresentanze diplomatiche abolite. Sono un centinaio, e Clozet ha disposto che, in attesa di un nuovo dislocamento o incarico, siano per ora ospitati nel Palazzo Laterano, dove il vescovo Luberti, già vice di Andreoni, sta cercando di sistemarli in altri incarichi, tenendo conto anche dei loro desiderata. Non è facile accontentarli tutti e subito, e tra loro serpeggia la delusione e lo scontento.

Clozet sta seguendo con molta attenzione gli umori, cioè i malumori, di questi ex-diplomatici in carriera, che riluttano ad assumere altri incarichi, e tanto meno mansioni pastorali nelle diocesi o nelle parrocchie; ma si spera di poterli a poco a poco inserire in qualche Congregazione da potenziare, come la mia e quella per l’Evangelizzazione, la quale deve incrementare l’attività missionaria.

I Legati delle sedi dismesse sono quasi tutti Arcivescovi Titolari di diocesi esistite nei tempi antichi in Europa, e soprattutto nell’Africa Mediterranea e nel Vicino Oriente prima dell’islamizzazione di quei territori. Queste sedi fantomatiche sono 2054, e la Chiesa le ha tutte conservate per fregiarne quelli ai quali non poteva dare una diocesi effettiva. Tutti i monsignori in carriera o diplomatica o curiale sono arcivescovi titolari, cioè fittizi. A leggere l’elenco di queste sedi-fantasma sull’Annuario viene anche da ridere a sentire certi titoli; per esempio “Germania di Dacia” “Germania di Numidia”, “Germanicia” “Germaniciana” “Germanicopoli” ”Germa di Ellesponto” “Germa di Galazia”.

La Curia Romana fino a oggi ha conservato questi titoli senza avvertirne il ridicolo. Papa Andrea li ha subito aboliti, tutti, e molti di questi arcivescovi si sentono degradati, perché ci tenevano al loro arcivescovado di Germanicia o Germaniciana o Germanicopoli. Io non ho fatto in merito nessuna ricerca storico-geografica, ma ho il fondato sospetto che molti di questi titoli siano inventati. Mi sembra impossibile che i territori, ai quali ho accennato, nei passati tempi cristiani abbiano avuto ben 2054 diocesi, tante sono quelle elencate nell’Annuario, in cui questa lista di sedi immaginarie occupa ben 205 pagine. La Chiesa ha voluto conservare questi 2054 titoli fasulli per onorare col grado di arcivescovo i molti ecclesiastici in carriera o curiale o diplomatica. Giustamente queste sedi titolari sono state cancellate, e l’Annuario del prossimo anno, se si pubblicherà, avrà perlomeno 205 pagine in meno. Ho detto se si pubblicherà, perché anche questa pubblicazione annuale impegna molto personale nell’Ufficio Centrale di statistica della Chiesa, e quindi comporta notevole spesa, certamente non necessaria. Non serve certamente per l’evangelizzazione questo tomo di 2373 pagine, che elenca tutte le diocesi, vere o finte, tutti gli uffici, tutte le rappresentanze della Sede Apostolica, quasi per esibire la grandiosità della sua gerarchia, che lì è tutta nominata con tutti i pomposi titoli, mentre glissa su quello che il popolo cristiano vorrebbe sapere, cioè il bilancio attivo e passivo della Chiesa, sul quale regna il massimo segreto. La stampa di questo grosso volume impegna per mesi l’Editrice Vaticana. Siccome l’Annuario del 2050 non era stato ancora stampato al momento della morte di Sisto VI, Papa Andrea ne ha per ora sospeso la stampa. Ho detto sospeso non abbandonato definitivamente la stampa, perché un Annuario chiaro e semplificato è certamente utile per far conoscere meglio la Chiesa e la sua attività, e specialmente il suo bilancio finanziario, per far conoscere a tutti con esattezza da dove viene alla Chiesa il denaro e dove esso va a finire: quanto in stipendi (e a chi), quanto nella manutenzione (e come), quanto nelle missioni (e dove), quanto in interventi umanitari (e quali).

Il Papa ha incaricato Clozet, me e Bertinori di studiare la compilazione di questo bilancio e la forma del nuovo Annuario, che si dovrebbe pubblicare nel 2051, a Dio piacendo.

Mi sembra che per ora non ci sia niente da aggiungere su questo argomento. Riprenderò il diario quando ne avvertirò l’utilità.

30 settembre 2050

Ho creduto opportuno riprendere il diario per annotare alcune cose avvenute in questi ultimi mesi, che mi sembrano di una certa importanza. Al posto di Andreoni, che è letteralmente scomparso, papa Andrea ha nominato Vicario di Roma monsignor Liberti, il quale sarà cardinale al prossimo Concistorio, in cui saranno eletti anche due cardinali neri.

Liberti è un vero pastore, e si è messo al lavoro con solerzia per riportare lo spirito evangelico nelle centinaia di parrocchie che da lui dipendono. In molte di esse la mondanizzazione, la spettacolarizzazione e, purtroppo, anche l’affarismo sono penetrati e hanno operato dei guasti, per cui i veri cristiani si sentono come pecore senza pastore.  

Anche il contatto diretto, cioè personale dei parroci e dei loro coadiutori con i fedeli è quasi completamente scomparso. Le famiglie sono visitate, sì e no, una volta all’anno, per la frettolosa benedizione pasquale delle case, fatta più che altro per ricevere le offerte. Alcuni parroci cercano di apparire in televisione con cerimonie spettacolari, come quella della benedizione degli animali il 17 gennaio, festa di Sant’Antonio Abate. Essa piace molto ai bambini, che accorrono portando le loro gabbiette con le tartarughine, i gattini, i cagnolini, i criceti e gli uccellini. Piace molto anche a molte signore che possono così far pompa dei loro magnifici esemplari delle più pregiate razze canine. In queste parrocchie gli animali sono benedetti, le anime degli uomini abbandonate. Il contatto diretto, personale, umano del parroco con i fedeli è stato in molti casi sostituito o da un sito sul Web o da registrazioni per rispondere alle chiamate telefoniche dei parrocchiani.

In certe parrocchie, se un cristiano telefona al parroco per qualche suo problema, sente una voce metallica, e anche molto frettolosa, che gracchia:

«Qui Parrocchia XY. Se si tratta di battesimo comporre il numero 1, se di matrimonio il numero 2, se di funerale il numero 3, se di moribondo il numero 4, se di ogni altro problema il numero 5.»

Se poi il poveretto pigia il 5, sente un’altra voce metallica che gli dice:

«Qui parrocchia XY. La preghiamo di attendere perché la linea è occupata.»

L’attesa è lunga, ma allietata da una musichetta, intervallata da molti “Attendere prego”, finché il poveretto non riaggancia. Insomma quei parroci, che avevano ridotto la loro missione in mezzo al popolo credente a queste esteriorità e a questi automatismi, sono stati richiamati ai doveri del loro ministero e, se refrattari ai richiami, sono stati sostituiti. Insomma ora nelle parrocchie si respira un po’ più di spiritualità e si avverte un maggiore contatto umano con le famiglie. Avendo rimesso un po’ di ordine nelle parrocchie e rinfocolato in esse lo spirito evangelico, monsignor Liberti alcune settimane fa ha proposto al Papa di iniziare la visita alle varie parrocchie, domenica dopo domenica e, come inizio di questo ciclo pastorale, di fare al Santuario del Divino Amore una riunione di tutti i parroci in mattinata, dopo la Messa, e nel pomeriggio un incontro con i giovani, di azione Cattolica o no, che vi volessero partecipare. Andrea ha aderito con entusiasmo, ed è stata fissata la data del 30 settembre, cioè oggi.

Dopo il Pontificale e la colazione comunitaria offerta dal Rettore del Santuario, i parroci si sono riuniti nella grande sala delle conferenze, e Andrea ha parlato ad essi, a braccio, per circa un’ora. In sintesi ha detto questo:

«Cari confratelli, nella prossima domenica inizierò la visita delle parrocchie, una per una, finché il Signore mi darà vita. Non è solo il dovere che ho come vescovo della diocesi romana, ma anche il piacere di potervi conoscere tutti personalmente e trattare con ciascuno di voi i problemi e le necessità delle varie parrocchie, coadiuvato dall’ottimo don Liberti qui presente.  Anche voi avete riconosciuto che la Chiesa in questi ultimi decenni si è molto mondanizzata, badando più alla visibilità mediatica che alla cura delle anime. La mondanizzazione della sede Apostolica non poteva non ripercuotersi nelle parrocchie che da essa dipendono. Per grazia di Dio la Chiesa ha capito che era andata fuori rotta, e ora cerca di tornare alla rotta segnata da Gesù Cristo, suo fondatore e Capo. Lui è la vite feconda, e noi siamo i tralci che dobbiamo saper attingere da Lui la linfa vitale e distribuirla ai credenti. Dobbiamo tornare al Vangelo, con senso di responsabilità e anche spirito di sacrificio. La via della salvezza, tracciataci da Gesù, è irta e stretta, e richiede dedizione e costanza. Come io cercherò di avvicinare personalmente ciascuno di voi, così voi dovete cercare di avvicinare ognuno dei vostri parrocchiani, specialmente i più bisognosi di aiuto, spirituale e materiale, come i poveri, gli ammalati e quelli che vivono nella solitudine e nell’abbandono. Dio non ci farà mancare il suo aiuto nell’espletamento di questa missione che Lui ci ha affidato. Preghiamolo con fede. Auguro a tutti buon lavoro… e arrivederci presto!»

Quando Andrea ha finito di parlare, i parroci hanno cominciato un applauso, ma lui col segno delle mani lo ha fatto cessare, e poi ha detto:  

«Cari confratelli, avete mai letto nel Vangelo che Cristo è stato applaudito dagli apostoli e dai discepoli? E quando  il popolo, entusiasta per i miracoli e le guarigioni che operava, Lo voleva fare re, Lui gradì forse questa esaltazione? Per nulla affatto, anzi scomparve alla loro vista e si ritirò in disparte. Tanto meno si deve applaudire un uomo come sono io; bisogna lodare ed esaltare solo Dio e con le parole, e soprattutto con le opere. Cerchiamo dunque di esaltare il Signore con le opere, e poi umilmente diciamo: “Siamo servi inutili”. Infatti Dio, se lo vuole, può operare anche senza di noi.»

Nel pomeriggio, alle 16,  si è presentato ai tanti giovani assiepati nel vasto piazzale davanti al Santuario. Erano giovani di Azione Cattolica e di altre associazioni religiose, i quali erano schierati dietro ai loro stendardi; ma c’erano anche altri di nessuna bandiera, richiamati da qualche personale interesse o dalla sola curiosità. Erano uomini e donne, giovani e meno giovani.

All’apparire del Papa è scoppiato l’applauso, accompagnato da grida osannanti e dall’innalzamento di cartelli e striscioni di evviva. Il Papa col cenno delle mani ha fatto a poco a poco cessare l’acclamazione, poi ha detto press’a poco questo:

«Cari giovani, avete espresso la vostra gioia in questo incontro con me, e la mia gioia non è minore della vostra. È la prima volta che incontro tanta gente insieme, giovani e meno giovani, uomini e donne. Siete venuti, spero, non per la semplice curiosità di vedere e sentire il primo papa nero della storia millenaria della Chiesa, ma col desiderio di manifestare la vostra fede cristiana e la vostra volontà di essere seguaci e testimoni di Cristo. Cristo si testimonia non tanto con le parole, che non costano niente, quanto con le opere, che invece costano e talora richiedono molti sacrifici. Il cristiano infatti non deve seguire le aspirazioni mondane, il potere avere e godere, ma i precetti evangelici. La vita è un impegno serio, i doni di intelligenza e di libertà che il Creatore ci ha dato impegnano la nostra responsabilità. Lo so che l’animo umano, specialmente quello giovanile, aspira alla felicità; ma la felicità vera, duratura, che non delude, la possiamo trovare solo vivendo rettamente, non facendo mai del male, e facendo del bene tutte le volte che possiamo, specialmente ai più bisognosi. Il vostro applauso, la vostra lode vada soltanto a Dio, e Dio lo si esalta non con le parole e le belle frasi, ma con la nostra condotta, col comportamento di ogni giorno, nella famiglia e nella società. Molti sono, cari giovani, i mali che vi insidiano col miraggio del piacere, tra i quali i peggiori sono la droga e il sesso banalizzato e mercificato. Guardatevene! Non date ad essi adito alcuno nella vostra vita, perché la corromperebbe e la distruggerebbe. La felicità, o meglio la serenità dell’esistenza, la potremo trovare solo nell testimonio della coscienza, se avremo operat