Anonimo Romano
Colle Vaticano A.D.
2050
Diario
a cura di
Bruno Camaioni
Opere di Bruno Camaioni
Notizie sull'autore
Bruno
Camaioni è nato a Grottammare (AP) nel 1917, si è laureato in Lettere
all'Università di Roma nel
Uno
di costoro, ritenendo che esse siano interessanti e anche formative per i
valori che inculcano, ha preso l'iniziativa di metterle man mano in rete,
affinché chiunque le possa leggere liberamente e senza spese.
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Delle
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Una vita interessante - Luigi Mercantini Il Tirteo Marchigiano - Biografia;
Historia Magistra - Saggio; Le meditazioni di Dante nel Purgatorio - Saggio;
Idee non politicamente corrette - Saggio; Colle Vaticano A.D. 2050 - Romanzo;
Poesie Varie.
Le
opere sono depositate.
Confesso che mi sento perplesso a fare la
presentazione di quest’opera anonima, perché mi sembra strana e inverosimile,
dato che in essa si parla di avvenimenti che sarebbero avvenuti tra 42 anni, e
non in forma di previsione, ma in forma di narrazione di fatti accaduti, giorno
per giorno; è infatti un diario.
Molti nel passato si sono dati a questa letteratura
di evasione dalla realtà presente, e generalmente le loro previsioni sono state
smentite dalla realtà. Tra costoro, colui che con la sua fantasia si è spinto
più avanti negli anni è certamente il francese Luigi Sebastiano Mercier (1740-1814)
il quale nel 1786, tre anni prima della Rivoluzione, immagina «L’anno 2440» in
un modo che a noi appare risibile.
Non era uno sprovveduto, dato che era membro del
prestigioso Institut de France, eppure
prevede che nel 2440 la Francia possederà la Grecia e l‘Egitto.
«Parigi, Atene e il Gran Cairo sono sotto la
potente e generosa mano di Luigi XXXIV, che noi amiamo tutti come un prudente e
saggio monarca.»
Nel 1892 un altro francese, Carlo Alberto Richet
(1850-1935), famoso fisiologo e premio Nobel nel 1913, più modestamente allungò
lo sguardo della sua scienza umana sino al 1992, e la sua opera «Fra cent’anni»
pretende di avere appoggi sicuri nella statistica e nella sociologia. Le sue previsioni, per quanto riguarda il
progresso politico morale e civile, sono molto ottimiste, mentre nella
statistica sono piuttosto sballate, come nell’aumento di popolazione mondiale
(da 1.458.000.000 a 2.500.000.000, che invece è di 6.500.000.000).
Se prendiamo in esame alcuni Stati, il suo errore
appare più evidente: per la Cina egli va da 400.000.000 a 550.000.000 di
abitanti (mentre sono 1.250.000.000) per
l’India da 275.000.000 a 350.000.000 (mentre sono 1.030.000.000) per l’Egitto
da 6 a 10 milioni, mentre sono 72 milioni.
Un altro francese, questa volta un grande
romanziere, Victor Marie Hugo (1802-1885) nel suo capolavoro «I Miserabili»
(1862) si spinge avanti con la fantasia di appena mezzo secolo, ma la sua
previsione è un bel sogno.
«Il XX secolo sarà felice..; non si avrà più a
temere una conquista, una invasione, una usurpazione, una rivalità di nazioni a
mano armata… Non si avrà più a temere la fame, lo sfruttamento, la
prostituzione per bisogno, la miseria per disoccupazione… si sarà felici.»
Più recentemente un romanziere meno sognatore,
questa volta un inglese, George Orwell (1903-1950) l’anno prima della morte
scrisse il suo ultimo romanzo «1984», in cui immagina per quell’anno un mondo
anche peggiore di quello che è stato effettivamente secondo noi che l’abbiamo
vissuto. La sua fantasia si spingeva di appena 35 anni in avanti e vedeva un
mondo di oppressi e di oppressori, che ha un fondo di verità, ma certamente
esagerata.
Ho voluto portare questi esempi per dimostrare che
la fantasia dell’ottimista o del pessimista ama prospettarsi un futuro a sua
immagine, cioè secondo le sue speranze o paure; e noi leggiamo queste opere
solo per curiosità, ben sapendo che la realtà effettuale è ben diversa.
Ma questo diario intitolato «Colle Vaticano 2050»
mi sorprende molto, perché sembra la narrazione di fatti a cui l’autore è stato
presente e di cui vuol lasciare un ricordo, non tanto per sé quanto per gli
altri, che dovremmo essere noi, che viviamo nel 2008, di cui pochi (i più
giovani) potranno vedere il 2050.
Ma nonostante la mia perplessità su questa strana
storia, voglio raccontare come ci sono stato immischiato.
Molte notti fa, durante il primo sonno, mi è
sembrato di essere chiamato. Ma non era possibile, dato che vivo solo; perciò
pensai a una mia impressione, mi voltai dall’altra parte e serrai ben bene le
palpebre, per riprender sonno. Ma subito dopo sentii di nuovo chiamarmi, per
cui dovetti aprire gli occhi e girarmi verso la voce, con un po’ di spavento.
Vidi accanto al letto un giovane con una lunga tunica bianca, la quale aveva
uno splendore perlaceo, tenue, ma con un chiarore diffuso che illuminava la
stanza!
Pensai subito a un angelo, ma non aveva le ali.
Mentre lo guardavo a bocca aperta, il personaggio
disse:
«Non temere, non sono un fantasma… ascoltami.»
«Ma tu chi sei, signore? Come sei entrato in casa?»
«Lo saprai se mi ascolti attentamente.»
«Parla, signore, ti ascolto… che vuoi dirmi?»
«Perché non apri mai l’ultimo cassetto a destra
della tua scrivania?»
«L’ultimo cassetto della scrivania? Perché non lo
apro?... Perché non mi serve… perché è vuoto. Da anni ho fatto sgombrare gli
ultimi cassetti sia di destra sia di sinistra, perché sono anchilosato
dall’artrosi e non potrei chinarmi per aprirli e chiuderli. Del resto non ne ho
neppure bisogno, dato che ormai posso lavorare poco anche di cervello.»
«Eppure so che scrivi e pubblichi su Internet.»
«Sì, qualcosa, giusto per non far arrugginire anche
la mente.»
«Ebbene domani mattina, per non far arrugginire
neppure le gambe, aprirai l’ultimo cassetto di destra e prenderai ciò che vi
trovi.»
«Sì, signore, ma le gambe mie sono da tempo
arrugginite come la schiena, non potrei piegarmi assolutamente… potrei provare
a inginocchiarmi…»
«E perché non lo fai? Tu non preghi in ginocchio?»
«No, io prego in piedi. Qualche mese fa provai a
inginocchiarmi… e penai tanto a rimettermi in piedi. »
«Bene, ma domattina ti inginocchierai un’altra
volta, dirai in ginocchio la preghiera del mattino, poi aprirai il cassetto e
prenderai quello che trovi dentro.»
«E se poi non riesco a rialzarmi… come farò?»
«Ti rialzerai, ti rialzerai, abbi fede.»
«La fede ce l’ho, grazie a Dio… Ma che cosa posso
trovare nel cassetto, se non c’è niente! Comunque, se trovo qualche cosa, che
ne debbo fare?»
«Troverai due quaderni manoscritti… Li dovrai
pubblicare su Internet… senza apportarvi alcuna modifica… Poi riporrai i
quaderni dove li hai trovati.»
«Ma questi due quaderni di chi sono? miei
certamente no… Insomma, signore, chi li ha scritti, chi ce li ha messi… a che
scopo… proprio a me?»
«Non fare troppe domande… col tempo tutto ti sarà
chiaro… capirai da te… se leggerai quei quaderni con umiltà e onestà mentale. »
«Ma, signore, mi scusi… Come posso credere a una
cosa così assurda?... Ti vuoi prendere un po’ gioco di me… o sto sognando?»
«Ho parlato sul serio… Del resto tu stesso domani
ne avrai la prova, se farai quello che ti ho detto.»
«Ma almeno dimmi, signore, di che cosa trattano
quei due quaderni… non è curiosità…»
«E invece è pura curiosità… Pensa a fare quello che
devi fare, e mortifica la tua curiosità pettegola, che non si addice a un
vecchio… come te… Io ho espletato il mio incarico a ti lascio al tuo riposo.
Addio!»
Sparì il personaggio biancovestito e anche quella
luminosità perlacea che aveva illuminato la camera, e io rimasi tanto turbato
dalla visione, che non riuscii più a prender sonno, ripensando a quella strana
apparizione. Mi chiedevo se fosse realtà o sogno, e non vedevo l’ora che
facesse giorno, per accertarmi della cosa. Se avrei trovato i due quaderni…
quell’apparizione era veritiera; se no, era stata una mia autosuggestione. E in
verità da qualche tempo la mia fantasia galoppa un po’ a briglia sciolta, e
talora sono incerto se una certa cosa io l’abbia fatta o solo sognata. La mia
memoria, ormai logora, registra la realtà e il sogno con gli stessi deboli segnali,
per cui mi è facile scambiarli.
Comunque al mattino, appena potei, mi recai nel mio
studio, mi inginocchiai con pena e sospiri, dissi la mia preghiera, riuscii ad
aprire il cassetto ultimo di destra, e vi trovai veramente due bei quaderni
dalla copertina color avorio, sulla quale era impresso uno stemma cardinalizio.
Li presi con la mano che mi tremava, li posai sul piano della scrivania, poi
rivolsi a Dio una preghiera di ringraziamento, e infine mi rialzai con uno
sforzo che mi parve leggero. Ancora tutto emozionato mi sedetti e aprii il
quaderno che recava impresso l’uno romano sotto allo stemma. Lessi sul
frontespizio:
Anonimo
Romano – Colle Vaticano A.D. 2050 – Diario – Poi, in epigrafe erano riportati i
seguenti versi di Dante:
Ma
Vaticano e l’altre parti elette
Di
Roma che son state cimitero
Alla milizia che Pietro seguette
Tosto libere fien [= saranno] de l’adultèro. (Par. IX 139-142)
Ordunque questo era il manoscritto che io dovevo
pubblicare. Mi misi subito a leggerlo, e la lettura era facile e scorrevole
perché la grafia era accurata e regolare, e mi assomigliava tanto a quella di
Paolo VI nel suo bel testamento, che avevo letto in fotocopia poco tempo prima
con grande ammirazione. La calligrafia rivela un po’ anche il carattere della
persona, e quella scrittura così accurata e precisa rivelava un carattere
sereno ed equilibrato.
Avendo anch’io trovato, come il Manzoni, un
manoscritto anonimo da pubblicare, mi sembra opportuno terminare questa
presentazione con le stesse parole con cui l’arguto don Lisander presentò la
sua «Storia milanese del secolo XVII»:
«Ecco l’origine del presente libro, esposta con
un’ingenuità pari all’importanza del libro medesimo.»
Senonché il Manzoni non doveva temere nulla nel
pubblicare una storia anonima di due secoli prima. Io invece devo temere molto
nel pubblicare un diario scritto tra 42 anni. Solo i profeti possono osare
tanto, e io certamente non lo sono. E anche i profeti, possono imporsi e avere
ascolto e sequela solo se sono armati, come erano Mosè e Maometto, quelli
disarmati o sono ignorati, obliterati o, peggio, condannati.
Ma io, se anche sono disarmato, non sono certamente
un profeta; tutt’al più lo è, o presume di esserlo, questo Anonimo Romano. Se
devo esprimere il mio parere, credo che egli presuma di esserlo, perché il XXI
secolo non mi sembra un secolo adatto alle profezie.
Il lettore di questo strano manoscritto, se un
lettore ci sarà (il che non è certo) potrà credere quello che vorrà, anche che
è tutto uno scherzo; io non esprimo alcun giudizio, e me ne chiamo fuori,
perché sono stato incaricato della pubblicazione, credetemi, mio malgrado.
Sinceramente questo diario mi intriga non poco,
soprattutto per la ricercata segretezza del suo autore. Perché tutto questo
anonimato per sé stesso, mentre nomina per nome e cognome tutti gli altri?
Forse temeva qualcosa? Qualche denuncia, qualche vendetta, qualche condanna?
Allora è probabile che ci abbia dato, di sé, anche false notizie, per
nascondersi meglio. Ma perché?
Forse è proprio una profezia di Paolo VI? La grafia
sembra proprio la sua. Ma allora lo scritto risalirebbe addirittura al 1978,
anno della sua morte, o anche prima.
Ma allora queste riforme che auspicava perché non
le fece lui?
Forse i tempi non erano maturi?
E questo diario, in tutti questi trenta anni
(1978-2008) dove è stato? custodito da chi? E perché deve essere pubblicato
quest’anno e proprio da me? Io che c’entro in tutta questa faccenda?
Le domande sono tante, ma non so dare nessuna
risposta. Forse la potrà dare qualche (eventuale) lettore?
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito
Santo inizio questo diario, perché penso che per la Chiesa si apra oggi un
periodo di crisi e di sommovimento, del quale voglio annotare le fasi, anche a
futura memoria.
Stamattina, alle ore 7, è morto il papa Sisto VI, a
70 anni, dopo appena 12 anni di pontificato.
È stato stroncato da un infarto; eppure sembrava
godere di invidiabile salute, che curava con una vita molto sportiva, da bravo
americano. Infatti l’ex cardinale arcivescovo di Boston, al secolo Stephen
Desmond, era un tipo atletico, bravo sciatore, ottimo nuotatore. Perciò si è
fatta costruire nei giardini vaticani una piscina coperta di 50 metri, nella
quale nuotava metodicamente, quando era in Vaticano, mezz’ora al mattino e
mezz’ora al pomeriggio.
D’inverno poi si concedeva più di una settimana
bianca in una stazione sciistica sempre diversa, italiana, francese, svizzera,
austriaca, americana, canadese. Era l’idolo delle televisioni che lo
riprendevano per ore in queste sue belle prestazioni sulla neve. Faceva slalom,
discesa libera, e anche salto.
Si era prefisso di imitare il suo predecessore
polacco, cercando però di superarlo in tutto, nel numero delle encicliche, nei
viaggi apostolici, nelle interviste; queste non solo in Vaticano ma anche negli
studi televisivi, dove si faceva interrogare dai vaticanisti italiani e
stranieri.
E a dire la verità, rispondeva sempre in modo
brillante, suscitando applausi e ammirazione.
Io non avevo partecipato al conclave del 2038 che
lo aveva eletto; non ero cardinale, ma semplice vescovo della diocesi
marchigiana di San Benedetto-Ripatransone-Montalto. Sono stato nominato
cardinale proprio da Sisto Sesto nel 2042. In quell’anno venne a visitare la
mia diocesi, che a Grottammare aveva dato i natali a Sisto V, papa che a lui
piaceva molto, e gli piacque tanto quella visita (con tutti i particolari del
pontificato sistino che venne a conoscere) che nel successivo concistoro mi
nominò cardinale e mi volle a Roma a presiedere la Congregazione per i vescovi.
A dire la verità mi sentivo impreparato a quel
compito, avendo poca conoscenza degli episcopati stranieri. Infatti non avevo
fatto nessun viaggio all’estero; avevo pensato a curare la mia diocesi, e dato
il mio contributo nelle adunanze della CEI, ma delle migliaia di diocesi sparse
nei cinque continenti sapevo ben poco. Perciò mi misi al lavoro con buona
volontà, e cominciai a viaggiare in aereo quasi ogni settimana in tutte le
parti del mondo, per conoscere la situazione di ogni diocesi, i bisogni e le istanze che venivano dal clero e anche
dai fedeli.
Mi resi conto della mondanizzazione di molte
diocesi, le quali seguivano con entusiasmo il papa modernista, e dello scontento di altre che avvertivano «la
mala condotta del pastor che precede» (Purg. XVI, 98-104), deplorata da Dante
nel sec. XIV. Anch’io ero scontento dell’indirizzo dato alla Chiesa da Sisto
Sesto e dal suo Segretario di Stato, il cardinale Charles Clozet, il quale
aveva ricevuto tale carica dal suo connazionale Clemente XV, papa francese.
Infatti come al papa polacco era succeduto un papa
tedesco, così sembrò opportuno far seguire al tedesco un papa francese, che era
gradito anche all’Africa francofona e a una parte del Canada. Al papa francese,
nel 2o38, si voleva far seguire un papa spagnolo o comunque ispanofono, ma nel
conclave prevalse il cardinale di Boston, che ebbe il sostegno di tutti gli
anglofoni, di parte degli italiani e anche di quasi tutti i francesi, i quali miravano
a conservare il Segretariato di Stato, come infatti avvenne. Forse c’era stato
un accordo in proposito, ma sono solo voci che ho sentito, dato che io non
partecipai a quel conclave. Ma ora devo partecipare a quello che eleggerà il
successore di papa Desmond.
A me non piaceva la politica Vaticana messa in atto
dall’americano e dal francese, ma a dire la verità non osai mai far conoscere
il mio dissenso. Ero stato fatto cardinale da Sisto Sesto, e mi sembrava
ingratitudine esternargli il mio dissenso da certe sue iniziative.
Solo una volta mi feci coraggio e osai.
Avevo saputo che lo Stato Vaticano stava
perfezionando l’acquisto, per una somma enorme, della tenuta di Maccarese, per
costruirvi l’aeroporto della Santa Sede. Per me era una spesa folle, una
intrapresa scandalosa e di nessuna utilità. Infatti per i viaggi del Papa c’era
già un eliporto in Vaticano con un bell’ elicottero Agusta, col quale il
pontefice raggiungeva agevolmente l’aeroporto di Ciampino per lì imbarcarsi sul
Boeing che l’Alitalia teneva sempre a disposizione della Santa Sede.
Approfittai di una sua convocazione; voleva
chiedermi un parere sul vescovo africano da nominare cardinale al prossimo
concistoro, dato che uno dei tre cardinali neri era morto e bisognava
sostituirlo.
Riporto quel colloquio, che ricordo bene. Iniziò il
papa:
«Caro amico, io mi fido molto di te, vedo che
viaggi dappertutto, per tastare il polso alle Chiese locali sparse nel mondo.
Essendo scomparso il bravo cardinale del Benin, dobbiamo nominare il successore
nel collegio cardinalizio, altrimenti i vescovi neri… fanno uno scisma… Sto
scherzando… gli africani sono cattolici devoti e il loro cardinale nero se lo meritano.»
«Santità, effettivamente, avendo percorso l’Africa
in lungo e in largo, ne conosco personalmente tutti i vescovi e gli
arcivescovi… Ce ne sono molti di ottimi… ma quello che mi ha più favorevolmente
impressionato è Andreas Marimba, arcivescovo di Dakar… è un vero pastore che guida bene il suo gregge,
incrementa le missioni e dà esempio di vero spirito evangelico.»
«Ma il suo è un piccolo gregge… mi sembra che i
cattolici sono lì appena il 3% della popolazione, che è quasi tutta musulmana…
Che prestigio può avere?»
«È vero, la popolazione è sunnita al 90%, ma
all’interno ci sono molte tribù di religione animista che accettano volentieri
il cattolicesimo… e il vescovo fa un buon lavoro in mezzo a queste tribù… col
suo clero indigeno molto ben preparato… E poi Andreas Marimba è conosciuto e
apprezzato anche fuori del Senegal… ne ho sentito parlare molto bene, per
esempio, in Nigeria e nel Congo. La sua nomina sarebbe ovunque ben accolta, in
Africa.»
«Bene, lo faremo cardinale, sempre che sia
d’accordo Clozet, il quale è meglio informato di me… per la sua lunga
esperienza… Perciò non prometto niente ma, salvo un veto di Clozet, il tuo
Andreas sarà cardinale… ma resterà in Africa… qui in Curia non c’è posto per
un… nero… E ora, se non hai qualcosa
di importante da comunicarmi, io ti accommiato.»
«Santità, sì, avrei qualcosa da dirle..»
«Parli, parli pure… liberamente…»
«Scusi la mia… audacia… perché vorrei darle un
consiglio… su un affare… che non è di mia competenza.»
«Parli, parli pure senza soggezione… Noi americani
siamo franchi e… democratici.»
«Ecco, Santità, non è il mio campo… ma ho letto
sulla stampa che la Santa Sede sta per acquistare 400 ettari della tenuta di
Maccarese… per una somma enorme… per costruirvi il campo d’aviazione del
Vaticano…»
«Ebbene? Che c’è di sbagliato?... Lei non è
d’accordo?»
«No, Santità, mi sembra una somma male spesa… e per
una cosa poco utile…»
«È inutile un campo di aviazione tutto nostro?
Anche tu, caro amico, ne sentirai l’utilità quando, per i tuoi continui viaggi
per il mondo, potrai dal Vaticano volare in elicottero al nostro aeroporto,
dove troverai un jet nostro che ti porterà senza scali a destinazione…Per il
Papa poi è una necessità… è un Capo di Stato… e non deve sottomettersi alla
Compagnia nazionale di un altro Stato, ne va di mezzo il prestigio e il decoro
della carica.»
«Santità, mi perdoni se insisto… la cosa scatenerà
molte critiche e opposizioni…»
«Da parte di chi? La stampa informata, che ha
diffuso la notizia, la commenta favorevolmente…»
«Sì, gli articoli dei vaticanisti… ma il popolo
cristiano grida allo scandalo…»
«Allo scandalo? e perché?»
«Per molti motivi, Santità, mi creda… Io abito a
Trastevere e sento i commenti e le critiche della gente…»
«Ebbene, dimmele, che possa conoscerle anch’io.»
«Lei forse non sa che Maccarese è un’azienda
agricola floridissima, che rifornisce Roma della migliore frutta e verdura
fresca… e cementificare questi ettari così produttivi sembra un vero peccato, e
poi non parliamo dell’opposizione che scateneranno gli ecologisti…»
«Lasciamo perdere gli ecologisti, i quali
dimostrano la loro ignoranza nell’opporsi a ogni utile opera… che darebbe anche
tanto lavoro ai disoccupati… Per il rifornimento ortofrutticolo di Roma, teme
forse che i Mercati Generali resteranno senza merce? I tanti produttori
ortofrutticoli italiani, che spesso non trovano mercato, saranno ben lieti di
avere un concorrente in meno. E poi ci sono gli agricoltori esteri, che già ora
ci mandano i loro pregiati prodotti… dalla Francia, dalla Spagna,dall’Olanda… e
anche dall’Egitto e dal Marocco…»
«Sì, Santità, i Mercati Generali non resteranno
vuoti… ma ci saranno almeno duecento famiglie che andranno in crisi… A
Maccarese lavorano, con un buon salario, più di 200 lavoratori agricoli fissi,
senza contare gli stagionali…»
«Ebbene? Andranno in Cassa Integrazione, non
moriranno di fame, e poi troveranno un altro ingaggio. C’è qualche altra
critica? Ma che non sia inconsistente come le precedenti…»
«Sì, Santità… Si grida quasi allo scandalo per
l’ingente somma, che potrebbe essere impiegata in tante opere a sollievo
dell’umanità sofferente.»
«Tante opere benefiche! Sempre la solita richiesta…
Ma veniamo al sodo… Noi americani vediamo i problemi pragmaticamente… non ci
perdiamo con le richieste vaghe… generiche. Tu hai in mente un’opera benefica
che la Santa Sede potrebbe o dovrebbe compiere oggi?»
«Sì, Santità. Ho letto su una rivista scientifica
che la lebbra potrebbe essere sconfitta in Africa e in tutto il terzo mondo con
una vasta campagna di prevenzione, cura e vaccinazione, la quale non costerebbe
più della somma che la Santa Sede si appresta a spendere per l’acquisto di quel
terreno, e poi di un Boeing, un jet più piccolo e un altro elicottero Agusta
che, come si dice, saranno acquistati una volta completato il campo di
atterraggio. »
«Senti, amico, comprendo la tua opposizione, ma tu
non ti rendi conto della complessità e vastità dell’Amministrazione Vaticana,
delle tante esigenze amministrative e… diplomatiche. Del resto la Chiesa non ha
come compito le campagne sanitarie… C’è l’Agenzia apposita dell’ONU… la Chiesa
ha ben altre finalità.»
«È vero, Santità, ma se il Vaticano erogasse quella
somma per la campagna anti-lebbra, sarebbe un bell’esempio, un grande segnale
per il mondo intero… Il mondo ha bisogno anche di segni.»
«Noi i segni li diamo perfezionando
l’organizzazione centrale e periferica… senza questa organizzazione accurata e
supportata da una finanza adeguata, l’istituzione andrebbe in crisi… Comunque,
ho ascoltato con interesse i tuoi consigli… le tue opinioni… anche se non le
condivido. Ora puoi andare… ti convocherò tra qualche mese per fare il punto di
tutto l’organigramma episcopale, perciò lavora a questa relazione e non
preoccuparti del resto… Arrivederci.»
A dire la verità non mi ha mai più convocato, il
campo di aviazione è stato fatto, gli aerei sono stati comprati, i viaggi
papali sono stati più di uno al mese, sempre con gran corteggio di cardinali,
addetti stampa e giornalisti nel magnifico Boeing papale. Io, il bastian
contrario, non sono stato mai invitato a partecipare a questi viaggi
trionfalistici, a organizzare e reclamizzare i quali è stata ingaggiata una
famosa agenzia americana. Per me è stato un bene, perché a partecipare a quei
viaggi mi sarei trovato molto a disagio. Comunque, dopo il colloquio sopra
riferito, che risale a quattro anni fa, in Vaticano sono vissuto quasi isolato,
tenuto in disparte. Non mi è dispiaciuto affatto; ho cercato di lavorare bene
nel mio dicastero, e il tempo libero l’ho dedicato a un piccolo orfanotrofio
che mantengo con le mie modeste finanze.
Ma ora il Papa americano è morto e bisogna eleggere
un altro alla guida della Chiesa di Cristo.
Stamattina, alle otto, la morte del Papa mi è stata
comunicata dal cardinale Cassini, il Camerlengo, il quale mi ha anche invitato
ad assistere alle cerimonie previste: inventario e sigillo dell’appartamento,
imbalsamazione ecc. Quando sono giunto in Vaticano, le due prime operazioni
erano già state eseguite dal Camerlengo, assistito dal Segretario di Stato, dal
card. Andreoni, Vicario di Roma, dal cardinale Bertinori, presidente della CEI,
e dal Segretario particolare del defunto, Mons. John Mac Percy, di Filadelfia.
Mi hanno detto che si stava eseguendo l’imbalsamazione, che avrebbe richiesto
almeno otto ore, perché la si voleva fare totale, completa, con un procedimento
nuovo che assicura, dicono, la conservazione intatta di un cadavere per molti
secoli. Non ho mai capito perché si debba fare questa imbalsamazione dei papi,
a che serva conservare intatti i loro cadaveri, e con che criterio si voglia
eseguire questa operazione, anche un po’ raccapricciante e molto costosa. Erano
al tavolo operatorio ben otto specialisti, perché la nuova metodica è lunga e
complessa…
Insomma, se volevo vedere il papa tutto sistemato
per l’eternità, dovevo tornare alle otto di sera, quando il cadavere sarebbe
sistemato nell’apposita bara di vetro, per la solenne esposizione in San Pietro
nei seguenti tre giorni. Tornai in Vaticano all’ora fissata e trovai un gran
numero di colleghi, non solo italiani, ma anche stranieri, accorsi a Roma per
le onoranze funebri e per il Conclave, alla cui preparazione dovevano
provvedere il Cardinal Decano, l’austriaco Karl Kruger e l’arciprete della
Basilica Vaticana, Mons.Massi.
Il corpo del Papa, apparecchiato per l’eternità,
aveva un bell’aspetto e sembrava proprio vivo, col viso roseo e senza una ruga,
un sorriso appena accennato, quasi ad accogliere i visitatori, ma con le
palpebre abbassate.
A dire la verità gli imbalsamatori avevano proposto
di esporlo con gli occhi aperti, assicurando che così sarebbe apparso come
vivo, ma il Decano del Sacro Collegio si era risolutamente opposto, per nostra
fortuna: sarebbe stata una ben macabra vista quel cadavere con gli occhi
spalancati! Con gli occhi chiusi non faceva paura, ma certamente stonavano quei
pomelli rosei e quel mezzo sorriso che sembrava un po’ ironico.
Comunque io non mi fermai molto a contemplare la
salma, ma detta una preghiera per l’anima del defunto, me ne tornai al mio
tetto per stendere il resoconto di questa prima giornata della sede vacante. Ho
terminato di scrivere queste pagine all’una di notte; ora mi sento un po’
rasserenato nello spirito, e penso che riuscirò a dormire, anche perché sono
veramente stanco.
Stamane mi sono recato in Vaticano alle 7,30 perché
alle otto la bara di cristallo doveva essere traslata nella basilica. Trovai
che quasi tutti i cardinali erano arrivati dai cinque continenti, ed eravamo
più di un centinaio, tutti in tunica nera con la fascia e la berretta purpurea,
com’era stato prescritto.
Notai che il cardinale di Dakar non portava la
fascia e in testa aveva la berretta nera, insomma era tutto nero, corpo e
abito. Molti colleghi lo guardavano quasi con aria di rimprovero, ma io non ci
feci caso; sapevo che Andreas Marimba ha le sue idee alle quali non deroga, e a
dire la verità le idee dell’africano sono anche le mie.
Anch’io ritengo che esibire quei colori sgargianti
entrando nella casa di Dio per una messa di Requiem non è affatto conveniente,
e non sono d’accordo con l’avviso diramato dal Camerlengo che, per il
successivo funerale solenne in Piazza San Pietro, ha prescritto la tonaca
purpurea per i cardinali e quella viola per i vescovi; per la mitria ognuno
avrebbe portato la sua personale, quasi come emblema del suo casato o della sua
diocesi. A dir il vero il Decano aveva proposto per tutti, cardinali e vescovi,
una uguale mitria bianca senza fregi, ma il Camerlengo, spalleggiato dal
Segretario di Stato e dal Vicario, aveva insistito per la mitria “ad libitum
unius-cuiusque”. Non voleva contrariare quei tanti (tra i quali Andreoni) che
ci tenevano a esibire le loro preziose mitrie sesquipedali con le quali si
pavoneggiano nei solenni pontificali. Erano venuti in Vaticano anche una
cinquantina di vescovi, non convocati, ma di loro iniziativa; anche loro erano
in divisa: fascia e berretta violetta.
Alle otto ci mettemmo in processione per due, prima
i vescovi poi noi, e ci avviammo verso la basilica, preceduti da una croce
portata da Mons. Massi tra due canonici con i ceri, e seguito dal turiferario.
La lunga processione era ordinata dal cerimoniere pontificio Mons. Verdoni,
coadiuvato dal suo vice Mons. Varenna: erano anch’essi in tunica viola e cotta
bianca (molto ricamata), ma senza berretta.
La bara fu posata sul catafalco, noi cardinali ci
sedemmo all’intorno sui nostri scanni in prima fila, mentre i vescovi si
allogarono dietro a noi, su semplici sedie.
Finita la messa, celebrata dal Camerlengo (con
Clozet e Andreoni come diacono e suddiacono), fu data la benedizione alla
salma, quindi, mentre noi rientravamo in Vaticano, furono tolte le transenne
che avevano separato il presbiterio dai fedeli, e questi cominciarono a sfilare
intorno al catafalco, in senso orario, contenuti da un drappello di svizzeri in
bassa tenuta.
Tutti i partecipanti al rito, cardinali e vescovi,
ci riunimmo nell’ampia sala mensa fatta costruire da papa Desmond, dove ci fu
servita la colazione. Prima di congedarci il Camerlengo ci disse che ci
dovevano riunire a Castelgandolfo, nel pomeriggio alle ore 18, per il primo
convegno dei cardinali tutti, elettori e non elettori. Chi voleva andarci col
mezzo proprio, lo facesse sapere in tempo; gli altri sarebbero stati
trasportati da due pullman, e l’appuntamento era nel cortile di San Damaso alle
17. Ci disse anche che, per il pranzo, chi lo voleva consumare nella mensa vaticana, lo comunicasse al dirigente prima
di andarsene. Io non mi misi in nota. Ma prima di tornarmene a casa, volli
entrare nella basilica, per vedere quanto fosse l’afflusso dei fedeli.
Ero mosso, lo confesso, da una certa curiosità.
Siccome ero poco d’accordo col papa americano, volevo vedere quanto consenso
esso riscuotesse nel popolo cristiano.
A dire il vero la folla era notevole, ma notai che
in gran parte erano turisti: si riconoscevano bene i coreani, i cinesi e i
giapponesi, meno gli americani, ma ai miei occhi esperti si potevano contare in
gran numero; pochissimi erano gli africani. Tutti erano muniti di macchine
fotografiche o di cineprese e indugiavano a scattare o a riprendere, mentre gli
svizzeri gentilmente cercavano di farli avanzare. Insomma erano quasi tutti
mossi, non da un sentimento cristiano di suffragio, ma da curiosità turistica.
Le morti dei papi non sono eventi comuni, e quei turisti si ritenevano
fortunati a poter assistere a uno di questi rari eventi: il precedente era
stato 12 anni prima, il futuro si sarebbe verificato chissà quando.
Volendo trattenermi un po’ in preghiera, cercai un
inginocchiatoio vicino a un confessionale, e con sorpresa vi trovai
inginocchiato il cardinale di Dakar. Mi sembrò tanto immerso nella meditazione
che non osai disturbarlo e mi fermai a qualche metro, aspettando che terminasse
le sue preghiere. Forse sentì di essere guardato, si voltò e mi vide. Allora mi
avvicinai e ci abbracciammo fraternamente.
Anche se io non gli avevo mai detto di aver
procurato la sua nomina, Andreas aveva saputo di dover a me la berretta
cardinalizia, e tutte le volte che veniva a Roma non mancava di venirmi a
trovare; insomma siamo molto amici, e la pensiamo anche allo stesso modo
riguardo alla mondanizzazione della Chiesa.
«Caro Andreas, sono contento di incontrarti, perché
stamattina ti ho appena intravisto e non ti ho potuto neppure salutare.»
«E neppure io, ma mi prefiggevo appunto di venirti
a trovare a casa.»
«E allora andiamo, e così potremo parlare a lungo
e… liberamente.»
«Volentieri… e perché non andiamo a piedi?... la
giornata è bella e una passeggiata ci farà bene»
«Buona idea… mi tolgo questa fusciacca e la
berretta… dammi anche la tua… ecco… mettiamo queste cianfrusaglie nella borsa e
usciamo a vedere il sole… all’aria libera. Sembreremo due preti qualsiasi.»
«Sì andiamo… Ho cercato di pregare un poco, ma in
questa basilica è difficile concentrarsi… più che la casa di Dio mi sembra un
museo affollato di visitatori.»
«Sì, propriamente è un famedio.»
«Questa parola non la conosco: che significa?»
«Eppure, Andreas, col tuo latino ci dovevi
arrivare: famae aedes, cioè il tempio della fama.»
«Sì, è la parola giusta, non la casa di Dio, ma
quella della fama terrena.»
«Tu, Andreas, dovresti migliorare il tuo italiano…»
«Ne so quanto mi basta per conversare con te.»
«Con me puoi parlare in latino e in francese, come
spesso abbiamo fatto anche per telefono; ma l’italiano ti può essere
necessario…»
«Che intendi dire? Che io venga a fare il burocrate
in Curia? Io voglio rimanere pastore.»
«Certo, pastore, ma non della diocesi di Dakar.»
«Sì, ho capito l’allusione… hai sempre voglia di
scherzare, tu.»
«Non scherzo affatto; ognuno dei novanta cardinali
elettori potrebbe diventare papa. Lo Spirito soffia dove vuole… nel chiuso del
Conclave.»
«Ma ora usciamo… sono le 11, ho appena due ore di
tempo libero…»
«Perché? devi tornare in Vaticano per il pranzo? Ti
sei prenotato per i pasti?»
«No, e non ho preso neppure la camera in Vaticano.
Tutte le volte che vengo a Roma, sono ospite dell’ambasciatore del Senegal…
siamo amici d’infanzia… ed è cattolico. Ha saputo del mio arrivo e mi ha
telefonato… invitandomi… in casa sua mi sembra di stare in patria.»
«Allora, affrettiamoci. Siamo buoni camminatori e
in venti minuti saremo in Trastevere. Poi, per l’una, ti porterò io
all’Ambasciata, col mio macinino.»
Non riporto il colloquio che abbiamo avuto a casa
mia; basti dire che abbiamo preso in esame la situazione della Chiesa con le
sue rughe (come papa Ratzinger
chiamava le piaghe denunciate dal
Rosmini) e abbiamo valutato quali priorità dovrebbe affrontare un papa
riformatore e con quale metodo e gradualità. Ma occorre innanzi tutto che
questo papa veramente riformatore, sia eletto… occorre un vero intervento dello
Spirito. Dobbiamo pregare e far pregare… lui i suoi fedeli senegalesi, io i
miei cari 18 orfanelli.
Prima dell’una ho accompagnato Andreas
dall’ambasciatore; ci saremmo rivisti a Castelgandolfo.
Alle 17, ci ritrovammo nel cortile di San Damaso,
dato che dovevamo andare col pullman. Ci sedemmo vicini e riprendemmo il nostro
conversare. Andreas mi chiese:
«Ma, in questa adunanza plenaria, di che cosa
dobbiamo discutere?»
«Non c’è un ordine del giorno; il convegno serve
per conoscerci, per scambiarci le idee; forse qualcuno farà qualche proposta,
solleverà qualche problema… Comunque, sentiremo quello che dirà il Camerlengo,
che presiederà la riunione.»
«Io qualche problema da sollevare ce l’avrei… ma
non so se è opportuno… sono uno dei più giovani… e poi di un continente che ha
tre soli cardinali…»
«Andreas, per l’esattezza ne avete cinque.»
«Sì, cinque; ma io non conto i cardinali di Algeri
e di Brazzaville, che sono francesi, e non ci rappresentano in toto… Tu mi capisci…»
«Sì, comprendo… Comunque l’Africa nera, anche con
tre soli cardinali neri, ha tutto il
diritto di far sentire la sua voce… E’ il continente dove il Cristianesimo si
sta diffondendo.»
«Sì, dappertutto, meno che nei paesi con prevalenza
islamica… lì è difficile penetrare… Un musulmano, a convertirsi, rischia la
vita… Io ne ho molti come amici, che deplorano con me questa intolleranza da
guerra santa, ma si guardano bene dal farlo sapere. Che ci si può fare?»
«Umanamente, niente. Pochi hanno stoffa da
martiri…è comprensibile. Speriamo in Dio e preghiamo che nell’Islam prevalga la
linea moderata, che ora è solo di qualche esponente isolato… molto contestato
dalla maggioranza fondamentalista.»
«Questa non solo è intollerante, ma aggressiva… e
non nasconde il proposito di islamizzare tutto il mondo, con le buone o con le
cattive. Lo dicono e anche lo scrivono…»
«E credono di eseguire in tal modo la volontà di
Allah. Del resto, Maometto era un profeta armato e non esitò a distruggere i
suoi nemici.»
«Sta’ attento a non nominare Maometto men che
rispettosamente» – mi disse Andreas sorridendo.
«Ne parliamo tra amici… fidati.»
«Un vostro proverbio, che ho sentito spesso, dice:
“Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”. Non è così?»
«Sì, Andreas» – risposi anch’io sorridendo – «Ma
ora lasciamo stare queste ciarle… e parliamo sul serio… Tu dici di avere
qualche problema da sollevare… ma temi… Senti, Andreas, se il Signore ti ispira
a dire qualcosa di buono, dillo pure… francamente. Cristo ci ha detto: “Non
abbiate paura!” Segui l’impulso dello Spirito.»
«Dello spirito mio o dello Spirito Santo?»
«Tutt’e due, Andreas; se è dello Spirito, Esso ti
darà anche la forza e… la grazia.»
Così terminò il nostro conversare nel breve
viaggio. Arrivammo alla villa papale con molto anticipo, e ne approfittammo
tutti per concederci una passeggiata nel parco, molto ombroso e abbastanza
fresco.
All’ora fissata ci riunimmo nella sala grande, e io
mi sedetti accanto ad Andreas, il quale, come al mattino, non aveva la fascia
purpurea e portava la berretta nera. Per questo molti colleghi lo guardavano,
tra curiosità e rimprovero. Mi accorsi che il rimprovero era anche per me, che
tutti sapevano amico di Andreas. Io ero in tenuta regolare; e perché non avevo
indotto l’amico a conformarsi alla regola? Mi ritenevano un po’ responsabile di
questa stranezza o esibizione.
Prima che entrasse il Camerlengo a dare inizio alla
seduta, mi si avvicinò il Cardinal Vicario e tra il serio e il faceto mi disse:
«Tu che sei l’angelo custode di Andreas, perché non
gli hai fatto capire che bisognava adeguarsi alla volontà del Collegio e non
fare di testa propria?»
«A dire la verità, caro Andreoni, è stato il
Camerlengo e non il Collegio, a prescrivere la tenuta.»
«E il Camerlengo, durante la Sede Vacante, fa le
veci del Papa, non sei d’accordo?»
«Sì, collega, ma è proprio il caso di dar rilievo a
queste sciocchezze…di abiti?»
«Non sono affatto sciocchezze, amico mio; spesso
l’abito fa il monaco, come tu sai, e la forma rappresenta la sostanza… Avete
visto» aggiunse rivolgendosi anche al nero «che la televisione ci ha ripreso, e
compariremo sui telegiornali… e i telespettatori diranno…» sorrise un po’
ironico: «“Ecco, anche il Sacro Collegio ha la sua bella pecora nera!”…
Andreas, hai capito il mio italiano… o te lo devo ripetere in francese o in
latino?»
«Ho compreso benissimo, reverendo collega.» rispose
Andreas con voce pacata.
«E allora adeguati alla norma… e non fare
dell’esibizionismo!» concluse Andreoni con un po’ di enfasi.
Andreas non
replicò, e il vicario tornò al suo posto in prima fila.
Poco dopo entrò il Camerlengo, e tutti ci alzammo
in piedi. Egli rispose con un sorriso, allargando le braccia come per
abbracciarci tutti; poi, fattosi serio, cominciò:
«Molto reverendi colleghi, membri del Consiglio
Supremo della Santa Chiesa, siamo qui riuniti in preparazione del Conclave che
dovrà eleggere il successore di Sua Santità Sisto VI, che Dio abbia in gloria.
Invochiamo umilmente l’assistenza e l’ispirazione dello Spirito Santo, affinché
ci illumini nelle nostre decisioni, per il bene della Madre Chiesa e di tutta
la Cristianità. Rivolgiamoci dunque a Lui con umiltà e Fede.
In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito
Santo.
Veni Creator Spiritus,
Mentes tuorum visita,
Imple superna gratia
Quae tu creasti pectora.
Eccetera, eccetera.»
Terminata tutta l’invocazione, si fece di nuovo il
segno della croce, imitato da noi tutti, quindi ci invitò a sederci, si sedette
anche lui sulla predella e cominciò con voce un po’ bassa, ma abbastanza
chiara:
«Reverendi colleghi, vi saluto tutti, vi ringrazio
di essere intervenuti, e vi auguro ogni bene e ogni grazia. Abbiamo perduto il
nostro caro Papa dopo appena dodici anni di pontificato, e certamente per la
Chiesa è un momento non solo di dolore e di smarrimento, ma anche di
riflessione. Per il Sacro Collegio è una prova e un impegno pieno di
responsabilità, al quale, lo confesso, non credevo che dovessimo essere
chiamati noi, e siamo i più dei
presenti, che dodici anni fa eleggemmo il cardinale di Boston.
Egli ha retto il timone della navicella di Pietro
con mano ferma e sicura, anche se non tutti erano d’accordo sulla direzione
della navigazione. Perciò, com’è tradizione, ci sono queste tre assemblee
plenarie, per fare un bilancio dell’esercizio pastorale passato, per fare anche
un sincero esame di coscienza e per tracciare, almeno nelle linee portanti, un
piano preventivo dell’azione futura.
Può darsi che la rotta della navicella di Pietro
debba essere in qualche modo corretta, e la responsabilità principale sarà del
papa che noi stiamo per eleggere. Ma da questi nostri incontri informali, dai
nostri rapporti e dai nostri apporti di esperienza e dottrina, dovrebbero
scaturire le linee guida del prossimo pontificato, le quali saranno realizzate
dal papa che eleggeremo, mi auguro, con larga maggioranza, anche per dimostrare
agli scettici che la Chiesa è unita nella sequela di Cristo.
Questi tre incontri ci servono anche per conoscerci
meglio, perché non si potrebbe fare una scelta senza una buona conoscenza
reciproca; ognuno ha i suoi carismi, e anche i suoi difetti, è umano. Può darsi
che anche il defunto pontefice abbia avuto i suoi, e abbia sbagliato in qualche
sua decisione… amministrativa , e ci sono state infatti delle critiche da parte
del clero e anche del laicato di alcuni movimenti ecclesiali.
Ma non stiamo qui per giudicare il Pontefice, egli
è ora al giudizio di Dio, il quale è giusto e misericordioso. Noi Lo preghiamo
per lui; lo abbiamo fatto stamane e lo faremo nei due prossimi giorni in
basilica, mentre nel terzo giorno celebreremo il solenne funerale in Piazza San
Pietro, con diretta televisiva diffusa Urbi et Orbi.
Io non ho altro da dirvi; ora sta a voi avanzare
qualche problema, qualche riflessione, qualche proposta, chi ne ha. Io starò ad
ascoltare e interverrò, nel caso, solo per dirigere la libera discussione a un
fine utile e…unitario. Chi vuol parlare, alzi la mano e dica il suo nome.»
Per molti minuti nessuno si alzò.
Io mi ero proposto di non intervenire; volevo
osservare, conoscere, valutare le idee dei colleghi, specialmente di quelli non
europei, che conoscevo poco, come persona e come… filosofia.
Sembrava che nessuno volesse rompere il silenzio,
che tutti fossero immersi nelle loro riflessioni o preoccupazioni. Io osservavo
Andreas, il quale era tutto teso, e sembrava voler scattare da un momento
all’altro, e che si contenesse a stento. Notavo i suoi muscoli facciali che si
tendevano come archi pronti a scagliare frecce, e pregavo Dio che lo
ispirasse…per il meglio, e non per il peggio, perché un intervento intempestivo
e inopportuno poteva anche portar male.
Ma finalmente chiese la parola il cardinale di
Vienna che è il Decano, 86 anni ben portati e ben 30 di cardinalato; è infatti
stato eletto da Clemente XV nel 2020. Tutti tirarono un sospiro di sollievo, e
si rivolsero alla bella canizie dell’austriaco: era giusto e opportuno che
parlasse lui, il più anziano nella carica. Come anni, c’erano cinque cardinali
più vecchi di lui, tra cui quello di Hong Kong, di ben 94 anni, ma lucidissimo
di mente e…mobile di corpo.
Nel silenzio attento di tutti egli iniziò:
«Reverendi colleghi, ho ritenuto opportuno che
fossi io a rompere il ghiaccio, perché sono il decano, e quindi vi rappresento
tutti. Perciò vi saluto augurandovi ogni bene e auspicando una proficua
discussione alla nostra assemblea.
Io però non voglio proporre questioni dottrinali o
pastorali, almeno per ora, ma una questione, come dire, da diritto canonico.
Ecco, io non trovo giusto che gli ultraottantenni non debbano partecipare al
Conclave. Non fo una questione personale, perché ho 86 anni, ma una questione
di principio. Non capisco con quale criterio si è stabilito che i cardinali
ultraottantenni non debbano entrare in Conclave.
Sono forse dei mentecatti? Vediamo la saggezza e la
lucidità di mente del collega LiaoPing (che saluto con deferenza) e degli altri
ultraottantenni presenti in questa assemblea, ai quali va il mio cordiale
saluto.
A me questa esclusione appare del tutto illogica;
potrebbe ritenersi logico, e fino a un certo punto, escluderli dall’elezione,
solo per un motivo di ordine pratico, in quanto un papa molto vecchio avrà
necessariamente un breve pontificato, e non potrà attuare bene il suo
programma.
Ma perché escluderli dal voto? Anzi il loro voto
sarebbe il più disinteressato e il più saggio, data la loro esperienza maturata
negli anni. E anche per la carica di papa ci sarebbe da ridire…
Tanti di essi hanno pontificato oltre gli 80 anni:
Giovanni Paolo II sino a 85 anni, Pio IX sino a 86 anni, Leone XIII, di
venerata memoria, sino a 93 anni.
Comunque, per motivi eminentemente pratici, io
riterrei giusto escludere dalla nomina gli ultraottantenni, ma per il diritto
di voto propongo che sia restituito a tutti i cardinali, di qualunque età, che
possano e vogliano partecipare al Conclave.
Se fosse approvata questa mia proposta, ecco,
dinanzi a tutti voi io dichiaro che non parteciperò al Conclave, e questo per
dimostrare che non è una questione personale, ma di principio, di convenienza e
di giustizia.»
Karl Kruger si sedette, e nell’assemblea si sentì
un mormorio diffuso, che a me sembrò di approvazione… sommessa. Ma per un paio
di minuti nessuno si alzò a parlare. L’attesa generale era palpabile.
Finalmente il Camerlengo si alzò e disse:
«Reverendi colleghi, il Cardinale Kruger ha fatto
una proposta, sulla quale io non posso né debbo esprimere alcun giudizio.
Perciò chi ha da interloquire lo faccia liberamente, e alla fine della
discussione tireremo le somme.»
Si alzò allora il Cardinale Clozet e disse
rivolgendosi all’austriaco:
«Reverendo collega, la sua proposta sembra
ragionevole e…disinteressata, ma come potrebbe attuarsi? Il divieto fu
istituito con decreto papale, e può essere modificato solo da un altro papa,
non ti sembra?»
«No – replicò il Decano – questa assemblea è come
un sinodo, cioè una riunione plenaria, e il sinodo può, durante la sede
vacante, prendere le decisioni a nome del papa, sempre che esse appaiano giuste
e opportune.»
Si alzò subito il Cardinale Vicario e, rivolto a
Kruger, disse:
«Caro Karl, hai detto tu stesso che questa
assemblea è «come un sinodo», ma sinodo non è. E’ una riunione informale per
conoscerci e scambiarci le nostre idee in merito ai problemi ecclesiastici,
cioè del governo della Chiesa, in vista del Conclave, e non può prendere alcuna
decisione in merito.»
Il Presidente della CEI si alzò, e anche lui con
vari argomenti sostenne che l’assemblea non poteva cambiare nulla riguardo al
diritto di voto.
Intervenne nella discussione anche l’arcivescovo di
Baltimora il quale, in un italiano approssimativo, fece capire che anche lui e
i colleghi nord-americani erano contrari alla proposta. Tutt’al più doveva
essere il futuro papa, se lo riteneva opportuno, a revocare il divieto.
Ci furono altri interventi, tra i quali quello
notevole dell’arcivescovo di Milano, molto dotto in Storia della Chiesa, il
quale portò alcuni esempi storici a favore della proposta di modifica.
Insomma gli interventi furono una diecina, e
siccome erano passate le 20, il Camerlengo chiuse la discussione e mise ai voti
la proposta del Cardinale di Vienna.
Favorevoli: 28, contrari: 8o.
La proposta fu respinta, e il Camerlengo sciolse la
seduta, fissando l’appuntamento per domani in San Pietro alle ore 8, per la
seconda Messa di Requiem in suffragio di Sisto VI.
Stamane, quando sono arrivato nella sagrestia di
San Pietro, ho visto che Andreas era già lì, ma sempre tutto in nero. Stava
parlando con gli altri due cardinali neri, i quali però erano nella tenuta
prescritta. Mi sono avvicinato e, salutato il gruppetto, ho detto scherzando:
«Cari colleghi, il vostro Andreas è proprio di dura cervice, come il popolo ebraico
nell’Antico Testamento.»
«Questo lo sapevamo, noi non ci meravigliamo
affatto» risposero sorridendo i due neri.
«Ma qui desta meraviglia; qui in Vaticano
dev’essere tutto regolare, anche la tenuta liturgica… Davvero, Andreas, perché
non ti sei adeguato? Andreoni ieri ti ha accusato di esibizionismo. Sì, anche
vestirsi eccentricamente può essere da esibizionista… Lo fai per farti notare?»
«No davvero; la fascia e la berretta rosse non ce
l’ho, e neppure la tonaca purpurea che mi pare prescritta per il solenne
funerale di dopodomani, in piazza San Pietro.»
«Ti sei dimenticato di portarle da Dakar?»
«No, è proprio che non le ho più, ho perduti quegli
indumenti, e non li ho mai più
ricomprati.»
«Li hai perduti, dove, come?»
«E’ una storia un po’ lunga, a raccontarla tutta.
Adesso non c’è tempo, ché dobbiamo recarci in basilica. Dopo, a colazione, ti
racconterò.»
La messa fu celebrata dal Segretario di Stato con
alla destra Andreoni e Bertinori alla sinistra.
Dopo la benedizione alla salma ci recammo tutti in
sala mensa per la colazione. Mi affiancai subito ad Andreas, perché volevo
sapere la storia degli indumenti perduti. E subito gli chiesi:
«Dunque, Andreas, che ne è stato di quegli
indumenti? Come li hai perduti?»
«La tonaca, la fusciacca e la berretta color
porpora mi erano state regalate dal papa, come tu sai, ed erano di purissima
seta naturale, marezzata in modo magistrale e molto appariscente.»
«Sì, papa Sisto donava gli abiti a tutti i
cardinali che creava. Lo faceva per ingraziarseli. »
«Io ero molto felice di quegli indumenti… sai, noi
africani, siamo un po’ bambini, ci piacciono molto i colori, specialmente il
rosso, non dico poi il purpureo. Non era vanità… mi sembrava, così vestito, di
essere più credibile con i miei fedeli, più ben accetto… e così era veramente.
Come ho detto, i neri sono come i bambini, e sono attirati dai colori. Del
resto, hai visto quanto sono colorati i loro costumi tribali.»
«Beh, d’accordo, e che è successo poi?»
«Quegli indumenti li usavo solo nei solenni
pontificali e quando andavo a visitare le parrocchie per amministrare la santa
Cresima…. Cinque anni fa, mi pare, dovendo andare in una missione molto
all’interno, alla quale dovevo portare molte medicine e altri prodotti per
l’infanzia, vidi che l’auto era piena zeppa, e non c’era più posto per il
cofanetto di legno intarsiato dove erano riposti gli indumenti.
Dissi al mio segretario che bisognava lasciarlo,
per non sacrificare le medicine e il latte in polvere. Lui fu d’accordo, ma
l’autista, un nostro valente catechista, si oppose e tanto fece che riuscì a
cacciare il cofanetto sotto il sedile posteriore dell’auto.
Durante il viaggio su piste appena sterrate,
nell’attraversare una zona boscosa, fummo fermati da banditi o guerriglieri
armati che ci tolsero tutto, medicine, cibarie e quel poco denaro che avevamo.
Il denaro non era più di un migliaio di franchi e il capo bandito, irritato per
lo scarso bottino, mi disse: ”Per la vostra liberazione dovete sborsare 100.000
franchi; ora lei rimane qui prigioniero e il suo amico torna a Dakar a prendere
i soldi.”
Io e don Daniel viaggiavamo in borghese, per
comodità, e il capo non si era accorto che eravamo dei preti. Allora io dissi
chi eravamo, e che mi recavo nella mia missione di Kidira per amministrare la
cresima ai catecumeni. I banditi, o guerriglieri che fossero, non erano
cristiani, ma forse neppure mussulmani. Rimasero come sorpresi e anche
increduli. Il capo mi disse: “E chi ci dice che tu sei il vescovo di Dakar e
questo il tuo segretario?”
Allora ordinai al catechista di tirar fuori il
cofanetto da sotto il sedile. Ce ne volle per liberarlo dal suo nascondiglio!
Quando potei prenderlo in mano, lo aprii e mostrai al capo i miei indumenti
cardinalizi. Rimase come folgorato da quella porpora splendente; non finiva più
di guardarla e di ammirarla. Poi mi disse: “Voi siete liberi, siete brava
gente, che cercate di aiutare gli altri. Ecco, vi fo restituire i soldi, le
medicine e le cibarie, ma mi prendo questo cofanetto. Siete d’accordo?”
“Certamente” - risposi – e ripartii senza il mio cofanetto
intarsiato ma con tutto il resto, cose per me ben più preziose. Poi non ho
voluto spendere soldi per ricomprare quelle…galanterie. Porro unum est necessarium. Tu concordi?»
«Pienamente, Andreas, hai fatto bene. Però ora
bisogna adeguarsi, per le cerimonie in San Pietro, se no Andreoni dirà che la
pecora nera si vuole proprio esibire
nella sua negritudine per mostrarsi degno erede di Senghor, fondatore della
Repubblica Senegalese. Adesso andiamo subito a casa mia, e troveremo un
rimedio… facile.»
«Sì, ricomprare gli indumenti… troppo facile, ma io
non sono d’accordo, anche se la spesa la volessi fare tu… sono soldi sprecati.»
«Non sprecheremo dei soldi… sono ben altrimenti
utili, i tuoi per le missioni in patria, e miei per i miei orfanelli.»
«I tuoi orfanelli? e quali?»
«Ah, non lo sai… forse non te l’ho mai detto. Io,
dato che per me spendo pochissimo, con la prebenda di cardinale mantengo un
piccolo orfanotrofio per bambini abbandonati, dai 6 ai 14 anni, italiani ed
extra-comunitari. Non solo con i miei soldi, s’intende, ma anche col contributo
di qualche cristiano generoso, e con l’aiuto di altri.»
«Sono molti? E dove li tieni?»
«Non sono molti, non potrei. Per loro ho preso in
fitto in Trastevere, vicino a casa mia, un vasto appartamento, circa 400 m²,
dove posso ospitare non più di 18 ragazzi. Sono aiutato da un bravo sacerdote,
da un professore in pensione e da due pie donne, che prima erano gattare…»
«Gattare? che facevano?»
«Non conosci la parola? Vedi, è un’altra parola
italiana che ignori, ed è grave! A dire la verità, non è italiana, ma
romanesca… Ma tu devi imparare anche il romanesco… se vuoi vivere a Roma.»
«Vivere a Roma? Ma se non vedo l’ora di tornare
alla mia diocesi!»
«Chissà che tu non debba rimanere a Roma… I disegni
di Dio sono imperscrutabili.»
«Continui a scherzare con me, ingenuo africano… Ma
insomma, che significa gattare?»
«La parola gatta la conosci, Roma è piena di
gatti…»
«Sì, specialmente a piazza Argentina.»
«Un po’ dappertutto… ebbene ci sono molte… pie donne, che danno da mangiare a
questi animali. Cucinano addirittura per loro, e portano il mangiare in
determinati luoghi, dove occorrono i gatti randagi. Ci sono poi altre donne più pie che li tengono
addirittura in casa, in gran numero… Ebbene
due di esse, zitelle abbastanza danarose, ne ospitavano una ventina nel
loro vasto appartamento, ma non mancavano mai di portare del cibo anche ai
gatti di strada. Io le ho conosciute appunto mentre si dedicavano ai gatti
randagi, e ho cominciato a chiacchierare con loro incontrandole quasi ogni
giorno. Un giorno esse mi invitarono a vedere il loro zoo domestico… Quasi
quasi non credevo ai miei occhi. Per la comunità felina avevano destinato due
belle stanze a pian terreno, che davano anche su un piccolo giardino. Mi
dissero che per accudire a quelle bestiole spendevano una somma mensile, che
era il doppio del fitto dell’orfanatrofio.»
«E queste pie
donne non si accorgevano della loro stoltezza?»
«No, Andreas, non era stoltezza… io le capivo…
Erano zitelle e non avevano affetti che le potessero consolare della delusione
della loro esistenza… Nel dedicarsi a quelle bestiole trovavano un certo
conforto e, a dire la verità, anche le bestiole erano affezionate a loro…
Quando insieme entrammo nello zoo, tutte le gatte accorsero con la coda dritta,
per farsi accarezzare, e le zitelle si ricreavano in questo scambio di affetto.
Per non farla lunga, a poco a poco convinsi le due sorelle a dismettere quel
costoso allevamento e a dedicarsi a un’opera più meritoria davanti a Dio,
accudendo a tanti poveri orfanelli… Ma ora capisco che mi sono dilungato in una
storia che, con gli indumenti cardinalizi, c’entra ben poco.»
«Sì, torniamo agli indumenti… Cosa proponi?»
«Te lo dirò. Ora sono già le 11; andiamo a casa
mia, dove continueremo il discorso. Anzi oggi pranzerai con me. telefonerai
all’amico Ambasciatore per dirgli che… devi onorare un altro invito.»
«E dove mi fai pranzare, al ristorante? A casa tua
non ho visto nessuna cuoca.»
«Non ne ho bisogno; io normalmente pranzo
nell’orfanatrofio, coi miei ragazzi. Se ho da fare in Vaticano, mi servo alla
mensa interna. Alla sera poi mangio in casa, ma solo latte e biscotti. Non ho
bisogno di cuoca.»
«Allora mi porterai all’orfanatrofio?»
«Appunto… così conoscerai quei ragazzi, ai quali
dirai qualche parola… ne saranno contenti. Ma ora andiamo chez moi per quell’altro problema da risolvere.»
A casa innanzi tutto gli feci telefonare
all’Ambasciata, poi ci sedemmo e riprendemmo il discorso cominciato in Vaticano.
«Dunque, Andreas, ecco la soluzione del nostro
problema… la quadratura del cerchio…»
«Vediamo… so che hai molta inventiva.»
«Non c’è da inventare niente… gli indumenti per te
sono… pronti… qui in casa mia.»
«Che dici? Li hai comprati, sciupone?»
«Non li ho comprati. Ascolta, ho anch’io la mia
storia… o storiella da raccontare. Ebbene, quando io fui nominato cardinale,
due anni prima di te, ebbi anch’io in dono tutti gli indumenti cardinalizi in
seta naturale marezzata, come li ha avuti tu. Erano tanto belli, che mi
sembrava un peccato sciuparli… perciò me ne comprai degli altri, di seta
artificiale, ugualmente belli, ma molto meno costosi. E io in tutti questi
anni, quando ho dovuto indossare la porpora per i riti solenni in San Pietro o
per altre cerimonie, ho sempre indossato… questi surrogati… equivalenti.
Orbene, qual è la conclusione?»
«Qual è la conclusione? Lo domandi a me?»
«La conclusione è che per te ci sono pronti quegli
indumenti… noi siamo di uguale corporatura, e vedrai che ti andranno benissimo.
Sono ben lieto di farli indossare a te… io li ho messi una sola volta. Adesso
te li fo vedere, perché sono per te.»
«No, amico, questo è troppo; tutt’al più io mi
metto i tuoi surrogati.»
«I surrogati hanno ormai dimestichezza con me, e mi
appartengono; mentre… gli originali… sono quasi in attesa di un padrone, da
parecchi anni.»
«Il padrone sei tu, sono stati donati a te, e i
regali non si riciclano.»
«E va bene… li indosserai solo in questi giorni,
poi me li restituirai. A me non servono, e penso che li utilizzerò in altro
modo. Tra i benefattori dell’orfanatrofio, il più generoso è un ex-ammiraglio,
il quale è un fanatico collezionista. Essendo facoltoso, acquista a caro prezzo
divise antiche, bandiere, stemmi, abiti da cerimonia, anche indumenti ecclesiastici.
Ultimamente ha comprato, a un’asta, per una somma ingente, un camauro, che secondo il certificato era
appartenuto a Giulio II, un papa del secolo XVI.»
«Un camauro?
E che cos’è?»
«Non lo sai? Ecco, è un’altra parola italiana che
ignori. Andreas, Andreas, questo è grave, studiati il vocabolario… Non lo hai
portato? Te ne darò io uno, molto aggiornato. Comunque il camauro è un copricapo papale un po’ buffo, perché è a forma di
cuffia che copre pure le orecchie, di pesante velluto rosso e con l’orlo di
ermellino bianco. Evidentemente era portato solo d’inverno, ma, che io sappia,
pochi papi l’hanno usato, perché quella ricca cuffia sembra più adatta a una
freddolosa matrona del tempo andato, che a un pontefice. Tra gli ultimi papi,
lo ha messo, e credo una sola volta, Benedetto XVI, e sembrò qualcosa da
immortalare, tanto quel copricapo appariva strano.»
«Io non ho mai visto una fotografia di papa
Benedetto con in testa quel coso che dici.»
«La Curia e il papa stesso si accorsero che
risuscitare quel copricapo era cosa un po’ buffa, e cercarono di non far
diffondere la foto. Comunque, l’ex ammiraglio, appena lo comprò, venne
giubilante a casa mia per mostrarmelo. Si venne a parlare dei vari indumenti
del papa e anche dei cardinali, di tutte le insegne del grado e dei vari
arredi, in gran parte scomparsi, come triregno, tiara, sedia gestatoria,
flabelli, galeri rossi e galeri bianchi. A un certo punto l’amico mostrò la
curiosità di osservare da vicino gli indumenti cardinalizi, perché aveva letto
che questi, come quelli papali, sono regolamentati anche per i bottoni, le
asole, le cuciture e gli orli. Non potei far altro che mostrargli gli indumenti
regalatimi da Sisto VI. Rimase come incantato e disse che, per avere un simile arredo nella sua collezione,
avrebbe volentieri sborsato il doppio che per il camauro di Giulio II. Gli
risposi che, a un generoso benefattore come lui, avrei volentieri regalato il
mio arredo; ma non potevo farlo, per non irritare il papa, se per caso fosse
venuto a saperlo. E aggiunsi: “Quando Sisto VI non ci sarà più e non si può più
offendere, potrò disporne a mio piacimento.” Penso dunque di regalare gli
indumenti a quel caro benefattore, che certamente ricambierà il dono con
generose offerte al mio orfanotrofio.»
«Farai molto bene a darli a lui, se ti merita. Io
te li riconsegnerò subito dopo il Conclave.»
«Ora andiamo al mio orfanotrofio; è qui vicino; i
ragazzi stanno per tornare dalla scuola, e sarà servito il pranzo, per loro e…
per noi. Gli indumenti te li manderò all’Ambasciata nel pomeriggio per mezzo
del mio collaboratore.»
I ragazzi non erano ancora tornati, e ne
approfittai per far visitare ad Andreas tutte le stanze, la sala di studio,
quella da pranzo e la cucina. Le due ex-gattare stavano ultimando la cottura
delle portate: il primo, rigatoni al ragù, il secondo, una cotoletta alla
milanese col contorno di purè di patate, e per frutta una mela. Scoperchiai la
pentola del sugo, sentii il buon profumo e lo feci sentire ad Andreas. Lui notò
un aroma per lui nuovo, dovuto a qualche particolare ingrediente a lui
sconosciuto, e mi chiese:
«Che cos’è questo aroma un po’ piccante? Pepe non
è… quello lo conosco… e nemmeno peperoncino… è qualcosa di diverso, ma buono.»
«Sì, sono i chiodi di garofano… queste brave cuoche
non mancano mai di mettere nel ragù una bella cipolla intera, inzeppata con
cinque-sei chiodi di garofano.»
«Interessante… finora non avevo mai sentito questo
aroma… mi piace… è una buona ricetta. Ma i chiodi di garofano, che mi pare
vengano dalle Molucche, costano molto?»
«No, sono a prezzo modesto… Nel Medioevo, sino alla
scoperta dell’America, allora costavano un occhio, come il pepe e le altre
spezie, di cui i Veneziani tenevano quasi il monopolio e le smerciavano in
tutta Europa per le mense dei signori. Allora, per rendere gustosi i cibi, non
avevano pomodori, peperoni, melanzane e patate, tutti prodotti venuti dal Nuovo
Mondo, e i fagiani, le pernici, le trote e le orate erano… condite e rese
sapide con quelle spezie, allora costosissime. La filiera di questo commercio
era molto lunga. Cominciava dalle Molucche e dalle altre isole della Sonda che
le producono; commercianti indiani o arabi le trasportavano per mare al Golfo
di Aden o al Mar Rosso; da qui i carovanieri le portavano ai porti del
Mediterraneo, Alessandria, Gaza, Tripoli di Siria, Beirut. Qui le compravano,
già a prezzo elevato i mercanti veneziani, che con le loro navi le portavano a
Venezia, da dove poi, per via terra, le smerciavano in tutta l’Europa, e
specialmente nei paesi germanici, per “li Tedeschi lurchi”,[1]
cioè ghiottoni, come dice Dante. Ma dopo la scoperta di Colombo e soprattutto
dopo Magellano il commercio delle spezie, del resto già detronizzate dalle
abbondanti derrate americane, passò agli Spagnoli, ai Portoghesi e agli
Olandesi, che le andavano a prendere con le loro navi nei luoghi di produzione,
nelle isole della Sonda.»
«Le isole della Sonda le conosco, ma Magellano chi
era?»
«Non ne hai mai sentito parlare? È quello che per
primo effettuò il giro del mondo… cioè lui non lo terminò, ma una delle sue
cinque navi sì.»
«Perché lui no, e una sola delle sue cinque navi?»
«Perché lui fu ucciso nelle Filippine in un
conflitto con gli indigeni, e quattro delle cinque navi andarono perdute nel
triennale (1519-1522) periplo.»
«Tu ti diverti a usare parole… inusitate… Lo fai
per esibizione letteraria o a scopo didattico? Non conosco la parola periplo.
Che significa?»
«Sì, è vero, è parola dotta. Vedi, Andreas,
l’Italiano viene direttamente dal Latino, e il giro del mondo per mare si dice
latinamente circumnavigazione, e periplo
è la parola equivalente in greco. Allo stesso modo un “giro di parole” che alla latina diciamo circonlocuzione, lo diciamo pure, grecamente, perifrasi. È la ricchezza, la varietà
della lingua italiana.»
«O meglio la difficoltà, non solo per le parole, ma
anche per la loro pronuncia, ora tronca, ora piana, ora sdrucciola. Il Francese
è a questo riguardo molto più semplice.»
«Ma anche più monocorde. L’Italiano, forse non lo
sai, ha anche parole bisdrucciole e trisdrucciole.»
«Davvero? Dimmene qualcuna.»
«Te le dirò… ma in un’altra occasione…»
«No, dimmene ora qualcuna… sono proprio curioso.»
«A dire la verità, non sono vocaboli semplici, ma agglomerati di forme verbali e particelle pronominali. Per esempio:
“E ora andàtevene.”, che è parola
bisdrucciola; “Questo tuo diritto rivéndicatelo.”,
che ha l’accento sulla quintultima sillaba… Ma ora lasciamo queste curiosità
linguistiche, perché sono arrivati i ragazzi e li dobbiamo accogliere.»
Entrati nella sala, i ragazzi si affollarono
attorno a me, guardando con una certa curiosità e meraviglia il prete tutto
nero che era seduto accanto a me. Perciò mi alzai e dissi:
«Cari ragazzi, questo è un mio amico, arcivescovo
di Dakar, capitale della Repubblica del Senegal, nell’Africa Occidentale, un
tempo colonia francese. Siccome è cardinale, è venuto a Roma per il prossimo
Conclave. I cardinali neri sono soltanto tre, ma la Chiesa in Africa è molto
attiva. Lui ha espresso il desiderio di conoscervi e vuole rivolgervi un
saluto.» Ciò detto mi sedetti e si alzò Andreas che disse:
«Cari ragazzi, sì, ho voluto conoscervi per
portarvi anche il saluto dei ragazzi africani, di cui molti sono orfani o
abbandonati, come eravate voi prima di essere accolti in questo… collegio.
Ringraziate perciò il Buon Dio per questa … fortuna, e mostratevi anche grati a
coloro che si occupano di voi, a cominciare dal vostro… papà che è mio caro
amico. Siate docili agli insegnamenti, non solo a quelli scolastici, ma anche e
soprattutto a quelli morali e religiosi… È la Religione, la Fede cristiana che
può darvi un senso e una direttiva sicura alla vostra vita. Vi auguro ogni bene
e, ora che vi ho conosciuto, vi assicuro che pregherò spesso per voi, anche
tornato in Africa.»
I ragazzi, che avevano ascoltato con molta
attenzione, accennarono un battimano, che Andreas fece cessare col cenno della
mano. Volevano tutti baciargli la mano; lui non lo permetteva, ma accarezzava
le loro teste.
Poi ci sedemmo tutti a tavola, e dopo la preghiera
e la benedizione, ci mettemmo tutti a mangiare con molto appetito.
Quando lasciammo l’orfanatrofio, Andreas si diresse
all’Ambasciata, io a casa, dove feci la consueta breve siesta sulla poltrona
reclinabile. Poi provvidi a mandare all’Ambasciata gli indumenti cardinalizi e
il vocabolario italiano promesso. Alle 17 ci ritrovammo nel cortile di San
Damaso, e con soddisfazione vidi che aveva la fascia e la berretta rosse. A
Castelgandolfo, l’assemblea era sempre presieduta dal Camerlengo, il quale
disse che dovevamo scambiarci le nostre idee sulla situazione della Chiesa e
sulle sue prospettive future da tutti i punti di vista, dottrinale, politico,
pastorale e amministrativo, sia centrale sia periferico.
Per primo prese la parola il Segretario di Stato,
il quale sostenne che la situazione della Chiesa era abbastanza buona, se non
eccellente. L’unione tra centro e periferia era encomiabile, il prestigio del
Vaticano era notevole, le finanze erano in buono stato, cioè in attivo, per
merito dell’accorta gestione dello IOR e dell’Amministrazione del Patrimonio
della sede Apostolica (APSA). Si era verificato, negli ultimi anni, un certo
calo nei battesimi e nei matrimoni in chiesa, dovuto al progredire del
relativismo e dell’indifferentismo religioso, ma il Cattolicesimo, se perdeva
posizioni in Europa, ne guadagnava in Africa e anche in Cina, per cui il numero
dei battezzati praticamente non era calato che di poco, attestandosi sul
miliardo di fedeli. È vero che
l’aeroporto della Santa Sede a Maccarese aveva destato qualche perplessità, ma ora
tutti potevano constatare l’utilità dell’opera, per la facilità dei
collegamenti con tutte le diocesi e le Delegazioni Apostoliche. I vescovi, i
cardinali, i diplomatici, e non soltanto il papa, volavano per tutto il mondo
agevolmente e senza dipendere da altri vettori. Era stata criticata l’ampiezza
dell’aeroporto; e anche lui aveva proposto un’opera più modesta. Ma ora
riconosceva che Sisto VI aveva ragione; egli pensava anche a un profitto per le
finanze della Santa Sede, bisognose di introiti. Infatti la pista maggiore con
i relativi servizi è stata data in gestione a una società di aerei-cargo, la
quale paga un notevole canone di affitto. Certamente nella Curia non tutto era
perfetto, e perciò era benvenuta ogni opportuna osservazione e ogni proposta
migliorativa.
Dopo Clozet si alzò Andreoni, il Vicario. Il suo
intervento fu breve: egli concordava con la relazione del Segretario di Stato;
solo aveva da ridire sull’amministrazione finanziaria la quale, florida come
era, avrebbe potuto e dovuto finanziare più generosamente le diocesi, e
specialmente quella di Roma che, essendo del Papa, doveva essere privilegiata
anche nella di divisione dell’attivo
gestionale.
Il presidente della CEI, che intervenne subito
dopo, parlò anche lui brevemente, sostenendo che il Cattolicesimo, almeno in
Italia, non era in crisi. Secondo la statistica della CEI il numero di
battesimi, matrimoni e funerali in Chiesa era calato solo del 2% nell’ultimo
quinquennio rispetto a quello precedente. Per grazia di Dio, anche per l’impegno
di tutti i vescovi, il Cattolicesimo aveva in Italia il suo nocciolo duro, come
in Polonia, e anche lì per merito e opera della Gerarchia.
Io osservavo Andreas che, al sentire tutte queste
lodi, mostrava il suo dissenso, agitandosi sulla sedia e contraendo i muscoli
del viso. Quando Bertinori si fu seduto, si sentì un certo mormorìo
nell’assemblea, ma nessuno si alzò a parlare. Andreas mi disse a bassa
voce:
«Non sarebbe il caso di intervenire? Qui si parla
della Chiesa come se fosse una società gestionale tutta terrena, e non una
Istituzione divina per la predicazione del Vangelo a tutte le genti e per la
salvezza delle anime. Perché non ti alzi tu, amico, a denunciare la
mondanizzazione della Chiesa?»
«Andreas, per ora non mi sento di intervenire;
voglio ascoltare gli altri, sentire le opinioni dei cardinali forestieri,
specialmente quelli del secondo e terzo mondo, delle terre di missione. Se tu
te la senti, Andreas, alzati e parla come il cuore ti ispira.»
Ma non avevo finito di parlare che si alzò il
cardinale Mercedes, arcivescovo di Fortaleza, un meticcio. Egli disse:
«Cari fratelli in Cristo, vi porto i saluti dei
cattolici della mia diocesi, in gran parte indios, negri o meticci e, quale
primate del Brasile, anche di tutti i carioca. Finora non ho sentito che lodi;
nella Chiesa, a quanto pare, tutto va bene, non ci sono correzioni di rotta da
apportare. Ma io, e molti colleghi con cui ho parlato, non siamo d’accordo. La
Chiesa, in questi ultimi decenni, non ha fatto che accentuare la sua mondanizzazione,
mentre ha pensato poco o niente alla missionarietà, cioè alla conversione e
alla salvezza delle anime. Si pensa solo all’apparenza, alla visibilità, ai
bilanci finanziari, alle cerimonie pompose, alle acclamazioni, ai ricevimenti…»
A interrompere la requisitoria si alzò Clozet il
quale con un gesto di diniego e con un sorriso che mi parve ironico verso il
meticcio, disse quasi con enfasi:
«Reverendo collega, siamo troppo abituati a sentire
simili geremiadi… È troppo facile accusare la Chiesa di mondanizzazione et similia, fare accuse generiche e
vaghe. Veniamo al sodo, al merito del problema. Dov’è per te la
mondanizzazione? Che cosa non va, che cosa bisogna cambiare… e come? Non
continui, ti prego, con queste genericità…»
«Verrò al merito e molto volentieri, reverendo
collega. Il primo aspetto della mondanizzazione è la diplomazia. La Santa Sede
ha Nunziature e Legazioni apostoliche, cioè ambasciate, mi pare, in 180 paesi,
più degli Stati Uniti, con tanto personale ecclesiastico e tanta spesa. A che
servono? A predicare il Vangelo? A salvare le anime? A gennaio, nell’incontro
annuale del Papa col capo diplomatico, abbiamo visto quanta inutile pompa,
quante parole vuote, quanta esibizione mediatica…»
«Lo dici tu, collega Mercedes; non è esibizione
mediatica, è una consuetudine di tutti gli Stati, che all’inizio di ogni anno
organizzano questi incontri diplomatici, che servono a cementare l’amicizia e
la solidarietà tra le nazioni.»
«Ma la Santa Sede è una Chiesa, una Religione, una
Comunità di fedeli, non uno Stato. Gesù Cristo non ha fondato uno Stato, ma una
Chiesa, una Ecclesia, cioè una assemblea
orante.»
«Mi dispiace dirtelo, caro collega, ma tu non tieni
conto della Storia… voglio dire quella della Chiesa, e anche quella della
civilizzazione. E ora devo purtroppo ricordartela io, se permetti» replicò
Clozet con voce alquanto vibrata.
Queste parole erano un po’ offensive, e io temetti
uno scontro poco edificante per un’assemblea di cardinali. Ma intervenne
Andreoni a placare le acque agitate. Si alzò e, rivolto a Clozet, disse:
«Caro Charles, a continuare su questo tono, si
farebbe sterile polemica. Lascia che sia io a convincere il collega brasiliano
che le sue accuse sono… immotivate. Io conosco bene i brasiliani, sono stato
cinque anni Nunzio Apostolico in quel grande paese e ne conosco la mentalità…
Vedo che sei d’accordo e ti ringrazio.»
«Caro Aloysius,» disse poi rivolto sorridendo al
cardinale Mercedes «il cardinale Clozet non ha torto quando dice che la Città
del Vaticano è uno Stato; è infatti uno Stato di diritto internazionale,
riconosciuto da tutte le nazioni e rappresentato all’ONU. È uno stato
piccolissimo, il più piccolo del mondo, di appena 44 ettari e circa 1000
abitanti, ma che ha le sue rappresentanze diplomatiche in quasi tutti gli altri
Stati, i quali a loro volta hanno delle ambasciate qui presso la Santa Sede. Tu
ti chiedi: “Per la Santa Chiesa serve uno Stato?” Tu dici di no; per carità,
hai le tue buone ragioni, ma devi ammettere che esso serve per assicurare alla
Chiesa piena libertà nel suo ministero religioso. Se il papa fosse suddito
dello Stato Italiano, sarebbe soggetto alle sue leggi, e da un governo
anticlericale potrebbe essere ostacolato e anche incriminato e arrestato. Lo
Stato Pontificio è sorto proprio per garantire al papa piena libertà di azione
e di legazione. È vero che nel passato, quando comprendeva molte regioni
italiane, esso fu alla Chiesa piuttosto di peso che di aiuto, perché la implicò
nelle alleanze, nelle leghe e anche nelle guerre.
Quello Stato così vasto certamente non serviva alla
missione della Chiesa, e neppure a garantire la libertà del papa. Infatti Pio
VI e Pio VII per motivo politico furono arrestati da Napoleone, e il primo morì
in Francia, in esilio. La Chiesa non è stata istituita da Cristo per
amministrare popoli, ma per salvare le anime, come tu ben dici. Ma un minuscolo
Stato, praticamente più de jure che de facto, serve per assicurare al Sommo
Pontefice piena libertà di azione e di comunicazione con tutte le diocesi
sparse nel mondo. Egli non è suddito di nessuno Stato, ma sovrano nel suo Stato, riconosciuto e rispettato da tutti.»
«Egregio collega Andreoni, non sono ignorante di
storia della Chiesa e neppure di storia della civiltà, come ha insinuato il
Segretario di Stato. Quando nel 1870 il Regno d’Italia mise fine allo Stato
Pontificio, approvò subito una legge, per garantire al papa piena libertà di
azione, sottraendolo alla giurisdizione della legge italiana. Era una buona
legge, e bastava quella; perché ricostituire uno Stato, che come organizzazione
terrena è fomite di corruzione e di prevaricazione?»
«Evidentemente quella legge non bastava, se non
solo la Santa Sede ma anche lo Stato Italiano convennero liberamente di
ricostituire lo Stato Pontificio, anche ai minimi termini. Tu dici che è fomite
di corruzione e di prevaricazione? E’ tutto da dimostrare, e chi è senza
peccato scagli la prima pietra. Voi brasiliani vedete o tutto bianco o tutto
nero. Questo è manicheismo. Non vi rendete conto, talora, della problematicità
delle situazioni, tendete a semplificare, e anche ad assolutizzare,
specialmente gli indios e i sanguemisti. Venite da una civiltà tribale,
semplice, senza complicazioni, con poche esigenze e pochi problemi…
Per carità, non voglio sottovalutare la vostra
civiltà, anzi la ammiro. Ti ricordi, Aloysius, quando nel 2042 venni a trovarti
a Fortaleza, e tu mi portasti nell’interno dell’Amazzonia a incontrare alcune
tribù indiane? Vivevano ordinate e pacifiche sotto i loro cacicchi, contente di
poco e senza tentazioni di prevaricare, come tu dici. Ne fui bene
impressionato, e anche del tuo zelo pastorale per la conversione di quegli
indios primitivi, tanto è vero che l’anno successivo ti feci eleggere
cardinale, come tu ricorderai.»
«Certo che lo ricordo, reverendo collega, ma tu
perché me lo ricordi, ora?»
«Così, per niente di particolare, solo per
ricordarti la mia stima e amicizia, e che noi stiamo qui non per fare sterile
polemica e tanto meno per recriminare sul passato. La Chiesa oggi è quella che
è, ed anche un piccolo Stato… se ci sono dei difetti, delle rughe, cerchiamo di
individuarle e studiamo insieme come poterle eliminare.»
«Io ho individuato lo spreco di denaro e di
personale per le 180 delegazioni apostoliche.»
«E come farebbe la Santa Sede per comunicare con
questi 180 Stati, grandi o piccoli che siano, allo scopo di garantire libertà
di culto ai fedeli cristiani? Per far questo occorrono trattati, concordati,
convenzioni, e per stipularli occorre una rappresentanza diplomatica sul posto.
Non ti pare, Aloysius?»
«Non tanto. Secondo me, per gli Stati piccoli, o
dove i cattolici sono una sparuta minoranza, non occorrono trattati né
concordati. Negli Stati più grandi, e dove i cattolici sono la maggioranza o
una minoranza consistente, sarà il Presidente della Conferenza Episcopale a
trattare col Governo, se c’è da trattare qualcosa, sempre d’accordo con
l’episcopato locale. Perché una rappresentanza diplomatica? E, aggiungo, perché
il Vaticano deve avere un suo Ministro degli Esteri? Non basta il Segretario di
Stato, come negli USA?»
«Senti, Aloysius, per i piccoli Stati, e in quelli
dove i cattolici sono pochi, potrei essere d’accordo con te, e forse una
ventina di Legazioni Apostoliche potrebbero essere abolite, risparmiando un po’
di soldi. Ma per gli altri Stati no. Le Nunziature Apostoliche servono anche
come osservatorio della Santa Sede sulla situazione della Chiesa locale,
sull’attività dei suoi vescovi, sulle nomine e sulle promozioni da effettuare.
Non sono stato io, da Nunzio in Brasile, a proporti cardinale? Non è stata
certamente la tua Conferenza Episcopale.»
«E se non fossi diventato cardinale, la Chiesa
Universale non ne avrebbe avuto alcun danno, e la mia diocesi ne avrebbe avuto
un beneficio, perché io avrei avuto più tempo per dedicarmi ad essa. Qui a
Roma, quando ci son venuto, non sono
servito… a nulla.»
«Non dire questo, non ti buttar giù… Sei stato
sempre il benvenuto in Vaticano e anche apprezzato.»
«Nei tre concistori a cui ho partecipato, se ti
ricordi, ho fatto anche delle proposte…sempre inascoltate.»
«Non mi sembra. Dimmene qualcuna, almeno una.»
«Se ti ricordi, nel concistoro del 2044, il primo
al quale partecipai, proposi di editare di
meno e di agire di più. Tante encicliche, atti, decisioni, decreti,
costituzioni, questionari, ecc. che alla fine di ogni anno formano un bel tomo
da mettere in libreria, servono poco alla comunità cristiana, e i vescovi sono
letteralmente sommersi dalle stampe
che ogni giorno giungono loro dalla Curia, e non riescono neppure a leggerle,
tante scartoffie…»
«Ora veramente esageri, caro Aloysius… Anzi, tutti
questi atti, di cui tu parli, documentano il Magistero, l’attività della Chiesa
centrale, che è direttiva, e deve dirigere quella locale, che è operativa, ma
deve essere guidata dal Centro in modo unitario, ché altrimenti l’azione locale
potrebbe diventare dispersiva… Dirò di più: i media, e specialmente la stampa, dà speciale rilievo a questi atti
della Santa Sede, e da essi valuta l’efficacia della sua azione. Specialmente
le encicliche sono prese in esame… e, se non esaltate, sono sempre valutate
positivamente come segni della vitalità della Chiesa.»
«Sì, dai tanti vaticanisti che affollano la vostra
sala stampa, i quali vivono… di questi articoli elogiativi.»
«Adesso sei ingiusto… molto esagerato, e mi sembra
proprio, lasciamelo dire, che tu presuma troppo nei tuoi giudizi.»
A questo punto intervenne opportunamente il
Camerlengo, per evitare che la discussione degenerasse in uno scontro
personale. Si alzò in piedi e suonò il campanello. Tutti ci alzammo con un
sospiro di sollievo. Egli disse:
«Reverendi colleghi, sono già le 20, e ritengo
opportuno concludere questa seconda adunanza plenaria. Abbiamo sentito con
interesse quanto ha esposto il collega Mercedes. Sono problemi da prendere in
considerazione con prudenza e saggezza, ma naturalmente ogni decisione in
merito spetterà al futuro papa. Io sto prendendo appunti, e stenderò una
relazione di queste giornate d’incontri… conoscitivi, che presenterò al nuovo
papa. Ora vi saluto tutti, e vi do appuntamento domattina per la messa, alla
solita ora.»
Durante il viaggio di ritorno commentai con Andreas
il coraggioso intervento di Mercedes, che aveva messo il dito su una delle
piaghe della Chiesa, la mondanizzazione, e su due aspetti di essa, la
diplomazia e le scartoffie burocratiche. Andreas mi disse:
«Ci sono altri aspetti di questa mondanizzazione, e
ne parleremo domani dopo la messa. Se tu sei d’accordo, io penso di prendere la
parola all’assemblea di domani, che è l’ultima.»
«Sono perfettamente d’accordo con te, e ti
appoggerò. Però non interverrò nel dibattito. Come ti ho detto, voglio solo
osservare e… imparare.»
«E delle tue osservazioni… dei tuoi apprendimenti…
farai anche tu una relazione come Cassini?»
«No, non sono il Camerlengo, e non ho il compito di
presentare una relazione al futuro papa. Però ogni giorno stendo un diario…a
futura memoria.»
«Me lo farai leggere?»
«Sarai il primo e… credo il solo. E’ strettamente
personale. Comunque, domani continueremo questo discorso.»
Così ci salutammo e dal Vaticano lui andò
all’Ambasciata, io a casa mia.
Stamane si è celebrata la terza e ultima Messa in
suffragio di papa Sisto. Ha officiato il cardinale Andreoni, assistito da
Bertinori, presidente della CEI, e da Mons. Massi, arciprete della Basilica.
Dopo la lettura del Vangelo, nella sua breve omelia, il celebrante ha
lumeggiato la figura del defunto, troppo presto sottratto alla guida della
Chiesa, che aveva retto con sollecitudine pastorale, mirando sempre a
salvaguardarne l’unità e l’efficienza.
In conclusione del discorso avvertì i fedeli
presenti al rito che l’esposizione della salma sarebbe terminata alle ore 18.
Invitò tutti a partecipare numerosi al solenne funerale pubblico che si sarebbe
celebrato il giorno dopo in piazza San Pietro, a cominciare dalle ore 10, alla
presenza di tutte le rappresentanze giunte dall’estero.
Dopo il rito andammo come di consueto alla sala
mensa per la colazione. Qui Andreas riprese il discorso cominciato ieri sera:
«Perché non mi avevi parlato del diario che stavi
scrivendo? Ci sono dei segreti?»
«No, nessun segreto, è un semplice resoconto; Cerco
di essere obiettivo, di riferire gli eventi, gli interventi e i discorsi sine ira et studio.»
«Conosco questa frase… è di uno storico che voleva
narrare i fatti con imparzialità, senza pregiudizi… Ma di chi è precisamente?»
«Di Tacito, negli Annali.»
«Mi pare che egli non sia stato tanto imparziale…»
«Non è facile essere del tutto imparziali, caro
Andreas.»
«E nemmeno tu lo sei, nel diario?»
«Io non posso giudicare… cerco di esserlo, ma
ognuno ha i propri convincimenti e vede
le cose dalla sua angolatura.»
«Nel diario parli anche di me?»
«Ma certamente, anche tu stai prendendo parte agli
eventi… Anzi, ti sei anche messo in luce… con qualche stranezza, come quella del
vestito… A proposito, domani dovrai indossare la tonaca purpurea, la cotta
bianca e la mitria.»
«Ma io non l’ho portata… come faccio ora?»
«Te ne do io una… ne ho due… e per fortuna, di
testa, siamo uguali, o quasi. Andrà tutto bene, e non dovrai segnalarti ancora
una volta…»
«Tu scherzi sempre… Comunque ti ringrazio… tu
rimedi ai miei falli.»
«Oh, se davvero potessi rimediare ai falli… miei e
della Chiesa!»
«Noi lo speriamo, e preghiamo che il nuovo papa
inizi a togliere qualche ruga dal
volto della Chiesa.»
A casa mia continuammo il discorso sulle rughe, e Andreas mi espose il suo pensiero per eliminarne alcune.
Convenimmo che erano molte, alcune concernenti anche la dottrina. Andreas era
un vulcano in eruzione, aveva preso l’abbrivio, e non la finiva più nella sua
requisitoria. Allora dissi:
«Ma, Andreas, non vorrai tirar fuori tutte queste
cose! Se mettiamo troppa carne a cuocere, non si cuoce niente.»
«Ma dobbiamo fare un esame di coscienza totale,
senza riserve, e poi mettere mano a una vera ablazione… dei tumori… benigni e maligni.»
«Usi una parola un po’ forte, anche se è giusta, ma
non la dirai in assemblea…»
«Sì, tumori
è un termine un po’ forte… ma l’abate Rosmini, di venerata memoria, scrisse a
suo tempo un opuscolo sulle cinque piaghe della Chiesa; però riconosco che
chiamarle tumori è un po’ troppo. Non
userò questa parola, ma ablazione è
la parola che ci vuole per dire che è necessaria l’asportazione delle escrescenze proliferate sul corpo della
Chiesa. Forse tu non ti ricordi, ma una volta mi facesti leggere un articolo di
Joseph Ratzinger, quando era ancora cardinale, in cui diceva quello che sto
dicendo io, che bisognava fare “una ablatio
che lasci di nuovo trasparire il volto autentico della Chiesa.”»
«Sì ricordo, e credo di conservare quel testo,
assieme ad altri di quel cardinale che lasciavano tanto bene sperare… Sì,
d’accordo, non parlare di tumori ma
usa pure la parola ablatio, perché è
il termine latino che ci vuole, e se qualcuno ti contesta la parola, di’ pure
che fu usata in quel senso da quel dotto cardinale, poi papa. Se poi qualche altro dicesse che inventi,
troveremo il testo e lo mostreremo… e farà il suo effetto. Sono sicuro di
averlo… sì, è in un’antologia degli scritti di quel teologo. Però tu parla
posato e di poche rughe: il troppo
storpia.»
«Sono d’accordo… ma, quando parlerò, tu che mi
starai vicino, dammi una gomitata, se per caso scantono e parlo con troppa
enfasi, e io mi correggerò.»
Andammo a pranzo all’orfanotrofio; io in una borsa
avevo messo la mia mitria-bis, che poi consegnai all’amico. Nel pomeriggio ci
ritrovammo sul pullman, e mi accorsi che Andreas era un po’ teso, evidentemente
pensando all’intervento che aveva intenzione di fare. Durante il viaggio tirò
fuori un foglietto e me lo mostrò: conteneva la scaletta del suo discorso, e mi pregò di esaminarla e di
cancellare”il troppo e il vano”.[2]
La lessi con attenzione e mi sembrò moderata.
«Bravo, Andreas, hai fatto tesoro di quanto abbiamo
detto stamane… ti sei limitato a poche rughe…
così il discorso sarà più incisivo… ora sta’ attento al tono di voce; se è
pacato fa più effetto; se è troppo vibrato, non piace e suscita opposizione.»
«Per questo mi affido a te, come ti ho detto: se
alzo troppo il tono, dammi una gomitata, e io capisco.»
«D’accordo, Andreas, e Dio benedica il tuo
intervento, che non susciti inutili polemiche, ma induca a riflettere, a fare
“un esame di coscienza senza riserve” come auspicava Ratzinger in
quell’articolo.»
«Io ho pregato tanto, credimi, che il Santo Spirito
mi ispiri, e mi faccia dire le parole giuste…»
«Anch’io ho pregato e pregherò: lo Spirito ci
aiuterà.»
Nella sala di Castelgandolfo eravamo al gran
completo, 112 cardinali, ne mancavano solo tre, che erano ammalati o impediti,
quello di Sidney, quello di San Paolo e quello di Montreal; sono tutti e tre
ultraottantenni, e quindi la loro assenza non ha rilevanza.
Il Camerlengo, dopo la preghiera, ci fece
accomodare e iniziò:
«Reverendi colleghi, questa è l’ultima assemblea
plenaria prima del Conclave. Abbiamo esaminato la situazione della Chiesa nel
mondo, e oggi completeremo il nostro esame. Ogni apporto nella discussione è
stato utile, anche se contestato da alcuni. Sono stati evidenziati problemi,
carenze, errori anche, talora con qualche esagerazione polemica, ma tutto serve
a studiare una situazione da tutte le angolature. Qui abbiamo parlato tutti
liberamente, e ho notato posizioni diverse… fanno parte della dialettica delle
idee, che serve a evidenziare meglio la
verità. Ma le nostre divisioni, se ci sono, riguardano dettagli, e non devono
portare a contrapposizioni. Siate prudenti, reverendi colleghi; i vostri
contrasti di idee, se ci sono, non li date in pasto alla stampa. Ho letto degli
articoli pieni di pettegolezzi, fantasiose invenzioni, che piacciono al
pubblico e fanno notizia. I vaticanisti di tutto il mondo e anche gli
opinionisti e gli editorialisti, si sbizzarriscono a parlare del Sacro Collegio
diviso in partiti, di conservatori e progressisti, di fondamentalisti e
riformisti, di vecchia guardia e di
modernisti. Inventano, certo, ma sicuramente qualche notizia sulle nostre
discussioni è trapelata. Perciò vi esorto tutti, per il bene della Chiesa e per
il decoro del Sacro Collegio, a non concedere interviste, e non fare
dichiarazioni, e neppure smentite di notizie erronee o false. Smentire è
peggio; ignorate la stampa e quello che dice o si inventa, conservate un
assoluto riserbo, anche con i vostri segretari e gli amici. Già circolano voci
sui papabili e sui partiti che sostengono le varie
candidature. Non date pasto alla curiosità pettegola. E ora apro la
discussione, con l’augurio che sia profittevole… Chi vuol intervenire, si alzi
e parli pure.»
Per due minuti regnò nell’aula assoluto silenzio, e
siccome sembrava che nessuno volesse intervenire, io guardai Andreas come per
incoraggiarlo a prendere la parola. Ma proprio allora si alzò l’arcivescovo di
Genova, che mi pare sia il più giovane cardinale, di appena 52 anni, e disse:
«Egregio Presidente, hai detto che non dobbiamo
nemmeno smentire qualche notizia inesatta o addirittura inventata, ma io non
sono d’accordo; qui in Italia si dice: chi tace acconsente, che traduce
l’antica norma giuridica “Qui tacet, consentire videtur”. Non smentendo, si dà
credito alla notizia, anche se è una bufala,
non ti pare?»
«No, non mi pare, caro collega. Il detto che hai
citato vale nei processi e soprattutto nei rapporti interpersonali. Se io ti
contesto qualche errore, qualche comportamento sbagliato, e tu taci, non
ribatti, è certo che acconsenti. Ma nei media,
e specialmente nel Web, non è così: smentire una notizia è come diffonderla,
farla conoscere anche a chi la ignora. Ti porto un esempio…personale. Anch’io
da giovane la pensavo come te. Quando ero vescovo di Viterbo, più di trent’anni
fa, un vecchio professore un po’ presuntuoso pubblicava su Internet opuscoli di
carattere molto polemico sull’Antico Testamento (che secondo lui non è tutto
parola di Dio), sulla Chiesa (che accusava di mondanizzazione) e anche sulla
dottrina dei santi.
Io che per caso, facendo delle ricerche su Internet,
mi ero imbattuto in questi opuscoli, mi meravigliavo che la Chiesa non
replicasse, per smontare quelle accuse e quelle idee bislacche. Un giorno,
trovandomi in Vaticano, ne parlai col Segretario di Stato, il predecessore del
collega Clozet. Gli dissi che, se non avevano un controversista capace di
controbattere quegli opuscoli, mi offrivo io per smontarli punto per punto, a
nome del Vaticano. Il Segretario mi rispose press’a poco così: “Tu ti sei
imbattuto in quegli opuscoli per puro caso; Internet ormai è tanto vasto che ci
si perde. Nessun giornalista ha mai parlato di quegli opuscoli; evidentemente o
nessuno di loro li ha letti o nessuno ha dato ad essi qualche importanza. Noi
qui in Curia li conosciamo quegli opuscoli, li abbiamo scaricati e stampati e
obliterati, cioè messi sotto chiave in un cassetto. Se si replica, e
specialmente se lo fa un alto ecclesiastico o la Santa Sede, si regala a questi
insignificanti opuscoli una gratuita e gradita pubblicità. Perché chi non li
conosce è spinto a leggerli, per il clamore destato intorno ad essi con la smentita, specialmente se fatta da un
ente così prestigioso come la Santa Sede. Aspetta qualche anno e mi darai
ragione: il miglior modo per annichilire qualcuno, e anche umiliarlo, è
ignorarlo. La Chiesa ha 20 secoli di storia, e sa bene come comportarsi.” Dopo
un paio d’anni quel vecchio morì, e i suoi opuscoli rimasero ignorati e
seppelliti nell’immondezzaio di Internet. Io imparai allora la lezione: in
certi casi conviene tacere e far finta di niente. E ora, collega, che ne dici?»
«Sono convinto: è meglio far finta di nulla.»
Quando l’arcivescovo di Genova si sedette, fu
pronto ad alzarsi Andreas per prendere la parola, e disse press’a poco così:
«Reverendi colleghi e fratelli in Cristo, sono un
po’ emozionato a parlare davanti a tanti dotti ed esperti principi della
Chiesa, io che, vivendo in Africa, in una diocesi di frontiera, non posso avere
una piena conoscenza della situazione della Chiesa, nel mondo. Conosco bene la
sua situazione in Africa, dove siamo violentemente avversati dagli Islamici e,
purtroppo, anche da alcune sette che si dicono cristiane, e dispongono di
grandi capitali, mentre le nostre diocesi e le missioni ne hanno ben pochi. Ciò
non ostante, facciamo del nostro meglio, e operiamo molte conversioni, e mi
sembra che l’Africa nera abbia oggi circa 50 milioni di battezzati, con
soltanto 25 vescovi indigeni, di cui tre soli cardinali, dei quali io sono il
più giovane e quindi il meno rappresentativo. Ma siccome gli altri due, come mi
hanno detto, non intendono intervenire nel dibattito e mi hanno, per così dire,
autorizzato a parlare anche per loro, io esporrò il nostro pensiero in merito
alla mondanizzazione della Chiesa, su cui si è soffermato il collega Mercedes.
Lui ha deplorato l’attività diplomatica della Santa Sede, in cui si spreca
tanto denaro e tanto personale ecclesiastico, che viene avviato a quella
carriera da un’apposita Scuola Pontificia, come se la Chiesa fosse politica e non missionaria. Io sono d’accordo con Mercedes nell’auspicare un
ridimensionamento dell’apparato diplomatico e l’abolizione della Scuola
specialistica che addottora a quella carriera… La mondanizzazione è evidente
anche nel, chiamiamolo, ménage della
Curia, che è pomposo e lussuoso, e inflazionato al massimo con tanti ministeri,
congregazioni, consigli, comitati, accademie, servizi televisivi, sala stampa
ecc. Vi sono impiegati tanti ecclesiastici in carriera… burocratica, con ricchi
emolumenti… Ho saputo recentemente che è ingaggiata anche un’agenzia per
curare… la propaganda, ossia l’immagine della Santa Sede e la sua visibilità
mediatica. Una volta c’era la benemerita “Propaganda Fide”, ora serve la
propaganda mediatica. Che io sappia, solo alcuni regimi dittatoriali
istituirono un Ministero di propaganda e stampa. La Chiesa deve pensare invece
a propagare la Fede, e in questa missione impiegare il suo clero e anche le sue
ricchezze. Sì, perché la Santa sede è anche ricca. Alcuni giornali hanno dato
delle cifre della sua ricchezza sia mobile sia immobile, cioè sia in numerario sia in mattoni, vale a dire in
appartamenti, aree edificabili, palazzi e, dicono, grattacieli. Se è falso
quanto dicono i giornali, perché la Santa Sede non pubblica un bilancio
generale e… onesto delle sue entrate e uscite? Io ho cercato di averlo dagli
uffici competenti, ma ho avuto solo vaghe risposte. La ricchezza porta
inevitabilmente alla corruzione, il denaro è la m. del diavolo, come disse uno
scrittore italiano del secolo scorso. E il lusso è evidente: automobili,
vestiti, arredi, apparati. E poi il cursus
honorum curiale con tutti i suoi gradi, titoli, denominazioni, appannaggi,
prebende, divise, colori… E poi anche la pompa delle Guardie Svizzere. Sono
circa duecento; quanto denaro si spende per il loro ingaggio, servizio, pensionamento?
Quanto per le loro divise, pennacchi, alabarde? Si dice: servono per la
vigilanza e la sicurezza. No, servono per il lusso, per l’apparato, per lo
spettacolo, per il folklore. Per la vigilanza e la sicurezza del Vaticano
basterebbero una sessantina di vigilantes e di custodi fidati. Le Guardie
Svizzere talora non sono state molto fidate né moralmente irreprensibili. Ci
sono stati scandali e anche omicidi… Ma quello che a me sembra più inopportuno
è esibirle nei solenni riti religiosi in San Pietro, come se Dio abbia bisogno
di… una guardia del corpo. Secondo me, egregi colleghi, si passa dallo
spettacolo… al ridicolo.»
A questo punto, temendo che Andreas rincarasse la
dose, gli detti una gomitata al fianco, come convenuto. Lui capì e continuò più pacato:
«Forse mi sono accalorato e mi sto esprimendo male,
con parole… improprie. Noi africani non abbiamo molta politesse, non abbiamo ricevuto sufficiente civilisation, e ne chiedo scusa. Ma voi avete capito che io
auspicherei, in Vaticano, minore pompa e minore apparato, per realizzare delle
economie da destinare ai paesi poveri. In Africa i poveri sono molti, soffrono
la fame e anche la mancanza d’acqua, e poi le malattie, specialmente la lebbra
e l’AIDS… Per sconfiggerle, occorrerebbero massicce campagne di prevenzione e
cura, medicine e vaccini, ma mancano i finanziamenti. La Santa Sede potrebbe
dare un fulgido esempio. Ha dei capitali… pronti da spendere, altri potrebbero
provenire dal taglio di alcune spese, altri anche da… alcune cessioni o vendite.
Per esempio, i Musei Vaticani sono un tesoro incommensurabile; se fossero
venduti, in tutto o in parte, frutterebbero somme ingenti, da destinare ai
bisognosi della terra… La Chiesa non è stata istituita da Gesù Cristo per
gestire musei e pinacoteche, ma per predicare il Vangelo in tutto il mondo, e
anche per “dare da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, vestire gli
ignudi…”»
Alla citazione delle Beatitudini evangeliche si
alzò il cardinale Clozet e disse:
«Egregio collega, tu forse non sai che dai Musei
Vaticani noi ricaviamo una buona rendita, con la vendita dei biglietti e altri
diritti, e questo denaro serve a pagare migliaia di stipendi… e anche il tuo
appannaggio, caro collega. Da dove prendiamo le somme occorrenti? Anche dai
Musei Vaticani, e anche dall’aeroporto di Maccarese, da alcuni criticato… a
sproposito. Tu, caro Andreas, ricevi
puntualmente ogni mese i tuoi 25.000 dollari, come tutti i cardinali, e
non ti sei mai chiesto da dove prendiamo tanto denaro? Credi che venga tutto dall’obolo
di San Pietro? In questi ultimi anni esso si è quasi azzerato, non so se lo
sai. E l’appannaggio dei cardinali non è che una piccola parte della spesa del
Vaticano. Tu, che predichi la povertà, perché non hai rinunciato al tuo
appannaggio?»
«Non vi ho rinunciato, perché quei dollari mi
servono per le mie missioni; io per me spendo quasi niente.»
«Tutto da dimostrare.» replicò Clozet sedendosi con
un sorriso ironico.
Non potevo permettere che il Segretario di Stato
umiliasse in questo modo il mio amico; perciò mi alzai e dissi:
«Collega Clozet, quello che ha detto il cardinale
Marimba è la pura verità. Come prefetto della Congregazione dei vescovi, ho
visitato tre volte la diocesi di Dakar, e ho visto che l’arcivescovo vive
proprio secondo la semplicità e la povertà evangelica. Il suo episcopio è una modesta villetta di
appena sette locali, la sua curia vescovile è formata dal solo suo segretario,
la sua servitù dal solo autista che gli fa anche da cuciniere, la sua vettura è
una vecchia Renault, la sua mensa è veramente spartana… Ho più volte mangiato
con lui… anch’io sono spartano a tavola, ma lui è molto più spartano di me. I
dollari che riceve dal Vaticano li spende tutti in medicine, vaccini, latte in
polvere e viveri che manda o porta lui stesso alle comunità povere
dell’interno.»
«D’accordo, reverendo collega, non metto in dubbio
la tua testimonianza, e tanto meno la… sobrietà del cardinale Marimba; mi
rammarico di aver toccato questo tasto… personale… e invito il collega a
continuare e concludere la sua esposizione.»
«Sì» riprese Andreas con tono pacato, «io non mi
sono alzato a parlare per lanciare accuse, ma per proporre una riflessione
sulle spese della Curia, le quali secondo me potrebbero essere ridimensionate,
per destinare più mezzi alla missione spirituale… Si spende anche molto, in
personale e denaro, per le cause dei
santi. Mi pare che attualmente ce ne siano, in itinere, ben 18, e tutte richiedono non solo i rispettivi
postulatori, ma consulenze, ricerche, referti medici, commissioni, audizione
dei testimoni, esami di epistolari e documenti vari; e tutto questo, prima
nella diocesi e infine a Roma, con tanto personale ecclesiastico impegnato,
tutto personale in carriera, negli
uffici, mentre potrebbe e dovrebbe essere in
missione. Io mi limito a deplorare il dispendio di personale e di risorse;
non voglio per ora sollevare il quesito sulla liceità di questi processi canonici che culminano nella solenne
proclamazione della santità di un individuo e nella esposizione e venerazione
delle sue reliquie in San Pietro. Questo imporsi quasi al giudizio di Dio,
proclamando uno beato o santo con decreto umano, mi sembra, a dir poco,
inopportuno. Io, come ho già detto, mi limito ai riflessi di personale e di
spesa, ma si dovrebbe anche discutere, in futuro, sotto il nuovo pontificato,
di questa quasi usurpazione dell’autorità divina.»
A questa affermazione non si contenne Giulio
Bertinori, che con tono vibrato disse:
«Ma, collega Marimba, questi processi di santità
non vogliono imporsi al giudizio di Dio, essi hanno un valore parenetico,
pastorale. Proclamiamo uno santo o beato per proporlo ad esempio dei fedeli,
alla loro imitazione, per spronare la loro religiosità la quale, se non è continuamente stimolata, tende a
languire. È un modo efficace di predicare il Vangelo, per exempla.»
«Può anche darsi che proporre questi fulgidi esempi
serva a risvegliare la religiosità popolare, ma perché istituire un lungo e
costoso processo per proclamare qualcuno prima servo di Dio, poi venerabile,
poi beato, e infine santo? E poi l’esame dei miracoli, le commissioni mediche,
le analisi scientifiche, le contro-analisi, le contestazioni, e infine le
statue nelle chiese, il mercimonio delle reliquie, le processioni, i
pellegrinaggi. A che serve tutto questo, se non a soddisfare l’orgoglio o
l’interesse di un paese, di una associazione, di una congregazione religiosa?
Se ci sono stati, e ci sono stati, cristiani esemplari, veri testimoni di
Cristo, specialmente se hanno subito la persecuzione o addirittura il martirio
per la Fede, è senz’altro opportuno farli conoscere, proporli all’imitazione
dei fedeli; ma servirebbe meglio scrivere la loro biografia e stamparla in
volumetti tascabili, da regalare nelle parrocchie a chi li vuole. Leggere una
agile e veritiera biografia, magari arricchita con documenti, fotografie e
passi tratti dagli scritti e dalle lettere del personaggio, stimola la
religiosità più che una solenne proclamazione in San Pietro. Ma, ripeto, io non
intendo proporre ora nulla in questo campo; farò una proposta, se del caso,
sotto il nuovo pontificato, in un eventuale sinodo. Ma con profonda convinzione
propongo di abolire tutto ciò che assorbe denaro, ma è sola pompa e mondanità,
inutile e anche controproducente per la missione spirituale della Chiesa, come
guardie svizzere, bandiere, inni, fanfare, ricevimenti, viaggi
pseudo-apostolici. Potrei trattare dettagliatamente di queste cose, simboli più
che altro di sovranità terrena, ma ci rinuncio; mi basta averle accennate, e
concludo ringraziando tutti i colleghi che mi hanno pazientemente ascoltato.»
Si levò subito a parlare l’arcivescovo di
Kinshasa:
«Parlo anche a nome del collega di Maputo. Noi
concordiamo appieno con quanto ha detto Andreas Marimba sulla situazione penosa
di molte popolazioni africane, afflitte dalla carestia e dalle malattie, e
bisognose di interventi urgenti e massicci. Il Vaticano spende troppo in cose
meno importanti e lesina aiuti alle nostre diocesi, che sono diocesi
missionarie, molto attive nella propagazione della fede cattolica. Molte sette
pseudo-cristiane ci contrastano e spesso ci sorpassano con la loro propaganda,
finanziata doviziosamente. Le popolazioni bisognose sono attirate da chi dà di
più in viveri, apparecchiature e anche scuole e ospedali. E noi non possiamo competere
con loro in questo campo, per le nostre scarse risorse finanziarie. Auspichiamo
perciò che siano destinati all’Africa, e specialmente all’Africa nera, maggiori
mezzi, ottenuti con economie nei campi della rappresentanza e dell’apparato.
L’apparato del Vaticano, la sua pompa lussuosa, appare quasi scandalosa ai
nostri semplici e poveri fedeli, e qualcuno di essi, dopo un viaggio a Roma, mi
ha chiesto perché non ci separiamo da una Chiesa così mondana e non creiamo in
Africa una Chiesa veramente aderente ai precetti evangelici, insomma una Chiesa
riformata. La domanda mi ha molto impressionato. Ho risposto che la Chiesa deve
essere riformata dall’interno, con saggezza e gradualmente, e non con gli
scismi, che producono contrasti, lacerazioni, e quindi un maggiore scandalo.
Però, egregi colleghi, dobbiamo riflettere sul pericolo, e porre mano alle
necessarie riforme. Sappiamo che Lutero cominciò a pensare allo scisma dopo una
visita a Roma, in cui vide il lusso e la corruzione che vi regnavano sotto il pontificato
di Leone X. Lutero era un agostiniano orgoglioso, e fu mosso dall’ambizione di
creare una propria Chiesa, ma certamente la corruzione della corte romana gli
diede una spinta e una valida motivazione alla ribellione. Che non abbia a
succedere una cosa simile nel nostro secolo! Frati e preti orgogliosi e
ambiziosi purtroppo non mancano; non diamo loro l’occasione favorevole!»
Siccome erano già le 20, il Camerlengo si alzò e
disse:
«Egregi colleghi, dichiaro conclusa questa terza
riunione generale. Non ce ne saranno altre. E’ ovvio che nei prossimi giorni vi
potrete riunire privatamente, per gruppi, per nazione, per continenti, per
uguaglianza di vedute… ma lungi da noi l’idea di formare partiti. Ricordiamoci
della preghiera di Gesù Cristo: Ut unum
sint. La stampa pettegola o
scandalistica ci divide già in partiti, ma la Chiesa deve dimostrare,
specialmente in questo periodo di sede vacante, la sua compattezza nella Fede e
nella dottrina. Domani celebreremo il solenne rito funebre in pubblico, in
Piazza San Pietro. Saremo tutti in tonaca rossa, cotta e mitria. Ci sarà
certamente tanta gente, e sono già arrivate le delegazioni di alcune nazioni
cattoliche, che vogliono anch’esse dare l’ultimo saluto al Pontefice. Il rito
all’aperto comincerà alle 10, ma noi cardinali e vescovi ci riuniremo tutti
alle ore 9 dentro la basilica, a porte chiuse, per chiudere la bara di
cristallo in quella lignea, che sarà poi portata all’esterno. Dopo quest’ultimo
atto avremo altri quattro giorni di riflessione e di preghiera…e anche di
incontri, come ho già detto, per esaminare i vari problemi in modo più
approfondito, nella speranza che lo Spirito Santo ci dia la sua santa
ispirazione, la sua divina illuminazione, per farci fare in Conclave la scelta
che torni a maggior bene della Chiesa e del mondo intero, di cui la Chiesa
cattolica deve essere la guida morale. Nessuno di noi faccia dichiarazioni né
conceda interviste, e anche i nostri incontri privati avvengano nei prossimi
giorni nella massima discrezione, perché i giornalisti sono ormai appostati in
ogni angolo di Roma, e le televisioni di tutto il mondo sono piazzate nei punti
strategici per riprendere ogni particolare, per poi ricamarci sopra con libera
fantasia e talora con scoperta malizia. Non date perciò opportunità al sorgere
di questi pettegolezzi, che tendono a banalizzare la serietà e la solennità
delle giornate che stiamo vivendo.»
Ciò detto il Camerlengo ci accommiatò, con un segno
di mano che dava rilievo alla sua raccomandazione, e tornammo in Vaticano.
Nel pullman Andreas mi chiese se avesse parlato
bene; temeva di non aver usato sempre le parole giuste, di aver fatto inutili
digressioni e di aver enfatizzato qualche passaggio, preso dalla foga del
discorso.
Lo rassicurai: aveva parlato nel modo opportuno, l’enfasi
di certi passaggi era pienamente giustificata e adatta a evidenziare la gravità
e l’importanza di certi problemi. Andreas rimaneva alquanto perplesso; nella
sua modestia, pensava di non aver parlato nella maniera adeguata.
Gli dissi che invece aveva parlato come ci voleva
per… scuotere le certezze di tanti colleghi che, forse in buona fede, credono
di essere nel giusto in certe questioni: le sue parole avrebbero indotto molti
colleghi a riflettere. Giunti in Vaticano ci salutammo con un fraterno abbraccio.
Maggio, dopo un’intera settimana un po’
imbronciata, ci ha regalato una giornata splendida: cielo di cobalto, sole già
caldo, una piacevole brezza; quello che ci voleva per il rito funebre
all’aperto. Alle nove ci trovammo tutti in basilica, chiusa al pubblico, non
solo noi cardinali, ma anche i vescovi che in questi giorni sono accorsi a Roma
dall’Italia e dall’estero.
Ci radunammo tutti intorno alla bara di cristallo,
per dare l’ultimo saluto e la benedizione a papa Sisto, che appariva in tutta
la sua solennità, con l’abito bianco dalle marezzature perlacee e la sua ricca
e preziosa mitria. Infatti era stato esposto al pubblico con la mitria
ingemmata, la quale alla luce dei doppieri mandava piacevoli sfolgorii, che
davano vivacità al volto, atteggiato, come ho detto, a un mezzo sorriso, con le
labbra semiaperte, che lasciavano scorgere la bianchissima dentatura, della
quale il papa era orgoglioso; era orgoglioso anche della sua capigliatura
bionda che faceva sporgere folta dallo zucchetto bianco e un po’ anche dalla
mitria. Quando la doveva indossare, il cerimoniere doveva stare ben attento a
farne fuoriuscire un ciuffetto.
Quando vennero gli inservienti per collocare la
bara di cristallo in quella di legno, Andreoni voleva togliere al cadavere la
mitria e lasciarlo col solo zucchetto. Il Camerlengo non era d’accordo, e ci fu
tra loro una discussione, nella quale intervennero subito Clozet e Bertinori,
per dare man forte al Vicario, il quale sosteneva l’opportunità che la mitria
fosse collocata durante il rito sulla bara, come simbolo, e poi conservata in
Vaticano, dato il suo valore artistico oltreché venale.
Il Camerlengo dovette cedere, la mitria fu tolta e
anche lo zucchetto perse l’aderenza, la folta chioma apparve quasi tutta e,
sinceramente, faceva la sua figura.
La bara di legno era di mogano con borchie e fregi
in oro; sul coperchio era infissa una croce in oro massiccio con sotto, in
lettere pure d’oro, la scritta:
Sixtus Sextus
Pontifex Maximus
MMXXXVIII-MML.
La bara era molto pesante e per sollevarla e
trasportarla in piazza ci vollero otto inservienti. Fu collocata sul catafalco
approntato davanti all’altare, e sopra il cerimoniere Mons. Verdoni collocò la
mitria aperta sul nome Sixtus Sextus, mentre il suo aiutante depose, al centro
della bara, un ricco evangelario miniato, aperto sul passo di Matteo
(16,18) “Tu es Petrus”.
La piazza era quasi tutta occupata dai fedeli
intervenuti, divisi in vari riquadri dalle transenne, mentre le delegazioni
erano sistemate in poltrone vicino alla basilica, proprio dietro i cardinali e
i vescovi, che erano assisi intorno all’altare, prima i cardinali in rosso, poi
i vescovi in violetto, tutti con la propria mitria.
C’erano anche due fanfare, quella pontificia e
quella dei Carabinieri italiani, e anche due picchetti militari, quello degli
Svizzeri e quello dei Granatieri di Sardegna. La vista complessiva era
magnifica, e la televisione vaticana riprendeva la scena con sette telecamere
piazzate nei punti opportuni, e guidate da abile regia.
C’erano molte altre televisioni che riprendevano la
cerimonia, ma esse non potevano trasmettere in diretta, ma solo in differita.
La messa fu celebrata dal cardinale Decano, con il Camerlengo alla destra e
Clozet alla sinistra. La Schola cantorum era quella della Cappella Sistina.
Il solenne rito iniziò alle 10 in punto. Dopo la
lettura, cantata, del Vangelo, (Mt 16,13-19), andò all’ambone, per il discorso
commemorativo, non il celebrante, e neppure il diacono, ma il suddiacono
cardinale Clozet, il quale si era ben preparato il discorso, ma ha parlato a
braccio, dicendo press’a poco questo:
«Ringrazio il cardinale Kruger, Decano del Sacro
Collegio, che mi ha delegato a tenere il discorso celebrativo, dato che lui,
per l’età, riteneva di non poter reggere alla fatica e anche all’emozione di
commemorare il defunto pontefice. Anche il cardinale Cassini Camerlengo di
Santa Romana Chiesa, ha ritenuto che io fossi il più indicato a commemorare il
papa defunto, dato che sono stato per ben dodici anni al suo fianco, dopo
essere stato per quattro anni al fianco di Clemente XV, suo predecessore, di
venerata memoria. A nome dei celebranti e di tutto il Sacro Collegio saluto le
delegazioni nazionali qui presenti, tra le quali non posso non menzionare
quella degli Stati Uniti, guidata dal Vice-Presidente dell’Unione. Gli
americani sono giustamente orgogliosi del papa loro concittadino, perché è
stato un grande papa, che ha retto la Chiesa con mano ferma e anche con
saggezza. Io ebbi la fortuna e l’onore di partecipare alla sua elezione quasi
plebiscitaria nel 2038. Egli volle prendere, da papa, un nome da tempo
dismesso, quello di Sisto, che lui diceva essere doppiamente significativo,
perché Sisto V, anche se fu papa per soli cinque anni dal 1585 al 1590, rimise
ordine nella Chiesa, scossa dallo scisma di Lutero, e promosse anche imponenti
opere pubbliche come acquedotti e bonifiche.»
A questo punto si interruppe, perché il venticello
gradevole era rinforzato e ora tanto gradevole non era, e gli avrebbe fatto
cadere la mitria dal capo, se non l’avesse in tempo afferrata e calcata
vigorosamente sulla testa. Poi, con un sorriso, continuò:
«Scusate l’interruzione; Eolo vuole farsi sentire
quasi per dimostrare che c’è anche il vento a questa solenne commemorazione di
un papa che in gioventù, quando stava nella sua amata Boston, era stato un
valente velista. Lui dunque mi disse che
aveva preso quel nome, non solo per l’ammirazione che portava a Sisto V per la
sua politica energica, che aveva riportato nella Chiesa la disciplina e il
decoro, ma anche perché, diceva, Sisto viene dal verbo latino sisto, che significa appunto “sto
saldo”, e lui intendeva stare saldo nella dottrina e nella Fede, e guidare con
fermezza la navicella di Pietro, affinché potesse resistere saldamente alla
sfida del mondo moderno.»
A questo punto dovette interrompersi una seconda
volta, perché una folata di vento, dopo aver sfogliato l’evangelario, lo aveva
fatto cadere dalla bara. Immediatamente accorse Monsignor Verdoni, il quale
raccolse da terra il Vangelo, lo aprì di nuovo, a caso, sul feretro, e ci
appoggiò sopra la mitria, abbastanza pesante, del defunto pontefice. Con un
altro sorriso, questa volta un po’ sforzato, Clozet riprese:
«Eolo si vuole un po’ divertire con noi, non c’è
che dire, è un suo diritto soffiare, e per questo è rappresentato con le gote
enfiate. Ma tornando al nostro discorso, posso dire, io che gli sono stato al
fianco, che Sisto sesto è stato un vero padre, sollecito del benessere di tutti
i suoi figli, dai cardinali fino ai più umili cristiani, che lui andava a
visitare in tutto il mondo, sottoponendosi per questo anche a notevoli
sacrifici. Infatti non è tanto piacevole prendere quasi ogni settimana l’aereo
per volare qua e là nel mondo per incontrare dappertutto i vescovi, il clero e
i fedeli, soprattutto i giovani, che erano entusiasti di lui e per ascoltarlo
si riunivano in adunanze quasi oceaniche.»
Qui si dovette interrompere una terza volta, perché
una ventata più forte aveva fatto cadere a terra mitria e Vangelo. Accorsero
Verdoni e Varema, raccolsero l’uno il Vangelo, l’altro la mitria, ma non li
rimisero sulla bara: li portarono all’altare posto sotto il baldacchino, e
quindi protetto dal vento.
Tra gli astanti chi guardava preoccupato, chi quasi
divertito. Clozet riprese questa volta senza sorridere:
«Siccome Eolo è diventato stizzoso, dobbiamo fare
buon viso a cattivo gioco, come si dice, e io mi affretto a concludere il mio
discorso. Sisto VI ha operato così bene che sarà ricordato non meno di Sisto V,
e certamente passerà alla storia, non solo a quella della Chiesa, ma anche a
quella della società civile, in quanto ha contribuito con la sua opera a
migliorare la convivenza tra i popoli, perché egli li amava tutti, cristiani e
non cristiani, e di tutti si considerava papa, cioè padre.»
Detto questo tornò all’altare, e il celebrante
intonò il Credo, che fu cantato in gregoriano, come in precedenza il Gloria, e il rito continuò sino alla
fine senza altri incidenti, anche se il vento faceva svolazzare mantelline,
sottane e cotte.
Alla fine della Messa ci fu la solenne benedizione
del feretro, mentre i picchetti d’onore presentavano le armi. Alla fine il
cardinale Kruger si recò a ossequiare le delegazioni nazionali presenti, mentre
le fanfare suonarono prima l’inno pontificio, poi quello americano. Quindi fu
riaperta la porta principale della basilica, il feretro fu riportato in
processione all’interno, e la porta fu di nuovo chiusa.
Il Camerlengo ci invitò tutti a pranzo alla mensa
interna, e ci pregò di rimanere in Vaticano, per assistere alle ore 18 alla
tumulazione del feretro nelle Grotte Vaticane.
A tavola non riuscii a sedermi accanto ad Andreas,
perché i posti vicini a lui erano già occupati, e mi dovetti sedere tra il
cardinale di Bruxelles e quello di Madrid, i quali avevano di fianco,
rispettivamente, quello di Bombay e quello di Barcellona. Non appena mi
sedetti, il collega belga mi chiese:
«Tu che sei della Curia, e hai conosciuto bene papa
Sisto, che interpretazione dai al fatto del messale e della mitria?»
«Che interpretazione c’è da dare? È stato un
fenomeno meteorologico, una folata di vento, uno scherzo di Eolo, come ha detto
argutamente Clozet.»
«Non ti sembra che abbia qualcosa di arcano?»
«Arcano… cioè misterioso… simbolico? In che
senso?»
«Nel senso che voleva essere una smentita degli
elogi pronunciati da Clozet.»
«Una smentita da parte di Eolo, il dio dei venti?»
«Non scherzare. Io e i colleghi spagnoli siamo
convinti che è stato un segno celeste.»
«Per significare che cosa?»
«Che papa Sisto non ha affatto seguito il Vangelo,
che la sua attività è stata puramente terrena… per cui il Vangelo e la sua
ricca mitria sono stati gettati a terra.»
A questo punto il cardinale indiano, che aveva
seguito il nostro discorso, è intervenuto dicendo:
«Anch’io sono portato a dare all’evento un
significato profetico, perché le folate di vento giungevano proprio quando
Clozet elogiava più enfaticamente il defunto. Noi in India, con tanti milioni
di diseredati, siamo quasi scandalizzati dalla pompa della corte papale.»
«Della Curia romana» corressi io.
«La Curia è diventata una vera e propria corte. Tu
non ne facevi parte, ti conosciamo, e abbiamo seguito e apprezzato la tua
azione nel governo delle diocesi, ma Clozet, Andreoni e Bertinori, la triade vaticana, formavano una vera e
propria corte attorno al sovrano… »
«Non stai usando parole un po’ troppo forti,
collega?»
«No, non mi sembra. Del resto, a Castelgandolfo
Mercedes e Marimba hanno usato parole ugualmente forti per deplorare il lusso e
la mondanizzazione del Vaticano, e anche il venerando Kruger ha fatto qualche
critica, anche se indiretta.»
«Lui ha proposto semplicemente di ridare il diritto
di voto agli ultra ottantenni.»
«Vedi, collega, quella norma fu introdotta per
poter eleggere nuovi cardinali al posto di quelli che andavano in quiescenza, e
quindi promuovere gli amici al fine di formare un Sacro Collegio favorevole
alla politica vaticana, che era una politica mondana. Per fortuna questo papato
è stato breve, e il Collegio cardinalizio è solo in parte di nomina recente, e
possiamo sperare che in Conclave lo Spirito Santo ci faccia fare la scelta
migliore, per riportare la Chiesa alla sequela evangelica.»
«Lo speriamo tutti, e pregheremo affinché ciò
avvenga.»
Non aggiunsi altro, perché non volevo continuare su
quel tema un po’ intrigante del segno celeste; e per fortuna proprio allora
cominciarono ad arrivare le vivande, e ci mettemmo a mangiare quasi in
silenzio. Terminato il pranzo e preso il caffè, andammo tutti nella grande sala
delle riunioni, dove erano stati sistemati molti divani e poltrone. Qualcuno si
appisolò sulla poltrona, altri si
riunirono in conversazione. Andreas si sedette vicino a me in un grande sofà,
dove subito dopo si assisero i cardinali di Madrid e di Barcellona. Quello di
Barcellona disse:
«Chi avrebbe creduto che morisse così giovane?»
«Così giovane?» dissi io «aveva 70 anni, l’età
giusta per morire, come dice il salmo 90, versetto 10, “Gli anni della nostra
vita sono settanta, ottanta per i più robusti; ma quasi tutti sono fatica,
dolore.”»
«Hai detto bene: ottanta per i più robusti; e Sisto
non ti sembrava robusto?»
«Sì, era anzi un vero sportivo; quando era a Roma
faceva ogni giorno 20 vasche della piscina, cioè un chilometro esatto, in stile
libero; d’inverno andava a sciare almeno per una settimana. Come nuotatore, si
fece riprendere in mutandine all’orlo della piscina, per far ammirare la sua
corporatura atletica… Beh, non tutti in Vaticano approvavano queste esibizioni,
ma lui ribatteva: “Che c’è di male? Non sono un uomo come tutti gli altri? E
poi mens sana in corpore sano.”»
Intervenne l’arcivescovo di Madrid:
«Hai detto bene, amico, vere esibizioni, indecorose
per un pontefice. E avete notato come
curava la sua folta capigliatura bionda, che usciva dallo zucchetto in graziosi
ciuffetti, e un po’ anche quando portava la mitria? Non dire poi quando, nel
pontificale, il cerimoniere all’offertorio gli toglieva anche lo zucchetto, e
la capigliatura appariva in tutta la sua brillantezza!»
«Si – ammisi io – era un po’ vanesio, anche nel
mostrare la splendida dentatura col suo perenne sorriso stereotipato. Sono
debolezze umane.»
Accanto a noi stava seduto in una poltrona
l’arcivescovo di Lisbona il quale, avendo orecchiato il nostro discorso, a un
tratto si alzò e ci venne vicino dicendo:
«Stavate parlando della vanità di Sisto; era vanità
ma era anche falsità: Sisto portava il parrucchino e la dentiera. Io l’ho
sempre sospettato, vedendo la sua capigliatura sempre uguale, con le stesse
ondulazioni e con lo stesso colore, e la dentatura sempre di quella bianchezza
e perfezione. Ho avuto la conferma dei miei sospetti da un mio amico di Boston:
Sisto a 40 anni era già completamente pelato e con i denti rovinati dal fumo e
dalla carie. Aveva messo parrucchino e dentiera e ha saputo conservare il suo
segreto qui a Roma, dove ha portato con sé il parrucchiere e il dentista
personale.»
«Questo è vero; riguardo al parrucchino e alla
dentiera non posso confermare, potrebbe essere, ma non è questo l’importante.
La vanità è certamente un difetto, specie per un pontefice, ma la grave colpa
del defunto è stata la mondanizzazione della Chiesa, la quale sotto di lui è
diventata come un’istituzione terrena, perdendo ulteriormente l’afflato
spirituale che la dovrebbe animare. Parlo della Chiesa centrale, della Curia
Romana; nelle diocesi ci sono tanti veri pastori. Lo posso affermare io, che li
ho visitati tutti e spesso.»
«La Chiesa deve ritrovare la sua missione –
intervenne Andreas – e noi cardinali periferici, non contagiati dalla
corruzione del Centro, dobbiamo adoperarci uniti, affinché si faccia un
approfondito esame di coscienza, e si metta mano a una vera riforma, che
restituisca splendore al volto della Chiesa, ora deturpato da tanti belletti.
La Chiesa periferica soffre e, qua e là, si agita. Se non si mette mano, e
subito, alle riforme necessarie, potremmo avere ribellioni e scismi.»
«Dio non voglia! – dissi io – Ci sarebbe per la
navicella di Pietro il pericolo di un rovinoso naufragio. Ma Gesù Cristo non
permetterà che la sua Chiesa vada alla deriva. L’umanità tutta è oggi dominata
dal relativismo e dallo scetticismo, con
una paurosa corruzione dei costumi…certamente incrementata dal cattivo esempio
della Chiesa, la quale, come si dice, predica bene ma razzola male. Nei
prossimi giorni prima del Conclave, dobbiamo riunirci, noi che sentiamo
l’urgenza del problema, al fine di analizzarlo meglio e arrivare a delle
proposte concrete. Io, cari colleghi, sarei ben lieto se a casa mia
convenissero, con voi, altri cardinali interessati alla riforma.»
«Io verrò certamente a trovarti – disse il
cardinale di Lisbona – e cercherò di portare altri colleghi.»
Così conversando il tempo era passato senza che ce
ne accorgessimo, e alle 17,30 il Camerlengo entrò nella sala, per invitarci a
seguirlo in basilica.
Col Cardinale Cassini comparve anche la triade vaticana, e ci avviammo quasi in processione. Gli inservienti sollevarono il
feretro e scendemmo nelle grotte. Papa Sisto si era fatto costruire un
monumento funebre accanto a quello del predecessore, e in esso fu tumulato dopo
un’ultima benedizione della salma da parte del Camerlengo, che poi ci congedò,
ricordandoci che ci dovevamo riunire il giorno 14 alle ore 8, per procedere
alle cerimonie preparatorie del Conclave. Se si fosse verificato nei quattro
giorni liberi qualche evento straordinario e urgente, saremmo stati convocati a
domicilio.
Verso le 20 lasciammo la Basilica, Andreas diretto
all’Ambasciata, io a casa mia.
Ieri con Andrea eravamo rimasti d’accordo di
vederci alle 8 a Santa Maria in Trastevere, per dire la Messa lì e prendere un
appuntamento per il pomeriggio, perché lui in mattinata doveva sbrigare un
incarico per conto dell’Ambasciatore. Detta la santa Messa ci separammo con
l’intesa che lui sarebbe venuto a casa mia nel pomeriggio alle 17, per
approfondire i problemi che avevamo evidenziato, col proposito di concretizzare
le nostre proposte in uno scritto, da mostrare eventualmente ai colleghi
interessati. Lui sarebbe rimasto a pranzo in Ambasciata, io come al solito sarei
andato all’orfanatrofio.
Verso le 10 mi ha telefonato Andreoni per chiedermi
se ero libero, perché voleva venire a trovarmi. Gli dissi che ero liberissimo e
che avrei avuto piacere d’incontrarlo. Venne poco dopo, e cominciammo a
parlare. Invece di fare il resoconto del colloquio, preferisco riportarlo come
lo ricordo.
Dopo i convenevoli Andreoni disse:
«Sono venuto, egregio collega, per parlare con te, in camera charitatis, dei problemi che
urgono nella Chiesa, ai quali dobbiamo dare una soluzione equa e condivisa. Tu
a Castelgandolfo non hai mai preso la parola, ma sappiamo tutti che condividi
le idee… oltranziste del cardinale di Dakar, di cui sei grande amico.»
«Perché le chiami oltranziste?»
«Perché sono rivoluzionarie , direi… distruttive.»
«Eliminare dalla Chiesa le molte istituzioni
terrene significa per te distruggerla?»
«Certamente distruggerne l’attuale assetto, che è
di grande prestigio e autorevolezza nel campo internazionale.»
«Ma non nel campo… ecclesiale, nel campo
spirituale, nella predicazione del Vangelo e nella sua testimonianza.»
«Ma lasciamo da parte le generalizzazioni, e
veniamo al concreto… Secondo voi, che cosa si dovrebbe fare? Ma ti prego,
collega, trattiamo punto per punto. Enunciami la prima cosa che non va, e come
si dovrebbe fare per rimediare.»
«L’attività diplomatica, cioè le nunziature o
delegazioni apostoliche in circa 180 paesi, per reggere le quali è istituita
un’apposita carriera, è una delle prime cose da eliminare. Si risparmierebbero
denari, tanti, e anche numeroso personale.»
«E le relazione con gli Stati chi le gestirebbe? I
trattati, i concordati, le convenzioni chi le concluderebbe? Non capite che,
senza queste rappresentanze, il clero nei vari paesi sarebbe allo sbando? Senza
protezione e tutela giuridica, in balia dei Governi?»
«Nei paesi dove i cattolici sono la maggioranza, o
una forte minoranza, ci sono le Conferenze Episcopali locali in grado di
concludere, se del caso, qualche opportuno accordo con le autorità locali, per
garantire alla Chiesa la dovuta libertà. Dove i cattolici sono una sparuta
minoranza, che accordi si dovrebbero prendere? Sarà compito del clero locale
istituire amichevoli relazioni con le autorità e le altre comunità religiose,
confidando nel carisma evangelico, che considera tutti gli uomini come
fratelli.»
«Belle parole, caro collega. Le relazioni con le
altre religioni non sono così idilliache… anzi talora le nostre minoranze sono
soggette a vere persecuzioni…»
«Esse ci sono in qualche paese anche con i nostri
bei trattati…di garanzia e tutela. E’ l’intolleranza religiosa di certi gruppi
che talora esplode, trattati e non trattati. La persecuzione è un’evenienza
sempre presente nel Cristianesimo, e Gesù ci ha detto che ci manda come pecore
in mezzo ai lupi (Mt 10,16). Del resto, come dice Tertulliano “sanguis martyrum
semen Christianorum”.»
«Lasciamo perdere Tertulliano… la persecuzione non
fa piacere a nessuno… e vorrei conoscere uno che abbia oggi la vocazione al
martirio.»
«Quando avvengono queste cose spiacevoli, dovute a
gruppi fanatici e intolleranti, i trattati non servono a niente. E’ invece
efficace la riprovazione e la condanna da parte dell’opinione pubblica
internazionale e, nei casi più gravi, l’intervento dell’ONU.»
«In conclusione, per venire al sodo, quale sarebbe
la vostra proposta?»
«Ridimensionare a poco a poco l’apparato
diplomatico, eliminando innanzi tutto le rappresentanze negli Stati più piccoli
o con piccole minoranze cattoliche, diminuendo poi il personale, e quindi la
spesa, nelle Legazioni più importanti, dando sempre più autorità alle
Conferenze Episcopali, il cui presidente prenderà via via le funzioni
dell’attuale Nunzio o legato pontificio, fino allo smantellamento totale della
struttura diplomatica, con enorme beneficio anche finanziario. Il Ministero degli
Esteri e lo Studio per la
preparazione dei diplomatici si dovrebbero eliminare subito.»
«Tu dimentichi, caro collega, che la Santa Sede è
uno Stato di diritto internazionale, la Città
del Vaticano, e che le relazioni tra gli Stati avvengono per via diplomatica,
non per via… privata.»
«Secondo me, la ricostituzione dello Stato
Pontificio nel 1929 fu un grave errore. Era stato distrutto nel 1870, e la
Chiesa era stata liberata da uno scandalo e da un grave peso, che ne aveva
ostacolato per secoli la funzione religiosa,
immischiandola in alleanze politiche e militari, e anche in guerre
contro potenze cattoliche, come avvenne nel 1848 contro l’Austria, che allora minacciò lo scisma, e costrinse
Pio IX a ritirare le sue truppe. Lo Stato italiano, occupata Roma, naturale
capitale della nazione, emanò una legge molto saggia a garanzia della libertà
del Papa come capo del Cattolicesimo. La Santa Sede avrebbe fatto bene ad
accontentarsi di quella legge molto equa; ma volle riavere uno Stato, anche
piccolo…»
«E ora che questo Stato c’è, tu vorresti
smantellarlo?»
«Non ho detto questo; ma si potrebbero eliminare, a
poco a poco, certe strutture statuali e certi simboli…»
«Quali?»
«Per esempio le guardie svizzere, cioè l’esercito,
la bandiera e lo stemma, l’inno e la fanfara, la gerarchizzazione burocratica,
i ricevimenti solenni del papa come sovrano nelle visite apostoliche… Niente
più picchetti di onore, bandiere, inni e fanfare. Il papa dovrebbe presentarsi
nel mondo come capo religioso e non più come capo di Stato, come un re. Tutto
questo si potrebbe attuare subito. Col tempo si potrebbe anche rinunciare allo status di Stato, restituendo la
sovranità dell’attuale territorio vaticano all’Italia, la quale sarà certamente
rispettosa della libertà religiosa del Papa, anche se egli non sarà più sovrano
di uno Stato. Gesù Cristo ha fondato una Chiesa, non uno Stato. Questa rinuncia
sarebbe bene accolta specialmente dalla Chiesa Ortodossa, la quale rimprovera a
quella Romana questa sua costituzione di Stato, mentre essa è rimasta Chiesa. E
siccome essa discorda da quella romana di ben poco, nel campo della dottrina,
si potrebbe giungere all’auspicata riunione.»
«La tua fantasia galoppa a briglia sciolta, caro
collega. La Chiesa Ortodossa ha ben altre pretese, reclama addirittura la
primazia del mondo cristiano. Ma lasciamo le fantasie, e andiamo avanti
nell’analisi. Dopo lo smantellamento della struttura diplomatica e statuale del
Vaticano, cos’altro volete smantellare, voi riformatori?»
«Noi non vogliamo smantellare, cioè distruggere, ma
proporre riforme, per liberare la Chiesa da istituti non consoni con la sua
missione. E uno di questi istituti è la Congregazione per le cause dei santi.
Il giudizio ultraterreno lasciamolo al Giudice Celeste; proclamare un uomo beato o santo è quasi voler imporre a Dio la sorte eterna da assegnare a
una persona.»
«Non si tratta di imporre a Dio la sorte eterna di
una persona, ma di segnalare alla venerazione dei fedeli le persone che per i
loro meriti spirituali sicuramente sono in Paradiso e che possono intercedere
per noi, e ottenerci le grazie. Infatti i miracoli che si ottengono attraverso
i santi dimostrano che essi sono ascoltati da Dio, che sono vicini a Lui.»
«Certamente ci sono state persone che si sono
segnalate nella Fede e nella Carità, dei veri seguaci e testimoni di Cristo, i
quali possono essere proposti a imitazione ed esempio ai cristiani. Ma per far
ciò basta scrivere le loro biografie e distribuirle gratis nelle parrocchie di
una regione, di una nazione o del mondo intero, secondo la rilevanza del
personaggio. Ma istituire processi canonici con tanto personale ecclesiastico e
laico impegnato, e quindi tante spese, non serve a salvare le anime, ma solo a
soddisfare l’orgoglio di paesi, congregazioni, ordini religiosi o determinate
categorie.»
«Non è così, caro collega. Il popolo fedele è
edificato da queste celebrazioni, ama il culto dei santi, ha bisogno della
presenza, nelle chiese, degli altari e anche delle statue di questi santi
intercessori e protettori. Ogni città e paese, ogni categoria e professione ha
il suo santo protettore, e la celebrazione della sua festa è l’espressione
delle fede popolare.»
«Una fede che spesso è vera idolatria. Queste
feste, in cui si portano in processione le statue dei santi, con carri addobbati,
drappi e luminarie, con confraternite in vivaci costumi e bande, sono feste
mondane, tradizioni folcloristiche, che servono solo ad attirare turisti, e
finiscono spesso nelle ubriacature e nelle crapule. E quanto denaro si spreca
in queste feste, che quasi sempre durano più giorni; denaro che sarebbe
opportuno impiegare nella Sanità e nella Scuola. Non è religione questa,
egregio collega.»
«E’ la religiosità popolare, che non va
disprezzata.»
«Non va disprezzata, ma neppure incrementata, come
si sta facendo in questi ultimi tempi, in cui la religione è ridotta a sole
feste, solennità, pellegrinaggi, raduni, celebrazioni, anniversari, centenari,
millenari, bimillenari, giornate dedicate alla famiglia, ai migranti, ecc.
Tutte celebrazioni vuote, perché poi non si fa niente di pratico e di veramente
utile per le famiglie, i migranti e l’educazione dei giovani. La religiosità
popolare, così come si manifesta oggi, è vera idolatria;le chiese sono piene di
statue di santi, di legno, di metallo, di marmo, di cartapesta, di plastica,
collocate in altari più o meno lussuosi e artistici, con davanti le lampadine
elettriche da accendere e la cassetta in cui deporre l’offerta. Il devoto entra
in chiesa e va diritto non all’altare centrale o a quello del Sacramento, ma a
quello del suo santo in effigie, davanti al quale si inginocchia, chiede la
grazia, accende le lampadine, depone il suo obolo e poi se ne va soddisfatto,
dimenticandosi che quella è la casa di Dio. Questa non è religione, non è
Cristianesimo. Il Cristianesimo è adorazione di Dio nella Santissima Trinità e
comportamento onesto e solidale nella vita. Questi adoratori dei santi, questi
fanatici celebratori delle loro feste sono spesso moralmente depravati, talora
mafiosi e camorristi…»
«Non ti sembra di esagerare, collega?»
«Può darsi, ma il problema c’è, caro Andreoni.
Questa religiosità va a poco a poco purificata, liberata dalle incrostazioni
mondane, riportata alla spiritualità, e soprattutto a un comportamento
veramente cristiano nella famiglia, nella società e nel mondo del lavoro. La
Congregazione per le cause dei santi, che assorbe tanto personale, dai
postulatori a tutti gli altri membri delle varie commissioni, e che comporta
anche un notevole gravame finanziario, deve essere gradualmente diminuita di
personale, fino a scomparire. Non si devono istituire nuovi processi canonici,
né accogliere domande in tal senso. Se ci sono stati nei tempi più recenti
cristiani che si sono segnalati nella sequela di Cristo e nella testimonianza
del Vangelo, sarà la diocesi a proporli per incitamento ed esempio ai fedeli
con brevi e veritiere biografie da diffondere gratis nelle parrocchie.»
«Questa tua proposta, se fosse attuata,
scatenerebbe una vivace, e forse violenta, opposizione, o addirittura qualche
ribellione o scisma. Non capisci, collega, che la Chiesa ha ormai assunto la
presente struttura, frutto di secolare evoluzione, struttura ormai consolidata…
e guai a toccarla… c’è pericolo che crolli tutto, per un effetto domino. La Chiesa ormai è così strutturata e bisogna
rispettare la tradizione.»
«La tradizione è cosa umana, spesso nata per fini
terreni di dominio o di prestigio o di convenienza… Gesù si è scagliato spesso
contro la tradizione degli uomini che ha fatto dimenticare la legge di Dio.»
«C’è tradizione e tradizione… Comunque tu, caro
collega, hai una visione troppo unilaterale dei problemi… Ne dovremo trattare
in modo più approfondito in questi giorni che precedono il Conclave, al fine di
giungere a una visione complessiva… più realistica. Dato che oggi abbiamo
colloquiato abbastanza ed è quasi mezzogiorno, io ti lascio per oggi, ma se sei
d’accordo, verrò a trovarti anche domani, verso le 10.»
«Sono pienamente d’accordo. Ti aspetto.»
Nel pomeriggio è venuto Andreas, al quale ho
riferito, in sintesi, gli argomenti del colloquio; e siccome gli ho anche detto
che Andreoni tornerà domani, lui mi ha manifestato il desiderio di essere
presente. Gli ho risposto che era molto opportuna la sua partecipazione
all’incontro, perché in tal modo poteva rendersi conto personalmente dei temi
che sarebbero trattati, cioè gli altri aspetti della mondanizzazione della
Chiesa.
Andreas mi ha allora detto:
«Io della struttura burocratica della Chiesa, e
specie della Curia Romana, ho un’idea molto approssimativa… Non mi sono mai
preoccupato di conoscerla, occupato come ero nella conduzione della mia diocesi
e nell’attività missionaria. Ma ora, nell’imminenza del Conclave, sento il
dovere di averne una visione più completa e precisa…Per esempio, non conosco
neppure il nome di tutti i cardinali, e solo stamane ho appreso che essi sono
divisi in vescovi, presbiteri e diaconi, cioè in tre gradi gerarchici… Non
sapevo che io sono un cardinale… diacono, cioè del grado inferiore. Ti prego
perciò di prestarmi il tuo Annuario Pontificio, per poterlo consultare e
conoscere almeno l’organigramma della Santa Sede, per non fare la figura dello
sprovveduto.»
Gli ho consegnato l’Annuario Pontificio 2049
dicendo di tenerselo pure, dato che io, essendo di Curia, ne conosco ormai
abbastanza la complessa struttura, e poi sarebbe presto uscita l’edizione 2050.
Ci siamo separati con l’appuntamento per domani,
ore 10.
Stamane
Andreas è venuto a casa mia verso le 9,30, e io mi sono meravigliato per il
notevole anticipo, e ancor di più perché portava con sé l’annuario.
«Perché me lo riporti, Andreas? Non ti avevo detto
di tenerlo?»
«Sì, e io lo conserverò; ma l’ho portato perché in
esso ho trovato cose molto strane, almeno per me.»
«Per esempio?»
«Che la Santa Sede ha 11 Pontifici Istituti, 7
Pontificie Università, 4 Pontificie Facoltà, 2 Pontifici Atenei, 10 Pontificie
Accademie.»
«Sono istituzioni culturali.»
«Che servono poco per l’evangelizzazione dei popoli
e molto per la carriera centrale e periferica. Io mi chiedo quanto personale (docente,
discente, amministrativo) è impiegato in queste istituzioni, e quanta spesa
esse comportano, mentre per le missioni mancano persone e mezzi.»
«Hai perfettamente ragione, Andreas; anch’io penso
che le Università potrebbero essere ridotte a due-tre, con grandi economie di
personale e di denaro.»
«E poi sono rimasto sbalordito nel conoscere tutte
la Pontificie commissioni , i Pontifici consigli, i Pontifici comitati.»
Andreas dovette interrompere il suo elenco, perché
arrivò il cardinale Marco Andreoni, ma non solo; con lui c’era Charles Clozet,
il Segretario di Stato. Dopo i saluti Andreoni disse:
«Il collega Charles mi ha espresso il desiderio di
prendere parte al colloquio, per conoscere i problemi in discussione ed
eventualmente dare delle spiegazioni, dei chiarimenti, data la sua lunga
esperienza di Curia, essendo stato per tre anni anche Segretario di Papa
Clemente.»
«E’ certamente il benvenuto in casa mia, e penso
davvero che egli ci potrà illuminare su qualche questione.»
«Sono molto contento» iniziò Clozet «che qui trovo
il cardinale Marimba che, da quanto ha detto a Castelgandolfo, si dimostra
molto critico verso l’attuale… governo della Chiesa…»
«Con Marimba io sono solidale, cioè la penso come
lui, caro Charles, e voi in Curia ve ne siete accorti da tempo, per cui sono
stato praticamente emarginato. Anzi mi sono giunte ultimamente delle voci… che
dicevano certo il mio esonero da Prefetto della Congregazione per i vescovi,
essendo in questa carica un po’ scomodo.»
«Chiacchiere pettegole e tendenziose, egregio
Prefetto; tu, in questa carica, hai operato con saggezza e oculatezza, e anche
il papa ne era soddisfatto… Ma lasciamo stare queste dicerie, e vediamo di
evidenziare quelle strutture che, secondo te, sono segno di mondanizzazione, e
andrebbero eliminate o riformate.»
«Cominciamo dai nei, per poi passare alle rughe e
alle piaghe. Il papa ha nove titoli, tra i quali “Servo dei servi di Dio” è in
contraddizione con “Sua Santità”. Santo è solo Dio, e dare questo titolo a un
uomo è offendere la Suprema Maestà. E poi i titoli dei cardinali (E.mo e R.mo
Sig. Card.), dei vescovi e arcivescovi (Sua Ecc. R.ma Mons.), dei quali quelli
senza diocesi hanno titoli di antiche città ora abitate da mussulmani, in
Africa Settentrionale, Siria, Palestina, Turchia, Mesopotamia, ecc. Insomma
quando non ci sono diocesi cattoliche da assegnare, tutti i monsignori in
carriera diventano “arcivescovi titolari di”. Queste sedi titolari sono
migliaia. Io della sola lettera A ne ho contate nell’Annuario ben 226. Insomma
la Santa Sede si è fatta una grande riserva di titoli da assegnare. E poi la
gerarchizzazione. Non basta aver diviso i cardinali in vescovi, presbiteri e diaconi; a ognuno di essi è assegnato un
titolo. Quelli dei cardinali vescovi sono pochi e comprensibili, perché si
tratta di sette paesi intorno a Roma; ma quelli dei cardinali presbiteri sono
139, e qualche volta sono abbastanza curiosi come quello della “Beata Maria
Vergine del Monte Carmelo di Mostacciano”. Quelli dei cardinali diaconi sono
58, e tra essi ce ne sono di belli lunghi, come per esempio quello dell’amico
Andreas qui presente, il quale è cardinale di “Santa Maria delle Grazie alle
Fornaci fuori Porta Cavalleggeri”. E anche il mio è carino; in originale suona:
“Sanctae Mariae de Mercede et Sancti Adriani ad locum vulgo Villa Albani”. Ma la Curia non avverte
il ridicolo di questi titoli? Tutta questa gerarchizzazione a cosa serve?»
«Serve, collega, serve a distinguere i ruoli e le
competenze. Tu al tuo bel titolo non è che ci hai rinunciato, e neppure il tuo
amico ha rinunciato al suo.»
«A che serviva fare una rinuncia personale, se non
cambia il sistema? Sarebbe sembrata un’esibizione, un mettersi in mostra, per
far parlare la stampa. Una gerarchia è certamente necessaria, ma semplice e
senza titoli onorifici (Monsignore, Eccellenza, Eminenza, Santità). Basta dire:
sacerdote, vescovo, cardinale, papa. Gesù Cristo ci ha insegnato l’umiltà, e
non voleva neppure essere chiamato “Maestro Buono” e noi chiamiamo un uomo
“Santità”, “Santo Padre”? Tutte le volte che tra gli apostoli sorgevano
discussioni di primazia, egli li riprendeva, ammonendoli che dovevano essere
semplici e umili come fanciulli. E prima della passione ci diede il più grande
esempio di umiltà, lavando i piedi agli apostoli.»
«Dobbiamo tornare – intervenne Andreas – alla
semplicità e all’umiltà evangelica. Tanta burocrazia, tanta gerarchia, tanti
titoli onorifici contraddicono l’insegnamento di Gesù.»
«Tu, collega Marimba, vedi le cose in un modo
semplicistico…Sei vescovo di una piccola diocesi africana e la governi molto
bene. Hai però una visione limitata del Cristianesimo. Non è una piccola
comunità, ma complessivamente più di un miliardo di fedeli; e per reggerli e
governarli occorrono gerarchie locali, controllate e dirette dalla gerarchia
centrale. Uno Stato ha i suoi ministeri
, i suoi dicasteri, noi le nostre Congregazioni.»
«E basterebbero queste per guidare la Chiesa
Cattolica; sono nove, e qualcuna può essere abolita, come quella dei santi, la
quale assorbe tanto personale nelle diocesi e in Vaticano. Ma poi ci sono i
tanti Pontifici Consigli, i Pontifici Comitati, le Pontificie Commissioni… Ho
dato uno sguardo all’Annuario e sono rimasto sconcertato… Tanti Uffici, tanto personale, tanta spesa…
Per le missioni, per l’evangelizzazione poco personale e pochissimi soldi.»
«Per l’evangelizzazione abbiamo l’apposita
Congregazione, l’ex Propaganda Fide, che se ne occupa con competenza…»
«Tutta burocrazia» ribatté Andreas «Si, è un grande
dicastero: 36 cardinali e 10 vescovi; e poi tanti tra capi ufficio,
ministranti, scrittori, personale d’archivio e d’amministrazione, e infine ben
40 consultori. Ma per le missioni c’è ben poco personale, e questa
Congregazione è come un esercito formato da centinaia di ufficiali (generali,
superiori, inferiori) con uno sparuto numero di soldati.»
«Scusami, collega Marimba, ma per un buon esercito,
se vogliamo usare la similitudine, occorrono i quadri adeguati e professionalmente preparati. E nella
Congregazione ci sono.»
«La Santa Sede ha moltiplicato la sua burocrazia
con tanti consigli, commissioni e comitati; per la diplomazia ha Nunzi o
Delegati apostolici in più di 180 Paesi, e per ogni Nunzio, quasi sempre
arcivescovo titolare, ci sono segretari e consiglieri, oltre al personale di
servizio e una bella sede. È come se ciò non bastasse, la Santa Sede ha
rappresentanze presso 17 Organizzazioni internazionali governative, a
cominciare dall’ONU, e presso 9 Organizzazioni non governative. È insomma
un’elefantiasi di rappresentanze.»
«Non un’elefantiasi, collega, ma una necessità di
visibilità, di presenzialità, e quindi di prestigio.»
«La Chiesa di Cristo non ha come fine il prestigio,
ma la predicazione del Vangelo e la conversione delle anime; non l’approvazione
degli uomini, ma di Dio. Abbiamo fatto della Chiesa un regno terreno, con un
sovrano, con una sua corte e anche la Famiglia
Pontificia. Mi sono divertito a leggerne sull’Annuario la composizione;
sono una cinquantina di persone, tra cui l’Elemosiniere, il Teologo, due
cerimonieri, due cappellani, un predicatore; e poi i Prelati d’onore, i
Gentiluomini d’onore, gli addetti di Anticamera e l’aiutante di camera. Mi sono
quasi stancato a leggere tutto questo apparato regale… Non voglio accennare ai
tanti altri uffici della Curia. Voi, cardinali Clozet e Andreoni, li conoscete
bene… Sono apparati terreni che appesantiscono l’azione della Chiesa. Mi
sovviene una riflessione di Joseph Ratzinger, di quando era ancora cardinale,
la quale diceva press’a poco così: “Temo che la Chiesa indossi troppe istituzioni
di diritto umano, che diventano poi come la corazza di Saul, che impediva al
giovane David di camminare.” Sì, la Chiesa crede di essersi corazzata,
fortificata nel mondo, di aver acquistato autorità e prestigio con tutte le sue
istituzioni terrene, il suo presenzialismo internazionale; in realtà essa si è
arroccata nella sua esaltazione e non avverte più le esigenze spirituali dei
popoli, specialmente quelli del terzo mondo.»
«Hai citato il cardinale Ratzinger; ebbene, da
papa, quale istituzione terrena ha egli abrogato, per lasciar “di nuovo
trasparire il volto autentico della Chiesa”, come lui stesso si esprime nel
passo da te citato?»
Siccome Andreas indugiava a rispondere, intervenni
io dicendo:
«Che io sappia, nessuna; ma penso che non sia
riuscito a superare l’opposizione della Curia: i Romani dicevano: “Senatores
boni viri, Senatus mala bestia”. E il Senato della Chiesa è la Curia Romana.»
«No, caro collega» replicò Clozet «Egli non cambiò
niente, perché non c’era nulla da cambiare. Da papa, comprese che quegli
apparati sono necessari per la missione della Chiesa. Solo il papa ha della
Chiesa una visione panoramica, come può averla chi sta in alto, sulla vetta;
mentre chi sta nella valle o anche a mezza costa, come un cardinale anche
dotato, non può avere che una visione parziale, limitata, la quale però a lui
sembra totale, e quindi sbaglia nelle sue deduzioni… Questi apparati terreni,
che a voi sembrano mondanità, sono invece, nel mondo moderno, una necessità.»
«”Porro unum est necessarium”» (Lc 10,42) dissi io
«cioè la sequela di Cristo e la conversione delle anime, non il prestigio
internazionale, la visibilità mediatica e il presenzialismo…Sono d’accordo che
la Chiesa oggi, con circa un miliardo di battezzati, deve avere organismi di
coesione, di promozione e di controllo… Però il troppo storpia, come ben dice
il proverbio. Dovete riconoscere, egregi colleghi, che molti istituti, comitati
e commissioni hanno poca attinenza con la missione spirituale della Chiesa…
Sono stati aggiunti via via per esigenze contingenti o… di facciata, come per
dimostrare che certi problemi, certi bisogni, sono avvertiti dalla Chiesa. Ma
trattarli, questi problemi e bisogni, teoricamente, creando Consigli e
Commissioni, che poi sfornano circolari, direttive con i soliti “si dovrebbe”,
“sarebbe necessario”, senza fare nulla di pratico, lanciare appelli agli altri
e non impegnarsi mai nell’azione diretta, la quale esige spesso fatica e
sacrifici, è un ingannare gli altri e anche sé stessi… Non dico che non serva
l’azione direttiva, guidata dallo studio e dall’analisi, ma limitarsi alle
lettere apostoliche, ai solenni discorsi, alle proclamazioni di principio, è
pura apparenza…»
«Ora stai davvero esagerando» intervenne Andreoni
«Anche questo tuo criticare tutto e tutti, non serve a niente. Torniamo con i
piedi a terra, confrontiamoci con la realtà nostra e con quella del mondo, che
non è quella del tempo di Gesù. Sono convinto che, se Cristo tornasse sulla
terra, oggi, per aiutare la sua Chiesa e correggerne qualche stortura, dovrebbe
adeguarsi alla modernità, viaggiare quasi ogni giorno con l’aereo, servirsi
della radio, della televisione e della stampa, nominare ovunque i suoi vicari e
rappresentanti… Ora non si tratta più di predicare nei villaggi della
Palestina, coadiuvato da dodici apostoli, ma di predicare in tutto il mondo; e
come ciò si potrebbe effettuare senza la vasta organizzazione che la Chiesa a
poco a poco si è data?»
«Noi non diciamo affatto che tutta l’organizzazione
deve essere smantellata, ma che deve essere ridimensionata, snellita. La Chiesa
appare oggi come una persona tanto obesa, che quasi non può camminare e ha
bisogno di una urgente e radicale cura dimagrante, o come un albero che, se non
è potato, rischia di cadere sotto il peso dei suoi stessi rami, cresciuti a
dismisura in ogni direzione. Noi proponiamo una oculata potatura, che non solo
eviterà il crollo della pianta, ma la rinvigorirà. Alcune istituzioni possono
essere eliminate, altre ridotte al puro necessario, altre unificate, cioè
accorpate, evitando doppioni e dispersione di energie…»
«A questo proposito» intervenne Andreas «un campo
dove bisognerebbe accorpare è quello degli Ordini Religiosi maschili e
femminili… Sono rimasto sbalordito quando li ho letti tutti elencati
nell’Annuario. Volevo contarli, ma ci ho rinunciato, perché sono certamente
oltre il migliaio. Infatti nell’Annuario gli Ordini Maschili sono elencati in
70 pagine, quelli femminili in ben 218 pagine. L’ultimo ordine elencato è
quello delle “Vergini di Gesù”, con una sola casa e 9 suore, ma che ha
anch’esso la sua Superiora Generale. Quante saranno le Case Generalizie di
tutti questi ordini? quanto il personale? quante le spese? Gli ordini,
specialmente quelli femminili, spuntano dappertutto come funghi, e spesso
servono soltanto a creare una nicchia per qualche suora o pia donna un po’
esaltata. Se gli ordini maschili fossero ridotti a una diecina, accorpandoli
secondo la loro finalità e la loro storia, e quelli femminili a una ventina,
quanto risparmio ci sarebbe e di personale e di denaro?»
«Tu, egregio collega» intervenne Clozet «vedi
sempre le cose in modo semplicistico. Tutto ti sembra facile e fattibile; e
invece questa unificazione che tu auspichi è difficilissima. Sotto il nuovo
Pontefice, se io conserverò la mia carica, ti proporrò come Prefetto della
“Congregazione per gli istituti di vita consacrata”, e sarò ben lieto se
riuscirai a unificare gli ordini religiosi.»
Essendosi fatto quasi mezzogiorno, Andreoni disse:
«Cari colleghi, abbiamo conversato abbastanza,
trattando di vari problemi. Questo scambio di idee ci è servito per evidenziare
certe difficoltà. Anche io e Charles siamo d’accordo che qualche cosa può
essere migliorata, qualche semplificazione apportata. Ma tutto dipenderà
dall’iniziativa del prossimo papa. Cerchiamo di scegliere la persona più adatta
a questo gravoso compito. Non dobbiamo essere avventati, ma saggi. Arrivederci
a presto. Io e Charles vi salutiamo caramente.»
Partiti gli ospiti, commentammo tra noi gli
interventi di Andreoni e Clozet. Era evidente che ambedue avevano apprezzato la
gestione sistina, che ambedue non
volevano cambiar niente, o solo qualche minuzia, nell’apparato della Chiesa;
solo che il Francese era più… intransigente, mentre Andreoni si mostrava più…
possibilista… più accomodante. Almeno così sembrava.
È chiaro che egli si mostra tale, perché ha la
speranza di essere eletto, e per questo non vuole scontentare nessuno,
possibilmente.
Clozet non può avere la speranza di essere eletto,
perché un papa francese c’è già stato, come in precedenza un papa tedesco e un
papa polacco. Tutti sono convinti che bisogna cambiare. Gli spagnoli e i
latino-americani giustamente desiderano un papa loro, perché non ne hanno da
tanto tempo, precisamente da Alessandro VI, di non fausta memoria, morto nel
1503. Dopo quella data tutti i papi sono stati italiani sino al 1978, ad
eccezione del breve pontificato dell’olandese Adriano VI (1522-23). Nel
conclave del 2038 gli ispano-americani erano quasi sicuri di fare papa un loro
connazionale; ma, come essi dissero in seguito, erano stati scippati dai Yankee, coi loro dollari.
Ora quasi tutti ritengono che un papa spagnolo ci
sta bene nella Chiesa, anche per riscattare l’infamia di papa Borgia. E a
questo proposito si parla anche del nome che questo papa spagnolo dovrebbe
prendere. Alcuni dicono che si chiamerà Alessandro VII, proprio come
indicazione di antitesi con Alessandro VI, cioè per farlo dimenticare. Altri
trovano la proposta pericolosa, perché può significare, più che antitesi,
continuazione; al che i primi oppongono l’esempio di papa Roncalli, che si
volle chiamare Giovanni XXIII proprio come opposizione al francese Giovanni
XXII, destinato da Dante all’Inferno come papa simoniaco. Sono tutte dicerie
che circolano negli Uffici di Curia e anche in Sala Stampa, alimentate da parte
dei vaticanisti che riempiono i giornali di questi pettegolezzi.
Però ho saputo che anche dei cardinali danno corpo
a queste dicerie, riunendosi per gruppi o partiti. I cardinali spagnoli,
portoghesi e latino-americani, a quanto si dice, si stanno già riunendo per
cementare le loro forze e scegliere un candidato; ma sulla persona sono un po’
divisi: i carioca vogliono un brasiliano, gli ispano-americani uno spagnolo o
un argentino o anche un cileno.
Andreas mi ha detto:
«Io voterei per Mercedes, il quale la pensa come
noi, da quello che abbiamo udito a Castelgandolfo.»
«Voi cardinali africani sareste compatti per
Mercedes?»
«Non so, non ne abbiamo parlato. Ma ci dobbiamo
incontrare nel pomeriggio, e domani ti saprò dare una risposta, almeno per
quanto riguarda noi tre neri.»
«Ma cerca di contattare anche i due bianchi.»
«Quello di Brazzaville, che conosco bene di
persona, credo che sarà solidale con noi. Quello di Algeri non so.»
«Ci devi parlare, Andreas: anche se non è nero, è
pastore in Africa, e dovrebbe farne gli interessi.»
«Sì, ci parlerò assolutamente nel pomeriggio, e
domani, se verrò, porterò gli altri quattro; così ci potremo mettere d’accordo,
anche col tuo aiuto.»
Lui andò all’Ambasciata, io all’orfanotrofio, dove
ho pranzato e sono rimasto tutto il pomeriggio. Mi piace tanto conversare con
questi ragazzi: sollecito le loro domande, su quanto a loro interessa, su
quello che non capiscono o vogliono conoscere meglio, e cerco di rispondere nel
modo più semplice e chiaro. Poi pongo anch’io le mie domande, sui Misteri della
fede, sulle virtù e sui vizi, sui pericoli dai quali si devono guardare, e
perché. Li metto in guardia dai danni
del fumo, dell’alcol e soprattutto della droga, e cerco anche di far capire
quale deve essere il comportamento di un cristiano nella società, perché il
Cristianesimo si testimonia non con i “Credo”
o le giaculatorie, ma con una vita onesta, laboriosa e solidale.
Parlando con loro, mi sento come un padre, e mi
sembra che loro mi ascoltino come figli. Passo con loro, un paio di volte alla
settimana, tre-quattro ore di libera conversazione che fanno bene a me, e credo
anche a loro. Sono tornato a casa verso le venti, per stendere queste pagine a
conclusione della giornata, e riflettere un po’.
All’orfanatrofio è ora sorto un problema, cioè
l’avvenire di questi ragazzi una volta usciti da esso all’età di 14 anni, alla
fine della Scuola Media.
Attualmente ce ne sono quattro che devono dare
l’esame di licenza e poi dovrebbero lasciare il mio orfanotrofio, creato per
ragazzi dai 6 ai 14 anni.
Io finora non mi ero posto il problema, ma oggi
quei quattro mi hanno chiesto:
«Se dobbiamo andare via di qui, dove andremo?» Ho
risposto:
«Troveremo una sistemazione, figlioli.»
Sì, una sistemazione, ma quale?
Ci vorrebbe una specie di collegio, tenuto da
religiosi e gratuito, che accolga questi adolescenti e li educhi e guidi nell’età critica dai 15
alla maggiore età. Anche se io, una volta usciti, continuassi ad assisterli con
un sussidio pecuniario, chi si prenderebbe cura di essi? chi li educherebbe?
Non hanno famiglia, la Scuola oggi non educa che
alle volgarità e alle parolacce, la Chiesa è «in tutt’altre faccende
affaccendata». Andrebbero nei centri sociali a educarsi alla trasgressione e
alla violenza. Chi inculcherà loro i valori della vita? Quei valori religiosi
che io ho cercato di trasmettere ad essi, sarebbero ben presto obliterati negli
anni tempestosi dell’adolescenza, nei quali essi avranno maggiore bisogno di
protezione e di assistenza, per salvarsi dagli influssi malefici dell’ambiente.
Penso che, per cautelare questi cari figlioli dalla corruzione dilagante, sia
mio dovere creare un collegio, una struttura che li accolga e li traghetti
indenni e preparati alla maggiore età.
Dio mi aiuti in questo mio inderogabile compito di
padre adottivo.
Stamane ho celebrato la Messa, alle 8, in Santa
Maria in Trastevere, e poi sono tornato subito a casa, perché attendevo con una
certa ansia la venuta dei cardinali africani, che sono giunti verso le 10,
tutti e cinque insieme. Scambiatici i convenevoli , ci siamo seduti intorno a
un tavolo, dove io avevo messo dei taccuini e delle penne, nel caso qualcuno
volesse prendere appunti o formulare proposte scritte. Evidentemente gli ospiti
aspettavano che io prendessi l’iniziativa del discorso, e ho parlato press’a
poco così:
«Cari colleghi, tra due giorni ci riuniremo nella
Sistina per scegliere chi dovrà reggere la Chiesa di Cristo nei prossimi anni.
Credo che siamo tutti d’accordo sulla necessità di una riforma che restituisca
alla Chiesa la spiritualità,
liberandola da tanti apparati terreni che ne ostacolano la missione, che è
quella di annunciare la Buona Novella
in tutto il mondo, con coraggio e costanza, con una predicazione chiara e
semplice come quella di Gesù, accompagnandola con l’esempio, perché exempla trahunt.
A Castelgandolfo sono stati toccati molti aspetti
della conduzione della Chiesa, del suo apparato burocratico e gerarchizzato,
che ne denunciano la mondanizzazione. Ora siamo qui riuniti per evidenziare
meglio questi aspetti, per fare delle proposte concrete e risolutive per ognuno
di essi, e per redigere, se del caso, una scaletta
temporale, cioè di quello che si può fare subito e di quello che si deve fare
dopo, progressivamente. Cercheremo anche di distinguere quello che è più
importante da quello che lo è meno. Andreas a Castelgandolfo ha già fatto
conoscere il suo pensiero; ora è bene che voialtri facciate conoscere il
vostro.»
Al mio invito l’arcivescovo di Algeri ha detto:
«Noi possiamo pure dibattere problemi e fare
proposte, stabilire bei programmi, ma poi tutto dipenderà dalla politica che il prossimo papa vorrà
seguire, perché è evidente che sarà sempre il papa a dire l’ultima parola su
tutto, a dare la sua impronta personale all’azione della Chiesa, cioè
all’azione della Curia, perché in definitiva è lui che darà le direttive a
tutti gli organi centrali. Perciò propongo di dare uno sguardo al Collegio
Cardinalizio, per vedere innanzi tutto quali sono i cardinali più carismatici,
e su quale di essi noi africani potremmo orientare la nostra scelta. Voi sapete
che già si sono formati dei partiti o, se non dei partiti veri e propri, delle
concertazioni tra alcune conferenze episcopali, per sostenere questa o quella
candidatura. Dobbiamo tener conto di questa realtà, anche se non è lodevole, e
anche noi, anche se siamo solo cinque, dobbiamo concentrarci su qualche nome di
prestigio. Io ho molti amici nella Conferenza Episcopale Francese, e forse
riuscirò ad attirali sulla scelta che noi faremo.»
«Non mi sembra opportuno fare questo ora –
intervenne il cardinale di Brazzaville – lo faremo, se del caso, alla fine
della nostra analisi, quando avremo stabilito il nostro programma, i nostri desiderata. Allora potremo posare lo
sguardo sul Collegio, per individuare chi potrebbe essere il realizzatore del
nostro programma.»
«E questo bel programma resterà sterile – replicò
l’arcivescovo di Algeri – se sarà eletto papa uno che è esponente di un bel
programma tutto diverso. So di certo che i cardinali dell’America Latina si
stanno concentrando su un loro rappresentante…»
«E’ forse il cardinale Mercedes? – chiese Andreas –
Lo voterei senz’altro anch’io, è dei nostri.»
«Ma che Mercedes, caro collega; si parla del
cardinale Lopez di Santiago, e si dice che per lui c’è già una maggioranza.»
«Sono dicerie – dissi io – solo pettegolezzi o voci
fatte circolare dagli interessati. Del resto, qui a Roma si dice: “chi entra in
Conclave da papa, ne esce da cardinale”. Anch’io sono d’accordo con il collega
di Brazzaville. Concentriamoci sul programma. Il collega Mercedes a
Castelgandolfo ha fatto delle proposte per ridimensionare l’attività
diplomatica; questo certamente è un punto del nostro programma, ma potrà esser
attuato solo gradualmente. Anche l’abolizione della Congregazione per le cause
dei santi è un punto importante del nostro programma, ma anch’esso non può
essere attuato a tamburo battente, mentre l’abolizione delle Guardie Svizzere
potrebbe essere una decisione che il nuovo pontefice potrebbe prendere subito, motu proprio. Sarebbe un bel segno per
far capire che la Chiesa non è uno Stato e non ha bisogno di un esercito così
pomposo e… costoso. La vigilanza e la sicurezza interna del Vaticano potrebbe
essere affidata all’attuale Corpo della Gendarmeria, potenziato con una
cinquantina di vigilantes. La sicurezza esterna è già curata, e bene, dalla
Polizia italiana. La spesa sarebbe almeno dimezzata, e il segnale dato al
mondo, di un effettivo cambiamento, sarebbe efficacissimo.»
«Un altro cambiamento che si potrebbe fare subito –
intervenne l’arcivescovo di Kinshasa- è quello dei titoli pomposi. Il cardinale
è Eminentissimo, il vescovo Eccellentissimo, il papa addirittura Santo. Non basta dire il cardinale X, il
vescovo Y, l’arcivescovo Z? Dire poi Santo
Padre, Sua Santità, mi sembra una
sfida al Signore Dio, un’offesa alla Divina Maestà. E poi tutti quegli
arcivescovi titolari! A tutti gli ecclesiastici in carriera curiale o
diplomatica il papa regala una bella sede titolare, di città che non esistono
più o che esistono, ma sotto altro nome, in
terra infidelium. Non è ridicolo? Gli stessi cardinali sono divisi in tre
gradi (diaconi, presbiteri, vescovi); ognuno col suo bel titolo o la sua
diaconia.
Convengo che questi belletti ornamentali non sono
il vero scandalo, ma sono inopportuni e vanno tolti subito. La Chiesa non deve
fare pompa di questi vani titoli; qualche volta anche lunghi e un po’ ridicoli,
come quello di Andreas il quale è “Santa Maria delle Grazie alle Fornaci fuori
Porta Cavalleggeri”. Si dice: è tradizione; no, è vecchiume, da eliminare con
un tratto di penna. Lo stesso dicasi per gli abiti distintivi dei vari gradi,
tutti dai colori smaglianti, e per i copricapi. Non è offensivo, oltre che
ridicolo, comparire in chiesa davanti a Dio con quelle mitrie gemmate e con
quei pastorali preziosi? Bisogna ritornare alla semplicità evangelica.»
«Sono perfettamente d’accordo con te.» disse
l’arcivescovo di Maputo «Tutti questi ornamenti non solo sono indecorosi , ma
anche costosi . E per i nostri affamati africani, per i nostri malati di lebbra
e AIDS, per i nostri bambini denutriti mancano le medicine e il latte…Ma
secondo me la cosa più scandalosa è il genuflettersi davanti al papa, rito
ormai obbligatorio per tutti, ma che contraddice clamorosamente l’insegnamento
del primo papa, San Pietro, il quale al centurione Cornelio, che si era gettato
in ginocchio ai suoi piedi, disse: “Alzati, anch’io sono un uomo.” (At
10,25-26). Ci si inginocchia solo davanti a Dio, davanti al Sacramento, per adorarlo,
non davanti a un uomo. Lo stesso dicasi per il bacio dell’anello: che
significa? Quello del papa è chiamato piscatorio,
come se fosse quello del pescatore Simone, poi chiamato Pietro dallo stesso
Gesù. Io proporrei l’abolizione dell’anello per tutti i dignitari della Chiesa.
Alcuni lo hanno molto costoso, e sono soldi spesi male. Così anche per le croci
pettorali con le loro collane, spesso preziose anch’esse. La dignità della
carica non si esprime con questi ornamenti, ma con la sapienza e con la condotta
di vita. E questa condotta di vita spesso non è affatto esemplare, specialmente
qui a Roma, talora anche fuori, ma non certamente in Africa.»
«Riguardo a tutte queste incrostazioni mondane»
disse a questo punto Andreas «posso aggiungere qualcosa. Io non avevo una
conoscenza precisa dell’organizzazione vaticana, e l’altro giorno mi sono fatto
prestare dall’amico qui presente l’Annuario Pontificio, un volume di circa 2500
pagine, e questo solo dà un’idea della vastità a complessità della burocrazia
curiale. Tra le altre amenità sono venuto a sapere che ci sono sei Ordini
Equestri Pontifici, conferiti direttamente dal Sommo Pontefice con lettere
apostoliche, e inoltre la “Croce pro Ecclesia et Pontifice” e la “Medaglia
Benemerenti”, che si conferiscono come distintivi di onore. Anche queste
sovrastrutture, che non hanno niente a che fare con la missione della Chiesa,
vanno subito eliminate.»
«Mi sembra che voi, colleghi» intervenne
l’arcivescovo di Algeri «corriate un po’ troppo con la vostra accesa fantasia:
togliamo questo, eliminiamo quest’altro, cambiamo, ridimensioniamo. Fate i
conti senza l’oste, che sarà il prossimo papa. Per questo io vi proponevo di
esaminare i nomi dei papabili. Ormai sono tutti d’accordo per un papa spagnolo
o latino-americano, almeno per quanto io ho sentito dire; perciò potremmo
esaminare l’elenco dei cardinali latino-americani, più gli spagnoli che sono
cinque, e i portoghesi che sono due, e vedere quale potrebbe essere il nome su
cui puntare in Conclave. E’ ovvio che dobbiamo scegliere uno che dia speranza
di cambiamento, perché certamente nella Chiesa ci sono strutture che non sono
consone con la sua missione.»
«Tu dai per certo – intervenni io – che il prossimo
papa sia di quell’area geografica, ma io non ne sarei tanto certo; ci sono
tanti cardinali asiatici, specialmente Filippini, Coreani e anche Cinesi,
Giapponesi e Australiani , che la potrebbero pensare diversamente, e formano un
bel gruppetto di 15 elettori ed eleggibili; poi ci siete voi cinque Africani e
infine i molti occidentali, cioè Europei, Canadesi e Statunitensi, i quali
potrebbero orientarsi diversamente. Vanno considerati ancora i 20 cardinali di
Curia, tra i quali ci sarei anch’io, che sono in gran parte conservatori, ma
non tutti. Lo Spirito Santo soffia dove vuole e come vuole; noi possiamo solo
pregarlo che ci ispiri a fare la scelta giusta, che non prevalgano in Conclave
gli interessi e le considerazioni terrene…Ora è già passato mezzogiorno, e
ritengo opportuno mettere fine al nostro esame. Potremmo fare un elenco delle
cose possibili a farsi, ma non è necessario; ormai ognuno di noi ha un quadro
chiaro di ciò che non va e che va cambiato. Vi ringrazio e, se volete pranzare
con me, andremo al mio orfanotrofio, dove c’è posto per tutti.»
Solo Andreas rimase con me, gli altri ringraziarono
e se ne andarono, senza fissare nessun altro appuntamento. Evidentemente
volevano fare una pausa di riflessione come la volevo fare anch’io.
Io e Andreas andammo a pranzare con gli orfanelli,
e poi ci separammo senza prendere alcun accordo né per il pomeriggio né per
l’indomani. Lui aveva l’intenzione di abboccarsi da solo con i colleghi
africani, per vedere di accordarsi sul nome da votare. Comunque mi avrebbe
telefonato per farmi conoscere la conclusione dell’incontro, se gli riusciva di
organizzarlo, perché sapeva che i due cardinali bianchi si incontravano quasi
ogni giorno coi colleghi francesi.
Nel pomeriggio mi ha telefonato Andreoni, per
chiedermi che cosa aveva deciso il sinodo
africano, come lui ha detto scherzando, aggiungendo che io sono per così
dire il presidente di questo sinodo un po’ ibrido. Gli ho risposto che avevamo
trattato vari problemi, che in parte erano stati evidenziati a Castelgandolfo,
ma non avevamo parlato dei papabili. Lui mi ha ringraziato dell’informazione,
dicendo che mi avrebbe richiamato domani. Così è passata, senza altre novità,
questa giornata.
Evidentemente Andreoni è “tutt’occhi e
tutt’orecchi”, per captare gli umori dei vari gruppi di cardinali, che si
riuniscono secondo la nazionalità, la regione, la mentalità o anche la lingua.
Ho intuito il suo proposito. Siccome ha capito che il contrasto tra i
Latino-americani, schierati con Lopez e quasi tutti gli altri (Asiatici,
Africani, Nord-Americani ecc.) non permetterà la nomina del cardinale di
Santiago, sta lavorando per sé stesso, sicuro dell’appoggio dei cardinali di
Curia e di gran parte degli Italiani, dei Francesi e dei Nord-Americani.
Dio non voglia che il gioco gli riesca: nessuna
riforma sarebbe possibile con papa Andreoni.
Stamane ho detto la Messa, alla solita ora, a Santa
Maria in Trastevere, e poi sono tornato subito a casa, perché aspettavo la
telefonata di Andreoni.
Infatti mi ha chiamato verso le 9,30 e abbiamo
parlato a lungo. Più che raccontare preferisco riportare il colloquio così come
lo ricordo.
«Caro Prefetto, desideravo parlarti da solo a solo,
senza la presenza di altri, per parlare senza infingimenti, ma chiaro e tondo.
Io sono romano de Roma, tu romano di carica, perché reggi da tanti anni,
in Curia, la Congregazione dei vescovi, e conosci bene la storia della Chiesa e
anche la sua presente struttura…»
«La quale presenta molte sovrastrutture che sono
più di impaccio che di aiuto.»
«Bene, collega, prendiamo in esame queste presunte
sovrastrutture, una per una.»
«Sono state evidenziate a Castelgandolfo, ma
cerchiamo di richiamarle alla memoria. La prima è la sovrastruttura
diplomatica, con 180 tra Nunziature e Delegazioni, con tanto personale, per
preparare il quale si è creata anche una specializzazione postuniversitaria… Ti
sembra necessario o anche utile conservare questa elefantiaca struttura
diplomatica, destinando a essa tanti ecclesiastici e impegnandovi tanto
denaro?»
«Le Nunziature e le Legazioni nei vari Paesi sono
certamente utili, forse non necessarie in quelli più piccoli o con pochi
cattolici… Ma tu sai, che per questi molto spesso uno stesso delegato
rappresenta la Santa Sede in due o tre di essi… Tuttavia riconosco che in
questo settore si può apportare qualche economia e impiegare meno personale… e
io nel prossimo pontificato mi adopererò in tal senso… non credere che i
cardinali di Curia non avvertano questa esagerazione di… rappresentanza.»
«Una seconda… stortura è la Congregazione per le
cause dei Santi, la quale assorbe tanto personale, a cominciare dai
postulatori, anch’essi preparati da un apposito corso di specializzazione
post-laurea. Qui non si tratta solo di personale e di spesa, di tempo impiegato
in questi processi canonici; qui si tratta di liceità, perché per me e per tanti altri non licet et non decet istituire processi per proclamare dei beati
e dei santi, quasi quasi volendo condizionare il giudizio di Dio, e quindi
offendendo la Maestà Divina. La Congregazione per le cause dei Santi dovrebbe
essere al più presto abolita… magari portando a termine solo le cause ormai
nello stadio terminale, ma non istituendone delle nuove.»
«E perché tu, Prefetto di Congregazione, non hai
fatto mai questa proposta al Papa?»
«Perché sarebbe stato perfettamente inutile fare
una tale proposta a papa Sisto… dato il suo convincimento contrario. Infatti
egli riteneva che queste cause e queste proclamazioni alimentassero la
religiosità popolare e andassero incrementate.»
«E aveva ragione… il popolo ci tiene molto al culto
dei Santi…»
«Sì, ma è un culto quasi idolatrico, tutto
esteriore e festaiolo, non vera religiosità, che è spirituale.»
«Ma la spiritualità, nel popolo, non si può
esprimere che in questo modo. Ogni paese ha il suo caro patrono al quale dedica
generalmente non una sola festa, ma due, una invernale, più chiesastica, e una
estiva, più mondana, più fastosa e festosa. Che c’è di male? E le spese di
queste feste le fanno volontariamente gli stessi cittadini, talora proprio i
Comuni, perché ne comprendono l’importanza educativa e civica.»
«Non c’è alcun male, ma il clero dovrebbe a poco a
poco ridare a queste celebrazioni di santi il loro significato spirituale, come
iter ad Deum e non iter ad spectaculum… Noi non contestiamo
queste feste di santi tradizionali, che ormai sono entrati nel culto cristiano,
ma contestiamo il fatto che anche ora la Chiesa continui a proclamare beati e santi con un processo di tipo giudiziale, a vari livelli, con
difesa e accusa, con perizie e controperizie, processo che finisce con una
sentenza, il decreto pontificio, che proclama la santità di un uomo. Sì, io non
ho fatto mai questa proposta a papa Sisto, perché non sarebbe servita a niente…
Quando si trattò della costruzione dell’aeroporto, io gli consigliai di non
fare quella spesa inopportuna, ma il Papa non tenne alcun conto delle mie
critiche, ben motivate. Infatti io anche ora sono convinto che quell’aeroporto
deve essere dismesso, venduto al migliore offerente, per destinare la somma a
qualche intervento straordinario, come l’eliminazione della lebbra con una
massiccia campagna di prevenzione e cura. Che la Chiesa abbia un proprio
aeroporto, munito di extraterritorialità come la villa di Castelgandolfo, è
forse il segno più eclatante della sua mondanizzazione.»
«No, caro amico, esso è molto utile, se non
necessario, e anche tu te ne sei servito.»
«Qualche rarissima volta, per motivi eccezionali ed
urgenti. Per le mie visite ordinarie, programmate, mi sono sempre servito delle
linee regolari, in classe turistica, pagando il mio biglietto.»
«Ma lasciamo questo discorso, che per ora non ha
rilevanza; tutt’al più se ne parlerà in seguito, se il nuovo papa lo vorrà.
Perché di questo si tratta ora, caro collega, chi scegliere per successore di
papa Sisto. Con i cardinali africani che si sono riuniti presso di te, ormai
considerato il loro referente…
certamente avrete parlato di scelta… su chi puntare, su chi
concentrarsi…Perché nasconderlo?»
«No, Andreoni, non abbiamo parlato di persone, ma
di programmi. Il cardinale di Algeri proponeva di portare l’esame sui papabili,
ma gli altri lo hanno ritenuto inopportuno…»
«Inopportuno? è invece la cosa più opportuna… Già
si assiste a una specie di mobilitazione delle varie Conferenze Episcopali, si
formano partiti pro o contro qualcuno, e gli Africani vogliono stare a guardare?
Aveva ragione l’arcivescovo di Algeri… Vedi, caro collega, i cardinali neri
sono un po’ ingenui, troppo semplici o superficiali nelle loro valutazioni,
vedono tutto in bianco e nero, non conoscono la problematicità delle
situazioni…»
«Non è così, Andreoni, essi sentono e… soffrono i
problemi della Chiesa e…»
«Ma si fermano lì, non sanno approfondire le
situazioni; per carità, sono delle bravissime persone, piene di zelo… ma non
hanno… spessore storico… non hanno la cultura millenaria che abbiamo noi, eredi
di quella greco-romana. Si parla molto di un candidato ispano-americano, e già
si formano dei raggruppamenti… Sono raggruppamenti un po’ nazionalistici, che
non possono portare bene… tanto peggio se volessero scegliere il cardinale di
Fortaleza… il quale sarebbe capace di scombussolare tutto.»
«Non mi sembra che voglia scombussolare, ma
riformare…»
«Ma le riforme che ha ventilate sono tanto più
azzardate in quanto egli vorrebbe farle in blocco e a tamburo battente. È un
meticcio, e anche lui, come il tuo amico Andreas, ha una visione molto
semplificata della realtà effettuale… è anche lui un ingenuo… È stato ingenuo
anche un papa italiano, il quale nel 1978 salì sul soglio di Pietro con la
mentalità, come lui stesso diceva, di un parroco di campagna, e voleva portare
tanti cambiamenti e subito. Ma scomparve dopo un mese, e il successivo
Conclave, accortosi dell’errore commesso, fece ben diversa scelta…»
«Papa Luciani scomparve… perché fu forse
avvelenato.»
«Fandonie, dicerie malevole di giornalisti antipapisti
che volevano gettare il discredito sulla Curia Romana. Albino Luciani era
debole di cuore, e fu stroncato da un infarto, perché il suo cuore non resse
all’emozione della carica e all’attività frenetica che si era imposto… per
cambiare tutto.»
«Non voleva cambiare tutto, ma alcune cose
specifiche, e il suo medico personale testimoniò che non aveva cardiopatie. Ma
ormai è acqua passata ed è inutile discutere sulla causa della sua morte, sulla
quale si è scritto anche troppo. Ma io credo che il Luciani non era un ingenuo
come intendi tu, cioè uno sprovveduto, ma fornito di quella santa semplicità inculcata appunto
da Gesù.»
«Senti, collega, voglio arrivare al concreto, ed è
inutile dibattere sui papi defunti…lasciamone il giudizio agli storici, e non sarà
mai un giudizio univoco… Ora si tratta della scelta che dovremo fare, a
cominciare da domani, in Conclave, e dobbiamo orientarci. E secondo me sarebbe
il caso di pensare a un italiano… questi papi stranieri non sono stati
ineccepibili, e non c’è da aspettarsi nulla di meglio da un papa
latino-americano o spagnolo. Noi italiani siamo più equilibrati, abbiamo
maggiore spessore, siamo più esperti, più prudenti… Sappiamo fare anche le
riforme, ma quando proprio ci vogliono, e nella misura giusta… Insomma avrai
capito quello che voglio dire. Molti colleghi, e non solo italiani, hanno
puntato gli occhi su di me, come il successore più indicato nella presente
situazione della Chiesa. Io non mi sottrarrei al mio compito, coadiuvato dai
colleghi che hanno fiducia in me. Per carità, non chiedo il tuo voto, chiedo
solo che tu, e i tuoi amici africani, valutiate questa nuova prospettiva.»
«Certamente è una prospettiva, ma io mi devo ancora
chiarire le idee, e spero che lo Spirito Santo mi illumini, e illumini anche i
colleghi. Io voglio ancora valutare, riflettere, e quindi non ti posso dire
nulla del voto mio, e tanto meno dei miei amici africani. Lo sai che, nel
chiuso del Conclave, soffia lo Spirito…»
«Lascia stare lo Spirito Santo; se nel Conclave
spirasse sempre lo Spirito Santo, non avrebbe fatto eleggere, per esempio, papa
Borgia nel 1492. Nel Conclave prevalgono spesso interessi anche politici, e ci
sono interferenze esterne. Sai benissimo che nel 1903 il cardinale Rampolla non
fu eletto papa per il veto dell’imperatore Francesco Giuseppe, che lo
considerava filo-francese, e perciò non lo voleva sul soglio di Pietro.»
«Sì, è vero, queste cose incresciose si sono
purtroppo verificate… ma non è detto che si debbano verificare ancora… Tu sei
stato franco con me, manifestandomi che c’è in palio anche la tua candidatura…
io ne prendo atto e ti rispondo con uguale franchezza. Non so ancora per chi
voterò, seguirò l’ispirazione del momento, ma ti prometto che se tu stessi per
raggiungere la maggioranza dei due terzi, e ti mancasse solo qualche voto, il
mio non ti mancherà, ma solo in questa situazione, per evitare uno stallo con
ulteriori votazioni nulle, che non
piacerebbero al popolo cristiano. Altro non posso dirti.»
«Mi basta questa tua promessa; ma se si verificasse
quel deprecato stallo, non mi farai
votare anche dai tuoi amici africani?»
«Potrei dare loro il consiglio, come opportunità,
ma non posso assicurare che mi seguiranno… essi sono liberi e hanno i loro
criteri di giudizio.»
«Bene, amico, mi accontento di questo, ti ringrazio
e ci vedremo domani in Vaticano alle ore 10, per il rito preparatorio
all’entrata in Conclave.»
Terminata la lunga telefonata, sono stato un po’ a
riflettere sulla candidatura di Andreoni, che io avevo già intuito, ma di cui
ora avevo la certezza. Passai in rassegna anche gli altri cardinali italiani, e
conclusi che il migliore, se il papa doveva essere italiano, era il Patriarca
di Venezia, ma egli non aveva influenza alcuna sui cardinali di Curia. Io
certamente non avrei votato nemmeno per il Patriarca, perché non era opportuno
il ritorno degli Italiani alla guida della Chiesa. Bisognava dare un segnale
forte di cambiamento. Sì, avrei dato il mio voto ad Andreas, se non altro per
solidarietà, anche se non aveva speranza di voto se non dagli altri due
cardinali neri.
Purtroppo l’Africa nera ha tre soli cardinali, ed è
una vera ingiustizia, dal momento che essa dà il maggior numero di convertiti e
costituisce per il Cattolicesimo la più bella speranza. Papa Sisto, dopo
Andreas, non aveva voluto nominare altri cardinali africani, evidentemente nel
timore che da questo continente venisse qualche pericolo per il suo
pontificato. Egli invece aveva nominato molti cardinali sia europei, sia
nord-americani, sia asiatici. Pensare che l’India ne ha otto, la Corea tre, il
Giappone due, la Cina due, la Thailandia uno, in tutto 16 cardinali. Eppure è
l’Africa il continente più ricettivo del messaggio evangelico. Sì, avrei votato
Andreas, se non altro per dare una testimonianza per l’Africa.
Era già passato mezzogiorno e mi recai a pranzo
all’orfanotrofio, dove sono rimasto tutto il pomeriggio a conversare con i miei
ragazzi, interrogandoli sulle materie scolastiche, sulle loro preferenze, sui
loro insegnanti, sulle loro difficoltà. Sentivo il bisogno di rilassarmi dalla
tensione accumulata in questi giorni, aggravata dal senso di responsabilità che
avvertivo nell’entrare in Conclave, che era per me il primo, e probabilmente
l’ultimo. Sentivo anche un certo rimorso per la promessa fatta ad Andreoni di votarlo,
in situazione di stallo, se a lui mancasse solo qualche voto per raggiungere il
quorum. Ero stato un debole, non avevo voluto scontentarlo del tutto. Ma se
questa deprecata situazione di stallo
si fosse verificata, con quale coscienza avrei dato il mio voto ad Andreoni,
che avrebbe continuato nella Chiesa la politica di papa Sisto?
Mi rassicuravo pensando che la situazione
ipotizzata era una vera e propria ipotesi irreale, considerando gli umori del
Collegio, specialmente dei cardinali-pastori; e anche tra quelli di Curia non
sono io il solo dissenziente.
Sono tornato a casa verso le venti; dopo la frugale
cena ho guardato alcuni telegiornali, per rendermi conto delle opinioni e delle
aspettative del pubblico italiano e straniero, specie statunitense, il quale
sembra essere il più interessato, assieme a quello italiano.
Questo che sto scrivendo è l’ultimo foglio del
quaderno-diario che ho cominciato a scrivere il giorno 5 di questo mese,
quaderno che lascerò qui in casa. Porterò alla Sistina un nuovo quaderno, per
annotarvi ogni giorno, brevemente, lo svolgimento del Conclave, che tutti
prevedono lungo e laborioso, perché sembra ben difficile trovare una
maggioranza di due terzi nello schieramento che si prospetta, tra
ispano-americani e curialisti-Andreoniani. Io, per conto mio, ho già deciso.
Darò sempre il mio voto ad Andreas, perché mi sembra che sia il papa che ci
vuole per fare nella Chiesa, quella ablatio,
quella pulitura radicale che è ormai indispensabile per non far diventare la
Chiesa una istituzione completamente terrena, una multinazionale del sacro.
Sono sicuro che Gesù Cristo impedirà, col suo divino intervento, la
completa mondanizzazione della Chiesa da Lui fondata. Se poi, durante le
votazioni, emergesse la candidatura di Mercedes, passerò a votare il cardinale
meticcio: anche lui può essere simbolo di un vero cambiamento.
Che il Signore illumini tutti. Amen.
Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito
Santo inizio questo secondo quaderno del mio diario, nella Cappella Sistina.
Stamane ci siamo riuniti tutti i cardinali elettori
in San Pietro, chiuso al pubblico, abbiamo assistito alla Messa celebrata dal
cardinale Decano, che non è elettore, avendo superato gli 80 anni. All’omelia
egli ha ricordato la responsabilità che incombe sul Sacro Collegio, chiamato a
eleggere il 268° successore del Principe degli Apostoli in una situazione
ecclesiale non del tutto soddisfacente e in un mondo sempre più scettico e
relativista.
La Chiesa deve ritrovare lo zelo e la credibilità
che aveva nei primi secoli, nei quali cristianizzò gran parte del mondo allora
civilizzato, cioè ben oltre i confini dell’Impero Romano. Ora una parte di quei
popoli che aderirono con entusiasmo al Cristianesimo si è scristianizzata o ha
ridotto la religione a pura forma, a riti e celebrazioni prive di spiritualità.
La colpa non è tutta della Chiesa, ma è anche della Chiesa la quale, invece di
contrastare la città terrena con la predicazione e l’esempio dei valori
ultraterreni, si è fatta talora attrarre dal lucore dei valori mondani, e ha
quindi perduto credibilità. Egli augurava ai colleghi elettori di farsi
illuminare dallo Spirito per una scelta saggia e ponderata, non pensando alla
convenienza contingente ma alla prospettiva futura di una Chiesa rinnovata e
rivitalizzata.
Alla fine della Messa, ci recammo tutti alla sala
mensa per la colazione, e poi siamo tornati in basilica, per recarci in
processione alla Cappella Sistina. Ci precedeva l’arciprete della Basilica,
Mons. Massi, assistito dai due cerimonieri. Ci accompagnavano anche il Principe
Assistente al Soglio e i Comandanti della Guardia Svizzera e della Gendarmeria.
Entrati nella Sistina, monsignor Massi intimò:
«Extra omnes!» e lui per primo uscì, seguito dai
cerimonieri, dal principe e dai Comandanti. La porta fu chiusa e rimanemmo solo
noi elettori, che eravamo precisamente 90.
Prendemmo posto nei nostri baldacchini, ci
scambiammo i saluti, specialmente con i vicini di casa, e attendemmo
l’iniziativa del Camerlengo, Cardinal Luca Cassini. Egli infatti ci invitò a
radunarci intorno all’altare, per cantare insieme il “Veni Creator”.
Tornati ai nostri baldacchini, il Camerlengo ci
consegnò a tutti una scheda, dove dovevamo indicare chi volevamo come
presidente del Conclave, il segretario e i tre scrutatori. Furono eletti:
Presidente il card. Cassini, indicando anche Segretario l’arcivescovo di
Genova, scrutatori il Patriarca di Venezia, l’arcivescovo di Seul e quello di
Osaka.
Le edicole nella Sistina sono state assegnate per
sorteggio, e io sono un po’ lontano da Andreas; ma sono riuscito a scambiare
con lui qualche battuta. A destra ho il cardinale di Bombay, a sinistra quello
di Lisbona, che è molto loquace, e mi dice che lo schieramento
ispano-portoghese-americano ha ormai i punti per vincere. Mi dice che il loro
candidato è Lopez, arcivescovo di Santiago del Cile, e mi invita a unirmi alla
loro cordata. Gli ho risposto che sto ancora valutando la situazione, e voglio
prima vedere l’esito della prima votazione, che avverrà nel pomeriggio.
L’Arcivescovo di Bombay conosce poco l’italiano,
come io capisco poco il suo inglese, sicché ci siamo scambiati solo qualche
frase di circostanza. A rendere più difficoltoso il nostro dialogo si aggiunge
il fatto che io ci sento poco con l’orecchio destro, e lui è costretto a
ripetermi le parole, e ciò gli fa credere che io gradisca poco parlare.
Comunque, quando l’ufficio di presidenza si fu
istallato attorno al lungo tavolo a destra dell’altare, essendo passata l’una,
il Camerlengo disse che ci sarebbe stato un intervallo di quattro ore per il
pranzo e la siesta, per chi voleva prendersela, e l’attività ufficiale sarebbe
ripresa alle 16,30.
Dalla piattaforma girevole , detta comunemente ruota, cominciarono ad arrivare i pasti
singoli, sistemati in vassoi di argento. In tutti era servito un unico menù;
solo pochi vassoi portavano il nome dei cardinali che avevano chiesto vivande
particolari, per motivi di dieta o di salute. Dopo il pasto, quasi tutti ci
sdraiammo sulle poltrone reclinabili per sonnecchiare o dormire. Molti
cardinali stranieri, che erano venuti poche volte a Roma, avrebbero volentieri
ammirato i famosi affreschi di Michelangelo, ma sulle nostre teste, a circa 5
metri di altezza, un velario di seta purpurea era steso sotto la volta da una
parte all’altra della Cappella, per impedire la vista delle pitture. Io non
conoscevo questa usanza, e mi meravigliai del fatto col collega di Lisbona, il
quale sorridendo mi disse:
«Io lo sapevo, perché ho partecipato al Conclave
del 2038; lo ha prescritto un papa un po’ sessuofobo, che aveva poca simpatia
per i nudi michelangioleschi, e temeva che i cardinali si distraessero
guardandoli.»
Gli chiesi chi fosse stato questo papa rigorista;
mi rispose che non lo sapeva con certezza, ma che si sarebbe informato, perché
era una notizia interessante. Gli dissi che per me non era interessante, che
non avevo niente da eccepire sul velario, e avevo chiesto solo pour causer. Il collega mi rispose con
un sorrisetto ironico, evidentemente non credendo al mio disinteresse.
Alle 16,30 ci radunammo davanti all’altare e
cantammo di nuovo il “Veni Creator”; poi il Camerlengo disse:
«Adesso gli scrutatori vi distribuiranno le schede
di votazione; ognuno vi scriverà il cognome del cardinale prescelto e verrà
personalmente a deporla in questa urna; poi sarà fatto lo spoglio. Secondo la
consuetudine le schede saranno bruciate nella stufa assieme al panetto o nero o
bianco che darà il colore al fumo del comignolo, al quale guarderanno tutti i
presenti in Piazza San Pietro e sul quale sono puntate le telecamere delle
televisioni di mezzo mondo. Vi auguro di fare una buona scelta, seguendo
l’illuminazione dello Spirito.»
Dopo mezz’ora tutte le schede erano nell’urna, e il
Presidente ordinò lo spoglio. Il patriarca di Venezia spiegava la scheda,
leggeva sottovoce il nome, quindi la consegnava aperta al cardinale giapponese,
il quale annuiva e passava la scheda al coreano che pronunciava il nome ad alta
voce. Tutti i cardinali nelle edicole prendevano nota nei loro taccuini.
Il primo nome che uscì fu quello di Andreoni, il
secondo quello di Lopez, e si andò avanti per qualche minuto con questi due
nomi che si alternavano, ora prevaleva l’uno ora l’altro. Ma subito dopo
comparvero sporadicamente anche i nomi di Mercedes, del mio vicino Dias, del coreano
Kim, che era uno degli scrutatori. Io avevo votato Marimba, e aspettavo con
ansia che venisse fuori anche il suo nome, che infatti uscì quasi a metà dello
spoglio. Mi aspettavo che uscisse altre volte, e io ad ogni scheda spiegata
stavo tutto teso per sentire il nome, che invero l’arcivescovo di Seul
pronunciava talora con una certa difficoltà; ma il nome di Marimba non fu più
sentito. Mi meravigliai assai; non era stato votato neppure dai colleghi neri,
ma solo da me!
Finito lo spoglio e ricontate le schede, il
Presidente proclamò il risultato: Andreoni 35, Lopez 32, Mercedes 13, Dias 7,
Kim 2, Marimba 1 = 90 schede. Mi sentii in dovere di fare le mie
congratulazioni a Dias per i suoi 7 voti, che erano sempre qualcosa, rispetto ai 2 di Kim e all’uno di Marimba, e potevano
avere uno sviluppo nelle successive votazioni. Il cardinale di Bombay mi
rispose che non ci sarebbe stato nessuno sviluppo; erano stati voti, per così
dire, di rappresentanza, e che nelle prossime votazioni i suoi sette colleghi indiani
avrebbero votato Mercedes, che lui aveva votato già in questa prima votazione.
Il cardinale di Lisbona, che aveva seguito la
conversazione, intervenne per dire:
«Ti ammiro, Dias, perché non hai votato per te
stesso, come ha fatto evidentemente il cardinale di Dakar.»
Non potevo fargli nutrire questo sospetto e
ribattei:
«No, caro
amico, non fare insinuazioni malevole; l’unico voto per Marimba l’ho dato io;
lui è tutt’altro che vanitoso, e non si è fatto votare neppure dai due suoi
colleghi neri.»
«Se me lo dici tu, ci credo; pertanto la mia
ammirazione va anche ad Andreas, che mi sembrava un po’ presuntuoso, mentre è
umile, e forse finirò per votarlo anch’io.»
«Di certo non te ne pentiresti.»
Poi venne a trovarmi Andreoni, tutto euforico per
essere stato il più votato, e subito mi disse:
«Hai ben visto, caro Prefetto, che ho un seguito, e
la mia candidatura ha una base solida, con un programma né conservatore né
rivoluzionario, ma saggio, perché in
medio stat virtus.»
«Certamente 35 preferenze a un primo scrutinio sono
un bel segnale, che può essere foriero di sviluppi… fausti; io te lo auguro.»
«Gli sviluppi ci saranno, vedrai, e sono qui per
ricordarti la tua promessa…»
«Non dubitare, Andreoni, la manterrò: ogni promessa
è un debito… da pagare.»
«Ne ero certo e ti ringrazio.»
«Ma ricordati anche della condizione a cui è legata
la mia promessa.»
«Certamente la ricordo, ma essa si verificherà,
vedrai, alla terza o quarta votazione. I miei 35 voti avranno un effetto
trascinante… Ma ti chiedo troppo se ti prego di fare, come dire, un po’ di
propaganda con i tuoi amici… e anche con questi tuoi vicini… di casa?»
«Questi miei vicini hanno sentito tutto, e
certamente sapranno regolarsi nelle prossime votazioni… Agli amici non sono
solito dare consigli, a meno che non me li chiedano.»
«Troppo modesto. Comunque ti ringrazio, e ti verrò
a trovare ancora…Ti dispiace?»
«Anzi ne avrò immenso piacere…»
«D’accordo e arrivederci.»
Si erano formati anche dei capannelli fuori dalle
edicole, di colleghi che commentavano l’esito della votazione, e magari le
attribuivano una spiegazione e un significato. Io non mi sono unito a nessun
capannello , sono rimasto chez moi, e
ho cominciato a scrivere il presente diario. Ma ho dovuto interrompere presto,
perché, essendo le 20, cominciarono ad arrivare i vassoi della cena, e anch’io
mangiai con appetito quelle buone vivande. Quando tutti ebbero finito la loro
cena, il Camerlengo ci disse che fino alle 22 potevano muoverci e conversare,
ma poi dovevamo ritirarci nelle nostre edicole, e che domani la santa Messa
sarà celebrata alle 8, alle 9 sarà servita la colazione, e alle 10,30 si
effettuerà la seconda votazione.
Ho dimenticato di dire che, dopo la proclamazione
del risultato, il Segretario stese il verbale, che fu letto e approvato, e
subito dopo le 90 schede votate vennero bruciate nella stufa assieme al panetto nero. I presenti in Piazza San
Pietro avranno visto la fumata nera, che del resto si aspettavano: non si è mai
verificato che un papa sia stato eletto al primo scrutinio, mentre sono
piuttosto numerosi i casi in cui si è dovuto giungere anche oltre la decima
votazione.
Dopo cena venne a trovarmi Andreas e subito mi
investì:
«Perché mi hai votato?»
«Come fai a saperlo? Il voto è segreto.»
«Non scherzare, non puoi essere stato che tu.
Perché l’hai fatto?»
«Così, mi è venuto di darti il voto. Ho fatto
male?»
«Certamente, perché molti penseranno che mi sono autovotato. Io e i colleghi di Kinshasa
e di Maputo abbiamo votato Mercedes.»
«E avete fatto bene; io invece ho seguito la mia ispirazione
del momento; non ho potuto fare diversamente. Quando lo Spirito spira…»
«Non scherzare, amico, e non votarmi più.»
«Non posso promettere niente, devo seguire
l’ispirazione; non so quale sarà, ma debbo obbedire ad essa.»
«Va bene, vedremo domani, buona notte.»
Così dicendo se n’è andato, e io ho terminato il
diario, prima di coricarmi.
È inutile che dica, per filo e per segno, quello
che ho fatto da stamane, perché è avvenuto tutto nella massima regolarità:
levata alle 7, pulizia personale, messa, colazione. Alle 10,30 eravamo tutti
pronti per la seconda votazione. La tensione di molti era evidente, altri
invece apparivano calmi, ma tutti attendevano o con ansia o con curiosità
l’evolversi della situazione elettorale.
Ricevute le schede, ognuno scrisse il nome che
aveva deciso di votare, e andò a depositare la scheda nell’urna.
Chiusa la votazione, cominciò lo spoglio.
Questa volta non si sentivano solo i nomi di
Andreoni e Lopez, ma anche spesso quello di Mercedes e, di tanto in tanto,
quello di Marimba. Tutti annotavano, e avvertivano che qualche cambiamento
stava avvenendo. Terminato lo spoglio, contate e controllate le 90 schede, il
Presidente proclamò il risultato della votazione:
Andreoni 30, Lopez 30, Mercedes 20, Marimba 10.
Dias e Kim non avevano voti.
Steso letto e approvato il verbale, le schede
furono bruciate col panetto scuro, che avrà provocato una bella fumata nera dal
comignolo della Sistina. Nell’imminenza del pranzo, quasi tutti, invece di
restare nella propria edicola, si misero a passeggiare e a conversare
liberamente, o in due o a gruppi.
Io passeggiavo assieme al collega di Lisbona, il
quale si meravigliava molto che i voti per Marimba fossero diventati 10, e mi
chiedeva se avessi io fatto propaganda per Andreas. Gli risposi che Andreas mi
aveva quasi proibito di votarlo, appunto per non far sospettare più che egli si
autovotasse, cosa che gli dispiaceva molto. Comunque io avevo continuato a
votarlo, spinto da una certa ispirazione, ma non avevo fatto nessuna propaganda
per lui e non avevo idea di chi fossero gli altri 9 voti. Il collega concluse
che, dato che i 7 Indiani avevano dato il voto a Mercedes, che infatti era
salito da 13 a 20, i 9 voti erano venuti dai 2 di Kim e dai 7 sottratti ad
Andreoni e a Lopez; ma anche lui non capiva chi potessero essere quei
sette.
Avrebbe pagato chissà che cosa per saperlo e,
sagace com’era, sarebbe riuscito a saperlo e me lo avrebbe comunicato. Gli ho
risposto che io non ci tenevo affatto a saperlo, e del resto la votazione del
pomeriggio forse avrebbe chiarito la situazione. Mentre stavamo conversando ci
si è avvicinato Andreoni, e subito ci ha chiesto:
«Che ne dite della votazione di stamane?»
«Che ne dobbiamo dire? – ho risposto io – è la
dinamica delle votazioni… interlocutorie… chi sale e chi scende… la bilancia è
fluttuante… cerca il suo assetto… penso che oscillerà ancora.»
«Tu, so che hai dato il voto a Marimba, il tuo
amico, ti capisco. Ma gli altri 9 voti da dove vengono? Tu, collega Falcao, che
ne dici?»
«Vuoi saperlo da me? Il voto è segreto. Comunque,
se vuoi saperlo, io non l’ho votato.»
«Hai votato Mercedes? E’ salito da 13 a 20 voti.»
«Se vuoi proprio saperlo, no.»
«Allora hai votato Lopez. Ti capisco, hai voluto
essere solidale col gruppo dei latino-americani, sostenendo il candidato di
bandiera. Ti capisco, ma non ti comprendo. Lopez non ha prospettive, certamente
continuerà a scendere, anche se lentamente, perché nessun gruppo si unirà mai a
voi: non gli Europei fuori dalla penisola Iberica, non gli Africani, non gli
Asiatici, e tanto meno i Nord-americani.»
«Caro Andreoni, nessuno sa quello che avverrà;
ognuno si regola come crede meglio , e il voto è segreto. Io poi non dividerei
il Collegio per nazioni o continenti, ci sono dei passaggi di campo, dovuti o a
più matura riflessione o anche a convenienza.»
«Ma io dico: come si fa a votare Mercedes o
Marimba? Qualcuno può credere che la Chiesa Cattolica Romana possa essere
affidata a un indio o a un negro? Sono entrati da poco nella Cristianità,
mancano di spessore storico… di esperienza.»
«Evidentemente – intervenni io – ci sono ben 30
colleghi che la pensano diversamente… altrimenti non avrebbero dato la
preferenza a quei due, che tu ritieni inesperti.»
«Non solo inesperti, ma presuntuosi, capaci, se
eletti, di portare la Chiesa allo sbando.»
«Ne sei tanto sicuro? Non sei tu che presumi?»
«Io non presumo affatto, mi baso sulle critiche e
sulle proposte che essi hanno fatto a Castelgandolfo.»
«Sulle quali almeno 30 cardinali sono d’accordo.
Comunque, collega Andreoni, è inutile fare il processo alle intenzioni. Nel
pomeriggio ci sarà la terza votazione… e si vedrà.»
«Comunque, dico anche a voi, egregi colleghi, di
essere saggi e prudenti… la posta in gioco è alta… ne va l’esistenza stessa
della Chiesa… badate alla vostra responsabilità…»
«Certo che ci badiamo» replicò Falcao. Io non dissi
niente, e Andreoni se ne andò piuttosto corrucciato.
Nel pomeriggio alle 17 ci fu la terza votazione, e
lo scrutinio fu seguito quasi da tutti col fiato sospeso. I nomi si erano
ridotti a tre: Andreoni, Lopez e Marimba.
Il Presidente annunciò il risultato: Andreoni 30,
Lopez 30, Mercedes 1, Marimba 29.
Io subito compresi che i sostenitori di Mercedes si
erano riversati su Marimba, meno lo stesso Marimba, che aveva continuato a
votare Mercedes. Praticamente c’era un pareggio a tre, e si prospettava una
brutta situazione di stallo.
In
attesa della cena quasi tutti commentavano preoccupati la situazione che
appariva senza sbocchi, perché i sostenitori di Andreoni e di Lopez evidentemente
si erano ricompattati, dopo le poche defezioni subite al mattino. A dire la
verità, anch’io ero, se non preoccupato, un po’ perplesso. Per crescere nei
voti, Marimba li doveva sottrarre ai sostenitori di Andreoni o di Lopez, che
sembravano due noccioli duri inattaccabili. Mentre passeggiavo con Falcao,
incontrai Andreoni e Clozet, molto scuri in volto, accompagnati da Bertinori e
altri cardinali di Curia, che discutevano animatamente tra loro. Venne
opportuna la cena a placare le discussioni e a rasserenare un po’ gli animi.
Terminata la cena venne a trovarmi Andreas, il
quale dopo la votazione si era chiuso
nella sua edicola, per evitare ogni incontro. Evidentemente si sentiva
scioccato dalla situazione che si era venuta a creare: lui praticamente era in
parità con Andreoni e Lopez! Cos’era successo? Lui era quasi spaventato. Mi
disse che veniva per comunicarmi la sua decisione:
«Caro amico, dopo la votazione ho riflettuto a
lungo sulla mia situazione, e la cosa più saggia mi sembra questa. Domani,
prima dell’inizio della votazione, inviterò pubblicamente i colleghi a non
votarmi più, perché io non mi sento in grado di assumere una responsabilità
così grande. In tal modo credo che la situazione si chiarirà. Io uscirò di
scena e i 29 miei sostenitori voteranno per altri, come il cuore gli detta. Sei
d’accordo? Va bene così? Io penso che lo devo fare.»
«Non sono affatto d’accordo, Andreas. Tu non ti
voti, ma se gli altri vogliono votarti, tu non li devi impedire. Se lo fanno,
seguono un loro criterio o un’ispirazione. Ogni tuo intervento sarebbe
inopportuno. Lasciamo evolvere la situazione… aspettiamo la votazione di
domani.»
«Va bene; seguirò il tuo consiglio, ma siccome è
inutile che io continui a votare Mercedes, domani consegnerei scheda bianca.»
«Va bene così, Andreas. Tu non devi preoccuparti di
niente… lascia fare al Signore. Buona notte.»
È inutile che mi soffermi sulle prime ore della
mattinata, le quali passarono come al solito. Dopo colazione notai un certo
movimento propagandistico, un conversare sottovoce, un incontrarsi. Mi sembrò
che si desse da fare soprattutto la triade Vaticana, la quale evidentemente
cercava sostegni tra le file latino-americane. Io non mi immischiai in nessuna
conversazione, e nessuno venne a parlarmi: meglio così.
Alle 10,30 fummo convocati per la quarta votazione
, la quale ebbe il seguente risultato: Andreoni 26, Lopez 24, Marimba 39, 1
bianca. Molti colleghi rimasero sbalorditi per il risultato: Marimba da un voto
nella prima votazione era giunto a 39 nella quarta! Era quasi impensabile che i
noccioli duri di Andreoni e Lopez cominciassero a sgretolarsi. Non vidi nessuno
della triade; si erano chiusi a consulto nell’edicola di Clozet. A tavola il
conversare era scarso, e sottovoce; tutti sembravano soprappensiero. In verità
anch’io mi chiedevo quale poteva essere lo sbocco della situazione. Il gruppo
di Andreoni e quello di Lopez avrebbero potuto coalizzarsi e bloccare
l’avanzata di Marimba, e allora si verificherebbe uno stallo pericoloso. Insomma
ero un po’ preoccupato, e aspettai con ansia la votazione del pomeriggio.
Essa diede il seguente risultato: Andreoni 20,
Lopez 20, Marimba 49, 1 bianca.
Quando Cassini ebbe proclamato il risultato, si
avvertì nella Sistina un gran mormorio di commenti, ma quasi subito si alzò in
piedi il cardinale Clozet e con voce vibrata disse:
«Egregio Presidente Cassini, non faccia stendere il
verbale, perché debbo presentare una mozione d’ordine, per la quale esigo una
votazione.»
«Una mozione d’ordine? Ma, egregio collega, questa
nostra non è un’assemblea deliberativa, in cui ci sia un ordine del giorno, che
possa essere modificato con tagli o aggiunte. Il Conclave è convocato solo per
eleggere il Papa, e si può votare solo a questo scopo.»
«Questo è vero, ma secondo me e molti altri
colleghi, in queste votazioni si stanno verificando episodi un po’
sconcertanti, che bisogna chiarire.»
«E quali sono questi episodi?»
«Ecco, non le dice niente il fatto che il cardinale
di Dakar in queste tre ultime votazioni abbia avuto progressivamente 29, 39, 49
voti? Non le viene il sospetto che ci sia qualcosa di artefatto?»
«Qualcosa di artefatto? In che senso?»
«Che siano state messe nell’urna delle schede
invece che altre.»
«È un sospetto inaccettabile e anche offensivo per
noi seduti a questo tavolo. Siamo in cinque a vigilare; come si potrebbe
verificare un fatto così abnorme…così mostruoso? Comunque, lei che cosa
propone? Una nuova votazione? Annullando quella testè fatta? Ma è impossibile!»
«Non l’annullamento, ma la verifica.»
«La verifica l’abbiamo già fatta. Comunque, egregio
collega, se lei vuol venire a controllare personalmente le schede, glielo
consento. Si accomodi pure, e se qualche altro lo vorrà fare, si faccia pure
avanti.»
«Non è questo che chiedo, perché non servirebbe.
Chiedo che le 90 schede siano fotocopiate, dato che la fotocopiatrice c’è, e
poi fatte passare all’esame di tutti i colleghi. Ognuno vi dovrebbe riconoscere
la sua; ma se non ve la trovasse, vorrà dire che è stata sottratta e sostituita
con un’altra. Ci vorrà un po’ di tempo, ma ne abbiamo a disposizione abbastanza
prima di cena.»
«Egregio collega, questo non lo posso concedere e
nemmeno mettere ai voti. Sarebbe una procedura irregolare e illecita. Torno a
dire, se lei o qualche altro vuole venire a controllare le schede prima che
siano bruciate, venga pure. Io attendo per 10 minuti, dopo di che sarà steso il
verbale, e le schede saranno introdotte nella stufa assieme al panetto scuro.»
Né Clozet né altri andarono al tavolo di presidenza
per verificare le schede; il mormorio a poco a poco cessò e il Presidente
invitò il Segretario a stendere il verbale. Allora Clozet chiese che la sua
richiesta non fosse messa a verbale. Il Presidente fu d’accordo e, letto e
approvato il verbale, chiuse la seduta verso le 19,30. Poco dopo fu servita la
cena. Subito mi sono ritirato nel mio abitacolo per stendere il presente
diario.
Nessuno è venuto a trovarmi, neppure Andreas, e io
non sono andato a trovarlo, ma immaginavo il suo stato d’animo e ho pregato
molto per lui.
Anche oggi
non indugio a descrivere le operazioni della prima mattinata, le quali si sono
svolte tutte regolarmente, come previsto, anche se la tensione era palpabile.
Dopo colazione è venuto a trovarmi il cardinale Bertinori, presidente della
Conferenza Episcopale Italiana. Dopo i saluti e lo scambio di qualche battuta
scherzosa sulla clausura della
Sistina, dato che siamo vecchie conoscenze, egli mi ha detto:
«Caro Prefetto, ci dobbiamo augurare che questa
clausura volontaria finisca al più presto, e nel modo migliore per la Chiesa. E
in questo tu ci puoi aiutare molto.»
«Aiutarvi? e come?»
«Convincendo il cardinale di Dakar a fare un atto,
o meglio una dichiarazione ufficiale di rinuncia, da mettere a verbale.»
«Non è mica stato eletto; a che cosa dovrebbe
rinunciare?»
«Alla sua candidatura al papato.»
«Ma lui non si è mai candidato; forse non sai che
quell’unico voto che ebbe nella prima votazione non era suo, ma mio. e lui
nelle ultime due votazioni ha consegnato scheda bianca.»
«Allora lo hai candidato tu; tu hai dato l’avvio al
suo… avanzare, e tu sei responsabile se non fermi la sua ascesa.»
«Senti, io quel voto lo diedi senza pensare a
nessuna candidatura; lo diedi così, per l’impulso del momento. Ero nella
massima incertezza, e allora ho votato Andreas, ben conoscendo la sua umiltà.»
«Umiltà fino a un certo punto. A Castelgandolfo mi
è apparso un po’ presuntuoso e saccente…»
«Non lo è affatto, credimi, e ti dirò di più. Dopo
la terza votazione, in cui ebbe 29 preferenze, non la sua che andò a Mercedes,
egli venne da me tutto preoccupato, per dirmi che aveva deciso di fare il
giorno dopo, proprio quella dichiarazione esplicita che tu vorresti ora, che è
arrivato a 49 voti.»
«E perché non l’ha fatta?»
«Io l’ho sconsigliato: non si deve influenzare in
alcun modo il libero voto. I cardinali non sono degli sprovveduti, e quelli che
lo votano hanno le loro buone ragioni.»
«Buone ragioni? Dimmi quali sono, tu che sei il
primo dei suoi sostenitori.»
«La Chiesa in questi ultimi decenni si è molto
mondanizzata, si è costruita intorno tanti apparati terreni che ostacolano la
sua missione spirituale. Questo abnorme proliferare di apparati o istituti
terreni era già evidente negli anni 90 del secolo scorso, tanto che il
cardinale Ratzinger, che poi divenne papa, riteneva necessaria una ablatio, così disse latinamente, “che
lasciasse di nuovo trasparire il volto autentico della Chiesa”.»
«Non conosco quel testo, mi fido della tua
formidabile memoria; mi sembra però che da papa non abbia fatto nessuna pulizia, ma abbia piuttosto organizzato meglio e più razionalmente la
struttura della Chiesa, lavoro poi continuato da papa Clemente e da papa Sisto.
Quelli che tu chiami apparati mondani sono apparati moderni, necessari nel
mondo di oggi.»
«Necessari, lo dici tu. Alla Chiesa è necessaria
l’elefantiaca struttura diplomatica, con tanto personale e tanta spesa? È
necessaria una apposita Congregazione per le cause dei Santi, in cui tenere
impegnati tanti ecclesiastici al centro e alla periferia? Sono necessari il
lusso, la pompa e la spettacolarizzazione di ogni manifestazione religiosa?»
«Ammetto che in qualche campo si è un po’
esagerato, e qualche correzione è forse opportuna, ma Mercedes e Marimba
vogliono smantellare una istituzione che attraverso i secoli, adattandosi ai
progressi della società umana, ha raggiunto oggi una organizzazione centrale e
periferica che suscita l’ammirazione generale.»
«Una organizzazione che è molto statuale e poco
ecclesiale. E infatti il Cattolicesimo sta perdendo terreno, perché molti,
troppi vedono che la Chiesa, più che pensare ai fedeli, bada a sé stessa, a
rafforzare le proprie posizioni, creando sempre nuove strutture, come
Università, Accademie, Consigli, Commissioni, Comitati, ecc. Le Università sono
10, gli Istituti superiori 12, le Pontificie Accademie 10, le Pontificie
Facoltà 5. A reggere la Chiesa non bastano le Congregazioni? E di queste
qualcuna va anche eliminata, e primamente quella per le cause dei Santi.»
«Anche per questa, chiamiamola, burocrazia centrale,
qualche potatura può essere fatta, ma devi capire che la Chiesa si deve
difendere anche nel campo della cultura, delle scienze, specie quelle morali e
sociali, e non soltanto nel campo strettamente religioso e teologico. Al
relativismo, allo scetticismo, alle nuove filosofie esistenzialistiche, alle
nuove ipotesi biologiche che attentano ai capisaldi della Fede cristiana, la
Chiesa deve ribattere colpo su colpo, se non vuol dirsi vinta dalla modernità;
e come può farlo se non con le istituzioni culturali che tu critichi?»
«Basterebbero un paio di Università e, magari,
un’Accademia. Non vedi quanto personale è impegnato in queste strutture,
personale in massima parte ecclesiastico? E poi che dire dei due Studi
specialistici per preparare i diplomatici e i postulatori delle cause dei
Santi? Oggi il personale di carriera nei vari uffici supera quasi quello
impegnato nella propagazione della Fede. E poi che dire della struttura della
Città del Vaticano come Stato? Del pontefice come sovrano, attorniato da una
vera corte? Dell’esercito, della bandiera, della fanfara, degli stemmi, dei
titoli onorifici? Servono per la missione della Chiesa? Per la predicazione del
Vangelo? Per la salvezza delle anime? E poi le mitrie, i pastorali, gli anelli,
le porpore, le genuflessioni ecc. sono state istituite da Cristo? Ne abbiamo
esempio nel Vangelo? Non vanno esse contro il Vangelo?»
«Sono dovute alla tradizione, che si è formata nel
secoli, e va rispettata, perché talora la forma è anche sostanza, e i simboli
hanno il loro valore. Ma io ho saputo che Marimba e Mercedes, in colloqui
informali con alcuni colleghi, hanno anche ventilato riforme… del tutto
azzardate…»
«Quali precisamente?»
«Per esempio, la liceità degli anticoncezionali e
il matrimonio dei preti.»
«E io sono d’accordo con essi, ma di queste cose
parleremo in seguito… Sento il Camerlengo che ci invita a prendere posto per la
sesta votazione. Che lo Spirito ci assista. Arrivederci.»
«Ti saluto, amico, pensa alla tua responsabilità.»
«La responsabilità è di tutti.»
Sono state distribuite le schede, ognuno ha scritto
il nome prescelto e ha inserito la scheda piegata nell’urna. È stato effettuato
lo spoglio in mezzo a una grande tensione e del Seggio e del Collegio. Le
schede sono state controllate e ricontrollate, poi il Camerlengo ha invitato,
chi lo volesse, a venire al tavolo della Presidenza per controllarle
personalmente.
Nessuno si è alzato, e Cassini ha proclamato il
risultato: Andreoni 20, Lopez 10, Marimba 59, scheda bianca 1.
I sostenitori del Vicario e quelli dell’arcivescovo
di Santiago rimasero come fulminati: Marimba per un solo voto non aveva
raggiunto i due terzi! Ed erano tanto più impressionati sapendo che quel voto
mancante era la scheda bianca del nero, che appariva ormai destinato al soglio di
Pietro. Anche quelli che erano passati da Lopez a Marimba, ed erano dieci, si
meravigliavano di essere stati in tanti a cambiare idea, come se ci fosse stata
un’intesa. Invece ognuno aveva deciso personalmente, obbedendo a un impulso del
momento, del quale non sapevano spiegarsi ora la ragione. Mentre il nocciolo
duro di Lopez si era sfaldato, quello di Andreoni resisteva.
A tavola i commenti quasi cessarono, ma alzatisi da
tavola, quasi tutti cominciarono il passeggio, conversando con due o tre
colleghi. Io avevo poca voglia di passeggiare, temendo anche di essere
abbordato da qualcuno della triade, il che mi avrebbe ancora una volta
costretto a ripetere le mie ragioni, ma senza alcun risultato.
Mi diressi perciò verso la mia edicola, ma
andandomene notai che la triade aveva abbordato Falcao, il mio vicino di
sinistra. Mi sono sdraiato sulla poltrona, cercando di appisolarmi, ma non mi è
riuscito. Pensavo alla situazione che si era venuta a creare: un solo voto
mancava all’elezione di Marimba; ma lui, ne ero certo, non lo avrebbe mai dato.
Lo poteva dare solo qualche sostenitore di Androni o di Lopez. Ma se nessuno di
costoro cambiava idea, come si poteva superare lo stallo? Dovevo intervenire io per convincerne qualcuno, magari
proprio il mio vicino? A dire la verità, non me la sentivo proprio, mi sembrava
cosa non degna.
Mentre così pensavo, arrivò – lupus in fabula – il
cardinale Falcao il quale, vedendomi ancora sveglio, mi disse:
«Caro amico, ti devo parlare, forse un po’ a lungo;
perciò ora ti lascio in pace, sono le 14, e forse preferisci riposare.
Converseremo, riposàti, verso le 16.»
«Senti, io non riuscirei a riposare, tanti sono i
pensieri che mi turbinano nella mente; perciò preferirei che mi dicessi subito
quello che mi vuoi dire, a meno che non sia tu che preferisci riposarti.»
«Affatto, anch’io ho la testa… piuttosto in
disordine, e ti dico adesso quello che ti devo riferire. Infatti io sono un
ambasciatore, mio malgrado, perché non mi piace fare questa parte… che può
apparire ambigua. Ma tu crederai alla mia buona fede e, del resto, ambasciator
non porta pena. Ecco dunque di che si tratta. Dopo pranzo, sono stato
avvicinato dalla triade, e Clozet mi ha detto press’a poco così: “Sappiamo che
hai una certa confidenza col Prefetto dei vescovi, e gli dovresti far presente
che l’elezione di Marimba non è opportuna anche per un altro motivo di cui
finora non abbiamo parlato. Le nazioni occidentali non sono ancora mature culturalmente per accettare un
papa nero. Secondo loro ci sarebbe uno sconquasso. I bianchi europei e
nord-americani direbbero: -Non hanno trovato un cardinale bianco degno della
carica? Si doveva ricorrere a un cardinale nero per guidare la Chiesa? A che
punto siamo arrivati? - Lo so, è razzismo, è un residuo del pregiudizio razziale.
Ma questo pregiudizio esiste ancora in molti ceti sociali. Vedi, anche negli
Stati Uniti, dove i negri sono ormai più di un terzo della popolazione, questo
pregiudizio è ancora forte, tanto è vero che un nero, che nel 2008 era stato
scelto nelle primarie quasi plebiscitariamente come candidato dei democratici,
nelle elezioni di novembre fu eletto ma soprattutto per il voto dei ceti
svantaggiati, anche bianchi, che soffrivano per la grave crisi economica, e ai
quali il nero aveva fatto grandi promesse. Aveva vinto l’interesse sociale,
perché la grande democrazia americana, così aperta e liberale, era ormai matura
per accettare un presidente nero, mentre le nazioni europee non sono ancora
mature per accogliere con fiducia un papa nero. E poi c’è da dire che quel
presidente USA non era propriamente un nero, ma un mulatto, con una madre
bianca, e quindi egli rappresentava anche un bel simbolo di affratellamento
delle due razze. Invece Andreas è un nero integrale, e da molti sarebbe
interpretato come segno di opposizione e non di unione. Da questo punto di
vista sarebbe preferibile Mercedes, che è un meticcio. Le riforme ventilate da
Mercedes e Marimba potrebbero essere discusse e, almeno in parte, accettate, ma
sotto un papa bianco, certamente non autocrate come Sisto VI, ma più
democratico e… possibilista.” Questo mi ha detto Clozet… Tu che ne dici?»
«E tu, caro Falcao, che ne dici? Ti sembra una cosa
giusta? Tu dici che porti l’ambasciata della triade, ma vorrei conoscere anche
il tuo parere; e poi vorrei sapere da te cosa dovrei fare io per impedire la
nomina, ormai certa, di Marimba.»
«Sarò sincero. Noi portoghesi siamo poco razzisti,
dal secolo XV abbiamo intessuto rapporti con l’Africa nera, e anche in
Portogallo vivono ben accetti molti negri o mulatti. Però riconosco che il
pregiudizio razziale resiste in molte nazioni, a cominciare dalla stessa
Spagna. Sembra anche a me che bisognerebbe tenerne conto; un papa nero potrebbe
causare non dico uno sconquasso, come dicono loro, ma un po’ di malumore
certamente, e forse qualche aperta opposizione anche nel clero. Quindi anche
per me questa elezione che si prospetta è un po’ rischiosa. Quanto poi a quello
che potresti fare tu per impedirla, è chiaro che c’è un unico modo: convincere
Marimba a una dichiarazione di rinuncia. Qui sta il busillis. Tu mi hai confidato che lui la voleva fare sin dalla
terza votazione, in cui aveva avuto 29 voti, praticamente in parità con Androni
e Lopez, e tu lo hai distolto dal suo proposito, con giuste ragioni. Con quale
animo potresti intervenire ora per fargli fare la dichiarazione di rinuncia? In
conclusione comprendo la tua posizione…»
«Tu al mio posto che faresti?»
«Farei quello che farai tu!»
L’amico Falcao non aggiunse altro, ma sono sicuro
che anche lui non sarebbe minimamente intervenuto per ottenere una cosa così…
sconveniente. Ero anche certo che nella votazione del pomeriggio egli avrebbe
votato Marimba o presentato scheda bianca.
Con questa certezza riuscii a dormire un’oretta.
Alle ore 17 il Camerlengo ci ha invitati a prendere posto per la settima
votazione; ma prima che fossero distribuite le schede il cardinale Andreoni ha
chiesto la parola e ha detto:
«Egregio Presidente, anche a nome di molti colleghi
chiedo che la settima votazione non avvenga oggi, ma domani mattina.»
«Per quale motivo?»
«Per un motivo di opportunità… pratica.»
«Si spieghi meglio.»
«Ecco: dalla prossima votazione uscirà quasi
certamente il papa eletto, il quale, come di rito, dovrà presentarsi ai fedeli
dal balcone centrale di San Pietro, con gli abiti della carica e col corteggio
tradizionale. Sono già le 17,30, la votazione e lo scrutinio richiedono almeno
due ore, e poi la vestizione, l’omaggio di tutti i cardinali, la processione
solenne. Il nuovo papa non potrebbe presentarsi in pubblico se non verso le 22…
È un’ora un po’ tarda, piazza San Pietro sarebbe quasi spopolata, e non sarebbe
decoroso per il nuovo papa rivolgere il suo saluto a uno sparuto numero di
fedeli… E poi, anche la fumata bianca tradizionale dal comignolo della Sistina
non sarebbe ben avvertibile nel crepuscolo della sera. In altre elezioni,
sappiamo che la fumata è stata poco
visibile, e quindi equivocata… e potrebbe ancora avvenire.»
«Ritengo le tue motivazioni abbastanza plausibili,
e io non ho nulla in contrario a rimandare la settima votazione, anche perché
questa sera… arrivare alle 22 e oltre saremmo tutti un po’ stanchi. Perciò
accetto volentieri la proposta del collega Andreoni e la fo mia. però, se
qualche collega non è d’accordo, si alzi e dica le sue ragioni.»
Si sedette e
attese per molti minuti, nessuno si alzò, evidentemente il rinvio non
dispiaceva a nessuno, e rilassarsi un po’ dopo tanta tensione sembrava la cosa
più saggia.
Visto che nessuno si opponeva , il cardinale
Cassini si è di nuovo alzato e ha detto:
«Reverendi colleghi, vedo che nessuno ha da
eccepire sul rinvio a domani della votazione. Tutti ci sentiamo un po’ provati
dalle emozioni di questi giorni, che sono state, a dire il vero, un po’… forti.
Una notte di riposo ci farà bene e poi, come dicono, la notte porta consiglio.
Pertanto vi lascio in libertà e vi auguro una serata rilassante e una buona
nottata. La settima votazione è indetta per domani con un po’ di anticipo, alle
9,30, per avere più tempo per la solenne presentazione in Piazza San Pietro, se
ci sarà l’auspicata elezione. Siccome il pubblico presente in piazza è in
attesa della fumata… io ora telefono a Mons. Massi affinché via radio avverta
il pubblico di non attendere oltre, a causa del rinvio.»
Uscimmo dalle nostre edicole tutti un po’ più
tranquilli, e subito si sono intrecciate le conversazioni. Il collega Falcao mi
si è avvicinato e mi ha chiesto che cosa ne pensassi di questa battuta
d’arresto.
«Che cosa ne devo pensare? Tutti sono stati
d’accordo… quindi è sembrata opportuna… per prendersi un po’ di respiro dopo la
tensione di questi giorni.»
«È stata una manovra del gruppo Andreoni, il quale
spera ancora di recuperare consensi… di ribaltare la situazione… Nel
pomeriggio, prima che ci riunissimo, ho notato certi conciliaboli…»
«Sei sempre un po’ malizioso» dissi sorridendo «Tu
vedi e senti sempre più degli altri… Ma ormai la situazione è chiara. Pensi
forse che qualcuno dei sostenitori di Marimba cambi opinione? È ipotesi
irreale, dato che questi attuali sostenitori del nero, erano prima sostenitori di qualcun altro, e si sono
convertiti; e ora si dovrebbero riconvertire?»
«Niente è impossibile in questa Sistina… dei
miracoli, tenendo conto di quanto è già avvenuto…»
«E ci potrebbe essere un ulteriore miracolo, che tu
passi da Lopez a Marimba, risolvendo così lo stallo, perché sicuramente Andreas non voterà mai per sé stesso.»
«Lasciamo stare i miracoli… Ma hai pensato come
rimarranno i Romani in attesa della fumata, quando sapranno che essa stasera
non ci sarà? E la stampa! Chissà come si sbizzarrirà nelle sue ipotesi!»
«Che ipotesi? È cosa tanto strana rimandare una
votazione?»
«No, se ci sono motivazioni… e noi le conosciamo,
quelle palesi e quelle occulte, ma il pubblico non le conosce, ed è costretto a
immaginare. Non parliamo poi dei giornalisti, che sono abituati a costruire
castelli in aria…»
«E che cosa potrebbero ipotizzare?»
«Tante cose: da quella più innocente, cioè a una
situazione di stallo, per superare la quale occorre prendersi del tempo, perché
“col tempo e con la paglia si maturano le nespole”, a quella più scandalosa,
che cioè si siano scoperti brogli elettorali, a quella più… miseranda, che
nella Sistina si sia diffuso qualche insidioso virus…»
«Ora sei tu a fantasticare, e si vede che ci provi
piacere… Ma io torno al tema del miracolo.»
«Cioè fai propaganda elettorale… che io respingo…
Sai che stamane, prima del voto, un collega è venuto a propormi di passare ad
Andreoni?»
«E tu che gli hai detto?»
«Quello che dico a te, che fare propaganda
elettorale nel Conclave è cosa indegna per un principe della Chiesa.»
«Quello che ho detto… sia come non detto.»
«Ma tu l’hai detto… e io l’ho sentito.»
«Certo, non sei sordo, anzi hai buone orecchie.»
Così è finita la nostra conversazione semiseria; il
cardinale di Lisbona è un tipo simpatico… un po’ burlone… ma sincero.
Nella serata non c’è stato nulla da rilevare. Ma
dopo cena è venuto a trovarmi Andreas, quasi sconvolto o meglio spaventato, per
il carico che stava per venirgli addosso.
«Caro Andreas, comprendo il tuo stato d’animo. La
carica di papa può piacere solo a un ambizioso; è un peso gravoso, di una
responsabilità incomparabile… Ma il Signore, se dà il carico, dà anche la forza
e la grazia per portarlo.»
«Ma io mi sento inadeguato, inesperto, non ho la
preparazione… temo di fallire… Sì, ho qualche idea di riforma… qualche punto
fermo, ma la Santa Sede è un’entità così complessa… così vasta, che uno ci si
perde. In questi giorni che ho un po’ sfogliato l’Annuario, mi sono sentito
quasi annichilito.»
«È naturale; il vero cristiano sente la sua
pochezza, ma Dio illumina e guida quelli che umilmente ricorrono a Lui. Non
sarai mai solo, Dio ti assisterà, ti darà le sue sante illuminazioni, le sue
divine ispirazioni… Sii docile al soffio dello Spirito, il quale ha ispirato a tanti
di votarti… Tu domani non ti voterai, lo so, ma se ci sarà qualcun altro che ti
voterà, sarai Papa, e Dio ti darà le grazie necessarie al compito di riformare
la sua Chiesa.»
«Io mi raccomando a te e alle tue preghiere… E se
l’evento si verificasse, ti prego fin d’ora di restare al mio fianco come amico
e consigliere.»
«Come amico senz’altro; come consigliere solo nel
caso che mi chiederai consiglio.»
Andreas se n’è andato un po’ riconfortato, e io ho
steso questo diario prima di mettermi a letto.
Il Camerlengo, prima del Conclave, non aveva detto
quale abito si dovesse indossare nella Sistina. Non gli sembrava importante
portare tutti un’assisa, dato che non si doveva comparire in pubblico. Perciò
ognuno aveva indossato l’abito che aveva voluto. Alcuni erano in tenuta
cardinalizia completa, con la cotta bianca e la berretta rossa, altri portavano
la tonaca e la berretta rossa, ma senza la cotta, io portavo la tonaca nera con
la fusciacca e la berretta rossa, Andreas la tonaca e la berretta nera; era il
solo in questa tenuta, ma nessuno ci badava. Nemmeno io, che infatti non ho
accennato a questo fatto nei precedenti giorni; ma ora ho dovuto accennarlo,
per quanto dirò in seguito.
La mattinata è passata come al solito, prima la
Messa poi la colazione, e alle 9,30 abbiamo preso posto per ricevere le nostre
schede. Il silenzio era assoluto, ognuno era assorto e concentrato.
È inutile che descriva l’andamento dello spoglio,
che era una sequela di “Marimba”, con poche interruzioni di “Andreoni” e
pochissime di “Lopez”. Tutti avevano annotato i voti, e si aspettava solo la
proclamazione ufficiale. Ma prima di farla Cassini ha detto che, chi lo
volesse, poteva andare al seggio a controllare le schede.
Nessuno si mosse, e allora egli con tono solenne
proclamò:
«Marimba 69 voti, Andreoni 15, Lopez 5, una scheda
bianca. Marimba ha superato il quorum ed è quindi eletto Sommo Pontefice di
Santa Romana Chiesa, della quale sarà il duecentosessantottesimo papa.»
Tutti si sono alzati in piedi, compreso Andreas, e
tutti hanno applaudito. Lui si è inchinato, poi ha allargato le braccia come
per dire: - Sia fatta la volontà di Dio - .
Steso, letto e approvato il verbale, le schede
furono bruciate nella stufa assieme al panetto bianco, che ha fatto uscire, a
quanto mi hanno detto, un bel pennacchio candido dal comignolo della Sistina.
Contemporaneamente
il campanone della basilica ha cominciato a sonare a festa, e dai
presenti in piazza San Pietro, che erano molti, si sono levati applausi ed
acclamazioni di gioia. Nell’interno della Sistina cominciò il rito
consuetudinario. Cassini col suo segretario andò all’edicola di Marimba e fece
l’atto di inginocchiarsi, ma Andreas lo impedì, dicendo:
«Caro Cassini, sono un uomo come te; ci
inginocchiamo solo davanti a Dio.»
E quando il Camerlengo fece l’atto di baciargli la
mano (non l’anello che Andreas non ha mai voluto portare), lui glielo ha
impedito stringendo amichevolmente la destra del più anziano collega, e
inchinandosi alquanto.
Cassini ha incominciato:
«Santità, secondo il rito di Santa Romana Chiesa io
la invito a scegliersi il nome ufficiale come papa.»
«Caro collega, innanzi tutto ti invito a non
chiamarmi Santità o Santo Padre. Santo è solo il Signore Dio, noi siamo
semplici uomini, spesso peccatori. Lo stesso invito rivolgo a tutti i
confratelli qui presenti, e lo rivolgerò in seguito a tutti gli altri… Riguardo
al nome, io ho il mio nome di battesimo, Andreas, con questo nome sono
diventato cristiano, perché lo dovrei cambiare?»
«Santità… cioè… Santo Padre… cioè… non so che
titolo darle… come rivolgermi a lei.»
«Fratello papa, caro Andreas, Fratello in Cristo…»
«Fratello papa, nella tradizione della Chiesa i
papi hanno sempre assunto un nome significativo, emblematico. Nessuno ha osato
chiamarsi Pietro, come il primo Vicario di Cristo, ma si sono avvicendati nomi
bene auguranti come Pio, Paolo, Benedetto, Clemente…»
«Bei nomi, ma per me non è necessario; io
continuerò a chiamarmi Andreas, cioè, italianizzato, Andrea. Era un apostolo,
fratello di Simon Pietro.»
«Molto bene, Fratello Papa, è anzi un bel nome
molto significativo, e lei ha fatto bene a ricordarmelo. Penso che ci saranno
nel futuro altri pontefici che sceglieranno questo nome.»
«Io non l’ho scelto; lo hanno scelto i miei
genitori, che erano ferventi cattolici. Se mi avessero dato un altro nome, come
Marco-Mauro-Mario, avrei conservato quello. Perché uno, diventando papa, deve
cambiare nome? È una tradizione? La si può anche interrompere. È una tradizione
innocua… d’accordo, ma la segua chi vuole, non io…»
«Ne ha il diritto… fratello papa. Ora, come di
consuetudine, lei deve mostrarsi ai fedeli dal balcone centrale della basilica.
Ma prima deve indossare l’abito papale, che è bianco.»
«E se mi mostrassi così, con la tonaca nera, non è
la stessa cosa? Perché sprecare denaro per un altro abito?»
«Gli abiti papali sono stati già confezionati dalla
sartoria del Vaticano, in tre taglie, e quindi il denaro è già stato speso. E
se lei non lo volesse indossare, a essere sprecato sarebbe l’abito. Lei è
piuttosto alto, e andrà bene la misura maggiore che ora mando a prendere… ma la
mitria e il pastorale… dovrebbe usare quelli personali.»
«Non li ho… sono venuto a Roma senza bagaglio. Non
è meglio fare a meno di questi… simboli?»
«Li potrà abolire in seguito, se lo riterrà
opportuno, ma oggi, al balcone della basilica, alla prima apparizione in
pubblico, turberebbe gli animi… Perché la gente penserebbe chissà che cosa… Già
la stampa ha fatto tante illazioni… malevole, sul rinvio della settima
votazione… Quali ipotesi… maligne farebbe per questa novità? E anche i fedeli,
quale significato gli darebbero?»
«Va bene, hai ragione… La mitria, prestatami
dall’amico prefetto dei vescovi, sta all’ambasciata del Senegal, ma il
pastorale no.»
«Non possiamo mandare all’Ambasciata, ci vorrebbe
troppo tempo, e la gente è in attesa di essere benedetta dal nuovo Papa e di
sentire le sue parole.»
«E allora?»
«Provvederò io; in sacrestia abbiamo a disposizione
mitrie e pastorali, troveremo quelli adatti, e anche il pallio.»
«Se lo ritieni necessario… sia fatta la tua
volontà.»
«Non la mia volontà, fratello Papa, ma la
convenienza del momento… I cambiamenti si possono fare… in seguito… con
prudenza e saggezza.»
«D’accordo, collega, provvedi tu. Ma chiedo una
cosa. Quando mi presenterai al pubblico, non dire quelle parole latine e non
attribuirmi alcun titolo, ma di’ semplicemente: “Ecco il nuovo Papa: è Andreas
Marimba, arcivescovo di Dakar, che come 268° successore di Pietro prende il
nome di Andrea.»
«Farò come lei desidera.»
Era da poco passato mezzogiorno quando Papa Andrea
è apparso al balcone centrale della basilica.
Subito si è levato un applauso e si sono sentite
acclamazioni, ma quando i presenti si sono resi conto che era un nero, che
tanto più spiccava nel bianco dell’abito, quasi tutti hanno cessato di
acclamare, e nella piazza si è fatto un silenzio di attesa.
Il Camerlengo ha fatto al microfono la
presentazione in italiano, come convenuto, dopo la quale si è levato un nuovo
applauso, ma meno caloroso del precedente. Del pubblico i più numerosi erano
gli Italiani; c’erano in gran numero Europei e nord-Americani, e anche molti
Sud-Americani e Asiatici con gli occhi a mandorla, in gran parte turisti. Le
televisioni di mezzo mondo erano puntate sul balcone e zumavano sul volto del
papa, quasi a voler rimarcare che era proprio un nero integrale, cioè un negro.
La meraviglia era generale; anche qualche centinaio
di neri che erano tra il pubblico guardavano quasi increduli al loro
connazionale.
All’applauso seguì un diffuso mormorio, che subito
si spense per ascoltare le parole che avrebbe detto il neo-eletto, e molti si
chiedevano se avesse parlato in Italiano o si fosse servito di un
traduttore.
Tra la meraviglia generale egli ha parlato in un
Italiano quasi perfetto e ha detto:
«Cari fedeli cristiani, cari fratelli, vi saluto
tutti, voi presenti e voi che mi ascoltate da lontano. Immagino la vostra
meraviglia nel vedere un Bianco-Padre nero; ma credetemi, la mia meraviglia è
maggiore della vostra, e con la meraviglia ho anche un po’ di paura
nell’assumere questa carica di così grande responsabilità. Mi hanno dato
coraggio una maggioranza di cardinali col loro voto, e mi darete coraggio anche
voi, ottenendomi dal Buon Dio, con le vostre preghiere, le sante illuminazioni
che possano portare a un integrale rinnovamento della Chiesa, per ridargli lo
slancio evangelico nell’umiltà e nella semplicità insegnataci da Gesù Cristo.
Dobbiamo liberarci dalla voglia di apparire, di avere successi, prestigio
mondano, e ritrovare un Cristianesimo vero, profondo, che si manifesta in un
comportamento fraterno e solidale con tutti gli uomini, perché siamo tutti
figli dello stesso Dio, il quale non fa distinzioni di razze, ma chiama tutti
alla salvezza, la quale si ottiene con la sequela di Cristo. Una sequela che
richiede anche spirito di sacrificio e senso di responsabilità. Responsabilità
che io sento più che mai nell’accingermi a questa missione… di guida e di
esempio. Per oggi non aggiungo altro. Vi saluto tutti cordialmente, augurando
ogni bene a voi e alle vostre famiglie. Io pregherò per tutti voi, perché il
papa è padre, e il padre non può che pensare ai propri figli; e chiedo anche a
voi di pregare per me, che ho tanto bisogno dell’assistenza divina. Ora tornate
pure tranquilli alle vostre case: non abbiate paura del papa nero: è vostro
umile fratello in Cristo.»
Nella piazza si è levato allora un caloroso
applauso, con acclamazioni di gioia, specialmente da parte di quel centinaio di
neri che si trovavano lì presenti.
Verso le 14 ci ritrovammo tutti in sala mensa,
dove, a capotavola, avevano messo, per il Papa, una sedia dorata con l’alto
schienale borchiato. Andreas l’ha fatta togliere e si è seduto su una sedia
uguale alle altre. Quasi tutti, ma non tutti, hanno apprezzato questo gesto di
umiltà e di… democrazia. Qualche scettico ha voluto vedervi una specie di
esibizione di umiltà pelosa.
Dopo la mensa il Camerlengo invitò il Papa a salire
all’appartamento pontificio, accompagnato anche dal Segretario di Stato e dal
Vicario. Andreas allora mi ha pregato di andare con lui. L’appartamento, dopo
la morte di Papa Sisto, era stato nuovamente arredato e tutto rinnovato, come
di consuetudine. Si compone di una grande camera, di una seconda camera per il
segretario o assistente, di uno studio, di un salone, di una sala da pranzo e
di una grande cucina. A questa sono addette cinque monache di un ordine
canadese. Esse all’arrivo del Papa gli sono andate incontro, si volevano
inginocchiare e baciargli l’anello, ma lui non lo ha permesso dicendo sorridendo:
«Sorelle, ci si inginocchia solo davanti a Dio
nostro Signore; io sono un semplice mortale come voi con un incarico un po’
gravoso, per cui mi affido alle vostre preghiere.» Poi familiarmente si è
intrattenuto con ciascuna, informandosi del nome e paese di provenienza.
Cassini ha mostrato al Papa tutti i locali, sempre
accompagnato da Andreoni e Clozet, e anche da me. Nel salone, intorno a un
lungo tavolo, erano sistemate delle sedie, con a capo tavola una poltrona
piuttosto sfarzosa. Andrea non ha voluto sedercisi, e si è seduto di lato, su
una comune poltroncina, ci ha invitato tutti ad accomodarci, quindi ha detto:
«Caro Camerlengo e cari colleghi, la fiducia di 69
cardinali mi ha affidato questo gravoso incarico di guidare la Chiesa di Cristo
in questo mondo in parte scristianizzato, e io tremo davanti a questo immane
compito. Ma confido nell’aiuto di Dio e nella collaborazione di tutti voi. Sono
certo che non me la farete mancare.»
Allora Cassini si è alzato e ha detto:
«Santità… cioè… mi scusi, Fratello Papa, io ho
terminato, con la sua nomina, le mie funzioni di sostituto del Papa durante la
Sede vacante. Rimetto perciò il mio incarico nelle sue mani, e ritorno alle mie
funzioni ordinarie nella Camera Apostolica, finché lei mi lascerà a dirigerla.»
«Caro Cassini, tu rimarrai sempre a presiedere la Camera Apostolica, perché ho piena fiducia
nella tua esperienza e saggezza. Io sono un novellino qui nella Curia Romana, e
ho bisogno di chi mi guidi e consigli nella conduzione di questa complessa Amministrazione,
che però cercheremo di semplificare… Vedi, Cassini, io ti sto dando del tu, e
desidero che anche tu e tutti gli altri diate del tu anche a me… È un modo più democratico di comunicare, indica
uguaglianza, e denota anche amicizia, fiducia e familiarità. Simon Pietro disse
a Gesù “Tu sei il Cristo”, e Gesù gli rispose: “Beato te, Simone.” (Mt 16,
16-17) Esigo poi che per me non si usi più il titolo di Santo Padre e Sua Santità.
Santo è solo il Signore Dio. Allo stesso modo ribadisco il divieto della
genuflessione e del bacio dell’anello. Ci si genuflette solo davanti a Dio, e
si bacia, se si vuole, solo il Crocifisso. Lo so che non sono queste le cose
che contano, quelle essenziali, ma giacché lo possiamo, lasciamo da parte
questi usi, e dedichiamoci alle cose veramente importanti. A poco a poco voi e
tutti gli altri, ecclesiastici e laici, vi abituerete a darmi del tu, che
indica un modo di parlare più immediato e un modo di incontrarsi più sincero.»
Si alzò allora in piedi il cardinale Clozet e disse:
«Caro Papa, io sono stato Segretario di Stato sia,
per alcuni anni, con papa Clemente, sia poi con papa Sisto, per tutto il suo
pontificato. Dati i miei convincimenti, che lei conosce, e che non collimano
pienamente con i suoi, io mi dimetto dalla carica, e la prego di affidarmi una
sede vescovile in Francia.»
Subito dopo Andreoni dichiarò che anche lui si
dimetteva dalla carica di Vicario, e avrebbe gradito di tornare come Prefetto
alla Congregazione per la dottrina della Fede, resasi recentemente vacante per
la morte del cardinale Mendoza. Naturalmente esprimeva un semplice desiderio:
il Papa poteva disporre di lui a suo beneplacito.
Il Papa ha risposto:
«Cari colleghi, vi prego di non abbandonarmi in
questo inizio di pontificato, che per me si presenta particolarmente difficile,
data la mia scarsa conoscenza della struttura amministrativa della Sede
Apostolica. So che in molte cose non la pensate come me, ma… dalla dialettica
dei contrari spesso scaturisce la
soluzione migliore. Perciò vi prego vivamente di restare ambedue nei vostri
rispettivi incarichi. Non crediate che io voglia fare di testa mia, desidero prendere decisioni ponderate, ragionate e
condivise; ed è sommamente utile che voi due siate qui al mio fianco anche per
evitarmi… errori, perché “errare humanum est”.»
Allora riprese la parola il Camerlengo:
«Noi adesso ti lasciamo in compagnia del Prefetto
tuo amico. Domani la solenne celebrazione in San Pietro inizierà alle ore 10.
Provvederò io a organizzare tutto il rito, assieme ai due cerimonieri… Tu avrai
bisogno di un segretario personale e di un cameriere di fiducia… Attendiamo la
tua scelta… Se ci dai licenza, noi andiamo.»
«Certamente, potete andare; ma tu, caro Cassini,
torna stasera verso le 20 per informarmi sulla… sequenza di tutto il rito di
domani, e su quello che io devo fare… Penso che dopo la proclamazione del
Vangelo io debba pronunciare l’omelia…»
«Certamente… come in tutte le Sante Messe. Io
tornerò senz’altro alle 20, e parleremo di tutta la cerimonia di…
incoronazione… così è chiamata… ma non temere, non si tratta di una corona
reale ma della tiara, simbolo della carica papale.»
«E che cos’è questa tiara… che io non conosco?»
«È una specie di mitria, ma di foggia particolare,
spettante al Sommo Pontefice.»
«Ma è proprio necessaria questa… incoronazione?»
«Sì, fratello Papa, è opportuno farla, se no chissà
che deduzioni ne trarrebbero i fedeli e soprattutto i giornalisti… Hai dato
prova di saggezza lasciando Andreoni e Clozet nelle loro cariche, per evitare
malevole illazioni. Infatti, se si fosse comunicato che essi si sono dimessi,
avrebbero detto che… essi abbandonavano… la navicella di Pietro… periclitante; se si fosse comunicato che
il nuovo Papa li aveva esonerati, avrebbero detto che papa Andrea cominciava il
pontificato con un atto di… imperio. Allo stesso modo, se domani non si facesse
la consueta… cosiddetta incoronazione, direbbero che il nuovo Papa… comincia
con un gesto… clamoroso… spettacolare…»
«Va bene, Cassini, sono d’accordo. Allora ci
vedremo alle 20. Arrivederci.»
Quando rimanemmo soli, Andrea mi chiese:
«Mi sono regolato bene a lasciare Clozet e Andreoni
al loro posto?»
«Certamente, almeno per ora, finché la situazione
non sarà per te più chiara, conoscendo meglio la Curia.»
«E riguardo ai titoli Santità-Santo Padre, alla
genuflessione e al bacio dell’anello, sei d’accordo anche tu?»
«D’accordissimo; se ti ricordi, ne abbiamo qualche
volta parlato tra noi.»
«Ma, ora che ci penso, forse è stato inopportuno
quel mio insistere sul tu…»
«Inopportuno no… forse se ne poteva parlare in
seguito, perché non è cosa essenziale. Ma la proposta è giusta, e ci si deve
insistere. Sono usanze, regole da… galateo, un po’ insulse… Dare del voi come
fanno i Francesi, o del lei, che mi
sembra ci sia venuto dagli Spagnoli, è come un voler porre tra gli
interlocutori un diaframma, un filtro, che impedisca il contatto diretto,
immediato, sincero. È insomma una… mascherata ipocrisia. Nella Roma antica
anche i più umili cittadini e anche gli schiavi, quali erano i gladiatori,
davano del tu all’imperatore: “Ave
Caesar, morituri te salutant.” Dare
del lei… è una galanteria da salotto, che poi porta a degli esiti grammaticali
un po’ buffi, riguardo agli attributi. Per esempio un collega mi dice:”Vedo,
Prefetto, che lei non si è sbagliata”, cioè mi trasforma in donna… Dare del lei
è ritenuto una dimostrazione di rispetto, ma è solo una specie di… iato tra due
persone… Certamente è un’usanza… innocua, che potrebbe continuare senza danno,
sono solo parole… convenzioni. Ben altra cosa è il titolo di Santità, e la
genuflessione… che offendono la Maestà Divina.»
«Mi sembra di capire che non è il caso di insistere
troppo sul tu: chi vuole usare il
lei, lo faccia pure. Ma io risponderò sempre col tu… Ma ora passiamo alle cose pratiche… Io, per segretario privato,
penso di chiamare a Roma quello di Dakar, e per cameriere il mio bravo autista
tuttofare, il quale potrebbe trasferirsi a Roma con la sua famiglia… Tu che ne
dici?»
«Ottima idea, sono persone fidate, che conosci
bene.»
«Senti, amico, per ora ho lasciato Clozet, ma in
seguito penso che debba essere tu a prenderne il posto, sei il più adatto…»
«No, Andrea, non sono adatto a quel posto… io
rimarrò sempre al tuo fianco come amico… e consigliere, se vuoi. Mi piace
continuare a fare il Prefetto della Congregazione dei Vescovi… tra poco dovrai
nominare il tuo successore a Dakar, e posso esserti utile nella scelta, perché
conosco bene la situazione africana. Anzi, presto ti proporrò di nominare un
altro cardinale nero, che rimpiazzi te, e poi, in seguito, un altro, perché
l’Africa nera sia meglio rappresentata nel Collegio.»
«Provvederemo insieme nei prossimi giorni. Ora una
preghiera. Resta qui con me stasera e stanotte, dormirai nella camera attigua
alla mia, quella del segretario. Io qui mi sento un po’ spaesato, e tu mi puoi
rendere più tranquillo e sicuro.»
«Non c’è bisogno di pregarmi. Mi sarei offerto io
stesso… è per me consolante poterti essere utile.»
È superfluo che io racconti i fatti e i discorsi
del resto della serata. Alle 20 è venuto Cassini per “indottrinare” Andrea
sullo svolgimento del rito di domani. Quando se n’è andato, abbiamo potuto
cenare, per poi metterci a letto… io dopo aver steso questo diario.
Ritengo inutile descrivere tutta la cerimonia
dell’incoronazione e della Messa pontificale. Tutto si è svolto secondo
copione, sotto l’abile regia di Mons. Massi, arciprete della basilica,
coadiuvato dai due cerimonieri. Erano presenti tutti a cardinali, anche i non
elettori, tra i quali il venerando Decano Kruger, e una cinquantina di vescovi
italiani e stranieri.
All’omelia il Papa ha detto press’a poco così,
parlando a braccio, senza alcun testo scritto:
«Cari Colleghi nell’episcopato e voi tutti, cari
fedeli cristiani, siamo qui riuniti per onorare Dio mediante il Santo
Sacrificio del Suo Figlio Gesù Cristo, il quale si è fatto uomo come noi, per
affiancarsi a noi, aiutarci, guidarci e condurci all’eterna salvezza. Gli
uomini non sempre hanno corrisposto all’amorevole premura che il Padre Celeste
ha avuto e ha per loro. Anche la Chiesa, che Gesù Cristo ha lasciato sulla
terra come maestra e guida, non sempre è stata zelante in questo compito
spirituale di salvezza delle anime, non sempre è stata irreprensibile nella sua
azione. Non sempre è stata di esempio; talora si è lasciata tentare dai valori
terreni, dai successi mondani, venendo meno alla sua missione evangelica.
Noi cattolici d’Africa, da poco tempo entrati nella
Chiesa per la predicazione di zelanti missionari, abbiamo abbracciato con
entusiasmo la religione cristiana, perché essa risponde alle nostre attese di
fratellanza, solidarietà e giustizia. Noi siamo come i cristiani delle origini,
i discepoli degli apostoli, conquistati dai precetti di umiltà, povertà e amore
reciproco datici da Gesù; e perciò abbiamo avvertito più di altri il divario
che passa tra il messaggio evangelico e l’attuale condotta della Chiesa. E per
correggere questa condotta e ricondurre la Cristianità alla sequela di Cristo,
una maggioranza di cardinali ha voluto che sia io, cristiano dell’Africa nera,
a guidare il rinnovamento, il ringiovanimento della Chiesa, cioè il ritorno
all’uguaglianza, alla fratellanza e alla solidarietà predicata da Cristo.
Essere cristiano non è solo partecipare ai riti, ricevere i sacramenti e
recitare il Credo, ma anche e soprattutto comportarsi rettamente nella famiglia
e nella società, rinnegando i valori mondani, quali il potere, il possedere e
il godere.
Io sono chiamato ad apportare le sagge riforme,
necessarie per far risplendere nuovamente il volto della Chiesa, ora coperto di
cerone e di belletto, e voi, spero, mi aiuterete in questa opera col vostro
appoggio e con la preghiera. Infatti è innanzitutto necessaria la Grazia di
Dio, perché Lui solo può convertire i cuori sedotti e sviati dai valori
terreni.»
A me
l’omelia è sembrata efficace nella sua semplicità; si sentiva che il Papa
parlava col cuore in mano, così a braccio, sinceramente e con vera umiltà. I
papi hanno sempre parlato in pubblico leggendo lunghi discorsi, spesso
lambiccati e astrusi, infarciti di citazioni bibliche, preparati dagli addetti
a questo compito oratorio, e miranti solo a soddisfare le aspettative dei
vaticanisti e degli apologeti, i quali dovevano esaltarne l’esattezza
dottrinale e la profondità teologica.
Mi sono molto meravigliato del suo coraggio a
parlare così a braccio. Certamente non improvvisava, si era preparato; ma non è
facile, senza avere davanti almeno un appunto, mantenere il filo del discorso e
non patire amnesie. E poi parlare in lingua italiana, lui che a Dakar usava
quasi sempre il francese o il linguaggio locale. Ha imparato la nostra lingua
quando ha frequentato, alla Gregoriana, un corso quadriennale di Patrologia, e
poi si è tenuto in esercizio specialmente parlando con me, a viva voce o anche
per telefono; ma il coraggio di parlare in Italiano, in San Pietro, senza
neppure una scaletta, in un’occasione così solenne, non lo ritenevo
possibile. E invece lo ha avuto.
Ho apprezzato anche un gesto. Avvenuta
l’incoronazione, ricevendo la tiara in testa, se l’è subito tolta arrivando
all’altare, e quando il cerimoniere gliela voleva rimettere all’omelia, l’ha
rifiutata. Alla benedizione a fine Messa, i due cerimonieri gli si sono
presentati uno con la tiara, l’altro col pastorale; lui con un cenno li ha
fatti allontanare e ha benedetto i presenti come un semplice prete.
La stampa pomeridiana e serale è uscita con titoli
vari, alcuni pittoreschi, altri truculenti. Ne riporto qualcuno: “Discontinuità
e innovazione”, “Passaggio traumatico”, “Terremoto in Vaticano”, “Africa
vince”, “Il nero piace”, “Quo vadis, Ecclesia?”, “La Curia sconfitta”, “La
negritudine alla prova”, “Navigazione rischiosa per la navicella pietrina”.
Anche i giornali stranieri si sono sbizzarriti,
sparando titoli altisonanti o allarmati; quelli statunitensi quasi tutti
orientati al pessimismo.
Abbiamo pranzato tardi Andrea e io da soli, e dopo
ci siamo concessi due ore di riposo. Poi abbiamo conversato fino a cena.
Andreas mi ha informato che domani mattina
arriveranno il suo segretario don Daniel
e il suo autista-cuoco Felix, del quale si sarebbe servito anche come
cameriere. Pensava di licenziare le suore canadesi; voleva una cucina semplice
e frugale, affidata a Felix, magari coadiuvato da una cuoca italiana da
trovare. Del resto, pensava di servirsi spesso della mensa vaticana,
funzionante per il personale di curia, che gli sembrava ben organizzata e
diretta. Se poi con Felix veniva a Roma anche la moglie, non c’era bisogno
neppure di trovare una cuoca, perché Carmen avrebbe aiutato in cucina il marito.
Mi ha poi detto che, tra le prime cose che si potevano fare, era il
licenziamento della Guardia Svizzera. Mi ha confidato che, durante la cerimonia
in San Pietro, sentiva un certo disagio a vedersi accanto e davanti quei
lanzichenecchi nelle loro tenute di gala, con in mano quelle antiche alabarde.
Gli sembrava di assistere a un film di
costume, ambientato nel Cinquecento. Si chiedeva come mai i pontefici
precedenti non avessero avvertito l’incongruenza… il ridicolo di questi soldati
da parata, schierati nella casa di Dio .
Gli ho detto che la Guardia Svizzera era ormai più
che altro un elemento di folklore, molto apprezzato dai turisti, i quali non
erano contenti se non si facevano fotografare accanto a uno svizzero,
possibilmente in alta uniforme. Forse per soddisfare questi turisti, e molti
fedeli cristiani, specialmente donne, se non potevano lasciare tre o quattro,
all’esterno del Vaticano, e mai in chiesa, ad
usum photographiae.
Gli svizzeri potevano essere utilizzati, quelli che
volevano restare in servizio, come vigilantes,
guardie giurate e custodi, necessari per il controllo e la sicurezza interna.
Andrea ha accettato il mio punto di vista, e ha concluso che ne avrebbe parlato
al Camerlengo, che gli sembrava saggio e aperto, e non ottuso conservatore. Ha
aggiunto che domani celebrerà la Messa molto presto nella cappella privata, per
poi dedicarsi alla riflessione, allo studio dei vari problemi, assieme a me, e
poi all’incontro col Camerlengo e forse, nel pomeriggio, anche con Clozet,
Andreoni e Bertinori.
Dopo la Messa che abbiamo celebrato insieme nella
cappella annessa all’appartamento pontificio, alla quale hanno assistito le
cinque suore già addette al servizio di papa Sisto, Andrea si è intrattenuto
con esse in Francese perché capiscono poco l’Italiano, poi ha comunicato la
loro nuova destinazione press’a poco con queste parole:
«Care sorelle in Cristo, voi avete assolto un
servizio molto importante col Papa defunto, che vi ha chiamato in Vaticano… Io,
che sono africano, ho abitudini di vivande molto diverse dagli occidentali, per
cui verrà oggi il mio cuoco di Dakar, forse accompagnato dalla moglie… che lo
aiuterà in cucina e per le pulizie… Io sono abituato a un ménage semplice… quasi primitivo… e tenere qui occupate per me
cinque suore mi sembra del tutto irragionevole. Il vostro Ordine è dedito
all’educazione cristiana… avete collegi in tutto il Nord America e anche in
Europa, per istruire e formare moralmente le fanciulle cristiane e non. Avete
una grande esperienza in questo campo importante dell’evangelizzazione. È
perciò bene che voi torniate al vostro compito istituzionale, che è
l’educazione femminile. Perciò da oggi siete libere per tornare al vostro
Ordine. Prendete contatto con la vostra Madre Generale e fate quello che essa
vi dirà. Alle spese di trasferimento provvederà l’Economato. Vi ringrazio per
la vostra opera, vi benedico e vi auguro ogni bene. Se vi ricordate, pregate
qualche volta per me, che ne ho tanto bisogno.»
La superiora delle cinque ringraziò a sua volta a
nome anche delle sorelle, tutte un po’ commosse.
Lasciate le suore, siamo andati insieme nello
studio e Andrea mi ha detto:
«Ora ti esporrò quello che penso di fare nei
prossimi giorni. Comprendo che le questioni bisogna prenderle una alla volta, cominciando
dalle facili per passare via via alle più difficili, in progressione verso
l’alto. Oggi vorrei affrontare la questione della Guardia Svizzera, che non mi
sembra eccessivamente difficile, perché noi non licenzieremo in tronco questi
Svizzeri, ma daremo loro la possibilità di servire la Santa Sede in una maniera
diversa, nel campo della sicurezza e dell’ordine. Penso di parlarne col
Camerlengo e poi col Colonnello Comandante.»
Ho convenuto che il cambiamento di divisa e di
impiego, se il trattamento economico restava immutato, non doveva dispiacere
troppo agli Svizzeri. Il Papa mi ha chiesto allora quanti fossero questi
soldati, e perché dovevano essere svizzeri; lui ne conosceva poco la storia.
Gli ho detto che attualmente sono 110, ma nel passato il numero ha oscillato da
200 a 90; il corpo di queste guardie del Sacro Palazzo, custodi della persona
del Papa, fu voluto da Giulio II nel 1506. Egli scelse gli Svizzeri, perché
allora essi erano ritenuti i soldati più tenaci e fedeli; soprattutto gli Svizzeri
tedeschi, meno quelli francesi e meno ancora quelli italiani. Tanto è vero che
il papa Pio X nel 1914 stabilì che le guardie non potevano essere arruolate nel
Canton Ticino, abitato da Italiani; ma in seguito papa Giovanni XXIII nel 1959
tolse questo divieto, che sembrava offensivo per gli abitanti di quel cantone.
Attualmente sono comandati da un Colonnello, che ha
come aiutanti un Tenente Colonnello e un Maggiore; essi sono tutti e tre Gentiluomini di sua Santità, mentre il
Comandante è anche membro della Famiglia
Pontificia.
Andrea
sorrise a queste informazioni, e voleva sapere che compito avessero questi
Gentiluomini e membri della Famiglia. Gli ho risposto che sono compiti di
rappresentanza e di corteggio, nulla di veramente importante. Aggiunsi che
nella Guardia ci sono poi nove ufficiali inferiori: due capitani, un tenente,
sei sottotenenti; tanti ufficiali per comandare 2 tamburi e 96 alabardieri. A
questo piccolo esercito è addetto anche un cappellano militare.
Mentre stavo dando ad Andrea queste informazioni è
arrivato Cassini, al quale ho subito detto che stavamo parlando della riforma della Guardia Svizzera,
informandolo di come pensavamo di attuarla. Egli ha detto che la cosa era
fattibile, anche se sarebbe dispiaciuta a tante persone che vedevano in quelle
guardie quasi la dignità e il prestigio… storicizzato della Santa Sede.
Poi il Papa ha portato il discorso sulla diplomazia
vaticana, sulla pletora di nunziature e delegazioni apostoliche anche dove i
cattolici sono pochissimi, come l’Azerbaigian e la Mongolia, o Stati
piccolissimi, come per esempio l’atollo
di Nauru, di 21 Kmq e 10.000 abitanti.
Queste rappresentanze della Sede Apostolica sono
180, come egli aveva letto nell’Annuario Pontificio 2049. Immaginava il numero
degli ecclesiastici addetti a queste sedi estere e la spesa che esse
comportavano. Era come un’esibizione di presenzialità in tutto il mondo.
Alle rappresentanze presso gli Stati bisognava
aggiungere una trentina presso Organismi internazionali, a cominciare dall’ONU,
dove erano impegnati un arcivescovo titolare e due monsignori.
Lui riteneva che, in un primo tempo, queste
rappresentanze potevano essere ridotte a una cinquantina, presso gli Stati e le
Organizzazioni più importanti, e si doveva subito chiudere la Scuola diplomatica.
In un secondo tempo si poteva ancora ridurre il
numero delle Nunziature, fino ad eliminarle del tutto, affidando la
rappresentanza della Sede Apostolica al Presidente della Conferenza Episcopale
di ogni Stato.
Pregava perciò il Camerlengo di studiare il
problema assieme al Segretario di Stato, e di presentargli entro dieci giorni
una proposta attuativa. Doveva poi essere eliminata subito la carica di
Ministro degli Esteri (Segretario per i Rapporti con gli Stati), perché questi
rapporti saranno gestiti direttamente dal Segretario di Stato.
Anche questo titolo a lui sembrava incongruo,
richiamando la nozione di Stato invece che di Chiesa. Si poteva chiamare
semplicemente Segretario o Segretario generale, per distinguerlo da quello
personale. Ma di ciò si sarebbe discusso in seguito.
Cassini, che aveva ascoltato con attenzione, e
preso anche degli appunti, disse che si sarebbe messo subito all’opera per
attuare le direttive ricevute, che riassunse in tre punti:
Primo: chiudere la Scuola Diplomatica;
Secondo: abolire la carica di Ministro degli
Esteri;
Terzo: ridurre le Nunziature al numero di
cinquanta.
Riguardo alla Guardia Svizzera disse che era
opportuno trattarne la riforma con il
cardinale Clozet e anche col Comandante in capo della medesima. Andrea disse
che era d’accordo, lodò il senso pratico del Camerlengo e lo accomiatò con una
cordiale stretta di mano.
In mattinata sono giunti dal Senegal don Daniel e
Felix, accompagnato dalla moglie e dai quattro figli, tra gli otto e i sedici
anni. Don Daniel si è subito insediato in un appartamentino accanto a quello
del Papa; per la famiglia di Felix ho preso in affitto un appartamento in Borgo
Pio, appartenente a un mio amico, mentre lui avrebbe dormito normalmente in
Vaticano, nell’appartamentino di don Daniel, che ha due camerette.
Però, per oggi, gli ha detto di andare a sistemare
la famiglia, e di tornare in Vaticano domani. Non descrivo l’emozione e la
gioia dell’incontro di Andrea con il segretario, l’autista-cameriere e la sua
famiglia.
Questa a Dakar alloggiava nella villetta del
vescovado e i bambini consideravano l’arcivescovo come uno zio, ed erano soliti
intrattenersi con lui. Essi erano entusiasti di questo trasloco a Roma, che
loro non conoscevano affatto; anzi fino ad oggi non avevano mai viaggiato in
aereo, e ne erano rimasti emozionati.
Per il pomeriggio alle 17 avevamo convocato il
Comandante delle Guardie Svizzere e il suo Vice. Sono venuti puntuali, e anche
loro volevano fare la “genuflessioncella”
d’uso, ma il Papa non lo ha permesso, stringendo subito loro la mano con grande
cordialità.
Riguardo alla genuflessioncella, mi è tornato alla
memoria l’Alfieri, il quale alla Corte di Vienna, avendo visto il Metastasio
omaggiare in tal modo l’imperatrice Maria Teresa, concepì per il poeta cesareo
un tale dispregio che non volle nemmeno essergli presentato.
Il Papa, dopo aver detto agli ospiti che aveva
pensato di apportare alcune modifiche all’organizzazione e anche alle regole
d’ingaggio del Corpo, ha incaricato me di esporre quanto si pensava di fare.
Ho incominciato col dire che il Corpo, da guardia
d’onore e di parata, doveva diventare un normale corpo di vigilanza e
sicurezza, abbandonando la divisa cinquecentesca per indossare un’uniforme
moderna e comoda. Per coloro che accettavano questo cambiamento, e volevano
rimanere al servizio del Vaticano, la retribuzione e tutte le altre forme di
assicurazione e assistenza sarebbero rimaste immutate. Quelli che non
accettavano il cambiamento, potevano licenziarsi alla fine del loro biennio di
ferma o anche subito, e avrebbero ricevuto l’indennità di buonuscita e tutte le
altre spettanze contrattuali.
Questo cambiamento era ritenuto necessario per
eliminare le critiche di tanti cattolici, specialmente tra i nuovi convertiti,
che accusavano la Chiesa di pompa mondana, e parlavano di scandalo vedendo gli alabardieri, con le loro strane divise e quei
pennacchi in testa, schierati in San Pietro nelle solenni cerimonie
pontificali.
Poi ha preso la parola papa Andrea:
«Cari e fedeli amici, io sarò molto contento se voi
continuerete il vostro servizio in Vaticano con altra divisa e compiti diversi,
ma sempre riguardanti la vigilanza e la sicurezza della Sede Apostolica, la
quale però deve tornare a essere una Istituzione divina, di carattere
spirituale, smettendo le forme e le strutture che la fanno apparire uno Stato
sovrano, con tanto di guardia d’onore per il suo capo. La Guardia Svizzera ha
dato luminosi esempi di fedeltà e di spirito di sacrificio, so che molti suoi
militi sono anche morti per difendere il Papa in certe situazioni di estremo
pericolo. Io vi ringrazio per questa vostra esemplare fedeltà, per il vostro
meritorio servizio, che spero vogliate continuare a prestare, anche se alquanto
mutato, ma più di forma che di sostanza.»
Von Neckar, il Comandante, ha così risposto:
«Santità, io e il mio Vice comprendiamo le
intenzioni di questo cambiamento. Io personalmente sono propenso a rimanere al
servizio della Santa Sede; ma ho il dovere di portare queste novità a conoscenza di tutti, a
discuterne con tutti, ufficiali e gregari; fra qualche giorno mi impegno a
portare a Vostra Santità, come io spero, l’adesione a questo cambiamento di
tutto il Corpo, o di gran parte di esso. La Guardia Svizzera non ci tiene
all’elmo con pennacchio, all’alabarda e alla sgargiante divisa disegnata da
Michelangelo; io personalmente avverto l’incongruità di questi simboli
specialmente all’interno della basilica. Noi Svizzeri tedeschi siamo gente
pragmatica, che mira al concreto, al pratico. Sono piuttosto i popoli latini a
privilegiare la forma, ad amare e ammirare
lo splendore esteriore.»
«Bene – concluse il Papa – sono lieto di sentire
queste dichiarazioni personali, e sarò ancora più lieto quando esse mi saranno
confermate a nome del Corpo tutto, che stimo e ammiro.»
Quando i due svizzeri, entrambi di etnia tedesca,
se ne sono andati, Andrea mi ha detto:
«Dato che abbiamo ottenuto l’adesione di massima di
Von Neckar e del suo vice, ritengo inutile discutere la cosa con Clozet. Con
lui invece voglio domani discutere delle Nunziature, della Scuola Diplomatica e
dell’abolizione della carica di Ministro degli Esteri, cose che direttamente
cadono sotto la sua competenza. Tu che ne dici?»
«Pienamente d’accordo; speriamo di trovare in
Clozet la stessa comprensione che abbiamo trovato oggi nei tedeschi. Poi
andremo avanti con le riforme più impegnative… ma gradualmente e senza fretta,
la quale è sempre cattiva consigliera.»
«Quali pensi che siano le riforme più… difficili…
che possono provocare più opposizione?»
«Penso che la più difficile in assoluto sia
l’abolizione della Congregazione per le cause dei Santi e della Scuola di Specializzazione dei
Postulatori… Sarà difficile anche ridurre il numero delle Università, alle
quali i vari Ordini tengono molto, come simboli di prestigio e valenza
culturale. Non sarà facile neppure convincere gli Ordini religiosi maschili ad
accorparsi, perché ognuno di essi vuol conservare la sua identità, la sua
specificità, talora secolare o millenaria. Ancor meno facile, credo, sarà
indurre gli Ordini femminili a fare questa unificazione. Sono un migliaio, e
ogni congregazione ha il suo statuto, la sua finalità, e anche la sua assisa.
Le suore ci tengono molto… alla loro divisa; la civetteria femminile non sempre
viene meno con la professione religiosa. Ci sono degli Ordini che hanno due
fogge di abiti, una estiva e una invernale, in genere l’una bianca o chiara,
l’altra marrone o nera. E poi i vari tipi di cuffie, di soggoli, di pettorine,
di scapolari… sembra che la vita religiosa abbia bisogno di tutti questi
ammennicoli… Ultimamente ho notato che qualche Ordine ha modificato la cuffia,
riducendola sul davanti, in modo da far vedere i capelli, e ha anche accorciato
la gonna, in modo da far vedere le gambe… fino a un certo punto… Insomma… spose
di Cristo… ma sempre donne.»
«La vanità è insita un po’ in tutti, si vuole ben
apparire e fare bella figura… è una debolezza umana… più accentuata nelle
donne… ma talora anche gli uomini ne sono contagiati.»
«Ne abbiamo avuto un esempio recente in Papa Sisto,
che curava tanto il suo aspetto fisico, il suo bel corpo atletico… e ora?»
«Pace all’anima sua, e che il Signore lo perdoni.»
Nella serata non c’è stato altro di rilevante.
Stamane, dopo la Messa, Andrea e io ci siamo chiusi
nello studio, per riflettere sul già fatto e sul da fare, e puntualizzare
l’argomento della Diplomazia Vaticana da trattare con Clozet, che doveva venire
alle 11. Alle 9 l’archivista addetto alla posta ci ha portato l’Osservatore
Romano, e abbiamo subito notato che il giornale vaticano continua a dire “Sua
Santità”, “Santo Padre”, “Santa Sede”. Pensavamo che il Camerlengo avesse
avvertito il direttore che quei titoli auto-santificanti dovevano essere
dismessi , e per accertarci della cosa abbiamo fatto chiamare il Prof. Cav. di
Gr. Cr. Mario Massari, come lui pomposamente si firma nel quotidiano.
Siccome Andrea aveva incaricato me di parlare della
cosa col direttore, io, fattolo accomodare, gli ho subito chiesto:
«Egregio Professore, nessuno l’ha avvertito che
certi titoli non andavano più usati?»
«Quali precisamente?»
«Santo Padre,
Sua Santità per il Papa, Santa Sede per la Curia Vaticana, e
ovviamente Eminentissimo per i
cardinali, Eccellentissimo per i vescovi e, per conseguenza “Sua Eminenza”, “Sua Eccellenza”, insomma tutti questi titoli pomposi che mal di
addicono agli uomini di Chiesa.»
«Sì, il Camerlengo mi ha invitato, ma solamente
invitato, a non usarli più, e siccome non era un ordine, io e tutta la
redazione abbiamo deciso di continuare a usarli, a meno di un divieto esplicito
e scritto da parte della Segreteria di Stato.»
«Tutto il personale è stato d’accordo con lei?»
«Sì, Eminenza, proprio tutti.»
«A quanto assomma il personale dipendente?»
«A quaranta unità.»
«Quali sono le ragioni che vi inducono a mantenere
i titoli tradizionali?»
«Innanzi tutto la tradizione, come lei stesso ha
detto, la quale va rispettata, e poi perché questi titoli denotano la sacra
dignità delle persone insignite di quelle cariche, e servono anche a
evidenziare la Gerarchia Ecclesiastica.»
«E la Gerarchia Ecclesiastica senza quei titoli
perderebbe dignità?»
«Secondo noi sì. Per il mondo mediatico questi
titoli non sono solo parole, ma segni di autorevolezza, gerarchia di potere.»
«E per i fedeli cattolici questi titoli hanno un
valore… spirituale… parenetico? »
«Io credo di sì. Il titolo ispira rispetto e per la
persona e per la religione che essa rappresenta… E poi, Eminenza, non usando
quei titoli, come noi giornalisti dovremmo chiamare il Papa, i cardinali, i
patriarchi, gli arcivescovi, i vescovi?»
«Semplicemente: il papa Andrea, il cardinale X, il
patriarca Y, ecc.»
«In tal modo la Chiesa Cattolica avrebbe nel mondo
un basso profilo mediatico, a vantaggio delle altre Confessioni che vedrebbero
ingrandito il loro.»
«Il profilo mediatico non è quello che la Chiesa
deve cercare, ma la sua fedeltà al Vangelo e l’azione missionaria per la
salvezza delle anime, con la predicazione e l’esempio. Comunque, Professore,
abbiamo compreso il suo punto di vista, e la ringraziamo per avercelo esposto
con tutta franchezza. Il Cardinale Clozet le farà conoscere la decisione del
Papa.»
Andandosene, Massari voleva baciare la mano del
Papa che non l’ha consentito e gli ha stretto cordialmente la destra con
semplici parole di saluto. Alle 11 è venuto il Cardinale Clozet, col quale
Andrea ha introdotto subito l’argomento che gli stava a cuore:
«Caro amico, tu, ne sono sicuro, mi sarai di grande
aiuto nel portare a termine questa riforma, che io ritengo indispensabile.
Nelle rappresentanze diplomatiche noi impieghiamo tanto personale
ecclesiastico, tanti arcivescovi titolari con i loro segretari e consiglieri, e
sosteniamo tante spese. Devi convenire che la Chiesa non è stata istituita da
Cristo per questa attività politica e diplomatica, ma per la predicazione del
Vangelo e per la conversione degli uomini alla vera religione di Dio. Comprendo
che abrogare da oggi a domani tutte le 180 Nunziature e Legazioni Apostoliche
provocherebbe confusione e sconcerto. Dobbiamo agire con prudenza e con gradualità.
Perciò io ti invito a studiare la riduzione dell’apparato, per arrivare a un
massimo di 50 Nunziature, per ora.»
«Lo farò, eliminando tutte le rappresentanze negli
Stati con pochi cattolici e in quelli molto piccoli. Ma che cosa faremo con il
personale addetto a queste Nunziature, nelle quali ci sono spesso degli
impiegati laici del posto?»
«Il personale ecclesiastico naturalmente rientrerà
a Roma, ma non credo possa essere più di un centinaio, e ne studieremo insieme
l’impiego… nelle sedi vescovili vacanti e nelle zone di missione. Gli impiegati
civili del luogo ovviamente dovranno essere licenziati, col trattamento
economico previsto dai contratti e dalla legislazione locale… Questo si farà
via via, con scrupolosa osservanza delle leggi e anche delle tradizioni. Il
personale che ha servito il Vaticano, penso con onestà e competenza, non deve
sentirsi abbandonato o defraudato. Anzi io propongo di essere con esso
piuttosto generosi, nel senso che, specialmente ai più meritevoli, si dia anche
più del dovuto, in modo che essi conservino un gradito ricordo del servizio
prestato alla Sede Apostolica, e magari, per gratitudine, si impegnino
volontariamente alla diffusione della Religione nel loro paese.»
«E dove prenderemo le risorse finanziarie per tutte
queste liquidazioni e… generosità?»
«Eliminando 130 sedi e vendendo gli immobili ivi
occupati, che siano di nostra proprietà, o non pagando più il canone , se sono
presi in affitto, penso che si risparmierà il denaro sufficiente per questi
licenziamenti, perché mi sembra che il personale laico impiegato in queste
piccole Nunziature sia poco numeroso.»
«Anch’io penso che possa bastare… Ma certamente ci
sarà lo scontento del personale ecclesiastico, che si è specializzato per la
carriera diplomatica, e si sente in essa realizzato… Costoro, non dico tutti ma
certamente molti, patiranno delusione e frustrazione…»
«Caro Clozet, ciò non dovrebbe avvenire per chi
abbia abbracciato il sacerdozio per vera vocazione; per coloro che l’hanno
abbracciato per entrare in carriera, per progredire nei gradi, insomma per il
successo terreno e la propria soddisfazione… ebbene, non dobbiamo preoccuparci
troppo se rimarranno delusi. Quelli che sono veri ministri del Signore, saranno
ben contenti di servirlo nella predicazione del Vangelo. Comunque, faremo
questa riforma gradualmente, e per questo mi affido alla tua esperienza e
saggezza… La carica di Segretario per i rapporti con gli Stati, cioè di
Ministro degli Esteri, sia subito abolita, e l’attuale Segretario, Mons. Giovannini,
passerà per ora a tua disposizione. La Scuola
Superiore di Scienze Politiche e Diplomatiche, che preparava questo
personale specializzato, deve essere subito chiusa.»
«E gli specializzandi, che sono attualmente
iscritti al corso biennale, circa una cinquantina, che faranno?»
«Torneranno alle diocesi a disposizione dei loro
vescovi. Se poi sentissero più la vocazione politica che quella religiosa,
potranno chiedere la restituzione allo stato laicale, che concederemo
volentieri, perché la Chiesa non ha bisogno di burocrati ma di pastori.»
«Bene, provvederò… cioè mi metterò al lavoro e fra
due o tre giorni penso di poter presentare l’elenco delle sedi diplomatiche da
eliminare. Per la Scuola Superiore e Monsignor Giovannini provvederò subito.»
«Ti ringrazio e credo che riuscirai a fare tutto e
bene… e anche presto. Arrivederci.»
Nel pomeriggio non ci sono stati altri incontri, e
Andrea e io abbiamo studiato quali potevano essere i prossimi problemi da
affrontare. Abbiamo convenuto che è la Congregazione delle cause dei Santi la
questione più urgente e forse più spinosa. Prefetto di questa Congregazione è
il cardinale spagnolo Eduardo Fernandez, noto per il suo carattere… spigoloso;
ma dovevamo necessariamente discutere la questione innanzi tutto con lui e chiedere
il suo parere. Il nostro convincimento è chiaro: non si può proclamare nessuno
“santo” ope legis, con un processo
terreno, come se il Paradiso debba essere assegnato non da Dio , ma da noi
uomini, sovrapponendoci alla Maestà Divina, volendo per così dire condizionarla
colla nostra sentenza. Per noi è una vera e propria offesa a Dio oltre che
stolta presunzione umana. Abbiamo infine stabilito di invitare per domani alle
11 il cardinale Fernandez. Io continuo a dormire in Vaticano, perché Andrea mi
vuole accanto a sé.
Dopo la Messa e la colazione, in attesa del
cardinale spagnolo, abbiamo dedicato un po’ di tempo alla rassegna stampa che
ci è stata portata assieme all’Osservatore Romano. Anche se papa Andrea non ha
fatto alcuna nuova pubblica dichiarazione dopo l’omelia in San Pietro, nella
quale ha fatto un vago accenno alla necessità di un rinnovamento, i giornalisti
con molta fantasia parlano di provvedimenti rivoluzionari, di cambiamenti
clamorosi, di licenziamenti e di esoneri, e anche di nuove nomine cardinalizie.
Lavorano
molto di fantasia su vaghi indizi, ma è quasi certo che qualche personaggio
della Curia alimenta le dicerie diffondendo voci allarmistiche.
La stampa italiana è piuttosto equilibrata, in
attesa dello sviluppo degli eventi e di dichiarazioni ufficiali, ma quella
straniera non è così equanime e attendista, specialmente quella spagnola e
quella del Nord-America, le quali, ad eccezione di quella francofona del
Québec, vedono un avvenire nero per la Chiesa guidata da un papa esaltato, che
presume di fare di testa sua, ritenendosi infallibile. La stampa francese e
quella tedesca, anche se fa delle critiche e avanza dei dubbi sulle scelta del
Conclave, in genere non è malevola, e ipotizza qualche utile riforma nella
struttura elefantiaca della Curia Romana.
Riporto qualche titolo: “Alla prova dei fatti”,
“Che cos’è che non va?”, “Navigazione tra molti scogli”, “Riforme o ritorni
all’origine?”, “Che cosa cambiare?”, “Da dove si comincia?”, “Molte teste
cadranno”, “Arriva la bufera” ecc.
E' evidente che gli Ispano-Americani hanno preso
molto male la bocciatura del loro candidato, e i Nord-Americani non gradiscono
un papa che si annuncia come un anti-Sisto, uno smontatore del loro primo papa,
del quale andavano orgogliosi.
Abbiamo concluso che non bisogna dare troppo peso a
questi articoli, di giornalisti che esagerano a bella posta, perché il pubblico
è assetato di notizie sensazionali e anche di pettegolezzi, di insinuazioni e
di sospetti. Ci sono tanti che non leggono che articoli polemici o
scandalistici, perché quelli seri e ponderati non danno loro alcuna emozione.
Però bisogna tener conto anche delle critiche
malevole, per guardarsi da azioni o atteggiamenti che potrebbero dare corpo
alle ombre.
Alle 11 è arrivato il cardinale Fernandez, e anche
questa volta sono stato io a iniziare il colloquio, per volere di Andrea, il
quale preferiva intervenire al momento opportuno. Quindi ho detto press’a poco
così:
«Caro prefetto, la Congregazione che tu presiedi è
una delle più ricche di personale: 16 cardinali, 20 vescovi o arcivescovi;
un’ottantina di consultori, e inoltre i tanti postulatori e gli avvocati del diavolo delle cause in itinere, i membri delle varie
commissioni, anche mediche o scientifiche; le sembra che sia tanto importante
per la missione della Chiesa di Cristo fare tutto questo… lavorio per giungere
a proclamare che uno è beato o santo?»
«È un lavoro molto importante, caro Collega,
certamente non meno importante di quello che fa la Congregazione che tu presiedi,
la quale comprende anch’essa tanto personale, forse più della mia.»
«Non di più, caro Fernandez, ed essa deve seguire
ben 2484 tra arcivescovi, vescovi, prefetti e vicari apostolici sparsi in tutto
il mondo. Deve prima nominarli, poi aiutarli, guidarli e anche vigilarli come
dottrina e morale. Quando io ho assunto la direzione della Congregazione essi
erano più di 2600, e sono riuscito a ridurne il numero unendo molte piccole
diocesi, e non è stato facile vincere le resistenze locali. Ma questo non c’entra
con quello che papa Andrea e io, per suo incarico, vogliamo trattare. Parlando
chiaro, a noi, e non solo a noi, sembra innanzi tutto illecito proclamare
qualcuno beato o santo, cioè metterlo in Paradiso con un decreto umano, quasi
imponendoci al Divino Giudice. Secondariamente, tutti questi processi canonici
assorbono molti ecclesiastici e anche consulenti laici con una notevole spesa,
del tutto improduttiva.»
«Con tutto rispetto per il papa e per te, io non
sono d’accordo con quanto tu sostieni… Proclamare dei santi e proporli alla
venerazione dei fedeli è stato compito della Chiesa fin dai primordi: tutti gli
apostoli, meno Giuda Iscariota, sono stati considerati santi dalle prime
generazioni cristiane. Si potrebbe avere a che dire per la santità di Pietro e
Paolo, che qui a Roma hanno così grandiose basiliche, o di San Giacomo, che in
Spagna è venerato in Galizia e attira ogni anno milioni di pellegrini da tutto
il mondo?... E i martiri della Fede, che hanno testimoniato col sangue la loro
virtù, non debbono essere proclamati santi?... e tutti i papi dei primi secoli
non sono stati proclamati santi dal clero e popolo romano? In seguito i santi
furono proclamati per decreto papale, e questo poteva portare a qualche errore…
ma oggi errori non ce ne possono più essere, perché si istituisce un processo
rigoroso, prima nella diocesi di competenza e poi qui a Roma, e si esige la
conferma dei miracoli… Se uno fa dei miracoli, è certamente amico di Dio, dal
quale ottiene interventi straordinari a favore degli uomini. E i miracoli
devono essere confermati da commissioni mediche o scientifiche. Dunque i santi
fanno ottenere dei miracoli, sono insomma i mediatori tra gli uomini e Dio, e
inoltre con la loro vita stimolano i fedeli all’imitazione… Per questi innegabili
benefici è giustificato sia l’impiego di personale sia la relativa spesa. Che
dire poi della devozione popolare per questi santi? Non è essa un valore da
tutelare e incrementare? e così anche i pellegrinaggi ai loro santuari… non
sono indici di religiosità?»
«Fino a un certo punto, caro collega; certi aspetti
di questa religiosità popolare sono vera idolatria, con l’adorazione di statue
e simulacri e delle cosiddette reliquie, spesso veri falsi.»
«Il nostro popolo ha bisogno di queste immagini, di
questi simboli, che a loro richiamano Dio e la sua legge. Solo i semiti, come
gli Ebrei e gli Arabi, poveri di arte, sono riusciti ad abolire nelle loro
sinagoghe e moschee le immagini. Noi, che siamo permeati dalla cultura
greco-romana, raffinatamente artistica, abbiamo bisogno di vedere l’immagine
per provare il sentimento religioso. Basta vedere le nostre chiese, nelle quali
quasi sempre è raffigurato anche Dio Padre, come un bel vecchio dalla lunga e
veneranda barba, e con questo aspetto Egli è stato rappresentato anche nelle
Stanze Vaticane e nella Sistina da celebri artisti come il Perugino, Raffaello
e il sommo Michelangelo.»
«Questo è vero, purtroppo; ma non dobbiamo
continuare con questa religiosità… iconografica, con questa Fede per immagini…
per appagare… la fantasia popolare, ma rieducare a poco a poco il popolo a una
religiosità spirituale, interiore, e soprattutto a un comportamento
conseguente, perché molto spesso questi adoratori dei simulacri artefatti,
questi che festeggiano i loro santi patroni con tanta pompa, sostenendo anche
parecchie spese, sono gente disonesta e di condotta immorale.»
«Dato e non concesso quanto tu dici, non riconosci
che proporre ai fedeli delle figure esemplari serve a incitarli all’imitazione
delle loro virtù?»
«Per proporre queste figure esemplari e
carismatiche all’imitazione dei fedeli, distribuire ad essi delle brevi
biografie gioverebbe meglio delle solenni proclamazioni in San Pietro. Spesso
infatti i fedeli non sanno niente della vita e delle opere di questi proclamati
santi, e quindi non possono essere spinti alla loro imitazione. La stampa e
diffusione delle biografie dovrebbe essere fatta dalle associazioni
interessate, dalle diocesi o anche dalle parrocchie. »
«È inutile continuare a discutere sul modo migliore
di proporre ai fedeli queste persone dotate di evidenti carismi; riconosco che
la diffusione gratuita delle loro biografie sarebbe giovevole, ma essa sarà
certamente più efficace se preceduta da una solenne proclamazione della loro
santità. Perché dovremmo cessare di fare
questa proclamazione, che da secoli è nella tradizione della Chiesa?»
A questo punto è intervenuto il Papa:
«Perché, come ha spiegato il tuo collega, il
giudizio umano non può sovrapporsi a quello divino, è un’offesa al Sommo
Giudice il volergli imporre il nostro giudizio. Inoltre è evidente che il culto
dei santi ha ormai, nel popolo, sostituito il culto di Dio, e bisogna far
capire a questi fedeli che è solo Dio che bisogna adorare, e che le chiese sono
la casa del Signore Dio invisibile ma presente, e non una raccolta… di
simulacri, magari artistici, di uomini come noi.»
«Ma a questo punto, Santità, io chiedo…»
«Caro Prefetto, non chiamarmi Santità; stiamo
parlando dell’illiceità di proclamare santi delle persone defunte, certamente
carismatiche, e riteniamo lecito chiamare Santità
un vivente… magari per nulla carismatico? Mi chiami Fratello Papa o caro Papa.»
«Sì, Fratello Papa, mi scusi, usare quel termine è
per noi… certamente per me, come un riflesso condizionato da una secolare
consuetudine… Ebbene, ora vorrei sapere
che cosa io praticamente dovrei fare.»
«Sciogliere la Congregazione, sistemare il
personale ecclesiastico in altri uffici della Curia o rimandarli alle diocesi
di provenienza o metterli a disposizione della Segreteria Vaticana che
provvederà direttamente.»
«E le cause canoniche che sono in corso, e sono
precisamente quarantadue… che sorte avranno?»
«Devono essere interrotte… chiuse definitivamente,
a qualunque livello siano pervenute. Riconoscere l’illiceità di questi processi
e continuare a svolgerli, sarebbe una clamorosa contraddizione.»
«Ma, Santità… cioè… mi scusi, Fratello Papa, io non
mi sento di fare questo… di sciogliere una Congregazione che ritengo utile, se
non necessaria, e tanto meno di troncare le cause in corso… che certamente
produrrebbe… malumori… o peggio. Perciò mi dimetto dalla carica e chiedo di
tornare nella mia Spagna.»
«Certamente sarai accontentato, e il Prefetto qui
presente ti troverà una sede adeguata.»
«Questa sede – intervenni – è già pronta… l’arcidiocesi
di Siviglia è vacante da un mese… ed è per tradizione affidata a un cardinale.»
«L’accetto volentieri… io vengo dall’Andalusia,
precisamente da Cordoba… perciò ringrazio e aspetto, per partire, la
comunicazione ufficiale… Posso andare?»
«Certamente, ti ringrazio per il lavoro che hai
fatto qui in Curia, e ti auguro di fare gran bene in quella regione e in tutta
la Spagna.»
Il Papa gli ha stretto cordialmente la mano,
congedandolo con un gesto di saluto. Poi mi ha detto:
«Sarà necessario trovare un commissario alla
Congregazione dei Santi, che attui quanto abbiamo deciso di fare, specialmente
l’interruzione delle cause in itinere…
Prima lo si fa e meglio è.»
«Caro Andrea, ritengo difficile trovare qui in
Curia un cardinale che accetti il compito che Fernandez non ha voluto
accettare. Penso di farlo io stesso, una volta che tu mi avrai nominato
Prefetto ad interim della
Congregazione da sciogliere.»
«Bene, amico, tu mi faciliti tutto, grazie.»
Era l’una, e abbiamo mangiato con don Daniel nella
sala da pranzo dell’appartamento pontificio un pranzo semplice ma gustoso,
preparato da Felix e dalla moglie, la quale si è offerta di aiutarlo in cucina,
ma solo per oggi. Essa non potrebbe continuare a farlo, dovendo accudire
quattro figli. Andrea ha assicurato che per domani ci sarà una cuoca senegalese
cattolica, che gli ha trovato qui a Roma l’amico ambasciatore. Il pranzo è
stato molto gradito e alla fine, andando in cucina, ci siamo congratulati con
Felix e la moglie, tutt’e due molto commossi.
Nel pomeriggio la Segreteria di Stato ci ha
trasmesso una comunicazione della redazione de L’Osservatore Romano, la quale dice:
“La redazione de L’osservatore Romano, riunita in assemblea col direttore Prof. Cav.
di Gr. Cr. Mario Massari, ha discusso ampiamente la situazione del giornale in
seguito alla nomina del nuovo Papa, prendendo in esame le direttive impartite
da lui al prof. Massari. Queste direttive porterebbero a un declassamento della
testata e a una perdita di prestigio della Chiesa nel mondo. Per questo motivo
la redazione tutta si dimette e chiede alla Curia una immediata messa in
quiescenza col relativo pagamento della buonuscita e della pensione, secondo le
norme contrattuali.”
Questa presa di posizione così perentoria della
redazione ci ha molto meravigliato e anche addolorato. Ora L’Osservatore non potrà uscire finché non si troverà un nuovo
direttore con giornalisti disposti a seguirlo nella nuova “filosofia” del
giornale, non più di esaltazione e incensamento, ma di informazione mirante
alla formazione cristiana e all’evangelizzazione.
Ho detto ad Andrea che prendevo su di me,
coadiuvato da amici ecclesiastici e laici, il compito di trovare una nuova
redazione, in modo che il quotidiano torni in edicola nel più breve tempo
possibile. Non nascondo che questa reazione del Prof. Massari e dei suoi
giornalisti mi ha turbato e anche, un po’, demoralizzato, pensando a quanto
dirà la stampa italiana ed estera in merito a questa clamorosa ribellione
proprio della redazione giornalistica più vicina alla Sede Apostolica. Papa
Andrea invece non mi è sembrato molto
preoccupato, e ha finito col dire che forse è meglio così, perché potremo avere
un giornale pienamente collaborante con noi in questa linea di semplicità e verità.
Abbiamo anche convenuto che il nuovo giornale abbia
un minor numero di pagine e quindi una redazione meno pletorica: basterebbero
una ventina di persone, mentre sono oggi quaranta. Questa riduzione avrebbe
portato a una notevole economia. Ci siamo consolati alquanto con questa
prospettiva, poi io ho lasciato il Vaticano per dedicarmi alla ricerca di un
nuovo direttore del giornale, col quale concordare poi la scelta dei
collaboratori. Avevo in mente di contattare innanzi tutto il Prof. Gandolfi,
docente di Comunicazione Sociale alla Luiss, vero cristiano, col quale in molte
occasioni avevo parlato dei problemi della Chiesa.
Sono riuscito a trovarlo e gli ho esposto l’idea,
che lui ha accettato in linea di massima, dicendo che si sarebbe messo al
lavoro da domani e mi avrebbe riferito forse prima di sera.
Sono tornato in Vaticano quasi a mezzanotte; ma
Andrea mi aspettava, e durante la cena gli ho riferito dell’incontro; poi siamo
andati a dormire con l’animo rasserenato.
Stamane, dopo la Messa, Andreas e io ci siamo
ritirati nello studio per valutare la situazione creatasi con le dimissioni del
cardinale Fernandez e con l’abbandono del Professor Massari. Riguardo alla
Congregazione delle cause dei santi io, quale commissario, ho dato ordine di
troncare tutte le cause in corso, riservando ai prossimi giorni la sistemazione
del personale della Congregazione. Per i giornalisti dimissionari ho comunicato
al presidente dell’APSA (Amministrazione Patrimonio Sede Apostolica), cardinale
Marsili, il volere del Papa, cioè che tutti i dipendenti de L’Osservatore
Romano fossero messi in pensione con tutte le loro spettanze giuridiche e
contrattuali.
Mentre stavo riferendo tutto ciò al Papa, il
Segretario Clozet ci ha informato che il cardinale Fernandez era già partito
per Siviglia, per andare a occupare la sede a lui assegnata. Poi è venuto lui
stesso e ci ha presentato l’elenco delle 130 sedi diplomatiche che potrebbero
essere eliminate, e anche l’elenco delle cinquanta per lui più importanti e da
conservare. Abbiamo insieme esaminato gli elenchi, abbiamo chiesto qualche
delucidazione, che lui ci ha fornito, e alla fine il Papa gli ha dato ordine di
attuare il piano nel modo più razionale e indolore, lo ha ringraziato per
l’ottimo lavoro fatto e lo ha licenziato con una cordiale stretta di mano.
Ci è sembrato che Clozet voglia collaborare a una
seria riforma e allo snellimento della Curia: sarà resipiscenza o attendismo?
Lo vedremo nei prossimi giorni, ma a me, che ho un
certo intuito psicologico, mi è sembrata resipiscenza. Non la penso allo stesso
modo del Vicario Andreoni, il quale da qualche giorno non si fa vedere in
Vaticano, e neppure al Laterano, sede del suo ufficio, ma a quanto dicono sta
girando in Italia e all’estero, senza far sapere nulla al suo vice, Mons.
Liberti, il quale ci ha telefonato per sapere se il Papa gli avesse dato
qualche incarico particolare. Gli abbiamo risposto di no, e che cercasse di
contattarlo al telefono, per fargli sapere che il Papa gli vuol parlare.
Intanto si era fatta l’una e abbiamo pranzato, Andrea
io e don Daniel, con molto appetito, e poi siamo andati in cucina per conoscere
e salutare la cuoca senegalese trovataci dall’Ambasciatore. È una donna sui
cinquanta, in Italia da quindici anni, che parla bene l’Italiano; è rimasta
molto commossa quando il Papa le ha stretto cordialmente ambedue le mani,
dicendo:
«Benedette queste mani e il loro lavoro».
Nel pomeriggio il Prof. Gandolfi ci ha fatto sapere
che aveva trovato già una diecina di giornalisti disposti a collaborare, e che
voleva venire per presentarli al Papa ed esporgli il piano editoriale che aveva
abbozzato.
È venuto alle 19 e ci siamo intrattenuti con gli
ospiti con molto interesse, e ho notato con piacere che tra i giornalisti c’è
anche qualche firma ben nota, che nel passato ha scritto su Repubblica o sul Messaggero. Il Prof. Gandolfi ci ha infine detto che domani
prenderà i primi contatti con la Tipografia Vaticana, e che spera di far uscire
di nuovo L’Osservatore Romano tra
tre-quattro giorni: ci avrebbe avvertito.
Dopo cena abbiamo conversato, in tre, Andrea io e
don Daniel, su quanto è stato fatto e su quello che resta ancora da fare, che è
il più e il più importante. Le riforme strutturali, lo snellimento della Curia,
lo scioglimento della Guardia Svizzera sono misure necessarie per dare un
segnale di rinnovamento; ma sarebbero vane se non fossero accompagnate da una
zelante opera di rievangelizzazione dell’Occidente relativistico, edonistico e
consumistico, e da una massiccia opera di evangelizzazione dei popoli che
ancora non conoscono Cristo e il suo Vangelo di liberazione e salvezza. E per
questa missione bisogna avere sacerdoti spiritualmente formati, animati da fede
ardente e da spirito di sacrificio. Gran parte del clero è oggi impegnata in
incarichi che servono poco alla predicazione del Vangelo, in mansioni di
ufficio e di rappresentanza. Esso deve essere rieducato e convertito alla
missionarietà, per la quale Cristo ha fondato la sua Chiesa. Ma non ci
nascondiamo la difficoltà di questa conversione dalla carriera burocratica
all’azione pastorale.
Ho detto ad Andrea che, quando avremo ben ponderato
e fissato i punti focali sui quali intervenire e perseverare con zelo, sarà
opportuno convocare un concistorio, in modo da mettere al corrente tutti i
cardinali delle riforme che si propongono, discuterne con loro, per averli
solerti attuatori del piano condiviso e approvato. Quei 69 cardinali che hanno
votato Marimba, lo hanno fatto perché sentivano la necessità di un cambiamento
radicale nella condotta della Chiesa, cioè di mettere fine alla sua
mondanizzazione, per tornare alla spiritualità evangelica. Questi cardinali non
possono ora far mancare il loro impegno e appoggio per l’attuazione del
programma. Andrea si è detto molto d’accordo, e lui pensa che questo
concistorio lo potremmo tenere già nella prima settimana di giugno. Siamo
andati a dormire quasi a mezzanotte.
Ieri non ho scritto il diario. Ho deciso di non
scriverlo tutti i giorni, ma solo quando ci sono fatti rilevanti da annotare e
ricordare. Ieri non abbiamo fatto altro, Andreas io e don Daniel, che
riflettere e ragionare sul già fatto e sul da fare ancora, che è certamente il
più importante. Abbiamo concretizzato e definito le riforme che ci sembrano
opportune o necessarie per riportare la Chiesa alla sua missione. Abbiamo anche
messo per iscritto un elenco delle cose da fare, una specie di scaletta da tenere presente nelle
prossime settimane o mesi e anche anni. Ho infatti convinto Andrea a procedere
con gradualità, a dare tempo al tempo, a cercare la maturazione di certi
problemi attraverso discussioni e dibattiti, eventualmente anche in un sinodo
dei vescovi da riunire l’anno prossimo.
Ci è stato comunicato nella mattinata che il
cardinale Fernandez ha preso possesso della sua arcidiocesi, e ha già indetto
per il 31 maggio un incontro con i quattro vescovi delle diocesi suffraganee e
con i loro vicari, “per discutere con loro del nuovo corso intrapreso dalla
Santa Sede”, come dice la lettera di convocazione. A me questo fatto non
annuncia niente di positivo, cioè non una adesione al nuovo corso, ma piuttosto una dura critica o, Dio non voglia,
opposizione. Il cardinale spagnolo, oltre che spigoloso, è anche piuttosto
orgoglioso e sicuro di sé. Andrea, che non lo conosce, spera che Fernandez
aderirà al suo piano riformistico con i vescovi da lui dipendenti. Io l’ho
lasciato nella sua ingenua speranza.
Tutto questo è avvenuto ieri. Stamane abbiamo avuto
una notizia molto amara, che sinceramente non ci aspettavamo. Ce l’ha
comunicata il Prof. Gandolfi. Il Prof. Massari ha creato un suo giornale, che è
uscito in sole quattro pagine. Si chiama L’Informatore
Romano, è stampato con gli stessi caratteri de L’Osservatore, per far credere che sia il giornale Vaticano in
nuova forma. Il sottotitolo dice: “Quotidiano di informazione religiosa,
politica e sociale”. L’articolo di fondo è intitolato “Dove va la Chiesa?”, ed
è tutta una critica malevola alle prime misure prese da papa Andrea, che il
Massari, autore dell’editoriale, dice mal consigliato da qualche cardinale
ambizioso che gli si è messo a fianco come consigliere, dato che il papa nero
si sente insicuro per la sua inesperienza, avendo fatto finora solo
l’arcivescovo di Dakar, una diocesi modesta in un paese in gran parte
maomettano.
Il Massari continua dicendo che la Chiesa, in mano
a un papa inesperto e mal consigliato, rischia di andare alla deriva, con
riforme azzardate, che sicuramente faranno perdere alla Chiesa il prestigio e
l’autorevolezza a cui l’hanno portata i precedenti pontefici. L’abolire i
titoli di Sua Santità, Santo Padre, Santa Sede, anche se è una riforma di parole e non di sostanza, non servirà ad altro che a dare alla
Chiesa Cattolica un basso profilo,
del quale approfitteranno le Chiese Luterana e Anglicana, e specialmente quella
Ortodossa, guidata dall’energico e carismatico Patriarca di Mosca.
L’articolo di spalla, intitolato La nuova Roma riprende quest’ultimo
tema. Mosca ha da tempo cercato, come prima Bisanzio, di togliere a Roma la
primazia del Cristianesimo. Finora non c’era riuscita, perché il Papato aveva
saputo meglio interpretare le esigenze del mondo moderno; ma ora che la Chiesa
Romana stoltamente smobilita il suo solido apparato istituzionale, il
Patriarcato di Mosca avrà partita vinta e Sua
Beatitudine potrà assumere la posizione primaziale e diventare Sua Santità della Chiesa Universale.
L’articolo di taglio si chiede quale abbaglio o
abbacinamento abbiano patito i cardinali al Conclave, per eleggere come Guida
Suprema del Cattolicesimo un arcivescovo nero, certamente buono per
amministrare una piccola diocesi africana, ma inadeguato per guidare
un’istituzione così vasta e complessa come è oggi la Chiesa Cattolica.
Riportare la Chiesa all’umiltà delle origini è da
ingenui. La Chiesa si deve confrontare col mondo moderno, e per non essere
subissata da esso deve servirsi di tutti i mezzi che oggi la globalizzazione
esige, e specialmente della stampa, della propaganda e del presenzialismo nelle
istituzioni internazionali, politiche, culturali e anche economiche e finanziarie,
perché è innegabile che oggi è la finanza che domina il mondo, e bisogna stare
alle sue leggi.
Nell’elzeviro un docente di Storia Ecclesiastica
alla Gregoriana, sotto il titolo Il
Papato nei secoli, e il sottotitolo Da
Pietro a Sisto, traccia una storia della Chiesa incentrata nella sua
evoluzione istituzionale, che l’ha trasformata da una piccola “ecclesia”, cioè
accolta di credenti, a un’immensa organizzazione di fedeli, presenti in ogni
parte del mondo, e bisognosa di una guida centralizzata efficiente in tutte le
sue branche, dalla cultura teologica alla presenzialità politica e mediatica,
dall’organizzazione amministrativa alla competenza finanziaria. Per rendersi
conto della vastità e complessità della Chiesa Cattolica oggi, l’articolista
dice che basta dare uno sguardo o meglio sfogliare l’ultimo Annuario Pontificio
(2049), dal quale si ha una visione panoramica di questa organizzazione
mirabilmente realizzata via via nei secoli, e oggi considerata da molti
perfetta, e ammirata e tenuta ad esempio anche da alcuni civilissimi Stati
europei ed extra.
Bisogna riconoscere che il Prof. Massari in poco
tempo ha saputo creare una testata di
quattro pagine, la prima di argomenti religiosi, la seconda dedicata alla
politica italiana ed estera, la terza agli approfondimenti dei vari temi, la
quarta alla Cronaca, esposta con un taglio sociologico. Il direttore è stato
anche abile a sfruttare la vacanza dell’Osservatore
e a sostituirsi capziosamente ad esso, presentandosi agli edicolanti abituati a
ricevere L’Osservatore come una prosecuzione di esso, in forma e
sostanza rinnovata. E in questo egli ha agito con molta malafede, di cui
sinceramente non lo ritenevo capace.
La notizia dell’uscita del nuovo quotidiano ci ha
colto veramente di sorpresa. Non pensavo che il Prof. Massari attuasse una
simile… ritorsione, e tanto meno lo pensava Andrea, il quale però è rimasto
meno scosso di me.
Mi ha detto:
«È una pillola amara, caro amico, intenzionalmente
velenosa. Ma per noi senza effetto, perché non demorderemo dal nostro
proposito. In certo qual modo io prevedevo che avremmo trovato incomprensioni e
opposizioni, non mi aspettavo affatto di ricevere lodi e approvazioni… Gesù
stesso ci ha avvertito: “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno
e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia.” (Mt
5,11)» E poi ha aggiunto: “Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi.
Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti.” (Lc 6,26)
Dunque tiriamo avanti con costanza, fiduciosi in Dio e non nelle nostre
capacità.»
Poi come per rasserenare me e sé stesso, mi ha
detto:
«Mi aspetto che mi affibbieranno anche qualche
attributo, qualche nomignolo… più o meno malizioso.»
«Può darsi, ma non è detto che debba essere…
malizioso… forse solo scherzoso… o anche simpatico. I giornalisti, specie
quelli italiani, sono a questo riguardo molto… creativi. Per loro Giovanni
XXIII era il papa buono, Paolo VI il papa problematico, Giovanni Paolo I il papa sorridente, Giovanni Paolo II il papa venuto dal freddo, Benedetto XVI
il papa teologo, Clemente XV il papa diplomatico, Sisto VI il papa culturista; sono apposizioni tra
l’ironico, lo scherzoso e il veritiero. È molto probabile che ne troveranno una
anche per te.»
«E quale potrebbe essere? Ne pensi qualcuna?»
«Oh, possono essere molte e… varie… ma tra queste
finirà per prevalere quella… più significativa.»
«Ne immagini qualcuna? sono un po’ incuriosito.»
«Chessò… Il
papa venuto dai tropici, il papa
della negritudine, il papa nero
profetizzato, il papa non-santo
ecc.»
«Tu sei immaginifico più di qualunque giornalista;
ma il papa nero profetizzato non lo
capisco. Profetizzato da chi? Da quale profeta, antico o moderno?»
«Forse da nessun profeta, ma da qualche bello
spirito. Un mio amico mi ha detto che un papa nero è stato profetizzato da
Nostradamus nelle sue Centurie, che sono dieci, e ognuna abbraccia un secolo, a
cominciare dal 1555, quando lui ha cominciato a scriverle in versi, nel
francese di allora, un po’ diverso da quello di oggi che tu conosci. Io non ho
letto queste centurie, sarebbe un’improba fatica, perché questo Michel de Notre
Dame, astrologo che fu anche alla corte di Francia, dice dei secoli futuri
tante cose astruse ed enigmatiche, di interpretazione volutamente difficile,
con allusione a eventi che però in certi casi si sono verificati. Questo mio
amico assicura che l’astrologo ha previsto anche l’avvento di un papa nero,
profezia del resto non difficile a farsi, perché prima o poi questo doveva
accadere, dato che la razza nera tende a prevalere su quella bianca.»
«E che dice di questo papa nero?»
«L’amico non mi ha detto di più sul papa, ha però
aggiunto che dopo di lui avverrà la fine del mondo; ma credo che sia tutta una
sua invenzione, perché questo mio amico è un tipo un po’ burlone, e si diverte
molto a… sparare notizie… per farle credere e poi dimostrarle false.»
Questa conversazione un po’ leggera ci ha alleggerito alquanto del peso o meglio del colpo infertoci dal Professor Massari
con molta abilità… professionale. Intanto si era fatta l’una, e abbiamo
pranzato ormai del tutto rasserenati.
Nel pomeriggio ci siamo chiusi, Andrea il suo
segretario e io, nello studio con l’intento di concretizzare un ragionevole e
progressivo piano di riforme. Don Daniel, che da quando è arrivato a Roma non
ha fatto che studiare l’Annuario Pontificio per conoscere l’ambiente curiale
che lui ignorava completamente e nel quale dovrà ormai muoversi e operare, ha
cominciato la conversazione chiedendoci sorridendo:
«Conoscete la Famiglia Pontificia?»
«Abbastanza» - ho risposto io - «La Famiglia
Pontificia attuale siamo noi tre, più Felix e la cuoca. Quella di prima non la
conosco.»
«Anch’io non la conoscevo, ma leggendo l’Annuario
sono rimasto sbalordito. Altro che cinque persone, caro mio! Innanzi tutto la
Famiglia si divide in due sezioni, una ecclesiastica e una laica. La prima
comprende più di venti ecclesiastici, tra i quali un elemosiniere, un teologo,
tanti protonotari, divisi in due categorie, i partecipanti e i soprannumerari,
due cerimonieri, tre prelati d’onore, due cappellani e un predicatore. La
seconda comprende anch’essa più di venti persone, tra le quali due assistenti
al soglio, che sono principi romani, quattro gentiluomini, due addetti di
Anticamera e un aiutante di camera… Ora io chiedo: Che faremo di tutto questo
personale? Quale sarà la nostra Famiglia Pontificia? Fatemelo sapere.»
«Non ci sarà alcuna Famiglia Pontificia di questo
genere» ha risposto il Papa «Per ora siamo noi cinque; in seguito, se ne
sentiremo il bisogno, chiameremo qualche altro, ecclesiastico o laico, ad
aiutarci, magari come consulente in determinate materie giuridiche o
canoniche.»
«Sono d’accordo, caro Andrea» ho detto io «Questa
Famiglia Pontificia dell’Annuario è una struttura somigliante a una corte, e
infatti ha due principi assistenti al trono, i Gentiluomini d’onore, gli
addetti all’Anticamera ecc. Devi perciò dire a Clozet di sciogliere questa Famiglia, utilizzando diversamente il
personale ecclesiastico e licenziando quello laico, dando a ciascuno quello che
gli spetta.»
Mandammo a chiamare Clozet, il quale venne subito
portandoci due lettere pervenute in mattinata. La prima è del Comando della
Guardia Svizzera, con la quale il Col. Von Neckar ci comunica che 90 su 110
membri del Corpo hanno deciso di rimanere al servizio della Sede Apostolica
anche con nuovi compiti e nuova divisa, e tra questi c’era lui e il suo vice.
Per i 20 rinunciatari, da mettere in congedo, chiede la liquidazione prevista
dal contratto.
Questa lettera ci ha fatto piacere, perché un punto
del nostro programma può dirsi risolto: non avremmo più visto gli alabardieri
nella basilica e neppure nel Palazzo Apostolico, e questo ci sembrava anche un
bel segno di semplificazione.
La seconda lettera è del cardinale Andreoni, il
quale rassegna le sue dimissioni da Vicario in via definitiva. Non chiede altro
incarico, ma di essere posto in quiescenza, col trattamento previsto per i
cardinali.
Abbiamo chiesto a Clozet quali potevano essere le
ragioni di questa decisione, davvero imprevista, del suo collega, che nel
precedente colloquio del 18 maggio aveva espresso il desiderio di tornare a
dirigere la Congregazione per la Dottrina della Fede. Clozet ha risposto che
Andreoni non riesce ad accettare il nuovo corso, che a lui sembra di basso profilo
e quasi di umiliazione spontanea, per lui del tutto irragionevole e
inopportuna.
Il Segretario di Stato ha poi espresso il timore
che Andreoni intenda costituire una Fronda
di cardinali e vescovi, e infatti negli ultimi giorni ha girato l’Italia e
anche la Francia per cercare adesioni al suo piano. Lui l’aveva saputo
dall’arcivescovo di Montpellier, che gli aveva telefonato per chiedergli
consiglio, e lui gli aveva risposto di rimanere fermo nell’obbedienza al nuovo
papa e di aderire ai suoi propositi di rinnovamento.
Abbiamo pregato il Segretario di Stato di tenerci
informati, e di prendere tutte le misure opportune per contrastare l’eventuale
tentativo di Fronda da parte del
cardinale Andreoni.
Quando Clozet ci ha lasciati, siamo stati un po’ a
riflettere sulle due notizie, l’una buona, l’altra cattiva. Ci ha un po’ rassicurato l’atteggiamento di
Clozet, che ora sembra sinceramente collaborativo, mentre temevamo da lui
un’opposizione maggiore che da Andreoni. Abbiamo ringraziato il Cielo per
questa resipiscenza, nella quale poco speravamo. Se con l’Italiano ci avesse
abbandonato e contrastato anche il Francese, ci saremmo trovati davvero a mal
partito in questo inizio di pontificato. Evidentemente il Signore non ci ha
abbandonato e ha benedetto i nostri propositi.
Abbiamo parlato con don Daniel di quello che si può
fare per sfoltire e semplificare la Curia. Lui sta studiando il problema, e
contemporaneamente sta studiando la lingua italiana, che conosce poco e ha
quasi sempre bisogno del vocabolario, e anche di consultare la grammatica. Si
sta esercitando intensamente conversando con la cuoca, che parla l’Italiano
molto bene. Con Andrea abbiamo deciso di dare a questa cuoca, che ha la
famiglia a Roma, e a Felix una giornata libera, il giovedì o la domenica, a
loro scelta. In questo giorno di vacanza dei cucinieri ci saremmo fatti portare
il pranzo dalla mensa interna. Abbiamo incaricato don Daniel di mettersi
d’accordo con Felix e Miriam (così si chiama la cuoca) sulla scelta del giorno.
Anche Felix conosce poco l’Italiano, e anche lui lo sta imparando alla scuola
di Miriam.
Ho già detto che in Vaticano, oltre allo
scioglimento della Congregazione dei Santi, si dovrebbero ridurre le Università
e gli Atenei Pontifici, che assorbono tanto personale docente e discente. Le
centinaia di preti che seguono i corsi lo fanno per entrare in carriera,
diplomatica o burocratica o universitaria, mentre la Chiesa ha tanta penuria di
sacerdoti nelle parrocchie e ancor più nelle zone di missione.
Andreas ha voluto sapere quale fosse la mia
opinione a questo proposito.
Gli ho detto che le Università che attualmente sono
dieci, si potrebbero ridurre a due, la Gregoriana e la Lateranense, con accesso
a numero chiuso, non più di cinquanta studenti ogni anno. E non ci dovrebbero
stare tante specializzazioni di Teologia (sistematica, biblica, dogmatica,
ecumenica, fondamentale, antropologica ecc.) che sono mi pare dodici.
Già la parola Teologia mi sembra impropria. Dio non
si studia, non si esamina, non si approfondisce come le scienze umane; Dio si
adora e basta: volerlo indagare è stolta presunzione umana. Se vogliamo
conservare una specializzazione teologica, sia quella pastorale, che insegna a
essere pastori di anime, predicatori del Vangelo, testimoni di Cristo. La teologia
deve innanzi tutto convincere gli uomini dell’esistenza di Dio Creatore e
Padre, di Gesù Cristo suo Figlio che si è incarnato per mettersi al nostro
fianco nel duro cammino della vita, e dello Spirito Santo che ci dona le sue
sante ispirazioni e illumina il nostro intelletto. In secondo luogo deve
dimostrare l’esistenza dell’anima immortale, che sarà giudicata, e premiata o
punita nel mondo che verrà.
Sul problema del male, che assilla tante coscienze,
deve chiarire che quello operato dagli uomini (uccisioni, persecuzioni, guerre,
olocausti, ecc.) deriva dall’uso perverso dei due massimi beni donatici da Dio
(intelligenza e libero arbitrio), e da quest’uso essi saranno giudicati; mentre
il male prodotto dalla natura (terremoti, maremoti, malattie, eruzioni
vulcaniche, ecc.) sono le prove alle
quali il Creatore ci sottopone per saggiare la nostra fedeltà a Lui e la carità
verso il prossimo. La vita dell’uomo, dalla culla alla tomba, è tutta un esame,
talora severo, ma nel quale non ci manca mai l’aiuto divino, se lo chiediamo
con umiltà e fiducia. Queste verità è necessario inculcare con la predicazione,
e non perdere tempo in vane elucubrazioni Teologiche, Cristologiche,
Mariologiche, Ecclesiologiche, Escatologiche, ecc.
I Pontifici Istituti, che sono dodici, dovrebbero
essere tutti aboliti, perché la Chiesa non ha alcun bisogno di istituzioni che
hanno come compito lo studio della Latinità, della Musica Sacra,
dell’Archeologia Cristiana, della Spiritualità, dell’Islamistica ecc. Figurarsi
che c’è anche un Istituto superiore di Scienze religiose! Così dovrebbero
essere abolite le Pontificie Accademie, che sono dieci, tra cui una curiosa Pontificia Insigne Accademia di Belle Arti e
Lettere dei Virtuosi al Pantheon e una Pontificia Accademia Ecclesiastica.
Mi sono sempre chiesto che cosa debbano studiare e
approfondire sull’Ecclesia questi
accademici pontifici. Ovviamente tutte queste ablazioni si dovranno fare in progresso di tempo, via via, cercando
di destare pochi malumori. In un primo tempo ci si limiterà a non rimpiazzare i
posti che si renderanno vacanti per i decessi naturali. Andrea si è detto
d’accordo con me, e mi ha invitato a parlarne con Clozet, e poi a presentargli
una relazione dettagliata.
Eravamo arrivati alle 21, e siamo andati a mangiare
la nostra frugale cena.
Non ho scritto il diario negli ultimi due giorni,
perché stanno avvenendo dei fatti, o meglio stavano arrivando delle notizie
piuttosto gravi ma vaghe e contraddittorie, che non ho voluto annotare
nell’attesa che esse fossero confermate o smentite. Ma ora ne parlerò, perché
dei fatti assodati ci sono, e sono piuttosto preoccupanti. Il primo è che
Andreoni sta davvero cercando di organizzare una plateale opposizione alle
prime misure prese, come la riduzione delle Nunziature e specialmente lo
scioglimento della Congregazione dei Santi. Sta mettendo su sia gli
ecclesiastici, Nunzi o Legati delle sedi abrogate, che non si rassegnano alla
perdita del posto, sia quelli impiegati nella Congregazione dei Santi, e in
particolar modo i postulatori che stavano portando avanti delle cause, e si
sentono frustrati dal provvedimento. Lo stesso Andreoni sta incontrando molti
vescovi in Italia, specialmente nel Meridione, diffondendo notizie
allarmistiche su una presunta nuova iconoclastia che si abbatterà sulle chiese
e sui santuari. Una quindicina di Postulatori si sono messi al suo servizio e
vanno diffondendo false notizie, come l’abolizione del culto dei Santi e la
chiusura dei Santuari, a cominciare, dicono, da quelli dipendenti direttamente
dalla Sede Apostolica, come quello di Loreto e quello di Pompei.
Abbiamo saputo che ha incontrato il cardinale di
Napoli, l’arcivescovo di Bari, quello di
Catania e il cardinale di Palermo; ma non sappiamo ancora con quale risultato.
Però in quelle città, specie per l’opera dei postulatori, le masse dei fedeli
sono un po’ in subbuglio.
A Pompei un gruppo ha occupato il Santuario e ha
intenzione di bivaccarci “a difesa della nostra Madonna”, come hanno scritto in
un appello–manifesto affisso alla porta e ai muri esterni della basilica.
A Napoli è stata occupata, ma solo per poche ore,
la cattedrale da un corteo recante varie scritte contestatarie, come “Giù le
mani da San Gennaro!” “Abbasso il papa iconoclasta!” “La Chiesa siamo noi!” “I
santi non si toccano!” “Papa Andrea brutta idea” e simili.
Stamane però ci è giunta anche una notizia
confortante: il Cardinale Arcivescovo di Montpellier, grande amico di Clozet, e
Presidente della Conferenza Episcopale Francese, ha telefonato per annunciare che
la Conferenza, riunitasi d’urgenza ieri pomeriggio, ha deciso all’unanimità di
appoggiare l’opera riformatrice della Curia Romana. Un uguale appoggio ci è
stato assicurato dal Presidente della Conferenza Episcopale Austriaca; altre
confortanti notizie ci sono giunte dall’Africa, tutta favorevole,
dall’Ungheria, dalla Corea, dall’India e dal Vietnam.
Ieri è uscito di nuovo L’Osservatore Romano sotto la direzione del Prof. Gandolfi, e noi
abbiamo tratto un sospiro di sollievo. Non ha più fotografie o titoli colorati,
è di sole quattro pagine, ma è ben impostato. Naturalmente il primo numero è
tutto dedicato a una corretta informazione delle iniziative vaticane e sulla
loro difesa, condotta con ragionamenti pacati e non polemici. C’è anche qualche interessante articolo sulla
Chiesa che “semper est reformanda”, per raddrizzare la rotta quando si è
discostata da quella indicata da Cristo.
L’Informatore
Romano continua nella sua polemica velenosa, basata sulla disinformazione e
sull’allarmismo per la Chiesa che sta andando alla deriva, secondo quanto
sostengono i suoi giornalisti. Sembra però che le copie vendute siano in
diminuzione, e forse lo saranno di più con il ritorno in edicola dell’Osservatore del quale capziosamente ha
inteso prendere il posto.
Andrea non si turba troppo per le notizie cattive,
come non si esalta per quelle buone, va diritto per la strada che ha imboccato:
evidentemente lo Spirito Santo, che lo ha fatto eleggere, lo sostiene con la
sua Grazia. E una vera grazia di Dio è stata per noi la fedeltà del Cardinale
Clozet, nella quale mai avremmo sperato. Ieri mattina mi sono incontrato con
lui per valutare la situazione che ci sta creando Andreoni e pensare come
possiamo contrastarla.
Durante la conversazione, siccome ho con lui una
certa familiarità, accresciutasi in questi ultimi giorni, mi sono permesso di
chiedergli come mai dall’opposizione fosse passato al sostegno, e valido
sostegno, del nuovo corso. Mi ha risposto:
«Non so neppure io pienamente spiegarmi come e
perché ho cambiato idea; certo ho pensato che, se 69 cardinali avevano dopo
poche votazioni dato la loro fiducia ad Andreas, ci doveva essere la mano del
Signore, insomma un segno celeste. Dovevo perciò anch’io seguire l’indirizzo
divino e dare il mio aiuto alla sua attuazione. Insomma ho avuto anch’io
un’illuminazione, come Saulo sulla via di Damasco, quando da persecutore
divenne apostolo.»
Riguardo all’azione deleteria di Andreoni,
l’avrebbe contrastata validamente L’Osservatore
Romano con la sua corretta informazione; inoltre lui aveva già inviato un
suo fido segretario in missione presso i vescovi del Meridione, già contattati
da Andreoni, per dire loro come stanno effettivamente le cose, e chiarire gli
intenti riformistici del Papato.
Nel pomeriggio Andrea, io e don Daniel abbiamo
studiato e preparato il piano di riforma che il Papa dovrà presentare ai
Cardinali nel prossimo Concistorio segreto che è convocato per il 4 giugno.
Andrea ci ha detto che ha sempre in mente quel passo del Vangelo sul Giudizio
finale, nel quale Gesù dice che entreranno nel Regno quelli che hanno dato da
magiare agli affamati, da bere agli assetati, che hanno vestito gli ignudi e
curato gli ammalati (Mt 25,31 ss), e pensa che la Chiesa non solo deve
predicare e inculcare questi precetti, ma deve soprattutto dare l’esempio e
trascinare gli altri, Stati associazioni e privati, a fare altrettanto.
In questi ultimi anni la Chiesa, tutta dedita alla
sua autoreferenzialità, ha fatto poco o niente per i poveri del mondo, e poco o
niente per predicare il Vangelo e convertire quei tanti milioni di uomini che
ancora non conoscono il vero Dio.
Si rende conto che per queste due missioni,
umanitaria e religiosa, occorrono non solo sacerdoti ben preparati e motivati,
ma anche mezzi finanziari per costruire ospedali, orfanotrofi, scuole, e poi
scavare pozzi, costruire acquedotti e strade ecc.
E ha chiesto a me come e dove possono essere
reperiti questi fondi; lui aveva sempre sentito dire che la Sede Apostolica è
ricca, ma non aveva idea di come questa ricchezza potesse essere monetizzata e
investita in queste opere. La Chiesa ricca è un contraddire il precetto
evangelico di Gesù:
“Vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai
poveri, e avrai un tesoro nei cieli; poi vieni e seguimi.” (Lc 18,22)
Andrea alla fine mi ha detto:
«Che cosa
dobbiamo fare? Come possiamo obbedire all’ordine
di Gesù?»
Gli ho risposto:
«Nemmeno io ho una grande competenza nel campo
economico, e neppure una precisa conoscenza della finanza pontificia; perciò
penso che, per il fine che ci siamo proposto, ci sarà molto utile Clozet, che
conosce a fondo anche la struttura economico-finanziaria del Vaticano. Ma
alcune cose le conosco e te le posso dire per chiarirti la situazione nelle
linee generali. La Sede Apostolica ha l’Istituto Opere di Religione (I.O.R.)
che è una vera e propria banca di affari, che compra-vende azioni e altri
prodotti finanziari, specula sulle monete, è presente nelle principali Borse
con le sue operazioni e, a quanto mi dicono, ha un bilancio molto florido. Nel
passato ha dato scandalo per certe operazioni azzardate o truffaldine, fatte in
combutta con finanzieri disonesti. Questa banca dovrebbe essere sciolta e
sostituita con un Economato che gestisca i titoli di Stato e le obbligazioni
ora in possesso dello I.O.R., le cui rendite serviranno a pagare gli stipendi e
le altre spese. Queste oggi sono enormi, data l’elefantiasi della burocrazia
vaticana, ecclesiastica e laica; ma con le nostre riforme le spese saranno
grandemente ridotte. La Sede Apostolica ha poi l’APSA, cioè l’Amministrazione
del patrimonio della Sede Apostolica. Questo patrimonio non lo conosco nei
dettagli, ma so che è molto pingue, si tratta di edifici, terreni, aree
fabbricabili, in Italia e all’Estero. Ho sentito dire, ma credo sia
un’esagerazione, che solo qui a Roma il Vaticano possiede migliaia di buoni
appartamenti dati in affitto. E poi abbiamo l’aeroporto di Maccarese con tre o
quattro velivoli, che io propongo di vendere al più presto. A suo tempo io
insistetti con Papa Sisto affinché questo aeroporto non fosse costruito, ma non
ottenni ascolto, e da allora il Papa mi cancellò dalla sua familiarità.
Vendendo questa struttura con i velivoli
penso che si realizzerebbe una somma enorme.»
«Che somma? Ne hai un’idea?» mi ha chiesto il Papa.
«Certamente miliardi di euro. Un anno fa la Società
americana che ha in affitto la pista maggiore di Maccarese per i suoi
aerei-cargo, ha offerto due miliardi di euro per l’acquisto di quella pista con
i suoi accessori. Papa Sisto rifiutò, ma sono sicuro che quella Società è molto
interessata all’acquisto di tutto l’aeroporto, che ad essa è necessario per
gestire la sua attività nell’aeronautica commerciale della quale ha quasi il
monopolio. Con la vendita di Maccarese, di tutti i beni immobili che non
servono direttamente per l’attività religiosa, con la vendita di tutte le
azioni e degli altri prodotti finanziari, conservando i soli titoli di Stato e
le obbligazioni sicure, si avrebbe una somma enorme, con la quale si potrebbe
organizzare, in cooperazione con l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità)
una massiccia campagna di prevenzione e cura per eliminare la lebbra e
contrastare efficacemente la diffusione dell’AIDS, che è un vero flagello
specialmente in Africa. Si avrebbero anche le risorse economiche per l’evangelizzazione,
che ora langue per mancanza di missionari ma anche di risorse finanziarie.
Certo, innanzi tutto bisogna formare i missionari, incrementare le vocazioni.
Esse oggi scarseggiano, per colpa della mondanizzazione della Chiesa, ma che
probabilmente rifioriranno quando la Chiesa avrà ritrovato la sua missione
spirituale nell’umiltà e nella povertà.»
Tutto questo discorso molto partecipato ci ha
rialzato il morale, ci ha ridato fiducia, nella certezza che Dio non può
abbandonare alla deriva la Chiesa che ha istituito per la salvezza di tutti i
suoi figli. Quasi senza accorgercene siamo arrivati alle ventuno e abbiamo
consumato con appetito la frugale cena.
In questi ultimi cinque giorni non ho scritto il
diario, non perché non ci fossero eventi rimarchevoli, positivi e negativi, ma
perché, a dire la verità, mi sono un po’ annoiato a registrare questi fatti,
che per me resteranno indelebili nella memoria, in quanto rappresentano il
passo veramente importante della mia vita, in cui ho potuto collaborare con un
Papa carismatico alla riforma della Chiesa o meglio alla eliminazione della sua
struttura terrena, che era come una gabbia che la teneva prigioniera e le
impediva di espletare la sua missione. Sono stato quindi tentato di interrompere
la registrazione di questi eventi, ma poi ho deciso di continuare ancora un
poco, finché non avrò esaurito anche questo secondo quaderno.
Una notizia molto dolorosa ci è venuta dalla
Spagna. Il cardinale Fernandez, a Siviglia, ha riunito non solo i vescovi suoi
suffraganei dell’Andalusia, ma anche quelli di altre regioni, come la Mancia,
la Catalogna e la Galizia, tutti quelli che nelle loro diocesi avevano in corso
cause di beatificazione o di santificazione, e li ha convinti a non obbedire
alla direttiva papale, a portare avanti i loro processi canonici, e poi i beati
o santi sarebbero proclamati in Spagna, e fatti conoscere a tutto l’orbe
cattolico a cura della sua Curia arcivescovile, in sostituzione a quella
papale. Il Fernandez si è spinto anche oltre: ha mandato suoi emissari in
Messico, Argentina e Cile, esortando i vescovi di quei paesi a seguirlo in
questa sua iniziativa riguardante le cause dei Santi.
Ma pare che la sua opposizione si estenda anche ad
altri temi meno importanti come la conservazione dei titoli e delle assise
cardinalizie e vescovili, le relazioni con la Curia Romana e con gli Stati.
Sembra che voglia proporsi come capo di una Chiesa ispano-americana autonoma,
staccata da quella romana, il che sarebbe un vero e proprio scisma. Clozet
segue attentamente l’azione del cardinale di Siviglia e ha già preso delle
contromisure, servendosi dei Nunzi Apostolici presenti in quei paesi. Il Nunzio
in Spagna è fedele a Roma, e anche lui si sta muovendo per contrastare le
manovre del Fernandez.
Notizie per noi confortanti ci sono invece giunte
dalla Germania, dall’Inghilterra e dalla Russia. Sembra che i Luterani, gli
Anglicani e gli Ortodossi guardino con interesse e simpatia ai propositi di
riforma in senso evangelico che si annunciano da Roma, e qualche esponente di
quelle Confessioni ha espresso l’augurio che la Chiesa si possa finalmente
riunificare, una volta tolti di mezzo tutti gli orpelli terreni, che ne
offuscano il volto e travisano la missione.
Anche una parte della stampa italiana interpreta
positivamente certe misure già adottate, come l’abolizione dei titoli
altisonanti, delle cause dei Santi, della pletora diplomatica, della Guardia
Svizzera, che è rimasta ma ha cambiato ingaggio e casacca. Ci ha fatto piacere
soprattutto il giornale del Partito Radicale, il quale in un editoriale
dell’altro ieri dice che il Partito è anticlericale non perché sia contrario
alla Religione, che è un fatto di coscienza da rispettare e ha il suo valore
anche civico e sociale, ma perché non può tollerare una Chiesa Stato, tronfia,
ricca e autoreferenziale. Se la Chiesa tornerà alla semplicità, umiltà e
povertà evangelica, il Partito Radicale non solo non la contrasterà come ha
fatto finora, ma appoggerà i suoi propositi umanitari e democratici.
Un’altra consolante notizia l’abbiamo avuta ieri.
Il Cardinale Bertinori, Presidente della CEI, che faceva parte della triade vaticana, non si era più fatto
vivo dopo l’elezione di Papa Andrea, e temevamo che volesse partecipare alla Fronda che Andreoni sta organizzando.
Invece Bertinori ha anche lui avuto una resipiscenza come Clozet e si è
allontanato da Andreoni. Ieri pomeriggio ha riunito la Conferenza Episcopale,
alla quale ha tenuto una convincente relazione a favore delle riforme già
decise e di quelle più profonde che si prospettano da parte di Papa Andrea, e
ha ottenuto l’approvazione dei colleghi.
È venuto a trovarci a tarda sera per comunicarci la
fedeltà e l’adesione dei vescovi italiani al piano riformatore; alla fine ci
siamo fraternamente abbracciati. Siccome anche quei vescovi, che Andreoni aveva
cercato di staccare dalla Sede Apostolica, si sono allineati con Bertinori, è
evidente che la Chiesa Italiana rimane compatta con il Papa e accetta le
riforme, anche se non tutti con entusiasmo.
Ma a quanto pare il Signore, per ricordarci che è
Lui che opera, e che noi non dobbiamo confidare troppo in noi stessi, fa
seguire a ogni notizia positiva che ci allieta, una negativa che ci deprime, o
meglio ci deprimerebbe se non fossimo sostenuti dalla sua Grazia. Infatti
stamane il prof. Herman Guedes, spagnolo di Cordoba, direttore della Sala
Stampa, si è dimesso assieme a due addetti anch’essi spagnoli, emettendo un
comunicato alquanto offensivo. Ci è pervenuta anche la notizia che a Napoli,
Catania e Palermo alcune Confraternite hanno inscenato delle processioni con le
statue dei loro santi patroni e con scritte contro il Papa iconoclasta.
La rassegna stampa è stata invece piuttosto
consolante. Anche alcuni quotidiani social-democratici o comunque di sinistra,
che nel passato hanno sempre mosso aspre critiche alla Chiesa Romana, da
qualche giorno mostrano attenzione alle riforme di papa Andrea, attenzione se
non benevola, certamente non ostile.
Comunque noi, cioè Andrea io e don Daniel, assieme a Clozet, per tutta la
giornata siamo stati a preparare la relazione scritta che il Papa leggerà nel
Concistorio. Essa toccherà anche due argomenti che finora non abbiamo preso in
esame.
Il primo è sulla liceità della pillola
anticoncezionale, nei casi in cui la coppia cristiana non possa per motivi
plausibili (malattia, depressione, indigenza, disturbi psichici) accettare la
nascita di un figlio.
Il secondo sulla concessione del matrimonio al
clero secolare, come avviene nella Chiesa Ortodossa. Se si farà questa riforma,
il seminarista, finiti gli studi filosofici e teologici, prima di ricevere
l’Ordine sacro, dovrà fare al suo vescovo solenne dichiarazione o di voler
osservare la castità o di scegliere il matrimonio. Anche la scelta della
castità è bene che sia fatta, al momento dell’ordinazione, non perpetua, ma per
due-tre anni, e rinnovabile sino al 35° anno, allorché il sacerdote farà la
scelta perpetua, o di rimanere per sempre casto o di sposarsi. Naturalmente i
vescovi saranno scelti o dal clero secolare che ha fatto professione perpetua
di castità o da quello regolare. In tal modo si potrà ovviare sia alla
fornicazione o, peggio, pedofilia dei preti, sia alla penuria di vocazioni,
perché sappiamo che molti giovani sono attirati al ministero pastorale, ma non
lo intraprendono per non privarsi della gioia di formare una famiglia. È
evidente che questi preti sposati non staranno in parrocchia a tempo pieno,
dovendo pensare anche alla loro famiglia; ma non avranno scusanti in caso di
fornicazione o peggio.
Nella relazione il Papa tratterà anche di alcune
prospettive da realizzare negli anni futuri, come quella di rinunciare alla
Città del Vaticano come Stato, restituendone alla Repubblica Italiana la
sovranità, e accontentandosi della extra-territorialità con le garanzie
stabilite dall’ottima legge votata dal Parlamento Italiano il 13 maggio 1871, a
meno di un anno dalla presa di Roma (20 settembre 1870), con tempestività e
sollecitudine dimostrando quanto l’Italia fosse rispettosa della libertà del
Pontefice, che qui a Roma sarà sempre libero e indipendente, anche se non più
Papa-Re.
In vista di questo cambiamento di status, il Vaticano comincerà a
comportarsi come se Stato non fosse, abolendo tutti i simboli e le
manifestazioni esterne di uno Stato sovrano, come l’esercito, la bandiera, la
fanfara, l’inno, lo stemma, l’emissione di monete e francobolli, le
rappresentanze diplomatiche e i trattati. Abbiamo finito di stendere la
relazione a tarda sera, quando siamo andati a cena soddisfatti anche se molto
stanchi. Domani sarà per la Chiesa un giorno importante.
Il Concistoro, iniziato alle 10, si è concluso alle
12 molto positivamente. Il Papa è stato molto convincente, e tutti hanno
avvertito il carisma che lo Spirito Divino gli ha concesso. Prima di leggere la
relazione preparata, ha parlato a braccio come il cuore gli dettava, e ha detto
press’a poco così:
«Cari fratelli, confratelli nel sacerdozio al
servizio del Signore, vi ringrazio per essere accorsi al mio invito quasi al
completo, dandomi in tal modo la speranza di poter contare sul vostro consiglio
e aiuto. In sessantanove al Conclave mi avete eletto, avete dato la fiducia a
me, vescovo africano quasi sconosciuto prima delle riunioni di Castelgandolfo.
Lì ho osato parlare a voi per esprimervi la mia concezione di Chiesa veramente
evangelica. Evidentemente, col voto, la maggioranza di voi ha inteso seguirmi
in questa opera di rinnovamento spirituale, che si può attuare solo liberando
la Chiesa da tutte le istituzioni terrene, dalle sovrastrutture che l’hanno
trasformata in uno Stato sovrano con una burocrazia enorme, impegnata quasi
soltanto ad amministrare le sue strutture mondane. Avete capito, cari colleghi,
che bisogna tornare al Vangelo. Gesù Cristo ci ha ammonito: “Non procuratevi
oro, né argento… io vi mando come pecore in mezzo ai lupi…” (Mt 10, 9-14) La
nostra missione è predicare la Buona
Novella, è convertire dal paganesimo alla sequela di Cristo, è testimoniare
Cristo nel mondo con la nostra vita umile e povera, tutta dedita al culto
divino e al servizio dei fratelli, specialmente quelli poveri, malati,
rigettati come paria dalla società
opulenta ed egoista che domina il mondo. Noi non dobbiamo seguire il mondo, non
dobbiamo gareggiare con esso per il potere e l’avere, ma ascoltare
l’ammonimento di Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi sé
stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.” (Lc 9,23) Rinnegare sé
stesso vuol dire non pensare al proprio benessere, al proprio onore e
prestigio, ma mettersi al servizio del prossimo, anche col proprio sacrificio,
cioè abbracciando ogni giorno la croce. Il precetto divino è stato
scandalosamente dimenticato dalla Chiesa mondanizzata, che tiene al suo potere,
al proprio patrimonio, alla visibilità mediatica, alle acclamazioni, alla spettacolarizzazione
anche del culto divino. E come osiamo attribuire titoli onorifici, come
Eminentissimo, Eccellentissimo, e quasi blasfemi, come Santo Padre attribuito al Papa, mentre nel Gloria della Messa ogni giorno diciamo a Cristo “Tu solo il
Santo”?. Nessun uomo può essere chiamato santo, e nessun uomo, per quanto
virtuoso sia stato, può essere proclamato Santo con decreto papale, anche se
dopo un lungo e accurato processo canonico. Anche le insegne e i simboli
mondani, gli ornamenti come le mitrie, i pastorali, gli anelli, i manti, le
porpore sciorinate davanti a Dio nelle celebrazioni liturgiche offendono la
Maestà divina, è come un pavoneggiarsi alla sua presenza quali personaggi
eminenti, mentre Gesù ci ha ammonito: “Imparate da me, che sono mite e umile di
cuore.” (Mt 11, 29) E poi ancora: “Voi, quando avrete fatto tutto quello che vi
è stato ordinato, dite: Siamo poveri servi.” (Lc 17, 10) Cari confratelli,
dobbiamo riconoscere che la Chiesa a poco a poco ha obliterato il Vangelo,
sostituendo ad esso la celebratissima Tradizione, che invece ne è la negazione,
e che Gesù Cristo ha condannato: “Trascurando il comandamento di Dio, voi
osservate la tradizione degli uomini.” (Mt 7,8) Quindi, cari confratelli,
liberiamoci dalle tante strutture umane che si sono accumulate sul corpo della
Chiesa fino a soffocarla, e torniamo alla semplicità, all’umiltà, alla povertà
evangelica. Non dobbiamo avere paura di spogliarci di questi ornamenti, di
questi belletti, di questi orpelli; senza di essi ci sentiremo più liberi, veri
seguaci e testimoni di Cristo. Ora voglio esporvi che cosa vi propongo di
attuare, per tornare al Vangelo; vi leggo perciò quanto ho preparato assieme ai
miei collaboratori: è un testo che alla fine vi sarà distribuito, in modo che
ognuno lo possa studiare e ponderare. Su di esso ognuno di voi può farmi
pervenire le sue osservazioni, le sue obiezioni, entro due settimane. Se
nessuno avanzerà obiezioni, vorrà dire che tutti voi accettate questo testo
come programma da attuare.»
Non riporto qui nel diario la relazione, che è di
cinque cartelle e che accluderò a questa pagina[3];
chi la legge, troverà che essa espone, con un po’ più di ordine e chiarezza,
quanto abbiamo discusso nei giorni passati ed è già annotato nel diario.
Alla fine della lettura ho sentito un mormorio
favorevole. Il papa ha invitato, chi lo volesse, a prendere la parola. Siccome
nessuno l’ha presa, ha comunicato che indirà al più presto un altro Concistorio
solo per ascoltare i colleghi e discutere le loro osservazioni o proposte in
merito alla sua relazione. Ha salutato tutti cordialmente e ha sciolto
l’adunanza. Dimenticavo di dire che dei cardinali mancavano quelli impediti,
già assenti a Castelgandolfo, ma anche, tra i non-impediti, Andreoni, Fernandez
e Lopez. Evidentemente questi tre capeggiano la Fronda di opposizione al rinnovamento iniziato dal papa. Un
rinnovamento che di giorno in giorno sta prendendo connotati più precisi e
suscita il consenso dei cattolici più coscienti, mentre sono scontenti i
cattolici più epidermici, per i quali
la religione è solo cerimonie e spettacoli, processioni e pellegrinaggi,
adunate e acclamazioni, solennità e celebrazioni.
Io ho sentito più di uno di questi osservanti che si vantava di aver
visitato tutti i santuari europei, da Pompei a Oropa, da Loreto a Czestochowa,
dal Santo Sepolcro a Lourdes, da Fatima a San Jacopo di Compostela, e
raccontava meraviglie di queste sue visite, vere dimostrazioni (secondo lui) di
pietà cristiana.
Anche alcuni giornali di paesi luterani cominciano
a parlare con obiettività delle riforme della Chiesa Romana, notando che il
nuovo Papa non si fa condizionare dalla Curia, prima onnipotente, e vuol ridare
alla Chiesa il suo carisma evangelico e la sua missione salvifica, che era
stata abbandonata per ricercare una visibilità, un prestigio e un potere
mondano.
Stanno affluendo a Roma gli ecclesiastici delle
rappresentanze diplomatiche abolite. Sono un centinaio, e Clozet ha disposto
che, in attesa di un nuovo dislocamento o incarico, siano per ora ospitati nel
Palazzo Laterano, dove il vescovo Luberti, già vice di Andreoni, sta cercando
di sistemarli in altri incarichi, tenendo conto anche dei loro desiderata. Non è facile accontentarli
tutti e subito, e tra loro serpeggia la delusione e lo scontento.
Clozet sta seguendo con molta attenzione gli umori,
cioè i malumori, di questi ex-diplomatici in carriera, che riluttano ad
assumere altri incarichi, e tanto meno mansioni pastorali nelle diocesi o nelle
parrocchie; ma si spera di poterli a poco a poco inserire in qualche
Congregazione da potenziare, come la mia e quella per l’Evangelizzazione, la
quale deve incrementare l’attività missionaria.
I Legati delle sedi dismesse sono quasi tutti
Arcivescovi Titolari di diocesi esistite nei tempi antichi in Europa, e
soprattutto nell’Africa Mediterranea e nel Vicino Oriente prima
dell’islamizzazione di quei territori. Queste sedi fantomatiche sono 2054, e la
Chiesa le ha tutte conservate per fregiarne quelli ai quali non poteva dare una
diocesi effettiva. Tutti i monsignori in carriera o diplomatica o curiale sono
arcivescovi titolari, cioè fittizi. A leggere l’elenco di queste sedi-fantasma
sull’Annuario viene anche da ridere a sentire certi titoli; per esempio
“Germania di Dacia” “Germania di Numidia”, “Germanicia” “Germaniciana”
“Germanicopoli” ”Germa di Ellesponto” “Germa di Galazia”.
La Curia Romana fino a oggi ha conservato questi
titoli senza avvertirne il ridicolo. Papa Andrea li ha subito aboliti, tutti, e
molti di questi arcivescovi si sentono degradati, perché ci tenevano al loro
arcivescovado di Germanicia o Germaniciana o Germanicopoli. Io non ho fatto in
merito nessuna ricerca storico-geografica, ma ho il fondato sospetto che molti
di questi titoli siano inventati. Mi sembra impossibile che i territori, ai
quali ho accennato, nei passati tempi cristiani abbiano avuto ben 2054 diocesi,
tante sono quelle elencate nell’Annuario, in cui questa lista di sedi
immaginarie occupa ben 205 pagine. La Chiesa ha voluto conservare questi 2054
titoli fasulli per onorare col grado di arcivescovo i molti ecclesiastici in
carriera o curiale o diplomatica. Giustamente queste sedi titolari sono state
cancellate, e l’Annuario del prossimo anno, se si pubblicherà, avrà perlomeno
205 pagine in meno. Ho detto se si pubblicherà, perché anche questa
pubblicazione annuale impegna molto personale nell’Ufficio Centrale di
statistica della Chiesa, e quindi comporta notevole spesa, certamente non
necessaria. Non serve certamente per l’evangelizzazione questo tomo di 2373
pagine, che elenca tutte le diocesi, vere o finte, tutti gli uffici, tutte le
rappresentanze della Sede Apostolica, quasi per esibire la grandiosità della
sua gerarchia, che lì è tutta nominata con tutti i pomposi titoli, mentre
glissa su quello che il popolo cristiano vorrebbe sapere, cioè il bilancio
attivo e passivo della Chiesa, sul quale regna il massimo segreto. La stampa di
questo grosso volume impegna per mesi l’Editrice Vaticana. Siccome l’Annuario
del 2050 non era stato ancora stampato al momento della morte di Sisto VI, Papa
Andrea ne ha per ora sospeso la stampa. Ho detto sospeso non abbandonato
definitivamente la stampa, perché un Annuario chiaro e semplificato è
certamente utile per far conoscere meglio la Chiesa e la sua attività, e
specialmente il suo bilancio finanziario, per far conoscere a tutti con
esattezza da dove viene alla Chiesa il denaro e dove esso va a finire: quanto
in stipendi (e a chi), quanto nella manutenzione (e come), quanto nelle
missioni (e dove), quanto in interventi umanitari (e quali).
Il Papa ha incaricato Clozet, me e Bertinori di
studiare la compilazione di questo bilancio e la forma del nuovo Annuario, che
si dovrebbe pubblicare nel 2051, a Dio piacendo.
Mi sembra che per ora non ci sia niente da
aggiungere su questo argomento. Riprenderò il diario quando ne avvertirò
l’utilità.
Ho creduto opportuno riprendere il diario per
annotare alcune cose avvenute in questi ultimi mesi, che mi sembrano di una
certa importanza. Al posto di Andreoni, che è letteralmente scomparso, papa Andrea
ha nominato Vicario di Roma monsignor Liberti, il quale sarà cardinale al
prossimo Concistorio, in cui saranno eletti anche due cardinali neri.
Liberti è un vero pastore, e si è messo al lavoro
con solerzia per riportare lo spirito evangelico nelle centinaia di parrocchie
che da lui dipendono. In molte di esse la mondanizzazione, la
spettacolarizzazione e, purtroppo, anche l’affarismo sono penetrati e hanno
operato dei guasti, per cui i veri cristiani si sentono come pecore senza
pastore.
Anche il contatto diretto, cioè personale dei
parroci e dei loro coadiutori con i fedeli è quasi completamente scomparso. Le
famiglie sono visitate, sì e no, una volta all’anno, per la frettolosa
benedizione pasquale delle case, fatta più che altro per ricevere le offerte.
Alcuni parroci cercano di apparire in televisione con cerimonie spettacolari,
come quella della benedizione degli animali il 17 gennaio, festa di
Sant’Antonio Abate. Essa piace molto ai bambini, che accorrono portando le loro
gabbiette con le tartarughine, i gattini, i cagnolini, i criceti e gli
uccellini. Piace molto anche a molte signore che possono così far pompa dei
loro magnifici esemplari delle più pregiate razze canine. In queste parrocchie
gli animali sono benedetti, le anime degli uomini abbandonate. Il contatto
diretto, personale, umano del parroco con i fedeli è stato in molti casi
sostituito o da un sito sul Web o da registrazioni per rispondere alle chiamate
telefoniche dei parrocchiani.
In certe parrocchie, se un cristiano telefona al parroco
per qualche suo problema, sente una voce metallica, e anche molto frettolosa,
che gracchia:
«Qui Parrocchia XY. Se si tratta di battesimo
comporre il numero 1, se di matrimonio il numero 2, se di funerale il numero 3,
se di moribondo il numero 4, se di ogni altro problema il numero 5.»
Se poi il poveretto pigia il 5, sente un’altra voce
metallica che gli dice:
«Qui parrocchia XY. La preghiamo di attendere
perché la linea è occupata.»
L’attesa è lunga, ma allietata da una musichetta,
intervallata da molti “Attendere prego”, finché il poveretto non riaggancia.
Insomma quei parroci, che avevano ridotto la loro missione in mezzo al popolo
credente a queste esteriorità e a questi automatismi, sono stati richiamati ai
doveri del loro ministero e, se refrattari ai richiami, sono stati sostituiti.
Insomma ora nelle parrocchie si respira un po’ più di spiritualità e si avverte
un maggiore contatto umano con le famiglie. Avendo rimesso un po’ di ordine
nelle parrocchie e rinfocolato in esse lo spirito evangelico, monsignor Liberti
alcune settimane fa ha proposto al Papa di iniziare la visita alle varie
parrocchie, domenica dopo domenica e, come inizio di questo ciclo pastorale, di
fare al Santuario del Divino Amore una riunione di tutti i parroci in
mattinata, dopo la Messa, e nel pomeriggio un incontro con i giovani, di azione
Cattolica o no, che vi volessero partecipare. Andrea ha aderito con entusiasmo,
ed è stata fissata la data del 30 settembre, cioè oggi.
Dopo il Pontificale e la colazione comunitaria
offerta dal Rettore del Santuario, i parroci si sono riuniti nella grande sala
delle conferenze, e Andrea ha parlato ad essi, a braccio, per circa un’ora. In
sintesi ha detto questo:
«Cari confratelli, nella prossima domenica inizierò
la visita delle parrocchie, una per una, finché il Signore mi darà vita. Non è
solo il dovere che ho come vescovo della diocesi romana, ma anche il piacere di
potervi conoscere tutti personalmente e trattare con ciascuno di voi i problemi
e le necessità delle varie parrocchie, coadiuvato dall’ottimo don Liberti qui
presente. Anche voi avete riconosciuto
che la Chiesa in questi ultimi decenni si è molto mondanizzata, badando più
alla visibilità mediatica che alla cura delle anime. La mondanizzazione della
sede Apostolica non poteva non ripercuotersi nelle parrocchie che da essa
dipendono. Per grazia di Dio la Chiesa ha capito che era andata fuori rotta, e
ora cerca di tornare alla rotta segnata da Gesù Cristo, suo fondatore e Capo.
Lui è la vite feconda, e noi siamo i tralci che dobbiamo saper attingere da Lui
la linfa vitale e distribuirla ai credenti. Dobbiamo tornare al Vangelo, con
senso di responsabilità e anche spirito di sacrificio. La via della salvezza,
tracciataci da Gesù, è irta e stretta, e richiede dedizione e costanza. Come io
cercherò di avvicinare personalmente ciascuno di voi, così voi dovete cercare
di avvicinare ognuno dei vostri parrocchiani, specialmente i più bisognosi di
aiuto, spirituale e materiale, come i poveri, gli ammalati e quelli che vivono
nella solitudine e nell’abbandono. Dio non ci farà mancare il suo aiuto
nell’espletamento di questa missione che Lui ci ha affidato. Preghiamolo con
fede. Auguro a tutti buon lavoro… e arrivederci presto!»
Quando Andrea ha finito di parlare, i parroci hanno
cominciato un applauso, ma lui col segno delle mani lo ha fatto cessare, e poi
ha detto:
«Cari confratelli, avete mai letto nel Vangelo che
Cristo è stato applaudito dagli apostoli e dai discepoli? E quando il popolo, entusiasta per i miracoli e le
guarigioni che operava, Lo voleva fare re, Lui gradì forse questa esaltazione?
Per nulla affatto, anzi scomparve alla loro vista e si ritirò in disparte.
Tanto meno si deve applaudire un uomo come sono io; bisogna lodare ed esaltare
solo Dio e con le parole, e soprattutto con le opere. Cerchiamo dunque di
esaltare il Signore con le opere, e poi umilmente diciamo: “Siamo servi
inutili”. Infatti Dio, se lo vuole, può operare anche senza di noi.»
Nel pomeriggio, alle 16, si è presentato ai tanti giovani assiepati
nel vasto piazzale davanti al Santuario. Erano giovani di Azione Cattolica e di
altre associazioni religiose, i quali erano schierati dietro ai loro stendardi;
ma c’erano anche altri di nessuna bandiera, richiamati da qualche personale
interesse o dalla sola curiosità. Erano uomini e donne, giovani e meno giovani.
All’apparire del Papa è scoppiato l’applauso,
accompagnato da grida osannanti e dall’innalzamento di cartelli e striscioni di
evviva. Il Papa col cenno delle mani ha fatto a poco a poco cessare l’acclamazione,
poi ha detto press’a poco questo:
«Cari giovani, avete espresso la vostra gioia in questo incontro con me, e la mia gioia non è minore della vostra. È la prima volta che incontro tanta gente insieme, giovani e meno giovani, uomini e donne. Siete venuti, spero, non per la semplice curiosità di vedere e sentire il primo papa nero della storia millenaria della Chiesa, ma col desiderio di manifestare la vostra fede cristiana e la vostra volontà di essere seguaci e testimoni di Cristo. Cristo si testimonia non tanto con le parole, che non costano niente, quanto con le opere, che invece costano e talora richiedono molti sacrifici. Il cristiano infatti non deve seguire le aspirazioni mondane, il potere avere e godere, ma i precetti evangelici. La vita è un impegno serio, i doni di intelligenza e di libertà che il Creatore ci ha dato impegnano la nostra responsabilità. Lo so che l’animo umano, specialmente quello giovanile, aspira alla felicità; ma la felicità vera, duratura, che non delude, la possiamo trovare solo vivendo rettamente, non facendo mai del male, e facendo del bene tutte le volte che possiamo, specialmente ai più bisognosi. Il vostro applauso, la vostra lode vada soltanto a Dio, e Dio lo si esalta non con le parole e le belle frasi, ma con la nostra condotta, col comportamento di ogni giorno, nella famiglia e nella società. Molti sono, cari giovani, i mali che vi insidiano col miraggio del piacere, tra i quali i peggiori sono la droga e il sesso banalizzato e mercificato. Guardatevene! Non date ad essi adito alcuno nella vostra vita, perché la corromperebbe e la distruggerebbe. La felicità, o meglio la serenità dell’esistenza, la potremo trovare solo nell testimonio della coscienza, se avremo operat