Anonimo Piceno


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a cura di
Bruno Camaioni
Copertina
di Alessandro La Rosa
Opere di Bruno Camaioni
Notizie sull'autore
Bruno
Camaioni è nato a Grottammare (AP) nel 1917, si è laureato in Lettere
all'Università di Roma nel
Uno
di costoro, ritenendo che esse siano interessanti e anche formative per i
valori a cui si ispirano, ha preso l'iniziativa di metterle man mano in rete,
affinché chiunque le possa leggere liberamente e senza spese.
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Delle
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Problema del Male - Riflessioni; Eremita a Orgosolo - Romanzo; L'Aiuola Contesa
- Romanzo; Riassunto de "I Promessi Sposi" - con commento estetico e
morale; I Personaggi de' "I Promessi Sposi" - Saggio; I Doveri del
Cristiano - Saggio; L'Antico Testamento - Tutta Parola di Dio? - Saggio; La
Chiesa di Cristo e la Mondanizzazione -Saggio; Il Messaggio di Dante - Saggio;
Una vita interessante - Luigi Mercantini Il Tirteo Marchigiano - Biografia;
Historia Magistra - Saggio; Le meditazioni di Dante nel Purgatorio - Saggio;
Idee non politicamente corrette - Saggio; Colle Vaticano A.D. 2050 - Romanzo;
La verità ... in pillole - Saggio; Paralipomeni - Saggio; La Nuova Atlantide - Cronaca
A.D. 2100 - Romanzo; Poesie Varie.
Le
opere sono depositate.
INDICE
1 –
L’organizzazione e le opere
Mi sento un po’ imbarazzato a pubblicare questa Cronaca del 2110, perché ai lettori
sembrerà uno scritto incredibile e fantastico, e tale è sembrato anche a me,
quando l’ho letto; ma qualunque sia il suo valore, e qualunque sia il giudizio
degli eventuali lettori, io ho dovuto pubblicarlo, e devo dire anche come mi è
pervenuto, a una distanza di ben cento anni, non dal passato, ma dal futuro.
La notte del 15 agosto, giorno nel quale io
particolarmente ricordo mia moglie, che si chiamava Maria Rosa Assunta, e mi
ero coricato pensando a lei, essa mi è apparsa, non so dire se in sogno o
visione, cosa che non era mai avvenuta dalla sua morte (2000). Sembrava
circonfusa di luce, con volto sereno e sorridente; io la contemplavo trasognato
e non sapevo cosa dire. Parlò lei:
«Bruno caro, finalmente ti rivedo, dopo nove anni;
ma come sei cambiato, povero marito mio.»
«Dopo la tua morte sono deperito giorno dopo
giorno, e da quattro anni non esco più di casa perché ho le gambe inservibili.
Ma anche tu sei cambiata, così bella e radiosa. Ma perché in tutti questi anni
non mi sei mai apparsa? Sapevi che ti attendevo, e bramavo soprattutto
conoscere la tua sorte nell’aldilà… Ma recentemente Loredana mi ha detto che
sei in Paradiso con lei e Luisa, e mi sono consolato.»
«Sì, sono salva, sono beata in Cielo, ma il Signore
non mi ha consentito di visitarti; non per punirmi, ma per ricordarmi che in
terra sono stata più Marta, preoccupata dalle cose terrene, che Maria, che era
occupata da quelle spirituali, cioè dalla sequela di Cristo.»
«E’ stato per troppo amore alla famiglia. Mi
ricordo che qualche domenica a Oria non sei riuscita ad andare a messa, perché
l’arrivo da Roma dei figli e dei nipoti ti ha occupato tutta la giornata nella
cucina e nelle esigenze dell’ospitalità. Ti ricordi? Io ti dicevo: Dio al primo
posto, vai prima alla messa, poi pensa al resto. Tu rispondevi: Devo preparare
per 15 persone, alla messa andrò nel pomeriggio. Ma anche al pomeriggio la
messa saltava, perché bisognava preparare la cena e le camere. Allora io ti
ricordavo le parole di Gesù: “Chi ama il padre e la madre più di me, non è
degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me.”[1]»
«Sì, pur amando Dio, in quelle occasioni io Lo
trascuravo, tutta presa dagli affetti familiari. Il Signore me l’ha voluto
ricordare, facendomi attendere nove anni questa desideratissima visita a te… Ma
innanzi tutto devo dirti una cosa:
«Un incarico? Lo farò volentieri. Dimmelo.»
«Non è una cosa difficile, anzi credo che ti farà
piacere compierla, perché ti permetterà di collaborare ad un’opera che piace in
Cielo… Devi pubblicare sul tuo sito Internet un testo anonimo, che è certamente
benefico, dato che
«Senti, Rosa; come tu sai, qualche mese fa ho compiuto
lo stesso servizio per un altro testo, come richiestomi da Loredana, che in
quella occasione mi apparve per darmi l’incarico di pubblicarlo. Si tratta
forse dello stesso argomento? Insomma della Nuova Atlantide?»
«Hai intuito bene, Bruno… E’ la continuazione di
quella Cronaca, narra l’esito di quella esperienza religiosa, realizzata in una
terra nuova.»
«E qual è l’esito, Rosa? Se lo sai, dimmelo.»
«Leggi il testo e lo saprai, non essere curioso.»
«Lo farò. Ora che torni in Cielo, Rosa, ti chiedo una
sola cosa. Prega
«Non dire questo, Bruno; vedi che hai ricevuto un
servizio da compiere… e sei stato scelto proprio tu.»
«Sì, ma che servizio? A editare un testo ognuno è
buono. Che merito c’è? Che fatica? Consegno i quaderni alla segretaria, e lì
finisce il mio impegno.»
«Senti, Bruno; io pregherò il Signore e
«Certamente, Rosa, sia fatta sempre la santa
volontà di Dio, ma il desiderio permane… Ma più che il male mio è… il male che
sembra trionfare sulla terra che mi spaventa, in questa mia travagliata
vecchiaia.»
«Abbi fede, marito mio, il male non trionferà nel
mondo… Dio non può lasciar perdere le creature create a sua immagine e
somiglianza.
Scomparsa la visione o svanito il sogno, se sogno
era, mi svegliai come trasognato. Le parole udite me le ripetevo in mente, le
immagini viste ritornavano nitide nella mia immaginazione. Non riuscii a
riaddormentarmi. Dalle tapparelle filtrava già il chiarore dell’alba, e non
vedevo l’ora di alzarmi per andare nello studio: se i quaderni c’erano, la
visione o il sogno erano veritieri, ed era stato il Cielo che me li aveva
mandati; e ciò non poteva essere senza un motivo, che io non conoscevo ma al
quale dovevo inchinarmi.
Alzatomi, per prima cosa andai nello studio: i
quaderni c’erano! Allora tutto era vero! Rimasi così colpito da questa realtà,
che per qualche minuto non fui capace di aprirli. Poi aprii il primo e lessi:
Anonimo Piceno
Cronaca
Roma, Pentecoste 2110. Riprendo oggi la stesura
della relazione che avevo interrotto nel 2101 dopo la morte del nostro eremita,
che ci aveva guidato alla realizzazione della missione a noi affidata. L’avevo
interrotta per i motivi che appariranno chiari per chi vorrà leggermi. Quindi
riprendo il racconto da quel giorno in cui si dovette ricorrere al voto per
decidere la destinazione di un fabbricato! La mia narrazione è affidata tutta
alla memoria, perché da quel giorno non ho voluto più prendere appunti... sarò
perciò non esaustivo e analitico, ma sintetico, e ricorderò a futura memoria
solo quei fatti che, a mio giudizio, rivestono qualche importanza per capire
l’evoluzione della nostra comunità di vita cristiana. La storia di essa potrà forse
essere di avvertimento e di monito per altre comunità o per i singoli che
vogliano dedicarsi alla sequela di Cristo.
L’ingegnere edile che aveva portato i prefabbricati
ci aveva recato molto altro materiale, che risultò prezioso per sistemare
meglio il nostro alloggiamento, come legname vario, tondini di ferro, rotoli di
lamierino di ferro, di alluminio e di plastica, secchi di collante, bidoni di
vernice. Era evidente che aveva già un suo progetto per trasformare in breve
tempo il nostro attendamento in un solido baraccamento, capace di resistere
alle piogge violente e insistenti dei tropici.
Aveva inoltre portato molti attrezzi per l’attività
agricola e di carpenteria, come zappe, vanghe, bidenti, rastrelli, roncole, mazze,
scalpelli, seghe da legno e da ferro, pacchi di chiodi e viti, con martelli e
cacciaviti.
E col materiale anche cinque carriole, arnesi a cui
noi non avevamo pensato, e che risultarono tanto utili per la nostra
operatività. Non c’era che da ringraziare
Chi aveva pagato? E come avremmo potuto
rimborsarlo? Noi dirigenti dell’associazione, voglio dire il presidente, io,
l’economo e il farmacista, avevamo già prosciugato i nostri conti correnti per
pagare all’armatore il costo totale dei viaggi effettuati dal “Fiore di maggio”
e dal Condor; come avremmo potuto
pagare ora tutto il materiale portato dall’ingegnere, che riconoscevamo essere
non solo utile ma necessario? Dovevamo ipotecare i nostri beni di Roma? Ma era
giusto? Era prudente? E poi, come provvedere alle spese avvenire, che non
potevano mancare, e forse sarebbero state anche maggiori?
Dopo aver parlato dello spinoso problema tra noi
quattro, decidemmo di parlarne con fra Matteo e i nuovi arrivati, per vedere
insieme cosa si potesse o si dovesse fare. Ci riunimmo un pomeriggio, e fu il
presidente a introdurre l’argomento:
«Cari nuovi fratelli, voi col Condor ci avete portato, di vostra iniziativa, tanto bel materiale
di cui avevamo effettivamente bisogno; ma questo materiale ha un costo
notevole; vorremmo conoscerlo e sapere se lo avete già pagato o preso a
credito.»
«L’elenco del materiale» disse il frate «è stato
compilato dall’ingegnere, uomo non solo di profonda religiosità, ma anche di
grande onestà ed esperienza, che gode di stima e credito nel mondo economico
romano… Io lessi a suo tempo l’elenco da lui preparato. che mi sembrò intelligente
e accurato per le esigenze di Adelfia, che gli avevo esposto. Ora lui stesso vi
dirà i dettagli dell’operazione commerciale da lui curata con grande senso di
responsabilità, di cui intendo lodarlo e ringraziarlo qui davanti a tutti.»
«Non merito lodi e ringraziamenti per quello che ho
fatto» disse l’ingegnere «l’ho fatto come membro di Adelfia, della quale io e
costoro condividiamo le aspirazioni e gli intenti di elevazione spirituale, che
avevamo già abbracciato a Roma sotto la guida di fra Matteo. Orbene, volendo
venire a far parte di questa comunità, di cui Matteo ci aveva parlato, abbiamo
pensato di portarvi come nostro dono quei pannelli prefabbricati. Non ci
costano molto, anche se valgono molto: la ditta nella quale lavoravamo ce li ha
venduti a prezzo di favore, anche per farsi della pubblicità. E’ evidente
infatti che Adelfia non può rimanere sotto le tende in questo clima tropicale,
così caldo, ma anche così umido e piovoso. Questi prefabbricati sono costruiti
con accuratezza: legname duro, sterilizzato e impermeabilizzato, pareti con intercapedine
per l’isolamento termico, connessioni perfette. Il prezzo di listino è molto
competitivo, lo posso affermare io che sono della materia. Ora parliamo del
materiale vario che abbiamo acquistato di nostra iniziativa, pensando alle
necessità dell’associazione… Lo abbiamo preso a credito, all’interesse dello
0,5% annuo. Due imprenditori, miei amici, si sono fatti garanti dei contratti
da me firmati. Come pagherò? Ve lo dico… Adelfia non può vivere di rendita
parassitaria, deve produrre beni vendibili. Innanzi tutto nell’agricoltura. Con
le piogge il terreno si è dissalato, possiamo dissodarlo e seminarlo, innanzi
tutto con mais e soia, prodotti che crescono presto e sono molto richiesti dal
mercato… Io ho portato soprattutto attrezzi agricoli, sapendo che le sementi
sono già state portate dagli agricoltori. Se ci mettiamo subito al lavoro, tra
un anno forse potremmo mandare in Italia tonnellate di mais e di soia, e così
cominciare a pagare i nostri debiti. Col tempo poi allargheremo le nostre
coltivazioni, per esempio al cotone, se troveremo acqua sufficiente per l’irrigazione
scavando dei pozzi. Successivamente pianteremo alberi tropicali come il banano,
che ha bisogno di poche cure ed è molto produttivo. Insomma vedremo quali sono
le specie più adatte al clima e al terreno. Atlantide è molto grande; secondo i
miei calcoli, dai dati che mi sono stati comunicati, si dovrebbe avvicinare ai
«Lei è stato molto chiaro, caro ingegnere» disse il
nostro presidente «e ha indicato con molto realismo quali potrebbero essere le
nostre attività economiche, al fine di essere non solo consumatori, ma anche
produttori di beni nel campo dell’agricoltura e della pesca, attività per le
quali abbiamo anche lavoratori addetti. Dobbiamo necessariamente intraprendere
una attività produttiva, e lei in questo campo ha notevole esperienza e idee
molto chiare e, a quanto pare, conosce anche in Roma imprenditori e commercianti
che possono assorbire o commercializzare la nostra produzione agricola e
ittica. Perciò io fin da oggi la incarico di prendere la direzione
dell’attività economico-produttiva, mentre il nostro economo si occuperà
dell’approvvigionamento, la conservazione e il controllo del materiale e
specialmente dei viveri. Pregherei poi il ragioniere che è venuto con lei di
affiancarla per registrare in attivo e in passivo tutte le spese fatte in campo
economico.
Però, caro ingegnere, non si adonti se io aggiungo
un monito, che è piuttosto una preghiera. L’attività produttiva è necessaria,
non possiamo continuare a vivere consumando i nostri risparmi e ricorrendo al
credito fiduciario; dobbiamo perciò produrre anche noi dei beni per pareggiare
il conto del dare e del ricevere. L’uomo è formato di anima e di corpo, e anche
questo va curato, ha le sue esigenze che vanno soddisfatte, ma il primato è
dell’anima, la salute e il progresso spirituale vengono prima di quelli
materiali. Lei, ingegnere, mi ha capito: una sana attività economica va
organizzata; ma guai se l’attivismo economico e la ricerca di un bilancio
finanziario attivo ci portano a trascurare il miglioramento interiore,
l’afflato mistico verso Dio, per soddisfare il quale siamo venuti a cercare la
nuova terra… E’ un monito che fo a lei, ma anche a me stesso e a tutti, perché
la tentazione di avere più del semplice necessario è sempre in agguato, ed è
facile caderci quando ci si presenta l’occasione favorevole.»
«Hai fatto bene, dottore» disse fra Matteo «a dare
questo ammonimento, ma non ce n’era bisogno. Gli uomini che io ho portato qui
sono tutti molto avanti nella sequela di Cristo e sono venuti per perfezionare
la loro testimonianza evangelica in un ambiente favorevole e fraterno. Del
resto ci sono io che li ho guidati spiritualmente a Roma e continuerò a
guidarli ancora meglio, assieme a tutti gli altri, in quest’isola consacrata al
servizio di Dio. Io mi propongo di essere la solerte guida spirituale di tutti
voi qui di Adelfia, come lo è stato il santo eremita.»
«Certamente sarai la nostra guida» riprese il
presidente «e fra Pietro ti ha fatto venire a questo scopo, perché continuassi
tra noi il suo ministero.»
«E questo ministero io lo espleterò anche con nuove
iniziative, per esempio con esercizi spirituali innovativi e molto efficaci, di
cui vi parlerò nei prossimi giorni, e sono sicuro che li apprezzerete e ne
sentirete il beneficio per l’anima; è un metodo (cioè una via attraverso) di sicura efficacia e da me lungamente
sperimentato.»
«Per essere sincero, caro Matteo, io di queste vie, attraverso le quali si raggiungerebbe
l’ascesi mistica quasi meccanicamente,
mi fido poco, anzi diffido molto… Tuttavia aspettiamo di conoscerlo questo
nuovo metodo, e speriamo che faccia per noi. Per oggi ci possiamo sciogliere, per
riprendere le consuete attività. Vi saluto tutti. Ciao.»
Il giorno dopo e poi nei giorni feriali seguenti,
dopo
Poco dopo gliene portarono una che sembrava fatta
apposta. Lui ci fece ardere sopra un bel fuoco fino a renderla rovente, poi la spolverò
accuratamente e ci arrostì ben bene i pesci che, conditi con sale e olio,
gustammo quel giorno a pranzo. Il metodo indigeno di cottura funzionava,
eccome! Visto il successo di quell’arrosto, che meritò un applauso, l’economo
ci volle fare un’altra bella improvvisata.
Nel pomeriggio, aiutato dal cuciniere, si mise a
intridere farina e a lavorare la pasta come un pizzaiolo. Fece arroventare di
nuovo la pietra e dopo averla spazzolata bene ci stese le sue pizze, che ci
presentò a cena, condite con sale, olio, passata di pomodoro e pezzetti di
sottiletta di formaggio. Fu un successo anche maggiore dei pesci arrosto:
nessuno di noi avrebbe immaginato di poter mangiare una sapida pizza a baia
Adelfia dopo pochi mesi dallo sbarco. Chiedemmo in coro ai due artefici di
quella sfiziosità di ripetere la bella prestazione. E loro, benevoli, lo fecero
più volte, tanto che la “pizza a cena” divenne il piatto più gettonato. Ma
forse pretendevamo troppo e dai volenterosi cucinieri e dalla bella selce. Fu
questa a venir meno per prima, spaccandosi in più pezzi; e siccome non fu
trovata un’altra pietra cosiffatta, dovemmo dire addio al pesce arrosto e alla
pizza margherita. Per consolarci, l’ingegnere disse che presto avremmo avuto un
bel forno da campo, alimentato a legna.
Nel dissodamento del terreno si procedette innanzi
tutto al suo spietramento. Le pietre, nel terreno adiacente la baia, dove
cominciammo a lavorare, erano molte e quasi tutte infossate, e per estrarle
occorrevano picconi e leve. Poi con le carriole le trasportavamo in un punto di
raccolta; potevano servire in seguito come materiale da costruzione. Ma per
sagomarle occorrevano scalpellini, muratori per metterle in opera. Non ne
avevamo, e neppure gli arnesi occorrenti. L’ingegnere mi disse che sarebbero
venuti coi prossimi arrivi del Condor:
lui ci aveva già pensato.
Mi meravigliai per questa sua assicurazione:
avremmo dunque avuto altri ospiti, iniziato nuove attività, ma con quali
garanzie morali? Ne parlai col presidente, e insieme andammo a parlarne al
frate. Secondo noi l’ingegnere correva troppo: che garanzie religiose, morali,
si potevano avere su questi operai che lui voleva far venire? Erano anch’essi
neofiti? E chi li aveva preparati per unirsi alla nostra comunità? Ne avevamo
proprio bisogno, almeno per ora? Non era un mettere il carro davanti ai buoi?
Il frate ci disse:
«Vedo che avete dei timori, e voglio rassicurarvi.
Sì, l’ingegnere è iperattivo e anche decisionista, ma non fa niente senza essersi
consigliato con me. Gli dirò che per ora non deve pensare a edificare, solo
perché nelle pietre ha trovato un buon materiale murario… Innanzi tutto
dobbiamo eliminare le tende, e dare a ogni famiglia una casa prefabbricata.
Solo in un secondo tempo si potrà pensare a edificare con pietre… penso
innanzitutto alla chiesa, la casa di Dio, col suo bel campanile… è il mio
sogno, e l’ingegnere, bravo com’è, lo farà diventare realtà.
Detto questo, aggiungo che per le persone che
eventualmente faremo venire, perché lo desiderano e vogliono unirsi alla nostra
esperienza, io posso darvi una garanzia per mezzo del mio confratello fra
Ginepro, che ha preso il mio posto nello speco del monte Soratte, santificato
dall’Eremita. Forse non lo sapete, ma quella grotta da lui abitata, e l’altra
vicina dove lui celebrava, sono visitate da molti pellegrini, non solo attirati
dalla sua fama taumaturgica ma anche desiderosi di conoscere la missione da lui
guidata in una nuova terra promessa.
I cinque uomini che io ho portato con me, li ho
conosciuti perché sono venuti a trovarmi allo speco, più volte, e ho constatato
la loro vocazione sincera e me ne fo garante. Lo stesso farà fra Ginepro per
quelli che vorranno unirsi a noi, condividendo il nostro intento spirituale.
Del resto, io non autorizzerò nessuna venuta senza essermi messo d’accordo con
voi. Soddisfatti?»
«Ma per quei cinque» dissi io «non ti sei messo
d’accordo con noi; li hai portati e basta.»
«Per loro» rispose il frate «avevo avuto una
preventiva autorizzazione dal santo eremita.»
La cosa mi sembrò poco credibile, in quanto Pietro
non ce ne aveva mai parlato, ma non replicai.
A mano a mano che procedeva il lavoro di spietramento
e dissodamento, gli agricoltori interravano i loro semi. In circa un mese
seminammo cinquanta are di mais, cinquanta di soia, e cinque di ceci, per il
nostro consumo. Dei legumi era stata portata solo questa varietà, perché
ritenuta più facile da coltivare, da sgranare e da conservare. Ma dicevano, gli
agricoltori, che in seguito avrebbero coltivato anche i fagioli, specialmente
alcune varietà molto apprezzate, come i cannellini e i borlotti.
Insomma promettevano di impiantare un bell’orto. Ma
per questo occorreva disponibilità d’acqua. Quella della roccia era lontana, e
la si andava a prendere con taniche e bottiglie, per bere e per gli usi
sanitari e di cucina. Con le carriole il trasporto dell’acqua divenne meno
faticoso. Esse nella mattinata servivano a trasportare pietre, nel pomeriggio
venivano usate dai volenterosi e anche buoni camminatori, che con esse
carreggiavano ogni volta tre taniche da venti litri.
Comunque, l’acqua per l’irrigazione non era un
problema urgente: le piantine dovevano ancora spuntare, poi avrebbero avuto
bisogno di essere annaffiate. Per favorire la germinazione dei semi di mais,
soia e ceci, i solerti agricoltori avevano irrorato ogni fossetta con un po’
d’acqua per inumidire la terra, senza dover attendere la pioggia dal cielo.
Questa infatti si fece attendere per alcune settimane, ma poi venne giù una
vera provvidenza, perché le piantine erano già spuntate e avevano bisogno di
essere irrigate.
I bravi agricoltori avevano pensato anche ai
pomodori, peperoni, melanzane, così richiesti dalla nostra cucina, e per questi
avevano fatto dei semenzai che andavano innaffiati ogni giorno, perché il sole
cocente prosciugava presto il terreno. Per fortuna, dopo quel primo acquazzone,
la pioggia cominciò a cadere regolarmente quasi ogni settimana, e mais, soia e
ceci crescevano che era una meraviglia. Ma, come si dice, ciò che giova
all’uno, nuoce all’altro, che è una versione edulcorata del detto più
truculento “Mors tua, vita mea”. Ciò è dimostrato anche dalla favoletta di
Esopo, di quel padre che aveva due figlie, sposate l’una a un ortolano, l’altra
a un vasaio.
Un giorno andò a trovare la prima che gli disse:
«Gli ortaggi deperiscono, prega Dio che ci mandi la
pioggia».
Poi andò a trovare l’altra che gli disse:
«Prega Dio che non piova, se no i vasi di argilla
non si asciugano».
Per chi doveva pregare il padre?
Le piogge abbondanti, se facevano crescere a vista
d’occhio le pianticelle, facevano ammuffire le tende e anche ciò che c’era
dentro: occorrevano subito i prefabbricati per tutte le famiglie. Il Condor, che arrivava ogni mese, non
aveva la capacità di trasportare le venti casette necessarie per dare un tetto
a ogni famiglia, dovendo trasportare l’altro materiale occorrente alla
comunità.
Perciò l’ingegnere, col nostro consenso, incaricò
il suo corrispondente romano di mandarci subito le venti casette con una piccola
e veloce motonave, che doveva anche portarci
Così in pochi mesi il bravo ingegnere ci aveva dato
la casa e l’acquedotto. Era veramente l’uomo della Provvidenza, e ce l’aveva
portato fra Matteo. Quando chiedemmo all’ingegnere a quanto ammontava tutta la
spesa, rispose che non dovevamo preoccuparcene: si era impegnato lui
personalmente, e avrebbe pagato, naturalmente con la vendita dei prodotti
dell’isola, in cui proponeva di coltivare anche una varietà di tabacco da
sigaretta molto richiesto dal mercato. Gli dicemmo che il tabacco, perché
serviva al vizio, non lo volevamo; rispose che, se non lo coltivavamo noi, lo
coltivavano gli altri, e il profitto sarebbe stato loro.
Noi di Adelfia non fumavamo, ma gli altri fumavano,
eccome; col nostro rifiuto di coltivarlo, non avremmo certo tolto il vizio ai
fumatori. In fondo l’ingegnere aveva ragione: col nostro divieto ci toglievamo
un profitto senza moralizzare alcunché. Perciò gli dicemmo di fare come a lui
sembrava meglio, per pagare al più presto i nostri debiti.
Per il pomeriggio, dalle 16 alle 19, avevamo
organizzato tre corsi scolastici (elementari, medie, superiori) destinandovi
insegnanti non tutti addottorati, ma volenterosi, con programmi ridotti
all’essenziale, cioè sfrondati delle particolarità che ne appesantiscono lo
svolgimento. Miravamo più che altro a insegnare il buon metodo di studio e di
ricerca, cioè quello scientifico, basato sull’osservazione e non sugli assiomi,
sulla lettura dei testi e non sulle pagine critiche, sull’esperimento e non sul
pregiudizio. Insegnavamo a partire dai fenomeni per arrivare alle leggi, e non
dalle leggi (stabilite da altri) per spiegare i fenomeni. Cercavamo cioè di
attuare nell’insegnamento il metodo induttivo, che è certamente più laborioso
ma anche più sicuro di quello deduttivo, basato soltanto sul principio di
autorità (ipse dixit).
Con questi corsi scolastici noi intendevamo dare ai
nostri ragazzi una istruzione non fine a se stessa, ma utile per l’acquisizione
di una coscienza civica e morale. Se poi questi ragazzi o i loro genitori
volevano ottenere un riconoscimento ufficiale della loro preparazione scolastica,
vale a dire un documento, un diploma, essi, col Condor, potevano tornare a Roma per completare la preparazione e
sostenere gli esami relativi.
Col tempo i ragazzi erano cresciuti di numero; in
molte famiglie era avvenuto come nella mia, con dei figli lasciati a Roma per
gli esami e venuti in seguito a raggiungere i genitori. Poi vennero i neofiti;
questi via via si accrebbero: erano amici, parenti o conoscenti che si
sentivano attirati da questa esperienza spirituale e volevano se non altro
provarla. In parte erano persone di spiritualità non profonda, che dopo poche
settimane rinunciavano e tornavano a Roma. Insomma a Baia Adelfia gli arrivi e
le partenze erano frequenti, e si desiderava un servizio più celere per queste
comunicazioni con Roma.
Il Condor
col motore ausiliario impiegava, tra andata e ritorno, circa 20 giorni, e il
costo era, se ricordo bene, di 250.000 euro. Il materiale che il veliero poteva
trasportare, oltre le persone, era ben poco. L’armatore Miceli comprese che
quella linea marittima era promettente, e ci propose di farla servire allo
stesso costo da una piccola motonave che intendeva comprare, con la quale la
durata del viaggio sarebbe stata ridotta a 10 giorni, e la capacità di carico
merci quadruplicata. Se poi gli davamo il permesso di imbarcare eventuali
viaggiatori estranei, vale a dire turisti, il canone di affitto sarebbe stato
via via diminuito in base al numero di costoro.
Questa richiesta dell’armatore fu contrastata dal
presidente, da me e da altri, che temevamo i contatti troppo stretti e
frequenti col mondo esterno, che avevamo fuggito; ma fu sostenuta dal frate e
dall’ingegnere con argomenti persuasivi, fu messa ai voti e approvata. Ciò
avvenne, credo, dopo due anni dall’arrivo all’isola; ma torno ad avvertire che
questa cronaca, scritta ad anni di distanza, è basata solo sulla mia memoria, e
non ha un rigoroso ordine cronologico né riporta date certe. Intende narrare i
fatti più importanti e i passaggi più significativi di un percorso, che ho
vissuto giorno per giorno, ma che ora guardo globalmente per rendermi conto del
mutamento verificatosi, e accennarne le cause e gli effetti.
Riprendendo il filo del racconto, che verteva sulla
scuola che avevamo grosso modo organizzato, un giorno il frate dopo la messa
riunì tutti noi che eravamo impegnati in essa e ci disse:
«Nella vostra scuola avete pensato a quasi tutte le
materie, ma vi siete dimenticati della Religione, che per noi dovrebbe essere
la materia principale.»
A queste parole rimanemmo meravigliati e un po’
sconcertati, e siccome il presidente non replicava, lo feci io:
«Fratello Matteo, per noi
«No, caro amico, questo non basta, voglio dire non
basta per noi, che vogliamo giungere all’ascesi, alla conoscenza approfondita
di Dio, all’elevazione a Lui. Per arrivare a questo occorre seguire un
percorso, adottare un metodo, scegliere una guida. Voi parlate di Messa,
Comunione, Rosario; sono riti devozionali, sufficienti per il cristiano comune,
tradizionale, ma non per noi che vogliamo giungere ad una conoscenza più
profonda di Dio. Per giungere a questo si è sviluppata la mistica e la
teologia, cioè lo studio di Dio, al quale si sono dedicati e si dedicano tanti
pensatori, profondi studiosi, esperti nella scienza di Dio. Non si ama ciò che
non si conosce. Per amare veramente Dio bisogna conoscerlo, e per conoscerlo a
fondo e amarlo quanto merita, la mistica ci presenta gli esercizi spirituali. Non ne avete mai sentito parlare?»
Risposi: «Che stai scherzando, fra Matteo? Ce ne
hai parlato tu stesso giorni fa, e il presidente ti ha subito detto, se ti
ricordi, che non abbiamo grande stima per essi. La stessa idea di cammino
programmato, di metodo, quasi di tecnica, di percorso obbligato, ci sembra
aberrante, come se nello spirituale dovessimo operare come per la preparazione
atletica, con esercizi continuati e progressivi. In tal modo si riduce l’ascesi
a una specie di yoga. Ci si mette in una determinata posizione, si fanno certi
movimenti, ci si concentra in qualche idea, si respira in un certo modo, e
l’effetto benefico è bello e assicurato. Alla sequela di Cristo non ci si
esercita, non ci si allena, non ci sono percorsi obbligati, vie preferenziali o
scorciatoie; alla sequela di Cristo ci si mette e si cammina “rinnegando se
stessi e prendendo ogni giorno la propria croce”; ma non una croce artefatta,
imposta, ma la croce naturale che la vita comporta. L’ascesi cristiana non è
nelle elucubrazioni mentali, negli allenamenti concettuali, ma nel
comportamento evangelico nella vita quotidiana. E per comportarci bene in ogni
occasione non servono le esercitazioni teoretiche, le meditazioni prolungate,
le metodiche astratte, ma il chiedersi sempre “sic et nunc”: che cosa farebbe
Cristo in questa circostanza? E per saperlo bisogna camminare sempre dietro a
Lui.»
«Bravo, avvocato» disse sorridendo il frate «hai
fatto tante affermazioni in modo apodittico e assiomatico; non temi di peccare
di presunzione dottrinaria?... Io vi avevo chiesto se conoscevate gli esercizi
spirituali, non come termine lessicale, ma come esperienza personale, fatta
seguendo un determinato metodo. Ce ne sono parecchi, studiati da mistici, da
santi, comunque da persone che conoscevano molto bene l’itinerarium ad Deum e non ne parlavano a vanvera, senza cognizione
di causa.»
«Invece io ne parlo a vanvera, è vero, fra Matteo?
Può darsi. Certo non sono addottorato in nessuna delle tante specializzazioni
della teologia (sistematica, fondamentale, dogmatica, biblica, spirituale,
morale, pastorale, ecc.), ma una certa cultura religiosa ce l’ho, e conosco anche
qualche manuale di esercizi spirituali, per esempio quello di Ignazio di
Loyola. Egli era stato un militare, e pensava che, come per diventare un bravo
soldato occorre un addestramento progressivo coi relativi esercizi e controlli
da parte degli ufficiali istruttori, così per diventare un vero cristiano
occorre un corso di addestramento guidato e controllato dal confessore. Il
gesuita che mi regalò il testo mi assicurò che seguendo il metodo ignaziano, in
quattro settimane avrei percorso tutto
l’itinerarium ad Deum, e raggiunta
l’ascesi mistica, cioè il congiungimento spirituale con Dio. Già leggendo il capitolo
propedeutico “Principio e fondamento” all’inizio del libro, mi resi conto che
quegli esercizi, che in definitiva erano meditazioni, non santificavano
nessuno, perché erano parole, mentre la sequela di Cristo richiede le opere
compiute nell’umiltà (rinnegare se stesso) e anche con sacrificio (portare la
propria croce).»
Il frate replicò:
«Io non ho detto che seguirò il metodo ignaziano,
che è del secolo XVI , ed è ormai obsoleto, ma uno più moderno, più adatto ai
cristiani di oggi, una tecnica spirituale per arrivare all’unione mistica,
direi alla fusione con l’Essere Supremo, tecnica che necessita di una
direzione, con un rapporto personalizzato tra allievo e guida, tra
tirocinante e maestro. Qui, in Adelfia, non posso essere che io la guida e il
maestro, ossia il padre spirituale e il confessore. La confessione frequente,
il colloquio giornaliero o quasi col padre spirituale è indispensabile per
progredire nell’ascesi, e per controllarne e consolidarne il progresso, e anche
per correggere eventuali deviazioni, sempre possibili… Voi, cari amici, avete
imboccato l’iter del perfezionamento
interiore, e vi debbo dare atto della vostra buona volontà. Mi fa piacere che facciate
«No, frate Matteo, non ce n’era bisogno: lui viveva
con noi, e ci conosceva tutti spiritualmente, ci istruiva nelle omelie e in ogni
occasione, colloquiava incessantemente con noi, e soprattutto ci catechizzava
con l’esempio. Non ci ha mai parlato della necessità della confessione.
Sappiamo dal catechismo che la penitenza o riconciliazione, cioè la
confessione, è il quarto dei sette sacramenti, dopo il battesimo, la cresima e
l’eucarestia, ma l’eremita non ci ha mai invitati alla confessione. Egli
praticamente ci confessava vivendo in mezzo a noi, sottoponendosi a tutte le
nostre fatiche. Era il buon pastore che conosce le sue pecorelle una per una e
le chiama per nome.»
«Non voglio giudicare il confratello defunto, non
sarebbe giusto, non potendo egli rispondermi. Ma la confessione è un sacramento
istituito da Cristo, per la nostra salvezza… Come potremmo obliterarlo…
cancellarlo?»
«Non è stato istituito da Cristo, caro Matteo, ma
dalla Chiesa, come la cresima e l’unzione degli infermi.»
«Ti sbagli, caro avvocato, è stato istituito da
Cristo, quando disse a Pietro: “Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato
nei cieli; e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli.[2]”
Tu potresti obiettare che lo disse al solo Pietro, designato suo vicario, e
potrebbe valere oggi solo per il papa, discendente di Pietro. Ma Gesù dà la
stessa autorità ai Dodici[3],
e, prima di salire al Cielo, a tutti i discepoli, cioè a noi sacerdoti[4].»
«Le espressioni riportate dall’evangelista non
vanno prese alla lettera: sono espressioni iperboliche per ribadire un
concetto, dei veri e propri ossimori, per colpire e far riflettere. In questo
caso il concetto è che gli apostoli e i discepoli devono continuare la sua
opera non solo predicando il Vangelo, ma anche “consigliando i dubbiosi,
insegnando a chi non sa, ammonendo i peccatori”[5]
e testimoniando Cristo con l’esempio, cioè facendosi guida. Questo è
l’insegnamento; se invece prendessimo alla lettera quelle parole, vorrebbe dire
che Dio rinuncia alla sua sovranità, la delega ad altri, si sottomette al
giudizio umano, si spossessa del Regno dei cieli e ne consegna le chiavi a
degli uomini, che possono aprirlo e chiuderlo a loro piacimento… Invece non è
l’uomo che assolve o non assolve il peccatore, ma solo Dio, il quale vede il
vero pentimento o la superba presunzione di chi si ritiene giusto. E’ una
verità che ci è insegnata chiaramente dalla parabola del fariseo e del
pubblicano.[6]
Questi, battendosi il petto, chiese perdono a Dio dei suoi peccati, e “tornò a
casa sua giustificato, a differenza dell’altro.”»
«Ciò non toglie» ammise il presidente «che la
confessione personale a un ministro di Dio possa giovare al miglioramento
interiore, ma non è necessaria. Infatti noi all’inizio della Messa, recitando
il confiteor, ci confessiamo
pubblicamente dei nostri peccati davanti a Dio e alla presenza del celebrante,
dal quale poi riceviamo l’assoluzione in nome di Dio. Chi di noi, in seguito,
si vorrà confessare anche privatamente, lo farà sua sponte, se e quando ne sentirà il bisogno. Del resto il
precetto della Chiesa è abbastanza largo: “Confessarsi almeno una volta
all’anno e comunicarsi almeno a Pasqua”. Noi di Adelfia ci comunichiamo ogni
giorno, perché lo desideriamo e ne abbiamo qui in Atlantide la possibilità. E’
per noi l’unione reale, e non solo mistica, con Cristo. Ottenuta col dono di
Dio a noi, e non con “tecniche propedeutiche e relativi esercizi”.»
«Questi esercizi» replicò il frate «voi non li
conoscete, non li avete mai praticati, e dovreste farlo, per giudicarli. Perciò
io torno a proporre di dedicare ad essi ogni giorno un’ora, da sottrarre a
quelle scolastiche.»
«Che si ridurrebbero da tre a due… io mi oppongo
decisamente alla proposta» intervenne a questo punto il professore, che aveva
la direzione della scuola «fra Matteo ha nella giornata tanti spazi per
esercitare il suo ministero spirituale, e non ne deve togliere alla scuola.»
«Dato che siamo in democrazia» replicò Matteo
«perché non facciamo decidere al popolo?»
«D’accordo, fratel Matteo.» disse il presidente
«Domani, dopo la messa, presenterai la tua proposta all’assemblea, e potrai
anche parlare in suo favore, per spiegarla e sostenerla. Poi si voterà, e
obbediremo alla volontà della maggioranza.»
Questa bocciò la proposta del frate, il quale
questa volta non mostrò disappunto, ma ci scherzò sopra dicendo:
«Ho capito: voi volete vincere la maratona senza
allenarvi, perché non ne avete bisogno, siete degli atleti nati… complimenti!»
Il suo ironico sorriso ci fece capire che le nostre
concezioni religiose non collimavano con le sue. Era a noi evidente che il
frate, con la confessione e gli esercizi spirituali, voleva prendere possesso
delle nostre anime, e realizzare un potere completo, con mire mondane, e non
spirituali. Era il metodo dei gesuiti, che aveva loro ottenuto, nella storia,
il ben noto potere. Questo non poteva non preoccuparci per gli sviluppi futuri;
ma non precorriamo i tempi, e parliamo d’altro.
Già al secondo anno
Il granoturco crebbe in fretta e rigoglioso, e in
tre mesi le pannocchie erano già mature, e ne mangiammo parecchie sia lessate
sia arrostite: erano un prodotto del nostro lavoro e per questo ci sembravano
più saporite. Quando le piante si furono seccate, ne staccammo le pannocchie,
le scartocciammo, e le lasciammo al sole per qualche giorno; poi cominciammo a
sgranarle. A questo lavoro, che era sedentario, si dedicavano le donne e i
ragazzi, ai quali il falegname aveva fornito dei punteruoli di legno per
staccare i chicchi dal tutolo senza rovinarsi le unghie. La sgranatura a mano
richiese più di un mese; ma alla fine avevamo riempito venti sacchi di belle
cariossidi ambrate.
Anche la produzione di soia fu abbondante, e ne
riempimmo un’altra ventina di sacchi che spedimmo a Roma col mais, per la
vendita. Di questa si occupava l’ingegnere, che aveva nella capitale un
corrispondente, a quanto pare efficiente e onesto. Furono i primi soldi che
guadagnavamo, e così cominciammo a pagare i nostri debiti.
Di anno in anno la superficie coltivata divenne più
estesa, perché dissodammo l’isola quasi fino alla montagna. Ai piedi di questa
si estendeva un terreno rossiccio che l’ingegnere ritenne adatto alla
coltivazione del tabacco Xantia, e ne fece venire i semi.
Fu un successo: le piante crebbero fino ad altezza
d’uomo e si cominciò a raccogliere le foglie, staccandole dal fusto a
cominciare dal basso, foglia dopo foglia. Era un lavoro giornaliero, anche di
pazienza, ma noi lo facevamo in allegria. Dopo
Per tre-quattro anni Adelfia rimase abbastanza
omogenea, anche se c’erano stati nuovi arrivi, ma limitati. Tutto era comune, e
tutto si faceva in comune. Tutti lavoravano secondo un programma concordato e
secondo le varie competenze. La cucina era comunitaria, e gli acquisti a Roma
venivano fatti dalla comunità per tutte le famiglie secondo le esigenze di
ciascuna. Il denaro non esisteva, e regnava la concordia e la pace. Anche il
dissenso con fra Matteo sembrava essersi sopito.
Nel terzo anno, se ben ricordo, con un gruppo di
neofiti, venne un agronomo, che si rivelò iperattivo come l’ingegnere. Disse
che in una parte dell’isola si poteva coltivare il cotone a fibra lunga, e
siccome esso va irrigato per un certo periodo, si mise a cercare l’acqua. Scavò
alcuni pozzi i quali, a 3-
La coltivazione del cotone, come quella del
tabacco, incrementò notevolmente l’esportazione di Adelfia, e i debiti venivano
pagati; credo che furono saldati tutti entro il quinto anno, ma non con la sola
vendita dei prodotti agricoli. Erano intanto diminuite le spese dei trasporti
marittimi. Il signor Miceli si dimostrò molto onesto, e dopo due anni non ci
fece più pagare il nolo per i trasporti di persone e merci effettuati per conto
nostro. Erano infatti numerosi i turisti che venivano a vedere la nuova terra
sorta del mare; la notizia dell’isola del
miracolo si era diffusa e aveva destato vivo interesse.
La motonave dell’armatore, che si chiamava Freccia Azzurra, si attraccava due volte
al mese alla nostra baia, vi sbarcava un grosso fuoristrada col quale i turisti
venivano portati alla montagna dell’acqua miracolosa, della quale potevano
riempire qualche bottiglia. La permanenza della motonave nella nostra baia
durava non più di mezza giornata, e il contatto tra noi e i turisti era
limitato ai saluti e, talora, allo scambio di qualche dono. Il falegname faceva
dei piccoli crocifissi con un legno ambrato, lavorabile con la sgorbia, anche
se con molta pazienza. Quando ne aveva scolpito uno, subito lo regalava a
qualche turista; se questi voleva dare un’offerta in denaro, il bravo artigiano
rifiutava, dicendo che nell’isola il denaro non esisteva, e quel crocifisso era
un ricordo dato con l’intento di far venerare
Dopo la breve sosta alla baia la motonave
ripartiva, effettuava il periplo dell’isola a velocità ridotta per farne
ammirare la costa e poi riprendeva la via del ritorno. Col tempo questi viaggi
divennero più frequenti, perché aumentava il numero delle persone desiderose di
vedere la nostra isola. Ciò non ci dava nessun disturbo, perché il signor
Miceli imponeva ai turisti la massima discrezione. Noi con l’armatore avevamo
saldato il conto, e i nostri rapporti continuavano in modo leale e amichevole,
con reciproco interesse: noi avevamo gratis il trasporto delle merci, della
posta e del nostro personale; lui guadagnava con i turisti che volevano
visitare l’isola. Lo scalo alla nostra baia stava diventando un affare,
La popolazione di Adelfia era raddoppiata con
arrivi di nuovi neofiti, ma lo spirito di povertà dei fondatori permaneva, e il
denaro non circolava. Quello derivante dalle nostre produzioni serviva per gli
acquisti, sempre comunitari, di biancheria, vestiario, libri e cartoleria.
L’ingegnere e l’agronomo fecero venire macchinari
anche costosi, come una ruspa, un forno da campo, un più potente gruppo
elettrogeno, una idrovora e un impianto igienico-sanitario completo, con
annesso trattamento delle acque reflue, che venivano poi utilizzate per
l’irrigazione.
Fu proposto anche l’acquisto di un impianto per la
dissalazione dell’acqua marina, poiché quella della roccia era ormai scarsa per
sopperire alle esigenze della popolazione aumentata. Ma il dissalatore non fu per
allora acquistato perché l’acqua dei pozzi risultò potabile, e anche perché
esso avrebbe consumato troppa energia elettrica.
Fino a tutto il quarto anno nella baia non
avvennero altri cambiamenti importanti, e non ci furono contrasti di rilievo.
Il vecchio gruppo dirigente era stato allargato con l’opzione dell’ingegnere,
dell’agronomo e di due artigiani, ma si dimostrava ancora abbastanza coeso: le
decisioni si prendevano all’unanimità, mancando questa si ricorreva alla
votazione nell’assemblea generale.
Il sesto anno, se ben ricordo, il dissodamento
dell’isola era terminato, e quasi tutto il terreno era a coltura (mais, soia,
tabacco, cotone, oltre ai legumi e agli ortaggi per il vitto della comunità).
Le piante di banano crescevano a vista d’occhio, e forse dopo 4-5 anni avremmo
avuto i loro primi caschi.
Lo spietramento dell’isola ci aveva fatto
accumulare una gran quantità di materiale calcareo, e alla montagna avevamo aperto
una cava che ci dava una bella pietra rosata simile al travertino, ma di
struttura più compatta, che l’ingegnere giudicò indicatissima per architravi, colonne,
pilastri e capitelli. Avendo a disposizione tutto questo materiale, l’ingegnere
propose la costruzione della chiesa, che egli aveva già disegnato in stile
romanico, con un grande rosone. Ne ammirammo la figura, e non potevamo opporci
a questa spesa, che veniva sostenuta in onore di Dio.
Ma per edificarla non bastavano le pietre,
occorrevano cemento, ferro, calce e sabbia. Di quest’ultima non c’era penuria,
avevamo nell’isola vasti arenili; anche la calce avremmo potuto produrla noi
con la calcificazione delle pietre calcaree. Bastava cuocerle a fuoco lento e
prolungato in un’apposita calcara da costruire in terreno adatto.
Occorreva però molto tempo e tanta legna, per cui
l’ingegnere disse che era meglio importarla già spenta, in sacchi di plastica
da 50 chili. Poi occorrevano gli operai: manovali, muratori, capomastri,
spaccapietre, scalpellini, marmisti, intonacisti, stuccatori, ecc.
Per la direzione dei lavori avevamo il nostro bravo
ingegnere, che era specializzato in edilizia, e della costruenda chiesa ci
mostrò con orgoglio la pianta e la sagoma sia frontale sia laterale.
Il presidente gli chiese quanti operai prevedeva di
far venire, quanti mesi occorrevano, e la spesa che lui calcolava. Rispose che
con una quindicina di operai esterni, oltre a quelli di Adelfia che poteva
utilizzare, pensava di costruire la chiesa e il campanile in 12-15 mesi. Per la
spesa (operai esterni e materiali) non poteva ancora quantificarla, ma
l’associazione non doveva preoccuparsene: ci avrebbe pensato lui.
Il nostro economo gli chiese con quali mezzi
intendeva affrontarla. Rispose:
«Questa isola beata, oltre alle risorse agricole,
ha una risorsa meravigliosa, la sua bellezza, le sue coste immacolate, cioè il
turismo. Quello che abbiamo concesso al signor Miceli con la sua Freccia Azzurra è un buon inizio, ma non
ci rende niente in contanti. Apprezzo i servizi che il Miceli ci fornisce e
anche la sua discrezione, e non intendo intaccare minimamente questa sua
lodevole attività… Noi abbiamo alla parte opposta dell’isola una baia che forse
non tutti voi conoscete, voglio dire nelle sue straordinarie bellezze
paesaggistiche. Voi direte: la natura narra la gloria di Dio; ma a chi la
narra, se non ci sono gli uomini a contemplarla? A quella baia mi ci portò la
prima volta l’avvocato, che l’aveva scoperta e l’aveva chiamata Baia Balenottera,
perché ci aveva visto questo cetaceo a distanza ravvicinata… Io ci torno
spesso, quasi sempre con l’amico agronomo, che può quindi confermare le mie
affermazioni… Per ben tre volte anche noi abbiamo visto la balenottera, che
evidentemente ama nutrirsi in quei paraggi. L’agronomo ha voluto analizzare
l’acqua della baia, e ha visto che è ricca solo di fitoplancton, derivato da alcune
specie di alghe. Il cetaceo viene lì a cibarsi di esso… Abbiamo concluso che è
vegetariano: lo zooplancton, di cui è ricco l’oceano verso l’Antartide, lo
farebbe ingrassare, e lui ci tiene alla linea… Ma lasciando lo scherzo, la
balenottera è un’altra attrattiva di quella baia, che può essere opportunamente
reclamizzata… Ebbene, una grande società armatrice, che ha diverse navi da
crociera,
«E’ un’offerta allettante,» rispose il presidente «ma
noi temiamo la colluvie di vacanzieri, che potrebbero turbare lo svolgimento
della nostra vita di raccoglimento spirituale.»
«Non avere questo timore.» intervenne fra Matteo «Del
raccoglimento spirituale sono io il
garante. I turisti non potranno scorrazzare per l’isola, resteranno sulla
costa, nelle loro tende o casotti o gazebi; non potranno turbare minimamente la
nostra vita e tanto meno corromperci.»
«I quattro chilometri» chiesi io «si intendono
lineari o di superficie? E’ bene chiarire il termine.»
«Sono chilometri lineari, cioè di costa.» disse
l’ingegnere «Verso l’interno noi concederemo al massimo un mezzo chilometro, e
io mi impegno, se l’affare andrà in porto, ad alzare una rete di confine, anche
di plastica, ma solida e sostenuta da paletti di ferro, non valicabile né per i
vacanzieri né per i nostri associati… la separazione sarà totale.»
«In questi termini la proposta è accettabile» disse
il presidente «ma bisogna stendere un regolare contratto, con patti chiari,
soprattutto riguardo al confine non valicabile. Io delego te, caro ingegnere, a
trattare la cosa e a firmare il contratto a nome della Comunità Adelfia… Vedo
che gli altri dirigenti sono d’accordo, e quindi ti autorizzo a prendere contatto
con
Ricevemmo la sua assicurazione.
Poco dopo questa decisione ricevemmo una visita
davvero inaspettata. Un giorno con
Mentre lui si appartava con il frate, noi attendemmo
tra meravigliati e perplessi. Dopo mezzora il loro colloquio era concluso, e
siccome era già mezzogiorno, invitammo il prelato a pranzare con noi alla mensa
comunitaria. Ringraziò, ma avrebbe mangiato sulla motonave che stava per
ripartire.
A mensa cercammo di sapere dal frate i motivi di
quella visita, dato che in tutti quegli anni nessun contatto avevamo tenuto col
Vaticano. Venimmo a sapere che
Infatti solo due settimane dopo con
Questi fece subito radunare l’assemblea generale,
per far ammirare gli arredi prelateschi che gli erano stati mandati, e poi
disse:
«Fratelli miei, credetemi, io non volevo questo
onore, ma
Con questa raccomandazione fra Matteo concluse il
suo discorsetto, e siccome il presidente non aveva voglia di prendere la
parola, la presi io e dissi:
«Caro fratel Matteo ci congratuliamo con te per il
grado che ti è stato attribuito. Per noi la nomina a Prefettura non dice nulla
di cui inorgoglirci, e tanto meno aspiriamo a crescere di numero per diventare
una diocesi, cosa del resto impossibile per un’isola di modesta grandezza, e tu
lo sai meglio di noi…»
«Non è affatto impossibile, si tratta di
raggiungere una popolazione adeguata… Le Canarie sono una diocesi.»
«Ma le Canarie sono un arcipelago che assomma a più
di 7000 Kmq e più di un milione di abitanti.»
«Tanti abitanti adesso, ma quando fu fondata la diocesi
nel 1400 ne aveva ben pochi.»
«Comunque lasciamo stare questo discorso che non ci
interessa. Noi siamo un piccolo gregge… ci piacerebbe, certo, che altri si
unissero a noi… ma condividendo appieno la nostra spiritualità, la nostra
interpretazione del Vangelo e la nostra visione del mondo. Già adesso, che da
quaranta siamo diventati un centinaio coi nuovi venuti, fatichiamo molto a
mantenere l’impegno statutario di una vita povera e comunitaria.»
«E perché dovreste vivere sempre poveramente e in
comunità? Gesù condanna la ricchezza, l’opulenza, ma non un modesto benessere
equamente distribuito. Ma di questo parleremo; oggi per voi e per me è un
giorno ricordativo, dies albo signanda
lapillo, come dicevano i latini.»
«Veramente memorabile» disse a questo punto il
professore, sorridendo alla citazione latina «ma soprattutto per te, che sei
salito di grado nella gerarchia… Ma noi ora come ti dobbiamo chiamare? Siccome
prefetto è uguale a vescovo, ti dobbiamo chiamare monsignore?»
La domanda era bonariamente provocatoria; ma il
frate fece finta di non avvertire la punta ironica, e senza sorridere rispose:
«Monsignore è il titolo che mi spetta, ma io non ci
tengo, regolatevi voi; lo stesso dicasi per il bastone pastorale: fa parte del
grado, come la mitria e l’anello; ma io non ci tengo, sta a voi decidere se
donarmelo o no.»
Noi tutti capimmo che lui al pastorale ci teneva,
eccome; e il presidente incaricò il falegname di fabbricarglielo con il miglior
legname che aveva. Lo fece di mogano, e glielo donammo la domenica successiva
prima della messa. Evidentemente fra Matteo non aveva l’umiltà dell’eremita, ma
un sacerdote umile è rara avis.
Le novità a Baia Adelfia si susseguivano. Poiché
l’edificazione della chiesa era stata approvata, l’ingegnere fece venire da
Roma i 15 operai che riteneva indispensabili per tirar su la fabbrica. Facevano
tutti parte di una ditta di costruzioni di un ingegnere suo amico, col quale il
nostro aveva fatto un contratto omnicomprensivo, di cui non ricordo la cifra,
ma ricordo che a noi parve abbastanza salata. Per questi operai fu eretto un
baraccamento, con dormitorio, refettorio e mensa, a circa mezzo chilometro dal
nostro insediamento, accanto al luogo dove doveva sorgere la chiesa. Era un
collicello molto vicino al mare, perché volevamo che i naviganti la vedessero.
Si stavano scavando le fondamenta, quando un giorno
arrivò il procuratore della società Mira,
per stendere il contratto, dato che aveva preso con l’ingegnere solo un accordo
orale. Il procuratore prima volle parlare col nostro presidente, che avrebbe
dovuto firmare il contratto assieme all’ingegnere. Orbene il procuratore disse
che
La maggioranza della direzione, tra cui io, era
propensa a disdire il contratto: infatti si era convenuto che il lido avesse
una profondità di mezzo chilometro e fosse recintato; come si poteva collegarlo
con la montagna, distante più di cinque chilometri? E poi alla montagna era
stato già concesso l’accesso ai turisti della Freccia Azzurra.
L’ingegnere si oppose energicamente alla
maggioranza, dicendo che lui si era impegnato in proprio nella costruzione
della chiesa, col suo notevole costo, basandosi sul fitto che
Innanzi tutto bisognava sfatare il pregiudizio che
turista equivalesse a uomo gaudente; anzi la maggior parte fa una crociera per
rilassarsi, fare utili esperienze e acquistare nuove conoscenze geografiche,
storiche, artistiche, paesaggistiche e di costume. Comunque l’accesso da Lido
Balenottera alla montagna poteva
essere regolamentato e controllato: in determinati giorni e per determinate ore
si sarebbe autorizzata la visita, sotto la guida e la vigilanza di incaricati
di Adelfia. Anche l’incontro con i turisti di Freccia Azzurra sarebbe stato evitato con una oculata
programmazione delle rispettive visite. Né il signor Miceli poteva lamentarsi,
dato che la concessione a lui accordata era stata fatta in linea amichevole e senza
alcun canone.
Fra Matteo disse che, con le modalità e cautele
proposte dall’ingegnere, la concessione a Mira
poteva essere data senza alcun pericolo morale; perciò chiese la votazione
pubblica di tutti i membri maggiorenni. Prevalsero di gran lunga i sì, e il
contratto con la società Mira fu
stipulato nello stesso giorno. Noi ci impegnavamo a permettere l’accesso alla montagna sacra i giorni pari dalle 10
alle 12, la ditta a regolare l’afflusso col massimo ordine e con la dovuta
discrezione. Il procuratore lasciò un assegno di 250.000 euro.
Ma sistemato un problema ne sorse un altro.
Un giorno sbarcò nella baia un funzionario del
Comune di Roma, il quale contestò alla nostra comunità una grave infrazione
alla legge comunale sulla Nettezza Urbana, in quanto avevamo cambiato residenza
senza comunicare la variazione per la tassa sui rifiuti solidi urbani, che non
avevamo pagato dalla partenza da Roma, cioè da sei anni.
Quindi dovevamo pagare non solo l’importo del
tributo per sei anni, ma anche gli interessi legali delle somme annuali evase,
più una salatissima multa per l’evasione del tributo.
Ci difendemmo dicendo che noi non stavamo più a
Roma, e non usufruivamo più del servizio N.U., e quindi non dovevamo pagare per
un servizio di cui non godevamo. Ma dovemmo riconoscere il nostro torto.
Infatti noi, come mi sembra di aver detto, per non inquinare l’isola, mandavamo
a Roma, in bidoni o sacchi di plastica ben chiusi, tutto il materiale
riciclabile, come lo scatolame di metallo e di plastica, il vetro e le
bottiglie di acqua minerale.
Quindi dovevamo pagare, e promettemmo di pagare al
più presto, mandando a Roma il nostro economo. Non ricordo la somma
complessiva, ma era tale che quasi ci spaventò, perché con il ricavato dei
nostri prodotti riuscivamo appena a sopperire alle spese ordinarie.
Ma ben altro colpo ricevemmo alcuni mesi dopo,
quando un dirigente dell’Anagrafe di Roma venne a consegnare il verbale di una
multa ancora più salata, per aver noi occultato al Municipio la nascita di
sette bambini, quanti effettivamente erano nati in quegli anni nella baia di
Adelfia.
Ci chiese i certificati di quelle nascite, che per
fortuna potemmo esibire, firmati dal medico e dall’ostetrica, ché altrimenti
sarebbero scattate altre sanzioni pecuniarie per i due sanitari inadempienti.
Il funzionario prese nota nominativa e con tutte le generalità, dei componenti
dell’associazione, e ci comunicò che, per semplificazione e più facile
identificazione per il futuro, saremmo stati tutti iscritti all’anagrafe del
Municipio XVI, dove aveva avuto la residenza il nostro presidente.
Pagammo, a rate, anche questa multa, e speravamo
che fosse finita la persecuzione della burocrazia nazionale nei nostri
confronti, ma non era così.
Non passò molto tempo che sbarcò alla baia un
colonnello dei carabinieri in divisa accompagnato da due militi dell’Arma. A
prima vista ci spaventammo, pensando che fosse venuto ad arrestare qualcuno di
noi.
In realtà, dopo le due visite precedenti, eravamo
tutti in una certa ansietà, nel timore di trasgredire o aver trasgredito senza
accorgercene qualche legge o regolamento, per cui dovevamo pagare ammende o
addirittura subire il carcere.
Per fortuna questa volta la paura finì presto,
perché il colonnello ci disse subito che non portava cattive notizie, anzi
buone, e aggiunse:
«Il Governo è venuto a conoscenza della vostra
emigrazione in questa nuova isola, prima inesistente, e ha voluto dare a questo
insediamento un riconoscimento politico-amministrativo come territorio
nazionale, e con legge ha dichiarato
Siccome non avevamo un sindaco, il colonnello la
diede al nostro presidente e volle allacciargliela lui stesso alla vita. Poi
fece piantare la bandiera e fece eseguire ai carabinieri l’alzabandiera col
relativo saluto. Noi eravamo quasi commossi. Il colonnello fu gentilissimo, ci
chiese il permesso di scattare qualche foto per suo ricordo personale, e
ripartì dopo aver stretto la mano a ciascuno di noi; i militi fecero
altrettanto.
I quindici operai giunti per la fabbrica vollero
uno spaccio dove comprare tabacco, cibi in scatola, medicine generiche, dentifrici
e oggetti di toletta di cui sentissero il bisogno. Il nostro economo si fece
dare da loro un elenco delle cose richieste, le fece venire, e aprì per loro
uno spaccio, affidato a uno dei nostri, ma aperto solo per i forestieri. In
questo modo il denaro cominciò a circolare nella nostra isola; noi non
l’avevamo mai usato e volevamo continuare a non usarlo. Tutti gli acquisti
venivano fatti dalla comunità, praticamente dal nostro economo, che
oculatamente poi li amministrava e li forniva gratuitamente agli aventi
bisogno.
Questo spaccio fece venire a più di uno dei nostri
il desiderio di comprare lì qualche cosa, ma non aveva denaro. La nostra
comunità nel sesto anno era di oltre cento membri, e a dire la verità l’economo
faceva fatica a provvedere a tutti il cibo, il vestiario e il resto richiesto
dalla vita di circa quaranta famiglie, e specialmente di quelle in cui c’erano
bambini. Noi della direzione ci rendemmo conto di questa crescente difficoltà
dell’economo, e gli demmo il ragioniere come aiutante.
Ma dopo pochi mesi ci accorgemmo che la mensa
comune e la gestione comunitaria di tutto l’occorrente non soddisfaceva la
maggioranza, specialmente i nuovi associati, e sotto accusa era soprattutto la
cucina. Qualcuno arrivò a dire che erano trattati come dei soldati a cui viene
distribuito il rancio, di cui bisogna accontentarsi, anche se non è
soddisfacente.
Riconoscemmo che le lamentele erano giustificate, e
che era inevitabile passare, almeno per la cucina, dalla gestione comunitaria a
quella familiare. Ma per provvedere in proprio le famiglie dovevano possedere
denaro. Il frate diceva che ciò era assolutamente necessario, e che il denaro
non è il male, il male è averne troppo e spenderlo per i vizi. Siccome la
comunità aveva in banca una discreta somma per i bisogni comunitari, decidemmo
di prelevarla e di distribuirla in parti uguali a ogni componente familiare. Se
ben ricordo ciascuno ebbe 250 euro. Di conseguenza oltre allo spaccio si creò
un mini-mercato, e ci furono addette due donne sotto la sorveglianza
dell’economo.
Ma una ciliegia tira l’altra. Anche la coltivazione
del suolo cominciò a presentare dei problemi. Era comunitaria, ma ormai solo
per modo di dire. Molti membri non potevano parteciparvi, perché addetti ai
servizi come cucina[7], infermeria,
spaccio, mini-mercato, falegnameria e altri laboratori artigiani. Praticamente
si dedicavano alla campagna solo gli agricoltori e pochi altri volontari che
furono ritenuti idonei. Fu allora deciso a maggioranza di conservare in
gestione comunitaria solo le quattro coltivazioni di cui vendevamo il prodotto,
vale a dire il mais, la soia, il tabacco e il cotone, e di dividere il restante
terreno in lotti uguali o equivalenti da assegnare per sorteggio uno per
famiglia, e ogni famiglia ne avrebbe disposto a piacimento.
La scelta degli appezzamenti per le piantagioni fu
affidata all’agronomo, la divisione in lotti del rimanente terreno al geometra
e a un suo assistente disegnatore. Costui approntò la mappa generale
dell’isola, con le particelle numerate e separate con pietre di confine. A lavoro
ultimato i lotti furono assegnati per sorteggio in piena proprietà ai
capifamiglia, i quali quindi ne potevano disporre a piacimento, anche venderli
(purché a membri di Adelfia) o affittarli o dividerli tra i figli. Ma ogni
variazione doveva essere ufficializzata, cioè comunicata ai due tecnici che
avevano impiantato il catasto dell’isola.
Per il momento non ci ponemmo il problema della
validità giuridica di questo nostro catasto, e quale fosse la nostra autonomia
in regime di exclave. Il fatto sta che, con questi cambiamenti resisi necessari
anche per i tanti neofiti che ci mandava fra Ginepro, era penetrato in Adelfia
il denaro, fonte primaria di corruzione, e vi si era riconosciuta la proprietà
privata, spesso fonte di contrasti e di liti, e anche fomite di avidità, in
quanto più si possiede più si vuol possedere, perché il possesso è come un
dominio.
In un anno e mezzo la chiesa e il campanile erano
terminati, e anche tre campane di differente timbro erano state allogate in tre
finestre bifore che facevano bella mostra di sé nello svettante campanile alto
Sorridemmo a questa sua uscita, ma capimmo che una
sola era la mira di Matteo: incrementare il numero del suo gregge senza badare
troppo alla cura delle anime. Fra Ginepro, quasi a ogni viaggio di Freccia Azzurra, ci mandava nuovi
neofiti, spesso con moglie e figli al seguito. Monsignore li riceveva in forma
solenne, conversava un po’ con loro, e poi ci assicurava che erano ben
preparati e degni di essere accettati. E noi dovevano aggregarli, pur avendo
molti dubbi sulla loro idoneità e buona fede.
Riguardo alla costruzione della chiesa devo
accennare al suo seguito. L’ingegnere ci disse che era avanzato molto
materiale, e ci portò a vederlo. Si trattava di sacchetti di cemento, bidoni di
calce spenta, tondini di ferro e pietre già squadrate. Quel materiale, se non
era impiegato, si deteriorava e diventava inservibile: il ferro si sarebbe
arrugginito, la calce si sarebbe indurita, i sacchetti di cemento sarebbero
diventati dei blocchi, la pila di pietre ammassate quasi sul sagrato avrebbe
costituito solo uno sgradevole scenario; quindi era necessario utilizzare e non
far perdere tutto quel materiale che era anche costato. Che cosa ne volevamo
fare?
Lui propose di costruire, a fianco della chiesa ma
dal lato opposto al campanile, la casa del parroco, anche per un motivo
estetico, perché altrimenti la chiesa da quel lato sarebbe sembrata come monca,
priva di un’ala. Il professore, che era il responsabile del settore scolastico,
invece propose di costruirci una scuola, di almeno cinque aule ampie e con
adeguati servizi, perché quelle prefabbricate erano ormai insufficienti e anche
scomode. Si accese una discussione tra i sostenitori dell’una e dell’altra
ipotesi.
Il presidente, vedendo che non si poteva giungere
ad una decisione condivisa, chiuse la discussione, invitò tutti a riflettere
sul quesito, e indisse per l’indomani una assemblea generale nella quale
l’ingegnere e il professore avrebbero sostenuto ognuno la sua tesi, e poi si
sarebbe votato o per la canonica o per la scuola.
La maggioranza fu per la canonica, cioè vinsero i
nuovi venuti che sostenevano la politica del frate e dell’ingegnere. I lavori
cominciarono subito e dopo sei mesi anche questo edificio era completato.
Quando il frate ci portò a visitarlo, notammo che anch’esso era eccessivo per
dover ospitare una sola persona. A pian terreno aveva, oltre a un bel locale
d’ingresso, una cucina, i servizi, una piccola camera e un grande salone. Al
primo piano un vasto studio, altri servizi e due camere.
Chiedemmo all’ingegnere se c’era bisogno di tutta
questa vastità per ospitare un solo uomo. Rispose:
«Come avete visto, non ho acquistato altro
materiale ma ho voluto utilizzare tutto quello che era rimasto. I molti locali,
se non servono oggi, forse potrebbero essere necessari domani, specialmente se
Quando la canonica fu completamente arredata, il
frate disse che per la consacrazione della chiesa aveva invitato il cardinale
di Curia addetto ai rapporti con gli Stati, cioè praticamente il ministro degli
Esteri del Vaticano, e ci esortò ad accoglierlo con la massima solennità,
perché era un principe della Chiesa e, stando in Curia e con la carica che
aveva, poteva procurarci indulgenze e privilegi per la nuova chiesa, e anche
l’elevazione di essa a basilica pontificia, titolo onorifico che ci avrebbe
fatto conoscere in tutto l’orbe cattolico.
La prospettiva di questi privilegi e di questi
onori lasciava del tutto indifferenti noi della “vecchia guardia”, e fui io a
rispondere:
«Monsignore, noi non ci teniamo affatto a questi
titoli e privilegi, che non servono per progredire nella via della perfezione;
accoglieremo col dovuto rispetto il principe
della Chiesa, ma sinceramente noi non lo avremmo invitato. Perché tutta
questa solennità, tutta questa festa? A che serve? La chiesa viene benedetta
col semplice segno della santa croce, e viene santificata non da formule e
riti, ma dalla preghiera e dalla virtù di quelli che la frequentano.»
Il frate avvertì il tono ironico con cui avevo
calcato il titolo di monsignore per lui
e di principe della Chiesa per il
cardinale, e replicò:
«Egregio avvocato, quei titoli sono termini
ufficiali della Chiesa Cattolica ed è di cattivo gusto fare dell’ironia su di
essi. Allo stesso modo, se lei fosse stato nominato cavaliere dal Presidente
della Repubblica, non si potrebbe ironizzare a chiamarla signor cavaliere;
monsignore non significa altro che “mio signore”.»
«Sono perfettamente d’accordo sul significato della
parola, strutturata come tante altre simili, come nossignore, sissignore;
mentre il titolo di cavaliere a me sarebbe palesemente ironico, perché io su un
cavallo non sono mai salito.»
Si avvicinava il Natale, e la cerimonia inaugurale era
stata fissata per la vigilia. Credo che fu l’anno 2106. Il cardinale sarebbe
giunto, assieme al segretario, con
«Caro avvocato, criticavi la costruzione della
canonica, poi ne hai biasimato la vastità: ora devi riconoscere che è stata una
decisione ispirata dal Cielo. Senza di essa, come avreste potuto ospitare per
quindici giorni Sua Eminenza il cardinale, Sua Eccellenza il segretario che è
un monsignore di Curia, e il frate accompagnatore?»
Sorrisi, ma non risposi alla punzecchiatura; avrei
voluto rispondere che, più che ispirazione celeste, tutto l’affare era stato abilmente programmato
da lui assieme a fra Matteo, fra Ginepro e
La solenne benedizione della chiesa avvenne
immediatamente prima della Messa di mezzanotte. Il cardinale aveva portato il
Sacro Crisma per ungere l’altare, e una reliquia di non so quale santo, che fu
collocata in apposito alloggiamento al centro di esso. Furono lette le
preghiere di rito e poi il cardinale con gli accoliti girò la chiesa spruzzando
di acqua santa tutti i pilastri e anche noi che eravamo lì raccolti.
Salirono all’altare prima il cardinale celebrante
con un’alta mitria e il pastorale dorato, poi come diacono il nostro monsignore
con mitria più modesta e il pastorale di mogano, infine il segretario che
fungeva da suddiacono, e non aveva né mitria né pastorale, ma una veste
violetta con in testa un tricorno dello stesso colore, ornato da un vistoso
pompon di seta.
Mi sono sempre meravigliato come mai
Prima si lascia il pastorale, poi la mitria, ma si
conserva lo zucchetto (purpureo per il cardinale, violetto per i monsignori); all’omelia
il celebrante riprende mitria e pastorale, perché così le sue parole
risuoneranno più solenni; alla liturgia eucaristica, spariti pastorale e mitria,
il celebrante si toglie anche lo zucchetto, ma dopo la comunione de lo rimette,
e per dare la benedizione finale calca di nuovo la mitria e impugna il
pastorale, come se senza questi emblemi la benedizione di Dio non avesse alcun
valore.
Ho sempre
pensato che tutto questo cerimoniale distrae i fedeli, più che edificarli, ma
debbo purtroppo riconoscere che a molti tutta questa sceneggiata piace,
specialmente alle donne. Mi ricordo che una volta, assistendo in piazza San
Pietro alla messa papale, quando comparve Sisto IX con pastorale d’argento e
una mitria sesquipedale tutta d’oro con gemme, una donna accanto a me, tutta
estasiata esclamò:
«Oh quanto è bello! Questo ci vuole per dimostrare
che
Purtroppo molti la pensano così: per loro la
religione è uno spettacolo, più è pomposo e meglio è. La nostra cosiddetta
civiltà (vera inciviltà) è tutta basata sull’apparenza, sull’immagine, enfatizzata
dai media: chi sa imporsi e far stupire con la sua immagine è in, chi non lo sa fare è out, o meglio non esiste, è un nulla.
Queste melanconiche considerazioni mi rimuginano
spesso nella mente, e durante quella Messa di mezzanotte mi distrassero più
volte dalla concentrazione devota. La presenza di quei tre ospiti e, già prima,
i preparativi per accoglierli ci distrassero molto dalle nostre consuete
attività, e ne risentirono soprattutto la scuola e la lavorazione agricola, che
furono praticamente sospese.
Un giorno tra Natale e capodanno il cardinale
invitò a pranzo nella canonica la direzione di Adelfia, che in quel tempo era
composta di cinque persone, il presidente, il segretario (che ero io),
l’economo, il farmacista e l’ingegnere. Durante il banchetto, e specialmente
dopo, sorbendo il caffè il cardinale si interessò della nostra attività nel
campo economico e chiese se avevamo il bilancio in attivo. L’economo rispose
che, con le ultime spese per la chiesa, eravamo un po’ al passivo; ma subito
l’ingegnere assicurò che col fitto dovuto da Mira, il prossimo anno saremmo passati già all’attivo.
Il presule mi disse che aveva letto
A proposito di questa disse che era di bello stile
e si congratulò col progettista e direttore dei lavori; ma aggiunse che, essendo
a tre navate, la trovava internamente un po’ spoglia, senza una statua, senza
almeno due altari laterali. Promise che ci avrebbe inviato a questo scopo le
statue di due papi canonizzati di recente, con frammenti delle loro reliquie;
si trattava di papa Roncalli e papa Wojtyla, due pontefici che avevano inciso
profondamente nella storia della Chiesa e dell’umanità.
Monsignore si affrettò a ringraziare, mostrando il
suo gradimento, ma io non mi peritai di obiettare:
«Signor cardinale, mi scusi se non sono d’accordo.
Dato che la chiesa è la casa di Dio, e a Dio cioè alla Santa Trinità è dedicato
l’altare maggiore, per i due costruendi altari laterali io chiederei le statue
di Gesù e della Madonna, sua madre, piuttosto che quelle di due papi fatti
santi per decreto pontificio. Saranno stati uomini benemeriti della Chiesa e
dell’umanità, ma proporre al culto dei fedeli le loro statue, anche benedette,
e le loro reliquie, mi sembra inopportuno.»
Avrei voluto dire “mi sembra idolatria”, ma non
osai.
Il cardinale sorrise benevolo, ma indugiava a
rispondere. Allora monsignore disse:
«Eminenza, voglia scusare il nostro avvocato; come
tutti gli avvocati, ha lo spirito di contraddizione, la voglia di contrastare,
di argomentare o in pro o in contro. Il culto di Gesù e della Madonna è tanto
profondamente radicato in noi, che non ha bisogno di statue per ravvivarcelo;
ma questi due santi papi meritano la nostra venerazione e si propongono alla
nostra imitazione per l’esercizio eroico delle virtù cristiane. Anzi io farò
venire da Roma un congruo numero delle loro biografie, affinché essi siano in
Adelfia meglio conosciuti.»
Il cardinale allora disse:
«Sono grato al signor avvocato, perché mi ha
rammentato un’idea che avevo avuto alcuni giorni fa, vedendo che nella vostra
chiesetta prefabbricata mancavano le statue di Gesù e della Madonna, che si
trovano in tutte le chiese anche piccole. Allora avevo subito deciso di
procurarvele, perché sono essenziali per una chiesa cristiana, e la devozione
al sacro Cuore di Gesù e al Cuore Immacolato di Maria sono basilari per la
professione cristiana cattolica. Quindi io vi prometto il sollecito invio di
tutte e quattro le statue, e vi serviranno per arredare non due, ma quattro
altari, due a destra e due a sinistra, naturalmente collocando prima, cioè più
vicini all’altare maggiore, Gesù e
Fra Ginepro desiderava molto restare nella baia col
suo confratello, e ne chiese il permesso al cardinale, il quale rispose che non
aveva nulla in contrario, ma era la comunità che ne doveva fare la richiesta,
che ne doveva sentire il bisogno. Fra Matteo disse che lui ne aveva bisogno, ma
il cardinale replicò che era l’ecclesia
tutta che doveva esprimersi. L’assemblea si tenne un pomeriggio del nuovo anno,
e ad essa fu presente anche il cardinale il quale propose semplicemente il
quesito senza far avvertire minimamente la sua preferenza. Si alzò a parlare il
nostro monsignore e disse sinteticamente questo:
«Io chiedo che fra Ginepro rimanga qui innanzi
tutto perché ne sento il bisogno per il mio ministero; la comunità cresce ogni
giorno, arrivano sempre nuovi neofiti, che devono essere esaminati e
catechizzati. E poi io sono impegnato tutti i pomeriggi per il catechismo ai
ragazzi, ma si dovrebbe fare anche il catechismo degli adulti, e io non posso
sdoppiarmi. Come sapete, ci sono in vista quattro matrimoni, e questi fidanzati
devono essere adeguatamente preparati a ricevere il sacramento. Per tutte
queste incombenze io avrei bisogno di un aiutante per provvedervi adeguatamente.
E poi voglio rivelarvi un mio progetto che può
sembrarvi utopico, ma non lo è, anzi io ho già iniziato i contatti con la
società Mira e specialmente col
direttore del Lido Balenottera, che ospita molti turisti i quali talora si
trattengono qui molti mesi. Ebbene, io vorrei organizzare un’assistenza
religiosa per costoro, anche limitata, in un primo tempo, alla Messa
domenicale. Non è difficile erigere una piccola cappella, magari sul nostro
territorio ma immediatamente al confino col lido e vicino al cancello di
comunicazione. Fra Ginepro ne sarebbe il cappellano, addetto alla cura
spirituale dei turisti che ne sentono il bisogno. E poi, come sapete, da cosa
nasce cosa, potrebbe nascere anche qualche conversione, e magari qualcuno che è
venuto ad Atlantide come turista, ci rimane come neofita. Ecco perché mi
occorre fra Ginepro.»
Il presidente aveva incaricato me di sostenere la
tesi contraria, e la sostenni così:
«Cari fratelli e amici, siamo una piccola comunità
di vita cristiana, siamo cresciuti ma a tutt’oggi siamo appena 150 tra grandi e
piccoli, e avremmo bisogno di due sacerdoti? Ci sono terre di missione dove un
solo sacerdote deve curare molte comunità sparse anche a notevole distanza.
Quando ero a Roma, sostenevo con i miei risparmi un missionario anziano che, da
solo, in India, aveva la cura di diciotto villaggi, che doveva raggiungere in
bicicletta. Noi, così pochi, abbiamo bisogno di due ministri di Dio? Non è
un’assurdità? E non è un vero peccato? Dappertutto, nella Chiesa, la messe è
molta e gli operai sono pochi, mentre qui avviene l’esatto contrario. Io invito
fra Ginepro a tornare in Italia per esercitare il suo ministero in qualche
parrocchia che è senza sacerdote, o meglio recarsi in terra di missione, dove
convertire anime a Cristo tra gli indigeni è certamente più facile che al Lido
Balenottera tra i vacanzieri, che qui cercano solo piacere e divertimento.»
Fra Matteo replicò:
«Io non sono eterno; come io sono succeduto a fra
Pietro, così fra Ginepro dovrà succedere prima o poi a me, ed è quindi
opportuno che faccia sotto di me il suo tirocinio, per rendersi conto delle
peculiari esigenze spirituali di ogni membro della comunità, che non sono
quelle di semplici parrocchiani.»
A lui replicò il nostro presidente:
«Ma, fra Matteo, che sta scherzando? Ha appena
trent’anni e già pensa al successore? Rimandi il confratello a Roma, magari al
Sacro Speco che fu dell’eremita, dove si dice che ancora accorrono devoti
pellegrini.»
Ma monsignore non cedette, volle che si votasse. Fu
sonoramente sconfitto, e ci rimase molto male, lui, e più di lui fra Ginepro
che, a quanto pare, ci teneva molto a restare, evidentemente perché lì da noi
ci trovava il suo comodo.
Il cardinale ripartì per Roma il 4 gennaio col suo
segretario e con fra Ginepro, che non mostrava più il suo disappunto e ci
salutò tutti con molta cordialità. Prima di partire colloquiò per più di un’ora
con fra Matteo, il quale poi ci disse che aveva voluto dargli dettagliate
istruzioni sulla gestione del Sacro Speco di Pietro l’eremita, al quale
affluivano pellegrini che lo consideravano un santo, avendo compiuto, proprio
lì, almeno un miracolo. Aggiunse che lo aveva incaricato di continuare a
mandarci aspiranti neofiti, ma di esaminarne con più rigore le doti morali.
Ci rivelò poi che aveva col confratello valutato la
possibilità, con l’appoggio del cardinale nostro protettore, di introdurre
presso
A conclusione disse:
«Non vi avevo parlato di questo argomento, di cui
ho parlato col cardinale, ma credo di avere interpretato il desiderio di tutti.»
«Non certamente il nostro» rispose il presidente «e
neppure quello dell’eremita il quale in varie occasioni ci aveva espresso la
sua contrarietà a questi processi canonici che offendono Dio, perché vogliono
imporsi al suo giudizio.»
Il frate rispose che non credeva a quanto
affermavamo, a meno che non producessimo qualche documento o lettera del
defunto che confermasse le nostre asserzioni; comunque l’incarico a fra Ginepro
l’aveva dato e non lo ritirava, e attendeva la decisione della Sacra
Congregazione, che era in merito l’unica autorità che poteva giudicare. Siccome
lui rimaneva sulle sue posizioni, noi pensammo bene di mettere fine a quel
discorso.
Poco dopo ricevemmo la visita di una persona
generalmente poco gradita. Si presentò col documento che attestava la sua
qualifica di direttore di prima classe dell’Agenzia delle entrate di Roma. Ci
contestò due gravi infrazioni della legge finanziaria: negli ultimi cinque anni
avevamo evaso l’IVA, perché avevamo commercializzato i nostri prodotti (mais,
soia, tabacco, cotone) senza pagarci, o farci pagare dal nostro agente, la
relativa imposta erariale sul valore aggiunto.
Per queste nostre attività produttive e commerciali
avevamo evaso anche l’IRAP dovuta alla Regione Lazio. L’Agenzia aveva
quantificato il dovuto per l’una e per l’altra imposta, più gli interessi per
la morosità, e ci presentava la cartella esattoriale. La somma da pagare era
notevole, mi pare 650.000 euro, da versare entro tre mesi. Aggiunse che potevamo
entro un mese interporre ricorso presso
Che potevamo opporre? La cara Italia ci si rivelava
particolarmente cara, anzi salata. Prendemmo la cartella, non facemmo ricorso
per carità di Patria e pagammo. Era già la terza volta che la cara Patria si
faceva viva presso di noi con tasse, multe, imposte e ingiunzioni perentorie di
pagamento. Quello che più ci dispiaceva era che a Roma eravamo considerati
cittadini poco corretti ed evasori fiscali; questo perché avevamo abbandonato
il mondo civile e ci eravamo ritirati in un’isola per servire Dio e vivere il
Vangelo di Cristo.
Nell’assemblea plenaria, quando comunicammo
l’ultima esosa esazione, si levò un coro di protesta, e più di uno propose di
separarci dall’Italia, di distaccarci da questa patria che perseguitava così i
suoi figli che avevano voluto lasciarla, ma non rinnegarla.
A nome dei protestatari parlò il più anziano degli
agricoltori, uomo molto saggio:
«Cari fratelli, e mi rivolgo specialmente a voi
della direzione, è stato un errore riconoscerci exclave dell’Italia, la quale invece di proteggerci ci perseguita
con le multe e con gli ordini di pagamento. Con quale diritto l’Italia ci ha
dichiarato suo territorio esterno? Di scoperta no, di conquista no, di acquisto
no, e allora? Non possiamo essere liberi e indipendenti? E come tali essere
riconosciuti dall’ONU, certamente non come Stato, ma come comunità autonoma? Lo
chiedo soprattutto al segretario, che è avvocato, e deve conoscere anche il
diritto internazionale.»
Chiamato in causa dovetti rispondere:
«Caro amico, e voi cari tutti, è vero che ora ci
sembra un errore esserci riconosciuti una exclave
italiana, ma quando accettammo questo status
giuridico-amministrativo lo facemmo liberamente, credo all’unanimità. Ora
potremmo disdirlo, contestarlo, ma il Governo Italiano quasi sicuramente non
cederà, e in questo caso si dovrà dibattere la causa davanti al Tribunale
Internazionale dell’Aia, causa che sarà certamente lunga, costosa e del tutto
vana, perché, anche se non sono addottorato in diritto internazionale, credo
che saremo perdenti. Infatti uno dei principi fondamentali di esso è “stare
decisis”, cioè osservare i patti, restare fermi a quanto è stato concordemente
deciso tra le parti. E’ una dura lex, sed
lex. E, dichiarati perdenti, a chi ricorreremo? All’ONU? A
un’organizzazione così farraginosa, politicizzata e condizionata dalle grandi
potenze? Tutto considerato, io giudico inopportuno far causa al Governo
Italiano; dobbiamo restare una sua exclave;
è una conclusione amara, dato il trattamento che
Le mie parole convinsero i protestatori, ma non
potettero lenire l’amarezza che quasi tutti provavano nell’animo; e anche noi
della direzione lamentammo l’improntitudine e la totale mancanza di sensibilità
dell’Amministrazione italiana. In una successiva riunione della direzione si
decise di presentare un esposto-protesta al Presidente della Repubblica, e io
fui incaricato di stenderlo e presentarlo alla seguente riunione settimanale.
Qualche giorno dopo, mentre io stavo scrivendo
l’esposto, ricevemmo un’altra visita che ci allarmò. Era un funzionario del
Catasto del Comune di Roma. Si presentò con molta gentilezza, dicendo che
veniva a recepire il catasto dell’isola, il quale sapeva essere stato
impiantato da noi, ma doveva essere trasferito in quello di Roma, non essendo
Baia Adelfia riconosciuta come comune. Aggiunse che non dovevamo allarmarci,
perché non c’erano infrazioni né multe, c’era solo da pagare la piccola somma dei
diritti d’ufficio per ogni particella, di dieci euro per i terreni, di venti
per i fabbricati.
Gli appezzamenti agricoli assegnati erano 100, e
quindi la somma sarebbe stata di mille euro. Siccome ritenevamo che i
prefabbricati e la chiesa fossero esenti, il gravame per noi era modesto e
sopportabile. Ma, come si dice, una goccia fa travasare il vaso: tutti erano
irritati per questa ennesima esazione, e l’assemblea decise questa volta di non
pagare. Il catasto dell’isola lo avevamo impiantato noi, e più che pagare,
dovevamo essere pagati per il lavoro eseguito per il Comune di Roma. Riguardo
poi al catasto urbano, non c’era da pagare niente, perché i luoghi di culto,
erano esenti da ogni gravame.
Il funzionario ci ascoltò benevolmente, rifletté un
poco e poi disse:
«Per il catasto agricolo voi avete perfettamente
ragione: lo avete impiantato voi e non dovete alcunché. I dieci euro a
particella sono, come ho detto, un diritto d’ufficio che noi siamo autorizzati
a imporre. Ma siccome come dirigente del settore godo di una certa
discrezionalità, vi dichiaro che in questo caso noi rinunciamo ai diritti
d’ufficio, e quindi per il catasto agricolo voi nulla dovete, ma mi dovete
consegnare le tavole in scala 1:2000 da voi compilate. A Roma le farò
fotocopiare e ve le rimanderò al più presto. Le ho già esaminate, sono ben
fatte, e mi complimento col geometra che le ha compilate… Riguardo agli edifici
di culto, non c’è più l’esenzione di una volta, e dovreste pagarci
l’accatastamento ora, e in seguito l’imposta di NU. Ma dato che è l’unica chiesa
dell’isola, almeno per ora, e considerando anche la sua limitata superficie (
Dato il comportamento amichevole del funzionario e
il tono cordiale del suo ragionare, uno dell’assemblea gli chiese perché ci
fossero i diritti d’ufficio per certe pratiche amministrative. Il bravo
funzionario rispose con tono scherzoso:
«Siccome il Governo non vuol dare ai suoi impiegati
uno stipendio adeguato, ha concesso a determinati uffici e per determinate
prestazioni di imporre un pagamento. E’ un balzello illogico, in quanto gli
impiegati a quelle prestazioni (registrazioni, visioni, copie di documenti)
sono tenuti per dovere d’ufficio. Devo riconoscere che il balzello frutta, e a
ferragosto gli impiegati se ne dividono l’introito, il quale è per loro come la
quattordicesima mensilità che altre Amministrazioni, come Banche e
Assicurazioni, elargiscono ai loro dipendenti. Ma vi assicuro che questo
balzello Adelfia non lo pagherà.»
Noi volemmo ricambiare la simpatia che il
funzionario mostrava per la nostra comunità e lo invitammo a trattenersi per
visitare l’isola, come lui desiderava. Accettò l’invito con animo grato, e in
primo luogo lo portammo a vedere la montagna sacra, da cui sgorgava l’acqua del
miracolo.
Dormiva nella canonica e mangiava con noi della
direzione; era un buon conversatore e aveva una notevole cultura: era laureato
in legge come me. Visitò anche il Lido Balenottera, e rimase ammirato per la
sua bellezza. In quel giorno che ci andammo era attraccata alla baia una
magnifica nave da crociera che doveva ripartire per l’Italia il giorno
successivo, e lui si prenotò per il viaggio di ritorno in Italia, senza
aspettare
A proposito della visita alla Baia Balenottera che
io feci col funzionario, debbo dire che rimasi sbalordito per lo spettacolo che
presentava. Tutti i quattro chilometri di costa erano un seguito ininterrotto
di ombrelloni, gazebi e chioschi, e un tratto della spiaggia era riservato ai
nudisti. Per i pasti i vacanzieri o salivano sulla nave o si facevano portare
cestini dalla sua cucina.
Dal comandante fui invitato a visitare la nave, che
era l’ammiraglia della Mira. Il suo
nome era Lido Paradiso Express,
prometteva ai turisti il paradiso in terra, in sostituzione del paradiso in
cielo. Capii che costruire una chiesa per loro, come proponeva il frate, era
del tutto inutile: quel lido era dedicato al dio Piacere.
Dopo quella visita spesso mi chiedevo angosciato:
ma noi di Adelfia che stiamo facendo qui? Non stiamo andando alla deriva?
Lasciando stare queste considerazioni malinconiche, debbo narrare gli altri
fatti che movimentarono la nostra vita in baia.
Come ho già detto, io non prendevo più appunti,
ritenendolo ormai inutile, e narrerò così come ricordo, forse con poca
esattezza cronologica; posso perciò confondere il prima e il dopo, ma la
sostanza dei fatti non cambia. Qualche lettore potrebbe chiedermi:
«Se allora, come dicesti anche al cardinale, non
vedevi l’utilità di continuare
Rispondo: «Perché, una volta tornato a Roma, ho
capito che era utile far conoscere l’esito di quella esperienza comunitaria. »
Nel catasto da noi compilato non avevamo inserito
il lido Balenottera, che aveva una superficie di due Kmq, perché non sapevamo a
chi intestarlo. L’irregolarità non era stata rilevata dal funzionario del
Catasto, ma noi della direzione cominciammo a pensare a come regolarizzare la
cosa.
Intestare quella superficie all’associazione
Adelfia era chiaramente una soluzione sbagliata, in quanto Adelfia non era un
ente giuridico e neppure una società, e costituirla legalmente come tale, o in
nome collettivo (S.N.C.) o a responsabilità limitata (S.R.L.) ci sembrava una
soluzione errata, proprio ora che, per i numerosi nuovi arrivi, la comunità
stava perdendo la sua coesione morale.
I membri arrivati negli ultimi anni, mandati da fra
Ginepro d’accordo con monsignore, facevano praticamente gruppo a sé, e siccome
erano un centinaio, fecero entrare due di loro nella direzione, che divenne di
sette membri, e subito dopo sostennero che doveva farne parte monsignor Matteo
con la carica di presidente.
Il nostro dottore, persona molto modesta, non si
oppose, e anche noi della vecchia guardia
non protestammo, perché non volevamo sembrare attaccati alle cariche. La
direzione di otto membri quasi sempre, nelle decisioni importanti, si spaccava
a metà, quattro contro quattro, e non poteva decidere.
Allora i quattro della nuova guardia cominciarono a dire che valeva il loro voto perché
avevano il presidente. Noi non cedemmo e per alcuni mesi la direzione fu quasi
bloccata. Poi i quattro divennero cinque, perché il farmacista passò dalla
parte loro. Con noi si scusò dicendo che era inevitabile, non si poteva
continuare muro contro muro. Ma venimmo a sapere che la parte avversa, e
specialmente il frate, gli aveva promesso imprecisati vantaggi.
Ci furono subito due novità: cessarono i nuovi
arrivi, e arrivò, invitato dalla nuova maggioranza, fra Ginepro per dare man
forte al monsignore, che ormai decideva anche da solo, senza sottoporre le
questioni all’esame della direzione. Noi tre, che ora eravamo all’opposizione,
del tutto vana, talora ci parlavamo di questo nuovo corso che si era instaurato, mondanizzando Adelfia,
facendogli perdere ogni afflato spirituale.
Ci chiedevamo in che cosa avevamo sbagliato, e che
cosa avremmo potuto o dovuto fare per opporci a quel vortice impetuoso di
mondanizzazione, che ora ci appariva abilmente programmato e subdolamente
attuato da fra Matteo e i suoi accoliti, con l’appoggio della Curia Romana.
Infatti la causa di beatificazione di Pietro
l’eremita si era conclusa, e si era iniziata quella di santificazione, per la
quale occorreva un nuovo miracolo. Un giorno venne a trovarci il postulatore
della causa di santificazione del beato Pietro del Soratte, accompagnato da un
teologo e da un geologo. Era intenzionato a portare l’acqua della roccia come
nuovo miracolo dell’eremita. Sapeva che l’acqua era sgorgata prima della sua
beatificazione, mentre si richiede un miracolo operato dopo questa
proclamazione, ma lui sperava di aggiustare la cosa con l’appoggio dei due
membri della commissione che aveva portato con sé.
Dopo aver parlato a lungo con fra Matteo e fra
Ginepro, i tre si avviarono verso la montagna sacra, accompagnati dai nostri due
frati che non nascondevano la loro soddisfazione. Quando giunsero ai piedi
della montagna, proprio mentre monsignore alzando la mano esclamava “Guardate!”
l’acqua cessò istantaneamente di sgorgare dalla roccia. Rimasero tutti e cinque
interdetti, tuttavia il geologo esaminò la consistenza della roccia e ne prese
un campione per esaminarlo in laboratorio, ma solo per scrupolo.
Era evidente che l’acqua, che prima sgorgava dalla
montagna, non poteva derivare da nevai o ghiacciai, essendo l’isola sorta dal
mare, ed era quindi un’acqua miracolosa; ma che significava quel cessare
improvviso? Dio, autore del miracolo per l’intercessione dell’eremita, che cosa
voleva comunicarci?
Il geologo prese alcune fotografie del solco scavato
nella montagna dall’acqua e della pozza sottostante, nella quale rimaneva un po’
d’acqua, di cui riempì una bottiglietta. Poi disse che il miracolo si poteva
provare, e forse anche quell’interruzione immediata era un altro miracolo. Il
teologo invece diceva che il miracolo non era dimostrabile, e lui si sarebbe
opposto alla sua presentazione come prova: la cessazione improvvisa e totale
dello zampillo, se aveva un significato, per lui era negativo.
E fu più che negativo per la comunità, che a un
tratto vide non uscire più l’acqua dai rubinetti, sparsi qua e là tra i
prefabbricati. Si doveva mettere in opera il dissalatore, ma non poteva ancora funzionare
per mancanza di cherosene per il grande gruppo elettrogeno che lo alimentava.
Si dovette ricorrere ai pozzi, dove non erano installate le pompe a mano già
ordinate, ma che ancora dovevano arrivare.
La baia ospitava allora circa trecento persone
distribuite in 95 famiglie, nelle quali si diffuse il panico. Eravamo del tutto
impreparati per una simile emergenza, e attingere acqua dal pozzo più vicino
con secchi, secchielli e pentole era debilitante, perché erano poche le funi a
disposizione. Per fortuna alla baia turistica era attraccata una grande nave da
crociera e l’ingegnere andò là a chiedere aiuto.
Il direttore del lido si mostrò molto amico. Loro
avevano scavato, nella vicinanza della costa, tre pozzi che risultarono
anch’essi, come i nostri, prima di acqua salata e poi, più in profondità, di
acqua dolce e potabile. Vi avevano impiantato delle elettropompe e se ne
servivano per i bagni e le docce che erano disseminati lungo il lido.
Accorremmo a quei pozzi con le nostre carriole piene di taniche vuote. Il
direttore fu tanto gentile che, per evitarci la fatica del trasporto a Baia
Adelfia, ce le caricò e le trasportò in gran parte con un furgoncino che
utilizzavano per il servizio interno. Quando gli chiedemmo il compenso dovuto,
disse che tra vicini ci si doveva aiutare senza compenso: anche loro, disse, un
giorno avrebbero potuto aver bisogno di aiuto.
Ammirai questo comportamento generoso, e siccome
non lo potevo attribuire a un convincimento religioso, subodorai che il
direttore aveva in mente qualche finalità. Anche il comandante della motonave
si mostrò generoso: ci dette mille bottiglie di acqua minerale senza esigere
neppure la ricevuta, dicendo che il loro costo sarebbe stato scalato nel
successivo pagamento del fitto annuale.
Questa emergenza durò una diecina di giorni e causò
molta dissipazione nella nostra attività normale, sia lavorativa sia scolastica
e religiosa, e procurò una notevole confusione di andare e venire, e grande commistione
di persone. Infatti io notai che la nostra popolazione era aumentata di cinque
unità: due uomini e tre donne, che stavano come turisti al lido Balenottera,
erano passati come neofiti alla comunità Adelfia, ospitati provvisoriamente da
famiglie compiacenti, in attesa di avere assegnata una casa.
In direzione chiesi chi avesse autorizzato questa
aggregazione; monsignore rispose che era stato lui, su segnalazione di fra
Ginepro che li conosceva da Roma, e assicurava che, da edonisti che erano
prima, si erano convertiti, vedendo la vita raccolta e serena che si viveva
nella nostra comunità. A me, che ne osservai il comportamento, non apparvero
davvero dei convertiti, e quindi ci doveva essere un altro motivo, oltre a
quello, ovvio, di avere altri cinque voti a sostegno della politica della nuova guardia
sostenuta dai due frati, che poco dopo divennero tre, e instaurarono nella baia
una vera e propria ierocrazia.
Ora gli incarichi, gli esoneri, gli oneri e le
assegnazioni erano decisi non più dalla direzione, ma dalla triade
ecclesiastica, che aveva fatto della canonica la loro sede e un alloggio molto
comodo, con cucina propria.
Ho parlato di politica
della nuova guardia, e non
soltanto in senso allegorico. Per poter dominare nella baia e amministrarla
secondo i loro interessi, i capi di essa avevano costituito un partito, che
chiamarono Democrazia Cristiana,
sotto l’egida dell’autorità ecclesiastica rappresentata dai tre frati. Quelli
che non vollero aggregarsi a loro e si sentivano emarginati, al fine di
difendersi, costituirono anch’essi un partito che chiamarono popolare. Per legalizzare il potere, si
volle fare la nomina di un sindaco.
I candidati erano il nostro dottore per i popolari,
l’ingegnere per i democristiani i quali, sostenuti dalla propaganda fratesca,
stravinsero, e il dottore dovette consegnare all’ingegnere la fusciacca e anche
la bandiera. Il nuovo sindaco fece subito erigere, dalla parte opposta della
canonica, e quindi accanto al campanile, la sede del municipio, dove lui si
installò un giorno solennemente con la fusciacca allacciata alla vita e il
tricolore spiegato al balcone, dal quale pronunciò parole di circostanza ai
convenuti, ai quali fu poi aperto il salone delle riunioni, dove era offerto un
ricco buffet.
Qualche giorno dopo attraccò alla nostra baia una
corvetta della Marina Argentina, dalla quale scese un capitano di vascello in
grande uniforme, accompagnato da un alfiere che portava, spiegata, la bandiera
della sua Repubblica. Chiese di parlare col sindaco, che subito accorse allo
sbarcadero per riceverlo. Il capitano, dopo essersi presentato, gli consegnò un
decreto che dichiarava
Rimanemmo basiti: nessuno di noi aveva mai sentito
quel nome, ad eccezione del professore che, avendo insegnato geografia, ci
disse che era una città della Spagna, ma di un trattato ivi stipulato non
sapeva nulla.
L’ingegnere, che si era presentato con la fusciacca
tricolore, rispose che l’isola era una exclave
della Repubblica Italiana, e non poteva essere perciò un possedimento
argentino.
L’ufficiale fece un bel sorriso e poi chiese:
«Con quale diritto l’Italia ha dichiarato sua
quest’isola, che è in America, in una zona dell’Oceano Atlantico che appunto il
trattato di Tordesillas dichiara zona di influenza spagnola, come tutta
l’America meridionale, ad eccezione delle coste del Brasile?»
Il nostro sindaco rispose:
«Noi di questo trattato nulla sappiamo. Ci dica,
per cortesia, tra quali potenze fu stipulato, in che anno, e che cosa sancisce
in concreto.»
L’ufficiale aprì la sua cartella e ne trasse un
documento, che consegnò al sindaco, e poi disse:
«E’ la fotocopia del trattato che fu stipulato nel
1494, appunto a Tordesillas, che è vicina a Valladolid, tra Spagna e
Portogallo, sotto gli auspici del papa Alessandro VI, allora regnante, il quale
con la stipula di quel trattato voleva evitare ogni contrasto coloniale tra le
due potenze cristianissime. Come lei vede, il testo è accompagnato da una carta
geografica, quale allora si poteva tracciare, nella quale è indicata la linea
di demarcazione tra la sfera assegnata alla Spagna e quella del Portogallo.
L’isola Atlantide allora non era emersa, ma la zona in cui è comparsa è
senz’altro appartenente alla Spagna.
Quando nel 1816 l’Argentina è stata dichiarata
indipendente dalla Spagna, ne ha ereditato anche i territori insulari
dell’Atlantico meridionale, come le isole Malvine, che gli Inglesi poi ci
strapparono nel 1843 dichiarandole loro colonia col nome di Falkland. Verso la
metà del secolo ventesimo quasi tutte le colonie furono dichiarate libere, ma
Il colonialismo è morto e seppellito, ma l’Italia
ha voluto risuscitarlo nel ventiduesimo secolo dichiarando sua un’isola
dell’Atlantico meridionale pertinente alla Repubblica Argentina. Io chiedo a
voi: come avete permesso una tale illegalità?»
Il sindaco rispose:
«Noi non abbiamo permesso un bel niente, siamo una
comunità di vita cristiana a cui Dio ha assegnato questa terra nuova. Siamo
italiani, e a un certo punto l’Italia ha dichiarato questa isola da noi abitata
sua exclave. A noi è sembrata cosa
naturale, dato che l’Italia è la nostra madrepatria, e abbiamo accettato il
decreto e il tricolore che sventola al balcone del Municipio.»
«E ora» disse l’ufficiale in tono imperioso «lo
dovete ammainare, issare al suo posto la bandiera che vi ho portato, stracciare
il decreto italiano che non ha alcuna validità internazionale e sostituirlo con
quello della Repubblica Argentina.»
Il tono perentorio e vibrato con cui queste parole
furono pronunciate fece accorrere quasi tutti i membri di Adelfia, che volevano
capire di che cosa si trattasse. Il sindaco si sentì sostenuto dai molti
accorsi, e rispose con tono pacato, ma fermo:
«Signor capitano, noi non possiamo ammainare la
bandiera né stracciare il decreto.
L’ufficiale riprese la parola e disse:
«Dimenticavo la cosa per voi più importante. Se
Atlantide si riconoscerà isola argentina, godrà per dieci anni di esenzione
fiscale.»
A questo punto l’agricoltore più anziano, che aveva
militato come volontario nel Corpo degli Alpini, alzò la mano e chiese il
permesso di parlare. Avutolo sia dal sindaco sia dall’ufficiale, disse con voce
calma e decisa:
«Signor capitano, noi rispettiamo e anche amiamo
I presenti ripeterono quasi in coro: «Il tricolore
non si ammaina!»
L’ufficiale rimase impassibile e disse:
«Io ho compiuto la mia missione, e vi ho fatto
conoscere il beneficio che vi viene generosamente offerto. Ora vado a riferire
al mio Governo, il quale non verrà mai meno al suo diritto e alla sua promessa.
Dio non voglia che abbiate a pentirvi della vostra decisione.»
Salutò e, con il guardiamarina che portava la
bandiera spiegata, si reimbarcò sulla corvetta che subito partì.
La previsione dell’ufficiale ebbe a verificarsi
quasi due mesi dopo. Sbarcò alla baia il direttore dell’Agenzia delle entrate
di Roma, accompagnato da un segretario. Si presentò al sindaco e chiese di
essere ricevuto da tutta la giunta. Il sindaco disse che non c’era la giunta,
ma la direzione dell’associazione poteva farne le veci. Davanti a questa il
direttore disse:
«Sono venuto a chiedervi perché non abbiate mai
fatto la dichiarazione dei redditi, alla quale tutti i cittadini sono tenuti, a
meno che non abbiano un reddito esente, cioè meno di 5.000 euro annui. Non è il
vostro caso, perché l’isola è prospera, produce ed esporta molti prodotti e
incassa anche dalla società di navigazione Mira
un notevole canone annuo per il lido Balenottera.»
Ci sentimmo mortificati, come ragazzi colti in fallo
mentre credevano di farla franca. Sapevamo infatti che entro giugno ogni
cittadino ha il dovere di pagare l’IRPEF per il reddito personale. Il sindaco
rispose, un po’ impacciato, che per i nostri prodotti commercializzati a Roma
pagavamo o facevamo pagare l’IVA, che era molto salata, il 20%, e ci sembrava
con essa di dare un contributo notevole all’Erario, e che non dovessimo altro,
come abitanti di una lontana exclave.
Il funzionario sorrise e disse:
«La vostra è una semplice scusa, e vi capisco;
nessuno paga volentieri le tasse su quanto ha guadagnato col sudore della sua
fronte. Gli sembra un balzello esoso, come fu un tempo, nel sec. XIX, l’imposta
sul macinato per i poveri contadini italiani, specie meridionali. Vi dico
innanzi tutto che come abitanti di exclave
non avete alcun privilegio. Per i redditi superiori alla quota esente bisogna
pagare una percentuale d’imposta che è progressiva, dal 21 al 41 per cento,
secondo l’entità del reddito. Se volete pagare come singoli contribuenti, fate
la dichiarazione IRPEF. Ma forse vi conviene, anche per semplificazione, fare
la dichiarazione come società e pagare l’IRPEG.
Comunque a noi risulta che voi avete avuto redditi
almeno dal 2005, quando
Egli tornò alla nave per consumarvi il pranzo, noi
restammo a consultarci. Qualcuno propose di non accettare e di affrontare la
commissione, se non altro per protesta e anche per guadagnare tempo; ma la
maggioranza fu favorevole all’accordo, proposto dal sindaco, il quale però si
lasciò sfuggire l’esclamazione: «O bel tricolore, ma quanto ci costi!»
Manco a farlo apposta qualche settimana dopo
attraccò alla nostra baia la nave scuola dell’Accademia Navale del Brasile,
proprio il veliero che avevamo incontrato
navigando col “Fior di maggio” otto anni prima. Gli allievi erano naturalmente
tutti diversi, ma alcuni sottufficiali come il cambusiere e il nostromo, erano
ancora gli stessi, e anche alcuni ufficiali; un sottotenente di vascello si
presentò a me come cugino; trasecolai, ma era vero.
Un fratello di mio padre era emigrato in Brasile,
si era stabilito a Santos, e si era sposato là. L’ufficiale suo figlio aveva non
solo lo stesso cognome, ma anche lo stesso nome mio, che poi era quello del
nonno paterno di entrambi. Egli parlava molto bene l’italiano, perché il padre
glielo aveva insegnato in famiglia e poi fatto studiare a scuola e
all’università, dove si era laureato in Scienze Politiche. Dopo la laurea volle
entrare nell’Accademia Navale per soddisfare la sua passione marinara, e ora
faceva l’istruttore nella nave-scuola, un bellissimo tre alberi.
Parlammo a lungo nei giorni che il veliero si
trattenne da noi. Lui sapeva il motivo per cui erano venuti; me lo disse, ma
non espresse nessuna valutazione, non spettava a lui. Infatti era sbarcato un
ministro plenipotenziario brasiliano, che chiese di parlare con tutta la
direzione, alla quale disse press’a poco così:
«Vi porto i saluti del mio Governo, il quale è
pienamente informato del tentativo fatto nel luglio scorso presso di voi dal
Governo Argentino per rivendicare la sovranità della vostra isola in base al
Trattato di Tordesillas, del quale in quei giorni i giornali di Buenos Aires
pubblicarono il testo per sollecitazione del Governo… Ebbene, quel testo non è
quello originario del 1494, ma una copia posteriore, con alcune modifiche
miranti ad ampliare la superficie della sfera di influenza spagnola. Il documento
originario è stato trovato recentemente nella biblioteca dell’antico Collegio
di Santa Cruz in Valladolid; io ne ho fatto fare una fotocopia del recto e del verso dei quattro fogli pergamenacei, che vi consegno perché
possiate conservarli nel vostro archivio, come documento solo storico, in
quanto non ha alcun valore giuridico.
Da questo documento la zona in cui è emersa la
vostra isola risulta a noi assegnata, ma noi sappiamo di non poterci appellare
a quel trattato stipulato nel sec. XV tra Spagna e Portogallo. Esso oggi, nel
sec. XXII, non ha alcun valore probante né per il Brasile né per l’Argentina…
Io sono stato mandato dal Governo brasiliano per proporvi un accordo. Premesso
che il decreto della Repubblica Italiana che vi dichiara sua exclave non ha alcun fondamento ed è
considerato inconsistente da tutte le diplomazie ad eccezione dell’Unione
Europea, il Brasile intende adire
E’ ovvio che l’Italia dovrà rinunciare alla sua exclave, che non ha alcuna motivazione,
è ugualmente ovvio che dovrà essere il referendum a decidere l’appartenenza, e
che esso riguarda i due stati viciniori, ambedue repubbliche democratiche… Vi è
ora evidente la finalità della mia visita che ha carattere ufficiale: sono
venuto a farvi conoscere l’intento del Governo Brasiliano nei vostri riguardi,
e anche sondare il vostro animo. E’ chiaro che, se esso propende per
l’Argentina, è per noi inutile esperire la via giudiziaria: sarebbe una perdita
di tempo e di denaro. E ora vi annuncio ufficialmente quali sono le intenzioni
del mio Governo.
Il Brasile è costituito da 26 stati molto vasti, ed
è impensabile che questa isola con la sua poca superficie e popolazione possa
essere proclamata il suo 27º stato.
Non potrà essere neppure una colonia, termine ormai
bandito nel diritto internazionale; ci è sembrato anche inopportuno assegnare
la vostra isola a uno dei nostri stati geograficamente più vicini, come quello
di San Paolo o di Rio de Janeiro; la soluzione più logica ci sembra proclamarla
exclave del Distretto Federale di
Brasilia.
Ho portato una bozza di accordo consegnatami dal
Governo, e ve la consegno perché possiate valutarla e discuterla tra di voi: vi
è assicurata ampia autonomia amministrativa nell’ambito delle leggi federali, e
anche completa autonomia fiscale, cioè le tasse qui potranno essere imposte
solo dal vostro Municipio e per i bisogni dell’isola.
Nessun tributo essa dovrà mai pagare all’Erario,
mentre il Governo Federale si impegna a provvedere a sue spese ai collegamenti
di telefonia fissa e mobile, marittimi, e forse anche aerei. C’è infatti in
progetto la costruzione di un piccolo aeroporto, per istituire un volo
settimanale Adelfia-Rio… Voi direte: sono promesse; ma il Governo Brasiliano è
ben conosciuto in campo internazionale per la sua affidabilità… Se lo
permettete, il nostro veliero si tratterrà nella baia qualche giorno, e il suo
comandante vi invita domani a bordo per un pranzo in vostro onore.»
Accettammo ringraziando per il gentile invito, e a
nostra volta invitammo il ministro a restare con noi a pranzo, al quale fu
invitato anche mio cugino.
Con lui passai tutto il pomeriggio; lo portai a
casa e gli feci conoscere la mia famiglia. Anche lui era sposato con due figli,
teneva la famiglia a Santos, che cercava di raggiungere ogni fine settimana,
quando non era in navigazione come adesso.
Si volle informare della nostra associazione, di
cui in Brasile aveva sentito parlare come Ecclesia
Adelfia.
Siccome in Brasile pullulano le sette di carattere
religioso, che spesso si isolano nel vasto territorio facendo vita autonoma, il
cugino pensava che Adelfia fosse una di tali sette, che tutte più o meno si
richiamano alla Bibbia.
Gli feci la storia della nostra associazione, sorta
per il bisogno che noi nel 2100 sentimmo, sotto la guida di un santo eremita,
di realizzare integralmente il Vangelo in una comunità di vita cristiana in una
nuova terra sorta per accoglierci, che noi chiamammo Nuova Atlantide nel
ricordo della vecchia Atlantide, di cui parla Platone.
Lui si mostrò molto interessato al racconto del nostro
viaggio col “Fiore di maggio”. Volle che gli descrivessi questo, per lui,
strano “due alberi” dalle vele latine, che aveva impiegato quasi un mese a
raggiungere l’isola.
Mi chiese in che cosa praticamente consisteva
questa vita integralmente evangelica, perché lui, visitando la baia, non aveva
avvertito nulla di particolare che facesse pensare ad una ispirazione
religiosa, all’infuori di una bella chiesa romanica, troppo grande per una
comunità così piccola. Lui l’aveva visitata e l’aveva trovata del tutto vuota,
abitata soltanto da quattro statue.
Risposi:
«Caro cugino, tu hai ragione, questa comunità è
ormai come un qualunque villaggio: c’è chi lavora e chi ozia, il denaro
circola, si fanno gli affari, e alcuni cercano di arricchirsi anche in modo
disonesto, e anche il nostro clero, costituito da tre frati, non è davvero
esemplare. Ma all’inizio non era così. Eravamo solo una quarantina, e sotto la
guida di fra Pietro, un santo eremita, facevamo vita comunitaria in tutto e per
tutto: volevamo vivere alla presenza di Dio, lavorare era per noi uguale a
pregare. Non c’era denaro, non c’era proprietà privata. Ora, come hai visto,
tutto è cambiato. Come è potuto avvenire? Ce lo chiediamo perplessi noi padri
fondatori, ma non sappiamo rispondere: è stato un processo subdolo e quasi
inavvertito, che ha avuto inizio dopo la morte del nostro eremita, sostituito
come direttore spirituale da un frate che si è rivelato piuttosto mondanizzato.
Ora noi della “vecchia guardia” ci sentiamo delusi e demoralizzati, e talora
pensiamo che è per noi forse meglio tornare a Roma, perché qui non c’è più
l’afflato spirituale che avevamo cercato di instaurare. Tornando a Roma, almeno
potremmo godere della compagnia di amici, parenti e colleghi, e non dipendere
più dalla ierocrazia che qui si è instaurata.»
Mio cugino voleva sapere un po’ di più sull’eremita
del Soratte e sui miracoli che si diceva avesse fatto.
«Sì» gli dissi «un miracolo lo fece quando era in
una grotta di quella montagna; un ragazzo epilettico che aveva una violenta
crisi quasi ogni giorno ed era molto debilitato, dopo essere stato toccato e
benedetto sulla fronte dalla sua mano guarì completamente e rifiorì
fisicamente; io lo vidi e parlai con i genitori e con altri che avevano
assistito al miracolo. All’altro miracolo ho assistito io stesso e un altro con
cui puoi parlare. Era finita la nostra scorta di acqua ed eravamo quasi
disperati; lui mi chiese di accompagnarlo alla montagna. La chiamiamo così
perché è in gran parte rocciosa ma è alta poco più di
Ora la sorgente è disseccata da più di un anno, e
ti voglio raccontare il fatto. Frate Matteo, sottentrato a fra Pietro, si era
messo in testa di far dichiarare santo l’eremita, contro il nostro parere, che
sapevamo quanto egli fosse contrario a questi processi della Chiesa, che lui
diceva offensivi per
Ma, a quanto pare, i frati di qui, più che
attenderlo, lo pretendono questo miracolo da fra Pietro, per farlo canonizzare;
perché a questo mirano, chissà perché.»
Proprio il giorno in cui io tenni questo discorso
con mio cugino, il quale mi espresse il desiderio di visitare la tomba del
beato, sbarcò dalla Freccia Azzurra
un malato su una sedia a rotelle spinta da un’infermiera molto giovane,
accompagnato da un frate amico di fra Matteo, da un teologo e dal medico
curante. Noi della direzione non sapevamo niente di questo arrivo, ma lo sapeva
benissimo e lo aveva anzi organizzato monsignore, che infatti si fece trovare
allo sbarcadero assieme ai suoi accoliti, tutti e tre con cotta e stola.
Alla novità di questo arrivo accorsero quasi tutti
i membri di Adelfia. Io chiesi a monsignore di che si trattava. Rispose:
«Come vedi, è un malato di SLA, sclerosi laterale
amiotrofica, considerata inguaribile; ma lui ha molta devozione per il beato
Pietro, e ha fatto capire che vuole chiedere la grazia della guarigione sulla
sua tomba, e perciò lo portano là. Cerca il nostro medico; è bene che venga
anche lui.»
Cercai subito mio cugino, e gli dissi:
«Ecco una buona occasione per te; unisciti al
gruppo che si reca alla tomba che vuoi visitare; io vado ad avvertire il
medico.»
Lo trovai nell’infermeria e gli comunicai il
desiderio del frate. Rispose che ci avrebbe raggiunto non appena terminata la
medicazione che stava eseguendo.
Io poi mi affiancai a mio cugino nel gruppo che si
era già avviato come in processione: precedeva monsignore, che si era messo la
mitria e impugnava il pastorale; aveva ai fianchi i due frati suoi accoliti con
in mano un cero acceso, seguiva il malato sulla carrozzina spinta
dall’infermiera. Dietro camminavano i tre che erano sbarcati con lui, e poi i
membri di Adelfia presenti in baia.
Quando il nostro medico ci raggiunse, monsignore si
fermò per informarlo del malato e del suo desiderio di supplicare il Beato
sulla sua tomba. Il medico chiese di visitare un momento l’infermo per rendersi
conto delle sue condizioni.
Monsignore rispose che lì non era possibile, perché
erano avviati in processione, ma il medico curante, che portava copia della
cartella clinica, lo avrebbe informato con esattezza sul malato; in più gli
avrebbe mostrato le radiografie e anche le diagnosi rilasciate da due
specialisti di Roma, un neurologo e un ortopedico.
La processione riprese il cammino, e io la seguivo
a fianco di mio cugino. Mi si avvicinò il nostro medico e mi disse sottovoce:
«Non ho potuto né visitarlo né guardarlo da vicino;
io non voglio alimentare sospetti, ma tu potresti andargli più vicino, come per
mostrarlo a tuo cugino, senza destare alcun sospetto. Cercate di osservarlo
bene e rimanetegli vicini anche alla tomba.»
Capii la sua intenzione, e a poco a poco col cugino
mi avvicinai alla carrozzina. Il malato di tanto in tanto ciondolava la testa,
teneva semiaperta la bocca, dalla quale fuoriusciva un po’ di saliva che
l’infermiera gli asciugava col fazzoletto, gli occhi erano aperti e fissi.
L’aspetto era di un uomo robusto di circa 40-50
anni, il viso non era pallido e scavato, ma di un bell’incarnato in parte
coperto dalla barba; dal colore della pelle lo si sarebbe detto pieno di
salute.
La tomba dell’eremita era stata abbellita dopo la
sua proclamazione a beato. Aveva sopra non più il semplice tumulo con la croce,
ma una stele di marmo, affiancata da due lucerne di alabastro alimentate a
olio. La stele, alta circa due metri, portava in alto il busto del frate, in
bassorilievo bronzeo, e sotto, a lettere cubitali, in oro, la seguente scritta:
Beato Pietro del Monte Soratte
Frate Eremita
N. 2050 M. 2101
Arrivati alla tomba, la carrozzina fu accostata
alla stele, quasi a toccarla, l’infermiera si allontanò e dietro la spalliera
si collocarono i tre officianti, e tutt’intorno gli altri tre venuti col
malato, precludendone la vista agli altri.
Ma io e mio cugino riuscimmo a trovare un posto da
cui poter vedere bene, ed ecco cosa vedemmo.
Monsignore depose il pastorale e si tolse la
mitria; poi si tolse anche lo zucchetto e si inginocchiò su un cuscino. Aprì il
suo breviario e recitò i salmi penitenziali, poi ad alta voce invitò i presenti
a unirsi alla sua preghiera al Beato, affinché ottenesse da Dio la guarigione
di quell’ammalato che credeva in Lui, confidava in Lui e amava Lui con tutto il
cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente. Poi con le mani giunte e gli
occhi al cielo disse:
«O Padre, ti preghiamo, ascoltaci. In grazia delle
virtù preclare del beato Pietro, che qui dorme il sonno dei giusti, concedi la
guarigione a questo tuo figlio che ti supplica assieme a tutti noi. Te la
chiediamo in nome di Gesù Cristo, tuo Figlio che è Dio, e vive e regna con Te e
lo Spirito Santo per tutti i secoli. Amen.»
Poi prese l’aspersorio e benedisse il malato, il
quale cominciò immediatamente a scuotere la testa e il tronco, dicendo parole
che noi non capimmo. Poi puntò le mani sui braccioli della carrozzina, tentando
di sollevarsi, ma era impedito dalla cintura che lo legava alla spalliera.
Monsignore fu pronto a sganciarla, e il malato si alzò in piedi sulla predella,
sembrò sbandare, ma poi si equilibrò, sollevò le braccia al Cielo e gridò:
«Fatemi scendere!»
Accorse l’infermiera che gli liberò i piedi dalle
cinghie che li assicuravano alla predella. Quando, da lei aiutato, poté posare
i piedi a terra gridò:
«Miracolo! Posso camminare! Sono guarito!»
Subito dopo, accarezzando la figura del beato,
disse:
«Santo Pietro, ti ringrazio!»
Poi voltandosi ai presenti, esclamò:
«Sia lode a Dio!»
A queste parole monsignore intonò il “Te Deum
laudamus”, seguito nel canto dagli ecclesiastici. Noi laici accompagnavamo
l’inno di ringraziamento con la mente perché, nel testo latino, non lo sapeva
nessuno di noi. Sempre cantando, monsignore si calcò in testa la mitria sopra
lo zucchetto, riprese il suo pastorale e si mise alla testa della processione,
che prese la via del ritorno. Al suo fianco aveva i suoi soliti accoliti.
Subito dietro camminava il miracolato che spingeva la sua carrozzina, ed era
seguito dai suoi accompagnatori e da tutti gli altri, tra cui io e mio cugino.
Camminavamo silenziosi, attoniti, col pensiero a
quanto avevamo visto. Quasi a metà strada mio cugino rallentò il passo, non per
stanchezza, ma perché evidentemente voleva staccarsi dalla processione. Io feci
lo stesso e lo guardavo, avendo capito che voleva dirmi qualcosa. Ma camminò
ancora un poco silenzioso, con la testa bassa, poi a un tratto si fermò e mi
chiese a bruciapelo:
«Tu che ne pensi?»
Rimasi come basito, indugiai un poco e poi,
guardandolo negli occhi, gli chiesi io:
«E tu che ne pensi?»
Non rispose, ma tentennò la testa, poi mi prese
sottobraccio e s’incamminò a passo svelto, come volesse fuggire da un pericolo.
Ma poco dopo si fermò di nuovo e mi disse:
«Senti, cugino, abbiamo assistito a un remake, non
sullo schermo, ma sul set.»
Rimasi colpito da quella uscita, ma feci finta di
non capire e chiesi:
«Cos’hai detto? Spiegati! Io non ti seguo.»
«Non hai capito? Adesso mi spiego… Non più di
cinque anni fa, in uno scalo del mio veliero a Rio, andai al cinema per passare
la serata e vidi un film, di cui non ricordo né il titolo né la trama, ma in
cui c’era una scena uguale a quella che abbiamo visto…ed era la
rappresentazione di un falso miracolo.»
«E con questo che cosa vuoi concludere? Che anche
questo è un falso miracolo, una messinscena?»
«No, cugino, non dico questo, ma questa somiglianza
mi ha colpito. Riandando alle sequenze e del film e del remake, rimango molto
perplesso. Ma tu, cugino, non hai alcun dubbio?... Il miracolo ti convince?»
«Senti, cugino, il miracolo è sempre qualcosa di sconvolgente…
anch’io mi sono posto il quesito, ma l’ho subito rimosso… Indagare su questi
fatti non serve per l’ascesi spirituale che noi di Adelfia cerchiamo… Sappiamo
bene che Dio può operare miracoli, direttamente – motu proprio – o per intercessione di qualche suo fedele servo,
come è stato certamente l’eremita… Due miracoli egli li ha ottenuti certamente
dal Padre Eterno; che abbia ottenuto anche questa guarigione da una malattia
considerata incurabile, è certamente possibile… Io non mi pronuncio, non voglio
pronunciarmi, non voglio indagare, giudicare…Certo, come tu dici, a te sembra
un remake, a me l’esecuzione accurata di un copione, ma ci possiamo sbagliare,
le apparenze spesso ingannano. Insomma, cugino, è meglio non parlarne.»
Quando arrivammo alla baia, il miracolato si era
già reimbarcato sulla Freccia Azzurra
che stava per salpare. Con lui partivano il medico curante e il prete teologo,
mentre il frate e l’infermiera restavano con noi, su invito di monsignore.
Così i frati addetti ad Adelfia divennero quattro,
e l’infermiera fu accolta nella canonica col ruolo di cuoca e di domestica,
come
Il giorno dopo la partenza della motonave salpò
anche il veliero brasiliano col diplomatico e anche mio cugino. Il comandante,
che era un capitano di vascello, venne a salutarci e ci lasciò un grosso
pacco-omaggio da parte del suo Governo.
Quando lo aprimmo, vedemmo con meraviglia che era
identico a quello già offertoci otto anni prima da un altro comandante dello
stesso veliero. Come allora gradimmo il caffè e lo zucchero e donammo le
bottiglie di gin ai marinai del “Fiore di maggio”, così questa volta proposi di
donare il liquore agli operai esterni che ancora lavoravano nella baia; ma
monsignore disse che non era il caso di incrementare le loro sbornie serali, e
fece portare il tutto alla canonica.
Dopo la costruzione della chiesa e degli annessi,
l’opera edilizia dell’ingegnere non si era arrestata, era piuttosto cresciuta.
Aveva già costruito una palazzina a tre piani, con sei appartamenti già
assegnati ad altrettante famiglie che avevano lasciato le loro casette
prefabbricate agli ultimi arrivati. Da sei mesi però non c’erano più arrivi,
per ordine di monsignore, il quale disse in direzione che crescere di numero
era rischioso per la finalità spirituale di Adelfia.
Io mi meravigliai non poco di questa decisione,
perché in precedenza il frate faceva arrivare neofiti a gruppi, senza nessun
serio controllo; ora aveva cambiato idea: perché? A noi della vecchia guardia
lo stop imposto dal frate non dispiacque, perché coi tanti arrivi si era creata
in Adelfia notevole confusione, che ora avremmo voluto eliminare.
Noi padri fondatori ogni tanto ci riunivamo, come
una volta, in casa o dell’uno o dell’altro, discutevamo degli eventi e ci
scambiavamo i nostri giudizi e le nostre riflessioni. In una di queste
riunioni, un collega chiese al nostro medico che ne pensava del miracolo;
rispose:
«Non ne penso niente e non ci voglio pensare.
Quello che vi posso dire è che monsignore in quella occasione voleva farmi
firmare un certificato già compilato in cui affermavo di aver visitato il
malato di SLA prima e dopo l’evento e di aver constatato, prima, lo stadio grave
del morbo, poi, la sua perfetta scomparsa. Non lo volli firmare perché sarebbe
stata un falsa attestazione.
Da quel giorno monsignore non mi ha rivolto più la
parola, e voi forse vi sarete accorti come in direzione mi abbia emarginato. Comunque,
anche senza la mia attestazione, la causa canonica è andata avanti, e un amico
di Roma, che ha qualche entratura in Vaticano, mi ha fatto sapere che è
imminente il decreto di santificazione…
C’è
in Curia un cardinale che è molto interessato a questa proclamazione, e il
postulatore della causa va dicendo che si farà promotore della costruzione di
un santuario a San Pietro Eremita proprio sulla sua tomba. Di questa intenzione
è a conoscenza anche l’ingegnere, che sta già lavorando sul progetto di questo
santuario, che dovrebbe richiamare molti pellegrini e incrementare il turismo nell’isola.»
Come mi sembra di aver detto, nella nostra mappa
catastale non avevamo incluso i due chilometri quadrati del lido Balenottera.
Quando l’Ufficio Catasto di Roma si accorse di questa omissione, ci scrisse che
dovevamo provvedere. Il direttore dell’Ufficio, che era quel brav’uomo venuto a
visitarci un anno prima, scrisse a parte e amichevolmente al nostro presidente
che, essendo impensabile dividere quella superficie in trecento lotti come si
era fatto per il resto dell’isola, in quanto sarebbero stati lotti troppo
piccoli, le soluzioni potevano essere due: o intestare il lido in blocco al
presidente di Adelfia, o ad Adelfia costituita in società in nome collettivo
(s.n.c.).
Lui consigliava questa seconda soluzione, perché
così la proprietà rimaneva a tutta l’associazione e non veniva assegnata a uno
solo, che ne avrebbe potuto disporre a piacimento, anche contro la volontà e
l’interesse dei soci. Per costituirsi in s.n.c. bisognava fare un atto notarile
e poi registrarsi all’apposito ufficio.
La questione fu portata all’ordine del giorno della
direzione per ben tre sedute. Il nostro Tommaso, che era entrato in direzione
come rappresentante della democrazia cristiana, sostenne a spada tratta la
soluzione scartata dal direttore di Roma, cioè dividere il lido in trecento
lotti nominativi, come si era fatto per il resto dell’isola. Gli facemmo
presente che sarebbero stati lotti piccolissimi, inservibili.
Lui, per nulla convinto, disse:
«Anche su un piccolo lotto io posso costruire una
villetta, capite?»
L’ingegnere gli fece osservare che il piccolo lotto
formerebbe una strettissima fetta di terreno, lunga
Replicò:
«E’ naturale che chi ci vuole costruire deve
comprare i lotti confinanti; e quindi ci sarà chi vende e chi compra, insomma
si metterà in moto una vivace attività di compra-vendita edilizia: perché
rinunciarci?»
L’ingegnere obiettò:
«E alle strade e ai servizi chi provvederà in quel
comprensorio?»
Tommaso sorrise ironico e rispose:
«Provvederà lei, ingegnere, ci sarà molto lavoro
anche per lei. E’ naturale che coloro che ci vorranno costruire si riuniranno
in consorzio e appalteranno a lei i relativi lavori. Ma per le strade io non
sprecherei della superficie, che lì è preziosa. Le ville è bene che siano
raggiungibili solo dal mare. Non capite che esse saranno ricercate dai turisti,
i quali adorano quelle meravigliose spiagge, e a cui potremo affittare le
villette ad alto prezzo? Non capite l’affare che si prospetta per quelli che
vorranno investire alla Baia Balenottera?»
Noi non capimmo, l’estrosa proposta di Tommaso fu
bocciata, rimanevano le altre due soluzioni.
Nella seconda seduta della direzione si esaminò la
possibilità di intestare il lido Balenottera, nominativamente, al presidente di
Adelfia, che allora era fra Matteo. Quasi tutti riconobbero che l’ipotesi non
era praticabile, perché il presidente poteva anche cambiare, e allora bisognava
cambiare anche l’intestazione, e come? Con un atto notarile di compra-vendita?
E se il vecchio intestatario non cedeva?
Tutti si convinsero che la soluzione ipotizzata era
da scartare, e Monsignore disse:
«Sono anch’io d’accordo che l’intestazione
nominativa al presidente, come se fosse un lotto a lui assegnato in proprietà,
darebbe luogo a tante complicazioni, anche per la ripartizione del reddito e il
pagamento delle tasse; ma c’è una soluzione che elimina ogni difficoltà:
assegnare quei due chilometri quadrati in proprietà perpetua alla erigenda
Parrocchia di San Pietro Eremita, la quale in tal modo ne amministrerà i
proventi, destinandoli ai bisogni della chiesa, all’assistenza degli indigenti,
e anche all’obolo di San Pietro, perché non ci dobbiamo dimenticare della Santa
Sede da cui dipendiamo e che ha bisogno del nostro sostegno per sopperire alle
sue molte esigenze di carattere internazionale.»
Era una soluzione opinabile. A Tommaso sembrò la
migliore dopo la sua, che non era stata compresa in tutti i suoi benefici. Egli
disse:
«E’ bene che la parrocchia abbia dei beni per poter
agire e intervenire nel suo ambito con una certa libertà. Fin dai primi tempi
del Cristianesimo
Sappiamo tutti quanto questi enti religiosi, e
specialmente le abbazie benedettine, abbiano contribuito nel Medioevo e anche
dopo alla civilizzazione, alla diffusione della cultura e del Cristianesimo.
Questi beni ecclesiastici che dotavano anche diocesi e parrocchie, e
ottemperavano bene o male alle loro finalità benefiche, nel sec. XIX, come voi
ben sapete, furono incamerati dallo Stato col pretesto che essi rimanevano
inservibili per il progresso economico della Nazione.
E che ne fece l’Erario? Li vendette o meglio
svendette subito ai latifondisti e agli speculatori finanziari, e così
servirono solo all’arricchimento dei pochi e all’impoverimento dei molti.»
A Tommaso replicò il nostro ex-presidente:
«Caro amico, tutti gli economisti concordano che il
patrimonio ecclesiastico era un impedimento al progresso economico e agricolo,
ed era infatti chiamato “manomorta”; tu invece hai prospettato la proprietà
chiesastica come necessaria per la libertà della Chiesa e del Papato. In realtà
la libertà gliel’ha tolta. Infatti col potere temporale
I beni terreni, il dio denaro, sono fonte di
mondanizzazione e di prevaricazione. Gesù ha messo in guardia i suoi discepoli
dalla tentazione del dio quattrino, quando ha loro ordinato “Non procuratevi
oro, né argento, né moneta di rame”[10].»
Monsignore lo interruppe dicendo:
«E secondo te, egregio dottore, il clero dovrebbe
vivere di aria?»
«Se il sacerdote si dedicherà al suo gregge, questo
non gli farà mancare il necessario. Come le pecore ricambiano il pastore
dandogli il latte e la lana, così i fedeli, se curati dal loro parroco, non gli
faranno mancare il vitto e l’alloggio “perché l’operaio ha diritto al suo
nutrimento” come afferma lo stesso Gesù[11].
Infine fo presente che
Monsignore replicò vivacemente:
«Se non esiste, esisterà tra poco sia il santo sia
la sua parrocchia. Mi meraviglio molto dello scetticismo del dottore, o per
meglio dire della sua ostilità al clero, assertore e custode del Cristianesimo,
il che fa sospettare opposizione allo stesso Cristianesimo, il quale è
rappresentato dalla Chiesa da Cristo istituita.»
Era chiaro che monsignore aveva voluto provocare il
dottore per far degenerare la discussione in rissa; ma il dottore non rispose a
quella maligna insinuazione.
Io però considerai mio dovere rintuzzare l’accusa e
dissi:
«Il nostro ex-presidente nella sua saggezza non
risponde all’evidente provocazione di monsignore, ma io, per amore della
verità, devo dire come stanno le cose. Non siamo noi che abbiamo travisato il
Cristianesimo, ma abbiamo cercato di attuarlo come voleva Gesù, nell’umiltà e
nella povertà, guidati dall’eremita, uomo veramente ispirato. Perché noi
potessimo attuare il precetto evangelico, Dio ha fatto sorgere una nuova terra,
e in essa ha fatto sgorgare una sorgente di acqua viva.
Questi due fatti miracolosi attestano che il nostro
proposito era benedetto da Dio, che lo aveva ispirato al suo profeta. Finché
questi è stato la nostra guida noi abbiamo camminato sicuri sulla via del
perfezionamento spirituale, coltivando le virtù evangeliche della povertà,
dell’umiltà e dell’amore fraterno.
Poi sotto la sua guida, monsignore, la vita in
questa baia è mutata, e noi primi venuti non ci riconosciamo più in essa,
perché ci sembra uguale o peggiore di quella di Roma, dalla quale siamo voluti
fuggire. Ora nella baia Adelfia circola il denaro, si afferma la proprietà
personale, si compra e si vende, e si cerca l’arricchimento e il godimento. Ed
è evidente che l’arricchimento di alcuni porta l’impoverimento di altri. Una
volta qui c’era perfetta uguaglianza e solidarietà, e soprattutto nessuna
competizione, ma assoluta concordia.»
Monsignore appariva molto irritato per le mie
parole e stava preparando la sua risposta, quando per calmare le acque
intervenne l’ingegnere:
«Cari amici, quello che è avvenuto in questa baia
non è colpa di nessuno, o meglio non c’è stata colpa alcuna, non è avvenuto un
deterioramento, ma piuttosto una evoluzione naturale. Quella vita umile e
povera, in un comunismo totale, non marxista ma evangelico, era possibile per
una piccola comunità di privilegiati dalla Grazia, diciamo di cenobiti. Ma Dio
non vuole certamente essere venerato e amato da una élite, ma da molti,
possibilmente da tutti.
Ecco come si spiega il cambiamento avvenuto in
quest’isola: è un’evoluzione naturale di una società che non vuole il comunismo
marxista, ammette la proprietà privata, ma controllata dalla legge, e si fa
guidare da sacerdoti saggi e culturalmente preparati, che la terranno sempre
lontana dalla plutocrazia, dal capitalismo sfrenato, in un’economia di mercato
equilibrata e solidale.»
L’ingegnere evidentemente voleva sedare le
polemiche e smorzare i toni con un’interpretazione ottimistica della realtà, ma
monsignore volle sfogare la sua indignazione contro di me e il dottore, e
disse:
«Voi due siete davvero irritanti: con la vostra
supponenza, con i vostri giudizi, vi credete in grado di interpretare la parola
di Dio, mentre la sola interprete genuina di essa è
Non replicai all’accusa per non alimentare la
polemica e lo scontro ideologico e anche politico. Ho già detto che in Adelfia
si erano formati due partiti, di cui
Tuttavia quel giorno la direzione non prese alcuna
decisione, in attesa – spiegò monsignore – che l’eremita fosse canonizzato e fosse
istituita la parrocchia di San Pietro Eremita. Ma in realtà questa sospensione
era voluta, perché monsignore pensava ad un’altra soluzione del problema, che a
lui non dispiaceva, e piaceva sommamente a quelli che lo sostenevano.
Una sera che ero in casa col dottore e stavamo
parlando della nostra situazione ormai critica, venne a trovarci Tommaso. Ci
meravigliammo perché lo sapevamo passato al campo avverso, ma egli si presentò
molto amichevolmente, ci strinse calorosamente la mano e disse:
«Cari vecchi amici, non crediate che vi abbia
abbandonato. Sì, in direzione, sono passato alla maggioranza, perché ho capito
che stare all’opposizione ormai non serviva, mentre nella maggioranza avrei
potuto recare qualche utile apporto. Ho sempre voluto essere un uomo libero e
giudicare col mio cervello. Più di una volta vi sarò sembrato un incredulo per
i miei dubbi; ma il mio dubbio non era scettico, ma metodico, come via per
arrivare alla verità, alla certezza.
E ora una verità l’ho scoperta e ve la comunico,
per dimostrarvi la mia amicizia e onestà… Ebbene, la gran discussione che si è
fatta in direzione è stata tutta una manfrina, una messinscena per nascondere
il loro proposito nel mentre lo stanno attuando. Monsignore e l’ingegnere
stanno perfezionando la vendita del lido Balenottera alla società Mira, la quale avrebbe offerto la somma
notevole di venti annualità di fitto. Somma notevole, ma essi pensano di
ottenere di più interessando altre società armatoriali e turistiche, e
probabilmente
Anch’io conoscevo l’importanza di questo affare e
proponevo la divisione di quella superficie in trecento particelle da
commercializzare. Ma per farle fruttare ci voleva tempo e abilità. Ora con la
vendita l’affare è subito fatto, perché la somma ricavata sarà divisa in parti
uguali a tutti i cittadini di Adelfia. E’ evidente che meno sono gli aventi
diritto, più sarà la quota parte di ognuno. Ecco perché monsignore da molti
mesi non fa più giungere neofiti, e fa di tutto per indurvi a lasciare l’isola.
Infatti se tutti quelli del vostro partito abbandonassero
l’isola, la somma che i rimanenti riceveranno sarebbe notevolmente maggiore. Si
tratta di cifre da capogiro: ho sentito parlare di centinaia di migliaia di
euro per ciascuno dei fortunati abitanti, che diventeranno tutti ricchi, molto
ricchi, così, dalla sera alla mattina, come vincendo una lotteria di cui non
hanno neppure pagato il biglietto… Che ve ne pare, amici?»
Io dissi:
«Ci sembra che le cose vadano proprio in questo
senso; infatti essi fanno di tutto per renderci qui la vita impossibile. Al
nostro dottore hanno prima tolto la presidenza, poi anche la direzione del
servizio sanitario. L’hanno subito data al giovane medico che hanno fatto
venire. Per trecento abitanti c’era forse bisogno di due medici? E per trecento
anime c’era bisogno di quattro frati? Noi, Tommaso, avevamo già intuito il
disegno di costoro, ora tu ce ne dai la certezza. Ti ringraziamo per la tua
correttezza e sincerità, anche se ci rammarichiamo per la tua scelta di campo…
Ma, secondo te, noi che dovremmo o potremmo fare?»
«Resistere, amici, non raccogliere le provocazioni,
pazientare, così da una parte farete fallire il loro disegno, dall’altra, se
questa manna ci sarà, ne avrete parte anche voi, che siete stati i fondatori di
Adelfia.»
Il dottore disse sorridendo:
«Dobbiamo restare per diventare ricchi anche noi?
Era questa la nostra finalità, Tommaso, quando siamo sbarcati in questa terra
nuova?»
«Non per arricchirvi, ma per compensarvi delle
grandi spese che avete sostenuto nei primi tempi, per le quali avete venduto,
tutti o quasi, i vostri beni a Roma.»
«Lo abbiamo fatto per obbedire alle parole che Gesù
disse al giovane ricco: “Và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai
un tesoro in cielo, poi vieni e seguimi.”[12]
E’ difficile obbedire a questo invito, “perché la preoccupazione del mondo e
l’inganno della ricchezza soffocano la parola“[13],
e lo stesso Gesù amaramente conclude: “E’ più facile che un canapo passi per la
cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei Cieli.”[14]
Quindi, caro Tommaso, se ce ne andremo, lo faremo
proprio per non diventare ricchi. E se questa associazione si è corrotta, è
avvenuto proprio per la sete di ricchezza che a poco a poco si è insinuata in
essa come un veleno.»
«E allora voi cederete e lascerete l’isola?» chiese Tommaso.
«Dobbiamo decidere» rispose il nostro presidente.
«Se io rimango» disse Tommaso «non è tanto per
l’attesa dei soldi, quanto per una certa curiosità… e un certo scetticismo… insomma
voglio vedere come andrà a finire.»
«Andrà a finire certamente male.» conclusi io «La
vecchia Atlantide, ricordati, Tommaso, quando i suoi abitanti si corruppero,
sprofondò nell’oceano. Che la nuova Atlantide faccia la stessa fine?»
«Dio ne scampi e liberi! Comunque io starò
all’erta, e non mi farò sorprendere… come voi sapete, sono diffidente per
natura.»
«Non sappiamo» concluse in nostro presidente «quale
sarà il giudizio di Dio. Ma questa nuova terra è stata a noi affidata per
instaurarvi il regno di Dio, e non il regno di Mammona… Noi, è quasi certo che
ce ne andremo; tu, Tommaso, fa come il cuore ti detta… Comunque ti ringraziamo
per le utili informazioni che ci hai dato.»
«E continuerò a darvene, se potrò… Il mio cuore è
sempre con voi. Arrivederci.»
La vita nella baia continuò a svolgersi secondo le
direttive di monsignore, che anche a Roma portava avanti il suo piano. Infatti
dopo pochi mesi lo stesso postulatore della causa venne con due confratelli ad
annunciarci che la causa era stata vinta, e che la comunità era stata
dichiarata parrocchia col titolo di San Pietro Eremita.
Monsignore indisse una grande festa per la domenica
successiva, con una messa solenne, celebrata da lui, assistito da tutti i
frati. All’omelia annunciò che al nuovo santo sarebbe stato eretto un santuario
sulla sua tomba, e la prima pietra sarebbe stata posta quello stesso
pomeriggio. Invitava tutti alle 17 per andare in processione al sepolcro per la
solenne fondazione.
L’ingegnere aveva già pronto il progetto, e per
realizzarlo aveva accumulato il materiale, e quindi i lavori per l’erezione del
tempio cominciarono il lunedì successivo. Per questi lavori furono fatti venire
altri operai, comuni e specializzati, e la vita nella baia divenne più confusa,
quasi frenetica.
Da tempo
nell’isola era stata attivata la telefonia mobile, e ora ognuno aveva il suo cellulare
e ogni casa era stata fornita di un televisore Sony piatto, ultima generazione.
Molti avevano il PC e qualcuno anche il collegamento Internet, e con questo
molta spazzatura inondò la baia, con la pornografia e anche la pedofilia e con
le offerte di sesso estremo.
Tommaso ci fece sapere che la trattativa per la
vendita di Baia Balenottera alla Mira
stava per concludersi favorevolmente, e che monsignore stava complottando per
espellerci da Adelfia per deviazionismo, per cui eravamo diventati indesiderabili.
Cominciammo a pensare seriamente alla partenza; ma innanzi tutto dovevamo
contarci, e volevamo adesioni libere, senza condizionamenti neppure affettivi.
Dalla radio e dalla televisione venimmo a sapere
che il Brasile aveva contestato dinanzi alla Corte dell’Aia la dichiarazione
italiana di exclave, e che prima o
poi i cittadini di Adelfia sarebbero stati chiamati al referendum per scegliere
tra Italia e Brasile, scelta che spaccava n0n solo la direzione, ma anche
ambedue i partiti.
Per l’Italia giocava la tradizione nazionale e la
lingua, ma giocava contro il fiscalismo e la burocrazia cieca e sorda; per il
Brasile giocavano le molte allettanti promesse, e precipua quella di esenzione
perpetua dalle tasse federali, per cui nell’isola ci sarebbero state solo tasse
comunali da spendere per i servizi municipali (sanità, sicurezza, pulizia,
scuola, assistenza). C’era però l’ostacolo della lingua la quale, anche se
deriva dal latino come l’italiana, non è facilmente comprensibile se non è
appositamente studiata.
Non mancavano poi quelli che temevano il consiglio fraudolento che Guido da
Montefeltro diede a Bonifacio VIII: “lunga promessa con l’attender corto”[15].
Monsignore e i suoi frati facevano la propaganda
per l’Italia, dato il loro legame col cardinale che in Vaticano fungeva da loro
patrono, ma pare che anche loro furono tentati. Tommaso ci disse che
Dopo la canonizzazione di fra Pietro e l’elevazione
della chiesa di Adelfia a Parrocchia, monsignore poté attuare il suo proposito
di dotare il nuovo ente di notevoli beni. Quando fu fatta la lottizzazione
dell’isola, erano rimasti non assegnati i molti ettari delle piantagioni, che
venivano ancora lavorati collettivamente. Ora si decise di assegnare quei
quindici ettari in proprietà perpetua alla parrocchia di San Pietro Eremita.
Sicché la parrocchia e quindi il parroco, cioè
monsignore, avrebbe potuto affittare quei terreni a chi volesse coltivarli, a
un canone annuo da concordare. Avrebbe potuto anche venderne dei lotti a chi
avesse voluto costruirsi una villa in campagna; insomma quei quindici ettari
erano una invidiabile proprietà, fonte di lauti proventi a favore della chiesa,
che non doveva risponderne a nessuno. E una chiesa ricca diventa
inevitabilmente una chiesa corrotta.
La canonica non sembrò più sufficiente per le
comodità dei frati, e assieme al santuario, e proprio dirimpetto ad esso, fu
iniziata la costruzione di una sede
parrocchiale, ampia il doppio e fornita di un’attrezzata cucina, una grande
sala da pranzo e anche una sala da proiezione. E al loro servizio la direzione
sacerdotale chiamò altre due donne, una come cameriera e una come segretaria.
Molti mugugnavano per tutte queste novità, ma
nessuno osava protestare, e quel mezzo convento spendeva e spandeva il suo
molto denaro, col quale ammorbidiva talora l’opposizione dei protestatari.
Il referendum per decidere l’appartenenza era stato
fissato per il primo novembre del 2109, e a mano a mano che ci si avvicinava a
quella data la propaganda elettorale divenne più accesa. La direzione si
premurò di evitare infiltrazioni surrettizie di votanti, e istituì il servizio
anagrafico. Anzi organizzò una sede municipale, con le direzioni di tutti i
servizi di cui si sentiva bisogno, come quello sanitario e quello scolastico.
Il tricolore, che prima sventolava al balcone del
municipio, fu tolto una volta fissato il referendum, ma alle finestre di molte
case si vedevano esposte piccole bandiere o italiane o brasiliane.
Ho già detto che alla baia si erano formati due
partiti, uno maggioritario,
In quell’estate ricevemmo un’altra visita della
nave-scuola della Marina Brasiliana, sulla quale navigava mio cugino. Non
portava diplomatici, ma molto materiale propagandistico e centinaia di
pacchi-dono avvolti nella bandiera brasiliana. Ogni pacco, di circa
Io parlai a lungo con mio cugino, perché il veliero
si trattenne una settimana. Scherzai con lui dicendo che, da ufficiale di
Marina, si era trasformato in propagandista elettorale, con tutti quei pacchi
da distribuire e quei discorsetti da tenere nelle varie case, di cui fu
incaricato lui e un’altro ufficiale di origine italiana. Sorrise anche lui e
rispose:
«Non ne potevamo fare a meno, per la nostra lealtà
e fedeltà al Governo che ci ha dato questo incarico. Del resto i doni sono dati
a tutti senza distinzione, per dimostrare loro l’amicizia e la vicinanza del
popolo brasiliano. Riguardo alle promesse contenute negli opuscoli e depliant
distribuiti, io sono convinto che saranno mantenute: il nostro è un Governo
serio e anche fornito di mezzi per mantenere le sue promesse.»
Gli risposi che avevo ironizzato sulla sua missione
propagandistica solo per chiacchierare, perché a noi della vecchia guardia non
interessava il risultato del referendum, al quale non avremmo partecipato.
«Allora vi asterrete? E perché? Per farlo fallire?
A quale scopo?»
«Non per questo; del resto non sarebbe possibile.
E’ un referendum alla svizzera, che è valido qualunque sia la percentuale dei
votanti. Noi non voteremo perché non ci saremo più; abbiamo deciso di
andarcene, di tornare a Roma, la nostra missione qui è fallita. Quella comunità
di vita cristiana che noi avevamo istituito in questa nuova terra non esiste
più, c’è un villaggio mondanizzato non meno del resto del mondo, anzi per molti
aspetti anche di più.»
«Non lo sapevo, cugino, e mi dispiace, ma vi
capisco. Voi volevate vivere al riparo dalla corruzione generale, in un’isola
sperduta nell’oceano, ma che per la sua bellezza è stata appetita e fagocitata
dal Leviatan mondano. Non è così, cugino? E come potevate difendervi dal
mostro? Dovevate andare in un deserto. A parte lo scherzo, io ti posso dire una
cosa, cugino.
Se, non demoralizzati dall’insuccesso, volete
ritentare la prova, in Brasile ne avete ampia possibilità. E’ un paese vasto,
il quinto del mondo per superficie, diviso in 26 Stati dei quali alcuni sono
scarsamente abitati, e desiderosi di accogliere comunità di colonizzatori, alle
quali offrono in uso perpetuo delle zone franche, dove operare liberamente,
sfruttandone le possibilità.
Molte comunità ne hanno approfittato, ma si tratta
di sette pseudo-cristiane, con riti paganeggianti o vudù e comportamenti
aberranti, che più di una volta hanno dato filo da torcere alle autorità dello
Stato per le loro manifestazioni illegali o immorali o barbariche. Una comunità
come la vostra, di vera vita cristiana, sarebbe la benvenuta in quegli Stati,
che vi affiderebbero zone riservate da sfruttare.
Uno di questi Stati è sicuramente il Mato Grosso,
che ha una superficie tre volte dell’Italia e una popolazione di appena tre
milioni di abitanti. Se la cosa vi interessa, io ho a Culabà, la capitale, un
amico che si è laureato con me a San Paolo e, che è impiegato statale; con lui sono
in corrispondenza, e una volta sono stato anche a trovarlo. Nel Mato Grosso,
che significa Grande Bosco, potreste
trovare la sede ideale.»
«Non so quello che faremo. Innanzi tutto devo
pensare alla mia famiglia, ai miei figli. Sono cresciuti qui con noi e hanno
portato avanti i loro studi con grandi sacrifici, andando e venendo da Roma e
studiando da privatisti.
Domenico si è maturato e ha preso Legge, aiutato da
me; ora è al terzo anno, e desidera fare un po’ di frequenza. Lo stesso dicasi
di Angelo che si è maturato e ha preso Medicina, aiutato dal nostro bravo
dottore; ma è ancora all’anatomia, che è difficile digerire senza laboratori.
Luisa ha preso la licenza media e vorrebbe iscriversi al classico. Sono in
dovere di sentirli e di seguirli. Poi c’è Rosa, devo sentire anche lei; mi ha
sempre seguito e si è sacrificata, molto.
E poi ci sono gli altri della vecchia guardia e le
loro famiglie… Comunque finora ci stiamo contando, noi intenzionati a lasciare
la baia. L’elenco è quasi definitivo, siamo quaranta, stiamo preparando le
valigie, ma non abbiamo ancora fissato la partenza.»
La
nave-scuola brasiliana era ancora nella baia, quando fu diffusa la notizia che
il Governo Argentino aveva fatto ricorso alla Corte Internazionale dell’Aia
chiedendo la sospensione del plebiscito, asserendo che l’Argentina per il
trattato di Tordesillas aveva diritto sull’isola, e che il referendum non
doveva essere tra Italia e Brasile, ma tra Italia, Argentina e Brasile. Per
questo il Governo di Buenos Aires chiedeva lo spostamento del referendum di
almeno sei mesi.
La notizia, per noi intenzionati a partire, era del
tutto indifferente, ma in seno ai due partiti, filo-italiano e filo-brasiliano,
suscitò irritazione, perché quella argentina era evidentemente una manovra
dilatoria, per far perdere tempo, per creare difficoltà, perché non era
pensabile che al referendum vincesse il partito argentino, che neppure esisteva
nell’isola.
Parlai del fatto con mio cugino, il quale era più
informato di me e aveva molto acume nel campo politico. Egli mi disse:
«L’Argentina sa che non può attendersi niente da un
referendum dilazionato. Vuole in realtà bloccarlo perché, io penso, ha in animo
di prendersi con la forza l’isola, che è completamente disarmata, e così porre
la comunità internazionale davanti al fatto compiuto.
La spiegazione di mio cugino mi parve subito molto
probabile, e mi ricordai che quando i colonnelli sono andati al potere con i
loro golpes, nelle varie traballanti
repubbliche del vecchio o del nuovo mondo, sempre hanno tentato di affermarsi
all’interno con qualche impresa esterna. Questo fecero i colonnelli greci
quando tentarono di occupare Cipro, suscitando la violenta reazione turca;
questo fecero i colonnelli argentini quando occuparono le Falkland, suscitando
la violenta reazione inglese. Ma i colonnelli hanno poca memoria storica, ed
era sommamente probabile che quelli argentini ci avrebbero riprovato. Loro
riconoscono solo la forza delle proprie truppe e disprezzano quella degli altri
e dell’opinione pubblica.
Mi ricordai che quando venne quella corvetta
argentina, il capitano ci voleva imporre la bandiera del suo paese, e davanti
al nostro rifiuto, se ne andò protestando e minacciando, anche se non lo disse
esplicitamente, un’azione di forza.
Il veliero brasiliano partì, e noi pensammo solo a
preparare i bagagli per lasciare l’isola. Quando monsignore lo seppe, pensò che
per lui era più conveniente espellerci come deviazionisti, prima che noi
lasciassimo l’isola magari accusando lui di deviazionismo.
Venne a dircelo Tommaso, affermando che il decreto
di espulsione era già stilato, con tutti i nostri nominativi e le accuse a noi
rivolte, tra cui il relativismo, il modernismo e l’interpretazione personale
delle Sacre Scritture. Monsignore stava aspettando l’arrivo del cardinale-patrono,
perché voleva radunare la direzione in sua presenza, onde dare al decreto
maggiore solennità e unzione sacra.
Noi non aspettammo il cardinale e partimmo con
Monsignore non si ritenne soddisfatto e, alla
venuta del cardinale e alla sua presenza, fece approvare in direzione il
decreto con le accuse a noi mosse, che ci facevano passare come eretici e degni
di scomunica.
Noi a Roma cercammo di far rivivere la vecchia nostra
Adelfia, ma seguivamo anche le
vicende della Adelfia che avevamo
lasciata. Essa ormai era seguita con interesse anche dalla stampa e dalla
televisione, tanti erano i fatti che la rendevano appetita ai media: il santo
eremita, il suo santuario, i suoi miracoli, la sua ricchezza e la competizione
per possederla.
La televisione italiana vi aveva installato un
giornalista, e anche il Brasile vi aveva un suo corrispondente. Venimmo così a
sapere che la salma dell’eremita era stata esumata e posta in una ricca bara
lignea, da collocare nell’altare
maggiore del santuario che stava per essere terminato. L’esumazione della salma
era stata eseguita dai frati alla presenza del cardinale, e si diceva che era
stata trovata intatta, ma altri avanzavano sospetti, perché all’esumazione non
era stato presente alcun medico; comunque la notizia circolava e accresceva la
fama di San Pietro eremita.
Infatti la voce del suo corpo intatto, alimentata ad
arte, attirava pellegrini alla baia per venerare la salma, provvisoriamente
esposta su un catafalco nella chiesa parrocchiale. Accanto al feretro c’era una
cassetta delle elemosine che portava la scritta “Per terminare il santuario”.
Le offerte fioccarono. Infatti questo fu terminato a tempo di record, i
pellegrini e le offerte continuarono a crescere.
Tommaso, che scriveva spesso, ci fece sapere che i
frati, per custodire il loro denaro, avevano fatto venire, non da Roma ma da
Filadelfia (USA), una robusta cassaforte antiscasso, in cui chiusero il loro denaro,
e anche qualche lingotto, e in tutto segreto l’avevano murata al pianoterra del
campanile, e stavano pensando a come investire, per farlo fruttare, il loro
tesoro.
Intanto l’ingegnere con un collega aveva pensato ad
aprire una banca, per rastrellare il risparmio, offrendo l’interesse del 2,5%.
Molto era il denaro che circolava, e molti erano gli speculatori che
promettevano anche il 15-20% con i loro prodotti finanziari, o falsi o emessi da
banche inesistenti, e molti ingenui ci cascavano, e si ritrovarono scippati del
loro capitale e, da ricchi che erano, divennero poveri dall’oggi al domani.
La banca che avevano aperto l’ingegnere col suo
socio era onesta, e su solide basi, con tutto il liquido che i due fondatori vi
avevano immesso, perché essi erano, dopo monsignore, i più ricchi dell’isola.
Per sede della banca essi comprarono dalla
parrocchia la vecchia canonica e la ristrutturarono per servire alla nuova
funzione. Scavarono sotto il pianterreno un locale per il caveau, dove
collocarono una cassaforte tedesca fatta venire da Amburgo.
L’immigrazione nell’isola non era più sottoposta ad
alcun controllo, ma il Municipio stabilì che non si poteva ottenere la
cittadinanza se non dopo cinque anni di residenza. Dato che non c’era una vera guida
spirituale e neppure un’autorità che salvaguardasse almeno la comune morale e
il pudore, l’isola fu invasa da vacanzieri licenziosi e anche da prostitute.
Dalla baia Balenottera, ora in possesso della Mira, al resto dell’isola non c’era più
alcun confine, si andava e veniva a piacimento, e la direzione di Adelfia non
si preoccupava di arginare il degrado morale. I suoi membri ormai pensavano
solo al loro “particulare”, cioè a come far fruttare la loro carica. Dalla baia
Balenottera si infiltrarono anche prostitute e viados in cerca di clienti.
I doni che il Creatore ha dato all’uomo per essere
da lui liberamente obbedito e amato, cioè l’intelligenza e il libero arbitrio,
ormai servivano solo per studiare i mezzi disonesti di guadagnare e avere
sempre più potere e piacere, imponendosi sugli altri, meno furbi e meno abili o
semplicemente meno disonesti.
La direzione ierocratica, invece di contrastare il
degrado morale, ne dava essa stessa un esempio. Al suo servizio fece venire da
Roma, come PR, una molto giovane laureata; ora sentiva il bisogno di curare la
propria immagine, perché capiva di perdere consensi. Infatti molti cittadini,
pur mondanizzati, non gradivano la spregiudicatezza e partigianeria di alcuni frati
della direzione.
Il cardinale romano, che era il loro protettore,
espresse in quei mesi il desiderio di andare ad abitare nell’isola, non appena
fosse stato posto in quiescenza dal Vaticano. La parrocchia subito gli donò un
ettaro della sua terra, e l’ingegnere cominciò a costruirvi una villa in stile
palladiano. Insomma ormai la ricchezza faceva sfoggio di sé, si pavoneggiava e
costituiva il valore sociale supremo.
E alla ricchezza sfondata di alcuni corrispondeva,
come di regola avviene, la nera povertà di altri, e il Municipio dovette
istituire per essi un servizio assistenza. Com’era potuto avvenire che, da un
giorno all’altro, perdessero tutti i loro soldi? Erano stati truffati dai
venditori di fumo.
Nell’isola regnava ormai l’illegalità. L’Italia,
pur considerandola una propria exclave,
non aveva istituito nell’isola una polizia e una magistratura, confidando nell’autorità
della direzione. La legge e i codici (civile, penale e commerciale) erano
quelli italiani, ma chi li faceva rispettare nell’isola?
Quell’arricchimento improvviso, dovuto alla
lottizzazione e alla vendita della baia Balenottera, aveva per così dire
ubriacato e stordito i cittadini, e aveva contemporaneamente fatto piombare
nell’isola tanti speculatori e imbroglioni, che vendevano bond e altri prodotti finanziari di banche e ditte straniere,
incassavano il denaro e poi sparivano. Ci cascarono i più ingenui e anche i più
avidi, attirati dagli alti intereressi offerti, 20-25% e ancora più alti.
Come il cacio attira i topi, così il denaro attira
i ladri, e nell’isola cominciarono a verificarsi dei furti. Il sindaco corse ai
ripari istituendo un corpo di otto guardie comunali, ma queste, arruolate senza
adeguata selezione e preparazione, risultarono inefficienti per imporre
l’ordine e la sicurezza, anche perché non era stato ancora emanato un
regolamento di polizia urbana, e non si sapeva con precisione ciò che non si
poteva fare e quali fossero le sanzioni per le illegalità.
E naturalmente i malintenzionati approfittavano di
questa situazione caotica, che si aggravò, e dai furti si passò alle rapine, e
nell’isola comparvero le armi.
I gravi fatti che mi accingo a narrare sono stati
pubblicati dai giornali di Roma, e non mi indugio in essi più di tanto; mi
basta accennarvi per dimostrare che il denaro, così appetito, è anche causa di
infiniti mali.
Nella notte di San Silvestro 2109, mentre
nell’isola si faceva baldoria con i fuochi artificiali e i botti, con la gente che ballava e brindava in piazza, una banda di
malandrini sbarcò non vista e, con armi personali e una grossa carica di
tritolo, andò direttamente al campanile: evidentemente una talpa li aveva
informati che lì era custodito il tesoro della parrocchia, ossia della
frateria.
Non tentarono neppure di forzare il portone
blindato, piazzarono lì la carica e fecero saltare tutto il locale. La
cassaforte, scardinata dal muro, giaceva a terra intatta. Se la caricarono su
una specie di barella che avevano portato, raggiunsero in tutta fretta il grosso
gommone che li attendeva in una caletta appartata e si allontanarono a gran
velocità verso la nave piratesca che aveva organizzato il colpo.
La deflagrazione dell’esplosivo era avvenuta
proprio allo scoccare della mezzanotte, e quasi tutti credettero che qualche
buontempone avesse fatto esplodere un petardo eccezionale, onde il botto
spaventoso. Il mattino successivo videro l’enorme squarcio alla base del
campanile, che ne pregiudicava la stabilità. L’ingegnere disse che poteva
crollare da un momento all’altro, e ammonì tutti di tenersi a debita distanza.
Molti rimasero a guardare, attendendo l’evento, e
si volevano godere lo spettacolo. Verso mezzogiorno, essendosi levato un forte
maestrale, il campanile crollò d’un tratto con tutte le campane, che risuonarono
a terra sinistramente, in mezzo a un gran polverone che quasi accecò gli
spettatori, i quali ebbero poco di cui godere.
Il campanile era alto
Fu una vera fortuna che il forte vento avesse fatto
cadere il fusto del campanile verso il lato libero della piazza, arrivando col
lanternino a una ventina di metri dalla base; se fosse caduto verso la chiesa,
la avrebbe certamente lesionata, e forse gravemente. Perciò monsignore indisse
per la sera una celebrazione liturgica per lo scampato pericolo.
Ma le parole che egli disse ai convenuti sapevano
poco di rendimento di grazie. Iniziò stigmatizzando la malvagità di uomini che,
a sangue freddo, programmavano e attuavano azioni così efferate, che erano
anche gravissimi e imperdonabili sacrilegi. Poi lamentò che ora la parrocchia
era rimasta senza mezzi, e non poteva più aiutare i bisognosi, ma aveva essa
stessa bisogno di essere aiutata. Chiuse dicendo che si doveva restituire alla
chiesa la pia voce delle campane, ricostruendo il campanile tal quale, e
rimettendo al loro posto i sacri bronzi.
Quando monsignore si sedette, si alzò a parlare il
sindaco, cioè l’ingegnere-banchiere. Disse che per i bisogni della parrocchia
avrebbe aperto un credito fiduciario presso la sua banca, e che per la
ricostruzione del campanile, del quale conservava i disegni e le misure,
avrebbe l’indomani aperto una colletta alla quale lui contribuiva con 50.000
euro. Esortò tutti a essere generosi affinché al più presto nella baia si
potesse riascoltare il dolce suono dell’Ave Maria della sera.
Debbo precisare che tutti questi particolari li ho
saputi da una lettera di Tommaso, giuntami dieci giorni dopo il fatto. Anche
lui era rimasto scioccato dall’attentato dinamitardo, che aveva mandato in fumo
i denari della parrocchia: i suoi, diceva, erano al sicuro nel caveau della
banca.
Per renderli più sicuri l’ingegnere, da quando
erano cominciati i furti nell’isola, aveva ingaggiato sei vigilantes che facevano la guardia alla sua banca giorno e notte,
alternandosi ogni tre ore, di giorno uno solo, la notte in due. Non erano
armati: in caso di pericolo dovevano suonare l’allarme; era una sirena così
forte e di suono così stridente che faceva proprio saltare le gambe, i nervi e
anche i timpani. Io l’ho sentita una sola volta, alla sua installazione, e non
volli sentirla una seconda volta.
Ma la dovettero sentire un’altra volta, gli
isolani, verso le ore 3 del 6 gennaio 2110, giorno dell’Epifania, quando gli
stessi malandrini sbarcarono con i candelotti di dinamite per far saltare il
tesoro della banca. Vedendo i due vigilantes, gli spararono addosso, ma ne
colpirono solo uno; l’altro, illeso, fece scattare l’allarme. La sirena
rompi-timpani li fece desistere dall’impresa dinamitarda; ma erano uomini duri
e ne attuarono subito un’altra che, se non fruttava sul momento, avrebbe
fruttato in seguito: sequestrarono e portarono via con loro il vigilante, rimasto
illeso ma mezzo morto di paura.
La sirena suonò per tutto il minuto programmato,
perché non c’era nessuno che la disattivasse. Tutta Adelfia fu destata. Quelli
che possedevano una pistola (non erano pochi), la impugnarono e uscirono, ma
vedendo tutto buio si fermarono incerti, non sapendo che fare in
quell’oscurità. Era avvenuto che la sirena aveva fatto spegnere l’impianto di
illuminazione pubblica al quale era collegata.
Quando finalmente cessò l’urlo della sirena, tornò nelle
strade la luce, e i quattro vigilantes a riposo, le guardie comunali e molti
coraggiosi accorsero alla banca, dove trovarono il povero ucciso steso davanti
al portone, in una pozza di sangue. Accorse anche il medico, e fece portare il corpo
in infermeria, dove ne constatò la morte: i due colpi di pistola che lo avevano
raggiunto avevano reciso l’arteria femorale e quella iliaca, dissanguandolo in
pochissimo tempo.
Furono guai per i due banchieri, che dovettero
indennizzare la moglie dell’ucciso con una forte somma, e ne dovettero pagare
una più grande per riscattare il sequestrato.
Nell’isola si incominciò a vivere nella paura, a
comprare pistole e carabine, a chiudersi in casa, a mettere porte blindate; non
c’era più sicurezza, anche perché non c’era un vero corpo di polizia. Il
sindaco radunò il consiglio comunale (cioè la vecchia direzione) per decidere
il da farsi. Si decise di inviare una petizione al Governo perché istituisse al
più presto nell’isola una stazione dei carabinieri. Il Governo non aderì
subito; volle approfittare di quella richiesta, dettata dalla paura, per legare
l’isola indissolubilmente all’Italia. Volle cioè una richiesta plebiscitaria e
l’ottenne; così finì la contesa col Brasile, ma non con l’Argentina che non
volle riconoscere validità al pronunciamento, essendo pendente la sua causa
davanti al tribunale internazionale.
La paura degli abitanti aumentò quando un brutto
giorno, attingendo l’acqua ai pozzi, si accorsero che era salata e non più
utilizzabile. C’era il dissalatore, ma la sua produzione era insufficiente per
soddisfare l’utenza, e l’acqua fu erogata solo due ore al giorno. Poi anche
questo provvedimento apparve inadeguato, perché in quelle due ore le famiglie
tenevano i rubinetti sempre aperti per costituirsi delle scorte e avvenivano
anche degli sprechi. Quindi l’acquedotto fu chiuso e l’acqua distribuita con le
autobotti, dieci litri a famiglia.
La vita nella baia Adelfia cominciò a essere
difficile, e tutti erano preoccupati. Molti cominciarono ad accozzare le loro
cose per lasciare l’isola. Ci furono svendite di lotti e di case, tanti erano
quelli che volevano realizzare e andarsene. L’ingegnere chiuse la sua banca e
ne trasferì i conti correnti e i depositi al Banco di Roma.
Monsignore e i suoi accoliti erano sconcertati: le
messe continuavano a essere celebrate, ma quelli che vi assistevano erano
sempre di meno, le omelie erano sempre più brevi e generiche: esortavano ad
avere pazienza, perché Dio li sottoponeva a una prova, che potevano superare
con l’intercessione di San Pietro, il cui feretro era ancora esposto nella
chiesa parrocchiale. I lavori per le rifiniture del suo santuario, come anche
quelle per la villa del cardinale, erano stati sospesi per la carenza d’acqua,
e tutti gli operai esterni rimpatriati, con gravi spese e indennizzi per i
contratti disattesi.
Un brutto giorno ci fu un’altra amara sorpresa; sul
portone della chiesa, del municipio e della banca si lesse una terribile frase:
“ Scappate, topi, prima che la nave affondi!”. Chi l’aveva scritta?
Si fece un’indagine, ma non se ne scoprì l’autore.
Era uno scriteriato che si voleva divertire seminando panico? Era un furbastro
che voleva pescare nel torbido e comprare a bassissimo prezzo i lotti e le
case? Era un profeta di sventure, un Natan redivivo? Mah!
Il fatto sta che i più cominciarono a pensare
seriamente alla partenza. Tommaso non ci pensò due volte, vendette i beni
immobili al primo offerente e fece i suoi bagagli. Per non aspettare il
prossimo ritorno della Freccia Azzurra,
che sarebbe avvenuto dopo dieci giorni, andò a imbarcarsi con la famiglia sulla
nave-crociera che partiva in quei giorni da lido Balenottera.
La nave della Mira
sulla quale viaggiava Tommaso arrivò a Livorno il 31 marzo 2110, e il primo
aprile, di prima mattina, sentii squillare il cellulare:
«Pronto… chi è a quest’ora?»
«Sono Tommaso… ché ti ho svegliato?»
«Svegliato no, ma quasi. Che avevi di tanto urgente
da dirmi?»
«Che in mattinata ti vengo a trovare.»
Io non sapendo che fosse partito dall’isola, pensai
subito al pesce d’aprile, e dissi:
«Bene, Tommaso; se tu vieni a trovarmi in
mattinata, io ti restituirò la visita in serata, così siamo pari.»
«No, avvocato, non è lo scherzo del primo aprile, è
la verità. Tu non ci credi perché non ti ho avvertito della mia partenza da
Adelfia, che è avvenuta in fretta e furia e non ho pensato a scriverti; ma sono
a Roma.»
«Bene, Tommaso, questa volta l’incredulo sono io,
ci scambiamo le parti… Ma dimmi, che avviene nell’isola? Il telegiornale di
ieri sera ci ha fatto sapere del terremoto… è stato forte?»
«Vedo che continui a non credermi… Ebbene, se tu
hai ancora il numero del mio fisso di
Roma, chiamami lì, e ti accerterai.»
Lo chiamai sul fisso,
e rispose sempre lui; disse:
«Non conosco le ultime notizie, sono sbarcato
appena ieri; però ho tante cose da dirti, sarò da te alle 11. Ciao.»
Pensai bene di avvertire il nostro vecchio
presidente e anche il vecchio economo di questa venuta di Tommaso. Anche loro non
ne sapevano niente, e vennero da me per incontrarlo.
Dopo i saluti e gli abbracci, Tommaso disse:
«Temo proprio che
Il primo segno fu la scomparsa dell’acqua dolce
della roccia, l’ultimo è stato la ricomparsa dell’acqua salata nei pozzi…
questi sono segni celesti. E la conferma che eravamo sulla cattiva strada ci
veniva dal degrado della vita nell’isola: consumismo, edonismo, arrivismo,
lotta per prevalere, e infine delinquenza e anche sfacciata immoralità… Io ho
avvertito i prodromi del collasso… Per fortuna sono partito in tempo, e ho potuto
salvare il mio gruzzolo… Sì, ho portato via dalla baia un bel po’ di soldi, ma
mi sento con la coscienza a posto, perché essi sono press’a poco quanto
possedevo prima… Voi, invece, avete perduto tutto quello che possedevate… mi
dispiace.»
«Ma non abbiamo perduto la fede;» disse il dottore «quanto
abbiamo speso per Adelfia vada in gloria di Dio, che non ci farà mancare quello
di cui abbiamo bisogno… Ma, Tommaso, dacci qualche notizia di Adelfia, sul
comportamento dei frati, per esempio, e su quello del sindaco… e se ci sono
state altre… diciamo disgrazie, dopo quella dei pozzi.»
«Sì, ci fu il guasto al dissalatore: un filtro si
bloccò e l’impianto cominciò a funzionare a scartamento ridotto. Il sindaco
andò subito a chiedere aiuto al direttore del Lido Balenottera, che però non fu
generoso come l’altra volta, e ci fece pagare salata l’acqua che ci fornì. Il
capitano della nave “Lido Paradiso” che era attraccata, fu ancora più esoso, e
ci cedette 1000 bottiglie di acqua minerale a quattro volte il prezzo di costo
e a pronta cassa…
Quelli della Mira
dimostravano così la loro scontentezza per l’alto prezzo che erano stati
costretti a pagare per comprare il lido. Comunque anche lì le cose non andavano
tanto bene. Anche lì i pozzi erano diventati salati, per cui l’acqua era
erogata solo dall’impianto di dissalazione, e costava parecchio, per cui la direzione
dovette aumentare il prezzo del soggiorno giornaliero, e i soggiorni da allora
cominciarono a ridursi.
I frati si erano chiusi in se stessi, parlavano
poco e soprattutto evitavano di commentare gli avvenimenti. Monsignore, che in
genere diceva
Riguardo al sindaco, non ho nulla da rimproverargli;
si è adoperato come ha potuto per affrontare l’emergenza, e quando io sono
partito, 15 giorni fa, era ancora al suo posto… Ma ripensando ora, amici, a
tutti gli eventi di questi quasi dieci anni di Adelfia, non riesco a
capacitarmi come tutto questo cambiamento possa essere avvenuto.»
«E’ accaduto» dissi io «per il peccato di origine,
per il cedimento alla grande tentazione che giornalmente ci tendono i doni
preclari che il Creatore ci ha dato, l’intelligenza e la libertà di agire.
Invece di usarli per il bene, amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come
noi stessi, ce ne serviamo per fini mondani, per arricchirci, comandare e
godercela, specialmente quando ci si offre l’occasione. E le occasioni
nell’isola ci sono state, purtroppo, e molte. La prevaricazione è prevalsa, e
non sappiamo sino a quando Dio la tollererà.
Egli ci aveva offerto una nuova terra per attuare il regno di Cristo, ma noi non ne siamo
stati capaci, e vi abbiamo fatto entrare il Maligno, l’astuto tentatore. Ma Dio
non potrà abbandonare quelli che in Lui confidano; Egli interverrà, come e
quando non sappiamo, ma provvederà ai suoi figli devoti.»
«Io proporrei» disse l’ex-economo «di ricostituire
l’associazione e di trovare un’altra terra dove tentare ancora di attuare il
nostro ideale, cercando di non ricadere negli errori commessi a baia Adelfia: errando discitur.»
«Anch’io ci avevo pensato» dissi «appena tornato a
Roma. E avevo anche in mente il luogo dove andare. Un mio cugino, ufficiale in
quella nave brasiliana che ha attraccato due volte alla baia, mi disse che nel
Mato Grosso avremmo trovato il territorio ideale, e lui mi prometteva ogni
assistenza per mezzo di un amico che nella capitale di quello Stato ha un
incarico governativo. Ci ho pensato qualche giorno, ma poi mi sono reso conto
che è impossibile, soprattutto perché ora non abbiamo una guida spirituale. Ma
anche perché sono ormai convinto che una comunità, anche molto benintenzionata,
non resiste molto alle tentazioni dell’avere, del potere e del piacere, con le
quali il Maligno incessantemente la assale servendosi anche dei suoi accoliti,
che talora sono gli stessi uomini di Chiesa. Penso però che una fraternità di
vita evangelica, qui a Roma, la possiamo ricostituire, come ai vecchi tempi.»
«Certamente la ricostituiremo» disse il dottore «se
noi tre ci cominciamo a lavorare da oggi.»
«Forse ci sarò anch’io» disse Tommaso «ma ci voglio
pensare.»
Conversando conversando si era fatta l’una, e
decidemmo di ascoltare il telegiornale RAI, per vedere se davano notizie della
Nuova Atlantide. Nel sommario sentimmo “Baia Adelfia: sfiorata la catastrofe”.
Nella corrispondenza il giornalista disse:
«Qui alla Baia è diffusa la paura. Dopo la scossa
di ieri notte - magnitudo 4,8 – che aveva provocato dei danni, ma nessuna
vittima, stamattina si è sfiorata la catastrofe. Era stata indetta per le nove
una supplica in chiesa attorno alla bara di fra Pietro, per ottenere la
salvezza dal terremoto. Erano lì dentro riunite un centinaio di persone, ma
prima che iniziassero le preghiere si è sentito un terribile boato. Tutta la
gente si è precipitata fuori in preda allo spavento, allontanandosi
dall’edificio, ma fermandosi nell’ampio sagrato, non sapendo dove rifugiarsi.
Subito si è verificata la tremenda scossa, che poi è risultata di magnitudo 5,9,
la quale ha fatto abbattere sulla chiesa quel mezzo campanile che era stato
ricostruito, assieme alla campana più grande che vi era stata sistemata provvisoriamente
alla sommità. Tutto quel materiale è caduto sul frontone della chiesa che è
immediatamente crollato e ha fatto crollare parte della volta, quasi una metà.
Il catafalco con la bara è stato solo sfiorato da qualche pietra, e non ha riportato
danni. Ma se quel boato non avesse fatto scappare i fedeli dalla chiesa,
sarebbe stata veramente una strage.»
Le parole erano accompagnate dalle immagini riprese
da una telecamere portatile. Il giornalista continuò:
«Il sindaco è subito accorso per rendersi conto
dell’accaduto e confortare i cittadini spaventati. Tra questi, alcuni
coraggiosi volevano attraversare le macerie per andare a recuperare la bara
dell’eremita, ma il sindaco lo ha vietato, e per fortuna, perché poco dopo si è
verificata un’altra scossa che, anche se inferiore, ha fatto venir giù qualche
altro pezzo della volta. Questa seconda scossa fa temere uno sciame sismico, e
molti cittadini hanno già deciso di partire con
Evidentemente egli lasciò l’isola, perché
Telefonammo allora al signor Miceli per sapere
quando ci sarebbe stata la partenza della sua motonave. Ci comunicò che essa
stava per ripartire dall’isola carica di fuggiaschi, e non vi sarebbe più
tornata. Nel prossimo viaggio, tra 15 giorni, essa sarebbe arrivata fino a
Sant’Elena, dato che molti turisti si erano prenotati per la visita alla tomba
di Napoleone. Ci fece gentilmente sapere che per Sant’Elena c’era un volo
inglese l’indomani, e che da quest’isola c’erano elicotteri turistici per
l’Atlantide. Se eravamo interessati, potevamo usare quei vettori.
La compagnia inglese ci informò che il volo per
Sant’Elena sarebbe partito l’indomani alle 23 e che il costo di andata e
ritorno era di 400 euro: volevamo prenotare? Io, che ero al telefono, risposi
di no. Tommaso, che aveva sentito, mi chiese:
«Perché hai detto di no?»
«Perché né io né questi amici abbiamo da spendere
quei soldi; abbiamo perduto tutto, e ci stiamo appena riprendendo.»
«E non hai pensato che ci sono io, che ho salvato
quasi tutti i soldi derivati dalla vendita del lido alla Mira? Quelli sono un po’ anche soldi vostri. Voglio risarcirvi. Se
ci state, compro subito quattro biglietti e andiamo tutti a rivedere la nostra
baia.»
Noi accettammo l’offerta senza fare cerimonie,
tanta era l’ansia di vedere com’era ridotta Adelfia dopo i terremoti. Tommaso sorrise
soddisfatto, ci strinse le mani e disse:
«Corro a fare i biglietti, voi preparatevi; domani
verrò a prendervi con la mia macchina verso le 21. Ciao.»
L’amico fu puntuale, l’aereo partì puntualmente.
Fece scalo a Valencia e a Las Palmas, e dopo 16 ore eravamo a Sant’Elena. Ci informammo
subito del servizio elicotteri per baia Adelfia. L’incaricato disse che era
sospeso, perché altri terremoti c’erano stati nell’isola, uno sciame sismico
per nulla lieve, e l’eliporto era stato reso inservibile. Rimanemmo molto
delusi.
Il dirigente si accorse della nostra delusione e
disse:
«Sentite, voi siete solo quattro, ma se si
arrivasse almeno a dieci,
Ci furono altri turisti desiderosi come noi di
vedere l’isola, e
Partimmo di prima mattina con cielo terso e senza
vento. Eravamo incollati ai finestrini, perlustrando il mare, per vedere se si
vedevano imbarcazioni e se effettivamente ribollisse, come avevamo sentito; ma
era calmo e completamente deserto: non una zattera, non un canotto, non un
relitto, niente.
Dopo tre ore di volo, sempre a bassa quota, arrivammo
sulla zona dove era stata l’isola e ci accertammo che essa era del tutto
scomparsa. Ci si strinse il cuore pensando che con la chiesa era sprofondata
anche la bara di fra Pietro. Sulla via del ritorno vedemmo in lontananza
galleggiare qualche cosa sull’acqua, per cui il pilota ridusse la velocità e si
abbassò ancor di più.
Sembrava una barchetta, una specie di piroga.
Quando le fummo sopra, l’elicottero si fermò e scese a quota dieci: non era una
piroga ma una bara di legno. Ci si allargò il cuore quando riconoscemmo il
feretro del santo eremita che galleggiava sulle acque: ma che potevamo fare?
Parlammo col pilota, chiedendo se si poteva tentare
il recupero della bara. Lui ne parlò col secondo, poi disse:
«Possiamo tentare. Siamo attrezzati per il recupero
di persone e di cose, ma qui si tratta di una pesante bara, difficile da
imbracare. Ma il mio bravo collega tenterà.»
Infatti costui si imbracò e si calò col verricello
di bordo sulla bara, che imbracò come meglio poté. Fatto un cenno al collega,
il verricello cominciò a sollevare lentamente uomo e bara. Noi seguivamo col
cuore sospeso la difficile manovra.
Il carico era già a pochi metri dall’elicottero, e
noi stavamo già gioiendo per il miracoloso recupero, quando l’imbracatura della
bara cedette, ed essa piombò in mare dove subito si inabissò. Anche il
coraggioso elicotterista rischiò di cadere in mare per l’urto che aveva
ricevuto dallo sganciamento della bara. Rientrò nel velivolo tutto mortificato.
Noi ci levammo in piedi per confortarlo
stringendogli la mano. Ma nessuno disse una parola: eravamo tutti troppo sconsolati.
Il pilota riprese quota e velocità, e volle
tornare, non so perché, al Tropico del Capricorno, sul sito della Nuova
Atlantide, forse alla ricerca di qualche relitto. No, non restava niente: il
mare era tutto liscio e sgombro. Anche i piloti erano scioccati, e ripresero silenziosi
il volo di ritorno verso Sant’Elena.
Ripassammo sul luogo dove era affondata la bara, e
guardavamo il mare con la folle speranza di vederla riemergere dalle acque.
Vana speranza: nulla di puro poteva emergere nella corruttela umana.
Ci ricordammo di quel passo della Genesi (6, 5-7)
che dice:
«Il Signore vide che la malvagità degli uomini era
grande sulla terra, e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro
che male. E il Signore si pentì di aver creato l’uomo sulla terra e se ne
addolorò in cuor suo. Il Signore disse: “Sterminerò dalla terra l’uomo che ho
creato; con l’uomo anche il bestiame, i rettili e gli uccelli del cielo, perché
sono pentito di averli fatti”.»
Sbarcati a Sant’Elena con l’animo sottosopra, ci
sedemmo nella sala d’aspetto dell’eliporto per riprenderci un po’, riflettendo su
quelle terribili parole della Bibbia. Poi il presidente si alzò e disse:
«Andiamo; tutto consummatum
est![16]
Chiediamo perdono a Dio per l’umanità peccatrice, e preghiamo affinché la catastrofe
dell’isola serva a tutti di monito per ravvedersi al fine di stornare l’ira di
Dio e il minacciato cataclisma universale.»
Ognissanti 2110
[1] Mt 10, 37
[2] Mt 16, 19
[3] Mt 18, 18
[4] Gv 20, 23
[5] Sono appunto le prime tre delle sette opere di misericordia spirituale.
[6] Lc 18, 10-14
[7] Rimaneva per gli operai forestieri e pochi altri scapoli che avevano optato per essa.
[8] Canzone all’Italia, verso 85
[9] I promessi sposi cap. I rigo 503
[10] Mt 10,9
[11] Mt 10,10
[12] Mt 19,21
[13] Mt 13,22
[14] Mt 19,24
[15] Inferno XXVII, 110
[16] Tutto è compiuto! (Gv 19,30)