Anonimo Piceno

 

 

 

 

La Nuova Atlantide

Cronaca A.D. 2110

 

 

a cura di

Bruno Camaioni


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

                                           Copertina di Alessandro La Rosa

ANAGOGICA

 

Opere di Bruno Camaioni

Notizie sull'autore

 

Bruno Camaioni è nato a Grottammare (AP) nel 1917, si è laureato in Lettere all'Università di Roma nel 1940, ha insegnato in varie città italiane, ed era preside di un liceo classico quando è andato in pensione. Ha scritto diverse opere (poesie, romanzi, studi sul Manzoni, opuscoli su argomenti religiosi ecc.) che non ha mai pubblicato, facendole circolare solo tra parenti, amici e conoscenti.

Uno di costoro, ritenendo che esse siano interessanti e anche formative per i valori a cui si ispirano, ha preso l'iniziativa di metterle man mano in rete, affinché chiunque le possa leggere liberamente e senza spese.

 

Note sul diritto d'autore

 

Delle opere pubblicate di Bruno Camaioni ne è consentita la copia e la distribuzione, su qualsiasi supporto, preservandone l'integrità (inclusa la presente dicitura) e citandone l'autore.

 

Altre opere attualmente disponibili in rete (anche attraverso eMule):

Il Problema del Male - Riflessioni; Eremita a Orgosolo - Romanzo; L'Aiuola Contesa - Romanzo; Riassunto de "I Promessi Sposi" - con commento estetico e morale; I Personaggi de' "I Promessi Sposi" - Saggio; I Doveri del Cristiano - Saggio; L'Antico Testamento - Tutta Parola di Dio? - Saggio; La Chiesa di Cristo e la Mondanizzazione -Saggio; Il Messaggio di Dante - Saggio; Una vita interessante - Luigi Mercantini Il Tirteo Marchigiano - Biografia; Historia Magistra - Saggio; Le meditazioni di Dante nel Purgatorio - Saggio; Idee non politicamente corrette - Saggio; Colle Vaticano A.D. 2050 - Romanzo; La verità ... in pillole - Saggio; Paralipomeni - Saggio; La Nuova Atlantide - Cronaca A.D. 2100 - Romanzo; Poesie Varie.

 

Le opere sono depositate.


 

 

INDICE

 

 

ANAGOGICA.. 3

Prefazione. 5

1 – L’organizzazione e le opere. 8

2 – Gli esercizi spirituali 14

3 – Progressi materiali 19

4 – Baia Balenottera. 22

5 – Altre novità. 24

6 – Il dio Quattrino. 29

7 – Patria cara. 37

8 – Tordesillas. 42

9 – Bel tricolore. 47

10 – Il miracolo. 52

11 - Il grande affare. 57

12 – La politica. 65

13 – L’abbandono. 66

14 – La prevaricazione. 69

15 – Sinistre avvisaglie. 71

16 – Il cataclisma. 74

 

Prefazione

Mi sento un po’ imbarazzato a pubblicare questa Cronaca del 2110, perché ai lettori sembrerà uno scritto incredibile e fantastico, e tale è sembrato anche a me, quando l’ho letto; ma qualunque sia il suo valore, e qualunque sia il giudizio degli eventuali lettori, io ho dovuto pubblicarlo, e devo dire anche come mi è pervenuto, a una distanza di ben cento anni, non dal passato, ma dal futuro.

La notte del 15 agosto, giorno nel quale io particolarmente ricordo mia moglie, che si chiamava Maria Rosa Assunta, e mi ero coricato pensando a lei, essa mi è apparsa, non so dire se in sogno o visione, cosa che non era mai avvenuta dalla sua morte (2000). Sembrava circonfusa di luce, con volto sereno e sorridente; io la contemplavo trasognato e non sapevo cosa dire. Parlò lei:

«Bruno caro, finalmente ti rivedo, dopo nove anni; ma come sei cambiato, povero marito mio.»

«Dopo la tua morte sono deperito giorno dopo giorno, e da quattro anni non esco più di casa perché ho le gambe inservibili. Ma anche tu sei cambiata, così bella e radiosa. Ma perché in tutti questi anni non mi sei mai apparsa? Sapevi che ti attendevo, e bramavo soprattutto conoscere la tua sorte nell’aldilà… Ma recentemente Loredana mi ha detto che sei in Paradiso con lei e Luisa, e mi sono consolato.»

«Sì, sono salva, sono beata in Cielo, ma il Signore non mi ha consentito di visitarti; non per punirmi, ma per ricordarmi che in terra sono stata più Marta, preoccupata dalle cose terrene, che Maria, che era occupata da quelle spirituali, cioè dalla sequela di Cristo.»

«E’ stato per troppo amore alla famiglia. Mi ricordo che qualche domenica a Oria non sei riuscita ad andare a messa, perché l’arrivo da Roma dei figli e dei nipoti ti ha occupato tutta la giornata nella cucina e nelle esigenze dell’ospitalità. Ti ricordi? Io ti dicevo: Dio al primo posto, vai prima alla messa, poi pensa al resto. Tu rispondevi: Devo preparare per 15 persone, alla messa andrò nel pomeriggio. Ma anche al pomeriggio la messa saltava, perché bisognava preparare la cena e le camere. Allora io ti ricordavo le parole di Gesù: “Chi ama il padre e la madre più di me, non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me, non è degno di me.”[1]»

«Sì, pur amando Dio, in quelle occasioni io Lo trascuravo, tutta presa dagli affetti familiari. Il Signore me l’ha voluto ricordare, facendomi attendere nove anni questa desideratissima visita a te… Ma innanzi tutto devo dirti una cosa: la Madonna, della quale tu sei tanto devoto e che dal cielo ti segue come una madre, mi ha dato un incarico per te.»

«Un incarico? Lo farò volentieri. Dimmelo.»

«Non è una cosa difficile, anzi credo che ti farà piacere compierla, perché ti permetterà di collaborare ad un’opera che piace in Cielo… Devi pubblicare sul tuo sito Internet un testo anonimo, che è certamente benefico, dato che la Madre celeste desidera farlo conoscere. E’ contenuto in due quaderni che si trovano nel primo cassetto a sinistra della scrivania, dove conservi la corrispondenza… Non devi ricopiarli, non potresti, con le dita anchilosate… Consegnali così come li trovi alla segretaria, perché li digiti sul web.»

«Senti, Rosa; come tu sai, qualche mese fa ho compiuto lo stesso servizio per un altro testo, come richiestomi da Loredana, che in quella occasione mi apparve per darmi l’incarico di pubblicarlo. Si tratta forse dello stesso argomento? Insomma della Nuova Atlantide?»

«Hai intuito bene, Bruno… E’ la continuazione di quella Cronaca, narra l’esito di quella esperienza religiosa, realizzata in una terra nuova.»

«E qual è l’esito, Rosa? Se lo sai, dimmelo.»

«Leggi il testo e lo saprai, non essere curioso.»

«Lo farò. Ora che torni in Cielo, Rosa, ti chiedo una sola cosa. Prega la Madonna che mi ottenga da Dio una pronta chiamata. Ormai sulla terra sono un essere inutile e un peso per la società.»

«Non dire questo, Bruno; vedi che hai ricevuto un servizio da compiere… e sei stato scelto proprio tu.»

«Sì, ma che servizio? A editare un testo ognuno è buono. Che merito c’è? Che fatica? Consegno i quaderni alla segretaria, e lì finisce il mio impegno.»

«Senti, Bruno; io pregherò il Signore e la Madonna secondo il tuo desiderio… ma se Dio ti tiene ancora sulla trincea del mondo, di un mondo corrotto e prevaricatore, vuol dire che a qualcosa servi, se non altro a insegnare con l’esempio a figli e nipoti come si affronta la decadenza senile e si sopporta il dolore delle malattie… come si deve ogni giorno abbracciare la croce.»

«Certamente, Rosa, sia fatta sempre la santa volontà di Dio, ma il desiderio permane… Ma più che il male mio è… il male che sembra trionfare sulla terra che mi spaventa, in questa mia travagliata vecchiaia.»

«Abbi fede, marito mio, il male non trionferà nel mondo… Dio non può lasciar perdere le creature create a sua immagine e somiglianza. La Provvidenza divina interverrà, come e quando lo riterrà, secondo il suo imperscrutabile giudizio… Non ho altro da dirti… Addio. Ci riabbracceremo in Cielo.»

Scomparsa la visione o svanito il sogno, se sogno era, mi svegliai come trasognato. Le parole udite me le ripetevo in mente, le immagini viste ritornavano nitide nella mia immaginazione. Non riuscii a riaddormentarmi. Dalle tapparelle filtrava già il chiarore dell’alba, e non vedevo l’ora di alzarmi per andare nello studio: se i quaderni c’erano, la visione o il sogno erano veritieri, ed era stato il Cielo che me li aveva mandati; e ciò non poteva essere senza un motivo, che io non conoscevo ma al quale dovevo inchinarmi.

Alzatomi, per prima cosa andai nello studio: i quaderni c’erano! Allora tutto era vero! Rimasi così colpito da questa realtà, che per qualche minuto non fui capace di aprirli. Poi aprii il primo e lessi:

 

Anonimo Piceno

La Nuova Atlantide A.D. 2110

Cronaca

 

Roma, Pentecoste 2110. Riprendo oggi la stesura della relazione che avevo interrotto nel 2101 dopo la morte del nostro eremita, che ci aveva guidato alla realizzazione della missione a noi affidata. L’avevo interrotta per i motivi che appariranno chiari per chi vorrà leggermi. Quindi riprendo il racconto da quel giorno in cui si dovette ricorrere al voto per decidere la destinazione di un fabbricato! La mia narrazione è affidata tutta alla memoria, perché da quel giorno non ho voluto più prendere appunti... sarò perciò non esaustivo e analitico, ma sintetico, e ricorderò a futura memoria solo quei fatti che, a mio giudizio, rivestono qualche importanza per capire l’evoluzione della nostra comunità di vita cristiana. La storia di essa potrà forse essere di avvertimento e di monito per altre comunità o per i singoli che vogliano dedicarsi alla sequela di Cristo.

1 – L’organizzazione e le opere

L’ingegnere edile che aveva portato i prefabbricati ci aveva recato molto altro materiale, che risultò prezioso per sistemare meglio il nostro alloggiamento, come legname vario, tondini di ferro, rotoli di lamierino di ferro, di alluminio e di plastica, secchi di collante, bidoni di vernice. Era evidente che aveva già un suo progetto per trasformare in breve tempo il nostro attendamento in un solido baraccamento, capace di resistere alle piogge violente e insistenti dei tropici.

Aveva inoltre portato molti attrezzi per l’attività agricola e di carpenteria, come zappe, vanghe, bidenti, rastrelli, roncole, mazze, scalpelli, seghe da legno e da ferro, pacchi di chiodi e viti, con martelli e cacciaviti.

E col materiale anche cinque carriole, arnesi a cui noi non avevamo pensato, e che risultarono tanto utili per la nostra operatività. Non c’era che da ringraziare la Provvidenza, ma capivamo che il costo di tutto questo materiale era notevole, e sommato a quello dei viveri e dell’acqua minerale superava certamente i 300.000 euro.

Chi aveva pagato? E come avremmo potuto rimborsarlo? Noi dirigenti dell’associazione, voglio dire il presidente, io, l’economo e il farmacista, avevamo già prosciugato i nostri conti correnti per pagare all’armatore il costo totale dei viaggi effettuati dal “Fiore di maggio” e dal Condor; come avremmo potuto pagare ora tutto il materiale portato dall’ingegnere, che riconoscevamo essere non solo utile ma necessario? Dovevamo ipotecare i nostri beni di Roma? Ma era giusto? Era prudente? E poi, come provvedere alle spese avvenire, che non potevano mancare, e forse sarebbero state anche maggiori?

Dopo aver parlato dello spinoso problema tra noi quattro, decidemmo di parlarne con fra Matteo e i nuovi arrivati, per vedere insieme cosa si potesse o si dovesse fare. Ci riunimmo un pomeriggio, e fu il presidente a introdurre l’argomento:

«Cari nuovi fratelli, voi col Condor ci avete portato, di vostra iniziativa, tanto bel materiale di cui avevamo effettivamente bisogno; ma questo materiale ha un costo notevole; vorremmo conoscerlo e sapere se lo avete già pagato o preso a credito.»

«L’elenco del materiale» disse il frate «è stato compilato dall’ingegnere, uomo non solo di profonda religiosità, ma anche di grande onestà ed esperienza, che gode di stima e credito nel mondo economico romano… Io lessi a suo tempo l’elenco da lui preparato. che mi sembrò intelligente e accurato per le esigenze di Adelfia, che gli avevo esposto. Ora lui stesso vi dirà i dettagli dell’operazione commerciale da lui curata con grande senso di responsabilità, di cui intendo lodarlo e ringraziarlo qui davanti a tutti.»

«Non merito lodi e ringraziamenti per quello che ho fatto» disse l’ingegnere «l’ho fatto come membro di Adelfia, della quale io e costoro condividiamo le aspirazioni e gli intenti di elevazione spirituale, che avevamo già abbracciato a Roma sotto la guida di fra Matteo. Orbene, volendo venire a far parte di questa comunità, di cui Matteo ci aveva parlato, abbiamo pensato di portarvi come nostro dono quei pannelli prefabbricati. Non ci costano molto, anche se valgono molto: la ditta nella quale lavoravamo ce li ha venduti a prezzo di favore, anche per farsi della pubblicità. E’ evidente infatti che Adelfia non può rimanere sotto le tende in questo clima tropicale, così caldo, ma anche così umido e piovoso. Questi prefabbricati sono costruiti con accuratezza: legname duro, sterilizzato e impermeabilizzato, pareti con intercapedine per l’isolamento termico, connessioni perfette. Il prezzo di listino è molto competitivo, lo posso affermare io che sono della materia. Ora parliamo del materiale vario che abbiamo acquistato di nostra iniziativa, pensando alle necessità dell’associazione… Lo abbiamo preso a credito, all’interesse dello 0,5% annuo. Due imprenditori, miei amici, si sono fatti garanti dei contratti da me firmati. Come pagherò? Ve lo dico… Adelfia non può vivere di rendita parassitaria, deve produrre beni vendibili. Innanzi tutto nell’agricoltura. Con le piogge il terreno si è dissalato, possiamo dissodarlo e seminarlo, innanzi tutto con mais e soia, prodotti che crescono presto e sono molto richiesti dal mercato… Io ho portato soprattutto attrezzi agricoli, sapendo che le sementi sono già state portate dagli agricoltori. Se ci mettiamo subito al lavoro, tra un anno forse potremmo mandare in Italia tonnellate di mais e di soia, e così cominciare a pagare i nostri debiti. Col tempo poi allargheremo le nostre coltivazioni, per esempio al cotone, se troveremo acqua sufficiente per l’irrigazione scavando dei pozzi. Successivamente pianteremo alberi tropicali come il banano, che ha bisogno di poche cure ed è molto produttivo. Insomma vedremo quali sono le specie più adatte al clima e al terreno. Atlantide è molto grande; secondo i miei calcoli, dai dati che mi sono stati comunicati, si dovrebbe avvicinare ai 4.000 Km quadrati, cioè due volte Tenerife, la più grande delle Canarie… E non dimentichiamo la pesca. Queste acque sono ricche di sardine, merluzzi, tonni e altri pesci pregiati… potranno servire, oltre che al consumo interno, anche all’esportazione. Insomma le possibilità produttive sono molte, e io penso che in pochi anni potremo pagare i debiti fatti e quelli che certamente dovremo fare. Penso che col tempo avremo bisogno di case vere e proprie, e dovremo importare cemento, ferro e forse anche mattoni, se le pietre che qui ci sono non saranno sufficienti. Muratori mi sembra che non ce ne siano nella comunità, ma certamente ne verranno. L’ideale di Adelfia, che ha trascinato voi e noi, attirerà molti altri. Credo di aver detto tutto… Se non sono stato chiaro ed esauriente, presentatemi le vostre domande. Grazie.»

«Lei è stato molto chiaro, caro ingegnere» disse il nostro presidente «e ha indicato con molto realismo quali potrebbero essere le nostre attività economiche, al fine di essere non solo consumatori, ma anche produttori di beni nel campo dell’agricoltura e della pesca, attività per le quali abbiamo anche lavoratori addetti. Dobbiamo necessariamente intraprendere una attività produttiva, e lei in questo campo ha notevole esperienza e idee molto chiare e, a quanto pare, conosce anche in Roma imprenditori e commercianti che possono assorbire o commercializzare la nostra produzione agricola e ittica. Perciò io fin da oggi la incarico di prendere la direzione dell’attività economico-produttiva, mentre il nostro economo si occuperà dell’approvvigionamento, la conservazione e il controllo del materiale e specialmente dei viveri. Pregherei poi il ragioniere che è venuto con lei di affiancarla per registrare in attivo e in passivo tutte le spese fatte in campo economico.

Però, caro ingegnere, non si adonti se io aggiungo un monito, che è piuttosto una preghiera. L’attività produttiva è necessaria, non possiamo continuare a vivere consumando i nostri risparmi e ricorrendo al credito fiduciario; dobbiamo perciò produrre anche noi dei beni per pareggiare il conto del dare e del ricevere. L’uomo è formato di anima e di corpo, e anche questo va curato, ha le sue esigenze che vanno soddisfatte, ma il primato è dell’anima, la salute e il progresso spirituale vengono prima di quelli materiali. Lei, ingegnere, mi ha capito: una sana attività economica va organizzata; ma guai se l’attivismo economico e la ricerca di un bilancio finanziario attivo ci portano a trascurare il miglioramento interiore, l’afflato mistico verso Dio, per soddisfare il quale siamo venuti a cercare la nuova terra… E’ un monito che fo a lei, ma anche a me stesso e a tutti, perché la tentazione di avere più del semplice necessario è sempre in agguato, ed è facile caderci quando ci si presenta l’occasione favorevole.»

«Hai fatto bene, dottore» disse fra Matteo «a dare questo ammonimento, ma non ce n’era bisogno. Gli uomini che io ho portato qui sono tutti molto avanti nella sequela di Cristo e sono venuti per perfezionare la loro testimonianza evangelica in un ambiente favorevole e fraterno. Del resto ci sono io che li ho guidati spiritualmente a Roma e continuerò a guidarli ancora meglio, assieme a tutti gli altri, in quest’isola consacrata al servizio di Dio. Io mi propongo di essere la solerte guida spirituale di tutti voi qui di Adelfia, come lo è stato il santo eremita.»

«Certamente sarai la nostra guida» riprese il presidente «e fra Pietro ti ha fatto venire a questo scopo, perché continuassi tra noi il suo ministero.»

«E questo ministero io lo espleterò anche con nuove iniziative, per esempio con esercizi spirituali innovativi e molto efficaci, di cui vi parlerò nei prossimi giorni, e sono sicuro che li apprezzerete e ne sentirete il beneficio per l’anima; è un metodo (cioè una via attraverso) di sicura efficacia e da me lungamente sperimentato.»

«Per essere sincero, caro Matteo, io di queste vie, attraverso le quali si raggiungerebbe l’ascesi mistica quasi meccanicamente, mi fido poco, anzi diffido molto… Tuttavia aspettiamo di conoscerlo questo nuovo metodo, e speriamo che faccia per noi. Per oggi ci possiamo sciogliere, per riprendere le consuete attività. Vi saluto tutti. Ciao.»

Il giorno dopo e poi nei giorni feriali seguenti, dopo la Messa e la colazione, andammo tutti al lavoro di dissodamento del terreno, ad eccezione dei due marinai che con le loro reti andarono a catturare i pesci negli stagni vicini. Ne catturarono molti, piuttosto grandi, e l’economo, che badava alla cucina, coadiuvato ora dal fabbro, rivelatosi esperto in culinaria, per arrostirli volle usare il metodo che aveva imparato dagli indigeni, del quale una volta ci aveva parlato. Perciò disse a quelli che stavano spietrando il terreno di trovargli una pietra grande, che fosse però piatta e liscia almeno da una parte.

Poco dopo gliene portarono una che sembrava fatta apposta. Lui ci fece ardere sopra un bel fuoco fino a renderla rovente, poi la spolverò accuratamente e ci arrostì ben bene i pesci che, conditi con sale e olio, gustammo quel giorno a pranzo. Il metodo indigeno di cottura funzionava, eccome! Visto il successo di quell’arrosto, che meritò un applauso, l’economo ci volle fare un’altra bella improvvisata.

Nel pomeriggio, aiutato dal cuciniere, si mise a intridere farina e a lavorare la pasta come un pizzaiolo. Fece arroventare di nuovo la pietra e dopo averla spazzolata bene ci stese le sue pizze, che ci presentò a cena, condite con sale, olio, passata di pomodoro e pezzetti di sottiletta di formaggio. Fu un successo anche maggiore dei pesci arrosto: nessuno di noi avrebbe immaginato di poter mangiare una sapida pizza a baia Adelfia dopo pochi mesi dallo sbarco. Chiedemmo in coro ai due artefici di quella sfiziosità di ripetere la bella prestazione. E loro, benevoli, lo fecero più volte, tanto che la “pizza a cena” divenne il piatto più gettonato. Ma forse pretendevamo troppo e dai volenterosi cucinieri e dalla bella selce. Fu questa a venir meno per prima, spaccandosi in più pezzi; e siccome non fu trovata un’altra pietra cosiffatta, dovemmo dire addio al pesce arrosto e alla pizza margherita. Per consolarci, l’ingegnere disse che presto avremmo avuto un bel forno da campo, alimentato a legna.

Nel dissodamento del terreno si procedette innanzi tutto al suo spietramento. Le pietre, nel terreno adiacente la baia, dove cominciammo a lavorare, erano molte e quasi tutte infossate, e per estrarle occorrevano picconi e leve. Poi con le carriole le trasportavamo in un punto di raccolta; potevano servire in seguito come materiale da costruzione. Ma per sagomarle occorrevano scalpellini, muratori per metterle in opera. Non ne avevamo, e neppure gli arnesi occorrenti. L’ingegnere mi disse che sarebbero venuti coi prossimi arrivi del Condor: lui ci aveva già pensato.

Mi meravigliai per questa sua assicurazione: avremmo dunque avuto altri ospiti, iniziato nuove attività, ma con quali garanzie morali? Ne parlai col presidente, e insieme andammo a parlarne al frate. Secondo noi l’ingegnere correva troppo: che garanzie religiose, morali, si potevano avere su questi operai che lui voleva far venire? Erano anch’essi neofiti? E chi li aveva preparati per unirsi alla nostra comunità? Ne avevamo proprio bisogno, almeno per ora? Non era un mettere il carro davanti ai buoi?

Il frate ci disse:

«Vedo che avete dei timori, e voglio rassicurarvi. Sì, l’ingegnere è iperattivo e anche decisionista, ma non fa niente senza essersi consigliato con me. Gli dirò che per ora non deve pensare a edificare, solo perché nelle pietre ha trovato un buon materiale murario… Innanzi tutto dobbiamo eliminare le tende, e dare a ogni famiglia una casa prefabbricata. Solo in un secondo tempo si potrà pensare a edificare con pietre… penso innanzitutto alla chiesa, la casa di Dio, col suo bel campanile… è il mio sogno, e l’ingegnere, bravo com’è, lo farà diventare realtà.

Detto questo, aggiungo che per le persone che eventualmente faremo venire, perché lo desiderano e vogliono unirsi alla nostra esperienza, io posso darvi una garanzia per mezzo del mio confratello fra Ginepro, che ha preso il mio posto nello speco del monte Soratte, santificato dall’Eremita. Forse non lo sapete, ma quella grotta da lui abitata, e l’altra vicina dove lui celebrava, sono visitate da molti pellegrini, non solo attirati dalla sua fama taumaturgica ma anche desiderosi di conoscere la missione da lui guidata in una nuova terra promessa.

I cinque uomini che io ho portato con me, li ho conosciuti perché sono venuti a trovarmi allo speco, più volte, e ho constatato la loro vocazione sincera e me ne fo garante. Lo stesso farà fra Ginepro per quelli che vorranno unirsi a noi, condividendo il nostro intento spirituale. Del resto, io non autorizzerò nessuna venuta senza essermi messo d’accordo con voi. Soddisfatti?»

«Ma per quei cinque» dissi io «non ti sei messo d’accordo con noi; li hai portati e basta.»

«Per loro» rispose il frate «avevo avuto una preventiva autorizzazione dal santo eremita.»

La cosa mi sembrò poco credibile, in quanto Pietro non ce ne aveva mai parlato, ma non replicai.

A mano a mano che procedeva il lavoro di spietramento e dissodamento, gli agricoltori interravano i loro semi. In circa un mese seminammo cinquanta are di mais, cinquanta di soia, e cinque di ceci, per il nostro consumo. Dei legumi era stata portata solo questa varietà, perché ritenuta più facile da coltivare, da sgranare e da conservare. Ma dicevano, gli agricoltori, che in seguito avrebbero coltivato anche i fagioli, specialmente alcune varietà molto apprezzate, come i cannellini e i borlotti.

Insomma promettevano di impiantare un bell’orto. Ma per questo occorreva disponibilità d’acqua. Quella della roccia era lontana, e la si andava a prendere con taniche e bottiglie, per bere e per gli usi sanitari e di cucina. Con le carriole il trasporto dell’acqua divenne meno faticoso. Esse nella mattinata servivano a trasportare pietre, nel pomeriggio venivano usate dai volenterosi e anche buoni camminatori, che con esse carreggiavano ogni volta tre taniche da venti litri.

Comunque, l’acqua per l’irrigazione non era un problema urgente: le piantine dovevano ancora spuntare, poi avrebbero avuto bisogno di essere annaffiate. Per favorire la germinazione dei semi di mais, soia e ceci, i solerti agricoltori avevano irrorato ogni fossetta con un po’ d’acqua per inumidire la terra, senza dover attendere la pioggia dal cielo. Questa infatti si fece attendere per alcune settimane, ma poi venne giù una vera provvidenza, perché le piantine erano già spuntate e avevano bisogno di essere irrigate.

I bravi agricoltori avevano pensato anche ai pomodori, peperoni, melanzane, così richiesti dalla nostra cucina, e per questi avevano fatto dei semenzai che andavano innaffiati ogni giorno, perché il sole cocente prosciugava presto il terreno. Per fortuna, dopo quel primo acquazzone, la pioggia cominciò a cadere regolarmente quasi ogni settimana, e mais, soia e ceci crescevano che era una meraviglia. Ma, come si dice, ciò che giova all’uno, nuoce all’altro, che è una versione edulcorata del detto più truculento “Mors tua, vita mea”. Ciò è dimostrato anche dalla favoletta di Esopo, di quel padre che aveva due figlie, sposate l’una a un ortolano, l’altra a un vasaio.

Un giorno andò a trovare la prima che gli disse:

«Gli ortaggi deperiscono, prega Dio che ci mandi la pioggia».

Poi andò a trovare l’altra che gli disse:

«Prega Dio che non piova, se no i vasi di argilla non si asciugano».

Per chi doveva pregare il padre?

Le piogge abbondanti, se facevano crescere a vista d’occhio le pianticelle, facevano ammuffire le tende e anche ciò che c’era dentro: occorrevano subito i prefabbricati per tutte le famiglie. Il Condor, che arrivava ogni mese, non aveva la capacità di trasportare le venti casette necessarie per dare un tetto a ogni famiglia, dovendo trasportare l’altro materiale occorrente alla comunità.

Perciò l’ingegnere, col nostro consenso, incaricò il suo corrispondente romano di mandarci subito le venti casette con una piccola e veloce motonave, che doveva anche portarci 5 Km di tubo rigido di plastica da due pollici in sezioni da 50 metri. Con questi tubi si doveva portare alla baia l’acqua della roccia. Ciò che poi fu fatto con grande soddisfazione di tutti.

Così in pochi mesi il bravo ingegnere ci aveva dato la casa e l’acquedotto. Era veramente l’uomo della Provvidenza, e ce l’aveva portato fra Matteo. Quando chiedemmo all’ingegnere a quanto ammontava tutta la spesa, rispose che non dovevamo preoccuparcene: si era impegnato lui personalmente, e avrebbe pagato, naturalmente con la vendita dei prodotti dell’isola, in cui proponeva di coltivare anche una varietà di tabacco da sigaretta molto richiesto dal mercato. Gli dicemmo che il tabacco, perché serviva al vizio, non lo volevamo; rispose che, se non lo coltivavamo noi, lo coltivavano gli altri, e il profitto sarebbe stato loro.

Noi di Adelfia non fumavamo, ma gli altri fumavano, eccome; col nostro rifiuto di coltivarlo, non avremmo certo tolto il vizio ai fumatori. In fondo l’ingegnere aveva ragione: col nostro divieto ci toglievamo un profitto senza moralizzare alcunché. Perciò gli dicemmo di fare come a lui sembrava meglio, per pagare al più presto i nostri debiti.

2 – Gli esercizi spirituali

Per il pomeriggio, dalle 16 alle 19, avevamo organizzato tre corsi scolastici (elementari, medie, superiori) destinandovi insegnanti non tutti addottorati, ma volenterosi, con programmi ridotti all’essenziale, cioè sfrondati delle particolarità che ne appesantiscono lo svolgimento. Miravamo più che altro a insegnare il buon metodo di studio e di ricerca, cioè quello scientifico, basato sull’osservazione e non sugli assiomi, sulla lettura dei testi e non sulle pagine critiche, sull’esperimento e non sul pregiudizio. Insegnavamo a partire dai fenomeni per arrivare alle leggi, e non dalle leggi (stabilite da altri) per spiegare i fenomeni. Cercavamo cioè di attuare nell’insegnamento il metodo induttivo, che è certamente più laborioso ma anche più sicuro di quello deduttivo, basato soltanto sul principio di autorità (ipse dixit).

Con questi corsi scolastici noi intendevamo dare ai nostri ragazzi una istruzione non fine a se stessa, ma utile per l’acquisizione di una coscienza civica e morale. Se poi questi ragazzi o i loro genitori volevano ottenere un riconoscimento ufficiale della loro preparazione scolastica, vale a dire un documento, un diploma, essi, col Condor, potevano tornare a Roma per completare la preparazione e sostenere gli esami relativi.

Col tempo i ragazzi erano cresciuti di numero; in molte famiglie era avvenuto come nella mia, con dei figli lasciati a Roma per gli esami e venuti in seguito a raggiungere i genitori. Poi vennero i neofiti; questi via via si accrebbero: erano amici, parenti o conoscenti che si sentivano attirati da questa esperienza spirituale e volevano se non altro provarla. In parte erano persone di spiritualità non profonda, che dopo poche settimane rinunciavano e tornavano a Roma. Insomma a Baia Adelfia gli arrivi e le partenze erano frequenti, e si desiderava un servizio più celere per queste comunicazioni con Roma.

Il Condor col motore ausiliario impiegava, tra andata e ritorno, circa 20 giorni, e il costo era, se ricordo bene, di 250.000 euro. Il materiale che il veliero poteva trasportare, oltre le persone, era ben poco. L’armatore Miceli comprese che quella linea marittima era promettente, e ci propose di farla servire allo stesso costo da una piccola motonave che intendeva comprare, con la quale la durata del viaggio sarebbe stata ridotta a 10 giorni, e la capacità di carico merci quadruplicata. Se poi gli davamo il permesso di imbarcare eventuali viaggiatori estranei, vale a dire turisti, il canone di affitto sarebbe stato via via diminuito in base al numero di costoro.

Questa richiesta dell’armatore fu contrastata dal presidente, da me e da altri, che temevamo i contatti troppo stretti e frequenti col mondo esterno, che avevamo fuggito; ma fu sostenuta dal frate e dall’ingegnere con argomenti persuasivi, fu messa ai voti e approvata. Ciò avvenne, credo, dopo due anni dall’arrivo all’isola; ma torno ad avvertire che questa cronaca, scritta ad anni di distanza, è basata solo sulla mia memoria, e non ha un rigoroso ordine cronologico né riporta date certe. Intende narrare i fatti più importanti e i passaggi più significativi di un percorso, che ho vissuto giorno per giorno, ma che ora guardo globalmente per rendermi conto del mutamento verificatosi, e accennarne le cause e gli effetti.

Riprendendo il filo del racconto, che verteva sulla scuola che avevamo grosso modo organizzato, un giorno il frate dopo la messa riunì tutti noi che eravamo impegnati in essa e ci disse:

«Nella vostra scuola avete pensato a quasi tutte le materie, ma vi siete dimenticati della Religione, che per noi dovrebbe essere la materia principale.»

A queste parole rimanemmo meravigliati e un po’ sconcertati, e siccome il presidente non replicava, lo feci io:

«Fratello Matteo, per noi la Religione non è una materia scolastica, è l’essenza della nostra vita, che è vissuta alla presenza di Dio e con la mente sempre rivolta a Lui. E a Dio noi dedichiamo anche momenti significativi in sede comunitaria, a parte le preghiere e le devozioni in ambito familiare. Al mattino assistiamo alla Messa, ascoltiamo la sua omelia e riceviamo la santa Comunione; alla sera recitiamo il Rosario, durante il quale spesso interveniamo per esprimere le nostre riflessioni sui vari misteri, adoriamo il Sacramento col quale poi tu ci benedici. Tutto ciò per te non è Religione? E, per i nostri figli, non è istruzione e iniziazione religiosa, fatta con l’esempio e con gli esercizi di pietà?»

«No, caro amico, questo non basta, voglio dire non basta per noi, che vogliamo giungere all’ascesi, alla conoscenza approfondita di Dio, all’elevazione a Lui. Per arrivare a questo occorre seguire un percorso, adottare un metodo, scegliere una guida. Voi parlate di Messa, Comunione, Rosario; sono riti devozionali, sufficienti per il cristiano comune, tradizionale, ma non per noi che vogliamo giungere ad una conoscenza più profonda di Dio. Per giungere a questo si è sviluppata la mistica e la teologia, cioè lo studio di Dio, al quale si sono dedicati e si dedicano tanti pensatori, profondi studiosi, esperti nella scienza di Dio. Non si ama ciò che non si conosce. Per amare veramente Dio bisogna conoscerlo, e per conoscerlo a fondo e amarlo quanto merita, la mistica ci presenta gli esercizi spirituali. Non ne avete mai sentito parlare?»

Risposi: «Che stai scherzando, fra Matteo? Ce ne hai parlato tu stesso giorni fa, e il presidente ti ha subito detto, se ti ricordi, che non abbiamo grande stima per essi. La stessa idea di cammino programmato, di metodo, quasi di tecnica, di percorso obbligato, ci sembra aberrante, come se nello spirituale dovessimo operare come per la preparazione atletica, con esercizi continuati e progressivi. In tal modo si riduce l’ascesi a una specie di yoga. Ci si mette in una determinata posizione, si fanno certi movimenti, ci si concentra in qualche idea, si respira in un certo modo, e l’effetto benefico è bello e assicurato. Alla sequela di Cristo non ci si esercita, non ci si allena, non ci sono percorsi obbligati, vie preferenziali o scorciatoie; alla sequela di Cristo ci si mette e si cammina “rinnegando se stessi e prendendo ogni giorno la propria croce”; ma non una croce artefatta, imposta, ma la croce naturale che la vita comporta. L’ascesi cristiana non è nelle elucubrazioni mentali, negli allenamenti concettuali, ma nel comportamento evangelico nella vita quotidiana. E per comportarci bene in ogni occasione non servono le esercitazioni teoretiche, le meditazioni prolungate, le metodiche astratte, ma il chiedersi sempre “sic et nunc”: che cosa farebbe Cristo in questa circostanza? E per saperlo bisogna camminare sempre dietro a Lui.»

«Bravo, avvocato» disse sorridendo il frate «hai fatto tante affermazioni in modo apodittico e assiomatico; non temi di peccare di presunzione dottrinaria?... Io vi avevo chiesto se conoscevate gli esercizi spirituali, non come termine lessicale, ma come esperienza personale, fatta seguendo un determinato metodo. Ce ne sono parecchi, studiati da mistici, da santi, comunque da persone che conoscevano molto bene l’itinerarium ad Deum e non ne parlavano a vanvera, senza cognizione di causa.»

«Invece io ne parlo a vanvera, è vero, fra Matteo? Può darsi. Certo non sono addottorato in nessuna delle tante specializzazioni della teologia (sistematica, fondamentale, dogmatica, biblica, spirituale, morale, pastorale, ecc.), ma una certa cultura religiosa ce l’ho, e conosco anche qualche manuale di esercizi spirituali, per esempio quello di Ignazio di Loyola. Egli era stato un militare, e pensava che, come per diventare un bravo soldato occorre un addestramento progressivo coi relativi esercizi e controlli da parte degli ufficiali istruttori, così per diventare un vero cristiano occorre un corso di addestramento guidato e controllato dal confessore. Il gesuita che mi regalò il testo mi assicurò che seguendo il metodo ignaziano, in quattro  settimane avrei percorso tutto l’itinerarium ad Deum, e raggiunta l’ascesi mistica, cioè il congiungimento spirituale con Dio. Già leggendo il capitolo propedeutico “Principio e fondamento” all’inizio del libro, mi resi conto che quegli esercizi, che in definitiva erano meditazioni, non santificavano nessuno, perché erano parole, mentre la sequela di Cristo richiede le opere compiute nell’umiltà (rinnegare se stesso) e anche con sacrificio (portare la propria croce).»

Il frate replicò:

«Io non ho detto che seguirò il metodo ignaziano, che è del secolo XVI , ed è ormai obsoleto, ma uno più moderno, più adatto ai cristiani di oggi, una tecnica spirituale per arrivare all’unione mistica, direi alla fusione con l’Essere Supremo, tecnica che necessita di una direzione, con un rapporto personalizzato tra allievo e guida, tra tirocinante e maestro. Qui, in Adelfia, non posso essere che io la guida e il maestro, ossia il padre spirituale e il confessore. La confessione frequente, il colloquio giornaliero o quasi col padre spirituale è indispensabile per progredire nell’ascesi, e per controllarne e consolidarne il progresso, e anche per correggere eventuali deviazioni, sempre possibili… Voi, cari amici, avete imboccato l’iter del perfezionamento interiore, e vi debbo dare atto della vostra buona volontà. Mi fa piacere che facciate la Comunione, tutti, ogni giorno, ma mi meraviglio che nessuno di voi, in questi mesi, si sia accostato al sacramento della Confessione, sicché io, che dovrei essere la guida, ignoro lo stato delle vostre anime… Sono come il medico curante che non ha mai visitato i suoi malati… Mi sembra assurdo. Una volta si riteneva che la Comunione dovesse essere sempre preceduta dalla Confessione, non essendo ammissibile ricevere Cristo con l’anima non purificata dal sacramento. Era un rigorismo esagerato; ma una confessione frequente, per esempio settimanale, mi sembra utile se non necessaria… Al tempo dell’eremita non vi confessavate?»

«No, frate Matteo, non ce n’era bisogno: lui viveva con noi, e ci conosceva tutti spiritualmente, ci istruiva nelle omelie e in ogni occasione, colloquiava incessantemente con noi, e soprattutto ci catechizzava con l’esempio. Non ci ha mai parlato della necessità della confessione. Sappiamo dal catechismo che la penitenza o riconciliazione, cioè la confessione, è il quarto dei sette sacramenti, dopo il battesimo, la cresima e l’eucarestia, ma l’eremita non ci ha mai invitati alla confessione. Egli praticamente ci confessava vivendo in mezzo a noi, sottoponendosi a tutte le nostre fatiche. Era il buon pastore che conosce le sue pecorelle una per una e le chiama per nome.»

«Non voglio giudicare il confratello defunto, non sarebbe giusto, non potendo egli rispondermi. Ma la confessione è un sacramento istituito da Cristo, per la nostra salvezza… Come potremmo obliterarlo… cancellarlo?»

«Non è stato istituito da Cristo, caro Matteo, ma dalla Chiesa, come la cresima e l’unzione degli infermi.»

«Ti sbagli, caro avvocato, è stato istituito da Cristo, quando disse a Pietro: “Tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli; e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli.[2]” Tu potresti obiettare che lo disse al solo Pietro, designato suo vicario, e potrebbe valere oggi solo per il papa, discendente di Pietro. Ma Gesù dà la stessa autorità ai Dodici[3], e, prima di salire al Cielo, a tutti i discepoli, cioè a noi sacerdoti[4]

«Le espressioni riportate dall’evangelista non vanno prese alla lettera: sono espressioni iperboliche per ribadire un concetto, dei veri e propri ossimori, per colpire e far riflettere. In questo caso il concetto è che gli apostoli e i discepoli devono continuare la sua opera non solo predicando il Vangelo, ma anche “consigliando i dubbiosi, insegnando a chi non sa, ammonendo i peccatori”[5] e testimoniando Cristo con l’esempio, cioè facendosi guida. Questo è l’insegnamento; se invece prendessimo alla lettera quelle parole, vorrebbe dire che Dio rinuncia alla sua sovranità, la delega ad altri, si sottomette al giudizio umano, si spossessa del Regno dei cieli e ne consegna le chiavi a degli uomini, che possono aprirlo e chiuderlo a loro piacimento… Invece non è l’uomo che assolve o non assolve il peccatore, ma solo Dio, il quale vede il vero pentimento o la superba presunzione di chi si ritiene giusto. E’ una verità che ci è insegnata chiaramente dalla parabola del fariseo e del pubblicano.[6] Questi, battendosi il petto, chiese perdono a Dio dei suoi peccati, e “tornò a casa sua giustificato, a differenza dell’altro.”»

«Ciò non toglie» ammise il presidente «che la confessione personale a un ministro di Dio possa giovare al miglioramento interiore, ma non è necessaria. Infatti noi all’inizio della Messa, recitando il confiteor, ci confessiamo pubblicamente dei nostri peccati davanti a Dio e alla presenza del celebrante, dal quale poi riceviamo l’assoluzione in nome di Dio. Chi di noi, in seguito, si vorrà confessare anche privatamente, lo farà sua sponte, se e quando ne sentirà il bisogno. Del resto il precetto della Chiesa è abbastanza largo: “Confessarsi almeno una volta all’anno e comunicarsi almeno a Pasqua”. Noi di Adelfia ci comunichiamo ogni giorno, perché lo desideriamo e ne abbiamo qui in Atlantide la possibilità. E’ per noi l’unione reale, e non solo mistica, con Cristo. Ottenuta col dono di Dio a noi, e non con “tecniche propedeutiche e relativi esercizi”.»

«Questi esercizi» replicò il frate «voi non li conoscete, non li avete mai praticati, e dovreste farlo, per giudicarli. Perciò io torno a proporre di dedicare ad essi ogni giorno un’ora, da sottrarre a quelle scolastiche.»

«Che si ridurrebbero da tre a due… io mi oppongo decisamente alla proposta» intervenne a questo punto il professore, che aveva la direzione della scuola «fra Matteo ha nella giornata tanti spazi per esercitare il suo ministero spirituale, e non ne deve togliere alla scuola.»

«Dato che siamo in democrazia» replicò Matteo «perché non facciamo decidere al popolo?»

«D’accordo, fratel Matteo.» disse il presidente «Domani, dopo la messa, presenterai la tua proposta all’assemblea, e potrai anche parlare in suo favore, per spiegarla e sostenerla. Poi si voterà, e obbediremo alla volontà della maggioranza.»

Questa bocciò la proposta del frate, il quale questa volta non mostrò disappunto, ma ci scherzò sopra dicendo:

«Ho capito: voi volete vincere la maratona senza allenarvi, perché non ne avete bisogno, siete degli atleti nati… complimenti!»

Il suo ironico sorriso ci fece capire che le nostre concezioni religiose non collimavano con le sue. Era a noi evidente che il frate, con la confessione e gli esercizi spirituali, voleva prendere possesso delle nostre anime, e realizzare un potere completo, con mire mondane, e non spirituali. Era il metodo dei gesuiti, che aveva loro ottenuto, nella storia, il ben noto potere. Questo non poteva non preoccuparci per gli sviluppi futuri; ma non precorriamo i tempi, e parliamo d’altro.

3 – Progressi materiali

Già al secondo anno la Nuova Atlantide era produttiva.

Il granoturco crebbe in fretta e rigoglioso, e in tre mesi le pannocchie erano già mature, e ne mangiammo parecchie sia lessate sia arrostite: erano un prodotto del nostro lavoro e per questo ci sembravano più saporite. Quando le piante si furono seccate, ne staccammo le pannocchie, le scartocciammo, e le lasciammo al sole per qualche giorno; poi cominciammo a sgranarle. A questo lavoro, che era sedentario, si dedicavano le donne e i ragazzi, ai quali il falegname aveva fornito dei punteruoli di legno per staccare i chicchi dal tutolo senza rovinarsi le unghie. La sgranatura a mano richiese più di un mese; ma alla fine avevamo riempito venti sacchi di belle cariossidi ambrate.

Anche la produzione di soia fu abbondante, e ne riempimmo un’altra ventina di sacchi che spedimmo a Roma col mais, per la vendita. Di questa si occupava l’ingegnere, che aveva nella capitale un corrispondente, a quanto pare efficiente e onesto. Furono i primi soldi che guadagnavamo, e così cominciammo a pagare i nostri debiti.

Di anno in anno la superficie coltivata divenne più estesa, perché dissodammo l’isola quasi fino alla montagna. Ai piedi di questa si estendeva un terreno rossiccio che l’ingegnere ritenne adatto alla coltivazione del tabacco Xantia, e ne fece venire i semi.

Fu un successo: le piante crebbero fino ad altezza d’uomo e si cominciò a raccogliere le foglie, staccandole dal fusto a cominciare dal basso, foglia dopo foglia. Era un lavoro giornaliero, anche di pazienza, ma noi lo facevamo in allegria. Dopo la Messa e la colazione andavamo come in processione alla piantagione cantando canzoni e inni religiosi, come  “Tu sei la mia vita”, “T’adoriamo, ostia divina” e “Andrò a vederla un dì”.

Per tre-quattro anni Adelfia rimase abbastanza omogenea, anche se c’erano stati nuovi arrivi, ma limitati. Tutto era comune, e tutto si faceva in comune. Tutti lavoravano secondo un programma concordato e secondo le varie competenze. La cucina era comunitaria, e gli acquisti a Roma venivano fatti dalla comunità per tutte le famiglie secondo le esigenze di ciascuna. Il denaro non esisteva, e regnava la concordia e la pace. Anche il dissenso con fra Matteo sembrava essersi sopito.

Nel terzo anno, se ben ricordo, con un gruppo di neofiti, venne un agronomo, che si rivelò iperattivo come l’ingegnere. Disse che in una parte dell’isola si poteva coltivare il cotone a fibra lunga, e siccome esso va irrigato per un certo periodo, si mise a cercare l’acqua. Scavò alcuni pozzi i quali, a 3-4 metri davano abbondante acqua, ma era acqua salata. Non si perse d’animo. Fece venire dall’Italia delle motopompe con opportune tubazioni, e con esse si mise a prosciugare quei pozzi, riversando in mare l’acqua salata. Ci volevano giorni, ma ci riusciva. Allora egli faceva scavare ancora, e a 6-7 metri ricompariva l’acqua, ed era acqua dolce!

La coltivazione del cotone, come quella del tabacco, incrementò notevolmente l’esportazione di Adelfia, e i debiti venivano pagati; credo che furono saldati tutti entro il quinto anno, ma non con la sola vendita dei prodotti agricoli. Erano intanto diminuite le spese dei trasporti marittimi. Il signor Miceli si dimostrò molto onesto, e dopo due anni non ci fece più pagare il nolo per i trasporti di persone e merci effettuati per conto nostro. Erano infatti numerosi i turisti che venivano a vedere la nuova terra sorta del mare; la notizia dell’isola del miracolo si era diffusa e aveva destato vivo interesse.

La motonave dell’armatore, che si chiamava Freccia Azzurra, si attraccava due volte al mese alla nostra baia, vi sbarcava un grosso fuoristrada col quale i turisti venivano portati alla montagna dell’acqua miracolosa, della quale potevano riempire qualche bottiglia. La permanenza della motonave nella nostra baia durava non più di mezza giornata, e il contatto tra noi e i turisti era limitato ai saluti e, talora, allo scambio di qualche dono. Il falegname faceva dei piccoli crocifissi con un legno ambrato, lavorabile con la sgorbia, anche se con molta pazienza. Quando ne aveva scolpito uno, subito lo regalava a qualche turista; se questi voleva dare un’offerta in denaro, il bravo artigiano rifiutava, dicendo che nell’isola il denaro non esisteva, e quel crocifisso era un ricordo dato con l’intento di far venerare la Passione di Cristo.

Dopo la breve sosta alla baia la motonave ripartiva, effettuava il periplo dell’isola a velocità ridotta per farne ammirare la costa e poi riprendeva la via del ritorno. Col tempo questi viaggi divennero più frequenti, perché aumentava il numero delle persone desiderose di vedere la nostra isola. Ciò non ci dava nessun disturbo, perché il signor Miceli imponeva ai turisti la massima discrezione. Noi con l’armatore avevamo saldato il conto, e i nostri rapporti continuavano in modo leale e amichevole, con reciproco interesse: noi avevamo gratis il trasporto delle merci, della posta e del nostro personale; lui guadagnava con i turisti che volevano visitare l’isola. Lo scalo alla nostra baia stava diventando un affare, la Freccia Azzurra andava e veniva incessantemente, e per favorire la visita turistica l’ingegnere fece costruire una strada carrozzabile, anche se sterrata, tra l’approdo e la montagna. Quando essa fu terminata, la motonave sbarcava non più un fuoristrada ma un bel pullman da 50 posti, che erano generalmente tutti coperti.

La popolazione di Adelfia era raddoppiata con arrivi di nuovi neofiti, ma lo spirito di povertà dei fondatori permaneva, e il denaro non circolava. Quello derivante dalle nostre produzioni serviva per gli acquisti, sempre comunitari, di biancheria, vestiario, libri e cartoleria.

L’ingegnere e l’agronomo fecero venire macchinari anche costosi, come una ruspa, un forno da campo, un più potente gruppo elettrogeno, una idrovora e un impianto igienico-sanitario completo, con annesso trattamento delle acque reflue, che venivano poi utilizzate per l’irrigazione.

Fu proposto anche l’acquisto di un impianto per la dissalazione dell’acqua marina, poiché quella della roccia era ormai scarsa per sopperire alle esigenze della popolazione aumentata. Ma il dissalatore non fu per allora acquistato perché l’acqua dei pozzi risultò potabile, e anche perché esso avrebbe consumato troppa energia elettrica.

Fino a tutto il quarto anno nella baia non avvennero altri cambiamenti importanti, e non ci furono contrasti di rilievo. Il vecchio gruppo dirigente era stato allargato con l’opzione dell’ingegnere, dell’agronomo e di due artigiani, ma si dimostrava ancora abbastanza coeso: le decisioni si prendevano all’unanimità, mancando questa si ricorreva alla votazione nell’assemblea generale.

4 – Baia Balenottera

Il sesto anno, se ben ricordo, il dissodamento dell’isola era terminato, e quasi tutto il terreno era a coltura (mais, soia, tabacco, cotone, oltre ai legumi e agli ortaggi per il vitto della comunità). Le piante di banano crescevano a vista d’occhio, e forse dopo 4-5 anni avremmo avuto i loro primi caschi.

Lo spietramento dell’isola ci aveva fatto accumulare una gran quantità di materiale calcareo, e alla montagna avevamo aperto una cava che ci dava una bella pietra rosata simile al travertino, ma di struttura più compatta, che l’ingegnere giudicò indicatissima per architravi, colonne, pilastri e capitelli. Avendo a disposizione tutto questo materiale, l’ingegnere propose la costruzione della chiesa, che egli aveva già disegnato in stile romanico, con un grande rosone. Ne ammirammo la figura, e non potevamo opporci a questa spesa, che veniva sostenuta in onore di Dio.

Ma per edificarla non bastavano le pietre, occorrevano cemento, ferro, calce e sabbia. Di quest’ultima non c’era penuria, avevamo nell’isola vasti arenili; anche la calce avremmo potuto produrla noi con la calcificazione delle pietre calcaree. Bastava cuocerle a fuoco lento e prolungato in un’apposita calcara da costruire in terreno adatto.

Occorreva però molto tempo e tanta legna, per cui l’ingegnere disse che era meglio importarla già spenta, in sacchi di plastica da 50 chili. Poi occorrevano gli operai: manovali, muratori, capomastri, spaccapietre, scalpellini, marmisti, intonacisti, stuccatori, ecc.

Per la direzione dei lavori avevamo il nostro bravo ingegnere, che era specializzato in edilizia, e della costruenda chiesa ci mostrò con orgoglio la pianta e la sagoma sia frontale sia laterale.

Il presidente gli chiese quanti operai prevedeva di far venire, quanti mesi occorrevano, e la spesa che lui calcolava. Rispose che con una quindicina di operai esterni, oltre a quelli di Adelfia che poteva utilizzare, pensava di costruire la chiesa e il campanile in 12-15 mesi. Per la spesa (operai esterni e materiali) non poteva ancora quantificarla, ma l’associazione non doveva preoccuparsene: ci avrebbe pensato lui.

Il nostro economo gli chiese con quali mezzi intendeva affrontarla. Rispose:

«Questa isola beata, oltre alle risorse agricole, ha una risorsa meravigliosa, la sua bellezza, le sue coste immacolate, cioè il turismo. Quello che abbiamo concesso al signor Miceli con la sua Freccia Azzurra è un buon inizio, ma non ci rende niente in contanti. Apprezzo i servizi che il Miceli ci fornisce e anche la sua discrezione, e non intendo intaccare minimamente questa sua lodevole attività… Noi abbiamo alla parte opposta dell’isola una baia che forse non tutti voi conoscete, voglio dire nelle sue straordinarie bellezze paesaggistiche. Voi direte: la natura narra la gloria di Dio; ma a chi la narra, se non ci sono gli uomini a contemplarla? A quella baia mi ci portò la prima volta l’avvocato, che l’aveva scoperta e l’aveva chiamata Baia Balenottera, perché ci aveva visto questo cetaceo a distanza ravvicinata… Io ci torno spesso, quasi sempre con l’amico agronomo, che può quindi confermare le mie affermazioni… Per ben tre volte anche noi abbiamo visto la balenottera, che evidentemente ama nutrirsi in quei paraggi. L’agronomo ha voluto analizzare l’acqua della baia, e ha visto che è ricca solo di fitoplancton, derivato da alcune specie di alghe. Il cetaceo viene lì a cibarsi di esso… Abbiamo concluso che è vegetariano: lo zooplancton, di cui è ricco l’oceano verso l’Antartide, lo farebbe ingrassare, e lui ci tiene alla linea… Ma lasciando lo scherzo, la balenottera è un’altra attrattiva di quella baia, che può essere opportunamente reclamizzata… Ebbene, una grande società armatrice, che ha diverse navi da crociera, la Mira, che certamente conoscete, ha messo gli occhi su questa stupenda baia, che è immacolata e molto più bella della Costa Azzurra e della Costa Smeralda. Poco tempo fa, attraverso il suo agente, mi ha fatto sapere che, per il fitto annuo di quattro chilometri di quella costa, la ditta offre 500.000 euro. Con un paio di annate di questo fitto noi ci ripaghiamo della spesa per la costruzione della chiesa con il campanile e le relative campane… Non vi sembra un’offerta da accettare?»

«E’ un’offerta allettante,» rispose il presidente «ma noi temiamo la colluvie di vacanzieri, che potrebbero turbare lo svolgimento della nostra vita di raccoglimento spirituale.»

«Non avere questo timore.» intervenne fra Matteo «Del raccoglimento  spirituale sono io il garante. I turisti non potranno scorrazzare per l’isola, resteranno sulla costa, nelle loro tende o casotti o gazebi; non potranno turbare minimamente la nostra vita e tanto meno corromperci.»

«I quattro chilometri» chiesi io «si intendono lineari o di superficie? E’ bene chiarire il termine.»

«Sono chilometri lineari, cioè di costa.» disse l’ingegnere «Verso l’interno noi concederemo al massimo un mezzo chilometro, e io mi impegno, se l’affare andrà in porto, ad alzare una rete di confine, anche di plastica, ma solida e sostenuta da paletti di ferro, non valicabile né per i vacanzieri né per i nostri associati… la separazione sarà totale.»

«In questi termini la proposta è accettabile» disse il presidente «ma bisogna stendere un regolare contratto, con patti chiari, soprattutto riguardo al confine non valicabile. Io delego te, caro ingegnere, a trattare la cosa e a firmare il contratto a nome della Comunità Adelfia… Vedo che gli altri dirigenti sono d’accordo, e quindi ti autorizzo a prendere contatto con la Mira per definire l’accordo. Ma ti preghiamo, ingegnere, di farcelo leggere prima di firmarlo.»

Ricevemmo la sua assicurazione.

5 – Altre novità

Poco dopo questa decisione ricevemmo una visita davvero inaspettata. Un giorno con la Freccia Azzurra arrivò un legato pontificio, inviato dal Vaticano. Si presentò come XY, arcivescovo titolare di Legia. Non avevamo mai sentito quel nome di città, ma ci guardammo bene dal chiedere dove essa si trovasse al signor legato che aveva pronunciato quel toponimo con tanta solennità. Riunimmo la direzione per ascoltare quello che il prelato avesse da dirci. Ci chiese se la comunità si professava cattolica o una setta cristiana. Rispondemmo che non eravamo una setta ma cristiani cattolici. Allora ci diede i saluti di Sua Santità Sisto IX con la sua paterna benedizione. Disse che non aveva altro da chiederci, perché era ben informato della nostra attività, ma chiese di parlare in separata sede con la nostra guida spirituale.

Mentre lui si appartava con il frate, noi attendemmo tra meravigliati e perplessi. Dopo mezzora il loro colloquio era concluso, e siccome era già mezzogiorno, invitammo il prelato a pranzare con noi alla mensa comunitaria. Ringraziò, ma avrebbe mangiato sulla motonave che stava per ripartire.

A mensa cercammo di sapere dal frate i motivi di quella visita, dato che in tutti quegli anni nessun contatto avevamo tenuto col Vaticano. Venimmo a sapere che la Curia, che conosceva da tempo l’attività della nostra associazione, stava studiando come dare ad essa un riconoscimento ufficiale. Il popolo cristiano è diviso in parrocchie, che formano le diocesi, le quali dipendono gerarchicamente dalle arcidiocesi, e queste dalla Conferenza Episcopale Nazionale e infine dalla Santa Sede. Nelle terre di missione ci sono i Vicariati e le Prefetture Apostoliche; la Curia aveva mandato quel monsignore per informarsi sull’entità di Adelfia e prendere una decisione sulla denominazione da darle. Ma, a quanto pare, nelle alte sfere la decisione era già stata presa, con la mediazione del corrispondente di fra Matteo, quel fra Ginepro del quale lui ci aveva parlato come suo successore nello speco del Soratte.

Infatti solo due settimane dopo con la Freccia Azzurra arrivò questo frate con un plico sigillato e un grosso pacco. Il plico conteneva il diploma di nomina di Adelfia a Prefettura personale del Santo Padre, e di fra Matteo a Prefetto di essa. Il pacco conteneva una mitria dorata, una tunica e un tricorno violetti, e un anello gemmato, tutti della misura esatta del frate.

Questi fece subito radunare l’assemblea generale, per far ammirare gli arredi prelateschi che gli erano stati mandati, e poi disse:  

«Fratelli miei, credetemi, io non volevo questo onore, ma la Santa Sede ha voluto dare un riconoscimento al merito di questa associazione e di me che la guido. La nomina a Prefetto equivale a quella di Vescovo, onde gli arredi del grado che mi sono stati mandati. Manca il bastone pastorale, perché nella tradizione ecclesiastica esso generalmente viene regalato al vescovo dai suoi fedeli. L’onore fatto a me è come fatto a tutti voi, e Adelfia ne deve andare orgogliosa… La Santa Sede auspica che Nuova Atlantide prolifichi, si popoli di tanti bravi cristiani cattolici, in modo da poter essere elevata presto alla dignità di diocesi di Santa Romana Chiesa. Pertanto io vi esorto ad accettare con maggiore liberalità gli aspiranti ad Adelfia, anche se non hanno una formazione spirituale adeguata… la riceveranno nella comunità. Adelfia non deve essere un’associazione di élite, ma accogliente e diffusiva, non chiusa in se stessa.»

Con questa raccomandazione fra Matteo concluse il suo discorsetto, e siccome il presidente non aveva voglia di prendere la parola, la presi io e dissi:

«Caro fratel Matteo ci congratuliamo con te per il grado che ti è stato attribuito. Per noi la nomina a Prefettura non dice nulla di cui inorgoglirci, e tanto meno aspiriamo a crescere di numero per diventare una diocesi, cosa del resto impossibile per un’isola di modesta grandezza, e tu lo sai meglio di noi…»

«Non è affatto impossibile, si tratta di raggiungere una popolazione adeguata… Le Canarie sono una diocesi.»

«Ma le Canarie sono un arcipelago che assomma a più di 7000 Kmq e più di un milione di abitanti.»

«Tanti abitanti adesso, ma quando fu fondata la diocesi nel 1400 ne aveva ben pochi.»

«Comunque lasciamo stare questo discorso che non ci interessa. Noi siamo un piccolo gregge… ci piacerebbe, certo, che altri si unissero a noi… ma condividendo appieno la nostra spiritualità, la nostra interpretazione del Vangelo e la nostra visione del mondo. Già adesso, che da quaranta siamo diventati un centinaio coi nuovi venuti, fatichiamo molto a mantenere l’impegno statutario di una vita povera e comunitaria.»

«E perché dovreste vivere sempre poveramente e in comunità? Gesù condanna la ricchezza, l’opulenza, ma non un modesto benessere equamente distribuito. Ma di questo parleremo; oggi per voi e per me è un giorno ricordativo, dies albo signanda lapillo, come dicevano i latini.»

«Veramente memorabile» disse a questo punto il professore, sorridendo alla citazione latina «ma soprattutto per te, che sei salito di grado nella gerarchia… Ma noi ora come ti dobbiamo chiamare? Siccome prefetto è uguale a vescovo, ti dobbiamo chiamare monsignore?»

La domanda era bonariamente provocatoria; ma il frate fece finta di non avvertire la punta ironica, e senza sorridere rispose:

«Monsignore è il titolo che mi spetta, ma io non ci tengo, regolatevi voi; lo stesso dicasi per il bastone pastorale: fa parte del grado, come la mitria e l’anello; ma io non ci tengo, sta a voi decidere se donarmelo o no.»

Noi tutti capimmo che lui al pastorale ci teneva, eccome; e il presidente incaricò il falegname di fabbricarglielo con il miglior legname che aveva. Lo fece di mogano, e glielo donammo la domenica successiva prima della messa. Evidentemente fra Matteo non aveva l’umiltà dell’eremita, ma un sacerdote umile è rara avis.

Le novità a Baia Adelfia si susseguivano. Poiché l’edificazione della chiesa era stata approvata, l’ingegnere fece venire da Roma i 15 operai che riteneva indispensabili per tirar su la fabbrica. Facevano tutti parte di una ditta di costruzioni di un ingegnere suo amico, col quale il nostro aveva fatto un contratto omnicomprensivo, di cui non ricordo la cifra, ma ricordo che a noi parve abbastanza salata. Per questi operai fu eretto un baraccamento, con dormitorio, refettorio e mensa, a circa mezzo chilometro dal nostro insediamento, accanto al luogo dove doveva sorgere la chiesa. Era un collicello molto vicino al mare, perché volevamo che i naviganti la vedessero.

Si stavano scavando le fondamenta, quando un giorno arrivò il procuratore della società Mira, per stendere il contratto, dato che aveva preso con l’ingegnere solo un accordo orale. Il procuratore prima volle parlare col nostro presidente, che avrebbe dovuto firmare il contratto assieme all’ingegnere. Orbene il procuratore disse che la Mira voleva l’accesso alla montagna; la notizia dell’acqua della roccia circolava nei media, e un soggiorno a baia Balenottera senza una visita alla sorgente miracolosa perdeva ogni attrattiva, e la società in questo caso rinunciava all’accordo.

La maggioranza della direzione, tra cui io, era propensa a disdire il contratto: infatti si era convenuto che il lido avesse una profondità di mezzo chilometro e fosse recintato; come si poteva collegarlo con la montagna, distante più di cinque chilometri? E poi alla montagna era stato già concesso l’accesso ai turisti della Freccia Azzurra.

L’ingegnere si oppose energicamente alla maggioranza, dicendo che lui si era impegnato in proprio nella costruzione della chiesa, col suo notevole costo, basandosi sul fitto che la Mira avrebbe pagato, il quale gli dava certezza di poter saldare in due anni il debito da lui contratto con la ditta edile e con i fornitori. Se saltava il contratto, lui sarebbe stato debitore insolvente… con tutte le conseguenze legali… Capiva che i contrari temevano un’invasione di vacanzieri nel centro dell’isola, con pericolo di contaminazione, ma questo pericolo non esisteva: era una fobia di spiriti umbratili.

Innanzi tutto bisognava sfatare il pregiudizio che turista equivalesse a uomo gaudente; anzi la maggior parte fa una crociera per rilassarsi, fare utili esperienze e acquistare nuove conoscenze geografiche, storiche, artistiche, paesaggistiche e di costume. Comunque l’accesso da Lido Balenottera alla montagna poteva essere regolamentato e controllato: in determinati giorni e per determinate ore si sarebbe autorizzata la visita, sotto la guida e la vigilanza di incaricati di Adelfia. Anche l’incontro con i turisti di Freccia Azzurra sarebbe stato evitato con una oculata programmazione delle rispettive visite. Né il signor Miceli poteva lamentarsi, dato che la concessione a lui accordata era stata fatta in linea amichevole e senza alcun canone.

Fra Matteo disse che, con le modalità e cautele proposte dall’ingegnere, la concessione a Mira poteva essere data senza alcun pericolo morale; perciò chiese la votazione pubblica di tutti i membri maggiorenni. Prevalsero di gran lunga i sì, e il contratto con la società Mira fu stipulato nello stesso giorno. Noi ci impegnavamo a permettere l’accesso alla montagna sacra i giorni pari dalle 10 alle 12, la ditta a regolare l’afflusso col massimo ordine e con la dovuta discrezione. Il procuratore lasciò un assegno di 250.000 euro.

La Mira fece approdare una motonave da crociera alla baia Balenottera una settimana dopo. L’ingegnere separò il lido affittato dal resto dell’isola con una robusta rete di plastica sorretta ogni 10 metri da un paletto metallico, e interrotta a metà da due colonnine con un cancello chiuso con un lucchetto: una chiave la tenevamo noi, una la direzione del lido. Per qualche tempo la cosa funzionò senza incidenti, e senza che si tentassero sconfinamenti.

Ma sistemato un problema ne sorse un altro.

Un giorno sbarcò nella baia un funzionario del Comune di Roma, il quale contestò alla nostra comunità una grave infrazione alla legge comunale sulla Nettezza Urbana, in quanto avevamo cambiato residenza senza comunicare la variazione per la tassa sui rifiuti solidi urbani, che non avevamo pagato dalla partenza da Roma, cioè da sei anni.

Quindi dovevamo pagare non solo l’importo del tributo per sei anni, ma anche gli interessi legali delle somme annuali evase, più una salatissima multa per l’evasione del tributo.

Ci difendemmo dicendo che noi non stavamo più a Roma, e non usufruivamo più del servizio N.U., e quindi non dovevamo pagare per un servizio di cui non godevamo. Ma dovemmo riconoscere il nostro torto. Infatti noi, come mi sembra di aver detto, per non inquinare l’isola, mandavamo a Roma, in bidoni o sacchi di plastica ben chiusi, tutto il materiale riciclabile, come lo scatolame di metallo e di plastica, il vetro e le bottiglie di acqua minerale.

Quindi dovevamo pagare, e promettemmo di pagare al più presto, mandando a Roma il nostro economo. Non ricordo la somma complessiva, ma era tale che quasi ci spaventò, perché con il ricavato dei nostri prodotti riuscivamo appena a sopperire alle spese ordinarie.

Ma ben altro colpo ricevemmo alcuni mesi dopo, quando un dirigente dell’Anagrafe di Roma venne a consegnare il verbale di una multa ancora più salata, per aver noi occultato al Municipio la nascita di sette bambini, quanti effettivamente erano nati in quegli anni nella baia di Adelfia.

Ci chiese i certificati di quelle nascite, che per fortuna potemmo esibire, firmati dal medico e dall’ostetrica, ché altrimenti sarebbero scattate altre sanzioni pecuniarie per i due sanitari inadempienti. Il funzionario prese nota nominativa e con tutte le generalità, dei componenti dell’associazione, e ci comunicò che, per semplificazione e più facile identificazione per il futuro, saremmo stati tutti iscritti all’anagrafe del Municipio XVI, dove aveva avuto la residenza il nostro presidente.

Pagammo, a rate, anche questa multa, e speravamo che fosse finita la persecuzione della burocrazia nazionale nei nostri confronti, ma non era così.

Non passò molto tempo che sbarcò alla baia un colonnello dei carabinieri in divisa accompagnato da due militi dell’Arma. A prima vista ci spaventammo, pensando che fosse venuto ad arrestare qualcuno di noi.

In realtà, dopo le due visite precedenti, eravamo tutti in una certa ansietà, nel timore di trasgredire o aver trasgredito senza accorgercene qualche legge o regolamento, per cui dovevamo pagare ammende o addirittura subire il carcere.

Per fortuna questa volta la paura finì presto, perché il colonnello ci disse subito che non portava cattive notizie, anzi buone, e aggiunse:

«Il Governo è venuto a conoscenza della vostra emigrazione in questa nuova isola, prima inesistente, e ha voluto dare a questo insediamento un riconoscimento politico-amministrativo come territorio nazionale, e con legge ha dichiarato la Nuova Atlantide una exclave della Repubblica Italiana. Reco a voi, a nome del Governo e per incarico del Ministro dell’Interno, copia del decreto, una bandiera tricolore con asta metallica e una bella fusciacca tricolore per il sindaco.»

Siccome non avevamo un sindaco, il colonnello la diede al nostro presidente e volle allacciargliela lui stesso alla vita. Poi fece piantare la bandiera e fece eseguire ai carabinieri l’alzabandiera col relativo saluto. Noi eravamo quasi commossi. Il colonnello fu gentilissimo, ci chiese il permesso di scattare qualche foto per suo ricordo personale, e ripartì dopo aver stretto la mano a ciascuno di noi; i militi fecero altrettanto.

6 – Il dio Quattrino

I quindici operai giunti per la fabbrica vollero uno spaccio dove comprare tabacco, cibi in scatola, medicine generiche, dentifrici e oggetti di toletta di cui sentissero il bisogno. Il nostro economo si fece dare da loro un elenco delle cose richieste, le fece venire, e aprì per loro uno spaccio, affidato a uno dei nostri, ma aperto solo per i forestieri. In questo modo il denaro cominciò a circolare nella nostra isola; noi non l’avevamo mai usato e volevamo continuare a non usarlo. Tutti gli acquisti venivano fatti dalla comunità, praticamente dal nostro economo, che oculatamente poi li amministrava e li forniva gratuitamente agli aventi bisogno.

Questo spaccio fece venire a più di uno dei nostri il desiderio di comprare lì qualche cosa, ma non aveva denaro. La nostra comunità nel sesto anno era di oltre cento membri, e a dire la verità l’economo faceva fatica a provvedere a tutti il cibo, il vestiario e il resto richiesto dalla vita di circa quaranta famiglie, e specialmente di quelle in cui c’erano bambini. Noi della direzione ci rendemmo conto di questa crescente difficoltà dell’economo, e gli demmo il ragioniere come aiutante.

Ma dopo pochi mesi ci accorgemmo che la mensa comune e la gestione comunitaria di tutto l’occorrente non soddisfaceva la maggioranza, specialmente i nuovi associati, e sotto accusa era soprattutto la cucina. Qualcuno arrivò a dire che erano trattati come dei soldati a cui viene distribuito il rancio, di cui bisogna accontentarsi, anche se non è soddisfacente.

Riconoscemmo che le lamentele erano giustificate, e che era inevitabile passare, almeno per la cucina, dalla gestione comunitaria a quella familiare. Ma per provvedere in proprio le famiglie dovevano possedere denaro. Il frate diceva che ciò era assolutamente necessario, e che il denaro non è il male, il male è averne troppo e spenderlo per i vizi. Siccome la comunità aveva in banca una discreta somma per i bisogni comunitari, decidemmo di prelevarla e di distribuirla in parti uguali a ogni componente familiare. Se ben ricordo ciascuno ebbe 250 euro. Di conseguenza oltre allo spaccio si creò un mini-mercato, e ci furono addette due donne sotto la sorveglianza dell’economo.

Ma una ciliegia tira l’altra. Anche la coltivazione del suolo cominciò a presentare dei problemi. Era comunitaria, ma ormai solo per modo di dire. Molti membri non potevano parteciparvi, perché addetti ai servizi come cucina[7], infermeria, spaccio, mini-mercato, falegnameria e altri laboratori artigiani. Praticamente si dedicavano alla campagna solo gli agricoltori e pochi altri volontari che furono ritenuti idonei. Fu allora deciso a maggioranza di conservare in gestione comunitaria solo le quattro coltivazioni di cui vendevamo il prodotto, vale a dire il mais, la soia, il tabacco e il cotone, e di dividere il restante terreno in lotti uguali o equivalenti da assegnare per sorteggio uno per famiglia, e ogni famiglia ne avrebbe disposto a piacimento.

La scelta degli appezzamenti per le piantagioni fu affidata all’agronomo, la divisione in lotti del rimanente terreno al geometra e a un suo assistente disegnatore. Costui approntò la mappa generale dell’isola, con le particelle numerate e separate con pietre di confine. A lavoro ultimato i lotti furono assegnati per sorteggio in piena proprietà ai capifamiglia, i quali quindi ne potevano disporre a piacimento, anche venderli (purché a membri di Adelfia) o affittarli o dividerli tra i figli. Ma ogni variazione doveva essere ufficializzata, cioè comunicata ai due tecnici che avevano impiantato il catasto dell’isola.

Per il momento non ci ponemmo il problema della validità giuridica di questo nostro catasto, e quale fosse la nostra autonomia in regime di exclave. Il fatto sta che, con questi cambiamenti resisi necessari anche per i tanti neofiti che ci mandava fra Ginepro, era penetrato in Adelfia il denaro, fonte primaria di corruzione, e vi si era riconosciuta la proprietà privata, spesso fonte di contrasti e di liti, e anche fomite di avidità, in quanto più si possiede più si vuol possedere, perché il possesso è come un dominio.

In un anno e mezzo la chiesa e il campanile erano terminati, e anche tre campane di differente timbro erano state allogate in tre finestre bifore che facevano bella mostra di sé nello svettante campanile alto 40 metri. L’ingegnere, tutto soddisfatto, ci portò ad ammirare la chiesa a tre navate, che era solida e maestosa, ma esagerata per una piccola comunità come la nostra, per la quale sarebbe bastata una semplice cappella. Il frate invece disse che non era affatto eccessiva, poiché Nuova Atlantide andava popolandosi e forse un giorno non lontano quella sarebbe stata la sua chiesa cattedrale.

Sorridemmo a questa sua uscita, ma capimmo che una sola era la mira di Matteo: incrementare il numero del suo gregge senza badare troppo alla cura delle anime. Fra Ginepro, quasi a ogni viaggio di Freccia Azzurra, ci mandava nuovi neofiti, spesso con moglie e figli al seguito. Monsignore li riceveva in forma solenne, conversava un po’ con loro, e poi ci assicurava che erano ben preparati e degni di essere accettati. E noi dovevano aggregarli, pur avendo molti dubbi sulla loro idoneità e buona fede.

Riguardo alla costruzione della chiesa devo accennare al suo seguito. L’ingegnere ci disse che era avanzato molto materiale, e ci portò a vederlo. Si trattava di sacchetti di cemento, bidoni di calce spenta, tondini di ferro e pietre già squadrate. Quel materiale, se non era impiegato, si deteriorava e diventava inservibile: il ferro si sarebbe arrugginito, la calce si sarebbe indurita, i sacchetti di cemento sarebbero diventati dei blocchi, la pila di pietre ammassate quasi sul sagrato avrebbe costituito solo uno sgradevole scenario; quindi era necessario utilizzare e non far perdere tutto quel materiale che era anche costato. Che cosa ne volevamo fare?

Lui propose di costruire, a fianco della chiesa ma dal lato opposto al campanile, la casa del parroco, anche per un motivo estetico, perché altrimenti la chiesa da quel lato sarebbe sembrata come monca, priva di un’ala. Il professore, che era il responsabile del settore scolastico, invece propose di costruirci una scuola, di almeno cinque aule ampie e con adeguati servizi, perché quelle prefabbricate erano ormai insufficienti e anche scomode. Si accese una discussione tra i sostenitori dell’una e dell’altra ipotesi.

Il presidente, vedendo che non si poteva giungere ad una decisione condivisa, chiuse la discussione, invitò tutti a riflettere sul quesito, e indisse per l’indomani una assemblea generale nella quale l’ingegnere e il professore avrebbero sostenuto ognuno la sua tesi, e poi si sarebbe votato o per la canonica o per la scuola.

La maggioranza fu per la canonica, cioè vinsero i nuovi venuti che sostenevano la politica del frate e dell’ingegnere. I lavori cominciarono subito e dopo sei mesi anche questo edificio era completato. Quando il frate ci portò a visitarlo, notammo che anch’esso era eccessivo per dover ospitare una sola persona. A pian terreno aveva, oltre a un bel locale d’ingresso, una cucina, i servizi, una piccola camera e un grande salone. Al primo piano un vasto studio, altri servizi e due camere.

Chiedemmo all’ingegnere se c’era bisogno di tutta questa vastità per ospitare un solo uomo. Rispose:

«Come avete visto, non ho acquistato altro materiale ma ho voluto utilizzare tutto quello che era rimasto. I molti locali, se non servono oggi, forse potrebbero essere necessari domani, specialmente se la Nuova Atlantide diventerà una diocesi della Santa Sede.»

Quando la canonica fu completamente arredata, il frate disse che per la consacrazione della chiesa aveva invitato il cardinale di Curia addetto ai rapporti con gli Stati, cioè praticamente il ministro degli Esteri del Vaticano, e ci esortò ad accoglierlo con la massima solennità, perché era un principe della Chiesa e, stando in Curia e con la carica che aveva, poteva procurarci indulgenze e privilegi per la nuova chiesa, e anche l’elevazione di essa a basilica pontificia, titolo onorifico che ci avrebbe fatto conoscere in tutto l’orbe cattolico.

La prospettiva di questi privilegi e di questi onori lasciava del tutto indifferenti noi della “vecchia guardia”, e fui io a rispondere:

«Monsignore, noi non ci teniamo affatto a questi titoli e privilegi, che non servono per progredire nella via della perfezione; accoglieremo col dovuto rispetto il principe della Chiesa, ma sinceramente noi non lo avremmo invitato. Perché tutta questa solennità, tutta questa festa? A che serve? La chiesa viene benedetta col semplice segno della santa croce, e viene santificata non da formule e riti, ma dalla preghiera e dalla virtù di quelli che la frequentano.»

Il frate avvertì il tono ironico con cui avevo calcato il titolo di monsignore per lui e di principe della Chiesa per il cardinale, e replicò:

«Egregio avvocato, quei titoli sono termini ufficiali della Chiesa Cattolica ed è di cattivo gusto fare dell’ironia su di essi. Allo stesso modo, se lei fosse stato nominato cavaliere dal Presidente della Repubblica, non si potrebbe ironizzare a chiamarla signor cavaliere; monsignore non significa altro che “mio signore”.»

«Sono perfettamente d’accordo sul significato della parola, strutturata come tante altre simili, come nossignore, sissignore; mentre il titolo di cavaliere a me sarebbe palesemente ironico, perché io su un cavallo non sono mai salito.»

Si avvicinava il Natale, e la cerimonia inaugurale era stata fissata per la vigilia. Credo che fu l’anno 2106. Il cardinale sarebbe giunto, assieme al segretario, con la Freccia Azzurra del 20 dicembre e sarebbe ripartito con la stessa il 4 gennaio. Col cardinale sarebbe giunto anche fra Ginepro. Per accogliere i tre ospiti ci affrettammo a completare i preparativi per il loro soggiorno, e se ne incaricò l’ingegnere il quale, incontrandomi un giorno, mi disse:

«Caro avvocato, criticavi la costruzione della canonica, poi ne hai biasimato la vastità: ora devi riconoscere che è stata una decisione ispirata dal Cielo. Senza di essa, come avreste potuto ospitare per quindici giorni Sua Eminenza il cardinale, Sua Eccellenza il segretario che è un monsignore di Curia, e il frate accompagnatore?»

Sorrisi, ma non risposi alla punzecchiatura; avrei voluto rispondere che, più che ispirazione celeste, tutto l’affare era stato abilmente programmato da lui assieme a fra Matteo, fra Ginepro e la Curia Romana, che si interessava all’isola per un suo scopo recondito, che io intuivo.

La solenne benedizione della chiesa avvenne immediatamente prima della Messa di mezzanotte. Il cardinale aveva portato il Sacro Crisma per ungere l’altare, e una reliquia di non so quale santo, che fu collocata in apposito alloggiamento al centro di esso. Furono lette le preghiere di rito e poi il cardinale con gli accoliti girò la chiesa spruzzando di acqua santa tutti i pilastri e anche noi che eravamo lì raccolti. La Messa fu solenne e in pompa magna, seguendo scrupolosamente il fastoso cerimoniale romano; faceva da cerimoniere fra Ginepro, che per l’occasione vestiva non il saio ma un’ampia tunica color fucsia.

Salirono all’altare prima il cardinale celebrante con un’alta mitria e il pastorale dorato, poi come diacono il nostro monsignore con mitria più modesta e il pastorale di mogano, infine il segretario che fungeva da suddiacono, e non aveva né mitria né pastorale, ma una veste violetta con in testa un tricorno dello stesso colore, ornato da un vistoso pompon di seta.

Mi sono sempre meravigliato come mai la Chiesa non avverta l’incongruenza, per non dire peggio, di presentarsi davanti a Dio con questi attributi di potere; non dico di vestire tela di sacco e mettere la cenere sul capo, ma almeno vestire modestamente. E poi trovo buffo tutto il cerimoniale che si esegue durante la messa con questi attributi di potere.

Prima si lascia il pastorale, poi la mitria, ma si conserva lo zucchetto (purpureo per il cardinale, violetto per i monsignori); all’omelia il celebrante riprende mitria e pastorale, perché così le sue parole risuoneranno più solenni; alla liturgia eucaristica, spariti pastorale e mitria, il celebrante si toglie anche lo zucchetto, ma dopo la comunione de lo rimette, e per dare la benedizione finale calca di nuovo la mitria e impugna il pastorale, come se senza questi emblemi la benedizione di Dio non avesse alcun valore.

 Ho sempre pensato che tutto questo cerimoniale distrae i fedeli, più che edificarli, ma debbo purtroppo riconoscere che a molti tutta questa sceneggiata piace, specialmente alle donne. Mi ricordo che una volta, assistendo in piazza San Pietro alla messa papale, quando comparve Sisto IX con pastorale d’argento e una mitria sesquipedale tutta d’oro con gemme, una donna accanto a me, tutta estasiata esclamò:

«Oh quanto è bello! Questo ci vuole per dimostrare che la Chiesa è veramente santa.»

Purtroppo molti la pensano così: per loro la religione è uno spettacolo, più è pomposo e meglio è. La nostra cosiddetta civiltà (vera inciviltà) è tutta basata sull’apparenza, sull’immagine, enfatizzata dai media: chi sa imporsi e far stupire con la sua immagine è in, chi non lo sa fare è out, o meglio non esiste, è un nulla.

Queste melanconiche considerazioni mi rimuginano spesso nella mente, e durante quella Messa di mezzanotte mi distrassero più volte dalla concentrazione devota. La presenza di quei tre ospiti e, già prima, i preparativi per accoglierli ci distrassero molto dalle nostre consuete attività, e ne risentirono soprattutto la scuola e la lavorazione agricola, che furono praticamente sospese.

Un giorno tra Natale e capodanno il cardinale invitò a pranzo nella canonica la direzione di Adelfia, che in quel tempo era composta di cinque persone, il presidente, il segretario (che ero io), l’economo, il farmacista e l’ingegnere. Durante il banchetto, e specialmente dopo, sorbendo il caffè il cardinale si interessò della nostra attività nel campo economico e chiese se avevamo il bilancio in attivo. L’economo rispose che, con le ultime spese per la chiesa, eravamo un po’ al passivo; ma subito l’ingegnere assicurò che col fitto dovuto da Mira, il prossimo anno saremmo passati già all’attivo.

Il presule mi disse che aveva letto la Cronaca dell’anno 2100; la riteneva piuttosto drammatizzata e ideologizzata, ma di lettura letterariamente gradevole. Mi chiese se intendevo continuare quella Cronaca. Risposi che non ne avevo nessuna voglia, non ne vedevo l’utilità, per cui non stavo neppure prendendo degli appunti. Mi consigliò: se per caso la continuassi, di smettere il tono polemico e mettere in luce i progressi, i successi e gli eventi memorabili di Adelfia, come era la edificazione e la benedizione della chiesa.

A proposito di questa disse che era di bello stile e si congratulò col progettista e direttore dei lavori; ma aggiunse che, essendo a tre navate, la trovava internamente un po’ spoglia, senza una statua, senza almeno due altari laterali. Promise che ci avrebbe inviato a questo scopo le statue di due papi canonizzati di recente, con frammenti delle loro reliquie; si trattava di papa Roncalli e papa Wojtyla, due pontefici che avevano inciso profondamente nella storia della Chiesa e dell’umanità.

Monsignore si affrettò a ringraziare, mostrando il suo gradimento, ma io non mi peritai di obiettare:

«Signor cardinale, mi scusi se non sono d’accordo. Dato che la chiesa è la casa di Dio, e a Dio cioè alla Santa Trinità è dedicato l’altare maggiore, per i due costruendi altari laterali io chiederei le statue di Gesù e della Madonna, sua madre, piuttosto che quelle di due papi fatti santi per decreto pontificio. Saranno stati uomini benemeriti della Chiesa e dell’umanità, ma proporre al culto dei fedeli le loro statue, anche benedette, e le loro reliquie, mi sembra inopportuno.»

Avrei voluto dire “mi sembra idolatria”, ma non osai.

Il cardinale sorrise benevolo, ma indugiava a rispondere. Allora monsignore disse:

«Eminenza, voglia scusare il nostro avvocato; come tutti gli avvocati, ha lo spirito di contraddizione, la voglia di contrastare, di argomentare o in pro o in contro. Il culto di Gesù e della Madonna è tanto profondamente radicato in noi, che non ha bisogno di statue per ravvivarcelo; ma questi due santi papi meritano la nostra venerazione e si propongono alla nostra imitazione per l’esercizio eroico delle virtù cristiane. Anzi io farò venire da Roma un congruo numero delle loro biografie, affinché essi siano in Adelfia meglio conosciuti.»

Il cardinale allora disse:

«Sono grato al signor avvocato, perché mi ha rammentato un’idea che avevo avuto alcuni giorni fa, vedendo che nella vostra chiesetta prefabbricata mancavano le statue di Gesù e della Madonna, che si trovano in tutte le chiese anche piccole. Allora avevo subito deciso di procurarvele, perché sono essenziali per una chiesa cristiana, e la devozione al sacro Cuore di Gesù e al Cuore Immacolato di Maria sono basilari per la professione cristiana cattolica. Quindi io vi prometto il sollecito invio di tutte e quattro le statue, e vi serviranno per arredare non due, ma quattro altari, due a destra e due a sinistra, naturalmente collocando prima, cioè più vicini all’altare maggiore, Gesù e la Madonna, e dopo i due santi pontefici. Se posso darvi un consiglio, vi propongo di fornire al più presto la vostra chiesa anche di un numero adeguato di banchi con sedile e inginocchiatoio, perché è stanchevole e non dignitoso assistere alla santa Messa sempre in piedi, in quanto almeno all’elevazione bisogna inginocchiarsi e all’omelia invece sedersi. Quanto poi alle vite dei santi pontefici, provvederò a mie spese a mandarvele, cento per ogni papa, le più belle finora edite. Saranno, con le quattro statue, un mio dono personale, perché mi sento già molto legato alla vostra associazione, e mi propongo di venire ancora a trovarvi.»

Fra Ginepro desiderava molto restare nella baia col suo confratello, e ne chiese il permesso al cardinale, il quale rispose che non aveva nulla in contrario, ma era la comunità che ne doveva fare la richiesta, che ne doveva sentire il bisogno. Fra Matteo disse che lui ne aveva bisogno, ma il cardinale replicò che era l’ecclesia tutta che doveva esprimersi. L’assemblea si tenne un pomeriggio del nuovo anno, e ad essa fu presente anche il cardinale il quale propose semplicemente il quesito senza far avvertire minimamente la sua preferenza. Si alzò a parlare il nostro monsignore e disse sinteticamente questo:

«Io chiedo che fra Ginepro rimanga qui innanzi tutto perché ne sento il bisogno per il mio ministero; la comunità cresce ogni giorno, arrivano sempre nuovi neofiti, che devono essere esaminati e catechizzati. E poi io sono impegnato tutti i pomeriggi per il catechismo ai ragazzi, ma si dovrebbe fare anche il catechismo degli adulti, e io non posso sdoppiarmi. Come sapete, ci sono in vista quattro matrimoni, e questi fidanzati devono essere adeguatamente preparati a ricevere il sacramento. Per tutte queste incombenze io avrei bisogno di un aiutante per provvedervi adeguatamente.

E poi voglio rivelarvi un mio progetto che può sembrarvi utopico, ma non lo è, anzi io ho già iniziato i contatti con la società Mira e specialmente col direttore del Lido Balenottera, che ospita molti turisti i quali talora si trattengono qui molti mesi. Ebbene, io vorrei organizzare un’assistenza religiosa per costoro, anche limitata, in un primo tempo, alla Messa domenicale. Non è difficile erigere una piccola cappella, magari sul nostro territorio ma immediatamente al confino col lido e vicino al cancello di comunicazione. Fra Ginepro ne sarebbe il cappellano, addetto alla cura spirituale dei turisti che ne sentono il bisogno. E poi, come sapete, da cosa nasce cosa, potrebbe nascere anche qualche conversione, e magari qualcuno che è venuto ad Atlantide come turista, ci rimane come neofita. Ecco perché mi occorre fra Ginepro.»

Il presidente aveva incaricato me di sostenere la tesi contraria, e la sostenni così:

«Cari fratelli e amici, siamo una piccola comunità di vita cristiana, siamo cresciuti ma a tutt’oggi siamo appena 150 tra grandi e piccoli, e avremmo bisogno di due sacerdoti? Ci sono terre di missione dove un solo sacerdote deve curare molte comunità sparse anche a notevole distanza. Quando ero a Roma, sostenevo con i miei risparmi un missionario anziano che, da solo, in India, aveva la cura di diciotto villaggi, che doveva raggiungere in bicicletta. Noi, così pochi, abbiamo bisogno di due ministri di Dio? Non è un’assurdità? E non è un vero peccato? Dappertutto, nella Chiesa, la messe è molta e gli operai sono pochi, mentre qui avviene l’esatto contrario. Io invito fra Ginepro a tornare in Italia per esercitare il suo ministero in qualche parrocchia che è senza sacerdote, o meglio recarsi in terra di missione, dove convertire anime a Cristo tra gli indigeni è certamente più facile che al Lido Balenottera tra i vacanzieri, che qui cercano solo piacere e divertimento.»

Fra Matteo replicò:

«Io non sono eterno; come io sono succeduto a fra Pietro, così fra Ginepro dovrà succedere prima o poi a me, ed è quindi opportuno che faccia sotto di me il suo tirocinio, per rendersi conto delle peculiari esigenze spirituali di ogni membro della comunità, che non sono quelle di semplici parrocchiani.»

A lui replicò il nostro presidente:

«Ma, fra Matteo, che sta scherzando? Ha appena trent’anni e già pensa al successore? Rimandi il confratello a Roma, magari al Sacro Speco che fu dell’eremita, dove si dice che ancora accorrono devoti pellegrini.»

Ma monsignore non cedette, volle che si votasse. Fu sonoramente sconfitto, e ci rimase molto male, lui, e più di lui fra Ginepro che, a quanto pare, ci teneva molto a restare, evidentemente perché lì da noi ci trovava il suo comodo.

7 – Patria cara

Il cardinale ripartì per Roma il 4 gennaio col suo segretario e con fra Ginepro, che non mostrava più il suo disappunto e ci salutò tutti con molta cordialità. Prima di partire colloquiò per più di un’ora con fra Matteo, il quale poi ci disse che aveva voluto dargli dettagliate istruzioni sulla gestione del Sacro Speco di Pietro l’eremita, al quale affluivano pellegrini che lo consideravano un santo, avendo compiuto, proprio lì, almeno un miracolo. Aggiunse che lo aveva incaricato di continuare a mandarci aspiranti neofiti, ma di esaminarne con più rigore le doti morali.

Ci rivelò poi che aveva col confratello valutato la possibilità, con l’appoggio del cardinale nostro protettore, di introdurre presso la Congregazione per le cause dei santi il processo canonico per il riconoscimento delle straordinarie virtù dell’eremita, per giungere almeno alla sua beatificazione; e a questo fine lo aveva incaricato di raccogliere documenti, lettere e testimonianze giurate riguardanti l’eremita.

A conclusione disse:

«Non vi avevo parlato di questo argomento, di cui ho parlato col cardinale, ma credo di avere interpretato il desiderio di tutti.»

«Non certamente il nostro» rispose il presidente «e neppure quello dell’eremita il quale in varie occasioni ci aveva espresso la sua contrarietà a questi processi canonici che offendono Dio, perché vogliono imporsi al suo giudizio.»

Il frate rispose che non credeva a quanto affermavamo, a meno che non producessimo qualche documento o lettera del defunto che confermasse le nostre asserzioni; comunque l’incarico a fra Ginepro l’aveva dato e non lo ritirava, e attendeva la decisione della Sacra Congregazione, che era in merito l’unica autorità che poteva giudicare. Siccome lui rimaneva sulle sue posizioni, noi pensammo bene di mettere fine a quel discorso.

Poco dopo ricevemmo la visita di una persona generalmente poco gradita. Si presentò col documento che attestava la sua qualifica di direttore di prima classe dell’Agenzia delle entrate di Roma. Ci contestò due gravi infrazioni della legge finanziaria: negli ultimi cinque anni avevamo evaso l’IVA, perché avevamo commercializzato i nostri prodotti (mais, soia, tabacco, cotone) senza pagarci, o farci pagare dal nostro agente, la relativa imposta erariale sul valore aggiunto.

Per queste nostre attività produttive e commerciali avevamo evaso anche l’IRAP dovuta alla Regione Lazio. L’Agenzia aveva quantificato il dovuto per l’una e per l’altra imposta, più gli interessi per la morosità, e ci presentava la cartella esattoriale. La somma da pagare era notevole, mi pare 650.000 euro, da versare entro tre mesi. Aggiunse che potevamo entro un mese interporre ricorso presso la Commissione tributaria provinciale.

Che potevamo opporre? La cara Italia ci si rivelava particolarmente cara, anzi salata. Prendemmo la cartella, non facemmo ricorso per carità di Patria e pagammo. Era già la terza volta che la cara Patria si faceva viva presso di noi con tasse, multe, imposte e ingiunzioni perentorie di pagamento. Quello che più ci dispiaceva era che a Roma eravamo considerati cittadini poco corretti ed evasori fiscali; questo perché avevamo abbandonato il mondo civile e ci eravamo ritirati in un’isola per servire Dio e vivere il Vangelo di Cristo.

Nell’assemblea plenaria, quando comunicammo l’ultima esosa esazione, si levò un coro di protesta, e più di uno propose di separarci dall’Italia, di distaccarci da questa patria che perseguitava così i suoi figli che avevano voluto lasciarla, ma non rinnegarla.

A nome dei protestatari parlò il più anziano degli agricoltori, uomo molto saggio:

«Cari fratelli, e mi rivolgo specialmente a voi della direzione, è stato un errore riconoscerci exclave dell’Italia, la quale invece di proteggerci ci perseguita con le multe e con gli ordini di pagamento. Con quale diritto l’Italia ci ha dichiarato suo territorio esterno? Di scoperta no, di conquista no, di acquisto no, e allora? Non possiamo essere liberi e indipendenti? E come tali essere riconosciuti dall’ONU, certamente non come Stato, ma come comunità autonoma? Lo chiedo soprattutto al segretario, che è avvocato, e deve conoscere anche il diritto internazionale.»

Chiamato in causa dovetti rispondere:

«Caro amico, e voi cari tutti, è vero che ora ci sembra un errore esserci riconosciuti una exclave italiana, ma quando accettammo questo status giuridico-amministrativo lo facemmo liberamente, credo all’unanimità. Ora potremmo disdirlo, contestarlo, ma il Governo Italiano quasi sicuramente non cederà, e in questo caso si dovrà dibattere la causa davanti al Tribunale Internazionale dell’Aia, causa che sarà certamente lunga, costosa e del tutto vana, perché, anche se non sono addottorato in diritto internazionale, credo che saremo perdenti. Infatti uno dei principi fondamentali di esso è “stare decisis”, cioè osservare i patti, restare fermi a quanto è stato concordemente deciso tra le parti. E’ una dura lex, sed lex. E, dichiarati perdenti, a chi ricorreremo? All’ONU? A un’organizzazione così farraginosa, politicizzata e condizionata dalle grandi potenze? Tutto considerato, io giudico inopportuno far causa al Governo Italiano; dobbiamo restare una sua exclave; è una conclusione amara, dato il trattamento che la Patria ci fa, ma dobbiamo chinare la testa, e augurarci che questa persecuzione finalmente cessi, e l’Italia in avvenire ci si mostri “madre benigna e pia” come dice il Petrarca[8], e non “arcigna matrigna”.»

Le mie parole convinsero i protestatori, ma non potettero lenire l’amarezza che quasi tutti provavano nell’animo; e anche noi della direzione lamentammo l’improntitudine e la totale mancanza di sensibilità dell’Amministrazione italiana. In una successiva riunione della direzione si decise di presentare un esposto-protesta al Presidente della Repubblica, e io fui incaricato di stenderlo e presentarlo alla seguente riunione settimanale.

Qualche giorno dopo, mentre io stavo scrivendo l’esposto, ricevemmo un’altra visita che ci allarmò. Era un funzionario del Catasto del Comune di Roma. Si presentò con molta gentilezza, dicendo che veniva a recepire il catasto dell’isola, il quale sapeva essere stato impiantato da noi, ma doveva essere trasferito in quello di Roma, non essendo Baia Adelfia riconosciuta come comune. Aggiunse che non dovevamo allarmarci, perché non c’erano infrazioni né multe, c’era solo da pagare la piccola somma dei diritti d’ufficio per ogni particella, di dieci euro per i terreni, di venti per i fabbricati.

Gli appezzamenti agricoli assegnati erano 100, e quindi la somma sarebbe stata di mille euro. Siccome ritenevamo che i prefabbricati e la chiesa fossero esenti, il gravame per noi era modesto e sopportabile. Ma, come si dice, una goccia fa travasare il vaso: tutti erano irritati per questa ennesima esazione, e l’assemblea decise questa volta di non pagare. Il catasto dell’isola lo avevamo impiantato noi, e più che pagare, dovevamo essere pagati per il lavoro eseguito per il Comune di Roma. Riguardo poi al catasto urbano, non c’era da pagare niente, perché i luoghi di culto, erano esenti da ogni gravame.

Il funzionario ci ascoltò benevolmente, rifletté un poco e poi disse:

«Per il catasto agricolo voi avete perfettamente ragione: lo avete impiantato voi e non dovete alcunché. I dieci euro a particella sono, come ho detto, un diritto d’ufficio che noi siamo autorizzati a imporre. Ma siccome come dirigente del settore godo di una certa discrezionalità, vi dichiaro che in questo caso noi rinunciamo ai diritti d’ufficio, e quindi per il catasto agricolo voi nulla dovete, ma mi dovete consegnare le tavole in scala 1:2000 da voi compilate. A Roma le farò fotocopiare e ve le rimanderò al più presto. Le ho già esaminate, sono ben fatte, e mi complimento col geometra che le ha compilate… Riguardo agli edifici di culto, non c’è più l’esenzione di una volta, e dovreste pagarci l’accatastamento ora, e in seguito l’imposta di NU. Ma dato che è l’unica chiesa dell’isola, almeno per ora, e considerando anche la sua limitata superficie (850 m²), la sua destinazione e il vostro status di exclave, proporrò al Ministero l’esenzione da ogni gravame. Infatti personalmente sono convinto che una chiesa, data la sua funzione, non dovrebbe pagare alcunché, come anche la scuola. Dovreste però pagare per la casa del parroco, ma si tratta di una piccola superficie (208 m²) per la quale non vale la pena quantificare il costo dell’accatastamento e mandare l’avviso di pagamento. Lo so che la burocrazia italiana è cieca e spesso, per esigere una piccola somma, spende molto di più in ingiunzioni, ispezioni, consulenze e scartoffie varie. Io sono contrario a questi accanimenti fiscali: i Romani dicevano “summum ius, summa iniuria” e avevano ragione, loro, i maestri del diritto. Perciò vi posso quasi assicurare che voi nulla dovrete pagare sia per quanto riguarda il catasto urbano sia per il catasto agricolo, del quale porto a Roma le tavole da voi già compilate.»

Dato il comportamento amichevole del funzionario e il tono cordiale del suo ragionare, uno dell’assemblea gli chiese perché ci fossero i diritti d’ufficio per certe pratiche amministrative. Il bravo funzionario rispose con tono scherzoso:

«Siccome il Governo non vuol dare ai suoi impiegati uno stipendio adeguato, ha concesso a determinati uffici e per determinate prestazioni di imporre un pagamento. E’ un balzello illogico, in quanto gli impiegati a quelle prestazioni (registrazioni, visioni, copie di documenti) sono tenuti per dovere d’ufficio. Devo riconoscere che il balzello frutta, e a ferragosto gli impiegati se ne dividono l’introito, il quale è per loro come la quattordicesima mensilità che altre Amministrazioni, come Banche e Assicurazioni, elargiscono ai loro dipendenti. Ma vi assicuro che questo balzello Adelfia non lo pagherà.»

Noi volemmo ricambiare la simpatia che il funzionario mostrava per la nostra comunità e lo invitammo a trattenersi per visitare l’isola, come lui desiderava. Accettò l’invito con animo grato, e in primo luogo lo portammo a vedere la montagna sacra, da cui sgorgava l’acqua del miracolo.

Dormiva nella canonica e mangiava con noi della direzione; era un buon conversatore e aveva una notevole cultura: era laureato in legge come me. Visitò anche il Lido Balenottera, e rimase ammirato per la sua bellezza. In quel giorno che ci andammo era attraccata alla baia una magnifica nave da crociera che doveva ripartire per l’Italia il giorno successivo, e lui si prenotò per il viaggio di ritorno in Italia, senza aspettare la Freccia Azzurra che doveva arrivare quattro giorni dopo. Ci salutò tutti cordialmente, e gli donammo un bel crocifisso ligneo, opera del nostro incisore, che ormai era diventato un vero artista. Quel funzionario ci riconciliò alquanto con la madrepatria, dove c’erano ancora cittadini esemplari e funzionari corretti e umani.

A proposito della visita alla Baia Balenottera che io feci col funzionario, debbo dire che rimasi sbalordito per lo spettacolo che presentava. Tutti i quattro chilometri di costa erano un seguito ininterrotto di ombrelloni, gazebi e chioschi, e un tratto della spiaggia era riservato ai nudisti. Per i pasti i vacanzieri o salivano sulla nave o si facevano portare cestini dalla sua cucina.

Dal comandante fui invitato a visitare la nave, che era l’ammiraglia della Mira. Il suo nome era Lido Paradiso Express, prometteva ai turisti il paradiso in terra, in sostituzione del paradiso in cielo. Capii che costruire una chiesa per loro, come proponeva il frate, era del tutto inutile: quel lido era dedicato al dio Piacere.

Dopo quella visita spesso mi chiedevo angosciato: ma noi di Adelfia che stiamo facendo qui? Non stiamo andando alla deriva? Lasciando stare queste considerazioni malinconiche, debbo narrare gli altri fatti che movimentarono la nostra vita in baia.

Come ho già detto, io non prendevo più appunti, ritenendolo ormai inutile, e narrerò così come ricordo, forse con poca esattezza cronologica; posso perciò confondere il prima e il dopo, ma la sostanza dei fatti non cambia. Qualche lettore potrebbe chiedermi:

«Se allora, come dicesti anche al cardinale, non vedevi l’utilità di continuare la Cronaca, e perciò non prendevi alcun appunto, perché poi l’hai continuata?»

Rispondo: «Perché, una volta tornato a Roma, ho capito che era utile far conoscere l’esito di quella esperienza comunitaria. »

8 – Tordesillas

Nel catasto da noi compilato non avevamo inserito il lido Balenottera, che aveva una superficie di due Kmq, perché non sapevamo a chi intestarlo. L’irregolarità non era stata rilevata dal funzionario del Catasto, ma noi della direzione cominciammo a pensare a come regolarizzare la cosa.

Intestare quella superficie all’associazione Adelfia era chiaramente una soluzione sbagliata, in quanto Adelfia non era un ente giuridico e neppure una società, e costituirla legalmente come tale, o in nome collettivo (S.N.C.) o a responsabilità limitata (S.R.L.) ci sembrava una soluzione errata, proprio ora che, per i numerosi nuovi arrivi, la comunità stava perdendo la sua coesione morale.

I membri arrivati negli ultimi anni, mandati da fra Ginepro d’accordo con monsignore, facevano praticamente gruppo a sé, e siccome erano un centinaio, fecero entrare due di loro nella direzione, che divenne di sette membri, e subito dopo sostennero che doveva farne parte monsignor Matteo con la carica di presidente.

Il nostro dottore, persona molto modesta, non si oppose, e anche noi della vecchia guardia non protestammo, perché non volevamo sembrare attaccati alle cariche. La direzione di otto membri quasi sempre, nelle decisioni importanti, si spaccava a metà, quattro contro quattro, e non poteva decidere.

Allora i quattro della nuova guardia cominciarono a dire che valeva il loro voto perché avevano il presidente. Noi non cedemmo e per alcuni mesi la direzione fu quasi bloccata. Poi i quattro divennero cinque, perché il farmacista passò dalla parte loro. Con noi si scusò dicendo che era inevitabile, non si poteva continuare muro contro muro. Ma venimmo a sapere che la parte avversa, e specialmente il frate, gli aveva promesso imprecisati vantaggi.

Ci furono subito due novità: cessarono i nuovi arrivi, e arrivò, invitato dalla nuova maggioranza, fra Ginepro per dare man forte al monsignore, che ormai decideva anche da solo, senza sottoporre le questioni all’esame della direzione. Noi tre, che ora eravamo all’opposizione, del tutto vana, talora ci parlavamo di questo nuovo corso che si era instaurato, mondanizzando Adelfia, facendogli perdere ogni afflato spirituale.

Ci chiedevamo in che cosa avevamo sbagliato, e che cosa avremmo potuto o dovuto fare per opporci a quel vortice impetuoso di mondanizzazione, che ora ci appariva abilmente programmato e subdolamente attuato da fra Matteo e i suoi accoliti, con l’appoggio della Curia Romana.

Infatti la causa di beatificazione di Pietro l’eremita si era conclusa, e si era iniziata quella di santificazione, per la quale occorreva un nuovo miracolo. Un giorno venne a trovarci il postulatore della causa di santificazione del beato Pietro del Soratte, accompagnato da un teologo e da un geologo. Era intenzionato a portare l’acqua della roccia come nuovo miracolo dell’eremita. Sapeva che l’acqua era sgorgata prima della sua beatificazione, mentre si richiede un miracolo operato dopo questa proclamazione, ma lui sperava di aggiustare la cosa con l’appoggio dei due membri della commissione che aveva portato con sé.

Dopo aver parlato a lungo con fra Matteo e fra Ginepro, i tre si avviarono verso la montagna sacra, accompagnati dai nostri due frati che non nascondevano la loro soddisfazione. Quando giunsero ai piedi della montagna, proprio mentre monsignore alzando la mano esclamava “Guardate!” l’acqua cessò istantaneamente di sgorgare dalla roccia. Rimasero tutti e cinque interdetti, tuttavia il geologo esaminò la consistenza della roccia e ne prese un campione per esaminarlo in laboratorio, ma solo per scrupolo.

Era evidente che l’acqua, che prima sgorgava dalla montagna, non poteva derivare da nevai o ghiacciai, essendo l’isola sorta dal mare, ed era quindi un’acqua miracolosa; ma che significava quel cessare improvviso? Dio, autore del miracolo per l’intercessione dell’eremita, che cosa voleva comunicarci?

Il geologo prese alcune fotografie del solco scavato nella montagna dall’acqua e della pozza sottostante, nella quale rimaneva un po’ d’acqua, di cui riempì una bottiglietta. Poi disse che il miracolo si poteva provare, e forse anche quell’interruzione immediata era un altro miracolo. Il teologo invece diceva che il miracolo non era dimostrabile, e lui si sarebbe opposto alla sua presentazione come prova: la cessazione improvvisa e totale dello zampillo, se aveva un significato, per lui era negativo.

E fu più che negativo per la comunità, che a un tratto vide non uscire più l’acqua dai rubinetti, sparsi qua e là tra i prefabbricati. Si doveva mettere in opera il dissalatore, ma non poteva ancora funzionare per mancanza di cherosene per il grande gruppo elettrogeno che lo alimentava. Si dovette ricorrere ai pozzi, dove non erano installate le pompe a mano già ordinate, ma che ancora dovevano arrivare.

La baia ospitava allora circa trecento persone distribuite in 95 famiglie, nelle quali si diffuse il panico. Eravamo del tutto impreparati per una simile emergenza, e attingere acqua dal pozzo più vicino con secchi, secchielli e pentole era debilitante, perché erano poche le funi a disposizione. Per fortuna alla baia turistica era attraccata una grande nave da crociera e l’ingegnere andò là a chiedere aiuto.

Il direttore del lido si mostrò molto amico. Loro avevano scavato, nella vicinanza della costa, tre pozzi che risultarono anch’essi, come i nostri, prima di acqua salata e poi, più in profondità, di acqua dolce e potabile. Vi avevano impiantato delle elettropompe e se ne servivano per i bagni e le docce che erano disseminati lungo il lido. Accorremmo a quei pozzi con le nostre carriole piene di taniche vuote. Il direttore fu tanto gentile che, per evitarci la fatica del trasporto a Baia Adelfia, ce le caricò e le trasportò in gran parte con un furgoncino che utilizzavano per il servizio interno. Quando gli chiedemmo il compenso dovuto, disse che tra vicini ci si doveva aiutare senza compenso: anche loro, disse, un giorno avrebbero potuto aver bisogno di aiuto.

Ammirai questo comportamento generoso, e siccome non lo potevo attribuire a un convincimento religioso, subodorai che il direttore aveva in mente qualche finalità. Anche il comandante della motonave si mostrò generoso: ci dette mille bottiglie di acqua minerale senza esigere neppure la ricevuta, dicendo che il loro costo sarebbe stato scalato nel successivo pagamento del fitto annuale.

Questa emergenza durò una diecina di giorni e causò molta dissipazione nella nostra attività normale, sia lavorativa sia scolastica e religiosa, e procurò una notevole confusione di andare e venire, e grande commistione di persone. Infatti io notai che la nostra popolazione era aumentata di cinque unità: due uomini e tre donne, che stavano come turisti al lido Balenottera, erano passati come neofiti alla comunità Adelfia, ospitati provvisoriamente da famiglie compiacenti, in attesa di avere assegnata una casa.

In direzione chiesi chi avesse autorizzato questa aggregazione; monsignore rispose che era stato lui, su segnalazione di fra Ginepro che li conosceva da Roma, e assicurava che, da edonisti che erano prima, si erano convertiti, vedendo la vita raccolta e serena che si viveva nella nostra comunità. A me, che ne osservai il comportamento, non apparvero davvero dei convertiti, e quindi ci doveva essere un altro motivo, oltre a quello, ovvio, di avere altri cinque voti a sostegno della politica della nuova guardia sostenuta dai due frati, che poco dopo divennero tre, e instaurarono nella baia una vera e propria ierocrazia.

Ora gli incarichi, gli esoneri, gli oneri e le assegnazioni erano decisi non più dalla direzione, ma dalla triade ecclesiastica, che aveva fatto della canonica la loro sede e un alloggio molto comodo, con cucina propria.

Ho parlato di politica della nuova guardia, e non soltanto in senso allegorico. Per poter dominare nella baia e amministrarla secondo i loro interessi, i capi di essa avevano costituito un partito, che chiamarono Democrazia Cristiana, sotto l’egida dell’autorità ecclesiastica rappresentata dai tre frati. Quelli che non vollero aggregarsi a loro e si sentivano emarginati, al fine di difendersi, costituirono anch’essi un partito che chiamarono popolare. Per legalizzare il potere, si volle fare la nomina di un sindaco.

I candidati erano il nostro dottore per i popolari, l’ingegnere per i democristiani i quali, sostenuti dalla propaganda fratesca, stravinsero, e il dottore dovette consegnare all’ingegnere la fusciacca e anche la bandiera. Il nuovo sindaco fece subito erigere, dalla parte opposta della canonica, e quindi accanto al campanile, la sede del municipio, dove lui si installò un giorno solennemente con la fusciacca allacciata alla vita e il tricolore spiegato al balcone, dal quale pronunciò parole di circostanza ai convenuti, ai quali fu poi aperto il salone delle riunioni, dove era offerto un ricco buffet.

Qualche giorno dopo attraccò alla nostra baia una corvetta della Marina Argentina, dalla quale scese un capitano di vascello in grande uniforme, accompagnato da un alfiere che portava, spiegata, la bandiera della sua Repubblica. Chiese di parlare col sindaco, che subito accorse allo sbarcadero per riceverlo. Il capitano, dopo essersi presentato, gli consegnò un decreto che dichiarava la Nuova Atlantide possedimento argentino in base al trattato di Tordesillas.

Rimanemmo basiti: nessuno di noi aveva mai sentito quel nome, ad eccezione del professore che, avendo insegnato geografia, ci disse che era una città della Spagna, ma di un trattato ivi stipulato non sapeva nulla.

L’ingegnere, che si era presentato con la fusciacca tricolore, rispose che l’isola era una exclave della Repubblica Italiana, e non poteva essere perciò un possedimento argentino.

L’ufficiale fece un bel sorriso e poi chiese:

«Con quale diritto l’Italia ha dichiarato sua quest’isola, che è in America, in una zona dell’Oceano Atlantico che appunto il trattato di Tordesillas dichiara zona di influenza spagnola, come tutta l’America meridionale, ad eccezione delle coste del Brasile?»

Il nostro sindaco rispose:

«Noi di questo trattato nulla sappiamo. Ci dica, per cortesia, tra quali potenze fu stipulato, in che anno, e che cosa sancisce in concreto.»

L’ufficiale aprì la sua cartella e ne trasse un documento, che consegnò al sindaco, e poi disse:

«E’ la fotocopia del trattato che fu stipulato nel 1494, appunto a Tordesillas, che è vicina a Valladolid, tra Spagna e Portogallo, sotto gli auspici del papa Alessandro VI, allora regnante, il quale con la stipula di quel trattato voleva evitare ogni contrasto coloniale tra le due potenze cristianissime. Come lei vede, il testo è accompagnato da una carta geografica, quale allora si poteva tracciare, nella quale è indicata la linea di demarcazione tra la sfera assegnata alla Spagna e quella del Portogallo. L’isola Atlantide allora non era emersa, ma la zona in cui è comparsa è senz’altro appartenente alla Spagna.

Quando nel 1816 l’Argentina è stata dichiarata indipendente dalla Spagna, ne ha ereditato anche i territori insulari dell’Atlantico meridionale, come le isole Malvine, che gli Inglesi poi ci strapparono nel 1843 dichiarandole loro colonia col nome di Falkland. Verso la metà del secolo ventesimo quasi tutte le colonie furono dichiarate libere, ma la Gran Bretagna non volle restituire le Malvine, sicché noi fummo costretti a riprendercele con la forza nel 1982. Gli Inglesi per questo ci mossero guerra con forze imponenti e le rioccuparono nello stesso anno, senza che il Consiglio di Sicurezza, nel quale essi avevano il diritto di veto, potesse muovere un dito. Ma questo ingiusto diritto di veto, come voi sapete, fu abolito nel 2080, e nel 2082 l’Argentina, proprio nel centenario dell’occupazione inglese, fece valere i suoi diritti sulle Malvine e sulla Georgia Australe. Finalmente l’America era tutta degli Americani, come auspicava James Monroe nel 1823.

Il colonialismo è morto e seppellito, ma l’Italia ha voluto risuscitarlo nel ventiduesimo secolo dichiarando sua un’isola dell’Atlantico meridionale pertinente alla Repubblica Argentina. Io chiedo a voi: come avete permesso una tale illegalità?»

Il sindaco rispose:

«Noi non abbiamo permesso un bel niente, siamo una comunità di vita cristiana a cui Dio ha assegnato questa terra nuova. Siamo italiani, e a un certo punto l’Italia ha dichiarato questa isola da noi abitata sua exclave. A noi è sembrata cosa naturale, dato che l’Italia è la nostra madrepatria, e abbiamo accettato il decreto e il tricolore che sventola al balcone del Municipio.»

«E ora» disse l’ufficiale in tono imperioso «lo dovete ammainare, issare al suo posto la bandiera che vi ho portato, stracciare il decreto italiano che non ha alcuna validità internazionale e sostituirlo con quello della Repubblica Argentina.»

Il tono perentorio e vibrato con cui queste parole furono pronunciate fece accorrere quasi tutti i membri di Adelfia, che volevano capire di che cosa si trattasse. Il sindaco si sentì sostenuto dai molti accorsi, e rispose con tono pacato, ma fermo:

«Signor capitano, noi non possiamo ammainare la bandiera né stracciare il decreto. La Repubblica Argentina si deve rivolgere a quella Italiana per far valere i suoi diritti, non a noi che non possiamo certamente decidere una contesa che è di diritto internazionale; noi possiamo solo esprimere il nostro desiderio, se ci viene richiesto da un tribunale internazionale o dall’ONU.»

L’ufficiale riprese la parola e disse:

«Dimenticavo la cosa per voi più importante. Se Atlantide si riconoscerà isola argentina, godrà per dieci anni di esenzione fiscale.»

A questo punto l’agricoltore più anziano, che aveva militato come volontario nel Corpo degli Alpini, alzò la mano e chiese il permesso di parlare. Avutolo sia dal sindaco sia dall’ufficiale, disse con voce calma e decisa:

«Signor capitano, noi rispettiamo e anche amiamo la Repubblica che lei rappresenta, dove vivono tanti oriundi italiani, ma non possiamo rinnegare la patria, e le dico a nome di tutti: il tricolore non si ammaina!»

I presenti ripeterono quasi in coro: «Il tricolore non si ammaina!»

L’ufficiale rimase impassibile e disse:

«Io ho compiuto la mia missione, e vi ho fatto conoscere il beneficio che vi viene generosamente offerto. Ora vado a riferire al mio Governo, il quale non verrà mai meno al suo diritto e alla sua promessa. Dio non voglia che abbiate a pentirvi della vostra decisione.»

Salutò e, con il guardiamarina che portava la bandiera spiegata, si reimbarcò sulla corvetta che subito partì.

9 – Bel tricolore

La previsione dell’ufficiale ebbe a verificarsi quasi due mesi dopo. Sbarcò alla baia il direttore dell’Agenzia delle entrate di Roma, accompagnato da un segretario. Si presentò al sindaco e chiese di essere ricevuto da tutta la giunta. Il sindaco disse che non c’era la giunta, ma la direzione dell’associazione poteva farne le veci. Davanti a questa il direttore disse:

«Sono venuto a chiedervi perché non abbiate mai fatto la dichiarazione dei redditi, alla quale tutti i cittadini sono tenuti, a meno che non abbiano un reddito esente, cioè meno di 5.000 euro annui. Non è il vostro caso, perché l’isola è prospera, produce ed esporta molti prodotti e incassa anche dalla società di navigazione Mira un notevole canone annuo per il lido Balenottera.»

Ci sentimmo mortificati, come ragazzi colti in fallo mentre credevano di farla franca. Sapevamo infatti che entro giugno ogni cittadino ha il dovere di pagare l’IRPEF per il reddito personale. Il sindaco rispose, un po’ impacciato, che per i nostri prodotti commercializzati a Roma pagavamo o facevamo pagare l’IVA, che era molto salata, il 20%, e ci sembrava con essa di dare un contributo notevole all’Erario, e che non dovessimo altro, come abitanti di una lontana exclave.

Il funzionario sorrise e disse:

«La vostra è una semplice scusa, e vi capisco; nessuno paga volentieri le tasse su quanto ha guadagnato col sudore della sua fronte. Gli sembra un balzello esoso, come fu un tempo, nel sec. XIX, l’imposta sul macinato per i poveri contadini italiani, specie meridionali. Vi dico innanzi tutto che come abitanti di exclave non avete alcun privilegio. Per i redditi superiori alla quota esente bisogna pagare una percentuale d’imposta che è progressiva, dal 21 al 41 per cento, secondo l’entità del reddito. Se volete pagare come singoli contribuenti, fate la dichiarazione IRPEF. Ma forse vi conviene, anche per semplificazione, fare la dichiarazione come società e pagare l’IRPEG.

Comunque a noi risulta che voi avete avuto redditi almeno dal 2005, quando la Mira ha preso in affitto il lido. Ora siamo nel 2008, quindi dovete pagare per tre anni. Il Ministro, anche in considerazione del vostro status, ci ha autorizzato a concedervi una benevola sanatoria, e il mio ufficio ha quantificato il dovuto per l’IRPEG di tre anni in 250.000 euro, pagabili anche in cinque rate mensili da 50.000 euro. Vi assicuro che vi abbiamo fatto lo sconto del 50%. Se siete d’accordo, dovete firmarmi questo concordato e cominciare a pagare dal prossimo mese; se non accettate, vi manderemo l’accertamento dell’imposta, contro cui voi potrete fare ricorso presso la Commissione tributaria provinciale. Se volete rifletterci qualche ora, io intanto vi lascio il compromesso che mi riporterete firmato alla “Freccia Azzurra”, dove vi aspetto sino alla sua partenza, che è fissata per le 18. Se non me lo riportate, vuol dire che non accettate, e il mio ufficio provvederà in conseguenza. Arrivederci.»

Egli tornò alla nave per consumarvi il pranzo, noi restammo a consultarci. Qualcuno propose di non accettare e di affrontare la commissione, se non altro per protesta e anche per guadagnare tempo; ma la maggioranza fu favorevole all’accordo, proposto dal sindaco, il quale però si lasciò sfuggire l’esclamazione: «O bel tricolore, ma quanto ci costi!»

Manco a farlo apposta qualche settimana dopo attraccò alla nostra baia la nave scuola dell’Accademia Navale del Brasile, proprio il veliero che  avevamo incontrato navigando col “Fior di maggio” otto anni prima. Gli allievi erano naturalmente tutti diversi, ma alcuni sottufficiali come il cambusiere e il nostromo, erano ancora gli stessi, e anche alcuni ufficiali; un sottotenente di vascello si presentò a me come cugino; trasecolai, ma era vero.

Un fratello di mio padre era emigrato in Brasile, si era stabilito a Santos, e si era sposato là. L’ufficiale suo figlio aveva non solo lo stesso cognome, ma anche lo stesso nome mio, che poi era quello del nonno paterno di entrambi. Egli parlava molto bene l’italiano, perché il padre glielo aveva insegnato in famiglia e poi fatto studiare a scuola e all’università, dove si era laureato in Scienze Politiche. Dopo la laurea volle entrare nell’Accademia Navale per soddisfare la sua passione marinara, e ora faceva l’istruttore nella nave-scuola, un bellissimo tre alberi.

Parlammo a lungo nei giorni che il veliero si trattenne da noi. Lui sapeva il motivo per cui erano venuti; me lo disse, ma non espresse nessuna valutazione, non spettava a lui. Infatti era sbarcato un ministro plenipotenziario brasiliano, che chiese di parlare con tutta la direzione, alla quale disse press’a poco così:

«Vi porto i saluti del mio Governo, il quale è pienamente informato del tentativo fatto nel luglio scorso presso di voi dal Governo Argentino per rivendicare la sovranità della vostra isola in base al Trattato di Tordesillas, del quale in quei giorni i giornali di Buenos Aires pubblicarono il testo per sollecitazione del Governo… Ebbene, quel testo non è quello originario del 1494, ma una copia posteriore, con alcune modifiche miranti ad ampliare la superficie della sfera di influenza spagnola. Il documento originario è stato trovato recentemente nella biblioteca dell’antico Collegio di Santa Cruz in Valladolid; io ne ho fatto fare una fotocopia del recto e del verso dei quattro fogli pergamenacei, che vi consegno perché possiate conservarli nel vostro archivio, come documento solo storico, in quanto non ha alcun valore giuridico.

Da questo documento la zona in cui è emersa la vostra isola risulta a noi assegnata, ma noi sappiamo di non poterci appellare a quel trattato stipulato nel sec. XV tra Spagna e Portogallo. Esso oggi, nel sec. XXII, non ha alcun valore probante né per il Brasile né per l’Argentina… Io sono stato mandato dal Governo brasiliano per proporvi un accordo. Premesso che il decreto della Repubblica Italiana che vi dichiara sua exclave non ha alcun fondamento ed è considerato inconsistente da tutte le diplomazie ad eccezione dell’Unione Europea, il Brasile intende adire la Corte Internazionale dell’Aia per far dichiarare nullo il decreto italiano e assegnare la Nuova Atlantide a uno dei due Stati viciniori, Brasile e Argentina, in base al risultato di un referendum da tenere nell’isola…

E’ ovvio che l’Italia dovrà rinunciare alla sua exclave, che non ha alcuna motivazione, è ugualmente ovvio che dovrà essere il referendum a decidere l’appartenenza, e che esso riguarda i due stati viciniori, ambedue repubbliche democratiche… Vi è ora evidente la finalità della mia visita che ha carattere ufficiale: sono venuto a farvi conoscere l’intento del Governo Brasiliano nei vostri riguardi, e anche sondare il vostro animo. E’ chiaro che, se esso propende per l’Argentina, è per noi inutile esperire la via giudiziaria: sarebbe una perdita di tempo e di denaro. E ora vi annuncio ufficialmente quali sono le intenzioni del mio Governo.

Il Brasile è costituito da 26 stati molto vasti, ed è impensabile che questa isola con la sua poca superficie e popolazione possa essere proclamata il suo 27º stato.

Non potrà essere neppure una colonia, termine ormai bandito nel diritto internazionale; ci è sembrato anche inopportuno assegnare la vostra isola a uno dei nostri stati geograficamente più vicini, come quello di San Paolo o di Rio de Janeiro; la soluzione più logica ci sembra proclamarla exclave del Distretto Federale di Brasilia.

Ho portato una bozza di accordo consegnatami dal Governo, e ve la consegno perché possiate valutarla e discuterla tra di voi: vi è assicurata ampia autonomia amministrativa nell’ambito delle leggi federali, e anche completa autonomia fiscale, cioè le tasse qui potranno essere imposte solo dal vostro Municipio e per i bisogni dell’isola.

Nessun tributo essa dovrà mai pagare all’Erario, mentre il Governo Federale si impegna a provvedere a sue spese ai collegamenti di telefonia fissa e mobile, marittimi, e forse anche aerei. C’è infatti in progetto la costruzione di un piccolo aeroporto, per istituire un volo settimanale Adelfia-Rio… Voi direte: sono promesse; ma il Governo Brasiliano è ben conosciuto in campo internazionale per la sua affidabilità… Se lo permettete, il nostro veliero si tratterrà nella baia qualche giorno, e il suo comandante vi invita domani a bordo per un pranzo in vostro onore.»

Accettammo ringraziando per il gentile invito, e a nostra volta invitammo il ministro a restare con noi a pranzo, al quale fu invitato anche mio cugino.

Con lui passai tutto il pomeriggio; lo portai a casa e gli feci conoscere la mia famiglia. Anche lui era sposato con due figli, teneva la famiglia a Santos, che cercava di raggiungere ogni fine settimana, quando non era in navigazione come adesso.

Si volle informare della nostra associazione, di cui in Brasile aveva sentito parlare come Ecclesia Adelfia.

Siccome in Brasile pullulano le sette di carattere religioso, che spesso si isolano nel vasto territorio facendo vita autonoma, il cugino pensava che Adelfia fosse una di tali sette, che tutte più o meno si richiamano alla Bibbia.

Gli feci la storia della nostra associazione, sorta per il bisogno che noi nel 2100 sentimmo, sotto la guida di un santo eremita, di realizzare integralmente il Vangelo in una comunità di vita cristiana in una nuova terra sorta per accoglierci, che noi chiamammo Nuova Atlantide nel ricordo della vecchia Atlantide, di cui parla Platone.

Lui si mostrò molto interessato al racconto del nostro viaggio col “Fiore di maggio”. Volle che gli descrivessi questo, per lui, strano “due alberi” dalle vele latine, che aveva impiegato quasi un mese a raggiungere l’isola.

Mi chiese in che cosa praticamente consisteva questa vita integralmente evangelica, perché lui, visitando la baia, non aveva avvertito nulla di particolare che facesse pensare ad una ispirazione religiosa, all’infuori di una bella chiesa romanica, troppo grande per una comunità così piccola. Lui l’aveva visitata e l’aveva trovata del tutto vuota, abitata soltanto da quattro statue.

Risposi:

«Caro cugino, tu hai ragione, questa comunità è ormai come un qualunque villaggio: c’è chi lavora e chi ozia, il denaro circola, si fanno gli affari, e alcuni cercano di arricchirsi anche in modo disonesto, e anche il nostro clero, costituito da tre frati, non è davvero esemplare. Ma all’inizio non era così. Eravamo solo una quarantina, e sotto la guida di fra Pietro, un santo eremita, facevamo vita comunitaria in tutto e per tutto: volevamo vivere alla presenza di Dio, lavorare era per noi uguale a pregare. Non c’era denaro, non c’era proprietà privata. Ora, come hai visto, tutto è cambiato. Come è potuto avvenire? Ce lo chiediamo perplessi noi padri fondatori, ma non sappiamo rispondere: è stato un processo subdolo e quasi inavvertito, che ha avuto inizio dopo la morte del nostro eremita, sostituito come direttore spirituale da un frate che si è rivelato piuttosto mondanizzato. Ora noi della “vecchia guardia” ci sentiamo delusi e demoralizzati, e talora pensiamo che è per noi forse meglio tornare a Roma, perché qui non c’è più l’afflato spirituale che avevamo cercato di instaurare. Tornando a Roma, almeno potremmo godere della compagnia di amici, parenti e colleghi, e non dipendere più dalla ierocrazia che qui si è instaurata.»

Mio cugino voleva sapere un po’ di più sull’eremita del Soratte e sui miracoli che si diceva avesse fatto.

«Sì» gli dissi «un miracolo lo fece quando era in una grotta di quella montagna; un ragazzo epilettico che aveva una violenta crisi quasi ogni giorno ed era molto debilitato, dopo essere stato toccato e benedetto sulla fronte dalla sua mano guarì completamente e rifiorì fisicamente; io lo vidi e parlai con i genitori e con altri che avevano assistito al miracolo. All’altro miracolo ho assistito io stesso e un altro con cui puoi parlare. Era finita la nostra scorta di acqua ed eravamo quasi disperati; lui mi chiese di accompagnarlo alla montagna. La chiamiamo così perché è in gran parte rocciosa ma è alta poco più di 800 metri. Sotto la sua parete rocciosa si inginocchiò sui detriti, pregò quasi con la testa sulle pietre, poi a un tratto si raddrizzò, guardò in alto e fece un segno di croce. Immediatamente quasi dalla cima della montagna sgorgò una sorgente di acqua purissima che ci salvò allora dalla morte per sete. Ha continuato a sgorgare per circa quattro anni. Era l’acqua miracolosa, che ci poteva dare solo la potenza di Dio, supplicato dal frate.

Ora la sorgente è disseccata da più di un anno, e ti voglio raccontare il fatto. Frate Matteo, sottentrato a fra Pietro, si era messo in testa di far dichiarare santo l’eremita, contro il nostro parere, che sapevamo quanto egli fosse contrario a questi processi della Chiesa, che lui diceva offensivi per la Divina Maestà. Con i suoi appoggi di Roma, tra cui un cardinale di Curia, fra Matteo era riuscito a far proclamare beato il suo predecessore, basandosi sul miracolo del Soratte. Siccome voleva arrivare alla santificazione, propose al postulatore della causa di presentare come ulteriore miracolo quello dell’acqua che aveva fatto sgorgare dalla roccia. Venne il postulatore a verificare il fatto, assieme a un teologo e un geologo, e andarono alla montagna dove, mentre il frate diceva loro alzando il braccio “Guardate!” non ci fu più niente da guardare perché la sorgente si disseccò all’istante. Quindi il postulatore non poté presentare l’acqua della roccia come miracolo, e penso che ne stia attendendo un altro, ottenuto per intercessione del beato.

Ma, a quanto pare, i frati di qui, più che attenderlo, lo pretendono questo miracolo da fra Pietro, per farlo canonizzare; perché a questo mirano, chissà perché.»

10 – Il miracolo

Proprio il giorno in cui io tenni questo discorso con mio cugino, il quale mi espresse il desiderio di visitare la tomba del beato, sbarcò dalla Freccia Azzurra un malato su una sedia a rotelle spinta da un’infermiera molto giovane, accompagnato da un frate amico di fra Matteo, da un teologo e dal medico curante. Noi della direzione non sapevamo niente di questo arrivo, ma lo sapeva benissimo e lo aveva anzi organizzato monsignore, che infatti si fece trovare allo sbarcadero assieme ai suoi accoliti, tutti e tre con cotta e stola.

Alla novità di questo arrivo accorsero quasi tutti i membri di Adelfia. Io chiesi a monsignore di che si trattava. Rispose:

«Come vedi, è un malato di SLA, sclerosi laterale amiotrofica, considerata inguaribile; ma lui ha molta devozione per il beato Pietro, e ha fatto capire che vuole chiedere la grazia della guarigione sulla sua tomba, e perciò lo portano là. Cerca il nostro medico; è bene che venga anche lui.»

Cercai subito mio cugino, e gli dissi:

«Ecco una buona occasione per te; unisciti al gruppo che si reca alla tomba che vuoi visitare; io vado ad avvertire il medico.»

Lo trovai nell’infermeria e gli comunicai il desiderio del frate. Rispose che ci avrebbe raggiunto non appena terminata la medicazione che stava eseguendo.

Io poi mi affiancai a mio cugino nel gruppo che si era già avviato come in processione: precedeva monsignore, che si era messo la mitria e impugnava il pastorale; aveva ai fianchi i due frati suoi accoliti con in mano un cero acceso, seguiva il malato sulla carrozzina spinta dall’infermiera. Dietro camminavano i tre che erano sbarcati con lui, e poi i membri di Adelfia presenti in baia.

Quando il nostro medico ci raggiunse, monsignore si fermò per informarlo del malato e del suo desiderio di supplicare il Beato sulla sua tomba. Il medico chiese di visitare un momento l’infermo per rendersi conto delle sue condizioni.

Monsignore rispose che lì non era possibile, perché erano avviati in processione, ma il medico curante, che portava copia della cartella clinica, lo avrebbe informato con esattezza sul malato; in più gli avrebbe mostrato le radiografie e anche le diagnosi rilasciate da due specialisti di Roma, un neurologo e un ortopedico.

La processione riprese il cammino, e io la seguivo a fianco di mio cugino. Mi si avvicinò il nostro medico e mi disse sottovoce:

«Non ho potuto né visitarlo né guardarlo da vicino; io non voglio alimentare sospetti, ma tu potresti andargli più vicino, come per mostrarlo a tuo cugino, senza destare alcun sospetto. Cercate di osservarlo bene e rimanetegli vicini anche alla tomba.»

Capii la sua intenzione, e a poco a poco col cugino mi avvicinai alla carrozzina. Il malato di tanto in tanto ciondolava la testa, teneva semiaperta la bocca, dalla quale fuoriusciva un po’ di saliva che l’infermiera gli asciugava col fazzoletto, gli occhi erano aperti e fissi.

L’aspetto era di un uomo robusto di circa 40-50 anni, il viso non era pallido e scavato, ma di un bell’incarnato in parte coperto dalla barba; dal colore della pelle lo si sarebbe detto pieno di salute.

La tomba dell’eremita era stata abbellita dopo la sua proclamazione a beato. Aveva sopra non più il semplice tumulo con la croce, ma una stele di marmo, affiancata da due lucerne di alabastro alimentate a olio. La stele, alta circa due metri, portava in alto il busto del frate, in bassorilievo bronzeo, e sotto, a lettere cubitali, in oro, la seguente scritta:

 

Beato Pietro del Monte Soratte

Frate Eremita

N. 2050   M. 2101

 

Arrivati alla tomba, la carrozzina fu accostata alla stele, quasi a toccarla, l’infermiera si allontanò e dietro la spalliera si collocarono i tre officianti, e tutt’intorno gli altri tre venuti col malato, precludendone la vista agli altri.

Ma io e mio cugino riuscimmo a trovare un posto da cui poter vedere bene, ed ecco cosa vedemmo.

Monsignore depose il pastorale e si tolse la mitria; poi si tolse anche lo zucchetto e si inginocchiò su un cuscino. Aprì il suo breviario e recitò i salmi penitenziali, poi ad alta voce invitò i presenti a unirsi alla sua preghiera al Beato, affinché ottenesse da Dio la guarigione di quell’ammalato che credeva in Lui, confidava in Lui e amava Lui con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutta la mente. Poi con le mani giunte e gli occhi al cielo disse:

«O Padre, ti preghiamo, ascoltaci. In grazia delle virtù preclare del beato Pietro, che qui dorme il sonno dei giusti, concedi la guarigione a questo tuo figlio che ti supplica assieme a tutti noi. Te la chiediamo in nome di Gesù Cristo, tuo Figlio che è Dio, e vive e regna con Te e lo Spirito Santo per tutti i secoli. Amen.»

Poi prese l’aspersorio e benedisse il malato, il quale cominciò immediatamente a scuotere la testa e il tronco, dicendo parole che noi non capimmo. Poi puntò le mani sui braccioli della carrozzina, tentando di sollevarsi, ma era impedito dalla cintura che lo legava alla spalliera. Monsignore fu pronto a sganciarla, e il malato si alzò in piedi sulla predella, sembrò sbandare, ma poi si equilibrò, sollevò le braccia al Cielo e gridò: «Fatemi scendere!»

Accorse l’infermiera che gli liberò i piedi dalle cinghie che li assicuravano alla predella. Quando, da lei aiutato, poté posare i piedi a terra gridò:

«Miracolo! Posso camminare! Sono guarito!»

Subito dopo, accarezzando la figura del beato, disse:

«Santo Pietro, ti ringrazio!»

Poi voltandosi ai presenti, esclamò:

«Sia lode a Dio!»

A queste parole monsignore intonò il “Te Deum laudamus”, seguito nel canto dagli ecclesiastici. Noi laici accompagnavamo l’inno di ringraziamento con la mente perché, nel testo latino, non lo sapeva nessuno di noi. Sempre cantando, monsignore si calcò in testa la mitria sopra lo zucchetto, riprese il suo pastorale e si mise alla testa della processione, che prese la via del ritorno. Al suo fianco aveva i suoi soliti accoliti. Subito dietro camminava il miracolato che spingeva la sua carrozzina, ed era seguito dai suoi accompagnatori e da tutti gli altri, tra cui io e mio cugino.

Camminavamo silenziosi, attoniti, col pensiero a quanto avevamo visto. Quasi a metà strada mio cugino rallentò il passo, non per stanchezza, ma perché evidentemente voleva staccarsi dalla processione. Io feci lo stesso e lo guardavo, avendo capito che voleva dirmi qualcosa. Ma camminò ancora un poco silenzioso, con la testa bassa, poi a un tratto si fermò e mi chiese a bruciapelo:

«Tu che ne pensi?»

Rimasi come basito, indugiai un poco e poi, guardandolo negli occhi, gli chiesi io:

«E tu che ne pensi?»

Non rispose, ma tentennò la testa, poi mi prese sottobraccio e s’incamminò a passo svelto, come volesse fuggire da un pericolo. Ma poco dopo si fermò di nuovo e mi disse:

«Senti, cugino, abbiamo assistito a un remake, non sullo schermo, ma sul set.»

Rimasi colpito da quella uscita, ma feci finta di non capire e chiesi:

«Cos’hai detto? Spiegati! Io non ti seguo.»

«Non hai capito? Adesso mi spiego… Non più di cinque anni fa, in uno scalo del mio veliero a Rio, andai al cinema per passare la serata e vidi un film, di cui non ricordo né il titolo né la trama, ma in cui c’era una scena uguale a quella che abbiamo visto…ed era la rappresentazione di un falso miracolo.»

«E con questo che cosa vuoi concludere? Che anche questo è un falso miracolo, una messinscena?»

«No, cugino, non dico questo, ma questa somiglianza mi ha colpito. Riandando alle sequenze e del film e del remake, rimango molto perplesso. Ma tu, cugino, non hai alcun dubbio?... Il miracolo ti convince?»

«Senti, cugino, il miracolo è sempre qualcosa di sconvolgente… anch’io mi sono posto il quesito, ma l’ho subito rimosso… Indagare su questi fatti non serve per l’ascesi spirituale che noi di Adelfia cerchiamo… Sappiamo bene che Dio può operare miracoli, direttamente – motu proprio – o per intercessione di qualche suo fedele servo, come è stato certamente l’eremita… Due miracoli egli li ha ottenuti certamente dal Padre Eterno; che abbia ottenuto anche questa guarigione da una malattia considerata incurabile, è certamente possibile… Io non mi pronuncio, non voglio pronunciarmi, non voglio indagare, giudicare…Certo, come tu dici, a te sembra un remake, a me l’esecuzione accurata di un copione, ma ci possiamo sbagliare, le apparenze spesso ingannano. Insomma, cugino, è meglio non parlarne.»

Quando arrivammo alla baia, il miracolato si era già reimbarcato sulla Freccia Azzurra che stava per salpare. Con lui partivano il medico curante e il prete teologo, mentre il frate e l’infermiera restavano con noi, su invito di monsignore.

Così i frati addetti ad Adelfia divennero quattro, e l’infermiera fu accolta nella canonica col ruolo di cuoca e di domestica, come la Perpetua di manzoniana memoria. Ma quella “aveva passata l’età sinodale dei quaranta”[9], l’infermiera non arrivava ai trenta; ma la giovane età non guastava, anzi.

Il giorno dopo la partenza della motonave salpò anche il veliero brasiliano col diplomatico e anche mio cugino. Il comandante, che era un capitano di vascello, venne a salutarci e ci lasciò un grosso pacco-omaggio da parte del suo Governo.

Quando lo aprimmo, vedemmo con meraviglia che era identico a quello già offertoci otto anni prima da un altro comandante dello stesso veliero. Come allora gradimmo il caffè e lo zucchero e donammo le bottiglie di gin ai marinai del “Fiore di maggio”, così questa volta proposi di donare il liquore agli operai esterni che ancora lavoravano nella baia; ma monsignore disse che non era il caso di incrementare le loro sbornie serali, e fece portare il tutto alla canonica.

Dopo la costruzione della chiesa e degli annessi, l’opera edilizia dell’ingegnere non si era arrestata, era piuttosto cresciuta. Aveva già costruito una palazzina a tre piani, con sei appartamenti già assegnati ad altrettante famiglie che avevano lasciato le loro casette prefabbricate agli ultimi arrivati. Da sei mesi però non c’erano più arrivi, per ordine di monsignore, il quale disse in direzione che crescere di numero era rischioso per la finalità spirituale di Adelfia.

Io mi meravigliai non poco di questa decisione, perché in precedenza il frate faceva arrivare neofiti a gruppi, senza nessun serio controllo; ora aveva cambiato idea: perché? A noi della vecchia guardia lo stop imposto dal frate non dispiacque, perché coi tanti arrivi si era creata in Adelfia notevole confusione, che ora avremmo voluto eliminare.

Noi padri fondatori ogni tanto ci riunivamo, come una volta, in casa o dell’uno o dell’altro, discutevamo degli eventi e ci scambiavamo i nostri giudizi e le nostre riflessioni. In una di queste riunioni, un collega chiese al nostro medico che ne pensava del miracolo; rispose:

«Non ne penso niente e non ci voglio pensare. Quello che vi posso dire è che monsignore in quella occasione voleva farmi firmare un certificato già compilato in cui affermavo di aver visitato il malato di SLA prima e dopo l’evento e di aver constatato, prima, lo stadio grave del morbo, poi, la sua perfetta scomparsa. Non lo volli firmare perché sarebbe stata un falsa attestazione.

Da quel giorno monsignore non mi ha rivolto più la parola, e voi forse vi sarete accorti come in direzione mi abbia emarginato. Comunque, anche senza la mia attestazione, la causa canonica è andata avanti, e un amico di Roma, che ha qualche entratura in Vaticano, mi ha fatto sapere che è imminente il decreto di santificazione…

C’è in Curia un cardinale che è molto interessato a questa proclamazione, e il postulatore della causa va dicendo che si farà promotore della costruzione di un santuario a San Pietro Eremita proprio sulla sua tomba. Di questa intenzione è a conoscenza anche l’ingegnere, che sta già lavorando sul progetto di questo santuario, che dovrebbe richiamare molti pellegrini e incrementare il turismo nell’isola.»

11 - Il grande affare

Come mi sembra di aver detto, nella nostra mappa catastale non avevamo incluso i due chilometri quadrati del lido Balenottera. Quando l’Ufficio Catasto di Roma si accorse di questa omissione, ci scrisse che dovevamo provvedere. Il direttore dell’Ufficio, che era quel brav’uomo venuto a visitarci un anno prima, scrisse a parte e amichevolmente al nostro presidente che, essendo impensabile dividere quella superficie in trecento lotti come si era fatto per il resto dell’isola, in quanto sarebbero stati lotti troppo piccoli, le soluzioni potevano essere due: o intestare il lido in blocco al presidente di Adelfia, o ad Adelfia costituita in società in nome collettivo (s.n.c.).

Lui consigliava questa seconda soluzione, perché così la proprietà rimaneva a tutta l’associazione e non veniva assegnata a uno solo, che ne avrebbe potuto disporre a piacimento, anche contro la volontà e l’interesse dei soci. Per costituirsi in s.n.c. bisognava fare un atto notarile e poi registrarsi all’apposito ufficio.

La questione fu portata all’ordine del giorno della direzione per ben tre sedute. Il nostro Tommaso, che era entrato in direzione come rappresentante della democrazia cristiana, sostenne a spada tratta la soluzione scartata dal direttore di Roma, cioè dividere il lido in trecento lotti nominativi, come si era fatto per il resto dell’isola. Gli facemmo presente che sarebbero stati lotti piccolissimi, inservibili.

Lui, per nulla convinto, disse:

«Anche su un piccolo lotto io posso costruire una villetta, capite?»

L’ingegnere gli fece osservare che il piccolo lotto formerebbe una strettissima fetta di terreno, lunga 500 metri, ma con un minimo affaccio sulla spiaggia, e quindi con nessuna possibilità di costruirvi.

Replicò:

«E’ naturale che chi ci vuole costruire deve comprare i lotti confinanti; e quindi ci sarà chi vende e chi compra, insomma si metterà in moto una vivace attività di compra-vendita edilizia: perché rinunciarci?»

L’ingegnere obiettò:

«E alle strade e ai servizi chi provvederà in quel comprensorio?»

Tommaso sorrise ironico e rispose:

«Provvederà lei, ingegnere, ci sarà molto lavoro anche per lei. E’ naturale che coloro che ci vorranno costruire si riuniranno in consorzio e appalteranno a lei i relativi lavori. Ma per le strade io non sprecherei della superficie, che lì è preziosa. Le ville è bene che siano raggiungibili solo dal mare. Non capite che esse saranno ricercate dai turisti, i quali adorano quelle meravigliose spiagge, e a cui potremo affittare le villette ad alto prezzo? Non capite l’affare che si prospetta per quelli che vorranno investire alla Baia Balenottera?»

Noi non capimmo, l’estrosa proposta di Tommaso fu bocciata, rimanevano le altre due soluzioni.

Nella seconda seduta della direzione si esaminò la possibilità di intestare il lido Balenottera, nominativamente, al presidente di Adelfia, che allora era fra Matteo. Quasi tutti riconobbero che l’ipotesi non era praticabile, perché il presidente poteva anche cambiare, e allora bisognava cambiare anche l’intestazione, e come? Con un atto notarile di compra-vendita? E se il vecchio intestatario non cedeva?

Tutti si convinsero che la soluzione ipotizzata era da scartare, e Monsignore disse:

«Sono anch’io d’accordo che l’intestazione nominativa al presidente, come se fosse un lotto a lui assegnato in proprietà, darebbe luogo a tante complicazioni, anche per la ripartizione del reddito e il pagamento delle tasse; ma c’è una soluzione che elimina ogni difficoltà: assegnare quei due chilometri quadrati in proprietà perpetua alla erigenda Parrocchia di San Pietro Eremita, la quale in tal modo ne amministrerà i proventi, destinandoli ai bisogni della chiesa, all’assistenza degli indigenti, e anche all’obolo di San Pietro, perché non ci dobbiamo dimenticare della Santa Sede da cui dipendiamo e che ha bisogno del nostro sostegno per sopperire alle sue molte esigenze di carattere internazionale.»

Era una soluzione opinabile. A Tommaso sembrò la migliore dopo la sua, che non era stata compresa in tutti i suoi benefici. Egli disse:

«E’ bene che la parrocchia abbia dei beni per poter agire e intervenire nel suo ambito con una certa libertà. Fin dai primi tempi del Cristianesimo la Chiesa ha posseduto dei beni, case, terreni, rendite, donati ad essa da principi e da fedeli devoti, sapendo che li avrebbe usati a beneficio di tutti. Così si formò anche il Patrimonio di San Pietro, ritenuto necessario per la libertà del Papato, e anche i monasteri, i conventi e le abbazie potettero contare su sicuri proventi per il loro mantenimento e per l’attività religiosa e sociale.

Sappiamo tutti quanto questi enti religiosi, e specialmente le abbazie benedettine, abbiano contribuito nel Medioevo e anche dopo alla civilizzazione, alla diffusione della cultura e del Cristianesimo. Questi beni ecclesiastici che dotavano anche diocesi e parrocchie, e ottemperavano bene o male alle loro finalità benefiche, nel sec. XIX, come voi ben sapete, furono incamerati dallo Stato col pretesto che essi rimanevano inservibili per il progresso economico della Nazione.

E che ne fece l’Erario? Li vendette o meglio svendette subito ai latifondisti e agli speculatori finanziari, e così servirono solo all’arricchimento dei pochi e all’impoverimento dei molti.»

A Tommaso replicò il nostro ex-presidente:

«Caro amico, tutti gli economisti concordano che il patrimonio ecclesiastico era un impedimento al progresso economico e agricolo, ed era infatti chiamato “manomorta”; tu invece hai prospettato la proprietà chiesastica come necessaria per la libertà della Chiesa e del Papato. In realtà la libertà gliel’ha tolta. Infatti col potere temporale la Chiesa si è trovata immischiata nelle lotte tra i principi e le potenze, per le quali i papi talora sono stati costretti a scappare come Pio IX, o sono stati imprigionati e deportati come Pio VI e Pio VII. Ma la peggiore conseguenza del potere terreno e del possesso di tanti beni è stata la corruzione col nepotismo, e l’aver fatto considerare il sacerdozio una carriera promettente e il clero una classe riverita, forte e ricca.

I beni terreni, il dio denaro, sono fonte di mondanizzazione e di prevaricazione. Gesù ha messo in guardia i suoi discepoli dalla tentazione del dio quattrino, quando ha loro ordinato “Non procuratevi oro, né argento, né moneta di rame”[10]

Monsignore lo interruppe dicendo:

«E secondo te, egregio dottore, il clero dovrebbe vivere di aria?»

«Se il sacerdote si dedicherà al suo gregge, questo non gli farà mancare il necessario. Come le pecore ricambiano il pastore dandogli il latte e la lana, così i fedeli, se curati dal loro parroco, non gli faranno mancare il vitto e l’alloggio “perché l’operaio ha diritto al suo nutrimento” come afferma lo stesso Gesù[11]. Infine fo presente che la Parrocchia San Pietro Eremita non esiste, e la proposta del presidente è per lo meno inattuale, e va respinta.»

Monsignore replicò vivacemente:

«Se non esiste, esisterà tra poco sia il santo sia la sua parrocchia. Mi meraviglio molto dello scetticismo del dottore, o per meglio dire della sua ostilità al clero, assertore e custode del Cristianesimo, il che fa sospettare opposizione allo stesso Cristianesimo, il quale è rappresentato dalla Chiesa da Cristo istituita.»

Era chiaro che monsignore aveva voluto provocare il dottore per far degenerare la discussione in rissa; ma il dottore non rispose a quella maligna insinuazione.

Io però considerai mio dovere rintuzzare l’accusa e dissi:

«Il nostro ex-presidente nella sua saggezza non risponde all’evidente provocazione di monsignore, ma io, per amore della verità, devo dire come stanno le cose. Non siamo noi che abbiamo travisato il Cristianesimo, ma abbiamo cercato di attuarlo come voleva Gesù, nell’umiltà e nella povertà, guidati dall’eremita, uomo veramente ispirato. Perché noi potessimo attuare il precetto evangelico, Dio ha fatto sorgere una nuova terra, e in essa ha fatto sgorgare una sorgente di acqua viva.

Questi due fatti miracolosi attestano che il nostro proposito era benedetto da Dio, che lo aveva ispirato al suo profeta. Finché questi è stato la nostra guida noi abbiamo camminato sicuri sulla via del perfezionamento spirituale, coltivando le virtù evangeliche della povertà, dell’umiltà e dell’amore fraterno.

Poi sotto la sua guida, monsignore, la vita in questa baia è mutata, e noi primi venuti non ci riconosciamo più in essa, perché ci sembra uguale o peggiore di quella di Roma, dalla quale siamo voluti fuggire. Ora nella baia Adelfia circola il denaro, si afferma la proprietà personale, si compra e si vende, e si cerca l’arricchimento e il godimento. Ed è evidente che l’arricchimento di alcuni porta l’impoverimento di altri. Una volta qui c’era perfetta uguaglianza e solidarietà, e soprattutto nessuna competizione, ma assoluta concordia.»

Monsignore appariva molto irritato per le mie parole e stava preparando la sua risposta, quando per calmare le acque intervenne l’ingegnere:

«Cari amici, quello che è avvenuto in questa baia non è colpa di nessuno, o meglio non c’è stata colpa alcuna, non è avvenuto un deterioramento, ma piuttosto una evoluzione naturale. Quella vita umile e povera, in un comunismo totale, non marxista ma evangelico, era possibile per una piccola comunità di privilegiati dalla Grazia, diciamo di cenobiti. Ma Dio non vuole certamente essere venerato e amato da una élite, ma da molti, possibilmente da tutti.

Ecco come si spiega il cambiamento avvenuto in quest’isola: è un’evoluzione naturale di una società che non vuole il comunismo marxista, ammette la proprietà privata, ma controllata dalla legge, e si fa guidare da sacerdoti saggi e culturalmente preparati, che la terranno sempre lontana dalla plutocrazia, dal capitalismo sfrenato, in un’economia di mercato equilibrata e solidale.»

L’ingegnere evidentemente voleva sedare le polemiche e smorzare i toni con un’interpretazione ottimistica della realtà, ma monsignore volle sfogare la sua indignazione contro di me e il dottore, e disse:

«Voi due siete davvero irritanti: con la vostra supponenza, con i vostri giudizi, vi credete in grado di interpretare la parola di Dio, mentre la sola interprete genuina di essa è la Chiesa e tutta la Gerarchia, di cui facciamo parte noi sacerdoti, ministri di Dio, unti e consacrati. Se il Cristianesimo che noi pratichiamo nell’isola non è di vostro gradimento, perché non ve ne andate in qualche altro posto ad attuare il Cristianesimo da voi ideologizzato, mitizzato, un Cristianesimo antistorico e antiumano?»

Non replicai all’accusa per non alimentare la polemica e lo scontro ideologico e anche politico. Ho già detto che in Adelfia si erano formati due partiti, di cui la Democrazia Cristiana era dominante e sosteneva in tutto e per tutto le iniziative di monsignore. Era evidente che egli ci vedeva come il fumo negli occhi e cercava di indurci ad abbandonare l’isola.

Tuttavia quel giorno la direzione non prese alcuna decisione, in attesa – spiegò monsignore – che l’eremita fosse canonizzato e fosse istituita la parrocchia di San Pietro Eremita. Ma in realtà questa sospensione era voluta, perché monsignore pensava ad un’altra soluzione del problema, che a lui non dispiaceva, e piaceva sommamente a quelli che lo sostenevano.

Una sera che ero in casa col dottore e stavamo parlando della nostra situazione ormai critica, venne a trovarci Tommaso. Ci meravigliammo perché lo sapevamo passato al campo avverso, ma egli si presentò molto amichevolmente, ci strinse calorosamente la mano e disse:

«Cari vecchi amici, non crediate che vi abbia abbandonato. Sì, in direzione, sono passato alla maggioranza, perché ho capito che stare all’opposizione ormai non serviva, mentre nella maggioranza avrei potuto recare qualche utile apporto. Ho sempre voluto essere un uomo libero e giudicare col mio cervello. Più di una volta vi sarò sembrato un incredulo per i miei dubbi; ma il mio dubbio non era scettico, ma metodico, come via per arrivare alla verità, alla certezza.

E ora una verità l’ho scoperta e ve la comunico, per dimostrarvi la mia amicizia e onestà… Ebbene, la gran discussione che si è fatta in direzione è stata tutta una manfrina, una messinscena per nascondere il loro proposito nel mentre lo stanno attuando. Monsignore e l’ingegnere stanno perfezionando la vendita del lido Balenottera alla società Mira, la quale avrebbe offerto la somma notevole di venti annualità di fitto. Somma notevole, ma essi pensano di ottenere di più interessando altre società armatoriali e turistiche, e probabilmente la Mira aumenterà l’offerta, perché essa è ben addentro in questo affare e ne conosce l’importanza.

Anch’io conoscevo l’importanza di questo affare e proponevo la divisione di quella superficie in trecento particelle da commercializzare. Ma per farle fruttare ci voleva tempo e abilità. Ora con la vendita l’affare è subito fatto, perché la somma ricavata sarà divisa in parti uguali a tutti i cittadini di Adelfia. E’ evidente che meno sono gli aventi diritto, più sarà la quota parte di ognuno. Ecco perché monsignore da molti mesi non fa più giungere neofiti, e fa di tutto per indurvi a lasciare l’isola.

Infatti se tutti quelli del vostro partito abbandonassero l’isola, la somma che i rimanenti riceveranno sarebbe notevolmente maggiore. Si tratta di cifre da capogiro: ho sentito parlare di centinaia di migliaia di euro per ciascuno dei fortunati abitanti, che diventeranno tutti ricchi, molto ricchi, così, dalla sera alla mattina, come vincendo una lotteria di cui non hanno neppure pagato il biglietto… Che ve ne pare, amici?»

Io dissi:

«Ci sembra che le cose vadano proprio in questo senso; infatti essi fanno di tutto per renderci qui la vita impossibile. Al nostro dottore hanno prima tolto la presidenza, poi anche la direzione del servizio sanitario. L’hanno subito data al giovane medico che hanno fatto venire. Per trecento abitanti c’era forse bisogno di due medici? E per trecento anime c’era bisogno di quattro frati? Noi, Tommaso, avevamo già intuito il disegno di costoro, ora tu ce ne dai la certezza. Ti ringraziamo per la tua correttezza e sincerità, anche se ci rammarichiamo per la tua scelta di campo… Ma, secondo te, noi che dovremmo o potremmo fare?»

«Resistere, amici, non raccogliere le provocazioni, pazientare, così da una parte farete fallire il loro disegno, dall’altra, se questa manna ci sarà, ne avrete parte anche voi, che siete stati i fondatori di Adelfia.»

Il dottore disse sorridendo:

«Dobbiamo restare per diventare ricchi anche noi? Era questa la nostra finalità, Tommaso, quando siamo sbarcati in questa terra nuova?»

«Non per arricchirvi, ma per compensarvi delle grandi spese che avete sostenuto nei primi tempi, per le quali avete venduto, tutti o quasi, i vostri beni a Roma.»

«Lo abbiamo fatto per obbedire alle parole che Gesù disse al giovane ricco: “Và, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo, poi vieni e seguimi.”[12] E’ difficile obbedire a questo invito, “perché la preoccupazione del mondo e l’inganno della ricchezza soffocano la parola“[13], e lo stesso Gesù amaramente conclude: “E’ più facile che un canapo passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei Cieli.”[14]

Quindi, caro Tommaso, se ce ne andremo, lo faremo proprio per non diventare ricchi. E se questa associazione si è corrotta, è avvenuto proprio per la sete di ricchezza che a poco a poco si è insinuata in essa come un veleno.»

«E allora voi cederete e  lascerete l’isola?» chiese Tommaso.

«Dobbiamo decidere» rispose il nostro presidente.

«Se io rimango» disse Tommaso «non è tanto per l’attesa dei soldi, quanto per una certa curiosità… e un certo scetticismo… insomma voglio vedere come andrà a finire.»

«Andrà a finire certamente male.» conclusi io «La vecchia Atlantide, ricordati, Tommaso, quando i suoi abitanti si corruppero, sprofondò nell’oceano. Che la nuova Atlantide faccia la stessa fine?»

«Dio ne scampi e liberi! Comunque io starò all’erta, e non mi farò sorprendere… come voi sapete, sono diffidente per natura.»

«Non sappiamo» concluse in nostro presidente «quale sarà il giudizio di Dio. Ma questa nuova terra è stata a noi affidata per instaurarvi il regno di Dio, e non il regno di Mammona… Noi, è quasi certo che ce ne andremo; tu, Tommaso, fa come il cuore ti detta… Comunque ti ringraziamo per le utili informazioni che ci hai dato.»

«E continuerò a darvene, se potrò… Il mio cuore è sempre con voi. Arrivederci.»

La vita nella baia continuò a svolgersi secondo le direttive di monsignore, che anche a Roma portava avanti il suo piano. Infatti dopo pochi mesi lo stesso postulatore della causa venne con due confratelli ad annunciarci che la causa era stata vinta, e che la comunità era stata dichiarata parrocchia col titolo di San Pietro Eremita.

Monsignore indisse una grande festa per la domenica successiva, con una messa solenne, celebrata da lui, assistito da tutti i frati. All’omelia annunciò che al nuovo santo sarebbe stato eretto un santuario sulla sua tomba, e la prima pietra sarebbe stata posta quello stesso pomeriggio. Invitava tutti alle 17 per andare in processione al sepolcro per la solenne fondazione.

L’ingegnere aveva già pronto il progetto, e per realizzarlo aveva accumulato il materiale, e quindi i lavori per l’erezione del tempio cominciarono il lunedì successivo. Per questi lavori furono fatti venire altri operai, comuni e specializzati, e la vita nella baia divenne più confusa, quasi frenetica.

 Da tempo nell’isola era stata attivata la telefonia mobile, e ora ognuno aveva il suo cellulare e ogni casa era stata fornita di un televisore Sony piatto, ultima generazione. Molti avevano il PC e qualcuno anche il collegamento Internet, e con questo molta spazzatura inondò la baia, con la pornografia e anche la pedofilia e con le offerte di sesso estremo.

Tommaso ci fece sapere che la trattativa per la vendita di Baia Balenottera alla Mira stava per concludersi favorevolmente, e che monsignore stava complottando per espellerci da Adelfia per deviazionismo, per cui eravamo diventati indesiderabili. Cominciammo a pensare seriamente alla partenza; ma innanzi tutto dovevamo contarci, e volevamo adesioni libere, senza condizionamenti neppure affettivi.

Dalla radio e dalla televisione venimmo a sapere che il Brasile aveva contestato dinanzi alla Corte dell’Aia la dichiarazione italiana di exclave, e che prima o poi i cittadini di Adelfia sarebbero stati chiamati al referendum per scegliere tra Italia e Brasile, scelta che spaccava n0n solo la direzione, ma anche ambedue i partiti.

Per l’Italia giocava la tradizione nazionale e la lingua, ma giocava contro il fiscalismo e la burocrazia cieca e sorda; per il Brasile giocavano le molte allettanti promesse, e precipua quella di esenzione perpetua dalle tasse federali, per cui nell’isola ci sarebbero state solo tasse comunali da spendere per i servizi municipali (sanità, sicurezza, pulizia, scuola, assistenza). C’era però l’ostacolo della lingua la quale, anche se deriva dal latino come l’italiana, non è facilmente comprensibile se non è appositamente studiata.

Non mancavano poi quelli che temevano il consiglio fraudolento che Guido da Montefeltro diede a Bonifacio VIII: “lunga promessa con l’attender corto”[15].

Monsignore e i suoi frati facevano la propaganda per l’Italia, dato il loro legame col cardinale che in Vaticano fungeva da loro patrono, ma pare che anche loro furono tentati. Tommaso ci disse che la Conferenza Episcopale Brasiliana aveva mandato un suo emissario, il quale avrebbe fatto a monsignore e ai suoi accoliti allettanti promesse, pare di carattere finanziario, sotto forma di contributo per l’erigendo santuario. E’ comunque certo che molto denaro circolava nell’isola per alimentare la propaganda sia brasiliana sia italiana.

Dopo la canonizzazione di fra Pietro e l’elevazione della chiesa di Adelfia a Parrocchia, monsignore poté attuare il suo proposito di dotare il nuovo ente di notevoli beni. Quando fu fatta la lottizzazione dell’isola, erano rimasti non assegnati i molti ettari delle piantagioni, che venivano ancora lavorati collettivamente. Ora si decise di assegnare quei quindici ettari in proprietà perpetua alla parrocchia di San Pietro Eremita.

Sicché la parrocchia e quindi il parroco, cioè monsignore, avrebbe potuto affittare quei terreni a chi volesse coltivarli, a un canone annuo da concordare. Avrebbe potuto anche venderne dei lotti a chi avesse voluto costruirsi una villa in campagna; insomma quei quindici ettari erano una invidiabile proprietà, fonte di lauti proventi a favore della chiesa, che non doveva risponderne a nessuno. E una chiesa ricca diventa inevitabilmente una chiesa corrotta.

La canonica non sembrò più sufficiente per le comodità dei frati, e assieme al santuario, e proprio dirimpetto ad esso, fu iniziata la costruzione di una sede parrocchiale, ampia il doppio e fornita di un’attrezzata cucina, una grande sala da pranzo e anche una sala da proiezione. E al loro servizio la direzione sacerdotale chiamò altre due donne, una come cameriera e una come segretaria.

Molti mugugnavano per tutte queste novità, ma nessuno osava protestare, e quel mezzo convento spendeva e spandeva il suo molto denaro, col quale ammorbidiva talora l’opposizione dei protestatari.

Il referendum per decidere l’appartenenza era stato fissato per il primo novembre del 2109, e a mano a mano che ci si avvicinava a quella data la propaganda elettorale divenne più accesa. La direzione si premurò di evitare infiltrazioni surrettizie di votanti, e istituì il servizio anagrafico. Anzi organizzò una sede municipale, con le direzioni di tutti i servizi di cui si sentiva bisogno, come quello sanitario e quello scolastico.

Il tricolore, che prima sventolava al balcone del municipio, fu tolto una volta fissato il referendum, ma alle finestre di molte case si vedevano esposte piccole bandiere o italiane o brasiliane.

12 – La politica

Ho già detto che alla baia si erano formati due partiti, uno maggioritario, la DC, che sosteneva il governo di monsignore, uno minoritario, il PP, che si opponeva ad esso, difendendo la vecchia dirigenza. Noi padri fondatori, pur biasimando la divisione in partiti, eravamo per il partito popolare, soprattutto per la sua opposizione alla svolta autoritaria e ierocratica. Ma una volta indetto il referendum, i partiti si spaccarono e si riorganizzarono in Fronte pro-Italia e Fronte pro-Brasile. A quanto sembrava questo era in minoranza, ma si dava maggiormente da fare e spendeva di più nella propaganda, fatta con tutti i mezzi: stampa, radio, televisione, spot, manifesti, volantini, opuscoli. I dirigenti di questo Fronte, nell’estate di quell’anno, avevano programmato, in scala ridotta, una riedizione del Carnevale di Rio nella baia. La direzione, nonostante fosse anch’essa spaccata tra filo-italiani e filo-brasiliani, bocciò il programma, e così quello spettacolo indecente fu risparmiato ai cittadini di Adelfia, anche se qualcuno lo avrebbe visto volentieri.

In quell’estate ricevemmo un’altra visita della nave-scuola della Marina Brasiliana, sulla quale navigava mio cugino. Non portava diplomatici, ma molto materiale propagandistico e centinaia di pacchi-dono avvolti nella bandiera brasiliana. Ogni pacco, di circa 5 Kg, conteneva caffè, zucchero, stecche di sigarette e bottiglie di Curaçao. In ognuno c’era un poster con vedute diverse delle tante bellezze naturali del Brasile, con didascalia in italiano, accompagnata da un bel pistolotto propagandistico. I pacchi, uno per famiglia, furono ricevuti volentieri, e forse qualche effetto lo produssero sugli indecisi.

Io parlai a lungo con mio cugino, perché il veliero si trattenne una settimana. Scherzai con lui dicendo che, da ufficiale di Marina, si era trasformato in propagandista elettorale, con tutti quei pacchi da distribuire e quei discorsetti da tenere nelle varie case, di cui fu incaricato lui e un’altro ufficiale di origine italiana. Sorrise anche lui e rispose:

«Non ne potevamo fare a meno, per la nostra lealtà e fedeltà al Governo che ci ha dato questo incarico. Del resto i doni sono dati a tutti senza distinzione, per dimostrare loro l’amicizia e la vicinanza del popolo brasiliano. Riguardo alle promesse contenute negli opuscoli e depliant distribuiti, io sono convinto che saranno mantenute: il nostro è un Governo serio e anche fornito di mezzi per mantenere le sue promesse.»   

13 – L’abbandono

Gli risposi che avevo ironizzato sulla sua missione propagandistica solo per chiacchierare, perché a noi della vecchia guardia non interessava il risultato del referendum, al quale non avremmo partecipato.

«Allora vi asterrete? E perché? Per farlo fallire? A quale scopo?»

«Non per questo; del resto non sarebbe possibile. E’ un referendum alla svizzera, che è valido qualunque sia la percentuale dei votanti. Noi non voteremo perché non ci saremo più; abbiamo deciso di andarcene, di tornare a Roma, la nostra missione qui è fallita. Quella comunità di vita cristiana che noi avevamo istituito in questa nuova terra non esiste più, c’è un villaggio mondanizzato non meno del resto del mondo, anzi per molti aspetti anche di più.»

«Non lo sapevo, cugino, e mi dispiace, ma vi capisco. Voi volevate vivere al riparo dalla corruzione generale, in un’isola sperduta nell’oceano, ma che per la sua bellezza è stata appetita e fagocitata dal Leviatan mondano. Non è così, cugino? E come potevate difendervi dal mostro? Dovevate andare in un deserto. A parte lo scherzo, io ti posso dire una cosa, cugino.

Se, non demoralizzati dall’insuccesso, volete ritentare la prova, in Brasile ne avete ampia possibilità. E’ un paese vasto, il quinto del mondo per superficie, diviso in 26 Stati dei quali alcuni sono scarsamente abitati, e desiderosi di accogliere comunità di colonizzatori, alle quali offrono in uso perpetuo delle zone franche, dove operare liberamente, sfruttandone le possibilità.

Molte comunità ne hanno approfittato, ma si tratta di sette pseudo-cristiane, con riti paganeggianti o vudù e comportamenti aberranti, che più di una volta hanno dato filo da torcere alle autorità dello Stato per le loro manifestazioni illegali o immorali o barbariche. Una comunità come la vostra, di vera vita cristiana, sarebbe la benvenuta in quegli Stati, che vi affiderebbero zone riservate da sfruttare.

Uno di questi Stati è sicuramente il Mato Grosso, che ha una superficie tre volte dell’Italia e una popolazione di appena tre milioni di abitanti. Se la cosa vi interessa, io ho a Culabà, la capitale, un amico che si è laureato con me a San Paolo e, che è impiegato statale; con lui sono in corrispondenza, e una volta sono stato anche a trovarlo. Nel Mato Grosso, che significa Grande Bosco, potreste trovare la sede ideale.»

«Non so quello che faremo. Innanzi tutto devo pensare alla mia famiglia, ai miei figli. Sono cresciuti qui con noi e hanno portato avanti i loro studi con grandi sacrifici, andando e venendo da Roma e studiando da privatisti.

Domenico si è maturato e ha preso Legge, aiutato da me; ora è al terzo anno, e desidera fare un po’ di frequenza. Lo stesso dicasi di Angelo che si è maturato e ha preso Medicina, aiutato dal nostro bravo dottore; ma è ancora all’anatomia, che è difficile digerire senza laboratori. Luisa ha preso la licenza media e vorrebbe iscriversi al classico. Sono in dovere di sentirli e di seguirli. Poi c’è Rosa, devo sentire anche lei; mi ha sempre seguito e si è sacrificata, molto.

E poi ci sono gli altri della vecchia guardia e le loro famiglie… Comunque finora ci stiamo contando, noi intenzionati a lasciare la baia. L’elenco è quasi definitivo, siamo quaranta, stiamo preparando le valigie, ma non abbiamo ancora fissato la partenza.»

 La nave-scuola brasiliana era ancora nella baia, quando fu diffusa la notizia che il Governo Argentino aveva fatto ricorso alla Corte Internazionale dell’Aia chiedendo la sospensione del plebiscito, asserendo che l’Argentina per il trattato di Tordesillas aveva diritto sull’isola, e che il referendum non doveva essere tra Italia e Brasile, ma tra Italia, Argentina e Brasile. Per questo il Governo di Buenos Aires chiedeva lo spostamento del referendum di almeno sei mesi.

La notizia, per noi intenzionati a partire, era del tutto indifferente, ma in seno ai due partiti, filo-italiano e filo-brasiliano, suscitò irritazione, perché quella argentina era evidentemente una manovra dilatoria, per far perdere tempo, per creare difficoltà, perché non era pensabile che al referendum vincesse il partito argentino, che neppure esisteva nell’isola.

Parlai del fatto con mio cugino, il quale era più informato di me e aveva molto acume nel campo politico. Egli mi disse:

«L’Argentina sa che non può attendersi niente da un referendum dilazionato. Vuole in realtà bloccarlo perché, io penso, ha in animo di prendersi con la forza l’isola, che è completamente disarmata, e così porre la comunità internazionale davanti al fatto compiuto. La Giunta Militare che ha preso il potere l’anno scorso vuole mostrare i suoi muscoli.»

La spiegazione di mio cugino mi parve subito molto probabile, e mi ricordai che quando i colonnelli sono andati al potere con i loro golpes, nelle varie traballanti repubbliche del vecchio o del nuovo mondo, sempre hanno tentato di affermarsi all’interno con qualche impresa esterna. Questo fecero i colonnelli greci quando tentarono di occupare Cipro, suscitando la violenta reazione turca; questo fecero i colonnelli argentini quando occuparono le Falkland, suscitando la violenta reazione inglese. Ma i colonnelli hanno poca memoria storica, ed era sommamente probabile che quelli argentini ci avrebbero riprovato. Loro riconoscono solo la forza delle proprie truppe e disprezzano quella degli altri e dell’opinione pubblica.

Mi ricordai che quando venne quella corvetta argentina, il capitano ci voleva imporre la bandiera del suo paese, e davanti al nostro rifiuto, se ne andò protestando e minacciando, anche se non lo disse esplicitamente, un’azione di forza.

Il veliero brasiliano partì, e noi pensammo solo a preparare i bagagli per lasciare l’isola. Quando monsignore lo seppe, pensò che per lui era più conveniente espellerci come deviazionisti, prima che noi lasciassimo l’isola magari accusando lui di deviazionismo.

Venne a dircelo Tommaso, affermando che il decreto di espulsione era già stilato, con tutti i nostri nominativi e le accuse a noi rivolte, tra cui il relativismo, il modernismo e l’interpretazione personale delle Sacre Scritture. Monsignore stava aspettando l’arrivo del cardinale-patrono, perché voleva radunare la direzione in sua presenza, onde dare al decreto maggiore solennità e unzione sacra.

Noi non aspettammo il cardinale e partimmo con la Freccia Azzurra il primo maggio 21o9. Non emettemmo comunicati, non accusammo, non recriminammo, non ci volemmo sfogare, e l’amarezza dell’abbandono ce la portammo tutta nel cuore, rimettendo la nostra causa nelle mani di Dio.

Monsignore non si ritenne soddisfatto e, alla venuta del cardinale e alla sua presenza, fece approvare in direzione il decreto con le accuse a noi mosse, che ci facevano passare come eretici e degni di scomunica.

Noi a Roma cercammo di far rivivere la vecchia nostra Adelfia, ma seguivamo anche le vicende della Adelfia che avevamo lasciata. Essa ormai era seguita con interesse anche dalla stampa e dalla televisione, tanti erano i fatti che la rendevano appetita ai media: il santo eremita, il suo santuario, i suoi miracoli, la sua ricchezza e la competizione per possederla.

La televisione italiana vi aveva installato un giornalista, e anche il Brasile vi aveva un suo corrispondente. Venimmo così a sapere che la salma dell’eremita era stata esumata e posta in una ricca bara lignea, da collocare  nell’altare maggiore del santuario che stava per essere terminato. L’esumazione della salma era stata eseguita dai frati alla presenza del cardinale, e si diceva che era stata trovata intatta, ma altri avanzavano sospetti, perché all’esumazione non era stato presente alcun medico; comunque la notizia circolava e accresceva la fama di San Pietro eremita.

Infatti la voce del suo corpo intatto, alimentata ad arte, attirava pellegrini alla baia per venerare la salma, provvisoriamente esposta su un catafalco nella chiesa parrocchiale. Accanto al feretro c’era una cassetta delle elemosine che portava la scritta “Per terminare il santuario”. Le offerte fioccarono. Infatti questo fu terminato a tempo di record, i pellegrini e le offerte continuarono a crescere.

Tommaso, che scriveva spesso, ci fece sapere che i frati, per custodire il loro denaro, avevano fatto venire, non da Roma ma da Filadelfia (USA), una robusta cassaforte antiscasso, in cui chiusero il loro denaro, e anche qualche lingotto, e in tutto segreto l’avevano murata al pianoterra del campanile, e stavano pensando a come investire, per farlo fruttare, il loro tesoro.

Intanto l’ingegnere con un collega aveva pensato ad aprire una banca, per rastrellare il risparmio, offrendo l’interesse del 2,5%. Molto era il denaro che circolava, e molti erano gli speculatori che promettevano anche il 15-20% con i loro prodotti finanziari, o falsi o emessi da banche inesistenti, e molti ingenui ci cascavano, e si ritrovarono scippati del loro capitale e, da ricchi che erano, divennero poveri dall’oggi al domani.

14 – La prevaricazione

La banca che avevano aperto l’ingegnere col suo socio era onesta, e su solide basi, con tutto il liquido che i due fondatori vi avevano immesso, perché essi erano, dopo monsignore, i più ricchi dell’isola.

Per sede della banca essi comprarono dalla parrocchia la vecchia canonica e la ristrutturarono per servire alla nuova funzione. Scavarono sotto il pianterreno un locale per il caveau, dove collocarono una cassaforte tedesca fatta venire da Amburgo.

L’immigrazione nell’isola non era più sottoposta ad alcun controllo, ma il Municipio stabilì che non si poteva ottenere la cittadinanza se non dopo cinque anni di residenza. Dato che non c’era una vera guida spirituale e neppure un’autorità che salvaguardasse almeno la comune morale e il pudore, l’isola fu invasa da vacanzieri licenziosi e anche da prostitute.

Dalla baia Balenottera, ora in possesso della Mira, al resto dell’isola non c’era più alcun confine, si andava e veniva a piacimento, e la direzione di Adelfia non si preoccupava di arginare il degrado morale. I suoi membri ormai pensavano solo al loro “particulare”, cioè a come far fruttare la loro carica. Dalla baia Balenottera si infiltrarono anche prostitute e viados in cerca di clienti.

I doni che il Creatore ha dato all’uomo per essere da lui liberamente obbedito e amato, cioè l’intelligenza e il libero arbitrio, ormai servivano solo per studiare i mezzi disonesti di guadagnare e avere sempre più potere e piacere, imponendosi sugli altri, meno furbi e meno abili o semplicemente meno disonesti.

La direzione ierocratica, invece di contrastare il degrado morale, ne dava essa stessa un esempio. Al suo servizio fece venire da Roma, come PR, una molto giovane laureata; ora sentiva il bisogno di curare la propria immagine, perché capiva di perdere consensi. Infatti molti cittadini, pur mondanizzati, non gradivano la spregiudicatezza e partigianeria di alcuni frati della direzione.

Il cardinale romano, che era il loro protettore, espresse in quei mesi il desiderio di andare ad abitare nell’isola, non appena fosse stato posto in quiescenza dal Vaticano. La parrocchia subito gli donò un ettaro della sua terra, e l’ingegnere cominciò a costruirvi una villa in stile palladiano. Insomma ormai la ricchezza faceva sfoggio di sé, si pavoneggiava e costituiva il valore sociale supremo.

E alla ricchezza sfondata di alcuni corrispondeva, come di regola avviene, la nera povertà di altri, e il Municipio dovette istituire per essi un servizio assistenza. Com’era potuto avvenire che, da un giorno all’altro, perdessero tutti i loro soldi? Erano stati truffati dai venditori di fumo.

Nell’isola regnava ormai l’illegalità. L’Italia, pur considerandola una propria exclave, non aveva istituito nell’isola una polizia e una magistratura, confidando nell’autorità della direzione. La legge e i codici (civile, penale e commerciale) erano quelli italiani, ma chi li faceva rispettare nell’isola?

Quell’arricchimento improvviso, dovuto alla lottizzazione e alla vendita della baia Balenottera, aveva per così dire ubriacato e stordito i cittadini, e aveva contemporaneamente fatto piombare nell’isola tanti speculatori e imbroglioni, che vendevano bond e altri prodotti finanziari di banche e ditte straniere, incassavano il denaro e poi sparivano. Ci cascarono i più ingenui e anche i più avidi, attirati dagli alti intereressi offerti, 20-25% e ancora più alti.

Come il cacio attira i topi, così il denaro attira i ladri, e nell’isola cominciarono a verificarsi dei furti. Il sindaco corse ai ripari istituendo un corpo di otto guardie comunali, ma queste, arruolate senza adeguata selezione e preparazione, risultarono inefficienti per imporre l’ordine e la sicurezza, anche perché non era stato ancora emanato un regolamento di polizia urbana, e non si sapeva con precisione ciò che non si poteva fare e quali fossero le sanzioni per le illegalità.

E naturalmente i malintenzionati approfittavano di questa situazione caotica, che si aggravò, e dai furti si passò alle rapine, e nell’isola comparvero le armi.

15 – Sinistre avvisaglie

I gravi fatti che mi accingo a narrare sono stati pubblicati dai giornali di Roma, e non mi indugio in essi più di tanto; mi basta accennarvi per dimostrare che il denaro, così appetito, è anche causa di infiniti mali.

Nella notte di San Silvestro 2109, mentre nell’isola si faceva baldoria con i fuochi artificiali e i botti, con la gente che ballava e brindava in piazza, una banda di malandrini sbarcò non vista e, con armi personali e una grossa carica di tritolo, andò direttamente al campanile: evidentemente una talpa li aveva informati che lì era custodito il tesoro della parrocchia, ossia della frateria.

Non tentarono neppure di forzare il portone blindato, piazzarono lì la carica e fecero saltare tutto il locale. La cassaforte, scardinata dal muro, giaceva a terra intatta. Se la caricarono su una specie di barella che avevano portato, raggiunsero in tutta fretta il grosso gommone che li attendeva in una caletta appartata e si allontanarono a gran velocità verso la nave piratesca che aveva organizzato il colpo.

La deflagrazione dell’esplosivo era avvenuta proprio allo scoccare della mezzanotte, e quasi tutti credettero che qualche buontempone avesse fatto esplodere un petardo eccezionale, onde il botto spaventoso. Il mattino successivo videro l’enorme squarcio alla base del campanile, che ne pregiudicava la stabilità. L’ingegnere disse che poteva crollare da un momento all’altro, e ammonì tutti di tenersi a debita distanza.

Molti rimasero a guardare, attendendo l’evento, e si volevano godere lo spettacolo. Verso mezzogiorno, essendosi levato un forte maestrale, il campanile crollò d’un tratto con tutte le campane, che risuonarono a terra sinistramente, in mezzo a un gran polverone che quasi accecò gli spettatori, i quali ebbero poco di cui godere.

Il campanile era alto 40 metri, le campane erano quattro: quando il polverone fu spazzato via dal vento, lo spettacolo era desolante. Fu ripreso con la telecamera dal corrispondente TV, e potemmo vedere sul piccolo schermo quelle immagini che stringevano il cuore.

Fu una vera fortuna che il forte vento avesse fatto cadere il fusto del campanile verso il lato libero della piazza, arrivando col lanternino a una ventina di metri dalla base; se fosse caduto verso la chiesa, la avrebbe certamente lesionata, e forse gravemente. Perciò monsignore indisse per la sera una celebrazione liturgica per lo scampato pericolo.

Ma le parole che egli disse ai convenuti sapevano poco di rendimento di grazie. Iniziò stigmatizzando la malvagità di uomini che, a sangue freddo, programmavano e attuavano azioni così efferate, che erano anche gravissimi e imperdonabili sacrilegi. Poi lamentò che ora la parrocchia era rimasta senza mezzi, e non poteva più aiutare i bisognosi, ma aveva essa stessa bisogno di essere aiutata. Chiuse dicendo che si doveva restituire alla chiesa la pia voce delle campane, ricostruendo il campanile tal quale, e rimettendo al loro posto i sacri bronzi.

Quando monsignore si sedette, si alzò a parlare il sindaco, cioè l’ingegnere-banchiere. Disse che per i bisogni della parrocchia avrebbe aperto un credito fiduciario presso la sua banca, e che per la ricostruzione del campanile, del quale conservava i disegni e le misure, avrebbe l’indomani aperto una colletta alla quale lui contribuiva con 50.000 euro. Esortò tutti a essere generosi affinché al più presto nella baia si potesse riascoltare il dolce suono dell’Ave Maria della sera.

Debbo precisare che tutti questi particolari li ho saputi da una lettera di Tommaso, giuntami dieci giorni dopo il fatto. Anche lui era rimasto scioccato dall’attentato dinamitardo, che aveva mandato in fumo i denari della parrocchia: i suoi, diceva, erano al sicuro nel caveau della banca.

Per renderli più sicuri l’ingegnere, da quando erano cominciati i furti nell’isola, aveva ingaggiato sei vigilantes che facevano la guardia alla sua banca giorno e notte, alternandosi ogni tre ore, di giorno uno solo, la notte in due. Non erano armati: in caso di pericolo dovevano suonare l’allarme; era una sirena così forte e di suono così stridente che faceva proprio saltare le gambe, i nervi e anche i timpani. Io l’ho sentita una sola volta, alla sua installazione, e non volli sentirla una seconda volta.

Ma la dovettero sentire un’altra volta, gli isolani, verso le ore 3 del 6 gennaio 2110, giorno dell’Epifania, quando gli stessi malandrini sbarcarono con i candelotti di dinamite per far saltare il tesoro della banca. Vedendo i due vigilantes, gli spararono addosso, ma ne colpirono solo uno; l’altro, illeso, fece scattare l’allarme. La sirena rompi-timpani li fece desistere dall’impresa dinamitarda; ma erano uomini duri e ne attuarono subito un’altra che, se non fruttava sul momento, avrebbe fruttato in seguito: sequestrarono e portarono via con loro il vigilante, rimasto illeso ma mezzo morto di paura.

La sirena suonò per tutto il minuto programmato, perché non c’era nessuno che la disattivasse. Tutta Adelfia fu destata. Quelli che possedevano una pistola (non erano pochi), la impugnarono e uscirono, ma vedendo tutto buio si fermarono incerti, non sapendo che fare in quell’oscurità. Era avvenuto che la sirena aveva fatto spegnere l’impianto di illuminazione pubblica al quale era collegata.

Quando finalmente cessò l’urlo della sirena, tornò nelle strade la luce, e i quattro vigilantes a riposo, le guardie comunali e molti coraggiosi accorsero alla banca, dove trovarono il povero ucciso steso davanti al portone, in una pozza di sangue. Accorse anche il medico, e fece portare il corpo in infermeria, dove ne constatò la morte: i due colpi di pistola che lo avevano raggiunto avevano reciso l’arteria femorale e quella iliaca, dissanguandolo in pochissimo tempo.

Furono guai per i due banchieri, che dovettero indennizzare la moglie dell’ucciso con una forte somma, e ne dovettero pagare una più grande per riscattare il sequestrato.

Nell’isola si incominciò a vivere nella paura, a comprare pistole e carabine, a chiudersi in casa, a mettere porte blindate; non c’era più sicurezza, anche perché non c’era un vero corpo di polizia. Il sindaco radunò il consiglio comunale (cioè la vecchia direzione) per decidere il da farsi. Si decise di inviare una petizione al Governo perché istituisse al più presto nell’isola una stazione dei carabinieri. Il Governo non aderì subito; volle approfittare di quella richiesta, dettata dalla paura, per legare l’isola indissolubilmente all’Italia. Volle cioè una richiesta plebiscitaria e l’ottenne; così finì la contesa col Brasile, ma non con l’Argentina che non volle riconoscere validità al pronunciamento, essendo pendente la sua causa davanti al tribunale internazionale.

La paura degli abitanti aumentò quando un brutto giorno, attingendo l’acqua ai pozzi, si accorsero che era salata e non più utilizzabile. C’era il dissalatore, ma la sua produzione era insufficiente per soddisfare l’utenza, e l’acqua fu erogata solo due ore al giorno. Poi anche questo provvedimento apparve inadeguato, perché in quelle due ore le famiglie tenevano i rubinetti sempre aperti per costituirsi delle scorte e avvenivano anche degli sprechi. Quindi l’acquedotto fu chiuso e l’acqua distribuita con le autobotti, dieci litri a famiglia.

La vita nella baia Adelfia cominciò a essere difficile, e tutti erano preoccupati. Molti cominciarono ad accozzare le loro cose per lasciare l’isola. Ci furono svendite di lotti e di case, tanti erano quelli che volevano realizzare e andarsene. L’ingegnere chiuse la sua banca e ne trasferì i conti correnti e i depositi al Banco di Roma.

Monsignore e i suoi accoliti erano sconcertati: le messe continuavano a essere celebrate, ma quelli che vi assistevano erano sempre di meno, le omelie erano sempre più brevi e generiche: esortavano ad avere pazienza, perché Dio li sottoponeva a una prova, che potevano superare con l’intercessione di San Pietro, il cui feretro era ancora esposto nella chiesa parrocchiale. I lavori per le rifiniture del suo santuario, come anche quelle per la villa del cardinale, erano stati sospesi per la carenza d’acqua, e tutti gli operai esterni rimpatriati, con gravi spese e indennizzi per i contratti disattesi.

Un brutto giorno ci fu un’altra amara sorpresa; sul portone della chiesa, del municipio e della banca si lesse una terribile frase: “ Scappate, topi, prima che la nave affondi!”. Chi l’aveva scritta?

Si fece un’indagine, ma non se ne scoprì l’autore. Era uno scriteriato che si voleva divertire seminando panico? Era un furbastro che voleva pescare nel torbido e comprare a bassissimo prezzo i lotti e le case? Era un profeta di sventure, un Natan redivivo? Mah!

Il fatto sta che i più cominciarono a pensare seriamente alla partenza. Tommaso non ci pensò due volte, vendette i beni immobili al primo offerente e fece i suoi bagagli. Per non aspettare il prossimo ritorno della Freccia Azzurra, che sarebbe avvenuto dopo dieci giorni, andò a imbarcarsi con la famiglia sulla nave-crociera che partiva in quei giorni da lido Balenottera.

16 – Il cataclisma

La nave della Mira sulla quale viaggiava Tommaso arrivò a Livorno il 31 marzo 2110, e il primo aprile, di prima mattina, sentii squillare il cellulare:

«Pronto… chi è a quest’ora?»

«Sono Tommaso… ché ti ho svegliato?»

«Svegliato no, ma quasi. Che avevi di tanto urgente da dirmi?»

«Che in mattinata ti vengo a trovare.»

Io non sapendo che fosse partito dall’isola, pensai subito al pesce d’aprile, e dissi:

«Bene, Tommaso; se tu vieni a trovarmi in mattinata, io ti restituirò la visita in serata, così siamo pari.»

«No, avvocato, non è lo scherzo del primo aprile, è la verità. Tu non ci credi perché non ti ho avvertito della mia partenza da Adelfia, che è avvenuta in fretta e furia e non ho pensato a scriverti; ma sono a Roma.»

«Bene, Tommaso, questa volta l’incredulo sono io, ci scambiamo le parti… Ma dimmi, che avviene nell’isola? Il telegiornale di ieri sera ci ha fatto sapere del terremoto… è stato forte?»

«Vedo che continui a non credermi… Ebbene, se tu hai ancora il numero del mio fisso di Roma, chiamami lì, e ti accerterai.»

Lo chiamai sul fisso, e rispose sempre lui; disse:

«Non conosco le ultime notizie, sono sbarcato appena ieri; però ho tante cose da dirti, sarò da te alle 11. Ciao.»

Pensai bene di avvertire il nostro vecchio presidente e anche il vecchio economo di questa venuta di Tommaso. Anche loro non ne sapevano niente, e vennero da me per incontrarlo.

Dopo i saluti e gli abbracci, Tommaso disse:

«Temo proprio che la Nuova Atlantide farà una brutta fine, e sono venuto via per questo… Sì, io mi ero accodato alla nuova politica… per debolezza morale… sono stato un opportunista; ma poi ho capito che quella politica era antitetica al nostro ideale, e l’ho abbandonata… anche per paura, lo riconosco, ma non solo… Dio stesso ci voleva avvertire che quella non era la via insegnata dal suo Figlio.

Il primo segno fu la scomparsa dell’acqua dolce della roccia, l’ultimo è stato la ricomparsa dell’acqua salata nei pozzi… questi sono segni celesti. E la conferma che eravamo sulla cattiva strada ci veniva dal degrado della vita nell’isola: consumismo, edonismo, arrivismo, lotta per prevalere, e infine delinquenza e anche sfacciata immoralità… Io ho avvertito i prodromi del collasso… Per fortuna sono partito in tempo, e ho potuto salvare il mio gruzzolo… Sì, ho portato via dalla baia un bel po’ di soldi, ma mi sento con la coscienza a posto, perché essi sono press’a poco quanto possedevo prima… Voi, invece, avete perduto tutto quello che possedevate… mi dispiace.»

«Ma non abbiamo perduto la fede;» disse il dottore «quanto abbiamo speso per Adelfia vada in gloria di Dio, che non ci farà mancare quello di cui abbiamo bisogno… Ma, Tommaso, dacci qualche notizia di Adelfia, sul comportamento dei frati, per esempio, e su quello del sindaco… e se ci sono state altre… diciamo disgrazie, dopo quella dei pozzi.»

«Sì, ci fu il guasto al dissalatore: un filtro si bloccò e l’impianto cominciò a funzionare a scartamento ridotto. Il sindaco andò subito a chiedere aiuto al direttore del Lido Balenottera, che però non fu generoso come l’altra volta, e ci fece pagare salata l’acqua che ci fornì. Il capitano della nave “Lido Paradiso” che era attraccata, fu ancora più esoso, e ci cedette 1000 bottiglie di acqua minerale a quattro volte il prezzo di costo e a pronta cassa…

Quelli della Mira dimostravano così la loro scontentezza per l’alto prezzo che erano stati costretti a pagare per comprare il lido. Comunque anche lì le cose non andavano tanto bene. Anche lì i pozzi erano diventati salati, per cui l’acqua era erogata solo dall’impianto di dissalazione, e costava parecchio, per cui la direzione dovette aumentare il prezzo del soggiorno giornaliero, e i soggiorni da allora cominciarono a ridursi. La Mira avvertiva aria di crisi, si rammaricava dell’incauto acquisto, e la direzione del lido ci dimostrava il suo malanimo a ogni occasione…

I frati si erano chiusi in se stessi, parlavano poco e soprattutto evitavano di commentare gli avvenimenti. Monsignore, che in genere diceva la Messa alle nove, una domenica non fu visto in chiesa, e la Messa fu celebrata da fra Ginepro, il quale saltò l’omelia. A chi gliene chiese il motivo disse che non si era potuto preparare, perché lui diceva messa il pomeriggio; riguardo a monsignore disse che era indisposto. Però non è stato più visto né in chiesa né fuori. Qualcuno sostenne che si era imbarcato travestito, accompagnato da una donna, sull’ammiraglia della Mira

Riguardo al sindaco, non ho nulla da rimproverargli; si è adoperato come ha potuto per affrontare l’emergenza, e quando io sono partito, 15 giorni fa, era ancora al suo posto… Ma ripensando ora, amici, a tutti gli eventi di questi quasi dieci anni di Adelfia, non riesco a capacitarmi come tutto questo cambiamento possa essere avvenuto.»

«E’ accaduto» dissi io «per il peccato di origine, per il cedimento alla grande tentazione che giornalmente ci tendono i doni preclari che il Creatore ci ha dato, l’intelligenza e la libertà di agire. Invece di usarli per il bene, amare Dio con tutto il cuore e il prossimo come noi stessi, ce ne serviamo per fini mondani, per arricchirci, comandare e godercela, specialmente quando ci si offre l’occasione. E le occasioni nell’isola ci sono state, purtroppo, e molte. La prevaricazione è prevalsa, e non sappiamo sino a quando Dio la tollererà.

Egli ci aveva offerto una nuova terra per attuare il regno di Cristo, ma noi non ne siamo stati capaci, e vi abbiamo fatto entrare il Maligno, l’astuto tentatore. Ma Dio non potrà abbandonare quelli che in Lui confidano; Egli interverrà, come e quando non sappiamo, ma provvederà ai suoi figli devoti.»

«Io proporrei» disse l’ex-economo «di ricostituire l’associazione e di trovare un’altra terra dove tentare ancora di attuare il nostro ideale, cercando di non ricadere negli errori commessi a baia Adelfia: errando discitur

«Anch’io ci avevo pensato» dissi «appena tornato a Roma. E avevo anche in mente il luogo dove andare. Un mio cugino, ufficiale in quella nave brasiliana che ha attraccato due volte alla baia, mi disse che nel Mato Grosso avremmo trovato il territorio ideale, e lui mi prometteva ogni assistenza per mezzo di un amico che nella capitale di quello Stato ha un incarico governativo. Ci ho pensato qualche giorno, ma poi mi sono reso conto che è impossibile, soprattutto perché ora non abbiamo una guida spirituale. Ma anche perché sono ormai convinto che una comunità, anche molto benintenzionata, non resiste molto alle tentazioni dell’avere, del potere e del piacere, con le quali il Maligno incessantemente la assale servendosi anche dei suoi accoliti, che talora sono gli stessi uomini di Chiesa. Penso però che una fraternità di vita evangelica, qui a Roma, la possiamo ricostituire, come ai vecchi tempi.»

«Certamente la ricostituiremo» disse il dottore «se noi tre ci cominciamo a lavorare da oggi.»

«Forse ci sarò anch’io» disse Tommaso «ma ci voglio pensare.»

Conversando conversando si era fatta l’una, e decidemmo di ascoltare il telegiornale RAI, per vedere se davano notizie della Nuova Atlantide. Nel sommario sentimmo “Baia Adelfia: sfiorata la catastrofe”. Nella corrispondenza il giornalista disse:

«Qui alla Baia è diffusa la paura. Dopo la scossa di ieri notte - magnitudo 4,8 – che aveva provocato dei danni, ma nessuna vittima, stamattina si è sfiorata la catastrofe. Era stata indetta per le nove una supplica in chiesa attorno alla bara di fra Pietro, per ottenere la salvezza dal terremoto. Erano lì dentro riunite un centinaio di persone, ma prima che iniziassero le preghiere si è sentito un terribile boato. Tutta la gente si è precipitata fuori in preda allo spavento, allontanandosi dall’edificio, ma fermandosi nell’ampio sagrato, non sapendo dove rifugiarsi. Subito si è verificata la tremenda scossa, che poi è risultata di magnitudo 5,9, la quale ha fatto abbattere sulla chiesa quel mezzo campanile che era stato ricostruito, assieme alla campana più grande che vi era stata sistemata provvisoriamente alla sommità. Tutto quel materiale è caduto sul frontone della chiesa che è immediatamente crollato e ha fatto crollare parte della volta, quasi una metà. Il catafalco con la bara è stato solo sfiorato da qualche pietra, e non ha riportato danni. Ma se quel boato non avesse fatto scappare i fedeli dalla chiesa, sarebbe stata veramente una strage.»

Le parole erano accompagnate dalle immagini riprese da una telecamere portatile. Il giornalista continuò:

«Il sindaco è subito accorso per rendersi conto dell’accaduto e confortare i cittadini spaventati. Tra questi, alcuni coraggiosi volevano attraversare le macerie per andare a recuperare la bara dell’eremita, ma il sindaco lo ha vietato, e per fortuna, perché poco dopo si è verificata un’altra scossa che, anche se inferiore, ha fatto venir giù qualche altro pezzo della volta. Questa seconda scossa fa temere uno sciame sismico, e molti cittadini hanno già deciso di partire con la Freccia Azzurra che sta per arrivare in baia, con la quale forse partirò anch’io, dato che la direzione mi ha autorizzato a farlo.»

Evidentemente egli lasciò l’isola, perché la RAI non diede più le sue corrispondenze da Baia Adelfia. Noi rimanemmo scioccati; eravamo affettivamente ancora legati a quell’isola e volevamo rivederla. Chiamammo la Mira per sapere quando era fissata la prossima partenza per il lido Balenottera. Ci risposero che per i noti eventi quel lido era stato chiuso, e non c’erano partenze.

Telefonammo allora al signor Miceli per sapere quando ci sarebbe stata la partenza della sua motonave. Ci comunicò che essa stava per ripartire dall’isola carica di fuggiaschi, e non vi sarebbe più tornata. Nel prossimo viaggio, tra 15 giorni, essa sarebbe arrivata fino a Sant’Elena, dato che molti turisti si erano prenotati per la visita alla tomba di Napoleone. Ci fece gentilmente sapere che per Sant’Elena c’era un volo inglese l’indomani, e che da quest’isola c’erano elicotteri turistici per l’Atlantide. Se eravamo interessati, potevamo usare quei vettori.

La compagnia inglese ci informò che il volo per Sant’Elena sarebbe partito l’indomani alle 23 e che il costo di andata e ritorno era di 400 euro: volevamo prenotare? Io, che ero al telefono, risposi di no. Tommaso, che aveva sentito, mi chiese:

«Perché hai detto di no?»

«Perché né io né questi amici abbiamo da spendere quei soldi; abbiamo perduto tutto, e ci stiamo appena riprendendo.»

«E non hai pensato che ci sono io, che ho salvato quasi tutti i soldi derivati dalla vendita del lido alla Mira? Quelli sono un po’ anche soldi vostri. Voglio risarcirvi. Se ci state, compro subito quattro biglietti e andiamo tutti a rivedere la nostra baia.»

Noi accettammo l’offerta senza fare cerimonie, tanta era l’ansia di vedere com’era ridotta Adelfia dopo i terremoti. Tommaso sorrise soddisfatto, ci strinse le mani e disse:

«Corro a fare i biglietti, voi preparatevi; domani verrò a prendervi con la mia macchina verso le 21. Ciao.»

L’amico fu puntuale, l’aereo partì puntualmente. Fece scalo a Valencia e a Las Palmas, e dopo 16 ore eravamo a Sant’Elena. Ci informammo subito del servizio elicotteri per baia Adelfia. L’incaricato disse che era sospeso, perché altri terremoti c’erano stati nell’isola, uno sciame sismico per nulla lieve, e l’eliporto era stato reso inservibile. Rimanemmo molto delusi.

Il dirigente si accorse della nostra delusione e disse:

«Sentite, voi siete solo quattro, ma se si arrivasse almeno a dieci, la Compagnia effettuerebbe il volo sull’isola, a bassa quota, in modo da osservarla bene, diciamo a 30-40 metri di altezza, girandola tutta e poi ritornando indietro, perché l’atterraggio non è possibile… Comunque le ultime notizie che abbiamo sono piuttosto preoccupati: sembra che tutto il mare all’intorno ribollisca e si gonfi… credo che tutti gli abitanti siano fuggiti, ad eccezione, dicono, di pochi scriteriati che fino all’ultimo hanno comprato i lotti a prezzi vilissimi, e rimangono lì a guardare i loro possedimenti, nell’attesa che la buriana finisca.»

Ci furono altri turisti desiderosi come noi di vedere l’isola, e la Compagnia due giorni dopo fece partire l’elicottero con due piloti e dieci viaggiatori a bordo. Il mezzo, attrezzato per il turismo, aveva ampi finestrini tutt’intorno, e anche due oblò al pavimento per permettere la vista verso il basso.

Partimmo di prima mattina con cielo terso e senza vento. Eravamo incollati ai finestrini, perlustrando il mare, per vedere se si vedevano imbarcazioni e se effettivamente ribollisse, come avevamo sentito; ma era calmo e completamente deserto: non una zattera, non un canotto, non un relitto, niente.

Dopo tre ore di volo, sempre a bassa quota, arrivammo sulla zona dove era stata l’isola e ci accertammo che essa era del tutto scomparsa. Ci si strinse il cuore pensando che con la chiesa era sprofondata anche la bara di fra Pietro. Sulla via del ritorno vedemmo in lontananza galleggiare qualche cosa sull’acqua, per cui il pilota ridusse la velocità e si abbassò ancor di più.

Sembrava una barchetta, una specie di piroga. Quando le fummo sopra, l’elicottero si fermò e scese a quota dieci: non era una piroga ma una bara di legno. Ci si allargò il cuore quando riconoscemmo il feretro del santo eremita che galleggiava sulle acque: ma che potevamo fare?

Parlammo col pilota, chiedendo se si poteva tentare il recupero della bara. Lui ne parlò col secondo, poi disse:

«Possiamo tentare. Siamo attrezzati per il recupero di persone e di cose, ma qui si tratta di una pesante bara, difficile da imbracare. Ma il mio bravo collega tenterà.»

Infatti costui si imbracò e si calò col verricello di bordo sulla bara, che imbracò come meglio poté. Fatto un cenno al collega, il verricello cominciò a sollevare lentamente uomo e bara. Noi seguivamo col cuore sospeso la difficile manovra.

Il carico era già a pochi metri dall’elicottero, e noi stavamo già gioiendo per il miracoloso recupero, quando l’imbracatura della bara cedette, ed essa piombò in mare dove subito si inabissò. Anche il coraggioso elicotterista rischiò di cadere in mare per l’urto che aveva ricevuto dallo sganciamento della bara. Rientrò nel velivolo tutto mortificato.

Noi ci levammo in piedi per confortarlo stringendogli la mano. Ma nessuno disse una parola: eravamo tutti troppo sconsolati. 

Il pilota riprese quota e velocità, e volle tornare, non so perché, al Tropico del Capricorno, sul sito della Nuova Atlantide, forse alla ricerca di qualche relitto. No, non restava niente: il mare era tutto liscio e sgombro. Anche i piloti erano scioccati, e ripresero silenziosi il volo di ritorno verso Sant’Elena.

Ripassammo sul luogo dove era affondata la bara, e guardavamo il mare con la folle speranza di vederla riemergere dalle acque. Vana speranza: nulla di puro poteva emergere nella corruttela umana.

Ci ricordammo di quel passo della Genesi (6, 5-7) che dice:

«Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra, e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male. E il Signore si pentì di aver creato l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. Il Signore disse: “Sterminerò dalla terra l’uomo che ho creato; con l’uomo anche il bestiame, i rettili e gli uccelli del cielo, perché sono pentito di averli fatti”.»

Sbarcati a Sant’Elena con l’animo sottosopra, ci sedemmo nella sala d’aspetto dell’eliporto per riprenderci un po’, riflettendo su quelle terribili parole della Bibbia. Poi il presidente si alzò e disse:

«Andiamo; tutto consummatum est![16] Chiediamo perdono a Dio per l’umanità peccatrice, e preghiamo affinché la catastrofe dell’isola serva a tutti di monito per ravvedersi al fine di stornare l’ira di Dio e il minacciato cataclisma universale.»     

 

 

Ognissanti 2110



[1] Mt 10, 37

[2] Mt 16, 19

[3] Mt 18, 18

[4] Gv 20, 23

[5] Sono appunto le prime tre delle sette opere di misericordia spirituale.

[6] Lc 18, 10-14

[7] Rimaneva per gli operai forestieri e pochi altri scapoli che avevano optato per essa.

[8] Canzone all’Italia, verso 85

[9] I promessi sposi cap. I rigo 503

[10] Mt 10,9

[11] Mt 10,10

[12] Mt 19,21

[13] Mt 13,22

[14] Mt 19,24

[15] Inferno XXVII, 110

[16] Tutto è compiuto! (Gv 19,30)